Il Graal e l’Eterno Femminino

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di Mike Plato

Cos’è realmente il Graal? E’ un principio univoco? Il Graal è tante cose, ma per capire il Graal occorre necessariamente comprendere il sacro principio della Grande Madre e il suo culto poiché, più di ogni altra cosa, il Santo Graal è associato all’eterno femminino. Ne consegue che il Graal è Melkisedeq, il Re del Mondo nel suo aspetto femminile e naturante, ed essendo Melkisedeq associato inequivocabilmente alla Tradizione Eterna poiché egli stesso eterno (Ebrei 7:3) il Graal, sotto un certo aspetto è la Tradizione Primordiale. Gli egizi venerarono il Melkisedeq attraverso Iside, la Vedova, la Vergine Luce che offre all’iniziato (figlio della vedova) la sacra conoscenza. Gesù si fece Sacerdote al modo di Melkisedeq (Ebrei 7:15) poiché era un Nazirita, occultamente un Figlio della Vedova. Qualcuno ha affermato che il Graal sia la tradizione segreta cristiana, il che è vero sotto certi aspetti, ma è limitativo, poiché il Graal medievale ha a che fare anche con la tradizione druidica, ove la coppa era sostituita dal calderone, pur rappresentando lo stesso principio. Lo stesso calderone, in ogni modo, è presente persino nell’alchimia induista, come mostrato nel Rasarnava, ove l’alchimista punta a divenire siddha (Uomo Perfetto) immergendosi in un calderone di olio bollente ricolmo di pillole di mercurio: figura della cottura nel proprio brodo alchemico. Calderone e coppa trovano il loro omologo ermetico nel “cratere” (Corpo Ermetico, Asclepio 4.4), ognuno di essi simbolo del contenitore graaliano-alchemico. Fu il cristianizzante Sir Thomas Melory a coniare per primo il termine “Holy Grail” nel suo Le Saint Graal. Egli sosteneva che il Graal era il sacro recipiente, confondendo il Graal con il contenitore anziché identificarlo col contenuto. Malory non è stato certo l’unico ad aver commesso l’errore. Sì, perché in realtà il contenuto del sacro calice non era vino, ma sangue o un estratto del sangue che gli alchimisti codificano da sempre col termine “sale” e che si identifica con quel calice di amarezza che Gesù per un momento non volle bere. Il graal ha a che fare strettamente col sangue, che si tratti del mestruo femminile come veicolo della forza, del sangue come veicolo dell’anima, della genetica come dimora dell’Anziano dei Giorni in noi. Se intendiamo che il Graal si identifichi col sangue, obiettivo dell’iniziato alchimista è quello di volgere il graal in Santo Graal, ovvero il sangue/genetica in sangue blu/genetica superiore. Quindi, la reale dizione, sul piano strettamente alchemico, non deve essere Graal ma Santo Graal. Volendo utilizzare il lessico alchemico, è come confondere il piombo con l’oro. Il Graal/piombo, la materia grezza, deve trasmutare in Santo Graal/oro. La materia deve spiritualizzarsi.

Il Graal come Sacra Conoscenza
Il Graal medievale, inteso come bagaglio di sapienza superiore, è di stretta derivazione templare-cistercense. Questi due ordini erano i veri eredi della Comunità del Mar Morto, gli esseni, che nei loro rotoli scrivevano di appartenere al gwrl al Melkisedeq: il partito (eredità) di Melkisedeq, il Partito dei Figli della Luce, la Destra di Dio in terra. Quindi, il termine “graal” nasconde l’origine essena e la devozione al Re del Mondo che si identifica con la Vergine Luce, l’eterno femminino cosmico, la Sophia-Sapienza che si prende cura dei suoi figli: i filosofi o amici di Sophia, intesi qui non come speculatori al modo di Aristotele, ma di iniziati al modo di Platone o Pitagora, i quali pervengono alle verità più alte con l’intuizione femminile piuttosto che con la logica maschile. Gli stessi simboli del Graal rispondono ad un archetipo femmineo, che si tratti di  un piatto, un vassoio, un calderone, un vaso un calice, una pietra. Lo stesso iniziato può divenire “casa di Dio”, o contenitore della divinità, quindi porsi in stato passivo-recipiendario rispetto alla divinità contenuta e manifestata (a un certo grado) in lui. Non è quindi casuale che da una parte si dica che la Sapienza (Sophia-Melkisedeq) si costruisce la sua dimora (Proverbi 9:1) e che dall’altra Paolo si consideri segretamente il Graal (dimora) del suo Signore interiore: «Se dunque uno si conserva puro da quelle cose, sarà un vaso nobile, santificato, utile al servizio del padrone, preparato per ogni opera buona» (2, Timoteo 2:21). Lo stesso Paolo afferma che ognuno può divenire il  Santo Graal (santa dimora) in relazione a Dio: «Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1, Corinzi 3:16). Purtroppo è un evento raro, e le parole di Gesù attinenti il Cristo lo testimoniano: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Matteo 8:20), poiché l’uomo raramente si  predispone a divenire un vaso (graal) nobile: un Santo Graal.

 

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Il Sacerdozio del Melkiedek
Il Graal è senza tempo, nonostante apparentemente il suo culto fiorisca nel XII secolo. Si tratta, in realtà, di un’emersione improvvisa di una corrente sotterranea e iniziatica, da molto tempo celata. Ma il Graal è anche senza luogo, e l’evidente presenza di un Graal atlantideo, di un Graal egizio, di un Graal sumero, un Graal francese, di un Graal induista, offre testimonianza della sua universalità. Ciò indica solamente il percorso della Tradizione Eterna (il Sanathana Dharma dell’induismo) e della scienza alchemica, e le sue modalità di attuazione nei diversi paesi e nelle diverse culture. Non è, quindi, casuale che il termine sia qabalisticamente affine a Shamballa-Shangrilà (Sang Real), il Regno di Dio dentro di noi, il cui Capo, Re, Sacerdote e Maestro Supremo è il Prete Gianni-Melkisedeq. L’emersione della mitologia e della tradizione sapienziale graaliana, legata intimamente al sacerdozio melkisedecchiano;  nel medioevo venne attuata con tre romanzi in particolare: il Percival di Gallois di Chretién de Troyes; la Istoire du Graal di Robert de Boron; e il Perzival di Wolfram Von Eschenbach. Secondo molti ricercatori, il primo di essi in ordine di tempo è il Perzival, composto intorno al 1180, in piena epoca Templare. Le opere di de Boron e di Von Eschenbach sarebbero da datarsi tra il 1200 e il 1205. Wolfram Von Eschenbach, templare teutonico, nel suo Parzival, afferma: «Un pagano, Flegetanis, aveva acquisito alta rinomanza per il suo sapere. Questo grande fisico era del lignaggio di Salomone; i suoi avi appartenevano a una famiglia di Israele in tempi molto antichi, quando gli uomini non erano protetti dal battesimo contro il fuoco dell’inferno. Fu lui a scrivere l’avventura del Graal. Flegetanis era nato da padre arabo… Vi era, egli diceva, un oggetto che si chiamava il Graal. Egli aveva chiaramente letto il suo nome nelle stelle. Una schiera di angeli l’aveva deposto sulla terra, per poi involarsi ben al di là degli astri. Quegli angeli erano troppo puri per rimanere quaggiù. Da allora, uomini divenuti cristiani con il battesimo (esoterico e alchemico, N.d.A.) e puri quanto gli angeli, dovettero prendersene cura. Erano sempre uomini di alto merito che venivano chiamati a custodire il Graal (inteso qui come sapere segreto, N.d.A.)». In questa breve citazione riteniamo sia nascosta una verità fondamentale. Il templare Wolfram, affermando che il Graal fu scoperto da Flegetanis, cosmologo di origine araba, vuol comunicare che, in realtà, la sapienza dei Templari fu ereditata dagli arabi, nella specie i Sufi e gli Ashishin, che sicuramente istruirono i Templari ai Sacri Misteri. I Templari dovevano essere uomini di purezza assoluta per custodire il Graal, inteso come sacra e segreta conoscenza. Ma Wolfram dice che Flegetanis aveva anche origini israelite, con il che vuol dire che il deposito della Tradizione è disperso nelle tre grandi religioni monoteiste rivelate: precisamente nell’Antico Testamento, nel Nuovo Testamento e nel Corano. Ma chi o cosa si nasconde dietro Flegetanis? E’ riconosciuto che Flegetanis sia in realtà Felek-Thani, un libro arabo impregnato di cultura sufica che custodisce un insegnamento tradizionale segreto. Cosicché Wolfram codificò dietro il nome di Flegetanis una certa Tradizione. E questa Tradizione vuole  che il Graal, in primo luogo,  sia una Pietra, e che questa Pietra sia presente sulla terra, e custodita da una cavalleria celestiale: l’Ordine del Graal, ossia i Cavalieri Templari. Questa Pietra è in primo luogo l’anima (la principessa) che l’iniziato/cavaliere deve proteggere e custodire, con tutto il suo bagaglio di conoscenza superiore, legata sia al mondo della natura sia al mondo dello spirito e delle energie sottili. La cavalleria templare custodisce un mistero di conoscenza, conservato e trasmesso sempre per via iniziatica, ed è questo mistero che si è rivelato insieme al Graal nel XII secolo. Inoltre, la realizzazione spirituale individuale nascosta dal termine Graal, e la sua estrinsecazione nella realtà esterna, cioè la reintegrazione spirituale della Tradizione dispersa nei mille rivoli, sono aspetti complementari di una realtà permanente, più o meno manifesta, dell’Opera Divina: il «Sacerdozio Eterno alla maniera di Melkisedeq»; e l’Ordine del Graal non è altro che quello di Melkisedeq, misteriosamente risorto in Occidente in un particolare momento della storia. L’essenziale messaggio del Parzival di Wolfram, e di molti dei romanzi del Graal, è che quest’Ordine sia esistito attraverso il tempo al di là della progressiva decadenza del mondo umano; universale e permanente come la verità essenziale unica, presente e nascosta, che quest’Ordine, che non ha eguali sulla terra, abbia potuto effettivamente realizzarsi effettivamente nella storia attraverso l’accesso delle elìtes responsabili d’Oriente e d’Occidente; e come la verità che quest’ordine abbia avuto per un certo periodo l’Islam come interlocutore privilegiato, prima di apparire in occidente con i Templari e poi i Rosacroce.

 

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Il Femminino Redentore
Che il Graal in primo luogo sia donna, è dimostrato anche dal termine che più si avvicina, etimologicamente, ad esso: l’inglese “girl” (ragazza, fanciulla, vergine). Questo non vuol dire che il Graal sia donna, ma che il Graal, visto come realizzazione spirituale, abbia bisogno necessariamente dell’aspetto femminile insito negli esseri umani: «la Donna danna e la Donna salva» è un motto dell’Antica Tradizione. Nei romanzi del Graal di derivazione templare, e non in quelli di derivazione cristiana-ortodossa, la donna è descritta nei termini tipici della Tradizione Primordiale: poteva dannare per l’eternità e poteva salvare. Questo è il duplice ruolo di Eva, la nostra anima (il mercurio, la pietra), che può dannare se sposa la propria parte concupiscibile, istigata dal basso serpente astrale (immaginazione perversa e tortuosa), ma può elevare se tende verso l’Adamo luminoso (Kadmon), e si lega allo spirito dominando l’animalità (la bestia) e portando l’immaginazione e i pensieri verso alti ideali (mercurio alato). L’anima, come detto più volte, è un cuscino fra lo spirito e la carne. L’uomo, o meglio l’iniziato, non deve ascoltare le sirene e le facili lusinghe della bassa anima (la prostituta), ma il richiamo dell’alta (la vergine melchisedecchiana). Questo tema veleggia nella narrativa del Graal, ove il potere magico-virile dell’uomo è spento da una torbida sessualità. Il ruolo ambiguo della donna è descritto da Gesù, ne Il Romanzo della Storia del Graal, di Robert de Boron: «Così, il genere umano, divenuto peccatore per via di una donna [Eva], veniva redento tramite un’altra donna [Maria]. Una donna ci diede la morte, una donna ci restituì alla vita». Julius Evola espresse mirabilmente la doppia valenza della donna nell’ambito dell’iniziazione templare-graaliana ne Il Mistero del Graal: «Il potere magico e di comando [la forza addormentata in Artù e in generale nel Re Pescatore] è paralizzato dalla sessualità, a meno che a questa non sia dato un orientamento tutto particolare. Così la donna, ove essa desti nell’iniziato il desiderio e lo attiri nell’atto volto alla generazione, agisce in modo letale per detta forza; e poiché il potere della virilità magica e supermateriale è anche quello che fa oltrepassare la corrente della morte, così si è potuto con ragione parlare di una “morte suggente che viene dalla donna”… Fuor da qualsiasi moralismo, per l’iniziato quando l’atto sessuale avvenga nel segno del desiderio e di un abbandono, equivale a un’evirazione, a una ferita o lesione della sua virilità magica (al suo potere generativo magico, N.d.A)». Se da una parte il cavaliere profano tende verso una donna materiale, dall’altra il cavaliere celeste, il cui campione è Parzifal, anela alla visione della Vergine (il vero Graal, Sophia-Iside), alla sua anima superiore (la Neshama della qabala) e alla visione della sua vera identità cosmica. La contrapposizione è tra il “desiderio” della donna carnale e il vero “amore” per la donna interiore. In tal senso, e solo in tal senso, Platone idealizzava l’amore, depurandolo della sua componente erotico-sessuale, e di qui sublimandolo.

La scelta dell’Innamorato dei Tarocchi tra le due dame è la scelta tipica che ogni vero cavaliere del Graal deve attuare.

Il Graal e l’Eterno Femmininoultima modifica: 2009-03-15T16:32:00+00:00da mikeplato
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