L’Esoterismo Maya

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di Mike Plato

La Tradizione sacerdotale maya è parte integrante di un più antico sistema di conoscenza conosciuto come Tradizione Primordiale. Una breve analisi dei suoi simbolismi conferma il legame con il nucleo iniziatico del Vecchio Mondo.

Credo che la tradizione spirituale Maya sia solo apparente più complessa di altre. In realtà, trattandosi di una cultura assai lontana dalla nostra, che poggia su una lingua anch’essa assai distante, la tradizione Maya non è più complessa ma meno penetrabile. Il suo corredo simbolico, se ben decifrato, ci induce a pensare che la sua tradizione si inserisca nel più ampio bacino della Tradizione Primordiale. Se la Tradizione Primordiale non è tale senza la presenza di un Re-Sacerdote (in Occidente Melkisedeq o Cristo), noto come Figlio di Dio, avente le funzioni di un intermediario-Vicario tra la divinità assoluta e l’uomo (non necessariamente in stato di manifestazione ma agente occultamente attraverso gli uomini) parimenti nella tradizione Maya, nel suo aspetto più esoterico, è concepita l’azione invisibile di un Dio-Re primordiale il cui nome è Cucumatz-Kukulkan, il Quetzalcoatl degli aztechi, Colui che sempre torna, Colui che sempre viene, il serpente-piumato archetipale, Colui che congiunge le energie terrestri (serpente) con quelle celesti (l’uccello quetzal): in breve l’energia-intelligenza che si sprigiona lungo il ponte-spina dorsale. Sia il Cristo-Melkizedek che il Quetzalcoatl erano associati alla Stella del Mattino: Venere nel suo aspetto più basso, la stella Sirio in quello più alto, ossia la Madre Terra-Natura e la Madre Cielo (Sophia o Sapienza Cosmica). Sia il Melkizedek che il Quetzalcoatl rappresentano non solo l’aspetto Figlio ma soprattutto l’aspetto Madre che prima lo genera e poi vi si unisce: lo Spirito Santo della cattolica Trinità divina.  Rappresentavano anche l’aspetto Padre nella figura del Vecchio dei Giorni, dato che entrambi sono spesso descritti con una fluente barba. Altro nome del Mediatore era Itzamnà, figlio di Hunab Ku, l’essere divino supremo, datore di misura e movimento. Itzamnà era venerato come l’Anziano, al pari di Melkizedek, e il suo attributo era il calice, proprio come Melkisedeq.  I Maya veneravano questo archetipale mediatore anche sotto il nome del Dio Giaguaro. Il Dio giaguaro è un’altra forma del Dio Sacerdote eterno, e le macchie del giaguaro rimandano all’ideale principio del Dio-Vigilante con mille occhi addosso, replicato nelle iniziazioni egizie dalla pelle di leopardo indossata dagli sciamani-sacerdoti Shem di Heliopolis e parimenti dagli alti sacerdoti Maya con la loro pelle di giaguaro, il corrispondente americano del leopardo. Peraltro, come nella tradizione Primordiale il principio “morte-rinascita”  è fondato sul sacrificio di sé stessi, altrettanto tra i Maya, quantomeno quelli delle origini, il sacrificio del fedele di Quetzalcoatl era indispensabile affinchè il Dio rinascesse nell’uomo attraverso la morte mistica dell’uomo stesso. Il sacrificio al modo di Melkisedeq non è altri che il sacrificio al modo di Quetzalcoatl. Ho sempre pensato che la Tradizione Primordiale, nel momento in cui si smembrò, prese tre direttrici diverse, il cui nucleo rimaneva tuttavia il medesimo: l’esoterismo egizio, l’esoterismo caucasico-mesopotamico (zoroastrismo, induismo), e l’esoterismo delle civiltà pre-colombiane, in particolare quello Maya che raggiunge vette di assoluta eccellenza. Nella fattispecie, analizzerò l’esoterismo dei Maya Quichè, perché dei Maya dello Yucatan sappiamo molto poco.

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La memoria storica
Risalente al III secolo a.c. il sito di Copàn è molto ricco di bassorilievi raffiguranti la vita della casta sacerdotale maya. Rappresenta, quindi, la memoria storica della tradizione esoterica maya, allo stesso modo in cui le cattedrali funsero da libro di pietra per la custodia del segreto sapere dell’Ordine dei templari. Copan è nota per il “cortile delle palle” poiché qui veniva giocato il “pitz” o gioco della palla. Tale gioco era una metafora del “gioco della passione” del Dio che moriva e risorgeva attraverso il taglio della testa, a cui la palla era associata, tant’è che pare contenesse un teschio, da sempre simbolo di morte-resurrezione. Questo Dio a cui veniva mozzata la testa era Hunahpù, l’antenato o uomo primordiale, riproponendo così il mito giovanneo della decollazione, che rappresenta la prima morte mistica dell’iniziato (taglio dell’ego) e che costituisce realmente un “decollo”  e una trasformazione verso stati di coscienza più alti. Tale simbologia è presente anche nell’iconografia alchemica laddove si parla di decollazioni, di taglio della testa del drago, e di conclusione della fase corvina. L’iniziato entra in una sfera animica (i piccoli misteri), non essendo solo più condizionato dalla sfera fisica e si prepara ad accogliere la sfera spirituale (i grandi misteri). Il pitz era il simbolo della partita-conflitto (guerra santa interiore) contro le forze oscure del subconscio, ed in generale delle forze della luce contro lo psichismo degenerato colletivo. Nel corso di tali spaventose partite, i re-atleti  indossavano tenute che richiamavano i “Signori della Vita” , mentre gli avversari indossavano gli ornamenti dei terribili diavoli infernali di Itzam-Yeh, nemici del Dio gemellare giaguaro noto come Ixbalanqué, il fratello di Hunahpù. La partita vedeva due schieramenti di sette contendenti ciascuna, una associata alle virtù e l’altra ai vizi. Le forze delle tenebre venivano fatte  trionfare nell’equinozio d’autunno, e perdere definitivamente nell’equinozio di primavera, universalmente associato alla resurrezione, alla rinascita della luce e del Dio solare  nell’uomo. Di fatto l’uomo di Tenebre viene trasmutato in uomo di Luce. La sconfitta delle Tenebre e l’assimilazione delle sue energie attraverso il taglio della testa dei sette atleti che la rappresentavano era di converso un potentissimo simbolo della vittoria della Vita, quella eterna naturalmente, svincolata dal perverso gioco del ciclo delle reincarnazioni. Sui bassorilievi del sito è possibile ammirare scene che non si discostano molto da quelle egizie, pur caratterizzate da una formalismo espressivo diverso. Come in Egitto  il Faraone-iniziato è descritto con il proprio o i propri nemici legati, a cui egli sembra stia per tagliare la testa, parimenti nelle raffigurazioni maya il sacerdote assassino mozza la testa alla vittima (sé stesso) per sbrigliare la forza vitale, che i Maya chiamavano “ch’ulel”. I sacerdoti maya conoscevano quindi la verità della rinuncia e del sacrificio di una parte di sé stessi per far trionfare un’altra parte. Presumo che col tempo, tuttavia, il principio del sacrificio si sia corrotto, per così dire esternalizzato, un po’ come avveniva tra gli ebrei, e si cominciò ad uccidere persone terze anziché sé stessi misticamente. Ciò significa che la casta sacerdotale, con l’esteriorizzazione del rito, iniziarono a non assumersi più la propria responsabilità per la rinascita del Dio. Si tratta di un problema universale che Gesù pose in evidenza in modo drammatico, perché l’essere umano preferisce il “capro espiatorio” piuttosto che lavorare faticosamente su sé stesso per la trasmutazione dei vizi in virtù.
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Analogie con l’Occidente
E’ noto che la mistica sacrificale del pane e del vino, attraverso cui è possibile far risorgere sé stessi, è l’asse portante della tradizione del Melkisedeq. Gesù la manifesta al massimo grado attraverso la cena mistica. Nei miti maya è possibile rintracciare questo principio poiché è ritenuto che gli dei creatori, paragonabili agli Elohim di biblica memoria, avessero creato gli esseri umani dal bianco mais e dal proprio sangue sacrificale. L’insistenza di Gesù sul seme, analogo del mais, era finalizzata a rafforzare il concetto del sacrificio di sé stessi, perché se il seme non muore non porta frutto, ossia non si rigenera. Sotto un certo aspetto, l’iniziato è il seme che muore nella sua stessa terra e risorge incorruttibile. Come il sacrificio del Dio, secondo i Maya, genera l’uomo, parimenti il sacrificio dell’uomo porta alla rinascita del Dio. Non è possibile alcun compromesso tra la Luce e le Tenebre, in tal senso: “mors homini, vita Dei”. Paolo disse: “che c’è in comune tra Cristo e Beliar?”. Non vi può essere alcun compromesso quindi tra il vero Bene e il vero Male. Se in questo mondo esistono contestualmente il bene e il male, essi non appartengono alla sfera divina e sono solo i due volti attraverso cui le Tenebre del Male cosmico possiedono l’intero mondo materiale. Quello che disse Gesù: “il Regno di Belzeebù non può essere diviso in sé stesso” era lo stesso pensiero profondo dei Maya, che credevano anch’essi nell’illusione cosmica del mondo esterno a noi, a tal punto che essi portano lo stesso nome che gli induisti assegnarono all’inganno: maya. Questa maya era orchestrata, secondo la tradizione maya, dalla forza tenebrosa raffigurata su un dipinto  realizzato su un piatto decoratorio tripode appartenente al periodo classico, e le cui illustrazioni ricordano da vicino il viaggio del “defunto” (iniziato sulla via) e le sue lotte con le forze infere per emergere alla luce, la medesima lotta di Gesù in croce. Il piatto mostra la terra circondata (astralmente) dall’enorme coccodrillo-serpente bicefalo. Ondeggiando senza posa attorno al vaso universo nel proprio eterno viaggio, il mostro sferza il cielo con zampe armate di artigli, simbolo della predazione. Come non pensare al Leviatan biblico, il mitico mostro che circondava il mondo? Si tratta segretamente delle Forze dello Zodiaco che possiedono tutti i destini umani e che nella Bibbia solo YHWH può sgominare; ciò significando che solo la resurrezione in vita può portare l’anima dell’iniziato al di sopra delle forze del destino, dei principati e delle potenze angeliche. Secondo i miti, queste forze demoniche e dominanti, guidate da Itzam-Yeh, governatore degli inferi (il corrispondente gnostico del demiurgo Jaldabaoth) avrebbero tagliato la testa e rubato la forza all’antenato. Nel Popol Vhu, la bibbia maya, Itzam Yhe, chiamato Vucub-Caquix, strappa il braccio del Primo Signore e lo infila nella sua pentola, un po’ come Seth e i suoi accoliti avevano smembrato Osiride, l’Omo archetipico, non prima di averlo rinchiuso in una cassa da morto (simbolo del corpo biologico). E’ quindi ovvio che, in tutti miti, colui che vuole riprendersi la sua forza viene a sua volta chiamato “ladrone” dal sistema mondo. Quelli di Prometeo, Robin Hood, Mithra e il Cristo (chiamato segretamente Barabba il ladrone nei Vangeli) sono l’universalizzazione di un principio ancora poco noto. Lo stesso Cristo nei Vangeli parla di ladroni, alludendo segretamente ai suoi temibili nemici astrali: gli Arconti, le forze leviataniche sempre a caccia di energia vitale. Sta di fatto che come Osiride viene spinto nel divenire e privato di forze (il re ferito e sofferente dei miti graaliani), l’antico Uomo dei Maya (Antenato) viene sprofondato in uno stato di incoscienza e bisognoso di aiuto da parte dell’uomo che lo possiede e lo ospita. Credo che anche tra i Maya, pochi si siano assunti l’onere di liberare questa luce nascosta.
L’Esoterismo Mayaultima modifica: 2009-03-15T19:42:00+00:00da mikeplato
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