IL DONO DELL’AQUILA (versione integrale)


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Carlos Castaneda

IL DONO DELL’AQUILA

traduzione di FRANCESCA DRAGONE BANDEL

Biblioteca Universale Rizzoli

SOMMARIO

Prologo 5

PARTE PRIMA
Il proprio altro 9

  1. La seconda attenzione 11
  2. Vedere insieme 31
  3. Quasi memorie del proprio altro 51
  4. Oltre i confini dell’affetto 68
  5. Un’orda di stregoni inferociti 89

PARTE SECONDA

L’arte di sognare 111

  1. La perdita della forma umana 113
  2. Sognare insieme 130
  3. La consapevolezza del lato sinistro e del lato destro 153

PARTE TERZA

Il dono dell’Aquila 171

9. La regola del Nagual 173

10. I guerrieri al seguito del Nagual 189

11. La donna Nagual 213

12. I non-fare di Silvio Manuel 231

13. Le complessità del sognare 248

14. Florinda 267

15. Il serpente piumato 298

PARTE QUARTA

Appendice 316 Le sei proposizioni esplicative 317

PROLOGO

Benché io sia un antropologo, questa non è a rigor di termini, un’opera di antropologia; ciononostante essa ha le sue origini nell’antropologia culturale in quanto ebbe inizio, anni fa, come una ricerca sul campo nell’ambito di questa disciplina. A quell’epoca m’interessava lo studio dell’uso delle piante medicinali fra gli indios del Messico del sudovest e del nord.

Con gli anni la mia ricerca mutò direzione per effetto sia del suo stesso impulso sia della mia evoluzione personale. Lo studio delle piante fu sostituito da quello di un sistema di credenze che mi sembrava facesse da ponte fra almeno due culture diverse.

Il responsabile di questo cambiamento d’interessi fu un indio yaqui del Messico settentrionale, don Juan Matus, che più tardi mi presentò a don Genaro Flores, un indio mazateco del Messico centrale. Entrambi esercitavano un’arte ancestrale, nota ai nostri giorni come stregoneria, che si ritiene sia una forma primitiva di scienza medica e psicologica ma che di fatto è una tradizione di praticanti estremamente autodisciplinati e di pratiche estremamente raffinate.

I due uomini diventarono per me maestri più che informatori, ma io continuavo, procedendo a tentoni, a considerare il mio un compito da antropologo; passai anni a cercare di ricostruire la matrice culturale di questo sistema, perfezionando una tassonomia, uno schema di classificazioni, una ipotesi sulla sua origine e sulla sua espansione. Furono tutti sforzi inutili, poiché alla fine le pressanti forze immanenti in questo sistema sviarono i miei sforzi intellettuali e mi costrinsero a diventare un adepto.

Sotto l’influenza di queste due potenti personalità il mio lavoro si è trasformato in una autobiografia, nel senso che, dal momento in cui si è operato questo cambiamento, mi sono sentito spinto a riferire tutto quanto mi stava accadendo. È una autobiografia particolare, poiché in essa non descrivo né i fatti giornalieri della mia esistenza di uomo comune, ne gli stati soggettivi generati da questo vivere giorno per giorno. Descrivo piuttosto gli eventi che si snodano nella mia vita come risultato dell’adozione di un insieme concatenato di idee e di pratiche aliene. In altre parole, il sistema di credenze che volevo studiare mi ha fagocitato, e per poter continuare la mia ricerca devo pagare ogni giorno un prezzo straordinario, la mia vita di uomo di questo mondo.

Per tali ragioni devo affrontare il difficile problema di spiegare qual è ora la mia attività. Mi sono molto allontanato dalle mie radici di uomo comune occidentale e di antropologo, e devo prima di tutto ripetere che questo non è un racconto di fantasia. Quello che sto per descrivere è un mondo estraneo al nostro; sembra quindi irreale.

Addentrandomi sempre di più nei meandri della stregoneria, quello che inizialmente sembrava un sistema di credenze e di pratiche primitive, risulta ora un mondo vastissimo e complicato. Per capire questo mondo e per poterlo spiegare agli altri, devo usare me stesso in modo sempre più complesso e raffinato. Qualsiasi cosa mi succeda, non è più qualcosa di prevedibile né assimilabile a ciò che altri antropologi conoscono sui sistemi di credenze degli indios del Messico. Mi trovo quindi in una difficile situazione: tutto quello che posso fare in queste circostanze è raccontare ciò che mi è successo così come mi è successo. Non posso fornire nessuna garanzia della mia buona fede se non riaffermando che non conduco una doppia vita e che mi sono impegnato a seguire i princìpi del sistema di don Juan nella mia esistenza quotidiana.

Dopo che don Juan Matus e don Genaro Flores, i due stregoni indios che mi iniziarono ai loro segreti, furono soddisfatti del sapere che mi avevano infuso, mi salutarono e se ne andarono. Capii che da quel momento era mio compito portare avanti quello che da loro avevo appreso.

Nell’adempimento di questo compito ritornai in Messico e trovai che don Juan e don Genaro avevano altri nove apprendisti stregoni,

cinque donne e quattro uomini. La donna più anziana si chiamava Soledad; veniva poi Maria Elena, soprannominata «la Gorda»; le altre tre, Lydia, Rosa e Josefina, erano più giovani ed erano chiamate «le sorelline». I quattro uomini erano, in ordine d’età, Eligio, Benigno, Nestor e Pablito: gli ultimi tre erano chiamati «i Genaros» poiché erano molto intimi di don Genaro.

Sapevo già che Nestor, Pablito ed Eligio, che non si vedevano più in giro, erano apprendisti, ma ero stato portato a credere che le quattro ragazze fossero sorelle di Pablito e Soledad la loro madre. In quegli anni frequentai poco Soledad e la chiamai sempre «dona Soledad», in segno di rispetto, poiché era la più vicina a don Juan per età. Anche Lydia e Rosa mi erano state presentate, ma la nostra conoscenza era stata troppo breve e casuale per permettermi di capire chi fossero realmente. La Gorda e Josefina le conoscevo solo di nome. Avevo già incontrato Benigno ma ignoravo completamente i suoi rapporti con don Juan e don Genaro.

Per motivi che non riuscivo a capire sembrava che tutte queste persone fossero state in attesa del mio ritorno in Messico. Mi dissero che si aspettavano che io prendessi il posto di don Juan come loro capo, il loro Nagual. Mi informarono che don Juan e don Genaro erano spariti dalla faccia della Terra e altrettanto aveva fatto Eligio. Sia gli uomini sia le donne credevano che nessuno dei tre fosse morto: erano solo passati in un altro mondo, differente dal nostro solito, pur tuttavia non meno reale.

Le donne — specie dona Soledad — si scontrarono violentemente con me fin dal nostro primo incontro. Tuttavia furono lo strumento di una catarsi che si produsse dentro di me. Il contatto con loro provocò una misteriosa effervescenza nella mia vita. Da quando le conobbi il mio modo di pensare e di capire le cose subì un drastico cambiamento. Tutto questo non accadde però a un livello di coscienza: anzi, dopo la mia prima visita, mi trovai più confuso che mai e tuttavia nel mezzo di questo caos scopersi una base molto solida. Nell’impatto del nostro scontro scoprii in me stesso capacità che non avevo mai immaginato di possedere.

La Gorda e le sorelline erano esperte sognatrici; me ne diedero prova spontaneamente e mi mostrarono la loro abilità. Don Juan mi aveva descritto l’arte del sognare come la capacità di utilizzare i

propri sogni ordinari e trasformarli in una consapevolezza controllata in virtù di una speciale forma di attenzione che lui e don Genaro chiamavano la seconda attenzione.

Mi aspettavo che i tre Genaros si mettessero a mostrarmi le loro abilità in un altro capitolo dell’insegnamento di don Juan e don Genaro, l’arte dell’agguato». Mi era stata descritta come un insieme di pratiche e di attitudini che permettevano a una persona di ricavare il massimo beneficio da qualsiasi situazione immaginabile. Ma tutto quello che i Genaros mi dissero sull’agguato non aveva né la forza né la coerenza che mi ero aspettato. Conclusi che o quelle persone non erano affatto esperte in quell’arte o che semplicemente non volevano rivelarmela.

Interruppi la mia indagine perchè si sentissero a loro agio con me, ma tutti, uomini e donne, si erano rasserenati visto che non facevo più domande, certi che mi stessi infine comportando da Nagual. Ciascuno mi chiese guida e consiglio.

Per soddisfarli fui obbligato a iniziare un completo riesame di tutto quello che don Juan e don Genaro mi avevano insegnato, per penetrare ancora più a fondo nell’arte della stregoneria.

PARTE PRIMA
IL PROPRIO ALTRO

1

LA SECONDA ATTENZIONE

Era metà pomeriggio quando giunsi all’abitazione della Gorda e delle sorelline. La Gorda era seduta fuori, vicino alla porta, con lo sguardo intento alle montagne lontane. Rimase parecchio sorpresa vedendomi: mi spiegò che era stata totalmente assorta in un ricordo e per un istante era stata sul punto di rammentarsi qualcosa di molto vago che riguardava me.

Quella sera, più tardi, dopo cena, la Gorda, le sorelline, i tre Genaros ed io ci sedemmo sul pavimento della stanza della Gorda. Le donne sedettero vicine l’una all’altra.

Per non so qual ragione, nonostante avessi frequentato ciascuno di loro allo stesso modo, avevo isolato la Gorda come l’unico oggetto di ogni mio interesse. Era come se gli altri per me non esistessero. Immaginai che forse questo dipendesse dal fatto che la Gorda a differenza degli altri mi ricordava don Juan. Da lei emanava una sensazione di serenità, una sensazione che non permeava tanto le sue azioni quanto i miei sentimenti verso di lei.

Volevano sapere cosa avessi fatto: dissi che ero appena stato nella città di Tula, Hidalgo, dove avevo visitato alcune rovine archeologiche. Ero rimasto molto colpito da una fila di quattro statue colossali di pietra, a forma di colonna, chiamate « gli Atlantidi » e situate sulla cima piatta di una piramide.

Ciascuna di queste statue quasi cilindriche, larghe un metro e alte cinque, è composta da quattro pezzi di basalto scolpiti in modo da rappresentare, secondo gli archeologi, guer rieri toltechi in pieno assetto di guerra. A sei metri di distanza dietro ciascuna di queste figure frontali poste sulla cima della piramide, c’è un’altra fila di quattro colonne rettangolari delle stesse dimensioni, anch’esse composte di quattro pezzi di pietra.

Il senso di timore ispirato dall’aspetto di questi Atlantidi era rafforzato da quanto mi aveva detto di loro un amico, accompagnandomi nella visita del posto. Mi aveva raccontato che un custode delle rovine gli aveva confidato di aver sentito camminare gli Atlantidi, di notte, e il terreno tremava sotto i loro passi.

Chiesi ai Genaros di dirmi cosa pensassero di questa storia. Sembrarono intimiditi e si misero a ridacchiare. Mi rivolsi alla Gorda, che sedeva di fianco a me, e le chiesi direttamente la sua opinione.

« Non ho mai visto quelle statue » mi disse. ,~ Non sono mai stata a Tula. La sola idea di andarvi mi spaventa. »

« Perché ti spaventa, Gorda? » le chiesi.

« Mi è capitata una cosa fra le rovine del Monte Alban, nell’Oaxaca » disse. Avevo l’abitudine di gironzolare attorno a quelle rovine anche dopo che il Nagual Juan Matus mi aveva detto di non mettervi più piede. Non so perché, ma quel posto mi piaceva. Ci andavo ogni volta che mi trovavo nell’Oaxaca. Poiché le donne sole sono sempre molestate, di solito mi accompagnava Pablito, che è molto coraggioso. Ma una volta ci andai con Nestor. Lui vide un luccichio per terra: scavammo un poco e trovammo una strana pietra che si adattava al palmo della mia mano. Nella pietra c’era un foro, praticato in forma perfetta. Volevo mettervi il dito, ma Nestor me lo impedì. La pietra era liscia e riscaldava intensamente la mia mano. Non sapevamo cosa farne. Nestor la mise nel cappello e la portammo quasi fosse un animale vivo.

Tutti scoppiarono a ridere. Sembrava che ci fosse qualcosa di divertente sottinteso nel racconto della Gorda.

« Dove la portaste? » chiesi.

« La portammo qui a casa » mi rispose, e queste parole pro- vocarono negli altri incontenibili risate. Tossivano e quasi si strozzavano dal gran ridere.

« E per la Gorda » disse Nestor. « Devi sapere che è una testa dura come pochi. Il Nagual le aveva già detto di non scherzare con le pietre e neppure con le ossa o qualsiasi altra cosa potesse trovare sotto terra, ma lei, di nascosto da lui, se ne andava sempre a raccogliere ogni sorta di porcherie ».

« Quel giorno nell’Oaxaca fu lei a insistere per portar via quella cosa terribile. Ce la portammo sull’autobus. La tenemmo per tutto il viaggio fin qua portandola proprio in questa stanza. »

« Il Nagual e Genaro erano partiti » continuò la Gorda. « Presi coraggio e infilai il dito nel foro; mi accorsi così che la pietra era stata tagliata proprio per essere tenuta nel palmo della mano. Subito potei sentire la sensazione di colui che — chiunque fosse — l’aveva tenuta in mano. Era una pietra dotata di potere. Cambiai d’umore. Ero spaventata. Qualcosa di terrificante cominciò a delinearsi nell’oscurità, un pericolo latente senza forma né colore. Non potevo più star sola. Di notte mi svegliavo urlando e, dopo un paio di giorni, non ero più capace di dormire. Facevano a turno tutti a tenermi com- pagnia, giorno e notte. »

« Quando il Nagual e Genaro tornarono, » disse Nestor « il Nagual mi mandò, con Genaro, a rimettere la pietra nel punto esatto dove era stata sotterrata. Genaro lavorò tre giorni per individuare con esattezza il posto, ma ci riuscì. »

Chiesi: « E dopo, Gorda, cosa ti successe?».

« Il Nagual mi sotterrò » disse. « Per nove giorni me ne rimasi nuda in una bara di terriccio. »

Ci fu un’altra esplosione di riso generale.

« Il Nagual le disse di non uscire » spiegò Nestor. « La povera Gorda dovette pisciare e cacare nella sua bara. Il Nagual la cacciò dentro a una specie di scatolone che aveva costruito con rami e fango. C’era una porticina di lato per il cibo e l’acqua. Il resto era chiuso ermeticamente.

« Ma perché la seppellì? » chiesi.
« È l’unico modo di proteggere qualcuno » disse Nestor.
Doveva esser messa sotto terra in modo che la terra la risanasse.

Non c’è miglior guaritore della terra; inoltre il Nagual doveva deviare l’influsso della pietra che si era concentrato sulla Gorda. Il terriccio rappresenta uno schermo che non lascia passare nulla né in una direzione né in quella opposta. Il Nagual sapeva che non sarebbe certo stata peggio, a star seppellita nove giorni, anzi le avrebbe solo fatto bene. Come infatti accadde. »

« Gorda, come c si sente a essere seppelliti in quel modo? » chiesi.

« Son quasi impazzita » mi disse. Una mia debolezza. In realtà, se il Nagual non mi avesse cacciata là dentro, sarei morta. Il potere di quella pietra era troppo, per me; era appartenuta a un uomo grande e grosso. Io ero in grado di sentire che aveva avuto le mani grandi il doppio delle mie. La pietra gli era stata cara più della vita, ma alla fine qualcuno lo aveva ucciso. La sua paura mi terrorizzava. Percepivo che qualcuno mi si stava avvicinando per nutrirsi delle mie carni: la stessa sensazione che aveva provato quell’uomo. Uomo di potere, aveva trovato chi, possedendo un potere maggiore, l’aveva sopraffatto.

« Il Nagual disse che, una volta che si viene in possesso di un oggetto del genere, esso porta disgrazia in quanto il suo potere entra in lizza con altri oggetti consimili e il possessore diventa o cacciatore o preda. Il Nagual disse che è nella natura stessa di questi oggetti creare ostilità, poiché quella parte della nostra attenzione che si concentra su di essi e fornisce loro il potere, è una parte molto pericolosa e ostile.

« La Gorda è molto avida » disse Pablito. S’immaginava che, trovando qualcosa che avesse già un grande potere in sé, sarebbe stata a posto in quanto oggi nessuno è interessato a sfidare il potere. »

La Gorda assentì con un movimento del capo.

« Non sapevo che si potessero assumere altre cose, oltre al potere posseduto dagli oggetti continuò. Appena misi il dito nel foro e tenni in palmo la pietra, la mano mi diventò caldissima e il braccio prese a vibrare. Mi sentivo veramente grande e forte. So essere sorniona, così nessuno seppe che tenevo questa pietra in mano. Dopo alcuni giorni iniziò il vero spavento. Potevo sentire che qualcuno stava dietro al padrone della pietra. Provavo il suo terrore. Egli era senza dubbio uno stregone molto potente e chi gli stava dietro non voleva solo ucciderlo ma anche cibarsi delle sue carni. Ero proprio terrorizzata all’idea. Avrei dovuto liberarmi della pietra allora, gettarla via, ma il sentimento che provavo era così nuovo che la tenevo stretta in mano, una vera pazzia. Quando alla fine la buttai via era troppo tardi. Una parte di me era rimasta in trappola. Avevo visioni di uomini che mi venivano addosso, abbigliati con strani paludamenti. Sentivo che mi mordevano, strappandomi le carni delle gambe con affilati coltellini e denti aguzzi. Persi la testa. »

Come spiegò queste visioni don Juan? le chiesi.

Rispose Nestor: « Disse che lei non aveva più difese, e per questo motivo poteva assumersi la fissazione di quell’uomo, la sua seconda attenzione, che era stata riversata nella pietra. Mentre lo stavano uccidendo egli le si era aggrappato per raccogliere tutta la sua concentrazione. Il Nagual disse che il potere dell’uomo gli era uscito dal corpo trasferendosi nella pietra: egli era stato consapevole di quel che faceva, poiché non voleva che i suoi nemici traessero beneficio dal divorargli le carni. Il Nagual disse anche che i suoi uccisori sapevano tutto questo e se lo erano mangiato vivo per impadronirsi di tutto il potere che era rimasto. Dovevano aver sotterrato la pietra per evitare guai. La Gorda e io, come due idioti, l’avevamo trovata e tirata fuori ».

La Gorda scosse la testa tre o quattro volte in segno di assenso. Aveva un’espressione molto seria.

« Il Nagual mi disse che la seconda attenzione è la cosa più forte che ci sia » disse. « Se si concentra in un oggetto, non c’è nulla di più spaventoso. »

« La cosa orribile è che noi ci aggrappiamo alle cose » disse Nestor. « L’uomo che possedeva quella pietra era attaccato alla vita e al potere; ecco perché era terrorizzato al sentirsi mangiar via le carni. Il Nagual disse che se quell’uomo non fosse stato così possessivo e si fosse abbandonato alla morte, quale che ella fosse, non ci sarebbe stata alcuna paura in lui.»

La conversazione languì. Chiesi agli altri se non avevano nulla da dire. Le sorelline mi guardarono di traverso. Benigno si mise a ridere, nascondendo il viso dietro al cappello.

Pablito e io siamo stati alle piramidi di Tula » disse alla fine. « Abbiamo visitato tutte le piramidi che ci sono in Messico. Ci piacciono. »

« Perché le piramidi? » chiesi.

« Non lo so proprio » disse. Forse perché il Nagual Juan Matus ce lo aveva proibito. »

« E tu, Pablito? » chiesi.

« Ci sono andato per imparare » rispose bofonchiando. Poi rise. « Prima abitavo a Tula. Conosco quelle piramidi come le mie tasche. Il Nagual mi disse che anche lui ci aveva abitato. Sapeva tutto sulle piramidi: lui stesso era un tolteco. »

Mi resi conto allora che qualcosa più di una normale curiosità mi aveva spinto a visitare la zona archeologica di Tula. La ragione principale per cui avevo accettato l’invito del mio amico stava nel fatto che, al tempo della mia prima visita alla Gorda e agli altri, mi avevano detto una cosa alla quale don Juan non aveva mai accennato e cioè che egli si considerava culturalmente un discendente dei toltechi. Tula era stato l’antico epicentro dell’impero tolteco.

« Che ne pensi degli Atlantidi che se ne vanno in giro di notte? » chiesi a Pablito.

« Ma certo che girano di notte » mi rispose. «Sono lì da secoli, loro. Nessuno sa chi abbia costruito le piramidi, lo stesso Nagual Juan Matus mi disse che non furono gli spagnoli i primi a scoprirle. Il Nagual diceva che ce ne erano stati altri prima di loro. Solo dio sapeva quanti. »

« Cosa pensi che rappresentino quelle statue di pietra? » chiesi.

« Non sono uomini, ma donne » disse. « Quella piramide è il centro dell’ordine e della stabilità. Quelle figure ne rappresentano i quattro angoli, sono i quattro venti, le quattro direzioni. Sono le fondamenta, le basi della piramide. Devono essere donne, donne virili, se vuoi chiamarle così. Come sai anche tu, noi uomini siamo diversi. Siamo un buon elemento di coesione, un cemento per tenere insieme le cose, ma questo è tutto. Il Nagual Juan Matus diceva che il mistero della piramide sta nella struttura. I quattro angoli sono stati elevati al vertice. La piramide è l’uomo, sostenuto dalle sue guerriere; un maschio che ha innalzato le sue sostenitrici alle posizioni più elevate. Capisci quel che voglio dire? » Dovevo aver mostrato una certa perplessità, perché Pablito si mise a ridere. Era un riso educato.

« No, Pablito, non capisco quel che vuoi dire » dissi. « È che don Juan non mi ha mai detto nulla in proposito. Tutto l’argomento mi risulta completamente nuovo. Per favore, spiegami tutto quello che sai. »

« Gli Atlantidi sono il nagual sono sognatori. Rappresentano l’ordine della seconda attenzione messo in alto; ecco perché sono così terribili e misteriosi. Sono creature di guerra, ma non di distruzione. »

« L’altra fila di colonne, quelle rettangolari, rappresenta l’ordine della prima attenzione, il tonal. Sono cacciatori esperti nell’arte

dell’agguato, ecco perché sono coperti d’iscrizioni. Sono molto pacifici e saggi, al contrario della prima fila. »

Pablito smise di parlare e mi rivolse uno sguardo quasi di sfida, poi si aprì in un sorriso.

Credevo che avrebbe continuato a spiegarmi le sue parole, invece se ne restò silenzioso, come in attesa dei miei commenti. Gli confessai che mi sentivo disorientato e insistei perché continuasse a parlare. Sembrava indeciso, mi guardò per un momento ed emise un profondo sospiro. Aveva appena ricominciato quando le voci degli altri si alzarono in un clamore di protesta.

« Il Nagual l’ha già spiegato a tutti » disse la Gorda con im- pazienza. « Perché glielo fai ripetere un’altra volta? »

Cercai di far capire loro che non avevo proprio nessuna idea di quello che stava dicendo Pablito. Riuscii a convincerlo di continuare la sua spiegazione. Ci fu un’altra ondata di voci confuse, parlavano tutti insieme. A giudicare da come mi squadravano le sorelline, dovevano essere davvero furibonde, specie Lydia.

« Non ci piace parlare di quelle donne » mi disse la Gorda in tono conciliante. « La sola idea delle donne della piramide ci rende tutti nervosi. »

« Ma cosa avete, che c’entrate voi? » chiesi. « Perché vi com- portate in questo modo? »

« Non lo sappiamo rispose la Gorda. « È una sensazione comune, qualcosa che ci mette molto a disagio. Fino a un momento fa, quando hai incominciato a fare domande su quelle donne, stavamo bene. »

L’affermazione della Gorda suonò quasi come un allarme. Si alzarono tutti e avanzarono minacciosamente verso di me, parlando ad alta voce.

Ci misi un bel po’ a calmarli e a farli sedere di nuovo. Le so- relline erano turbate e sembrava che il loro umore influenzasse quello della Corda. I tre uomini sembravano dominarsi meglio. Affrontai Nestor e gli chiesi senza mezzi termini di spiegarmi perché le donne fossero così agitate. Era evidente che, senza volerlo, qualcosa del mio comportamento stava peggiorando la situazione.

« Non riesco davvero a capire cosa sia » disse. « Sono sicuro che nessuno di noi sa cosa gli stia succedendo, a parte il fatto che ci sentiamo tutti depressi e nervosi. »

« È perché stiamo parlando delle piramidi? » gli chiesi.

« Forse » rispose cupamente. « Neanch’io sapevo che quelle fossero statue di donne. »

« Ma certo che lo sapevi, idiota! » lo rimbeccò Lydia.

Nestor sembrò intimidito dalla sua sfuriata. Si ritrasse e mi rivolse un sorriso impacciato.

« Forse lo sapevo » concesse. « Stiamo attraversando un periodo molto strano, nelle nostre esistenze. Nessuno di noi è più sicuro di nulla. Da quando sei arrivato fra noi non ci riconosciamo più. »

Si diffuse un angoscioso stato d’animo. Io insistevo che l’unico modo per uscirne era parlare di quelle misteriose colonne poste sulle piramidi.

Le donne protestarono con veemenza, gli uomini restarono zitti. Ebbi la sensazione che per principio fossero d’accordo con le donne ma che segretamente volessero ritornare sull’argomento, proprio come me.

Chiesi: « Don Juan non vi ha detto null’altro sulle piramidi, Pablito? ».

Era mia intenzione manovrare la conversazione deviando dall’argomento degli Atlantidi ma restandovi vicino.

« Disse che una certa piramide lì a Tula era una guida » rispose Pablito con prontezza.

Dal tono della sua voce dedussi che davvero voleva parlarne. E l’attenzione degli altri apprendisti mi convinse che, sotto sotto, desideravano tutti uno scambio d’opinioni.

« Il Nagual disse che era una guida verso la seconda attenzione, » continuò Pablito « ma fu saccheggiata e tutto venne distrutto. Mi disse che alcune piramidi erano giganteschi esempi di non-fare. Non si trattava di abitazioni ma di posti nei quali i guerrieri potessero sognare ed esercitare la seconda attenzione. Tutto quello che facevano era registrato in figure e disegni che adornavano i muri. »

« In seguito doveva essere sopraggiunta un’altra razza di guerrieri, una razza che non approvava quello che gli stregoni delle piramidi avevano fatto con la seconda attenzione, e che distrusse la piramide e tutto quello che conteneva. »

« Il Nagual credeva che i nuovi guerrieri dovevano essere guerrieri della terza attenzione, proprio come lui, atterriti dalla

malvagità della fissazione della seconda attenzione. Gli stregoni della piramide erano troppo assorti nella loro fissazione per accorgersi di quanto stava succedendo. Quando lo fecero, era troppo tardi. »

Pablito s’era fatto un pubblico. Nella stanza tutti erano affascinati da quanto diceva, me incluso. Capivo le idee che andava esponendo perché don Juan me le aveva già spiegate. Don Juan mi aveva detto che la totalità del nostro essere consiste di due segmenti percettibili. Il primo è il nostro familiare corpo fisico, che possiamo percepire tutti; il secondo è il corpo luminoso, involucro che solo i veggenti riescono a percepire, un involucro che ci dà l’apparenza di gigantesche uova luminose. Mi aveva anche detto che uno dei fini più importanti della stregoneria era quello di giungere all’involucro luminoso; un fine cui si perviene attraverso l’uso raffinato del sogno e attraverso una rigorosa e sistematica applicazione di quello che lui chiamava non- fare. Definiva il non-fare come un’attività non connaturale che interessa la totalità del nostro essere, forzandolo a prendere coscienza del suo segmento luminoso.

Per spiegarmi questi concetti, don Juan mi fece una divisione in tre parti diseguali della nostra coscienza. La più piccola la chiamò «la prima attenzione», e disse che corrispondeva alla coscienza che ogni persona normale ha sviluppato per poter affrontare il mondo di tutti i giorni: essa comprende la consapevolezza del proprio corpo fisico. Un’altra parte, più grande, la chiamò «seconda attenzione», e la descrisse come la consapevolezza di cui abbiamo bisogno per percepire il nostro involucro luminoso e agire come esseri luminosi. Disse che la seconda attenzione resta in secondo piano per tutta la durata della nostra vita a meno che non sia fatta emergere con un esercizio deliberato o per un trauma accidentale, e che comprende la consapevolezza del nostro corpo luminoso. L’ultima parte, la maggiore, la chiamava la «terza attenzione», una coscienza incommensurabile che interessa aspetti indefinibili della consapevolezza del corpo fisico e del corpo luminoso.

Gli chiesi se aveva mai sperimentato la terza attenzione. Mi rispose che vi era giunto vicino e che se mai fosse riuscito a penetrarvi, l’avrei subito saputo perché tutto il suo essere sarebbe diventato quello che lui era veramente, uno scoppio di energia. Aggiunse che il campo di battaglia dei guerrieri era la seconda

attenzione, quasi un terreno per esercitarsi ad arrivare alla terza attenzione. Era uno stato piuttosto difficile da conquistare, ma molto utile una volta raggiunto.

« Le piramidi sono pericolose continuò Pablito. Specie per stregoni indifesi come noi, e, in misura ancora maggiore, per guerrieri senza forma come la Gorda. Il Nagual diceva che non c’era nulla di più pericoloso della malefica fissazione della seconda attenzione. Quando i guerrieri imparano a concentrarsi sul lato debole della seconda atteùzione, nulla può più ostacolarli. Diventano cacciatori d’uomini, vampiri. Anche se non sono più in vita, possono raggiungere la preda attraverso il tempo come fossero comunque presenti, in quel momento; poiché prede noi diventiamo, se entriamo in una di quelle piramidi. Il Nagual le chiamava trappole della seconda attenzione. »

« Cosa ha detto che sarebbe successo, esattamente? » chiese la Gorda.

« Il Nagual disse che forse avremmo potuto sopportare una visita alle piramidi» spiegò Pablito. « Alla seconda saremmo stati presi da una strana depressione. Come un vento gelato che ci avrebbe resi svogliati e stanchi, di una stanchezza che sarebbe diventata presto mala sorte. In men che non si dica saremmo stati tutti affatturati, ci sarebbe potuto accadere di tutto. Infatti il Nagual disse che le nostre continue sfortune dipendevano da questo nostro desiderio di visitare le rovine nonostante le sue raccomandazioni. »

« Eligio, per esempio, non ha mai disobbedito al Nagual. Non sarebbe andato in quei posti neanche morto, lui, e neppure quest’altro Nagual, e tutti e due son sempre stati fortunati, mentre il resto di noi aveva la iettatura, specie la Gorda e io. Non siamo perfino stati morsi dallo stesso cane? E non ci sono forse cadute addosso due volte le stesse travi del tetto, dopo esser marcite?’ »

Questo il Nagual non me l’ha mai spiegato » disse la Gorda.
« Ma sì, figurati » insisté Pablito.
« Se avessi saputo quanto fosse pericoloso, non avrei mai messo

piede in quel maledetto posto » protestò la Gorda.
« Il Nagùal disse le stesse cose a tutti » disse Nestor. « Il

problema è che nessuno di noi ascoltava con attenzione o piuttosto ciascuno lo ascoltava a suo modo e sentiva quel che voleva sentire. »

« Il Nagual disse che la fissazione della seconda attenzione aveva due aspetti. Il primo, il più facile, è quello malvagio. Si presenta quando i sognatori usano il loro sogno per concentrare la seconda attenzione su cose di questo mondo, quali denaro e potere. L’altro aspetto, più difficile da cogliere, si presenta quando il sognatore concentra la seconda attenzione su cose non di questo mondo, come il viaggio nell’ignoto. I guerrieri devono osservare una incessante impeccabilità per cogliere questo aspetto. »

Dissi loro di esser sicuro che don Juan aveva scelto di rivelare certe cose ad alcuni di noi e certe ad altri. Non riuscivo a ricordarmi, per esempio, che don Juan mi avesse mai parlato dell’aspetto malvagio della seconda attenzione. Poi narrai loro cosa mi aveva detto a proposito della fissazione dell’attenzione in generale.

Aveva insistito sul fatto che tutte le rovine archeologiche del Messico, soprattutto le piramidi, erano pericolose per l’uomo moderno. Dipinse le piramidi come espressioni aliene di pensiero e di azione. Disse che ogni oggetto, ogni disegno rappresentava uno sforzo calcolato per registrare aspetti dell’attenzione a noi completamente estranei. Per don Juan non erano solo le rovine di culture passate a contenere in sé elementi di pericolo: qualsiasi cosa fosse stata oggetto di un’attenzione ossessiva aveva un potenziale nocivo.

Una volta ne avevamo discusso a fondo. Era una reazione che lui aveva avuto ad alcuni miei commenti sull’impossibilità di trovare un posto dove tenere al sicuro le mie annotazioni. Provavo un gran senso del possesso a questo proposito ed ero addirittura ossessionato all’idea che non fossero al sicuro.

« Cosa dovrei fare? » gli chiesi.

« Genaro ti ha già dato la soluzione una volta rispose. Come sempre, tu pensavi che scherzasse. Non scherza mai, lui. Ti aveva detto che avresti dovuto scrivere Con la punta di un dito invece che con la matita. Tu non gli hai dato retta, perché non riesci a immaginare come questo corrisponda al non-fare del prendere appunti. »

Ribattei che quanto mi aveva proposto doveva per forza essere uno scherzo. L’immagine che avevo di me era quella di uno studioso di antropologia che doveva registrare ogni cosa detta e fatta per trarne delle conclusioni controllabili. Per don Juan una cosa non aveva nulla

a che fare con l’altra. Essere un serio studioso non aveva nulla a che fare con il prendere appunti. Personalmente non riuscivo a vedere una soluzione: il suggerimento di don Genaro mi sembrava spiritoso, ma non certo una effettiva possibilità.

Don Juan andò avanti a discutere su questo punto. Disse che il prendere note era un modo di occupare la prima attenzione nel compito di ricordare, che io prendevo note allo scopo di ricordare i discorsi e le azioni. La raccomandazione di don Genaro non era uno scherzo poiché lo scrivere con la punta d’un dito su un pezzo di carta, equivalente al non-fare del prendere appunti, avrebbe obbligato la mia seconda attenzione a concentrarsi sul ricordare e non avrei accumulato fogli su fogli di carta. Don Juan pensava che alla fine il risultato sarebbe stato più preciso ed efficace che non lo scrivere appunti. Per quanto ne sapeva, nessuno l’aveva mai fatto, ma il principio era valido.

Insistette perché io lo mettessi in pratica per un certo tempo. Mi sentii a disagio. Prendere appunti aveva l’effetto non solo di un artificio mnemonico, ma serviva anche a rilassarmi. Era il mio sostegno più utile. L’accumulare fogli di carta mi dava un senso di equilibrio e di fermezza.

« Quando ti preoccupi di cosa fare dei tuoi fogli » mi spiegò don Juan « concentri su di essi una pericolosissima parte dite stesso. Tutti noi abbiamo quel lato pericoloso, quella fissazione. Più noi diventiamo forti, più quel lato diventa micidiale. La raccomandazione da fare ai guerrieri è di non aver alcun oggetto materiale su cui concentrare il proprio potere, di concentrano invece sullo spirito, sul vero volo verso l’ignoto, non su scudi volgari. Nel tuo caso, gli appunti sono il tuo scudo. Non ti lasceranno vivere in pace. »

Ero fermamente convinto che non ci fosse alcuna cosa al mondo in grado di staccarmi dalle mie annotazioni, così don Juan escogitò un compito da affidarmi al posto di un vero e proprio non-fare. Disse che per una persona possessiva come me, il modo più adatto per liberarmi dai quaderni d’appunti sarebbe stato di renderli di dominio pubblico nivelandoli a tutti, facendone un libro. Al momento pensai che si trattasse di uno scherzo, una presa in giro ancora maggiore di quella che mi consigliava di scrivere con la punta di un dito.

« La tua mania di attaccarti alle cose, di possederle, non è insolita » disse. « Chiunque voglia seguire la strada dei guerrieri, la via degli stregoni, deve liberarsi di questa fissazione. »

« Il mio benefattore mi disse che un tempo i guerrieri avevano oggetti materiali su cui sfogare le loro ossessioni. E questo fece nascere il problema di quale fosse l’oggetto dotato di maggiore potere e a chi appartenesse. Residui di quegli oggetti sono ancora sparsi qua e là nel mondo, miseri resti di quella corsa al potere. Nessuno sa quale tipo di fissazione essi hanno ricevuto. Uomini infinitamente più potenti dite vi riversarono tutte le varietà della loro attenzione. Tu hai a malapena cominciato a riversare le tue meschine preoccupazioni sui tuoi appunti. Non sei ancora arrivato ad altri livelli di attenzione. Pensa quanto sarebbe orribile se ti ritrovassi al termine del tuo cammino di guerriero con sulle spalle ancora il peso di mucchi di appunti. Per quell’epoca dovranno essere vivi, soprattutto se tu impari a scrivere con la punta di un dito e accumuli ancora fogli. In quelle condizioni non sarei affatto sorpreso se qualcuno trovasse i tuoi mucchi di appunti a spasso per strada. »

« Per me è facile capire perché il Nagual Juan Matus non voleva che noi avessimo alcuna proprietà » disse Nestor quando ebbi finito di parlare. « Noi siamo tutti sognatori. Lui non voleva che noi concentrassimo il nostro corpo sognante sull’aspetto più debole della seconda attenzione. »

« A quel tempo non capivo la ragione dei suoi sforzi. Mi offesi perché mi aveva obbligato a sbarazzarmi di tutto quello che possedevo. Pensavo che non fosse giusto. Credevo che cercasse di evitare che Pablito e Benigno mi invidiassero perché loro non avevano nulla. In confronto io ero ricco. Allora non avevo idea che lui stesse proteggendo il mio corpo sognante. »

Don Juan mi aveva descritto il sognare in vari modi. Ora mi pare che il più oscuro di essi sia quello che lo definisce con maggiore efficacia. Egli diceva che il sognare è intrinsecamente il non-fare del sonno. E come tale il sognare permette a coloro che lo praticano l’uso di quella frazione di vita persa dormendo. E come se il sognatore non dorma più e tuttavia non gliene derivi alcun disturbo. I sognatori non risentono della mancanza di sonno, ma l’effetto del sogno sembra un

protrarsi della veglia, grazie all’uso di un presunto secondo corpo, il

corpo sognante.
Don Juan mi aveva spiegato che il corpo sognante è talora

chiamato il « doppio » o « l’altro » in quanto è una perfetta replica del corpo del sognatore. E sostanzialmente l’energia di un essere luminoso, una emanazione bianca, spettrale, che viene proiettata dalla fissazione della seconda attenzione in un immagine tridimensionale del corpo. Don Juan mi spiegava che il corpo sognante non è un fantasma ma è reale come qualsiasi altra cosa di questo mondo. Diceva che la seconda attenzione è inevitabilmente attirata a concentrarsi sulla totalità del nostro essere come campo di energia e trasforma tale energia in qualsiasi cosa le serva. L’obiettivo più facile è — logico — l’immagine della parte fisica del corpo, che noi conosciamo già a fondo dalla vita di ogni giorno e dall’uso della prima attenzione. Ciò che incanala l’energia della totalità dell’essere a produrre qualsiasi effetto nei limiti del possibile è noto come volontà. Don Juan non era in grado di precisare quali fossero questi limiti; sapeva solo che al livello dell’essere luminoso il campo era tanto vasto che sarebbe stato futile cercare di stabilirne i limiti — quindi l’energia dell’essere luminoso può essere trasformata dalla volontà in qualsiasi cosa.

« Il Nagual diceva che il corpo sognante s’interessa e s’attacca a tutto » disse Benigno. « Non ha senso. Mi disse che gli uomini sono più deboli delle donne perché il corpo sognante di un uomo è più possessivo. »

Le sorelline furono unanimemente d’accordo con un cenno del capo. La Gorda mi guardò e sorrise.

« Il Nagual mi ha detto che sei il re dei possessivi » mi disse. « Secondo Genaro tu saluti persino i tuoi stronzi prima di tirar giù lo sciacquone. »

Le sorelline si piegavano in due dal gran ridere. I Genaros facevano sforzi evidenti per trattenersi. Nestor, seduto accanto a me, mi diede una pacca sulle ginocchia.

« Il Nagual e Genaro ce ne raccontavano delle belle su di te » disse. « Per anni ci hanno divertito parlandoci di un tipo strano di loro conoscenza. Ora sappiamo che si trattava di te. »

Mi assalì un’ondata d’imbarazzo. Era come se don Juan e don Genaro mi avessero tradito, ridendo di me davanti agli apprendisti. L’imbarazzo fu sostituito dall’autocommiserazione. Cominciai a lamentarmi. Dissi chiaro e tondo che mi erano stati messi contro, perché pensassero che ero pazzo.

« Non è vero » disse Benigno. « Siamo contenti che tu sia con noi. »

« Ah sì? » saltò su Lydia.

Si lanciarono tutti in un’accalorata discussione. Gli uomini non erano d’accordo con le donne. La Gorda non si unì a nessuno dei due gruppi. Se ne restava seduta ai mio fianco, mentre gli altri si erano alzati e vociavano.

« Stiamo attraversando un periodo difficile » mi disse la Gorda a bassa voce. « Abbiamo fatto un gran sognare eppure non è sufficiente per i nostri bisogni. ».

« Quali sono i vostri bisogni, Gorda? » chiesi.

« Non lo sappiamo » disse. Speravamo che ce l’avresti detto tu. » Le sorelline e i Genaros si sedettero di nuovo per ascoltare quello che mi stava dicendo la Gorda.

« Abbiamo bisogno di un capo continuò. « Tu sei il Naguai ma non sei un capo. »

« Ci vuoi tempo per diventare un perfetto Nagual » disse Pablito.

« Il Nagual Juan Matus in persona mi disse che anche lui da giovane era una merda, ma poi accadde qualcosa che lo strappò alle proprie compiacenze. »

« Non ci credo » urlò Lydia. A me non l’ha mai detto. »

« A me disse che era molto scadente » aggiunse la Gorda sottovoce.

« Il Nagual mi disse che in gioventù era un menagramo, proprio come me » disse Pablito. « Il suo benefattore gli aveva ordinato di non mettere piede tra quelle piramidi e proprio per questo lui in pratica ci viveva finché non lo scacciarono un’infinità di fantasmi. »

Evidentemente nessun altro conosceva la storia. Si fecero attenti. « Me ne ero del tutto dimenticato » spiegò Pablito. « M’è venuto in mente solo adesso. Proprio identico a quel che è capitato alla Gorda. Un giorno, dopo che il Nagual era finalmente diventato un guerriero senza forma, le maligne fissazioni di quei guerrieri che avevano

praticato il loro sognare e altri non-fare nelle piramidi si misero sulle sue tracce. Lo trovarono mentre era al lavoro in un campo. Mi disse di aver visto una mano sporgersi dalla terra smossa di un solco appena aperto e afferrargli una gamba dei pantaloni. Pensò che si trattasse di un suo compagno di lavoro, seppellito per errore, e cercò di trarlo fuori. S’accorse però che stava scavando in una bara di terriccio nella quale era sepolto un uomo. Il Nagual diceva che l’uomo era molto magro e scuro e non aveva capelli. Il Nagual, tutto affannato, cercò di rabberciare la bara di terriccio. Non voleva che i suoi compagni di lavoro vedessero e non voleva fare del male all’uomo tirandolo fuori contro la sua volontà. Stava lavorando con tale accanimento che non s’accorse nemmeno che i compagni gli si erano radunati intorno. A quel punto ormai il Nagual disse che la bara s’era disfatta e l’uomo scuro giaceva scompostamente sul fondo, nudo. Il Nagual cercò di aiutarlo a rialzarsi e chiese agli altri uomini di dargli una mano. Quelli gli risero in faccia. Pensarono che fosse ubriaco, che avesse il delirium tremens, perché nel campo non c’era nessun uomo, nessuna bara di terriccio o roba del genere. »

« Il Nagual disse che s’era sentito molto scosso ma non aveva osato raccontare l’accaduto al suo benefattore. Ciò non ebbe molta importanza in quanto la notte un’orda intera di fantasmi lo assalì. Dopo che qualcuno ebbe bussato, lui andò ad aprire la porta e un nugolo di uomini nudi con gialli occhi fosforescenti irruppe nella stanza. Lo scaraventarono sul pavimento e gli si ammucchiarono sopra. Gli avrebbero spappolato ogni osso del corpo se non fosse stato per il rapido intervento del suo benefattore. Egli vide i fantasmi e trasse in salvo il Nagual grazie a una buca scavata nel terreno sul retro della casa e che egli teneva pronta per eventuali necessità. Vi seppellì il Nagual mentre i fantasmi si acquattavano tutto intorno aspettando un’occasione propizia. Il Nagual mi disse che era talmente terrorizzato da tornarsene ogni sera a dormire nella bara di terra di sua iniziativa anche molto tempo dopo che i fantasmi si erano volatilizzati. »

Pablito tacque. Sembravano tutti pronti ad andarsene. Si agitavano e cambiavano posizione come per mostrare che si erano stancati di star seduti.

Allora dissi loro che ero rimasto molto turbato all’udire il racconto del mio amico riguardo le passeggiate notturne degli

Atlantidi tra le piramidi di Tula. Non mi ero reso conto di come avessi accolto gli insegnamenti ricevuti fino allora da don Juan e don Genaro. Mi accorsi che avevo sospeso qualsiasi giudizio, anche se mi era chiaro che la possibilità che quelle colossali figure di pietra potessero camminare non entrava affatto nel regno delle speculazioni scientifiche. Questa mia reazione mi sorprendeva.

Spiegai loro, in ogni minimo dettaglio, che l’idea che gli Atlantidi camminassero di notte era un chiaro esempio della fissazione della seconda attenzione. Ero arrivato a questa conclusione usando il seguente gruppo di premesse: primo, che non siamo soltanto quello che il nostro buon senso ci spinge a credere. In realtà, siamo esseri luminosi, capaci di prendere consapevolezza della nostra luminosità. Secondo, che come esseri luminosi consci della nostra luminosità, sia- mo in grado di dispiegare differenti varietà della nostra con- sapevolezza, o attenzione, come la chiamava don Juan. Terzo, che tale dispiegamento può realizzarsi attraverso uno sforzo deliberato, come cercavamo di fare noi, o per caso, con un trauma fisico. Quarto, che c’era stato un tempo in cui volutamente gli stregoni fissavano differenti varietà della loro attenzione su oggetti materiali. Quinto, che gli Atlantidi, a giudicare da quella dislocazione così imponente, dovevano essere stati oggetto della fissazione di stregoni di tempi passati.

Dissi che il custode che aveva fornito quelle informazioni al mio amico aveva senza dubbio spiegato un’altra varietà della sua attenzione; poteva essere diventato involontariamente, anche solo per un momento, il ricettore di una proiezione della seconda attenzione degli stregoni. Per me non era quindi così assurdo pensare che il custode potesse aver visualizzato la fissazione di quegli stregoni.

Se quegli stregoni appartenevano alla stessa tradizione di don Juan e don Genaro, dovevano esser stati impeccabili nelle loro pratiche, nel qual caso non c’erano limiti a quello che avrebbero potuto conseguire con la fissazione della seconda attenzione. Se era loro intenzione far camminare gli Atlantidi di notte, ebbene, gli Atlantidi di notte avrebbero camminato. Mentre parlavo, le tre sorelline divennero sempre più agitate e furibonde con me. Quando smisi, Lydia mi accusò di non fare altro che parlare. Poi si alzarono tutte e tre e uscirono senza neanche salutare. Gli uomini le seguirono,

ma si fermarono sulla soglia e mi diedero la mano. La Gorda e io restammo nella stanza.

« In quelle donne c’è qualcosa che proprio non va dissi. »

« No. Sono soltanto stanche di parole » rispose la Gorda. « Da te s’aspettano un po’ d’azione. »

« E come mai i Genaros non sono stanchi di parole? » chiesi.
« Sono più stupidi delle donne, loro » rispose seccamente.
« E tu, Gorda? » le chiesi. « Sei stanca di parole anche tu? »
« Io non so quel che sono » disse con solennità. « Quando sto con

te non lo sono, ma quando sto con le sorelline divento stanca morta, proprio come loro. »

Durante i giorni che seguirono, privi di particolari avvenimenti, io mi fermai con loro, e risultò chiaro che le sorelline mi erano totalmente ostili. I Genaros mi tolleravano senza fare storie. Solo la Gorda sembrava stare dalla mia parte. Cominciai a chiedermi perché. Lo domandai a lei prima di partire per Los Angeles.

« Non so come questo sia possibile, ma mi sono abituata a te » mi rispose. « E come se noi due fossimo insieme mentre le sorelline e i Genaros si trovano in un mondo diverso. »

sponsabilità che generava una tensione insostenibile. Avevo accettato

la funzione di capo che gli apprendisti credevano mi appartenesse, ma 2 non avevo alcuna idea di quel che dovessi fare.

VEDERE INSIEME

Per parecchie settimane dopo il mio ritorno a Los Angeles provai un senso di lieve disagio che cercai di minimizzare attribuendolo a capogiri o a un’improvvisa mancanza di respiro dovuta allo sforzo fisico. Questo mio stato toccò la punta massima una notte quando mi svegliai atterrito, incapace di respirare. Il medico che consultai diagnosticò il disturbo come iperventilazione, con molta probabilità causata da eccessiva tensione. Mi prescrisse un tranquillante e mi suggerì di respirare in un sacchetto di carta qualora l’attacco si fosse ripetuto.

Decisi di tornare in Messico per chiedere consiglio alla Gorda. Dopo che le ebbi riferito la diagnosi del dottore, mi assicurò con tutta calma che non si trattava affatto d’una malattia, che finalmente stavo perdendo le mie difese e che l’esperienza attraverso cui stavo passando era quella della perdita della mia forma umana e dell’ingresso in un nuovo stato di separazione dagli umani affari.

« Non cercare di opporti » disse. « La nostra reazione naturale è di lottare, e facendo così creiamo ostacoli. Dimentica la paura e segui passo per passo la perdita della tua forma umana. » Aggiunse che nel suo caso la disintegrazione della forma era iniziata dall’utero, con fortissimi dolori e un’insolita pressione che lentamente le si spostavano in due direzioni, giù per le gambe e su per la gola. Mi disse anche che gli effetti si sentono subito.

Io volevo registrare ogni sfumatura della mia entrata nel nuovo stato. Mi preparai a scrivere un resoconto particolareggiato di tutto quel che sarebbe successo, ma con mio enorme dispiacere tutto finì lì. Dopo alcuni giorni di infruttuosa attesa rinunciai alle spiegazioni della Gorda e conclusi che il medico aveva diagnosticato esattamente la mia condizione. Potevo spiegarmela benissimo. Mi ero sobbarcato una re-

La mia tensione si manifestò in una forma ancora più grave. Il mio consueto livello di energia stava rapidamente calando. Don Juan avrebbe detto che stavo perdendo il mio potere personale e che alla fine avrei perso anche la vita. Don Juan mi aveva indirizzato a vivere solo attraverso il potere personale, che io interpretavo come uno stato dell’essere, una relazione di ordine tra il soggetto e l’universo, una relazione che non si può infrangere senza arrivare alla morte del sog- getto. Poiché non c’era nessun prevedibile mezzo per cambiare questa situazione, avevo concluso che non m’aspettava altro che la fine. La mia sensazione d’essere finito sembrava mandare su tutte le furie gli apprendisti. Decisi di allontanarmi da loro un paio di giorni per fugare la mia tetraggine e la loro tensione.

Quando ritornai li trovai in piedi fuori del portone della casa delle sorelline, quasi fossero li ad attendermi. Nestor venne correndo fino alla macchina e prima ancora che avessi spento il motore si precipitò a dirmi che Pablito era scappato. Era andato a morire nella città di Tula, il luogo dei suoi antenati, disse Nestor. Ne fui atterrito. Mi sentivo colpevole.

La Gorda non condivideva le mie preoccupazioni. Era raggiante, trasudava soddisfazione.

« Quel ruffianello sta meglio da morto » disse. « Ora vivremo tutti d’accordo, come si dovrebbe. Il Nagual ci disse che tu avresti portato un cambiamento nella nostra vita. Be’, l’hai fatto. Pablito non è più qui a rompere. Te ne sei sbarazzato. Guarda come siamo felici. Stiamo meglio senza di lui. »

Mi sentivo. offeso dalla sua insensibilità. Dichiarai in tono fermo che don Juan aveva dato a tutti noi, con estrema coscienziosità, il modello di vita del guerriero. Puntualizzai che l’impeccabilità del guerriero richiedeva che io non lasciassi morire Pablito in quel modo.

« E cosa pensi di fare? » chiese la Gorda.

« Sceglierò uno di voi che vada a vivere con lui, » risposi fino al giorno in cui tutti voi, incluso Pablito, potrete lasciare questo posto. Mi risero in faccia, perfino Nestor e Benigno, che io ritenevo fossero

più vicini a Pablito. La Gorda rise più a lungo degli altri, certo per sfidarmi.

Mi rivolsi a Nestor e a Benigno, per trovare un aiuto morale. I due volsero lo sguardo altrove.

Feci appello alla maggiore comprensione della Gorda. La supplicai. Usai tutti gli argomenti che potei trovare. Lei mi guardava con profondo disprezzo.

Su, muoviamoci » disse agli altri.

Mi rivolse il più vacuo dei sorrisi. Si strinse nelle spalle e increspò appena le labbra in un’espressione vaga.

« Se vuoi venire con noi, sei il benvenuto, » disse « purché non faccia domande o parli di quel ruffianello. »

« Gorda, tu sei una guerriera senza forma, me l’hai detto tu stessa » dissi. « Perché, allora, giudichi Pablito? »

La Gorda non rispose, ma accusò il colpo. Si accigliò ed evitò il mio sguardo.

« La Gorda è con noi! » urlò Josefina con voce acutissima. Le tre sorelline si raccolsero attorno alla Gorda e la tirarono in casa. Le seguii. Anche Nestor e Benigno entrarono.

« Che hai intenzione di fare, prendere uno di noi con la forza? » chiese la Gorda.

Dichiarai a tutti che consideravo mio dovere aiutare Pablito e che avrei fatto lo stesso per chiunque di loro.

« Credi proprio di farcela? » chiese la Gorda, con occhi fiammeggianti d’indignazione.

Volevo urlare dalla rabbia, come avevo fatto una volta in loro presenza, ma le circostanze erano cambiate. Non potevo farlo.
« Prenderò con me Josefina » dissi. « Io sono il Nagual. »

La Gorda abbracciò le tre sorelline e fece loro scudo col suo corpo. Stavano per prendersi per mano. Qualcosa mi diceva che, se l’avessero fatto, la loro forza riunita sarebbe stata tremenda, e inutili i miei sforzi per prendere Josefina. La mia unica possibilità era di colpire prima che potessero stringersi in gruppo. Spinsi Josefina con il palmo delle mani e la mandai barcollante al centro della stanza. Colpii Lydia e Rosa prima che avessero il tempo di riformare il gruppo. Si piegarono in due per il dolore. La Gorda mi assalì con furia. Non l’avevo mai vista così. Fu come l’attacco di una bestia selvaggia. Si

concentrò tutta in un unico colpo inferto con il corpo. Se mi avesse preso, sarei stato ucciso. Mi mancò di un paio di centimetri il torace. La afferrai alle spalle abbrancandola con una cintura anteriore e cademmo a terra. Continuammo a rotolarci l’uno sull’altro finché non fummo esausti. Il corpo le si rilassò. Cominciò ad accarezzarmi il dorso delle mani, ancora strettamente avvinghiate sul suo stomaco.

Mi accorsi che Nestor e Benigno stavano in piedi vicino alla porta. Sembravano tutti e due sul punto di star male. La Gorda sorrise timidamente e mi sussurrò all’orecchio quanto fosse contenta che l’avessi vinta.

Portai Josefina da Pablito. Sapevo che era l’unica tra gli apprendisti ad avere bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lei ed era quella che meno irritava Pablito. Ero sicuro che il suo senso di cavalleria l’avrebbe obbligato a porgerle aiuto finché ne avesse avuto bisogno.

Un mese più tardi andai ancora in Messico. Pablito e Josefina erano tornati. Vivevano insieme nella casa di don Genaro, che dividevano con Benigno e Rosa. Nestor e Lydia abitavano da Soledad e la Gorda stava da sola nella casa delle sorelline.

« Ti sorprende la nostra nuova sistemazione? » mi chiese la Gorda. La mia sorpresa era più che evidente. Volevo conoscere quel che implicava la nuova sistemazione.

La Gorda mi lasciò capire in tono asciutto che non c’erano altre implicazioni di cui fosse al corrente. Avevano scelto di vivere in coppia, ma non come coppie. Aggiunse che, al contrario di quanto potessi pensare, erano tutti guerrieri impeccabili.

Il nuovo modello era abbastanza gradevole. Sembrava che ciascuno fosse completamente a suo agio. Non c’erano più bisticci o scoppi di rivalità fra di loro. Avevano anche preso a vestirsi con il costume indio tipico della regione. Le donne indossavano abiti con le gonne tutte arricciate, che arrivavano quasi a terra. Avevano scialli scuri e i capelli a treccia, tranne Josefina che portava sempre il cappello. Gli uomini avevano camicia e calzoni bianchi di tela sottile, quasi dei pigiami, e cappelli di paglia. Tutti portavano sandali fatti a mano.

Chiesi alla Gorda le ragioni di questo nuovo modo di vestire. Disse che si stavano preparando a partire. Prima o poi, con il mio aiuto o da soli, avrebbero abbandonato quella valle. Sarebbero andati verso un nuovo mondo, una nuova vita. Quando l’avessero fatto, avrebbero percepito il cambiamento; quanto più a lungo avessero portato le vesti indiane, tanto più drastico sarebbe stato il mutamento quando avrebbero indossato abiti da città. Aggiunse che era stato loro insegnato a essere mutevoli, a proprio agio in qualsiasi situazione si trovassero, e che anch’io avevo appreso lo stesso insegnamento. Dovevo dimostrarmi capace di trattarli con serenità, quale che fosse il loro comportamento verso di me. A loro volta, dovevano dimostrarsi capaci di lasciare la loro valle e stabilirsi altrove, per vedere se potevano essere mutevoli come dovrebbero essere i guerrieri.

Le chiesi quale fosse onestamente la sua opinione sulle re- ciproche probabilità di successo. Rispose che il fallimento era scritto a chiare lettere sui nostri volti.

La Gorda cambiò brusca argomento, e mi disse che nel suo sognare si era trovata a contemplare una gigantesca e stretta gola fra due enormi montagne rocciose; pensava di aver riconosciuto le due montagne, e voleva che l’accompagnassi con la macchina in una città vicina. Credeva, senza sapere il perché, che le due montagne si trovassero lì, e che il messaggio del sogno fosse che dovessimo andarci tutti e due.

Partimmo al primo levar del sole. Avevo attraversato quella città già un’altra volta. Era molto piccola, e non avevo mai notato nulla nelle vicinanze che assomigliasse sia pur minimamente alla visione della Gorda. Intorno c’erano solo colline franose. Risultò che le due montagne non erano lì, o, se c’erano, non riuscimmo a trovarle.

Durante le due ore che passammo in quella città, tuttavia, entrambi avemmo la sensazione di essere a conoscenza di qualcosa di indefinito, una sensazione che ogni tanto si tramutava in certezza per ridiventare di nuovo dubbio e finire solo in fastidio e frustrazione. La visita della città ci turbò in modo misterioso; o, piuttosto, per ragioni sconosciute fummo presi da una profonda agitazione. Mi trovavo alle prese con un conflitto quanto mai illogico. Non ricordavo di essermi mai fermato in quella città, però avrei giurato che non solo c’ero già

stato ma ci avevo anche abitato per un certo periodo. Non era un ricordo nitido; non riconoscevo le strade o le case. Quello che sentivo era una vaga ma forte apprensione che qualcosa sarebbe diventato chiaro nella mia mente. Non sapevo cosa, forse un ricordo. Ogni tanto quella vaga apprensione ingigantiva, specie quando scorsi una certa casa. Parcheggiai proprio di fronte. La Gorda e io la osservammo dal- la macchina per forse un’ora e tuttavia né lei né io proponemmo di scendere dall’auto per entrarvi.

Eravamo entrambi estremamente tesi. Cominciammo a parlare della sua visione delle due montagne; la conversazione si tramutò presto in discussione. Lei pensava che non avessi preso sul serio il suo sogno. Il nostro cattivo umore esplose e finimmo per urlare uno contro l’altro, non tanto per effetto dell’ira, quanto del nervosismo. Me ne accorsi e smisi. Al ritorno parcheggiai la macchina .su un lato della strada battuta. Uscimmo per sgranchirci le gambe. Camminammo un po’; c’era troppo vento per goderci la sosta. La Gorda sembrava ancora agitata. Tornammo a sederci in macchina.

« Se soltanto tu volessi concentrare tutta la tua conoscenza » disse la Gorda in tono supplichevole. « Sapresti che chi ha perso la forma umana… »

Si fermò a metà frase; il mio cipiglio doveva averla bloccata. Era conscia della mia lotta. Se ci fosse stata in me qualche conoscenza che avrei consciamente potuto richiamare, l’avrei già fatto. « Ma noi siamo esseri luminosi » continuò nello stesso tono supplichevole. « Ci sono tante altre cose, in noi. Tu sei il Nagual. Tu ne hai ancora di più.»

« Cosa pensi che debba fare? » chiesi.

« Devi smetterla con il tuo attaccamento alle cose » disse. « A me è accaduto proprio lo stesso. Ero attaccata a tutto, per esempio, al cibo che mi piaceva, alle montagne dove abitavo, alla gente con cui mi divertivo a parlare. Ma soprattutto ero attaccata alla voglia di essere amata. »

Le dissi che il suo consiglio per me non aveva senso, in quanto non avevo coscienza di essere attaccato a nulla. Insistette che in qualche modo dovevo sapere che mi stavo creando ostacoli al processo per la perdita della mia forma umana.

« La nostra attenzione è esercitata a concentrarsi con tenacia » continuò. « Questo è il modo con cui sosteniamo il mondo. La nostra prima attenzione ha appreso a concentrarsi su qualcosa che è del tutto estraneo a me, ma molto familiare a te. »

Le dissi che la mia mente vive fra le astrazioni — non astrazioni come la matematica, per esempio, ma piuttosto asserzioni di logica.

« Oramai è tempo di lasciare andare ogni cosa » disse. Per perdere la tua forma umana devi abbandonare tutta questa zavorra. Hai così paura di sbilanciarti che resti paralizzato. »

Non ero nell’umore giusto per discutere. Quello che lei chiamava perdere la forma umana era un concetto troppo vago perché io lo prendessi subito in considerazione. Mi preoccupava poi quello che avevamo trovato in quella città. La Gorda non ne volle parlare.

« L’unica cosa che conti è che ti decida a concentrare la tua conoscenza » insistette. « Puoi farlo, se ne senti la necessità, come quel giorno in cui Pablito fuggì via e noi due ce le siamo date. »

La Gorda disse che quanto era successo quel giorno era un esempio di come si può concentrare la propria conoscenza. Senza essere del tutto cosciente di quello che facevo, avevo compiuto delle complesse manovre che richiedevano di vedere.

« Non è che tu ci abbia assalito » disse. « Tu hai visto. »

Aveva ragione, in un certo senso. In quell’occasione era successo qualcosa di assolutamente straordinario. L’avevo riesaminato a fondo, confinandolo tuttavia a considerazioni puramente personali. Non ne avevo trovato una spiegazione adeguata, salvo a dire che la carica emotiva del momento aveva avuto su di me un effetto impensabile.

Quando, entrato in casa delle quattro donne, me le trovai di fronte, mi accorsi nella frazione di un secondo che ero in grado di mutare i miei mezzi di percezione ordinari. Mi vidi davanti quattro bolle amorfe che emettevano una intensissima luce ambrata. Una di esse era più calda, più cordiale. Le altre tre erano bagliori ostili, freddi, biancastri. Il bagliore caldo era la Gorda. E in quel momento i tre bagliori ostili stavano profilandosi minacciosamente su di lei.

La bolla di luminosità biancastra più vicina a me, che era Josefina, si trovava un po’ sbilanciata. Era inclinata, così le diedi una spinta. Poi diedi un calcio alle altre due in una depressione che ciascuna aveva sul fianco destro. Non avevo una idea cosciente che

col piede dovessi colpire proprio lì. Trovai solo che quell’incavo mi andava bene — in qualche modo mi invitava a metterci dentro il piede. Il risultato fu devastante. Lydia e Rosa svennero di colpo. Le avevo colpite alla coscia destra. Non era un calcio che potesse rompere le ossa, mi ero limitato a spingere davanti a me col piede le bolle di luce. Cionondimeno, fu come se avessi inferto loro un terribile colpo nella parte più vulnerabile del corpo.

La Gorda aveva ragione. Avevo richiamato una conoscenza di cui non ero consapevole. Se questo si chiamava vedere, la conclusione logica per il mio intelletto sarebbe stata l’affermazione che il vedere è una conoscenza del corpo. Il predominio del senso visivo influenza in noi la conoscenza del corpo e la fa sembrare collegata con la vista. Ma quello che avevo sperimentato non era del tutto visuale. Io vidi le bolle di luce con qualcosa che stava al di là dei miei occhi, poiché ero conscio che le quattro donne restarono nel mio campo visivo per tutto il tempo in cui ebbi a che fare con loro. Né le bolle di luce si sovrapponevano a esse. Le sue serie di immagini erano separate. Quello che mi complicava le cose era la questione del tempo. Tutto era compresso nello spazio di pochi secondi. Se mi fossi spostato da una scena all’altra, questo spostamento avrebbe dovuto essere così rapido da non avere più senso, per cui posso solo ricordarmi di averne percepito due contemporaneamente. Dopo che ebbi preso a calci le due bolle di luce, la più calda — la Gorda — mi si avvicinò. Non si diresse verso di me, ma si spostò alla mia sinistra, man mano che si muoveva; ovvio, intendeva evitarmi, cosicché quando la bolla mi sfiorò la afferrai. Mentre continuavo a rotolarmici insieme sul pavimento, sentii che mi stavo fondendo in essa. Questo fu l’unico momento in cui persi coscienza della continuità del tempo. Tornai in me di nuovo mentre la Gorda stava accarezzandomi il dorso delle mani.

« Nei nostri sogni le sorelline e io abbiamo imparato a con- giungere le mani » disse la Gorda. « Sappiamo come creare un unico fronte. Quel giorno il nostro problema era che non avevamo mai fatto questo fuori della nostra camera. Ecco perché mi trascinarono dentro. Il tuo corpo sapeva che cosa significasse per noi congiungere le mani. Se l’avessimo fatto, io sarei stata sotto il loro controllo. Esse sono molto più violente di quanto non sia io. I loro corpi sono rigidamente

sigillati, il sesso non le interessa. A me sì. Questo mi rende debole. Sono sicura che è il tuo interesse per il sesso che ti rende così difficile radunare la tua conoscenza.

Continuò a parlare degli effetti debilitanti della vita sessuale. Mi sentivo a disagio. Cercai di sviare la conversazione da quell’argomento, ma lei sembrava determinata a tornarvi sopra, malgrado il mio imbarazzo.

« Andiamo insieme a Città del Messico » proposi in preda alla disperazione.

Pensavo di scandalizzarla. Non rispose. Strinse le labbra socchiudendo gli occhi. Contrasse i muscoli del mento, spingendo il labbro superiore finché le sporse sotto il naso. Il viso le si contrasse tanto da sorprendermi. Lei reagì alla mia sorpresa e allentò i muscoli facciali.

« Su, Gorda » dissi. « Andiamo a Città del Messico. »
« Certo. Perché no? » disse. « Cosa mi serve? »
Non mi aspettavo questa reazione, e finii con il rimanere di sasso

io.
« Nulla » dissi. « Andiamo così come siamo. »
Senza aggiungere parola si abbandonò sul sedile e partimmo

verso Città del Messico. Era ancora presto, non era neppure mezzogiorno. Le chiesi se avrebbe osato venire a Los Angeles con me. Rimase sovrappensiero per un momento.

« L’ho appena chiesto al mio corpo luminoso » disse.
« Cosa ha risposto? »
« Ha detto: “Solo se il potere te lo permette”.»
C’era una tale ricchezza di sensazioni nella sua voce che fermai la

macchina e l’abbracciai. Il mio affetto per lei in quel momento era così profondo che ne fui spaventato. Non aveva nulla a che fare con il sesso, o il bisogno di un aiuto psicologico; era un sentimento che trascendeva tutto quello che conoscevo. L’abbraccio della Gorda mi riportò quell’impressione che avevo avuto prima. Stava per venire a galla qualcosa che era stato rinchiuso, confinato in angoli che io non potevo raggiungere coscientemente. Ero sul punto di scoprire cosa fosse, ma lo persi quando tentai di afferrarlo.

La Gorda e io arrivammo nella città di Oaxaca nelle prime ore della sera. Parcheggiai la macchina in una via laterale e ci dirigemmo a piedi verso il centro, verso la plaza. Cercammo la panchina dove

erano soliti sedersi don Juan e don Genaro. Era vuota. Ci sedemmo in reverente silenzio. Alla fine la Gorda disse di essere venuta lì parecchie volte con don Juan e anche con un’altra persona che non riusciva a ricordare. Non era sicura che non fosse soltanto un sogno.

« Che cosa facevi con don Juan su questa panchina? » le domandai.

« Nulla. Stavamo semplicemente seduti ad aspettare l’autobus, o l’autocarro del legname che ci avrebbe dato un passaggio fino in montagna » rispose.

Le dissi che .quando io mi sedevo lì con don Juan parlavamo per ore e ore.

Le riferii il grande amore che aveva per la poesia, e come io ero solito leggergli qualcosa qùando non avevamo nient’altro da fare. Ascoltava le poesie con il presupposto che solo la prima strofa, o talvolta la seconda, valesse la pena di essere letta; il resto lo considerava puro compiacimento del poeta. C’erano pochissimi componimenti, delle centinaia che devo avergli letto, che stette a sentire da capo a fondo. All’inizio gli leggevo quello che piaceva a me; le mie preferenze andavano alla poesia astratta, complessa, cerebrale. In seguito mi fece leggere e rileggere quello che piaceva a lui. Secondo lui una poesia doveva essere compatta, possibilmente breve. E doveva essere composta di immagini precise e nitide di estre- ma semplicità. Nel tardo pomeriggio, seduti su quella panchina di Oaxaca, una poesia di Cesar Vallejo sembrava assumere ogni volta per lui un particolare senso di nostalgia. La recitai alla Gorda a memoria, non tanto per beneficio suo quanto mio.

Mi chiedo cosa stia facendo a quest’ora
la mia dolce Rita delle Ande,
dei canneti e dei ciliegi selvatici.
Ora che questo tedio mi soffoca e il sangue mi si è assopito, pigra acquavite del mio essere.

Mi chiedo cosa stia facendo con quelle mani che, quasi in penitenza,
eran solite stirare inamidati candori,
nei pomeriggi.

Ora che questa pioggia mi porta via il desiderio di continuare.

Mi chiedo che ne è della sua gonna con gli smerli;
dei suoi travagli; della sua andatura;
del suo profumo di canna da zucchero primaverile, di là.

Dev’essere sulla soglia, intenta a guardare una nuvola veloce. Un uccello di macchia sui tegoli del tetto manda un richiamo; e con un brivido lei dirà, alla fine: « Gesù, che freddo! ».

Il ricordo di don Juan era vivo in modo incredibile. Non era un ricordo a livello dei miei pensieri, né a livello dei miei sentimenti coscienti. Era uno sconosciuto tipo di ricordo che mi faceva piangere. Le lacrime mi scorrevano sulle guance, ma non mi portavano nessuna consolazione.

L’ultima ora del pomeriggio aveva sempre avuto un significato speciale per don Juan. Avevo accettato la sua considerazione per quest’ora, e la sua convinzione che se mai qualcosa di importante dovesse succedermi, sarebbe successo in quei momenti.

La Gorda mi posò il capo sulla spalla. Io appoggiai il mio al suo. Rimanemmo per un po’ in quella posizione. Mi sentivo calmo; l’agitazione era stata scacciata via. Strano che il semplice atto di appoggiare la mia testa a quella della Gorda mi apportasse tanta pace. Volevo scherzare e dirle che avremmo dovuto legarle assieme. Poi capii che mi avrebbe preso sul serio. Il mio corpo fu scosso dalle risa, e mi resi conto che stavo dormendo, eppure avevo gli occhi aperti; se l’avessi davvero voluto, avrei potuto alzarmi in piedi. Non volevo muovermi, così me ne rimasi lì completamente sveglio eppure addormentato. Vedevo la gente che passava e ci guardava stupita. Non me ne importava neanche un po’. Di solito mi avrebbe dato fastidio essere osservato. Ma a un tratto tutte le persone dinanzi a me si mutarono in enormi bolle di luce bianca. Per la prima volta in vita mia avevo di fronte uova luminose in forma sostenuta! Don Juan mi aveva detto che gli esseri umani appaiono a chi vede come uova luminose. Avevo già provato accenni di quella percezione, ma non avevo mai concentrato la mia vista su di essi come stavo facendo quel giorno.

All’inizio le bolle di luce erano piuttosto amorfe come se non fossi riuscito a mettere a fuoco lo sguardo. Ma poi, all’improvviso, fu come se avessi regolato la vista, e le bolle di luce bianca divennero oblunghe uova luminose. Ed erano davvero grandi, enormi, alte forse due metri e larghe uno, se non di più.

A un certo punto mi accorsi che le uova non si muovevano più. Vidi di fronte a me una densa massa luminosa. Le uova mi stavano esaminando; torreggiavano pericolosamente sopra di me. Decisi di muovermi e mi posi a sedere con la schiena dritta. La Gorda dormiva sodo, appoggiata alla mia spalla. Attorno a noi si era formato un capannello di ragazzi. Dovevano aver pensato che fossimo ubriachi. Ci stavano scimmiottando. Il più audace di loro stava palpando il seno della Gorda. La scossi, svegliandola. Ci alzammo in fretta e ce ne andammo. Quelli ci seguirono schernendoci e urlando oscenità. La presenza di un poliziotto all’angolo li dissuase dal continuare a molestarci. Camminammo in completo silenzio dalla plaza al posto dove avevo parcheggiato. Era quasi buio. All’improvviso la Gorda mi afferrò il braccio. Aveva gli occhi sbarrati, la bocca aperta.

« Guarda! Guarda! » mi urlò. « Ecco il Nagual e Genaro! »

Vidi due uomini che giravano l’angolo di un lungo isolato davanti a noi. La Gorda spiccò una rapida corsa. Correndole dietro le chiesi se fosse sicura. Era fuori di sé. Mi disse che quando aveva alzato gli occhi, sia don Juan sia Genaro la stavano guardando. Nel momento in cui il suo sguardo aveva incontrato il loro, essi si erano mossi.

Quando anche noi raggiungemmo l’angolo, i due uomini erano ancora alla stessa distanza da noi. Non potevo distinguerne i tratti del volto. Erano vestiti come contadini messicani. Portavano cappelli di paglia. Uno era ben piantato, come don Juan, l’altro magro, come don Genaro. I due girarono un altro angolo, e noi di nuovo ci mettemmo a inseguirli correndo. La strada nella quale avevano voltato era deserta, e conduceva verso la periferia. Curvava leggermente a sinistra. I due erano giusto sulla curva. Proprio allora accadde qualcosa che mi fece ritenere possibile si potesse trattare davvero di don Juan e don Genaro. Fu un gesto fatto dal più piccolo dei due. Si voltò di tre quarti verso di noi e chinò la testa, quasi per invitarci a seguirlo, un gesto che don Genaro usava con me quando andavamo per boschi. Lui camminava

sempre davanti a me, baldanzoso, e mi incoraggiava con quel cenno della testa a stargli dietro.

La Gorda cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gola: « Nagual! Genaro! Aspettate! »

Mi passò avanti correndo. Quelli camminavano frettolosi verso alcune baracche che si distinguevano appena nella semioscurità. Dovevano essere entrati in una di esse, o aver preso per uno degli innumerevoli sentieri: a un tratto sparirono dalla vista.

La Gorda si fermò e si mise a urlare a perdifiato i loro nomi, senza ritegno. La gente usciva a vedere chi facesse tutto quel baccano. La trattenni finché si calmò.

« Erano proprio davanti a me » diceva piangendo. « Non erano lontani neppure tre metri. Quando te li indicai gridando furono di colpo lontani tutto un isolato. »

Cercai di tranquillizzarla. Era in uno stato di profondo nervosismo. Mi si aggrappò tremando. Per qualche imperscrutabile ragione ero assolutamente sicuro che i due uomini non erano don Juan e don Genaro. Quindi non potevo condividere l’agitazione della Gorda. Mi disse che dovevamo tornare a casa, che il potere non le avrebbe permesso di venire con me a Los Angeles e neanche a Città del Messico. Non era ancora giunto il tempo per il suo viaggio. Era convinta che l’averli incontrati fosse stato un presagio. Loro erano spariti verso est, verso la sua città.

Non avevo alcuna obiezione a ripartire in quello stesso istante. Dopo quanto ci era capitato quel giorno avrei dovuto essere stanco morto. Ero invece tutto vibrante di un incredibile vigore, che mi ricordava i tempi passati con don Juan, quando io mi sentivo quasi di abbattere i muri a spallate.

Ritornando alla macchina fui di nuovo sommerso dal più appassionato affetto per la Gorda. Non avrei mai potuto ringraziarla abbastanza per il suo aiuto. Pensavo che qualunque fosse la cosa che aveva fatto per aiutarmi a vedere le uova luminose, c’era riuscita. Era stata così coraggiosa, aveva affrontato il ridicolo e anche un rischio fisico sedendosi su quella panchina. Le espressi la mia riconoscenza. Mi guardò come se fossi matto, poi si sbellicò dalle risa.

Pensavo la stessa cosa di te disse. « Pensavo che tu l’avessi fatto proprio per me. Anch’io ho visto le uova luminose. Anche per me

questa è stata la prima volta. Abbiamo visto insieme! Come facevano il Nagual e Genaro. »

Mentre aprivo lo sportello della macchina alla Gorda, fui colpito da tutto il significato di quello che avevamo fatto. Fino a quel momento ero rimasto intontito, c’era qualcosa in me che aveva rallentato il passo. Ora la mia euforia era intensa così come lo era stata l’agitazione della Gorda alcuni istanti prima. Volevo correre in strada e gridare. Ora toccava alla Gorda trattenermi. Si acquattò e mi sfregò i polpacci. Stranamente mi calmai subito. Scopersi che mi era difficile parlare. I pensieri erano più veloci della mia capacità di esprimerli. Non volevo riportare subito indietro, la Gorda nella sua città. Sembrava che ci fosse ancora tanto da fare. Poiché non riuscivo a spiegare con chiarezza quello che volevo, mi trascinai di nuovo una riluttante Gorda nella plaza, ma a quell’ora non c’erano più panchine vuote. Avevo fame, così la portai in un ristorante. Lei credeva di non riuscire a mangiare, ma quando fu servito in tavola risultò che anche lei aveva fame come me. Il pranzo ci rilassò completamente.

Ci sedemmo sulla panchina più tardi, quella sera. Mi ero trattenuto dal parlare di quello che ci era capitato finché non avessimo avuto la possibilità di tornarci a sedere. In principio la Gorda non aveva voglia di dire nulla. La mia mente era in un particolare stato di euforia. Avevo provato momenti simili con don Juan, ma collegati, di solito, ai postumi delle piante allucinogene.

Incominciai a descrivere alla Gorda quello che avevo visto. La particolarità di quelle uova luminose che .più mi aveva colpito era il loro movimento. Non camminavano. Si muovevano come se galleggiassero, e tuttavia toccavano il terreno. Il modo con cui si muovevano non era gradevole. I movimenti erano innaturali, legnosi, a scatti. Quando erano in moto tutta la forma delle uova diventava più piccola e più rotonda; sembravano saltare o sussultare, o agitarsi su e giù a gran velocità. Il risultato era un tremolio nervoso che dava estremamente fastidio. Forse il modo più efficace per descrivere il disagio fisico causato da questo loro moto ~ dire che mi sentivo come se fossero state accelerate le immagini su uno schermo cinematografico.

Un’altra cosa che mi aveva incuriosito era che non riuscivo a scorgere traccia di gambe. Una volta avevo visto un balletto nel quale

i ballerini imitavano i movimenti dei soldati sui pattini: per rendere questo effetto indossavano larghe tuniche sciolte che rimanevano sempre a contatto con il terreno. Non era possibile vederne i piedi: da qui l’illusione che stessero scivolando sul ghiaccio. Le uova luminose che erano sfilate di fronte a me, davano l’impressione di scivolare su una superficie irregolare. La loro luminosità ondeggiava quasi impercettibilmente e comunque quel che bastava per farmi quasi sentir male. Quando le uova stavano ferme si allungavano. Alcune erano tanto lunghe e rigide da farmi venire in mente le icone di legno.

Ma la caratteristica che mi turbava ancora di più era la mancanza di occhi. Non mi ero mai reso così conto di quanto siamo attirati dagli occhi degli esseri viventi. Le uova luminose erano ben vive: mi osservavano con grande curiosità. Potevo vederle muoversi a scatti su e giù, chinandosi a guardarmi, ma senza occhi.

Molte di quelle uova luminose avevano delle macchie nere, delle grandi macchie, nella parte inferiore. Altre ne erano prive. La Gorda mi aveva detto che la riproduzione ha l’effetto di far apparire un buco sotto lo stomaco sia nei corpi degli uomini sia in quelli delle donne; però le macchie di quelle uova luminose non mi sembravano buchi. Erano aree opache ma prive di profondità. Chi aveva queste macchie nere sembrava mite, stanco; la parte superiore del loro profilo oblungo era vizza, sembrava opaca in confronto al resto del loro luccichio. Quelli senza macchia erano invece di uno splendore accecante. Mi immaginai che fossero pericolosi. Erano vibranti, pieni di energia e di candore.

La Gorda mi disse che nell’istante in cui avevo appoggiato la testa sulla sua, anche lei era entrata in uno stato che sembrava quello del sogno. Era sveglia, eppure non poteva muoversi. Era conscia che la gente ci mulinava attorno. Poi li vide cambiarsi in bolle luminose e alla fine in creature a forma di uovo. Non sapeva che anch’io le vedessi. Dapprima aveva pensato che io stessi badando a lei, ma a un certo punto il peso della mia testa era diventato tale da farle concludere, assai lucidamente, che anch’io dovevo star vedendo. Solo quando mi raddrizzai e scorsi il ragazzotto che stava palpandola credendo che dormisse, ebbi una vaga idea di quello che forse le stava succedendo.

Le nostre visioni erano diverse perché lei riusciva a distinguere gli uomini dalle donne dalla forma di certi filamenti che chiamava « radici». Le donne, mi disse, avevano grossi fasci di filamenti che assomigliavano a una coda di leone; crescevano verso l’interno dei genitali. Mi spiegò che quelle radici sono le fonti della vita. L’embrione, per crescere, si attacca a una delle radici nutrici e la consuma tutta lasciando solo un buco. Gli uomini, invece, avevano .filamenti corti che guizzavano e galleggiavano quasi indipendentemente dalla massa luminosa dei loro corpi.

Le chiesi quale fosse secondo lei il motivo per cui avevamo visto insieme. Si rifiutò di fare qualsiasi commento, ma mi convinse a proseguire con le mie speculazioni. Le dissi che l’unica cosa che mi veniva in mente era ovvia: il fattore principale doveva essere stata l’emozione.

Infatti, dopo che la Gorda e io ci eravamo seduti sulla panchina favorita di don Juan, quel tardo pomeriggio, e io avevo recitato la poesia che lui preferiva, ero giunto a un alto livello di emozione. Questa doveva aver preparato il mio corpo.. Ma dovevo anche tener presente il fatto che esercitandomi a sognare avevo imparato a entrare in uno stato di calma perfetta. Ero capace di bloccare il mio dialogo interno e rimanere come se fossi chiuso in un bozzolo a guardare furtivamente fuori da un buco. In questo stato potevo sia abbandonare l’ultimo controllo che avevo ed entrare nei sogno, sia mantenere questo controllo e rimanere passivo, vuoto di pensieri e desideri. Non pensavo che questi fossero fattori fondamentali. Credevo che il catalizzatore fosse la Gorda. Ritenevo che fosse il mio sentimento per lei ad aver creato le condizioni per vedere.

La Gorda rise timida quando le riferii le mie conclusioni.

« Non sono d’accordo con te » disse. « Deve essere successo che il tuo corpo ha cominciato a ricordare. »

« Cosa vuoi dire? » chiesi.

Ci fu una lunga pausa. Sembrava stesse lottando per dire qualcosa che non voleva, oppure che tentasse disperatamente di trovare le parole giuste.

« Ci sono tante cose che so, » disse « eppure non so quello che so. Mi ricordo di tante cose che finisco per non ricordare più nulla. Penso che tu abbia lo stesso problema. »

Le assicurai che non me ne ero accorto. Si rifiutò di credermi.

« A volte mi pare proprio che tu non sappia » disse. « Altre volte che ti stia prendendo gioco di noi. Il Nagual mi diceva che neppure lui sapeva. Ora mi stanno tornando in mente un mucchio di cose che lui mi aveva detto su dite. »

« Cosa vuoi dire che il mio corpo ha incominciato a ricordare? » insistei.

« Non chiedermelo » mi rispose con un sorriso. « Non so quel che dovresti ricordare, né di che tipo siano questi ricordi. Non l’ho mai provato neanch’io. È tutto quello che so. »

« C’è qualcuno fra gli apprendisti che potrebbe spiegarmelo? » chiesi.

« Nessuno » disse. Penso di essere un messaggero per te, che questa volta può portarti solo metà messaggio.

Si alzò e mi pregò di riportarla alla sua città. Ero troppo euforico per partire in quel momento. Proposi di passeggiare un po’ nella plaza. Alla fine ci sedemmo su un’altra panchina.

« Non ti sembra strano che abbiamo potuto vedere insieme con tanta facilità? » chiese la Gorda.

Non sapevo cosa avesse in mente. Esitavo a ribattere. « Che mi risponderesti se ti dicessi che secondo me abbiamo già sognato insieme prima? » chiese la Gorda, enunciando le parole con molta attenzione. Non riuscivo a capire cosa volesse dire. Mi ripeté la domanda e di nuovo me ne sfuggì il significato.

« Quando mai avremmo potuto vedere insieme prima? » chiesi. « La tua domanda non ha senso. »

« Questo è il punto » rispose. « Non ha senso e tuttavia ho la sensazione che noi abbiamo già visto insieme. »

Sentii un brivido e mi alzai. Di nuovo mi ricordai la sensazione che avevo avuto in quella città. La Gorda mosse le labbra per dire qualcosa, ma si fermò a metà frase. Mi sgranò gli occhi in faccia, turbata, mi pose la mano sulla bocca e poi mi trascinò letteralmente fino alla macchina.

Guidai tutta notte. Volevo parlare, analizzare, ma lei si addormentò come a evitare di proposito qualsiasi discussione. Senza dubbio aveva ragione. Fra noi, era lei quella che sapeva il rischio di rovinare uno stato d’animo con una analisi eccessiva.

Giunti a casa sua, mentre usciva dalla macchina, mi disse che non potevamo assolutamente parlare di quello che ci era successo a Oaxaca.

« Come mai, Gorda? » chiesi.

« Non voglio disperdere il nostro potere disse. Questa è la norma degli stregoni. Non sprecare quello che hai guadagnato. »

« Ma se non ne parliamo, non sapremo mai quello che ci è veramente accaduto » protestai.

Dobbiamo stare tranquilli per almeno nove giorni » disse. « Ma non possiamo parlarne almeno noi due? chiesi. « Parlarne solo tra noi è proprio quello che dobbiamo evitare » disse. « Noi siamo vulnerabili Dobbiamo concederci il tempo di riprenderci. »

3

QUASI MEMORIE DEL PROPRIO ALTRO

« Ci puoi dire cosa succede? mi chiese Nestor quando ci ritrovammo tutti insieme quella notte. Dove siete andati ieri, voi due? »

Avevo dimenticato la raccomandazione della Gorda di non parlare della nostra avventura. Incominciai a raccontare che eravamo prima andati alla città vicina, e vi avevamo trovato una casa che ci aveva assai incuriosito.

Sembravano tutti colti da un improvviso tremore. Alzarono gli occhi, si guardarono l’un l’altro, e poi fissarono la Gorda come aspettandosi che fosse lei a raccontare tutto.

« Che tipo di casa era? » chiese Nestor.

Prima che avessi il tempo di rispondere, la Gorda mi interruppe. Incominciò a parlare in fretta, in modo quasi incoerente. Era evidente che stava improvvisando. Usò perfino parole e frasi in mazateco. Mi lanciò occhiate furtive che erano una muta preghiera a non dire nulla.

« Cosa ci dici del tuo sognare, Nagual? » mi chiese, con il sollievo di chi ha trovato la via di uscita. « Ci piacerebbe sapere tutto quello che fai. Credo sia molto importante che tu ce lo racconti. »

Si chinò su di me e, cercando di non farsi accorgere, mi sussurrò all’orecchio che, a causa di quello che era successo a Oaxaca, dovevo raccontare loro i miei sogni.

« Di che importanza possono essere per voi? » chiesi ad alta voce.

« Penso che siamo molto prossimi alla fine dichiarò solen nemente la Gorda. « Qualsiasi cosa tu dica o faccia per noi è ora di capitale importanza. »

Riferii loro gli avvenimenti di quello che ritenevo il mio vero sogno. Don Juan mi aveva detto che non c’era motivo di mettere in risalto le prove. Mi diede una regola pratica: se avessi avuto la stessa

visione tre volte, mi disse, avrei dovuto concederle una profonda attenzione; altrimenti i tentativi del neofita avrebbero rappresentato soltanto un gradino verso il raggiungimento della seconda attenzione.

Una volta sognai che mi svegliavo e saltavo giù dal letto per trovarmi poi di fronte un me stesso che stava ancora dormendo. Mi osservai mentre dormivo ed ebbi sufficiente controllo di me per ricordarmi che stavo sognando. Allora seguii le istruzioni che don Juan mi aveva dato, di evitare cioè ogni scossa o sorpresa, e di considerare la situazione con un po’ di buon senso. Il sognatore deve dedicarsi a esperimenti spassionati, diceva don Juan. Invece di esaminare il proprio corpo addormentato, il sognatore esce dalla stanza. Subito mi trovai, senza sapere come, fuori dalla mia camera. Avevo la nettissima sensazione di esservi stato trasportato all’istante. Appena mi trovai fuori dalla porta, l’ingresso e le scale mi parvero monumentali. Se vi fu qualcosa che quella notte davvero mi spaventò, furono le dimensioni di quelle strutture, che nella realtà erano del tutto normali; l’ingresso era lungo una quindicina di metri e la scala aveva sedici gradini. Non riuscivo a immaginare come avrei potuto coprire le enormi distanze che mi si paravano dinanzi. Vacillavo, poi qualcosa mi fece avanzare. Tuttavia non camminavo. Non sentivo i miei passi. A un tratto mi trovai afferrato alla ringhiera. Riuscivo a vedermi le mani e le braccia, ma non le sentivo. Mi tenevo con la forza di qualcosa che non aveva nulla a che fare con i muscoli che conoscevo. La stessa cosa mi accadde quando tentai di scendere le scale. Non mi ricordavo come si facesse a camminare. Non riuscivo a fare un passo. Era come se le mie gambe fossero saldate insieme. Potevo vederle, chinandomi, ma non riuscivo a muoverle né avanti né dilato, né potevo alzarle verso il petto, quasi fossero incollate al gradino più alto. Mi sembrava di essere come quelle bambole gonfiabili di plastica che possono piegarsi in ogni direzione fino a diventare orizzontali, solo per essere rimesse di nuovo in piedi dal peso della loro base rotonda.

Feci un supremo sforzo per camminare e rimbalzai da gradino a gradino come una palla maldestra. Arrivare al piano terreno mi richiese una concentrazione incredibile. Non potevo descrivere altrimenti quanto mi accadeva. Avevo bisogno di un certo grado di

attenzione anche per tenere a fuoco la mia visione e impedirle di disintegrarsi nelle fugaci immagini di un sogno normale.

Quando alla fine arrivai al portone non riuscivo ad aprirlo. Tentai disperatamente, ma senza alcun risultato; poi mi ricordai che ero uscito dalla mia stanza scivolandone fuori, come se la porta fosse stata aperta. Tutto quello che dovevo fare era ricordarmi la sensazione di scivolare e d’improvviso mi trovai in strada. Sembrava buio — una particolare oscurità grigio piombo che non mi permetteva di percepire nessun colore. La mia attenzione fu subito attirata da una enorme distesa di splendore proprio di fronte a me, a livello degli occhi. Dedussi, più che non percepii, che si trattava dell’illuminazione della strada, poiché sapevo che c’era un lampione all’angolo, a circa sei metri di altezza.

Mi accorsi che non avevo più la capacità di organizzare le mie percezioni in modo da differenziare su, giù, qui o là. Tutto sembrava essere straordinariamente presente. Non avevo più, come nella vita ordinaria, i meccanismi per coordinare le percezioni. Tutto era lì in primo piano, e mi mancava l’impulso per costruire un adeguato processo di cernita.

Rimasi in strada, sconcertato, finché cominciai ad avere la sensazione di levitare. Mi afferrai al palo metallico che sosteneva il lampione e la targa della via, all’angolo. Una forte brezza mi stava sollevando. Stavo scivolando su per il palo finché potei distinguere nitido il nome della strada: Ashton.

Alcuni mesi più tardi, quando in un sogno mi ritrovai di nuovo a contemplare il mio corpo addormentato, avevo già un repertorio di cose da fare. Nel corso dei miei sogni regolari avevo imparato che quello che importava in un tale stato era la volontà, l’esistenza materiale del corpo non aveva significato. E solo una memoria che rallenta il sognatore. Scivolai fuori dalla stanza senza esitazione, poiché non dovevo compiere i movimenti di aprire la porta o di camminare per muovermi. L’ingresso e le scale non erano poi così enormi come mi erano apparse la prima volta. Scivolai attraverso le cose con grande disinvoltura e mi trovai in strada dove mi imposi di spostarmi di tre isolati. Mi accorsi allora che le luci erano ancora una vista assai molesta. Se concentravo la mia attenzione su di esse, diventavano laghi incommensurabili. Gli altri elementi di quel sogno

erano invece facili da controllare. I palazzi erano smisurati, ma il loro aspetto mi era familiare. Ponderai sul da farsi. E d’un tratto, quasi per caso, mi resi conto che se non guardavo fisso gli oggetti ma li os- servavo solo con la coda dell’occhio, proprio come facciamo nella nostra vita normale, potevo coordinare la mia percezione. In altre parole, se seguivo alla lettera i suggerimenti di don Juan e davo per scontato i miei sogni, potevo usare le inclinazioni percettive della mia vita normale. Dopo pochi istanti lo scenario mi diventava, se non completamente familiare, per lo meno controllabile.

Le volte successive che ebbi un simile sogno, andai al mio caffè preferito, all’angolo. Lo scelsi perché ero solito frequentarlo sempre nelle primissime ore del mattino. Nel sogno vidi la cameriera che di norma faceva il secondo turno di notte; vidi una fila di gente che mangiava al banco, e proprio alla sua estremità scorsi uno strano personaggio, un uomo che vedevo quasi tutti i giorni camminare senza meta tra gli edifici dell’UCLA. Era l’unica persona che mi stesse guardando. Appena entrai sembrò sentirmi. Si volse e mi fissò.

Alcuni giorni dopo trovai la stessa persona, da sveglio, nello stesso caffè, di primo mattino. Mi diede uno sguardo e parve riconoscermi. Sembrò inorridito e corse via senza darmi l’occasione di parlargli.

Tornai ancora nello stesso caffè, e questo successe quando cambiò il corso dei miei sogni.

Mentre osservavo il ristorante dall’altro lato della strada, la scena si modificò. Non vedevo più gli edifici a me ben noti. Vedevo invece una scena primordiale. Non era più notte. Era una giornata radiosa e mi si stendeva davanti una vallata lussureggiante. Dappertutto crescevano piante palustri di un verde cupo, simili a canne. Presso di me si ergeva una cornice rocciosa alta da due a tre metri. Vi stava accovacciata una enorme tigre, uno smilodonte. Rimasi impietrito. Ci guardammo a lungo fissamente negli occhi. La taglia di quella fiera era impressionante, ma non sproporzionata né grottesca. Aveva una testa splendida, grandi occhi del colore del miele scuro, zampe massicce, un’enorme cassa toracica. Quello che più mi colpì fu il colore del manto. Era un uniforme marrone scuro, quasi cioccolato. Mi ricordava i chicchi di caffè tostato, solo che era lucido; aveva un

pelo insolitamente lungo, non setoloso o arruffato. Non assomigliava a quello di un puma, né di un lupo e nemmeno di un orso polare. Era qualcosa che non avevo mai visto prima.

Da allora, mi divenne abituale vedere la tigre. Alle volte il tempo era freddo e nuvoloso. Vedevo che pioveva nella valle, una pioggia fitta e copiosa. Altre volte la valle era immersa in un bagno di sole. Assai spesso scorgevo nella valle altri smilodonti. Potevo udire il loro caratteristico ruggito stridulo un suono per me quanto mai fastidioso.

La tigre non mi fece mai nulla. Ci squadravamo l’un l’altro, a circa tre metri di distanza. Eppure potevo indovinare quello che voleva. Mi stava mostrando come respirare con una tecnica speciale. Nel mio sogno giunsi a imitare così bene la respirazione della tigre che mi sembrava di diventare tigre io stesso. Riferii agli apprendisti che il tangibile risultato dei miei sogni fu il rafforzarsi della mia muscolatura.

Dopo aver udito il mio racconto, Nestor si meravigliò della differenza fra i loro sogni e i miei. I loro sogni avevano scopi particolari. Il suo era trovare rimedi contro tutti i mali, che affliggono il corpo; quello di Benigno era predire, prevedere, trovare una soluzione per qualsiasi problema di interesse umano. Il compito di Pablito era scoprire nuove tecniche di costruzione. Nestor disse che questi compiti spiegavano il perché lui si interessava di piante medicinali, Benigno aveva un oracolo e Pablito faceva il carpentiere. Aggiunse che fino a quel momento avevano esplorato appena la superficie dei loro sogni e non avevano nulla di importante da riferire.

« Potresti pensare che abbiamo fatto molto, » continuò « ma in realtà non è vero. Genaro e il Nagual facevano tutto per noi e per queste quattro donne. Noi non abbiamo ancora fatto nulla per conto nostro. »

« Mi sembra che il Nagual ti avesse avviato a qualcosa di diverso » disse Benigno, parlando molto adagio e con cautela. « Devi essere stato una tigre, e stai certamente per tornare a esserlo. E’ quello che è capitato al Nagual, prima lui era stato un corvo, e in questa vita tornò a esserlo. »

« Il problema è che quel tipo di tigre oggi non esiste più disse Nestor. Non sappiamo che cosa succede in un simile caso. »

Volse intorno il capo per includere con quel gesto tutti loro.

« Io so cosa succede » disse la Gorda. « Ricordo che il Nagual Juan Matus lo chiamava il sogno fantasma. Spiegò che nessuno di noi aveva mai fatto un sogno fantasma, perché non siamo né violenti né distruttori. Neppure lui ne aveva mai fatti. E disse che chiunque ne faccia è destinato dai fato ad avere aiutanti e alleati fantasmi. »

« Che vuoi dire, Gorda? » le chiesi.
« Significa che tu non sei come noi » rispose solennemente.
La Gorda sembrava molto agitata. Si alzò ed andò su e giù per la

stanza quattro o cinque volte, poi si sedette di nuovo accanto a me.
Ci fu una pausa nella conversazione. Josefina mormorò qualcosa di inintelligibile. Sembrava anche nervosissima. La Gorda cercò di

calmarla, abbracciandola e dandole pacche sulla schiena.
« Josefina ha qualcosa da raccontarci su Eligio » mi disse la

Gorda.
Tutti si volsero verso Josefina, senza dir parola, con una domanda

nello sguardo.
« Nonostante Eligio sia sparito dalla faccia della terra, » continuò

la Gorda « è ancora uno di noi. E Josefina gli parla sempre. »
Gli altri divennero di colpo attenti. Si guardarono l’un l’altro, e

poi guardarono me.
« Si incontrano in sogno » proseguì la Gorda in tono drammatico. Josefina emise un lungo sospiro, sembrava l’incarnazione stessa

del nervosismo. Era scossa da un tremito convulso. Pablito le si sdraiò sopra, sul pavimento, e incominciò a respirare profondamente con il diaframma, spingendolo dentro e fuori e forzandola a respirare all’unisono con lui.

« Cosa sta facendo? » chiesi alla Gorda.
« Cosa sta facendo! Ma non lo vedi? » mi rispose brusca.
Le dissi a bassa voce che comprendevo il suo tentativo di

calmarla, ma quel suo modo mi tornava nuovo. La Gorda mi spiegò che Pablito stava ridando energia a Josefina, sovrapponendo l’addome, dove gli uomini ne hanno in abbondanza, al grembo di Josefina, dove le donne immagazzinano la propria.

Josefina si mise a sedere e mi sorrise. Sembrava essersi perfettamente calmata.

« Perché non ce l’hai mai detto? » le chiese Pablito in tono stizzito.

« L’ha detto a me » lo interruppe la Gorda, e si addentrò poi in una lunga spiegazione sull’importanza che aveva per noi il fatto che Eligio fosse ancora a nostra disposizione. Aggiunse che era stata ad aspettare un mio cenno per rivelare le parole di Eligio.

« Veniamo al sodo, donna! » scoppiò Pablito. « Riferisci quello che ha detto. »

« Non è per te » gli urlò in faccia la Gorda.
« E per chi, allora? » chiese Pablito.
« E’ per il Nagual » gridò la Gorda, additandomi.
La Gorda si scusò per aver alzato la voce. Disse che tutto quello

che Eligio aveva detto era complicato e misterioso, e lei non riusciva a venirne a capo.

« Stavo solo a sentirlo: era tutto quello che potevo fare, ascoltarlo » continuò.

« Vuoi dire che anche tu vedi Eligio? » disse Pablito, in un tono che era un misto di rabbia e di speranza.

« Certo » rispose la Gotda con un filo di voce. « Non potevo parlarvene perché dovevo aspettare lui. »

Indicò me e poi mi diede una spinta con tutte e due le mani. Persi l’equilibrio e caddi sul fianco.

« Cosa succede? Che gli stai facendo? » chiese Pablito con tono molto irritato. « Cos’è questa, un’esibizione di amore indio? »

Mi girai verso la Gorda. Con una mossa delle labbra mi chiese di starmene buono.

« Eligio dice che tu sei il Nagual, ma che non sei destinato a noi » mi disse Josefina.

La stanza piombò in un profondo silenzio. Non sapevo come prendere le dichiarazioni di Josefina. Dovevo aspettare che qualcun altro parlasse.

« Ti senti più sollevato? » mi stimolò la Gorda.

Dissi a tutti loro che non avevo la più pallida idea di cosa rispondere. Sembravamo ragazzini, ragazzini sconcertati. La Gorda aveva l’aria di un maestro di cerimonia nel più profondo imbarazzo.

Nestor si alzò e affrontò la Gorda. Le disse una frase in mazateco. Aveva il tono di un ordine o di un rimprovero.

« Dicci tutto quello che sai, Gorda » continuò in spagnolo. « Non hai nessun diritto di prenderci in giro, di tenere solo per te qualcosa di così importante. »

La Gorda protestò con foga. Spiegò che teneva per sé quello che sapeva perché Eligio le aveva chiesto di farlo. Josefina confermò con un cenno del capo.

« L’ha detto a te o a Josefina? » chiese Pablito.

« Eravamo insieme » disse la Gorda in un sussurro che si udì a malapena.

« Vuoi dire che tu e Josefina sognate insieme! » esclamò Pablito senza fiato.

Il tono di sorpresa della sua voce corrispondeva all’onda d’urto che sembrò propagarsi agli altri presenti.

« Che cosa ha detto esattamente Eligio a voi due? » chiese Nestor, quando l’impressione si fu calmata.

« Disse che dovevo cercare di aiutare il Nagual a ricordarsi del suo lato sinistro » rispose la Gorda.

« Sapete di che cosa stia parlando? » mi chiese Nestor. Era impossibile che lo sapessi. Dissi che dovevano cercare di trovare una risposta in se stessi. Ma nessuno avanzò alcun suggerimento.

« Lui disse a Josefina altre cose che non può ricordare » proseguì la Gorda. « Così siamo davvero in un bell’imbroglio. Eligio disse che è stabilito che tu sia il Nagual, e che ci debba aiutare; ma che tu non sei destinato a noi. Soltanto dopo esserti ricordato del tuo lato sinistro ci potrai portare dove dobbiamo andare. »

Nestor si rivolse a Josefina con tono paterno, e insistette perché lei cercasse di ricordare le parole di Eligio, invece di insistere che mi ricordassi io qualcosa che doveva essere stato trasmesso in una specie di codice indecifrabile, visto che nessuno di noi riusciva a cavarne un senso.

Josefina trasalì e aggrottò la fronte come se fosse oppressa da un grande peso. Sembrava proprio una bambola di pezza che venisse schiacciata. La guardavo affascinato.

« Non ci riesco » disse alla fine. « Capisco di che cosa mi sta parlando quando, si rivolge a me, ma ora non so dire cosa sia. Non mi viene fuori. »

« Ti ricordi qualche parola? » chiese Nestor. « Anche solo parole staccate? »

Tirò fuori la lingua, scosse la testa da una parte all’altra e urlò, tutto contemporaneamente.

« No, non ce la faccio » disse dopo un poco.
« Che sorta di sogni fai, Josefina? » chiesi.
« Gli unici che sappia fare » rispose sgarbata.
« Io ti ho raccontato i miei » dissi. « Ora raccontami i tuoi. »
« Chiudo gli occhi e vedo questo muro » disse. « E come un muro

di nebbia. È lì che Eligio mi aspetta. Mi conduce attraverso il muro e mi mostra delle case, credo. Non so cosa facciamo, ma facciamo qualcosa insieme. Poi mi riporta al muro e mi lascia andare. E io torno indietro e dimentico tutto quello che ho visto. »

« Come è che sei andata con la Gorda? » chiesi.

« Eligio mi disse di portarla » rispose. « L’aspettammo tutti e due, e quando lei cominciò a sognare la ghermimmo e la tirammo al di là di quel muro. L’abbiamo fatto due volte. »

« Come avete fatto a ghermirla? » chiesi.

« Non lo so! » rispose Josefina. « Ma aspetterò anche te e quando starai sognando ti ghermirò e allora lo saprai. »

« Puoi ghermire chiunque? » le chiesi.

« Certo » disse sorridendo. « Ma non lo faccio perché è uno spreco. Ho ghermito la Gorda perché Eligio le voleva dire qualcosa visto che lei ha molto più buon senso di me. »

« Allora Eligio deve aver detto anche a te le stesse cose, Gorda » disse Nestor in un tono fermo che non mi era familiare.

La Gorda fece gesti insoliti: abbassò il capo socchiudendo la bocca agli angoli, si strinse nelle spalle e alzò le braccia.

« Josefina ti ha appena detto cosa è successo » disse. « Non c’è modo di farmi ricordare. Eligio parla con una diversa velocità. Parla, ma il mio corpo non riesce a capirlo. No. No. Il mio corpo non riesce a ricordare, ecco cos’è. So che affermava che questo Nagual qui ricorderà, e ci porterà dove dobbiamo andare. Non ha potuto dirmi di più perché c’era tanto da dire e così poco tempo. Disse che qualcuno, e non mi ricordo chi, aspetta me in particolare. »

« È tutto quello che ha detto? » insistette Nestor.

« La seconda volta che lo vidi, mi disse che tutti noi dobbiamo ricordarci il nostro lato sinistro, prima o poi, se vogliamo arrivare dove dobbiamo andare. Ma lui è quello che deve cominciare per primo a ricordarsi. » Di nuovo indicò me, e mi diede un’altra spinta: l’impeto mi fece ruzzolare come una palla.

« Perché fai così, Gorda? » le chiesi, un po’ seccato.

« Cerco di aiutarti a ricordare » disse. « Il Nagual Juan Matus mi diceva che avrei dovuto darti uno spintone di tanto in tanto per scuoterti. »

La Gorda mi abbracciò con gesto brusco.

« Aiutaci, Nagual » mi implorò. « Saremo peggio che morti se non lo farai. »

Ero vicino alle lacrime. Non a causa del loro dilemma, ma perché sentivo qualcosa agitarsi dentro di me. Un qualcosa che stava cercando di farsi strada per uscire alla luce fin dalla visita in città.

La preghiera della Gorda mi spezzava il cuore. Proprio allora ebbi un altro attacco di quel che sembrava iperventilazione. Mi sentii addosso un sudore freddo ed ebbi un attacco di vomito. La Gorda si prese cura di me con estrema bontà.

Fedele al principio di aspettare a rivelare una scoperta, la Gorda non volle prendere in considerazione alcun accenno al nostro vedere insieme di Oaxaca. Per interi giorni se ne rimase appartata e intenzionalmente disinteressata. Non voleva neppur parlare del mio malore. E neanche le altre donne. Don Juan era solito sottolineare l’importanza di attendere il momento più adatto per liberarci di quello che avevamo dentro di noi. Capivo la meccanica del comportamento della Gorda, anche se trovavo quel suo insistere nell’attesa piuttosto irritante e in contrasto con le nostre necessità. Non potevo stare con loro troppo a lungo e quindi chiesi che ci riunissimo tutti, confidandoci quello che sapevamo. Lei fu inflessibile.

« Dobbiamo aspettare insistette. Dobbiamo dare ai nostri corpi l’opportunità di fornirci una soluzione. Il nostro compito è quello di ricordare, con il corpo, non con la mente. Tutti lo intendono in questo modo. »

Mi lanciò uno sguardo interrogativo. Sembrava aspettarsi un indizio che le rivelasse come anch’io avessi compreso questo compito.

Io ammisi di essere completamente confuso, in quanto mi sentivo estraneo. Ero solo, mentre loro avevano l’uno l’appoggio dell’altro.

« Questo è il silenzio dei guerrieri » mi disse la Gorda ridendo, e poi aggiunse in tono conciliante: « Questo silenzio non significa che non possiamo parlare di qualcosa d’altro. »

« Potremmo forse riprendere quella vecchia discussione sul perdere la forma umana proposi. »

Negli occhi le passò un lampo di irritazione. Le spiegai a lungo che, soprattutto quando si trattava di concetti nuovi, il significato delle cose mi doveva essere ripetuto più volte.

« Che cosa vuoi sapere con esattezza? » chiese.
« Qualsiasi cosa tu voglia dirmi » risposi.
« Il Nagual mi disse che perdere la forma umana porta alla

libertà. Io ci credo. Ma non ho ancora provato quella libertà. Non ancora. »

Vi fu un momento di silenzio. Lei stava ovviamente valutando la mia reazione.

« Che specie di libertà è, Gorda? » chiesi.

« La libertà di ricordare se stessi » disse. « Il Nagual diceva che perdere la forma umana è come una spirale. Ti dà la libertà di ricordare, e questo a sua volta ti rende ancora più libero.»

« Perché non hai ancora provato questa libertà? » chiesi.

Schioccò la lingua e si strinse nelle spalle. Sembrava confusa, o riluttante a proseguire la conversazione.

« Sono legata a te » disse. « Finché non perderai la tua forma umana per poter ricordare, non sarò in grado di sapere cosa sia questa libertà. Ma forse tu non sarai capace di perdere la forma umana se prima non saprai ricordare. Non dovremmo comunque tornare più su questo argomento. Perché non vai a parlare con i Genaros? »

Sembrava una madre che mandasse il figlio fuori a giocare. Non me la presi affatto. Con qualcun altro, avrei senz’altro giudicato quel modo di fare arrogante od oltraggioso. Mi piaceva stare con lei, e qui stava la differenza.

In casa di Genaro trovai Pablito, Nestor e Benigno intenti a uno strano gioco. Pablito penzolava appeso a circa un metro dal pavimento dentro qualcosa che sembrava una imbracatura di cuoio scuro, passata intorno al torace e sotto le ascelle. L’imbracatura sembrava un pesante

panciotto di cuoio. Guardando meglio mi accorsi che in effetti Pablito aveva i piedi infilati in grosse strisce che penzolavano dal- l’imbracatura come delle staffe. Era appeso al centro della stanza, legato con due funi a un grosso trave rotondo trasversale che sosteneva il tetto. Alle spalle di Pablito ogni fune era attaccata all’imbracatura, con un anello di metallo.

Nestor e Benigno reggevano una fune per ciascuno. Stavano in piedi l’uno di fronte all’altro, e tenevano Pablito a mezz’aria tirando. Pablito si aggrappava con tutte le sue forze a due lunghe e sottili aste piantate per terra e che poteva tenere comodamente strette con le mani. Nestor era a sinistra di Pablito, Benigno a destra.

Il gioco sembrava una prova di forza a tre, una violenta battaglia fra chi tirava e chi era sospeso.

Quando entrai nella stanza, tutto ciò che potevo sentire era il pesante respiro di Nestor e Benigno. Avevano i muscoli delle braccia e del collo gonfi per lo sforzo che facevano a tirare. Pablito li teneva d’occhio entrambi, concentrandosi su uno alla volta, con rapide occhiate. Erano tutti e tre così assorti nel gioco che non notarono neppure la mia presenza, o se lo fecero, non poterono permettersi di interrompere la concentrazione per salutarmi.

Nestor e Benigno si fissarono a vicenda per dieci o quindici minuti nel più profondo silenzio. Poi Nestor finse di mollare la sua fune: Benigno non gli credette, ma Pablito sì. Strinse ancor più la presa della sinistra e irrigidì i piedi sui sostegni per tenersi saldo. Benigno approfittò di quel momento per agire e diede un potente strattone nel preciso istante in cui Pablito allentava la presa.

Lo strappo di Benigno colse di sorpresa sia Pablito sia Nestor. Benigno tirò la fune con tutto il suo peso. Nestor fu preso alla sprovvista. Pablito lottò disperatamente per tenersi in equilibrio, ma fu inutile. Benigno vinse la mano.

Pablito si sbarazzò dell’imbracatura e mi si avvicinò. Gli posi qualche domanda su quel gioco fuor dal comune. Sembrava alquanto riluttante a rispondere. Nestor e Benigno ci raggiunsero, dopo aver messo via tutti gli attrezzi. Nestor disse che l’aveva inventato Pablito, dopo averne trovato lo schema in sogno, e l’aveva ricostruito come un gioco. All’inizio era solo un mezzo per rafforzare contemporaneamente i muscoli di due di loro. Facevano a turno a chi

dovesse essere sollevato. In seguito un sogno di Benigno aveva dato lo spunto per una modifica, modifica in cui erano in tre a tendere i muscoli e ad affinare la capacità visiva rimanendo in uno stato di all’erta, a volte per ore.

« Benigno pensa che ora stia aiutando i nostri corpi a ricordare » continuò Nestor. « La Gorda, per esempio, lo gioca in un suo modo bizzarro. Vince ogni volta, qualsiasi parte abbia. Benigno crede che sia perché il suo corpo ricorda. »

Chiesi se anche loro osservavano la regola del silenzio. Risero. Pablito disse che la Gorda desiderava più di ogni altra cosa diventare come il Nagual Juan Matus. Lo imitava di proposito, fin nei particolari più assurdi.

« Vuoi dire che possiamo parlare di quello che è successo l’altra notte? » chiesi, piuttosto sconcertato, poiché la Gorda era stata così categoricamente contraria.

« A noi non importa » disse Pablito. « Sei tu il Nagual! »

« Benigno ha ricordato qui qualcosa di tanto, ma tanto misterioso » disse Nestor evitando di guardarmi.

« Io penso che fosse un sogno confuso » disse Benigno. « Però Nestor non la pensa così. »

Attesi con impazienza. Con un cenno del capo li incoraggiai a proseguire.

« L’altro giorno ricordava che gli avevi insegnato a cercare impronte nel terriccio smosso » disse Nestor.

« Deve essere stato un sogno » dissi.

Mi venne da ridere a quella assurdità, ma tutti e tre mi guardavano con occhi supplichevoli.

« E assurdo » continuai.

« Comunque ora è meglio che ti dica che anch’io ho un ricordo simile » disse Nestor. « Mi hai condotto vicino a certe rocce e mi hai insegnato a nascondermi. Il mio, non era un sogno confuso. Ero sveglio. Un giorno stavo camminando con Benigno, in cerca di erbe, quando a un tratto mi ricordai quello che mi avevi insegnato, così mi nascosi come mi avevi detto e feci prendere uno spavento dell’accidenti a Benigno. »

« Io insegnato a te? Come può essere? E quando? » chiesi.

Incominciavo a innervosirmi. Non mi sembrava che stessero scherzando.

« Quando? Questo è il punto disse Nestor. « Non riusciamo a immaginarci quando, ma Benigno e io sappiamo che eri tu.»

Mi sentivo pesante, teso. Respiravo con difficoltà. Avevo paura di star male di nuovo. Decisi subito di raccontare loro quello che la Gorda e io avevamo visto insieme. Il parlarne mi calmò. Alla fine del mio racconto avevo ripreso il controllo di me.

« Il Nagual Juan Matus ci ha lasciati piuttosto aperti » disse Nestor. « Tutti noi possiamo vedere un po’. Vediamo i buchi nelle persone che hanno avuto figli, e vediamo anche, ogni tanto, una tenue luce addosso alla gente. Poiché tu non vedi in assoluto, sembra che il Nagual ti abbia lasciato completamente chiuso, in modo che tu possa aprirti da solo dall’interno. Ora, tu hai aiutato la Gorda e, o lei vede dall’interno, o sta solo facendo affidamento su dite. »

Dissi che quello che era successo a Oaxaca avrebbe potuto essere un colpo di fortuna.

Pablito disse che avremmo dovuto andare alla roccia favorita di Genaro, e sedervici sopra appoggiando le teste l’una all’altra. Gli altri due trovarono l’idea brillante; io non avevo obiezioni. Ma per quanto rimanessimo seduti a lungo, non accadde nulla. Comunque, ci sentimmo poi molto sollevati.

Mentre eravamo ancora lì seduti raccontai dei due uomini che la Gorda aveva creduto fossero don Juan e don Genaro. I tre si lasciarono scivolare giù e mi portarono di peso fino alla casa della Gorda. Nestor era il più agitato. Quasi non connetteva più. Tutto quello che riuscii a sapere era che loro stavano aspettando da tempo un segno del genere.

La Gorda ci aspettava sulla soglia. Capì quello che avevo raccontato loro.

« Volevo solo dar tempo al mio corpo » disse, prima che noi pronunciassimo una parola. « Dovevo essere assolutamente sicura, e ora lo sono. Erano il Nagual e Genaro. »

« Cosa c’era in quelle baracche? » chiese Nestor.

« Non ci sono entrati, loro » disse la Gorda. Si allontanarono verso l’aperta campagna, a est. In direzione di questa città. »

Sembrava che cercasse di placarli. Li invitò a rimanere; loro non volevano. Si scusarono e se ne andarono. Ero sicuro che si sentivano a disagio in sua presenza. Lei mi sembrava fuori di sé. Mi divertii quasi per la sua esplosione di collera, e questa reazione era proprio contraria al mio normale modo di fare. Mi ero sempre sentito irritato in presenza dell’agitazione altrui, con la misteriosa eccezione della Gorda.

Nelle prime ore della sera ci riunimmo in camera sua. Sem- bravano tutti preoccupati. Sedevano in silenzio, con gli occhi fissi al pavimento. La Gorda cercò di avviare la conversazione. Disse che non se ne era stata in ozio, che aveva collegato un fatto accanto all’altro, e ne aveva tratto qualche conclusione.

« Non è questione di mettere un fatto accanto all’altro » disse Nestor. Qui si tratta di ricordare con il corpo. »

A giudicare dai cenni di assenso che gli altri rivolgevano a Nestor, sembrava che ne avessero discusso fra loro. Questo metteva me e la Gorda da parte, quasi come estranei.

« Anche Lydia ricorda qualcosa » continuò Nestor. Credeva fosse la sua stupidità, ma dopo aver sentito quel che mi sono ricordato io, ci ha detto che questo Nagual qui la portò da un guaritore e ve la lasciò perché si curasse gli occhi. »

La Gorda e io ci voltammo verso Lydia. Abbassò il capo, come se fosse imbarazzata. Mormorò qualcosa. Il ricordo sembrava troppo doloroso per lei. Disse che quando don Juan la trovò per la prima volta, lei aveva una infezione agli occhi e non ci vedeva. Qualcuno la condusse, dopo un lungo viaggio in macchina, dal guaritore che la risanò. Era sempre stata convinta fosse stato don Juan, ma dopo aver sentito la mia voce si era resa conto che ero stato io a portarcela.

L’incongruenza di tali ricordi l’aveva tormentata fin dal nostro primo incontro.

« Le mie orecchie non mi mentono » aggiunse Lydia, dopo un lungo silenzio. « Sei stato tu a portarmi. »

« No! Impossibile! » urlai io.

Il mio corpo fu preso da un tremito incontrollabile. Forse quello che io chiamo il mio io razionale, incapace di controllare il resto della mia persona, si stava limitando a fare da spettatore. Una parte di me guardava, mentre un’altra tremava.

4

OLTRE I CONFINI DELL’AFFETTO

« Cosa ci sta succedendo, Gorda? chiesi dopo che gli altri se ne erano andati a casa.

« I nostri corpi stanno ricordando, ma non riesco a immaginare cosa » rispose.

« Credi a quello che dicono di ricordare Lydia, Nestor e Benigno?»

« Certo. Sono persone molto serie. Non dicono cose di questo genere per sfottere. »

« Ma quello che affermano è impossibile. Tu mi credi, Gorda, non è vero? »

« Credo che tu non ricordi, ma… »

Non finì. Mi venne vicino e cominciò a bisbigliarmi all’orecchio. Mi disse che c’era qualcosa che il Nagual Juan Matus le aveva fatto promettere di tenere per sé fino a quando non fossero maturati i tempi; un asso di briscola da usare in situazioni senza via di uscita. Aggiunse, con un sussurro drammatico, che il Nagual aveva previsto la loro nuova sistemazione, risultata dall’aver io portato Josefina a Tula perché stesse con Pablito. Disse che avevamo una debole probabilità di riuscire a formare un gruppo efficiente se avessimo seguito l’ordine naturale di tale sistemazione. La Gorda spiegò che da quando eravamo divisi a coppie formavamo un organismo vivente. Eravamo un serpente, un serpente a sonagli. Il serpente aveva quattro sezioni ed era diviso longitudinalmente in due metà, maschio e femmina. Disse che lei e io formavamo la prima sezione del serpente, la testa. Era una testa fredda, calcolatrice, velenosa. La seconda sezione, composta da Nestor e Lydia, era il cuore saldo e leale del serpente. La terza era il ventre — un ventre mutevole, lunatico, infido, costituito da Pablito e Josefina. E l’ultima sezione, la coda, dov erano i sonagli, era formata

dalla coppia che anche nella vita reale poteva far risonare per ore il suo dialetto tzotzil, Benigno e Rosa.

La Gorda si raddrizzò dalla posizione che aveva assunto per parlarmi all’orecchio. Mi sorrise e mi diede una pacca sulla schiena.

« Eligio pronunciò una parola che alla fine mi è tornata alla mente » continuò. « Anche Josefina è d’accordo che Eligio pronunciò molte e molte volte la parola “pista”. Stiamo per metterci in cammino su una pista! »

Senza darmi la possibilità di farle domande, disse che andava un po’ a dormire e poi avrebbe radunato tutti per metterci in viaggio.

Partimmo prima di mezzanotte, marciando sotto una brillante luce lunare. Gli altri all’inizio erano stati riluttanti, ma la Gorda con grande abilità aveva fatto loro la presunta descrizione del serpente di don Juan. Prima di partire, Lydia suggerì di portarci dietro delle provviste, in caso il viaggio risultasse lungo. La Gorda respinse il consiglio per il fatto che non avevamo alcuna idea sulla natura del viaggio. Riferì che il Nagual Juan Matus una volta le aveva indicato l’inizio di un sentiero, e le aveva detto che al momento giusto avremmo dovuto recarci in quel posto ad aspettare che il potere della pista ci si rivelasse. La Gorda aggiunse che non era un qualsiasi sentiero di capre, ma una linea naturale della terra che, aveva affermato il Nagual, ci avrebbe dato forza e sapienza se avessimo potuto seguirla e immedesimarci con essa.

Camminando seguivamo una guida mista. La Gorda forniva l’impulso, Nestor conosceva a fondo quel terreno. Lei ci condusse in un luogo fra le montagne. Allora subentrò Nestor, che individuò un sentiero. La nostra formazione era chiara: la testa procedeva per prima e gli altri si disponevano secondo lo schema anatomico del serpente: cuore, intestino e coda. Gli uomini stavano alla destra delle donne. Ogni coppia seguiva a poco più di un metro dalla precedente.

Marciavamo veloci e in silenzio, per quanto possibile. Per un po’ ci furono cani che abbaiavano; e, man mano che salivamo sulle montagne, restò solo il canto dei grilli.

Camminammo per un bel pezzo. Improvvisamente la Gorda si fermò e mi afferrò un braccio. Indicò qualcosa davanti a noi. A venti o trenta metri, proprio nel mezzo della pista, c’era la massiccia sagoma

di un uomo enorme, alto quasi tre metri. Bloccava il nostro cammino. Ci riunimmo in gruppo serrato, con gli occhi fissi su quella forma oscura. Quello non si mosse. Dopo un po’ Nestor avanzò da solo per alcuni passi verso di lui. Soltanto allora la figura si mosse. Venne verso di noi. Gigantesco com’era, si muoveva con agilità.

Nestor tornò indietro di corsa. Nel momento in cui ci raggiunse, l’uomo si fermò. La Gorda, coraggiosa, fece un passo verso di lui. L’uomo fece un passo verso di noi. Era evidente che se avessimo continuato ad avanzare, ci saremmo scontrati con il gigante. Non eravamo in grado di affrontarlo, chiunque fosse. Senza aspettare di dimostrano, presi io l’iniziativa, spinsi tutti indietro e li allontanai in fretta da quel luogo.

Prendemmo la strada del ritorno, verso la casa della Gorda, in assoluto silenzio. Impiegammo ore ad arrivarci. Eravamo profondamente esausti. Quando ci fummo seduti al sicuro nella sua camera, la Gorda parlò.

« Siamo condannati » mi disse. « Tu non hai voluto che proseguissimo. Quella cosa che abbiamo visto sulla pista è uno dei tuoi alleati, vero? Escono dai loro nascondigli quando tu li spingi fuori. »

Non risposi. Non c’era senso a protestare. Mi ricordavo delle innumerevoli occasioni in cui avevo creduto che don Juan e don Genaro fossero in combutta fra di loro. Pensavo che mentre don Juan mi parlava al buio, don Genaro si travestisse per spaventarmi, e don Juan insisteva che fosse un alleato. L’idea che esistessero alleati o esseri in libertà che sfuggivano alla nostra normale attenzione era stata troppo inverosimile per me. Ma ora ero giunto al punto di scoprire che gli alleati delle descrizioni di don Juan esistevano davvero; c’erano, come aveva detto, esseri in libertà nel mondo.

In uno scoppio di autoritarismo, raro in me nella vita normale, mi alzai e dissi alla Gorda e a tutti gli altri che avevo una proposta da fare, che potevano accettare o respingere. Se erano pronti a partire da lì, mi sarei volentieri assunto la responsabilità di condurli da qualche altra parte. Se non erano pronti, mi sarei sentito libero da ogni futuro impegno verso di loro.

Sentii un’ondata di ottimismo e di sicurezza. Nessuno disse una parola. Mi guardarono in silenzio, come se ognuno stesse soppesando fra sé e sé la mia dichiarazione.

« Quanto tempo vi serve per fare i bagagli? » chiesi;

« Non ne abbiamo » disse la Gorda. « Partiremo così come siamo. E possiamo farlo in questo stesso istante, se necessario. Ma se possiamo aspettare altri tre giorni, tutto andrà meglio per noi. »

« E le case che avete? » chiesi.
« Se ne occuperà Soledad » rispose lei.
Era la prima volta che veniva menzionato il nome di dona

Soledad dall’ultima volta che l’avevo vista. Ero così incuriosito che per un attimo mi dimenticai del dramma che stavamo vivendo. Mi sedetti. La Gorda esitava a rispondere alla mia domanda su dona Soledad. Nestor interloquì dicendo che dona Soledad era in giro, ma che nessuno di loro era molto al corrente della sua attività. Andava e veniva senza dirlo a nessuno, visto che si erano messi d’accordo che loro avrebbero badato a casa sua e viceversa. Dona Soledad sapeva che prima o poi se ne sarebbero dovuti andare, e s’era assunta lei il compito di fare tutto il necessario per sistemare la loro proprietà.

« Come l’avviserete? » chiesi.

« Ci penserà la Gorda » disse Nestor. « Noi non sappiamo dove sia. »

« Gorda, dov’è dona Soledad? » le chiesi.
« E come diavolo faccio a saperlo, io? » mi rispose stizzita.
« Ma sei tu quella che la chiama » disse Nestor.
La Gorda mi guardò. Era uno sguardo inespressivo, eppure mi

fece rabbrividire. Riconoscevo quello sguardo, ma da dove veniva? Qualcosa mi si agitò nel profondo; il mio plesso solare aveva una rigidità che non avevo mai provato prima. Il diaframma sembrava che si spingesse in su da solo. Stavo chiedendomi se dovevo sdraiarmi, quando d’un tratto mi ritrovai in piedi.

« La Gorda non lo sa » dissi. « Solo io so dov’è. »

Furono tutti colpiti — io forse più di ogni altro. Avevo fatto quella dichiarazione senza alcun fondamento razionale. Ciò nonostante, mentre pronunciavo quelle parole, avevo avuto la perfetta convinzione di sapere dov’era. Era stato come un lampo che mi aveva attraversato la coscienza. Vidi una zona montagnosa con cime aride e

dirupate, un terreno scosceso, freddo e desolato. Appena ebbi parlato, il mio primo pensiero cosciente fu che dovevo aver visto quel paesag- gio al cinema, e che la tensione causata dalla compagnia di quelle persone doveva avermi provocato un collasso.

Mi scusai per averli ingannati in quel modo così grossolano, anche se involontario. Poi mi sedetti di nuovo.

« Vuoi dire che non sai perché l’hai detto? » mi chiese Nestor.

Aveva scelto le parole attentamente. Il modo naturale di rispondere, almeno da parte mia sarebbe stato: “Così, in fondo, tu non sai dov’è”. Spiegai loro che ero stato preso da una sensazione sconosciuta. Descrissi il paesaggio che avevo visto e la certezza che avevo avuto che dona Soledad si trovasse là.

« Questo ci capita molto spesso » disse Nestor.

Mi volsi alla Gorda, e lei annuì. Le chiesi una spiegazione. « Queste cose strane e confuse continuano a presentarsi alla nostra mente. Prova a chiedere a Lydia, o a Rosa, o a Josefina » mi rispose la Gorda.

Da quando si erano divisi nella nuova sistemazione, Lydia, Rosa e Josefina non mi avevano parlato molto. Si erano limitate a salutarmi, e a scambiare qualche parola sul cibo o sul tempo.

Lydia evitò di guardarmi. Mormorò che a volte pensava di ricordare strane cose.

« Alle volte posso veramente odiarti mi disse. Penso che tu faccia finta di essere stupido. Poi mi ricordo che sei stato molto male a causa nostra. Eri tu? »

Certo che era lui disse Rosa. « Anch’io mi ricordo alcune cose. Mi ricordo di una signora che fu gentile con me. Mi insegnò a tenermi pulita, e questo Nagual mi tagliò i capelli per la prima volta, mentre la signora mi teneva, perché ero terrorizzata. Mi voleva bene, lei. Mi abbracciava spesso. Era molto alta. Ricordo che il mio viso le arrivava al petto, quando mi abbracciava. E stata l’unica persona che si sia mai occupata di me. Per lei avrei affrontato volentieri la morte. »

« Chi era quella signora, Rosa? » chiese la Gorda col fiato sospeso.

Rosa mi indicò con un gesto del mento, un gesto pieno di delusione e di disprezzo.

« Lui lo sa disse. »

Tutti mi guardarono, in attesa di una risposta. Mi irritai e gridai a Rosa che non aveva il diritto di fare delle affermazioni che in realtà erano accuse. Io non stavo in alcun modo mentendo.

Rosa non rimase scossa dal mio sfogo. Mi spiegò con calma di ricordarsi che la signora aveva detto che un giorno o l’altro sarei tornato, quando mi fossi rimesso in salute. Rosa credeva che la signora mi stesse assistendo e curando; quindi, poiché ormai sembravo guarito, io dovevo per forza sapere chi fosse e dove abitasse.

« Che tipo di malattia ho avuto? » chiesi a Rosa.

« Ti sei ammalato perché non potevi trattenere il tuo mondo » rispose con profonda convinzione. « Qualcuno mi ha detto, credo molto, molto tempo fa, che tu non eri destinato a noi, proprio come Eligio aveva anticipato alla Gorda in sogno. Per questo ci hai lasciati e Lydia non ti ha mai perdonato. Ti odierà anche oltre questo mondo. »

Lydia protestò che i suoi sentimenti per me non avevano nulla a che fare con quello che raccontava Rosa. Aveva solo poca pazienza e si irritava facilmente alle mie stupidità.

Chiesi a Josefina se anche lei si ricordasse di me.

« Certo » disse con una smorfia. « Ma tu mi conosci, sono matta. Non puoi fare affidamento su di me. Non sono fidata. »

La Gorda insistette per sentire cosa si ricordasse Josefina. Josefina aveva deciso di non dire nulla e si misero a rimbeccarsi. Alla fine Josefina mi parlò.

« A cosa servono tutte queste chiacchiere sui ricordi? Sono solo chiacchiere, e non valgono un fico » disse.

Josefina sembrava aver segnato un punto contro tutti noi. Non c’era nulla da aggiungere. Dopo un educato silenzio di qualche minuto stavano per alzarsi e andarsene.

« Ricordo che mi hai comperato dei bei vestiti » mi disse Josefina. « Non ti ricordi quando sono caduta dalle scale di quel negozio? Mi sono quasi rotta una gamba, e mi hai dovuto portare fuori in braccio. »

Si risedettero tutti, con gli occhi fissi su Josefina.

« Ricordo anche una strana donna » continuò. « Voleva pic- chiarmi e mi inseguiva dappertutto finché tu non ti arrabbiasti e la fermasti. »

Mi sentivo esasperato. Tutti sembravano pendere dalle labbra di Josefina, mentre lei stessa ci aveva detto di non fidarci perché era matta. Aveva ragione. I suoi ricordi per me erano pure aberrazioni.

« So anche perché ti sei ammalato » continuò. « Ero lì, ma non ricordo dove. Ti portarono al di là di quel muro di nebbia per trovare questa stupida della Gorda. Penso che si fosse persa. Tu non riuscivi a tornare indietro. Quando vi portarono fuori eri mezzo morto. »

Il silenzio che seguì alla sua rivelazione era opprimente. Avevo paura di fare qualsiasi domanda.

« Non riesco a ricordare perché diavolo lei sia mai andata là dietro, o chi ti abbia riportato a casa » continuò Josefina. « Che tu eri ammalato me lo ricordo, e che non mi riconoscevi più. Questa stupida Gorda giura che non ti conosceva quando venisti per la prima volta in questa casa alcuni mesi fa. Io ti riconobbi subito. Mi ricordai che eri il Nagual che si era ammalato. Vuoi sapere una cosa? Credo che queste donne se la prendano comoda. E anche gli uomini, soprattutto quello stupido di Pablito. Invece devono ricordarsi, c’erano anche loro, là. »

« Ti puoi ricordare dove eravamo? » chiesi.

« No, non ci riesco » disse Josefina. « Ma riconoscerei il posto, se mi ci portassi. Quando eravamo tutti là, ci chiamavano gli ubriaconi, perché eravamo tutti intontiti. Io ero la meno stordita, così mi ricordo abbastanza bene. »

« Chi ci chiamava ubriaconi? » chiesi.

« Non te, solo noi » disse Josefina. « Non so chi. Il Nagual Juan Matus, penso. »

Li fissai, e ciascuno evitò il mio sguardo.

« Stiamo arrivando alla fine » mormorò Nestor, come parlando a se stesso. « La nostra fine ci sta fissando dritto negli occhi. »

Sembrava sul punto di mettersi a piangere.

« Dovrei essere contento e orgoglioso di essere arrivato alla fine » continuò. « Invece sono triste. Come lo spieghi, Nagual ? »

Di colpo erano diventati tutti tristi. Anche la baldanzosa Lydia era triste.

« Cosa vi succede? » chiesi in tono gioviale. « Di che fine state parlando? »

« Credo che ciascuno sappia di che fine si tratta » disse Nestor. « In questi ultimi tempi ho avuto strani presentimenti. Qualcosa ci sta

chiamando. E noi non ci lasciamo andare come dovremmo. Restiamo abbarbicati. »

Pablito ebbe un momento di vera galanteria e disse che la Gorda era l’unica fra loro che non provava attaccamento per nulla. Il resto di loro, insistè, erano praticamente egoisti senza speranza.

« Il Nagual Juan Matus disse che quando sarà tempo di andare ci verrà dato un segno » disse Nestor. « Qualcosa che ci piace moltissimo si farà avanti a prenderci.

« Disse che non dovrà essere per forza importante’ aggiunse Benigno. « Ne basterà una cosa qualsiasi, ma che ci piaccia. »

« Per me questo segno prenderà la forma dei soldatini di piombo che non ho mai avuti » mi disse Benigno. « A prendermi verrà una fila di ussari a cavallo. E tu? »

Mi ricordai che don Juan una volta mi aveva detto che la morte può essere nascosta dietro qualsiasi cosa, anche dietro un puntino sul mio block notes. Mi aveva dato allora la definitiva metafora della mia morte. Gli avevo raccontato che una volta, passeggiando lungo l’Hollywood Boulevard a Los Angeles, avevo sentito una tromba che suonava una vecchia e insulsa canzoncina. La musica veniva da un negozio di dischi sull’altro lato della strada. Non avevo mai sentito un suono più bello. Ne fui rapito. Dovetti sedermi sul cordone del marciapiedi. Il limpido suono metallico della tromba mi penetrava direttamente nel cervello. Lo sentivo proprio sopra la mia tempia destra. Mi blandì fino a farmene ubriacare. Quando finì, seppi che non ci sarebbe mai stato modo di ripetere quella esperienza, ed ebbi abbastanza buon senso da non precipitarmi nel negozio a comprare il disco e lo stereo su cui sentirlo.

Don Juan disse che era stato un segno inviatomi dai poteri che governano il destino degli uomini. Quando giungerà il mio tempo di lasciare il mondo, in qualsiasi modo, udrò lo stesso suono di tromba, lo stesso motivetto insulso, lo stesso suonatore senza pari.

L’indomani fu per loro una giornata frenetica. Sembrava che avessero un numero infinito di cose da fare. La Gorda disse che i loro compiti erano personali e ciascuno doveva fare i suoi, senza aiuto. Fui contento di rimanere solo. Anch’io avevo delle cose da fare. Presi la macchina e mi recai nella città vicina dove mi era capitato tutto quello

scombussolamento. Andai diritto alla casa che aveva tanto affascinato la Gorda e me; bussai alla porta. Venne ad aprire una signora. Mi in- ventai la storia che avevo abitato in quella casa da bambino e volevo rivederla ancora. Era una donna molto gentile. Mi lasciò visitare la casa, sprofondandosi in mille scuse per un inesistente disordine.

In quella casa c’era una profusione di memorie nascoste. Erano lì, potevo sentirle, ma non riuscivo a ricordare nulla.

Il giorno seguente la Gorda uscì all’alba; pensavo che sarebbe stata fuori tutto il giorno, ma tornò a mezzogiorno. Sembrava molto turbata.

« Soledad è tornata e vuole vederti » mi disse seccamente.

Senza una parola di spiegazione mi portò a casa di dona Soledad. Dona Soledad era in piedi sulla soglia. Sembrava più giovane e più forte dell’ultima volta che l’avevo vista. Aveva solo una debolissima somiglianza con la donna che avevo conosciuto anni prima.

La Gorda sembrava sul punto di mettersi a piangere. La tensione da cui eravamo pervasi mi faceva comprendere perfettamente il suo stato d’animo. Se ne andò senza una parola.

Dona Soledad disse che aveva poco tempo per parlarmi, e che ne avrebbe utilizzato ogni secondo. Era deferente e non me l’aspettavo. C’era un tono di cortesia in ogni sua parola.

Feci un gesto per interromperla e porle una domanda. Volevo chiederle dove era stata. Rifiutò di rispondermi, in modo molto garbato. Disse che aveva scelto con cura le parole, e la mancanza di tempo le permetteva solo di dire l’essenziale.

Mi fissò negli occhi per un momento che mi sembrò inna- turalmente lungo. Questo mi diede fastidio. Avrebbe potuto, nello stesso lasso di tempo, parlarmi e rispondere a qualche mia domanda. Ruppe il silenzio dicendo cose per me assurde. Disse che mi aveva attaccato come le avevo chiesto di fare il giorno in cui avevamo oltrepassato per la prima volta le linee parallele, e che sperava che il suo attacco fosse stato efficace e fosse servito allo scopo. Volevo gridare che non le avevo mai chiesto di fare una cosa del genere. Non sapevo nulla di linee parallele, e quello che mi diceva era privo di senso. Mi chiuse le labbra con la mano. D’istinto indietreggiai. Sem- brava triste. Disse che non c’era modo di parlarci, perché in quel

momento eravamo su due linee parallele e nessuno di noi aveva l’energia di attraversarle; solo con gli occhi poteva mostrarmi il suo stato d’animo.

Incominciai, senza nessuna ragione, a sentirmi più sollevato, qualcosa in me si trovava a suo agio. Mi accorsi che le lacrime mi stavano scorrendo lungo le guance. E allora una sensazione incredibile mi assalì per un istante, un momento breve ma lungo abbastanza per scuotere le basi della mia coscienza, o della mia persona, o di quello che penso e che sento come il mio io. Per questo breve istante seppi che eravamo molto vicini come propositi e temperamento. Le nostre condizioni erano simili. Volevo dichiararle che era stata una lotta difficile, ma che non era ancora finita. Non sarebbe finita mai. Mi stava dicendo addio, poiché, da quella guerriera impeccabile che era, sapeva che le nostre strade non si sarebbero più incrociate. Eravamo giunti al termine di una pista. Un sentimento perduto di affinità spuntò da qualche inimmaginabile e oscuro angolo del mio io. Quel lampo fu per me come una scarica elettrica. L’abbracciai; le labbra mi si muo- vevano, articolando parole che per me non avevano alcun significato. Le si accese lo sguardo. Diceva anche lei qualcosa di incomprensibile. L’unica chiara sensazione che avevo, di aver passato le linee parallele, era priva di ogni significato pragmatico. Dentro di me s’era formata un’angoscia prorompente. Una forza inesplicabile mi stava spezzando in due. Non riuscivo a respirare, e tutto divenne buio.

Sentii che qualcuno mi muoveva e mi scuoteva con tocco lieve. Misi a fuoco il viso della Gorda. Ero sdraiato sul letto di dona Soledad e la Gorda mi era seduta accanto. Eravamo soli.

« Dov’è? » chiesi.
« Se n’è andata » rispose la Gorda.
Volevo raccontare tutto, alla Gorda. Lei mi fermò. Aprì la porta.

Gli apprendisti erano fuori ad aspettarmi. Avevano indossato abiti sbrindellati. La Gorda mi spiegò che avevano lacerato tutto quello che avevano. Era tardo pomeriggio. Avevo dormito per delle ore. Senza parlare andammo fino alla casa della Gorda, dove avevo parcheggiato la macchina. Ci si ammucchiarono dentro come dei ragazzi in gita domenicale.

Prima di salire in macchina mi fermai a dare uno sguardo alla vallata. Il mio corpo si girò lentamente e fece una rotazione completa, come se avesse una volontà propria. Sentivo che stavo raccogliendo l’essenza di quel luogo. Volevo portarla con me perché sapevo senza alcun dubbio che non l’avrei rivisto mai più in questa vita.

Gli altri dovevano avere già fatto la stessa cosa. Erano liberi da ogni malinconia, ridevano, si prendevano gioco l’un dell’altro.

Misi in moto e partii. Quando fummo all’ultima curva della strada il sole stava tramontando, e la Gorda mi gridò di fermarmi. Scese e corse a una piccola altura al lato della strada. Vi si arrampicò e diede un ultimo sguardo alla valle. Stese le braccia in quella direzione. Con un profondo sospiro raccolse tutto dentro di sé.

La discesa da quella montagna fu stranamente breve e assolutamente tranquilla. Erano tutti silenziosi. Cercai di trascinare la Gorda in una conversazione, ma rifiutò brusca. Disse che le montagne, che erano possessive, rivendicavano un diritto su di loro, e che se non avessero risparmiato energie, le montagne non li avrebbero mai lasciati andare.

Giunti in pianura si animarono di più, soprattutto la Gorda. Sembrava scoppiare di energia. Mi diede perfino delle notizie senza alcuna sollecitazione da parte mia. Secondo lei il Nagual Juan Matus le aveva detto, e Soledad aveva confermato, che c’era in noi un altro lato. All’udirla, gli altri si unirono alla conversazione con domande e commenti. Erano sconcertati dai loro strani ricordi di avvenimenti che secondo la logica non potevano avere mai avuto luogo. Poiché alcuni di loro mi avevano visto per la prima volta solo alcuni mesi prima, il ricordarsi di me in un remoto passato restava qualcosa che superava ogni limite della ragione.

Così riferii loro il mio incontro con dona Soledad. Descrissi la sensazione di conoscerla già bene, e l’impressione di aver attraversato insieme quel che lei chiamava le linee parallele. Reagirono in modo confuso alle mie parole; sembrava che avessero udito prima quell’espressione, ma non ero sicuro ne conoscessero il significato. Per me era una metafora. Non potevo garantire che fosse lo stesso per loro.

Quando stavamo arrivando a Oaxaca, mi espressero il desiderio di visitare il luogo dove la Gorda aveva detto che erano spariti don Juan

e don Genaro. Guidai direttamente fin lì. Si buttarono fuori dalla macchina e sembrò che si orientassero, annusando qualcosa, cercando degli indizi. La Gorda puntò nella direzione in cui lei riteneva fossero andati.

« Hai fatto un errore terribile, Gorda » disse Nestor ad alta voce. « Quello non è l’est, è il nord. »

La Gorda protestò e difese la sua opinione. Le donne la spalleggiarono, e anche Pablito. Benigno non si compromise; continuava a fissarmi come se aspettasse che io fornissi la risposta, e infatti fu così. Consultai una pianta di Oaxaca che avevo in macchina. La direzione indicata dalla Gorda era proprio il nord.

Nestor fece notare che aveva avuto sempre la sensazione che la partenza dalla loro città non fosse prematura, o in qualche modo forzata; era il momento giusto. Ma gli altri non la pensavano così, e la loro esitazione nasceva dall’errore della Gorda. Avevano creduto, come lei appunto, che il Naguai avesse indicato la loro città, volendo dire che non si dovessero muovere di lì. Ammisi, ripensandoci, che in ultima analisi la colpa era mia, perché, pur avendo la pianta, quella volta non l’avevo usata.

Accennai allora al fatto che mi ero dimenticato di dire loro che uno degli uomini, quello che per un momento avevo ritenuto fosse don Genaro, ci aveva fatto un cenno con il capo. La Gorda spalancò gli occhi, con genuina sorpresa, o addirittura allarmata. Non si era accorta del gesto, disse. Il cenno era diretto solo a me.

« Ecco! esclamò Nestor. « Il nostro destino è deciso! »

Si girò per rivolgersi agli altri. Stavano parlando tutti in una volta. Agitò freneticamente le mani per calmarli.

« Spero solo che ciascuno di noi abbia fatto quello che doveva fare, come se non dovesse ritornare mai » disse. « Perché non ritorneremo più indietro. »

« Ci stai dicendo la verità? » mi chiese Lydia con uno sguardo fiero negli occhi, mentre gli altri mi sembravano speranzosi.

Garantii che non avevo ragione di inventarmelo. L’aver visto un uomo che mi faceva un cenno con il capo non aveva alcun significato per me. Inoltre, non ero neppure convinto che quelli fossero don Juan e don Genaro.

« Sei molto astuto » disse Lydia. « Magari ci dici questo in modo che ti seguiamo buoni buoni. »

« Ora, aspettate un attimo » disse la Gorda. « Questo Nagual può essere astuto quanto volete, ma non farebbe mai una cosa simile. »

Si rimisero a vociare tutti insieme. Cercai di fare da paciere e dovetti alzar la voce più di loro per dire che non faceva comunque differenza quello che avevo visto.

Nestor spiegò con molta cortesia come Genaro avesse detto loro che quando fosse giunto il tempo di lasciare la vallata glielo avrebbe fatto in qualche modo sapere con un cenno del capo. Si calmarono quando dissi loro che se questo aveva segnato il loro destino, aveva segnato anche il mio; così saremmo andati tutti a nord.

Nestor allora ci condusse in un posto per sistemarci, una pensione dove scendeva quando doveva sbrigare qualche affare in città. Erano tutti pieni di entusiasmo, troppo per me. Perfino Lydia mi abbracciò, scusandosi per aver fatto la difficile. Mi spiegò che aveva creduto alla Gorda e quindi non si era preoccupata di tagliare davvero ogni suo legame. Josefina e Rosa erano euforiche e continuavano a darmi manate sulla schiena. Volevo parlare con la Gorda. Dovevo discutere il corso delle nostre azioni. Ma quella notte non mi fu dato modo di rimanere solo con lei.

Nestor, Pablito e Benigno uscirono di primo mattino per commissioni. Anche Lydia, Rosa e Josefina andarono a fare spese. La Gorda mi chiese di aiutarla a comperare i suoi nuovi vestiti. Voleva che scegliessi un abito per lei, l’abito perfetto che le desse la sicurezza necessaria per essere una guerriera senza forma. Le trovai non solo un abito, ma tutto il necessario, scarpe, calze e biancheria.

La portai a fare un giro. Vagammo per il centro della città come due turisti, fissando gli indios nei loro costumi regionali. Essendo un guerriero senza forma, si trovava già perfettamente a suo agio nell’abito elegante. Era splendida. Come se non si fosse mai vestita in altro modo. Ero io che non riuscivo ad abituarmici.

Le domande che volevo fare alla Gorda, e che avrebbero dovuto sgorgarmi fuori, non riuscivo a formularle. Non avevo idea di cosa chiederle. Con assoluta serietà le dissi che il suo nuovo aspetto aveva

fatto colpo su di me. Mi rispose semplicemente che quello che mi aveva colpito era l’aver superato i confini.

« Noi abbiamo passato certi confini la notte scorsa » disse. « Soledad mi aveva detto cosa dovessi aspettarmi, così ero preparata. Ma tu non lo eri. »

Cominciò a spiegarmi adagio e a bassa voce che la notte prima noi avevamo oltrepassato certi confini dell’affetto. Sillabava ogni parola, come se parlasse a un bambino o a uno straniero. Ma non riuscivo a concentrarmi. Tornammo al nostro alloggio. Avevo bisogno di riposo, eppure finii con l’uscire di nuovo. Lydia, Rosa e Josefina non erano riuscite a trovare nulla, e volevano qualcosa di simile al completo della Gorda.

A metà pomeriggio tornai alla pensione ad ammirare le sorelline. Rosa aveva una certa difficoltà a camminare con i tacchi alti. Stavano scherzando sui suoi piedi, quando la porta si spalancò e Nestor fece un ingresso drammatico. Indossava un abito blu scuro di buon taglio, camicia rosa pallido e cravatta blu. Aveva i capelli accuratamente pettinati e un po’ gonfi, come se glieli avessero asciugati con il phon. Guardò le donne, e le donne guardarono lui. Entrò Pablito seguito da Benigno. Erano tutti e due molto azzimati. Avevano scarpe nuove di zecca e gli abiti sembravano fatti su misura.

Non riuscivo a superare lo shock per come tutti s’erano adattati agli abiti da città. Mi ricordavano tanto don Juan. Ero forse altrettanto colpito dalla vista dei tre Genaros in abiti cittadini di quanto lo ero stato vedendo don Juan con un completo addosso, tuttavia accettai il loro cambiamento. D’altra parte, mentre non ero sorpreso dalla trasformazione delle donne, per una qualche ragione non riuscivo ad abituarmici.

Pensai che i Genaros dovessero aver avuto un colpo di fortuna stregonesca per trovare delle misure così perfette. Risero sentendomi vaneggiare di fortuna. Nestor disse che gli abiti erano stati confezionati da un sarto mesi prima.

« Ognuno di noi ha un altro abito » mi disse. « Abbiamo perfino delle valigie di cuoio. Sapevamo che il nostro soggiorno fra queste montagne era finito. Siamo pronti a partire! Però devi prima dirci per dove. E anche per quanto tempo ancora dobbiamo stare qui. »

Mi disse che aveva ancora dei vecchi conti in sospeso da chiudere, e gli occorreva tempo. La Gorda si fece avanti e dichiarò, con aria sicura e autoritaria, che saremmo partiti quella notte stessa e saremmo andati lontano quanto l’avrebbe permesso il potere; quindi avevamo tempo fino a sera per sistemare gli affari. Nestor e Pablito esitavano vicino alla porta. Mi guardarono, in attesa di una conferma. Pensai che il minimo che potessi fare era di essere onesto con loro, ma la Gorda mi interruppe per dire che ero le mille miglia lontano dal sapere che cosa dovessimo fare con esattezza.

« Ci incontreremo alla panchina del Nagual verso sera » disse. « Partiremo da lì. Fino ad allora, faremo qualsiasi cosa che dobbiamo o vogliamo fare, sapendo che in questa vita non torneremo più qui. »

Quando tutti furono usciti, la Gorda e io rimanemmo soli. Con un movimento brusco e maldestro mi si sedette sulle ginocchia. Era così leggera, che potevo farle vibrare il corpo sottile contraendo i muscoli dei polpacci. I suoi capelli avevano un particolare profumo. Dissi per scherzo che era un odore insopportabile. Stava ridendo e vibrando, quando mi assalì improvvisa una sensazione — un ricordo? Tutto a un tratto tenevo un’altra Gorda sulle ginocchia, grassa, grassa due volte la Gorda che conoscevo. Aveva la faccia tonda, e io stavo scherzando sul profumo dei suoi capelli. Avevo l’impressione che stessi curandola.

L’impatto di questo ingannevole ricordo mi fece balzare in piedi. La Gorda cadde rumorosamente sul pavimento. Le descrissi quello che avevo « ricordato». Le dissi che l’avevo vista grassa solo una volta, e per un tempo così breve che non mi ero fatto un’idea della sua fisionomia, e tuttavia avevo appena avuto la visione del viso di quando era grassa.

Non fece alcun commento. Si spogliò e indossò di nuovo i suoi vecchi abiti.

« Non sono ancora pronta a indossarli » disse, indicando gli indumenti nuovi. « Abbiamo un’altra cosa ancora da fare prima di essere liberi. Secondo le istruzioni del Nagual Juan Matus, dobbiamo sederci tutti insieme in un luogo di potere di sua scelta. »

« Dov’è questo posto? »

« Da qualche parte sulle montagne, qui intorno. È come una porta. Il Nagual mi disse che c’era una spaccatura naturale. Disse che alcuni luoghi di potere sono buchi di questo mondo; se uno è senza forma, può passarci attraverso ed entrare nell’ignoto, in un altro mondo. Quel mondo, e questo in cui viviamo, sono su due linee parallele. È possibile che tutti noi prima o poi siamo stati portati attraverso quelle linee, ma non ce ne ricordiamo. Eligio è in quell’altro mondo. Alle volte ci arriviamo sognando. Naturalmente la migliore sognatrice di tutti noi è Josefina. Attraversa le linee ogni giorno, ma è matta e questo la rende indifferente, perfino stupida, quindi Eligio ha aiutato me a passare le linee pensando che io fossi più intelligente, ma anch’io sono risultata altrettanto stupida. Eligio vuole che ci ricordiamo il nostro lato sinistro. Soledad mi disse che il lato sinistro è la linea parallela a quella nella quale stiamo vivendo ora. Così se lui vuole che lo ricordiamo, è perché dobbiamo esserci stati. E non in sogno. Ecco perché di tanto in tanto tutti ci ricordiamo cose bizzarre. »

Viste le premesse su cui si basava, le sue erano conclusioni logiche. Sapevo di cosa parlava; quei ricordi occasionali e spontanei lasciavano trapelare la realtà della vita di ogni giorno e tuttavia non era possibile ordinarli in una sequenza temporale, o trovare uno spazio nelle nostre vite che si adattasse loro.

La Gorda si stese sul letto. Nei suoi occhi c’era uno sguardo preoccupato.

« Quello che mi angoscia è come trovare quel luogo di potere » disse. « Senza, non c’è possibilità di metterci in viaggio. »

« Quello che preoccupa me, è scoprire dove devo portarvi e cosa devo fare di tutti voi » dissi.

« Soledad mi disse che saremmo andati a nord fino al confine » disse la Gorda. « Alcuni di noi forse ancora più a nord. Ma tu non farai tutto il viaggio con noi. Tu hai un altro destino. »

La Gorda rimase per un po’ soprappensiero. Corrugò la fronte per lo sforzo evidente di mettere ordine alle proprie idee.

« Soledad disse che tu mi porterai ad adempiere al mio destino » disse la Gorda. « Io sono l’unica del gruppo che ti sia stata affidata. »

Una espressione allarmata doveva essermisi diffusa sul viso. Lei sorrise.

« Soledad mi disse anche che tu sei tappato » continuò la Gorda. « Ci sono tuttavia dei momenti in cui diventi un autentico Nagual. Per il resto, dice Soledad, sei come un pazzo, che diventa lucido solo per alcuni istanti e poi torna indietro alla sua follia. »

Dona Soledad aveva trovato un’immagine adatta a descrivermi, un’immagine che riuscivo a comprendere. Dovevo aver avuto un momento di lucidità per lei quando mi accorsi di aver passato le linee parallele. Quello stesso momento, secondo il mio normale modo di vedere, era stato il più assurdo di tutti. Doiìa Soledad e io eravamo certo su due diverse linee di pensiero.

« Cosa ti ha detto ancora? » chiesi.

« Che dovrei sforzarmi di ricordare » rispose la Gorda. « Si sfinì cercando di portare a galla la mia memoria; ecco perché non ha potuto occuparsi di te. »

La Gorda si alzò: era pronta a uscire. La portai a fare una passeggiata in città. Sembrava felicissima. Andava da un posto all’altro osservando ogni cosa, beandosi lo sguardo dello spettacolo del mondo. Questa immagine me l’aveva fornita don Juan. Mi diceva che un guerriero sa di essere in attesa, sa anche di che cosa è in attesa, e mentre attende si bea gli occhi con lo spettacolo del mondo. Secondo lui la perfezione suprema per un guerriero era la gioia. Quel giorno, a Oaxaca, la Gorda seguiva alla lettera l’insegnamento di don Juan.

Nel tardo pomeriggio, prima del tramonto, ci sedemmo sulla panchina di don Juan. I primi ad arrivare furono Benigno, Pablito e Josefina. Pochi minuti dopo fummo raggiunti dagli altri tre. Pablito si sedette tra Josefina e Lydia cingendole con le braccia. S’erano rimessi i vecchi abiti. La Gorda si alzò e incominciò a dir loro del luogo di potere.

Nestor rise alle sue parole e gli altri lo imitarono.

Non ci farai mai più cadere sotto la tua prepotenza disse Nestor. « Ci siamo liberati dite. Abbiamo passato i confini l’altra notte. »

La Gorda rimase serena, ma gli altri erano irritati. Dovetti intervenire. Dissi ad alta voce che volevo sapere di più sui confini che

avevano oltrepassato la notte prima. Nestor spiegò che era una cosa che riguardava solo loro. La Gorda non la pensava così. Sembravano sul punto di litigare. Tirai da parte Nestor e gli ordinai di parlarmi dei confini.

« I nostri sentimenti creano confini dovunque » disse. « Più affetto proviamo, più invalicabile diventa questo confine. In questo caso noi amavamo la nostra dimora; prima di partire dovemmo sollevare i nostri sentimenti. L’affezione per la nostra casa salì fino alla cima delle montagne a occidente della valle. Quella era la frontiera; e quando abbiamo attraversato il crinale di quelle montagne, sapendo che non saremmo più tornati indietro, l’abbiamo infranto. »

« Ma anch’io sapevo che non sarei più tornato indietro » dissi.
« Tu non amavi quelle montagne come noi » rispose Nestor.
« Resta ancora da vedere » osservò ambiguamente la Gorda.
« Eravamo sotto la sua influenza » disse Pablito, alzandosi e

indicando la Gorda. « Ci teneva per la collottola. Mi accorgo ora di quanto siamo stati stupidi per colpa sua. Non possiamo piangere sul latte versato, ma non ci cascheremo più. »

Lydia e Josefina si unirono a Nestor e Pablito. Benigno e Rosa stavano a guardare come se la disputa non li riguardasse più.

Proprio allora ebbi un altro momento di sicurezza e di autorità. Mi alzai e, senza una decisione cosciente, annunciai che avrei preso io la direzione e che esoneravo la Gorda da ogni ulteriore obbligo di fare commenti o di presentare le proprie idee come l’unica soluzione. Quando finii di parlare rimasi colpito dal mio coraggio. Tutti, compresa la Gorda, ne furono contenti.

La frase che sosteneva la mia esplosione era stata prima una sensazione fisica che le cavità frontali mi si stessero aprendo, poi la certezza di aver capito cosa avesse voluto dire don Juan, e dove fosse il posto che dovevamo visitare prima di essere liberi. Mentre mi si aprivano le cavità frontali, avevo avuto una visione di quella casa che tanto mi aveva affascinato.

Dissi loro dove dovevamo andare. Accettarono le mie indicazioni senza discutere o fare commenti. Pagammo l’alloggio e andammo fuori a cena. Poi ce ne stemmo a zonzo per la piazza fino alle undici circa. Portai lì la macchina, vi si ammucchiarono rumorosamente, e

partimmo. La Gorda rimase sveglia a tenermi compagnia, mentre gli altri si addormentarono; poi guidò Nestor e la Gorda e io dormimmo.

5

UN’ORDA DI STREGONI INFEROCITI

Giungemmo in città allo spuntare dell’alba. A questo punto presi io il volante e guidai fino alla casa. Un paio di isolati prima, la Gorda mi chiese di fermarmi. Scese dalla macchina e incominciò a camminare sull’alto marciapiedi. Uno alla volta scesero tutti. Seguirono la Gorda. Pablito mi si sedette a lato e mi disse di parcheggiare nella plaza, che distava un isolato. Così feci.

Quando vidi la Gorda girare l’angolo, mi accorsi che qualcosa non andava. Era straordinariamente pallida. Mi si avvicinò e mi disse in un bisbiglio che sarebbe andata a sentire la prima messa. E così pure Lydia. Tutt’e due attraversarono la plaza ed entrarono in chiesa.

Pablito, Nestor e Benigno erano cupi come non li avevo mai visti. Rosa era terrorizzata, con la bocca aperta, gli occhi fissi e sgranati in direzione della casa. Solo Josefina era raggiante. Mi diede una amichevole pacca sulla schiena.

« Ce l’hai fatta, canaglia! » esclamò. « Gli hai messo addosso una strizza della madonna, a questi figli di puttana! »

Rise fino a rimaner senza fiato.
« È questo il posto, Josefina? » chiesi.
« Certo che sì rispose. La Gorda era sempre in chiesa. A quel

tempo era una vera bigotta. »
« Ti ricordi di quella casa laggiù? » chiesi, mostrandogliela.
« È la casa di Silvio Manuel » disse.
Tutti sobbalzarono a quel nome. Provai qualcosa di simile a una

lieve scossa elettrica che mi passava per le ginocchia. Il nome non mi era affatto noto, eppure udendolo il mio corpo trasalì. Silvio Manuel era un nome così poco comune; un suono così liquido.

I tre Genaros e Rosa erano altrettanto turbati. Notai che erano pallidi. A giudicare da come mi sentivo, anch’io dovevo essere pallido come loro.

« Chi è Silvio Manuel? » riuscii a chiedere a Josefina.
« Ora mi hai colta in fallo » disse. « Non lo so. »
Insistette a dire che era matta e che non si doveva prendere sul

serio niente di quel che diceva. Nestor la implorò di dirci qualunque cosa si ricordasse.

Josefina cercò di pensarci su, ma non era tipo da ragionare bene sotto pressione. Sapevo che sarebbe riuscita meglio se nessuno le avesse chiesto nulla. Proposi di cercare una panetteria o un posto dove mangiare.

« Non mi lasciavano fare molto in quella casa, ecco ciò che ricordo disse improvvisa Josefina. »

Si girò come per cercare qualcosa, o come se tentasse di orientarsi.

« Qui manca qualcosa! » esclamò. « Non è proprio com’era prima! »

Cercai di aiutarla ponendole delle domande che ritenevo adatte; per esempio, se mancassero case, o fossero state ridipinte, o ne fossero state costruite di nuove. Ma Josefina non riusciva a scoprire quale fosse la differenza.

Camminammo fino dal panettiere e comperammo delle ciambelle. Mentre tornavamo alla plaza per aspettare Lydia e la Gorda, Josefina di colpo si batté la fronte come se le fosse appena venuta un’idea.

« Ecco cosa manca! » esclamò. « Quello stupido muro di nebbia! Allora stava qui. Ora non c’è più. »

Parlammo tutti in una volta, chiedendole del muro, ma Josefina continuò il suo discorso senza far caso a noi, come se non fossimo presenti.

« Era un muro di nebbia che si alzava fino al cielo » disse. Era proprio lì. Ogni volta che mi voltavo era lì. Mi faceva diventare matta. È così, maledizione. Non ero affatto svitata finché non m’ha fatto impazzire quel muro. Lo vedevo sia che tenessi gli occhi chiusi o aperti. Pensavo che quel muro mi perseguitasse.»

Per un momento Josefina perse la sua vivacità naturale. Uno sguardo disperato le appannò gli occhi. Avevo visto quello sguardo in

persone in preda a psicosi. In fretta le suggerii di mangiarsi la sua ciambella. Si calmò immediatamente e cominciò a mangiare.

« Cosa pensi di tutto questo, Nestor? » chiesi.
« Ho paura » rispose a bassa voce.
« Ti ricordi di qualcosa? » gli domandai.
Scosse la testa in senso di diniego: interrogai Pablito e Benigno

con un movimento delle sopracciglia. Anch’essi mi risposero di no col capo.

« E tu, Rosa? » chiesi.

Rosa sobbalzò quando sentì che mi rivolgevo a lei. Sembrava aver perso la parola. Teneva una ciambella in mano e la contemplava come se fosse indecisa su che cosa farne.

« Certo che lei ricorda, » disse Josefina ridendo « ma è spaventata da morire. Non vedi che sta pisciando dalle orecchie? »

Sembrava che Josefina pensasse che la sua ultima frase fosse il massimo della spiritosaggine. Si piegò in due dalle risate e lasciò cadere a terra la ciambella. Poi la raccolse, le tolse la polvere e se la mangiò.

« I matti mangiano tutto » dichiarò, dandomi una botta sulla schiena.

Nestor e Benigno sembravano urtati dalle bizzarrie di Josefina. Pablito invece andava in sollucchero. Nei suoi occhi c’era uno sguardo di ammirazione. Scosse la testa e schioccò la lingua come se non potesse credere a tanto gaudio.

« Andiamo in quella casa » insistette Josefina. « Là vi dirò un mucchio di altre cose.»

Dissi che dovevamo aspettare la Gorda e Lydia; inoltre era ancora troppo presto per disturbare la gentile signora che vi abitava. Pablito disse che quando faceva il carpentiere era stato in città e conosceva un posto dove una famiglia cucinava per la gente di passaggio. Josefina non voleva aspettare; per lei o si andava in quella casa o a mangiare. Scelsi di far colazione e dissi a Rosa di andare in chiesa a prendere la Gorda e Lydia, ma Benigno si offerse galantemente di aspettarle e portarle dopo da noi. Senza dubbio anche lui conosceva il luogo.

Pablito non ci condusse là subito, ci fece fare invece, su mia richiesta, un lungo giro. Alla periferia della città c’era un vecchio ponte che mi interessava. L’avevo visto dall’automobile il giorno in

cui ero venuto con la Gorda. La struttura sembrava del periodo coloniale. Andammo sul ponte e ci fermammo bruscamente a metà. Chiesi a un uomo che era lì fermo se il ponte fosse molto vecchio. Disse che l’aveva sempre visto lì, e che lui aveva passato i cinquant’anni. Pensavo che il ponte avesse un fascino particolare solo per me, ma scrutando gli altri dovetti concludere che anch’essi ne erano stati colpiti. Nestor e Rosa ansimavano, sfiatati, Pablito si te- neva a Josefina, e lei a sua volta s’abbrancava a me.

« Ti ricordi qualcosa, Josefina? » chiesi.

« Quel demonio di Silvio Manuel è dall’altra parte del ponte » disse, additandomi l’estremità opposta, lontana una decina di metri.

Fissai Rosa negli occhi. Lei annuì e sussurrò che una volta aveva attraversato quel ponte con grande terrore e qualcosa l’aveva attesa dall’altra parte per divorarla.

I due uomini non erano di nessun aiuto. Mi guardavano sconcertati. Ciascuno dichiarò di aver paura, senza ragione. Ero d’accordo con loro. Sentivo che non avrei osato attraversare quel ponte di notte per tutto l’oro del mondo. Ma non sapevo perché.

« Josefina, che ti ricordi ancora? » le chiesi.

« Ora il mio corpo è molto spaventato. Non riesco a ricordare null’altro. Quel demonio di Silvio Manuel sta sempre nelle tenebre. Chiedi a Rosa. »

Con un movimento del capo invitai Rosa a parlare. Assentì tre o quattro volte, ma non riusciva a emettere le parole. La tensione che anch’io provavo era fuori luogo, eppure reale. Eravamo tutti lì in piedi nel bel mezzo di quel ponte, incapaci di fare un solo passo nella direzione indicata da Josefina. Alla fine Josefina prese l’iniziativa e fece dietrofront. Tornammo al centro della città. Allora Pablito ci guidò a un grande edificio. La Gorda, Lydia e Benigno stavano già mangiando. Avevano ordinato anche per noi. Io non avevo fame. Pablito, Nestor e Rosa erano come storditi; Josefina invece mangiò di buon appetito. Attorno alla tavola c’era un silenzio di malaugurio. Tutti evitarono il mio sguardo quando cercai di intavolare una conversazione.

Dopo colazione ci dirigemmo verso la casa. Nessuno disse una parola. Bussai e quando la signora venne alla porta le spiegai che

volevo mostrare la sua casa ai miei amici. Esitò per un momento. La Gorda le diede del denaro e si scusò per il disturbo che le arrecavamo.

Josefina ci condusse direttamente sul retro. La prima volta non avevo visto quella parte della casa. C’era un cortile lastricato con una serie di stanze disposte tutt’intorno e ingombranti attrezzi agricoli depositati sotto il portico. Ebbi la sensazione di aver visto quel cortile senza tutto quel disordine. C’erano Otto stanze, due per ognuno dei quattro lati della corte. Nestor, Pablito e Benigno sembravano sul punto di star male. La Gorda era tutta coperta di sudore. Si sedette con Josefina in una nicchia ricavata in uno dei muri, mentre Lydia e Rosa entrarono in una delle stanze. Nestor sembrò preso da un improvviso desiderio di trovare qualcosa e scomparve in un’altra stanza. Lo stesso fecero Pablito e Benigno.

Rimasi solo con la signora. Volevo parlarle, farle delle domande, sapere se conosceva Silvio Manuel, ma non riuscii a radunare le forze per esprimermi. Avevo lo stomaco contratto. Le mani sgocciolavano sudore. Quello che mi opprimeva era una vaga tristezza, una nostalgia per qualcosa immateriale e indefinibile.

Non riuscivo a sopportarlo. Stavo per salutare la signora e andarmene quando mi venne vicino la Gorda. Mi sussurrò che dovevamo sederci in una grande stanza al di là di una sala separata dal cortile. La potevamo vedere da dove eravamo. Andammo fin lì ed entrammo. Era una stanza vuota, molto vasta, buia ma ariosa; aveva un alto soffitto con travi a vista.

La Gorda chiamò tutti gli altri in quella stanza. La signora si limitò a guardare ma non entrò. Ciascuno sembrava sapere con precisione dove sedersi. I Genaros si sedettero a destra della porta, su un lato della stanza, e la Gorda e le tre sorelline a sinistra, sull’altro lato. Si sedettero appoggiandosi al muro. Nonostante mi sarebbe piaciuto stare accanto alla Gorda, mi sedetti verso il centro della stanza. Il posto sembrava adatto a me. Non sapevo perché ma un ordine lontano sembrava aver determinato i nostri posti.

Mentre ero seduto, fui sommerso da un’onda di sentimenti strani. Ero passivo e sereno. Mi immaginai simile a uno schermo cinematografico su cui venivano proiettati altri sentimenti di tristezza e di nostalgia. Non c’era nulla che potessi identificare come un preciso ricordo. Rimanemmo in quella stanza per più di un’ora. Verso

la fine sentii che ero sul punto di scoprire l’origine di quella soprannaturale tristezza che mi provocava un pianto quasi incontrollabile. Ma proprio allora, con la stessa mancanza di intenzionalità con cui ci eravamo seduti, ci alzammo e uscimmo. Non ringraziammo neppure la padrona di casa, né la salutammo.

Ci ritrovammo nella plaza. La Gorda dichiarò subito che, poiché era senza forma, si riteneva ancora il capo. Disse che prendeva quella posizione in seguito alle conclusioni a cui era giunta in casa di Silvio Manuel. Sembrava in attesa di commenti. Il silenzio degli altri mi era intollerabile. Alla fine dovetti dire qualcosa.

« A che conclusioni sei giunta in quella casa, Gorda? » le chiesi. « Penso che le conosciamo tutti » rispose in tono arrogante.
« No » dissi. « Nessuno ha ancora detto nulla. »
« Non abbiamo bisogno di parlare. Sappiamo, noi! » disse la

Gorda.
Insistetti dicendo che un fatto così importante non potevo darlo

per scontato. Dovevamo parlare delle nostre impressioni. Per quanto mi riguardava, tutto quello che avevo ricavato da quella visita era un desolante senso di tristezza e di disperazione.

« Il Nagual Juan Matus aveva ragione » disse la Gorda. « Dovevamo sederci in quel luogo di potere per essere liberi. Io ora sono libera. Non so come è successo, ma appena mi sono seduta, qualcosa mi è stato levato di dosso.»

Le tre donne si trovarono d’accordo con lei. I tre uomini no. Nestor disse che era stato sul punto di ricordarsi di certe fisionomie, ma per quanto avesse cercato di decifrare le immagini, qualcosa lo aveva ostacolato. Tutto quello che aveva provato era stato un senso di nostalgia e di tristezza al ritrovarsi ancora in questo mondo. Pablito e Benigno dissero più o meno le stesse cose.

« Vedi cosa voglio dire, Gorda? » dissi.

Sembrò contrariata. Parlò con un disprezzo che non le avevo mai visto. O l’avevo invece già vista così da qualche parte? Arringò il gruppo. Non riuscivo a far attenzione alle sue parole. Ero immerso in un ricordo, ancora indistinto, ma che riuscivo quasi ad afferrare. Per mantenerlo vivo sembrava che avessi bisogno di un continuo contatto con la Gorda. Mi concentravo sul suono della sua voce, sulla sua indignazione. A un certo punto, quando lei stava cominciando a

placarsi, le gridai che faceva la prepotente. Ne fu davvero sconvolta. La tenni d’occhio per un po’. Mi veniva in mente un’altra Gorda, in un’altra occasione; una Gorda furibonda, grassa, che mi pestava i pugni nelle costole. Mi ricordavo di aver riso a vederla così infuriata, assecondandola come fosse un bambino. Il ricordo svanì quando la voce della Gorda tacque. Sembrava che si fosse accorta di quello che stavo facendo.

Rivolgendomi a tutti dissi che eravamo in una situazione precaria — qualcosa di ignoto incombeva su di noi.

« Non sta incombendo su di noi » disse la Gorda secca. « Ci ha già colpiti. E credo che tu sappia cosa sia. »

« Io non lo so, e penso di poter parlare anche per il resto di noi uomini » dissi.

I tre Genaros fecero un cenno di assenso.

« Noi siamo vissuti in quella casa quando eravamo sul lato sinistro » spiegò la Gorda. « Avevo l’abitudine di sedermi in quella nicchia a piangere perché non riuscivo a capire quel che dovevo fare. Credo che se oggi avessi potuto restare seduta un po’ di più in quella stanza, mi sarei ricordata di tutto. Ma qualcosa mi ha spinto fuori. Avevo anche l’abitudine di sedermi in quella stanza quando era piena di gente. Non riesco però a ricordarmi le facce di nessuno. L’esserci oggi mi ha comunque chiarito altre cose. Sono senza forma. Mi tornano tante cose, buone e cattive. Ho ritrovato, per esempio, la mia arroganza di una volta e il desiderio di primeggiare. Ma ho anche ritrovato altre cose, cose buone. »

« Anch’io » disse Lydia con voce stridula.
« Quali sono queste cose buone? » chiesi.
« Credo di aver torto a detestarti » disse Lydia. « Questo

sentimento mi impedirà di volare via. Me l’hanno detto in quella stanza, gli uomini e le donne che c’erano! »

« Quali uomini e quali donne? » chiese Nestor, in tono spa- ventato.

« C’ero io e c’erano loro, ecco tutto quello che so » disse Lydia. « C’eravate anche voi. C’eravamo tutti. »

« E chi erano quegli uomini e quelle donne, Lydia? » chiesi. « C’ero io e c’erano loro, ecco tutto quello che so » ripeté. « E tu, Gorda? » chiesi.

« Ti ho già detto che non posso ricordarmi nessun viso, o nessun altro particolare » disse. « Ma so una cosa: qualsiasi cosa abbiamo fatto in quella casa, era sul lato sinistro. Abbiamo attraversato, o qualcuno ci ha fatto attraversare, le linee parallele. Gli strani ricordi che ci colgono vengono da quel tempo, da quel mondo. »

Spontaneamente, senza alcun accordo verbale, lasciammo la plaza e ci dirigemmo verso il ponte. La Gorda e Lydia ci precedettero di corsa. Le raggiungemmo nel punto esatto dove anche noi ci eravamo fermati la prima volta.

« Silvio Manuel è la tenebra » mi sussurrò la Gorda, con gli occhi fissi all’altra estremità del ponte.

Lydia stava tremando. Anche lei cercò di parlarmi. Non riuscivo a capire quello che formulavano le sue labbra.

Li trassi tutti indietro, lontano dal ponte. Pensavo che forse se avessimo potuto ricomporre i frammenti di ciò che sapevamo su quel luogo, avremmo ottenuto un mosaico che ci avrebbe aiutato a risolvere il nostro problema.

Ci sedemmo per terra a pochi metri dal ponte. C’era un mucchio di gente che ci mulinava attorno, ma nessuno badava a noi.

« Chi è Silvio Manuel, Gorda? » chiesi.

« Non avevo mai sentito questo nome fino a ora » rispose. « Non ho mai visto quell’uomo, eppure lo conosco. Quando sentii quel nome, mi vennero addosso come delle onde. Josefina me lo ha menzionato quando eravamo nella casa. Da quel momento sono cominciati a venirmi pensieri e parole, proprio come a Josefina. Non credevo che sarei vissuta fino a ritrovarmi simile a Josefina. »

« Perché hai detto che Silvio Manuel è la tenebra? » chiesi.
« Non ne ho idea’ disse. « Eppure tutti noi sappiamo che è vero.» Sollecitò le altre donne a parlare. Nessuna disse niente. Me là

presi con Rosa. Per tre o quattro volte, era stata lì lì per dire qualcosa. L’accusai di non dirci tutto quel che sapeva. Il suo corpo minuto trasalì.

« Abbiamo attraversato il ponte, e Silvio Manuel ci attendeva sull’altra sponda » disse con una voce appena appena udibile. « Io passai per ultima. Quando lui divorò gli altri io sentii le loro grida. Volevo scappare, ma quel demonio di Silvio Manuel era da tutt’e due le parti del ponte.»

La Gorda, Lydia e Josefina assentirono. Chiesi se si trattava solo di una impressione che avevano avuto, o di un reale ricordo, attimo- per-attimo, o che altro. La Gorda disse che per lei era accaduto esattamente quello che aveva descritto Rosa, un ricordo attimo-per- attimo. Le altre due assentirono.

Mi chiesi ad alta voce che cosa fosse successo della gente che abitava vicino al ponte. Se le donne urlavano, come Rosa aveva detto, i passanti dovevano averle sentite; le grida avrebbero causato un trambusto. Per un attimo ebbi l’impressione che tutta la città doveva aver partecipato alla congiura. Fui percorso da un brivido. Mi rivolsi a Nestor e gli espressi senza reticenze tutte le mie paure.

Nestor disse che il Nagual Juan Matus e Genaro erano guerrieri di somma virtù, e come tali esseri solitari. I loro contatti con la gente si stabilivano su basi individuali. Non c era alcuna possibilità che l’intera città, o anche la gente che abitava vicino al ponte, fosse in collusione con loro. Perché ciò si verificasse, disse, avrebbero dovuto essere tutti guerrieri, cosa assai improbabile.

Josefina cominciò a girarmi attorno, squadrandomi da capo a piedi con espressione beffarda.

« Hai una bella sfacciataggine » disse. « Fingi di non sapere nulla quando eri qui anche tu! Tu ci hai portati qui! Tu ci hai trascinati fino a questo ponte! »

Lo sguardo delle donne divenne minaccioso. Mi rivolsi per aiuto a Nestor.

« Non mi ricordo nulla » disse. « Questo posto mi fa paura, è tutto quello che so. »

Rivolgermi a Nestor fu una brillante manovra da parte mia. Le donne si scatenarono contro di lui.

« Ma certo che ti ricordi! » gli urlava in faccia Josefina. « Eravamo tutti qui. Che razza di stupido somaro sei! »

Per la mia indagine avevo bisogno di un senso di ordine. Li feci allontanare dal ponte. Pensavo che, da quelle persone attive che erano, avrebbero trovato più rilassante passeggiare mentre si confidavano, piuttosto che star seduti, come invece avrei preferito io.

Mentre camminavamo, la stizza delle donne sparì come era venuta. Lydia e Josefina divennero perfino più loquaci. Spiegarono fino alla noia la loro sensazione che Silvio Manuel fosse terrificante.

Ciò nonostante, nessuna ricordava di aver subìto un male fisico; ricordavano solo di essersi sentite paralizzate dalla paura. Rosa non pronunziava parola, ma esprimeva a gesti il suo consenso a tutto quello che le altre dicevano. Chiesi se fosse notte, quando avevano cercato di attraversare il ponte. Sia Lydia sia Josefina dissero che era giorno. Rosa si schiarì la gola e sussurrò che era notte. La Gorda spiegò il disaccordo, dicendo che era stato ai primi chiarori dell’alba, o più presto ancora.

Giungemmo in fondo a una breve via, e automaticamente tornammo indietro, verso il ponte.

« E chiaro come il giorno » disse, la Gorda, quasi che d’un tratto avesse capito tutto. « Stavamo attraversando, o piuttosto Silvio Manuel ci faceva attraversare, le linee parallele. Il ponte è un luogo di potere, un buco in questo mondo, una porta verso l’altro. Noi ci siamo passati attraverso. Dobbiamo aver sofferto in questo passaggio, poiché il mio corpo è spaventato. Silvio Manuel ci stava aspettando dall’altra parte. Nessuno di noi ricorda la sua faccia, poiché Silvio Manuel è tenebra, e non mostrerebbe mai la faccia. Abbiamo potuto solo vedere gli occhi.»

« Un occhio » disse Rosa piano, e guardando altrove.

« Qui, tutti, te compreso, sanno che la faccia di Silvio Manuel è nella tenebra » mi disse la Gorda. « Si può solo sentirne la voce, bassa, come una tosse soffocata.»

La Gorda tacque, e cominciò a scrutarmi in un modo che mi mise a disagio. Aveva uno sguardo astuto, e mi dava l’impressione che mi stesse celando qualcosa che conosceva. Glielo chiesi. Negò, ma ammise di avere una infinità di sensazioni immotivate che non aveva voglia di spiegare. Io insistetti, poi chiesi che le donne facessero uno sforzo per ricordarsi cosa era successo loro dall’altro lato del ponte. Ognuna poteva ricordare solo di aver sentito le grida delle altre.

I tre Genaros rimasero fuori dalla discussione. Chiesi a Nestor se avesse qualche idea di quel che era successo. La sua triste risposta fu che tutto andava oltre la sua capacità di apprendere.

Presi allora una rapida decisione. Mi sembrò che l’unica via rimasta fosse di attraversare quel ponte. Li radunai per ritornare lì e passarci sopra tutti in gruppo. Gli uomini furono subito d’accordo, le donne no. Dopo aver esaurito tutti i miei argomenti, alla fine dovetti

trascinare a strattoni Lydia, Rosa e Josefina. La Gorda nicchiava, pur incuriosita dalla prospettiva. Mi seguiva senza darmi una mano per le altre donne, e lo stesso fecero i Genaros; questi ridacchiavano ner- vosamente ai miei sforzi di tener testa alle sorelline, ma non muovevano un dito per aiutarmi. Camminammo fino al punto in cui ci eravamo fermati l’altra volta. Lì mi accorsi che ero diventato all’improvviso troppo debole per tenere le tre donne. Chiesi aiuto alla Gorda, con un urlo. Fece un tentativo poco convinto di afferrare Lydia, mentre il gruppo si scioglieva e ciascuno, tranne la Gorda, si affannava, sbuffando e col passo pesante, a porsi al sicuro sulla strada. La Gorda e io ce ne restammo, come se fossimo incollati al ponte, incapaci di andare avanti e riluttanti a tornare indietro. La Gorda mi sussurrò all’orecchio che non dovevo avere assolutamente paura, perché ero io in realtà colui che era stato ad attenderli dall’altra parte del ponte. Aggiunse di essere certa che io sapevo di essere l’aiutante di Silvio Manuel, ma non osavo dirlo a nessuno.

Allora una furia incontrollabile mi scosse tutto. Sentivo che la Gorda non aveva alcun diritto di fare quelle osservazioni o di avere quei pensieri. L’afferrai per i capelli e la feci piroettare su se stessa. Nel colmo dell’ira mi ripresi e mi fermai. Le feci le mie scuse e l’abbracciai. Un pensiero realistico mi venne in aiuto. Le dissi che la responsabilità di essere il capo mi rendeva nervoso; la tensione diventava sempre più forte man mano che andavamo avanti. Non fu d’accordo con me. Insisté con ostinazione nell’idea che Silvio Manuel e io avessimo strettissimi legami, e che avevo reagito così irosamente perché mi era stato ricordato il mio padrone. Per fortuna lei era stata affidata a me, disse, altrimenti l’avrei forse scaraventata giù dal ponte.

Tornammo indietro. Gli altri erano al sicuro lontani dal ponte, e ci fissavano con evidente terrore. Sembrava che fossimo piombati in una strana atmosfera senza tempo. Non c’era anima viva intorno. Dovevamo essere rimasti su quel ponte per cinque minuti buoni e nessuno l’aveva attraversato o almeno noi non avevamo visto nessuno. E di colpo ci fu gente attorno, come in ogni strada di passaggio nelle ore di maggior traffico.

Senza una parola ritornammo nella plaza. Eravamo peri- colosamente deboli. Avevo un vago desiderio di rimanere in città un

altro po’, tuttavia salimmo in macchina e ci dirigemmo a est, verso la costa atlantica. A turno guidammo Nestor e io, fermandoci solo a mangiare e a far benzina, finché arrivammo a Veracruz. Questa città era per noi terreno neutrale. Io c’ero stato solo una volta, e gli altri mai. La Gorda pensava che una città sconosciuta sarebbe stata il luogo adatto per abbandonare le loro vecchie spoglie. Scendemmo in un albergo e là procedettero a ridurre a brandelli i vecchi abiti. L’ec- citazione per la città nuova fece miracoli per il loro morale e diede loro una sensazione di benessere.

La tappa successiva fu Città del Messico. Ci fermammo a un albergo vicino all’Alameda Park, dove io ero già stato una volta con don Juan. Per due giorni fummo turisti perfetti. Facemmo compere e visitammo il maggior numero possibile di attrazioni. Le donne erano meravigliose. Benigno comperò una macchina fotografica da un rigattiere. Fece quattrocentoventicinque scatti senza aver messo la pellicola. In un posto, dove stavamo ammirando degli stupendi mosaici murali, una guardia mi chiese di dov’erano quelle splendide straniere. Pensava che io fossi una guida turistica. Risposi che veni- vano da Sri Lanka. Mi credette e si meravigliò che sembrassero quasi messicane.

Il giorno dopo, alle dieci del mattino, eravamo all’ufficio delle aviolinee nel quale mi aveva spinto una volta don Juan. Quando mi aveva dato lo spintone, ero entrato da una parte e uscito dall’altra, ma non in strada, come mi sarei aspettato, ma in un mercato lontano almeno un miglio, dove ero rimasto a contemplare l’attività della gente del posto.

Secondo la Gorda l’ufficio delle aviolinee era anch’esso, come il ponte, una porta per passare da una linea parallela all’altra. Disse che senza dubbio il Nagual mi aveva spinto attraverso quell’apertura ma che io ero rimasto a metà strada, fra le due linee; per questo ero stato a guardare l’attività del mercato senza parteciparvi. Disse che il Nagual aveva inteso farmi passare completamente dall’altra parte, ma che la mia ostinazione l’aveva ostacolato ed ero stato ributtato sulla linea da cui ero partito, questo mondo.

Andammo a piedi dall’ufficio al mercato, e di lì all’Alameda Park dove don Juan e io ci eravamo andati a sedere dopo l’avventura

dell’ufficio. In quel parco ero stato molte volte con don Juan. Pensavo fosse il posto più adatto per stabilire i nostri programmi futuri.

Avevo l’intenzione di riepilogare tutto quello che avevamo fatto perché il potere di quel luogo decidesse lui quale dovesse essere la nostra prossima mossa. Dopo il nostro deliberato tentativo di attraversare il ponte, avevo cercato invano di escogitare un modo per guidare i miei compagni in gruppo. Ci sedemmo su dei gradini di pietra, e io iniziai a esporre l’idea che per me la conoscenza era tutt’uno con la parola. Dissi che era mio fermo convincimento che se un fatto o un’esperienza non venivano formulati come concetto, erano condannati a svanire; chiesi quindi di darmi ciascuno il proprio giudizio sulla nostra situazione.

Pablito fu il primo a parlare. Lo trovai strano, visto che era stato così silenzioso. Si scusò perché quello che voleva raccontare non era una sensazione o un ricordo, ma una conclusione basata su quanto gli era noto. Disse che non trovava alcuna difficoltà a capire quello che, a detta delle donne, era successo sul ponte. Secondo lui, erano stati solo costretti a passare dal lato destro, il tonal, al lato sinistro, il nagual. Quello che aveva spaventato tutti era il sentirsi in potere di qualcuno che obbligava a questo passaggio. Non aveva neppure difficoltà ad accettare il fatto che ero stato io allora l’aiutante di Silvio Manuel. Corroborava la sua conclusione dicendo che solo due giorni prima mi aveva visto fare la stessa cosa, quando avevo spinto tutti sul ponte. Quella volta non avevo avuto nessuno dall’altra parte, non c’era stato nessun Silvio Manuel a tirarli.

Cercai di cambiare argomento, e cominciai a spiegare che il dimenticare le cose, come avevamo fatto noi, si chiamava amnesia. Quel poco che sapevo sull’amnesia non era sufficiente a gettar luce sul nostro caso, ma bastava a farci credere che non potevamo dimenticare quasi a comando. Dissi che qualcuno, magari don Juan, doveva averci fatto qualcosa di misterioso. Volevo scoprire di che cosa si trattava esattamente.

Pablito insisteva sull’importanza che mi persuadessi di essere stato in combutta con Silvio Manuel. Fece capire poi che Lydia e Josefina gli avevano parlato della parte da me avuta nell’obbligarle ad attraversare le linee parallele.

Quel discorso mi metteva a disagio. Feci notare che non avevo mai sentito nominare le linee parallele fino a quando ne avevo parlato con dona Soledad; tuttavia non avevo esitato minimamente ad accettarne l’idea. Dissi che avevo compreso in un lampo quello che lei voleva dire. Fui perfino convinto che le avevo attraversate anch’io, quando credetti di ricordarmelo. Tutti, tranne la Gorda, dissero che la prima volta che avevano sentito menzionare le linee parallele era stato quando l’avevo fatto io. La Gorda disse che gliene aveva parlato per la prima volta dona Soledad, giusto prima di me.

Pablito fece per accennare ai miei rapporti con Silvio Manuel. Lo interruppi. Dissi che quando stavamo tutti cercando di attraversare il ponte non mi ero reso conto che io, e presumibilmente tutti gli altri, fossi entrato in uno stato di esistenza irreale. Mi accorsi del cambiamento solo quando vidi che non c’erano altre persone sul ponte. C’eravamo solo noi Otto. Era una giornata limpida ma a un tratto il cielo si era rannuvolato e s’era fatto buio a metà mattina. Ero così immerso nelle mie paure e nelle mie interpretazioni personali che mi era sfuggito quello spaventoso fenomeno. Quando ci allonta- nammo dal ponte percepii di nuovo il movimento della gente attorno a noi. Ma cosa ne era stato di loro mentre noi stavamo tentando di attraversare?

La Gorda e gli altri non avevano notato nulla — in realtà non si erano accorti di alcun cambiamento finché non glielo avevo descritto io. Tutti mi guardarono con un misto di fastidio e di timore. Pablito prese di nuovo l’iniziativa e mi accusò di volerli spingere verso qualcosa che loro rifiutavano. Non specificò di cosa si trattasse, ma la sua eloquenza bastò a fare passare tutti gli altri dalla sua parte. Di colpo mi trovai contro un’orda di stregoni inferociti. Faticai a lungo per far loro capire il bisogno che sentivo di esaminare da ogni punto di vista un’esperienza così strana come quella del ponte, che ci aveva completamente annichiliti. Alla fine si calmarono, non tanto perché fossero convinti, ma perché l’emozione li aveva spossati. Tutti, la Gorda inclusa, avevano sostenuto con calore la tesi di Pablito.

Nestor suggerì un altro ragionamento. Disse che forse io — messaggero inconsapevole — non mi ero accorto del vero scopo delle mie azioni. Aggiunse di non poter credere, come invece facevano gli

altri, che fossi conscio di aver ricevuto l’incarico di ingannarli. Secondo lui, io ignoravo davvero che li stavo portando alla perdizione, anche se era proprio quello che facevo. Riteneva che ci fossero due modi di attraversare le linee parallele: uno con il potere altrui e l’altro con il proprio. La sua conclusione finale era che Silvio Manuel li aveva fatti attraversare spaventandoli a un punto tale che alcuni non si ricordavano neppure di averlo fatto. La missione che restava loro da compiere era di attraversare le linee con il proprio potere; la mia di ostacolarli.

Poi parlò Benigno. A parer suo, l’ultima cosa che don Juan aveva fatto per noi apprendisti maschi era stato di aiutarci ad attraversare le linee saltando in un abisso. Benigno credeva che ormai possedessimo una profonda conoscenza di questo attraversamento, ma non era ancora il momento di compierlo di nuovo. Al ponte, erano stati incapaci di fare un passo in più perché non era il momento giusto. Avevano quindi ragione di credere che io avessi cercato di distruggerli forzandoli a passare. Pensava che attraversare le linee parallele in piena consapevolezza avrebbe significato per tutti loro un passo senza ritorno, un passo da compiere solo quando fossero stati pronti a sparire da questa terra.

Dopo toccò a Lydia di affrontarmi. Non fece nessuna valutazione dei fatti, ma mi sfidò a ricordare come l’avevo attirata la prima volta sul ponte. Dichiarò sfacciatamente che io non ero l’apprendista del Nagual Juan Matus, ma di Silvio Manuel; e che Silvio Manuel e io ci eravamo divorati l’un l’altro.

Ebbi un altro attacco di rabbia, come con la Gorda sul ponte. Mi trattenni a tempo. Mi calmai con un pensiero logico. Continuai a ripetermi che quello che mi interessava era analizzare i problemi.

Spiegai a Lydia che era inutile farsi beffe di me in quel modo. Non volle smettere. Urlò che Silvio Manuel era il mio padrone e che questo era il motivo per cui non facevo parte del loro gruppo. Rosa aggiunse che Silvio Manuel mi aveva dato tutto quello che ero.

Chiesi a Rosa la ragione di quel suo modo di esprimersi. Le dissi che avrebbe dovuto dire che Silvio Manuel mi aveva dato tutto quello che avevo. Lei difese le parole usate: Silvio Manuel mi aveva dato tutto quel che ero. Perfino la Gorda le diede ragione e disse che si

ricordava una volta in cui ero stato così male che non mi era rimasta più forza, tutto in me si stava esaurendo; allora era arrivato Silvio Manuel e mi aveva infuso in corpo nuova vita. La Gorda disse che era molto meglio conoscessi la mia vera origine invece di andare avanti a credere, come avevo fatto fino a quel momento, che fosse stato il Nagual Juan Matus ad aiutarmi. Proseguì affermando che mi ero fissato sul Nagual, causa la sua predilezione per le parole. Silvio Manuel, invece, era la tenebra silenziosa. Mi spiegò che per seguirlo avrei dovuto attraversare le linee parallele. Per seguire il Nagual Juan Matus non dovevo fare altro che parlare di lui.

Questi discorsi erano per me privi di senso. Stavo per dire ciò che avrebbe potuto essere conclusivo, quando la mia linea di ragionamento andò addirittura in frantumi. Non riuscivo a rimettere in sesto le idee nonostante un attimo prima tutto fosse chiaro come il giorno. Mi assalì invece un ricordo curiosissimo. Non era una sensazione, ma un vero e proprio ricordo di un fatto. Mi tornò in mente che una volta mi trovavo con don Juan e un altro di cui non ricordavo il viso. Stavamo parlando fra noi di qualcosa che io percepivo come una caratteristica del mondo e si trovava a tre o quattro metri alla mia destra. Era un inimmaginabile banco di nebbia giallastra, che, per quanto potevo giudicare, divideva il mondo in due. Andava da terra fino al cielo, all’infinito. Mentre parlavo ai due uomini, la metà del mondo alla mia sinistra rimaneva nitida, mentre quella alla mia destra era velata dalla nebbia. Ricordavo che mi ero orientato con dei punti di riferimento, e avevo dedotto che l’asse del banco di nebbia andava da est a ovest. Tutto quello che stava a nord di quella linea era il mondo come lo conoscevo io. Mi ricordo di aver chiesto a don Juan che ne era stato del mondo a sud della linea. Don Juan mi aveva fatto girare di pochi gradi alla mia destra, e avevo visto che anche il muro di nebbia si muoveva, mentre muovevo il capo. Il mondo era diviso in due a un livello che il mio intelletto non poteva afferrare. La divisione sembrava reale ma il confine non stava su un piano fisico; doveva essere in qualche modo in me stesso. O forse no?

C’era ancora un altro aspetto di questo ricordo. L’altro uomo disse che era una grande impresa dividere il mondo in due, ma ancora più grande se un guerriero aveva la calma e la capacità di fermare la rotazione di quel muro. Disse che il muro non era dentro di noi; era

certamente fuori, nel mondo, a dividerlo in due, e ruotando quando noi si muoveva la testa, come se fosse fissato alla tempia destra. La ammirevole capacità di impedire al muro di girare permetteva al guerriero di porglisi di fianco e gli dava il potere di attraversarlo ogniqualvolta lo volesse.

Quando riferii agli apprendisti quello che mi era appena tornato in mente, le donne si convinsero che l’altro uomo era Silvio Manuel. Josefina, quale esperta del muro di nebbia, mi spiegò che il vantaggio che Eligio aveva su tutti gli altri era la capacità di fermare il muro così da poterlo attraversare a suo piacere. Aggiunse che è più facile attraversare il muro di nebbia in sogno, perché allora non si muove.

La Gorda sembrava assalita da una serie di ricordi forse penosi. Continuò a trasalire, finché non esplose in un fiume di parole. Disse che non poteva più negare il fatto che io fossi l’aiutante di Silvio Manuel. Lo stesso Nagual l’aveva avvertita che se non fosse stata attenta l’avrei fatta diventare mia schiava. Perfino Soledad le aveva detto di guardarsi da me, perché il mio spirito catturava prigionieri e li teneva come servi, cosa che solo Silvio Manuel era solito fare. Lui mi aveva reso schiavo, e io a mia volta avrei reso schiavo chiunque mi fosse venuto vicino. Dichiarò di essere vissuta sotto il mio influsso magnetico fino al momento in cui si era seduta in quella stanza nella casa di Silvio Manuel, quando un peso le era stato all’improvviso tolto dalle spalle.

Balzai in piedi e vacillai per l’impatto delle parole della Gorda. Avevo un vuoto allo stomaco. M’ero convinto di poter contare sul suo aiuto in ogni situazione. Ora mi sentivo tradito. Pensai che sarebbe stato opportuno far conoscere loro le mie sensazioni, ma un certo riserbo me lo impedì. Così dissi loro di esser giunto alla spassionata conclusione, come guerriero, che don Juan aveva cambiato al meglio il corso della mia vita. Avevo valutato mille volte quello che mi aveva fatto, e la conclusione era sempre stata la stessa. Mi aveva portato la libertà. La libertà era tutto quello che conoscevo, tutto quello che potevo dare a chiunque volesse venire da me.

Nestor mi fece un gesto di solidarietà. Esortò le donne ad abbandonare la loro animosità nei miei riguardi. Mi guardava con lo sguardo di chi non comprende però vorrebbe comprendere. Disse che non appartenevo alloro gruppo, ma ero in realtà un individuo solitario.

Loro avevano avuto bisogno di me per un certo periodo, per infrangere le loro frontiere dell’affetto e dell’abitudine. Ora che erano liberi, il cielo era il loro ultimo limite. Rimanere con me sarebbe stato per loro di certo piacevole ma mortale.

Sembrava profondamente commosso. Mi si avvicinò e mi pose una mano su una spalla. Disse che aveva il presentimento che non ci saremmo visti mai più su questa terra. Era dispiaciuto che stessimo per separarci come gente da poco, litigando, contestando, pronti alle accuse. Mi disse che, parlando a nome degli altri, ma non suo, stava per chiedermi di andarmene poiché non avevamo altre possibilità di stare insieme. Aggiunse che aveva riso quando la Gorda ci aveva parlato del serpente che avevamo formato. Ora aveva cambiato idea e non trovava più ridicola quell’immagine. Era stata la nostra ultima occasione di riuscire a formare un gruppo.

Don Juan mi aveva insegnato ad accettare con umiltà la mia sorte.

« Il corso del destino di un guerriero è immutabile » mi aveva detto una volta. « La sfida è fino dove può arrivare entro quei rigidi confini, quanto può essere impeccabile entro quei rigidi confini. Se incontra ostacoli sul suo cammino, il guerriero si batte in modo impeccabile per oltrepassarli. Se trova insopportabili difficoltà e sofferenze sul suo cammino, piange, ma tutte le sue lacrime messe insieme non potranno mutare di un filo il corso del suo destino. »

La mia decisione originale di lasciare che il potere del luogo decidesse la nostra mossa successiva era stata giusta. Mi alzai. Gli altri volsero lo sguardo altrove. La Gorda mi venne vicina e disse, come se nulla fosse accaduto, che dovevo andarmene e lei mi avrebbe raggiunto più tardi per venire con me. Volevo ribatterle che non vedevo alcun motivo per cui volesse venire con me. Aveva scelto di stare con gli altri. Sembrò indovinare la mia sensazione di essere stato tradito. Mi disse con calma che dovevamo compiere il nostro destino insieme da guerrieri, e non da quella gentucola che eravamo.

PARTE SECONDA

L’ARTE DI SOGNARE

6

LA PERDITA DELLA FORMA UMANA

Alcuni mesi più tardi, dopo aver aiutato gli altri a stabilirsi ex novo in varie parti del Messico, la Gorda andò ad abitare in Arizona. Incominciammo allora a svolgere la parte più strana e più impegnativa del nostro apprendistato. All’inizio i nostri rapporti furono alquanto tesi. Per me era assai difficile dimenticare il modo in cui ci eravamo separati nell’Alameda Park. La Gorda, nonostante sapesse dove fossero gli altri, non me ne fece mai parola. Pensava che per me sarebbe stato superfluo sapere quel che facevano.

In apparenza sembrava che non ci fossero problemi fra la Gorda e me. Ciò nonostante provavo un amaro risentimento verso di lei, per essersi schierata dalla parte degli altri contro di me. Non lo esprimevo ma continuavo a provarlo. La aiutavo e facevo quel che le serviva, come se nulla fosse successo, ma questo rientrava nel capitolo dell’impeccabilità. Era il mio dovere; per adempierlo, sarei andato serenamente incontro alla morte. Di proposito mi dedicai con tutto me stesso a istruirla e a guidarla nei meandri della vita moderna in città; stava perfino imparando l’inglese. Faceva progressi fenomenali.

Passarono tre mesi senza che quasi me ne accorgessi. Ma un giorno, mentre stavo a Los Angeles, mi svegliai di primo mattino con un insopportabile peso alla testa. Non era un’emicrania; piuttosto era come un’intensa pressione nelle orecchie. La sentivo anche sulle palpebre e contro il palato. Mi pareva di avere la febbre, ma il calore era solo dentro la mia testa. Feci un debole tentativo di mettermi a sedere. Mi balenò il pensiero che mi stesse venendo un colpo. La prima reazione fu di chiedere aiuto, ma in qualche modo riuscii a calmarmi e cercai di liberarmi dai miei timori. Dopo un po’ la pressione al capo cominciò a diminuire, in compenso si spostò alla gola. Mi mancava l’aria e per un po’ continuai a tossire e ad aver

conati di vomito; poi la pressione si spostò lentamente al petto, poi allo stomaco, all’inguine, alle gambe, ai piedi, prima di lasciare definitivamente il mio corpo.

Qualsiasi cosa fosse quello che mi era successo, si sviluppò in due ore circa. Durante quelle snervanti due ore fu come se qualcosa all’interno del mio corpo si stesse effettivamente spostando in basso per venir fuori. Immaginavo che si srotolasse come un tappeto. Un’altra immagine mi venne in mente, quella di una bolla che si muoveva nella cavità del mio corpo. Le scartai a favore della prima poiché avevo la sensazione di qualcosa che fosse avvolto su se stesso. Proprio come un tappeto arrotolato, diventava più pesante e quindi più doloroso, man mano che scendeva. Le due zone dove il dolore divenne acutissimo furono le ginocchia e i piedi, specie il destro, che rimase caldissimo per trentacinque minuti dopo che il dolore e la pressione erano scomparsi.

La Gorda, udito il mio resoconto, disse che questa volta avevo di certo perso la forma umana, che avevo rinunciato a tutte le mie difese, o almeno alla maggior parte. Aveva ragione. Senza sapere come, e senza rendermi neppur conto di quello che era successo, mi ritrovai in una situazione del tutto nuova. Mi sentivo distaccato, privo di pregiudizi. Non m’importava quel che mi avesse fatto la Gorda. Non che le avessi perdonato il suo biasimevole comportamento nei miei riguardi; era piuttosto come se non ci fosse mai stato un tradimento. Non c’era in me alcun rancore palese o nascosto, né per la Gorda né per nessun altro. Quello che provavo non era né voluta indifferenza, né riluttanza all’azione; e non era neppure alienazione, né semplice desiderio di solitudine. Era piuttosto un sentimento estraneo di distacco, una capacità di immergermi nel presente senza aver alcun altro pensiero. Il comportamento della gente non mi toccava più poiché non mi aspettavo nulla da nessuno. Una strana pace era diventata la forza dominante della mia esistenza. Sentivo di aver in qualche modo adottato uno dei principi di vita del guerriero: il di- stacco. La Gorda diceva che avevo fatto di più che adottarlo, l’avevo in pratica fagocitato.

Don Juan e io avevamo avuto lunghe discussioni sulla possibilità che un giorno o l’altro avrei proprio fatto questo. Aveva detto che il

distacco non significava automaticamente saggezza, ma che comunque rappresentava un passo avanti perché permetteva al guerriero di darsi una tregua, di riesaminare la situazione, di riconsiderare la sua posizione. Ma per trarre il maggior profitto da questa occasione, diceva, un guerriero doveva combattere senza cedere per tutta una vita.

Avevo dubitato di poter mai provare una tale sensazione. Per quanto avevo potuto rendermi Conto, non era possibile provocarla. Era stato inutile pensare alla sua utilità, o arzigogolare sulle possibilità della sua realizzazione. Durante gli anni in cui avevo frequentato don Juan, avevo senza dubbio provato un progressivo allentarsi dei miei legami personali con il mondo, ma questo era successo sul piano intellettuale; nella mia vita di ogni giorno non avevo subito nessun cambiamento, fino a quando non avevo perso la forma umana.

Consideravo con la Gorda che il concetto della perdita della forma umana si riferisce a una condizione fisica in cui cade l’apprendista al raggiungimento di una certa soglia nei corso delle sue esercitazioni. Comunque sia il risultato finale di questa perdita, per la Gorda e per me consistette, abbastanza stranamente, non solo nel sospirato e desiderato senso di distacco, ma anche nel compimento del nostro elusivo compito di ricordare. E anche in questo caso l’intelletto svolse una parte del tutto trascurabile.

Una notte Gorda e io stavamo discutendo un film. Era andata a vedere un film per adulti, e io ero impaziente di senti re la sua descrizione. Non le era piaciuto affatto. Sosteneva che era una esperienza debilitante, perché essere un guerriero comportava una vita austera in assoluto celibato, come il Nagual Juan Matus.

Le dissi che sapevo per certo che a don Juan le donne piacevano e che non era celibe, e trovavo la cosa simpatica.

« Sei matto! » esclamò con una punta di divertimento nella voce. « Il Nagual era un guerriero perfetto. Non cadde mai nei tranelli della sensualità. »

Volle sapere perché pensavo che don Juan non fosse celibe. Le narrai un incidente successo in Arizona all’inizio del mio apprendistato. Stavo riposando in casa di don Juan dopo una giornata di spossante girovagare. Don Juan sembrava piuttosto nervoso. Continuava ad alzarsi per andare a guardare fuori della porta. Pareva

aspettare qualcuno. Poi, a un certo punto, mi disse che una macchina era appena apparsa alla curva della strada e si dirigeva verso la casa. Disse che era una ragazza, una sua amica, e veniva a portargli delle coperte. Non avevo mai visto don Juan imbarazzato, e mi sentivo molto triste vedendolo così agitato da non sapere cosa fare. Pensai che non volesse che io la conoscessi. Gli proposi di nascondermi ma nella stanza non c’era un luogo adatto, così mi fece sdraiare sul pavimento e mi copri con una stuoia di paglia. Sentii il rumore di un motore che veniva spento e poi, attraverso gli spiragli della stuoia, vidi una ragazza ritta sulla soglia. Era alta, snella e giovanissima. Mi sembrava bella. Don Juan le stava dicendo qualcosa a bassa voce, in un tono intimo. Poi si voltò additandomi.

« Carlos è nascosto sotto la stuoia » disse alla ragazza, a voce alta e distinta. « Salutalo. »

La ragazza mi salutò agitando una mano con un sorriso molto amichevole. Mi sentii stupido e me la presi con don Juan per avermi messo in quella situazione imbarazzante. Mi sembrava evidente che stesse cercando rimedio al suo nervosismo o, ancor peggio, che stesse cercando di pavoneggiarsi con me.

Quando la ragazza se ne fu andata, gli chiesi irritato una spiegazione. Mi rispose candidamente che era stato obbligato a farlo perché mi si vedevano i piedi e lui non sapeva che cos’altro inventare. Questa spiegazione mi chiari tutta la sua manovra; si era fatto bello della sua amichetta con me. Non era possibile che mi si vedessero i piedi perché li avevo ripiegati sotto le cosce. Risi con aria d’intesa e don Juan si sentì obbligato a spiegarmi che gli piacevano le donne, soprattutto quella ragazza.

Non dimenticai mai quell’incidente. Don Juan non ci tornò più sopra. Ogni qualvolta vi accennavo, mi interrompeva. Continuai a pensare in modo ossessivo a quella ragazza. Speravo che un giorno potesse venirmi a trovare, dopo aver letto i miei libri.

La Gorda s’era agitata molto. Mentre parlavo camminava su e giù per la stanza. Stava per piangere. Immaginai che poi. tessero essere in gioco ogni sorta di intricate reti di rapporti. La Gorda era possessiva e stava reagendo come una donna minacciata da una rivale.

« Sei per caso gelosa, Gorda? » chiesi.

« Non fare lo stupido » disse in tono irritato. Io sono un guerriero senza forma. Non mi è rimasta alcuna invidia o gelosia. »

Accennai a un fatto che mi avevano riferito i Genaros, che la Gorda era la donna del Nagual. La sua voce divenne a mala pena udibile.

« Credo di sì » disse, e si sedette sul letto, con uno sguardo vago. « Ho questa sensazione. Non so come, però. In questa vita il Nagual Matus è stato per me quello che è stato per te. Non era un uomo. Era il Nagual. Non gli interessava il sesso. »

Le garantii che io avevo sentito don Juan dichiarare la sua simpatia per quella ragazza.

« Ha detto di aver fatto l’amore con lei? » chiese la Gorda.
« No, non l’ha detto, ma si capiva da come ne parlava » dissi.
« Ti piacerebbe che il Nagual fosse come te, vero? » fece con un

sogghigno. « Il Nagual era un guerriero impeccabile. »
Credevo di aver ragione e di non aver bisogno di cambiare opinione. Solo per assecondare la Gorda dissi che forse quella ragazza

era un’apprendista di don Juan, se non l’amante.
Seguì una lunga pausa. Quello che avevo detto ebbe l’effetto di

sconvolgermi. Fino a quel momento non avevo pensato a una simile eventualità. Un pregiudizio mi aveva messo in un vicolo cieco, togliendomi la possibilità di rivedere la mia opinione.

La Gorda mi chiese di descrivere quella ragazza. Non potei farlo. In realtà non avevo badato al suo aspetto. Ero stato troppo irritato. Anche lei era sembrata toccata da quella situazione imbarazzante e si era affrettata ad andarsene.

La Gorda disse che, senza una ragione apparente, sentiva che quella donna doveva essere una figura chiave nella vita del Nagual. Queste parole ci portarono a parlare degli amici di don Juan che noi conoscevamo. Per ore ci dibattemmo nel tentativo di mettere insieme i frammenti di notizie che avevamo sui suoi compagni. Le raccontai delle diverse volte nelle quali don Juan mi aveva portato ad assistere a cerimonie del peyotl. Le descrissi tutti quelli che avevo visto. Non ne riconobbe nessuno. Mi resi allora conto che forse io conoscevo più persone legate a don Juan di quante non ne conoscesse lei. Ma qualcosa di quel che avevo detto le fece scattare il ricordo di una volta in cui aveva visto una ragazza che portava il Nagual e Genaro in una

vetturetta bianca. La donna lasciò i due uomini sulla porta di casa della Gorda e, prima di partire, la guardò attentamente. La Gorda pensava che la ragazza avesse soltanto dato un passaggio al Nagual e a Genaro. Ricordai allora che io ero uscito da sotto la stuoia a casa di don Juan giusto in tempo per veder partire una Volkswagen bianca.

Le ricordai un secondo episodio riguardante un altro amico di don Juan, uno che un giorno, nel mercato di una città del Messico settentrionale, mi aveva dato alcune piante di peyotl. Anche lui mi aveva ossessionato per anni. Si chiamava Vicente. All’udirne il nome il corpo della Gorda reagì come se le avessero toccato un nervo. La sua voce divenne stridula. Mi chiese di ripetere quel nome e descrivere quell’uomo. Di nuovo non riuscii a mettere insieme una descrizione. L’avevo visto solo una volta, per pochi minuti, più di dieci anni prima.

La Gorda e io attraversammo un periodo quasi di rabbia, non l’uno verso l’altro, ma verso quella situazione che ci teneva prigionieri.

L’episodio finale che sollecitò il completamento dei nostri ricordi accadde un giorno in cui avevo il raffreddore e la febbre molto alta. Ero rimasto a letto, semiassopito, con i pensieri che mi vagavano senza meta nella mente. Per tutto il giorno avevo avuto nelle orecchie la melodia di una vecchia canzone messicana. A un certo punto sognavo che qualcuno la stava suonando con la chitarra. Mi lamentai della sua monotonia, e la persona con cui stavo protestando mi scagliò la chitarra contro lo stomaco. Balzai indietro per evitare li colpo, pestai la testa contro il muro e mi svegliai. Non era stato un sogno chiaro, era solo la melodia che mi aveva ossessionato. Non potevo liberarmi dal suono della chitarra; continuava a tornarmi in mente. Rimasi desto a metà, ad ascoltarla. Mi sembrava di star entrando nello stato di sogno — una scena di sogno vivida e particolareggiata m’apparve dinanzi agli occhi. Nella scena c’era una ragazza seduta vicino a me. Potevo distinguere le sue fattezze in tutti i particolari. Non sapevo chi fosse, ma la sua vista mi colpì. Mi svegliai subito. L’ansietà che mi provocava il suo viso era così profonda che mi alzai e cominciai a camminare come un automa avanti e indietro. Sudavo moltissimo e avevo paura di uscire da quella stanza. Non potevo neppure chiamare in aiuto la Gorda. Se ne era tornata in Messico per

alcuni giorni a trovare Josefina. Mi avvolsi un lenzuolo alla vita per sostenere quella parte del corpo. Questo mi fu d’aiuto per placare le onde di energia nervosa che mi attraversavano.

Mentre andavo su e giù, l’immagine cominciò a svanire dalla mia mente, non in un sereno oblio, come avrei desiderato, ma in un intrico di ricordi complessi. Rammentai che una volta mi trovavo seduto su dei sacchi di frumento o di orzo ammucchiati in un granaio. La ragazza stava cantando la vecchia canzone messicana che mi aveva perseguitato, accompagnandosi con la chitarra. Quando feci del sarcasmo su come suonava, lei mi diede una botta nelle costole con il manico della chitarra. C’erano altre persone sedute con me, la Gorda e due uomini. Conoscevo bene gli uomini, ma non riuscivo a ricordare chi diamine fosse la ragazza. Mi sforzavo senza speranza.

Mi coricai di nuovo, tutto un sudore freddo. Volevo riposarmi un po’ prima di cambiarmi il pigiama fradicio. Mentre appoggiavo la testa su un cuscino alto, il mio ricordo sembrò diventare ancora più nitido, e allora seppi chi fosse la suonatrice di chitarra. Era la donna Nagual; l’essere più importante sulla terra per la Gorda e per me. Era l’equivalente femminile dell’uomo Nagual; non la moglie o la compagna, ma la sua controparte. Aveva la calma e l’autorità di un vero capo. Essendo donna, era lei che ci nutriva.

Non osavo spingere la mia memoria troppo lontano. Istintivamente sapevo di non avere la forza di sopportare la pienezza del ricordo. Mi fermai al livello delle sensazioni astratte. Sapevo che lei incarnava l’affetto più puro, spassionato e profondo. Sarebbe stato più esatto dire che la Gorda e io amavamo la donna Nagual più della vita stessa. Che cosa mai ci era capitato per farcela dimenticare?

Quella notte, sdraiato sul letto, arrivai a un punto tale di agitazione da temere per la mia stessa vita. Cominciai a cantilenare alcune parole che divennero per me una forza guida. Solo quando mi fui calmato rammentai che le parole che andavo ripetendomi facevano anche parte di un ricordo che mi si era presentato quella notte; il ricordo di una formula, un incantesimo che mi doveva aiutare in caso di disastri come quello che avevo vissuto.

Mi sono già arreso al potere che governa il mio destino. Ho abbandonato tutto, così non ho nulla da proteggere.

Non ho pensieri, così potrò vedere.
Non temo nulla, così mi ricorderò di me stesso.

La formula era seguita da un’altra frase, che al momento mi era incomprensibile.

Calmo e sereno
sfreccerò oltre l’Aquila verso la libertà.

L’essere ammalato e febbricitante poteva essere servito, per così dire, da cuscino; forse era stato sufficiente a deviare il colpo diretto di quello che avevo fatto, o, piuttosto, di quello che mi era successo, poiché di mia volontà io non avevo fatto niente.

Fino a quella notte, se avessi esaminato il consuntivo della mia esperienza, avrei potuto dimostrare la continuità della mia esistenza. I nebulosi ricordi della Gorda o la sensazione di aver vissuto in quella casa sulle montagne del Messico centrale rappresentavano, in un certo senso, reali minacce a questa continuità, ma non erano nulla in confronto al ricordo della donna Nagual. Non tanto per le emozioni che coinvolgeva, ma perché me la ero dimenticata; non come si dimentica un nome o una melodia. Non c’era stata traccia di lei nella mia mente, prima di quella rivelazione. Proprio nulla! Poi mi era capitato qualcosa, o qualcosa mi s’era scrollato di dosso, e mi ero ritrovato con il ricordo di un essere importantissimo, che, dal punto di vista della mia esperienza personale fino a quell’istante, non avevo mai incontrato.

Dovetti attendere altri due giorni fino al ritorno della Gorda, prima di poterle narrare quel che mi ero ricordato. Quando giunsi alla descrizione della donna Nagual, la Gorda se ne risovvenne, la sua consapevolezza dipendeva in un certo qual modo dalla mia.

« La ragazza che ho visto nella macchina bianca era la donna Nagual! » esclamò. « E ritornata da me e non sono stata capace di riconoscerla. »

Udii le parole e ne afferrai il significato, ma impiegai un bel po’ prima di mettere a fuoco con la mente quello che aveva detto. La mia attenzione ondeggiava; era come se di fronte agli occhi avessi una luce che poco alla volta s’andava affievolendo. Sapevo che se non

avesse cessato di diminuire sarei morto. Fui preso da una improvvisa convulsione, e mi accorsi di aver fatto combaciare due parti del mio essere che erano state separate; mi resi conto che la ragazza vista in casa di don Juan era la donna Nagual.

In quel momento di agitazione emotiva la Gorda non mi era di aiuto. Il suo umore era contagioso. Stava piangendo senza ritegno. Lo shock emotivo dovuto al ricordo della donna Nagual era stato traumatico per lei.

« Come ho potuto dimenticarla? » diceva fra i singhiozzi.

Mentre si rivolgeva a me, le scorsi negli occhi un lampo di sospetto.

« Davvero non avevi idea della sua esistenza? » mi chiese.

In qualsiasi altra situazione avrei ritenuto impertinente e offensiva la sua domanda, ma in quel momento mi stavo chiedendo la stessa cosa nei suoi riguardi. Mi era sorto il dubbio che potesse saperne più di quanto mi avesse riferito.

« No, assolutamente » dissi. « E tu, Gorda? Sapevi che esisteva?»

Il suo viso assunse una tale espressione di innocenza e di perplessità da fugare tutti i miei dubbi.

« No » rispose. « Non fino ad oggi. Ora so per certo che avevo l’abitudine di sedermi con lei e il Nagual Juan Matus, su quella panchina nella plaza di Oaxaca. Me ne ricordavo da sempre, mi ricordavo i suoi lineamenti, ma pensavo che fosse tutto un sogno. Sapevo e non sapevo. Ma perché pensavo d’averlo sognato? »

Mi colse un attimo di panico. Poi ebbi la completa certezza fisica che, mentre parlava, mi si fosse aperto un passaggio in qualche parte del corpo. In un lampo seppi che anch’io ero solito sedermi su quella panchina con don Juan e la donna Nagual. Allora ricordai la sensazione che avevo provato in ciascuna di quelle occasioni. Era un senso di benessere fisico, di felicità, di soddisfazione che sarebbe impossibile immaginare. Pensavo che don Juan e la donna Nagual erano esseri perfetti, ed ero molto fortunato di stare in loro compagnia. Sedendo su quella panchina, accanto agli esseri più squisiti di questa terra, provai forse il più alto dei sentimenti umani. Una volta dissi a don Juan, ed ero veramente sincero, che avrei voluto morire in quell’istante, in modo da mantenere quel sentimento puro, intatto, libero da ogni corruzione.

Riferii alla Gorda questo ricordo. Disse che capiva cosa volevo dire. Rimanemmo silenziosi un momento, poi la forza di queste reminiscenze ci sospinse verso una pericolosa tristezza, prossima alla disperazione. Dovetti esercitare il più rigoroso controllo delle mie emozioni per non mettermi a piangere. La Gorda singhiozzava, coprendosi il viso con l’avambraccio.

Dopo un poco ci calmammo. La Gorda mi fissò negli occhi. Conoscevo i suoi pensieri. Era come se potessi leggerle le domande nello sguardo. Le stesse domande che mi ossessionavano da giorni. Chi era la donna Nagual? Dove l’avevamo conosciuta? Qual era il suo posto? La conoscevano anche gli altri?

Stavo appunto per dar voce ai miei interrogativi, quando la Gorda mi interruppe.

« Non so proprio » disse in fretta, precedendo la mia domanda. «Contavo che me lo dicessi tu. Non so perché, ma sento che tu mi puoi raccontare tutta la faccenda. »

Lei contava su di me, e io contavo su di lei. Ridemmo all’ironia della nostra situazione. Le chiesi di dirmi tutto quanto sapeva sulla donna Nagual. La Gorda si sforzò due o tre vol te di dire qualcosa, ma sembrava incapace di riordinare le sue idee.

« Non so davvero da che parte cominciare » disse. So solo che le volevo bene.

Le dissi che anch’io provavo la stessa cosa. Una tristezza misteriosa mi coglieva ogni volta che pensavo alla donna Nagual. Mentre parlavo cominciai a tremare.

« Tutt’e due le volevamo bene » disse la Gorda. « Non so perché dico questo, ma so che lei ci possedeva. »

La incitai a chiarire questa frase. Non poteva spiegare perché l’avesse detta. Parlava nervosamente, districando le sue sensazioni. Non riuscivo più a seguirla, sentivo una palpitazione al plesso solare. Una vaga reminiscenza della donna Nagual cominciò a prender forma. Insistei perché la Gorda continuasse a parlare, ripetendo le stesse cose se non aveva altro da dire, tutto purché non si fermasse. Il suono della sua voce sembrava agire per me da canale verso un’altra dimensione, un’altra specie di tempo. Era come se il sangue mi scorresse attraverso il corpo con una pressione inusitata. Mi sentii addosso un formicolio dappertutto, poi mi assalì una strana certezza fisica. Capii all’interno

del mio corpo che la donna Nagual era l’essere che rendeva completo il Nagual. Gli portava pace, pienezza, un senso di protezione, di liberazione.

Dissi alla Gorda che intuivo che la donna Nagual doveva essere la compagna di don Juan. La Gorda mi guardò stupefatta. Scosse lenta la testa da un lato all’altro.

« Non aveva nulla a che fare con il Nagual Juan Matus, idiota » disse in un tono di autorità che non ammetteva replica. « Era destinata a te. Ecco perché noi le apparteniamo. »

Ci fissammo negli occhi. Ero certo che, senza volerlo, stava esprimendo pensieri per lei privi di ogni significato razionale.

« Cosa vuoi dire, che era destinata a me? » le chiesi dopo un lungo silenzio.

« Era la tua compagna » rispose. « Voi due formavate una coppia. E io ero la sua pupilla. E ti incaricò di consegnarmi a lei, un giorno. »

Scongiurai la Gorda di dirmi tutto quello che sapeva, ma sembrava che non sapesse nient’altro. Mi sentivo esausto.

« Dov’è andata? » mi chiese la Gorda. « Non riesco proprio a immaginarmelo. Era con te, non con il Nagual. Ora dovrebbe essere qui con noi. »

Ebbe quindi un altro attacco di incredulità e di paura. Mi accusò di nascondere la donna Nagual a Los Angeles. Cercai di calmare le sue apprensioni. Mi sorpresi a parlare alla Gorda come a un bambino. Mi ascoltava con i segni esteriori della totale attenzione; tuttavia aveva lo sguardo vacuo, fisso nel nulla. Mi venne allora in mente che lei stava usando il suono della mia voce proprio come io avevo usato il suo, come un canale. E sapevo che anche lei ne era consapevole. Continuai a parlare fino a esaurire tutto quanto avevo da dire su quel- l’argomento. Allora accadde qualcos’altro, e mi scoprii ad ascoltare vagamente il suono della mia stessa voce. Stavo parlando alla Gorda senza intenzionale volontà da parte mia. Parole che sembravano essere state rinchiuse dentro di me, una volta liberate, raggiungevano indescrivibili livelli di assurdità. Continuai a parlare finché qualcosa mi fermò. Mi ero ricordato che don Juan aveva detto alla donna Nagual e a me su quella panchina di Oaxaca, di un certo essere la cui presenza aveva rappresentato per lui la sintesi di tutto quello che poteva desiderare o aspettarsi da compagnia umana. Era una donna,

che per lui era stata quello che la donna Nagual era per me, una compagna, una controparte. Lei l’aveva lasciato, proprio come la donna Nagual aveva lasciato me. I suoi sentimenti per lei non erano cambiati, e venivano riaccesi dalla malinconia che certe poesie gli evocavano.

Mi ricordai anche che era la donna Nagual a rifornirmi di libri di poesia. Ne teneva delle pile accatastate nel bagagliaio della macchina. Per suo suggerimento leggevo poesie a don Juan. In un attimo il ricordo fisico della donna Nagual seduta con me sulla panchina acquistò un tale risalto che, senza che me ne accorgessi, mi si riempirono d’aria i polmoni, mi si gonfiò il petto. Fui colto da un opprimente senso di vuoto, più intenso di qualsiasi altra sensazione che avessi mai avuta. Mi accasciai con un dolore lacerante alla scapola destra. C’era ancora dell’altro che sapevo, un ricordo che una parte di me non voleva venisse a galla.

Mi aggrappai a tutto quello che mi rimaneva del mio scudo intellettuale, come all’unico mezzo per recuperare l’equilibrio. Continuai a ripetermi che la Gorda e io avevamo continuato ad agire su due piani completamente separati. Lei ricordava molto più di me, ma non si poneva domande. Non era Stata abituata ad indagare su se stessa o sugli altri. Ma poi mi colpì il pensiero che io non mi trovavo in una situazione migliore; io ero ancora quello sciattone che don Juan mi aveva una volta accusato d’essere. Non avevo mai dimenticato di aver letto poesie a don Juan, eppure non mi era mai passato per la mente di considerare il fatto che non avevo mai posseduto un libro di poesie spagnole, n~ ne avevo mai tenuto uno in macchina.

La Gorda mi strappò alle mie meditazioni. Era sull’orlo d’una crisi isterica. Urlò che aveva appena capito che la donna Nagual doveva essere da qualche parte vicinissima a noi. Proprio come noi due eravamo stati lasciati per ritrovarci, così la donna Nagual era stata lasciata perché ritrovasse noi. Fui quasi convinto dalla forza del suo ragionamento. Eppure qualcosa dentro di me sapeva che non era così. Era la mia memoria interiore, che io non osavo portare a galla.

Volevo iniziare una discussione con la Gorda, ma non ve n era ragione, i baluardi del mio intelletto e le parole erano insufficienti ad assorbire il colpo del ricordo della donna Nagual. Il suo effetto mi faceva vacillare, era più disastroso perfino della paura della morte.

« La donna Nagual è naufragata da qualche parte » disse la Gorda timida. « Si è forse sperduta e noi non facciamo nulla per ritrovarla. »

« No! No! urlai. « Non è più qui! »

Non sapevo proprio perché lo avessi detto, eppure sapevo che era vero. Per un certo tempo affondammo nelle profondità di una malinconia che era impossibile sondare razionalmente. Nella memoria di quel me stesso che conoscevo, provai per la prima volta una sincera tristezza senza limiti, uno spaventoso senso di incompletezza. In qualche parte di me c’era una ferita che era stata ancora riaperta. Questa volta non potevo rifugiarmi, come avevo fatto tante volte nel passato, dietro un velo di mistero e di ignoranza. Il non sapere era stato per me una benedizione. Scivolai per un attimo in un pericoloso sconforto. La Gorda mi fermò.

« Il guerriero è uno che ricerca la libertà » mi disse all’orecchio. « La tristezza non è libertà. Dobbiamo tirarci fuori da questa situazione.»

Come mi aveva detto don Juan, avere un senso di distacco implica avere un momento di pausa per esaminare la situazione. Nella profondità della mia tristezza capivo cosa volesse dire. Avevo il distacco; dipendeva da me cercare di usare la pausa nel modo più corretto.

Non potevo essere sicuro se la mia volontà avesse o meno una parte, ma improvvisamente la mia tristezza svanì; come se non fosse mai esistita. La rapidità del mio cambiamento di umore e la sua radicalità mi allarmavano.

« Ora anche tu sei dove sono io! » esclamò la Gorda quando le descrissi quello che mi era successo. « Dopo tutti questi anni non ho ancora imparato ad abituarmi a essere senza forma. Passo in un attimo da un sentimento all’altro, senza poterci fare nulla. Essendo senza forma potevo essere d’aiuto alle sorelline, ma ero anche in loro balia. Ognuna di loro era abbastanza forte da farmi oscillare da un estremo all’altro. »

« Il problema era che io avevo perso la forma umana prima dite. Se l’avessimo persa insieme, ci saremmo potuti aiutare l’un l’altro; come sono andate le cose io sono stata sballottata su e giù più di quanto non mi piaccia ricordare. »

Dovetti ammettere che le sue dichiarazioni di essere senza forma mi erano sempre sembrate fasulle. Secondo me, perde re la forma umana richiedeva un fattore concomitante essenziale, una fermezza di carattere che, vista la sua instabilità emotiva, andava ben oltre i suoi limiti. Su questa base l’avevo giudicata in modo severo e ingiusto. Avendo perso la forma umana mi era ora facile capire che l’essere senza forma è, caso mai, proprio una situazione che non favorisce la calma e l’equilibrio. Essa non comporta necessariamente una solidità emotiva. Un aspetto del distacco, cioè la capacità di immergersi del tutto in quello che si sta facendo, si estende a ogni aspetto delle proprie attività, compreso quello dell’essere incoerenti ed estremamente meschini. Il vantaggio dell’essere senza forma è che ci concede un attimo di riflessione, purché si abbia l’autodisciplina e il coraggio per utilizzarlo.

Tutto il comportamento passato della Gorda mi divenne infine comprensibile. Per anni era stata senza forma, ma senza avere l’autodisciplina che questa situazione richiede. Quindi era stata in balìa di radicali cambiamenti di umore e di incredibili discrepanze fra intenzioni e azioni.

Dopo aver per la prima volta richiamato alla memoria la donna Nagual, la Gorda e io radunammo le nostre forze e cercammo per intere giornate di tirar fuori altri ricordi, ma sembrava non ce ne fossero più. Io stesso ero ritornato nei luoghi dove ero stato prima di incominciare a ricordare. Intuivo che dentro di me dovevano essere in qualche modo sepolte gran quantità di cose, ma non riuscivo ad arrivarci. La mia mente non presentava la benché minima traccia di altri ricordi.

La Gorda e io passammo un periodo di tremenda confusione e di dubbio. Nel nostro caso essere senza forma significava trovarsi dilaniati dalla più profonda sfiducia immaginabile. Ci sentivamo come cavie nelle mani di don Juan, un individuo che avrebbe dovuto esserci familiare, ma di cui in realtà non sapevamo nulla. Ci alimentavamo l’un l’altro di dubbi e paure. Le discussioni più serie riguardavano materialmente la donna Nagual. Quando volevamo concentrare su di lei la nostra attenzione, il suo ricordo diventava così struggente da sembrare assurdo che avessimo potuto dimenticarla. Ciò dava la stura

a sempre nuove ipotesi riguardanti quello che don Juan ci aveva fatto. Molto facilmente queste congetture finivano col farci sentire di essere stati solo uno strumento nelle sue mani. Ci indignavamo di fronte all’inevitabile conclusione che lui ci aveva manipolati, disorientandoci e rendendoci sconosciuti a noi stessi.

Quando la nostra indignazione era sbollita, incominciava a profilarsi la paura — poiché ci si presentava la tremenda possibilità che don Juan potesse averci fatto cose ancor più dannose.

7

SOGNARE INSIEME

Un giorno, per alleviare un momento la nostra angoscia, lanciai l’idea di abbandonarci al sognare. Appena finito di dar voce alla mia proposta, mi accorsi che la tetraggine che mi perseguitava da giorni poteva trasformarsi radicalmente se solo lo avessi voluto. Capii così che il problema della Gorda e mio era sorto perché c’eravamo involontariamente concentrati sulla paura e sulla sfiducia come se fossero le uniche scelte a nostra disposizione, mentre, senza rendercene conto, avevamo sempre avuto l’alternativa di concentrare di proposito la nostra attenzione sul contrario: il mistero portentoso di quel che ci era successo.

Riferii alla Gorda la mia scoperta. Fu subito d’accordo. Si animò immediatamente, e la cappa della sua tristezza disparve in pochi secondi.

« Che tipo di sogno suggerisci di fare? » mi chiese.
« Quanti ce ne sono? » chiesi io.
« Possiamo sognare insieme » mi rispose. « Il mio corpo mi dice

che l’abbiamo già fatto. Siamo entrati in un sogno in coppia. Sarà per noi una cosa facile, come lo è stato il vedere insieme. »

« Ma non sappiamo quale sia la procedura per sognare insieme » dissi.

« Non sapevamo come si facesse a vedere insieme eppure abbiamo visto » rispose. « Sono sicura che se ci proviamo ci riusciamo, poiché non c’è gradualità in quel che fa un guerriero. C’è solo il potere personale. E ormai noi lo abbiamo. Dovremmo iniziare il sogno da due posti differenti, il più lontano possibile l’uno dall’altro. Quello che entra per primo nel sogno attende l’altro. Una volta che ci siamo ritrovati, ci prendiamo sotto braccio e avanziamo più a fondo insieme. »

Le dissi che non avevo idea di come aspettarla, se fossi entrato nel sogno per primo. Anche lei non era in grado di spiegarmi come si facesse, ma mi disse che aspettare l’altro sognatore corrispondeva a quello che Josefina aveva chiamato “ghermire”. La Gorda era stata ghermita da Josefina due volte.

« Josefina lo chiamava “ghermire” perché uno di noi doveva afferrare l’altro per il braccio » mi spiegò.

Mi mostrò quindi il modo di intrecciare il suo avambraccio sinistro con il mio avambraccio destro, afferrandomi sotto il gomito.

« Come riusciremo a farlo in sogno? » chiesi.

Per conto mio ritenevo il sogno una delle situazioni più private immaginabili.

« Non lo so, ma io ti afferrerò » disse la Gorda. « Penso che il mio corpo sappia come. Comunque, più ne parleremo, più ci sembrerà difficile.»

Iniziammo il nostro sogno da due località lontane. Potemmo metterci d’accordo solo sull’ora di coricarci, poiché l’entrata nel sogno era qualcosa che non si poteva predisporre in anticipo. La probabilità che toccasse a me aspettare la Gorda mi procurò molta ansia, e non riuscivo a entrare nel sogno con la mia abituale facilità. Finalmente, dopo dieci o quindici minuti di irrequietezza, riuscii a mettermi in quello stato che chiamo di veglia riposante.

Anni prima, quando ero giunto a un buon livello di esperienza nel sognare, avevo chiesto a don Juan se vi erano delle fasi comuni a tutti noi. Mi disse che a una analisi approfondita ogni sognatore appariva differente. Ma parlando con la Gorda scoprii tali rassomiglianze nelle nostre esperienze di sogno che mi arrischiai a costruire un possibile schema di classificazione dei diversi stadi.

La veglia riposante rappresenta lo stato iniziale, uno stato in cui i sensi si assopiscono e ciò nonostante si rimane consci. Nel mio caso io percepivo sempre, in questa situazione, un fiotto di luce rossastra, una luce in tutto uguale a quella che si vede guardando il sole con le palpebre serrate.

La seconda fase del sogno è quella che chiamai veglia dinamica. In questa fase la luce rossastra svanisce, come svanisce la nebbia, e ci si trova a contemplare una scena statica, una sorta di tableau. Si vede

un quadro tridimensionale, un pezzo congelato di qualcosa — un paesaggio, una strada, una casa, una persona, un volto, qualsiasi cosa.

Chiamai la terza fase testimonianza passiva. In essa il sognatore non vede più un pezzetto congelato di mondo ma — testimonio oculare — osserva un evento mentre questo si svolge. E come se la supremazia della vista e dell’udito rendano questa fase del sogno soprattutto riservata agli occhi e alle orecchie.

La quarta fase era quella in cui entravo in azione io. In essa si è spinti a prendere l’iniziativa e darsi da fare a utilizzare al massimo il proprio tempo. La chiamai fase della iniziativa dinamica.

La proposta della Gorda di aspettarmi riguardava lo svolgimento della seconda e della terza parte del nostro sognare insieme. Quando iniziai il secondo stato, la veglia dinamica, vidi in sogno una scena in cui comparivano don Juan e varie altre persone, compresa la Gorda da grassa. Prima che avessi almeno il tempo di considerare quello che stavo vedendo, sentii un tremendo strattone al braccio, e mi resi conto che la “vera” Gorda mi era al fianco. Stava alla mia sinistra e mi aveva afferrato l’avambraccio destro con la mano sinistra. Sentii distintamente che portava la mia mano sul suo avambraccio così che ognuno stringeva il braccio dell’altro. Mi trovai quindi nel terzo stato del sogno, la testimonianza passiva. Don Juan mi stava dicendo che dovevo badare alla Gorda e prendermi cura di lei nel modo più egoista — cioè, come se fosse un altro me stesso.

Il suo gioco di parole mi piacque moltissimo. Il trovarmi lì con lui e con gli altri mi riempiva di una magica felicità. Don Juan continuò spiegandomi che potevo volgere a grandi cose il mio egoismo, e che non sarebbe stato impossibile imbrigliarlo.

Fra le persone radunate lì c’era un diffuso sentimento di cameratismo. Ridevano di quello che mi diceva don Juan, ma senza metterlo in ridicolo. Don Juan diceva che il modo più sicuro di imbrigliare l’egoismo passava attraverso l’attività quotidiana della nostra vita, che io riuscivo in qualsiasi cosa facessi poiché non avevo nessuno a rompermi l’anima, e non mi sarebbe stato impossibile alzarmi in volo da solo come una freccia. Se mi fosse stato affidato il compito di prendermi cura della Gorda, la mia indipendente efficienza sarebbe andata in fumo, e per sopravvivere avrei dovuto allargare il mio egoistico interesse per me stesso fino a includervi la Gorda. Solo

aiutando lei — stava dicendo don Juan nel tono più enfatico — avrei trovato le indicazioni per adempiere al mio vero compito.

La Gorda mi pose le grasse braccia intorno al collo. Don Juan dovette smettere di parlare. Stava ridendo così forte che non riusciva a proseguire. Stavano tutti sghignazzando.

Mi sentivo imbarazzato e irritato con la Gorda. Cercai di svincolarmi dal suo abbraccio, ma aveva le braccia avvinghiate al mio collo. Don Juaø mi fece un gesto delle mani per fermarmi. Disse che il lieve imbarazzo che stavo provando era nulla in confronto a quello che mi aspettava.

Il suono delle risa era assordante. Mi sentivo felicissimo, nonostante fossi preoccupato di dovermi occupare della Gorda, poiché non sapevo quel che avrebbe comportato.

In quell’istante, nel sogno, cambiai il mio punto di vista — o, piuttosto, qualcosa mi spinse fuori della scena e iniziai a guardarmi attorno da spettatore. Eravamo in una casa nel Messico settentrionale; potevo giudicarlo dal paesaggio che era parzialmente visibile da dove mi trovavo. In distanza potevo vedere le montagne. Inoltre ricordavo l’arredamento della casa. Eravamo sul retro, sotto un portico aperto. Alcune persone erano sedute su sedie mastodontiche, la più parte era però in piedi o seduta sul pavimento. Li riconobbi tutti. Erano in sedici. La Gorda era al mio fianco di fronte a don Juan.

Mi accorsi che potevo provare due distinte sensazioni nello stesso tempo. Potevo sia entrare nella scena del sogno e sentire che stavo recuperando un sentimento da tempo perduto, sia assistere alla scena nel mio solito stato d’animo d’ogni giorno. Quando mi tuffavo nella scena del sogno mi sentivo protetto e sicuro; quando vi assistevo da spettatore nel mio umore solito, mi sentivo perso, insicuro, angosciato. Il mio umore non mi piaceva, e quindi mi tuffai nella scena del sogno.

Una grassa Gorda chiese a don Juan, in un tono di voce udibile al di sopra delle risate generali, se io dovevo diventare suo marito. Vi fu un attimo di silenzio. Don Juan sembrava che stesse valutando la risposta da dare. Le dette dei colpetti sul capo e disse che poteva parlare a nome mio e che io sarei stato ben lieto di diventare suo marito. La gente si sbellicava dalle risa. Io ridevo con loro. Il mio corpo si contorceva nella gioia più genuina, eppure sentivo che non

stavo ridendo della Gorda. Non la consideravo una buffona o una stupida. Era una bambina. Don Juan si rivolse a me e disse che io dovevo onorare la Gorda nonostante quello che mi avrebbe fatto, e che dovevo esercitare il mio corpo, mediante la mia interazione con lei, a sentirsi a proprio agio nelle situazioni più difficili. Don Juan si rivolse a tutto il gruppo e disse che era assai più facile cavarsela in condizioni di estrema tensione che essere impeccabili in condizioni normali, a esempio nella interazione con una persona come la Gorda. Don Juan aggiunse che non dovevo irritarmi con la Gorda in nessuna circostanza, perché lei era proprio la mia benefattrice; solo per mezzo suo sarei stato capace di imbrigliare il mio egoismo.

Mi ero talmente immerso nella scena del sogno, che mi ero scordato di essere un sognatore. Una improvvisa pressione sul braccio mi ricordò che stavo sognando. Sentii la presenza della Gorda accanto a me, pur senza vederla. Era solo un tocco, una sensazione tattile sull’avambraccio. Vi concentrai la mia attenzione; sentii su di me una salda presa, e subito la Gorda si materializzò con tutta la persona, come se fosse composta con i fotogrammi sovrapposti di una pellicola. Come gli effetti speciali al cinema, la scena del sogno si dissolse. Al suo posto c’eravamo la Gorda e io che ci guardavamo con le braccia allacciate.

Di nuovo, all’unisono, concentrammo l’attenzione sulla scena del sogno a cui avevamo assistito. A quel punto fui sicuro, al di là di ogni possibile dubbio, che entrambi avevamo visto le stesse cose. Ora don Juan stava dicendo qualcosa alla Gorda, ma non riuscivo a sentirlo. La mia attenzione oscillava fra la terza fase del sognare: la contemplazione passiva e la seconda: la veglia dinamica. Un momento ero con don Juan, una grassa Gorda e altri sedici persone, e il momento successivo mi trovavo con la Gorda di adesso a guardare una scena statica.

Poi un brusco soprassalto nel corpo mi sbalzò a un nuovo livello di attenzione: sentii uno schiocco simile a quello di un pezzo di legno secco che si spezza. Era uno scoppio soffocato, eppure mi parve più un tremendo scrocchiare di giunture. Mi ritrovai nel primo stato del sogno, la veglia riposante. Stavo dormendo, pur tuttavia ero perfettamente conscio. Desideravo rimanere in quello stato di

tranquillità il più a lungo possibile, ma un altro scossone mi svegliò di colpo. Mi ero reso conto che la Gorda e io avevamo sognato insieme.

Ero desideroso più che mai di parlare con lei, che provava lo stesso desiderio. Ci affrettammo a scambiarci le nostre impressioni. Quando ci fummo calmati le chiesi di descrivermi tutto quello che le era successo nel nostro sognare insieme.

« Ti ho aspettato a lungo » disse. « Una parte di me pensava di averti perso, ma un’altra parte pensava che tu fossi nervoso e ti trovassi in difficoltà, così aspettai. »

« Dove mi hai aspettato, Gorda? » chiesi.

« Non so » rispose. « So che ero fuori dalla luce rossastra, ma non potevo vedere nulla. A ripensarci, non vedevo nulla, mi muovevo a tentoni. Forse mi trovavo ancora nella luce rossastra, eppure non era rossa. Il posto dove mi trovavo era soffuso di un pallido color pesca. Poi aprii gli occhi, e tu eri lì. Sembravi pronto a partire, così ti afferrai il braccio. Mi guardai intorno e vidi il Nagual Juan Matus, te, me e altre persone, tutte nella casa di Vicente. Tu eri più giovane, io ero grassa. »

L’accenno alla casa di Vicente mi fece rammentare d’improvviso un episodio che riferii alla Gorda. Una volta, passando in macchina per Zacatecas, nel Messico settentrionale, avevo sentito uno strano impulso ad andare a trovare Vicente, uno degli amici di don Juan, senza rendermi conto che, così facendo, mi inoltravo involontariamente in un territorio a me precluso, poiché don Juan non me lo aveva mai presentato. Vicente, come la donna Nagual, apparteneva a un altro campo, a un altro mondo. Non fu una sorpresa che la Gorda rimanesse così colpita quando le narrai di questa visita. Lo conoscevamo così bene: eravamo intimi come con don Genaro, forse di più. Eppure l’avevamo dimenticato, così come avevamo dimenticato la donna Nagual.

A questo punto la Gorda e io facemmo una ampia digressione. Ci ricordammo che Vicente, Genaro e Silvio Manuel erano amici di don Juan, il suo seguito. Erano legati fra di loro da una specie di giuramento. Non riuscimmo a ricordarci che cosa li avesse uniti così. Vicente non era un indio. Da giovane aveva fatto il farmacista. Era la persona colta del gruppo, il vero guaritore che li manteneva sani. Aveva la passione della botanica. Ero convinto che sapeva più lui

sulle piante di qualsiasi altro essere vivente. Con la Gorda ci ricordammo che era stato Vicente a insegnare a tutti, compreso don Juan, l’uso delle piante medicinali. Mostrava uno speciale interesse per Nestor e tutti noi pensavamo che Nestor sarebbe diventato simile a lui.

« Il ricordo di Vicente mi riporta a pensare a me stessa » disse la Gorda. « Mi fa pensare che tipo di donna insopportabile sono stata. La cosa peggiore che possa capitare a una donna è l’avere figli, avere buchi nel proprio corpo, e continuare a comportarsi come una ragazzina. Ecco qual era il mio problema. Volevo sembrare intelligente ed ero vuota. E loro hanno lasciato che mi rendessi ridicola, mi hanno incoraggiata a fare la cretina. »

« Loro chi? » chiesi.

« Il Nagual e Vicente e tutti quelli che erano in casa di Vicente quando io mi sono comportata in modo così stupido con te.»

Entrambi fummo colti dallo stesso pensiero. Loro avevano lasciato che la Gorda si mostrasse insopportabile solo con me. Nessun altro aveva tollerato le sue insulsaggini, nonostante le avesse provate con tutti.

« Vicente invece mi diede corda » continuò la Gorda. « Stava al mio gioco. Lo chiamavo persino zio. Quando osai chiamare zio Silvio Manuel, mi scorticò quasi le ascelle con quegli artigli di mani che aveva. »

Cercammo di concentrare l’attenzione su Silvio Manuel, ma non riuscivamo a ricordarci che faccia avesse. Sentivamo la sua presenza nella nostra memoria, ma non era una persona, era solo una sensazione.

Per quanto riguardava la scena del sogno, ci ricordammo che era stata la replica fedele di quello che ci era capitato nella realtà in un determinato tempo e luogo; eppure non ci era ancora possibile stabilire quando. Sapevo comunque che mi prendevo cura della Gorda come un mezzo per esercitarmi alle difficoltà delle interazioni con la gente. Era imperativo che mi abituassi a uno stato d’animo sereno per affrontare difficili situazioni sociali, e nessuno avrebbe potuto essere migliore allenatore della Gorda. Gli sprazzi di sbiadite reminiscenze della Gorda grassa nascevano da queste circostanze, poiché avevo seguito alla lettera gli ordini di don Juan.

La Gorda disse che non aveva apprezzato l’atmosfera della scena del sogno. Avrebbe preferito limitarsi a guardare, ma io l’avevo costretta a risuscitare le sue vecchie sensazioni, che le erano tanto odiose. Il suo disagio era così acuto che deliberatamente mi strinse il braccio per obbligarmi a por fine alla nostra partecipazione a qualcosa che le ripugnava.

Il giorno seguente decidemmo l’ora per sognare insieme un’altra volta. Lei incominciò dalla sua camera da letto, e io dal mio studio, ma non successe nulla. Il solo tentativo di entrare nel sogno ci rese esausti. In seguito tentammo per settimane di ripetere la buona riuscita del nostro primo tentativo, ma senza successo. A ogni fallimento cresceva la nostra disperazione e la nostra cupidigia.

Di fronte a questa situazione senza via di uscita decisi che avremmo dovuto posporre per il momento il nostro sognare insieme, ed esaminare più da vicino il processo del sognare, analizzarne il concetto e i procedimenti. All’inizio la Gorda non era d’accordo con me. Per lei l’idea di riesaminare quello che sapevamo sul sognare rappresentava un altro modo di soccombere alla disperazione e alla cupidigia. Preferiva continuare a fare tentativi, anche se inutili. Io insistetti, e alla fine accettò il mio punto di vista, per puro senso di disperazione.

Una notte ci sedemmo, e nel modo più indifferente possibile cominciammo a discutere su quello che sapevamo del sognare. Fu subito evidente che c’erano alcune questioni di base che don Juan aveva messo in particolare risalto.

Prima di tutto c’era l’atto in se stesso. Sembrava che iniziasse come unico stato di consapevolezza a cui si giungeva concentrando la coscienza residua, che si conserva anche dormendo, sugli elementi e sugli aspetti dei propri sogni.

Questo residuo di coscienza, che don Juan chiamava “la seconda attenzione”, veniva messa in moto, sfruttata attraverso la pratica del non-fare. Noi pensavamo che a dare un contributo essenziale al sogno fosse uno stato di quiete mentale, che don Juan aveva definito “interruzione del dialogo interno”, o il “non-fare del parlare a se stesso”. Per insegnarmi a usarlo con disinvoltura, mi faceva camminare per chilometri con lo sguardo immobile e sfuocato, fisso a

un livello un po’ più alto dell’orizzonte, per accentuare la visione peri- ferica. Il suo metodo era efficace sotto due punti di vista: mi permetteva, dopo anni di tentativi, di interrompere il mio dialogo interno ed esercitava la mia attenzione. Obbligandomi a concentrarmi sulla visione periferica, don Juan rafforzava le mie capacità di concentrarmi per lunghi periodi su una sola attività.

Più tardi, quando ero diventato capace di controllare la mia attenzione, e potevo dedicarmi per ore al mio lavoro senza distrarmi — cosa di cui prima non ero mai stato capace — mi disse che il modo migliore per entrare nel sogno era quello di concentrarsi sulla zona proprio alla punta dello sterno, sopra lo stomaco. Diceva che l’attenzione necessaria per sognare emanava di là. L’energia richiesta per muoversi e cercare nel sogno emanava dalla zona quattro o cinque centimetri sotto l’ombelico. Questa energia la chiamava “volontà”, ovvero la capacità di scegliere e di riunire. In una donna sia l’attenzione sia l’energia per sognare vengono dal grembo.

« Il sogno di una donna deve venire dal suo grembo, perché è quello il suo centro » disse la Gorda. « Per iniziare o per smettere di sognare io devo rivolgere l’attenzione al mio grembo. Ho imparato a sentirlo dal di dentro. Vedo per un istante un bagliore rossastro e subito parto. »

« Quanto ci vuole per riuscire a vedere questo bagliore rossastro?» chiesi.

« Pochi secondi. Nel momento in cui fisso l’attenzione sul grembo, sono già nel sogno » continuò. « Non faccio fatica, mai. Le donne sono così. La parte più difficile per una donna è quella di imparare come si comincia; mi sono stati necessari un paio di anni per interrompere il mio dialogo interno concentrando l’attenzione sul grembo. Forse è per questo che una donna ha bisogno di qualcun altro che la sproni. »

« Il Nagual Juan Matus mi metteva dei ciottoli di fiume freddi e bagnati sulla pancia per farmi sentire quella zona. Oppure mi metteva su un peso; avevo un pezzo di piombo che mi aveva procurato lui. Mi faceva chiudere gli occhi e fissare l’attenzione sul punto dov’era il peso. Ogni volta mi addormentavo. Ma questo non lo preoccupava. Non ha nessuna importanza quello che si fa, purché l’attenzione sia rivolta al grembo. Alla fine imparai a concentrarmi su quel punto

senza bisogno di porvi su nulla. Un giorno entrai nel sogno da sola. Sentivo il mio addome proprio nel punto dove per tante volte il Nagual aveva messo il peso, quando mi addormentai all’improvviso, come al solito, solo che qualcosa mi tirava proprio nel grembo. Vidi il bagliore rossastro, e feci un sogno bellissimo. Ma appena tentai di raccontarlo al Nagual, capii che non era stato un sogno normale. Non c’era verso di riuscire a raccontarglielo; mi ero solo sentita molto felice e molto forte. E lui mi disse che era stato un sognare. »

« Da allora non mi mise più pesi addosso. Mi lasciò sognare senza interferire. Di tanto in tanto mi chiedeva di parlargliene e mi dava dei suggerimenti. Ecco il modo giusto di insegnare a sognare. »

La Gorda mi disse che don Juan aveva affermato che qualsiasi cosa poteva servire come non-fare per facilitare il sogno, purché obbligasse l’attenzione a concentrarsi. Per esempio costrinse lei e gli altri apprendisti a fissare foglie e rocce e incoraggiò Pablito a farsi una propria tecnica personale per non-fare. Pablito cominciò con il non- fare del camminare all’indietro. Si spostava lanciando brevi sguardi di lato per darsi una direzione ed evitare di urtare contro gli ostacoli. Gli suggerii di usare uno specchietto retrovisore, e lui elaborò il suggerimento fino a costruirsi un copricapo di legno con un sostegno per due specchietti; a circa quindici centimetri dal viso e a cinque centimetri al di sotto degli occhi i due specchi non gli impedivano la visione frontale, e, grazie all’angolo laterale al quale erano disposti, coprivano tutto il campo visivo posteriore. Pablito si vantava di avere una completa visione periferica del mondo per 360 gradi. Con l’aiuto di questo artificio, Pablito poteva camminare all’indietro come e quanto voleva.

Anche la posizione che si assume per sognare era un punto assai importante.

« Non so perché il Nagual non mi disse fin dall’inizio » continuò la Gorda « che la posizione migliore per incominciare ~, per una donna, quella di sedersi con le gambe incrociate e poi di lasciarsi cadere, come può capitare quando l’attenzione si fissa sul sogno. Il Nagual me lo disse un anno dopo che avevo cominciato. Ora mi seggo in questa posizione per un momento, sento il mio grembo, e comincio subito a sognare. »

All’inizio, proprio come la Gorda, io l’avevo fatto stando sdraiato supino, finché un giorno don Juan non mi aveva consigliato che per conseguire il miglior risultato dovevo sedermi su una morbida stuoia sottile, con le piante dei piedi congiunte, e le cosce a contatto della stuoia. Mi fece notare, poiché avevo le giunture delle anche elastiche, che dovevo esercitarle al massimo, per cercare di far ben aderire le cosce alla stuoia. Aggiunse che se io fossi entrato nel sogno in quella posizione, il mio corpo non sarebbe scivolato o caduto né a sinistra né a destra, ma mi sarei piegato in avanti con il tronco e avrei appoggiato la fronte sui piedi.

Un altro argomento di grande importanza riguardava l’ora in cui sognare. Don Juan ci disse che le ultime ore della notte e quelle del primo mattino erano di gran lunga le migliori. Il motivo per cui le preferiva era quel che lui chiamava una “applicazione pratica” della scienza della stregoneria. Diceva che, poiché si deve sognare in un contesto sociale, si devono ricercare le migliori condizioni di solitudine e di mancanza di disturbo. Il disturbo a cui si riferiva aveva a che fare con l’attenzione della gente, non con una presenza fisica. Per don Juan non aveva senso ritirarsi dal mondo e nascondersi, perché anche soli, in un luogo isolato e deserto, siamo avvolti dall’interferenza dei nostri simili, causata dalla fissazione della loro prima attenzione, che non può essere eliminata. Solo per un breve lasso di tempo, nelle ore in cui molta gente dorme, si può evitare parte della loro fissazione. Allora soltanto la prima attenzione di chi è intorno a noi si assopisce.

Questo lo portò a descriverci la seconda attenzione. Don Juan ci spiegò che l’attenzione necessaria all’inizio del sogno deve essere per forza mantenuta su tutti gli oggetti che nel sogno compaiono. Solo immobilizzando l’attenzione si riesce a far diventare un normale sogno un sogno.

Ci spiegò inoltre che nel sogno si devono usare gli stessi meccanismi dell’attenzione che nella vita d’ogni giorno, che la nostra prima attenzione aveva imparato a concentrarsi sugli oggetti del mondo con grande intensità, per trasformare l’amorfo e caotico dominio della percezione nel mondo ordinato della consapevolezza.

Don Juan ci disse anche che la seconda attenzione svolgeva il compito di richiamo, di sollecitazione delle occasioni. Più la si

esercita, maggiore è la probabilità di raggiungere il risultato desiderato. Ma questo è anche il compito dell’attenzione in generale, un compito dato talmente per scontato nella nostra vita di tutti i giorni, che lo si sta perdendo di vista; se ci imbattiamo in un evento fortuito, ne parliamo in termini di caso o di coincidenza, piuttosto che riconoscere che è stata la nostra attenzione a richiamare quell’evento.

La discussione sulla seconda attenzione preparò il terreno per un altro argomento fondamentale, il corpo sognante. Guidandovela, don Juan affidò alla Gorda il compito di bloccare nel modo più saldo possibile la propria seconda attenzione sui componenti delle sensazioni di volare in sogno.

« Come hai imparato a volare in sogno? » le chiesi. « Te l’ha insegnato qualcuno?

« Il Nagual Juan Matus me l’ha insegnato su questa terra » rispose. « E qualcuno che non sono mai riuscita a vedere me l’ha insegnato in sogno. Era solo una voce che mi diceva quel che dovevo fare. Il Nagual mi affidò il compito di imparare a volare in sogno e la voce mi insegnò come fare. Mi sono poi occorsi degli anni per imparare a trasferirmi dal mio corpo normale, quello che si può toccare, al corpo sognante. »

« Questo me lo devi spiegare, Gorda » dissi.

« Tu stavi imparando a entrare nel tuo corpo sognante quando sognavi di uscire dal tuo corpo continuò lei. Ma, secondo me, il Nagual non ti ha imposto nessun compito specifico, così tu hai proseguito a modo tuo come potevi. A me invece era stato imposto di usare il mio corpo sognante. Lo stesso compito era stato dato alle sorelline. Per quanto mi riguarda, una volta sognai di volare come un aquilone. Lo riferii al Nagual, perché mi era piaciuta la sensazione di librarmi in aria. Prese la cosa molto sul serio e la trasformò in un compito. Disse che non appena si impara a sognare ogni sogno che si ricorda non è più un mero sogno, ma un sognare. »

« Allora cominciai a cercare di volare in sogno. Ma non ci riuscivo; più cercavo di intervenire sul mio sogno, più diventava difficile. Alla fine il Nagual mi disse di interrompere i miei tentativi e lasciare che la cosa succedesse spontaneamente. Poco alla volta cominciai a volare in sogno. Questo accadde quando una voce

cominciò a dirmi cosa dovevo fare. Ho sempre avuto l’impressione che fosse una voce di donna. »

« Quando ebbi appreso a volare bene, il Nagual mi disse che dovevo ripetere da sveglia ogni movimento del volo che facevo nel sogno. Ti è capitata la stessa occasione quando lo smilodonte ti insegnò come dovevi respirare. Ma tu non ti sei mai trasformato in tigre nel sogno, così non hai potuto cercare di farlo nel modo giusto da sveglio. Io però ho imparato a volare in sogno. Spostando l’attenzione sul mio corpo sognante, riuscii a volare come un aquilone anche da sveglia. Te l’ho mostrato una volta, perché volevo farti vedere che avevo imparato a usare il mio corpo sognante, ma tu non hai capito cosa stesse succedendo. »

Si riferiva a quando mi aveva spaventato con una azione per me incredibile ballonzolando su e giù per aria come un aquilone. La cosa era così straordinaria per me, che non riuscivo neanche a trovare il bandolo di una spiegazione logica. Di solito, quando mi trovavo di fronte a cose di questo genere, le cacciavo in una categoria informe di percezioni in condizione di tensione acuta. In questi casi arguivo che la perce zione poteva essere profondamente alterata dai sensi. Questa spiegazione in realtà non spiegava nulla, ma sembrava tranquillizzare la mia ragione.

Dissi alla Gorda che in quello che lei aveva definito il trasferirsi nel suo corpo sognante, doveva esserci stato qualcosa di più della semplice ripetizione dell’atto di volare.

Ci pensò su un poco prima di rispondere.

« Penso che il Nagual abbia detto anche a te che l’importante in questo trasferimento è fissare la seconda attenzione » rispose. « Il Nagual diceva che è l’attenzione che fa il mondo; senza alcun dubbio aveva ragione. Doveva avere un valido motivo per dire così. Era maestro dell’attenzione, lui. Penso che lui abbia lasciato a me lo scoprire che, per trasferirmi nel corpo sognante, dovevo solo focalizzare l’attenzione sul volo. Quello che importava era immagazzinare l’attenzione nel sogno, osservare tutto quel che facevo quando volavo. Era l’unico modo per addestrare la mia seconda attenzione. Una volta consolidata, il solo concentrarla un poco sui particolari e sulla sensazione del volo mi procurava sempre più sogni di volo, finché mi divenne abituale sognare di veleggiare in aria. »

« Per quanto riguardava il volare, la mia seconda attenzione era dunque pronta. Quando il Nagual mi assegnò, il compito di trasferirmi nel mio corpo sognante, per me volle dire dedicarmi alla seconda attenzione da sveglia. Penso che la cosa funzioni in questo modo: la prima attenzione, l’attenzione che crea il mondo, non può mai essere del tutto sconfitta, ma soltanto sottomessa per breve tempo e sostituita dalla seconda attenzione, purché il corpo ne abbia immagazzinata abbastanza. Sognare è naturalmente un modo per farlo. Credo quindi che per trasferirsi nel proprio corpo sognante da svegli bisogna esercitarsi a sognare fino a quando non ti esce dalle orecchie. »

« Riesci a trasferirti nel corpo sognante ogni volta che lo vuoi? » chiesi.

« No, non è così facile » rispose. « Ho imparato a ripetere i movimenti e le sensazioni del volo da sveglia, e tuttavia non posso volare ogni volta che lo voglio. C’è sempre una barriera per accedere al corpo sognante. A volte sento che questa barriera è aperta; allora il mio corpo è libero e riesco a volare come in sogno. »

Dissi alla Gorda che nel mio caso don Juan mi aveva dato tre compiti per esercitare la seconda attenzione. Per primo dovevo ritrovare le mie mani in sogno. Poi mi aveva raccomandato di scegliere un ambiente, concentrare su di esso l’attenzione, e mettermi a sognare di giorno per vedere se riuscivo ad andarci. Mi suggerì di metterci qualcuno di mia conoscenza, preferibilmente una donna, con un duplice scopo: primo, controllare i sottili cambiamenti che indicassero che io ero presente in sogno; secondo, isolare quei particolari poco vistosi sui quali si sarebbe focalizzata la mia attenzione.

Il problema più serio per il sognatore sotto questo punto di vista è la rigida fissazione della seconda attenzione su un particolare che passerebbe proprio inosservato all’attenzione della vita di ogni giorno, creando in tal modo uù ostacolo insormontabile alla verifica del risultato. Quello che si cerca in sogno non è quello a cui si presta attenzione nella vita quotidiana.

Don Juan diceva che ci si sforza di immobilizzare la seconda attenzione solo nel periodo dell’apprendimento. In seguito uno deve lottare contro la spinta quasi invincibile della seconda attenzione e lanciare solo sguardi frettolosi attorno a se. Nel sogno ci si deve

accontentare della possibile rapidissima visione di tutto. Appena ci si concentra su qualcosa, subito se ne perde il controllo.

L’ultimo compito di carattere generale che mi diede fu quello di uscire dal mio corpo. Ci ero quasi ,riuscito e per tutto il tempo l’avevo ritenuto il mio unico successo effettivo nel sognare. Don Juan se ne andò prima che io perfezionassi nel sogno la sensazione di poter condurre tutti i miei soliti affari mentre stavo sognando. La sua partenza interruppe quella che pensavo sarebbe divenuta un’inevitabile sovrapposizione del tempo del sogno con la mia vita di ogni giorno.

Per spiegare il controllo della seconda attenzione, don Juan introdusse l’idea della volontà. Disse che la volontà può essere descritta come il più stretto controllo della luminosità del corpo quale campo di energia; oppure come un livello di abilità, o uno stato esistenziale che piomba all’improvviso nella vita quotidiana di un guerriero. Lo si può sentire come una forza che irradia dal centro del corpo dopo un momento di assoluto silenzio, o di profondo terrore, o di cupa malinconia; mai dopo un momento di felicità, poiché la felicità è troppo tumultuosa per permettere al guerriero la concentra- zione necessaria a usare la luminosità del corpo e trasformarla in silenzio.

« Il Nagual mi ha detto che la tristezza per un essere umano è potente quanto il terrore » disse la Gorda. « La tristezza fa spargere al guerriero lacrime di sangue. Tutt’e due possono portare al momento di silenzio. Oppure il silenzio arriva da sé, poiché il guerriero lo cerca per tutta la vita. »

« L’hai mai sentito, tu, questo momento di silenzio? » le chiesi.

« Ma sì, certo, solo che non mi ricordo a cosa assomigli » rispose. « Tu e io l’abbiamo già sentito, ma né tu né io ce ne ricordiamo più. Il Nagual diceva che è un momento di oscurità, un momento ancora più silente di quello in cui si interrompe il dialogo interno. Quell’oscurità, quel silenzio, fanno sorgere l’intento di dirigere la seconda attenzione, di comandarla, di renderla operante. Ecco perché si chiama volontà. L’intento e il suo effetto sono la volontà. Il Nagual diceva che sono indissolubili. Mi raccontava tutto questo quando stavo cercando di imparare a volare in sogno. L’intento di volare produce l’effetto di volare. »

Le dissi che io avevo in pratica cancellato ogni possibilità di sperimentare la volontà.

« Ce la farai » disse la Gorda. « Il guaio è che tu e io non siamo abbastanza curiosi di sapere cosa ci sta capitando. Non sentiamo la nostra volontà perché pensiamo che dovrebbe essere qualcosa che noi siamo perfettamente sicuri di fare o di sentire, come l’arrabbiarci, per esempio. La volontà è invece silenziosa, discreta. La volontà appartiene al nostro altro io. »

« Quale altro io, Gorda? » chiesi.

« Sai di che sto parlando » rispose brusca. Noi siamo nel nostro altro io quando sogniamo. Ormai siamo entrati nell’altro io un gran numero di volte, ma non siamo ancora completi. »

Ci fu un lungo silenzio. Dovetti ammettere a me stesso che non eravamo ancora completi. Capivo che voleva dire che eravamo semplici apprendisti di un’arte senza limiti. Ma poi mi balenò il pensiero che lei volesse dire qualcosa di diverso. Non era un pensiero razionale. Prima provai come un formicolio al plesso solare, poi mi venne l’idea che alludesse a qualcos’altro. Sentii la risposta dopo. Mi venne addosso tutta d’un colpo, come un masso. Compresi che era tutto lì, prima alla punta dello sterno, e quindi nella mente. Il problema era che non riuscivo a districare abbastanza in fretta quello che sapevo per poterlo esprimere a parole.

La Gorda non interruppe il corso dei miei pensieri con ulteriori commenti o gesti. Se ne stava tranquilla in attesa. Sembrava così unita a me dal di dentro che non c’era bisogno di dirci nulla.

Resistemmo a questo sentimento di comunione tra di noi ancora per un po’, poi ne fummo travolti. La Gorda e io ci calmammo poco alla volta. Alla fine cominciai a parlare. Non che sentissi il bisogno di ripetere quello che avevamo sentito e conosciuto in comune, ma solo per ristabilire il nostro terreno di discussione, le dissi che sapevo in che senso eravamo incompleti, solo che non potevo estrinsecare questa mia conoscenza.

« Ci sono tante e tante cose che sappiamo » mi disse. « E tuttavia non possiamo trarne vantaggio poiché in realtà non sappiamo come portarle fuori di noi. Tu hai appena cominciato a sentire questo impulso. Io l’ho avuto per anni. So e non so. Quando cerco di dire

quello che so, il più delle volte m’impappino da sola e parlo come un’imbecille.»

Capivo cosa volesse dire, e la capivo a livello fisico. Sapevo qualcosa di assolutamente pratico ed evidente sulla volontà e su quello che la Gorda aveva chiamato l’altro io, eppure non potevo spiccicare una sola parola su ciò che sapevo, non perché fossi reticente o imbarazzato, ma perché non sapevo da dove cominciare, o come organizzare le mie informazioni.

« La volontà rappresenta un controllo della seconda attenzione così completo da essere chiamato il proprio altro » disse la Gorda dopo una lunga pausa. « Nonostante tutto quello che abbiamo fatto, conosciamo solo una minima parte del nostro altro. Il Nagual ha lasciato a noi di completare la nostra educazione. Ecco il nostro compito di ricordare. »

Si batté la fronte con il palmo della mano, come se si fosse improvvisamente ricordata di qualcosa.

« Gesù Santo! Ci stiamo ricordando del nostro altro! » esclamò, con un tono di voce che rasentava l’isterismo. Poi si calmò, e continuò a parlare in tono sommesso. « A quanto pare siamo già stati là, e l’unico modo di ricordarcelo è quello che stiamo seguendo, scaricando i nostri corpi sognanti mentre sogniamo insieme.

« Cosa vuol dire scaricare i nostri corpi sognanti? » chiesi.

« Tu stesso hai visto quando Genaro scaricava via il suo corpo sognante » riprese. « Si spicca via come un proiettile rallentato; di fatto si attacca e si stacca dal corpo fisico con un colpo secco. Il Nagual mi diceva che il corpo sognante di Genaro poteva fare la maggior parte delle cose che facciamo noi normalmente; era solito venire da te in quella forma per farti agitare. Ora so cosa cercavano il Nagual e Genaro. Volevano che tu potessi ricordare, e a questo scopo Genaro faceva cose incredibili davanti a te, scaricandone il suo corpo sognante. Ma era inutile. »

« Non sapevo che fosse nel suo corpo sognante » dissi.

« Non sapevi perché non guardavi » disse. « Genaro tentava di fartelo capire cercando di fare delle cose che il corpo sognante non può fare, come mangiare, bere, e così via. Il Nagual mi diceva che Genaro scherzava con te dicendo che avrebbe cacato e fatto tremare le montagne. »

« Perché non può fare tutto questo il corpo sognante? »chiesi.

« Perché il corpo sognante non può manovrare l’intento di mangiare o di bere » rispose.

« Che vuoi dire, Gorda? » le chiesi.

« La grande impresa di Genaro fu che nei suoi sogni imparò a conoscere l’intento del corpo » mi spiegò. « Portò a termine quello che tu avevi cominciato. Riuscì a sognare tutto il suo corpo alla perfezione. Ma il corpo sognante ha un intento diverso da quello del corpo fisico. Per esempio il corpo sognante può passare attraverso un uomo, perché conosce l’intento di dissolversi nell’aria. Il corpo fisico conosce l’intento di mangiare, ma non quello di sparire. Per il corpo fisico di Genaro il passare attraverso un muro sarebbe stato altrettanto impossibile quanto il mangiare per il suo corpo sognante. »

La Gorda rimase in silenzio per un po’, quasi per considerare quello che aveva appena detto. Volevo aspettare prima di porle altre domande.

« Genaro aveva padroneggiato solo l’intento del corpo sognante » disse a bassa voce. « Invece Silvio Manuel era il padrone assoluto dell’intento. Ora capisco che il motivo per cui non riesco a ricordarmene il viso è che lui non assomigliava a nessuno. »

« Cosa ti fa dire questo, Gorda? » le chiesi.

Cominciò a spiegarmi quel che intendeva, ma sembrava incapace di parlare coerentemente. Di colpo sorrise. Le si illuminò lo sguardo.

« Ci sono! » esclamò. « Il Nagual mi disse che Silvio Manuel era padrone dell’intento perché era in permanenza nel proprio altro. Era lui il vero capo. C’era lui dietro ogni azione del Nagual. In realtà fu lui che costrinse il Nagual a prenderti sotto la sua tutela. »

All’udire queste parole della Gorda provai un intenso disagio fisico. Mi venne da vomitare e feci uno sforzo straordinario perché lei non se ne accorgesse. Le voltai le spalle e cominciai ad avere dei conati. Per un istante smise di parlare e poi continuò come se avesse deciso di ignorare le mie condizioni. Invece, cominciò a inveirmi contro. Disse che era tempo che parlassimo dei nostri rancori. Mi buttò in faccia il mio risentimento per quello che era successo a Città del Messico. Aggiunse che quel rancore non dipendeva dal fatto che lei s’era schierata con gli altri apprendisti contro di me, ma dall’aver partecipato al mio smascheramento. Le spiegai che non c’era più

alcuna traccia di quel sentimento. Fu irremovibile. Sostenne che se non lo avessi affrontato, sarebbe rinato in un modo o nell’altro. Insistette che il punto cruciale della faccenda era la mia associazione con Silvio Manuel.

Non riuscivo a credere ai mutamenti di umore che mi pro- vocarono quelle parole. Mi sdoppiai in due persone — una furibonda con la bava alla bocca, l’altra calma, osservatrice. Ebbi un doloroso spasmo finale e diedi di stomaco. Ma non era la nausea che mi aveva causato lo spasmo. Era piuttosto una collera incontrollabile.

Quando alla fine mi calmai, ero imbarazzato dal mio com- portamento e mi preoccupai all’idea che un simile incidente potesse capitarmi di nuovo in altre circostanze.

« Appena accetterai la tua vera natura, sarai libero dalla collera » disse la Gorda in tono indifferente.

Volevo discutere con lei, ma ne vidi l’inutilità. Inoltre quell’attacco di ira mi aveva svuotato di energia. Mi venne da ridere all’idea che non avrei saputo cosa fare se lei avesse avuto ragione. Mi venne in mente allora che, se potevo dimenticarmi della donna Nagual, poteva essere possibile tutto. Avevo uno strano senso di caldo o di irritazione alla gola, come se avessi mangiato del cibo molto piccante e speziato. Ebbi un soprassalto di paura, quasi che qualcuno mi fosse sgusciato alle spalle, e in quel momento seppi qualcosa che non avevo alcuna idea di sapere un attimo prima. La Gorda aveva ragione. Silvio Manuel era davvero stato il mio protettore.

La Gorda rise sonoramente quando glielo dissi. Dichiarò che anche lei si era ricordata qualcosa di Silvio Manuel.

« Non lo ricordo come persona, come invece ricordo la donna Nagual » continuò. « Ma ricordo quello che mi disse di lui il Nagual.»

« Cosa ti disse? » chiesi.

« Mi disse che quando Silvio Manuel era su questa terra, assomigliava a Eligio. Una volta sparì senza lasciare traccia e se ne andò nell’altro mondo. Stette lontano per anni, poi un giorno tornò. Il Nagual disse che Silvio Manuel non ricordava dove fosse stato o cosa avesse fatto, ma il suo corpo era diverso. Era ritornato in questo mondo, ma ci era tornato nel suo altro. »

« Che cosa disse ancora, Gorda? » chiesi.

« Non mi ricordo più » rispose. « E come se guardassi attraverso la nebbia. »

Sapevo che se ci fossimo sforzati abbastanza, saremmo arrivati a scoprire in quel momento stesso chi era Silvio Manuel. Glielo dissi.

« Il Nagual diceva che l’intento è presente dappertutto » disse d’un tratto la Gorda.

« Cosa vuol dire? » chiesi.

« Non lo so » rispose. « Dico solo cose che mi tornano in mente. Il Nagual diceva anche che è l’intento che fa il mondo. »

Sapevo di avere già sentito quelle parole. Don Juan doveva aver detto anche a me la stessa cosa, e io l’avevo dimenticata.

« Quando ti disse così don Juan? » chiesi.

« Non riesco a ricordarmelo » fece lei. « Ma mi disse che le persone e anche tutte le altre creature viventi, sono schiave dell’intento. Siamo nei suoi artigli. Ci fa fare quello che vuole. Ci fa agire in questo mondo. Ci fa perfino morire. »

« Tuttavia diceva che quando diventiamo guerrieri, l’intento diventa nostro amico. Ci lascia liberi per qualche attimo; alle volte ci viene perfino incontro, come se fosse stato ad aspettarci. Mi disse che lui stesso era solo un amico dell’intento — non come Silvio Manuel, che ne era il padrone. »

C’era in me una sfilza di memorie nascoste che lottavano per uscire. Sembravano in procinto di venire a galla. Per un attimo fui sopraffatto da una tremenda frustrazione, poi qualcosa dentro di me cedette. Mi calmai. Non mi interessava più sapere nulla sul conto di Silvio Manuel.

La Gorda interpretò il mio cambiamento di umore come il segno che non eravamo ancora in grado di affrontare i nostri ricordi di Silvio Manuel.

« Il Nagual mostrò a tutti noi quello che poteva fare con il suo intento » disse repentinamente. « Riusciva a fare apparire le cose ricorrendo all’intento. »

« Mi disse che se volevo volare, dovevo chiamare l’intento del volo. Quindi mi mostrò come lui stesso poteva chiamarlo, e balzò in aria e si librò in cerchio, come un immenso aquilone. Oppure si faceva apparire in mano degli oggetti. Diceva di conoscere l’intento di molte cose, e poteva chiamarle volendole. La differenza fra lui e Silvio

Manuel era che quest’ultimo, essendo il padrone dell’intento, conosceva l’intento di qualsiasi cosa. »

Le dissi che la sua spiegazione non era ancora sufficiente. Mi pareva che lottasse per riordinare le parole nella sua mente.

« Io ho imparato l’intento di volare, » disse « ripassando tutte le sensazioni che avevo provato volando in sogno. Ma questa era solo una cosa. Nella sua vita il Nagual aveva imparato l’intento di centinaia di cose. Silvio Manuel invece arrivò alla fonte stessa. Vi attinse. Non ebbe bisogno di imparare l’intento delle cose. Era tutt’uno con l’intento. Il problema era che non aveva più desideri poiché l’intento non ha desideil suoi, così doveva appoggiarsi al Nagual perché li esprimesse. In altre parole, Silvio Manuel poteva fare qualsiasi cosa il Nagual volesse. Il Nagual dirigeva l’intento di Silvio Manuel. Ma poiché neppure il Nagual aveva desideri, per la maggior parte del tempo non facevano nulla. »

8

LA CONSAPEVOLEZZA DEL LATO SINISTRO E DEL LATO DESTRO

La nostra discussione sul sogno ci fu di grande giovamento, non solo perché risolveva le nostre difficoltà nel sognare insieme, ma perché mi portava i concetti a livello intellettuale. Parlarne ci teneva Occupati, ci permetteva di avere una pausa momentanea per calmare la nostra agitazione.

Una notte, mentre ero fuori per una commissione, chiamai la Gorda da una cabina telefonica. Mi disse che era stata in un grande magazzino e aveva avuto la sensazione che io vi fossi nascosto, dietro alcuni manichini. Era certa che la stessi prendendo in giro e si era seccata con me. Era corsa per tutto il negozio cercando di prendermi, per mostrarmi quanto fosse irritata. Poi si rese conto che in realtà si stava ricordando qualcosa che le capitava molto spesso con me: farsi prendere dai nervi.

Arrivammo insieme alla conclusione che era tempo di ritentare di sognare insieme. Mentre parlavamo, sentimmo un rinnovato ottimismo. Tornai subito a casa.

Entrai facilmente nella prima fase, la veglia riposante. Ebbi la sensazione di un piacere fisico, un fremito irraggiante dal mio plesso solare, che si trasformava nel pensiero che stavamo per ottenere dei grossi risultati. Il pensiero diventò nervosa previsione. Mi accorsi che i miei pensieri emanavano dei fremiti al centro del mio torace. Ma quando vi concentrai l’attenzione, il fremito cessò. Era come una corrente elettrica che potevo attaccare o staccare.

Il fremito tornò di nuovo, ancora più accentuato di prima, e a un tratto mi trovai faccia a faccia con la Gorda. Era come se avessi girato

l’angolo e mi fossi scontrato con lei. Mi immersi nella sua contemplazione. Era così reale, così viva che sentii il bisogno di toccarla. In quel momento dentro di me si manifestò il più puro e straordinario affetto per lei. Incominciai a singhiozzare senza ritegno.

La Gorda cercò subito di allacciare le nostre braccia per far cessare questo mio abbandono, ma non riuscì assolutamente a muoversi. Ci guardammo intorno. Di fronte al nostro sguardo non c’erano scene fisse, né quadri statici di nessun tipo. Ebbi una repentina ispirazione, e dissi alla Gorda che avevamo perso l’apparizione della scena del sogno perché ci eravamo fermati a guardarci a vicenda. Solo dopo aver parlato mi resi conto che ci trovavamo in una situazione nuova. Il suono della mia voce mi spaventò. Era una voce strana, aspra, sgradevole. Mi diede un senso di ripugnanza fisica.

La Gorda rispose che non avevamo perso nulla, che la nostra seconda attenzione era stata attratta da qualcos’altro. Sorrise e atteggiò le labbra a broncio, per esprimere insieme sorpresa e fastidio al suono della propria voce.

Trovai affascinante la novità di parlare in sogno, poiché non stavamo sognando una scena in cui parlavamo, stavamo veramente conversando. E questo richiedeva uno sforzo particolare, molto simile al mio iniziale di scendere le scale in sogno.

Le chiesi se pensasse che la mia voce fosse strana. Annuì e rise sonoramente. Il suono del suo riso mi colpì. Ricordavo che don Genaro era solito fare i rumori più strani e tremendi; il riso della Gorda era dello stesso genere. Allora mi resi conto che in modo del tutto spontaneo la Gorda e io eravamo entrati nei nostri corpi sognanti.

Volevo tenerle la mano. Cercai di farlo, ma non potevo muovere le braccia. Poiché avevo già provato a muovermi in quelle condizioni, espressi la volontà di mettermi di fianco alla Gorda. Il mio desiderio era di abbracciarla, invece mi avvicinai tanto a lei che ci amalgamammo. Ero cosciente di me come singolo individuo, ma allo stesso tempo sentivo di far parte della Gorda. Questa sensazione mi piaceva moltissimo.

Rimanemmo amalgamati finché qualcosa ruppe la nostra unione. Sentii il comando di esaminare i dintorni. Mentre guardavo, mi

ricordai chiaramente di averli già visti. Eravamo circondati da piccoli tumuli rotondi che sembravano proprio dune di sabbia. Erano tutt’intorno a noi, in ogni direzione, a perdita d’occhio. Sembravano fatti di qualcosa che poteva essere arenaria giallo pallido, o granelli di zolfo grezzo. Il cielo era dello stesso colore, molto basso e opprimente. C’erano banchi di nebbia giallastra, o d’una sorta di vapore giallo che aleggiava in certe zone del cielo.

Notai allora che la Gorda e io sembravamo respirare senza sforzo. Non potevo sentirmi il torace con le mani, ma potevo sentire che si allargava quando inspiravo. I vapori gialli non ci erano, dannosi.

Incominciammo a muoverci all’unisono, lenti, con cautela, come se camminassimo. Dopo pochi metri mi sentii molto stanco, e così pure la Gorda. Sfioravamo appena il terreno, ed evidentemente questo modo di muoverci affaticava molto la seconda attenzione, richiedeva uno straordinario grado di concentrazione. Non stavamo imitando apposta il nostro solito modo di camminare, ma era proprio come se l’avessimo fatto. Per muoverci erano necessari scoppi di energia, come delle piccole esplosioni inframmezzate da pause. Il nostro movimento non aveva alcuno scopo se non il moto stesso, così alla fine dovemmo fermarci.

La Gorda mi parlò, con una voce così fioca che si udiva appena. Disse che come degli stupidi, ci stavamo dirigendo verso le regioni più pesanti, e se avessimo continuato in quella direzione, la pressione sarebbe diventata così alta che saremmo morti. Automaticamente ci voltammo indietro e proseguimmo nella direzione da cui eravamo arrivati, ma il senso di fatica non scemò. Eravamo entrambi così esausti da non poter più rimanere diritti. Ci lasciammo cadere e adot- tammo d’istinto la posizione del sogno.

Io mi svegliai subito nel mio studio. La Gorda nella sua camera da letto.

La prima cosa che le dissi dopo il risveglio fu che io ero già stato in quel paesaggio desolato molte altre volte. Ne avevo visto almeno due aspetti, uno perfettamente pianeggiante, l’altro coperto da piccoli tumuli simili a dune di sabbia. Mentre parlavo, mi accorsi che non mi ero neppure preoccupato di assicurarmi che entrambi avessimo avuto la stessa visione. Mi fermai e le dissi che mi ero lasciato trasportare

dalla mia eccitazione; mi ero comportato come se stessimo confrontando gli appunti di un viaggio di piacere.

« E troppo tardi perché noi si faccia questo tipo di discorso, » disse con un sospiro « ma, se ti fa piacere, ti dirò cosa abbiamo visto.» Mi descrisse con minuzia tutto quello che avevamo visto, detto e

fatto. Aggiunse che anche lei era già stata in quel luogo abbandonato, e sapeva per certo che era terra di nessuno, lo spazio fra il mondo che conosciamo e l’altro. « E’ la zona fra le linee parallele » continuò. « Possiamo andarci in sogno. Ma per lasciare il nostro mondo e raggiungere quell’altro, quello al di là delle linee parallele, dobbiamo attraversare quella striscia con i nostri corpi tutti interi. »

Mi sentii gelare al pensiero di entrare in quel posto desolato con tutto il corpo.

« Ci siamo già stati insieme, con il corpo » continuò la Gorda. « Non ti ricordi? »

Dissi che tutto quel che potevo ricordare era che avevo visto quel posto due volte, guidato da don Juan e tutte e due le volte avevo considerato inutile quell’esperienza, perché l’avevo provata dopo aver ingerito piante allucinogene. Seguendo i dettami della ragione, le avevo considerate come visioni mie personali e non come esperienze generali. Non ricordavo di aver visto quella scena in altre occasioni.

« Quando ci siamo andati insieme con i nostri corpi? » chiesi.

« Non lo so » disse. « Me ne è tornato in mente un vago ricordo quando hai accennato di esserci già stato prima. Penso che ora tocchi a te aiutarmi a finire quello che ho cominciato a ricordare. Non riesco ancora a metterlo bene a fuoco, ma ricordo che Silvio Manuel portò la donna Nagual, te e me in quel posto desolato. Però non so perché l’abbia fatto. Non eravamo in sogno. »

Non sentii più la continuazione del discorso. La mia mente aveva cominciato a focalizzare qualcosa di ancora inarticolato. Cercavo di mettere ordine ai miei pensieri che vagavano senza una meta. Per un momento ebbi la sensazione di essere tornato indietro di anni, a un’epoca in cui non potevo interrompere il mio dialogo interno. Poi la nebbia cominciò a schiarirsi. I pensieri mi si riordinarono senza una’ mia consapevole partecipazione e il risultato fu il ricordo nitido di un fatto che mi era già parzialmente tornato alla memoria in uno di quegli sprazzi di indistinta reminiscenza che ero solito avere. La Gorda

aveva ragione, una volta eravamo stati portati in una regione che don Juan aveva chiamato “limbo”, prendendo a prestito il nome dalla credenza religiosa. Sapevo che la Gorda aveva anche ragione a dire che non ci eravamo andati in sogno.

In quella occasione, su richiesta di Silvio Manuel, don Juan aveva convocato la donna Nagual, la Gorda e me. Don Juan mi aveva detto che la ragione della nostra riunione stava nel fatto che, da solo, ma senza sapere come, ero entrato in un particolare recesso della consapevolezza, sede della più intensa forma di attenzione. Già prima avevo raggiunto lo stato che don Juan aveva chiamato il “sinistro fianco sinistro”, ma sempre per un tempo troppo breve, e con il suo aiuto. Una delle sue caratteristiche principali, quella che aveva maggiore importanza per tutti noi legati a don Juan, era che in quello stato eravamo capaci di percepire un colossale banco di vapore giallastro, qualcosa che don Juan chiamava il “muro di nebbia”. Tutte le volte che ero in grado di percepirlo, si trovava sempre alla mia destra, si estendeva in avanti fino all’orizzonte e in alto all’infinito, dividendo cosi il mondo in due. Il muro di nebbia girava a destra o a sinistra a seconda che anch’io girassi il capo, così che non avevo mai modo di trovarmelo di fronte.

Nel giorno in questione, sia don Juan sia Silvio Manuel mi avevano parlato del muro di nebbia. Ricordavo che quando Silvio Manuel aveva finito, aveva afferrato la Gorda per la collottola, come fosse un gattino, ed era sparito con lei nel banco di nebbia. Per una frazione di secondo ero stato in grado di osservare la loro scomparsa, perché don Juan era riuscito in qualche modo a mettere anche me di fronte al muro. Non mi afferrò per la collottola, ma mi spinse nella nebbia; e la prima cosa che vidi fu lo spettacolo di quella pianura desolata. Si trovavano li anche don Juan, Silvio Manuel, la donna Nagual e la Gorda. Non mi importava cosa stessero facendo. Ero preoccupato per uno spiacevolissimo e minaccioso senso di oppressione, una stanchezza, una difficoltà di respirazione che mi faceva impazzire. Mi accorsi di trovarmi in una soffocante caverna gialla dalla volta bassa. La sensazione fisica di oppressione diveniva così insopportabile che non riuscivo più a respirare. Mi sembrava che tutte le mie funzioni fisiche fossero cessate, non riuscivo a percepire alcuna parte del corpo. Eppure potevo ancora muovermi, camminare,

allungare le braccia, girare il capo. Mi misi le mani sulle cosce, sia le cosce sia le palme delle mani avevano perso ogni sensibilità. Le braccia e le gambe c’erano, potevo vederle, non sentirle.

Spinto dallo sconfinato terrore che mi aveva assalito, afferrai la donna Nagual per un braccio e con uno strattone le feci perdere l’equilibrio. Ma non era stata la mia forza muscolare a spingerla. Era una forza immagazzinata non nei muscoli o nella struttura dello scheletro, ma proprio nel centro del corpo.

Volendo provare di nuovo questa forza, afferrai la Gorda. La forza della mia presa la fece vacillare. Allora mi resi conto che l’energia con cui avevo afferrato le due donne proveniva da una protuberanza simile a un bastoncino che agiva su di loro come un tentacolo. Essa si articolava al centro del mio corpo.

Tutto era durato solo un istante. Nell’attimo successivo ero ripiombato nella stessa situazione di angoscia e paura. Guardai verso Silvio Manuel in una muta richiesta di aiuto. Il modo con cui rispose al mio sguardo mi convinse che ero perduto. Aveva occhi freddi e indifferenti. Don Juan mi voltò le spalle e io fui scosso da capo a piedi da un incomprensibile terrore fisico. Pensavo che il sangue mi stesse bollendo in corpo, non perché sentissi caldo, ma perché una pressione interna stava crescendo fino al punto di scoppiare.

Don Juan mi ordinò di calmarmi e di lasciarmi andare alla morte. Disse che dovevo rimanere lì dentro finché non fossi morto, e che avrei potuto morire in pace, se avessi fatto uno sforzo supremo e mi fossi abbandonato al terrore, morire fra le torture, se avessi scelto di combatterlo.

Silvio Manuel mi parlò, cosa che faceva di rado. Disse che l’energia che mi occorreva per accettare il terrore aveva sede nel mio punto centrale, e che l’unico mezzo per riuscire era rassegnarsi, arrendersi senza arrendersi.

La donna Nagual e la Gorda erano perfettamente calme. Ero l’unico lì che stesse morendo. Silvio Manuel disse che, dal modo in cui stavo sprecando l’energia, la mia fine era questione di minuti e dovevo considerarmi già morto. Don Juan fece cenno alla donna Nagual e alla Gorda di seguirlo. Mi voltarono le spalle. Non vidi cosa fecero d’altro. Sentii una fortissima vibrazione che mi attraversava. Immaginai che fosse il rantolo dell’agonia; la mia lotta era finita. Non

mi importava più di nulla. Mi arresi all’immenso terrore che mi stava uccidendo. Il mio corpo, o quella sagoma che consideravo tale, si calmò e si abbandonò alla morte. Appena lasciai che il terrore mi invadesse, o forse mi lasciasse, sentii e vidi un vapore tenue — una chiazza biancastra contro lo sfondo giallo zolfo — che usciva dal mio corpo.

Don Juan tornò al mio fianco e mi esaminò con curiosità. Silvio Manuel si allontanò e afferrò di nuovo la Gorda per la collottola. Lo vidi chiaramente mentre la scaraventava nel banco di nebbia, come una grossa bambola di pezza, Poi vi entrò anche lui e scomparve.

La donna Nagual mi invitò con un gesto a entrare nella nebbia. Mi diressi verso di lei, ma prima di raggiungerla don Juan mi diede un vigoroso spintone che mi catapultò attraverso la fitta nebbia gialla. Non barcollai, ma la attraversai planando, e finii col cadere in terra a testa in giù nel nostro mondo d’ogni giorno.

Mentre gliela raccontavo, la Gorda ricordò tutta la storia. Poi aggiunse altri particolari.

« La donna Nagual e io non temevamo per la tua vita » disse. « Il Nagual ci aveva detto che ti doveva obbligare ad abbandonare i tuoi beni, ma che questo non era una novità. Ogni guerriero maschio deve essere obbligato con la paura. »

« Silvio Manuel mi aveva già portato tre volte dall’altra parte del muro, in modo che imparassi a rilassarmi. Disse che se tu mi avessi vista tranquilla ne saresti rimasto influenzato, infatti è stato così. Ti sei arreso e ti sei calmato. »

« Hai fatto fatica anche tu a imparare a rilassarti? » le chiesi.

« No. Per una donna è uno scherzo » rispose. « È un vantaggio che abbiamo. L’unico problema è che dobbiamo essere portate attraverso la nebbia. Non possiamo andarci da sole. »

« E perché no, Gorda? » domandai.

« Bisogna essere ben pesanti per passare disse. E una donna è leggera, troppo leggera, in effetti. »

« E la donna Nagual? Non ho visto nessuno che la trasportasse » dissi.

« La donna Nagual era speciale » disse la Gorda. « Poteva fare tutto da sola. Poteva portare di là me o anche te. Poteva perfino

attraversare quella pianura deserta, un passaggio obbligato, diceva il Nagual, per tutti coloro che viaggiano nell’ignoto. »

« Perché la donna Nagual ci è andata con me? » chiesi.

« Silvio Manuel ci ha portate con lui per sostenerti » disse. Pensava che avessi bisogno della protezione di due donne e due uomini, al tuo fianco. Silvio Manuel pensava che dovessi essere protetto dalle entità che vagano e sono in agguato in quei luoghi. Da quel deserto provengono gli alleati. E altre cose ancora più feroci. »

« Sei stata protetta anche tu? » chiesi.

« Non mi serve protezione » disse. « Sono una donna. Questo non mi tocca. Ma tutti noi pensavamo che tu fossi in un guaio terribile. Tu eri un Nagual e un Nagual molto stupido. Pensavamo che ognuno di quei feroci alleati — o demoni, se vuoi chiamarli così — avrebbe potuto annientarti o ridurti a brani. Era ciò che diceva Silvio Manuel. Ci ha portato per proteggerti ai quattro angoli. Ma la cosa divertente è che né il Nagual né Silvio Manuel sapevano che tu non avessi bisogno di noi. Avremmo dovuto camminare per un bel pezzo, finché tu non avessi perso la tua energia. Poi Silvio Manuel ti avrebbe spaventato indicandoti gli alleati e facendo loro segno di inseguirti. Lui e il Nagual avevano deciso di darti aiuto poco alla volta. La regola vuole così. Ma qualcosa è andato storto. Nell’istante in cui sei entrato sei impazzito. Non ti eri mosso di un centimetro e stavi già morendo. Eri spaventato a morte e non avevi neppure visto gli alleati. »

« Silvio Manuel mi disse che non sapeva cosa fare, così ti sussurrò all’orecchio l’ultima cosa che avrebbe dovuto dirti, di rinunciare alla lotta, di arrenderti senza arrenderti. Ti sei immediatamente calmato da solo, e così non hanno dovuto fare nulla di tutto quel che avevano programmato. Il Nagual e Silvio Manuel non avevano altro da fare se non portarci fuori di lì. »

Dissi alla Gorda che quando mi ero ritrovato di nuovo nel mondo, c’era qualcuno vicino a me che mi aiutava a rimettermi in piedi. Era tutto quello che ricordavo.

« Eravamo in casa di Silvio Manuel » disse. « Ora riesco a ricordarmi parecchio su quella casa. Qualcuno, non so chi, mi disse che Silvio Manuel la trovò e la comprò perché era costruita su un luogo di potere. Ma qualcun altro disse che Silvio Manuel trovò la casa, gli piacque, la comprò, e poi vi creò un luogo di potere. Per

conto mio credo che fu Silvio Manuel a portarcelo, il potere. Penso che la sua impeccabilità mantenne il luogo di potere in quella casa per tutto il tempo che lui e i suoi compagni vi abitarono. »

« Quando giunse il tempo di andare via, il potere del luogo svanì con loro, e la casa tornò a essere quella che era prima che Silvio Manuel la trovasse, una casa normale. »

Mentre la Gorda parlava, la mia mente sembrava si schiarisse sempre di più, ma non abbastanza da farmi capire cosa era successo in quella casa per riempirmi di tanta tristezza. Senza sapere perché, ero sicuro che aveva in qualche modo a che fare con la donna Nagual. Dov’era?

La Gorda non rispose quando glielo chiesi. Ci fu un lungo silenzio. Si scusò dicendo che doveva preparare la colazione; era già mattino. Mi lasciò solo, addolorato, con un gran peso in cuore. Le dissi di tornare. Si irritò e scaraventò le pentole sul pavimento. Capii il perché.

In un’altra sessione di sognare insieme ci addentrammo ancora di più nei meandri della seconda attenzione. Questo successe pochi giorni più tardi. La Gorda e io senza nessun particolare intenzione o sforzo ci trovammo in piedi uno accanto all’altro. Tentò invano due o tre volte di allacciarmi il braccio con il suo. Mi parlò, ma le sue parole erano incomprensibili. Sapevo comunque che stava dicendo che eravamo di nuovo nei nostri corpi sognanti. Mi stava avvertendo che ogni movimento doveva originare dal centro del nostro corpo.

Come nel nostro ultimo tentativo, non comparve nessuna scena di sogno alla nostra attenzione. Ma mi sembrò di riconoscere un paesaggio che avevo visto in sogno quasi ogni giorno per oltre un anno; era la valle dello smilodonte, la tigre dai denti a sciabola.

Camminammo qualche metro; questa volta i nostri movimenti non erano né a scatti né collerici. In realtà camminavamo con l’addome senza impiegare nessuna azione muscolare. Il difficile era la mia mancanza di pratica; era come la prima volta che avevo inforcato la bicicletta. Mi stancai presto e persi il ritmo, divenni esitante e insicuro. Ci fermammo. Anche la Gorda non era più in sincronia.

Allora cominciammo a esaminare quello che ci circondava. Tutto aveva un’aria di innegabile realtà, almeno in apparenza. Eravamo su

un terreno accidentato, con una vegetazione bizzarra. Non riuscivo a identificare gli strani cespugli che vedevo. Sembravano alberelli alti neanche un paio di metri. Avevano poche foglie, piatte e spesse, color chartreuse, e immensi fiori sgargianti marrone scuro con strisce dorate. I fusti non erano legnosi, ma sembravano leggeri e flessibili, come canne; erano ricoperti di lunghi tremendi aculei sottili come aghi. Alcune piante morte che erano seccate e cadute a terra mi diedero l’impressione che il fusto fosse vuoto.

Il terreno era molto scuro e sembrava umido. Cercai di chinarmi per toccarlo ma non riuscii a muovermi. La Gorda mi fece segno di usare la zona addominale. Quando lo feci non ebbi bisogno di chinarmi per toccare il terreno; c’era in me qualcosa simile a un tentacolo dotato di sensibilità. Non riuscivo però a capire cosa stessi sentendo. Non c’era alcuna particolare qualità tattile su cui basare le distinzioni. Il terreno che toccavo sembrava fosse terra, non al tatto, ma a quello che sembrava essere un centro visivo in me. Piombai allora in un dilemma intellettuale. Perché il sogno sembrava il pro- dotto della mia facoltà visiva? Era a causa della prevalenza della visione nella vita normale? Le domande non avevano senso. Non ero in grado di trovare una risposta, e tutti questi interrogativi non fecero altro che indebolire la seconda attenzione.

La Gorda mi sottrasse di botto alle mie riflessioni con uno scossone. Provai un colpo; fui percorso da un tremito. Lei indicò qualcosa davanti a noi. Come al solito lo smilodonte era sdraiato sulla cornice su cui l’avevo sempre visto. Ci avvicinammo finché non fummo a soli due metri dalla cornice, e dovemmo alzare il capo per vederlo. Ci fermammo. La tigre si alzò. Era di dimensioni stupende, soprattutto la lunghezza. Sapevo che la Gorda voleva che sgusciassimo dietro la tigre verso l’altro lato della collina. Volevo dirle che sarebbe potuto essere pericoloso, ma non trovai modo di farle pervenire questo messaggio. La tigre sembrava tesa, eccitata. Si sedette sulle zampe posteriori, come per prepararsi a balzarci addosso. Ero terrorizzato.

La Gorda si voltò verso di me sorridendo. Capii che mi stava dicendo di non soccombere al panico, perché la tigre era solo un’immagine, un fantasma. Con un movimento del capo mi incitò a proseguire. Eppure, a un livello imperscrutabile, mi rendevo conto che

la tigre era un’entità, forse non nel senso fattuale del nostro mondo di tutti i giorni, ma comunque dotata di realtà. E poiché la Gorda e io stavamo sognando avevamo perso la nostra fattualità nel mondo. In quel momento eravamo sullo stesso piano della tigre: anche la nostra esistenza era quella di fantasmi.

Avanzammo di un altro passo, vista l’irritante insistenza della Gorda. La tigre balzò dalla cornice. Ne scorsi l’enorme corpo scagliato in aria, giusto verso di me. Persi il senso del sogno — per me la tigre era reale e io stavo per essere dilaniato. Una cortina di luci, di immagini e dei più intensi colori primari che avessi mai visto mi lampeggiò intorno. Mi svegliai nel mio studio.

Dopo essere diventati molto esperti nel sognare insieme, ebbi la certezza che eravamo riusciti ad assicurarci il distacco, e non avevamo più fretta. Quello che ci spingeva ad agire non era la riuscita dei nostri sforzi. Era piuttosto un ulteriore impulso che ci spingeva ad agire impeccabilmente senza pensieri di ricompensa. I nostri incontri successivi furono come il primo, tranne la rapidità e la facilità con cui entravamo nel secondo stato del sogno, la veglia dinamica.

La nostra abilità nel sognare insieme era tale che lo ripetevamo con successo ogni notte. Senza nessuna intenzionalità da parte nostra, il nostro sognare insieme si concentrava, a caso, su tre zone: sulle dune di sabbia, sul territorio dello smilodonte e, più importante di tutte, su eventi dimenticati del passato.

Quando le scene che ci trovavamo di fronte si riferivano a fatti dimenticati nei quali la Gorda e io avevamo avuto una parte importante, lei non incontrava nessuna difficoltà ad allacciare le nostre braccia. Questo atto mi dava un irrazionale senso di sicurezza. La Gorda mi spiegò che soddisfaceva al bisogno di scacciare la tremenda solitudine prodotta dalla seconda attenzione. Disse che allacciare le braccia favoriva un senso di obiettività, e, come risultato, potevamo guardare le azioni che si svolgevano in ogni scena. A volte eravamo costretti a prendervi parte. Altre volte eravamo del tutto di- staccati e le guardavamo come se fossimo al cinema.

Quando visitavamo le dune di sabbia o l’habitat dello smilodonte, non riuscivamo ad allacciare le braccia. In queste occasioni non

facevamo mai le stesse cose due volte. Le nostre azioni non erano mai premeditate, ma sembravano reazioni spontanee a situazioni nuove.

Secondo la Gorda, la parte più consistente del nostro sognare insieme si divideva in tre categorie. La prima, e di gran lunga la più vasta, era la replica di avvenimenti che avevamo vissuto insieme. La seconda era una ripetizione che facevamo insieme di avvenimenti che solo io avevo “vissuto” — la regione dello smilodonte rientrava in questa categoria. La terza era una effettiva visita a un mondo che prendeva forma così come noi lo vedevamo al momento della nostra visita. La Gorda sosteneva che quei tumuli gialli esistevano nello spazio e nel tempo e che quello era l’aspetto che mostravano ogniqualvolta un guerriero s’avventurava in quella zona.

Volevo discutere un punto con lei. Sia lei sia io avevamo avuto misteriose interazioni con persone che, per ragioni a noi incomprensibili, avevamo dimenticato, ma che ciò nonostante avevamo conosciute nella realtà. Lo smilodonte, d’altra parte, era una creatura del mio sognare. Non potevo concepire che sia la tigre sia quelle persone fossero nella stessa categoria.

Prima che avessi tempo di dar voce ai miei pensieri, ebbi la sua risposta. Era come se lei fosse materialmente dentro il mio cervello, e lo leggesse come un libro.

« Appartengono alla stessa classe » disse, ridendo nervosa. « Non riesco a spiegarmi perché l’abbiamo dimenticato, o come mai ce lo stiamo ricordando ora. Non siamo in grado di spiegare niente. Lo smilodonte è là, da qualche parte. Non sapremo mai dove. Ma perché dovremmo preoccuparci di una incongruenza inventata? Realtà o sogno non ha alcun significato per il nostro altro. »

La Gorda e io usavamo il sognare insieme come mezzo per raggiungere un impensato mondo di memorie nascoste. Sognare insieme ci permetteva di ricordare avvenimenti che eravamo incapaci di rintracciare nella memoria della nostra vita quotidiana. Quando rielaboravamo questi avvenimenti da svegli, si innescavano altri segni ancora più precisi. In questo modo dissotterravamo, per così dire, grandi quantità di ricordi che erano stati seppelliti dentro di noi. Ci furono necessari quasi due anni di sforzi e concentrazioni prodigiose

per arrivare a una comprensione, sia pur parziale, di quel che ci era successo.

Don Juan ci aveva detto che gli esseri umani sono divisi in due. Il lato destro, che chiamava il tonal, comprendeva tutto quello che può essere concepito dall’intelletto. Il lato sinistro, chiamato il nagual, è il regno dell’indescrivibile, un regno che non può essere contenuto nelle parole. Il lato sinistro si può forse comprendere, se la comprensione si esercita con la totalità del corpo; da qui le sue difficoltà a essere espresso concettualmente.

Don Juan ci aveva anche detto che tutte le facoltà, le possibilità e le imprese della stregoneria, dalla più semplice alla più spettacolare, sono già contenute nel corpo umano.

Prendendo come base i concetti che siamo divisi in due, e che ogni cosa è già contenuta nel corpo, la Gorda propose una spiegazione dei nostri ricordi. Credeva che durante gli anni passati con il Nagual Juan Matus, il nostro tempo fosse stato diviso in stati di normale coscienza, sul lato destro, il tonal, dove prevale la prima attenzione e stati di consapevolezza più intensa, sul lato sinistro, il nagual, sede della seconda attenzione.

La Gorda pensava che gli sforzi del Nagual Juan Matus ci dovevano condurre al nostro altro per mezzo dell’autocontrollo della seconda attenzione tramite il sogno. Lui però ci aveva messo in stretto contatto con la seconda attenzione manipolando il corpo. La Gorda ricordava che la faceva passare da un lato all’altro spingendola o massaggiandole la schiena. Diceva che alle volte le dava perfino una bella botta sulla scapola destra o lì vicino. Ne risultava l’acquisizione di uno straordinario stato di chiarezza. In questo stato alla Gorda sembrava che tutto marciasse più in fretta, eppure nel mondo non era cambiato nulla.

Fu parecchie settimane dopo che la Gorda me l’aveva riferito che anch’io ricordai come mi fossero capitate le stesse cose. Quando meno me lo aspettavo, poteva capitare che don Juan mi desse una pacca sulla schiena. Sentivo sempre il colpo sulla spina dorsale, in alto, fra le scapole. Subito seguiva una straordinaria chiarezza. Il mondo era lo stesso, ma più nitido. Ogni cosa aveva il suo posto. Forse accadeva che le mie facoltà raziocinanti venissero intorpidite

dal colpo di don Juan, permettendomi così una percezione diretta, al di fuori del loro intervento.

Rimanevo in questo stato di chiarezza per un tempo indefinito, o fino a che don Juan non mi dava un altro colpo nello stesso posto per farmi tornare al normale stato di consapevolezza. Non mi spingeva e non mi massaggiava mai. Era sempre un bel colpo sonoro — non un pugno, ma piuttosto una manata che mi toglieva per un istante il respiro. Dovevo boccheggiare e ricorrere a lunghe e rapide inspirazioni finché non riuscivo a respirare di nuovo normalmente.

La Gorda mi riferì un’identica esperienza: alla pacca del Nagual le usciva tutta l’aria dai polmoni e lei doveva respirare molto profondo per riempirli di nuovo. La Gorda credeva che il respiro fosse il fattore di maggior importanza. Secondo lei il punto significativo erano le boccate d’aria a cui doveva ricorrere dopo essere stata colpita, eppure non riusciva a spiegarsi in che modo il respiro potesse influenzarle le percezioni e la colpevolezza. Disse anche che non veniva mai ributtata nel suo stato di normale consapevolezza; ci ritornava da sola, ma senza sapere come.

Mi sembrava che le sue osservazioni fossero rilevanti. Da bambino, e anche da adulto, ero talvolta rimasto senza fiato, cadendo sulla schiena. Ma l’effetto della botta di don Juan, anche se mi toglieva il respiro, era del tutto diverso. Non comportava alcun dolore, mi provocava invece una sensazione indescrivibile. Al massimo posso avvicinarmi dicendo che sentivo in me come un senso di disidratazione. I colpi sulla schiena sembravano disseccarmi i polmoni e annebbiare ogni cosa. In seguito, come osservava la Gorda, ciò che sembrava essersi appannato dopo il colpo del Nagual, respirando diventava limpido come il cristallo. Quasi che il respiro fosse il ca- talizzatore, l’unico fattore veramente importante.

La stessa cosa mi succedeva quando riprendevo la consa- pevolezza d’ogni giorno. Mi veniva pompata fuori l’aria, il mondo come contemplavo diventava nebbioso, poi mi si rischiarava quando riempivo di nuovo i polmoni.

Un’altra caratteristica di questo stato di intensa percezione era l’incomparabile ricchezza di interazioni personali, una ricchezza che i nostri corpi recepivano come senso di maggior velocità. I movimenti di va e vieni tra il lato sinistro e quello destro ci rendevano più facile

accorgerci che sul lato destro si spreca troppa energia e troppo tempo nelle azioni e nei rapporti della vita d’ogni giorno. Sul lato sinistro invece c e un innato bisogno di economia e velocità.

La Gorda non poteva descrivere che cosa fosse in fondo questa velocità, e neanch’io ne ero capace. Tutto quello che riuscivo a dire era che sul lato sinistro potevo afferrare il significato delle cose con precisione e immediatezza. Ogni genere di attività era scevro da preliminari o presentazioni.

Agivo e riposavo; avanzavo e indietreggiavo senza alcuno di quei processi mentali che mi sono usuali. La Gorda e io intendevamo questo come maggior velocità.

A un certo punto la Gorda e io comprendemmo che la ricchezza delle nostre percezioni sul lato sinistro era un riconoscimento post- facto. La nostra interazione appariva ricca alla luce della nostra capacità di ricordarla. Ci fu chiaro allora che in quegli stati di intensa percezione avevamo sentito ogni cosa in blocco, una massa voluminosa di particolari inestricabili. Questa capacità di percepire tutto in una volta la chiamavano intensità. Per anni ci era stato impossibile esaminare le singole costituenti di questi blocchi di esperienza; non eravamo stati in grado di riunire queste parti in una sequenza che avesse senso per la nostra mente. E poiché eravamo incapaci ditali sintesi, non potevamo ricordare. La nostra incapacità di ricordare era in fondo incapacità di mettere i ricordi delle nostre percezioni su una base lineare. Non potevamo, per così dire, mettere in piano le nostre esperienze e ordinarie in una sequenza. Le esperienze erano a nostra disposizione, ma nello stesso tempo era impossibile accedervi, poiché erano bloccate da un muro di intensità.

Il compito di ricordarle era quindi più propriamente quello di riunire il nostro lato sinistro e il destro, di conciliare queste due forme distinte di percezione in un tutto unico. Era il compito di consolidare la nostra interezza ordinando l’intensità in una sequenza lineare.

Ci venne in mente che i fatti a cui ricordavamo di aver partecipato forse non erano durati molto, in termini di tempo misurato con l’orologio. A causa della nostra capacità di percepire in termini di intensità potevamo aver avuto solo una sensazione subliminale di lunghi intervalli di tempo. La Gorda riteneva che se avessimo potuto

mettere l’intensità in una sequenza lineare, avremmo creduto seriamente di essere vissuti migliaia di anni.

L’azione pratica che don Juan intraprese per aiutarci nei nostro compito di ricordare fu di farci interagire con certe persone mentre eravamo in stato di intensa percezione. Aveva molta cura di non lasciarci vedere quelle persone quando eravamo nella nostra consapevolezza di ogni giorno. In questo modo creò le condizioni adatte a ricordare.

Dopo aver completato i nostri ricordi, la Gorda e io entrammo in uno stato bizzarro. Avemmo una conoscenza particolareggiata delle interazioni sociali che avevamo intrattenuto con don Juan e i suoi compagni. Questi non erano ricordi nel senso in cui avrei potuto ricordarmi di un episodio della mia infanzia, erano qualcosa di più di una vivida memoria minuto-per-minuto di determinati avvenimenti. Ricostruimmo conversazioni che sembravano riecheggiarci all’orecchio, come se stessimo effettivamente ascoltandole. Entrambi sentivamo che sarebbe stato superfluo cercare di speculare su quel che ci stava capitando. Quello che ricordammo, dal punto di vista del nostro essere empirico, si stava svolgendo ora. Questo era il carattere del nostro ricordo.

Alla fine la Gorda e io fummo in grado di rispondere alle domande che ci avevano tanto assillato. Ci ricordammo chi fosse la donna Nagual, quale il suo posto tra noi, quale la sua parte. Deducemmo, più che non ricordassimo, che avevamo trascorso uguali periodi di tempo con don Juan e don Genaro in stati di normale consapevolezza, e con don Juan e i suoi altri compagni in stato di intensa percezione. Recuperammo ogni sfumatura di quelle interazioni che erano state velate dall’intensità.

Dopo un meditato riesame delle nostre scoperte, ci rendemmo conto di aver messo in comunicazione in piccola parte i nostri due lati. Ci dedicammo quindi ad altri argomenti, a nuove domande che ora vantavano la precedenza sulle vecchie. C’erano tre problemi, tre domande che riassumevano tutta la nostra preoccupazione. Chi era don Juan e chi erano i suoi compagni? Che cosa ci avevano realmente fatto? E dove se ne erano andati tutti quanti?

PARTE TERZA
IL DONO DELL’AQUILA

9

LA REGOLA DEL NAGUAL

Don Juan era stato avaro di informazioni specie sul suo passato e sulla sua vita privata. La sua reticenza era, fondamentalmente, un accorgimento didattico; per quel che lo riguardava, la sua vita cominciava da quando era diventato guerriero; quanto gli era successo prima aveva scarsissima importanza.

Tutto quello che la Gorda e io sapevamo sulla sua vita precedente era che era nato in Arizona, figlio di due indios yaqui e yuma. Ancora bambino, i suoi lo avevano portato a vivere con gli Yaqui nel Messico del nord. A dieci anni era stato travolto dalla marea delle guerre yaqui. A quell’epoca la madre fu uccisa e il padre fatto prigioniero dell’esercito messicano. Sia don Juan sia suo padre furono mandati in un centro di smistamento, una riserva nella zona più meridionale dello stato dello Yucatan, dove crebbe.

Quello che gli successe in quel periodo non ci fu mai rivelato. Don Juan credeva che non ci fosse alcun bisogno di parlarcene. Io la pensavo altrimenti. L’importanza che davo a quel periodo della sua vita dipendeva dalla convinzione che i tratti caratteristici e l’efficacia della sua guida nascevano dal suo bagaglio di esperienze.

Ma non era questo bagaglio, per quanto importante, a conferirgli quell’immenso significato che lui aveva ai nostri occhi e a quelli dei suoi altri compagni. La sua assoluta preminenza si fondava sul fatto casuale di essere legato alla “regola”.

Essere legato alla regola può essere descritto come vivere un mito. Don Juan viveva un mito, un mito che s’era impossessato di lui e ne aveva fatto un Nagual.

Don Juan disse che quando la regola s’era impossessata di lui, era un uomo aggressivo, che viveva in esilio come migliaia di altri indios yaqui del Messico del nord. A quel tempo lavorava nelle piantagioni di tabacco del Messico del sud. Un giorno, dopo il lavoro, in uno scontro quasi mortale con un altro lavoratore per questione di soldi, gli spararono al petto. Quando tornò in sé, un vecchio indio era chino su di lui e stava frugando con le dita nella piccola ferita. La pallottola non era penetrata nella cavità toracica, ma si era fermata nel muscolo contro una costola. Don Juan svenne due o tre volte per lo shock, per la perdita di sangue e, secondo la sua stessa ammissione, per la paura di morire. Il vecchio indio rimosse la pallottola, e poiché don Juan non aveva dove andare, se lo portò a casa sua e lo curò per più di un mese.

L’indio era gentile ma severo. Un giorno, quando don Juan era abbastanza in forze, quasi guarito, il vecchio gli diede un forte colpo sulla schiena e lo fece piombare in uno stato di intensa percezione. Poi, senza altro preavviso, rivelò a don Juan quella parte della regola che riguarda il Nagual e la sua funzione.

Don Juan fece esattamente la stessa cosa con me e con la Gorda; ci fece mutare livello di consapevolezza e ci spiegò la regola del Nagual nel modo seguente:

Il potere che governa il destino di ogni vivente è chiamato Aquila, non perché sia un’aquila, o abbia a che fare con un’aquila, ma perché appare al veggente come una immensa aquila nera come l’ebano, eretta come stanno erette le aquile, così alta da arrivare all’infinito.

Quando il veggente contempla il nero d’ebano dell’Aquila, quattro lame di luce rivelano quale sia il suo aspetto. Il primo, che è come il bagliore di un lampo, permette al veggente di individuare il contorno del corpo dell’Aquila. Ci sono chiazze di bianco che sembrano le penne e gli artigli di un’aquila. Un secondo bagliore di luce rivela un nero agitato e turbinoso che sembra simile alle ali di un’aquila. Con il terzo bagliore il veggente scorge un occhio acuto, non umano. E il quarto e ultimo bagliore gli rivela quello che l’Aquila sta facendo.

L’Aquila sta divorando la consapevolezza di quelle creature che — un attimo prima vive sulla terra e ora morte — si sono lasciate trasportare dall’aria come un interminabile sciame di lucciole, fino al suo rostro, per incontrare il loro padrone, la loro ragione di vita.

L’Aquila libera queste fiammelle, le spiana, come un conciatore stende una pelle, e poi le consuma; poiché la consapevolezza è il cibo dell’Aquila.

L’Aquila, quel potere che governa i destini di tutte le cose viventi, riflette esattamente e subito tutte queste cose viventi. Nessuno ha quindi la possibilità di supplicare l’Aquila, chiedere favori, sperare nella grazia. La parte umana dell’Aquila è troppo insignificante per smuovere il tutto.

E solo dalle azioni dell’Aquila che un veggente può capire quello che essa desidera. L’Aquila, per quanto non si lasci toccare dalle condizioni di nessun essere vivente, concede a ciascuno di essi un dono. Ognuno, secondo i propri desideri e diritti, ha il potere, se vuole, di mantenere la fiamma della consapevolezza, il potere di disobbedire al richiamo della morte e della consunzione. A ciascun essere vivente è concesso il potere, se vuole, di cercare un passaggio verso la libertà, e di usarlo. Al veggente che scorge quel passaggio, e alle creature che lo attraversano, è evidente che l’Aquila ha concesso tale dono per perpetuare la consapevolezza.

Allo scopo di guidare verso quel passaggio gli esseri viventi, l’Aquila ha creato il Nagual. Il Nagual è un essere duplice a cui è stata rivelata la regola. Che abbia forma di essere umano, di animale, di pianta, o di qualsiasi altro essere vivente, il Nagual è spinto da questa sua duplicità a cercare il passaggio nascosto.

Il Nagual appare in coppia, maschio e femmina. Un uomo duplice, una donna duplice diventano Nagual solo dopo che a ciascuno di loro sia stata rivelata la regola e che ciascuno l’abbia capita e accettata senza riserve.

All’occhio del veggente un Nagual, uomo o donna, appare come un uovo luminoso diviso in quattro parti. A differenza dei comuni esseri umani che hanno solo due lati, la sinistra e la destra, il Nagual ha il lato sinistro diviso in due lunghe sezioni, e il lato destro diviso nello stesso modo.

L’Aquila ha creato il primo uomo Nagual e la prima donna Nagual come veggenti, e subito li ha mandati nel mondo a esercitare queste capacità. Ha dato loro come scorte quattro donne guerriere, esperte nell’arte dell’agguato, tre guerrieri e un messaggero, che essi devono nutrire, tirar su e guidare alla libertà.

Le donne guerriere sono denominate le quattro direzioni, i quattro angoli di un quadrato, i quattro umori, i quattro venti, le quattro differenti personalità femminili che esistono nella razza umana.

La prima è l’est. Si chiama Ordine. È ottimista, allegra, dolce e perseverante come una forte brezza.

La seconda è il nord. Si chiama Forza. E intraprendente, brusca, schietta e tenace come un vento impetuoso.

La terza è l’ovest. Si chiama Sentimento. E introversa, piena di rimorsi, maliziosa, scaltra come una raffica di vento freddo.

La quarta è il sud. Si chiama Crescita. Buona nutrice, chiassosa, timida, calda come un vento torrido.

I tre guerrieri e il messaggero rappresentano i quattro tipi di attività e di temperamento maschili.

Il primo tipo è l’uomo colto, lo studioso; un uomo nobile, fidato, sereno, completamente impegnato nell’adempimento del suo dovere, di qualsiasi dovere si tratti.

Il secondo tipo è l’uomo d’azione, assai incostante, un compagno estremamente divertente e volubile.

Il terzo tipo è quello che trama dietro le quinte, misterioso, impenetrabile. Di lui non si può dir nulla perché non permette che trapelino notizie sul suo conto.

Il messaggero è il quarto tipo. E l’assistente, un uomo taciturno e cupo, che, se ben diretto; fa tutto molto bene, ma che è privo di autonomia.

Per rendere le cose più facili, l’Aquila ha fatto vedere all’uomo e alla donna Nagual come ciascuno di questi tipi di uomini e di donne sulla terra hanno determinate particolarità nel corpo luminoso.

Lo studioso ha una sorta di traccia poco profonda, uno scintillante incavo nel plesso solare. In alcuni sembra una macchia di intensa luminosità, a volte liscia e splendente come uno specchio privo di riflesso.

L’uomo d’azione ha alcune fibre emananti dalla zona della volontà che variano da una a cinque; la loro dimensione va da un semplice spago a un grosso tentacolo a forma di frusta che può arrivare a due metri e mezzo di lunghezza. C’è chi ha addirittura tre di queste fibre sviluppate in tentacoli.

L’uomo dietro le quinte non lo si riconosce dall’aspetto, ma dall’abilità nel creare, involontariamente, una esplosione di potere che riesce a bloccare l’attenzione del veggente. Alla presenza di questo tipo d’uomo, i veggenti, più che vedere, si trovano immersi in particolari del tutto irrilevanti.

L’assistente non ha una caratteristica manifesta. Ai veggenti appare come una chiara luminescenza in un perfetto guscio di luce.

Nella parte femminile, l’est si riconosce dai quasi impercettibili nei della sua luminosità, a volte simili a piccole zone appannate.

Il nord s’irraggia da tutte le parti; emette un bagliore rossiccio, quasi fosse calore.

L’ovest è avviluppato in un sottile velo, un velo che lo fa apparire più scuro degli altri.

Il sud ha un bagliore intermittente, brilla per alcuni secondi, pii si appanna solo per risplendere di nuovo.

Nei corpi luminosi dell’uomo e della donna Nagual ci sono due diversi movimenti. Il lato destro ondeggia, mentre il lato sinistro rotola.

Per quanto riguarda la loro personalità, l’uomo Nagual è costante, risoluto, un valido sostegno; la donna Nagual è un essere combattivo eppure sereno, sempre vigile ma senza tensioni. Entrambi riflettono i quattro tipi del loro sesso, come i quattro modi di comportamento.

Il primo ordine che l’Aquila diede all’uomo ed alla donna Nagual fu di trovare, con le loro sole forze, un altro gruppo di quattro donne guerriere, quattro direzioni, che fossero le copie esatte delle cacciatrici, ma che fossero sognatrici.

Le sognatrici appaiono al veggente con una specie di grembiule alla vita, fatto di fibre simili a capelli. Le cacciatrici hanno lo stesso grembiule, ma anziché di fibre è fatto di innumerevoli piccole protuberanze rotonde.

Le otto donne guerriere sono divise in due squadre, chiamate i pianeti di sinistra e i pianeti di destra. Il pianeta di destra è formato da quattro cacciatrici, quello di sinistra da quattro sognatrici.

Le guerriere di ciascun pianeta hanno appreso dall’Aquila le regole dei loro compiti specifici; alle cacciatrici è stata insegnata l’arte dell’agguato, alle sognatrici l’arte del sogno.

Le due guerriere di ogni direzione vivono insieme. Sono così simili che si specchiano l’una nell’altra, e solo attraverso la impeccabilità possono trovare sollievo e stimoli l’una nel riflesso dell’altra.

L’unica occasione in cui le quattro sognatrici o le quattro cacciatrici si trovano insieme è quando devono svolgere un compito molto faticoso; ma solo in circostanze eccezionali devono tenersi per mano tutte e quattro, poiché il loro contatto le fonde in un unico

essere, e dev’essere usato solo in caso di estremo bisogno, o al momento di lasciare questo mondo.

Le due guerriere di ogni direzione sono unite a uno degli uomini nella combinazione che sarà necessaria. Così formano un insieme di quattro gruppi, capaci di annettersi i guerrieri che serviranno.

I guerrieri e il messaggero possono formare anch’essi una unità indipendente di quattro uomini, oppure agire, ognuno per proprio conto, a seconda delle necessità.

Quindi al Nagual e ai suoi compagni fu comandato di trovare altri tre messaggeri. Potevano essere tutti uomini o tutte donne, oppure un gruppo misto, ma messaggeri maschi avrebbero dovuto essere del quarto tipo di uomo, l’assistente, e le donne avrebbero dovuto essere del sud.

Per essere sicura che il primo Nagual avrebbe guidato i suoi compagni verso la libertà, senza deviare dal cammino o farsi corrompere, l’Aquila condusse la donna Nagual nell’altro mondo per servire da segnale e guidare come un faro il gruppo verso l’apertura.

Al Nagual e ai suoi guerrieri fu quindi imposto di dimenticare. Furono immersi nelle tenebre e fu loro dato un nuovo compito: il compito di ricordarsi di sé e quello di ricordare l’Aquila. Il comando di dimenticare fu così drastico che ognuno fu separato dagli altri. Non ricordavano più chi fossero. Se fossero stati capaci di ricordarsi di nuovo di sé, era

intenzione dell’Aquila che ritrovassero la totalità del loro essere. Solo allora avrebbero avuto la forza e la pazienza necessarie per intraprendere e sopportare il viaggio definitivo.

L’ultimo compito, dopo aver recuperato la totalità del loro essere, era di trovare un’altra coppia di esseri duplici e trasformarli in nuovi Nagual, rivelando loro la regola. E proprio come i primi Nagual uomo e donna erano stati forniti di un piccolo seguito, dovevano cercare per la nuova coppia quattro guerriere che fossero cacciatrici, tre guerrieri e un messaggero.

Quando il primo Nagual e il suo seguito furono pronti ad affrontare il passaggio, la prima donna Nagual li attendeva per guidarli. Allora fu ordinato loro di condurre la nuova Nagual nell’altro mondo perché servisse da segnale per la sua gente, lasciando il nuovo Nagual in questo mondo per ripetere il ciclo.

In questo mondo il numero minimo di persone sotto la guida di un Nagual è di sedici: otto guerriere, quattro guerrieri, compreso il

Nagual, e quattro messaggeri. Al momento di lasciare questo mondo, quando li ha già raggiunti la nuova donna Nagual, il numero del seguito del Nagual è di diciassette. Se il potere personale gli permette di avere più guerrieri, allora se ne devono aggiungere in multipli di quattro.

Avevo sottoposto a don Juan la domanda di come fosse stata comunicata agli uomini la regola. Mi spiegò che era senza lì-ne e riguardava tutti gli aspetti della condotta di un guerriero. L’interpretazione e il perfezionamento della regola spetta ai veggenti il cui unico compito attraverso i secoli è stato quello di vedere l’Aquila, di osservarne il flusso incessante. Dalle loro osservazioni, i veggenti hanno concluso che è possibile ritrovare nell’Aquila il pallido riflesso dell’uomo, purché il guscio luminoso che ne rinserra l’umanità sia stato infranto. Gli irrevocabili dettami dell’Aquila possono quindi essere captati dai veggenti, interpretati con esattezza e raccolti in un corpo di leggi.

Don Juan spiegò che la regola non era una favola, e che il passaggio verso la libertà non significava la vita eterna, così come l’eternità viene comunemente intesa — cioè, vivere per sempre. Quello che veniva stabilito dalla regola era la possibilità di conservare quella consapevolezza che normalmente si abbandona al momento della morte. Don Juan non sapeva spiegare cosa significasse conservare quella consapevolezza, o forse non riusciva neppure a concepirlo. Il suo benefattore gli aveva detto che, al momento del passaggio, si entra nella terza attenzione, e il corpo nella sua totalità s’accende di sapienza. Ogni cellula diventa a un tempo conscia di se stessa e anche della totalità del corpo.

Il suo benefattore gli aveva anche detto che questo tipo di consapevolezza non ha senso per la nostra mente che è fatta a compartimenti chiusi. Quindi il punto cruciale della lotta del guerriero non era tanto rendersi conto che quel passaggio descritto dalla regola significasse il passaggio alla terza attenzione, quanto concepire l’esistenza di questa forma di consapevolezza.

Don Juan diceva che all’inizio la regola gli appariva come qualcosa che si limitava strettamente alle parole. Non riusciva a immaginare come riuscisse a penetrare nel campo e negli aspetti del mondo reale. Ma sotto la guida efficace del suo benefattore, e dopo

una gran mole di lavoro, era alla fine riuscito ad afferrare la vera natura della regola, e l’aveva accettata come un insieme di direttive pragmatiche, piuttosto che come un mito. Da allora in poi non aveva avuto problemi nel trattare la realtà della terza attenzione. L’unico ostacolo al suo progresso gli venne dal fatto che era così convinto che la regola fosse una mappa da credere di dover cercare un’apertura materiale nel mondo, una vera porta di uscita. In qualche modo si era inutilmente fissato al primo livello di sviluppo del guerriero.

L’attività di don Juan come capo e maestro si era di conseguenza rivolta ad aiutare gli apprendisti — specie me — a evitare di ripetere il suo errore. Quel che riuscì a fare con noi fu guidarci attraverso le tre fasi dello sviluppo del guerriero senza esagerare l’importanza di nessuna. Per prima cosa ci insegnò a considerare la regola come una mappa; poi ci insegnò a capire che si può conseguire un grado estremo di consapevolezza, poiché una cosa siffatta esiste davvero; e infine ci guidò a un effettivo passaggio in quell’altro nascosto mondo della consapevolezza.

Per condurci attraverso la prima fase, il riconoscimento della regola come una mappa, don Juan si riferì a quella parte che riguarda il Nagual e i suoi compiti e ci mostrò che essa corrisponde a fatti inequivocabili. Ci riuscì lasciandoci avere, mentre eravamo in uno stato di intensa percezione, una illimitata interazione con i membri del suo gruppo, che rappresentavano le personificazioni viventi degli Otto tipi descritti dalla regola. Durante questa interazione ci furono rivelati altri aspetti più complessi e completi della regola, finché non fummo in grado di renderci conto di essere al centro di un sistema che prima avevamo concepito come un mito, ma che era essenzialmente una mappa.

Don Juan ci disse che sotto questo aspetto il suo caso era stato identico al nostro. Il suo benefattore l’aveva aiutato ad attraversare la prima fase permettendogli lo stesso tipo di interazione. A questo scopo l’aveva fatto spostare di continuo dalla consapevolezza del lato sinistro a quella del lato destro, proprio come don Juan aveva fatto con noi. Sul lato sinistro l’aveva presentato ai membri del suo gruppo, le otto guerriere, i tre guerrieri e i quattro messaggeri che erano, come richiesto, esempi rigorosi dei tipi descritti dalla regola. L’impatto di conoscerli e aver rapporti con loro era stato scioccante per don Juan.

Non solo lo aveva obbligato a considerare la regola come una guida reale, ma gli aveva fatto capire l’estensione delle nostre sconosciute possibilità.

Disse che quando ebbe finito di radunare tutti i membri del proprio gruppo, si trovò così preso dalla vita del guerriero da dare per scontato il fatto che, senza alcuno sforzo visibile, essi erano diventati copie perfette dei guerrieri al seguito del suo benefattore. La somiglianza di gusti, avversioni, amicizie e così via, non era il risultato di un’imitazione; don Juan dice va che, proprio come affermava la regola, essi appartenevano a determinati insiemi di persone con le identiche percezioni e reazioni. L’unica differenza fra i componenti degli stessi insiemi consisteva nel tono delle voci e nel suono delle risa.

Cercando di spiegarmi gli effetti che aveva avuto su di lui questa interazione con i guerrieri del suo benefattore, don Juan affrontò l’argomento della differenza fondamentale con cui lui e il suo benefattore interpretavano la regola, e guidavano e preparavano gli altri guerrieri ad accettarla come una mappa. Disse che c’erano due interpretazioni: una universale, l’altra personale. Quella universale prende le asserzioni che costituiscono il corpo della regola nel significato letterale. Per esempio, che l’Aquila non si interessa delle azioni umane e tuttavia fornisce all’uomo un passaggio verso la li- bertà.

Quella personale è invece la conclusione diffusa tra i veggenti che usano come premesse interpretazioni universali. Per esempio, vista la mancanza di interesse dell’Aquila, ci si deve assicurare una migliore probabilità di raggiungere la libertà magari con un maggiore impegno personale.

Secondo don Juan, lui e il suo benefattore erano molto diversi nel modo di educare i loro pupilli. Don Juan diceva che il suo benefattore usava la severità; aveva una mano di ferro, e la convinzione che con l’Aquila i discorsi chiari fossero fuori discussione. Non fece mai nulla per nessuno in modo diretto. Aiutò invece tutti attivamente ad aiutarsi da soli. Pensava che il dono della libertà concesso dall’Aquila non fosse un dono, ma l’occasione di avere una occasione.

Don Juan, per quanto apprezzasse i pregi del metodo del suo benefattore, lo disapprovava. Più tardi, quando divenne indipendente,

vide per suo conto che perdeva tempo prezioso. Per lui era più conveniente mettere tutti di fronte a una data situazione costringendoli ad accettarla, invece di aspettare che fossero pronti ad affrontarla da soli. Questo fu il metodo seguito con me e con gli altri apprendisti.

La circostanza in cui la differenza nello stile di comando si rivelò di maggiore importanza per don Juan fu durante l’interazione obbligata con i guerrieri del suo benefattore. La regola prescriveva che il benefattore doveva trovare a don Juan prima una donna Nagual, poi un gruppo di quattro donne e di quattro uomini che completassero la compagnia dei guerrieri. Il benefattore vide che don Juan non aveva ancora abbastanza potere personale per assumersi la responsabilità di una donna Nagual, così capovolse l’ordine delle azioni e chiese alle quattro donne del proprio seguito di trovare a don Juan prima le quattro donne, e poi i quattro uomini.

Don Juan confessò di essere rimasto affascinato dall’idea di questo cambiamento. Aveva capito che quelle donne fossero a sua disposizione, e per lui ciò significava disponibilità sessuale. La sua rovina fu però quella di rivelare tali speranze al benefattore, che immediatamente lo mise in contatto con gli uomini e le donne del proprio seguito lasciandolo solo a interagire con loro.

Per don Juan l’incontro con i guerrieri rappresentò una dura prova, non solo perché questi si comportarono apposta in modo poco amichevole, ma perché la natura di quell’incontro doveva rappresentare per lui una conquista.

Don Juan diceva che l’interazione nella consapevolezza del lato sinistro non può avvenire se tutti i partecipanti non si trovano in quello stato. Era questo il motivo per cui non ci lasciava entrare nella consapevolezza del lato sinistro se non per portare avanti l’interazione con i suoi guerrieri. Tale era stato il procedimento seguito con lui dal suo benefattore.

Don Juan mi riferì in breve quello che era successo durante il primo incontro con i membri del gruppo del suo benefattore. La sua intenzione era che io usassi la sua esperienza quasi come un campione di quello che doveva aspettarmi. Disse che il mondo del suo benefattore godeva di una magnifica regolarità. I membri della sua compagnia erano guerrieri indios provenienti da ogni parte del

Messico. All’epoca in cui li conobbe abitavano in una remota regione montagnosa del Messico del sud.

Arrivando alla loro dimora, don Juan fu affrontato da due donne identiche, le indie più enormi che avesse mai visto. Erano cupe e cattive, ma di bei lineamenti. Quando tentò di passare in mezzo a loro lo strinsero fra le enormi pance, gli afferrarono le braccia e cominciarono a picchiano. Lo gettarono per terra e gli si sedettero sopra, schiacciandogli quasi il torace. Lo tennero immobile per altre dodici ore, mentre continuavano nelle trattative sul campo con il benefattore, che dovette parlare senza tregua tutta la notte, finché quelle non permisero a don Juan di alzarsi, pressappoco a metà mattina. Disse che ciò che l’aveva maggiormente spaventato era la determinazione che brillava negli occhi delle donne. Pensava che per lui fosse finita, che gli sarebbero rimaste sedute sopra fino a vederlo morto, come appunto dicevano.

Di solito avrebbe dovuto esserci un periodo d’attesa di alcune settimane prima di incontrare un altro gruppo di guerrieri, ma poiché il suo benefattore stava progettando di lasciarlo fra loro, don Juan fu condotto subito a conoscere gli altri. Li incontrò tutti in un giorno, e tutti lo trattarono da cani. Sostenevano che non fosse l’uomo adatto a quel compito, che era troppo rozzo e troppo stupido, giovane ma a suo modo già vecchio. Il benefattore ne prese brillantemente le difese; disse che loro avrebbero potuto cambiare la situazione, che una sfida del genere avrebbe costituito un piacere estremo per loro e per don Juan stesso.

Don Juan disse che la sua prima impressione era stata giusta. Da quel momento in poi per lui ci furono soltanto lavoro e privazioni. Le donne videro che don Juan era indisciplinato e che non ci si poteva aspettare che svolgesse il compito delicato e complesso di guidare quattro donne. Poiché loro stesse erano veggenti, fecero una loro personale interpretazione delle regole e decisero che sarebbe stato più utile per don Juan avere prima i quattro guerrieri, e poi le quattro guerriere. Don Juan diceva che la loro visione era risultata corretta, poiché per poter trattare con le guerriere un Nagual deve essere in uno stato di grande potere personale, in uno stato di serenità e di controllo nel quale i sentimenti umani rappresentano una parte infinitesimale, uno stato che a quel tempo era per lui inimmaginabile.

Il benefattore lo pose sotto il diretto controllo delle sue due donne occidentali, le guerriere più spietate e inflessibili di tutte. Don Juan diceva che tutte le donne occidentali, in accordo con la regola, sono matte furiose e vanno tenute d’occhio. Durante la costrizione del sognare e dell’agguato perdono il lato destro, la mente. La ragione si consuma con facilità in quanto in loro la consapevolezza del lato sinistro è straordinariamente acuta. Una volta perso il lato razionale, sono delle sognatrici e delle cacciatrici senza pari, poiché non sono trattenute da alcun freno razionale.

Don Juan diceva che quelle donne lo curarono della sua sensualità. Per sei mesi passò la maggior parte del tempo in una imbracatura sospesa al soffitto della loro cucina di campagna, come un prosciutto da affumicare, finché fu purificato in assoluto da pensieri di guadagno e di gratificazione personale.

Don Juan spiegava che una imbracatura di cuoio è un indovinato mezzo di cura per certe malattie che non sono fisiche. Il concetto è che più in alto si sta sospesi, più a lungo si rimane lontani dal contatto del terreno, dondolando a mezz’aria, e migliori sono le possibilità di un vero effetto purificatore.

Mentre veniva trattato così dalle guerriere occidentali, le altre donne erano occupate a cercare uomini e donne per il suo seguito. Ci vollero anni per riuscirci. Nel frattempo don Juan fu obbligato a interagire da solo con tutti i guerrieri del benefattore. La presenza di questi guerrieri e il loro contatto erano tanto gravosi per don Juan, da fargli credere che non sarebbe mai riuscito a uscire dalle loro grinfie. Il risultato fu la sua ubbidienza assoluta e letterale al corpo della regola. Don Juan disse di aver passato periodi di tempo irrecuperabili meditando sull’esistenza di una reale apertura per il passaggio nell’altro mondo. Considerava una preoccupazione del genere un tranello da evitare a ogni costo. Per tenermene lontano, mi permise di portare a termine la necessaria interazione con i membri del suo gruppo, mentre mi trovavo sotto la protezione della presenza della Gorda o di uno qualsiasi degli altri apprendisti.

Nel mio caso l’incontro con i guerrieri di don Juan fu il risultato finale di un lungo processo. Nella conversazione quotidiana con don Juan, non ne era mai stata fatta alcuna menzione. Ne conoscevo l’esistenza solo deducendola dalla regola che lui mi stava rivelando

poco alla volta. In seguito ne ammise l’esistenza, e disse che infine avrei dovuto incontrarli. Mi preparò a questo avvenimento dandomi indicazioni di carattere generale e consigli.

Mi mise in guardia contro un errore comune, quello di so- pravvalutare la consapevolezza del lato sinistro, di rimanere abbagliato della sua chiarezza e del suo potere. Diceva che il trovarsi nella consapevolezza del lato sinistro non significa essere immediatamente libero dalla propria follia — significa solo una più ampia capacità di percezione, una maggior facilità a capire e imparare, e soprattutto una più raffinata abilità a dimenticare.

Poiché si avvicinava il momento dell’incontro con i guerrieri di don Juan, mi diede una succinta descrizione della compagnia del suo benefattore — di nuovo come esempio per mio uso personale. Mi disse che, a un osservatore qualsiasi, il mondo del suo benefattore sarebbe parso composto a volte da quattro gruppi familiari. Il primo formato dalle donne del sud e dal messaggero del Nagual; il secondo dalle donne dell’est, dallo studioso e da un messaggero; il terzo dalle donne del nord, dall’uomo d’azione e da un messaggero e il quarto dalle donne dell’ovest, dall’uomo dietro le quinte e da un messaggero.

In altri momenti questo mondo sarebbe sembrato composto da gruppi. C’era un gruppo di quattro uomini più anziani, completamente diversi, ed erano il benefattore di don Juan e i suoi tre guerrieri. Poi un gruppo di quattro uomini molto simili fra di loro, ed erano i messaggeri. Quindi un gruppo composto di due coppie di gemelle in apparenza identiche che vivevano insieme ed erano le donne del sud e dell’est. E due altre coppie apparentemente sorelle, che erano le donne del nord e quelle dell’ovest.

Queste donne non erano imparentate fra di loro — sembravano simili soltanto a causa dell’enorme quantità di potere personale posseduto dal benefattore di don Juan. Don Juan descriveva le donne meridionali come due mastodonti, terribili all’aspetto ma molto amichevoli e cordiali. Le donne orientali erano bellissime, fresche e divertenti, una vera delizia per gli occhi e per le orecchie. Le donne settentrionali erano profondamente femminili, leggere, civettuole, preoccupate di invecchiare, ma allo stesso tempo oltremodo esplicite e impazienti. Le donne occidentali a volte erano folli, a volte erano la personificazione stessa della severità e della fermezza. Erano quelle

che irritavano di più don Juan, il quale non poteva conciliare che fossero così misurate, gentili e servizievoli, con il fatto che potessero in qualsiasi momento perdere la calma e diventare pazze furiose.

Degli uomini, invece, don Juan non si ricordava in modo particolare. Riteneva che non ci fosse nulla di notevole tra loro. Sembravano totalmente annientati dalla tremenda forza della determinazione delle donne e dalla personalità dominante del suo benefattore.

Per quanto riguardava il proprio risveglio, don Juan diceva che, scagliato nel mondo dal proprio benefattore, si era reso conto di quanto gli fosse stato facile e comodo percorrere il cammino della vita senza nessun autocontrollo. Comprese che il suo errore era stato di credere che i suoi scopi fossero gli unici degni di un uomo. Per tutta la vita era stato indigente; la sua bruciante ambizione era quindi stata il possesso materiale, il diventare qualcuno. Era stato così assorbito dal desiderio di farsi strada e dalla disperazione di non riuscirci, che non aveva avuto il tempo di guardarsi intorno. Si era unito volentieri al suo benefattore poiché si rendeva conto che gli si offriva l’occasione di sfondare. Per lo meno, pensava, avrebbe imparato a fare lo stregone. Immaginava che l’immergersi nel mondo del suo benefattore avrebbe avuto per lui lo stesso effetto della conquista spagnola sulla cultura india. Aveva distrutto tutto, ma aveva anche imposto uno spietato esame di coscienza.

La mia reazione ai preparativi per l’incontro con il gruppo di guerrieri di don Juan non era, stranamente, timore o paura, ma una sciocca preoccupazione intellettuale per due argomenti. Il primo era l’affermazione che al mondo vi erano solo quattro tipi di uomini e quattro tipi di donne. Obiettai a don Juan che il numero di variazioni riscontrabili negli individui è troppo elevato per rientrare in uno schema così semplice. Non fu d’accordo con me. Disse che la regola era categorica, e non ammetteva un numero indefinito di tipi.

Il secondo argomento era il contesto culturale della conoscenza di don Juan. Neppure lui lo sapeva. Lo vedeva come derivato da una specie di pan-indianismo. L’ipotesi che egli faceva sulle sue origini era che un tempo, nel mondo indio prima della conquista spagnola, l’esercizio della seconda attenzione s’era deteriorato. Per migliaia di

anni, forse, si era sviluppato senza ostacoli, al punto di perdere la sua efficacia. Poteva darsi che gli stregoni del tempo non avessero avuto la necessità di essere guidati, e quindi la seconda attenzione, priva di ogni controllo, anziché diventare più forte, si era indebolita a causa delle sue accresciute complicazioni. Poi erano venuti gli invasori spagnoli che avevano distrutto, con la loro tecnologia più avanzata, il mondo indio. Don Juan disse che il suo benefattore era convinto che solo un manipolo di quei guerrieri era sopravvissuto ed era stato in grado di rimettere insieme la loro conoscenza e ritrovare il cammino. Tutto quello che don Juan e il suo benefattore sapevano sulla seconda attenzione era una versione ristrutturata, una nuova versione che conteneva in sé delle autolimitazioni poiché era stata forgiata nelle più severe condizioni di repressione.

10

I GUERRIERI AL SEGUITO DEL NAGUAL

Quando don Juan ritenne che fosse giunto il momento di farmi incontrare per la prima volta i suoi guerrieri, mi fece cambiare livello di consapevolezza. Poi mi spiegò molto chiaramente che lui non avrebbe avuto nulla a che fare con il loro comportamento in quel nostro incontro. Mi avverti che se avessero deciso di picchiarmi non sarebbe stato in grado di fermarli. Avrebbero potuto farmi di tutto, fuorché uccidermi. Continuò a ripetermi che i guerrieri del suo seguito erano copie esatte di quelli del suo benefattore, tranne che alcune donne erano più crudeli, e tutti gli uomini erano straordinari e potenti. Quindi il mio primo incontro avrebbe potuto assomigliare a uno scontro frontale.

Da un lato ero apprensivo e nervoso, ma dall’altro anche curioso. La mia mente si perdeva in mille congetture per lo più riguardanti l’aspetto dei guerrieri.

Don Juan disse che aveva dovuto scegliere fra l’insegnarmi a imparare a memoria un elaborato rituale, come aveva dovuto fare lui, o rendere l’incontro il più casuale possibile. Attendeva un presagio che gli indicasse quale via scegliere. Il suo benefattore aveva fatto qualcosa di simile, solo che aveva insistito perché don Juan imparasse il rituale prima che si presentasse il presagio. Quando don Juan rivelò che sognava a occhi aperti di andare a letto con quattro donne, il benefattore lo interpretò come un auspicio, mandò al diavolo il rituale e finì per piagnucolare come un venditore di maiali perché don Juan avesse salva la vita.

Nel mio caso don Juan voleva attendere un segno prima di insegnarmi il rituale. E il segno giunse quando don Juan e io stavamo passando in macchina per una città sul confine dell’Arizona e un

poliziotto mi fermò. Credeva che avessi passato la frontiera illegalmente. Solo dopo che gli ebbi esibito il passaporto, che sospettò falso, e altri documenti, mi lasciò andare. Don Juan era rimasto sempre sul sedile anteriore accanto a me, e il poliziotto non l’aveva neanche degnato d’uno sguardo. Aveva concentrato tutta la sua attenzione solo su di me. Don Juan ritenne che quell’incidente fosse l’auspicio che aspettava. La sua interpretazione fu che per me sarebbe stato pericolosissimo richiamare l’altrui attenzione, e concluse che il mio doveva essere un mondo di grande semplicità e candore — i rituali elaborati e pomposi non mi si confacevano. Tuttavia ammise che s’imponeva un minimo di osservanza dei modelli ritualistici quando avrei conosciuto i suoi guerrieri. Dovevo iniziare ad avvicinarli da sud, poiché è quella la direzione seguita dal potere nel suo flusso incessante. La forza vitale scorre verso di noi da sud, e ci lascia scorrendo verso nord. Disse che l’unico accesso al mondo di un Nagual era situato a sud, e che la porta era formata da due guerriere che mi avrebbero accolto e mi avrebbero lasciato passare, se l’avessero deciso.

Mi condusse in una città del Messico centrale, in una casa di campagna. Mentre ci avvicinavamo a piedi provenendo da sud, vidi due indie massicce ritte l’una di fronte all’altra, distanti circa un metro tra loro. Erano a dieci o dodici metri dal portone, in una zona in cui il terreno era duro e compatto. Le due donne erano straordinariamente forti e muscolose. Entrambe avevano capelli lunghi e neri come l’ebano avvolti in un unica e grossa treccia. Sembravano sorelle. Avevano più o meno la stessa altezza e lo stesso peso — secondo me, dovevano essere alte all’incirca un metro e sessanta, e pesare settanta chili. Una era scurissima di pelle, quasi negra, l’altra molto più chiara. Erano vestite nel tipico costume indio del Messico centrale — abito lungo e ampio, scialle, sandali fatti a mano.

Don Juan mi fece fermare a un metro da loro. Si volse verso la donna sulla sinistra e mi mise di fronte a lei. Disse che si chiamava Cecilia e che era una sognatrice. Poi si girò di colpo, senza darmi tempo di dire nulla e mi mise di fronte alla donna più scura, alla nostra destra. Disse che si chiamava Delia ed era una cacciatrice. Le donne mi fecero un cenno col capo. Non sorrisero, né si mossero per stringermi la mano, o per fare alcun gesto di benvenuto.

Don Juan passò fra di loro, come se fossero due colonne indicanti una porta. Fece un paio di passi, poi si girò quasi in attesa che le donne mi invitassero a entrare. Le donne mi fissarono con calma per un po’. Poi Cecilia mi invitò a entrare, come se fossi sulla soglia di una porta vera.

Don Juan mi precedette verso la casa. All’ingresso trovammo un uomo. Era molto snello. A prima vista sembrava giovanissimo, ma a un esame più attento mostrò di avere cinquant’anni suonati. Mi dava l’impressione di essere un bimbo vecchio: minuto, asciutto, con penetranti occhi neri. Sembrava un folletto, un’apparizione. Don Juan me lo presentò come Emilito; disse che era il suo messaggero e factotum; che mi avrebbe ricevuto a nome suo.

Ritenni che Emilito fosse la persona più indicata a ricevere chiunque. Aveva un sorriso smagliante, denti piccoli e perfettamente regolari. Mi strinse la mano, o meglio, incrociò le braccia e mi afferrò tutte e due le mani. Sembrava grondare piacere da tutti i pori; si sarebbe potuto giurare che fosse al settimo cielo dalla gioia di conoscermi. Aveva una voce molto dolce e occhi splendenti.

Entrammo in una stanza spaziosa. C’era già un’altra donna. Don Juan disse che si chiamava Teresa ed era la messaggera di Cecilia e Delia. Aveva forse trent’anni, e sembrava proprio la figlia di Cecilia. Era molto tranquilla, ma cordiale. Seguimmo don Juan nel retro della casa, dove c’era un portico coperto. Era una giornata calda. Ci sedemmo attorno a un tavolo, e dopo una cena frugale rimanemmo a parlare fin oltre mezzanotte.

Emilito faceva gli onori di casa. Divertì e incantò tutti con le sue storie esotiche. Le donne si sgelarono. Rappresentavano per lui un pubblico meraviglioso. Faceva davvero piacere sentire le loro risate. Erano donne molto muscolose, libere e naturali. A un certo punto, quando Emilito disse che Cecilia e Delia erano due madri, per lui, e Teresa una figlia, lo afferrarono e lo buttarono per aria come un bambino.

Delle due donne Delia sembrava la più razionale, con i piedi sulla terra. Cecilia era forse più riservata, ma sembrava dotata di maggior forza interiore. Mi diede l’impressione di essere più intollerante, o più impaziente; era come infastidita da alcune storielle di Emilito. E addirittura sulle spine quando lui raccontava quelle che chiamava

“favole dell’eternità”. Introduceva ogni storia con la frase: “ Certo saprete, miei cari amici, che…” Quella che più mi appassionò riguardava alcune creature che, secondo lui, esistevano nell’universo, ed erano la cosa più simile a un essere umano, pur non essendo umane; creature che erano ossessionate dal movimento e in grado di percepire la minima fluttuazione dentro o intorno a sé. Queste creature erano così sensibili al moto che per loro era una tragedia. Provocava infatti tale dolore che la loro estrema ambizione era di trovare la quiete.

Emilito mescolava alle sue favole dell’eternità le barzellette più volgari e scurrili. Grazie alle sue incredibili doti di narratore, intesi ciascuna delle sue storielle come una metafora, una parabola con la quale ci insegnava qualcosa.

Don Juan disse che Emilito ci stava semplicemente riferendo fatti di cui era stato testimone nei suoi viaggi attraverso l’eternità. Era compito del messaggero precedere il Nagual come l’avanscoperta in un’operazione militare. Emilito giungeva ai limiti della seconda attenzione, e tutto quanto scopriva lo passava agli altri.

Il mio secondo incontro con i guerrieri di don Juan risultò artificioso quanto il primo. Un giorno don Juan mi fece cambiare livello di consapevolezza e mi disse che avevo un altro appuntamento. Mi fece andare in macchina fino a Zacatecas nel Messico settentrionale. Vi arrivammo di mattina, molto presto. Don Juan mi disse che quella era solo una tappa, e avevamo tutto il tempo di riposarci fino al giorno seguente prima di iniziare il mio secondo incontro ufficiale per fare la conoscenza delle donne dell’est e dello studioso guerriero del suo seguito. Poi mi spiegò che la scelta dell’ora aveva rappresentato un delicato e complesso problema: avevamo incontrato il sud e il suo messaggero a metà pomeriggio, perché don Juan seguiva un’interpretazione personale della regola e aveva scelto quell’ora per rappresentare la notte. Il sud era la notte — una notte calda, amichevole, intima — e sarebbe stato corretto trovarsi con le due donne meridionali dopo mezzanotte. Tuttavia questo sarebbe stato di cattivo auspicio per me in quanto il mio carattere tendeva verso la luce, l’ottimismo, un ottimismo che si fa strada armoniosamente nel mistero dell’oscurità. Disse che era proprio quel che avevamo fatto

quel giorno; ce ne eravamo stati piacevolmente insieme a chiacchierare fino a notte fonda. Mi ero chiesto infatti perché non avessero acceso i lumi.

Don Juan disse che l’est è (al contrario) il mattino, la luce, e che quindi avremmo incontrato le donne orientali il giorno dopo a metà mattina.

Prima di far colazione andammo nella plaza e ci sedemmo su una panchina. Don Juan mi disse di aspettarlo lì finché non avesse sbrigato certe faccende. Se ne andò e subito arrivò una donna che si sedette all’altra estremità della panchina. Non le badai affatto e mi misi a leggere il giornale. Fu raggiunta presto da una seconda donna. Volevo spostarmi su un’altra panchina, ma mi ricordai che don Juan mi aveva detto chiaramente di restarmene seduto lì. Voliai la schiena alle due donne e mi ero perfino dimenticato della loro presenza, tanto erano silenziose, quando un uomo le salutò e si fermò di fronte a me. Dalla loro conversazione capii che le donne erano state lì ad aspettarlo. L’uomo si scusò di essere in ritardo; ovvio che voleva sedersi, e quindi mi spostai per fargli posto. Mi ringraziò con calore e si scusò del disturbo. Disse che si sentivano proprio spersi in città, poiché eran gente di campagna; una volta erano stati a Città del Messico ed erano a malapena sopravvissuti al traffico. Mi chiese se abitassi a Zacatecas. Risposi di no, e stavo per finir lì la nostra conversazione, ma aveva un sorriso che conquistava. Era un uomo anziano, in gamba per la sua età. Non era indio. Sembrava un proprietario terriero di qualche cittadina di provincia. Portava giacca e cravatta e un cappello di paglia. Aveva lineamenti molto delicati, la pelle quasi diafana. Il naso era molto arcuato, la bocca piccola, la barba bianca, ben curata. Sembrava in perfetta salute e tuttavia aveva l’aspetto fragile. Era di media statura, perfettamente proporzionato, ma allo stesso tempo dava l’impressione di essere esile, quasi patito.

Si alzò e si presentò. Disse di chiamarsi Vicente Medrano, e che era venuto in città per affari e solo per quel giorno. Indicò le donne e disse che erano sue sorelle. Le due si alzarono e si misero davanti a noi. Erano molto snelle e più scure del fratello, e anche molto più giovani. Una avrebbe potuto essere sua figlia. Notai anche che avevano la pelle diversa dalla sua, disidratata. Le due donne erano molto belle. Come l’uomo avevano bei lineamenti e occhi limpidi e

sereni. Erano alte uguali, su per giù un metro e sessanta. Indossavano eleganti abiti di buona fattura, ma portavano lo scialle, scarpe basse e calze di cotone nero: sembravano agiate contadine. La più anziana era sulla cinquantina, la più giovane sui quaranta.

L’uomo me le presentò. La più anziana si chiamava Carmela, la più giovane Hermelinda. Mi alzai e ci scambiammo una rapida stretta di mano. Chiesi se avessero figli. Questa domanda era per me un collaudato argomento per rompere il ghiaccio. Le donne si misero a ridere e insieme si passarono le mani sullo stomaco per farmi notare quanto fossero snelle. L’uomo mi spiegò tranquillamente che erano zitelle, e anche lui era uno scapolo incallito. Mi confidò, in tono semi- scherzoso, che — ahimè — le sue sorelle erano troppo mascoline, mancavano di quella femminilità che rende una donna desiderabile, e quindi non erano state capaci di trovar marito.

Dissi che stavano di certo meglio così, visto il ruolo subalterno della donna nella nostra società. Le donne non furono d’accordo con me; dissero che, se avessero trovato uomini disposti a diventare loro padroni, non sarebbe importato fare le serve. Secondo il parere della più giovane il vero problema era che il padre non era stato capace di insegnare loro a comportarsi da donne. L’uomo commentò con un sospiro che il padre era un tale tiranno da impedire anche a lui di sposarsi, dimenticandosi di insegnargli a essere macho. Tutti e tre sospirarono e assunsero un’aria depressa. A me veniva da ridere.

Dopo un lungo silenzio ci sedemmo di nuovo, e l’uomo mi disse che se fossi rimasto lì un altro po’ avrei avuto l’occasione di conoscere il loro padre, che era ancora assai arzillo per la sua età. Aggiunse in tono esitante che il padre li avrebbe portati a far colazione, poiché nessuno di loro maneggiava mai soldi. Era il padre che teneva i cordoni della borsa.

Rimasi di stucco. Queste persone anziane che sembravano così forti erano in realtà come bambini deboli e inetti. Li salutai e feci per andarmene. L’uomo e le sorelle insistettero perché restassi. Mi assicurarono che il padre avrebbe avuto piacere di invitarmi a far colazione con loro. Io non volevo conoscerlo però ero incuriosito. Risposi che anch’io stavo aspettando qualcuno. A questa mia uscita le donne cominciarono a ridacchiare, poi scoppiarono in una fragorosa risata. Anche l’uomo si lasciò andare a un riso incontrollabile. Mi

sentivo uno stupido. Volevo andarmene da lì. In quel momento apparve don Juan, e allora mi resi conto di tutta la manovra. Non la trovai affatto divertente.

Ci alzammo tutti. Quelli ridevano ancora mentre don Juan mi diceva che le donne erano l’oriente, che Carmela era la cacciatrice ed Hermelinda la sognatrice, e che Vicente era lo studioso guerriero nonché il più anziano dei suoi compagni.

Mentre ci stavamo allontanando dalla plaza, fummo raggiunti da un altro uomo, un indio alto e scuro, forse sui quarant’anni. Indossava dei Levi’s e un cappello da cowboy. Sembrava molto forte e arcigno. Don Juan me lo presentò come Juan Tuma, messaggero di Vicente e suo aiuto ricercatore.

Ci recammo in un ristorante lontano qualche isolato. Le donne mi tenevano in mezzo. Carmela disse che sperava non mi fossi offeso per il loro scherzo, avevano dovuto scegliere tra presentarsi con franchezza o prendermi un po’ in giro. Quello che li aveva fatti decidere allo scherzo era stato l’atteggiamento snobistico con il quale avevo voltato loro le spalle e avrei voluto spostarmi su un’altra panchina. Hermelinda aggiunse che si deve essere profondamente umili, che non si deve portare nulla da difendere, neppure la propria persona; che questa deve essere protetta, ma non difesa. Con il mio snobismo non stavo proteggendo, ma solo difendendo me stesso.

Avevo voglia di prendermela con qualcuno. In tutta franchezza ero seccato da quella pagliacciata. Cominciai a discutere, ma prima che riuscissi a esporre il mio punto di vista don Juan mi venne accanto. Disse alle donne che dovevano lasciar correre la mia bellicosità, che ci vuole un bel po’ di tempo per ripulire un essere luminoso dalle porcherie che raccoglie nel mondo.

Il proprietario del ristorante in cui ci recammo conosceva Vicente e ci aveva preparato una sontuosa colazione. Erano tutti molto allegri, ma io non riuscivo a smettere le mie cupe elucubrazioni. Poi, su richiesta di don Juan, Juan Tuma cominciò a parlare dei suoi viaggi. Era un uomo pratico. Rimasi ipnotizzato dai suoi scarni resoconti di cose al di là della mia comprensione. Quello che mi affascinò di più fu la descrizione di alcuni raggi di luce o d’energia che pare attraversino la terra. Lui dicevà che questi raggi non ondeggiano come qualsiasi altra cosa nell’universo, ma sono fissi secondo un certo schema.

Questo schema coincide con centinaia di punti nel corpo luminoso. Hermelinda aveva capito che tutti questi punti fossero nel nostro corpo fisico, ma Juan Tuma spiegò che, poiché il corpo luminoso è parecchio grande, alcuni punti sono lontani perfino un metro dal corpo fisico. In un certo senso sono al di fuori di noi, e tuttavia non lo sono; stanno alla periferia della nostra luminosità, e quindi appartengono comunque alla totalità del corpo. Il più importante di quei punti è a trenta centimetri dallo stomaco, quaranta gradi di altezza su una linea immaginaria che prosegue diritto in avanti. Juan Tuma ci disse che quello era il centro di raduno per la seconda attenzione, e che era possibile manovrarla battendo l’aria lievemente con le palme delle mani. Ascoltando Juan Tuma dimenticai la mia ira.

L’altro mio incontro con il mondo di don Juan fu con l’occidente. Mi avvertì nei dettagli che il primo contatto con l’occidente sarebbe stato un avvenimento molto importante, poiché avrebbe deciso, in un senso o nell’altro, quello che avrei dovuto fare dopo, e mi mise anche in guardia sul fatto che sarebbe stata una dura esperienza, soprattutto per uno come me così rigido e pieno di sussiego. Disse che l’ora più naturale per avvicinare l’ovest era l’imbrunire, un momento della giornata già di per sé difficile, e che le sue guerriere occidentali erano tanto potenti e audaci da fare addirittura impazzire. Nello stesso tempo avrei dovuto incontrare il guerriero che incarnava l’uomo dietro le quinte. Don Juan mi avvertì di mantenermi il più possibile cauto e paziente; non solo le donne erano pazze furiose, ma erano, insieme agli uomini, i guerrieri più forti che avesse mai conosciuto. A suo parere erano le massime autorità della seconda attenzione. Don Juan non si addentrò in altri particolari.

Un giorno decise, quasi su due piedi, che era ora di cominciare il nostro viaggio per andare a trovare le donne occidentali. Ci recammo in macchina in una città del Messico settentrionale. Proprio all’imbrunire don Juan mi disse di fermarmi davanti a una grande casa buia alla periferia della città. Scendemmo dalla macchina e ci dirigemmo verso il por tone. Don Juan bussò parecchie volte. Nessuno rispose. Avevo la sensazione che fossimo arrivati al momento sbagliato. La casa sembrava vuota.

Don Juan continuò a bussare finché non si stancò. Poi fece cenno a me di continuare a bussare senza fermarmi perché la gente che ci abitava era dura di orecchi. Gli chiesi se non sarebbe stato meglio tornare più tardi o il giorno dopo. Mi disse di andare avanti a bussare.

Dopo un’attesa che mi sembrò senza fine, la porta cominciò ad aprirsi lentamente. Una donna dall’aspetto bizzarro mise fuori la testa e mi chiese se avevo intenzione di far venir giù la porta o di far infuriare i vicini e i loro cani.

Don Juan si fece avanti per dire qualcosa. La donna uscì e lo spinse dilato con forza. Cominciò ad agitarmi contro un dito gridando che mi stavo comportando come se fossi il padrone del mondo, e come se non ci fosse nessun altro all’infuori di me. Protestai dicendo che stavo solo facendo quello che don Juan mi aveva detto di fare. Don Juan cercò di intervenire ma fu di nuovo scostato.

La donna sembrava essersi appena levata dal letto. Aveva un aspetto disastroso. Forse era stata svegliata dai nostri colpi e si era infilata un vestito preso dal cesto della biancheria sporca. Era scalza, aveva i capelli quasi completamente grigi e tutti arruffati, e occhi rossi a capocchia di spillo. Era brutta, ma in un certo senso faceva effetto: piuttosto alta, circa un metro e settanta, scura e muscolosa; viluppi di sodi muscoli risaltavano sulle braccia nude. Notai la linea armoniosa dei polpacci.

Mi squadrò dalla testa ai piedi, torreggiando su di me, e mi urlò che non mi aveva sentito chiedere scusa. Don Juan mi sussurrò di scusarmi con voce alta e chiara.

Dopo che l’ebbi fatto, la donna sorrise, si voltò verso don Juan e lo prese fra le braccia come se fosse un bambino. Brontolai che non avrebbe dovuto farmi bussare visto che il mio tocco era troppo ingannevole e molesto. Prese don Juan per un braccio e lo fece entrare, aiutandolo a superare l’alta soglia. Lo chiamava “il mio carissimo vecchietto”. Don Juan rideva. Ero sgomento nel vedere che si comportava come se fosse divertito dalle assurdità di quella donna spaventosa. Dopo aver fatto accomodare in casa il “carissimo vecchietto” si rivolse a me e fece un gesto per dirmi di togliermi di torno, come se fossi un cane. Alla mia aria scioccata si mise a ridere; aveva denti enormi, irregolari e sporchi. Poi sembrò cambiare idea e mi invitò a entrare.

Don Juan si stava dirigendo verso una porta che scorgevo a malapena in fondo a un ingresso buio. La donna lo rimproverò di non sapere da che parte andare. Ci fece attraversare un altra sala buia. La casa sembrava enorme e non c era neppure una luce accesa. La donna aprì una porta che dava in una camera molto ampia, quasi vuota a eccezione di due vecchie poltrone al centro, sotto la più fioca lampadina che avessi mai visto. Era una lampadina oblunga, di tipo antiquato.

In una delle poltrone stava seduta un’altra donna. La prima si sedette su una piccola stuoia di paglia sul pavimento e appoggiò la schiena contro l’altra poltrona. Poi sollevò le cosce contro il petto, facendo vedere tutto. Non portava mutande. Rimasi a guardarla stupefatto.

La donna mi chiese, in un brutto tono sgarbato, perché stessi fissando la sua vagina. Non sapevo cosa dire, e negai tutto. Si alzò e sembrò lì lì per picchiarmi. Mi ordinò di dirle che ero rimasto a bocca aperta perché non avevo mai visto una vagina in vita mia. Mi sentivo colpevole. Ero imbarazzato e anche molto seccato di essere stato coinvolto in una simile situazione.

La donna chiese a don Juan che razza di Nagual fossi, se non avevo mai visto una vagina. Andò avanti a ripetere questa frase, continuando a urlare con tutto il fiato che aveva. Corse in giro per la camera e si fermò vicino alla poltrona dove stava seduta l’altra donna. L’afferrò per le spalle e, additandomi, disse che ero un uomo che non aveva mai visto una vagina in vita sua. L’altra rise e si beffò di me.

Ero mortificato. Mi sembrava che don Juan avrebbe dovuto fare qualcosa per salvarmi da quella umiliazione. Ricordai che m’aveva detto che le due donne erano un po’ matte. Le aveva sottovalutate; questa era pronta per il manicomio. Lo guardai per averne conforto e consiglio. Don Juan evitò il mio sguardo. Anche lui sembrava non sapér cosa fare, benché mi parve di captare un sorriso malizioso che subito nascose voltando la testa.

La donna si sdraiò supina, si tirò su la gonna e mi ordinò di guardare liberamente finché volessi, invece di sbirciare di nascosto. Dovevo avere la faccia paonazza, a giudicare dal calore che sentivo in viso e sul collo. Ero così furente che persi quasi le staffe. Mi veniva voglia di spaccarle la testa.

La donna seduta in poltrona si alzò di colpo, afferrò l’altra per i capelli e la tirò su con una sola mossa, senza sforzo apparente. Mi guardò attraverso gli occhi semichiusi, con il viso a pochi centimetri dal mio. Aveva un sorprendente e buon profumo di fresco.

Con voce acuta disse che dovevamo cominciare a parlare di cose serie. Entrambe mi si misero vicino, sotto alla lampada. Erano diverse fra di loro. La seconda era più anziana, o almeno lo sembrava. Aveva il viso coperto di uno spesso strato di cipria che le dava un aspetto clownesco, e portava i capelli raccolti con cura in uno chignon. Sembrava calma, ma aveva un continuo tremito al labbro inferiore e al mento.

Erano entrambe della stessa statura e altrettanto robuste. Torreggiavano minacciosamente su di me e mi fissarono a lungo. Don Juan non fece nulla per interrompere la loro concentrazione. La più anziana scosse la testa, e don Juan mi disse che si chiamava Zuleica ed era una sognatrice. La donna che ci aveva aperto la porta si chiamava Zoila ed era una cacciatrice.

Zuleica si rivolse a me e con una vocina da pappagallo mi chiese se fosse vero che non avessi mai visto una vagina. Don Juan non seppe mantenere oltre il proprio contegno e incominciò a ridere. Con un gesto gli feci capire che non sapevo cosa rispondere. Mi sussurrò all’orecchio che era meglio le rispondessi di no; altrimenti avrei dovuto prepararmi a descriverne una, perché questa sarebbe stata la prossima domanda di Zuleica.

Risposi come mi aveva detto, e Zuleica disse che le spiaceva per me. Poi ordinò a Zoila di mostrarmi la vagina. Zoila si sdraiò supina sotto alla lampada e aprì le gambe.

Don Juan rideva e tossiva. Lo pregai di portarmi fuori da quella gabbia di matti. Di nuovo mi sussurrò che avrei fatto meglio a guardare e ad assumere un’aria attenta e interessata, poiché se non l’avessi fatto avremmo dovuto restarcene lì fino al giorno del giudizio.

Dopo il mio accurato e attento esame, Zuleica disse che da quel momento in poi avrei potuto vantarmi di essere un esperto, e che se mai fossi incappato in una donna senza mutande, non mi sarei comportato in un modo così maleducato e osceno da farmi schizzare gli occhi fuori delle orbite, giacché ormai una vagina l’avevo vista.

Zuleica ci condusse molto silenziosamente nel patio. Mi sussurrò che c’era qualcuno là fuori ad aspettarmi. Il patio era buio come la pece. Potevo a stento distinguere i contorni delle persone. Poi vidi la sagoma nera di un uomo in piedi a quasi un metro da me. Il mio corpo trasalì.

Don Juan parlò all’uomo a voce bassissima, dicendogli che mi aveva portato lì per conoscerlo. Gli disse il mio nome. Dopo un momento di silenzio, don Juan mi disse che quell’uomo si chiamava Silvio Manuel, e che era il guerriero delle tenebre e il capo effettivo di tutta la compagnia di guerrieri. Poi Silvio Manuel si rivolse a me. Credetti che avesse un difetto di pronuncia — aveva la voce velata e le parole uscivano come colpi soffocati di tosse.

Mi ordinò di avvicinarmi. Appena tentai di farlo lui indietreggiò, come se galleggiasse. Mi condusse in un angolo ancora più buio, camminando apparentemente all’indietro, senza far rumore. Mormorò qualcosa che non riuscii a capire. Volevo parlare; avevo la gola riarsa e irritata. Mi ripeté qualcosa due o tre volte, finché giunsi a capire che mi ordinava di svestirmi. C’era qualcosa di irresistibile nella sua voce e nella tenebra attorno a lui. Ero incapace di disobbedirgli. Mi tolsi i vestiti e rimasi nudo come un verme, rabbrividendo di freddo e di paura.

Era così buio che non riuscivo a vedere se c’erano anche don Juan e le due donne. Sentivo un sibilo smorzato e continuo vicino a me; poi una fresca brezza. Mi accorsi che Silvio Manuel mi stava alitando su tutto il corpo.

Dopo mi chiese di sedermi sul mucchio dei miei abiti e di guardare un punto luminoso che scorgevo distintamente nel buio, un punto che sembrava emettere una fioca luce dorata. Lo fissai per un tempo che mi sembrò lunghissimo finché mi resi conto che quel punto di luce era l’occhio sinistro di Silvio Manuel. Allora riuscii a individuare il contorno di tutto il viso e del corpo. La stanza non era buia come mi era sembrata. Silvio Manuel mi si avvicinò e mi fece alzare. Ero incantato all’idea di poter vedere così distintamente al buio. Non mi preoccupavo neppure di essere nudo, o del fatto che, come vidi in quel momento, le due donne mi stessero osservando.

Senza dubbio anche loro potevano vedere nell’oscurità; mi stavano fissando. Volevo infilarmi i calzoni, ma Zoila me li strappò di mano.

Le due donne e Silvio Manuel mi fissarono a lungo. Poi si materializzò dal nulla don Juan, mi porse le scarpe, e Zoila ci condusse lungo un corridoio a un patio scoperto con degli alberi. Individuai la sagoma scura di una donna che stava al centro del patio. Don Juan le parlò e lei mormorò qualcosa in risposta. Mi disse che era una donna del sud, che si chiamava Marta, e che era la messaggera delle due donne occidentali. Marta disse che era pronta a scommettere che io non mi ero mai presentato nudo a una donna, che la normale procedura ~ presentarsi prima e spogliarsi poi. Rise forte. Il suo riso era così piacevole, così limpido e giovanile, che mi fece venire i brividi; echeggiava per tutta la casa, messo in risalto dal buio e dal silenzio che vi gravava. Mi rivolsi a don Juan per un aiuto. Se n’era andato, e anche Silvio Manuel. Ero rimasto solo con le tre donne. Divenni tutto nervoso, e chiesi a Marta se sapesse dove se ne fosse andato don Juan. In quel preciso istante qualcuno mi afferrò la pelle delle ascelle. Urlai dal dolore. Sapevo che era Silvio Manuel. Mi sollevò come se non pesassi nulla e mi scosse via le scarpe. Poi mi infilò in una tinozza poco profonda piena d’acqua ghiacciata che mi arrivava alle ginocchia.

Rimasi nella tinozza per un bel po’, mentre i presenti mi esaminavano. Poi Silvio Manuel mi sollevò di nuovo e mi rimise a terra vicino alle scarpe, che qualcuno aveva ordinatamente posto vicino alla tinozza.

Di nuovo don Juan apparì dal nulla e mi porse gli abiti. Mi sussurrò di rimettermeli e di trattenermi ancora quel tanto che richiedeva la buona educazione. Marta mi diede un telo per asciugarmi. Mi guardai attorno cercando le altre due donne e Silvio Manuel, ma non si vedeva nessuno.

Marta, don Juan e io rimanemmo al buio a chiacchierare a lungo, sembrava che lei parlasse soprattutto a don Juan, ma credevo che in realtà si rivolgesse a me. Aspettava che don Juan mi facesse cenno d’andare, ma sembrava compiaciuto della disinvolta conversazione di Marta. Lei gli disse che quel giorno Zoila e Zuleica avevano toccato il massimo della pazzia. Aggiunse poi a mio beneficio che erano quasi sempre razionali.

Con l’aria di rivelarmi un gran segreto, disse che il motivo per cui i capelli di Zoila sembravano così arruffati era che per almeno un terzo erano capelli di Zuleica. Era successo che le due donne, in un momento di profondo cameratismo, si erano messe a rifarsi la pettinatura a vicenda; Zuleica faceva le trecce a Zoila, come aveva fatto centinaia di volte, salvo che, non essendo molto in sé, aveva intrecciato parte dei suoi insieme ai capelli di Zoila. Marta disse che quando si alzarono dalle sedie successe un putiferio. Lei corse in loro aiuto, ma, quando giunse nella stanza, Zuleica aveva preso il sopravvento, e poiché quel giorno era più lucida di Zoila, aveva deciso di tagliare la ciocca di capelli di Zolla intrecciata ai propri. Nella confusione che seguì si sbagliò e si tagliò invece i suoi.

Don Juan rideva come se fosse la barzelletta più divertente del mondo. Sentivo scoppi soffocati di risa, come colpi di tosse che venivano dall’oscurità della parte più lontana del patio.

Marta aggiunse che aveva dovuto improvvisare uno chignon finché a Zuleica non fossero ricresciuti i capelli.

Risi anch’io con don Juan. Marta mi piaceva. Le altre due donne mi erano odiose; mi facevano venire la nausea. Marta invece sembrava il massimo della calma e della determinazione. Non potevo distinguerne i tratti, ma immaginai che fosse molto bella. Il suono della sua voce m’incantava.

Chiese con molto garbo a don Juan se avrei gradito qual-’cosa da mangiare. Lui rispose che io non mi trovavo a mio agio con Zuleica e Zoila, e che probabilmente avrei dato di stomaco. Marta mi assicurò che le due se ne erano andate, mi prese per un braccio e ci condusse, attraverso una sala ancora più buia, in una cucina ben illuminata. Il contrasto fu troppo per i miei occhi. Rimasi nel vano della porta cercando di abituarmi alla luce.

La cucina aveva un soffitto molto alto, ed era abbastanza moderna e ben attrezzata. Ci sedemmo in una specie di angolo pranzo. Marta era giovane e molto forte; aveva una figura piena e sensuale, un viso rotondo, piccola la bocca e il naso. I capelli nero ebano li portava intrecciati e girati intorno al capo.

Pensai che doveva essere stata curiosa di esaminarmi quanto lo ero stato io di vedere lei. Ci sedemmo, mangiammo e parlammo per ore. Ne ero affascinato. Non era una donna colta, ma mi incantò con i

suoi discorsi. Ci diede un resoconto particolareggiato delle assurde imprese di Zoila e Zuleica, quando erano in preda alla pazzia.

Nel viaggio di ritorno don Juan manifestò la sua ammirazione per Marta. Disse che era forse il più bell’esempio che conosceva di quanto la determinazione possa influire su un essere umano. Senza nessuna preparazione o esperienza precedente, solo con la sua inflessibile volontà, Marta era riuscita ad affrontare con successo il compito più difficile da immaginare, quello di prendersi cura di Zoila, Zuleica e Silvio Manuel.

Chiesi a don Juan perché Silvio Manuel mi avesse impedito di vederlo alla luce. Mi rispose che Silvio Manuel si trovava nell’oscurità come nel proprio elemento, e che avrei avuto innumerevoli occasioni di vederlo. Era comunque necessario che al nostro primo incontro si mantenesse entro i confini del proprio potere, le tenebre della notte. Silvio Manuel e le due donne vivevano insieme poiché costituivano una squadra di stregoni formidabili.

Don Juan mi consigliò di non formulare giudizi affrettati sulle donne occidentali. Le avevo incontrate in un momento in cui erano fuori di sé, ma questa loro mancanza di controllo si limitava al comportamento superficiale. Tutte e due possedevano una personalità di fondo che rimaneva inalterata; erano quindi capaci, anche nel mezzo della più scatenata pazzia, di ridere delle loro stesse aberrazioni, come se assistessero a una rappresentazione messa in scena da altre persone.
Il caso di Silvio Manuel era diverso. Non era affatto squilibrato, lui; era anzi la sua profonda assennatezza che gli permetteva di trattare in modo così efficace quelle due donne, rispetto alle quali si trovava agli antipodi. Don Juan disse che Silvio Manuel era così per nascita, e tutti quelli che lo circondavano accettavano questa differenza. Anche il suo benefattore, che era rigido e severo con tutti, prodigava una gran quantità di attenzioni a Silvio Manuel. Don Juan aveva impiegato anni per capire la ragione di questa preferenza. Per qualche inesplicabile particolare della sua natura, una volta che Silvio Manuel entrava nella consapevolezza del lato sinistro, non ne usciva più. La sua tendenza a rimanere in uno stato di intensa percezione, unita alla ammirevole guida del suo benefattore, gli permetteva di precedere chiunque altro non solo nella conclusione che la regola è una mappa e che in realtà

esiste un altro tipo di consapevolezza, ma anche a trovare il vero passaggio nell’altro mondo della consapevolezza. Don Juan disse che Silvio Manuel bilanciava nel modo più impeccabile i suoi stupefacenti profitti mettendoli al servizio del loro scopo comune. Egli era divenuto la forza silenziosa alle spalle di don Juan.

Il mio ultimo giro di presentazione ai guerrieri di don Juan fu dedicato al nord. Per questo don Juan mi portò nella città di Guadalajara. Disse che il nostro appuntamento era fissato poco lontano dal centro della città, alle dodici, perché il nord era il mezzogiorno. Uscimmo dall’albergo verso le undici, e passeggiammo tranquillamente per il centro.

Camminavo senza badare dove andassi, preoccupato per l’incontro e andai a sbattere contro una signora che usciva di corsa da un negozio. I pacchi che portava si sparpagliarono in terra da ogni parte. Mi scusai e le diedi una mano a raccoglierli. Don Juan mi sollecitò a sbrigarmi perché avremmo fatto tardi. La signora aveva l’aria stordita. Le presi un braccio. Era molto snella, alta, forse sulla sessantina, vestita in modo molto elegante. Sembrava una signora di elevata condizione sociale. Era squisitamente gentile e si addossò la colpa dell’incidente, dicendo che si era distratta cercando il suo servitore. Mi chiese di aiutarla a rintracciarlo tra la folla. Mi rivolsi a don Juan: mi disse che era il minimo che potessi fare dopo averla quasi uccisa.

Presi i suoi pacchetti e rientrammo nel negozio. Scorsi poco distante un indio dall’aria smarrita che sembrava spaesato in un posto simile. La signora lo chiamò e quello corse da lei come un cucciolo sperduto. Sembrava sul punto di leccarle le mani.

Don Juan ci stava aspettando fuori del negozio. Spiegò alla signora che avevamo fretta e le disse il mio nome. La signora sorrise con gentilezza e accennò a stringermi la mano. Pensai che da giovane doveva essere stata spettacolosa poiché ancora adesso era bella e attraente.

Don Juan si rivolse a me e di punto in bianco mi disse che lei si chiamava Nelida, era del nord ed era sognatrice. Poi mi fece voltare verso il servitore e mi disse che lui si chiamava Genaro Flores, ed era l’uomo d’azione, il guerriero delle grandi imprese della compagnia.

La mia sorpresa era totale. Si sbellicarono tutti e tre dalle risa; quanto più forte il mio sbigottimento, tanto più sembravano divertirsi.

Don Genaro distribuì i pacchetti a un gruppo di bambini, dicendo che la sua padrona, la gentile signora che stava parlando, aveva comperato tutte quelle cose per regalarle a loro; era la sua buona azione della giornata. Poi camminammo in silenzio per mezzo isolato. Io ero ammutolito. A un tratto Nelida indicò un negozio e ci chiese di aspettarla un istante, perché doveva ritirare una scatola di calze che le avevano messo da parte. Si chinò verso di me sorridendo, con gli oc- chi scintillanti, e mi disse che, scherzi a parte, stregoneria o non stregoneria, doveva portare calze di nailon e mutandine di pizzo. Don Juan e don Genaro risero come due idioti. Io fissai Nelida con occhi sgranati poiché non sapevo che altro fare. C’era qualcosa in lei di molto frivolo, nonostante fosse quasi eterea.

Per burla disse a don Juan di sostenermi, perché stavo per svenire. Poi chiese garbatamente a don Genaro di correre dentro a ritirare quel che lei aveva ordinato da un certo commesso. Mentre lui entrava nel negozio, Nelida sembrò cambiare idea e lo richiamò, ma quello non la sentì e scomparve all’interno. Lei si scusò e gli corse dietro.

Don Juan mi batté la schiena per farmi uscire dalla mia agitazione. Disse che avrei incontrato l’altra donna settentrionale, che si chiamava Florinda, da sola e in altra occasione, perché sarebbe stato l’anello di congiunzione con un altro ciclo, un altro stato d’animo. Mi descrisse Florinda come una copia carbone di Nelida, o viceversa.

Osservai che Nelida era così raffinata e di classe che me la immaginavo fotografata in una rivista di moda. Mi aveva sorpreso che fosse bella e così bionda; forse era di origine francese o del nord Italia. Benché neppure Vicente fosse indio, il suo aspetto campagnolo lo rendeva meno anomalo. Chiesi a don Juan perché nel suo mondo ci fossero anche dei non-indios. Disse che è il potere che sceglie i guerrieri del seguito di un Nagual, e che è impossibile conoscerne le intenzioni.

Attendemmo davanti al negozio per quasi mezz’ora. Don Juan parve spazientirsi e mi chiese di entrare a dir loro di affrettarsi. Entrai nel negozio. Non era un ambiente vasto, non c’era un’uscita sul retro, eppure non c’era traccia di loro. Chiesi ai commessi, ma nessuno mi seppe dire nulla.

Affrontai don Juan e pretesi di sapere cosa fosse successo. Mi rispose che o si erano volatilizzati oppure erano sgusciati via mentre lui mi stava battendo la schiena.

Me la presi con lui, dicendogli che quasi tutti quelli del suo seguito erano degli imbroglioni. Rise finché le lacrime gli scesero giù per le guance. Disse che ero un gonzo ideale. La mia presunzione mi rendeva un soggetto divertentissimo. Rideva così sgangheratamente della mia irritazione che dovette appoggiarsi al muro.

La Gorda mi fece il resoconto del suo primo incontro con i membri della compagnia di don Juan. La sua versione differiva solo nel contenuto; la forma era identica. I guerrieri furono forse un po’ più violenti nel suo caso, ma lei l’aveva interpretato come un tentativo di scuoterla dal suo torpore e anche come una reazione naturale a quello che lei considerava la sua detestabile personalità.

Mentre riesaminavamo il mondo di don Juan, ci rendemmo conto che esso era una copia di quello del suo benefattore. Poteva essere considerato composto da gruppi o da famiglie. C’era un gruppo di quattro coppie indipendenti di sorelle — o che tali sembravano — che lavoravano e vivevano insieme; un altro gruppo di tre uomini dell’età di don Juan, molto vicini a lui; una squadra di due uomini alquanto più giovani, i messaggeri Emilito e Juan Tuma; e per finire una squadra di donne meridionali, più giovani, che sembravano imparentate tra loro, Marta e Teresa. In altri momenti si sarebbe potuto considerare composto di quattro diverse famiglie, abitanti abbastanza lontano l’una dall’altra in diverse regioni del Messico. Una era composta dalle due donne occidentali, Zuleica e Zoila, da Silvio Manuel e da Marta, la messaggera. Un’altra era composta dalle donne meridionali, Cecilia e Delia, dal messaggero di don Juan, Emilito, e dalla messaggera Teresa. La terza era formata dalle donne occidentali, Carmela ed Hermelinda, da Vicente e dal messaggero Juan Tuma; l’ultima, dalle donne settentrionali, Nelida o Florinda e da don Genaro.

Secondo don Juan, il suo mondo non aveva l’armonia e l’e- quilibrio di quello del suo benefattore. Le uniche due donne che si bilanciavano perfettamente l’una con l’altra e che sembravano gemelle identiche, erano le guerriere settentrionali, Nelida e Florinda.

Nelida mi disse una volta durante una casuale conversazione che erano così uguali da avere persino lo stesso tipo di sangue.

Per me una delle sorprese più piacevoli della nostra interazione fu la trasformazione di Zuleica e Zoila, che mi erano state così odiose. Alla fine risultarono — come aveva detto don Juan — le guerriere più lucide e più ligie al dovere che si potessero immaginare. Non riuscivo a credere ai miei occhi quando le rividi. Il periodo di pazzia era finito, e ora sembravano due eleganti signore messicane, alte, scure e muscolose, con occhi neri brillanti come pezzi di lucida ossidiana. Risero e scherzarono con me su quello che era successo la notte del nostro primo incontro, come se vi fossero state coinvolte non loro stesse, ma altre persone. Riuscivo facilmente a comprendere il turbamento di don Juan alle prese con le guerriere occidentali del suo benefattore. Mi era impossibile accettare l’idea che Zuleica e Zoila potessero trasformarsi nelle rivoltanti e disgustose creature che avevo visto la prima volta. Dovetti assistere tante altre volte alla loro metamorfosi, ma non fui più capace di giudicarle con tanta severità come al primo incontro. Le loro escandescenze mi rendevano più che altro triste.

Ma la più grossa sorpresa me la riserbò Silvio Manuel. Nell’oscurità del nostro primo incontro avevo immaginato che fosse un uomo imponente, un gigante irresistibile. In realtà era minuscolo, ma non gracile d’ossatura. Aveva un corpo da fantino — piccolo ma perfettamente proporzionato. Secondo me, avrebbe potuto essere un ginnasta. Aveva un tale controllo del suo fisico da potersi gonfiare come un rospo fino a raddoppiare quasi di volume, contraendo tutti i muscoli. Ci soleva dare delle stupefacenti dimostrazioni di come poteva slogarsi le giunture e rimetterle a posto senza nessun segno di dolore. Guardando Silvio Manuel provavo sempre un profondo e misterioso senso di paura. Mi sembrava un viaggiatore che provenisse da un’altra epoca. Aveva un colorito appena scuro, come una statua di bronzo e lineamenti duri. Il naso aquilino, le labbra piene e ben segnate, gli occhi obliqui lo facevano assomigliare a una figura stilizzata di un affresco maya. Durante il giorno era simpatico e gioviale, ma appena scendeva il crepuscolo diventava imperscrutabile. Cambiava voce. Si sedeva in un angolo buio e si lasciava inghiottire dalle tenebre. Tutto quello che rimaneva visibile di lui era l’occhio

sinistro, che rimaneva aperto e acquistava uno strano bagliore simile a quello degli occhi di un felino.

Un argomento secondario affrontato nel corso delle nostre interazioni con i guerrieri di don Juan fu quello riguardante la follia controllata. Don Juan me ne diede una succinta spiegazione una volta in cui stavamo discutendo le due categorie nelle quali tùtte le guerriere sono obbligatoriamente divise, le sognatrici e le cacciatrici. Diceva che tutti i membri del suo gruppo esercitavano il sogno e l’agguato come parte della vita quotidiana, ma che le donne che costituivano il pianeta delle sognatrici e quello delle cacciatrici erano le più competenti ciascuna nella sua rispettiva attività.

I cacciatori esperti dell’agguato sono quelli che si assumono il peso del mondo di tutti i giorni. Sono gli uomini d’affari, quelli che trattano con la gente. Tutto quel che ha a che fare con il mondo degli affari quotidiani passa attraverso di loro. I cacciatori praticano la follia controllata, proprio come i sognatori praticano il sognare. In altre parole, la follia controllata forma la base per l’agguato come i sogni formano la base del sognare. Don Juan diceva che parlando in generale, la più grande impresa per un guerriero nella seconda atten- zione è il sognare, mentre nella prima attenzione è l’agguato.

Io avevo frainteso quello che i guerrieri di don Juan mi avevano fatto durante i nostri primi incontri. Avevo preso i loro atti come esempi di malizia, e questa sarebbe ancora oggi la mia impressione se non fosse stato per il concetto di follia controllata. Don Juan disse che i loro atti nei miei riguardi avevano costituito una magnifica lezione di agguato. Mi disse che l’arte dell’agguato era quella che il suo benefattore gli aveva insegnato prima di qualsiasi altra cosa. Aveva dovuto apprenderla in fretta per poter sopravvivere fra i guerrieri del suo benefattore. Nel mio caso, disse, giacché non ero da solo a lottare con i suoi guerrieri, dovevo imparare prima a sognare. Quando fosse giunto il momento giusto, sarebbe intervenuta Florinda per guidarmi nei labirinti dell’agguato. Nessun altro poteva intenzionalmente parlarmi di quell’argomento; potevano solo darmi delle dimostrazioni dirette, come avevano già fatto durante i nostri primi incontri.

Don Juan mi spiegò nei dettagli che Florinda era una delle più abili praticanti dell’agguato perché era stata istruita in tutti i complessi particolari dal suo benefattore e dalle sue quattro guerriere

che erano cacciatrici. Florinda era stata la prima guerriera a entrare nel mondo di don Juan, e per questa ragione era destinata a essere la mia guida personale — non solo nell’arte dell’agguato, ma anche nei misteri della terza attenzione, se mai ci fossi arrivato. Don Juan non si dilungò su questo punto. Disse che non se ne sarebbe parlato finché non fossi stato pronto, prima a imparare l’agguato e poi a entrare nella terza attenzione.

Don Juan disse che il suo benefattore aveva dedicato a lui e ai suoi guerrieri maggior tempo e maggiori cure per tutto quanto riguardava la loro capacità di padroneggiare l’arte dell’agguato. Usava tattiche elaborate per creare un contesto adatto a un contrappunto fra l’enunciato della regola e il comportamento dei guerrieri nel mondo quotidiano e nei rapporti con la gente. Riteneva che fosse questo il modo per convincerli che, in mancanza del senso di presunzione, per un guerriero l’unico modo di trattare con il contesto sociale era quello della follia controllata.

Congegnando queste manovre, il benefattore di don Juan contrapponeva le azioni della gente e dei suoi guerrieri agli imperativi della regola, poi si tirava indietro e lasciava che la rappresentazione seguisse il suo corso naturale. La pazzia della gente per un certo tempo prendeva il sopravvento e, con uno svolgimento che sembrava naturale, travolgeva i guerrieri, per poi essere alla fine battuta dai lungimiranti disegni della regola.

Don Juan ci disse che all’inizio lo irritava il controllo esercitato dal benefattore. Glielo disse perfino in faccia. Il benefattore non si fece sconcertare. Ribatté che il suo controllo era una mera illusione creata dall’Aquila. Lui era solo un guerriero impeccabile, e le sue azioni erano un umile tentativo di esprimere l’Aquila.

Don Juan diceva che la determinazione con cui il suo benefattore attuava i propri disegni nasceva dal suo convincimento che l’Aquila è reale e drastica mentre le azioni della gente sono pura follia. Questi due concetti messi insieme producono la follia controllata, che il benefattore di don Juan descriveva come l’unico ponte tra la pazzia della gente e la drasticità dei dettami dell’Aquila.

11

LA DONNA NAGUAL

Don Juan disse che quando era stato affidato alle donne occidentali per essere purificato, era stato messo anche sotto la guida della donna settentrionale che corrispondeva a Florinda, l’esperta numero uno dell’agguato che gli insegnò i principi di quell’arte. Lei e il suo benefattore gli fornirono i mezzi pratici per procurarsi i tre guerrieri, il messaggero e le quattro cacciatrici che dovevano comporre il suo seguito.

Le otto veggenti del gruppo del suo benefattore erano andate alla ricerca delle tipiche forme di luminosità e non avevano avuto nessuna difficoltà a trovare i tipi di guerriere e guerrieri adatti per il seguito di don Juan. Tuttavia il benefattore non permise alle veggenti di far nulla per radunare i guerrieri che avevano trovato. Don Juan dovette applicare i principi dell’agguato per procurarseli.

Il primo guerriero a comparire fu Vicente. Don Juan non aveva sufficiente padronanza dell’agguato per riuscire ad assicurarselo. Il suo benefattore e i cacciatori settentrionali dovettero sobbarcarsi buona parte del lavoro. Poi venne Silvio Manuel, più tardi don Genaro e per ultimo Emilito, il messaggero.

Florinda fu la prima guerriera. Fu seguita da Zoila, poi da Delia, e infine da Carmela. Don Juan disse che il suo benefattore era stato inflessibile nell’insistere che trattassero il mondo esclusivamente attraverso la follia controllata. Il risultato finale fu una splendida squadra di esperti che escogitavano ed eseguivano i piani più complicati.

Quando ebbero tutti acquisito un buon livello di abilità nell’arte dell’agguato, il benefattore ritenne che fosse venuto il momento di trovare una donna Nagual. Fedele al principio di aiutare gli altri a sbrigarsela da sé, attese, prima di introdurla nel loro mondo, che non

solo fossero diventati tutti esperti cacciatori, ma addirittura che don Juan avesse imparato a vedere. Benché don Juan rimpiangesse immensamente il tempo perduto nell’attesa, ammise tuttavia che il loro sforzo congiunto per assicurarsela aveva creato fra tutti un le- game più profondo. Ravvivò il loro impegno a cercare la libertà.

Il benefattore cominciò a mettere in opera la sua strategia per attirare la donna Nagual diventando, in modo inatteso, cattolico praticante. Chiese che don Juan, come erede della sua sapienza, si comportasse come un figlio e lo accompagnasse in chiesa. Lo trascinava a messa quasi ogni giorno. Don Juan diceva che il suo benefattore, che era una persona assai affabile e loquace, in chiesa lo presentava a tutti come suo figlio, conciaossa di mestiere.

Don Juan, che per sua stessa ammissione era a quel tempo un barbaro incivile, si sentiva mortificato a trovarsi in circostanze nelle quali doveva parlare e render conto di sé. Si tranquillizzava all’idea che il suo benefattore avesse un secondo scopo per tutto quel che faceva. Osservandolo cercò di scoprire quali fossero i suoi intenti. Le sue azioni sembravano limpide e coerenti. Come cattolico esemplare, si stava guadagnando la fiducia di dozzine di persone, specie del parroco che lo teneva in grande stima e lo considerava amico e confi- dente. Don Juan non riusciva a immaginare che cosa avesse in mente. Fu colto dal dubbio che potesse essersi sinceramente convertito al cattolicesimo, o che fosse diventato matto. Non aveva ancora capito che un guerriero non perde mai il bene dell’intelletto, in nessuna occasione.

Le remore di don Juan sull’assiduità alle messe svanirono quando il benefattore cominciò a presentano alle figlie della gente che frequentava. La cosa gli piaceva, nonostante si sentisse un po’ a disagio. Pensava che il suo benefattore volesse aiutarlo a esercitarsi nella conversazione. Non era né loquace né disinvolto, e il benefattore aveva detto che un Nagual deve essere per forza l’uno e l’altro.

Una domenica a messa, dopo quasi un anno di frequenze pressoché quotidiane, don Juan scoprì la vera ragione della loro bigotteria. Era inginocchiato accanto a una ragazza di nome Olinda, figlia di una delle conoscenze del benefattore. Si volse a scambiare un’occhiata con lei, come era diventata loro abitudine dopo un mese di incontri quotidiani. I loro occhi si incontrarono e improvvisamente

don Juan la vide come essere luminoso — e vide anche la sua duplicità. Olinda infatti era una donna duplice. Il suo benefattore l’aveva sempre saputo, e aveva scelto il cammino più difficile per mettere don Juan in contatto con lei. Don Juan ci confessò che in quel momento era stato sopraffatto dall’emozione.

Il benefattore sapeva che don Juan aveva visto. Aveva compiuto in modo impeccabile e perfetto la sua missione di far incontrare gli esseri duplici. Si alzò e percorse con lo sguardo ogni angolo della chiesa, poi uscì senza volgersi indietro. Li, per lui, non c’era null’altro da fare.

Don Juan disse che quando il suo benefattore si incamminò verso l’uscita a metà messa, tutte le teste si girarono. Egli voleva seguirlo, ma Olinda gli afferrò con fermezza una mano e lo trattenne. Don Juan capì che il potere di vedere non era esclusivamente suo. Qualcosa li aveva percorsi e pietrificati. Don Juan si rese allora conto che non solo la messa era finita, ma che loro si trovavano già fuori dalla chiesa. Il benefattore stava cercando di calmare la madre di Olinda, furibonda e imbarazzata dalla loro inattesa e inammissibile di- mostrazione di affetto.

Don Juan non aveva la minima idea di quello che doveva fare. Sapeva che stava a lui escogitare un piano. Ne era più che capace, ma l’importanza della situazione gli aveva fatto perdere la fiducia nella propria abilità. Abbandonò il suo allenamento di cacciatore e si perse nel dilemma cerebrale se dovesse trattare o meno Olinda come follia controllata.

Il benefattore gli disse di non poterlo aiutare. Il suo dovere era stato solo di metterli insieme, e lì finivano le sue responsabilità. Dipendeva da don Juan compiere i passi necessari per assicurarsi Olinda. Suggerì che don Juan pensasse magari a sposarla, se fosse stato necessario. Solo dopo che lei fosse andata da lui di sua iniziativa, il benefattore avrebbe potuto aiutare don Juan intervenendo direttamente presso di lei come Nagual.

Don Juan tentò di farle una corte formale. I suoi genitori non lo vedevano di buon occhio, poiché non ammettevano per la figlia un pretendente di diversa estrazione sociale. Olinda non era india; la sua famiglia apparteneva al ceto medio urbano, era proprietaria di una piccola impresa. Il padre aveva altri progetti per la figlia. Minacciò di

mandarla altrove se don Juan avesse insistito nelle sue intenzioni di sposarla.

Don Juan disse che gli esseri duplici, specie le donne, sono straordinariamente riservati, addirittura timidi. Olinda non faceva eccezione. Dopo la loro iniziale euforia in chiesa, fu presa dall’esitazione e poi dalla paura. Si spaventava delle sue stesse reazioni.

A questo punto il benefattore consigliò a don Juan una ritirata strategica che facesse pensare a una acquiescenza alla disapprovazione del padre nei riguardi della ragazza — appunto l’ipotesi che facevano tutti quelli che avevano visto quanto era accaduto in chiesa. La gente spettegolava che quel loro comportamento era spiaciuto tanto al padre che questi, fervente cattolico, non era più tornato in chiesa.

Il benefattore disse a don Juan che un guerriero non subisce mai assedi. Essere assediati significa avere delle proprietà personali che possono essere bloccate. Un guerriero non possiede nulla in questo mondo fuorché la propria impeccabilità, e questa non può subire minacce. Comunque, in una lotta per l’esistenza come era quella che don Juan stava combattendo per assicurarsi la donna Nagual, un guerriero doveva usare strategicamente ogni mezzo disponibile.

Di conseguenza, don Juan decise di usare ogni briciola della sua abilità di cacciatore per avere la ragazza. A questo scopo impegnò Silvio Manuel a usare le sue arti di stregone, formidabili anche in quella fase iniziale, per rapire la ragazza.

Silvio Manuel e Genaro, che era un vero diavolo scatenato, si introdussero di soppiatto in casa della ragazza travestiti da vecchie lavandaie. Era mezzogiorno e in casa erano tutti affaccendati a preparare da mangiare per un numeroso gruppo di invitati, parenti e amici. C’era una festa alla buona per la partenza di Olinda. Silvio Manuel si basava sulla probabilità che, vedendo entrare due strane lavandaie con fagotti di biancheria, tutti avrebbero pensato che avessero a che fare con la festa di Olinda, e non se ne sarebbero preoccupati. Don Juan aveva in precedenza fornito a Silvio Manuel e a Genaro tutte le indicazioni necessarie sulle abitudini della gente di casa. Aveva detto che le lavandaie di solito portavano in casa i fagotti di biancheria lavata e li lasciavano in una stanza di sbratto per la

stiratura. Silvio Manuel e Genaro, portando grossi fagotti di biancheria, si diressero subito in quella stanza, sapendo di trovarvi Olinda.

Don Juan disse che Silvio Manuel si avvicinò a Olinda e usò le sue capacità mesmeriche per farla svenire. La misero in un sacco, avvolsero il sacco nelle lenzuola e uscirono, lasciando giù il fagotto di biancheria che avevano portato. Sulla porta si imbatterono nel padre, che non li degnò neppure di uno sguardo.

Il benefattore di don Juan si irritò moltissimo per questa loro iniziativa. Ordinò a don Juan di riportare subito a casa la ragazza. Era assolutamente necessario, spiegò, che la donna duplice andasse nella casa del benefattore di propria volontà, magari non con l’idea di unirsi a loro, ma almeno perché provava interesse.

Don Juan si sentì perduto — le probabilità di riportarla a casa senza essere notati erano minime — ma Silvio Manuel trovò uno stratagemma. Propose che le quattro donne del seguito di don Juan portassero la ragazza su una strada deserta, dove poi don Juan sarebbe andato in suo soccorso.

Silvio Manuel volle che le donne fingessero un rapimento. A un certo punto lungo la strada qualcuno avrebbe dovuto scorgerle e mettersi all’inseguimento. L’inseguitore le avrebbe raggiunte e loro avrebbero fatto cadere il sacco, con un bel tonfo per essere più convincenti. L’inseguitore sarebbe stato naturalmente don Juan, capitato per miracolo al posto giusto nel momento giusto.

Silvio Manuel richiese che la simulazione fosse perfetta. Ordinò alle donne di imbavagliare la ragazza, che a quell’ora sarebbe stata certo sveglia a urlare nel sacco, e poi di correre per un bel pezzo con quel fardello. Raccomandò che cercassero di sfuggire all’inseguitore. Alla fine, dopo una corsa estenuante, dovevano lasciar cadere il sacco in modo che la ragazza potesse giurare che c’era stata una ferocissima lotta fra don Juan e le quattro donne. Silvio Manuel disse alle donne che questa parte doveva essere quanto mai realistica. Le armò di bastoni e insegnò loro a colpire in modo persuasivo don Juan prima di essere messe in fuga.

Zoila era, fra le donne, quella più facile a farsi prendere da isterismi; non appena cominciarono a bastonare don Juan, lei si calò talmente nella parte da offrire una recitazione da brivido, e colpendo

don Juan con tanta forza da spellargli la schiena e le spalle. Per un momento sembrò che i rapitori l’avessero vinta. Silvio Manuel dovette uscire dal suo nascondiglio e, fingendo di essere un passante, ricordare che era solo una finta ed era tempo di scappare.

In questo modo don Juan divenne il salvatore e il protettore di Olinda. Le disse che non poteva riportarla a casa di persona, perché era stato ferito, ma che l’avrebbe invece rimandata con il suo devoto padre.

Lei lo aiutò ad arrivare fino a casa del benefattore. Don Juan disse che non doveva fingere d’essere stato ferito: sanguinava copiosamente e ce la fece appena a entrare. Quando Olinda narrò al benefattore l’accaduto questi moriva dalla voglia di ridere e dovette celarla facendo finta di piangere.

Don Juan si fece bendare le ferite e andò a letto. Olinda cominciò a spiegargli perché il padre gli era contrario, ma non riuscì a terminare. Il benefattore di don Juan entrò nella stanza e le disse che dal suo modo di camminare era evidente che i rapitori le avevano fatto male alla schiena. Si offerse di raddrizzargliela, prima che le capitasse peggio.

Olinda esitava. Il benefattore le ricordò che i rapitori non avevano scherzato — dopo tutto, avevano quasi ucciso suo figlio. Questa osservazione la convinse: si avvicinò al benefattore e si lasciò dare un forte colpo sulla scapola. Si udì un suono secco, e Olinda entrò in uno stato di intensa percezione. Egli le rivelò la regola, e lei la accettò in pieno, proprio come aveva fatto don Juan. Non ci furono dubbi né esi- tazioni.

La donna Nagual e don Juan trovavano completezza e silenzio l’uno nella compagnia dell’altra. Don Juan diceva che il sentimento che provavano reciprocamente non aveva nulla a che fare con l’affetto o il bisogno; era piuttosto la sensazione comune a entrambi che l’infausta barriera che li separava fosse stata infranta, e loro fossero un unico, identico essere.

Don Juan e la sua donna Nagual lavorarono insieme per anni, come prescrive la regola, per trovare la squadra di quattro sognatrici, che risultarono essere Nelida, Zuleica, Cecilia ed Hermelinda, e i tre messaggeri, Juan Tuma, Teresa e Marta. Trovarli costituì un’altra occasione in cui la natura pragmatica della regola si manifestò

chiaramente a don Juan: tutti erano proprio ciò che la regola diceva. Il loro arrivo avviò per ciascuno un nuovo ciclo, compreso il benefattore di don Juan e il suo seguito. Per don Juan e i suoi guerrieri questo significava il ciclo del sognare e per il benefattore e i suoi un periodo di suprema impeccabilità nelle proprie azioni.

Il benefattore spiegò a don Juan che quando era giovane e gli fu presentato per la prima volta il concetto della regola come mezzo di liberazione, s’era sentito sollevato, euforico dalla gioia. Per lui la libertà era un fatto reale, subito voltato l’angolo. Quando giunse a intendere la natura della regola come mappa, le sue speranze e il suo ottimismo raddoppiarono. Più tardi la ragionevolezza si impose nella sua vita; più invecchiava, meno probabilità vedeva per il proprio successo e per quello della sua compagnia. Alla fine si convinse che per quanto avesse fatto, la loro debole consapevolezza umana avrebbe avuto ben scarse occasioni di spiccare mai il volo verso la libertà. Si mise in pace con se stesso e con la sua sorte e ammise la propria sconfitta. Dal suo più profondo essere disse all’Aquila che era contento e fiero di aver coltivato la propria consapevolezza. L’Aquila poteva anche prendersela.

Don Juan ci disse che la stessa disposizione d’animo accomunava tutti i componenti del seguito del suo benefattore. Quella libertà proposta nella regola era qualcosa che consideravano irraggiungibile. Avevano colto qualche barlume della forza annientatrice che costituisce l’essenza dell’Aquila, e avevano sentito di non aver nessuna possibilità di sostenerne l’urto. Si erano comunque trovati tutti d’accordo che avrebbero continuato a vivere la loro vita impeccabilmente per nessun’altra ragione se non quella di essere impeccabili.

Don Juan disse che il benefattore e il suo gruppo, nonostante si rendessero conto della propria inadeguatezza o forse proprio per questa ragione, finirono col trovare la libertà. Entrarono nella terza attenzione, non tutti insieme, però, uno alla volta. Il fatto di aver trovato il passaggio di uscita costituiva la definitiva riprova della verità contenuta nella regola. L’ultimo a lasciare il mondo della consapevolezza della vita d’ogni giorno fu il benefattore. Egli si adeguò alla regola e prese con sé la donna Nagual di don Juan. Quando entrambi si dissolsero nella consapevolezza totale, don Juan e

i suoi guerrieri si sentirono esplodere dall’interno — non gli riusciva di trovare un altro modo per descrivere la sensazione provocata dal trovarsi obbligati a dimenticare tutto quello di cui erano stati testimoni nel mondo del benefattore.

L’unico che non dimenticò mai fu Silvio Manuel. Fu lui che impegnò don Juan nello sforzo sfibrante di riunire ancora i membri del loro gruppo che erano stati tutti dispersi. Poi li fece sprofondare nell’impresa di ritrovare la totalità. Ci vollero anni per portare a termine questi due compiti.

Don Juan aveva già discusso a lungo l’argomento del di- menticare, ma solo in relazione alla grande difficoltà di riunirsi di nuovo o di ripartire senza il benefattore. Non ci disse mai esattamente che cosa implicasse il dimenticare o ricuperare la totalità del proprio essere. Al riguardo si atteneva all’insegnamento del suo benefattore, di limitarsi ad aiutarci ad aiutare noi stessi.

A questo scopo insegnò alla Gorda e a me a vedere insieme e riuscì a dimostrarci che, anche se gli esseri umani appaiono a un veggente come uova luminose, questa forma oblunga è solo un bozzolo esterno, un guscio di luminosità che ospita un nucleo molto interessante, indimenticabile, mesmerico, costituito da circoli concentrici di luminosità giallastra, dello stesso colore della fiamma di una candela. Durante la nostra riunione finale, ci fece vedere della gente che s’aggirava nei paraggi di una chiesa. Era tardo pomeriggio, quasi buio, eppure tutte quelle creature entro il loro rigido bozzolo luminoso irraggiavano luce sufficiente a rendere chiara ogni cosa intorno. Era uno spettacolo portentoso.

Don Juan spiegò che i gusci oblunghi che ci sembravano così brillanti erano in realtà opachi. La luce emanava dal nucleo luminoso, e il guscio non faceva altro che ridurre l’intensità. Don Juan ci rivelò che si doveva rompere il guscio per liberare l’essere. Lo si doveva rompere dall’interno e al tempo giusto, come chi nasce dall’uovo che si schiude ne deve rompere il guscio. Se non ci riesce, soffoca e muore. Proprio come quelle creature, un guerriero non ha modo di rompere il guscio della sua luminosità finché non ~ arrivato il momento giusto.

Don Juan ci disse che l’unico modo per rompere il guscio, l’unico mezzo per liberare quell’ossessionante nucleo luminoso, il nucleo

della consapevolezza che è cibo dell’Aquila, è quello di perdere la forma umana. Rompere il guscio significa ricordare il proprio altro e raggiungere la totalità dell’essere.

Don Juan e i suoi guerrieri raggiunsero la propria totalità, e si dedicarono quindi al compito di trovare una nuova coppia di esseri duplici. Essi pensavano, disse don Juan, che sarebbe stato semplice — tutto il resto era stato per loro relativamente facile. Non immaginavano che l’apparente mancanza di difficoltà della loro impresa di guerrieri era stata conseguenza del potere personale e dell’abilità del loro benefattore.

La ricerca di una nuova coppia di esseri duplici risultò vana. Nella loro indagine non s’imbatterono mai in una donna duplice. Trovarono parecchi uomini duplici, ma avevano tutti una buona posizione, erano ben piazzati, prolifici e così soddisfatti della loro esistenza che sarebbe stato inutile tentare. Non avevano bisogno di cercare uno scopo di vita. Pensavano di averlo già trovato.

Don Juan disse che un giorno si rese conto che lui e i suoi stavano invecchiando, e non sembrava ci fossero speranze di compiere la loro missione. Era la prima volta che sentivano il tormento della disperazione e dell’impotenza.

Silvio Manuel insisteva che dovevano rassegnarsi a vivere impeccabilmente senza la speranza di ritrovare la libertà. A don Juan pareva abbastanza plausibile che fosse questa in effetti la chiave di tutto. Su questo punto si trovò a seguire le orme del suo benefattore. Giunse ad ammettere che il guerriero a un certo momento del suo cammino cade preda di un inguaribile pessimismo. Quasi senza che se ne accorga, lo prende un senso di sconfitta o, per maggior precisione, di inutilità. Don Juan diceva che, prima, rideva dei dubbi del suo benefattore, e non poteva indursi a credere che si preoccupasse davvero. Nonostante le proteste e gli avvertimenti di Silvio Manuel, don Juan aveva pensato che fosse tutta una gigantesca manovra escogitata per insegnar loro qualcosa.

Poiché non riusciva a pensare che i dubbi del suo benefattore fossero fondati, non poteva neppure credere che la sua risoluzione di vivere impeccabilmente senza la speranza della liberazione fosse sincera. Quando alla fine gli entrò in testa che il suo benefattore si era rassegnato in piena coscienza al fallimento, cominciò a capire anche

che la decisione di un guerriero di vivere impeccabilmente a dispetto di tutto non può essere assunta come strategia vincente. Don Juan e i suoi sperimentarono questa verità per quanto li riguardava quando si resero conto che il loro svantaggio era spaventoso. Don Juan diceva che in momenti simili subentra l’esperienza di tutta una vita, e il guerriero scende in uno stato di estrema umiltà; quando diventa innegabile la reale scarsità delle sue risorse umane, il guerriero non può far altro che ritirarsi e abbassare il capo.

Don Juan si meravigliava che questa situazione non sembrasse aver alcun effetto sulle guerriere della compagnia; lo scompiglio sembrava lasciarle impassibili. Ci disse di averlo notato nel gruppo del suo benefattore. Le donne non erano mai preoccupate o tristi per il proprio destino come gli uomini. Sembravano semplicemente accettare il giudizio del benefattore di don Juan e lo seguivano senza mostrare segni di logorio emotivo. Se a qualche livello le donne erano turbate, non lo davano a vedere. Quello che contava per loro era avere qualcosa da fare. Come se solo gli uomini avessero richiesto la libertà e subìto il colpo di una contro-richiesta.

Nel proprio gruppo, don Juan notava lo stesso contrasto. Le donne furono subito d’accordo con lui quando disse che le loro risorse erano inadeguate. Poteva solo dedurre che le donne, pur senza averne parlato, non avevano mai creduto di aver alcuna risorsa fin dall’inizio. Di conseguenza non potevano sentirsi deluse o scoraggiate nello scoprire di essere impotenti. Loro l’avevano sempre saputo.

Don Juan ci disse che la ragione per cui l’Aquila richiedeva un numero doppio di guerriere rispetto ai guerrieri stava proprio nel fatto che le donne possiedono un equilibrio naturale che gli uomini non hanno. Al momento critico sono gli uomini che diventano isterici e arrivano al suicidio se ritengono che tutto sia perduto. Una donna può uccidersi se le manca un indirizzo o uno scopo, ma non per il fallimento di un sistema a cui si trovi legata.

Dopo aver abbandonato ogni speranza — o piuttosto, come diceva don Juan, dopo che lui e i suoi guerrieri avevano toccato il fondo della disperazione e le donne avevano trovato il sistema giusto per rincuorarli — don Juan si era imbattuto alla fine in un uomo duplice che poteva avvicinare. Quell’uomo ero io. Disse che poiché nessuno in pieno possesso delle proprie facoltà si offre

volontariamente per un disegno così insensato come la conquista della libertà, aveva dovuto porre in atto l’insegnamento del benefattore e, seguendo il vero stile dell’agguato, prendermi all’amo come aveva preso gli altri componenti del suo seguito. Dovevamo trovarci soli in un luogo dove lui potesse esercitare su me una pressione fisica, ed era anche necessario che io mi ci recassi spontaneamente. Mi attirò in casa sua con grande facilità — lo aveva detto, lui, assicurarsi un uomo duplice non è mai un grosso problema. La difficoltà consiste nel trovarne uno disponibile.

La prima visita a casa sua fu, nell’ottica della mia consapevolezza quotidiana, un incontro senza importanza. Don Juan con me fu simpatico e divertente. Portò la conversazione sulla fatica fisica che si prova dopo aver guidato molto, un argomento che a me, che mi occupavo di antropologia, sembrò assolutamente fuori luogo. Poi fece un commento casuale sulla mia schiena, che gli sembrava incurvata, e senza altre parole mi appoggiò una mano sul petto, mi mise diritto, e mi diede un colpo secco alla spalla. Mi colse così alla sprovvista che persi i sensi. Quando riaprii gli occhi mi sembrò che m’avesse spezzato la spina dorsale, ma mi rendevo conto di essere cambiato. Ero un’altra persona, non più l’io che conoscevo. Da allora in poi, ogni volta che lo vedevo, mi faceva passare dalla consapevolezza del lato destro a quella del lato sinistro, e poi mi spiegava la regola.

Quasi subito dopo avermi trovato, don Juan incontrò una donna duplice. Non usò artifici per mettermi in contatto con lei, come aveva fatto con lui il suo benefattore, ma escogitò una manovra altrettanto efficace ed elaborata mediante la quale la adescò e la catturò lui stesso. Si assunse un tale compito perché pensava che fosse dovere del benefattore assicurarsi i due esseri duplici subito dopo averli trovati, e poi metterli insieme, soci di una incredibile impresa.

Mi disse che un giorno, quando abitava in Arizona, era andato in un ufficio governativo a compilare una domanda. L’impiegata al banco gli disse di presentarla nell’ufficio accanto, e senza guardare indicò con la mano alla sua sinistra. Don Juan seguì la direzione del braccio teso e vide una donna duplice seduta a una scrivania. Quando le portò la domanda vide che si trattava di una ragazza molto giovane. Questa gli disse che non era lei all’accettazione delle domande.

Tuttavia, per simpatia verso un povero vecchio indio, si prese la briga di aiutarlo nell’espletare le pratiche.

Servivano alcuni documenti legali che don Juan aveva in tasca, ma lui finse la più completa ignoranza e incapacità. Fece sembrare che l’organizzazione burocratica fosse per lui un enigma. Non era per niente difficile fingere una stupidità totale, disse don Juan; tutto ciò che doveva fare era tornare a quella che una volta era stata la sua normale condizione di consapevolezza. Gli serviva per prolungare più a lungo che poteva la sua interazione con la ragazza. Il suo maestro gli aveva detto, e lui stesso l’aveva verificato durante la sua ricerca, che le donne duplici sono assai rare. Il suo maestro l’aveva anche avvertito che hanno capacità interiori che le rendono quanto mai sfuggenti. Don Juan temeva che, se non avesse giocato bene le sue carte, lei sarebbe sparita. Per guadagnare tempo cercò di conquistarsi la sua simpatia. Causò un ulteriore ritardo fingendo di aver perso i documenti. Quasi ogni giorno gliene portava uno diverso. Lei lo leggeva e gli diceva con rincrescimento che non era quello giusto. La ragazza si era così impietosita dalle sue disgraziate condizioni che si offrì perfino di pagargli un avvocato che gli procurasse una dichiarazione giurata al posto dei documenti smarriti.

Tre mesi più tardi don Juan pensò che fosse ormai giunto il momento di esibire quei documenti. Ormai lei si era abituata a lui e quasi s’aspettava di vederselo comparire davanti ogni giorno. Don Juan andò a trovarla un’ultima volta per ringraziarla e accomiatarsi da lei. Le disse che gli sarebbe piaciuto farle un regalo per mostrarle la sua gratitudine, ma che non aveva neppure i soldi per mangiare. Lei fu commossa da questo candore e lo invitò a pranzo. Mentre stavano mangiando lui disse meditabondo che un regalo non doveva necessariamente essere un oggetto che si compera. Poteva essere qualcosa che ha valore solo per gli occhi di chi lo guarda. Qualcosa da ricordare più che possedere.

Queste parole la incuriosirono. Don Juan le rammentò che lei aveva espresso compassione per gli indios e le loro condizioni di povertà. Le chiese se le sarebbe piaciuto vedere gli indios sotto una luce differente — non come poveri, ma come artisti. Le disse che conosceva un vecchio che era l’ultimo discendente di una stirpe di danzatori con poteri magici. Le promise che quell’uomo avrebbe

danzato per lei, se glielo avesse chiesto e inoltre le assicurò che uno spettacolo simile, lei, non l’aveva mai visto in vita sua né l’avrebbe visto più. Era qualcosa a cui solo gli indios potevano assistere.

L’idea le piacque molto. Finito il lavoro andò a prenderlo con la macchina e si diressero verso le colline dove le aveva detto che viveva il vecchio indio. Don Juan la portò a casa sua. La fece parcheggiare un bel po’ lontano e fecero a piedi il resto della strada. Prima di raggiungere la casa, lui si fermò e tracciò col piede una linea sul terreno secco e sabbioso. Disse che quel segno rappresentava un confine, e la invitò a varcarlo.

La donna Nagual stessa mi disse poi che, fino a quel momento, era stata molto attirata dall’idea di assistere a una vera danza india, ma quando il vecchio aveva tracciato una linea per terra e aveva detto che si trattava di un confine, aveva cominciato a esitare. Poi si allarmò sul serio quando lui le disse che quel confine valeva solo per lei, e che il varcarlo sarebbe stato un atto irrevocabile.

Evidentemente l’indio s’accorse della sua costernazione e cercò di tranquillizzarla. Le batté gentilmente sul braccio e le garantì che non le sarebbe accaduto nulla di male finché lui le fosse stato vicino. Il confine, le disse, si poteva spiegare come una forma di pagamento simbolico per il danzatore, che rifiutava la moneta. Il rituale lo sostituiva, e il rituale richiedeva che lei varcasse il confine di sua iniziativa.

Il vecchio indio attraversò la linea allegramente, e le disse che secondo lui erano pure idiozie degli indios, ma che dovevano accontentare il danzatore, che li stava osservando dall’interno della casa, se volevano vederlo danzare.

La donna Nagual disse che di colpo si spaventò tanto da non riuscire ad attraversare la linea. Il vecchio indio si sforzò di persuaderla dicendo che se l’avesse passata le avrebbe fatto bene a tutto il suo corpo. L’attraversarla non solo l’aveva fatto sentire più giovane, ma l’aveva reso realmente più giovane, tale era il potere posseduto da quel confine. Per dimostrare questo asserto lo riattraversò, e lì per lì gli si incurvarono le spalle, gli angoli della bocca gli si piegarono in giù e gli occhi persero il loro fulgore. La donna Nagual non poté negare la differenza provocata dall’attraversamento del confine.

Don Juan lo ripassò per la terza volta. Respirò profondamente, dilatando il torace, con movimenti vivaci e baldanzosi. La donna Nagual disse che le era venuto in mente che potesse perfino arrivare a farle delle avances. La macchina era troppo lontana per rifugiarvisi. L’unica cosa da fare era persuadersi che era stupido aver paura di quel vecchio indio.

Poi il vecchio fece un altro appello alla sua ragione e al suo senso dell’umorismo. In tono da cospiratore, come se stesse rivelandole malvolentieri un segreto, le disse che lui in realtà fingeva di essere giovane per far piacere al danzatore, e che se lei non lo aiutava attraversando la linea, avrebbe finito con lo svenire per lo sforzo di camminare diritto. Passò e ripassò la linea per mostrarle che sforzo immenso gli costasse quella pantomima.

La donna Nagual disse che i suoi occhi supplichevoli rivelavano la fatica che costava a quel vecchio corpo l’imitazionedella gioventù. Per venirgli in aiuto e metter fine alla cosa, attraversò la linea; voleva tornarsene a casa.

Nel momento in cui lo fece, don Juan eseguì un prodigioso balzo e si librò sul tetto della casa. La donna Nagual disse che attraversò l’aria come un grosso boomerang. Quando le atterrò vicino, lei cadde di schiena. Il suo terrore superava ogni precedente sensazione, ma anche l’eccitazione per aver assistito a una tale meraviglia era al di là di ogni altra mai provata. Non gli chiese neppure come avesse fatto a compiere una cosa così straordinaria. Voleva precipitarsi alla mac- china e tornare subito a casa.

Il vecchio l’aiutò a rialzarsi e si scusò del raggiro. A dire il vero, il danzatore era lui, le disse, e il volo sopra la casa era stata la sua danza. Le chiese se avesse notato la direzione del suo volo. La donna Nagual fece un gesto circolare con la mano in senso antiorario. Le batté paternamente il capo, e disse che era di buon auspicio che lei fosse stata così attenta. Poi si preoccupò se si fosse fatta male alla schiena cadendo, e disse che non poteva lasciarla andare senza sincerarsi che tutto fosse a posto. Senza esitazione le raddrizzò le spalle e le sollevò il mento e la nuca, come per farle estendere la spina dorsale. Poi le diede un sonoro colpo fra le scapole, facendole addirittura uscire tutta l’aria dai polmoni. Per un momento lei fu incapace di respirare e svenne.

Quando riprese conoscenza, si trovò all’interno della casa del vecchio. Perdeva sangue dal naso, le ronzavano le orecchie, aveva il respiro affannoso e la vista appannata. Lui le disse di respirare profondamente, contando fino a otto. Più respirava, più ogni cosa diventava chiara. A un certo punto, mi disse, tutta la stanza divenne incandescente, ogni cosa emanava una luce ambrata. Rimase così stupefatta che non poté continuare a respirare a fondo. La luce ambrata era ormai divenuta così densa da sembrare nebbia. Poi la neb- bia si trasformò in ragnatele color ambra. Alla fine svanì, ma il mondo rimase uniformemente ambrato per un bel po’ ancora.

Allora don Juan cominciò a parlarle. La condusse fuori dalla casa e le mostrò che il mondo era diviso in due metà. La sinistra era limpida, ma la destra era velata da una nebbia color ambra. Le disse che è mostruoso pensare che il mondo sia comprensibile, o che noi stessi lo siamo. Disse che quello che lei stava percependo era un enigma, un mistero che si poteva solo accettare con umiltà e reverente timore.

Poi le rivelò la regola. La chiarezza della sua mente era così profonda che riuscì a capire tutto quello che lui diceva. La regola le sembrò giusta e di per se stessa evidente.

Lui le spiegò che i due lati degli esseri umani sono comple- tamente separati e che ci vuole grande disciplina e determinazione per rompere il sigillo e passare da una parte all’altra. Un essere duplice è in condizioni di grande vantaggio: la sua natura gli permette di muoversi con relativa facilità fra i compartimenti del lato destro. Il grande svantaggio è che, avendo due compartimenti, è un essere sedentario, conservatore, e teme i cambiamenti.

Don Juan le disse che la sua intenzione era stata di farla passare dall’estremo compartimento del lato destro al più lucido, più acuto lato sinistro, ma che invece, per qualche bizzarria inspiegabile, il suo colpo le aveva fatto attraversare tutta la propria duplicità dall’estremo lato destro d’ogni giorno, all’estremo lato sinistro. Aveva tentato per quattro volte di farla ritornare al suo normale stato di consapevolezza, senza riuscirvi. I suoi colpi l’avevano tuttavia aiutata a evocare o a far scomparire a volontà la percezione del muro di nebbia. Per quanto non fosse quel che aveva in mente, don Juan aveva detto il vero affermando che quella linea sarebbe stata per lei un confine a senso

unico. Una volta che l’ebbe attraversato lei, proprio come Silvio Manuel, non tornò più indietro.

Quando don Juan mise di fronte la donna Nagual e me, nessuno dei due aveva mai sentito parlare della esistenza dell’altro, eppure sentimmo subito che non eravamo sconosciuti. Don Juan sapeva per propria esperienza che il conforto che gli esseri duplici sentono nella reciproca compagnia è indescrivibile e solo troppo breve. Ci disse che noi eravamo stati uniti da forze incomprensibili alla nostra ragione, e che l’unica cosa di cui difettavamo era il tempo. Ogni minuto poteva essere l’ultimo, per cui lo si doveva vivere con lo spirito.

Dopo che don Juan ci ebbe messi insieme, tutto quello che rimaneva da fare a lui e ai suoi guerrieri era di trovare quattro donne esperte dell’agguato, tre guerrieri e un messaggero per formare il nostro gruppo. A questo scopo don Juan trovò Lydia, Josefina, la Gorda, Rosa, Benigno, Nestor, Pablito e il messaggero Eligio. Ciascuno di loro era una copia identica ma ancora imperfetta nella forma dei componenti il seguito di don Juan.

12

I NON-FARE DI SILVIO MANUEL

Don Juan e i suoi guerrieri si tirarono in disparte per dar modo a me e alla donna Nagual di mettere in pratica la regola, cioè di nutrire, migliorare e guidare verso la libertà gli otto guerrieri. Tutto sembrava perfetto, eppure c’era qualcosa di sbagliato. Il primo gruppo di guerriere che don Juan aveva trovato erano sognatrici, mentre avrebbero dovuto essere cacciatrici. Non riusciva a spiegarsi questa stranezza. Poteva solo concludere che il potere aveva posto quella donna sul suo cammino in un modo tale che gli era stato impossibile rifiutarla.

C’era un’altra stridente incongruenza, che lasciava ancora più perplessi don Juan e il suo seguito: tre guerriere e tre guerrieri erano incapaci di entrare nello stato di intensa percezione nonostante gli sforzi titanici di don Juan. Erano intontiti, deconcentrati e non riuscivano a rompere il sigillo, il diaframma che separava le loro due metà. Venivano chiamati gli ubriaconi, perché andavano in giro barcollando incapaci di coordinare i movimenti muscolari. Il messaggero Eligio e la Gorda erano gli unici dotati di uno straordinario grado di consapevolezza, Eligio soprattutto, che era all’altezza di qualsiasi componente il gruppo di don Juan.

Le tre ragazze se ne stavano insieme, formando un’unità indistruttibile, e lo stesso facevano i tre uomini. Gruppi di tre persone, quando la regola ne prescriveva quattro, erano di malaugurio. Il numero tre è un simbolo dinamico di moto e di cambiamento e soprattutto un simbolo di rinnovamento.

La regola come mappa era diventata inservibile. Eppure era inconcepibile che ci fosse un errore. Don Juan e i suoi guerrieri sostenevano che il potere non commette errori. Esaminavano la

questione nei loro sogni e nelle loro visioni. Si chiedevano se per caso non fossero stati troppo frettolosi, e semplicemente non avessero visto che le tre donne e i tre uomini erano incapaci.

Don Juan mi confidò che gli si erano presentati due importanti quesiti. Uno riguardava il problema pratico della nostra presenza fra di loro. L’altro il principio della validità della regola. Il loro benefattore li aveva portati alla certezza che la regola contemplasse tutto quanto potesse interessare un guerriero. Non li aveva preparati all’eventualità che la regola potesse rivelarsi inefficace.

La Gorda diceva che le donne del seguito di don Juan non avevano mai avuto problemi nei miei riguardi; erano solo gli uomini a essere perplessi. Per gli uomini era incomprensibile e inaccettabile che la regola, nel mio caso, fosse incoerente. Le donne invece erano certe che prima o poi la ragione della mia presenza fra loro si sarebbe chiarita. Avevo osservato che le donne si mantenevano distaccate dal tumulto emotivo, sembravano del tutto indifferenti, quale che fosse la conclusione. Pareva che sapessero, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il mio caso doveva inserirsi in qualche modo nella regola. Dopo tutto li avevo sicuramente aiutati accettando il mio ruolo. Grazie alla donna Nagual e a me, don Juan e la sua compagnia avevano completato il loro ciclo ed erano quasi liberi.

Alla fine la risposta giunse tramite Silvio Manuel. La sua vista gli rivelò che le tre sorelline e i Genaros non erano incapaci; caso mai ero io a non essere il Nagual giusto per loro. Non riuscivo a guidarli perché avevo una configurazione insospettata che non si adattava al modello stabilito dalla regola, una configurazione che don Juan, come veggente, si era lasciato sfuggire. Il mio corpo luminoso dava l’impressione di avere quattro compartimenti, mentre in realtà ne aveva solo tre. C’era un’altra regola per quello che chiamavano un “Nagual triforcuto”. Il mio caso rientrava in quest’altra regola. Silvio Manuel disse che io ero come un uccello covato dal tepore e dalle attenzioni di volatili di un’altra specie. Tutti erano ancora tenuti ad aiutarmi, così come anch’io ero tenuto a far di tutto per loro, tuttavia il mio posto era altrove.

Don Juan si assunse la responsabilità del mio caso, poiché era stato lui a portarmi tra loro; ma la mia presenza li obbligò tutti a sforzarsi al massimo per trovare due cose: una spiegazione del mio

ruolo nel gruppo, e una soluzione al problema di che cosa fare in proposito.

Silvio Manuel trovò molto presto un modo per farmi sloggiare dalla compagnia. Si assunse il compito di dirigere questo progetto, ma poiché non aveva la pazienza e l’energia di trattare con me di persona, affidò a don Juan il compito di fargli da sostituto. L’intenzione di Silvio Manuel era di prepararmi al momento in cui si sarebbe reso disponibile un messaggero, uomo o donna, con la regola relativa al Nagual triforcuto. Disse che non era suo compito rivelare quella parte della regola. Dovevo attendere il momento giusto proprio come lo dovevano attendere tutti gli altri.

C’era ancora un altro problema serio, che aumentava la confusione. Riguardava la Gorda, e alla lunga anche me. La Gorda era stata accettata nella mia compagnia come una donna meridionale. Don Juan e il resto dei suoi veggenti l’avevano attestato. La Gorda sembrava far parte della stessa categoria di Cecilia, Delia e delle due messaggere. Le somiglianze erano innegabili. Poi la Gorda perse tutto il suo peso superfluo e dimagrì fino a diventare metà di ciò che era stata prima. Il cambiamento fu così radicale e profondo che divenne un’altra.

Per un bel pezzo nessuno l’aveva notata solo perché tutti gli altri guerrieri erano troppo preoccupati con le mie difficoltà per fare attenzione a lei. Ma il suo cambiamento fu così radicale che furono obbligati a rivolgere l’attenzione su di lei, e quel che videro fu che non era per nulla una donna meridionale. In precedenza la voluminosità del suo corpo aveva ingannato la loro vista. Si ricordarono allora che fin dal primo momento del suo arrivo fra loro la Gorda non era riuscita ad andare veramente d’accordo con Cecilia, Delia e le altre donne meridionali. Invece era contenta e si trovava a suo completo agio in compagnia di Nelida e Florinda, perché in realtà era sempre stata come loro. Questo significava che c’erano due sognatrici settentrionali nella mia compagnia, la Gorda e Rosa — una vistosa discordanza con la regola.

Don Juan e i suoi guerrieri erano più che perplessi. Interpretavano l’accaduto come un segno di malaugurio, un’indicazione che le cose avevano preso un corso imprevedibile. Poiché non potevano accettare l’ipotesi che un errore umano avesse offuscato la regola, credettero di

essere stati spinti nell’errore da un ordine superiore, per una ragione difficile da individuare ma reale.

Dibattevano la questione della prossima mossa da fare, ma prima che qualcuno proponesse una soluzione comparve sulla scena una vera donna meridionale, dona Soledad, con un impeto tale da rendere loro impossibile rifiutarla. Corrispondeva alla regola: era una cacciatrice.

La sua presenza ci distrasse per un po’. Per un certo tempo sembrò che stesse per portarci tutti su un altro altopiano. Creò un forte movimento. Florinda la prese sotto la sua protezione per insegnarle l’arte dell’agguato. Ma nonostante la sua utilità, tutto questo non bastava a por rimedio a una perdita di energia che mi colpiva, a una svogliatezza che sembrava aumentare.

Finché un giorno Silvio Manuel non disse di aver ricevuto in sogno un piano magistrale. Era esultante e cominciò a discutere i particolari con don Juan e gli altri guerrieri. La donna Nagual partecipava alle loro discussioni, ma io no. Questo mi fece sospettare che non volessero che io sapessi cosa aveva scoperto su di me Silvio Manuel.

Spiattellai a tutti loro i miei sospetti e tutti mi risero in faccia, tranne la donna Nagual, che mi disse che avevo ragione. Il sogno di Silvio Manuel aveva rivelato il motivo della mia presenza tra di loro, ma mi dovevo rassegnare al destino che non voleva che conoscessi la natura del mio compito finché non fossi pronto ad affrontarlo.

C’era una tale determinazione nel suo tono che non mi rimase che accettare le sue parole senza far domande. Penso che non mi sarei rassegnato così facilmente se la stessa cosa mi fosse stata detta da don Juan o da Silvio Manuel. Lei disse inoltre che non era d’accordo con don Juan e gli altri —pensava che dovessi essere informato dello scopo generale delle loro azioni, se non altro per evitare inutili attriti e ribellioni.

Silvio Manuel intendeva prepararmi al mio compito portandomi direttamente nella seconda attenzione. Preparammo una serie di audaci azioni che avrebbero galvanizzato la mia consapevolezza.

In presenza di tutti gli altri mi disse che avrebbe assunto lui la mia guida e mi avrebbe trasferito nella sua area di potere, la notte. La spiegazione che diede fu che nel sogno gli si erano presentati parecchi

non-fare. Erano destinati a una squadra di azione che comprendeva la Gorda e me, e la donna Nagual come sorvegliante.

Silvio Manuel era affascinato dalla donna Nagual, per la quale aveva solo parole di ammirazione. Diceva che apparteneva a una categoria tutta speciale. Poteva stare alla pari con lui o con qualsiasi altro guerriero della sua compagnia. Mancava di esperienza, ma poteva dirigere la propria attenzione dove le fosse piaciuto. Silvio Manuel confessava che la sua bravura rappresentava per lui un mistero profondo quanto la mia presenza nel gruppo, e che la sua risolutezza e la sua convinzione erano così profonde che io non potevo assolutamente starle a pari. Difatti chiese alla Gorda di offrirmi un’assistenza particolare in modo ch’io potessi sopportare il contatto con la donna Nagual.

Silvio Manuel costruì, per il nostro primo non-fare, una cassa di legno di dimensioni sufficienti a contenere la Gorda e me, seduti schiena Contro schiena, con le ginocchia piegate. La cassa aveva un coperchio fatto a graticcio per lasciar passare l’aria. La Gorda e io dovevamo infilarci là dentro e metterci a sedere nel buio totale e in assoluto silenzio, senza addormentarci. Cominciò col farci entrare nella cassa per brevi periodi; poi, mano a mano che ci abituavamo a quella procedura, allungò i tempi finché riuscivamo a passare là dentro una notte intera senza muoverci o appisolarci.

La donna Nagual restava con noi per assicurarsi che per la fatica non cambiassimo livello di consapevolezza Silvio Manuel diceva che la nostra tendenza naturale in condizioni non abituali è di passare dallo stato di intensa percezione alla normale consapevolezza e viceversa.

Ogni volta che lo praticavamo, l’effetto generale del non-fare era quello di darci una sensazione ineguagliabile di riposo, il che era per me un mistero totale, visto che durante queste lunghe veglie non cadevamo mai addormentati. Attribuivo questa sensazione di riposo al fatto che eravamo in uno stato di intensa percezione, ma Silvio Manuel disse che queste due cose erano indipendenti l’una dall’altra, e che il senso di riposo era dovuto allo star seduti con le ginocchia piegate.

Il secondo non-fare consistette nel farci sdraiare a terra, come cani acciambellati, quasi in posizione fetale, sul fianco sinistro, con la

fronte poggiata sulle braccia piegate. Silvio Manuel insisteva a farci tenere gli occhi chiusi il più a lungo possibile, aprendoli solo quando lui ci diceva di cambiar posizione e sdraiarci sul fianco destro. Ci disse che scopo di questo non-fare era di farci separare le sensazioni acustiche da quelle visive. Come prima, aumentò a poco a poco la durata delle sedute finché non riuscimmo a trascorrere tutta la notte in una veglia uditiva.

Poi Silvio Manuel fu pronto a introdurci in un nuovo campo di attività. Ci spiegò che nei primi due non-fare mentre eravamo schiacciati contro il terreno avevamo infranto una barriera percettiva. Per analogia, paragonò gli esseri umani agli alberi. Noi siamo come alberi mobili. Siamo in un certo senso radicati al terreno; possiamo trasportare le nostre radici, ma questo non ci rende indipendenti dal suolo. Disse che per ristabilire l’equilibrio dovevamo compiere il terzo non-fare stando sospesi in aria. Se riuscivamo a incanalare il nostro intento mentre eravamo appesi a un albero in una imbracatura di cuoio, avevamo composto un triangolo con il nostro intento, un triangolo con la base sulla terra e il vertice nell’aria. Silvio Manuel pensava che con i primi due non-fare avevamo concentrato la nostra attenzione a un punto tale che il terzo l’avremmo svolto alla perfezione fin dal primo tentativo.

Una notte sospese la Gorda e me in due diverse imbracature fatte come dei seggiolini volanti. Ci sedemmo dentro e fummo sollevati con una carrucola nel punto più alto di un grosso ramo d’un maestoso albero. Volle che facessimo attenzione alla consapevolezza dell’albero, che, ci disse, ci avrebbe inviato segnali perché eravamo suoi ospiti. Fece rimanere a terra la donna Nagual, perché per tutta la notte ci chiamasse per nome di tanto in tanto.

Mentre eravamo sospesi all’albero le innumerevoli volte in cui ci esercitammo in questo non-fare, provammo un meraviglioso flusso di sensazioni fisiche, come lievi scariche di impulsi elettrici. Durante i primi tre o quattro tentativi, fu come se l’albero protestasse contro la nostra intrusione; in seguito gli impulsi divennero segnali di pace e di equilibrio. Siivio Manuel ci disse che la consapevolezza dell’albero trae il proprio nutrimento dalla profondità della terra, mentre quella delle creature mobili lo ricava dalla sua superficie. Non c’è alcuna

sensazione di conflitto in un albero, mentre gli esseri mobili ne sono pieni fino agli occhi.

Egli asseriva che la percezione è profondamente scossa se siamo in stato di quiete al buio. Il nostro udito allora prende il sopravvento e i segnali provenienti dalle entità che vivono e vegetano intorno a noi possono essere individuati non solo con l’udito ma anche con una combinazione del senso uditivo e visivo, nell’ordine. Diceva che nel buio, specie se si è sospesi, gli occhi sono sussidiari alle orecchie.

Aveva ragione in tutto, come la Gorda e io scoprimmo. Esercitando il terzo non-fare, Silvio Manuel diede una nuova dimensione alla nostra percezione del mondo circostante.

Poi disse alla Gorda e a me che il seguente gruppo di tre non-fare sarebbe stato intrinsecamente diverso e più complesso. Riguardava infatti l’apprendimento a stabilire e mantenere contatti con l’altro mondo. Per portare al massimo il loro effetto era necessario spostare il nostro tempo d’azione alle ultime luci della sera o alle prime dell’alba. Egli ci disse anche che il primo non-fare del secondo gruppo si componeva di due stadi. Nel primo noi dovevamo portarci all’estremo limite d’intensità della nostra percezione fino a poter scorgere il muro di nebbia. Una volta conseguito questo, il secondo stadio consisteva nel bloccare la rotazione del muro per poter avventurarsi nel mondo tra le linee parallele.

Ci fece sapere che mirava a trasferirci direttamente nella seconda attenzione senza alcuna preparazione intellettuale. Voleva che ne apprendessimo le difficoltà senza razionalizzare quel che facevamo. La sua tesi era che un daino o un coyote magico trattino la seconda attenzione pur non avendo alcuna facoltà intellettiva. Costretti a forzosi viaggi dietro il muro di nebbia, avremmo subìto, prima o poi, un’alterazione permanente della totalità del nostro essere, un’alterazione che ci avrebbe fatto accettare la nozione che il mondo tra le linee parallele è reale in quanto è parte del mondo totale, come il nostro corpo luminoso è parte del nostro essere totale.

Silvio Manuel disse anche che stava usando la Gorda e me per sondare la possibilità che noi riuscissimo un giorno ad aiutare altri apprendisti scortandoli fino all’altro mondo, nel qual caso essi avrebbero potuto unirsi al Nagual Juan Matus e ai suoi nel viaggio definitivo. Pensava che, visto che la donna Nagual doveva lasciare

questo mondo insieme al Nagual Juan Matus e ai suoi guerrieri, gli apprendisti dovevano seguirla perché rappresentava la loro nuova guida in mancanza di un Nagual maschio. Ci ripeté che lei faceva assegnamento su di noi ed era per questo che controllava il nostro operato.

Silvio Manuel ci fece sedere per terra, dietro la casa, nel posto dove avevamo eseguito tutti i nostri non-fare. La Gorda e io non avemmo bisogno dell’aiuto di don Juan per entrare nell’intensità più acuta della percezione. Quasi subito vidi il muro di nebbia, e così pure la Gorda; ma per quanto facessimo, non riuscimmo a bloccarne la rotazione. Ogni volta che io muovevo la testa, il muro ne seguiva i movimenti.

La donna Nagual riuscì a bloccarlo e ad attraversarlo da sola, ma nonostante tutti i suoi sforzi non le riuscì di portarci con sé. Infine don Juan e Silvio Manuel dovettero fermare il muro in nostra vece e spingerci fisicamente per farcelo attraversare. La sensazione che provai entrando nel muro di nebbia fu che il mio corpo fosse strizzato e ritorto come i canapi di una fune.

Al di là ci trovammo in una pianura orribile e desolata con piccole, rotonde dune di sabbia. Intorno basse nuvole ocra, ma non c’era cielo né orizzonte. Banchi di vapore giallino ci impedivano la visibilità. Avevamo difficoltà a camminare. La pressione pareva maggiore di quella cui il mio corpo era abituato. La Gorda e io ci muovevamo senza una meta precisa, mentre la donna Nagual pareva sapesse esattamente dove andare. Più ci allontanavamO dal muro, più si faceva buio e più difficili diventavano i movimenti. La Gorda e io non riuscivamo più a camminare diritti. Dovevamo strisciare. Persi tutte le forze e le perse anche la Gorda; la donna Nagual dovette trascinarci lei di nuovo fino al muro e farcelo riattraversare.

Ripetemmo quel viaggio infinite volte. Le prime fummo aiutati a fermare il muro di nebbia da don Juan e da Silvio Manuel, ma poi la Gorda e io diventammo quasi bravi come la donna Nagual. Imparammo a fermare la rotazione di quel muro e tutto accadde in modo molto naturale. Una volta mi accorsi che la chiave stava nel mio intento, un aspetto particolare del mio intento in quanto non era la volizione a me ben nota, Si trattava di un desiderio intenso che era incentrato nel punto mediano del mio corpo, una particolare nervosità

che mi faceva rabbrividire tramutandosi poi in una forza che in realtà non fermava il muro, ma faceva girare involontariamente una parte del mio corpo di novanta gradi a destra. Il risultato era che per un attimo avevo due punti di vista. Vedevo il mondo diviso in due dal muro di nebbia e nello stesso tempo avevo dinanzi un banco di vapore giallastro. Poi questa seconda visione divenne predominante e qualcosa mi attirò nella nebbia facendomela attraversare.

Apprendemmo anche a considerare reale quel luogo; il nostro viaggio acquistò per noi la stessa fattualità di una escursione in montagna o di una gita in barca a vela. La pianura desertica con i tumuli somiglianti a dune di sabbia era per noi reale come una qualsiasi altra parte del mondo.

La Gorda e io avevamo la sensazione razionale che noi tre si passasse un’eternità nel mondo tra le linee parallele, eppure non riuscivamo a ricordare con esattezza quel che accadeva laggiù. Ricordavamo solo i terribili momenti del distacco per far ritorno al mondo della vita quotidiana. Era sempre un attimo di angoscia tremenda e di grande insicurezza.

Don Juan e i suoi guerrieri seguivano i nostri tentativi con molta curiosità, l’unico stranamente assente da tutte le nostre attività era Eligio. Benché egli stesso guerriero impareggiabile e non da meno di quelli del seguito di don Juan, egli non prese mai parte alle nostre lotte, né ci diede mai alcun aiuto.

La Gorda disse che Eligio era riuscito ad attaccarsi a Emilito e, suo tramite, direttamente al Nagual Juan Matus. Non divise mai il nostro problema perché lui praticava la seconda attenzione con un’estrema facilità. Per lui, passare al di là dei confini della seconda attenzione era facile come bere un bicchier d’acqua.

La Gorda mi ricordò di quando l’insolita abilità di Eligio le aveva fatto scoprire che io non ero il loro uomo, molto tempo prima che qualcuno degli altri avesse il sia pur minimo sospetto della verità.

Ero seduto sotto al portico, sul retro della casa di Vicente, nel Messico settentrionale quando all’improvviso spuntarono Emilito ed Eligio. Tutti davano per scontato che Emilito dovesse scomparire per lunghi periodi; quando riappariva, tutti davano per altrettanto scontato che tornasse da un lungo viaggio. Nessuno gli faceva domande. Egli

soleva riferire le novità a don Juan per primo e poi a chiunque volesse sentirle.

Quel giorno era come se Emilito ed Eligio fossero appena entrati in casa dalla porta sul retro. Emilito esuberante come sempre, Eligio al solito cupo e introverso. Quando erano insieme non potevo fare a meno di pensare che la solare personalità di Emilito sopraffaceva Eligio, facendolo apparire ancor più tetro.

Emilito entrò in casa, cercando don Juan, ed Eligio si aprì con me. Sorrise, venendomi a fianco; mi mise un braccio intorno alle spalle e, avvicinando la bocca all’orecchio, mi sussurrò che aveva spezzato il sigillo delle linee parallele e riusciva a penetrare in qualcosa che Emilito aveva definito gloria.

Eligio s’addentrò nella spiegazione di alcuni attributi della gloria che io non riuscivo a comprendere. Avevo l’impressione che la mia mente riusciva solo a mettere a fuoco ciò che stava intorno a quell’evento. Dopo questa sua spiegazione, Eligio mi prese per mano e mi fece stare al centro del patio a contemplare il cielo con il mento volto appena in su. Si mise alla mia destra, assumendo la mia stessa posizione. Mi disse di abbandonarmi e lasciarmi cadere all’indietro, favorito dal peso stesso del capo. Qualcosa mi afferrò alle spalle e mi tirò giù. C’era un abisso dietro di me e io vi precipitai. A un tratto mi trovai nella pianura desolata con cumuli tondeggianti come dune.

Eligio mi spronava a seguirlo. Mi disse che il limitare della gloria cominciava al di là delle colline. Camminai con lui finché non fui più in grado di muovermi. Mi correva davanti senza alcuno sforzo, come se fosse fatto di aria. Si fermò sul colmo di un’ampia collina, indicando lontano. Tornò da me correndo, supplicandomi di strisciare fino in vetta, poiché era lì che cominciava la gloria. Distava solo una trentina di metri, ma io non riuscivo a muovermi di un solo centimetro.

Cercò di trascinarmi su per la collina, ma non riuscì neanche a spostarmi. Pareva che il mio peso si fosse centuplicato. Alla fine Eligio fu costretto a chiamare don Juan e i suoi. Cecilia mi issò in spalla e mi portò su.

La Gorda aggiunse che Eligio era stato spinto a questo da Emilito, ed Emilito procedeva secondo la regola. Il mio messaggero aveva

compiuto il viaggio fino alla gloria. Era prescritto che mi mostrasse il cammino.

Potevo ricordare l’impazienza nel volto di Eligio e il fervore con il quale m’invitava a fare un ultimo sforzo per vedere la gloria. Ricordavo anche la tristezza e il disappunto mostrati quando io non ci riuscii. Non mi rivolse più la parola.

La Gorda e io eravamo stati così presi dal nostro viaggio al di là del muro di nebbia da dimenticare che eravamo attesi da Silvio Manuel per un’altra serie di non-fare. Ci disse che poteva esserci fatale e che consisteva nell’attraversare le linee parallele con le tre sorelline e i tre Genaros, fino a entrare direttamente nel mondo della consapevolezza totale. Egli non includeva dona Soledad perché il suo non-fare era solo per i sognatori, mentre lei era una cacciatrice.

Silvio Manuel aggiunse che s’aspettava che ci familiarizzassimo con la terza attenzione mettendoci sempre più spesso ai piedi dell’Aquila. Ci preparò al balzo; ci spiegò che i viaggi tra le desolate dune di sabbia erano per i guerrieri uno stadio preparativo al reale passaggio dei confini. Avventurarsi al di là del muro di nebbia mentre si è in uno stato di intensa percezione o si sta sognando richiede solo una parte della consapevolezza totale, mentre passare fisicamente nell’altro mondo comporta un impegno del nostro essere totale.

Silvio Manuel aveva avuto l’idea di usare il ponte come simbolo di un reale passaggio. Riteneva che il ponte fosse adiacente a un luogo di potere; e i luoghi di potere sono crepacci, aperture verso l’altro mondo. Pensava fosse possibile che la Gorda e io avessimo acquisito abbastanza forza da poter resistere a un’occhiata dell’Aquila.

Annunciò che era mio dovere personale radunare le tre donne e i tre uomini e aiutarli a raggiungere il più acuto stato di percezione. Era il minimo che potessi fare, visto che forse ero stato determinante per togliere loro le occasioni di conquistare la libertà.

Spostò il nostro tempo d’azione all’ora immediatamente prima dell’alba, cioè nella luce indistinta del mattino. Com’era mio dovere tentai di far loro cambiare livello di consapevolezza, come faceva don Juan con me e poiché non avevo idea di come maneggiare i corpi né di quel che dovevo veramente fare loro, finii col picchiarli sulla schiena. Dopo diversi estenuanti tentativi da parte mia, intervenne finalmente don Juan. Li preparò nel migliore dei modi e me li

consegnò perché li guidassi come un gregge fino al ponte. Era mio compito farlo attraversare a tutti, uno alla volta. Il luogo di potere era sul lato sud, presagio molto promettente. Silvio Manuel intendeva attraversare per primo, aspettare che io glieli consegnassi a uno a uno e poi scortarci in gruppo nell’ignoto.

Silvio Manuel attraversò, seguito da Eligio, che non mi degnò di uno sguardo. Io tenevo i sei apprendisti in un piccolo gruppo sul lato nord del ponte. Erano tutti terrorizzati: si liberarono della mia stretta e presero a correre in direzioni diverse. Afferrai le tre donne una per una e riuscii a consegnarle a Silvio Manuel. Egli le trattenne davanti all’apertura tra i mondi. I tre uomini erano troppo veloci per me e io troppo stanco per inseguirli.

Guardai verso don Juan, dall’altra parte del ponte, perché mi desse indicazioni. Con il resto del suo gruppo e la donna Nagual stavano tutti raccolti a guardarmi; mi avevano incitato a gesti a inseguire sia le donne sia gli uomini, ridendo dei miei tentativi maldestri. Don Juan con un cenno del capo m’invitò a non curarmi dei tre uomini e ad attraversare il ponte fin dov’era Silvio Manuel con la Gorda.

Attraversammo. Sembrava che Silvio Manuel ed Eligio tenessero i lembi di una fessura verticale, alta quanto un uomo. Le donne corsero a nascondersi dietro la Gorda. Silvio Manuel ci sollecitò a entrare nell’apertura. Io gli obbedii, ma le donne no. Al di là dell’entrata non c’era nulla. Eppure era pieno fino a scoppiare di qualcosa che era il nulla. Avevo gli occhi aperti, i sensi bene all’erta. Feci sforzi inauditi per cercar di vedere dinanzi a me, ma dinanzi a me non c’era nulla. O, se c’era qualcosa, io non ero in grado di scorgerlo. I miei sensi non avevano quella divisione che avevo appreso a consi- derare significativa. Tutto mi si presentava nello stesso momento o piuttosto il nulla incombeva fino a raggiungere un grado che non avevo mai provato prima né provai dopo. Sentii che qualcuno stava dilaniando il mio corpo. Una forza che partiva da dentro di me premeva verso l’esterno. Stavo per scoppiare, e non in senso figurato. All’improvviso sentii una mano umana strapparmi di lì prima che mi disintegrassi.

La donna Nagual aveva attraversato il ponte per salvarmi. Eligio non aveva potuto muoversi perché teneva aperta la fessura mentre

Silvio Manuel, afferrate le donne per i capelli, ne aveva due per ogni mano, pronto a scaraventarle dentro.

Presumo che l’intero episodio sia durato almeno un quarto d’ora, ma devo dire che non mi accadde mai di pensare a quelli che erano vicino al ponte. Mi pareva che il tempo si fosse in un certo senso fermato. Proprio come si era fermato quando, ritornando a Città del Messico, eravamo passati di nuovo dal ponte.

Silvio Manuel disse che benché il mio tentativo potesse sembrare un fallimento, era stato un successo totale. Le quattro donne avevano visto la fessura e attraverso di essa avevano avuto una visione dell’altro mondo. Ciò che io avevo sperimentato laggiù era un vero senso di morte.

« Non c’è nulla di meraviglioso o rasserenante nella morte » mi disse. « Perché il vero terrore comincia morendo. Con quella incalcolabile forza che hai provato là dentro, l’Aquila ti spremerà ogni scintilla di consapevolezza che tu abbia mai posseduto. »

Silvio Manuel preparò la Gorda e me a un altro tentativo. Ci spiegò che i luoghi di potere sono veri e propri buchi in una specie di calotta che tiene il mondo in forma. Un luogo di potere può essere utilizzato purché si sia messa insieme abbastanza forza nella seconda attenzione. Egli ci disse anche che la chiave per sopportare la presenza dell’Aquila stava nella potenza del proprio intento. All’infuori dell’intento, non c’era null’altro. Mi disse che, visto che ero l’unico che fosse penetrato nell’altro mondo, quel che mi aveva quasi ucciso era stata la mia incapacità di cambiare l’intento. Egli comunque confidava che noi tutti, con esercizi forzati, saremmo riusciti a rafforzare il nostro intento. Non era però in grado di spiegarmi quel che era l’intento. Disse scherzando che solo il Nagual Juan Matus avrebbe potuto farlo, ma non era in circolazione.

Sfortunatamente il nostro secondo tentativo non ebbe luogo, perché io mi svuotai d’ogni energia. Fu una rapida e terribile perdita di vitalità. Di colpo m’indebolii al punto da svenire a casa di Silvio Manuel.

Chiesi alla Gorda se lei sapeva quel che era accaduto dopo: io non ne avevo la minima idea. La Gorda disse che Siivio Manuel aveva detto a tutti che l’Aquila mi aveva scacciato dal loro gruppo e che io ero finalmente pronto a farmi preparare da loro per portare a termine i

disegni del fato. Egli progettava di condurmi nel mondo delle linee parallele mentre ero fuori conoscenza, lasciando che quel mondo assorbisse tutte le restanti, inutili energie del mio corpo. Secondo il parere dei suoi compagni l’idea era buona in quanto la regola dice che ci si dovrebbe entrare solo in piena consapevolezza. Entrare altrimenti porta morte, perché senza consapevolezza la forza vitale si esaurisce con la pressione fisica di quel mondo.

La Gorda aggiunse che non avevano preso anche lei, con me, ma il Nagual Juan Matus le aveva detto che, una volta svuotato d’energia vitale, praticamente morto, tutti avrebbero fatto a turno a soffiarmi in corpo nuova energia. In quel mondo, chiunque abbia la forza della vita può trasmetterla ad altri alitandogliela addosso. Basta soffiare dove sono dislocati i punti di deposito. Il primo a soffiare fu Silvio Manuel, poi la donna Nagual. Quel che mancava fu completato dai componenti il seguito del Nagual Juan Matus.

Dopo che ebbero soffiato in me la loro energia, la donna Nagual mi riportò fuori dalla nebbia fino alla casa di Silvio Manuel. Mi depose a terra con la testa verso sud-est. La Gorda disse che sembravo morto. C’erano anche le tre sorelline e i Genaros, e la donna Nagual spiegò loro che stavo male, ma che sarei tornato un giorno per aiutarli a trovare la libertà, perché neanch’io sarei stato libero fino a quel momento. Silvio Manuel allora mi respirò in volto e mi riportò in vita. Ecco perché lei e le tre sorelline ricordavano che era lui il mio maestro. Mi portò a letto e mi fece dormire, come se non fosse successo niente. Quando mi svegliai, partii e non tornai più lì. Lei poi aveva dimenticato perché nessuno l’aveva più spinta di nuovo nel lato sinistro. Se ne era andata ad abitare in quella città dove più tardi l’avevo trovata insieme agli altri. Il Nagual Juan Matus e Genaro avevano costituito due diversi gruppi familiari. Genaro s’occupava degli uomini e il Nagual Juan Matus badava alle donne.

Me n’ero andato a letto sentendomi depresso, debole. Quando mi svegliai avevo ripreso il controllo di me, mi sentivo su di giri, pieno d’una energia insolita e meravigliosa. Il mio stato di grazia era turbato solo dalle parole con le quali don Juan mi ripeteva che dovevo lasciare la Gorda e lottare da solo per perfezionare la mia attenzione, fino a quando non avrei potuto ritornare ad aiutarla. Egli mi disse anche di

non impazientirmi o scoraggiarmi, perché chi mi avrebbe portato la regola si sarebbe fatto conoscere così da rivelarmi il mio vero compito.

Dopo, non vidi don Juan per moltissimo tempo. Al mio ritorno, continuò a farmi cambiare dalla consapevolezza del lato destro a quella del lato sinistro e per due scopi: primo, perché io potessi continuare il rapporto con i suoi guerrieri e la donna Nagual e poi perché lui potesse mettermi sotto il diretto controllo di Zuleica, con cui ebbi una continua interazione per tutti i rimanenti anni della mia associazione con don Juan.

Egli mi disse che il motivo per cui doveva affidarmi a Zuleica era che secondo il piano di Silvio Manuel per me si prevedevano due tipi di istruzione, una per il lato destro, l’altra per il sinistro. L’istruzione del lato destro riguardava lo stato di consapevolezza normale e doveva condurmi alla razionale convinzione che esiste un altro tipo di percezione negli esseri viventi. Don Juan era incaricato di questa istruzione. Quella del lato sinistro era stata affidata a Zuleica. Si collegava allo stato di intensa percezione e si riferiva esclusivamente all’uso della seconda attenzione. Così ogni volta che andavo in Mes- sico passavo metà del mio tempo con Zuleica e l’altra metà con don Juan.

13

LE COMPLESSITÀ DEL SOGNARE

Don Juan iniziò ad avviarmi nella seconda attenzione dicendomi che io avevo già fatto numerose esperienze in questo senso. Silvio Manuel mi aveva portato proprio sulla soglia. L’errore era stato di non fornirmi basi logiche appropriate. I guerrieri maschi devono avere serie ragioni per avventurarsi con tutta sicurezza nell’ignoto. Le guerriere non sono soggette a questo e possono andare senza esitazione, purché abbiano piena fiducia in chi fa loro da guida.

Mi disse che dovevo cominciare dall’imparare, per prima cosa, le complessità del sognare. Mi pose quindi sotto la supervisione di Zuleica, ammonendomi di essere impeccabile e di praticare puntigliosamente quanto apprendevo e, soprattutto, d’essere cauto e preciso nelle mie azioni per non esaurire invano la forza vitale. Mi disse che è questo il requisito necessario a entrare in uno qualunque dei tre stadi dell’attenzione, poiché senza la forza vitale i guerrieri non possono avere scopo e direzione. Mi spiegò che, morendo, anche la nostra consapevolezza entra nella terza attenzione; ma solo per un istante, come azione purificatrice, appena prima che l’Aquila se la divori.

La Gorda disse che il Nagual Juan Matus aveva fatto imparare a sognare a tutti i suoi apprendisti. Le sembrava che avessero avuto questo compito contemporaneamente a quando lo avevo avuto io. Anche la loro istruzione era divisa in destra e sinistra. Lei disse che il Nagual e Genaro provvedevano all’istruzione per lo stato di consapevolezza normale.

Quando ritenevano che gli apprendisti fossero pronti, il Nagual li faceva trasferire a uno stato di percezione più intensa e li lasciava con le rispettive controparti. Vicente insegnava a Nestor, Silvio Manuel a

Benigno, Genaro a Pablito, Hermelinda a Lydia e Nelida a Rosa. La Gorda aggiunse che lei stessa e Josefina furono affidate a Zuleica per apprendere insieme i punti più elaborati del sognare in modo da potermi essere di aiuto, un giorno.

Oltre a ciò, la Gorda arguì per suo conto che gli uomini erano anche portati da Florinda per apprendere l’arte dell’agguato. Prova ne fu il loro drastico mutamento di condotta. Lei affermava di sapere, prima ancora di ricordare, che le erano stati insegnati i princìpi dell’agguato, ma in un modo molto superficiale; non le avevano fatto fare alcuna pratica, mentre agli uomini erano stati dati compiti e concetti realistici. Lo provava il mutato comportamento: erano diventati allegri e gioviali. Si godevano la vita, mentre lei e le altre donne, causa il sognare, diventavano sempre più cupe e immusonite.

La Gorda credeva che gli uomini non fossero riusciti a ricordare quel che avevano appreso quando io li avevo pregati di rivelarmi ciò che sapevano sull’arte dell’agguato, perché la praticavano senza sapere quello che facevano. Ma la loro esperienza si rivelava comunque nei rapporti con le persone. Erano diventati consumati esperti nel piegare tutti ai loro voleri. Praticando l’agguato gli uomini avevano perfino appreso la follia controllata. Per esempio, si comportavano come se Soledad fosse la madre di Pablito. A uno spettatore qualunque poteva sembrare che fossero madre e figlio in conflitto fra loro, mentre in realtà stavano recitando una parte. Avreb- bero convinto chiunque. A volte Pablito metteva su una scena tale da convincere perfino se stesso.

La Gorda mi confessò che tutti erano più che sconcertati dal mio comportamento. Non sapevano se fossi pazzo oppure maestro di follia controllata. Le manifestazioni esteriori indicavano che io credevo al loro scherzo. Soledad li avvertì di non farsi giocare, perché io ero matto davvero. Sembrava che possedessi un certo controllo, ma ero così anormale che non riuscivo a comportarmi come un Nagual. Lei impegnò tutte le donne a inferirmi un colpo mortale, dicendo che l’avevo richiesto io stesso quando ero ancora in possesso delle mie facoltà mentali.

La Gorda mi disse che le ci erano voluti parecchi anni, sotto la guida di Zuleica, per apprendere a sognare. Quando il Nagual Juan Matus l’ebbe giudicata competente, la portò infine alla sua vera

controparte, Nelida. Fu Nelida a mostrarle come comportarsi nel mondo. Le insegnò non solo a portare con disinvoltura abiti occidentali, ma ad avere buon gusto. Così, quando a Oaxaca aveva indossato abiti da città e mi aveva stupito per lo charme e il portamento, era già esperta in quella trasformazione.

Zuleica si dimostrò molto efficace per guidarmi nella seconda attenzione. Insisté che la nostra interazione si svolgesse unicamente di notte e nel buio totale. Per me Zuleica era solo una voce nell’oscurità, una voce che iniziava il contatto dicendomi di concentrare la mia attenzione sulle sue parole e null’altro. Era la stessa voce che la Gorda pensava di udire quando sognava.

Zuleica mi disse che, se si sogna in casa, è meglio farlo nell’oscurità più completa, seduti o sdraiati su un lettuccio stretto o, meglio ancora, in un lettino simile a una bara. Secondo lei, per sognare fuori di casa, si doveva cercare la protezione di una caverna, di zone sabbiose vicino a polle d’acqua, oppure bisognava sedersi contro una roccia, in montagna e mai sul terreno pianeggiante delle valli o vicino a fiumi, laghi o al mare, perché le aree piane sono, come l’acqua, antitetiche alla seconda attenzione.

Ognuno dei nostri incontri era permeato di misteriosi sottintesi. Lei mi spiegò che il modo più sicuro di vincere subito la seconda attenzione ~ ricorrere ad atti rituali, a litanie monotone, a movimenti intricati e ripetitivi.

I suoi insegnamenti non includevano i preliminari del sognare, che mi erano già stati spiegati da don Juan. Lei dava per scontato che chiunque andasse da lei conoscesse già l’arte del sognare, così da occuparsi esclusivamente di punti esoterici della consapevolezza del lato sinistro.

Le istruzioni di Zuleica cominciarono il giorno che don Juan mi portò da lei. Vi arrivammo nel tardo pomeriggio. Il posto sembrava deserto, anche se il portone s’era aperto mentre ci avvicinavamo. Mi aspettavo di vedere Zoila o Marta, ma all’ingresso non c’era nessuno. Sentivo che chiunque ci avesse aperto s’era anche tolto di mezzo molto in fretta. Don Juan entrò e mi fece strada fino al patio, facendomi sedere su una cassa da imballaggio che, con un cuscino sopra, era stata trasformata in una panca. Come sedile era molto scomodo, duro e tutto protuberanze. Passai la mano sotto al cuscino

sottile e trovai dei sassi aguzzi. Don Juan disse che la mia situazione era fuori dell’ordinario poiché dovevo imparare in fretta gli estremi del sognare. Sedere su una superficie dura era un aiuto per far sentire al mio corpo che non si trovava in posizione normale. Alcuni minuti prima di arrivare alla casa, don Juan mi aveva fatto cambiare livello di consapevolezza. Mi aveva detto che l’istruzione di Zuleica doveva svolgersi in quello stato perché io potessi avere la velocità di cui avevo bisogno. Mi raccomandò di abbandonarmi a Zuleica, fidandomi implicitamente. Poi mi ordinò di concentrare lo sguardo con tutto il raccoglimento di cui ero capace e di memorizzare ogni dettaglio del patio che entrasse nel mio campo visivo. Insisteva che io dovessi memorizzare i dettagli tanto quanto la sensazione di star seduto lì. Ripeté le istruzioni per esser sicuro che avessi capito. Dopo se ne andò.

Si fece presto buio e io, lì seduto, cominciai a preoccuparmi. Non avevo avuto abbastanza tempo per concentrarmi sui dettagli del patio. Sentii un fruscio proprio dietro di me e la voce di Zuleica mi fece trasalire. Con un insistente bisbiglio mi disse di alzarmi e seguirla. Le obbedii automaticamente. Non potevo scorgerle il viso, era solo una forma oscura che mi precedeva di due passi. Mi condusse a una nicchia nella sala più buia della casa. Benché gli occhi mi si fossero abituati all’oscurità, non riuscivo ancora a vedere nulla. Inciampai contro qualcosa e lei mi ordinò di sedermi su un lettino simile a una culla, poggiando la schiena su quel che credetti fosse un cuscino durissimo.

Subito dopo sentii che mi si era messa dietro, a qualche passo di distanza; ne fui sconcertato in quanto pensavo d’essere a pochi centimetri dal muro. Parlandomi alle spalle, mi ordinò, con voce sommessa, di concentrare l’attenzione sulle sue parole e di farmi guidare da loro. Mi disse di tenere gli occhi aperti e fissi su un punto di fronte a me, al livello stesso degli occhi, e che questo punto da buio sarebbe diventato un brillante, gradevole rosso lacca.

Zuleica parlava con voce pacata e intonazione uniforme. Sentivo ogni parola che diceva. L’oscurità intorno sembrava aver tagliato fuori ogni stimolo di distrazione esterna. Sentivo la voce di Zuleica nel vuoto e mi accorsi allora che il silenzio di quella sala faceva riscontro al silenzio dentro di me.

Zuleica mi spiegò che un sognatore deve cominciare da un punto di colore; luce intensa e oscurità assoluta sono inutili per un sognatore nell’attacco iniziale. Sono invece meravigliosi punti di partenza colori come il porpora, il verde pallido o il giallo carico. Lei comunque preferiva il rosso lacca perché s’era dimostrato, con l’esperienza, quello che le dava la più profonda sensazione di riposo. Mi assicurò che, una volta che fossi riuscito a entrare nel color rosso lacca, avrei sistemato per sempre la seconda attenzione, purché fossi stato conscio della sequenza degli avvenimenti reali.

Mi ci vollero parecchie sedute con la voce di Zuleica perché il mio corpo capisse quel che lei voleva facessi. Il vantaggio di trovarmi in uno stato di percezione intensa era di poter seguire la mia transizione da uno stato di veglia a uno stato di sogno. In condizioni normali quella transizione è sfocata, ma in quelle speciali circostanze io sentii veramente, durante una seduta, che la mia seconda attenzione s’impadroniva dei controlli. Il primo passo fu un’insolita difficoltà di respirazione. Non che non riuscissi a inalare o esalare, o che mi man- casse il fiato: fu piuttosto un improvviso mutamento nel ritmo del respiro. Il diaframma cominciò a contrarmisi, costringendo lo stomaco a muoversi in dentro e in fuori con grande rapidità. Ne risultarono i respiri più brevi e più rapidi che avessi mai emesso. Respiravo con la parte bassa dei polmoni e sentivo una forte pressione nelle viscere. Cercai invano di far cessare gli spasmi del diaframma: con più forza tentavo, più diventava doloroso.

Zuleica mi ordinò di lasciar agire il mio corpo in qualsiasi modo ritenesse necessario, senza cercare di dirigerne o controllarne i movimenti. Desideravo obbedirle, ma non sapevo come. Gli spasmi che dovevano essermi durati da dieci a quindici minuti, si placarono di botto come erano cominciati e furono seguiti da un’altra scioccante sensazione. Cominciò come uno strano senso di prurito, non gradevole ma nemmeno sgradevole, simile in un certo qual modo a un tremito nervoso. Divenne molto intenso, fino al punto di forzarmi a concentrare su di esso l’attenzione per determinare in quale parte del corpo stesse accadendomi. Fui sbalordito quando m’accorsi che non accadeva all’interno del mio corpo fisico ma al suo esterno, eppure io lo sentivo lo stesso.

Ignorai l’ordine di Zuleica di entrare in una macchia di colore che mi si stava formando proprio ad altezza d’occhio, dedicandomi con tutto me stesso a esplorare quella strana sensazione a me esterna. Zuleica doveva aver visto quel che stavo passando, perché cominciò a spiegare che la seconda attenzione appartiene al corpo luminoso e la prima a quello fisico. Disse che il punto dove la seconda attenzione si raduna era proprio dove Juan Tuma lo aveva descritto, la prima volta che ci eravamo incontrati — più o meno a una cinquantina di centimetri di distanza dal punto centrale fra lo stomaco e l’ombelico, e un dieci centimetri più a destra.

Zuleica mi ordinò di massaggiarmi quella zona, muovendo le dita di tutte e due le mani sul punto preciso come se suonassi un’arpa. Mi assicurò che prima o poi avrei finito col sentire che le mie dita affondavano in qualcosa di simile all’acqua e alla fine avrei sentito il mio guscio luminoso.

Mentre continuavo a muovere le dita, l’aria divenne sempre più spessa finché non sentii una specie di massa. Un indefinibile piacere fisico mi si diffuse addosso. Pensai di aver toccato un nervo del mio corpo e mi sentii un idiota per tale assurdità. Smisi. Zuleica mi ammonì che se non avessi continuato a muovere le dita, mi avrebbe dato una botta in testa. Più continuavo quel movimento ad arpeggio, più sentivo vicino il prurito: a un certo punto fu a circa quindici centimetri dal mio corpo. Fu come se qualcosa dentro di me si fosse ristretta: pensavo proprio di percepire un incavo. Dopo provai un’altra sensazione misteriosa. Mi stavo addormentando, ma restavo cosciente. Avevo un ronzio nelle orecchie che mi ricordava il suono di una raganella, poi avvertii una forza che mi arrotolava sul lato sinistro senza svegliarmi. Ero arrotolato molto stretto, come un sigaro, ed ero infilato nella parte incavata che prudeva. La mia consapevolezza restò sospesa lì, incapace di risvegliarsi, ma così strettamente avvoltolata su se stessa che io non riuscii nemmeno ad addormentarmi.

Sentii la voce di Zuleica che mi diceva di guardarmi in giro. Non potevo aprire gli occhi, ma il senso del tatto mi diceva che ero in un fossato, sdraiato supino. Mi sentivo a mio agio, sicuro. Il mio corpo aveva una tale solidità, una tale compattezza, che non avrei mai voluto alzarmi. La voce di Zuleica mi ordinò di mettermi in piedi e di aprire gli occhi. Non ci riuscii. Disse che dovevo suggestionare i miei movi-

menti con la forza di volontà, che non era più solo questione di contrarre i muscoli per alzarmi.

Pensai che fosse irritata per la mia lentezza. Mi accorsi allora che ero pienamente cosciente, forse più di quanto lo fossi mai stato in tutta la vita. Riuscivo a pensare con razionalità eppure mi pareva di essere ancora addormentato. Mi venne il dubbio che Zuleica mi avesse posto in stato di profonda ipnosi. Mi seccai per un momento, dopo non ebbe più importanza. Mi abbandonai alla sensazione di essere sospeso in aria, di librarmi in libertà.

Non riuscii a sentire null’altro di ciò che lei disse, o perché aveva smesso di parlarmi, o perché avevo escluso il suono della sua voce. Non volevo lasciare quell’oasi, non ero mai stato così sereno e appagato. Me ne stavo lì, senza alcun desiderio di alzarmi o di cambiare qualcosa. Potevo sentire il ritmo del mio respiro. Di colpo mi svegliai.

Nella seduta seguente Zuleica mi disse che ero riuscito a fare, tutto da solo, un incavo nella mia luminosità; voleva dire portare un punto lontano del mio guscio luminoso più vicino al mio corpo fisico e quindi più vicino al controllo. Affermò più volte che dal momento che il corpo impara a fare quell’incavo, è più facile entrare nel sogno. Mi trovai d’accordo con lei. Avevo acquisito uno strano impulso, una sensazione che il mio corpo avesse appreso con rapidità a riprodursi. Era un miscuglio di sensazioni di comodo, di sicurezza e di letargo; sospeso e privo del senso del tatto e nello stesso tempo sveglissimo e percettivo più che mai. La Gorda disse che il Nagual Juan Matus aveva tentato per anni di creare quell’incavo in lei e nelle tre sorelline come pure nei tre Genaros, così da dare loro per sempre l’abilità di concentrare la seconda attenzione. Le aveva detto che di solito quell’incavo è creato d’impulso dal sognatore quando ne ha bisogno, e il guscio luminoso allora torna alla sua forma originaria. Nel caso degli apprendisti invece, poiché non avevano un capo Nagual, l’incavo era creato dall’esterno ed era una caratteristica permanente dei loro corpi luminosi, un considerevole aiuto ma allo stesso tempo un impaccio. Li rendeva tutti vulnerabili e lunatici.

Mi ricordai che una volta avevo visto e colpito con un calcio un incavo nei nuclei luminosi di Lydia e Rosa. Pensavo che fosse all’altezza della sommità esterna della coscia destra o forse proprio

alla cresta dell’osso iliaco. La Gorda mi spiegò che le avevo colpite nell’incavo della seconda attenzione e a momenti le avevo uccise.

Mi disse che insieme a Josefina lei aveva abitato per molti mesi in casa di Zuleica. Il Nagual Juan Matus gliele aveva portate un giorno dopo aver fatto loro cambiare livello di consapevolezza. Non aveva detto loro niente di quello che avrebbero fatto o di cosa dovevano aspettarsi là, le aveva semplicemente lasciate da sole nell’ingresso della casa di Zuleica e se ne era andato. Loro se ne erano rimaste lì finché non s’era fatto buio. Allora Zuleica era andata da loro. Non la videro mai, sentivano solo la sua voce come se si stesse rivolgendo loro da un punto nel muro.

Zuleica, dal momento in cui prese il comando, divenne molto esigente. Le fece spogliare subito, ordinando a tutte e due di infilarsi dentro spessi e soffici sacchi di cotone simili a ponchos che stavano sul pavimento, e le coprivano dal collo alle dita dei piedi. Poi le fece sedere su una stuoia l’una di spalle all’altra, nella stessa nicchia dove ero stato seduto io. Disse loro che dovevano fissare l’oscurità fino a quando non avesse acquistato un colore. Dopo molte sedute cominciarono davvero a vedere colori nell’oscurità e allora Zuleica le fece sedere fianco a fianco, a fissare lo stesso punto.

La Gorda disse che Josefina apprendeva molto in fretta e che una notte entrò drammaticamente nella macchia rosso lacca sgusciando con un sibilo fuori del poncho. Secondo la Gorda, o Josefina s’era allungata fino a raggiungere la chiazza di colore, oppure questa s’era allungata fino a lei. Il risultato fu che in un istante Josefina scomparve da dentro al poncho. Da allora Zuleica le separò e la Gorda iniziò un lento apprendistato solitario.

Il resoconto della Gorda mi fece ricordare che Zuleica aveva costretto anche me a infilarmi in un indumento morbido. Infatti, i comandi che usava per ordinarmi di infilarmici strisciando mi rivelarono la base logica che ne motivava l’uso. Mi ordinò di sentire la morbidezza sulla pelle nuda, specie con la pelle dei polpacci. Più e più volte mi ripeté che gli esseri umani hanno uno splendido centro di percezione all’esterno dei polpacci e che se si potesse indurre la pelle di quell’area a rilassarsi o a calmarsi, il campo della nostra percezione si amplierebbe in modi che sarebbe impossibile capire razionalmente. L’indumento era morbidissimo e caldo e mi provocava uno

straordinario senso di piacevole distensione alle gambe. I nervi dei polpacci ne erano oltremodo stimolati.

La Gorda riferì di aver provato la stessa sensazione di piacere fisico. Arrivò a dire che fu il potere di quel poncho a guidarla fino a trovare la chiazza color rosso lacca. Fu così colpita da quell’indumento che se ne fece uno, copiando l’originale, ma l’effetto non fu lo stesso, benché le procurasse comunque sollievo e benessere. Mi disse che lei e Josefina finivano per passare tutto il tempo a loro disposizione dentro i ponchos che lei aveva cucito per tutte e due.

Anche Lydia e Rosa erano state messe dentro quell’indumento ma non gli dimostrarono mai un particolare gradimento, e neanch’io.

La Gorda spiegava l’attaccamento suo e di Josefina come diretta conseguenza dell’esser state guidate a trovare il colore del sogno mentre l’avevano indosso. Diceva che il motivo della mia indifferenza stava nel fatto che io non ero per nulla entrato nell’area della colorazione e che invece il colore era venuto da me. Aveva ragione. Qualcos’altro, oltre la voce di Zuleica, dettava il risultato di quella fase preparatoria. Secondo ogni indicazione, Zuleica mi stava guidando per quegli stessi passaggi che aveva fatto percorrere alla Gorda e a Josefina. Avevo fissato il buio per molte sedute ed ero pronto a visualizzare il punto della colorazione. Infatti, avevo assistito alla completa metamorfosi dal buio totale a una chiazza di intensa luminosità nettamente delineata; poi fui colpito da quell’agitazione esterna su cui concentrai la mia attenzione, finché non terminai in uno stato di veglia riposante. Fu allora che per la prima volta fui immerso nel color rosso lacca.

Dopo che ebbi imparato a restar sospeso fra veglia e sonno, Zuleica sembrò rallentare il passo. Credetti persino che non avesse fretta di portarmi fuori da quello stato. Mi ci lasciò senza interferire e non mi chiese mai nulla, forse perché la voce le serviva solo per impartire ordini e non per far domande. In fondo, noi non chiacchierammo mai, o almeno non come chiacchieravo con don Juan.

Mentre mi trovavo nello stato di veglia riposante una volta sentii che per me era inutile restare lì, e che nonostante potesse essere piacevole, le limitazioni erano chiare ed evidenti. Provai allora un tremito in tutto il corpo e aprii gli occhi, o piuttosto gli occhi mi si

aprirono da soli. Zuleica mi stava fissando. Ebbi un attimo di perplessità. Pensavo di essermi svegliato, e trovarmi Zuleica di fronte in carne e ossa era qualcosa che non mi ero aspettato affatto. Mi ero abituato a sentirne solo la voce. Ero anche sorpreso che non fosse più notte. Mi guardai intorno: non eravamo in casa di Zuleica. Poi mi colpì la sensazione di stare sognando e mi svegliai.

Zuleica iniziò allora un altro punto del suo insegnamento. M’insegnò a muovermi. Cominciò la lezione ordinandomi di mettere la consapevolezza nel centro del mio corpo, che è sotto il bordo inferiore dell’ombelico. Mi disse di spazzarci il pavimento, cioè, di fare con la pancia un movimento rotatorio, come se vi fosse attaccata una scopa. Per innumerevoli sedute cercai di realizzare ciò che la sua voce mi stimolava a fare. Non mi concesse di darmi alla veglia riposante. Era sua intenzione di guidarmi fino a ricavare la percezione di spazzare il pavimento con la parte centrale del mio corpo mentre rimanevo in stato di veglia. Diceva che era vantaggio sufficiente essere sul lato sinistro della consapevolezza per fare bene l’esercizio.

Un giorno, senza alcun ragionevole motivo, riuscii a provare una vaga sensazione intorno allo stomaco. Non era nulla di definito e quando vi concentrai la mia attenzione mi accorsi che si trattava come d’un formicolio nella cavità del corpo, non proprio nello stomaco, ma subito sopra. Più l’esaminavo da vicino, più dettagli notavo. La vaghezza della sensazione si mutò presto in certezza. C’era una strana connessione di nervosità e formicolio tra il mio plesso solare e il polpaccio destro.

Via via che la sensazione diventava più acuta, alzai invo- lontariamente la coscia sinistra, verso il petto, così i due punti si trovarono vicino l’uno all’altro per quanto permetteva la mia anatomia. Rabbrividii per un attimo con insolito nervosismo e poi sentii senza ombra di dubbio che stavo spazzando il pavimento con la parte centrale del mio corpo; era una sensazione tattile che si ripetè ogni volta che mi dondolavo, da seduto.

Nella occasione seguente Zuleica mi concesse di entrare nello stato di veglia riposante, ma questa volta non fu come le precedenti. Sembrava ci fosse in me una specie di controllo che non me la faceva godere così liberamente come le altre volte — un controllo che mi fece concentrare sugli stadi che avevo superato per arrivarci. Per

prima cosa notai il fermento sul punto della seconda attenzione nel mio guscio luminoso. Mi massaggiai quel punto passandoci sopra le dita come se suonassi l’arpa e il punto sprofondò verso lo stomaco. Lo sentii quasi sulla pelle. Provai un formicolio nella parte esterna del polpaccio destro, un misto di piacere e dolore. La sensazione si irradiò in tutta la gamba e poi su fino alle reni. Mi tremavano le natiche, un’onda nervosa mi percorse tutto il corpo. Pensai di esser stato preso in una rete, sembrava che mi si toccassero fronte e alluci. Ero piegato a forma di V; poi sentii come se mi stessero piegando in due, arrotolandomi in un lenzuolo. Ciò che faceva arrotolare il lenzuolo su se stesso, con me al centro, erano i miei spasmi nervosi, e quando l’arrotolamento finì, non potevo più sentire il mio corpo. Ero solo una consapevolezza amorfa, uno spasmo nervoso avvoltolato su se stesso. Quella consapevolezza venne a depositarsi in un fossato, in una depressione di se stessa.

Capii allora l’impossibilità di descrivere quel che accade nel sogno. Zuleica diceva che la consapevolezza del lato destro e quella del lato sinistro sono avvolte insieme. Tutte e due vennero a riposare, fatte su in un unico fagotto, nell’incavo, il centro affossato della seconda attenzione. Per sognare è necessario manipolare sia il corpo luminoso sia quello fisico. Primo, il centro di raduno per la seconda attenzione deve esser reso accessibile o facendosi spingere dall’esterno da qualcun altro o facendosi risucchiare dal sognatore dall’interno. Secondo, per scacciare la prima attenzione, i centri percettivi del corpo fisico situati alla vita e ai polpacci, specie il de- stro, devono essere stimolati e piazzati il più possibile vicino l’uno all’altro, finché non sembrano unirsi. Allora si forma la sensazione di essere impacchettati e automaticamente subentra la seconda attenzione. La spiegazione di Zuleica, data attraverso i comandi, era la maniera più persuasiva di descrivere quello che ha luogo, perché nessuna delle esperienze sensoriali connesse al sogno fanno parte del normale inventano di dati sensoniali. Tutte queste esperienze erano per me sconcertanti. Il senso di fermento, un formicolio a me esterno, era localizzato e per questo l’agitazione del mio corpo era minima. D’altro canto la sensazione di essere arrotolato su me stesso era di gran lunga la più inquietante in quanto ne includeva una serie che mi lasciavano il corpo in stato di shock. Ero convinto che a un certo

punto le dita dei piedi mi toccassero la fronte, una posizione questa che io non riesco a raggiungere. E sapevo anche, senza alcuna incertezza, che mi trovavo dentro una rete, appesa a testa in giù a forma di pera, con gli alluci proprio contro la fronte. Su un piano fisico, ero seduto con le gambe contro il petto.

Zuleica mi disse anche che la sensazione di essere arrotolato come un sigaro e infilato nell’incavo della seconda attenzione, era il risultato della fusione tra la consapevolezza del lato destro e quella del sinistro; l’ordine di predominio era stato invertito e il sinistro aveva guadagnato la supremazia. Mi sfidò a essere così attento da afferrare il moto inverso, le due attenzioni di nuovo quelle che eran state di norma, con la destra al comando. Non afferrai mai quali fossero le sensazioni interessate ma la sua sfida mi ossessionò fino a farmi in- trappolare da esitazioni mortali nel mio tentativo di osservare tutto. Dovette ritirare la sfida ordinandomi di smettere la mia indagine, perché avevo altre cose da fare.

Zuleica disse che prima di tutto dovevo perfezionare la pa- dronanza dei miei movimenti. Cominciò la seduta ordinandomi ripetutamente di aprire gli occhi mentre ero in stato di veglia riposante. Mi ci volle un enorme sforzo per farlo. Una volta gli occhi mi si aprirono all’improvviso e scorsi Zuleica giganteggiare su di me. Ero sdraiato per terra, ma non riuscivo a stabilire dove. La luce era molto forte quasi che fossi proprio sotto una potente lampada elettrica, ma la luce non mi veniva diritta negli occhi. Potevo vedere Zuleica senza alcuna fatica.

Mi ordinò di alzarmi regolando i movimenti con la mia volontà. Mi disse che dovevo tirarmi su con la parte centrale del corpo, poiché vi possedevo tre potenti tentacoli che avrei potuto usare come grucce per sollevarmi.

Provai ogni modo possibile per alzarmi. Invano. Avevo una sensazione di angoscia fisica e di disperazione che mi riportava alla mente gli incubi della mia infanzia, nei quali non riuscivo a svegliarmi, eppure ero del tutto sveglio che cercavo disperatamente di urlare.

Zuleica alla fine mi parlò. Mi disse che dovevo seguire un certo ordine e che era decisamente inutile e stupido da parte mia innervosirmi e agitarmi come se avessi a che fare con il mondo di tutti

i giorni. Agitarsi andava bene sono nella prima attenzione: la seconda era la calma stessa. Voleva che io ripetessi la sensazione che avevo avuto di spazzare il pavimento con lo stomaco. Mi pareva che per ripeterla dovessi stare seduto. Senza alcuna deliberazione da parte mia mi sedetti e adottai la posizione di quando il mio corpo aveva provato per la prima volta quella sensazione. Qualcosa ruotò in me e d’improvviso mi trovai in piedi. Non riuscivo a immaginare cosa avessi fatto per muovermi. Pensai che se avessi ricominciato tutto da capo avrei potuto capire la successione. Appena ebbi concepito quel pensiero mi trovai di nuovo seduto. Quando mi alzai un’altra volta mi accorsi che non c’era alcun procedimento da scoprire, ma che per muovermi dovevo avere intenzione di muovermi a un livello molto profondo. In altre parole, dovevo essere profondamente convinto di volermi muovere, o forse sarebbe più esatto dire che dovevo essere convinto di aver bisogno di muovermi.

Una volta che ebbi compreso quel principio, Zuleica mi fece far pratica con ogni possibile aspetto di movimento volizionale. Più facevo pratica, più mi diventava chiaro che sognare era in realtà uno stato razionale. Zuleica me lo spiegò. Disse che nel sogno il lato destro, la consapevolezza razionale, è racchiuso nella consapevolezza del lato sinistro per dare al sognatore un senso di sobrietà e razionalità, ma che l’influenza della razionalità deve essere minima e usata solo come meccanismo inibitorio per proteggere il sognatore da eccessi e bizzarrie.

Il passo seguente fu imparare a dirigere il mio corpo sognante. Don Juan mi aveva proposto, fin da quando avevo conosciuto Zuleica, il compito di fissare il patio mentre ero seduto sulla cassa da imballaggio. Religiosamente, a volte per ore intere, me ne ero stato intento a fissarlo. Ero sempre solo, a casa di Zuleica. Pareva che nei giorni in cui mi recavo da lei tutti uscissero o si nascondessero. Il silenzio e la solitudine lavoravano in mio favore e io riuscii a memorizzare i dettagli del patio. Zuleica, di conseguenza, mi propose il compito di aprire gli occhi da uno stato di veglia riposante per vedere il patio. Mi ci vollero parecchie sedute per riuscirci. Dapprima aprivo gli occhi e vedevo lei, e lei, con uno scatto del corpo, mi faceva rimbalzare come una palla nello stato di veglia riposante. In uno di quei rimbalzi provai un forte tremito; qualcosa che era nei miei piedi

mi venne su rantolando fino al petto e lo sputai fuori tossendo: la scena del patio di notte sbucò fuori proprio come se fosse scaturita dai miei bronchi. Somigliava al ruggito di un animale.

Sentii la voce di Zuleica che mi giungeva come un debole mormorio. Non riuscivo a capire quello che diceva. Notai appena che ero seduto sulla cassa da imballaggio, volevo alzarmi ma sentivo di non essere solido. Sembrava che un vento mi stesse soffiando via. Poi udii molto distintamente la voce di Zuleica che mi diceva di non muovermi. Cercai di restare immobile, ma una forza ignota mi tirò e io mi svegliai nella nicchia del salone. Mi stava di fronte Silvio Manuel.

Dopo ogni seduta di sogno nella casa di Zuleica, don Juan di solito mi aspettava nel buio pesto del salone. Mi portava fuori della casa e mi faceva mutare livello di consapevolezza. Questa volta c’era Silvio Manuel. Senza dirmi neanche una parola, m’infilò in un’imbracatura e mi issò in alto contro le travi del soffitto. Mi tenne lì fino a mezzogiorno, quando arrivò don Juan e mi tirò giù. Mi spiegò che l’esser tenuto lontano dal terreno per un certo tempo tonifica il corpo e che è indispensabile farlo prima di affrontare un viaggio pericoloso come quello che stavo per intraprendere.

Mi ci vollero ancora molte sedute di sogno perché finalmente imparassi ad aprire gli occhi per vedere Zuleica o il patio buio. Mi accorsi allora che anche lei aveva sempre operato in sogno. Non era mai stata di persona dietro di me nella nicchia del salone. Avevo avuto ragione quella prima notte, pensando di avere la schiena contro il muro. Zuleica era solo una voce di sogno.

Durante una delle sedute di sogno, aprendo gli occhi per vedere Zuleica, fui sorpreso di vedere anche la Gorda e Josefina giganteggiare su di me insieme a lei. Cominciò allora l’ultima parte del suo insegnamento. Zuleica insegnò a tutti e tre a viaggiare con lei. Disse che la nostra prima attenzione era agganciata alle emanazioni della terra, mentre la seconda a quelle dell’universo. Voleva dire con questo che, per definizione, un sognatore è al di là dei problemi della vita quotidiana. Viaggiando nel sogno, quindi, l’ultimo compito di Zuleica verso la Gorda, Josefina e me era di sintonizzare la nostra seconda attenzione per seguirla nei suoi viaggi nell’ignoto.

In sedute successive la voce di Zuleica mi disse che la sua “ossessione” mi avrebbe portato a un rendez-vous, che, per quanto riguardava la seconda attenzione, l’ossessione del sognatore fa da guida, e la sua era puntata su un luogo reale, al di là di questo mondo. Lei mi avrebbe chiamato da lì e io dovevo usare la sua voce come una fune a cui attaccarmi.

Non accadde nulla per due sedute; la voce di Zuleica diventava sempre più fioca man mano che parlava e io mi preoccupavo perché non riuscivo a seguirla. Non mi aveva detto cosa fare. Provavo anche una pesantezza insolita. Non riuscivo a spezzare una forza vincolante che mi stava intorno e m’impediva di uscire dallo stato di veglia riposante.

Durante la terza seduta aprii gli occhi repentinamente, come fosse la cosa più naturale di questo mondo. Zuleica, la Gorda e Josefina mi stavano fissando. Eravamo insieme e io mi accorsi subito che ci trovavamo in un posto a me del tutto sconosciuto. La caratteristica più evidente era una forte luce indiretta. L’intera scena era inondata da una potente luce bianca, simile al neon. Zuleica sorrideva, quasi invitandoci a guardarci intorno. La Gorda e Josefina si comportavano come me, con una certa cautela, sbirciando furtivamente me e Zuleica. Lei ci fece cenno di muoverci. Eravamo all’aperto, nel mezzo di un cerchio abbagliante. Il terreno pareva roccia consistente e scura, eppure rifletteva buona parte della luce bianca e accecante che veniva dall’alto. La cosa strana era che, sebbene sapessi che la luce era troppo intensa per i miei occhi, non mi fece male quando guardai in su e ne scoprii la fonte. Era il sole. Mi trovavo a fissare diritto il sole che, forse perché si trattava di un sogno, era intensamente bianco.

Anche la Gorda e Josefina stavano fissando il sole, senza brutte conseguenze, per quanto era dato vedere. A un tratto ebbi paura. La luce mi era estranea; era una luce spietata. Sembrava ci stesse attaccando, creando un vento che potevo sentire senza però avvertire alcun calore. Lo ritenevo ostile. In perfetto accordo la Gorda, Josefina e io ci stringemmo a Zuleica come bambini spaventati. Lei ci abbracciò e allora la bianca luce abbagliante sembrò diminuire per gradi fino a svanire del tutto. Al suo posto c’era una tenue luce ambrata, molto tranquillizzante.

Mi accorsi allora che non eravamo su questo mondo. Il terreno era color terracotta bagnata. Non si vedevano montagne, ma il luogo dove eravamo non poteva neanche dirsi pianeggiante. Il terreno era spaccato e riarso. Sembrava un mare agitato fatto di terracotta. Il mio occhio poteva spaziare tutt’intorno, proprio come mi trovassi in mezzo a un oceano. Guardai in alto; il cielo aveva perso l’allucinante bagliore. Era scuro, ma non blu. Vicino all’orizzonte scorsi una vivida stella incandescente. In quell’istante capii che ci trovavamo in un mondo con due soli, due stelle. Una era enorme ed era tramontata dietro l’orizzonte, l’altra era più piccola, o forse più distante.

Volevo fare domande, andarmene un po’ a dare uno sguardo in giro. Zuleica ci fece segno di star tranquilli, di attendere pazientemente, ma qualcosa sembrava ci stesse tirando. Di colpo la Gorda e Josefina sparirono e io mi svegliai.

Da allora non andai più a casa di Zuleica. Don Juan mi faceva cambiare livello di consapevolezza a casa sua o in qualsiasi luogo ci trovassimo, e io entravo nel sogno. Zuleica e la Gorda e Josefina erano sempre lì ad attendermi. Tornammo molte volte in quel luogo ultraterreno, fino a quando non ci divenne familiare. Ogni volta che potevamo, evitavamo le ore di luce, di giorno, e ci andavamo di notte, giusto in tempo per assistere al sorgere di un enorme corpo celeste: un astro di tale grandezza che, appena sbucato dalla linea irregolare dell’orizzonte, copriva almeno metà del campo visivo di 180 gradi che era di fronte a noi. Il corpo celeste era bellissimo e la sua ascesa talmente mozzafiato che io avrei potuto rimanere così in eterno a contemplarmi lo spettacolo. Quando raggiungeva lo zenit, l’astro occupava quasi tutto il firmamento. Tutte le volte noi ci mettevamo supini per poterlo guardare. Aveva consistenti configurazioni che Zuleica ci insegnò a riconoscere. Mi resi conto che non era una stella, godeva di luce riflessa. Doveva essere un corpo opaco perché la luce era limitata, considerando l’imponenza della mole. C’erano enormi, immutabili macchie marroni sulla sua superficie giallo zafferano. Zuleica ci portò sistematicamente in viaggi che erano di là di ogni descrizione. La Gorda disse che Zuleica aveva portato Josefina anche più oltre e più a fondo nell’ignoto, perché Josefina era, proprio come Zuleica stessa, piuttosto fuori di senno. Né l’una né l’altra avevano

quella base di razionalità che mantiene sobrio chi sogna — e così non avevano remore né interessi per scoprire le cause razionali o i motivi delle cose.

Quel che Zuleica mi disse a proposito dei nostri viaggi, e che suonava come una spiegazione, era che il potere di concentrarsi sulla seconda attenzione rendeva i sognatori fionde viventi. Più erano forti e impeccabili, più potevano proiettare lontano la loro seconda attenzione nell’ignoto e più a lungo poteva durare la proiezione del loro sogno.

Don Juan disse che i miei viaggi con Zuleica non erano un’illusione e che tutto quel che avevo compiuto con lei era un passo verso il controllo della seconda attenzione. In altre parole, Zuleica mi stava insegnando la tendenza percettiva di quell’altro regno. Egli però non riusciva comunque a spiegare l’esatta natura di quei viaggi. O forse non voleva pronunciarsi. Diceva che se avesse tentato di spiegare la tendenza percettiva della seconda attenzione in termini della tendenza percettiva della prima, sarebbe solo riuscito a intrap- polarsi senza speranza nelle parole. Desiderava che traessi le conclusioni per mio conto, e più pensavo a tutta questa faccenda, più mi diventava evidente che la sua riluttanza era funzionale.

Sotto la guida di Zuleica e durante il suo avviamento alla seconda attenzione, compii visite fattuali in misteri che di certo erano al di là della portata del mio raziocinio, ma ovviamente nella possibilità della mia consapevolezza. Imparai a viaggiare in qualcosa di incomprensibile e finii, come Emilito e Juan Tuma, con i miei racconti personali sull’eternità.

14

FLORINDA

La Gorda e io eravamo pienamente d’accordo che non appena Zuleica ci avesse insegnato le complessità del sognare, avremmo accettato l’innegabile fatto che la regola è una mappa, che in noi c’è un’altra consapevolezza nascosta e che è possibile penetrarvi. Don Juan aveva compiuto quel che la regola richiedeva.

La regola prevedeva che il suo prossimo movimento dovesse essere di presentarmi a Florinda, l’unica dei suoi guerrieri che non avessi ancora conosciuto. Don Juan mi disse che dovevo andare da lei da solo, perché qualsiasi cosa accadesse fra Florinda e me non doveva interessare gli altri. Disse che Florinda doveva essere la mia guida personale proprio come se fossi un Nagual pari a lui. Egli aveva avuto quel tipo di rapporto con una guerriera del seguito del suo benefattore che poteva paragonarsi a Florinda.

Don Juan un giorno mi lasciò sulla porta della casa di Nelida. Mi disse di entrare, che dentro mi aspettava Florinda.

« È un onore fare la tua conoscenza » dissi alla donna che mi si presentò nell’ingresso.

« Sono Florinda » disse lei.

Ci guardammo in silenzio. Provavo un timore reverenziale. La mia consapevolezza s’era acutizzata come non mai. Prima d’ora non avevo provato una sensazione simile.

« È un nome meraviglioso » riuscii a dire, ma volevo dire molto di più.

La pronuncia sonora e lunga delle vocali spagnole rendeva il nome fluido e musicale, specie la i dopo la erre. Non era un nome insolito, però io non’ avevo conosciuto mai, fino a quel giorno, qualcuno che ne fosse l’essenza stessa. La donna dinanzi a me gli si

adattava quasi fosse stato fatto apposta per lei, o forse come se lei stessa vi avesse adattato la propria persona.

Nel fisico somigliava tutta a Nelida, tranne che sembrava più sicura di sé, più potente. Piuttosto alta e slanciata, aveva la carnagione olivastra dei popoli mediterranei. Spagnola o forse francese. Era avanti negli anni eppure non sembrava debole e nemmeno anziana. Aveva il corpo agile e snello. Gambe lunghe, tratti angolosi, bocca piccola, naso squisitamente modellato, occhi scuri e capelli bianchi a trecce. Il viso e il collo non mostravano segni di pappagorgia o di pelle cascante. Era vecchia come se l’avessero truccata per sembrare tale.

Ricordando in retrospettiva il nostro primo incontro, mi torna in mente qualcosa che non ha alcun rapporto con noi, ma è molto ad hoc. Una volta avevo visto su un settimanale una foto di un’attrice di Hollywood presa una ventina di anni prima, quando, ancora giovane, era stata truccata per dimostrare vent’anni di più e poter interpretare la parte di una signora in età. Accanto a questa il giornale pubblicava anche una foto recente della stessa attrice come era diventata dopo vent’anni di vita intensa. Florinda, a mio personale giudizio, era come la prima foto dell’attrice, una ragazza giovane truccata per sembrare vecchia.

« Cosa abbiamo qui? » chiese lei, dandomi un pizzicotto. « Non sembri un gran che. Rammollito. Senza dubbio viziato fino al midollo.»

La sua franchezza mi rammentava quella di don Juan, così pure la vita interiore dello sguardo. Ripensando agli anni trascorsi insieme a don Juan, m’era venuto in mente che aveva sempre gli occhi sereni. Non vi si scorgeva alcuna agitazione. Non che gli occhi di don Juan fossero belli da vedere. Ne avevo visto di meravigliosi, senza che però m’avessero mai detto qualcosa. Gli occhi di Florinda, come quelli di don Juan, mi davano la sensazione che avessero visto tutto quel che c’era da vedere; erano sereni, non imbambolati. L’entusiasmo era stato assorbito dall’interno e s’era trasformato in qualcosa che io avrei definito vita interiore.

Florinda mi fece attraversare il soggiorno e mi portò in un patio coperto. Ci sedemmo su due seggiole comode come divani. Pareva che volesse cercarmi qualcosa in viso.

« Sai chi sono e quel che dovrei fare per te? » mi chiese.

Le risposi che tutto quel che sapevo di lei e del suo rapporto verso di me era quel che mi aveva accennato don Juan. Mentre spiegavo la mia posizione, la chiamai “dona Florinda”

« Non chiamarmi dona Florinda » mi disse con un gesto infantile di fastidio e imbarazzo. « Non sono ancora così vecchia né tanto rispettabile. »

Le chiesi come voleva che la chiamassi.

« Florinda basta » disse. « Per quel che riguarda me, posso dirti subito che sono una guerriera che conosce i segreti dell’arte dell’agguato. Quanto a quello che dovrei fare per te, posso dirti che ti insegnerò i primi sette princìpi dell’agguato, i primi tre princìpi della regola per cacciatori e le prime tre tattiche dell’agguato. »

Aggiunse che era normale per un guerriero dimenticare quanto accade, quando l’interazione è sul lato sinistro, e che io avrei impiegato anni per assimilare tutto quello che lei doveva insegnarmi. Disse che queste lezioni erano solo l’inizio e che un giorno avrebbe completato il suo insegnamento, ma in circostanze diverse.

Le chiesi se le dessero fastidio le mie domande.

« Chiedi finché vuoi » disse. « Io ho solo bisogno del tuo im- pegno a far pratica. Dopo tutto, tu in un modo o nell’altro sai quello di cui discuteremo. Hai il difetto di non aver fiducia in te stesso e di esser contrario a rivendicare la tua conoscenza come potere. Il Nagual, essendo uomo, ti ha mesmerizzato. Non puoi agire per tuo conto. Solo una donna ti può liberare da questo. »

Cominceremo raccontandoti la storia della mia vita così ti si chiariranno molte cose. Dovrò raccontartela poco per volta, tu quindi dovrai venire qui spesso.

La sua evidente volontà a parlarmi di sé mi colpì perché era in contrasto con la reticenza di tutti gli altri a rivelarmi alcunché di personale. Dopo anni di frequentazione avevo accettato i loro modi senza far domande e così la sua intenzione di rivelarmi fatti intimi mi parve strana. Le sue parole mi resero all’istante più attento.

« Scusami » le dissi. « Hai detto che mi rivelerai la tua vita privata? »

« Perché no? » mi disse.

Le risposi con una lunga spiegazione di quel che mi aveva detto don Juan a proposito del grande impaccio creato dai fatti personali, e di quanto fosse necessario che un guerriero ne cancellasse il ricordo. Conclusi dicendole che mi aveva proibito di parlare della mia vita, in qualsiasi circostanza.

Rise, in un acuto falsetto. Sembrava divertita.

« Si riferisce solo agli uomini » disse. « Il non-fare della tua vita personale è raccontare storie senza fine, e neanche una che riguardi veramente te. Vedi, essere uomo vuoi dire che hai alle spalle una storia concreta. Hai una famiglia, amici, conoscenze, e ognuno di loro ha dite un’idea chiara. Essere uomo vuoi dire che si può fare affidamento su dite. Non puoi scomparire così facilmente. Per cancellare il tuo ricordo devi fare molto lavoro. »

« Il mio caso è diverso. Sono donna, e questo mi dà un eccezionale vantaggio. Su di me non si può far conto. Lo sai, vero, che sulle donne non si può far conto? »

« Non capisco quel che vuoi dire, con queste parole » feci io.

« Voglio dire che una donna può scomparire con facilità » replicò lei. « Una donna, se non altro, può sposarsi. Una donna appartiene al marito. In una famiglia con tanti bambini, le figlie sono scartate molto presto. Nessuno fa conto su di loro, ed è possibile che spariscano senza lasciare traccia. La loro scomparsa è accettata con indifferenza. »

« Un figlio, invece, è qualcosa su cui si fa affidamento. Non gli è facile svignarsela e scomparire. E anche se lo fa, lascia tracce dietro di sé. Un figlio si sente colpevole quando tenta di scomparire, una figlia no. »

« Quando il Nagual ti addestrò a tener la bocca chiusa sui fatti della tua vita, intendeva aiutarti a superare il senso di colpa che provavi all’idea di aver fatto torto alla tua famiglia e ai tuoi amici che, in un modo o in un altro, facevano affidamento su di te. »

« Dopo aver lottato una intera esistenza il guerriero maschio, logico, riesce ad annullarsi, ma quella lotta prova duramente l’uomo, che diviene riservato, sempre più sospettoso di se stesso. Una donna non deve sopportare tante difficoltà. È già preparata a disintegrarsi nel nulla. A dir il vero, è quanto ci si aspetta da lei. »

« Essendo donna, non sono obbligata al segreto. Me ne infischio. Il segreto è il prezzo che voi uomini dovete pagare perché siete importanti per la società. La lotta è riservata agli uomini, che sono pieni di risentimento quando devono annullarsi, sempre in cerca di strane maniere di spuntar fuori, in qualche modo, da qualche parte. Per esempio, guarda te: te ne vai in giro a fare conferenze. »

Florinda mi rendeva stranamente nervoso. In sua presenza mi sentivo agitato in modo insolito. Devo però ammettere, senza alcuna esitazione, che anche don Juan e Silvio Manuel mi facevano sentire nervoso e spaventato, ma si trattava di una sensazione diversa. Di loro avevo paura sul serio, specie di Silvio Manuel: lui mi terrorizzava, ma ciononostante avevo imparato a vivere con il mio terrore. Florinda non mi terrorizzava. Ero seccato, minacciato dal suo savoir faire e il mio nervosismo ne era piuttosto una conseguenza.

Lei non mi guardava fisso come avevano sempre fatto don Juan e Silvio Manuel, che mi fissavano intensamente finché lo non spostavo il viso in segno di sottomissione. Florinda mi dava solo rapide occhiate. Gli occhi le si spostavano di continuo da una cosa all’altra. Pareva che prendesse in esame non solo i miei occhi, ma ogni centimetro del viso e del corpo. Mentre parlava, spostava rapida lo sguardo dalla mia faccia alle mie mani, ai suoi piedi o al tetto.

« Ti faccio sentire a disagio, vero? » mi chiese.

La domanda mi prese alla sprovvista. Scoppiai a ridere. Il tono non aveva nulla di minaccioso.

« Oh, sì! » risposi.

« È più che comprensibile » proseguì. « Sei abituato a essere uomo. La donna, secondo te, è qualcosa fatta per tuo uso e consumo. Secondo te, la donna è stupida. E il fatto che tu sia uomo e Nagual rende le cose ancora più difficili. »

Mi sentii obbligato a difendermi. La ritenevo una gran testarda e glielo volevo dire. Cominciai con tutti i crismi, ma mi smontai quasi subito sentendola ridere. Era un riso giovane, allegro. Don Juan e don Genaro ridevano sempre di me; anche il loro era un riso giovane, ma quello di Florinda aveva una differente vibrazione. Era un riso senza fretta, senza tensioni.

« Penso che faremmo meglio a entrare » disse. « Non ci do- vrebbero essere distrazioni. Il Nagual Juan Matus ti ha già portato in

giro a farti vedere il mondo; era importante per quel che lui doveva dirti. Io ho altre cose di cui parlare, e c’è bisogno d’un ambiente diverso. »

Ci sedemmo su un divano di pelle in un piccolo vano al di là del patio. Mi sentivo molto più a mio agio all’interno. Lei cominciò subito con la storia della sua vita.

Mi disse che era nata nel Messico, in una città piuttosto grande, da una famiglia agiata. Poiché era figlia unica, i genitori l’avevano viziata sin da quando era nata. Senza la minima traccia di falsa modestia, Florinda ammise di essere sempre stata consapevole della propria bellezza. Disse che la bellezza è un demonio che cresce e prolifera, se oggetto di ammirazione. Mi assicurò che, senza ombra di dubbio, lei era in grado di dirmi che quel demonio è il più difficile da vincere e che se mi fossi guardato intorno in cerca di persone dotate di bellezza, avrei scorto gli esseri più disgraziati immaginabili.

Non volevo discutere con lei, tuttavia provavo un acutissimo desiderio di dirle che era troppo dogmatica. Lei dovette leggermi nel pensiero; mi fece l’occhiolino.

« Sono disgraziati, faresti bene a credermi » continuò. « Fa’ una prova. Fatti vedere restio a seguire la loro convinzione di essere belli e, per questo, importanti. Vedrai! »

Disse che non si sentiva di dare tutta la colpa della propria arroganza ai suoi genitori o a se stessa. Tutti quelli che le erano stati vicini sin dall’infanzia l’avevano fatta sentire importante e unica.

« A quindici anni, proseguì « credevo di essere la cosa più importante mai venuta sulla terra. Me lo dicevano tutti, specie gli uomini. »

Mi confessò che negli anni dell’adolescenza si era concessa alle attenzioni e all’adulazione di decine e decine di ammiratori. A diciotto anni aveva scelto oculatamente il miglior partito da una schiera di almeno undici seri pretendenti. Aveva sposato Celestino, uomo di mezzi, quindici anni più vecchio di lei.

Florinda descrisse la vita matrimoniale come un paradiso terrestre. All’enorme cerchia di amici che già aveva, poteva aggiungere ora quelli di Celestino. L’effetto finale era di una perpetua vacanza.

Tuttavia la sua felicità durò solo sei mesi, che trascorsero quasi inavvertiti. Tutto finì d’improvviso e brutalmente quando lei contrasse una malattia misteriosa che la rese storpia. Cominciò a gonfiarlesi il piede sinistro, poi la caviglia e il polpaccio. La linea della sua bellissima gamba si rovinò; il gonfiore divenne tale che i tessuti cutanei presero a coprirsi di pustole e a scoppiare. Tutta la gamba dal ginocchio in giù era piena di croste con una secrezione putrescente. Le si indurì la pelle. La malattia fu diagnosticata come elefantiasi. I tentativi di cura dei medici furono inadeguati e dolorosi e si conclusero con una dichiarazione secondo la quale solo in Europa si trovavano centri specialistici tanto progrediti da permettere di poter intraprendere una cura.

In capo a tre mesi il paradiso di Florinda era diventato l’inferno in terra. Disperata, preda di gravi sofferenze, voleva morire piuttosto che andare avanti così. Il suo strazio era tanto toccante che un giorno una giovane serva, non riuscendo più a sopportano, le confessò di essersi fatta comprare dalla ex amante di Celestino per versare una pozione in quel che lei mangiava — si trattava di un veleno opera di stregoneria. La servetta, piena di contrizione, le promise di portarla da una guaritrice, l’unica in grado di preparare un antidoto al veleno.

Florinda sogghignò, pensando al proprio dilemma. Per nascita ed educazione era cattolica praticante e devota. Non credeva né alla stregoneria né alle guaritrici indie, ma il dolore era così intenso e le sue condizioni così preoccupanti che si sentiva disposta a tentare qualunque cosa. Celestino era recisamente contrario. Voleva consegnare la servetta alla polizia. Florinda intercedé per lei, non tanto per compassione, quanto per timore che da sola non sarebbe mai riuscita a trovare la guaritrice.

All’improvviso Florinda si alzò e mi disse che dovevo an- darmene. Mi prese per un braccio e mi accompagnò alla porta come se fossi il suo più vecchio e caro amico. Mi spiegò che ero stanco perché la consapevolezza del lato sinistro mi metteva in una condizione particolarmente delicata nella quale non dovevo eccedere. Non era infatti uno stato di potere, e lo confermava il fatto che ero quasi morto quando Silvio Manuel aveva cercato di concentrare la mia seconda attenzione costringendomi a entrarvi con la forza. Lei mi disse che non esiste alcun modo su questa terra per ordinare ad altri o a noi

stessi di concentrare la propria conoscenza. Si tratta di un’operazione molto lenta; il corpo, al momento giusto e nelle circostanze ideali di impeccabilità, concentra la propria conoscenza senza l’intervento del desiderio.

Ci soffermammo per un po’ sulla porta, scambiandoci frasi di cortesia e qualche banalità. A un tratto Florinda mi disse che il motivo per cui il Nagual Juan Matus mi aveva portato da lei quel giorno era perché sapeva che il suo tempo terreno volgeva al termine. I due tipi di istruzione che avevo ricevuto, secondo il grande piano di Silvio Manuel, erano già stati completati. Restava solo in sospeso quel che doveva dirmi lei. Mi fece notare che la sua non era una istruzione vera e propria, ma piuttosto l’istaurazione del mio rapporto con lei.

Quando don Juan mi accompagnò un’altra volta da Florinda, poco prima di lasciarmi davanti alla porta mi ripeté quel che mi aveva detto lei, e cioè che per lui e il suo seguito si stava avvicinando il momento di entrare nella terza attenzione. Prima che potessi chiedergli qualcosa, mi spinse in casa. Il suo spintone non solo mi fece entrare nella casa, ma anche nel più acuto stato di consapevolezza. Vedevo il muro di nebbia.

Florinda era in piedi nell’ingresso, quasi fosse stata lì ad aspettare che don Juan mi spingesse dentro. Mi prese per un braccio e con calma mi portò nel soggiorno. Ci sedemmo. Volevo avviare una conversazione, ma non riuscivo a parlare. Lei mi spiegò che uno spintone di un guerriero impeccabile come il Nagual Juan Matus può provocare lo spostamento in un’altra zona di consapevolezza. Mi disse che il mio costante errore era stato di credere che le procedure fossero importanti. La procedura di spingere un guerriero in un altro stato di consapevolezza era utilizzabile solo se tutti e due gli interessati, ma specie chi dà lo spintone, sono impeccabili e provvisti di potere personale.

Il fatto che io vedessi il muro di nebbia mi rendeva estremamente nervoso, a livello fisico. Tremavo senza riuscire a controllarmi. Florinda disse che il mio corpo tremava perché aveva imparato a desiderare l’attività mentre era in quello stato di consapevolezza e che avrebbe anche potuto imparare a concentrare la massima attenzione su qualunque cosa fosse detta piuttosto che su qualunque cosa fosse fatta.

Mi disse che l’esser stato posto nella consapevolezza del lato sinistro era un espediente. Forzandomi in uno stato di percezione acutizzata e facendomi interagire con i suoi guerrieri solo in quello stato, il Nagual Juan Matus si assicurava che io avessi un posto in cui stare. Florinda disse che la strategia di don Juan era di coltivare una piccola parte del proprio altro riempiendola deliberatamente dei ricordi di interazioni. I ricordi scompaiono solo per riemergere un giorno e servire da avamposto razionale da cui prendere il via verso la sconfinata vastità del proprio altro.

Poiché ero così nervoso, lei si propose di calmarmi continuando a raccontarmi la storia della sua vita che, mi spiegò, non era in fondo la storia della vita di una donna del mondo di tutti i giorni, ma di come una donna senza alcun valore fosse stata aiutata a diventare una guerriera.

Disse che non appena ebbe presa la decisione di vedere la guaritrice, nulla poté più frenarla. Si mise in viaggio, su una barella portata da quattro uomini e dalla servetta, un viaggio che durò due giorni e mutò il corso della sua esistenza. Non esisteva una strada, il terreno era montagnoso e a volte gli uomini dovettero portarla in spalla.

Arrivarono dalla guaritrice al crepuscolo. Il luogo era ben illuminato e in casa c’erano molte persone. Florinda disse che un vecchio gentile le riferì che la guaritrice era via per tutto il giorno a curare una paziente. L’uomo sembrava molto ben informato delle attività della guaritrice, e Florinda trovò facile parlargli. Era premuroso e le confidò d’essere in cura anche lui. Descrisse la sua malattia come una condizione incurabile che gli faceva dimenticare il mondo intero. Restarono a parlare fino a tardi. Il vecchio fu così cortese da cedere a Florinda anche il proprio letto, in modo da farla riposare fino al giorno dopo, quando la guaritrice avrebbe fatto ritorno.

Il mattino dopo Florinda disse d’essersi svegliata all’improvviso per un acuto dolore alla gamba. Una donna gliela stava muovendo, premendola con un legnetto luccicante.

« La guaritrice era molto bella » continuò Florinda. « Diede uno sguardo alla mia gamba e scosse la testa. “So chi ti ha fatto questo”

disse. « Deve essere stato pagato molto bene oppure deve aver pensato che eri un essere umano inutile. Quale delle due, secondo te?” »

Florinda rise. Disse che aveva creduto che la guaritrice fosse pazza o assai villana. Non riteneva possibile che qualcuno al mondo riuscisse a considerarla un essere inutile. Anche se straziata dal dolore, disse alla donna, in chiare lettere, di essere persona ricca e rispettabile, e tutt’altro che stupida.

Florinda ricordava che la guaritrice aveva cambiato modi all’istante. Pareva si fosse spaventata. Le si rivolse piena di rispetto chiamandola Signorì » e, alzatasi dalla propria sedia, fece uscire tutti dalla stanza. Quando furono sole, si sedette sul petto di Florinda e le spinse la testa all’indietro oltre il bordo del letto. Florinda disse di aver opposto resistenza. Pensava che l’altra la volesse uccidere. Cercò di gridare, di dare l’allarme ai servi, ma svelta la guaritrice le coprI la testa con una coperta e le chiuse il naso. A Florinda mancò l’aria e fu costretta a respirare con la bocca aperta. Più la guaritrice le schiacciava il petto e le serrava il naso, più Florinda spalancava la bocca. Quando si accorse di quel che la guaritrice stava in realtà facendo, aveva già bevuto il disgustoso liquido contenuto in una grossa bottiglia che quella le aveva infilato nella bocca aperta. Florinda commentò ché la guaritrice l’aveva manovrata così bene da non farla soffocare, nonostante fosse a testa in giù, oltre il bordo del letto.

« Bevvi tanto da star quasi male » continuò Florinda. « Mi fece mettere seduta e mi guardò diritto negli occhi, senza battere le palpebre. Volevo mettermi un dito in gola e vomitare. Lei mi schiaffeggiò fino a farmi sanguinare le labbra. Un’india che mi prendeva a schiaffi! Che mi faceva sanguinare le labbra! Neanche mio padre o mia madre mi avevano mai messo le mani addosso. La mia sorpresa era tanto grande che dimenticai il disturbo allo stomaco. »

« Lei chiamò i miei servi e disse loro di portarmi a casa. Poi si piegò su di me e mi accostò le labbra all’orecchio in modo che nessuno potesse sentire. “Se non ritorni entro nove giorni, testa di rapa,” bisbigliò “ti gonfierai come un rospo e pregherai Dio che ti faccia morire”. »

Florinda disse che il liquido le aveva irritato la gola e le corde vocali. Non le riusciva di dire neanche una parola. Comunque, questa

era l’ultima delle sue preoccupazioni. Quando arrivò a casa, Celestino l’aspettava furibondo. Non riuscendo a parlare, Florinda poteva osservarlo. Notò che la sua ira non aveva nulla a che vedere con la preoccupazione per la salute della moglie, ma con l’interesse per la propria condizione d’uomo di mezzi e di considerevole posizione sociale. Non poteva sopportare che i suoi influenti amici lo vedessero ricorrere alle cure di guaritori indios. Era fuori di sé, urlava che avrebbe protestato presso il quartier generale dell’esercito e fatto catturare la guaritrice dai soldati, per farla portare in città, fustigare e gettare in prigione. E non si trattava di vuote minacce; costrinse davvero il comandante militare a inviare una pattuglia per arrestarla. I soldati tornarono dopo alcuni giorni con la notizia che la donna era sfuggita.

Florinda. fu placata dalla sua cameriera che l’assicurava che la guaritrice l’avrebbe aspettata, se lei avesse voluto tornare. Benché l’infiammazione alla gola continuasse fino a impedirle di mangiare cibi solidi e a malapena consentirle di ingoiare liquidi, Florinda non vedeva l’ora di tornare dalla guaritrice. La medicina le aveva alleviato il dolore alla gamba.

Quando mise Celestino al corrente delle sue intenzioni, questi si adirò tanto da radunare subito alcuni uomini con l’aiuto dei quali porre fine di persona a tutte quelle sciocchezze. Con tre dei suoi più fidi la precedette a cavallo.

Florinda disse che quando arrivò alla casa della guaritrice s’aspettava di trovarla morta, forse, e invece trovò Celestino seduto da solo. Aveva mandato i suoi uomini in tre diverse località limitrofe con l’ordine di riportargli la donna, con la forza, se necessario. Florinda scorse lo stesso vecchio della prima volta; stava cercando di calmare suo marito, dicendogli che di lì a poco qualcuno dei suoi sarebbe tornato con la donna.

Non appena Florinda fu sistemata su una brandina sotto il portico della facciata, la guaritrice uscì dalla casa. Cominciò a insultare Celestino, coprendolo di ingiurie, urlandogli oscenità tali da fargli perdere le staffe e indurlo ad alzar le mani su di lei. Il vecchio lo trattenne, supplicandolo di non farle male. L’implorò in ginocchio, facendogli notare che si trattava di una donna anziana. Ma Celestino fu irremovibile. Disse che l’avrebbe frustata nonostante i suoi anni. Si

avvicinò per afferrarla, ma si bloccò di colpo. Sei uomini dall’aspetto terribile sbucarono dai cespugli con il machete in mano. Florinda disse che Celestino parve gelare. Era livido. La guaritrice gli si avvicinò e gli disse che, o si faceva frustare da lei sulle natiche senza far storie, o i suoi aiutanti l’avrebbero fatto a pezzi. E lui, orgoglioso com’era, si curvò, umilmente, per farsi frustare. La donna in pochi minuti l’aveva privato d’ogni difesa. Gli rise in faccia. Sapeva di averlo distrutto e lo lasciò andare a fondo. Da quello sciocco sbadato che era, ebbro di idee boriose e di manie di grandezza, era caduto nella trappola che lei gli aveva teso.

Florinda mi guardò e sorrise. Se ne stette zitta per un po’.

« Il primo principio dell’arte dell’agguato dice che sta al guerriero scegliere il proprio campo di scontro » disse. « Un guerriero non accetta mai la lotta senza conoscere quel che lo circonda. La guaritrice mi aveva dimostrato, scontrandosi con Celestino, il primo principio dell’agguato. »

« Poi si avvicinò al mio giaciglio. Io stavo piangendo. Era l’unica cosa che potessi fare. Lei sembrava preoccupata. Mi rimboccò le coltri, coprendomi bene le spalle e mi sorrise strizzandomi un occhio.»

« “Il patto è ancora valido, testa di rapa” mi disse. “Torna qui prima che puoi, se vuoi vivere. Ma non portarti il padrone dietro, puttanella che non sei altro. Vieni solo con chi ti è strettamente necessario.” »

Florinda mi fissò per un momento. Dal suo silenzio dedussi che desiderava i miei commenti.

«Abbandonare tutto quel che non è necessario è il secondo principio dell’arte dell’agguato » disse, senza darmi tempo di aprir bocca.

Ero stato così intento al suo racconto da non accorgermi né che il muro di nebbia s’era dissolto — e nemmeno quando. Notai solo che non c’era più. Florinda s’alzò dalla seggiola e mi accompagnò alla porta. Stemmo lì per un po’, come avevamo fatto alla fine del nostro primo incontro.

Florinda disse che l’ira di Celestino aveva offerto alla guaritrice l’occasione di indicare i primi tre princìpi della regola per l’agguato,

non alla sua ragione ma al suo corpo. Nonostante avesse la mente totalmente concentrata su se stessa, poiché per lei non esisteva altro che il proprio dolore fisico e la paura di perdere la bellezza, il corpo s’era reso conto di quel che era accaduto, e più tardi sarebbe bastato un nonnulla a riportare tutto alla memoria.

« Per i guerrieri non c’è il mondo a far da cuscinetto, devono quindi seguire una regola » proseguì. « La regola dell’agguato, invece, è la stessa per tutti. »

« La tracotanza di Celestino segnò la sua fine e l’inizio della mia istruzione e liberazione. La sua arroganza, che era anche la mia, ci spingeva a credere di essere praticamente superiori a tutti. La guaritrice ci ricondusse a quel che noi siamo davvero — nulla. »

« Il primo precetto della regola è che tutto quel che ci circonda è un mistero imperscrutabile. »

« Il secondo, che noi dobbiamo cercare di svelare i misteri, ma senza sperare di riuscirvi mai. »

« Il terzo, che un guerriero, conscio dei misteri imperscrutabili che lo circondano, e del proprio impegno a cercar di svelarli, prende il posto che gli è dovuto tra gli altri misteri e si considera uno di loro. Di conseguenza, per un guerriero, il mistero dell’essere è senza fine, sia che si tratti di un ciottolo, di una formica o di se stesso. E questa l’umiltà del guerriero. Si è tutti uguali a tutto. »

Ci fu un lungo e forzoso silenzio. Florinda sorrideva, gio- cherellando con la punta della sua lunga treccia. Mi disse che poteva bastarmi, per quel giorno.

La terza volta che andai da Florinda, don Juan non mi lasciò sulla soglia ma entrò con me. Tutti i componenti del suo seguito eran già riuniti in casa e mi salutarono come se stessi tornando da un lungo viaggio. Fu un avvenimento meraviglioso: Florinda così, nelle mie sensazioni, diventava una di loro, visto che per la prima volta si univa al gruppo in mia presenza.

Quando mi recai ancora a casa di Florinda, inaspettatamente don Juan mi ci fece entrare con uno spintone, come già aveva fatto un’altra volta. Fu un terribile shock. Florinda mi aspettava nell’ingresso. Ero entrato subito nello stato in cui è visibile il muro di nebbia.

« Ti ho detto come mi furono mostrati i princìpi dell’arte dell’agguato » mi disse, non appena ci fummo seduti sul divano del soggiorno. « Ora, devi fare lo stesso per me. Come te li indicò il Nagual Juan Matus? »

Le dissi che così al momento non ricordavo. Dovevo pensarci su e non ero in grado di pensare. Il mio corpo aveva paura.

« Non complicare le cose » disse in tono di comando. « Cerca di essere semplice. Metti tutta la concentrazione di cui sei capace nel decidere se accettare lo scontro o no, perché ogni scontro è una lotta per la vita. È questo il terzo principio dell’arte dell’agguato. Un guerriero dev’essere pronto e desideroso di battersi fino in fondo, in ogni momento. Mai, però, senza un piano prestabilito. »

Non mi riusciva in alcun modo di organizzare i miei pensieri. Allungai le gambe e mi sdraiai sul divano. Feci alcuni respiri profondi per rilassare il diaframma, che sembrava stretto in tanti nodi.

« Bene » disse Florinda. « Vedo che stai applicando il quarto principio dell’arte dell’agguato. Rilassarsi, lasciarsi andare, non aver paura di nulla. Solo allora le potenze che ci guidano ci apriranno il cammino e ci aiuteranno. Solo allora. »

Mi sforzai di rammentare in quale modo don Juan mi avesse mostrato i principi dell’arte dell’agguato. Per qualche inesplicabile ragione la mente si rifiutava di mettere a fuoco l’esperienza passata. Don Juan era un ricordo tanto vago! Mi alzai e cominciai a guardarmi intorno.

La stanza nella quale ci trovavamo era splendida. Aveva il pavimento a grandi piastrelle color cuoio; la posa in opera doveva aver richiesto mani molto esperte. Mi accingevo a esaminare il mobilio e mi diressi verso un bellissimo tavolo marrone scuro. Florinda mi fu accanto in un balzo e mi scosse con forza.

Hai applicato bene il quinto principio dell’arte dell’agguato » disse. « Ora non farti distrarre. »

« Qual è il quinto principio? » chiesi.

« Quando sono di fronte a circostanze che non riescono a controllare, i guerrieri si ritirano un attimo disse. Lasciano vagare i propri pensieri. Occupano il tempo con qualcos’altro. Qualsiasi cosa va bene. »

« Tu hai fatto proprio così. Ma ora che ci sei riuscito, devi applicare il sesto principio: i guerrieri comprimono il tempo; anche un istante ha la sua importanza. Se lotti per la vita, un secondo è un’eternità; un’eternità che può decidere il risultato. I guerrieri vogliono vincere e per questo comprimono il tempo. I guerrieri non sprecano neppure un momento. »

D’improvviso una massa di ricordi dilagò nella mia consa- pevolezza. Tutto euforico dissi a Florinda che riuscivo a ricordare nitidamente quando don Juan mi aveva elencato quei princìpi per la prima volta. Florinda si portò le dita alle labbra con un gesto che chiedeva il mio silenzio. Disse che s’era solo interessata a mettermi dinanzi a quei principi ma che non voleva che io le riferissi le mie esperienze.

Proseguì invece con la propria storia. Disse che, mentre la guaritrice le diceva di tornare senza Celestino, le fece bere una pozione che le alleviò prestissimo i dolori; poi le sussurrò all’orecchio che lei, Florinda, doveva prendere per proprio conto una decisione importante, e tranquillizzarsi distraendosi in qualche maniera ma senza sprecare nemmeno un attimo, una volta presa la decisione.

Appena a casa, Florinda espresse il desiderio di ripartire. Celestino vide l’inutilità delle proprie obiezioni, in quanto la volontà di lei era irremovibile.

« Tornai dalla guaritrice seduta stante » continuò Florinda. «Questa volta a cavallo. Presi con me i servi più fidati, la ragazza che mi aveva somministrato il veleno e un uomo per badare alle bestie. Non fu certo agevole viaggiare su per quelle montagne; i cavalli erano innervositi dal puzzo della mia gamba, ma in qualche modo ce la facemmo. Senza saperlo, avevo usato il terzo principio dell’arte dell’agguato. Avevo posto la mia vita, o almeno quel che ne restava, allo sbaraglio. Ero pronta e decisa a morire. Non era una gran de- cisione per me, stavo morendo comunque. Quando, come nel mio caso, uno è mezzo morto, non per il grande dolore ma per gli estremi disagi, c’è la tendenza a diventare tanto pigri e deboli che non è più possibile alcuno sforzo. »

« Mi fermai a casa della guaritrice sei giorni. Già al secondo mi sentivo meglio. Il gonfiore era diminuito. La gamba non spurgava più.

Non avevo più dolori. Mi sentivo solo un po’ debole e malferma sulle ginocchia quando cercavo di camminare. »

« Al sesto giorno la guaritrice mi portò in camera sua. Era piena di attenzioni e premure, mi fece sedere sul suo letto e mi offrì un caffè. Lei si accoccolò ai miei piedi, di fronte a me, sul pavimento. Ricordo le sue precise parole: “Sei molto, molto malata, e solo io posso curarti” mi disse. “Se non ti curo, tu morirai, d’una morte incredibile. Poiché sei un’imbecille, resisterai fino all’ultimo. D’altro canto, io ti potrei guarire in un giorno, ma non voglio. Dovrai continuare a venire qui finché non avrai capito ciò che devo mostrarti. Solo allora ti curerò sino in fondo; altrimenti, da quell’imbecille che sei, non torneresti più.” »

Florinda disse che la guaritrice, con grande pazienza, le spiegò i delicatissimi punti della sua decisione di aiutarla. Lei non capì neanche una parola. La spiegazione la convinse ancora di più che la guaritrice era un po’ toccata.

Quando questa s’accorse che non riusciva a farsi capire da Florinda, s’irrigidi e le fece ripetere molte volte, come fosse una bambina, che senza il proprio aiuto la sua vita era finita e che stava a lei decidere se interrompere la cura lasciandola morire senza speranza. Infine, quando Florinda la implorò di guarirla del tutto e di rimandarla a casa dalla sua famiglia, la donna perse la pazienza: prese la bottiglia contenente la medicina e, facendola cadere a terra, la mandò in frantumi e disse a Florinda che non voleva più saperne di lei.

Allora Florinda s’era messa a piangere — le sole vere lacrime della sua vita. Aveva detto alla guaritrice che lei voleva solo essere curata ed era più che disposta a pagare. La donna disse che era troppo tardi per pagare con moneta sonante; quel che lei voleva era l’attenzione di Florinda, non il suo denaro.

Florinda mi confessò che nel corso della sua vita aveva imparato a ottenere tutto ciò che voleva. Sapeva essere ostinata e sollevò il problema che migliaia di malati dovevano esser venuti dalla guaritrice mezzi morti, proprio come lei, e il loro denaro era stato accettato — perché il suo caso era diverso? La risposta della guaritrice, che per Florinda non fu di alcun chiarimento, le rivelò che, essendo una veggente, aveva visto il corpo luminoso di Florinda, scoprendo che loro due erano in tutto simili. Florinda pensò che la donna doveva

esser matta per non accorgersi che tra loro due c’era un abisso. La guaritrice era una rozza india, ignorante e primitiva, mentre Florinda era ricca, bellissima e bianca.

Florinda le chiese quel che aveva in animo di farle. L’altra le rispose che lei era stata incaricata di guarirla e di insegnarle una cosa di grande importanza. Florinda volle sapere chi le aveva dato tale incarico. La donna le rispose che era stata l’Aquila — una risposta che convinse vieppiù Florinda della pazzia totale di lei. Eppure non scorgeva alcuna alternativa all’accondiscendere alle sue richieste. Così le rispose di essere pronta a fare tutto ciò che le diceva.

La guaritrice cambiò all’istante il suo atteggiamento ostile. Diede a Florinda una medicina da portare a casa e le disse di tornare al più presto possibile.

« Come tu stesso sai, » continuò Florinda il maestro deve usare qualche trucco con il discepolo. Lei con me usò quello della cura. E aveva ragione. Ero una tale idiota, io, che se lei mi avesse guarita subito, sarei tornata alla mia stupida vita come se non mi fosse mai successo niente. Non facciamo tutti così? »

Florinda tornò dalla guaritrice dopo una settimana. Al suo arrivo fu salutata dal vecchio che aveva visto altre volte. Lui le parlò come fossero amici intimi. Disse che la guaritrice era via da molti giorni e non sarebbe rientrata che di lì a parecchi altri, ma che gli aveva affidato una medicina in caso lei fosse tornata. Disse a Florinda, in tono amichevole ma autoritario, che la partenza della guaritrice le aveva lasciato duo alternative: o tornava a casa, forse in condizioni peggiori di prima per la stanchezza del viaggio, o restava a seguire le istruzioni della guaritrice, dettate con estrema precisione. Aggiunse che se decideva di fermarsi e iniziare subito il trattamento, in tre o quattro mesi sarebbe tornata come prima. C’era, comunque, una condizione: se decideva di fermarsi, doveva restare per otto giorni consecutivi in casa della guaritrice e quindi rimandare per forza a casa i servi.

Florinda disse che non c’era nulla da decidere — doveva fermarsi. Senza altri indugi il vecchio le diede la pozione che, a quanto pareva, la guaritrice aveva lasciato apposta per lei. Rimase a vegliarla quasi tutta la notte. Era una presenza rassicurante e la sua conversazione serena ravvivò l’ottimismo e la fiducia di Florinda.

I due servi ripartirono l’indomani dopo colazione. Florinda non provava alcun timore. Aveva un’implicita fiducia nel vecchio. Lui le disse che, secondo le istruzioni della guaritrice, le doveva preparare una specie di scatolone per la cura. La fece sedere su una seggiola bassa posta al centro di un’area circolare, priva di vegetazione. Mentre era seduta lì, il vecchio le presentò tre giovanotti che, disse, erano suoi assistenti. Due erano indios e uno bianco.

I quattro impiegarono meno di un’ora per costruire una sorta di gabbia intorno alla sedia su cui sedeva Florinda. Quando ebbero finito, Florinda era comodamente chiusa in uno scatolone che aveva la parte superiore fatta a graticcio per far passare l’aria. Uno dei lati era incernierato perché servisse da porta.

Il vecchio aprì questa porta e aiutò Florinda a venir fuori. La condusse in casa e le chiese di aiutarlo a preparare la medicina così da averla pronta per il ritorno della guaritrice.

Florinda era affascinata dal modo di lavorare del vecchio: egli preparò un infuso di piante dall’odore acre e riempì un secchio di un liquido bollente. Le suggerì, per star meglio, di immergere la gamba nel secchio e, se se la sentiva, bere la pozione che le aveva preparato prima che se ne disperdesse la potenza. Florinda gli obbedì senza far domande. Il sollievo che provò fu notevole.

Poi il vecchio le assegnò una stanza tutta per lei e vi fece portar dentro lo scatolone dai tre giovani. Le disse che forse sarebbero passati parecchi giorni prima che la donna tornasse; nel frattempo doveva seguire meticolosamente tutte le istruzioni lasciatele. Florinda si disse d’accordo, e lui tirò fuori tutta una lista di compiti. Tra questi, un gran camminare per raccogliere le piante medicinali necessarie per gli infusi, e un aiuto materiale per la loro preparazione.

Florinda disse di esser rimasta dodici giorni invece di otto, in quanto i servi avevano tardato a tornare per le piogge torrenziali. Solo al decimo scoprì che la donna non s’era mai allontanata da casa e il vero guaritore era il vecchio.

Florinda rideva, descrivendo il suo shock. Il vecchio, con un trucco, era riuscito a coinvolgerla attivamente nella propria guarigione. Per di più, con il pretesto che la cura lo richiedeva, l’aveva posta ogni giorno per almeno sei ore nello scatolone,

facendole portare a termine un compito specifico che lui chiamava “ricapitolazione”.

A questo punto del racconto Florinda mi scrutò e concluse che ne avevo avuto abbastanza ed era tempo che me ne andassi.

Nel nostro incontro seguente, lei mi spiegò che il vecchio era il suo benefattore e che lei era la prima cacciatrice che le donne del seguito avevano trovato per il Nagual Juan Matus. Ma a quel tempo non le era noto nulla di tutto questo. Anche se il suo benefattore le faceva cambiare livello di consapevolezza e glielo rivelava, era tutto inutile. Lei era stata educata a essere bella e questo le aveva creato intorno uno scudo così impenetrabile da renderla indifferente ai cambiamenti.

Il suo benefattore concluse che le serviva tempo. Escogitò un piano per attirare Celestino nel campo di scontro di Florinda. Le fece vedere alcune cose della personalità del marito che lei sapeva corrispondevano a verità ma non aveva mai avuto il coraggio di riconoscere per suo conto. Celestino era molto possessivo con tutto quel che aveva: considerava la sua ricchezza e Florinda come le sue proprietà più importanti. Aveva dovuto passar sopra al suo orgoglio ferito dall’umiliazione subita per mano della guaritrice perché si trattava di una donna da poco e in fondo Florinda stava guarendo. Aspettava che si presentasse il momento opportuno, quando la guarigione sarebbe stata completa, per la propria vendetta.

Florinda mi riferì che il suo benefattore le aveva detto che, se la completa guarigione fosse arrivata troppo in fretta, si correva il rischio che Celestino, poiché era lui a prendere ogni decisione in famiglia, stabilisse che non c’era più bisogno di tornare dalla guaritrice. Allora egli le aveva dato un unguento da applicare sull’altra gamba. Era un medicamento dall’odore molto acre che produceva sulla pelle un’eruzione simile al propagarsi della malattia. Il benefattore le aveva consigliato di metterlo ogni volta che voleva tornare da lui, anche se non aveva bisogno di cure.

Florinda disse che le ci volle un anno per guarire. In tutto quel tempo il benefattore le fece conoscere la regola e la fece esercitare, come un soldato, nell’arte dell’agguato. Le fece applicare i princìpi dell’agguato alle sue attività di ogni giorno cominciando dalle piccole cose, per poi arrivare alle più importanti della sua vita.

Durante quell’anno il benefattore le presentò anche il Nagual Juan Matus, che lei descrisse come un giovanotto molto spiritoso e pieno di attenzioni ma nello stesso tempo il più spaventevole e turbolento che avesse mai conosciuto. Disse che fu il Nagual Juan Matus ad aiutarla a fuggire da Celestino. Don Juan e Silvio Manuel la fecero uscire di nascosto dalla città nonostante i posti di blocco della polizia e dell’esercito. Celestino l’aveva denunciata per abbandono ed essendo piuttosto influente aveva usato tutti i suoi mezzi per cercar d’impedirle di lasciarlo.

Per questo motivo il benefattore dovette trasferirsi in un’altra parte del Messico, mentre lei se ne dovette restare nascosta da lui per anni; questa situazione aveva fatto comodo a Florinda che doveva assolvere il compito della ricapitolazione e aveva quindi bisogno di assoluta quiete e solitudine.

Lei spiegò che la ricapitolazione è il forte dei cacciatori, proprio come il corpo sognante è il forte dei sognatori. Consisteva nel ricordare la propria vita fino al dettaglio più insignificante. Così il benefattore le aveva dato quello scatolone come simbolo e strumento di lavoro. Le avrebbe fatto apprendere la concentrazione, in quando avrebbe dovuto starci dentro per anni, fino a quando tutta la vita non le fosse passata davanti agli occhi. Ed era un simbolo dei limiti ristretti della nostra persona. Il benefattore le aveva detto che quando avesse finito la propria ricapitolazione, avrebbe potuto fare a pezzi lo scatolone, a significare che non doveva più sottostare alle limitazioni del corpo.

Disse che i cacciatori usano scatoloni o bare di terra per chiudercisi dentro mentre, più che ricordare, rivivono ogni attimo della loro esistenza. La ragione per cui i cacciatori devono ricapitolare la propria vita in modo così particolareggiato è che il dono dell’Aquila all’uomo include la volontà di accettare al posto della genuina consapevolezza un suo surrogato. se ne è la copia conforme. Florinda spiegò che poiché la consapevolezza è il cibo dell’Aquila, questa si può soddisfare con una perfetta ricapitolazione che ne faccia le veci.

Florinda me ne spiegò i punti fondamentali. Il primo stadio è un breve riassunto di tutti quegli avvenimenti della nostra vita che più spiccano in un esame generale. Il secondo stadio è una memoria più

dettagliata che inizia sistematicamente da un punto che potrebbe essere l’attimo prima che il cacciatore si sieda nello scatolone e in teoria potrebbe arrivare fino al momento della nascita.

Mi assicurò che una perfetta ricapitolazione potrebbe cambiare un guerriero quanto, se non più, del controllo totale del corpo sognante. In questo rispetto il sogno e l’agguato hanno lo stesso scopo, entrare nella terza attenzione. Tuttavia era importante che un guerriero li conoscesse e praticasse entrambi. Mi disse che, per le donne, la conoscenza dell’uno o dell’altro prendeva diverse configurazioni nel corpo luminoso. Invece gli uomini potevano praticarli tutti e due con una certa facilità, pur non potendo raggiungere lo stesso livello di perfezione delle donne.

Florinda spiegava che l’elemento chiave del ricapitolare era la respirazione. Il respiro per lei era magico perché era una funzione vitale. Diceva che era facile ricordare se si poteva ridurre l’area di stimolazione intorno al corpo. Per questo era necessario lo scatolone, così la respirazione avrebbe favorito ricordi sempre più profondi. In teoria, i cacciatori devono ricordare ogni sensazione provata in vita, e il processo inizia con un respiro. Mi avvisò che quel che lei mi stava insegnando erano solo i preliminari e che più avanti, in un diverso ambiente, mi avrebbe insegnato i dettagli più complicati.

Florinda mi riferì che il benefattore le aveva ordinato di scrivere un elenco di avvenimenti da rivivere. Le aveva detto che la procedura s’avvia con il respiro iniziale. I cacciatori cominciano col mento sulla spalla destra, inalando lentamente mentre ruotano il capo per un arco di 180 gradi. Il respiro termina sulla spalla sinistra. Finito di inalare, la testa torna in posizione rilassata. Esalano guardando dritto davanti a sé.

Poi il cacciatore prende il primo avvenimento della lista e ci si sofferma finché non ha ricordato ogni sensazione a esso collegata. Mentre i cacciatori ricordano le sensazioni connesse a tutto quel che è oggetto di ricapitolazione, inalano adagio, ruotando la testa dalla spalla destra alla sinistra. Questa respirazione ha il compito di ridare energia. Florinda affermava che il corpo luminoso crea in continuazione filamenti simili a ragnatele che sono proiettati fuori della massa luminosa, spinti da svariate emozioni. Di conseguenza ogni interazione oppure qualsiasi altra situazione che coinvolga i sen-

timenti, depaupera potenzialmente il corpo luminoso. I cacciatori, respirando da destra a sinistra, mentre ricordano una sensazione, con la magia del respiro raccolgono i filamenti che si sono lasciati dietro. Il respiro che viene subito dopo, va da sinistra a destra ed è un’esalazione; con questa i cacciatori espellono i filamenti lasciati in loro da altri corpi luminosi coinvolti in quel che si sta ricordando.

Lei dichiarò che questi erano i preliminari obbligatori dell’arte dell’agguato che tutti i componenti del suo gruppo eseguirono come introduzione alle più complesse manovre dell’arte. A meno che i cacciatori non abbiano completato la parte iniziale per recuperare i filamenti lasciati nel mondo e in particolare per espellere quelli che gli altri gli hanno lasciato dentro, non v’è possibilità alcuna di regolare la follia controllata, perché quei filamenti estranei sono la base della propria infinita capacità di presunzioùe. Per poter praticare la follia controllata, poiché non si tratta di una maniera per ingannare o castigare la gente o per sentirlesi superiore, si deve essere capaci di ridere di se stessi. Florinda disse che uno dei risultati di una dettagliata ricapitolazione è una gran risata quando ci si trova di fronte alla noiosa ripetizione della propria boria, che è al fondo di ogni interazione umana.

Florinda fece notare che la regola definisce arti sia l’agguato sia il sogno; dipendono quindi dalla esecuzione individuale. Disse che la natura vivificante del respiro è anche causa della sua qualità purificatoria, qualità che trasforma la ricapitolazione in qualcosa di pratico.

Nel nostro incontro seguente Florinda riassunse quelle che lei chiamava istruzioni dell’ultimo minuto. Asseriva che, visto che secondo le valutazioni congiunte del Nagual Juan Matus e del suo seguito di guerrieri non avevo bisogno di occuparmi del mondo della vita quotidiana, mi avevano insegnato l’arte del sogno invece di quella dell’agguato. Mi spiegò che il giudizio era poi stato radicalmente modificato e che loro si erano trovati in una difficile posizione, in quanto non avevano più tempo per insegnarmi l’arte dell’agguato. Dovevo rimanere indietro, nella periferia dellà terza attenzione, per portare a termine il mio compito in un secondo momento, quando

sarei stato pronto. D’altro canto, se avessi dovuto lasciare il mondo con loro, lei sarebbe stata esonerata da quella responsabilità.

Florinda disse che il suo benefattore considerava le tre tecniche fondamentali dell’agguato — lo scatolone, l’elenco di avvenimenti da ricapitolare e la respirazione del cacciatore — tra i compiti più importanti che un guerriero possa eseguire. Il suo benefattore pensava che una completa ricapitolazione fosse il sistema più opportuno per perdere la forma umana. Dopo aver ricapitolato la propria vita, per un cacciatore diveniva così più facile usare tutto il proprio non-fare, quale l’annullamento della storia personale, la perdita dell’arroganza, l’interruzione delle abitudini e così via.

Florinda disse che il benefattore aveva fornito a tutti loro un esempio di quel che diceva, prima mimando le sue premesse, e poi offrendo loro le basi logiche del guerriero per le proprie azioni. Nel suo caso, da vero maestro dell’arte dell’agguato, ripeté la tattica seguita per la malattia e la cura, che non solo era la più appropriata per un guerriero, ma rap presentava una magistrale introduzione ai sette principi fondamentali dell’arte dell’agguato. Per prima cosa, egli attirò Florinda nel proprio campo di scontro, dove lei si trovò alla sua mercé; la costrinse a disfarsi del superfluo; le insegnò a impegnare tutta se stessa in una decisione; le spiegò come rilassarsi; per aiutarla a rimettere insieme le proprie risorse, la fece entrare in un nuovo e diverso stato d’animo, ottimista e fiducioso; le insegnò a comprimere il tempo e per ultimo le mostrò che un cacciatore non si spinge mai in prima fila.

Florinda fu molto colpita da quest’ultimo precetto. Per lei riassumeva tutto ciò che voleva dirmi nelle istruzioni dell’ultimo minuto.

« Il mio benefattore era il capo » disse Florinda. « Eppure, a guardarlo, nessuno l’avrebbe sospettato. Aveva sempre la copertura di una delle sue guerriere, mentre in tutta libertà lui si univa ai pazienti facendosi passare per uno di loro, o fingendo di essere un vecchio pazzo che spazzava foglie secche in continuazione con una scopa rudimentale. »

Florinda spiegò che, per applicare il settimo principio dell’arte dell’agguato, occorre applicare anche gli altri sei. Così il benefattore guardava sempre di dietro le quinte. Grazie a ciò, egli riusciva a

evitare o a neutralizzare i conflitti. Se c’era attrito, non era mai con lui ma con la guerriera sua copertura.

« Spero che a questo punto tu abbia capito proseguì che solo un maestro dell’arte dell’agguato può essere maestro della follia controllata. “Follia controllata” non vuoi dire ingannare la gente. Vuol dire, come mi spiegò il benefattore, che i guerrieri applicano i sette princìpi dell’arte dell’agguato a qualsiasi cosa facciano, dalle sciocchezze più comuni a casi di vita o di morte. »

« Applicando questi princìpi si ottengono tre risultati. Il primo: che i cacciatori imparano a non prendersi mai sul serio, a ridere di se stessi. Se non hanno paura degli scherzi, tutti scherzeranno con loro. Il secondo: che i cacciatori apprendono ad avere una illimitata pazienza. Non hanno mai fretta; non s’innervosiscono mai. Il terzo: che i cacciatori imparano ad avere una enorme capacità d’improvvisazione. »

Florinda s’alzò in piedi. Come al solito, eravamo seduti nel suo soggiorno. Immaginai subito che la nostra conversazione fosse finita. Disse che c’era un altro argomento da presentarmi prima di salutarci. Mi portò in un altro patio interno. Non ero mai stato prima in quella parte della casa. Chiamò a bassa voce qualcuno e da una stanza uscì una donna. Sulle prime non la riconobbi. Lei mi chiamò per nome e allora m’accorsi che era dofia Soledad. Era meravigliosamente cambiata, più giovane e più potente.

Florinda mi disse che dofia Soledad era stata per cinque anni a ricapitolare in uno scatolone, che l’Aquila aveva accettato la ricapitolazione al posto della consapevolezza e l’aveva lasciata libera. Dofia Soledad fece un segno di assenso col capo. Florinda pose fine all’incontra, dicendomi che era giunto il momento di andare perché non avevo più energia.

Mi recai a casa di Florinda molte altre volte, dopo. La vedevo sempre, ma solo per brevi momenti. Mi disse che aveva deciso di non darmi altre istruzioni, poiché per me sarebbe stato più vantaggioso avere rapporti solo con doiìa Soledad.

Dona Soledad e io ci incontrammo parecchie volte, ma tutto quel che accadeva durante i nostri incontri esula totalmente dalla mia comprensione. Quando eravamo insieme, mi faceva sempre sedere

sulla soglia della sua camera, volto a est. Lei si sedeva alla mia destra, sfiorandomi. Poi fermavamo la rotazione del muro di nebbia, ritrovandoci tutti e due all’interno della stanza, volti a sud.

Con la Gorda avevo già imparato a fermare la rotazione del muro; sembrava che dona Soledad mi stesse aiutando a realizzare un altro aspetto di quella capacità percettiva. Con la Gorda mi ero accorto, a ragione, che solo una parte di noi fermava il muro. Fu come se io, all’improvviso, mi fossi diviso in due. Una parte del mio essere guardava diritto davanti a sé e vedeva un muro immobile alla propria destra, mentre un’altra e più grande parte di me aveva girato di 90 gradi a destra e si trovava il muro di fronte.

Ogni volta che dona Soledad e io fermavamo il muro, restavamo a guardarlo; non entravamo mai nell’area tra le linee parallele come la donna Nagual, la Gorda e io avevamo fatto dozzine di volte. Dona Soledad mi faceva guardar fisso nella nebbia ogni volta, quasi che la nebbia fosse uno specchio. Provavo allora la più bizzarra dissociazione, come se stessi correndo a rotta di collo. Vedevo scorci di paesaggio nella nebbia, e d’un tratto mi trovavo in una diversa realtà fisica: una zona montagnosa, dirupata e inabitabile. C’era sempre dona Soledad in compagnia di una bella donna che rideva forte di me.

La mia incapacità di ricordare quel che facevamo oltre questo punto era perfino più acuta dell’incapacità di ricordare quel che la donna Nagual, la Gorda e io facevamo nell’area tra le linee parallele. Sembrava che dona Soledad e io entrassimo in un’altra zona di consapevolezza a me sconosciuta. Mi trovavo già in quel che ritenevo il mio più acuto stato di percezione e, invece, c’era qualcosa di ancora più intenso. L’aspetto della seconda attenzione che dona Soledad mi stava chiaramente mostrando era più complesso e più inaccessibile di quanto avevo sperimentato fino a quel momento. Tutto quel che potevo ricordare era un senso di essermi mosso molto, una sensazione fisica paragonabile all’aver camminato miglia e miglia, o all’essersi inerpicati per scoscesi sentieri di montagna. Avevo anche una netta e materiale certezza, benché non ne sapessi chiarire bene il motivo, che dona Soledad, la donna e io ci scambiassimo parole, pensieri, sensazioni: ma non ero in grado di definirli con precisione.

Dopo ogni incontro con dona Soledad, Florinda mi faceva andare via subito. Dona Soledad riduceva il feedback verbale al minimo. Secondo me, il fatto di trovarsi in uno stato di così intensa percezione la toccava nel profondo tanto che no:ì riusciva più a parlare. A lasciarci senza fiato era qualcosa che noi vedevamo in quel paesaggio dirupato, oltre alla bella donna, oppure qualcosa che facevamo noi. Lei non ricordava nulla, benché tentasse.

Chiesi a Florinda di spiegarmi la natura dei miei viaggi con dona Soledad. Mi disse che una parte delle sue istruzioni dell’ultimo minuto diceva di farmi entrare nella seconda attenzione come i cacciatori, e che dona Soledad era più capace di lei di scortarmi nella dimensione del cacciatore.

Per quello che doveva essere il nostro ultimo incontro, Florinda mi aspettava nell’ingresso, come aveva fatto dall’inizio. Mi prese per un braccio e mi condusse nel soggiorno. Ci sedemmo. Mi consigliò di non cercare ancora di trarre un senso dai miei viaggi con dona Soledad. Mi spiegò che i cacciatori sono molto diversi dai sognatori nel modo di usare il mondo intorno, e che dona Soledad stava cercando di aiutarmi a girare il capo.

Quando don Juan aveva descritto il concetto di girare il capo in un’altra direzione, io l’avevo preso per una metafora che descrivesse un mutamento di contegno. Florinda disse che quella descrizione era esatta ma non si trattava di una metafora. Era vero che i cacciatori girano il capo, tuttavia non lo girano per guardare in un’altra direzione, ma per guardare il tempo in modo diverso. I cacciatori guardano il tempo futuro che si avvicina. Normalmente noi guardiamo il tempo passato mentre s’allontana da noi. Solo i cacciatori possono cambiare e mettersi di fronte al tempo che avanza verso di loro.

Florinda mi spiegò che girare il capo non voleva dire che si potesse vedere nel futuro, ma che si vedesse il tempo come qualcosa di concreto, anche se incomprensibile. Era perciò superfluo che io cercassi di capire quel che facevamo dona Soledad e io. Tutto si sarebbe chiarito quando sarei stato in grado di vedere la totalità di me stesso e avrei avuto tutta l’energia necessaria per svelare quel mistero.

Florinda mi disse, come se mi stesse facendo un regalo, che dona Soledad, come cacciatrice, era il massimo; la definì la più brava di tutti. Disse che poteva attraversare le linee parallele a suo piacimento.

E inoltre, nessuno dei guerrieri al seguito di don Juan era stato capace di fare quel che aveva fatto lei. Dona Soledad, con le sue impeccabili tecniche dell’agguato, aveva trovato il suo essere parallelo.

Florinda proseguì dicendo che quanto avevo sperimentato con il Nagual Juan Matus, Silvio Manuel, Genaro o Zuleica erano solo minuscole parti della seconda attenzione; qualsiasi cosa dona Soledad mi stesse aiutando a provare, si trattava ancora di un’altra minuscola porzione, benché diversa.

Dofia Soledad non solo mi aveva messo di fronte al tempo che s’avvicinava, ma mi aveva portato al suo essere parallelo. Florinda lo definiva come il contrappeso che ogni creatura vivente possiede, grazie al fatto di essere un’entità luminosa piena di inspiegabile energia. Per ogni individuo, l’essere parallelo è un’altra persona dello stesso sesso, intimamente e inestricabilmente unita a lui. Tutti e due coesistono nel mondo allo stesso tempo. I due esseri paralleli sono come due estremità del medesimo polo.

È quasi impossibile che i guerrieri trovino il loro essere parallelo, perché nella vita di un guerriero ci sono troppi fattori di distrazione, altre priorità. Ma chiunque fosse capace di compiere questa impresa, troverebbe, proprio come dona Soledad, nel suo essere parallelo, una fonte illimitata di gioventù ed energia.

Florinda si alzò di scatto e mi portò nella camera di dona Soledad. Forse perché sapevo che quello era il nostro ultimo incontro, fui preso da una strana ansia. Dona Soledad mi sorrise quando le dissi quel che Florinda mi aveva appena raccontato. Con quella che mi parve la vera umiltà del guerriero, mi disse che lei non mi stava insegnando nulla, che l’unica cosa che aveva mirato a fare era stato mostrarmi il suo essere parallelo, perché era lì che lei si sarebbe rifugiata quando il Nagual Juan Matus e i suoi guerrieri avrebbero lasciato questo mondo. Comunque, era accaduto qualcosa che trascendeva la sua comprensione. Florinda le aveva spiegato che noi ci eravamo reciprocamente accresciuta l’energia e questo ci aveva fatto affrontare il tempo che s’avvicinava non, come Florinda avrebbe voluto che facessimo, a piccole dosi, ma in incomprensibili grossi bocconi, come chiedeva la mia natura ingorda.

Il risultato del nostro ultimo incontro fu persino più frustrante. Dona Soledad, il suo essere parallelo e io restammo insieme per quel

che mi parve un tempo lunghissimo. Vidi ogni tratto del volto dell’essere parallelo. Sentii che stava cercando di dirmi chi era. Mi sembrava che anche lei fosse conscia che quello era il nostro ultimo incontro. Nei suoi occhi c’era un così incredibile senso di fragilità! Poi una forza simile a un turbine ci spinse via, dentro qualcosa che per me non aveva alcun significato.

D’un tratto Florinda mi aiutò a rialzarmi. Mi prese per un braccio e mi portò alla porta. Dona Soledad camminava con noi. Florinda disse che avrei avuto difficoltà a ricordare quanto era accaduto perché stavo abbandonandomi alla razionalità, una condizione che poteva solo peggiorare perché loro due stavano per lasciarmi e io non avrei avuto nessuno ad aiutarmi a cambiare livello di consapevolezza. Aggiunse che un giorno dona Soledad e io ci saremmo di nuovo incontrati nel mondo della vita quotidiana.

Fu allora che mi rivolsi a dona Soledad, supplicandola di impedirmi questi abbandoni; le dissi che se non ci fosse riuscita, avrebbe dovuto uccidermi. Non volevo vivere nella sterilità del mio essere razionale.

« Sbagli a dire così » disse Florinda. « Noi siamo guerrieri, e i guerrieri hanno in animo una cosa sola: la loro libertà. Morire ed essere divorati dall’Aquila, non ha senso. Ma sfuggirle ed essere liberi rappresenta il massimo dell’audacia. »

15

IL SERPENTE PIUMATO

Raggiunte tutte le mete indicate dalla regola, don Juan e il suo seguito di guerrieri erano pronti per il compito finale, il distacco dal mondo della vita quotidiana. Tutto quel che restava da fare alla Gorda, agli altri apprendisti e a me, era assistere all’evento. C’era solo un problema irrisolto: che fare degli apprendisti? Don Juan disse che di norma dovevano partire con lui, incorporandosi nel gruppo; però non erano pronti. Le reazioni che avevano avute nel tentativo di at- traversare il ponte gli avevano lasciato vedere i loro punti deboli.

Don Juan disse che, secondo lui, era stata saggia la scelta del suo benefattore, che aveva atteso anni prima di mettergli insieme un seguito di guerrieri, e aveva prodotto risultati positivi, mentre la propria decisione di organizzarmi rapidamente un gruppo insieme alla donna Nagual ci era stata quasi fatale.

Capii che quanto diceva non era tanto un’espressione di rammarico quanto un’affermazione della libertà del guerriero di scegliere e di accettare la sua scelta. Disse inoltre che aveva preso in seria considerazione l’idea di seguire l’esempio del suo benefattore e che se l’avesse fatto avrebbe scoperto abbastanza presto che io non ero un Nagual simile a lui o che nessuno all’infuori di me sarebbe stato impegnato oltre quel punto. Al momento Lydia, Rosa, Benigno, Nestor e Pablito presentavano problemi seri; la Gorda e Josefina avevano bisogno di tempo per perfezionarsi; soltanto Soledad ed Eligio erano sicuri, in quanto erano forse persino più avanti dei guerrieri del suo seguito. Don Juan aggiunse che stava a ciascuno dei nove considerare le proprie circostanze, favorevoli o sfavorevoli che fossero, e, senza rincrescimento, disperazione o pacche sulla schiena, trasformare la maledizione o la benedizione in sfida di vita.

Don Juan fece notare che non tutto quel che avevamo fatto era stato un fallimento — la particina che avevamo avuto tra i suoi guerrieri era stata un trionfo completo in quanto la regola si attagliava a tutto il mio gruppo, me escluso. Ero pienamente d’accordo con lui. Per cominciare, la donna NaguaI era proprio come diceva la regola. Aveva grazia, controllo; creatura di guerra, eppure sempre serena. Senza alcuna manifesta preparazione, aveva trattato e diretto tutti i ben dotati guerrieri di don Juan anche se avevano più del doppio della sua età. Questi, uomini e donne, asserirono che lei era una copia esatta dell’altra donna Nagual che avevano conosciuto. Rifletteva alla perfezione ognuna delle guerriere, e di conseguenza rifletteva anche le cinque donne che don Juan aveva trovato per il mio gruppo, in quanto esse stesse replica delle più anziane. Lydia era come Hermelinda, Josefina come Zuleica, Rosa e la Gorda come Nelida, e Soledad come Delia.

Anche gli uomini erano repliche dei guerrieri di don Juan: Nestor era copia di Vicente, Pablito di Genaro, Benigno di Silvio Manuel ed Eligio di Juan Tuma. La regola era in fondo la voce di un potere sconvolgente che aveva plasmato queste persone in un tutto omogeneo. Solo per uno strano capriccio della sorte erano rimasti in difficoltà senza un capo che potesse trovare per loro il passaggio nell’altra consapevolezza.

Don Juan disse che tutti i componenti del mio gruppo dovevano entrare nell’altra consapevolezza per proprio conto, e che egli non sapeva quali probabilità avessero perché dipendeva individualmente da ognuno di loro. Egli aveva aiutato in maniera impeccabile tutti, così il suo spirito era libero da pensieri e preoccupazioni e la mente scevra da inutili speculazioni. Tutto quel che gli rimaneva da fare era mostrarci pragmaticamente ciò che voleva dire attraversare le linee parallele nella propria totalità.

Don Juan mi disse che al massimo avrei soltanto potuto aiutare uno degli apprendisti e che lui aveva scelto la Gorda per il suo coraggio e perché io già la conoscevo. Disse che non mi restava più energia per gli altri, per il fatto che avevo ancora diversi doveri da compiere, ulteriori vie di azione, in carattere con il mio vero compito. Don Juan mi spiegò che ognuno dei suoi guerrieri sapeva qual era quel compito ma non me lo avevano rivelato perché io dovevo dimostrare di esserne degno. Il fatto che loro si trovassero al termine

del cammino e che io avessi seguito alla lettera quanto mi veniva insegnato, rendeva imperativo che tale rivelazione avvenisse, anche se solo parzialmente.

Quando per don Juan fu giunto il momento di andare, me ne informò mentre ero in uno stato di consapevolezza normale. Non colsi il significato di quanto andava dicendo. Don Juan cercò fino all’ultimo di indurmi a unire i miei due stati di consapevolezza. Tutto sarebbe stato così semplice, se fossi stato capace di quella fusione. Poiché non ci riuscii, ed ero toccato solo razionalmente dalla sua rivelazione, mi fece cambiare livello di consapevolezza per farmi valutare l’avvenimento in termini più ampi.

Mi segnalò ripetute volte che essere nella consapevolezza del lato sinistro rappresenta un vantaggio solo nel senso che si accelera la nostra conoscenza delle cose. E uno svantaggio perché ci permette di focalizzare con inconcepibile lucidità solo una cosa per volta, e questo ci rende dipendenti e vulnerabili. Non possiamo star per conto nostro mentre ci troviamo nella consapevolezza del lato sinistro e dobbiamo esser protetti dai guerrieri che si sono guadagnata la totalità del proprio essere e sanno come comportarsi in quella condizione.

La Gorda disse che un giorno il Nagual Juan Matus e Genaro avevano radunato tutti gli apprendisti in casa sua. Il Nagual li aveva fatti spostare nella consapevolezza del lato sinistro e li aveva informati che il suo tempo sulla terra si era concluso.

Lei all’inizio non gli aveva creduto. Pensava che stesse cercando di scuoterli per farli agire da guerrieri. Ma poi s’era accorta che c’era nei suoi occhi uno scintillio che non gli aveva mai visto prima.

Dopo aver fatto cambiare loro livello di consapevolezza, don Juan chiacchierò individualmente con ognuno esigendo un riepilogo, come per ripassare tutti i concetti e le procedure che avevano imparato con lui. Fece lo stesso con me. Il nostro incontro avvenne il giorno prima che io lo vedessi per l’ultima volta. Nel mio caso egli fece il riepilogo in tutti e due i livelli di consapevolezza. Infatti, mi fece spostare dal- l’uno all’altro diverse volte quasi per assicurarsi che fossi davvero saturo sia nell’uno sia nell’altro.

Dapprima non m’era riuscito di ricordare come s’era svolto questo riepilogo. Un giorno la Gorda riuscì infine a spezzare le barriere della mia memoria. Mi disse che si trovava nella mia mente

come se mi stesse leggendo. A suo giudizio, quel che mi bloccava la memoria era la paura di rammentare il mio dolore. Quanto era accaduto in casa di Silvio Manuel la notte prima che partissero era indissolubilmente intrecciato con il mio terrore. Disse di avere la netta sensazione che avessi paura, ma non ne conosceva il motivo. Né poteva ricordare quel che era accaduto con esattezza in quella casa, in particolare nella stanza dove eravamo soliti sederci.

Mentre la Gorda parlava mi parve di precipitare in un abisso. Mi accorsi che una parte di me stava cercando di trovare una connessione tra due avvenimenti separati cui avevo assistito nei miei due stati di consapevolezza. Sul lato sinistro avevo racchiuso i ricordi dell’ultimo giorno terreno di don Juan e del suo seguito di guerrieri, sul lato destro avevo il ricordo di essere saltato nell’abisso, quel giorno. Cercando di unire i miei due lati, provai una sensazione di totale cedimento fisico. Mi si piegarono le ginocchia e caddi in terra.

Quando descrissi alla Gorda la mia esperienza e come l’avevo interpretata, lei disse che senza dubbio quanto stava tornando alla mia consapevolezza del lato destro era la memoria che era affiorata in lei mentre io parlavo. S’era appena ricordata che avevamo fatto un ultimo tentativo di attraversare le linee parallele con il Nagual Juan Matus e il suo gruppo. Mi disse che noi due con il resto degli apprendisti aveva- mo cercato ancora una volta di attraversare il ponte.

Non mi riusciva di mettere a fuoco quel ricordo. Sembrava ci fosse una forza costrittiva che mi impediva di organizzare pensieri e sensazioni a quel proposito. La Gorda disse che Silvio Manuel aveva detto al Nagual Juan Matus di preparate alla traversata me e tutti gli apprendisti. Non voleva lasciarmi su questo mondo perché pensava che non sarei mai riuscito ad adempiere al mio compito. Il Nagual non era d’accordo con lui ma effettuò i preparativi nonostante la pensasse diversamente.

La Gorda mi disse di ricordarsi che ero andato a prenderla in macchina per portarla insieme agli altri apprendisti alla casa di Silvio Manuel. Loro erano restati lì mentre io ero tornato dal Nagual Juan Matus e da Genaro per prepararmi alla traversata.

Non me lo ricordavo affatto. Lei insisteva perché la usassi come guida, visto che eravamo uniti così intimamente; mi assicurò che avrei

potuto leggerle la mente e trovarvi qualcosa che avrebbe risvegliato il mio completo ricordo.

La mia testa era tutta in subbuglio. Una grande ansietà mi impediva perfino di concentrarmi su quello che stava dicendo la Gorda. Lei continuava a parlare, descrivendo ciò che rammentava del nostro secondo tentativo di attraversare quel ponte. Disse che Silvio Manuel aveva fatto un discorso. Aveva detto che avevano abbastanza pratica per tentare una seconda volta la traversata; quello di cui avevano bisogno per entrare in pieno nel proprio altro era di abbandonare la volontà della prima attenzione. Una volta che avessero raggiunto la consapevolezza del proprio altro, il potere del Nagual Juan Matus e del suo seguito li avrebbe raccolti e sollevati fino alla terza attenzione con grande facilità — cosa che non potevano fare se gli apprendisti si trovavano nella consapevolezza normale.

A un certo punto, non stavo più ascoltando la Gorda. Il suono della sua voce in realtà mi fece da tramite. D’un tratto mi riaffiorò alla mente il ricordo di tutto quanto era accaduto. Barcollai, all’impatto con la memoria. La Gorda smise di parlare e mentre le descrivevo tutto quanto, tornò in mente anche a lei. Avevamo messo insieme gli ultimi pezzi delle memorie separate dei nostri due stati di consapevolezza.

Mi ricordai che don Juan e don Genaro mi avevano preparato alla traversata mentre ero in stato di consapevolezza normale. Avevo pensato razionalmente che mi stessero preparando per farmi saltare in un abisso.

La Gorda ricordava che per prepararli alla traversata Siivio Manuel li aveva issati fino alle travi del soffitto assicurati in imbracature di cuoio. Ce n’era una in ogni stanza. Gli apprendisti furono tenuti sospesi quasi tutto il giorno.

La Gorda commentò che avere un’imbracatura in camera è ideale. I Genaros, senza sapere bene quel che facevano, avevano centrato il quasi-ricordo delle imbracature nelle quali erano stati sospesi e avevano creato un loro gioco. Era un gioco che combinava le qualità curative e purificatrici dello star sollevati da terra, con la possibilità di esercitare la concentrazione di cui si ha bisogno per spostarsi dalla consapevolezza del lato destro a quella del sinistro. Quel loro gioco era, in fondo un espediente per far ricordare.

La Gorda disse che, dopo che lei e gli apprendisti erano rimasti sospesi tutto il giorno, all’imbrunire Silvio Manuel li aveva messi giù. Quindi erano andati tutti al ponte con lui e avevano aspettato lì con il resto del seguito finché non erano arrivati il Nagual Juan Matus e Genaro con me. Il Nagual Juan Matus aveva spiegato a tutti di aver impiegato più del previsto a prepararmi.

Mi ricordavo che don Juan e i suoi guerrieri avevano attraversato il ponte prima di noi. Dona Soledad ed Eligio andarono con loro automaticamente. La donna Nagual attraversò per ultima. Dall’altra parte del ponte Silvio Manuel ci fece segno di cominciare a camminare. Senza dire una parola, ci avviammo tutti insieme. A metà del ponte Lydia, Rosa e Pablito non sembrarono più in grado di fare un passo. Benigno e Nestor giunsero fin quasi all’estremità e poi si fermarono. Solo la Gorda, Josefina e io arrivammo fin dove stava don Juan con gli altri.

Quel che accadde dopo fu molto simile a quanto era accaduto al nostro primo tentativo di traversata. Silvio Manuel ed Eligio tenevano aperto qualcosa che mi sembrava proprio una fessura. Avevo abbastanza energia per concentrarvi la mia attenzione. Non era una spaccatura nella collina situata all’estremità del ponte e neanche nel muro di nebbia, benché riuscissi a scorgere un vapore nebbioso tutt’intorno all’apertura. Era un orifizio scuro e misterioso, a sé stante, discosto da ogni altra cosa; alto quanto un uomo ma forse più stretto. Don Genaro fece una battuta e lo chiamò “vagina cosmica”, suscitando sghignazzate fra i suoi pari. La Gorda e Josefina si tennero strette a me ed entrammo.

Ebbi l’immediata sensazione di essere schiacciato. La stessa incommensurabile forza che mi aveva quasi fatto scoppiare la prima volta, mi aveva afferrato di nuovo. Sentivo che la Gorda e Josefina si fondevano in me. Mi sembrava di essere più largo di loro e la forza ci appiattiva l’un contro l’altro.

La prima cosa di cui ebbi conoscenza fu che ero disteso supino per terra e su di me c’erano la Gorda e Josefina. Silvio Manuel ci aiutò a rialzarci. Mi disse che non sarebbe stato possibile unirci a loro in quel viaggio ma che forse più tardi, quando avessimo raggiunto il perfetto accordo tra noi, l’Aquila ci avrebbe fatti passare.

Mentre tornavamo a piedi verso casa, Silvio Manuel mi bisbigliò che da quella notte la loro strada e la mia divergevano l’una dall’altra. Disse che non si sarebbero più incontrate e che io ero solo. Mi invitò a essere frugale e a utilizzare ogni frammento di energia senza mai sciuparne nulla. Mi assicurò che se fossi riuscito a raggiungere la totalità del mio essere senza troppe perdite, ne avrei avuta abbastanza per portare a termine il mio compito. Se mi fossi esaurito eccessivamente prima di perdere la forma umana, ero spacciato.

Gli chiesi se c’era un modo per evitare d’esaurirsi. Scosse il capo. Rispose che un modo c’era, ma non per me. Che riuscissi o meno, non dipendeva dalla mia volontà. Poi mi rivelò qual era il mio compito, ma non mi disse come portarlo a termine. Disse che un giorno l’Aquila avrebbe messo qualcuno sulla mia strada per dirmi come fare. E non sarei stato libero fino a quando non ci fossi riuscito.

Quando arrivammo alla casa, ci radunammo tutti in un’ampia stanza. Don Juan si sedé al centro, volto verso sud-est. Lo circondavano le otto guerriere. Sedevano a due a due ai punti cardinali, anche loro volte a sud-est. Poi i tre guerrieri formarono un triangolo esterno al cerchio, con Silvio Manuel al vertice che puntava a sud-est. Dei quattro messaggeri, le due donne gli si sedettero ai fianchi e i due uomini di fronte, quasi contro il muro.

La donna Nagual fece sedere gli apprendisti maschi contro il muro che dava a est, e le donne contro quello che dava a ovest. Dopo mi guidò a un posto proprio dietro a don Juan. Ci sedemmo insieme.

Restammo seduti per quel che mi parve solo un istante, eppure mi sentii in corpo un’ondata di energia insolita. Mi sembrava che ci fossimo seduti e poi alzati immediatamente dopo. Quando chiesi alla donna Nagual perché ci eravamo alzati così presto, lei mi rispose che eravamo lì da parecchie ore e che un giorno, prima di entrare nella terza attenzione, tutto mi sarebbe tornato in mente.

La Gorda disse che non solo lei aveva avuto la sensazione di esser rimasta seduta in quella stanza per un solo attimo, ma nessuno le aveva mai detto che non era stato così. Quel che il Nagual Juan Matus le aveva detto in seguito era che lei aveva l’obbligo di aiutare gli altri apprendisti, specie Josefina, e che un giorno sarei tornato io per darle la spinta finale di cui aveva bisogno per essere totalmente nel proprio altro.

Lei era legata a me e a Josefina. Durante il nostro sognare insieme sotto la guida di Zuleica ci eravamo scambiate quantità enormi della nostra luminosità. Ecco perché insieme riuscivamo a sopportare la pressione del proprio altro che penetrava nella carne. Le aveva anche detto che era stato il potere dei guerrieri del suo seguito a rendere la traversata così facile, quella volta, e che quando avrebbe dovuto attraversare da sola, doveva esser pronta a farlo sognando.

Dopo che ci eravamo alzati, mi si avvicinò Florinda. Mi prese per un braccio e passeggiò con me su e giù per la stanza, mentre don Juan e i suoi guerrieri parlavano agli apprendisti.

Disse che non dovevo lasciare che gli eventi di quella notte al ponte mi confondessero. Non dovevo credere, come a un certo punto aveva creduto il Nagual Juan Matus, che c’è un vero e proprio passaggio fisico per entrare nel proprio altro. La fessura che io avevo visto era solo un’idea della loro volontà, bloccata dall’ossessione per i passaggi del Nagual Juan Matus e dal bizzarro senso dell’umorismo di Silvio Manuel; la combinazione delle due cose aveva prodotto la vagi- na cosmica. Per quanto la riguardava, il passaggio da un io all’altro non aveva nulla di fisico. La vagina cosmica era un’espressione fisica del potere di muovere la “ruota del tempo” che i due uomini possedevano.

Florinda spiegò che quando lei e i suoi pari parlavano del tempo, non si riferivano a qualcosa che è misurato dal movimento dell’orologio. Il tempo è l’essenza stessa dell’attenzione; le emanazioni dell’Aquila sono fatte di tempo; e, giustamente, quando si entra in qualsiasi aspetto dei proprio altro, si viene a conoscere il tempo.

Fiorinda dichiarò che quella stessa notte, mentre sedevano in formazione, avevano avuto l’ultima occasione di aiutare me e gli apprendisti ad affrontare la ruota del tempo. Disse che la ruota del tempo è come uno stato di intensificata percezione che è parte dei proprio altro, come la consapevolezza dei lato sinistro fa parte dell’io della vita quotidiana, e che potrebbe essere descritto fisicamente come un tunnel di lunghezza e larghezza infinite; un tunnel con solchi riflettenti. Ogni solco è infinito e ve n’è un numero infinito. Le creature viventi sono costrette, dalla forza della vita, a guardare nel

proprio solco. Guardare vuoi dire esserne intrappolati, vivere in quel solco.

Affermò che quel che i guerrieri chiamano volontà appartiene alla ruota del tempo. È qualcosa simile al cirro del rampicante o a un intangibile tentacolo che tutti noi abbiamo. Lei disse che scopo finale d’un guerriero è imparare a mettere a fuoco la ruota del tempo per farla girare. I guerrieri che sono riusciti a far girare la ruota del tempo, possono guardare in qualsiasi solco e attingerne tutto quel che desiderano, per esempio, la vagina cosmica. Essere intrappolati a forza in un solco di tempo vuol dire vedere le immagini di quel solco soltanto quando se ne allontanano. Essere liberi dalla forza magica di quei solchi vuoi dire poter guardare in ogni direzione, sia che le immagini si allontanino sia che si avvicinino.

Florinda smise di parlare e mi abbracciò. Mi bisbigliò al- l’orecchio che sarebbe tornata un giorno a terminare la mia istruzione, quando avessi acquistato la totalità del mio io.

Don Juan chiamò tutti perché venissero dov’ero. Mi si misero tutt’intorno. Don Juan fu il primo a parlarmi. Disse che non potevo andare in viaggio con loro perché non era possibile che abbandonassi il mio compito. Date le circostanze, l’unica cosa che potevano fare per me era augurarmi ogni bene. Aggiunse che i guerrieri non avevano una vita propria. Dal momento in cui comprendono la natura della consapevolezza, cessano di essere persone e la condizione umana non fa più parte dei loro orizzonti. Io avevo il mio dovere di guerriero e null’altro importava, perché venivo lasciato indietro per adempiere a un compito molto misterioso. Poiché avevo già rinunciato alla vita non avevano altro da dirmi, tranne che dovevo cercare di fare del mio meglio. E io non avevo altro da dire loro tranne che avevo capito e avevo accettato il mio destino.

Dopo di lui mi venne accanto Vicente. Parlò a voce molto bassa. Mi disse che l’impresa più difficile per un guerriero è giungere a un inafferrabile equilibrio di forze positive e negative. Questo non vuol dire che un guerriero deve lottare per avere tutto sotto controllo, ma deve cercare di far fronte a ogni situazione immaginabile, al previsto e all’imprevisto, con altrettanta efficienza. Essere perfetto in perfette circostanze voleva dire essere un guerriero di carta. La mia sfida, la mia impresa difficile, era restare indietro. La loro, di spingersi avanti,

nell’inconoscibile. Erano entrambe logoranti. Per un guerriero, l’eccitazione di star fermo equivale a quella del viaggio. Si equivalgono in quanto tutte e due implicano l’adempimento di un sacro incarico.

Poi venne al mio fianco Silvio Manuel; lui si preoccupava del lato pratico. Mi diede una formula, un incantesimo per quando il mio compito avrebbe richiesto forze superiori alle mie; era l’incantesimo che mi venne in mente la prima volta che incontrai la donna Nagual.

Mi hanno già conferito il potere che regge il mio destino, e io nulla stringo, così non avrò nulla da difendere.
Non ho pensieri, così potrò vedere.
Non temo nulla, così ricorderò me stesso.

Distaccato e sereno, sfreccerò oltre l’Aquila, verso la libertà.

Mi disse che mi avrebbe rivelato un utile stratagemma della seconda attenzione e nello stesso momento si trasformò in un uovo luminoso. Tornò poi al suo aspetto normale e ripeté questa trasformazione altre tre o quattro volte. Capii benissimo quello che faceva. Non ci fu bisogno che me lo spiegasse eppure non riuscii a estrinsecare quel che sapevo.

Silvio Manuel sorrise, conscio del mio problema. Disse che ci voleva una forza enorme per staccarsi dalla volontà del quotidiano. Il segreto che mi aveva appena rivelato era come accelerare il distacco dalla volontà. Per fare quel che lui ave-

va fatto, si doveva porre la propria attenzione sul guscio lu- minoso.

Si trasformò un’altra volta in uovo luminoso e allora mi divenne ovvio quel che avevo sempre saputo. Gli occhi di Silvio Manuel si girarono per un attimo, mettendo a fuoco l’estremità della seconda attenzione. Aveva la testa eretta, come se stesse guardando avanti, solo gli occhi erano sghembi. Disse che un guerriero deve evocare la volontà. Il segreto sta nello sguardo. Gli occhi attirano la volontà.

A quel punto divenni euforico. Ero capace, alla fin fine, di pensare a qualcosa che sapevo senza saperlo veramente. La ragione per cui vedere sembra visivo è che abbiamo bisogno degli occhi per concentrarci sulla volontà. Don Juan e il suo seguito di guerrieri

sapevano come usare lo sguardo per cogliere un altro aspetto della volontà e lo chiamavano vedere. Quel che mi aveva mostrato Silvio Manuel era la vera funzione degli occhi, catturare la volontà.

Allora usai deliberatamente lo sguardo per catturare la volontà. Lo concentrai sull’estremità della seconda attenzione. Di colpo don Juan, i suoi guerrieri, dona Soledad ed Eligio furono uova luminose, ma non la Gorda, le tre sorelline e i Genaros. Continuai a spostare lo sguardo, avanti e indietro, dai globi di luce alle persone, finché udii un crack alla base del collo e tutti quelli che si trovavano nella stanza divennero uova luminose. Per un istante sentii di non riuscire a distin- guerli, ma poi mi parve che gli occhi si regolassero e scorsi due aspetti della volontà, due immagini alla volta. Potevo vedere i corpi fisici e anche le luminosità. Le due scene non erano sovraimpresse l’una sull’altra, ma ben distinte e però non riuscivo a spiegarmi come. Avevo certamente due canali visivi e vedere dipendeva senza dubbio dai miei occhi pur essendone avulso. Quando chiudevo le palpebre potevo ancora vedere le uova luminose ma non i corpi fisici.

A un certo punto ebbi la netta sensazione di sapere come trasferire la mia attenzione alla mia luminosità, e di sapere anche che, per tornare al livello fisico, non dovevo fare altro che concentrare lo sguardo sul mio corpo.

Dopo mi si avvicinò don Genaro e mi disse che, come dono d’addio, il Nagual Juan Matus mi aveva dato il dovere, Vicente mi aveva dato la sfida, Silvio Manuel la magia e lui mi avrebbe dato il senso dell’umorismo. Mi scrutò attentamente e aggiunse che ero il Nagual più triste che avesse mai visto. Osservò gli apprendisti e concluse che non ci restava altro da fare che essere ottimisti e guardare il lato positivo delle cose. Ci raccontò la barzelletta di una ragazza di campagna, sedotta e abbandonata da un imbroglione di città. Nel giorno delle nozze, quando le dissero che lo sposo se ne era andato, riuscì a mantenere la calma con il pensiero consolante che non proprio tutto era perduto. Aveva, sì, perduto la verginità, ma la porchetta per il banchetto nuziale non l’aveva ancora ammazzata.

Don Genaro ci disse che la sola cosa che poteva aiutarci a uscire dalla nostra situazione, che era poi quella della sposa abbandonata, era tener ben salde le nostre porchette, quale che ne fosse l’equivalente, e

ridere a crepapelle. Solo ridendoci sopra avremmo potuto mutare la nostra condizione.

Ci invitò con cenni del capo e delle mani a fargli un sonoro ah! ah! La vista degli apprendisti che cercavano di ridere era buffa quanto i miei tentativi. Mi trovai a un tratto a ridere con don Juan e i suoi guerrieri.

Don Genaro, che aveva sempre fatto battute dandomi del poeta, mi chiese di leggergli una poesia ad alta voce. Disse che voleva riassumere i suoi sentimenti e i suoi consigli nei versi che celebrano la vita, la morte e il riso. Si riferiva a un frammento di Muerte sin fin di José Gorostiza.

La donna Nagual mi porse il testo e io lessi la parte che don Juan e don Genaro amavano da sempre.

Oh, quale gioia accecante
quale brama esaurire
l’aria che respiriamo,
la bocca, l’occhio, la mano.
Quale voglia bruciante
consumare fino in fondo tutto di noi in un unico scoppio di riso.

Oh, questa morte sfrontata, insolente che ci uccide da lontano.
Con il piacere che proviamo morendo per una tazza di tè…

per una lieve carezza.

L’atmosfera era terribile, per quei versi. Rabbrividii. Emilito e il messaggero Juan Tuma mi vennero vicino. Non dissero neanche una parola. Avevano gli occhi scintillanti come biglie di vetro nero. Pareva che ogni loro sentimento fosse concentrato negli occhi. Il messaggero Juan Tuma disse a voce bassissima che una volta, a casa sua, mi aveva iniziato ai misteri di Mescalito, e che quello era stato un presagio di un’altra occasione, nella ruota del tempo, nella quale lui mi avrebbe iniziato al mistero ultimo.

Emilito, come se la sua voce fosse un’eco di quella del messaggero Juan Tuma, disse che tutti e due erano convinti che sarei

riuscito a portare a termine il mio compito. Mi avrebbero aspettato perché un giorno li avrei raggiunti. Il messaggero Juan Tuma soggiunse che l’Aquila mi aveva messo con il. seguito di don Juan Matus quale mia unità di salvataggio. Mi abbracciarono di nuovo e mi mormorarono all’unisono che dovevo aver fiducia in me stesso.

Dopo i messaggeri mi si avvicinarono le guerriere. Ognuna mi abbracciò e mi mormorò un augurio all’orecchio, auguri di integrità e successo.

La donna Nagual fu l’ultima ad avvicinarmisi. Si sedé e mi prese in grembo come fossi un bambino. Da lei emanava affetto e purezza. Mi mancò il fiato. Ci alzammo e andammo in giro per la stanza. Chiacchierammo ed esaminammo il nostro destino. Forze assolutamente impenetrabili ci avevano guidato fino a quel momento culminante. L’angoscia che provavo era incommensurabile, come la mia tristezza.

Lei mi rivelò poi parte della regola che riguarda il Nagual triforcuto. Era in uno stato di estrema agitazione, eppure era calma. Il suo intelletto non aveva uguali eppure non cercava di spiegarsi nulla razionalmente. Il suo ultimo giorno sulla terra l’opprimeva. Mi comunicò il suo stato d’animo. Fu come se fino a quel momento non avessi recepito bene la finalità della situazione. Essendo sul lato sinistro, voleva dire che la superiorità dell’immediato aveva la precedenza e ciò mi rendeva impossibile prevedere nulla al di là di quel momento. Tuttavia l’impatto del suo stato d’animo occupò gran parte della mia consapevolezza del lato destro e della sua capacità di giudicare in anticipo sensazioni a venire. Seppi così che non l’avrei più rivista. Un pensiero che non riuscivo a sopportare!

Don Juan mi aveva detto che sul lato sinistro non ci sono lacrime, che un guerriero non sa più piangere e che l’unica espressione di dolore è un brivido che viene dalle viscere profonde dell’universo. Come se il dolore fosse un’emanazione dell’Aquila. Il brivido del guerriero è infinito. Mentre la donna Nagual parlava e mi teneva stretto, io provai quel brivido.

Mi mise il braccio intorno al collo e accostò il suo capo al mio. Pensai che mi stesse strizzando come un pezzo cencio. Sentii che qualcosa usciva dal mio corpo, o dal suo, entrando nel mio. Il mio dolore era così intenso e mi sommerse così in fretta che persi la

ragione. Caddi in terra ancora abbracciato alla donna Nagual. Come in sogno, pensai che dovevo averle fatto male alla fronte cadendo. Il suo volto e il mio erano tutti insanguinati. Le sue orbite erano pozze di sangue.

Don Juan e don Genaro mi tiraron su molto in fretta. Mi abbracciarono. Ero scosso da spasmi irrefrenabili, come per un attacco epilettico. Le guerriere circondarono la donna Nagual, poi si misero in fila al centro della stanza. Gli uomini si unirono a loro. In un attimo si formò un’innegabile catena di energia. La fila si mosse e mi passò davanti. Ognuno si veniva a fermare per un momento di fronte a me, ma senza rompere la fila. Era come se si muovessero su un nastro mo- bile che li trasportava e li faceva fermare uno per volta dinanzi a me. Per primi passarono i messaggeri, dopo le messaggere, poi i guerrieri, i sognatori, i cacciatori e infine la donna Nagual. Mi passarono vicino rimanendo visibili per un secondo o due, giusto il tempo per salutarci e poi scomparvero nell’oscurità della misteriosa fessura che s’era materializzata nella stanza.

Don Juan mi batté sulla spalla alleviando il mio insopportabile dolore. Disse che comprendeva la mia sofferenza e che l’affinità fra Nagual uomo e Nagual donna non è cosa che si possa esprimere. Esiste come risultato delle emanazioni dell’Aquila; una volta che i due sono messi insieme e poi separati, non c’è modo di riempire il vuoto in quanto non è vuoto sociale ma un movimento di quelle emanazioni.

Don Juan mi disse che stava per farmi spostare all’estrema destra. Mi confessò che si trattava di uno stratagemma pietoso anche se solo temporaneo; per il momento mi avrebbe fatto dimenticare, ma non mi avrebbe consolato, una volta tornata la memoria.

Don Juan mi disse anche che l’atto di ricordare è totalmente incomprensibile. In verità è l’atto di ricordare se stesso, che non si limita a rammentare l’interazione compiuta dai guerrieri nella consapevolezza del lato sinistro, ma continua a riportare a galla ogni cosa che il corpo luminoso ha immagazzinato nella memoria dal momento della nascita.

L’interazione sistematica che i guerrieri portano a termine in stati di intensa percezione è solo un mezzo per indurre il proprio altro a rivelarsi in termini di ricordi. L’atto di ricordare, benché sembri associarsi solo ai guerrieri, non esula dalle possibilità di ogni essere

umano; ognuno di noi può attingere direttamente ai ricordi della propria luminosità con risultati insondabili.

Don Juan disse che quel giorno sarebbero partiti al tramonto e che l’unica cosa che dovevano ancora fare per me era creare una spaccatura, una interruzione nel continuo del mio tempo. Mi avrebbero fatto saltare in un abisso per riuscire a interrompere l’emanazione dell’Aquila che mi faceva sentire integro e continuo. Il salto doveva essere compiuto mentre mi trovavo in stato di normale consapevolezza; l’idea era che la mia seconda attenzione avrebbe preso la mano e piuttosto che morire sul fondo dell’abisso sarei entrato nell’altro io. Don Juan disse che alla fine sarei uscito dal mio altro, una volta che mi si fosse esaurita l’energia; ma non sarei venuto fuori sulla stessa vetta dalla quale stavo per saltare. Mi predisse che sarei sbucato nel mio angolo preferito, dovunque esso fosse. Questo avrebbe costituito una interruzione nel continuo del mio tempo.

Così dicendo mi spinse fuori dalla mia consapevolezza del lato sinistro. E io dimenticai il dolore, le intenzioni, il dovere.

Quel pomeriggio, verso il crepuscolo, Pablito, Nestor e io ci gettammo davvero in un precipizio. Il colpo del Nagual era stato così accurato e così misericordioso che nulla dell’importante evento del loro addio trascese i limiti dell’altro evento importante di gettarsi in una morte certa e non morire. Per quanto fosse mirabile, tale evento era poca cosa paragonato a quanto accadeva in un altro mondo.

Don Juan mi fece saltare nel preciso istante in cui con i suoi guerrieri aveva intensificato la propria consapevolezza. Come in sogno, ebbi la visione di una fila di persone che mi guardavano. In seguito la razionalizzai come una componente di una lunga serie di visioni o allucinazioni che avevo a proposito del salto. Fu questa la scarna interpretazione della mia consapevolezza del lato destro, sopraffatta dallo sgomento dell’accaduto.

Con il lato sinistro, tuttavia, mi accorsi di essere entrato nel mio altro, e questo non aveva nulla a che fare con la mia razionalità. I guerrieri del seguito di don Juan mi avevano afferrato per un eterno istante, prima di svanire nella luce totale, prima che l’Aquila li facesse passare. Sapevo che si trovavano in un campo di emanazioni dell’Aquila, ben oltre le mie possibilità di raggiungerli, e che

aspettavano don Juan e don Genaro. Vidi che don Juan assunse il comando. Dopo, furono solo una fila di meravigliose luci nel cielo. Una sorta di vento animò quell’insieme luminoso, che sembrò contrarsi e ondeggiare. C’era un bagliore più intenso a una estremità della fila, dov’era don Juan. Pensai al serpente piumato della leggenda tolteca. E poi le luci scomparvero.

PARTE QUARTA APPENDICE

16

SEI PROPOSIZIONI ESPLICATIVE

Nonostante le strabilianti manovre che Don Juan fece con la mia consapevolezza, nel corso degli anni ho insistito ostinatamente a cercare di valutare intellettualmente quello che aveva fatto. Sebbene avessi scritto molto a proposito di queste manovre, è sempre stato da un punto di vista strettamente esperienziale e, inoltre, da una prospettiva strettamente razionale. Immerso come ero nella mia razionalità, non potevo riconoscere gli obiettivi degli insegnamenti di Don Juan. Per capire l’estensione di questi obiettivi con un certo grado di precisione, era necessario che perdessi la mia forma umana ed arrivassi alla totalità di me stesso.

Gli insegnamenti di Don Juan erano intesi per guidarmi attraverso il secondo stadio dello sviluppo di un guerriero: la verifica e l’accettazione incondizionata che dentro di noi esiste un altro tipo di consapevolezza. Questo stadio era diviso in due categorie. La prima, per la quale Don Juan chiese l’aiuto di Don Genaro, aveva a che fare con due attività. Consisteva nel mostrarmi certe procedure, azioni e metodi che erano designati ad esercitare la mia consapevolezza. La seconda aveva a che fare con le sei proposizioni esplicative. A causa delle difficoltà che avevo nell’adattare la mia razionalità ad accettare la plausibilità di ciò che mi stava insegnando, Don Juan presentò queste proposizioni esplicative nei termini della mia documentazione accademica.

La prima cosa che fece, come introduzione, fu creare una divisione in me stesso per mezzo di un colpo specifico sulla scapola destra, un colpo che mi faceva entrare in uno stato di consapevolezza insolito, che non potevo ricordare una volta che ero tornato alla normalità. Fino al momento in cui Don Juan mi fece entrare in tale

stato di consapevolezza provavo un senso innegabile di continuità, che pensavo essere un prodotto della mia esperienza vitale. L’idea che avevo di me stesso era quella di essere un’entità piena che poteva spiegare tutto ciò che essa aveva fatto. Inoltre, ero convinto che la dimora di tutta la mia consapevolezza, se ce n’era, fosse nella mia testa. Comunque, Don Juan mi mostrò con il suo colpo che esiste un centro nella mia spina dorsale, all’altezza delle scapole, che è ovviamente un centro di consapevolezza più alta.

Quando chiesi a Don Juan circa la natura di questo colpo, spiegò che il nagual è un regista, una guida che ha la responsabilità di aprire la strada, e che deve essere impeccabile per impregnare i suoi guerrieri di un senso di fiducia e chiarezza. Solo a queste condizioni un nagual ha la possibilità di dare questo colpo sulla schiena per forzare uno spostamento della consapevolezza, perché il potere del nagual è ciò che permette la transizione. Se il nagual non è un praticante impeccabile, lo spostamento non avviene, come quando io provai, senza successo, a mettere altri apprendisti in uno stato di consapevolezza intensa colpendoli sulla schiena prima che ci avventurassimo sul ponte. Chiesi a Don Juan che cosa implicasse questo spostamento di consapevolezza. Disse che il nagual deve colpire un punto preciso, che varia da persona a persona ma che è sempre localizzato nella zona generica delle scapole. Un nagual deve localizzare quel punto, che è situato nella periferia della luminosità e non nel corpo stesso; una volta che il nagual lo identifica, lo spinge, più che colpirlo, e così crea una cavità, una depressione nello scudo luminoso. Lo stato di consapevolezza accresciuta risultante da questo colpo dura quanto la depressione. Alcuni scudi luminosi tornano alle loro forme originarie da soli, altri devono essere colpiti in un altro punto per essere riportati indietro, altri ancora non tornano mai alle loro forme ovali. Don Juan disse che i veggenti vedono la consapevolezza come un bagliore caratteristico.

La consapevolezza quotidiana è una luminosità sul lato destro, che si estende dall’esterno del corpo fisico alla periferia della nostra luminosità. La consapevolezza accresciuta è una brillantezza più

intensa associata con una grande velocità e concentrazione, un fulgore che satura la periferia del lato sinistro.

Don Juan disse che i veggenti spiegano ciò che succede con il colpo del nagual come uno spostamento temporaneo di un centro situato nell’involucro luminoso del corpo. Le emanazioni dell’Aquila sono in realtà valutate e selezionate in quel centro. Il colpo altera il loro comportamento normale.

Grazie alle loro osservazioni, i veggenti hanno raggiunto la conclusione che i guerrieri devono essere messi in quello stato di disorientamento. Il cambiamento nel modo in cui la consapevolezza opera sotto queste condizioni rende questo stato un territorio ideale per delucidare i comandi dell’Aquila: permette ai guerrieri di funzionare come se fossero nella consapevolezza quotidiana, con la differenza che possono concentrarsi su tutto ciò che fanno con una chiarezza e una forza senza precedenti.

Don Juan disse che la mia situazione era analoga a quella che anche lui aveva sperimentato. Il suo benefattore creò in lui una profonda divisione facendolo muovere più e più volte dalla consapevolezza del lato destro alla consapevolezza del lato sinistro. La chiarezza e la libertà della consapevolezza del suo lato sinistro erano in diretto contatto con la razionalizzazione e le difese del suo lato destro. Mi disse che tutti i guerrieri vengono gettati nelle profondità della stessa situazione che la polarità plasma, e che il nagual crea e rafforza la divisione per essere capace di condurre i suoi apprendisti alla convinzione che c’è una consapevolezza ancora inesplorata negli esseri umani.

1- Ciò che percepiamo come il mondo sono le emanazioni dell’Aquila.

Don Juan mi spiegò che il mondo che percepiamo non ha una esistenza trascendentale. Dal momento che siamo familiarizzati con esso crediamo che ciò che percepiamo sia un mondo di oggetti che

esistono così come li percepiamo, quando in realtà non c’è un mondo di oggetti, ma, piuttosto, un universo di emanazioni dell’Aquila.

Queste emanazioni rappresentano l’unica realtà immutabile. E’ una realtà che comprende tutto ciò che esiste, percepibile e impercettibile, conoscibile ed inconoscibile. I veggenti che vedono le emanazioni dell’Aquila le chiamano comandi a causa della loro forza pressante. Tutte le creature viventi sono spinte ad usare le emanazioni, e le usano senza mai arrivare a sapere che cosa sono. Gli uomini comuni le interpretano come realtà. E i veggenti che vedono le emanazioni le interpretano come la regola.

Nonostante che i veggenti vedano le emanazioni, non hanno modo di sapere cosa è che stanno vedendo. Invece di rimanere intrappolati in congetture inutili, i veggenti si impegnano nella speculazione funzionale di come i comandi dell’Aquila possono essere interpretati. Don Juan sosteneva che l’intuire una realtà che trascende il mondo che percepiamo rimane a livello di congettura; non è abbastanza per un guerriero congetturare che i comandi dell’Aquila siano percepiti istantaneamente da tutte le creature che vivono sulla terra, e che nessuna di loro le percepisca nello stesso modo. I guerrieri devono cercare di arrestare il flusso delle emanazioni e “vedere” nel modo in cui l’uomo e gli altri esseri umani lo usano per costruire il loro mondo percettivo.

Quando proposi di usare la parola “descrizione” invece di emanazioni dell’Aquila, Don Juan disse che non stava usando una metafora. Disse che la parola “descrizione” connota un accordo umano, e che ciò che percepiamo ha origine da un comando nel quale l’accordo umano non conta.

2- L’attenzione è ciò che ci fa percepire le emanazioni dell’Aquila come l’atto della scrematura.

Don Juan era solito dire che la percezione è una facoltà fisica che le creature viventi coltivano; il risultato finale di questa preparazione è

conosciuto fra i veggenti come “attenzione”. Don Juan descrisse l’attenzione come l’atto di agganciare e canalizzare la percezione.

Disse che questo atto è il nostro successo più singolare, che copre tutto lo spettro delle alternative e delle possibilità umane. Don Juan stabilì una distinzione precisa fra alternative e possibilità. Le alternative umane sono quelle che siamo capaci di scegliere come persone che funzionano nell’ambiente sociale. La prospettiva di questo dominio è piuttosto limitata. Le possibilità umane sono quelle che siamo capaci di realizzare come esseri luminosi.

Don Juan mi rivelò uno schema di classificazione di tre tipi di attenzione, enfatizzando il fatto che chiamarli “tipi” era sbagliato. Infatti, sono tre livelli di consapevolezza; prima, seconda e terza attenzione; ognuna di loro un dominio indipendente, completo in se stesso. Per un guerriero che è agli stadi iniziali del suo apprendimento, la prima attenzione è la più importante delle tre. Don Juan disse che le sue proposizioni esplicative erano tentativi di dare un primo inquadramento al modo in cui opera la prima attenzione, qualcosa che ci passa completamente inosservato. Considerava imperativo per i guerrieri capire la natura della prima attenzione come se stessero per avventurarsi nella altre due.

Mi spegò che la prima attenzione gli era stata descritta come muoversi istantaneamente attraverso un intero spettro delle emanazioni dell’Aquila, senza enfatizzare in nessun modo quel fatto, per raggiungere “unità percettive” che tutti noi abbiamo imparato che sono percepibili. I veggenti chiamano questa impresa “scrematura” perché implica la capacità di sopprimere quelle emanazioni che sono superflue e selezionare quelle che devono essere enfatizzate. Don Juan spiegò questo processo prendendo come esempio la montagna che stavamo vedendo in quel momento. Sottolineò che la mia prima attenzione, al momento di vedere la montagna, aveva scremato un numero infinito di emanazioni per ottenere un miracolo di percezione; una scrematura che tutti gli esseri umani conoscono perché ognuno di loro l’ha conseguita da solo.

I veggenti sostengono che tutto ciò che la prima attenzione sopprime per ottenere una scrematura, non può essere più recuperato dalla prima attenzione a nessuna condizione. Una volta che impariamo a percepire in termini di scremature, i nostri sensi smettono di registrare le emanazioni superflue. Per delucidare questo punto mi fece l’esempio della scrematura: “il corpo umano”. Disse che la nostra prima attenzione è totalmente inconscia delle emanazioni che compongono lo scudo luminoso esterno soggetto alla percezione; quelle emanazioni che lo renderebbero percepibile sono state rifiutate a favore di quelle che permettono alla prima attenzione di percepire il corpo fisico così come lo conosciamo.

Perciò, l’obiettivo percettivo che i bambini devono perseguire mentre crescono consiste nell’imparare a isolare le emanazioni appropriate per essere capaci di canalizzare la loro percezione caotica e trasformarla nella prima attenzione; facendo questo, imparano a fare la scrematura. Tutti gli esseri umani adulti che circondano i bambini insegnano loro a scremare. Prima o poi, i bambini imparano a controllare la loro prima attenzione per percepire le scremature nei termini che sono simili a quelli dei loro insegnanti.

Don Juan non cessò mai di essere meravigliato dalla capacità degli esseri umani di portare ordine nel caos della percezione.

Sosteneva che ognuno di noi, per suo proprio merito, è un mago magistrale e che la nostra magia consiste nel dare realtà alle scremature che la nostra prima attenzione ha imparato a costruire. Il fatto che noi percepiamo in termini di scremature è il comando dell’Aquila, ma percepire i comandi come oggetti è il nostro potere, il nostro dono magico. Il nostro errore, d’altra parte, è che finiamo sempre con l’essere limitati quando dimentichiamo che le scremature sono vere solo nei termini in cui le percepiamo come reali, grazie al potere che abbiamo di farlo. Don Juan chiamava questo un errore di giudizio che distrugge la ricchezza delle nostre origini misteriose.

3- Diamo un senso alle scremature grazie al nostro primo anello del potere.

Don Juan era solito dire che il primo anello del potere è la forza che origina dalle emanazioni dell’Aquila per influenzare esclusivamente la nostra prima attenzione. Spiegò che è stato rappresentato come un “anello” a causa del suo dinamismo, del suo movimento ininterrotto. E’ stato chiamato anello “di potere” a causa di, primo, il suo carattere compulsivo, e secondo, a causa della sua abilità unica nell’interrompere il suo operato, di cambiarlo o di capovolgerne la direzione.

Il carattere compulsivo viene illustrato meglio dal fatto che non solo forza la prima attenzione a costruire e perpetuare le scremature, ma richiede anche un consenso di tutti i partecipanti. A ognuno di noi è richiesto un accordo totale sulla riproduzione fedele delle scremature, dal momento che la conformità al primo anello del potere deve essere totale.

E’ precisamente questa conformità che ci dà la certezza che le scremature sono oggetti che esistono come tali, indipendenti dalla nostra percezione. Inoltre, la compulsività del primo anello del potere non cessa dopo l’accordo iniziale, ma richiede che rinnoviamo continuamente l’accordo. Tutta la nostra vita deve funzionare come se, per esempio, ognuna delle scremature fosse percettivamente la prima di ogni essere umano, indipendentemente dai linguaggi e dalle culture. Don Juan assicurava che anche se tutto questo è troppo serio per essere preso scherzosamente, il carattere pressante del primo anello del potere è così intenso che ci forza a credere che se la “montagna” potesse avere una consapevolezza propria, essa si considererebbe come la scrematura che abbiamo imparato a costruire.

La caratteristica più preziosa del primo anello del potere per un guerriero è la capacità singolare di interrompere il suo flusso di energia, o di sospenderlo totalmente. Don Juan disse che questa è una capacità latente che esiste in tutti noi come unità di sostegno. Nel nostro ristretto mondo di scremature, non c’è bisogno di usarlo. Dal momento che siamo sostenuti e protetti così efficacemente dalla rete della prima attenzione, non ci rendiamo conto, nemmeno vagamente, che abbiamo risorse nascoste.

Comunque, se un’altra alternativa da seguire ci si presentasse, come l’opzione del guerriero di usare la seconda attenzione, la capacità latente del primo anello del potere potrebbe cominciare a funzionare e potrebbe essere usato con risultati spettacolari.

Don Juan sottolineò che il successo più grande degli stregoni è il processo di attivare questa capacità latente; la chiamò bloccare l’intento del primo anello del potere. Mi spiegò che le emanazioni dell’Aquila, che sono già state isolate dalla prima attenzione per costruire il mondo quotidiano, esercitano una pressione inflessibile sulla prima attenzione. Perché questa pressione cessi, l’intento deve essere disattivato. I veggenti chiamano ciò un’ostruzione o un’interruzione del primo anello del potere.

4- L’intento è la forza che muove il primo anello del potere.

Don Juan mi spiegò che l’intento non ha a che fare con l’avere un’intenzione, o volere una cosa o l’altra, ma piuttosto ha a che fare con la forza incalcolabile che ci fa comportare in modi che potrebbero essere descritti come intenzioni, desideri, voleri, ecc… Don Juan non la presentò come una condizione dell’essere, che ha origine dal sé di ognuno, come lo è un’abitudine prodotta dalla socializzazione, o una reazione biologica, ma piuttosto la presentò come una forza privata, intima, che possediamo e usiamo individualmente come una chiave che fa muovere il primo anello del potere in modi accettabili. L’intento è ciò che dirige la nostra prima attenzione per far sì che essa si focalizzi sulle emanazioni dell’aquila all’interno di una certa cornice. E l’intento è anche ciò che ordina al primo anello del potere di ostruire o interrompere il suo flusso di energia.

Don Juan mi suggerì di concepire l’intento come una forza invisibile che esiste nell’universo, senza recepirsi, e che pure influenza tutto; una forza che crea e sostiene le scremature.

Asserì che le scremature devono essere ricreate incessantemente per essere imbevute di continuità. Per ricrearle ogni volta con la freschezza di cui hanno bisogno per costruire un mondo vivente,

dobbiamo intenderle ogni volta che le costruiamo. Per esempio, dobbiamo intendere la “montagna” con tutte le sue complessità affinché la scrematura venga pienamente materializzata. Don Juan disse che, per uno spettatore che si comporta basandosi esclusivamente sulla prima attenzione senza l’intervento dell’intento, la “montagna” apparirebbe come una scrematura completamente diversa.

Potrebbe apparire come la scrematura “forma geometrica”o “punto amorfo di colore”. Perché la scrematura montagna venga completata, lo spettatore deve intenderla, sia inconsciamente attraverso la forza pressante del primo anello del potere, o premeditatamente, attraverso l’addestramento del guerriero. Don Juan mi fece notare i tre modi in cui l’intento ci arriva. Quello predominante è conosciuto dai veggenti come “l’intento del primo anello del potere”. Questo è un intento cieco che ci arriva per caso. E’ come se fossimo sulla sua strada, o come se l’intento fosse in noi. Inevitabilmente ci troviamo intrappolati nella sua rete senza avere il minimo controllo di ciò che ci sta accadendo.

Il secondo modo è quando l’intento ci arriva per conto suo. Questo richiede una quantità considerevole di scopo, un senso di determinazione da parte nostra. Solo grazie alla nostra abilità come guerrieri possiamo metterci volontariamente sulla strada dell’intento; lo evochiamo, per così dire. Don Juan mi spiegò che la sua insistenza nell’essere un guerriero impeccabile non era niente di più che uno sforzo di lasciar sapere all’intento di stare mettendosi sulla sua strada.

Don Juan era solito dire che i guerrieri chiamano questo fenomeno “potere”. Così quando parlano di avere potere personale, si stanno riferendo all’intento che giunge a loro volontariamente. Il risultato, era solito dirmi, può essere descritto come la facilità di trovare nuove soluzioni, o la facilità di influenzare persone o eventi. E’ come se altre possibilità, prima sconosciute al guerriero, improvvisamente diventassero evidenti. In questo modo, un guerriero impeccabile non pianifica mai niente in anticipo, ma le sue azioni

sono così decisive che sembra che il guerriero abbia calcolato prima ogni aspetto della sua attività.

Il terzo modo in cui troviamo l’intento è il più raro e complesso dei tre; accade quando l’intento ci consente di armonizzarci con esso. Don Juan descrisse questo stato come il vero momento di potere: il culmine dello sforzo di una vita in cerca di impeccabilità. Solo i guerrieri migliori lo ottengono, e finché rimangono in tale stato, l’intento si lascia manipolare da loro a volontà. E’ come se l’intento si fosse fuso con questi guerrieri, e nel farlo li trasforma in una forza pura, senza preconcetti. I veggenti chiamano questo stato l'”intento del secondo anello del potere” o “volontà”.

5- Il primo anello del potere può essere fermato da un blocco funzionale della capacità di costruire scremature.

Don Juan era solito dire che la funzione dei non-fare è di creare un’ostruzione nella focalizzazione abituale della nostra prima attenzione. I non-fare sono, in questo senso, manovre destinate a preparare la prima attenzione per il blocco funzionale del primo anello del potere, o, in altre parole, per l’interruzione dell’intento.

Don Juan mi spiegò che questo blocco funzionale, che è l’unico metodo per usare sistematicamente la capacità latente del primo anello del potere, rappresenta un’interruzione temporanea che il benefattore crea nella capacità del discepolo di costruire scremature.

E’ un’intrusione artificiale premeditata e potente nella prima attenzione, per spingerla oltre le apparenze che le scremature conosciute ci presentano; questa intrusione viene realizzata interrompendo l’intento del primo anello del potere.

Don Juan era solito dire che per realizzare questa interruzione, il benefattore tratta l’intento per quello che è in realtà, un flusso, una corrente di energia che può eventualmente esser fermata o orientata in modo diverso . Un’interruzione di questa natura, comunque, implica una confusione di tale grandezza che può forzare il primo anello del potere a fermarsi del tutto; una situazione che è impossibile concepire

nelle nostre normali condizioni di vita. Per noi è impensabile il poter disfare i passi che facemmo quando consolidammo la nostra percezione, ma è fattibile che sotto l’impatto di questa interruzione potremmo metterci in una posizione percettiva molto simile a quella delle nostre origini, quando i comandi dell’Aquila erano emanazioni che non avevamo ancora imbevuto di significato.

Don Juan diceva spesso che qualsiasi procedura che il benefattore potesse usare per creare questa interruzione deve essere collegata intimamente col suo potere personale.

Perciò, un benefattore non usa nessun processo per manipolare l’intento, ma piuttosto lo muove e lo rende disponibile all’apprendista attraverso il suo potere personale.

Nel mio caso, Don Juan realizzò il blocco funzionale del primo anello del potere attraverso un processo complesso, che combinava tre metodi: l’ingestione di piante allucinogene, la manipolazione del corpo e il manovrare l’intento stesso.

All’inizio si affidò molto all’ingestione di piante allucinogene, apparentemente a causa della persistenza del mio lato razionale. L’effetto fu enorme, eppure ritardò la ricerca dell’interruzione. Il fatto che le piante fossero allucinogene offriva alla mia ragione la giustificazione perfetta per radunare tutte le risorse a sua disposizione per continuare ad esercitare il controllo. Ero convinto che potevo spiegare in modo logico tutto ciò che stavo sperimentando, così come le gesta inconcepibili che Don Juan e Don Genaro erano soliti compiere per creare le interruzioni, come distorsioni percettive causate dall’ingestione di allucinogeni.

Don Juan era solito dire che l’effetto più notevole delle piante allucinogene era qualcosa che ogni volta che le ingerivo interpretavo come la sensazione particolare che tutto intorno a me trasudava di una ricchezza sorprendente. C’erano colori, forme, dettagli di cui non era mai stato testimone prima. Don Juan usava questo innalzamento della mia capacità di percepire e, attraverso una serie di comandi e commenti mi forzava a entrare in uno stato di agitazione nervosa.

Dopo manipolava il mio corpo e mi faceva passare da un livello di consapevolezza all’altro, finché non avessi creato visioni fantasmagoriche o scene assolutamente reali con creature tridimensionali che non potevano esistere in questo mondo.

Don Juan mi spiegò che una volta che viene rotta la relazione diretta tra l’infinito e le scremature che stiamo costruendo, essa non può più essere riparata. Da quel momento in poi acquisiamo la capacità di afferrare una corrente di ciò che egli descrisse come “intento fantasma”, o l’intento delle scremature che non sono presenti al momento o nel luogo dell’interruzione, vale a dire, un intento messo a nostra disposizione attraverso qualche aspetto della memoria.

Don Juan asserì che con l’interruzione dell’intento del primo anello del potere diventiamo ricettivi e plasmabili; un nagual allora può introdurre l’intento del secondo anello del potere. Don Juan era convinto che i bambini di una certa età si trovano in una simile situazione di ricettività; essendo deprivati dell’ intento, sono pronti ad essere marchiati con qualsiasi intento che è disponibile agli insegnanti che li circondano.

Dopo il mio periodo di ingestione continua di piante allucinogene, Don Juan sospese totalmente questo uso. Comunque, ottenne interruzioni nuove e più drammatiche in me manipolando il mio corpo e facendomi cambiare livelli di consapevolezza, combinando tutto ciò con manovre sull’intento stesso.

Attraverso una combinazione di istruzioni mesmeriche e commenti adeguati, Don Juan creò una corrente di “intento fantasma” e fui portato a sperimentare le scremature comuni come qualcosa di inimmaginabile. Concettualizzò tutto questo come un “dare un’occhiata all’immensità dell’Aquila”.

Don Juan mi condusse in modo magistrale attraverso infinite interruzioni dell’intento finché si convinse, come veggente, che il mio corpo mostrava gli effetti del blocco funzionale del primo anello del potere. Disse che poteva vedere un’attività insolita intorno alla zona delle scapole. La descrisse come un piccolo foro che si era formato

esattamente come se la luminosità fosse uno strato muscolare contratto da un nervo.

Per me, l’effetto del blocco funzionale del primo anello del potere era che riusciva a cancellare la sicurezza che avevo avuto per tutta la vita che ciò che i miei sensi registravano era “reale”. Entrai quietamente in uno stato di silenzio interiore. Don Juan era solito dire che ciò che dà ai guerrieri quella estrema insicurezza che il suo benefattore aveva provato alla fine della sua vita, quella rassegnazione al fallimento che egli stesso stava vivendo, è il fatto che un’occhiata all’immensità dell’Aquila ci lascia senza speranza. La speranza è il risultato della nostra familiarità con le scremature e l’idea che noi le controlliamo. In tali momenti solo la vita da guerriero può aiutarci a perseverare nei nostri sforzi per scoprire ciò che l’Aquila ci ha nascosto, ma senza speranza di poter arrivare a capire ciò che scopriamo.

6- La seconda attenzione.

Don Juan mi spiegò che l’esame della seconda attenzione deve cominciare con la presa di coscienza che la forza del primo anello del potere, che ci inscatola, è un aspetto fisico, concreto. I veggenti lo hanno descritto come un muro di nebbia, una barriera che può essere portata sistematicamente alla nostra consapevolezza per mezzo del blocco del primo anello del potere; e poi può essere perforato grazie all’allenamento del guerriero.

Dopo la perforazione di questo muro di nebbia, si entra in un grande stato intermedio. Il compito dei guerrieri allora consiste nell’attraversarlo finché raggiungono la linea divisoria, che deve essere perforata per entrare in ciò che è in realtà l’altro sé o la seconda attenzione.

Don Juan era solito dire che le due linee divisorie sono perfettamente riconoscibili. Quando i guerrieri perforano il muro di nebbia sentono che i loro corpi sono pressati, o sentono uno scuotimento intenso nella cavità dei loro corpi, generalmente a destra

dello stomaco o attraverso la parte mediana, da destra a sinistra. Quando i guerrieri perforano la seconda linea, sentono uno scoppio acuto nella parte superiore del corpo, qualcosa come il suono di un ramoscello secco che si è rotto in due.

Le due linee che inscatolano entrambe le attenzioni, e le sigillano individualmente, sono conosciute ai veggenti come le linee parallele. Queste sigillano entrambe le attenzioni grazie al fatto che si estendono all’infinito, senza permettere mai che si incrocino a meno che non vengano perforate.

Fra le due linee esiste una zona di consapevolezza specifica che i veggenti chiamano limbo, o il mondo fra le linee parallele. E’ uno spazio reale fra due enormi ordini delle emanazioni dell’Aquila; emanazioni che sono nelle possibilità umane di consapevolezza. Uno è il livello che crea il sé della vita di ogni giorno, e l’altro è il livello che crea l’altro sé. Dal momento che il limbo è una zona di transizione, entrambi i campi di emanazioni si estendono uno sull’altro. La frazione del livello che ci è conosciuto, che si estende in quella zona, aggancia una parte del primo anello del potere, e la capacità del primo anello del potere di costruire scremature ci fa percepire una serie di scremature nel limbo che sono quasi come quelle della vita quotidiana, eccetto che appaiono grottesche, misteriose e contorte. In questo modo il limbo ha caratteristiche specifiche che non cambiano arbitrariamente ogni volta che ci si entra. Esiste nelle sue caratteristiche fisiche che rassomigliano alle scremature della vita quotidiana.

Don Juan sosteneva che la sensazione di aver sperimentato il limbo è dovuta al fardello crescente che è stato messo sulla prima attenzione. Nella zona situata proprio dietro il muro di nebbia possiamo ancora comportarci come facciamo normalmente; è come se fossimo in un mondo grottesco ma riconoscibile. Mentre lo penetriamo più profondamente, oltre il muro di nebbia, diventa sempre più difficile riconoscerne le caratteristiche o comportarsi nei termini del sé conosciuto.

Mi spiegò che era possibile fare che invece del muro di nebbia apparisse qualsiasi altra cosa, ma che i veggenti avevano optato per accentuare ciò che consuma meno energia; visualizzare il muro di nebbia non richiede alcuno sforzo.

Ciò che esiste oltre la seconda linea divisoria è conosciuto dai veggenti come la seconda attenzione, o l’altro sé, o il mondo parallelo; e l’atto di attraversare entrambi i confini è conosciuto come “attraversare le linee parallele”. Don Juan pensava che potevo assimilare in modo più duraturo questo concetto se egli descriveva ogni dominio di consapevolezza come una specifica predisposizione percettiva. Mi disse che nel territorio della consapevolezza quotidiana siamo incastrati senza possibilità di salvezza nella predisposizione percettiva specifica della prima attenzione. Dal momento in cui il primo anello del potere comincia a costruire le scremature, il modo di costruirle diventa la nostra predisposizione percettiva ordinaria.

La rottura della forza unificante della prima attenzione implica il rompere la prima linea divisoria. La predisposizione percettiva ordinaria passa allora nella zona intermedia che è fra le linee parallele. Si continua a costruire scremature quasi normali per un pò di tempo. Ma quando ci si avvicina a ciò che i veggenti chiamano la seconda linea divisoria, la predisposizione percettiva della prima attenzione comincia a recedere, perde forza. Don Juan era solito dire che questa transizione è segnata da un’improvvisa incapacità di ricordare o capire ciò che si sta facendo.

Quando ci avvicina ancora di più alla seconda linea divisoria, la seconda attenzione comincia ad agire sui guerrieri che intraprendono il viaggio. Se sono inesperti, la loro consapevolezza si svuota, si cancella. Don Juan sosteneva che questo avviene perché si stanno avvicinando ad uno spettro delle emanazioni dell’Aquila che non ha ancora una predisposizione percettiva sistematizzata. Le mie esperienze con La Gorda e la donna nagual oltre il muro di nebbia erano un esempio di questa incapacità.

Viaggiai lontano quanto l’altro sé, ma non potevo raccontare ciò che avevamo fatto per il semplice motivo che la mia seconda

attenzione era ancora non formulata e non mi dava l’opportunità di formulare tutto ciò che avevo percepito.

Don Juan mi spiegò che si comincia ad attivare il secondo anello del potere forzando la seconda attenzione a svegliarsi dal sonno. Il blocco funzionale del primo anello del potere realizza ciò. Poi, il compito dell’insegnante consiste nel ricreare la condizione che ha dato origine al primo anello del potere, la condizione dell’essere saturato di intento. Il primo anello del potere viene messo in moto dalla forza dell’intento data da quelli che insegnano come scremare. Come insegnante mi stava dando, allora, un nuovo intento che creerebbe un nuovo ambiente percettivo.

Don Juan disse che ci vuole una vita di disciplina incessante, che i veggenti chiamano intento inflessibile, per preparare il secondo anello del potere ad essere in grado di costruire scremature che appartengono a un altro livello delle emanazioni dell’Aquila. Il dominare la predisposizione percettiva del sé parallelo è un’impresa di valore impareggiabile che pochi guerrieri realizzano. Silvio Manuel era uno di questi pochi.

Don Juan mi avvertì che non si deve cercare di dominarlo deliberatamente. Se ciò accade, deve essere attraverso un processo naturale che si sviluppa da solo senza molto sforzo da parte nostra. Mi spiegò che la ragione di questa indifferenza sta nella considerazione pratica che quando è dominato diventa semplicemente molto difficile da rompere, dal momento che l’obiettivo che i guerrieri perseguono attivamente è di rompere entrambe le predisposizioni percettive per entrare nella libertà totale della terza attenzione.

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IL DONO DELL’AQUILA (versione integrale)ultima modifica: 2013-03-22T19:38:00+00:00da mikeplato
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