I PROMESSI SPOSI… IN ALCHIMIA?

di Sebastiano Brocchi

“Manzoni è un sommo scrittore, ma non è uno scrittore cristiano”.

Se avessi affermato questo pochi anni fa, di fronte ad un professore del liceo, probabilmente mi avrebbe dato dell’impreparato. Gran parte degli studi manzoniani ruotano infatti attorno alla cristianità, o meglio alla “ritrovata” cristianità dell’autore milanese a seguito della misteriosa “conversione” del 1810. In realtà ho sempre avuto dei dubbi sul rapporto di Manzoni con il Cattolicesimo, il Cristianesimo e la religione in generale. Ma non certo sui banchi di scuola ho avuto modo di esternarli, badando bene di restare nei ranghi, imparando il meglio che potevo la lezione e facendomi trovare preparato alle interrogazioni, tanto che a Manzoni ho dedicato anche una tesina di italiano in terza media.

Ma ora non sono più sui banchi di scuola, non devo più rimanere nei ranghi di quelle nozioni accademicamente accettate in epoca vittoriana con le quali la scuola stessa tira avanti da decenni. Sono libero di pensare, sono libero pensatore.

Comunque, se fossi io ad affermare quanto detto, anche oggi, anche da libero pensatore, scrittore e ricercatore, probabilmente verrei guardato male da molti, come uno che non ha mai nemmeno sentito parlare dell’autore de “I Promessi Sposi”.

Eppure, “Manzoni è un sommo scrittore, ma non è uno scrittore cristiano”, non è una frase mia, ma di Cesare Cavalleri (fra le altre cose Premio internazionale Medaglia d’oro per la Cultura cattolica nel 2004) in un’intervista rilasciata al settimanale “Panorama” (14/12/2006).

Per cui, forte di una paternità così autorevole, questa frase può essere ripetuta dal sottoscritto, che con essa si trova in pieno accordo. Lo stesso non vale per il seguito: “È nichilista. Non nomina mai Cristo, ha una concezione della Provvidenza quasi da economista, ossia molto limitata. La sua visione della storia è negativa”.

Non credo che Manzoni fosse nichilista, e del resto la negatività o la positività degli eventi sono giudizi profani, da “peristilio”, non adatti a chi, come noi (io e voi lettori) in questa sede, cerca di varcare la soglia di una comprensione più profonda.

Detto questo, direi che Alessandro Manzoni non fu un nichilista, né un pessimista, e nemmeno un Cristiano, ma uno di quegli Iniziati, come ne sono vissuti in ogni tempo e ne vivono tutt’ora, che non si fermano ai baluardi delle fedi, ma cercano invece, come una perla nascosta, la verità che soggiace ai simboli. Credo dunque che Manzoni fosse un Filosofo, nel senso più autentico del termine, libero dalla preoccupazione di essere anche un devoto di qualche religione. Con ciò non dico che egli fosse ateo. Egli faceva parte di quelli che non credono in Dio, ma sanno di Dio. I mistici e i saggi di ogni tempo non hanno fede, ma conoscenza diretta, derivata dall’esperienza di una dimensione di assoluto ed eternità che dimora dentro e fuori di noi; esperienza che permette di parlare dei misteri divini della natura e dell’essere senza usare il termine “fede”; poiché non si tratta di nozioni e dogmi appresi da qualche predicatore o precettore di catechismo, o da libri sacri scritti da altri uomini, ma di un vissuto della Coscienza, la quale ha bussato alle porte del Regno, e alla quale, non foss’altro che per un attimo, è stato aperto.

Il fatto che Manzoni fosse un’Iniziato, è una convinzione che ho dedotto sì dalla lettura de “I Promessi Sposi”, ma anche, devo dire, da alcuni componimenti minori, che in questa ottica potrebbero essere letti sotto una nuova luce. Mi riferisco per esempio a “5 maggio”, e a questi versi, che a chi, come si dice, a orecchi per intendere, sembrano voler alludere (come altri passaggi dell’ode manzoniana), all’esperienza misterica ed ermetica:

«La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar
».

Proprio di “un premio ch’era follia sperar”, Manzoni, come altri spiriti audaci di ogni epoca, potrebbe essere stato ricercatore, e forse persino trovatore (nei due significati, di colui che lo ha trovato, e di colui che lo racconta, seppure in forma velata). Un premio, chiamato con molti nomi nei vari tempi e nei vari luoghi del mondo, che è oggetto del pellegrinaggio interiore di ogni mistico, di ogni Filosofo, di ogni alchemico Artista.

Molti lo hanno chiamato, simbolicamente, “Pietra”. “Pietra d’Oro”, “Pietra Preziosa”, “Pietra dei Saggi”, “Pietra dei Filosofi” o “Filosofale”. Ma anche “Tesoro dei tesori”, “Santo Graal”, “Vello d’Oro”…

Manzoni non era un “alchimista” nel senso popolare del termine. Non credo abbia mai armeggiato con fiale e fornelli, e nemmeno che avesse una grande considerazione dell’alchimia “dei soffiatori”. Lo deduco, ad esempio, da dove egli scrive che «l’alchimia aveva un suo intento, diverso in parte da quello della chimica: non le mancava altro, che d’ottenerlo, anch’essa supponeva che ci dovessero essere i mezzi adattati a quell’intento: non le mancava altro, che di trovarli» (Alessandro Manzoni, “Del Romanzo e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione”).

Simili considerazioni si ritrovano presso altri grandi iniziati e Alchimisti nel senso interiore del termine, come Dante Alighieri o Tommaso d’Aquino.

Pur sapendo che molti lettori alzeranno le sopracciglia in segno di perplessità, tenterò di avventurarmi in un’affermazione provocatoria: “I Promessi Sposi”, opera che ha segnato l’apogeo letterario di Manzoni e che tutt’oggi è ritenuta uno dei capolavori della letteratura, potrebbe celare un doppiofondo, un dietro le quinte, molto meno diretto e ingenuo dei due ragazzi di provincia protagonisti del racconto; e nascondere, dietro l’apparenza di una storia d’amore contrastata, un trattato alchemico di grande spessore. Ripeto, si tratta di Alchimia del Sé, trasformazione sottile dell’individuo, divinizzazione della coscienza; e non di chimica, o di spagiria, o metallurgia o erboristeria officinale!

Non è pionieristico da parte mia affermare che “I Promessi Sposi” sia un testo ovunque intriso di grande simbolismo: esso associa «la più forte densità realistica a un affacciarsi di schemi, motivi, effetti di tipo simbolico (…). Realismo e tensione simbolica sono (…) intimamente legati in tutto il romanzo» (Giulio Ferroni, “Storia della Letteratura Italiana”, volume X). Molti concordano, ad esempio, sul fatto che il libro racconti, prima ancora che una vicenda sentimentale, un percorso spirituale e formativo di Renzo.

Tuttavia credo che pochi autori abbiano intuito la vastità e lo spessore di questo simbolismo, attribuendolo più all’estro di uno scrittore geniale che alle conoscenze di un dotto Ermetista.

Rosarium PhilosophorumAvrete notato il curioso modo di intitolare questo articolo. Per farlo, ho parafrasato il titolo di uno dei maggiori testi alchemici di tutti i tempi, “Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz” (1459), il trattato scritto dal (probabilmente leggendario) fondatore della confraternita dei Rosa+Croce.

In quest’opera, veramente sottovalutata, a mio parere, dalla saggistica esoterica contemporanea, viene narrato in sette capitoli o “libri”, il viaggio di altrettanti giorni, compiuto da Christian Rosenkreuz per partecipare al matrimonio del Re e della Regina. Questo regale sposalizio è un tema molto caro agli Alchimisti, che da sempre ne fanno uno dei punti centrali della loro trattatistica, ad indicare l’unione di Mercurio e Zolfo. Come ho già detto si parla di Alchimia filosofica, quindi anche queste sostanze vanno comprese come termini metafisici (cfr. Sebastiano B. Brocchi, “Riflessioni sulla Grande Opera”).

Certo, in Manzoni non è di re e regine che si parla, ma di semplici popolani. In realtà questo non cambia nulla al significato della loro vicenda.

Iniziamo dunque dai due protagonisti.

Lucia MondellaLucia, è la versione femminile del latino Lucius, che significa “Luminoso”, da lux, luce. Manzoni ne descrive l’acconciatura fermata da radiosi spilli d’argento (il metallo della Luna) come raggi di un’aureola (cfr. “I Promessi Sposi”, capitolo II).

Renzo, Lorenzo, deriva invece dal latino “laurus“, alloro, la pianta sacra ad Apollo, Dio ellenico del Sole.

Anche i cognomi dei due protagonisti sono rivelatori: Mondella, richiama sia la castagna, frutto rinvenuto all’interno di un riccio spinoso (con tutti i magnifici rimandi alla difficoltà di rinvenire la Regina dei Filosofi), sia il termine “monda”, ossia pulita, pura, limpida, tersa. A rafforzare questa visione concorre il carattere attribuito alla ragazza da Manzoni, che la descrive pura, ingenua e virtuosa, come la “donna angelo” degli stilnovisti e la dama dei trovatori.

Tramaglino, dal termine tramaglio (sorta di rete molto fitta composta di tre strati sovrapposti usata sia per la pesca che per catturare volatili come ad esempio quaglie), ricorda per questo sia l’alchemica sigla SSS (Stratum Super Stratum, Strato Su Strato), ossia la composizione della Materia Prima da più “strati” o livelli sovrapposti, sia la fissazione del volatile attribuita allo Zolfo. A questo proposito andrebbe precisato che Renzo, nella prima versione del romanzo (intitolata “Fermo e Lucia”), era chiamato Fermo, e come abbiamo ricordato lo Zolfo-Oro-Io-Re-Sole, “motore immobile” della nostra Coscienza, è l’elemento maschile e di fissità (dunque Fermo) nella triade alchemica Mercurio-Zolfo-Sale.

Tramaglino, inoltre, è vicino al termine “trama”, e se si conta che nel romanzo è il nome di un filatore, allude perciò anche alla sottile “trama” che il Filosofo va formando, tessendo, sul telaio della propria mente, o per estensione della propria vita e del proprio destino, trama di domande, riflessioni, esperienze, intuizioni, risposte, che si intrecciano nella sua Consapevolezza (cfr. http://graziabrocchi.googlepages.com/commentointerpretativodell’opera).

Lucia e Renzo recano quindi le caratteristiche che permettono all’ermeneuta di riconoscerli come la Luna e il Sole ermetici, il Mercurio e lo Zolfo, l’Acqua e il Fuoco, dunque la Regina e il Re di un regno che è l’essere umano stesso.

Il topos ermetico dello sposalizio del maschio e della femmina filosofici è ancestrale e archetipico. In ogni cultura troviamo esempi di racconti legati all’amore, al matrimonio e al coito con chiari riferimenti ad altro che non siano i rapporti sessuali “terreni” tra uomo e donna.

Tuttavia, le interpretazioni di questi “matrimoni mistici” non sono univoche, ma al contrario variegate e l’una capace di ribaltare la prospettiva dell’altra pur senza contraddirla. Anche in questo caso vale la sigla sopra citata, SSS. Ogni interpretazione sembra essere uno strato successivo dei veli che devono essere tolti al fine di contemplare la “Dea nuda” della conoscenza.

matrimonio mistico tantricoUn primo livello di lettura è quello, basilare, di conjunctio oppositorum, unione degli opposti, concetto sui cui si erige l’Opera alchemica. «Così la liberazione, nello Yoga tantrico, è concepita  come la riunificazione, le nozze dell’âtman (maschio) e della buddhi (femmina), artificialmente separati dalle condizioni inerenti alla “caduta” degli individui nel mondo fenomenico» (Jean Varenne, “L’Hindouisme des textes sacrés”, dall’“Encyclopédie des mystiques”, volume III, a cura di Marie-Madelaine Davy); laddove âtman e buddhi designano i già citati Zolfo e Mercurio, Nous-Spirito e Psiche-Anima, come anche, su scala cosmica oltre che interiore, i due poli complementari Yin e Yang. In altro luogo il simbolo delle nozze ermetiche è interpretabile come unione dell’Io-sposo a Sophia, la Conoscenza-sposa; cioè l’incontro e l’abbraccio eterno del Filosofo con l’oggetto del suo amore e delle sue speranze. Infine, possiamo leggere lo Hieros Gamos (Matrimonio Mistico o Sacro) come unione della Coscienza-sposa con il Dio-sposo. In questa prospettiva viene interpretato il libro biblico del “Cantico dei Cantici”, e viene compreso il misterioso rituale della prostituzione sacra, che prevedeva l’unione sessuale di prostitute-vestali con sacerdoti che per l’occasione impersonavano il Dio.

In realtà, tutte e tre queste interpretazioni non sono che una. Descrizioni di un unico evento, che ogni volta è analizzato sotto un differente e nuovo aspetto. Che siano i due opposti Yin-Yang a cercare il loro punto di incontro e di fusione, infatti, o che sia l’Io a cercare la divina Conoscenza e volersi unire a lei, o l’Anima matrice che si prepara ad accogliere il suo Sposo Celeste; il Matrimonio Mistico è uno soltanto. Esso segna il compimento degli “sforzi del lavoratore”, nel senso che l’Alchimista che sia giunto a questo punto non avrà più nulla da fare attivamente, limitandosi ad aspettare che questo Matrimonio dia i suoi abbondanti frutti.

Tuttavia, come ci viene detto da Manzoni, il progetto nuziale alchemico è ostacolato fin dal principio da un terzo personaggio: Don Rodrigo. Esso è lo Zolfo volgare od Ego inferiore, che si frappone all’unione dell’Anima con il Super-Io.

A questo proposito citerei un libro che ha molto favorito il mio percorso iniziale nell’Arte alchemica, ossia l’anonimo “Appunti di un’Opera Ermetica” (Edizioni della Terra di Mezzo). In esso viene ben chiarita la natura di questo terzo, di questo ostacolo. I termini utilizzati, ancora una volta, appartengono al vocabolario chimico-favolistico dell’Alchimia, ma non è difficile comprendere di cosa si parli in realtà: «Chi così erroneamente opera, cerca di porre un punto di riferimento, invece che nel divino Nucleo Regale, nella Materia caotica e oscura, e più precisamente proprio nello Zolfo volgare, ovvero nell’io pensante posto all’interno del composto e non all’esterno come deve essere fatto.

In seguito a ciò nessuna vera trasformazione potrà essere ottenuta, dato che in questo caso sarà un tiranno e non un Re a comandare il composto ed a dirigere le operazioni, che porteranno ad un ulteriore e tremendo oscuramento della Materia stessa.

Di certo la sensibilità della Regina, ovvero dell’Argento, ovvero dell’Anima purissima della Materia, potrebbe impedire che un tale inaudito errore venga compiuto.

Essa è infatti l’unica che può riconoscere il Re, dato che la donna volgare non è capace di ciò, mentre ella dispone della sensibilità necessaria e dato che, quando ella lo riconosce, di lui eternamente si innamora, stringendolo in un abbraccio perenne.

Ma il maschio volgare, ovvero lo Zolfo volgare e cioè il tiranno, in genere maltratta ed offende la Regina, facendola morire alla sua luminosità e trasformandola in un Mercurio volgare, sporco e repellente, in un’anima triste, scura e non più luminosa qual’è appunto il composto che si forma in seguito all’unione dell’Argento con lo Zolfo volgare.

È chiaro che in questo caso si sarà fatto evidentemente il contrario di ciò che l’Opera si ripropone ed è molto triste prendere atto del fatto che quasi tutti nei tempi odierni operano, in modo consapevole o inconsapevole, in siffatta abominevole maniera, maltrattando la Donna dei Filosofi, ovvero la bianca e sensibile Luna, precipitandosi sempre più in basso ed identificandosi sempre più con il Chaos dominante, invece di cercare di salire in alto».

Passiamo ora a Don Abbondio, con cui si apre il romanzo e al quale si deve la celebrazione finale delle nozze. Egli, secondo la logica interpretativa qui intrapresa, rappresenta l’Iniziato, l’Alchimista, il Mistico o più semplicemente il Ricercatore, colui entro il quale (cioè entro la cui coscienza) si svolgono gli eventi descritti nel romanzo. Il nome Abbondio deriva dal nome augurale latino Abundius, ripreso dall’aggettivo abundus, “ricolmo, abbondante”, con l’augurio di essere ricco di beni spirituali e di virtù.

Mentre, una sera di novembre del 1628, Don Abbondio sta percorrendo una strada lungo la sponda del lago (il che indica metaforicamente il suo aver intrapreso il sentiero ermetico), viene improvvisamente bloccato dall’apparizione di due bravi di Don Rodrigo. Se Rodrigo, come abbiamo detto, rappresenta l’Ego tiranno, mi sembra verosimile che i due loschi scagnozzi che ostacolano il Viandante siano simbolo l’uno del Chaose l’altro del Desiderio (sull’accezione con cui utilizzo questi termini in ambito alchemico cfr. Sebastiano B. Brocchi, “Riflessioni sulla Grande Opera”). Ego, Chaos e Desiderio, i tre nemici dell’Opera, gli stessi che in forma di fiere (Leone, Lupa e Lonza), interrompono il sentiero di un altro iniziatico Viandante, Dante Alighieri, il quale, proprio come Don Abbondio nel primo capitolo de “I Promessi Sposi”, nel primo canto della “Divina Commedia” si accinge ad imboccare un sentiero che lo conduca fuori dalla selva oscura.

Ego, Chaos e Desiderio sono gli elementi ottenebranti che impediscono all’Alchimista di procedere nel progetto di celebrare le agognate Nozze Chimiche fra il Re e la Regina interiori, o fra il Renzo e la Lucia interiori.

Don Abbondio, a questo punto, succube del volere di Don Rodrigo, assicura la propria fedeltà al signorotto spagnolo promettendo di non celebrare il matrimonio, già fissato. In altre parole, il Neofita cede di fronte all’apparente insormontabilità degli ostacoli che si frappongono fra lui e il compimento della sua Opera.

Tuttavia, come Dante impaurito e perduto alla vista delle tre belve otterrà il provvidenziale soccorso di Virgilio, così le vicende che nel romanzo manzoniano condurranno al matrimonio di Renzo e Lucia verranno guidate da Fra Cristoforo, simbolo di quel “Maestro Interiore” o “Voce della Coscienza”, che è Cristoforo nel senso etimologico del termine, ossia “Portatore di Cristo”, colui che conduce alla “cristità”. Si tratta del Nous onnisciente che parla al nostro cuore, suggerendoci la strada per ritrovarci.

La prigionia di Lucia nel castello dell’Innominato indica in modo eloquente la condizione, di prigionia appunto, dell’Anima che attende l’Iniziazione. Anima prigioniera in un individuo che ha perduto sé stesso, e con ciò il proprio nome (perciò Innominato), simbolo dell’uomo alla deriva nel mondo, che vive avendo perso di vista la propria origine e la propria meta. Un simile uomo, proprio come l’Innominato manzoniano, potrà redimersi soltanto dando ascolto alla sensibilità della propria Lucia, luce, scintilla, fiammella: Anima-Donna-Argento-Luna-Regina del profondo. Solo così questo uomo-nessuno potrà incontrare quello che Manzoni personifica come Cardinale Federigo Borromeo. Federigo significa Signore della Pace, il che richiama alla mente Melchizedek della letteratura veterotestamentaria («Melchisedec, Re di Pace, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abramo» “Genesi”, 14,18-19). Allo stesso modo Federigo Borromeo benedice-consacra il mutamento interiore dell’Innominato. Non si tratta chiaramente di un sacerdote in carne ed ossa che compie un rituale a giovamento di un fedele, ma del Sé consapevole che consacra (dal latino con-secràre, rendere sacro) il Sé inconsapevole.

La natura ermetica dell’opera manzoniana è rafforzata dall’aver scelto di ambientare il romanzo al tempo della peste. Essa rappresenta l’alchemica “lebbra dei metalli”, e in altre parole è lo stato corrotto in cui si trova l’essere umano profano che anela alla palingenesi iniziatica. Ma è anche un modo per inscenare la “morte filosofica” di Renzo.

«È proprio la peste a permettere il ritorno di Renzo: ripercorrendo la Lombardia, egli compie un secondo viaggio di iniziazione, una sorta di “discesa agli inferi”, che lo porta a visitare il suo villaggio distrutto (…) e ad attraversare una Milano in preda al contagio, dove viene addirittura scambiato per “untore” e riesce a salvarsi solo saltando su un carro carico di cadaveri. Questo suo cammino nel regno dei morti è il necessario compimento della sua formazione, la premessa al ritrovamento di Lucia nel lazzaretto» (Giulio Ferroni, “Storia della Letteratura Italiana”, volume X).

Una morte seguita, come sempre nei racconti a sfondo iniziatico, dalla resurrezione, poiché guarito dal male mortale Renzo ne diviene immune. Chi infatti muore iniziaticamente non conoscerà la morte in senso assoluto, poiché avrà identificato sé stesso ad un Ego imperituro e non singolare.

Con questo articolo non pretendo di essere stato esaustivo nell’esegesi di un romanzo lungo e complesso come “I Promessi Sposi”, ma di aver seminato in voi un granello di curiosità sul possibile retroscena filosofico ed esoterico di questo libro, che a saperlo interpretare è capace di ricambiarci molto generosamente con insegnamenti e consigli su come trovare armonia e consapevolezza nella nostra esistenza.

I PROMESSI SPOSI… IN ALCHIMIA?ultima modifica: 2014-08-13T00:32:04+00:00da mikeplato
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