NISARGADATTA MAHARAJ

Hindu_Nisargadatta_Maharaj_standing_outside_smallerNisargadatta è considerato uno dei più rappresentativi esponenti della scuola non dualistica del Vedānta rispettato e venerato anche in occidente. Si può condensare il suo pensiero con il Mahavakya (“Gran Verdetto”): Tat tvam asi (“Quello tu sei”).

La vita
Maruti Kampli nasce nel 1897 a Bombay. Si sposa, cresce quattro figli e per vivere fa il tabaccaio. A 33 anni conosce un maestro che gli insegna a concentrarsi sul mantra Brahmasmi (“Sono il Supremo”). Poco dopo si realizza ed assume il nome di Nisargadatta Maharaj. Resta nella sua casa a dialogare con chiunque lo raggiunga fino al 1982, anno in cui muore.

Il pensiero
Si può condensare tutto con il Mahavakya (“Gran Verdetto”): Tat tvam asi (“Quello tu sei”). Notiamo comunque il suo commento in proposito, fulminante come sempre: “Il Gran Verdetto è verace, ma le tue idee sono false, perché tutte le idee lo sono”.

Il seguente testo è tratto dall’introduzione di Grazia Marchianò al libro di Nisargadatta Maharaj: “Io sono Quello”, è una raccolta di dialoghi avvenuti a Bombay fra il 1970 e il ’72, registrati e pubblicati da Maurice Frydman.

Al secolo Maruti Kampli, appartiene a una linea di trasmissione marathi del Vedanta monistico, che si fa risalire al Mahatma Dattatreya. Tra i veggenti di epoca vedica, Datta avrebbe istituito il primo lignaggio spirituale (parampara), che nel Maharastra è noto come navnath sampradaya, la “scuola dei nove”, cui fu affiliato il maestro di Maharaj e, alla sua morte, lui stesso.
A Dattatreya sono attribuiti l’omonima innodia Datta o Daksinamurti Samhita, di cui una versione ridotta è nel Tripura Rahasya, e la citata Avadhut Gita, il “Canto del Rinunciante”.
Una tardiva upanisad si potrebbe definire Io sono Quello, e quasi un’ininterrotta continuazione della parola di Ramana Maharshi, cui Nisargadatta da più segni appare affratellato.
Entrambi di origine umile e campagnola, illetterati e padroni di un sola lingua: il tamili per Ramana, e il marathi per Nisargadatta. Entrambi “scoperti” da due europei: Paul Brunton, che divulgò il pensiero di Ramana, e Maurice Frydman che, a Bombay, negli ultimi anni di una vita segnata da numerose conversioni – da ebreo polacco a monaco cristiano a swami indù – divenne discepolo e l’interprete di Nisargadatta.
A differenza di Nisargadatta, Ramana non ebbe maestri, non lavorò, non si sposò. Ragazzino, dopo una tremenda esperienza di alterazione della coscienza fino alle soglie della morte, abbandonò il villaggio natale e un richiamo incoercibile lo trasse a un colle, nei pressi di Tiruvannamalai, celebrato in inni bellissimi, Arunacala, dove visse in solitaria meditazione e dove in seguito sorse l’asram che prese il suo nome.
Maruti invece crebbe in città, e a Khetwadi, nella suburra di Bombay dove ancor oggi abita, avviò giovanissimo, insieme al fratello, un piccolo commercio di tabacchi, dando via via il benvenuto a molti figli. Quando aveva da poco varcato i trent’anni, un avventore, Yashwantrao Baagkar, lo conduce da Sri Siddharameshwar Maharaj del Navnath sampradaya, e Maruti sotto la sua guida intraprende una disciplina presto costellata di esperienze mistiche. L'”esplosione” interiore avviene dopo tre anni, poco prima della morte del maestro, di cui Maruti assumerà il cognome. Dopo un periodo di solitario vagabondaggio, il ritorno a Bombay, l’abbandono definitivo del commercio, e l’inizio dell’ultima fase, durante la quale lo conobbe Frydman.
Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Ramana, ed ora, anche la vecchia bocca di Maharaj, a 85 anni, in un corpo assalito dallo stesso male del Maharshi, si avvia al silenzio.
Intontito dalle pratiche yoga che da qualche tempo gli procurano estasi sporadiche, visioni e abbagli subitanei, Maruti un giorno si reca da Maharaj, gli si accoccola ai piedi, e attende. Non sa che quella volta sarà l’ultima, non solo perché il maestro di lì a poco cesserà di vivere, ma anche perché ciò che sta per dirgli è la massima condensazione dell’Advaita Vedanta, e insieme la via diretta all’esperienza metafisica: “Tu sei il Supremo… agisci in conformità”. E aggiunge: “Credilo con fermezza, non dubitarne mai, ricordalo senza intermissione”. A Maruti non restò che obbedire. “Continuai la mia solita vita, ma ogni momento libero lo passavo a ricordare il maestro e le sue parole. Poiché non le ho dimenticate, mi sono realizzato”. Così dice oggi Nisargadatta, a chi lo interroga sulla sua iniziazione. E scende nella stanza, mentr’egli parla con sconcertante umiltà del “grande passo”, un silenzio profondo, come quando in un crocchio all’improvviso si scatena un epilettico e gli astanti, raggelati, si fanno muti. Quando il vecchio dichiara: “Sono il Supremo”, è fatale che qualcuno, tra gli astanti, lo sogguardi con un’ombra di malcelata ironia, e il vecchio, sollecito, gli si volge sorridendo: “Lo so, è difficile crederlo. Ma se ti dico: metti a fuoco l'”io sono”, non puoi esimerti. L'”io sono” è la tua prima percezione al risveglio. Domandati da dove viene o osservalo quieto. Immancabilmente scoprirai tutto ciò che non sei: il corpo, i sentimenti, i pensieri, le idee, le proprietà esterne e interne. Sono tutte auto-identificazioni infedeli. Per causa loro, ti prendi per ciò che non sei”.

“Ma io, chi sono?”.
Per spiegare l’inspiegabile Maharaj finge di narrare una fiaba: “Nell’immensità della coscienza appare una luce, un puntolino veloce che traccia forme, assembra pensieri e sentimenti, idee e concetti, come la penna sul foglio. Tu sei quel puntolino, e muovendoti ricrei ogni volta il mondo. Ti arresti, e il mondo scompare. Va’ dentro, e vedrai che quel punto luminoso è l'”io sono”, come il riflesso nel corpo dell’immensità della luce. Solo la luce è, tutto il resto appare”.
“Durante la veglia, la coscienza si sposta di continuo da una sensazione all’altra, di percezione in percezione, da un’idea all’altra, senza fine. La consapevolezza è dell’interezza e della totalità della mente penetrate direttamente. La mente è come un fiume che scorre nel letto del corpo, per un momento t’identifichi con un’onda e la chiami “il mio pensiero”. Tutti i tuoi oggetti di coscienza fanno la mente; la consapevolezza è lo stato in cui la coscienza è colta nella sua interezza”.
L’interrogante vive, mentre ascolta, una strana esperienza: le parole sono semplici, non c’è quasi ridondanza nel fraseggiare di Maharaj. Scarse le consuete metafore vedantine, mute le belle storie della letteratura ascetica. Campito nella nudità del sistema, il solo apologo di Janaka, alle prese col suo sogno di mendicante: Quando si svegliò disse al suo maestro, Vasishtha: “Sono io un re che sogna di essere mendicante o un mendicante che sogna di essere re?”. E il maestro: ” Né l’uno né l’altro, sia l’uno che l’altro. Voi siete e insieme non siete ciò che pensate di essere! Lo siete perché agite in conformità. Non lo siete perché non dura. Potete essere un re o un mendicante per sempre? Tutto muta. Ma voi siete ciò che non muta. Che cosa siete?”. Disse Janaka: “Sì, non sono un re né un mendicante, sono il testimone spassionato”.

L’ascolto ininterrotto e quieto scava, tra il senso delle parole e il loro riverbero nella coscienza, un varco impercettibile, una cesura sottolineata appena, come le linee di biancore sotto gli occhi dei santi imbambolati, in certe icone bizantine, scatenano la contemplazione del vuoto nella forma.
Così s’innescano nell’ascolto la ribellione della mente ghermita dal silenzio nella parola e il tumulto del cuore, perché tra la parola e il silenzio c’è di mezzo la tempesta della vita, l’abiezione della malinconia, l’impotenza di raggiungere la quiete costante. E l’innocua triade: mente, coscienza, consapevolezza; il positivo memento: “Sono”; il saggio consiglio: “Se vuoi vivere una vita felice, cerca ciò che sei”, si convertono, al mero ascoltare, in puntute saette che trapassano il comune buon senso. L'”io sono” assume le sembianze di un drago apocalittico che ingoia il tempo risputando la persona a pezzetti; il cosmico metronomo: mondo fisico, mentale, supremo, in andata e ritorno, con forma e senza-forma, diviene il sordo rimbombo dei colpi di martello in un’officina metallica dove un mitico Fabbro, adirato e ossesso, grida Sono Quello!
Smarrito, sconvolto, lacerate le sue credenze più salde, “Sono nato e morirò”, l’interrogante ricorre all’estremo tentativo di contestare una parola che l’ha morso e lo attanaglia alla gola: “Perché parlate?”.
Maharaj, a quel punto, convoca il Buddha – ed è una delle rarissime volte in cui cita qualcuno, a parte il maestro -. Chiama in causa l’Illuminato per spiegare: l’annuncio è la grande arma. Propagare che possiamo raggiungere, che siamo già pronti per il salto oltre il nome e la forma, la nascita e la morte, il pensiero di essere e l’assillo del non-essere, rende automaticamente immortali; ed è l’unica esperienza d’immortalità consentita nella condizione umana. Ora l’interrogante è placato. Ha vissuto nell’ascolto il supplizio del bardo, la vicenda dell’anima catapultata nello stato intermedio dopo la morte. Quanto tempo è trascorso? Attimi, minuti, ore? “Com’ero stamattina, prima di ascoltare? E ciò che ho appreso finirà nel mucchio tra le altre nozioni, o lo dimenticherò? E che cosa ricordare prima: “Sono”, “Non sono la persona”, “Sono Quello”?”. Al valico della domanda “Chi sono?” si affaccia Quello. L’universo (paramakasa) è la sua sterminata espansione oltre l’essere e il non-essere; l’interno testimone (avyakta) è la sua infinitesima concentrazione oltre il corpo e l’io-persona; il quarto stato (turiya) è la sua indenne dimora, oltre la veglia, il sogno e il sonno profondo. Come sostanza realissima è essere (sat); come consapevolezza autofondata è coscienza (cit); come gioia della completezza è beatitudine (ànanda). Il vero maestro (sadguru) è la scoperta dell'”Io sono Lui”, mentre il molteplice, fuori e dentro di me, è solo apparenza. L’unica efficace disciplina (sadhana) è l’imperterrita contemplazione di Lui; qualsiasi altro sforzo gioverà solo per raggiungere lo sfinimento oltre il quale è il non-fare, il non-attendere i frutti dell’azione, il non-desiderare quello che già si ha essendo Lui, il non-dipendere dagli schiavi del tempo: il piacere come attesa e il dolore come ricordo.
Alla domanda: quando s’intona un mantra, che cosa realmente accade, Maharaj risponde: “Il suono crea la forma per accogliere il Sé”.
Avvezzo come ogni indù a convertire le più vertiginose astrazioni in materia palpitante e concreta, ai suoi occhi il Sé è letteralmente più vicino del respiro, è il battito stesso del cuore – atman su, atman giù – ma sempre e solo qui-ora.
Che cos’è questo Arcano che lampeggia nei Veda, riemerge nel Vedanta, ritma gli inni, i dialoghi, i canti, gli introiti alla sapienza?
Il punto al centro del mandala, la “cella” ombelicale nel tempio, il battito del piede segnatempo, il ritmo ininterrotto del tamburo, la pupilla saettante e il dito puntato sul cuore della danzatrice irrigidita, tutti questi mezzi efficaci dell’arte rituale accennano all’Arcano Maggiore, mortificato dal nome che riceve in traduzione – trascritto minuscolo o maiuscolo: sé, Sé, o nei linguaggi buddhisti: non-sé (anatman).
Da quali sconfinati abissi della memoria emerge nella sapienza indiana l’Arcano del Sé?

In un libro di grande valore, ingiustamente ignorato, Maryla Falk tentò lo scandaglio del mito psicologico nell’India antica, e quasi ne fu sopraffatta. Stasi dell’estasi osò definire la Falk il vertiginoso indiamento che largisce al meditante l’esperienza del Sé. Un’esperienza in cui “domina la coscienza dell’infinità, … della cosmicità, e allo stesso tempo la coscienza dell’io, ma con un carattere di vastità smisurata che non conosce i limiti della coscienza quotidiana dell'”io” “.
Ed è lì, sullo scrimolo che distingue nella veglia la prima dalla terza persona, e nel sogno l’identità del sognatore rispetto al sognato, e nel sonno profondo, invece, li rimescola nella placenta dell’oblio, su quel lembo sottile di coscienza calcata dall’orma della persona, è il confine insidioso tra follia e sapienza, il discrimine che sconcerta i “sani” e trascina il folle nei suoi intontimenti orgiastici, nei cupi deliri, nelle malinconie di pietra. La fredda, pallida conversione dell’oniromante nel moderno analista è l’unico tentativo di ripristinare l’antica sequenza: l’io incatenato, il Sé rispecchiante, l’analista-specchio.
L’ultimo Jung, sfiorando il pensiero di Ramana Maharshi, fu conquistato da questa quarta dimensione dell’indiamento, pur riscontrandovi una sorta d’impareggiabile contraddizione: “… L’India è pre-psicologica. Quando cioè parla del “Sé”, pone un “Sé”. La psicologia non fa così. Non che neghi l’esistenza del conflitto drammatico, ma si riserva la povertà, o la ricchezza, d’ignorare il . Ben conosciamo una peculiare e paradossale fenomenologia del Sé; ma siamo consci del fatto che percepiamo, con mezzi limitati, qualcosa di sconosciuto e lo esprimiamo in termini di strutture psichiche, di cui ignoriamo se siano o no conformi alla natura di ciò che dev’essere conosciuto”.
Jung non ha incontrato Maharaj. Se si fossero parlati, è quasi certo che il vecchio gli avrebbe chiesto: “Chi formula la domanda? E chi c’è dietro la persona che la formula?”.

“In realtà non ci sono persone, ma fasci di memorie e abitudini…”;

“Il Supremo è un unico blocco compatto di realtà”;

“La condizione indisturbata dell’essere è la beatitudine. La condizione disturbata è ciò che appare come mondo. Nella non-dualità c’è la beatitudine; nella dualità, l’esperienza…”;

“La realtà è oltre la descrizione. La conosci solo se sei essa”;

“…Il mio silenzio canta, la mia pienezza è colma, non mi manca niente. Non puoi conoscere la mia terra finché non ci sei dentro”.

E in quel dire il vecchio aduna una forza di gigante, come se dal piccolo corpo, accartocciato e corroso dagli anni, si levasse una lingua di fiamma o un brivido di energia che gli elettrizza lo sguardo.

“Non avete paura di morire?”.

“Ti racconterò com’è morto il mio maestro. Dopo aver annunciato che la sua fine era prossima, smise di mangiare, senza modificare il ritmo della vita quotidiana. All’undicesimo giorno, nell’ora della preghiera, stava cantando e batteva vigorosamente le mani, all’improvviso morì, tra un battere e un levare, come una candela subito spenta”.

tratto da “Io sono Quello”- Ed. Rizzoli

Se vuoi l’integrazione, devi sapere chi vuoi integrare. Lo specchio rimanda l’immagine, ma l’immagine non modifica lo specchio. Tu non sei né lo specchio, né l’immagine nello specchio. Puoi lucidarlo per renderlo trasparente, e poi ti ci guardi dentro. L’immagine che ti rimanderà, non sei tu; tu sei l’osservatore dell’immagine. Capisci bene: qualunque cosa tu percepisca, non sei quello. Poiché puoi vedere sia l’immagine che lo specchio, non sei nessuno dei due. Chi sei? Non pensare per formule. La risposta non è nelle parole. L’enunciazione più adatta è: “io sono ciò che rende possibile la percezione“, la vita stessa, oltre lo sperimentatore e la sua esperienza. Ed ora, distanziati sia dallo specchio che dall’immagine, e resta solo, fermo.

Quanti sono i tuoi processi automatici? Digerisci, fai circolare il sangue e la linfa, muovi i muscoli, e poi percepisci, senti, pensi senza sapere come e perché. Analogamente, sei te stesso senza saperlo. Non c’è nulla di sbagliato in te in quanto te stesso, il quale è come deve essere. Lo specchio invece non è chiaro e verace, e perciò ti dà delle false immagini: non devi correggerti ma solo mettere a punto la tua idea di te stesso. Impara a distanziarti dall’immagine e dallo specchio; allenati a ripetere: “Non sono la mente, non sono le sue idee”. Se lo fai con pazienza e convinzione, arriverai a vederti direttamente come la fonte eterna e universale dell’essere-conoscenza-amore. Tu sei l’infinito, concentrato in un corpo. Per ora vedi solo il corpo. Se insisti, arriverai a vedere solo l’infinito. Ogni esperienza è necessariamente transitoria. Ma ha un fondo immutabile. Nulla che si possa definire un evento, è destinato a durare. Però alcuni eventi purificano la mente e altri la intorbidano. Istanti di profonda intuizione, di amore illimitato purificano la mente; invece i desideri e le paure, le invidie e l’ira, le credenze cieche e l’arroganza intellettuale inquinano e intorpidiscono la psiche. Senza l’autorealizzazione sarai consumato dai desideri e dalle paure che si rinnovano futilmente. I più ignorano che si può arrestare il dolore. Ma, una volta udita la buona novella, bisogna immediatamente porsi al di sopra di ogni conflitto. Ora sai che puoi essere libero, e che dipende da te. Hai due alternative: sarai per sempre torturato dalla fame e dalla sete, spinto dal desiderio a cercare, afferrare, trattenere, in un gioco di perdite e rimpianti, o ti inoltrerai nella ricerca appassionata dello stato d’immutabile perfezione, cui nulla si può aggiungere e nulla sottrarre. I desideri e le paure dileguano, non perché vi si sia rinunciato, ma perché hanno perso ogni senso. Non devi “fare”. Sii e basta. Non c’è da scalare montagne o giacere in caverne. E neppure ti dico: “Sii te stesso”, giacché non ti conosci. Limitati a essere. Non sei né il mondo “esterno” dei percepibili, né quello “interno” dei pensabili, né il corpo né la mente. Non ci si accosta per gradi. Accade, ed è irreversibile. Ruoti in una nuova dimensione, dalla quale i vecchi abiti mentali appaiono vuote astrazioni. Come al sorgere del sole si vedono le cose come sono, così, nell’autorealizzazione, tutto si mostra com’è, lì mondo delle illusioni è lasciato alle spalle. Non è l’esperienza della realtà, bensì dell’armonia dell’universo.

Non-dualità
edito da Jerry Katz su www.nonduality.com/beyond.htm
testo tradotto e proposto da Isabella di Soragna – dicembre 2005

Il canto di Nisargadatta Maharaj dell’al di là dell’Io sono.
Una delle domande poste a Nisargadatta Maharaj era la seguente: – Lei mi ha detto che posso considerarmi sotto tre aspetti: personale (Vyakti), il sopra-personale, (Vyakta) e l’impersonale (Avyakta). L’Avyakta è l’universale e realmente puro “Io”; il Vyakta è il riflesso nella coscienza come “Io sono”; il Vyakti è la totalità dei processi fisici e vitali. Negli stretti confini del momento presente, il sopra-personale è cosciente della persona nello spazio-tempo; non solo di una persona, ma della lunga serie di persone legate dal filo del karma. Essenzialmente è il testimone ed anche il residuo delle esperienze accumulate, la sede della memoria, il nesso che collega. E’ il carattere dell’uomo che la vita costruisce e a cui dà forma di nascita in nascita. L’universale è oltre il nome e la forma, oltre la coscienza e il carattere, essere puro e non consapevole di se stesso.-
A queste parole Nisargadatta rispondeva che era così solo a livello mentale, ma che aldilà del livello mentale non una sola parola era valida.

Mentre leggi i passi che seguono, potrai sentire una leggera spinta verso l’impersonale e universale. Lo saprai che è così, quando le parole davanti a te spariranno.

Selezioni da “Io sono Quello” di Nisargadatta Maharaj
…tu non sei questo, non c’è niente di te in questo, eccetto il puntino di “Io sono”…”Io sono questo, io sono quello” è il sogno, mentre l’Io sono puro ha il marchio della realtà su di esso. Hai assaporato tante cose …tutte si sono azzerate. Solo il senso dell’”Io sono” ha continuato invariato. Rimani con ciò che è immutabile tra le cose mutevoli, finché sarai capace di andar oltre.

Quando “l’Io sono me stesso” se ne va, arriva “l’Io sono tutto”. Quando “l’Io sono tutto” se ne va, arriva “l’Io sono”. Allorché anche “l’Io sono” se ne va, solo la Realtà resta.

Quando sai quello che non sei, conosci il tuo Sé. La via di ritorno al tuo Sé è negazione e rifiuto. Una sola cosa è certa: il reale non è immaginario, non è un prodotto della mente. Anche il senso dell’Io sono è intermittente, benché sia un’utile indicazione; mostra dove cercare, ma non che cosa cercare. Dai solo una buona occhiata ad esso. Una volta convinto che non puoi affermare nulla di certo tranne l’Io sono, e che tutto quello che puoi indicare non è il tuo Sé, il bisogno dell’ “Io sono” è finito, non sarai più dedito a verbalizzare. Devi solo liberarti dalla tendenza a definirti. Tutte le definizioni si riferiscono al tuo corpo ed alle sue espressioni. Una volta che quest’ossessione del corpo se ne è andata, ritornerai spontaneamente e senza sforzo al tuo stato naturale… Lo scopriamo se siamo seri, cercando, investigando, ponendoci domande giorno dopo giorno, ora dopo ora, dedicando la propria vita a questa scoperta.
La coscienza o mente universale, in cui appare la coscienza, è chiamata l’etere della coscienza. L’universo è formato da oggetti di coscienza. Ciò che è oltre e che sostiene entrambi, è lo stato supremo, di totale silenzio e quiete. Chiunque si rechi li, sparisce. E’ irraggiungibile dalle parole o dalla mente. Puoi chiamarlo Dio, Parabrahman o Suprema Realtà, ma sono solo nomi dati dalla mente. E’ lo stato senza nome, senza contenuto, senza sforzo e spontaneo, oltre l’essere ed il non-essere.
La perfezione è uno stato della mente, quando è puro. Io sono oltre la mente, qualunque sia il suo stato, puro o impuro. La perfezione è uno stato della mente quando è pura. Io sono oltre la mente, qualunque sia il suo stato, puro o impuro. La consapevolezza è la mia natura; alla fine sono oltre l’essere ed il non-essere. L’idea “Io sono solo il testimone” purificherà il corpo e la mente e aprirà l’occhio della saggezza. Allora l’uomo andrà oltre l’illusione ed il suo cuore sarà libero dai desideri. Come il ghiaccio diventa acqua e l’acqua vapore ed il vapore si dissolve nell’aria e sparisce nello spazio, così il corpo si dissolve nella pura consapevolezza e poi in puro essere, oltre l’esistenza e la non-esistenza.
Una cosa è certa: tutto quello che si muove e vive è nella coscienza. Io sono nella coscienza ed oltre ad essa. Sono in essa come testimone. Sono oltre come Essere.
Essere umano non è l’ultimo stato; vi è qualcosa aldilà, più meraviglioso, né essere né non-essere, né vivo né non vivo. Uno stato di pura consapevolezza, oltre i limiti di spazio-tempo. Una volta abbandonata l’illusione del corpo-mente, si perde il terrore della morte e diventa parte della vita.
Il testimone registra solo gli eventi. Quando manca la mente anche il senso dell’”Io sono” si dissolve. Non c’è “Io sono” senza la mente.
Vivi, senti, pensi. Osservando la tua vita, i tuoi sentimenti e pensieri, ti liberi da loro e vai oltre. La personalità si dissolve e rimane solo il testimone. Poi vai oltre il testimone. Non chiedermi come succede. Cerca solo in te stesso.
Tutto quello che posso dire sinceramente è: “Io sono”. Tutto il resto è un’inferenza. Ma l’inferenza è diventata un’abitudine. Distruggi tutte le abitudini di pensare e di vedere. Il senso dell’”Io sono” è la manifestazione di una causa più profonda, che puoi chiamare Dio, il sé, la Realtà o qualunque altro nome. L’ “Io sono” è nel mondo, ma è la chiave che può aprire la porta che dirige fuori dal mondo. La luna che danza sull’acqua è vista nell’acqua, ma è generata dalla luna nel cielo e non dall’acqua.
Finché ci immaginiamo di essere personalità separate, una distinta dall’altra, non possiamo afferrare la realtà che è essenzialmente impersonale. Per primo dobbiamo conoscerci come testimoni soltanto, centri di osservazione senza dimensioni e senza tempo, poi realizzare l’immenso oceano di pura consapevolezza, che è mente e materia e al di là di entrambe.
Hai mai provato la vacuità che tutto abbraccia in cui nuota universo come una nuvola nel cielo azzurro?
Questo “Io sono” è un annuncio: non è reale. Proviene da qualcos’altro. Quello che è il reale, non te lo dico, perché le parole lo negano. Qualunque cosa ti dica non è la verità, poiché proviene da quell’”Io sono”. Il fatto è che non posso descriverti la realtà, non posso spiegarla, poiché è al di là di ogni espressione. Se prosegui la via spirituale, della conoscenza di sé, tutti i tuoi desideri, tutti i tuoi attaccamenti, si staccheranno da sé, purché continui ad investigare su quello con cui stai cercando di capire il sé. Allora che cosa succede? Il tuo “senso di essere” è lo stato di “essere”. Tu vuoi “essere” e sei attaccato a questo stato. Ti piace “essere”. Come ho detto ora …i tuoi desideri si staccano, cadono. E qual’è il desiderio fondamentale? Essere. Quando rimani in questo senso di essere per qualche tempo, anche quel desiderio si staccherà da solo. Questo è molto importante. Quando questo desiderio di esistere se ne va, allora sei nell’Assoluto – lo stato essenziale per eccellenza.
Quando sei nella coscienza, capisci la natura della coscienza e cominci ad indietreggiare. Il tuo progresso continua. La coscienza si estingue lentamente; comincia a sparire intenzionalmente. Ma nulla affligge o commuove Te, perché questo è l’Assoluto. Così come quando si spegne la fiamma, il fumo sparisce e solo il cielo rimane.
(Scegli una frase e rimani con essa: è sufficiente a riportarti alla Sorgente.)

Da alcune frasi di “L’eterna saggezza di Sri Nisargadatta Maharaj” di Robert Powell

– La maturità spirituale sta nell’essere pronti a lasciar andare ogni cosa. Questa rinuncia è il primo passo. Ma la vera rinuncia consiste nel rendersi conto che non c’è niente a cui rinunciare, perché nulla ti appartiene. E’come il sonno profondo: non rinunci al letto quando ti addormenti, lo dimentichi soltanto.
Quando conosci la mente e i suoi poteri miracolosi e rimuovi quello che l’ha avvelenata – ossia che sei una persona separata e isolata – lasci che essa si dedichi in tutta tranquillità alle faccende quotidiane.
Quando non chiedi niente né al mondo né a Dio, quando non vuoi nulla, non cerchi nulla, non attendi nulla, allora lo Stato Supremo verrà da te inaspettatamente, senza che tu l’abbia invitato!
Il desiderio di verità è il migliore fra tutti, ma è pur sempre un desiderio. Tutti i desideri devono essere abbandonati perché la Realtà affiori. Ricordati che tu sei. Ecco il tuo capitale con cui puoi lavorare. Fallo circolare e ne trarrai notevole profitto.
Quando incontri il dolore, la sofferenza, stai lì, non andartene. Non precipitarti ad agire. Non sono né il sapere né l’azione che possono veramente aiutare. Stai insieme al dolore e metti a nudo le sue radici. Il vero aiuto è aiutare a capire.
Il mondo e la mente sono stati dell’essere. Il Supremo non è uno stato. Pervade tutti gli stati, ma non è una condizione di qualcos’altro.
Solo quando sarai libero dal mondo potrai fare qualcosa per aiutarlo.
Il mondo è appeso al filo della coscienza: se non c’è la coscienza non c’è nemmeno il mondo.
L’unica prova che Dio esiste sei tu. Non può essere diversamente, perché per porre qualsiasi domanda su Dio, tu prima devi esserci.
Nessun sforzo di logica o di immaginazione potrà farti cambiare l’”Io sono” in “Io non sono”. Proprio negando il tuo essere, lo affermi. Quando ti rendi conto che il mondo è una tua proiezione, sei libero dal mondo.
L’uomo realizzato sa quello che gli altri conoscono per sentito dire, ma non hanno mai sperimentato direttamente. Intellettualmente sembrano convinti, ma nei fatti non possono fare a meno di mostrare la loro schiavitù…
In realtà non c’è nessun corpo, né un mondo che lo contiene; esiste solo una condizione mentale, uno stato simile al sogno, facile da abbandonare quando si mette in discussione la sua realtà.
Ogni cosa esiste nella mente; anche il corpo è l’insieme di un’infinità di percezioni sensoriali che si integrano nella mente, e ogni percezione è uno stato mentale…Sia la mente che il corpo sono stati intermittenti. Il sommarsi di questi momenti di percezione crea l’illusione dell’esistenza.
La mente non può sapere quello che c’è aldilà della mente, ma quello che sta aldilà della mente conosce la mente.
La fine del dolore non è nel piacere. Quando ti rendi conto di essere aldilà del piacere e del dolore, in disparte ed inattaccabile, allora smetti di inseguire la felicità e se ne va anche il dolore che ne consegue. Perché il dolore anela al piacere e il piacere finisce inesorabilmente nel dolore.
La sofferenza è interamente dovuta al fatto che ci attacchiamo a qualcosa oppure facciamo resistenza a qualcos’altro; è segno che non abbiamo voglia di muoverci, di fluire con la vita.

Non ci può essere ri-nascita da “Nessuno nasce, nessuno muore”.
Insegnamenti di Nisargadatta Maharaj a cura di Ramesh Balsekar
Edizioni IL PUNTO D’INCONTRO

L’insegnamento basilare di Maharaj riguarda l’uomo e il mondo in genere, la vera natura di ciò che l’individuo considera come “se stesso” e la natura del mondo fenomenico. I discorsi sono sempre diretti, da uomo a uomo, e nessun riferimento viene generalmente fatto, sia da Maharaj che dai visitatori, a qualcosa affermato dalle Scritture, per quanto tradizionalmente rispettabili esse possano essere. In effetti, è questo approccio pragmatico di Maharaj che il vero cercatore, non necessariamente uno studente di filosofia, scopre onesto in maniera trasparente. In altre parole, ciò che stato detto da qualcun’altro (quello a cui Maharaj si riferisce come “sentito dire” o “credo generale”) non è accettato come verità divina anche se appare nei testi più sacri.
Oltre ad altri vantaggi, un tale approccio previene la possibilità di domande che richiedono altre domande, come nel caso di un credente che mentre cerca di convertire un amico gli racconta di un particolare “uomo di Dio” capace di conversare con gli angeli e, quando interrogato sulla veridicità di tale affermazione, esclama: Un uomo che è in grado di parlare con gli angeli, secondo te mentirebbe?
Coloro che visitano regolarmente Maharaj sono consapevoli del fatto che egli scarta totalmente il concetto di rinascita come semplice assurdità.
Ma ogni qual volta un riferimento a questo argomento evoca da parte sua una risposta, un nuovo visitatore viene scosso al di là di ogni misura, particolarmente se appartiene alla religione Indù. In una di queste occasioni, un giovane visitatore vestito con la tradizionale veste ocra che indicava la sua appartenenza ad una certa setta Indù, con il fuoco del fanatismo che bruciava nei suoi occhi, espresse il suo scosso stupore per il fatto che Maharaj non accettava la teoria della rinascita, la base stessa della filosofia Indù. Si guardò attorno a cercare sostegno morale, ma deve essere rimasto deluso dagli indulgenti sorrisi di comprensione (ma non acquiescenza!) degli altri.
Maharaj guardò il giovane Sannyasi con ma certa simpatia, presumibilmente per il suo zelo mal diretto e gli disse in una maniera insolitamente gentile: Questa mia affermazione sull’assurdità della rinascita non è nulla. Sarai ancora più scosso se continuerai a venire qui. Non insegno alcuna filosofia, alcuna religione e non sono interessato ad alcun testo tradizionale come base dei miei discorsi. Parlo soltanto per diretta esperienza, poiché il mio Guru mi ha aperto gli occhi, i miei occhi spirituali. Non è mia intenzione ferire i sentimenti di nessuno. Perciò, ricordo costantemente alle persone che sono libere di andarsene se non apprezzano ciò che odono.
Ciò che ascoltano da me è la diretta verità, così come l’ho sperimentata, non come le persone vorrebbero ascoltarla. Temo di non fornire nutrimento ai concetti delle persone.
Un tale approccio scosse completamente il giovane ma anche lo affascinò e così, umilmente, espresse il suo desiderio di continuare ad ascoltare Maharaj.

Maharaj allora disse: Hai mai realmente pensato alla essenziale natura dell’uomo? Dimentica ciò che hai letto, ciò che ti è stato detto. Hai mai pensato in maniera indipendente a questa questione? Ripeto “indipendente”, quieto e profondo pensiero, come se tu fossi il solo essere senziente sulla terra e non ci fosse nessuno a guidarti? 0, a fuorviarti? Quali sono gli elementi essenziali di quello che consideri “te”? Ovviamente il corpo. Ma questo corpo che ora è giovane, in salute e forte, una volta era soltanto una piccola goccia di materia chimica, quando è avvenuto il concepimento nel grembo di tua madre.
Pensaci. Hai fatto qualcosa per essere così concepito? Hai voluto essere concepito? Fosti consultato? Inoltre, e questo è importante, cos’è che era “latente” in quella minuscola goccia di materia che l’ha fatta crescere in un bambino pienamente sviluppato, con sangue, carne, midollo, ossa, innanzitutto nel grembo di tua madre e poi in questo mondo sino a che ora è seduta di fronte a me discutendo di filosofia?
Il corpo, durante la sua crescita, ha assunto varie immagini che tu hai considerato “te”, in tempi diversi, ma nessuna singola immagine è rimasta con te costantemente; tuttavia c’è qualcosa che e rimasto senza alcun cambiamento. Non forse il tuo senso di essere vivo e presente, la coscienza che dà capacità senziente ed energia all’apparato psicosomatico conosciuto come il “corpo”? A questa coscienza vengono dati vari nomi: Esistenza, io sono, Sé, Atma, eccetera, ed anche altri come Maya, Dio, Amore, eccetera. Il mondo per te esiste soltanto se c’è questa coscienza. Se non sei conscio, come nel sonno profondo, può il mondo esistere per te?
Ora hai qualche idea di ciò che li fa istintivamente pensato a te stesso come a “te”; questo composto del corpo fisico, della forza vitale (Prana) che è il principio attivo e la coscienza che mette in grado i sensi fisici di percepite le cose. Ciò che tu sembri essere è il corpo esteriore, ciò che tu sei è coscienza.
Ritorniamo al tuo problema della rinascita. Ciò che è “nato”, il corpo oggettivo, nel dovuto corso “morirà”; poi sarà dissolto cioè irrevocabilmente distrutto, la forza vitale lascerà il corpo e si mischierà con l’aria esterna. La parte oggettiva di ciò che una volta era un essere senziente sarà distrutta, per non rinascere mai più come lo stesso corpo. E la coscienza non è un oggetto, non è affatto una “cosa”; perciò, la coscienza in quanto non oggettiva, non può “nascere”, non può “morire” e certamente non può “rinascere”.
Questi sono fatti indisputabili, fatti concernenti l’essere senziente, manifesto fenomenicamente. Come processo del funzionamento del noumeno, avviene la manifestazione del fenomeno in cui le forme vengono create e distrutte. Chi è nato? E chi muore? E chi deve rinascere?
Se è così, puoi chiederti come sono sorti i concetti di Karma, causalità e rinascita. La risposta è che invece di avere accettato un fenomeno come manifestazione dell’immanifesto, è avvenuta una erronea identificazione con una pseudo-entità ed stato creato un fantasma con una presunta esistenza autonoma. Si suppone che questo fantasma abbia scelta di decidere ed agire. E’ questo fantasma che si suppone sia nato, viva, soffra e muoia. Ed in questo processo è questo fantasma che diventa soggetto al processo della causalità conosciuto come Karma, accetta la presunta “schiavitù” e “rinascita” e cerca una immaginaria “liberazione”.
In altri termini, concluse Maharaj, sul naturale processo della manifestazione dei fenomeni viene sovrimposto un sé-fantasma, con una presunta esistenza autonoma indipendente e su questo sé-fantasma viene caricato il concetto degli effetti che risultano dalle immaginarie azioni volitive, cioè il Karma, la schiavitù e la rinascita! Comprendi ora perché, riporto alle dovute proporzioni la teoria della rinascita?

L’illuminazione non esiste
Tratto da “Nessuno nasce, nessuno muore. Insegnamenti di Nisargadatta Maharaj” a cura di Ramesh Balsekar – Edizioni Il punto d’incontro, 1992

Maharaj dice spesso che pochissimi di coloro che vengono da lui sono novizi nel campo della conoscenza spirituale. Generalmente sono persone che hanno viaggiato in lungo ed in largo in cerca della conoscenza, che hanno letto molti libri, incontrato molti Guru e che hanno una certa idea del tutto, ma raramente una chiara visione di ciò che hanno cercato.
Molti di essi non esitano a riconoscere che tutti i loro sforzi si sono dimostrati vani e che si sentono frustrati e delusi. Ci sono alcuni che si chiedono persino se hanno rincorso una semplice illusione. Comunque, a dispetto di tutta la loro frustrazione e depressione, sembra che sappiano che la vita ha un significato ultimo.
Maharaj è profondamente interessato a questi visitatori e ha una particolare disponibilità per essi, ma ignora totalmente coloro che vengono da lui per vana curiosità o con lo scopo di poter poi parlare di lui ad una festa con l’attitudine “sono più santo di te” o forse con condiscendenza.
Infine, c’è un tipo di persone – gli intellettuali cotti a metà – che vengono da Maharaj a mettere alla prova la loro “conoscenza” accumulata e quando rispondono alla solita domanda di Maharaj sul loro retro terra spirituale, costoro raramente tralasciano di menzionare, con orgoglio, la lunga lista di libri che hanno studiato e di santi e saggi che hanno incontrato.
Maharaj riceve queste informazioni con un sorriso birichino e potrebbe dire qualcosa che gonfierebbe ulteriormente il loro ego. Per esempio potrebbe dire: Bene, allora oggi avremo una conversazione insolitamente elevata. Oppure potrebbe dire:
Bene, devo dire che oggi siamo tutti onorati dalla tua presenza e potremmo imparare qualcosa di nuovo. O potrebbe dire: Ho studiato soltanto sino alla quarta elementare ed ora eccoti qui, laureato in filosofia con tutte le Upanishad sulla punta delle dita; com’ è gratificante! Mentre le discussioni procedono, ci sarà una vasta gamma di reazioni da parte di questi luminari. Alcuni di essi inizieranno dal campo di conoscenza in cui si considerano più o meno allo stesso livello di Maharaj. Poi, nel giro di pochi minuti, l’enorme differenza diventerà così ovvia che cominceranno ad adottare un atteggiamento di umiltà ascoltando, piuttosto che parlando. Presto realizzano quanto è vuota la loro pedanteria e la pignoleria delle loro teorie e dei loro concetti.
Un mattino, arrivò da Maharaj una donna Europea. Lodò profusamente il libro Io Sono Quello e disse che era una grande fortuna essere in grado di porgere i suoi omaggi a Maharaj, di persona. Aveva viaggiato in lungo ed in largo, aveva incontrato molti insegnanti spirituali, ma non aveva mai sentito di avere trovato ciò che stava cercando ed era ora sicura che la sua ricerca era finalmente terminata ai piedi di Maharaj.
Evidentemente aveva avuto alcune “esperienze” che altri Guru avevano probabilmente catalogato come prova del suo “progresso” spirituale. Ella cominciò a narrare queste esperienze a Maharaj molto dettagliatamente. Maharaj ascoltò ciò che stava dicendo per alcuni minuti e poi la interruppe chiedendo:
Dimmi, chi ha avuto queste esperienze? Chi si è sentita compiaciuta da queste esperienze? In assenza di che cosa queste esperienze non sarebbero affatto sorte? Esattamente, dove compari tu in queste esperienze? Durante questo periodo piuttosto lungo di addestramento spirituale, qual è l’identità che sei stata in grado di scoprire come tu?
Ti prego, non pensare nemmeno per un momento, disse Maharaj, che io intenda insultarti, ma devi veramente ottenere delle risposte chiare a queste domande prima di poter decidere se stai procedendo nella giusta direzione. Nell’ attuale situazione tu sei come una bambina di cinque anni che sia stata abbigliata con bei vestiti e graziosi ornamenti.
Quella stessa bambina tre anni prima avrebbe ignorato i bei vestiti e i begli ornamenti, o li avrebbe accettati come un fastidio forzato imposto dai suoi genitori, ma ora, dopo il condizionamento ricevuto nel frattempo, la bambina non vede l’ora di uscire per rallegrarsi dell’ invidia delle sue piccole amiche che non possiedono quegli abiti eleganti.
Ciò che è accaduto, tra l’infanzia e la fanciullezza, è esattamente l’ostacolo per vedere la tua vera natura. L’infante, a differenza del bambino, trattiene ancora la sua personalità ed identità soggettiva. Prima del condizionamento fa riferimento a se stesso così com’è, si considera semplicemente un “oggetto”, non come “me”, il conoscitore/soggetto. Pensa profondamente a ciò che ho detto. L’ “entità” personale e l’illuminazione non possono andare insieme.
Se, dopo ciò che ti ho detto, decidi di continuare a farmi visita, ti devo mettere in guardia, disse scherzosamente Maharaj: non soltanto non acquisirai nulla, ma perderai qualunque cosa hai “acquisito” con così tanto sforzo negli ultimi anni. Inoltre, perderai persino il tuo sé! Quindi, sei avvisata! Se continuerai a visitarmi, arriverai alla conclusione che non c’è “me” né “te” che cerca l’illuminazione.
In effetti non esiste una cosa come l’ “illuminazione”. La percezione di questo fatto è in se stessa illuminazione.
La donna sedette persa nel suo pensiero. La sovrastruttura di preconcetti che aveva costruito così assiduamente negli anni era stata scossa fin dalle fondamenta. Congiunse le mani in omaggio a Maharaj e chiese il permesso di fargli visita giornalmente sino a che era a Bombay.
Sei la benvenuta, disse Maharaj.

I dialoghi estrapolati qui sono solo alcuni presi, quasi, a caso dal libro “Io sono quello”, ma tutto il libro, straripa della conoscenza del Sé. (Nei dialoghi I sta per interrogante e M per Maharaj)

I: Uno dei mezzi più efficaci di auto-realizzazione, secondo voi, è concentrarsi sull’”io sono”. Perché proprio l’”io sono”? In che modo la concentrazione su quel pensiero mi influenza?
M: Il fatto stesso di osservare modifica l’osservatore e l’osservato. Dopotutto, ciò che impedisce di cogliere la propria natura è la debolezza della mente e la sua tendenza ad evitare il sottile e a fissarsi sul grossolano. Se segui il mio consiglio e ti concentri sull’”io sono”, diventi consapevole della mente e delle sue continue divagazioni. La consapevolezza, che è armonia (satva) in azione dissolve l’ottusità, placa l’inquietudine e con gentile fermezza modifica la stessa sostanza mentale. Questo mutamento può non essere vistoso, perfino impercettibile; tuttavia è la profonda, fondamentale conversione dal buio alla luce, dall’inavvertenza alla consapevolezza.

I: Come posso dipanare questa matassa subliminale?
M: Aderendo a te stesso, all’”io sono”, osservandoti con attenzione nella vita di ogni giorno, pronto a capire più che a giudicare. Se accogli senza riserve qualunque sviluppo degli eventi interiori, faciliti l’emersione in superficie dei contenuti profondi, arricchisci la tua vita e liberi le energie latenti. Questa è la grande opera della consapevolezza: rimuove gli ostacoli e svincola le energie, grazie alla comprensione della natura della vita e della mente. L’intelligenza è il varco della libertà e l’attenzione vigile è la madre dell’intelligenza.

I: Ma allora, chi sono?
M: Non ti serve sapere chi sei, ma che cosa non sei. Infatti, se per conoscenza s’intende una descrizione a partire da ciò che è già noto, sia in senso fisico che concettuale, non può esserci la cosiddetta auto-conoscenza, visto che ciò che sei è descrivibile solo come totale negazione: “Non sono questo, non sono quello”. Affermare “Questo è ciò che sono” non ha senso, perché se lo indichi, non puoi essere tu. Niente di percepibile o immaginabile coincide con te e tuttavia, se non ci sei, non può esserci né percezione, né immaginazione. Il cuore sente, la mente pensa, il corpo agisce, e tu li osservi; l’atto stesso di osservare mostra che non sei le tue percezioni, benché non ci sia percezione o esperienza senza di te. Un’esperienza deve “appartenere”. Qualcuno dovrà venire a rivendicarla come sua. Senza lo sperimentatore, un’esperienza non è reale, è lui che le dà realtà. Un’esperienza preclusa, a che vale?

I: Che cosa vedete?
M: Quello che vedresti subito anche tu se correggessi il fuoco dell’attenzione. Non ti osservi abbastanza. La tua mente s’identifica con gli oggetti, le persone, le idee, ma mai con te stesso. Mettiti a fuoco, acquista coscienza dell’esistenza che è tua. Guarda come funzioni, esamina i moventi e gli effetti delle tue azioni. Scruta la prigione che ti sei costruito intorno, per inavvertenza. Constatando ciò che non sei, scoprirai chi sei. La via di ritorno a quello che sei, passa attraverso il rifiuto e la negazione. C’è una certezza: il reale è reale, non è un immaginario prodotto della mente. Persino l'”io sono” è discontinuo, pur essendo un indicatore prezioso: segnala dove cercare, non che cosa. Guardalo bene e vedrai che, non appena ti sarai persuaso di non poter dire niente di attendibile su di te tranne “Io sono”, e che niente che tu possa indicare è te, lo stesso bisogno dell'”Io sono” verrà meno, e smetterai di verbalizzare ciò che sei. Devi liberarti della tendenza a definirti. Le definizioni valgono solo per il corpo e le sue espressioni. Se ti svincoli dall’ossessione del corpo, ritornerai spontaneamente al tuo stato naturale. L’unica differenza tra noi è che io sono consapevole del mio stato naturale, mentre tu sei confuso.

I: I risultati sono nel futuro. Come posso sapere come saranno?
M: Usa la mente. Ricorda. Osserva. Non sei diverso dagli altri. La maggior parte delle loro esperienze sono anche le tue. Pensa con chiarezza e profondità, penetra nella struttura dei desideri e delle loro ramificazioni. Sono la parte più importante del tuo sistema mentale ed emotivo, e influenzano profondamente i tuoi atti. Non puoi abbandonare ciò che non conosci. Per superarti, devi conoscerti.

I: Che significa conoscere se stessi? Che cosa esattamente vengo a conoscere?
M: Tutto ciò che non sei.
I: E non quello che sono?
M: Ciò che sei, lo sei già. Conoscendo ciò che non sei, te ne liberi, e rimani nel tuo stato naturale. Tutto accade spontaneamente e senza sforzo.

I: Come si fa?
M: Non c’è un modo. Tieni a mente l'”Io Sono”, immergiti in esso finché il sentimento e il pensiero diventano tutt’uno. Dopo prove e riprove, raggiungerai il giusto equilibrio di attenzione e amore, e la mente sarà fermamente installata nell'”Io Sono”. Qualunque cosa tu pensi, dica o faccia, è sullo sfondo di questa condizione inalterata e amorevole.

I: Se guardo dentro, trovo sensazioni e percezioni, pensieri e sentimenti, desideri e paure, ricordi e aspettative. Avvolto in questa nuvola, non vedo niente.
M: Ciò che vede tutto questo e anche il niente, è il maestro interiore. Lui solo è, tutto il resto appare. È te stesso, la tua forma intrinseca (swarupa), la tua speranza e garanzia di libertà. Trovalo, attaccati a lui, e sarai al sicuro.

I: In che direzione devo guardare?
M: Tutte le direzioni sono nella mente. Non ti chiedo di guardare in una direzione particolare. Semplicemente distrai lo sguardo da tutto ciò che accade nella mente e puntalo sull'”io sono”. L'”io sono” non è una direzione. È la negazione di tutte le direzioni. Infine anche l'”io sono” svanirà, perché non occorre ribadire ciò che è ovvio. Puntare la mente sull'”io sono” l’aiuta a distogliersi dal resto.

I: Io sono lo specchio e il mondo è l’immagine?
M: Poiché puoi vedere sia l’immagine che lo specchio, non sei nessuno dei due. Chi sei? Non pensare per formule. La risposta non è nelle parole. L’enunciazione più adatta è: “io sono ciò che rende possibile la percezione”, la vita stessa, oltre lo sperimentatore e la sua esperienza.
Ed ora, distanziati sia dallo specchio che dall’immagine, e resta solo, fermo. Ci riesci?
I: No.
M: Come lo sai? Quanti sono i tuoi processi automatici? Digerisci, fai circolare il sangue e la linfa, muovi i muscoli, e poi percepisci, senti, pensi senza sapere come e perché. Analogamente, sei te stesso senza saperlo. Non c’è nulla di sbagliato in te in quanto te stesso, il quale è come dev’essere. Lo specchio invece non è chiaro e verace, e perciò ti dà delle false immagini: non devi correggerti – ma solo mettere a punto la tua idea di te stesso – Impara a distanziarti dall’immagine e dallo specchio; allénati a ripetere: “Non sono la mente, non sono le sue idee”. Se lo fai con pazienza e convinzione, arriverai a vederti direttamente come la fonte eterna e universale dell’essere-conoscenza-amore. Tu sei l’infinito, concentrato in un corpo. Per ora vedi solo il corpo. Se insisti, arriverai a vedere solo l’infinito.

I: Si, ma qual è la disciplina più adatta?
M: Concéntrati unicamente sull'”io sono”. Così, quando la mente diventa completamente silenziosa, si fa fulgida e vibra di nuova conoscenza. Tutto avviene da sé, devi solo aderire all'”io sono”. Come all’uscita dal sonno o da un’estasi ti senti fresco e ristorato, anche se non ti spieghi perché, così nella realizzazione ci si sente colmi, appagati, liberi dalla stretta del piacere-dolore, e tuttavia ignari, il più delle volte, di come sia successo. Puoi formularlo solo per negazioni: “non c’è più niente in me che non vada bene”. È solo rispetto a com’eri che sai di esserne fuori. Per il resto, sei giusto te stesso. Non cercare di comunicarlo. Se ci riesci, non è reale. Osservalo silenziosamente in azione.

 

NISARGADATTA MAHARAJultima modifica: 2015-06-07T13:21:36+00:00da mikeplato
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