COMPENDIO DI TEOLOGIA ASCETICA E MISTICA parte 3

CAPITOLO V.

Dei mezzi generali di perfezione.

407.   Acquistata la profonda convinzione che dobbiamo tendere alla perfezione, non ci resta che cercare e mettere in pratica i mezzi capaci di farci conseguire un tale scopo. Si tratta qui dei mezzi generali, comuni a tutte le anime che vogliono progredire, riserbando alla seconda parte l’esposizione dei mezzi speciali che convengono ai vari gradi della vita spirituale.

Questi mezzi sono interni od esterni: i primi sono disposizioni o atti dell’anima stessa che a grado a grado la innalzano a Dio; i secondi, oltre questi atti, abbracciano pure esterni soccorsi che aiutano l’anima in questa ascensione. Sarà bene farne un’esposizione sommaria.

408.   I. Tra i mezzi interni quattro meritano speciale attenzione:

▪   1° il desiderio della perfezione, che è il primo passo in avanti e ci dà lo slancio necessario per trionfar degli ostacoli.

▪   2° La conoscenza di Dio e di sè stesso: trattandosi di unir l’anima a Dio, quanto meglio si conosceranno questi due termini tanto più facile riuscirà l’accostarli insieme: noverim te, Domine, ut amen te, noverim me ut despiciam me!

▪   3° La conformità alla divina volontà, che, assoggettando la nostra volontà a quella di Dio, è il più autentico segno di amore e il mezzo più efficace di unirci alla fonte di ogni perfezione: unum velle, unum nolle.

▪   4° La preghiera, considerata nel suo più largo senso, come adorazione e domanda, mentale o vocale, privata o pubblica, ascensio mentis in Deum: per suo mezzo uniamo a Dio tutte le interne nostre facoltà, memoria, fantasia, intelligenza, volontà, e perfino i nostri atti esterni in quanto sono l’espressione del nostro spirito di preghiera.

II. Anche i mezzi esternipossono ridursi a quattro principali:

▪   1° La direzione: Dio infatti come istituì un’autorità visibile per governare esternamente la Chiesa, così volle che le anime siano nel foro interno dirette da una guida spirituale, sperimentata, che possa far loro evitare gli scogli, stimolarne e dirigerne gli sforzi.

▪   2° Un regolamento di vita, che, approvato dal direttore, ne continua l’azione nelle anime.

▪   3° Le conferenze, esortazioni o letture spirituali, che, bene scelte, ci fanno conoscere la dottrina e gli esempi dei santi e ci traggono ad imitarli.

▪   4° La santificazione delle relazioni sociali di parentela, di amicizia, o di affari, che ci da modo di dirigere a Dio non solo i nostri esercizi di pietà, ma anche tutte le nostre azioni e principalmente i doveri del nostro stato.

ART. I. DEI MEZZI INTERNI DI PERFEZIONE.

§ I. Il desiderio della perfezione 409-1.

409.   Il primo passo verso la perfezione è quello di sinceramente, ardentemente e costantemente desiderarla. A ben persuadercene, studiamone:

▪   1° la natura;

▪   2° la necessità ed efficacia;

▪   3° le qualità;

▪   4° mezzi di alimentarlo.

I. Natura di questo desiderio.

410.   1° Il desiderio in generale è un movimento dell’anima verso un bene assente; differisce quindi dalla gioia, che è la soddisfazione di possedere un bene presente. Ve n’è di due specie: il desiderio sensibile, che è uno slancio appassionato verso un bene sensibile assente: il desiderio razionale, che è un atto della volontà che si volge con ardore verso un bene spirituale. — Questo desiderio reagisce talora sulla sensibilità e s’informa quindi di sentimento. Nell’ordine soprannaturale i nostri buoni desideri subiscono l’influsso della divina grazia, come più sopra abbiamo detto.

411.   2° Il desiderio della perfezione si può quindi definire: un atto della volontà che, sotto l’influsso della grazia, aspira continuamente al progresso spirituale. Quest’atto è talora accompagnato da emozioni, da pii sentimenti che intensificano il desiderio 411-1; ma tale elemento non è necessario.

412.   3° Questo desiderio nasce dalla concorde azione della grazia e della volontà. Dio ci ama da tutta l’eternità e brama quindi di unirsi a noi: “Et in caritate perpetua dilexi te; ideo attraxi te, miserans 412-1.” Con instancabile amore ci cerca, ci insegue, come se non potesse essere felice senza di noi. D’altra parte, quando l’anima nostra, illuminata dalla fede, si ripiega su sè stessa, sente un vuoto immenso che nulla può colmare: nulla tranne l’infinito, tranne Dio: “Fecisti nos ad te, Deus, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” 412-2. Sospira quindi a Dio, all’amor divino, alla perfezione, come il cervo sitibondo sospira la fonte d’acqua viva: “Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea post te… Sitivit in te anima mea” 412-3… E poichè sulla terra questo desiderio non è mai intieramente appagato, restandoci sempre da progredire verso l’unione divina, ne segue che, se non vi mettiamo ostacoli, andrà continuamente crescendo.

413.   4° Sventuratamente molti ostacoli tendono a soffocarlo o almeno a diminuirlo: è la triplice concupiscenza, già da noi descritta (al n. 193), è l’orrore delle difficoltà da vincere e degli sforzi da rinnovare per corrispondere alla grazia e progredire. È quindi necessario convincersi bene della sua necessità e prendere i mezzi per ravvivarlo.

II. Sua necessità ed efficacia.

414.   1° Necessità. Il desiderio è il primo passo verso la perfezione, la condizione sine qua non per arrivarci. Arduo è il cammino della perfezione, e suppone sforzi energici e costanti poichè, come dicemmo, non si può progredire nell’amor di Dio senza sacrifici, senza lottare contro la triplice concupiscenza e contro la legge del minimo sforzo. Ora uno non si avvia per cammino difficile e ripido se non ha ardente desiderio di giungere alla meta; e, avviatosi, presto l’abbandonerebbe se non fosse sorretto nello sforzo dallo slancio dell’anima verso la perfezione.

A) Tutto quindi nella Sacra Scrittura tende a eccitare in noi questo desiderio. Nel Vangelo come nelle Epistole è una continua esortazione alla perfezione. Come già dimostrammo parlando dell’obbligo di tendere alla perfezione, i testi che provano questa necessità hanno per iscopo di stimolare in noi il desiderio del progresso. Se ci si dà come ideale l’imitazione delle divine perfezioni e come modello lo stesso Gesù, se ce se ne narrano le virtù e siamo sollecitati ad imitarlo, non è forse per eccitare in noi il desiderio della perfezione?

415.   B) La Sacra Liturgia non procede altrimenti. Richiamando nel corso dell’anno le varie fasi della vita di Nostro Signore, ci fa esprimere i più ardenti desiderii: per la venuta del regno di Gesù nelle anime nel tempo d’Avvento; pel suo accrescimenti nei nostri cuori da Natale all’Epifania; per gli esercizi di penitenza, come preparazione alle grazie della Risurrezione, dalla Settuagesima a Pasqua; per l’intima unione con Dio nel tempo pasquale; per i doni dello Spirito Santo a partire dalla Pentecoste. Cosicchè, durante tutto l’anno liturgico, non fa che stimolare in noi il desiderio di progresso spirituale ora sotto una forma ora sotto un’altra.

416.   CL’esperienza che si acquista leggendo le vite dei Santi o dirigendo le anime, ci mostra che, senza il desiderio della perfezione frequentemente rinnovato, le anime non progrediscono nelle vie spirituali. È ciò che dice S. Teresa: 416-1 “È cosa di grande importanza che non rimpicciniamo i nostri desideri. Crediamo fermamente che, con l’aiuto divino e per via di sforzi, potremo col tempo acquistare anche noi ciò che tanti santi, aiutati da Dio, riuscirono ad ottenere. Se non avessero messi adagio adagio in pratica, non sarebbero mai saliti così in alto… Oh! quanto importa nella vita spirituale di animarsi a grandi cose!” La Santa stessa ne è notevole esempio: finchè non si risolvette a spezzare tutti i legami che ne ritardavano lo slancio verso la vetta della perfezione, si trascinò penosamente nelle mediocrità; ma dal dì che risolvette di darsi intieramente a Dio, fece mirabili progressi.

417.   La pratica della direzione conferma l’insegnamento dei santi. Quando si incontrano anime generose che hanno umile e perseverante desiderio di progredire nelle vie spirituali, gustano e praticano i mezzi di perfezione che loro si suggeriscono. Se invece nullo o debole è questo desiderio, presto si vede che anche le più premurose esortazioni fanno poco effetto; l’alimento dell’anima, come quello del corpo, non reca profitto se non a coloro che ne hanno fame e sete: Dio ricolma dei suoi beni quelli che se ne mostrano affamati, ma non li distribuisce che parcamente a coloro che non se ne curano: “Esurientes implevit bonis et divites dimisit inanes” 417-1.

Il che risulta pure dall’efficacia di questo desiderio.

418.   2° Efficacia del desiderio della perfezione. Questo desiderio è una vera forza che ci fa avanzare verso una vita migliore.

a) La psicologia infatti dimostra che l’idea, quando è profonda, tende a provocar l’atto che le corrisponde. Ciò che è anche più vero quando il pensiero è accompagnato dal desiderio: perchè il desiderio è già un atto della volontà che mette in moto le nostre facoltà esecutive. Desiderare quindi la perfezione è già un tendervi; e il tendervi è un principio di attuazione. Il desiderare d’amar Dio è già un amarlo, perchè Dio vede il fondo del cuore e ci tien conto di tutte le buone intenzioni. Di quì quel profondo detto di Pascal: “Tu non mi cercheresti, se non m’avessi già trovato”. Ora il desiderare è un cercare e chi cerca trova: “Omnis enim qui quærit, invenit” 418-1.

419.   b) Inoltre, nell’ordine soprannaturale il desiderio è una preghiera, un’ascensione dell’anima verso Dio, una specie di comunione spirituale con Lui, che inalza l’anima a Dio e l’attira a noi. Ora Dio si compiace d’esaudire le nostre preghiere, massimamente quando hanno per fine la nostra santificazione che è il desiderio più ardente del suo cuore: “hæc est enim voluntas Dei, sanctificatio vestra” 419-1. È questa la ragione per cui Dio nel Vecchio Testamento ci sollecita a cercare, a inseguire la sapienza, cioè la virtù, fa le più belle promesse a quelli che ne ascoltano la voce e generosamente la concede a quelli che la desiderano: “propter hoc optavi, et datus est mihi sensus; et invocavi, et venit in me spiritus sapientiæ” 419-2. E nel Vangelo, Nostro Signore c’invita a saziare in Lui la nostra sete spirituale: “Si quis sitit, veniat ad me et bibat” 419-3. Quanto dunque sono più ardenti i nostri desideri, tanto maggiori grazie riceviamo, perchè inesauribile è la sorgente dell’acqua viva.

420.   c) Finalmente il desiderio, dilatando l’anima, la rende più atta alle divine comunicazioni. Da parte di Dio c’è tale pienezza di bontà e di grazie, che la misura che ci viene concessa è largamente proporzionata alla nostra capacità a ricevere. Quanto più dunque con sinceri e ardenti desideri dilatiamo l’anima, tanto più ella è atta a ricevere della divina pienezza: “Os meum aperui et attraxi spiritum… Dilata os tuum et implebo illud…” 420-1.

III. Qualità che deve avere il desiderio della perfezione.

Per produrre questi lieti effetti, il desiderio della perfezione dev’essere soprannaturale, predominante, progressivo e pratico.

421.   1° Dev’essere soprannaturale tanto nel suo motivo quanto nel suo principio:

a) Nel suo motivo, vale a dire che deve fondarsi sulle ragioni forniteci dalla fede da noi già sopra esposte: la natura e l’eccellenza della vita cristiana e della perfezione, la gloria di Dio, l’edificazione del prossimo, il bene dell’anima ecc.

b) Nel suo principio, nel senso che deve compirsi sotto l’azione della grazia, la quale sola può darci la luce a intendere e gustare questi motivi, e la forza necessaria per operare secondo le nostre convinzioni. E poichè la grazia s’ottiene con la preghiera, è necessario chiedere con insistenza a Dio che accresca in noi questo desiderio di perfezione.

422.   2° Dev’essere predominante, o, in altri termini, più intenso di ogni altro desiderio. Essendo infatti la perfezione cristiana il tesoro nascosto e la perla preziosa che bisogna comperare ad ogni costo, e a ogni grado di perfezione cristiana corrispondendo un grado di gloria, di visione beatifica e d’amore, bisogna desiderarla e ricercarla più d’ogni altra cosa: “Quærite ergo primum regnum Dei et justitiam ejus” 422-1.

423.   3° Costante e progressivo: essendo la perfezione lavoro di lunga lena che richiede perseveranza e progresso, bisogna costantemente rinnovare il desiderio di far meglio. È questa la ragione per cui Nostro Signore ci dice di non guardare indietro a vedere il cammino già fatto e fermarci con compiacenza sugli sforzi già compiuti: “Nemo mittens manum suam ad aratrum et respiciens retro, aptus est regno Dei” 423-1. Bisogna invece, come dice S. Paolo, guardare innanzi per vedere il cammino che ci resta da percorrere e tendere le forze come il corridore che tende le braccia in avanti per meglio toccar la meta: “quæ quidem retro sunt obliviscens, ad ea quæ sunt priora extendens meipsum, ad destinatum prosequor bravium supernæ vocationis” 423-2. Più tardi S. Agostino insisterà molto su questa stessa verità: perchè, dice, l’arrestarsi è un indietreggiare; l’indugiarsi a contemplare il cammino percorso è un perdere l’ardore. Mirar sempre a far meglio, andar sempre avanti, tal è il motto della perfezione: “Noli in via remanere, noli deviare… Semper adde, semper ambula, semper profice” 423-3.

È dunque necessario contemplare non il bene che si è fatto ma quello che resta da fare; considerare non quelli che fanno meno bene di noi ma quelli che fanno meglio, i fervorosi, i santi, e sopratutto il Santo per eccellenza, Gesù stesso, che è il vero nostro modello. Allora quanto più uno va innanzi, tanto più si sente lontano dalla meta, appunto perchè vede meglio quanto alta sia cotesta meta 423-4.

Non ci dev’essere però nulla nei nostri desideri di troppo affacendato e di febbrile e sopratutto nulla di presuntuoso; gli sforzi violenti non durano, e i presuntuosi presto s’avviliscono alle prime disfatte. Ciò che ci fa progredire è un desiderio calmo, riflessivo, fondato su forti convinzioni, appoggiato sull’onnipotenza della grazia e rinnovato di frequente.

424.   4° Allora riesce pratico ed efficace, perchè non prende di mira un ideale impossibile ad attuarsi ma i mezzi che sono a nostra portata. Vi sono anime che hanno un ideale magnifico ma puramente speculativo, che aspirano ad alta santità ma che trascurano i mezzi per arrivarvi. Vi è in ciò un doppio pericolo: uno si può credere già perfetto perchè va sognando di perfezione e così inorgoglire; oppure può arrestarsi e cedere. Bisogna invece ricordare l’adagio: “chi vuole il fine vuole anche i mezzi” e pensare che la fedeltà nelle piccole cose assicura la fedeltà nelle grandi; onde si deve immediatamente applicare il desiderio della perfezione all’azione presente per minima che sia, perchè “Qui fidelis est in minimo et in majori fidelis est” 424-1. Desiderare la perfezione e rimetterne lo sforzo al domani, volersi santificare nelle grandi occasioni e trascurare le piccole, è una doppia illusione che indica mancanza di sincerità o almeno ignoranza della psicologia. L’alto ideale è certamente necessario ma è pur necessaria l’attuazione immediata e progressiva.

IV. Mezzi per eccitare questo desiderio della perfezione.

425.   1° Essendo il desiderio della perfezione fondato sopra convinzioni soprannaturali, si può acquistare ed accrescere specialmente con la meditazione e la preghiera. Bisogna quindi innanzi tutto riflettere sulle grandi verità che abbiamo esposto nei capitoli precedenti, sulla natura e sull’eccellenza di questa vita comunicataci da Dio stesso, sulla bellezza e sulle ricchezze di un’anima che coltiva questa vita, sulle delizie che Dio le riserva in cielo; meditare le vite dei santi che tanto più progredirono quanto più ardente e costante ebbero il desiderio d’avvicinarsi ogni giorno alla perfezione. E per rendere più proficua questa meditazione, bisogna aggiungervi la preghiera, che, attirando la grazia, fa penetrare queste convinzioni nel più intimo dell’anima.

426.   2° Vi sono però circostanze più favorevoli, in cui l’azione della grazia si fa più vivamente sentire. Un accorto direttore spirituale saprà approfittarne per eccitare nei penitenti desideri di perfezione.

a) Così, fin dal primo destarsi della ragione, Dio sollecita il fanciullo a darsi a lui; quanto è importante che genitori e confessori se ne giovino per stimolare e dirigere lo slancio di questi giovani cuori! Lo stesso è a dirsi del momento della prima comunione privata o solenne; del momento in cui si inizia la vocazione o si fa la scelta dello stato di vita; quando si entra in collegio o in Seminario o nel noviziato; oppure quando si riceve il sacramento del matrimonio. In tutte queste circostanze Dio concede grazie speciali e molto importa il corrispondervi generosamente.

427.   b) Vi è pure il tempo degli Esercizi spirituali. Il raccoglimento prolungato che li accompagna, le istruzioni che vi si ascoltano, le letture che vi si fanno accompagnate da esami di coscienza e da preghiere, e principalmente le grazie più abbondanti che vi si ricevono, contribuiscono a rinsaldare le nostre convinzioni, ci fanno conoscere meglio lo stato della nostra coscienza e più cordialmente detestare i nostri peccati e le loro cause, suggeriscono più pratiche e più generose risoluzioni, e ci danno nuovo slancio verso la perfezione. A questo modo, l’uso, da alcuni anni, degli esercizi spirituali chiusi 427-1 è riuscito a formare, così nel clero come fra i secolari, una schiera di uomini scelti, che altra ambizione non hanno se non quella di progredire nella vita spirituale. Anche i direttori dei Seminarii sanno quali mirabili effetti producono nei giovani chierici i ritiri spirituali che si fanno al principio di ogni anno e al tempo delle sacre ordinazioni; è quello il momento in cui si formano o si rinnovano o s’intensificano i generosi desideri di vita migliore. È quindi cosa importante l’approfittare di queste occasioni per rispondere alla chiamata di Dio e cominciare o perfezionare la riforma di se stesso.

428.   c) Le prove provvidenziali, fisiche o morali, come le malattie, i lutti di famiglia, le angustie dell’animo, i rovesci di fortuna, sono spesso accompagnate da grazie interne che ci stimolano a vita più perfetta. Ci distaccano da tutto ciò che non è Dio, purificano l’anima col dolore, ci fanno desiderare il cielo e la perfezione che ne è la via, a patto però che l’anima si giovi di queste prove per volgersi a Dio.

429.   d) Vi sono poi dei momenti in cui lo Spirito Santo produce nelle anime movimenti interiori che le inclinano verso una vita più perfetta: le illumina sulla vanità delle cose umane, sulla felicità di darsi più intieramente a Dio e le stimola a fare sforzi più energici. È chiaro che si deve approfittare di queste grazie interiori per accelerare il passo nella via della perfezione.

430.   3° Vi sono finalmente delle pratiche di pietà che tendono di lor natura a stimolare il nostro desiderio di perfezione; e sono:

a) L’esame particolare, che ci obbliga ogni giorno a interiormente concentrarci su un punto speciale, non solo per rilevare le nostre mancanze o i nostri progressi ma anche e principalmente per rinnovare la volontà di progredire nella pratica di questa o di quella virtù (n. 468).

b) La confessione ben fatta, con lo scopo di correggerci di questo o quel difetto (n. 262).

c) Il ritiro mensile o i ritiri annuali, che vengono periodicamente a ritemprarci nel desiderio di far meglio.

CONCLUSIONE.

431.   Coll’uso di questi vari mezzi, serbiamo la volontà costantemente o almeno abitualmente rivolta al progresso spirituale, Così, sorretti dalla grazia di Dio, trionfiamo più facilmente degli ostacoli; avremo certamente talora qualche debolezza, ma, stimolati dal desiderio di progredire, riprenderemo animosamente la marcia in avanti, e le parziali sconfitte, esercitandoci nell’umiltà, non serviranno che a meglio avvicinarci a Dio.

§ II. Della conoscenza di Dio e di sè stesso.

432.   Poichè la perfezione consiste nell’unione dell’anima con Dio, è chiaro che, per arrivarvi, bisogna anzitutto conoscere i due termini dell’unione, Dio e l’anima: la conoscenza di Dio ci condurrà direttamente all’amore: noverim te ut amem te! la conoscenza di noi stessi, facendoci stimare quel tanto di bene che Dio ha posto in noi, ci ecciterà alla riconoscenza; e la vista delle nostre miserie e dei nostri difetti, facendoci concepire un giusto disprezzo di noi stessi, produrrà direttamente l’umiltà, noverim me, ut despiciam me, e quindi pure l’amor di Dio, perchè l’unione con Dio non si opera se non nel vuoto di noi medesimi.

I. Della conoscenza di Dio 433-1.

433.   Per amar Dio, bisogna prima di tutto conoscerlo: nil volitum quin præcognitum. Quanto più dunque ci applichiamo a studiarne le perfezioni, tanto più il nostro cuore s’infiamma d’amore per lui, perchè tutto in lui è amabile: egli è la pienezza dell’essere, pienezza di bellezza, di bontà e d’amore: Deus caritas est. È cosa evidente. Resta quindi a determinare:

▪   1° ciò che di Dio dobbiamo conoscere per amarlo;

▪   2° come giungere a questa affettuosa conoscenza.

1° CIÒ CHE DOBBIAMO CONOSCERE DI DIO.

Di Dio dobbiamo conoscere tutto ciò che può farcelo ammirare ed amare, e quindi la sua esistenza, la sua natura, i suoi attributi, le sue opere, specialmente la sua vita intima e le sue relazioni con noi. Nulla di ciò che riguarda la divinità è estraneo alla devozione: anche le stesse verità più astratte hanno un lato affettivo che aiuta singolarmente la pietà. Dimostriamolo con alcuni esempi tratti dalla filosofia e dalla teologia.

434.   AVerità filosofiche.   a) Le prove metafisiche dell’esistenza di Dio sono certo molto astratte, pure sono una miniera di preziose riflessioni che conducono all’amor di Dio. Dio, primo motore immobile, atto puro, è la fonte d’ogni movimento; dunque io non posso muovermi che in Lui e per Lui; dunque deve essere il primo principio di tutte le nostre azioni; e se ne è il primo principio, ne deve pur essere l’ultimo fine: Ego sum principium et finis. Dio è la causa prima di tutti gli esseri, di tutto ciò che v’è di buono in me, delle nostre facoltà, dei nostri atti: a Lui solo dunque ogni onore e ogni gloria! Dio è l’Essere necessario, il solo necessario “unum necessarium“; e quindi il solo bene da cercare; tutto il resto è cosa contingente, accessoria, passeggiera, e non può essere utile che in quanto ci conduce a quest’unico necessario. Dio è l’infinita perfezione e le creature non sono che un pallido riflesso della sua bellezza, è quindi Lui l’ideale a cui mirare: “Estote perfecti sicut et Pater vester cælestis perfectus est” 434-1; onde noi non dobbiamo mettere alcun limite alla nostra perfezione: “Io che sono infinito, diceva Dio a S. Caterina da Siena, vado cercando opere infinite, vale a dire un infinito sentimento d’amore” 434-2.

435.   b) Se passiamo poi alla natura divina, il poco che ne conosciamo ci distacca dalle creature e da noi stessi per inalzarci a Dio. Dio è la pienezza dell’essere: “Ego sum qui sum”; il mio essere non è dunque che un essere mutuato, incapace di sussistere da sè, e che deve riconoscere la sua assoluta dipendenza dall’Essere divino. Questo egli voleva inculcare a S. Caterina da Siena, quando le diceva: “Sai, o figlia mia, ciò che sei tu e ciò che sono io?… Tu sei quella che non è e Io sono Colui che è”. Qual lezione d’umiltà e d’amore!

436.   c) Lo stesso è degli attributi divini; non ve n’è alcuno che, ben meditato, non serva a stimolare il nostro amore sotto una forma o sotto un’altra: la divina semplicità ci eccita a praticare quella semplicità o purità d’intenzione che ci fa tendere direttamente a Dio, senza alcun egoistico riguardo a noi stessi; la sua immensità che ci avvolge e compenetra, è il fondamento di quell’esercizio della presenza di Dio che è così caro e così proficuo alle anime pie; la sua eternità ci distacca da tutto ciò che passa, rammentandoci che ciò che non è eterno è nulla: “quod æternum non est nihil est”; la sua immutabilità ci aiuta a praticare, in mezzo alle umane vicissitudini, quella calma tanto necessaria all’intima e durevole unione con Dio; la sua infinita attività stimola la nostra e c’impedisce di cadere nella noncuranza o in una specie di pericoloso quietismo; la sua onnipotenza, posta a servizio della infinita sua sapienza e della misericordiosa sua bontà, ci ispira una filiale confidenza che agevola in modo singolare la preghiera e il santo abbandono; la sua santità ci fa odiare il peccato e amare quella purità di cuore che conduce all’unione intima con Dio: “Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt”; la infallibile sua verità è il più saldo fondamento della nostra fede; la sua bellezza, la sua bontà, il suo amore ci rapiscono il cuore e vi destano palpiti d’amore e di riconoscenza. E quindi le anime sante si dilettano di inabissarsi nella contemplazione dei divini attributi: ammirando e adorando le perfezioni di Dio, ne attraggono qualche cosa nell’anima loro.

437.   B) Si dilettano principalmente di contemplare le verità rivelate, che riguardano tutte la storia della vita divina: la sua fonte nella SS. Trinità; le sue prime comunicazioni con la creazione e la santificazione dell’uomo; la sua restaurazione con l’Incarnazione; la attuale sua diffusione con la Chiesa e coi Sacramenti; il suo compimento finale nella gloria. Ognuno di questi misteri le rapisce e le infiamma d’amore per Dio, per Gesù, per le anime, per tutte le cose divine.

438.   a) La vita divina nella sua fonte è la SS. Trinità: Dio, che è la pienezza dell’essere e della carità, contempla se stesso da tutta l’eternità; contemplandosi produce il Verbo, e questo Verbo è suo Figlio, distinto da Lui ma a Lui perfettamente uguale, vivente e sostanziale sua immagine. Dio Padre ama questo Figlio e ne è riamato; e da questo mutuo amore scaturisce lo Spirito Santo, distinto dal Padre e dal Figlio dai quali procede, e perfettamente uguale all’uno e all’altro. A questa vita noi partecipiamo!

439.   b) Essendo infinitamente buono, Dio vuole comunicarsi ad altri esseri: il che fa con la creazione e principalmente con la santificazione. Per la creazione noi siamo servi di Dio, ciò che è per noi già un grande onore; che Dio infatti abbia pensato a me da tutta l’eternità e m’abbia scelto tra miliardi di esseri possibili per darmi l’esistenza, la vita, l’intelligenza, qual motivo d’ammirazione, di riconoscenza e d’amore! Ma che m’abbia poi chiamato a partecipare alla sua vita divina, che m’abbia adottato in figlio, che mi destini alla chiara visione della sua essenza e a un amore infinito, o non è questo il colmo della carità? E non sarà un potente motivo d’amarlo senza riserva?

440.   c) Per colpa del primo padre avevamo perduto i diritti alla vita divina ed eravamo incapaci di ricuperarli da noi stessi. Ma ecco che il Figlio di Dio, vedendo la nostra miseria, si fa uomo come noi, e diventando il capo di un corpo mistico di cui noi siamo le membra, espia i nostri peccati con la dolorosa sua passione e morte di Croce, ci riconcilia con Dio, e fa di nuovo scorrere nelle anime nostre una partecipazione di quella vita da lui attinta nel seno del Padre. Vi è qualche cosa di più atto a farci amare il Verbo Incarnato, a unirci strettamente a Lui, e per Lui al Padre?

441.   d) Ad agevolare questa unione, Gesù continua a restare con noi; vi resta per mezzo della Chiesa che ce ne trasmette e ce ne spiega gli insegnamenti. Vi resta per mezzo dei Sacramenti, misteriosi canali della grazia che ci comunicano la vita divina. Vi resta principalmente per mezzo dell’Eucaristia, in cui Gesù perpetua nello stesso tempo la sua presenza, la benefica sua azione e il suo sacrifizio: il suo sacrifizio nella Santa Messa, ove rinnova in modo misterioso la sua immolazione; la benefica sua azione nella Comunione, in cui viene con tutti i suoi tesori di grazia a perfezionare l’anima nostra e a comunicarle le sue virtù; la permanente sua presenza, imprigionandosi volontariamente, giorno e notte, nel tabernacolo, ove possiamo visitarlo, conversare con lui, glorificare con lui l’adorabile Trinità, trovare in lui la guarigione delle nostre spirituali ferite e il conforto nelle nostre tristezze e nei nostri abbattimenti: “Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos” 441-1.

442.   e) E questo non è che il preludio della vita consumata in Dio che godremo per tutta l’eternità; lo vedremo un dì a faccia a faccia, come egli vede se stesso, e l’ameremo con perfetto amore; e vedremo e ameremo in lui tutto ciò che vi è di grande e di nobile. Usciti da Dio con la creazione, a lui ritorniamo con la glorificazione, e glorificandolo troviamo la perfetta felicità.

Il domma è dunque la fonte della vera devozione e l’alimento; ci rimane ora a dire che modo dobbiamo giovarcene sotto questo rispetto.

2° MEZZI PER ACQUISTARE QUESTA CONOSCENZA DI DIO.

443.   Tre mezzi principali ci si presentano per acquistare questa affettuosa conoscenza di Dio:

▪   1° il pio studio della filosofia e della teologia;

▪   2° la meditazione o l’orazione;

▪   3° l’abitudine di veder Dio in tutte le cose.

A) Il pio studio della teologia. Si può studiare la filosofia e la teologia in due modi: con la mente soltanto, come si studia ogni altra scienza, oppure con la mente e insieme col cuore. Quest’ultimo modo è quello che genera la pietà. Quando S. Tommaso s’immergeva nello studio profondo delle grandi questioni filosofiche e teologiche, non lo faceva come uno dei savi della Grecia, ma come discepolo e amante di Cristo; a questo modo, secondo la sua espressione, la teologia tratta delle cose divine e degli atti umani in quanto ci conducono alla perfetta conoscenza di Dio e quindi all’amore: “de quibus agit secundum quod per eos ordinatur homo ad perfectam Dei cognitionem, in quâ æterna beatitudo consistit” 443-1. Ecco perchè la sua pietà superava anche la sua scienza. Lo stesso avveniva di S. Bonaventura e dei grandi teologi. È vero che la maggior parte di essi non lasciarono pie riflessioni sui grandi misteri della fede, tenendosi paghi di esporli e di provarli; ma la pietà scaturisce dal fondo stesso di queste verità: e chiunque studi con spirito di fede, non può fare che non ammiri ed ami Colui la cui grandezza e bontà ci viene rivelata dalla teologia. La qual cosa è specialmente vera per coloro che sanno giovarsi dei doni della scienza e dell’intelletto; dei quali il primo ci fa risalire dalle creature a Dio, svelandocene le relazioni con la divinità; e il secondo ci fa penetrare nelle verità rivelate, per coglierne le mirabili armonie.

Con l’aiuto di questi lumi, il pio teologo saprà elevarsi dalle verità più speculative ad atti di adorazione, di ammirazione, di riconoscenza e di amore che sgorgano spontaneamente dallo studio dei dommi cristiani. Questi atti non solo non ne intorpidiranno l’attività intellettuale, ma anzi la affineranno e la stimoleranno: si studia meglio, con maggior attività e costanza, ciò che si ama; vi si scoprono profondità che l’intelligenza sola non riuscirebbe a penetrare; e se ne deducono conseguenze che allargano il campo della teologia, alimentando la pietà.

444.   B) Allo studio però bisogna aggiungere la meditazione. Non si meditano abbastanza i dommi cristiani, o almeno non se ne meditano spesso se non gli aspetti accessori. Non bisogna paventare di affrontarli direttamente e nel loro fondo come soggetto principale delle nostre meditazioni 444-1. Avviene allora che l’anima, alla luce della fede, sotto l’azione dello Spirito Santo, tocca altezze e scopre profondità che l’intelligenza sola non coglierebbe. Ne abbiamo la prova negli scritti di anime semplici, elevate alla contemplazione, che ci lasciarono su Dio, su Gesù Cristo, sulla sua dottrina, sui suoi sacramenti, osservazioni tali da gareggiare con quelle dei migliori teologi. Del resto non disse S. Tommaso di aver imparato più alla scuola del Crocifisso che nei libri dei dottori? La ragione è che, nel silenzio e nella calma dell’orazione, Dio parla più facilmente al cuore, e che la sua parola, meglio intesa, illumina l’intelligenza, riscalda il cuore e scuote la volontà. In tali momenti lo Spirito Santo si degna di comunicare, oltre i doni della scienza e dell’intelletto, anche quello della sapienza, che fa assaporare le verità della fede, le fa amare e praticare, formando così una strettissima unione tra l’anima e Dio. È quello che venne sì bene descritto dall’autore dell’Imitazione 444-2: “Beata l’anima che ascolta il Signore parlargli interiormente e riceve dalla sua bocca parole di consolazione: Beata anima quæ Dominus in se loquentem audit, et de ore ejus verbum consolationis accipit…

Il frequente e affettuoso pensiero di Dio durante il giorno continua e compie i felici effetti dell’orazione: pensando a Dio lo amiamo di più e l’amore affina la nostra conoscenza.

445.   C) Allora si contrae più facilmente l’abitudine di inalzarsi dalle creature al Creatore, e di veder Dio in tutte le sue opere: le cose, le persone, gli avvenimenti.

Il fondamento di questa pratica è l’esemplarismo divino, insegnato da Platone, perfezionato da S. Agostino e da S. Tommaso, posto in luce dalla Scuola di S. Vittore e ripreso poi dalla Scuola francese di spiritualità del secolo XVII 445-1. Tutte le cose esistono nel pensiero di Dio prima di essere create: Dio le concepì nella sua intelligenza prima di produrle al di fuori e volle che fossero, in gradi diversi, un riflesso delle divine sue perfezioni. Se contempliamo quindi le cose create non solo con gli occhi del corpo ma anche con gli occhi dell’anima, al lume della fede vedremo:

a) che tutte le creature, secondo il grado di perfezione, sono o un vestigio o un’immagine o una somiglianza di Dio; che tutte ci dicono di aver Dio per autore e c’invitano a lodarlo, non essendo tutto l’essere che è in loro, tutta la loro bellezza e tutta la loro bontà, che una creata e finita partecipazione dell’essere divino;

b) che specialmente le creature intelligenti, elevate all’ordine soprannaturale, sono immagini, sono viventi somiglianze di Dio, che ne partecipano, benchè in modo finito, la vita intellettuale; che essendo tutti i battezzati membri di Cristo, Lui dobbiamo vedere in loro: in omnibus Christus;

c) che tutti gli avvenimenti, lieti o tristi, sono nel pensiero divino destinati a perfezionare la vita soprannaturale da lui comunicataci e a facilitare la raccolta degli eletti, così che di tutto possiamo giovarci per santificarci.

Aggiungiamo tuttavia che, nell’ordine cronologico, le anime vanno prima a Gesù Cristo, e solamente per lui vanno al Padre, e che, arrivate a Dio, non lasciano di tenersi strettamente unite a Gesù.

CONCLUSIONE: L’ESERCIZIO DELLA PRESENZA DI DIO 446-1.

446.   L’affettuosa conoscenza di Dio ci conduce al santo esercizio della presenza di Dio, di cui indicheremo brevemente il fondamento, la pratica e i vantaggi.

A) Il fondamento è la dottrina dell’onnipresenza di Dio. Dio è da per tutto non solo con lo sguardo e con l’operazione ma anche con la sostanza. Come diceva S. Paolo agli Ateniesi, “in lui noi abbiamo la vita, il movimento e l’essere: in ipso enim vivimus, movemur et sumus;” 446-2 il che è vero così sotto l’aspetto naturale come sotto il soprannaturale. Come Creatore, dopo averci dato l’essere e la vita, ce li conserva, e col suo concorso mette in moto le nostre facoltà; come Padre, ci genera alla vita soprannaturale, che è una partecipazione della stessa sua vita, e lavora con noi, come causa principale, alla sua conservazione e al suo incremento, onde si trova intimamente presente in noi, fin nel centro dell’anima, senza però lasciare di essere distinto da noi. È, come già dicemmo al n. 92, il Dio della Trinità che vive in noi, il Padre che ci ama come figli, il Figlio che ci tratta come fratelli, e lo Spirito Santo che ci dà e i suoi doni e la sua persona.

B) La pratica. Per trovar dunque Dio non occorre che andiamo a cercarlo in cielo, perchè lo troviamo: a) vicinissimo a noi nelle creature che ci circondano; in queste andiamo da principio a cercarlo: tutte infatti ci richiamano qualcuna delle divine perfezioni, massime le creature che, dotate d’intelligenza, possiedono in sè il Dio vivente (n. 92); tutte ci servono come di scalini per giungere a lui; b) rammentiamo poi ch’egli è vicinissimo a coloro che lo pregano con fiducia: “Prope est Dominus omnibus invocantibus eum” 446-3; e l’anima nostra si diletta di invocarlo ora con semplici giaculatorie ora con preghiere più lunghe.

c) Ma soprattutto rammentiamo che le tre divine persone abitano in noi e che il nostro cuore è un tabernacolo vivente, un cielo ove esse già si danno a noi. Ci basta quindi rientrare in noi stessi, nella cella interiore, come dice S. Caterina da Siena, e fissare con l’occhio della fede l’ospite divino che si degna abitarvi. Allora vivremo sotto il suo sguardo, sotto la sua azione, l’adoreremo e lavoreremo con lui alla santificazione dell’anima nostra.

447.   C) È facile scorgere quali siano i vantaggi di questa pratica rispetto alla nostra santificazione.

a) Ci fa diligentemente schivare il peccato. Chi mai oserebbe offendere la divina maestà nel momento stesso che sa che Dio abita in lui con la infinita sua santità che non può soffrire la minima macchia, con la sua giustizia che l’obbliga a punire anche le più piccole colpe, con la sua potenza che arma il braccio contro il colpevole, e principalmente con la sua bontà che sollecita il nostro amore e la nostra fedeltà?

bStimola il nostro ardore per la perfezione. Se un soldato che combatte sotto gli occhi del generale si sente spinto a moltiplicar le prodezze, come non sentirci pronti alle più dure fatiche, agli sforzi più generosi, quando sappiamo di combattere non solo sotto lo sguardo di Dio ma con la sua sempre vittoriosa collaborazione? come non sentirci animati dalla corona immortale che ci promette e principalmente dall’aumento d’amore che ci dà come ricompensa?

c) Quale confidenza non ci dà questo pensiero! Quali che siano le prove, le tentazioni, le fatiche, le debolezze, non siam forse sicuri della vittoria finale, quando rammentiamo che Colui che è la stessa onnipotenza e a cui nulla resiste, vive in noi e mette a nostro servizio la divina sua virtù? Possiamo certamente toccar parziali sconfitte, passar per dolorose angosce, ma siamo sicuri che, appoggiati su di lui, trionferemo e che le stesse nostre croci non servono che a farci maggiormente amar Dio e a moltiplicarci i meriti.

d) Finalmente qual gioia per noi il pensare che Colui che forma la felicità degli eletti e che un dì contempleremo nel cielo, è già in nostro possesso, e che possiamo goderne la presenza e conversar con lui nel corso di tutto il giorno?

La conoscenza e il frequente pensiero di Dio sono dunque grandemente santificanti; e lo stesso è della conoscenza di noi stessi.

II. Della conoscenza di noi stessi.

La conoscenza di Dio ci porta direttamente ad amarlo, perchè è infinitamente amabile; la conoscenza di noi stessi vi ci porta indirettamente, mostrandoci il bisogno assoluto che abbiamo di lui a perfezionare le doti da lui largiteci e a rimediare alle profonde nostre miserie. Esporremo dunque di questa conoscenza

▪   1° la necessità;

▪   2° l’oggetto;

▪   3° mezzi d’arrivarvi.

1° NECESSITÀ DELLA CONOSCENZA DI NOI STESSI.

Poche parole basteranno a convincercene.

448.   A) Chi non conosce sè stesso è nella morale impossibilità di perfezionarsi. Perchè allora uno s’illude sul proprio stato, cadendo, secondo il proprio carattere o l’ispirazione del momento, ora in un presuntuoso ottimismo che ci fa credere di essere già perfetti, ora nello scoraggiamento che ci fa esagerare i nostri difetti e le nostre colpe; nell’uno e nell’altro caso quasi identico è il risultato, cioè l’inazione o almeno la mancanza di sforzi energici e perseveranti, vale a dire il rilassamento. — D’altra parte come correggere difetti che punto non si conoscono o si conoscono male, e come coltivare virtù e doti di cui non si ha che una nozione vaga e confusa?

449.   B) Invece la chiara e sincera conoscenza dell’anima nostra ci sprona alla perfezione: le nostre doti c’inducono a ringraziarne Dio, corrispondendo più generosamente alla grazia; i nostri difetti e la coscienza della nostra impotenza ci mostrano che abbiamo ancora molto da lavorare e che non convien perdere occasione alcuna di progredire. Allora uno si giova di tutte le occasioni per estirpare o almeno svigorire, mortificare, dominare i propri vizi, per coltivare e svolgere le proprie doti. E avendo coscienza della propria incapacità, si chiede umilmente a Dio la grazia di progredire ogni giorno, e, sorretti dalla fiducia in Dio, si ha la speranza e il desiderio della buona riuscita; il che dà slancio e costanza nello sforzo.

2° OGGETTO DELLA CONOSCENZA DI NOI STESSI.

450.   Osservazioni generali. Perchè questa conoscenza sia più efficace, è necessario che abbracci tutto ciò che si trova in noi, doti e difetti, doni naturali e doni soprannaturali, inclinazioni e ripugnanze, l’intiera storia della nostra vita, le nostre colpe, i nostri sforzi, i nostri progressi; il tutto studiato senza pessimismo, ma con imparzialità, con retta coscienza illuminata dalla fede.

a) Bisogna quindi rilevar sinceramente, senza falsa umiltà, tutte le doti che il Signore ha posto in noi, non certo per gloriarcene ma per esprimerne riconoscenza al loro autore e per diligentemente coltivarle: sono talenti che Dio ci ha affidati e di cui ci domanderà conto. Il terreno da esplorare è quindi vastissimo, perchè comprende e i doni naturali e i doni soprannaturali: quello che avemmo più direttamente da Dio, quello che ricevemmo dai genitori e dall’educazione, quello che dobbiamo ai nostri sforzi sorretti dalla grazia.

451.   b) Ma bisogna pure porci coraggiosamente di fronte alle nostre miserie e ai nostri falli. Tratti dal nulla, al nulla continuamente tendiamo; non sussistiamo e non possiamo agire che coll’incessante concorso di Dio. Attirati al male dalla triplice concupiscenza (n. 193 ss.), questa tendenza noi abbiamo accresciuto coi peccati attuali e con le abitudini che ne risultano; bisogna umilmente riconoscerlo, e, senza disanimarci, metterci all’opera, con la grazia di Dio, per guarire queste ferite con la pratica delle virtù cristiane, onde accostarci alla perfezione del Padre celeste.

452.   Applicazioni. A ben procedere in questo esame, possiamo ordinatamente percorrere i doni naturali e i soprannaturali, seguendo una specie di questionario che ci agevolerà il lavoro.

A) Quanto ai doni naturali, possiamo chiederci, alla presenza di Dio, quali siano le principali tendenze proprie delle nostre facoltà, seguendo non un ordine strettamente filosofico ma semplicemente un ordine pratico 452-1.

453.   a) Rispetto alla sensibilità: è lei che domina in noi oppure la ragione e la volontà? V’è in noi tutti un misto di queste due cose, che però varia nella misura secondo gli individui. Amiamo più per sentimento che per volontà o affezione?

Sappiamo padroneggiare i nostri sensi esterni oppure ne siamo schiavi? Qual dominio esercitiamo sull’immaginazione e sulla memoria? Non sono queste nostre facoltà eccessivamente volubili, occupate spesso in vane fantasticherie? E le nostre passioni? Sono bene orientate e moderate? È la sensualità che domina oppur la superbia e la vanità?

Siamo apatici, fiacchi, negligenti, pigri? Se lenti, siamo almeno costanti nei nostri sforzi?

454.   bL’intelligenza: di che natura è? vivace e chiara ma superficiale, oppure lenta e penetrante? Siamo intellettuali e speculativi, oppure uomini pratici che studiano con la mira di amare e di operare? Come coltiviamo l’intelligenza? Fiaccamente oppur con energia? Con costanza oppure a salti? A quali risultati riusciamo? Qual è il nostro metodo di lavoro? Non si potrebbe migliorarlo?

Siamo appassionati nei giudizi e ostinati nelle opinioni? Sappiamo dare ascolto a chi non la pensa come noi, e acconsentire a ciò che si dice di ragionevole.

455.   cLa volontà: è fiacca e incostante o forte e perseverante? Che facciamo per coltivarla? La volontà dev’essere la regina delle facoltà, ma non può riuscirvi che adoprando grande delicatezza ed energia. Che facciamo per assicurarle il dominio sui sensi interni ed esterni, sull’esercizio delle facoltà intellettuali e per dare a lei stessa maggior energia e costanza? Abbiamo convinzioni profonde? E le rinnoviamo di frequente? Esercitiamo la volontà nelle piccole cose, nei piccoli sacrifici quotidiani?

456.   d) Il carattere ha grandissima importanza nelle relazioni col prossimo; un buon carattere che sa adattarsi al carattere altrui, è una leva potente per l’apostolato; un cattivo carattere è uno dei più grandi ostacoli al bene. Uomo di carattere è colui che, avendo forti convinzioni, si studia con fermezza e perseveranza di conformarvi la sua condotta. Il buon carattere è quel misto di bontà e di fermezza, di dolcezza e di forza, di franchezza e di riguardo, che concilia la stima e l’affetto di coloro con cui si ha da trattare. Un cattivo carattere è invece colui che, col mancare di franchezza, di bontà, di delicatezza o di fermezza, o col lasciar predominare l’egoismo, è rozzo nelle maniere e si rende sgradito e talora anche odioso al prossimo. C’è qui dunque un punto capitale da studiare.

457.   eLe abitudini: nascono dalla ripetizione degli atti e danno una certa facilità a fare atti simili con prontezza e diletto. Conviene quindi studiare quelle che si sono già contratte per fortificarle, se buone, per estirparle, se cattive.

Ciò che nella seconda parte diremo dei peccati capitali e delle virtù, ci sarà di aiuto in questa indagine.

458.   BI nostri doni soprannaturali. Essendo le nostre facoltà tutte compenetrate di soprannaturale, non ci conosceremmo interamente se non badassimo ai doni soprannaturali che Dio mette in noi. Li abbiamo descritti più sopra (n. 119 ss.); ma la grazia di Dio è molto varia nelle sue operazioni, multiformis gratia Dei; è quindi necessario studiarne la speciale azione nell’anima nostra.

a) Studiare le inclinazioni ch’ella ci dà per questa o per quella vocazione, per questa o per quella virtù: dalla docilità nel seguire questi movimenti della grazia dipende la nostra santificazione.

1) Vi sono nella vita momenti decisivi in cui la voce di Dio si fa più forte e più insistente: l’ascoltarla allora e il seguirla è cosa della massima importanza.

2) Bisogna pure osservare se, fra queste inclinazioni, non ce ne sia qualcuna dominante, che ritorni, più frequentemente e più fortemente, verso questo o quel genere di vita, verso questo o quel modo di far meditazione, verso questa o quella virtù: si avrebbe allora la speciale via in cui Dio vuole che camminiamo, e bisognerebbe entrarvi per trovarsi nella corrente della grazia.

459.   b) Oltre che delle inclinazioni, occorre renderci pur conto delle resistenze alla grazia, delle debolezze, dei peccati, a fine di sinceramente detestarli, ripararli e schivarli nell’avvenire. È studio penoso e umiliante, specialmente chi lo faccia lealmente e venendo al particolare, ma è studio molto proficuo, perchè per un verso ci aiuta a praticar l’umiltà, e per l’altro ci getta fiduciosamente in seno a Dio, che solo può guarire le nostre miserie.

3° DEI MEZZI ATTI AD OTTENERE QUESTA CONOSCENZA.

460.   Notiamo subito da principio che la perfetta conoscenza di noi stessi è cosa difficile. a) Attratti come siamo dalle cose esteriori, ci è duro rientrar nel nostro interno per esaminare questo piccolo mondo invisibile; e ancor più duro è per noi, superbi, il rilevare i nostri difetti.

bQuesti alti interni sono molto complessi: vi sono in noi, come dice S. Paolo, due uomini, che spesso tumultuosamente contrastano tra loro. Per sceverare ciò che viene dalla natura e ciò che viene dalla grazia, ciò che è volontario e ciò che non è, si richiede molta attenzione, perspicacia, lealtà, coraggio e perseveranza. Soltanto a poco a poco si fa la luce; una cognizione ne trae un’altra e quest’altra prepara la via a una cognizione ancor più profonda.

461.   Essendo gli esami di coscienza la via per cui si giunge alla conoscenza di sè stessi, a facilitarne la pratica daremo qui alcune regole generali, proporremo un metodo, e indicheremo i sentimenti che li devono accompagnare.

462.   ARegole generali. a) Per esaminarci bene bisogna innanzitutto invocare i lumi dello Spirito Santo, che scruta le reni e i cuori, e pregarlo di svelarci tutte le più intime pieghe dell’anima, comunicandoci il dono della scienza che ha per uno dei suoi uffici quello di aiutarci a ben conoscere noi stessi per condurci a Dio.

b) Bisogna poi metterci davanti a Gesù, che è il perfetto modello a cui dobbiamo ogni giorno più accostarci; adorarne e ammirarne non solo gli atti esterni, ma anche e principalmente le disposizioni interiori. Allora i nostri difetti e le nostre imperfezioni appariranno molto più chiaramente per il contrasto che noteremo tra noi e questo divino modello. Ma non ci lasceremo prendere dallo scoraggiamento, perchè Gesù è pure il medico delle anime, bramoso di curar le nostre piaghe e di guarirle. Ottima pratica è fare a lui, a così dire, la nostra confessione, chiedendogli umilmente perdono.

463.   c) Entreremo quindi nel più intimo dell’anima nostra: dagli atti esterni risaliremo alle disposizioni interiori che li ispirano, alla profonda loro causa. Così, avendo mancato alla carità, indagheremo se fu per leggerezza, per invidia, per gelosia, per spiritosità o per loquacità.

Per rilevarne il carattere morale e la responsabilità, bisognerà esaminare se l’atto è stato volontario in  o nella sua causa, se fatto con piena coscienza della sua malizia o solo con una mezza avvertenza, se con pieno o solo con semipieno consenso. Da principio tutto ciò riesce oscuro ma a poco a poco si viene poi rischiarando.

Per essere più imparziali nei nostri giudizi, è bene metterci davanti al Giudice Supremo e figurarci che ci dica con bontà sì ma anche con autorità: redde rationem villicationis tuæ. E ci studieremo allora di rispondere con tanta sincerità quanta ne vorremmo avere usata nel giorno del giudizio.

464.   d) È utile talora, specie per gl’incipienti, far quest’esame per iscritto, a fine di fissar meglio l’attenzione e poter meglio confrontare i risultati d’ogni giorno e di ogni settimana. Facendolo, si badi di evitare ogni amor proprio, ogni pretesa letteraria, e si prendano le precauzioni necessarie perchè tali note non cadano sotto gli occhi dei profani. Se si usa uno specchietto con segni convenzionali, bisogna badare di non farlo per abitudine o con superficialità. Ma ordinariamente si viene poi a far senza di questo mezzo, abituandosi ad esaminarsi con tutta semplicità, alla presenza di Dio, dopo le principali azioni, per ricapitolar poi tutto al termine della giornata.

465.   In ciò, come in tutto il resto, si seguirà il consiglio d’un savio direttore, pregandolo di aiutarci a conoscere meglio noi stessi: osservatore disinteressato ed esperto, egli generalmente vede meglio di noi il fondo della nostra coscienza, e giudica più imparzialmente il vero valore dei nostri atti.

466.   BMetodi per esaminar la coscienza. Tutti riconoscono che S. Ignazio li ha molto perfezionati. Nei suoi Esercizi spirituali, distingue attentamente l’esame generale dal particolare; il primo riguarda tutte le azioni della giornata, il secondo un punto speciale, un difetto da correggere, una virtù da coltivare. Ma si può fare l’uno e l’altro nello stesso tempo: in tal caso, basta, per l’esame generale, dare un rapido sguardo complessivo alle azioni della giornata a fine di scoprire le mancanze principali; e poi si passa subito all’esame particolare che è molto più importante del primo.

467.   a) L’esame generale, che ogni buon cristiano deve fare per conoscersi e correggersi, contiene cinque punti secondo S. Ignazio:  467-1

1) “Il primo punto è di ringraziar Dio, Signor nostro, dei benefici ricevuti”. Ottima pratica, consolante insieme e santificante, perchè prepara la contrizione, facendo risaltare la nostra ingratitudine, e alimenta la nostra fiducia in Dio 467-2.

2) “Il secondo è di chiedere la grazia di conoscere i nostri peccati e di bandirli dal cuore”. Di fatti, chi vuole conoscere sè stesso lo fa per correggersi, due cose che non si possono fare che coll’aiuto della grazia di Dio.

3) “Il terzo è di domandarci conto esatto della nostra condotta dalla levata del mattino fino al momento dell’esame, percorrendo una dopo l’altra le ore del giorno, o certi spazi di tempo determinati dall’ordine delle nostre azioni. Si farà prima l’esame sui pensieri, poi sulle parole, poi sulle opere, secondo l’ordine indicato nell’esame particolare”.

4) “Il quarto è di chiedere perdono delle colpe a Dio, nostro Signore”. Non si deve infatti dimenticare che la contrizione è l’elemento principale dell’esame, e che questa contrizione è opera specialmente della grazia.

5) “Il quinto è di formar la risoluzione di correggerci col soccorso della grazia. Terminare col Pater noster“. Questa risoluzione, per essere pratica, dovrà fissare i mezzi di correzione; perchè chi vuole il fine vuole anche i mezzi. La recita del Pater, ponendoci davanti agli occhi la gloria di Dio che dobbiamo procurare e unendoci a Gesù Cristo per chiedere il perdono delle nostre colpe e la grazia di schivarle per l’avvenire, è ottima conclusione di quest’esame.

468.   bL’esame particolare, a giudizio di S. Ignazio, è ancora più importante dell’esame generale e persino della meditazione, perchè ci dà modo di affrontare corpo a corpo i nostri difetti, gli uni dopo gli altri, facendoceli così vincere più facilmente. D’altra parte, esaminandoci a fondo sopra una virtù importante, non acquistiamo questa soltanto ma anche tutte le altre che le si connettono: così chi progredisce nell’ubbidienza fa nello stesso tempo atto d’umiltà, di mortificazione e di spirito di fede; parimenti, acquistando l’umiltà, uno si perfeziona nello stesso tempo nell’ubbidienza, nell’amor di Dio e nella carità, essendo la superbia l’ostacolo principale alla pratica di queste virtù. Bisogna però seguire certe regole così per la scelta del soggetto come pel modo di farlo.

469.   Scelta del soggetto. 1) Conviene d’ordinario mirare al difetto dominante sforzandosi di praticare la virtù contraria; perchè questo difetto è il grande ostacolo, il generale in capo dell’esercito nemico: vinto lui, tutto l’esercito è sbaragliato.

2) Scelto il soggetto, si mira dapprima alle manifestazioni esterne di questo difetto, a fine di sopprimere ciò che dà ombra o scandalo al prossimo; così, per la carità, si comincerà a diminuire e a sopprimere le parole o gli atti contrarii a questa virtù.

3) Ma di qui bisogna risalire, senza tardare troppo, alla interna causa delle colpe, per esempio, ai sentimenti d’invidia, al desiderio di far bella figura nelle conversazioni, ecc., che ne possono essere la sorgente.

4) Nè convien fermarsi solo alla parte negativa delle virtù, ossia alla lotta contro i difetti, ma coltivar pure diligentemente la opposta virtù; perchè non si riesce a sopprimere bene se non ciò che viene sostituito.

5) Finalmente, per far più sicuro progresso, si divida attentamente la materia dell’esame secondo i gradi delle virtù, per modo che non si abbracci subito tutta l’ampiezza d’una virtù ma solo alcuni atti che meglio corrispondono ai bisogni particolari. Così, per l’umiltà, si praticherà prima quello che si potrebbe chiamare il nascondimento o l’oblio di sè, parlando poco, dando agli altri, con prudenti interrogazioni, occasione di parlare, amando l’oscurità, la vita nascosta, ecc. 469-1

470.   Modo di farlo. Abbraccia, secondo S. Ignazio, tre tempi e due esami di coscienza ogni giorno.

1) “Il primo tempo è il mattino. Appena uno si alza, deve proporre di attentamente guardarsi dal peccato o difetto particolare di cui si vuol correggere”. È cosa breve: bastano due o tre minuti nel vestirsi.

2) “Il secondo tempo è il dopo pranzo; il terzo dopo la cena. S cuorei comincerà col domandare a Dio ciò che si desidera, cioè la grazia di ricordarsi quante volte si è caduti in quel peccato o difetto particolare, e quella di correggersene per l’avvenire; poi si farà il primo esame, chiedendo a sè stesso conto esatto di quel punto speciale su cui si era presa la risoluzione di correggersi e di migliorarsi. Si farà quindi passare ogni ora della mattinata che si potrà pure dividere in certi spazii di tempo secondo l’ordine delle azioni, cominciando dal momento della levata fino a quello dell’esame presente; poi si segneranno sulla prima linea della lettera J (dello specchietto dove si notano le colpe) tanti punti quante furono le cadute in quel peccato o difetto particolare. Infine si prenderà di nuovo la risoluzione di emendarsi dal primo al secondo esame”. Il tempo ordinariamente dedicato dalle anime fervorose a questo esame è d’un quarto d’ora.

471.   L’esame si fa nel modo già spiegato per l’esame generale, con questo di più che si scrivono le mancanze per ricordarsene più facilmente e fare poi i confronti di cui parla S. Ignazio nelle note seguenti: “Indicando la prima linea della lettera J il primo esame e la seconda il secondo, si osserverà alla sera, confrontando la prima con la seconda linea, se vi è stata emenda dal primo al secondo esame. — Confrontare poi il secondo giorno col primo, cioè i due esami del giorno presente coi due esami del giorno precedente, e vedere se da un giorno all’altro vi è stato miglioramento. Confrontare pure una settimana con l’altra e vedere se, nella settimana testè trascorsa, il progresso fu più notevole che nella settimana precedente”. Il vantaggio di questi confronti sta nello stimolare il nostro ardore: confrontando le perdite e i guadagni, si è eccitati a raddoppiare gli sforzi per aumentar questi e diminuir quelle.

A conseguire il medesimo effetto, S. Ignazio consiglia, ogni volta che si cade in colpa che riguarda l’esame particolare, di portar la mano al petto eccitandosi internamente a contrizione. È chiaro infatti che questa vigilanza in riparare immediatamente le minime colpe non può che accelerare la riforma della vita.

472.   Se questo metodo pare a prima vista alquanto complesso, in pratica lo è poi meno; e chi non vi potesse dedicare tempo così notevole, può condensare l’essenziale di questi atti in minor tempo, per esempio in dieci minuti la sera. Se poi si prevedesse che la sera non si potrà fare, vi si impieghi una parte della visita al SS. Sacramento.

473.   CDisposizioni che devono accompagnare quest’esame. Perchè l’esame di coscienza, generale o particolare, possa unirci più strettamente a Dio, dev’essere accompagnato da sentimenti o disposizioni che ne sono, a così dire, l’anima. Eccone le principali: riconoscenza, contrizione, proponimento, preghiera.

a) Prima di tutto un sentimento di viva riconoscenza verso Dio, che nel corso dell’intiera giornata ci avvolse nella paterna sua provvidenza, ci protesse contro le tentazioni e preservò da molti peccati; perchè, senza l’aiuto della sua grazia, saremmo caduti in numerose colpe. Non potremmo quindi ringraziarlo mai troppo; ma lo faremo in modo pratico usando meglio dei divini suoi doni.

474.   b) Questo sentimento produrrà in noi una sincera contrizione, tanto più profonda in quanto che, avendo ricevuto tanti benefici, ne abbiamo abusato per offendere Padre così buono e così misericordioso. Ne nascerà una schietta umiltà, che ci persuaderà, per propria esperienza, della nostra indegnità; onde accetteremo volentieri la confusione che proviamo alla vista delle nostre mancanze ripetute continuamente, lieti di potere con ciò proclamare l’infinità misericordiosa d’un Padre sempre inchinevole al perdono, e godendo che la nostra miseria faccia risaltare l’infinita perfezione di Dio. Queste disposizioni non saranno passeggiere ma durevoli, alimentate dallo spirito di penitenza che spesso ci metterà le nostre colpe dinanzi agli occhi: “Peccatum meum contra me est semper!

475.   c) Di quì sorgerà la ferma volontà d’espiare e di emendarci: di espiare con opere di penitenza, badando ad imporcene qualcuna per le nostre mancanze, a fine di attutire l’amore al piacere, fonte dei nostri peccati; di emendarci, specificando i mezzi da usare per diminuire il numero delle colpe. Questa volontà rimuoverà sollecitamente la presunzione, che, inducendoci a far troppo assegnamento sulla nostra buona volontà e sulla nostra energia, ci priverebbe di molte grazie e ci esporrebbe a nuove imprudenze e a nuove cadute. Ma si appoggerà invece fiduciosamente sull’onnipotente e infinita bontà di Dio, sempre pronto a venirci in aiuto, quando abbiamo coscienza della nostra incapacità.

476.   d) Ad implorare questo divino aiuto, termineremo con una preghiera tanto più umile e premurosa quanto più diffidenti di noi ci rese la vista dei nostri peccati. Persuasi di essere incapaci di schivare il peccato e tanto più di inalzarci a Dio con la pratica delle virtù, supplicheremo Dio dal fondo della nostra miseria, appoggiandoci sui meriti infiniti di Gesù, di venire a noi, di trarci dal pantano in cui affondiamo, di staccarci dal peccato e dalle sue cause, e di inalzarci a lui.

Per queste disposizioni, meglio ancora che per la minuziosa ricerca delle colpe, si viene l’anima, sotto l’azione della grazia, a poco a poco trasformando.

CONCLUSIONE.

477.   La conoscenza dunque di noi stessi, congiunta colla conoscenza di Dio, fomenta l’intima e affettuosa unione dell’anima con Dio. Dio è la perfezione infinita, noi l’estrema indigenza; vi è quindi tra i due connaturalità e proporzione: noi troviamo in lui tutto ciò che ci manca. Dio si china verso di noi per avvolgerci nel suo amore e nei suoi benefici e noi ci protendiamo verso di Lui, come verso l’unico Essere che può colmare la nostra deficienza, il solo che può correggere la nostra irrimediabile debolezza. Assetati di felicità e d’amore, non li troviamo che in Colui il quale, col suo amore, ci sazia tutti i desideri del cuore e ci dà insieme perfezione e felicità. Ripetiamo dunque la sì nota parola: “Noverim te, Domine, ut amem te, noverim me, ut despiciam me“.

§ III. La conformità alla volontà di Dio 478-1.

478.   La conoscenza di Dio non unisce soltanto la nostra intelligenza al pensiero divino ma tende all’amore, perchè tutto è amabile in Dio; la conoscenza di noi stessi, mostrandoci il bisogno che abbiamo di Dio, ce lo fa ardentemente sospirare e ci getta tra le divine sue braccia. Ma la conformità alla divina volontà ci unisce ancor più direttamente e più intimamente a Colui che è la fonte di ogni perfezione; assoggetta infatti e unisce a Dio la volontà, che, essendo la regina delle facoltà, tutte le mette al servizio del Sommo Padrone. Si può quindi dire che il grado di perfezione dipende dal grado di conformità alla divina volontà. A farlo meglio intendere, esporremo:

▪   1° la natura di questa conformità;

▪   2° l’efficacia santificatrice.

I. Natura della confirmità alla volontà di Dio.

479.   Sotto il nome di conformità alla divina volontà intendiamo l’intiera e affettuosa sottomissione della nostra volontà a quella di Dio, sia alla volontà significata, sia alla volontà di beneplacito.

Infatti la volontà di Dio ci si presenta sotto doppio aspetto. a) È la regola morale delle nostre azioni, significandoci chiaramente, per mezzo dei precetti o dei consigli, quello che dobbiamo fare. b) Tutto sapientemente governa, dirigendo gli avvenimenti per farli convergere alla gloria sua e alla salute degli uomini; ci viene quindi manifestata dai provvidenziali avvenimenti che accadono in noi e fuori di noi.

La prima si chiama volontà significata, perchè chiaramente ci significa ciò che dobbiamo fare. La seconda si chiama volontà di beneplacito, perchè i provvidenziali avvenimenti ci dicono quale sia il beneplacito di Dio.

Esporremo dunque:

▪   1° che cosa sia la volontà significata di Dio;

▪   2° che cosa sia la volontà di beneplacito;

▪   3° quali siano i gradi di sottomissione a quest’ultima.

1° LA VOLONTÀ SIGNIFICATA DI DIO.

480.   La conformità alla volontà significata di Dio consiste nel volere tutto ciò che Dio ci significa essere di sua intenzione. Ora, dice S. Francesco di Sales 480-1, “la dottrina cristiana ci propone chiaramente le verità che Dio vuole che crediamo, i beni che vuole che speriamo, le pene che vuole che temiamo, ciò che vuole che amiamo, i comandamenti che vuole che osserviamo, i consigli che desidera che seguiamo. Tutto ciò si chiama volontà significata di Dio, perchè Dio ci significò e manifestò che vuole e intende che tutto questo sia creduto, sperato, temuto, amato e praticato”.

La volontà significata comprende dunque, secondo lo stesso Dottore 480-2, quattro cose: i comandamenti di Dio e della Chiesa, i consigli, le ispirazioni della grazia, e, per le comunità, le Costituzioni e le Regole.

481.   a) Dio essendo nostro Supremo Padrone, ha diritto di comandarci; ed essendo infinitamente sapiente e buono, nulla ci comanda che non sia insieme utile alla gloria sua e alla felicità nostra; dobbiamo quindi, con tutta semplicità e docilità, sottometterci alle sue leggi, legge naturale o legge divina positiva, legge ecclesiastica o giusta legge civile, perchè, come dice S. Paolo, ogni legittima autorità viene da Dio, e l’obbedire ai Superiori che comandano nei limiti dell’autorità loro conferita, è un obbedire a Dio, come il resistere ad essi, è un resistere a Dio stesso: “Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit: non est enim potestas nisi a Deo; quæ autem sunt, a Deo ordinatæ sunt. Itaque qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit; qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt” 481-1. Non esaminiamo qui in quali casi la disobbedienza alle varie leggi è grave o leggiera, avendolo già fatto nella nostra Teologia morale. Ci basti il dire, rispetto alla perfezione, che quanto più fedelmente e cristianamente osserviamo le leggi tanto più ci avviciniamo a Dio, perchè la legge è l’espressione della sua volontà. Aggiungiamo pure che i doveri del proprio stato rientrano nei comandamenti, essendo come una specie di precetti particolari che obbligano i cristiani in virtù della vocazione speciale e degli uffici che Dio loro assegna.

Non possiamo quindi santificarci senza osservare i comandamenti e i doveri del proprio stato; trascurarli sotto pretesto di fare opere di supererogazione è illusione pericolosa e vera aberrazione, perchè è chiaro che il precetto va innanzi al consiglio.

482.   b) L’osservanza dei consigli non è per sè necessaria alla salute e non cade sotto un diretto ed esplicito precetto. Abbiamo però detto, parlando dell’obbligo della perfezione (n. 353), che, per conservare lo stato di grazia, è necessario fare talora opere di supererogazione e quindi praticare alcuni consigli: è un obbligo indiretto fondato sul principio che chi vuole il fine vuole anche i mezzi.

Ma, ove si tratti di perfezione, abbiamo provato, n. 338, che non si può sinceramente ed efficacemente tendervi senza la pratica di alcuni consigli, di quelli che convengono alla propria condizione. Così una maritata non può praticare i consigli che si opponessero all’adempimento dei suoi doveri verso il marito o i figli; un sacerdote obbligato al ministero non può vivere da certosino. Ma, quando si mira alla perfezione, bisogna bene risolversi a fare di più di quanto è strettamente comandato: quanto più generosamente uno si da alla pratica dei consigli compatibili coi doveri del proprio stato, tanto più s’avvicina a Nostro Signore e alla divina perfezione, perchè questi consigli sono espressione dei suoi desiderii rispetto a noi.

483.   c) Convien dire lo stesso delle ispirazioni della grazia, quando sono espresse chiaramente e accertate dal direttore; può dirsi allora che siano come consigli particolari diretti a questa o a quell’anima.

Si devono per altro premurosamente sottoporre, nel loro complesso, al giudizio del direttore, perchè altrimenti si correrebbe pericolo di cadere nell’illusione. Così certe anime ardenti e appassionate, dotate di viva immaginazione, si persuadono facilmente che Dio parli loro, mentre sono le passioni che suggeriscono questa o quella pratica molto pericolosa. Certe anime meticolose o scrupolose prenderebbero per divine ispirazioni ciò che sarebbe soltanto espressione di esaltata fantasia o suggestione diabolica fatta per ingenerare scoraggiamento. Cassiano ne cita parecchi esempi nelle sue Conferenze sulla discrezione 483-1; e i direttori sperimentati sanno che la fantasia o il demonio suggeriscono talvolta pratiche moralmente impossibili, contrarie ai doveri del proprio stato, colorandole come ispirazioni divine. Queste suggestioni cagionano turbamento; se si seguono, si diventa ridicoli, si perde o si fa perdere un tempo prezioso; se vi si resiste, uno si crede ribelle a Dio, si disanima e finisce col cadere nel rilassamento. Bisogna quindi farne una qualche verificazione e la regola che si può dare è questa: se si tratta di cose ordinarie, che le anime fervorose della propria condizione sogliono generalmente fare e che non turbano l’anima, si facciano pure generosamente, riserbandosi di parlarne poi al proprio direttore; se si tratta invece di cose anche minimamente straordinarie, che le anime buone generalmente non fanno, bisogna astenersene, finchè non si sia consultato il direttore, e intanto starsene quieti adempiendo generosamente i doveri del proprio stato.

484.   Fatta questa restrizione, è chiaro che chi tende alla perfezione deve prestare attento orecchio alla voce dello Spirito Santo che interiormente gli parla “Audiam quid loquatur in me Dominus Deus”; 484-1 e prontamente, generosamente eseguire quanto chiede: “Ecce venio ut faciam, Deus, voluntatem tuam” 484-2. È questo infatti un corrispondere alla grazia, la quale docile e costante corrispondenza è appunto quella che ci rende perfetti: “Adjuvantes exhortamur ne in vacuum gratiam Dei recipiatis” 484-3. Il carattere distintivo delle anime perfette sta appunto nell’ascoltare e mettere in pratica queste divine ispirazioni: “Quæ placita sunt ei facio semper” 484-4.

485.   d) Quanto alle persone che vivono in comunità, sono tanto più perfette, a parità di cose, quanto più generosamente obbediscono alle regole e costituzioni: queste infatti sono mezzi di perfezione approvati in modo esplicito o implicito dalla Chiesa e che uno si obbliga ad osservare entrando in comunità. Come abbiamo spiegato al n. 375, il mancare per fragilità a qualche regola particolare, in sè non è certamente peccato; ma, oltre che spesso in queste volontarie negligenze ci s’insinua un motivo più o meno peccaminoso, è certo che, non osservandole, sia pure per fragilità, uno si priva di preziose occasioni di farsi dei meriti. Resta pur sempre vero che l’osservare la regola è uno dei mezzi più sicuri di fare la volontà di Dio e di vivere per lui: “Qui regulæ vivit, Deo vivit;” e che il mancarvi volontariamente e senza ragione è abuso della grazia.

Quindi l’obbedienza alla volontà di Dio significata è il mezzo normale per giungere alla perfezione.

2° LA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI BENEPLACITO.

486.   Questa conformità consiste nel sottomettersi a tutti i provvidenziali avvenimenti voluti o permessi da Dio per il nostro maggior bene e principalmente per la nostra santificazione.

a) Si appoggia sopra questo fondamento: che nulla succede senza il volere o il permesso di Dio, e che Dio, essendo infinitamente sapiente e infinitamente buono, nulla vuole e nulla permette se non per il bene delle anime, anche quando noi non riusciamo a vederlo. È quello che diceva Tobia in mezzo alle afflizioni e ai rimbrotti della moglie: “Justus es, Domine… et omnes viæ, tuæ misericordia et veritas et judicium” 486-1; è quello che proclamava la Sapienza: “Tua autem, Pater, Providentia, gubernat… Attingit ergo a fine usque ad finem fortiter, et disponit omnia suaviter” 486-2. Ed è specialmente ciò che viene inculcato da S. Paolo: “Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum” 486-3.

Ma per capir questa dottrina, bisogna guardar le cose con l’occhio della fede e dell’eternità, della gloria di Dio e della salute degli uomini. Chi si ferma alla vita presente e alla terrena felicità, non riuscirà mai a intendere i disegni di Dio, che volle assoggettarci alla prova quaggiù per ricompensarci poi nel cielo. Tutto è subordinato a questo fine, non essendo i mali presenti che un mezzo per purificarci l’anima, rinsaldarla nella virtù, e farci acquistare dei meriti; ogni cosa poi per la gloria di Dio che resta il fine ultimo della creazione.

487.   b) È dunque un dovere per noi di sottometterci a Dio in tutti gli avvenimenti lieti o tristi che siano, nelle pubbliche calamità o nelle private sventure, nelle intemperie delle stagioni, nella povertà e nei patimenti, nel lutto che ci colpisce come nel gaudio, nell’ineguale ripartizione dei doni naturali o soprannaturali, nella povertà come nella ricchezza, nei rovesci come nei buoni successi, nelle aridità come nelle consolazioni, nella malattia come nella sanità, nella morte e nei dolori ed incertezze che l’accompagnano. Come diceva il Santo Giobbe: 487-1 “Se riceviamo il bene dalla mano di Dio, perchè non dovremo riceverne anche il male? Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus?” S. Francesco di Sales, commentando queste parole, ne ammira la bellezza: 487-2 “O Dio, quale parole di grandissimo amore! Pensa, Teotimo, che dalla mano di Dio Giobbe ricevette i beni, dichiarando con ciò che non aveva tanto stimato i beni perchè beni quanto perchè provenivano dalla mano del Signore. Stando così le cose, ne conchiude che bisogna amorosamente sopportare le avversità perchè procedono dalla stessa mano del Signore, che è egualmente amabile quando distribuisce afflizioni come quando largisce consolazioni”. Le afflizioni infatti ci porgono occasione di meglio attestare il nostro amore a Dio; l’amarlo quando ci ricolma di beni è cosa facile, ma spetta solo all’amore perfetto il ricevere i mali dalla sua mano, non essendo essi amabili se non per riguardo di chi li dà.

488.   Questo dovere di sottomissione al beneplacito di Dio negli avvenimenti tristi è dovere di giustizia e d’obbedienza, perchè Dio è Supremo nostro Padrone che ha su di noi ogni autorità; è dovere di sapienza, perchè sarebbe follia volersi sottrarre all’azione della Provvidenza, mentre che nell’umile rassegnazione troviamo la pace; è dovere d’interesse, perchè la volontà di Dio non ci prova che per nostro bene, per esercitarci nella virtù e farci acquistare dei meriti; ma è sopratutto dovere d’amore perchè l’amore è dono di sè fino all’immolazione.

489.   c) Tuttavia, per agevolare alle anime tribolate la sottomissione alla divina volontà, è bene, quando non sono ancor giunte all’amor della croce, suggerir loro alcuni mezzi per addolcirne i patimenti. Due rimedi li possono alleviare, uno negativo e l’altro positivo. 1) Il primo è di non aggravarli con falsa tattica: ci sono di quelli che radunano i loro mali passati, presenti e futuri, e ne formano come un ammasso che pare loro insopportabile. Bisogna invece fare il contrario: a ogni giorno basta il suo malanno: “sufficit diei malitia sua” 489-1. In cambio di ravvivar le ferite del passato ormai cicatrizzate, bisogna o non pensarvi più o pensarvi solo per considerare i vantaggi che se ne sono tratti: i meriti acquistati, l’aumento di virtù prodotto con la pazienza, l’assuefazione al dolore. Così il dolore si attenua; perchè un male non ci punge se non quando vi fissiamo l’attenzione; una maldicenza, una calunnia, un insulto non ci arrovellano se non quando li veniamo acrimoniosamente ruminando.

Quanto all’avvenire è follia l’impensierirsene. È certamente da savi il prevederlo a fine di prepararvici per quanto possiamo; ma pensare anticipatamente ai mali che possono coglierci e attristarcene, è uno sprecare il tempo e le forze a tutto nostro danno; perchè in fin dei conti questi mali potrebbero non accadere; che se poi ci coglieranno, penseremo allora a sopportarli con l’aiuto della grazia che ci sarà data per addolcirli; in questo momento non l’abbiamo, onde, lasciati alle sole nostre forze, non possiamo che soccombere sotto il peso d’un carico che ci addossiamo da noi stessi. O non è meglio abbandonarsi nelle mani del Padre celeste e bandire inesorabilmente, come cattivi e malefici, i pensieri o i fantasmi che ci rappresentano dolori passati o futuri?

490.   2) Il rimedio positivo è di pensare, nel momento in cui si soffre, ai grandi vantaggi del dolore. Il dolore è un educatore, è una forza, è una fonte di meriti. È un educatore, che ci illumina e ci fortifica, rammentandoci che quaggiù siamo poveri esiliati diretti verso la patria e che non dobbiamo trastullarci a cogliere i fiori delle consolazioni, la vera felicità non potendosi avere che nel cielo. Ora, come canta il poeta:

“Se l’esilio ci porge troppo amore, Con la patria lo scambia il nostro cuore!”

È anche una forza: l’abitudine del piacere fiacca l’attività, svigorisce l’animo e dispone a vituperose cadute; il dolore invece, non per sè ma per la reazione che provoca, tende e aumenta le energie e ci rende atti alle più maschie virtù, come si vide nel corso della grande guerra.

491.   È pure una fonte di meriti per sè e per gli altri. I patimenti, pazientemente sopportati per Dio e in unione con Gesù Cristo, meritano un peso eterno di gloria, come S. Paolo continuamente ripeteva ai primi cristiani: “Stimo non adeguati i patimenti del momento presente rispetto alla ventura gloria da rivelarsi in noi. Perchè il momentaneo, leggiero fardello della tribolazione nostra, oltre ogni misura sublimissimo eterno peso di gloria prepara a noi: Existimo enim quod non sunt condignæ passiones hujus temporis ad futuram gloriam quæ revelabitur in nobis… 491-1 Momentaneum et leve tribulationis nostræ… æternum gloriæ pondus operatur in nobis” 491-2. E per le anime generose aggiunge che, soffrendo con Gesù, ne compiono la passione e contribuiscono con lui al bene della Chiesa: “Adimpleo ea quæ desunt passionum Christi in carne mea pro corpore ejus quod est Ecclesia” 491-3. Il che infatti risulta dalla dottrina della nostra incorporazione a Cristo, n. 142 e ss. Questi pensieri non tolgono certamente il dolore ma ne attenuano in modo singolare l’asprezza, facendocene toccar con mano la fecondità.

Tutto dunque c’invita a conformare la nostra volontà a quella di Dio, anche in mezzo alle tribolazioni; vediamone ora i gradi.

3° GRADI DI CONFIRMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO.

492.   S. Bernardo distingue tre gradi di questa virtù, che corrispondono ai tre gradi della perfezione cristiana: “L’incipiente, mosso dal timore, sopporta la croce di Cristo pazientemente; il proficiente, mosso dalla speranza, la porta con un certo gaudio; il perfetto, consumato nella carità, l’abbraccia con ardore” 492-1.

A) Gl’incipienti, sorretti dal timor di Dio, non amano i patimenti, cercano anzi di scansarli; ma pure preferiscono patire anzichè offendere Dio, e, pur gemendo sotto il peso della croce, la subiscono con pazienza: sono rassegnati.

B) I proficienti, sorretti dalla speranza e dal desiderio dei beni celesti, e sapendo che ogni patimento ci vale un peso eterno di gloria, non cercano ancora la croce ma la portano volentieri con un certo gaudio: “Euntes ibant et flebant mittentes semina sua; venientes autem venient cum exultatione, portantes manipulos suos” 492-2.

C) I perfetti, guidati dall’amore, vanno più oltre: per glorificar Dio che amano, per conformarsi più perfettamente a Gesù Cristo, vanno incontro alle croci, le desiderano, le abbracciano con ardore, non già perchè siano amabili in sè ma perchè sono un mezzo di attestare il nostro amore a Dio e a Gesù Cristo. Si rallegrano, come gli Apostoli, d’essere stati stimati degni di oltraggi per il nome di Gesù: come S. Paolo, sovrabbondano di gaudio in mezzo alle tribolazioni 492-3. Quest’ultimo grado si chiama santo abbandono: ne riparleremo più tardi trattando dell’amor di Dio 492-4.

II. Efficacia santificatrice della conformità alla volontà di Dio.

493.   Da quanto dicemmo risulta chiaro che questa conformità alla volontà di Dio non può che santificarci, perchè unisce la nostra volontà, e quindi pure le altre nostre facoltà, a Colui che è la fonte di ogni santità. A meglio rilevarlo, vediamo in che modo ci purifica, ci riforma e ci conforma a Gesù Cristo.

494.   1° Questa conformità ci purifica. Già nell’antica Legge, Dio fa spesso notare che è pronto a perdonare tutti i peccati e a rendere all’anima il fulgido candore della primitiva sua purità, ov’ella cambi di cuore e di volontà: “Lavamini, mundi estote; auferte malum cogitationum vestrarum ab oculis meis; quiescite agere perverse; discite benefacere… Si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix dealbabuntur… 494-1″. Ora il conformare la propria volontà a quella di Dio, è certamente un mutar di cuore, un cessare di far il male, un imparare a fare il bene. E non è pur questo il significato di quel testo tante volte ripetuto: “Melior est enim obœdientia quam victimæ” 494-2? Nel Nuovo Testamento, N. Signore dichiara, fin dal primo suo ingresso nel mondo, che con l’ubbidienza sostituirà tutti i sacrifizi dell’Antica legge: “Holocautomata pro peccato non tibi placuerunt, tunc dixi: Ecce venio… ut faciam, Deus, voluntatem tuam” 494-3. Gesù infatti ci redense con l’ubbidienza spinta fino all’immolazione di sè nel corso di tutta la vita e principalmente sul Calvario: “factus obœdiens usque ad mortem, mortem autem crucis” 494-4. Con l’ubbidienza dunque e con l’accettazione delle prove provvidenziali, espieremo anche noi in unione con Gesù i nostri peccati e ci purificheremo l’anima.

495.   2° Ci riforma. Ciò che ci deformò è l’amore disordinato del piacere, a cui cedemmo per malizia o per fragilità. Ora la conformità alla volontà di Dio ci guarisce da questa doppia causa di ricadute.

a) Ci guarisce dalla malizia, che nasce anch’essa dall’attacco alle creature e principalmente dall’attacco al proprio giudizio e alla propria volontà. Conformando infatti la nostra volontà a quella di Dio, accettiamo i giudizi suoi come regola dei nostri, i suoi precetti e i suoi consigli come regola della nostra volontà; ci distacchiamo quindi dalle creature e da noi stessi e dalla malizia che da questi attacchi derivava.

b) Rimedia alla nostra fragilità, fonte di tante miserie; in cambio di appoggiarci su noi stessi che siamo così fragili, con l’ubbidienza ci appoggiamo su Dio che, essendo onnipotente, ci fa partecipare alla sua forza e resistere alle più gravi tentazioni: “Omnia possum in eo qui me confortat” 495-1. Quando noi facciamo la sua volontà, Dio si compiace di fare la nostra esaudendo le nostre preghiere e reggendo la nostra debolezza.

Liberi così dalla malizia e dalla debolezza, cessiamo d’offendere deliberatamente Dio e veniamo a riformare a grado a grado la nostra vita.

496.   3° E la rendiamo quindi conforme a quella di Nostro Signore Gesù Cristo. a) La conformità più reale, più intima, più profonda, è quella che esiste tra due volontà. Ora, con la conformità alla volontà di Dio, noi assoggettiamo e uniamo la volontà nostra a quella di Gesù, il cui cibo era di fare la volontà del Padre; come lui e con lui, noi non vogliamo se non ciò che vuole Dio e ciò nel corso dell’intiero giorno: abbiamo quindi fusione di due volontà in una sola, unum velle, unum nolle; non facciamo più che una cosa sola con lui, ne abbracciamo i pensieri, i sentimenti, i voleri: “Hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu” 496-1; onde potremo presto ripetere la parola di S. Paolo: “Vivo autem, jam non ego, vivit vero in me Christus 496-2: vivo non già più io, ma vive in me Cristo”.

497.   b) Assoggettando la volontà, assoggettiamo e uniamo a Dio tutte le altre nostre facoltà, che sono sotto il dominio, e quindi l’anima intiera, che si viene a poco a poco conformando ai sentimenti, ai voleri, ai desideri di Nostro Signore; onde gradatamente acquista tutte le virtù del divino Maestro. Ciò che si disse della carità, n. 318, si può anche dire della conformità alla volontà di Dio che ne è la più autentica espressione; contiene dunque, come la carità, al dire di S. Francesco di Sales, tutte le virtù 497-1: “L’abbandono è la virtù delle virtù; è il fiore della carità; l’odore dell’umiltà; il merito, a quanto pare, della pazienza; e il frutto della perseveranza”. Perciò Nostro Signore chiama coi dolci nomi di fratello, di sorella, di madre, quelli che fanno la volontà di suo Padre: “Quicumque enim fecerit voluntatem Patris mei, qui in cælis est, ipse meus frater et soror et mater est” 497-2.

CONCLUSIONE.

498.   La conformità alla volontà di Dio è dunque uno dei più grandi mezzi di santificazione; non possiamo quindi conchiudere meglio che con queste parole di S. Teresa 498-1: “L’unica ambizione di colui che comincia a far orazione, — non si dimentichi questo che è importantissimo, — dev’essere di porre ogni studio nel rendere la sua volontà conforme a quella di Dio… sta in ciò tutta la maggior perfezione che si possa toccare nel cammino spirituale. Quanto più questa conformità è perfetta, tanto più si riceve dal Signore e tanto più si è avanti in questo cammino”. E aggiunge che avrebbe anche lei desiderato di vivere in questa via di conformità, senza essere elevata a ratti ed estasi, tanto era convinta che questa via basta alla più alta perfezione.

§ IV. La preghiera 499-1.

499.   La preghiera compendia e compie tutti gli atti precedenti: è desiderio di perfezione, perchè non si pregherebbe sinceramente se non si volesse diventar migliori; suppone una certa conoscenza di Dio e di sè stessi, perchè forma delle relazioni tra questi due; conforma la nostra volontà a quella di Dio, perchè ogni buona preghiera contiene esplicitamente o implicitamente un atto di sottomissione al Supremo nostro Padrone. Ma poi perfeziona tutti questi atti col farci prostrare innanzi alla divina Maestà per adorarla e implorar nuove grazie che ci aiutino a progredire verso la perfezione. Esporremo quindi:

▪   1° la natura della preghiera;

▪   2° l’efficacia come mezzo di perfezione;

▪   3° il modo di convertire la vita in abituale preghiera.

I. Natura della preghiera.

500.   Qui prendiamo la parola preghiera nel senso più generale, in quanto è ascensione dell’anima a Dio. Ne esporremo:

▪   1° la nozione;

▪   2° le varie forme;

▪   3° la preghiera perfetta ossia il Pater.

1° CHE COS’È LA PREGHIERA.

501.   Troviamo presso i Padri tre definizioni della preghiera che si compiono a vicenda. Nel senso più generale, 1) è, come dice S. Giovanni Damasceno 501-1, un’ascensione dell’anima a Dio “ascensus mentis in Deum; e, prima di lui, S. Agostino aveva scritto che è un affettuoso slancio verso Dio 501-2: “Oratio namque est mentis ad Deum affectuosa intentio“. 2) In senso più ristretto, si definisce una domanda a Dio di cose convenienti: “petitio decentium a Deo” 501-3. Per esprimere le mutue relazioni che la preghiera pone fra Dio e l’anima, ci viene presentata come una conversazione con Dio: “Oratio conversatio sermocinatioque cum Deo est” 501-4. Tutti questi aspetti sono veri e, riunendoli, si può definir la preghiera: un’elevazione dell’anima a Dio per rendergli i nostri doveri e chiedergli le grazie necessarie a divenir migliori per la sua gloria.

502.   La parola elevazione è una metafora che indica lo sforzo che facciamo per staccarci dalle creature e da noi stessi e pensare a Dio, il quale non solo ci avvolge da ogni lato ma risiede anche nel più intimo dell’anima nostra. Essendo noi pur troppo inclinati a sparpagliare le nostre facoltà su una folla di oggetti, ci è necessario uno sforzo per strapparle a questi beni futili e seduttori e raccoglierle e concentrarle in Dio. Questa elevazione si chiama colloquio, perchè la preghiera, adorazione o domanda che sia, richiede una risposta da Dio e suppone quindi una specie di conversazione con lui, sia pur brevissima.

È chiaro che in questa conversazione, il primo atto dev’essere di rendere a Dio i nostri doveri di religione, così come si comincia col salutare la persona con cui si conversa; solo dopo avere adempito questo elementare dovere si possono esporre le proprie richieste. Molti questa cosa dimenticano e di qui una delle ragioni per cui le loro domande sono poco esaudite. E anche quando chiediamo grazie di santificazione o di salute, non bisogna dimenticare che il fine principale dev’essere la gloria di Dio; onde le ultime parole della nostra definizione “a divenir migliori per la sua gloria“.

2° LE VARIE FORME DELLA PREGHIERA.

503.   A) Per ragione del doppio fine inteso dalla preghiera, si distingue l’adorazione e la domanda.

aL’adorazione. L’adorazione propriamente detta si volge al Padrone Supremo; ma poichè Dio è anche nostro benefattore, dobbiamo ringraziarlo; e avendolo noi offeso, siamo obbligati a riparar questo oltraggio.

1) Il primo sentimento necessario quando ci inalziamo a Dio è l’adorazione, cioè “il riconoscimento in Dio dell’altissima sua sovranità e in noi della più profonda dipendenza” 503-1. Tutta la natura a suo modo adora Dio; ma quella che è priva di sentimento e di ragione, non ha cuore per amarlo nè intelletto per intenderlo. Si contenta quindi di spiegarci sotto gli occhi il suo ordine, le varie sue operazioni e i suoi ornamenti: “non può vedere ma si mostra, non può adorare ma vi ci porta; non ci lascia ignorare quel Dio che ella non intende. Ma l’uomo, animale divino, pieno di ragione e d’intelligenza e capace di conoscere Dio per mezzo di sè e di tutte le creature, è pure sollecitato e da sè e da tutte le creature a rendergli le sue adorazioni. È questa la ragione per cui è collocato in mezzo al mondo, misterioso compendio del mondo, perchè, contemplando l’intiero universo e raccogliendolo in sè, unicamente a Dio e sè e tutte le cose riferisca; cosicchè egli non è il contemplatore della natura visibile se non perchè sia l’adoratore della natura invisibile che tutto trasse dal nulla con la sua onnipotenza” 503-2. In altre parole l’uomo è il Pontefice della creazione, incaricato di glorificar Dio a nome suo e a nome di tutte le creature. E lo fa riconoscendo: “che Dio è natura perfetta e quindi incomprensibile; che Dio è natura somma; che Dio è natura benefica… noi siamo naturalmente portati a venerare ciò che è perfetto… a dipendere da ciò che è sommo… ad aderire a ciò che è buono” 503-3.

504.   Ecco perchè i mistici si dilettano d’adorare nelle creature la potenza, la maestà, la bellezza, l’attività, la fecondità di Dio nascosto in queste creature: “Mio Dio, io vi adoro in tutte le vostre creature; vi adoro vero ed unico sostegno di ogni cosa; nulla sarebbe senza di voi e nulla sussiste se non in voi. Vi amo, o mio Dio, e lodo la vostra maestà che si manifesta sotto l’esterno di tutte le creature. Tutto ciò che vedo, o mio Dio, non serve che ad esprimere l’arcana vostra bellezza, ignota agli occhi degli uomini. Adoro il vostro splendore e la vostra maestà mille volte più belli di quelli del sole. Adoro la vostra fecondità mille volte più ammirabile di quella che scopresi negli astri” 504-1.

505.   2) L’adorazione è seguita dalla riconoscenza; perchè Dio non è soltanto il Supremo nostro Padrone ma anche l’insigne nostro benefattore, a cui dobbiamo tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo così nell’ordine della natura come nell’ordine della grazia. Ecco il perchè ha diritto a una perpetua riconoscenza, perchè riceviamo costantemente da lui nuovi benefici. La Chiesa quindi quotidianamente c’invita, prima del solenne momento del Canone, a ringraziar Dio di tutti suoi benefici e specialmente di quello che tutti li compendia, del beneficio eucaristico: “Gratias agamus Domino Deo nostro. Vere dignum et justum est, æquum et salutare gratias agere“… — Ecco perchè ci suggerisce sublimi formule di ringraziamento: “Gratis agimus tibi propter magnam gloriam tuam” 505-1. Segue in questo gli esempi di Gesù che spesso ringraziava il Padre suo, e le lezioni di S. Paolo che c’invita a ringraziar Dio di tutti i suoi benefici: “In omnibus gratias agite, hæc est voluntas Dei 505-2… Gratias Deo super inenarrabili dono ejus” 505-3… Del resto gli uomini di cuore non hanno bisogno che loro si rammenti questo dovere; si sentono spinti dal ricordo dei divini benefici ad esprimere la continua riconoscenza di cui il loro cuore ribocca.

506.   3) Ma nello stato di natura decaduta, un terzo dovere è necessario, quello dell’espiazione e della riparazione. Troppo spesso infatti abbiamo coi nostri peccati offesa l’infinità maestà di Dio, servendoci degli stessi suoi doni per oltraggiarlo. È un’ingiustizia, che esige quella più perfetta riparazione che ci sia possibile di offrire e che consiste in tre atti principali: l’umile confessione delle colpe: Confiteor Deo omnipotenti; una sincera contrizione: cor contritum et humiliatum non despicies; la coraggiosa accettazione delle tribolazioni che Dio vorrà mandarci; e, se vogliamo essere generosi, vi aggiungeremo l’offerta di noi stessi come vittime d’espiazione, unendoci alla vittima del Calvario. Potremo allora umilmente implorare e sperare il perdono: Misereatur… Indulgentiam. E potremo pur chiedere novelle grazie.

507.   bLa domanda, petitio decentium a Deo, è già di per se un omaggio reso a Dio, alla sua potenza, alla sua bontà, all’efficacia della grazia; è un atto di confidenza che onora colui al quale è rivolto 507-1.

Il fondamento della preghiera è per un verso l’amor di Dio per le sue creature e pei suoi figli, e per l’altro il bisogno urgente che abbiamo del suo aiuto. Fonte inesauribile di tutti i beni, Dio brama diffonderli nelle anime: bonum est sui diffusivum. Essendo nostro Padre, null’altro maggiormente desidera che di comunicarci la sua vita e di accrescercela. Per meglio riuscire a quest’intento invia sulla terra l’unico suo Figlio, il quale si presenta pieno di grazia e di verità appunto per colmarci dei suoi tesori. Anzi, c’invita a chiedere le sue grazie promettendo di concedercele: “Petite et dabitur vobis, quærite et invenietis, pulsate et aperietur vobis” 507-2. Siamo quindi sicuri di riuscir graditi a Dio nel porgergli le nostre suppliche.

508.   Noi del resto ne abbiamo urgente bisogno. Nell’ordine della natura come nell’ordine della grazia siamo poveri, mendici Dei sumus; siamo d’una estrema indigenza. Essenzialmente dipendenti da Dio, non possiamo anche nell’ordine della natura neppur conservare l’esistenza da lui largitaci; dipendiamo in ciò dalle cause fisiche che ubbidiscono anch’esse a Dio. Indarno diremo d’avere un cervello e delle braccia, e che possiamo, con la nostra energia, trarre dal seno della terra ciò che ci è necessario alla vita: questo cervello e queste braccia ci sono conservati da Dio e non vengono all’esercizio se non sono mossi dal divino suo concorso; la terra non produce frutti se Dio non l’innaffia con le sue piogge e non la feconda coi raggi del suo sole; e poi quanti accidenti imprevisti possono distruggere i raccolti già maturi! Ma quanto maggiore non è la nostra dipendenza da Dio nell’ordine soprannaturale! Abbiamo bisogno di luce per ben guidarci, e chi ce la darà se non il Padre dei lumi? abbiamo bisogno di coraggio e di forza per seguire la luce, e chi ce li darà se non l’Onnipotente? Che dunque rimane se non implorare il soccorso di Colui che altro non brama se non di venirci in aiuto?

509.   Nè si dica che Dio con la sua scienza conosce tutto ciò che ci è necessario ed utile. Dio, risponde S. Tommaso, per pura liberalità ci concede certamente molte cose senza che noi le chiediamo; ma ce ne sono di quelle che non vuol concedere che alla preghiera; e ciò per nostro bene, perchè poniamo la confidenza in lui e lo riconosciamo come autore dei nostri beni: “Ut scilicet fiduciam quamdam accipiamus recurrendi ad Deum, et ut recognoscamus eum esse bonorum nostrorum auctorem” 509-1. Per un verso noi, pregando, ci sentiamo crescere la fiducia d’essere esauditi; e per l’altro vi è meno pericolo che dimentichiamo Dio. Lo dimentichiamo già troppo; che sarebbe se non avessimo bisogno di ricorrere a lui nei nostri affanni?

Ha dunque ragione Dio di esigere da noi la preghiera sotto forma di domanda.

510.   B) Se poi ci facciamo a considerare le forme o le varietà della preghiera, possiamo distinguere la preghiera mentale e la preghiera vocale, la preghiera privata e la preghiera pubblica.

a) Quanto al modo di espressione, la preghiera è mentale o vocale, secondo che si compie nell’interno dell’anima oppure s’esprime al di fuori.

1) La preghiera mentale è quindi una specie di interna conversazione con Dio che non si manifesta al di fuori: “Orabo spiritu, orabo et mente” 510-1. Ogni atto interno che abbia per fine di unirci a Dio colla conoscenza e coll’amore, come sarebbe il raccoglimento, la considerazione, il ragionamento, l’esame, lo sguardo affettuoso, la contemplazione, lo slancio del cuore verso Dio, può dirsi preghiera mentale. Tutti questi atti infatti ci inalzano a Dio, compresevi quelle riflessioni sopra noi stessi che mirano a rendere l’anima nostra meno indegna di Colui che l’abita. Servono tutti ad accrescere le nostre convinzioni e a farci praticar le virtù; sono come un tirocinio di quella vita celeste che altro non è se non affettuosa ed eterna visione di Dio. Cotesta preghiera è pure alimento e anima della preghiera vocale 510-2.

511.   2) Questa si esprime con parole e con gesti. Se ne fa spesso menzione nella Sacra Scrittura che c’invita a usare la voce, la bocca, le labbra per proclamare le lodi di Dio: “Voce meâ ad Dominum clamavi… Domine, labia mea aperies et os meum annuntiabit laudem tuam” 511-1. Ma perchè esprimere a questo modo i nostri sentimenti dacchè Dio ce li legge nel più profondo del cuore? Per offrire a Dio non solo l’ossequio dell’anima ma anche quello del corpo, e specialmente di quel verbo da lui largitoci per esprimere il nostro pensiero. Tal è in sostanza l’insegnamento di S. Paolo, quando, dopo aver detto che Gesù morì per noi fuori di Gerusalemme, c’invita ad uscire da noi stessi e ad unirci al nostro Mediatore di religione per offrire a Dio un’ostia di lode, l’ossequio delle nostre labbra: “Per mezzo di lui offriamo dunque a Dio un sacrifizio di lode, vale a dire il frutto di labbra che ne celebrino il nome: Per ipsum ergo offeramus hostiam laudis semper Deo, idest fructum labiorum confitentium nomini ejus” 511-2. Ed è pure per stimolar la devozione col suono stesso della voce: “Ut homo seipsum excitet verbis ad devote orandum” 511-3; la psicologia infatti dimostra che il gesto intensifica l’interno sentimento. È finalmente per l’edificazione del prossimo, perchè il vedere o l’udire altri pregar con fervore accresce la devozione.

512.   b) La preghiera vocale poi è privata o pubblica secondo che si fa in nome d’un individuo o d’una società. Abbiamo provato altrove che la società, come tale, deve a Dio sociali ossequi, perchè è anch’essa obbligata a riconoscerlo come Sovrano Padrone e benefattore. Ecco perchè S. Paolo esortava i primi cristiani a unirsi insieme per glorificar Dio con Gesù Cristo non solo con un sol cuore, ma anche con una voce sola: “Ut unanimes uno ore honorificetis Deum et patrem Domini nostri Jesu Christi” 512-1. Già Nostro Signore aveva invitato i discepoli a unirsi insieme per pregare, promettendo di venire in mezzo a loro per appoggiarne le suppliche: “Ubi enim sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum” 512-2. Se ciò è vero d’una riunione di due o tre persone, quanto più quando molti si radunano insieme per rendere ufficialmente gloria a Dio? Dice S. Tommaso che l’efficacia della preghiera è allora irresistibile: “Impossibile est preces multorum non exaudiri, si ex multis orationibus fiat quasi una” 512-3. Come infatti un padre, che pur resisterebbe alle preghiere d’uno dei figli, s’intenerisce quando li vede tutti uniti nella stessa domanda, così il Padre Celeste non sa resistere alla dolce violenza che gli vien fatta dalla preghiera comune d’un gran numero dei suoi figli.

513.   Preme dunque assai che i cristiani si radunino spesso per adorare e pregare in comune; per questo la Chiesa li convoca, nei giorni di domenica e di festa, al santo sacrifizio della messa che è la preghiera pubblica per eccellenza, e agli uffici religiosi.

514.   Ma non potendoli convocare tutti i giorni e pur meritando Dio di essere quotidianamente glorificato, ella incarica i sacerdoti e i religiosi di soddisfare più volte al giorno questo dovere della pubblica preghiera. Ed essi lo fanno con l’ufficio divino, che recitano non in nome proprio ma a nome di tutta la Chiesa e per tutti gli uomini. Conviene quindi assai che si uniscano allora in modo più particolare al Gran Religioso di Dio, al Verbo Incarnato, per glorificar Dio con lui e per lui, per ipsum et cum ipso et in ipso, e per chiedere nello stesso tempo tutte le grazie che abbisognano al popolo cristiano.

3° IL PATER NOSTER.

515.   Fra le preghiere che recitiamo in pubblico o in privato non ve n’è alcuna più bella di quella insegnataci da Nostro Signore medesimo, il Pater. A) Vi troviamo prima di tutto un insinuante esordio, che ci mette alla presenza di Dio e stimola la nostra confidenza: Pater noster, qui es in cælis. Il primo passo da fare quando si prega è d’accostarsi a Dio; ora la parola Pater ci mette subito alla presenza di Colui che è Padre per eccellenza, Padre del Verbo per generazione e Padre nostro per adozione; è dunque il Dio della Trinità che ci si mostra, circondandoci di quel medesimo amore di cui circonda suo Figlio; e poichè questo Padre è nei cieli, vale a dire è onnipotente e fonte di tutte le grazie, ci sentiamo tratti ad invocarlo con intiera filiale confidenza, essendo della famiglia di Dio e tutti fratelli, perchè tutti figli di Dio: Pater noster.

516.   B) Viene poi l’oggetto della preghiera; chiediamo tutto ciò che possiamo desiderare e in quell’ordine in cui lo dobbiamo desiderare: a) prima di tutto il fine principale, la gloria di Dio: “Sia santificato il tuo nome”, cioè sia riconosciuto e proclamato santo; b) poi il fine secondario, l’aumento del regno di Dio in noi che prepara il nostro ingresso nel regno dei cieli, “venga il tuo regno”; c) il mezzo essenziale per ottenere questo doppio fine, che è la conformità alla divina volontà: “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Vengono appresso i mezzi secondari, che formano la seconda parte del Pater: d) il mezzo positivo, il pane quotidiano, pane del corpo e pane dell’anima, perchè l’uno e l’altro ci sono necessarii per sussistere e progredire, “dacci oggi il nostro pane quotidiano”; e) infine i mezzi negativi, che abbracciano: 1) la remissione del peccato, il solo vero male, peccato che vien perdonato a noi in quella misura con cui noi perdoniamo altrui: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”; 2) l’allontanamento delle prove e delle tentazioni che potrebbero farci soccombere: “non c’indurre in tentazione”; 3) e da ultimo l’allontanamento dei mali fisici, delle miserie della vita, in quanto sono ostacolo alla nostra santificazione: “ma liberaci dal male. Così sia”.

Preghiera sublime, perchè tutto vi si riferisce alla gloria di Dio; e nello stesso tempo semplice e alla portata di tutti, perchè, pur glorificando Dio, chiediamo tutto ciò che vi è di più utile per noi. Ecco perchè i Padri e i Santi presero diletto a commentarla 516-1, e il Catechismo del Concilio di Trento ne dà lunga e molto soda spiegazione.

II. Efficacia della preghiera come mezzo di perfezione.

517.   La preghiera ha tanta efficacia per santificarci che i Santi ripetevano a gara l’adagio: “Sa ben vivere chi sa ben pregare: Ille recte novit vivere qui recte novit orare“. Produce infatti tre mirabili effetti: 1) ci distacca dalle creature; 2) ci unisce totalmente a Dio; 3) ci trasforma gradatamente in lui.

518.   1° Ci distacca dalle creature in quanto sono ostacolo alla nostra unione con Dio. È cosa che viene dal suo stesso concetto: per inalzarci a Dio, è necessario anzitutto districarci dalla stretta delle creature. Da queste attratti per via dei seducenti diletti che ci offrono, dominati pure dall’egoismo, non possiamo sfuggire a questa doppia morsa senza spezzare i vincoli che ci attaccano alla terra. Ora nulla produce meglio questo santo effetto quanto l’elevazione dell’anima verso Dio con la preghiera: per pensare a lui e alla sua gloria, per amarlo, siamo obbligati a uscir di noi stessi e dimenticare le creature e le perfide loro lusinghe. E giunti che siamo presso di lui, uniti in intima conversazione con lui, le sue perfezioni infinite, la sua amabilità e la vista dei beni celesti compiono il distacco dell’anima nostra da questa terra: quam sordet tellus dum cælum aspicio! Veniamo a odiar sempre più il peccato mortale, che ci svierebbe intieramente da Dio; il peccato veniale, che ci ritarderebbe nell’ascensione verso di lui; e adagio adagio anche le imperfezioni volontarie, che ci diminuiscono l’intimità con lui. Impariamo pure a combattere più vigorosamente le inclinazioni sregolate che sussistono nel fondo della nostra natura, perchè intendiamo meglio che tendono ad allontanarci da Dio.

519.   2° Si perfeziona così la nostra unione con Dio, diventando di giorno in giorno più intiera e più perfetta.

A) Più intiera: la preghiera infatti afferra, per unirle a Dio, tutte le nostre facoltà: a) la parte superiore dell’anima, l’intelligenza, occupandola nel pensiero delle cose divine; la volontà, dirigendola verso la gloria di Dio e gl’interessi delle anime; il cuore, lasciando che si effonda in un cuore sempre aperto, sempre amoroso e compassionevole, e produca affetti che non possono essere che santificanti; ble facoltà sensitive, aiutandoci a fissare su Dio e su Nostro Signore la fantasia e la memoria, le emozioni e le passioni in ciò che hanno di buono; cil corpo stesso, aiutandoci a mortificare i sensi esterni, fonti di tante divagazioni, e a regolare il contegno secondo le regole della modestia.

B) Più perfetta: la preghiera, quale l’abbiamo spiegata, produce infatti nell’anima atti di religione inspirati dalla fede, sorretti dalla speranza e avvivati dalla carità: “Fides credit, spes et caritas orant, sed sine fide esse non possunt; ac per hoc et fides orat” 519-1. Ora qual cosa più nobile e più santificante di questi atti delle virtù teologali? Vi si aggiungano ancora gli atti d’umiltà, d’obbedienza, di fortezza, di costanza, che la preghiera suppone, e sarà facile vedere in che modo perfettissimo l’anima s’unisce a Dio con questo santo esercizio.

520.   3° Non è quindi meraviglia che l’anima così si trasformi progressivamente in Dio. La preghiera è, a così dire, una santa comunione con lui: quando noi gli presentiamo umilmente i nostri ossequi e le nostre domande, egli si china verso di noi e ci comunica le sue grazie che producono questa santa trasformazione.

A) Il sol fatto di considerare le divine sue perfezioni, di ammirarle, di prendervi una santa compiacenza, le attira già in noi col desiderio che fa nascere di potervi in qualche modo partecipare; l’anima, immersa in questa affettuosa contemplazione, si sente a poco a poco come tutta pervasa e compenetrata di quella semplicità, di quella bontà, di quella santità, di quella serenità, che altro non chiede che di comunicarsi a noi.

521.   B) Allora Dio si china verso di noi per esaudire le nostre preghiere e concederci copiose grazie; quanto più noi cerchiamo di rendergli i nostri doveri tanto più egli pensa a santificare un’anima che lavora alla sua gloria. Possiamo chiedere molto, purchè lo facciamo con umiltà e fiducia; nulla può rifiutare alle anime umili che si danno più pensiero degli interessi suoi che dei loro. Le illumina con la sua luce per mostrare loro il vuoto, il nulla delle cose umane; le attira a sè, svelandosi ai loro sguardi come Sommo Bene, fonte di tutti i beni; dà alla loro volontà la forza e la costanza che le occorre per non volere e non amare se non ciò che ne è degno. Non possiamo conchiudere meglio che con le parole di S. Francesco di Sales 521-1: “Per mezzo di lei (l’orazione) noi parliamo a Dio e Dio a sua volta parla a noi; noi aspiriamo a lui e respiriamo in lui, ed egli a sua volta ispira in noi e respira su noi”. Felice scambio che riuscirà a tutto nostro vantaggio, perchè tende nientemeno che a trasformarci in Dio, facendocene partecipare i pensieri e le perfezioni! Vediamo dunque in che modo tutte le nostre azioni possono essere trasformate in preghiera.

III. Come trasformare le nostre azioni in preghiera.

522.   Essendo la preghiera così efficace mezzo di perfezione, dobbiamo pregare spesso e con insistenza, come dice Nostro Signore: “Oportet semper orare et non deficere” 522-1; la qual cosa viene confermata da S. Paolo col consiglio e coll’esempio: “Sine intermissione orate… Memoriam vestri facientes in orationibus nostris sine intermissione” 522-2. Ma come mai si può continuamente pregare e attendere nello stesso tempo ai doveri del proprio stato? Non è cosa impossibile? Vedremo che non c’è difficoltà quando si sappia ben ordinare la vita. Per riuscirvi bisogna:

▪   1° praticare un certo numero di esercizi spirituali secondo i doveri del proprio stato;

▪   2° trasformare in preghiera le azioni comuni.

523.   1° Gli esercizi di pietà. Ad alimentare la vita di preghiera bisogna innanzitutto fare alcuni esercizi spirituali il cui numero e la cui lunghezza variano secondo i doveri del proprio stato. Qui parleremo degli esercizi che convengono ai sacerdoti e ai religiosi, lasciando ai direttori la cura d’adattare questo programma ai semplici fedeli.

Tre categorie d’esercizi formano l’anima sacerdotale alla preghiera: la meditazione del mattino, con la santa messa, ci propone l’ideale a cui mirare e ci aiuta a conseguirlo; l’ufficio divino, le pie letture e le divozioni essenziali conservano l’anima nell’abitudine della preghiera; gli esami della sera ci faranno rilevare e riparare i nostri difetti.

524.   AGli esercizi del mattino sono qualchecosa di sacro di cui non si può far senza quando si è sacerdoti o religiosi, senza rinunziare al pensiero della propria perfezione. a) Prima di tutto la meditazione, affettuosa conversazione con Dio per richiamare l’ideale che dobbiamo tenere continuamente dinanzi agli occhi e a cui dobbiamo vigorosamente tendere. Ideale che è quello stesso tracciatoci dal divino Maestro: “Estote ergo vos perfecti sicut et Pater vester cælestis perfectus est” 524-1. Dobbiamo quindi metterci alla presenza di Dio, fonte e modello di ogni perfezione, e per venire più al pratico, alla presenza di N. S. Gesù Cristo, che attuò sulla terra questa ideale perfezione e ci meritò la grazia d’imitare le sue virtù. Presentatigli i nostri ossequi, lo attiriamo in noi, entrando nei suoi pensieri con profonde convinzioni sulla virtù speciale che vogliamo praticare e con ardenti preghiere che ci ottengono la grazia di praticar cotesta virtù; e umilmente ma vigorosamente cooperiamo a questa grazia prendendo una generosa risoluzione sulla detta virtù che ci studieremo di mettere in pratica nel corso della giornata 524-2. b) La santa messa ci conferma in questa disposizione mettendoci avanti agli occhi, nelle mani, a nostra disposizione, la vittima santa che dobbiamo imitare; e la comunione ce ne fa passar nell’anima i pensieri, i sentimenti, le interne disposizioni, le grazie, il divino spirito che resterà in noi per tutto il giorno. Siamo così pronti per l’azione, quell’azione che, avviata dal suo influsso, non sarà che una continua preghiera.

525.   B) Ma perchè ciò avvenga, occorrono ogni tanto esercizi che rinnovino e stimolino l’unione con Dio. a) Sarà prima di tutto la recita del divino ufficio, che S. Benedetto ottimamente chiama opus divinum, in cui, in unione col grande Religioso del Padre, glorificheremo Dio e gli chiederemo grazie per noi e per tutta la Chiesa; quindi la s. messa, il più importante atto di tutta la giornata. b) Verranno poi le pie letture, letture della S. Scrittura, letture di opere e di vite di Santi, che ci porranno di nuovo in intima relazione con Dio e coi suoi Santi. c) E finalmente le divozioni essenziali che devono alimentar la nostra pietà, vale a dire la visita al SS. Sacramento, che non è in sostanza che un secreto colloquio con Gesù; e la recita del rosario, che ci fa conversare con Maria e riandarne in cuore i misteri e le virtù.

526.   C) Giunta la sera, l’esame generale e particolare, che sarà come una specie di umile e sincera confessione al Sommo Sacerdote, ci mostrerà in che modo abbiamo nella giornata messo in pratica l’ideale concepito al mattino. Vi sarà sempre, purtroppo, una certa diversità tra le nostre risoluzioni e la loro attuazione; ma senza disanimarci, ci rimetteremo coraggiosamente all’opera; e poi in santa confidenza ed abbandono prenderemo un poco di riposo per lavorar meglio il domani.

La confessione settimanale o al più tardi quindicinale, e il ritiro mensile, facendoci dare uno sguardo complessivo a più ampia parte della vita, perfezioneranno questo esame di noi stessi e ci porgeranno occasione di spirituale rinnovamento.

527.   2° Tal è il complesso di esercizi spirituali che non ci lasceranno perdere di vista per notevole tempo la presenza di Dio. Ma che si dovrà fare per colmare il vuoto tra questi vari esercizi e trasformare in preghiera tutte le nostre azioni? S. Agostino e S. Tommaso ci insegnano come scioglere la questione. Il primo 527-1 ci dice di far della vita, delle azioni, dei negozi, dei pasti, dello stesso sonno, un inno di lode alla gloria di Dio: “Vitâ sic canta ut nunquam sileas… si ergo laudas, non tantum linguâ canta, sed etiam assumpto bonorum operum psalterio; laudas cum agis negotium, laudas cum cibum et potum capis, laudas cum in lecto requiescis, laudas cum dormis; et quando non laudas?” Il secondo poi compendia così il pensiero del primo: “Tamdiu homo orat, quamdiu totam vitam suam in Deum ordinat” 527-2.

La carità è quella che dirige tutta la nostra vita a Dio. Il mezzo pratico per far così tutte le azioni è di offrirle, prima di cominciarle, alla SS. Trinità, in unione con Gesù che vive in noi e secondo le sue intenzioni (n. 248).

528.   Quanto importi il far le nostre azioni in unione con Gesù è assai bene spiegato dall’Olier, che prima mostra in che modo Gesù è in noi per santificarci 528-1: “Non solo abita in noi come Verbo con la sua immensità… ma abita pure in noi come Cristo, con la sua grazia, per renderci partecipi della sua unzione e della divina sua vita… Gesù Cristo è in noi per santificarci, santificar noi e le opere nostre, per riempire di sè tutte le nostre facoltà: vuol essere la luce della nostra mente, l’amore e il fervore del nostro cuore, la forza e la virtù di tutte le nostre facoltà, affinchè in lui possiamo conoscere, amare e adempire i voleri di Dio suo Padre, sia per lavorare a suo onore, sia per soffrire e tollerare ogni cosa a sua gloria”. Spiega quindi come le azioni che facciamo da noi e per noi siano difettose 528-2: “Le nostre intenzioni e i nostri pensieri tendono al peccato per la corruzione della nostra natura; e se noi ci lasciamo andare ad operar da noi stessi e a seguir le nostre inclinazioni, opereremo in peccato”. Onde la conclusione è che bisogna rinunziare alle proprie intenzioni per unirsi a quelle di Gesù: “Vedete quindi quanta cura si deve avere, al principio delle azioni, di rinunziare a tutti i sentimenti, a tutti i desideri, a tutti i pensieri propri, a tutte le proprie volontà, per entrare, secondo S. Paolo, nei sentimenti e nelle intenzioni di Gesù Cristo: “hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu” 528-3.

Quando le azioni sono lunghe, è utile rinnovar questa offerta con un affettuoso sguardo al crocifisso, e, meglio ancora, a Gesù che vive in noi; e lasciare che l’anima si sfoghi in frequenti giaculatorie che ci inalzeranno il cuore a Dio.

Così anche le più comuni nostre azioni saranno preghiera e ascensione dell’anima a Dio, e noi attueremo il desiderio di Gesù: “oportet semper orare et non deficere” 528-4.

529.   Ecco dunque i quattro mezzi interni di perfezione, che tendono tutti a glorificar Dio e insieme a perfezionarci l’anima. Il desiderio della perfezione è infatti un primo slancio verso Dio, un primo passo verso la santità; la conoscenza di Dio, è Dio che viene attirato in noi e che ci aiuta a darci a lui per via di amore; la conoscenza di noi stessi ci mostra meglio il bisogno che abbiamo di Dio e stimola il desiderio di riceverlo per colmare il vuoto che è in noi; la conformità alla divina volontà ci trasforma in lui; la preghiera ci innalza a lui e trae nello stesso tempo in noi le sue perfezioni, facendovici partecipare per renderci più simili a lui; tutto quindi ci porta a Dio perchè tutto viene da lui.

Vedremo ora come i mezzi esterni tendano al medesimo fine.

ART. II. I MEZZI ESTERNI DI PERFEZIONE.

530.   Questi mezzi possono ridursi a quattro principali:

▪   la direzione, che ci dà una guida sicura;

▪   il regolamento di vita, che ne continua e ne compie l’azione;

▪   le letture e le esortazioni spirituali, che ci propongono l’ideale da attuare; e

▪   la santificazione delle relazioni sociali, che rende soprannaturali tutte le nostre relazioni col prossimo.

§ I. Della direzione spirituale 530-1.

Cercheremo di porre bene in luce due cose:

▪   1° la necessità morale della direzione;

▪   2° mezzi per assicurarne la buona riuscita.

I. Necessità morale della direzione.

La direzione, benchè non sia assolutamente necessaria alla santificazione delle anime, è per loro il mezzo normale di progresso spirituale, come viene dimostrato dall’autorità e dalla ragione fondata sull’esperienza.

1° PROVA D’AUTORITÀ.

531.   A) Dio, avendo costituita la Chiesa come società gerarchica, volle che le anime fossero santificate per mezzo della sottomissione al Papa e ai Vescovi nel foro esterno, ai confessori nel foro interno. Quindi quando Saulo si convertì, Gesù, in cambio di rivelargli egli stesso i suoi disegni, lo manda ad Anania perchè conoscesse dalla sua bocca ciò che doveva fare. Partendo da questo fatto, Cassiano, S. Francesco di Sales e Leone XIII mostrano la necessità della direzione: “Troviamo, dice quest’ultimo, alle origini stesse della Chiesa una celebre manifestazione di questa legge: benchè Saulo, spirante minacce e carneficine, avesse inteso la voce di Cristo stesso e gli avesse chiesto: Signore, che volete ch’io faccia? pure fu inviato ad Anania, in Damasco: Entra in città e là ti sarà detto quel che devi fare.” E aggiunge: “Così fu sempre praticato nella Chiesa; questa è la dottrina unanimemente professata da tutti coloro che, nel corso dei secoli, rifulsero per scienza e santità” 531-1.

532.   B) Non potendo citare tutte le tradizionali autorità, daremo uno sguardo ad alcuni testimoni che si possono considerare come i rappresentanti autentici della teologia ascetica. Cassiano, che aveva passato lunghi anni fra i monaci della Palestina, della Siria e dell’Egitto, consegnò la loro e sua dottrina in due opere. Nella prima, il libro delle Istituzioni, raccomanda vivamente ai giovani cenobiti di aprire il cuore al vegliardo incaricato della loro direzione, di manifestargli senza falsa vergogna i più segreti pensieri, e di rimettersi intieramente al suo parere nel discernimento del buono e del cattivo 532-1. Ritorna su questo punto nelle sue Conferenze, e, mostrati i pericoli a cui s’espongono coloro che non consultano gli anziani, conchiude che il miglior mezzo di trionfare delle più pericolose tentazioni è di manifestarle a un saggio consigliere, adducendo in ciò l’autorità di S. Antonio e dell’abate Serapione 532-2.

Ciò che Cassiano insegna ai monaci d’Occidente, S. Giovanni Climaco l’inculca ai monaci d’Oriente nella Scala del Paradiso. Agli incipienti fa notare che coloro che vogliono uscir dall’Egitto e domare le sregolate passioni, hanno bisogno d’un Mosè che faccia loro da guida. Ai proficienti dichiara che, per seguir Gesù Cristo e godere della santa libertà dei figli di Dio, bisogna umilmente affidar la cura dell’anima propria a un uomo che sia il rappresentante del divino Maestro; e badare a sceglierlo bene, perchè gli si dovrà ubbidire con semplicità, nonostante i piccoli difetti che si potessero notare in lui, l’unica cosa da temersi essendo quella di seguire il proprio giudizio 532-3.

533.   Per il Medioevo basteranno due autorità. S. Bernardo vuole che i novizi nella vita religiosa abbiano una guida, un pedagogo che li istruisca, li dirigga, li consoli e li animi 533-1. Alle persone più avanzate in età, per esempio al canonico Ogier, dichiara che chi prende sè stesso a maestro o direttore, si fa discepolo d’uno stolto: “qui se sibi magistrum constituit, stulto se discipulum facit”; e aggiunge: “Non so che cosa pensino gli altri di sè stessi su questo argomento; io parlo per esperienza, e quanto a me dico che mi è più facile e più sicuro comandare a molti che guidar me solo” 533-2. Nel secolo XIV, S. Vincenzo Ferreri, eloquente predicatore domenicano, dopo avere affermato che la direzione fu sempre praticata dalle anime che vogliono progredire, ne dà questa ragione: “Chi ha un direttore al quale obbedisce senza riserva e in tutte le cose, arriverà molto più facilmente e più presto che non farebbe da solo, anche se fornito di vivissima intelligenza e di dotti libri in materia spirituale” 533-3.

534.   Non nelle sole comunità ma anche nel mondo si sentiva il bisogno d’una guida spirituale: ne sono prova le lettere di S. Girolamo, di S. Agostino e di molti altri Padri a vedove, a vergini, a secolari 534-1. Ha dunque ragione S. Alfonso di dire, spiegando i doveri del confessore, che uno dei principali è quello di dirigere le anime pie 534-2.

Del resto la ragione stessa, illuminata dalla fede e dall’esperienza, ci mostra la necessità d’un direttore per progredire nella perfezione.

2° PROVA DI RAGIONE FONDATA SULLA NATURA DEL PROGRESSO SPIRITUALE.

535.   A) Il progresso spirituale è lunga e penosa ascensione per ripido sentiero, fiancheggiato da precipizi: grave imprudenza sarebbe l’avventurarvisi senza un’esperta guida. È così facile illudersi sul conto proprio! Non è possibile che vediamo intieramente chiaro quando si tratta di noi stessi, dice S. Francesco di Sales, non possiamo essere giudici imparziali in causa propria, per una certa compiacenza “così segreta ed impercettibile che, se non si ha buona vista, non si può scoprire, e quelli stessi che ne son presi, non la conoscono se non la si fa loro vedere” 535-1. Onde conchiude che abbiamo bisogno d’un medico spirituale per fare una diagnosi imparziale sullo stato dell’anima nostra e prescrivere i rimedii più efficaci: “Oh! perchè vorremmo essere maestri di noi stessi per ciò che riguarda lo spirito, quando non lo siamo per ciò che riguarda il corpo? Non sappiamo forse che i medici, quando sono infermi, chiamano altri medici per farsi indicare i rimedi buoni per loro?” 535-2

536.   B) A capir meglio questa necessità, basta esporre brevemente i principali scogli che s’incontrano in ognuna delle tre tappe nel cammino della perfezione.

a) Gli incipienti hanno da temere le ricadute e, per evitarle, devono fare lunga e laboriosa penitenza, proporzionata al numero e alla gravità delle colpe. Ora gli uni, dimenticando presto il passato, vogliono entrar subito nella via dell’amore, e questa presunzione è presto seguita dal ritiro delle consolazioni sensibili, dallo scoraggiamento e da nuove cadute; gli altri si danno con eccesso alle mortificazioni esteriori compiacendosene vanamente, onde si guastano la salute, e, volendo poi curarsi, cadono nel rilassamento. È quindi necessario che un esperto direttore tenga gli uni nello spirito e nella pratica della penitenza, e calmi l’intempestivo ardore degli altri.

Altro scoglio è l’aridità spirituale che succede alle consolazioni sensibili: si teme allora essere abbandonati da Dio, si omettono gli esercizi di pietà perchè paiono sterili, e si cade nella tiepidezza. Chi dunque farà schivare questo pericolo se non un saggio direttore, il quale, nel tempo delle consolazioni, avvertirà che non durano sempre, e al venire dell’aridità, consolerà, rassicurerà, fortificherà queste anime, mostrando che non c’è nulla di meglio per rassodarci nella virtù e purificare il nostro amore?

537.   b) Entrando nella via illuminativa, non occorre forse ancora una guida per discernere le principali virtù che convengono a questa o a quella persona, i mezzi per esercitarvisi, il metodo da seguire per fruttuosamente esaminarsi sui progressi fatti e sulle debolezze commesse? E quando sorga quel sentimento di stanchezza, che presto o tardi si prova accorgendosi che la via della perfezione è più lunga e più penosa di quanto uno s’immaginava, chi farà che questa impressione non degeneri in tiepidezza se non l’affetto paterno d’un direttore che saprà indovinare l’ostacolo, prevenire lo scoraggiamento, consolare il penitente, stimolarlo a sforzi novelli e fargli intravedere i frutti di questa prova sopportata valorosamente?

538.   c) Più necessaria ancora è la direzione nella via unitiva. Per entrarvi, è necessario coltivare i doni dello Spirito Santo con generosa e costante docilità alle ispirazioni della grazia. Ora, per discernere le ispirazioni divine da quelle che vengono dalla natura o dal demonio si ha spesso bisogno degli avvisi di un savio e disinteressato consigliere. Più indispensabile ancora è quando si entra nelle prime prove passive, quando le aridità, le noie, i timori della divina giustizia, le insistenti tentazioni, l’impossibilità di meditare in modo discorsivo e le contraddizioni del di fuori vengono a rovesciarsi addosso a una povera anima e a gettarla in profondo turbamento; è chiaro che ci vuole allora una guida che prenda a rimorchio questa sperduta navicella. Avviene lo stesso quando si godono le dolcezze della contemplazione: questo stato suppone tanta discrezione, umiltà, docilità, e principalmente tanta prudenza per saper ben conciliare la passività con l’attività, che è moralmente impossibile non smarrirsi senza i consigli d’una guida molto accorta. Ecco perchè Santa Teresa apriva l’anima con tanta semplicità ai suoi direttori; ecco perchè S. Giovanni della Croce ritorna spesso sulla necessità di aprirsi tutto al direttore: “Dio, dice, brama talmente che l’uomo si assoggetti alla direzione d’un altro uomo, che non vuole assolutamente vederci prestar piena credenza alle verità soprannaturali da lui stesso comunicate prima che siano passate per il canale d’una bocca umana” 538-1.

539.   A compendiare quanto abbiamo detto, non c’è di meglio che citare le parole del P. Godinez: “Su mille persone che Dio chiama alla perfezione dieci appena corrispondono, e su cento che Dio chiama alla contemplazione, novantanove mancano all’appello… Bisogna riconoscere che una delle cause principali è la mancanza di maestri spirituali… Costoro sono, dopo la grazia di Dio, i nocchieri che guidano le anime attraverso lo sconosciuto mare della vita spirituale. E se nessuna scienza, nessuna arte, per semplice che sia, può essere imparata senza un maestro che l’insegni, tanto meno si potrà imparare quell’alta sapienza della perfezione evangelica ove s’incontrano così profondi misteri… Stimo quindi cosa moralmente impossibile che, senza miracolo o senza maestro, un’anima possa per lunghi anni passare per ciò che vi è di più alto e di più arduo nella vita spirituale senza correr rischio di perdersi”.

540.   Si può dunque dire che la via normale per far progressi nella vita spirituale sta nel seguire i consigli d’un saggio direttore. Infatti la maggior parte delle anime fervorose ne sono persuase e praticano la direzione al santo tribunale della penitenza. Quando, in questi ultimi anni, si volle formare una schiera di anime elette, nessun altro mezzo fu giudicato migliore della direzione premurosamente praticata nei patronati, nelle colonie estive e principalmente nei ritiri chiusi. Nulla dunque di più efficace per santificar le anime, a patto che vi si osservino le regole che ora richiameremo.

II. Regole per assicurare la buona riuscita della direzione.

Perchè la direzione sia proficua, è necessario:

▪   1° determinarne bene l’oggetto;

▪   2° procurare la collaborazione del direttore e del diretto.

1° OGGETTO DELLA DIREZIONE.

541.   APrincipio generale. L’oggetto della direzione è tutto ciò che riguarda la formazione spirituale delle anime. La confessione tocca soltanto l’accusa delle colpe; la direzione va molto più in là. Risale alle cause dei peccati, alle inclinazioni profonde, al temperamento, al carattere, alle abitudini contratte, alle tentazioni, alle imprudenze; e ciò per poter trovare i veri rimedii, quelli che mirano alla radice stessa del male. Per meglio combattere i difetti, si occupa delle opposte virtù, virtù comuni a tutti i cristiani e virtù speciali a ogni categoria di persone; dei mezzi per meglio praticarle; degli esercizi spirituali che, come la meditazione, l’esame particolare, la devozione al SS. Sacramento, al Sacro Cuore, alla SS. Vergine, ci forniscono armi spirituali per avanzarci nella pratica delle virtù. Tratta della vocazione, e, regolata che sia questa partita, dei doveri particolari di ogni stato. L’oggetto dunque, come si vede, ne è molto esteso.

542.   BApplicazioni. a) Per ben dirigere un’anima, il direttore deve conoscere ciò che vi è di principale nella sua vita passata, le colpe abituali, gli sforzi già tentati per correggersene e i risultati ottenuti, a fine di veder bene ciò che resta da fare; poi le disposizioni presenti, le inclinazioni, le ripugnanze, il genere di vita che si mena, le tentazioni che si provano e la tattica tenuta per vincerle, le virtù di cui si sente maggior bisogno e i mezzi usati per acquistarle; tutto ciò per poter dare più opportuni consigli.

b) Solo allora si può più facilmente stendere un programma di direzione; programma pieghevole che s’adatti allo stato attuale del penitente per renderlo migliore. Non si può infatti guidare tutte le anime allo stesso modo; bisogna prenderle al punto in cui si trovano, per aiutarle a salire gradatamente, senza far troppi salti, il ripido sentiero della perfezione. E poi le une sono più ardenti e generose, le altre più calme e più lente; non tutte sono chiamate allo stesso grado di perfezione.

543.   Vi è però un ordine progressivo da seguire, onde si può avere una certa unità di direzione. Diamone alcuni esempi.

1) Da principio si deve insegnare alle anime a santificar bene tutte le azioni ordinarie, offrendole a Dio in unione con Nostro Signore (n. 238). È questa una pratica da osservare per tutta la vita e su cui bisogna ritornare assai spesso, collegandola collo spirito di fede che è così necessario in tempi di tanto naturalismo.

2) La purificazione dell’anima con la pratica della penitenza e della mortificazione non deve mai smettersi intieramente e bisogna richiamarvi spesso le anime dirette, tenendo conto delle loro spirituali disposizioni per variare opportunamente gli esercizi di questa virtù.

3) L’umiltà, come virtù fondamentale, dev’essere inculcata quasi fin da principio e richiamata spesso ai penitenti in tutti gli stadii della vita spirituale.

4) La carità verso il prossimo viene frequentemente violata anche dalle persone devote, onde vi si insisterà molto negli esami di coscienza e nelle confessioni.

5) Essendo l’unione abituale con Nostro Signore, modello e collaboratore, uno dei mezzi più efficaci di santificazione, non si deve temere di ritornarvi sopra di frequente.

6) La forza di carattere, fondata su convinzioni profonde è virtù particolarmente necessaria ai dì nostri, onde bisogna diligentemente coltivarla e aggiungervi l’onestà e la lealtà che ne sono inseparabili.

7) L’apostolato è specialmente richiesto in un secolo di proselitismo come il nostro, e il direttore deve mirare a formar schiere di anime elette, che possano aiutare il sacerdote nelle mille occorrenze dell’evangelizzazione delle anime.

Quanto al resto, non c’è che da tener conto di quanto diremo spiegando le tre vie.

2° DOVERI DEL DIRETTORE E DEL DIRETTO.

La direzione non otterrà serii risultati se direttore e diretto non lavorano insieme a quest’opera comune, animati tutti e due di buona volontà.

1) I doveri del direttore.

544.   S. Francesco di Sales dichiara che il direttore deve possedere tre doti principali 544-1: “bisogna che sia pieno di carità, di scienza e di prudenza: se manca una di queste tre doti, c’è pericolo”.

A) La carità che gli è necessaria è un affetto soprannaturale e paterno che gli fa vedere nei diretti figli spirituali affidatigli da Dio stesso, perchè vi faccia crescere Gesù Cristo e le sue virtù: “Filioli mei, quos iterum parturio donec formetur Christus in vobis” 544-2.

a) Li circonda quindi tutti della stessa sollecitudine e delle stesse premure facendosi tutto a tutti per tutti santificarli, spendendo tempo, cure e anche se stesso, per formare in loro le cristiane virtù. Avverrà certamente che, nonostante gli sforzi, si sentirà talora attratto più verso gli uni che verso gli altri, ma dovrà con la volontà reagire contro le simpatie od antipatie naturali; e schiverà con la massima cura quelle affezioni sensibili che mirerebbero a crear degli attacchi, innocenti da principio, poi disturbanti e pericolosi così per la sua riputazione come per la sua virtù. Voler affezionare a sè cuori fatti per amar Dio, è una specie di tradimento, come ben dice l’Olier: “Avendoli Nostro Signore scelti (si tratta dei direttori di anime) per andare a conquistargli dei regni, vale a dire i cuori degli uomini, che gli appartengono, che acquistò coll’effusione del sangue e in cui vuole stabilire il suo impero, in cambio di dargli questi cuori come a loro legittimo sovrano, li prendono per sè e se ne rendono padroni e proprietari…… Oh! quale ingratitudine, quale infedeltà, quale oltraggio, quale perfidia!” 544-3. E sarebbe pure porre quasi insormontabile ostacolo al progresso spirituale dei diretti, come all’avanzamento proprio, non volendo Dio saperne di cuori divisi.

545.   b) Questa bontà non deve però essere debolezza ma associarsi alla fermezza e alla franchezza; il direttore avrà il coraggio di fare paterne ammonizioni, di additare e di combattere i difetti dei penitenti, e di non lasciarsi dirigere da loro. Vi sono persone molto destre, molto cerimoniose, che vogliono sì un direttore ma a patto che s’acconci ai loro gusti e alle loro fantasie; più che direzione costoro cercano approvazione della loro condotta: per star in guardia contro abusi di questo genere, ove potrebbe andarne anche della sua coscienza, il direttore non si lascerà cogliere dai raggiri di questi o di queste penitenti, ma, ricordandosi che rappresenta Gesù Cristo, darà ferme decisioni secondo le regole della perfezione e non secondo i desideri dei diretti.

546.   c) Specialmente nella direzione delle donne occorre riserbo e fermezza. Il P. Desurmont, uomo di grande esperienza, scrive a questo proposito 546-1: “Nessuna parola affettuosa, nessuna espressione di tenerezza, nessun secreto colloquio che non sia indispensabile; nulla di troppo espressivo nè nello sguardo nè nel gesto, neppur l’ombra di familiarità; in fatto di conversazioni il puro necessario; in fatto di relazioni diverse da relazioni di coscienza, solo quelle che hanno seria utilità; nessuna direzione fuori del confessionale e nessun commercio epistolare per quanto è possibile”. Quindi, pur mostrando la premura che si porta alla loro anima, bisogna nascondere quella che si porta alla loro persona: “non devono neppur sospettare che si pensa a loro o che si ha premura di loro, perchè sono cosiffatte che, se si accorgono che ci sia stima particolare o affezione, cadono quasi irresistibilmente nel naturale o per vanità o per affetto”. E aggiunge: “Generalmente è bene che ignorino quasi di esser dirette. La donna ha il difetto della sua buona qualità: è istintivamente pia ma è anche istintivamente orgogliosa della sua pietà. L’addobbo dell’anima la impressiona come quello del corpo. L’accorgersi che si vuole arnarla di virtù, è ordinariamente un pericolo per lei”. Si dirigono quindi senza dirlo; e si danno loro consigli di perfezione come se si trattasse di cose comuni alle anime.

547.   B) Alla santa premura aggiungerà la scienza, cioè la conoscenza della teologia ascetica tanto necessaria al confessore, come abbiamo provato al n. 36. Non lascerà dunque di leggere e rileggere autori spirituali, correggendo i giudizi suoi su quelli di cotesti autori e confrontando la condotta sua con quella dei Santi.

548.   C) Ma gli occorre sopratutto prudenza e sagacia per dirigere le anime non secondo le proprie idee ma secondo i movimenti della grazia, il temperamento e il carattere dei penitenti, e le soprannaturali loro inclinazioni 548-1.

a) Il P. Libermann faceva giustamente osservare che il direttore non è che uno strumento a servizio dello Spirito Santo 548-2; deve quindi prima di tutto studiarsi di conoscere, con prudenti interrogazioni, l’azione di questo divino Spirito in un’anima; “Considero, scriveva, come punto capitale in fatto di direzione, il discernere in ogni anima le disposizioni che vi si trovano: ciò che lo stato interiore di quest’anima può portare; il lasciar operare la grazia con grande libertà; il distinguere le false ispirazioni dalle vere e impedire alle anime di deviare o di eccedere nelle loro inclinazioni”. In un’altra lettera aggiunge: “Il direttore, visto che abbia e accertato che Dio opera in un’anima, non deve far altro che guidare quest’anima in guisa che essa segua la grazia e sia fedele. Mai deve ispirarle i propri gusti e le proprie inclinazioni, nè guidarla secondo il suo modo di fare o il suo modo di vedere. Il direttore che si regolasse così, stornerebbe spesso le anime dalla condotta di Dio e contrarierebbe spesso la grazia di Dio in loro”.

Aggiungeva però che questo si applica alle anime che corrono difilate alla perfezione. Per le tiepide e rilassate sta al direttore a studiarsi con esortazioni, consigli, riprensioni, con tutte le industrie dello zelo, di strapparle al loro letargo spirituale.

549.   b) La prudenza di cui qui si tratta, è dunque prudenza soprannaturale, fortificata dal dono del consiglio, che il direttore deve continuamente chiedere allo Spirito Santo. L’invocherà particolarmente nei casi difficili, recitando in cuore un Veni Sancte Spiritus prima di dare importanti risoluzioni; e, dopo averlo consultato, baderà ad ascoltarne con filiale docilità la interiore risposta, per trasmetterla al suo diretto: “Sicut audio, judico, et judicium meum justum est” 549-1. Sarà allora veramente lo strumento dello Spirito Santo, instrumentum Deo conjunctum, e fruttuoso ne sarà il ministero.

Tuttavia questa attenzione di prender consiglio da Dio non gl’impedirà di adoprare tutti i mezzi suggeriti dalla prudenza per ben conoscere il diretto. Non si contenterà delle sue affermazioni ma ne osserverà la condotta, ascolterà quelli che lo conoscono, e senza accettarne tutti i giudizi, ne terrà conto secondo le regole della prudenza.

550.   c) La prudenza lo guiderà non solo nei consigli che darà ma anche in tutte le circostanze che riguardano la direzione. 1) Così non consacrerà che il tempo necessario a questa parte del suo ministero per quanto importante sia; non lunghe conversazioni, non chiacchiere inutili, non domande indiscrete; tenersi solo a ciò che è essenziale e veramente utile al bene delle anime: un consiglio preciso, una pratica chiaramente esposta bastano ad occupare un’anima per una quindicina di giorni o per un mese. Sopratutto poi avrà direzione virile, e si studierà di guidare i diretti in modo che possano, dopo qualche tempo, non già, fare intieramente da sè ma almeno contentarsi di più breve direzione e risolvere le difficoltà ordinarie per mezzo dei principii generali loro inculcati.

2) Se per giovani e uomini si può far la direzione dovunque, anche passeggiando o in un cortile di ricreazione, bisogna essere assai riservati con donne; d’ordinario non si devono ricevere che in confessionale e dirigere che in confessione, brevemente, senza lasciarle entrare in particolari inutili. Noi siamo di tutti e avendo il tempo assai limitato, non conviene sprecarlo. Si deve certamente esser pazienti e dare a ogni anima tutto il tempo necessario, ma ricordarsi pure che vi sono altre anime bisognose del nostro ministero.

2) I doveri del diretto.

551.   Il diretto vedrà Nostro Signore nella persona del direttore; infatti se è vero che ogni autorità viene da Dio, la cosa è anche più vera quando si tratta dell’autorità che il sacerdote esercita sulle coscienze: il potere di legare e di sciogliere, di aprire e di chiudere le porte del cielo, di guidar le anime nelle vie della perfezione, è il più divino di tutti i poteri, e non può quindi trovarsi se in chi è il rappresentante ufficiale e l’ambasciatore di Cristo: “Pro Christo ergo legatione fungimur, tamquam Deo exhortante per nos” 551-1. È questo il principio da cui derivano i tre doveri verso il direttore: rispetto, confidenza, docilità.

552.   A) Bisogna rispettarlo come il rappresentante di Dio, rivestito della sua autorità in ciò che ha di più intimo e di più onorevole. Perciò se avesse qualche difetto, non ci si fissa il pensiero e non se ne guarda che l’autorità e la missione. Si schiveranno quindi attentamente quelle critiche acerbe che fanno perdere o attenuano il rispetto filiale che gli si deve avere. Si eviterà pure quella eccessiva familiarità che è difficilmente compatibile col vero rispetto. Questo rispetto sarà temperato dall’affetto, affetto semplice e cordiale ma rispettoso come di figlio a padre; affetto che escluda il desiderio d’esserne amato in particolare, e le piccole gelosie che talora ne seguono. “Deve insomma essere amicizia forte e dolce, tutta santa, tutta sacra, tutta divina e tutta spirituale” 552-1.

553.   B) Rispetto accompagnato pure da filiale confidenza e da grande apertura di cuore. “Trattate con lui (col direttore) a cuore aperto, dice S. Francesco di Sales 553-1, con tutta sincerità e fedeltà, manifestandogli chiaramente il bene e il male vostro senza finzioni nè dissimulazioni: a questo modo il vostro bene sarà esaminato e diverrà più sicuro e il male sarà corretto e rimediato… Abbiate in lui somma confidenza associata a sacra riverenza, in modo che la riverenza non diminuisca la confidenza e la confidenza non impedisca la riverenza”. Bisogna quindi aprirgli il cuore con intiera confidenza, palesargli le tentazioni e le debolezze perchè ci aiuti a vincerle o a guarirle, i desideri e le risoluzioni per averne l’approvazione, il bene che intendiamo fare perchè lo rinsaldi, i futuri disegni perchè li esamini e ci suggerisca i mezzi di porli in esecuzione, tutto ciò insomma che si riferisce al bene dell’anima nostra. Quanto più ci conoscerà tanto più potrà saviamente consigliarci, incoraggiarci, consolarci, fortificarci, cosicchè, uscendo dalla direzione, ripeteremo le parole dei discepoli d’Emmaus: “Non è vero che il cuore ci ardeva dentro mentre ci parlava?” 553-2

554.   Vi sono persone che bramerebbero di aver questa perfetta apertura, ma che, per una certa timidità o riserbo, non sanno come esporre lo stato dell’anima loro. Ne facciano parola col direttore ed egli le aiuterà con opportune interrogazioni, e, occorrendo, col prestar loro qualche libro che insegni il modo di conoscersi e di scrutarsi; rotto che sia il ghiaccio, le comunicazioni diverranno poi facili.

Altri invece sono inclinati a discorrer troppo e cangiar la direzione in pia chiacchierata; si ricordino costoro che il tempo del sacerdote è limitato, che altri aspettano il loro turno e potrebbero impazientirsi di queste lungaggini. Bisogna quindi sbrigarsi, lasciando pur qualche cosa per la prossima seduta.

555.   C) La franchezza dev’essere accompagnata da grande docilità nell’ascoltare e nel seguire i consigli del direttore. Non c’è nulla di meno soprannaturale che volerlo indurre nei nostri sentimenti e nelle nostre idee; nulla pure di più nocivo al bene dell’anima; perchè non si cerca allora la volontà di Dio ma la propria, con questa circostanza aggravante che si abusa d’un mezzo divino a fine egoistico. L’unico nostro desiderio dev’essere di conoscere la divina volontà per mezzo del direttore, e non di estorcerne l’approvazione con più o meno abili raggiri; si potrà riuscire a ingannare il direttore ma non a ingannare chi è da lui rappresentato.

Abbiamo certo il dovere di fargli conoscere i nostri gusti e le nostre ripugnanze, e se scorgiamo difficoltà o una specie d’impossibilità a mettere in pratica quel tal suo consiglio, dobbiamo dirglielo con tutta semplicità; ma, fatto questo, non ci resta che sottometterci. Assolutamente parlando, il direttore può ingannarsi ma non c’inganniamo noi nell’ubbidirgli, salvo naturalmente il caso che ci consigliasse qualche cosa di contrario alla fede o ai costumi, che allora bisognerebbe cambiar direttore.

556.   D) Ma solo per gravi ragioni e dopo matura riflessione bisogna scegliere un altro direttore. È infatti necessario aver certa continuità nella direzione, che non può aversi quando si cambia di frequente guida spirituale.

a) Vi sono persone tentate di cambiar confessore: per curiosità, per sapere quale sarà la condotta d’un altro; è facile che uno si stanchi di sentir spesso gli stessi consigli, tanto più se riguardano cose sgradite alla natura; per incostanza perchè riesce sempre un poco difficile attenersi a lungo alle stesse pratiche; per superbia, volendo andare al direttore che gode maggior riputazione o che è più in voga, oppure desiderando trovarne uno che ci lisci di più; per una specie d’inquietudine, la quale fa che non si è mai contenti di ciò che si ha e che si vada sempre sognando perfezione immaginaria; per mal regolato desiderio di far conoscere il proprio interno a vari confessori, perchè se ne prendano pensiero o ci rassicurino; per falsa vergogna, per nascondere al direttore ordinario certe umilianti debolezze. È chiaro che questi sono motivi insufficienti e quindi da scartarsi se si vuole alacremente progredire nella vita spirituale.

557.   b) Per altro verso bisogna rammentare che la Chiesa insiste sempre più sulla libertà che si deve avere nella scelta del confessore; chi dunque ha buone ragioni per rivolgersi ad altri, non deve esitare a farlo. Quali sono queste ragioni? 1) Se, nonostante tutti gli sforzi fatti, uno non riesce ad aver pel proprio direttore il rispetto, la confidenza e l’apertura di cui abbiamo parlato, bisogna cambiarlo, quand’anche si trattasse di sentimenti privi di buono o sodo fondamento 557-1; perchè non si potrebbe allora trar profitto dai suoi consigli. 2) Tanto più poi se ci fosse fondatamente da temere che ci distogliesse dalla perfezione o per motivi troppo naturali o per affetto troppo vivo e troppo sensibile che ci dimostrasse. 3) Così pure se uno chiaramente si accorgesse che il direttore non ha nè la scienza, nè la prudenza, nè la discrezione necessaria.

Sono certamente casi rari; ma quando si presentassero, bisogna ricordarsi che la direzione non fa del bene se non quando direttore e diretto lavorano insieme con mutua confidenza.

§ II. Il regolamento di vita 558-1.

558.   Questo regolamento è destinato a continuar l’opera del direttore, dando al penitente principii e regole che lo aiutino a santificar tutte le azioni con l’obbedienza, e a porgergli una savia e sicura norma di condotta. Ne esporremo:

▪   1° l’utilità;

▪   2° le qualità;

▪   3° il modo d’osservarlo.

I. Utilità d’una regola di vita.

Utile anche ai semplici fedeli che vogliano santificarsi nel mondo, questa regola è più specialmente necessaria ai membri di comunità e ai sacerdoti che vivono nel ministero. Giova non solo alla santificazione nostra ma anche alla santificazione del prossimo.

559.   1° Utilità per la santificazione nostra. Per santificarsi è necessario utilizzar bene il tempo, rendere soprannaturali le proprie azioni e seguire un certo programma di perfezione. Ora una regola di vita, ben concertata col direttore, ci procura questo triplice vantaggio.

A) Ci fa utilizzar meglio il tempo. Confrontiamo infatti la vita d’una persona che segue una regola di vita e quella d’un’altra che non ne ha.

aSenza regolamento si spreca fatalmente molto tempo: 1) nascono infatti allora esitazioni su ciò che sia meglio fare; s’impiega tempo a deliberare, a pesare il pro ed il contro, e poichè per molte cose non si trova ragion decisiva, si può rimanere incerti; onde, prendendo la natura il sopravvento, si è esposti a lasciarsi trascinare dalla curiosità, dal piacere o dalla vanità. — 2) Si trasanda pure facilmente un certo numero di doveri: non essendosi previsto né determinato il momento e il luogo favorevole di adempiere cotesti doveri, se ne omettono alcuni perchè non si trova più il tempo di farli.

3) Tali negligenze rendono incostanti: uno fa ora un vigoroso sforzo per ripigliarsi e ora si abbandona alla naturale indolenza, appunto perchè non si ha una regola fissa per correggere l’incostanza della natura.

560.   b) Invece con un ben determinato regolamento si risparmia molto tempo: 1) Non più esitazioni: si sa esattamente ciò che si deve fare e quando; se non si riesce a fissar l’orario in modo matematico, almeno si sono posti dei punti fermi e fissati, dei principii sugli esercizi di pietà, sul lavoro, sulle ricreazioni, ecc. 2) Non più l’imprevisto o almeno poca cosa: perchè, anche per le circostanze straordinarie che possono capitare, si è già determinato quali esercizi si possono abbreviare, e come vi si può supplire con altre pratiche; in ogni caso, cessando l’imprevisto, si ritorna immediatamente alla regola. — 3) Non più incostanza, perchè il regolamento ci sollecita a far sempre ciò che è prescritto ogni giorno e nelle principali ore del giorno. Si formano così buone abitudini che danno stabile ordine alla nostra vita e ne assicurano la perseveranza; i nostri giorni diventano giorni pieni, pieni di opere buone e di meriti.

561.   B) La regola ci aiuta a rendere soprannaturali tutte le nostre azioni. a) Infatti vengono tutte fatte per obbedienza; onde questa virtù aggiunge lo speciale suo merito al merito proprio di ogni atto virtuoso. In questo senso vale il detto che vivere secondo la regola è vivere per Dio, perchè è fare costantemente la santa sua volontà. Vi è pure in questa fedeltà alla regola un innegabile valore educativo: in cambio del capriccio e del disordine, che tendono a prevalere in una vita mal regolata, prendono il sopravvento la volontà e il dovere e quindi l’ordine e l’assestamento: la volontà è assoggettata a Dio e le facoltà inferiori si piegano ad obbedire alla volontà: è un progressivo ritorno allo stato di giustizia originale.

b) È facile allora avere, in tutte le azioni, intenzioni soprannaturali: il solo fatto di vincere i propri gusti e i propri capricci mette già ordine nella vita e dirige le azioni a Dio; inoltre un buon regolamento di vita prescrive un momento di raccoglimento prima di ogni principale azione e ci suggerisce le migliori intenzioni soprannaturali per ben compirla; ognuna quindi viene esplicitamente santificata e diventa atto d’amor di Dio. Chi potrà dire il numero di meriti così accumulati ogni giorno!

562.   C) La regola traccia un programma di perfezione.

a) Ed è veramente un programma quello che abbiamo descritto e il seguirlo è un progredire verso la perfezione: è la via della conformità alla volontà di Dio tanto lodata dai Santi.

b) E poi non vi è compita regola di vita che non indichi le principali virtù da praticare secondo la condizione del penitente e il suo stato spirituale. Occorrerà certo di dover talora modificare questo piccolo programma pei nuovi bisogni che potranno nascere; ma è cosa che si farà d’accordo col direttore, inserendola poi nel regolamento di vita perchè serva di guida.

563.   2° La santificazione del prossimo, com’è chiaro, non potrà che guadagnarci. Per santificar gli altri, bisogna unire la preghiera all’azione, utilizzar bene il tempo consacrato all’apostolato e dar buon esempio. Or questo fa per l’appunto chi è fedele al regolamento.

A) Trova in una vita ben regolata il modo pratico di conciliar la preghiera con l’azione. Persuaso che anima dell’apostolato è la vita interiore, si fissa nel regolamento un certo numero di ore per la meditazione, per la santa messa, per il ringraziamento e per tutti gli esercizi necessari allo spirituale alimento dell’anima (n. 523).

Il che non toglie che consacri un notevole tempo all’apostolato; sa infatti disporre bene di tutti gli istanti (n. 560), e ne trova quindi per far tutto con ordine e metodo; ha le ore stabilite per le diverse opere parrocchiali, per le confessioni, per l’amministrazione dei sacramenti; i fedeli ne sono avvertiti, e, purchè si dia loro il tempo veramente necessario, sono anche essi contenti di sapere a qual preciso momento possono trovare il sacerdote.

564.   B) Rimangono pure edificati degli esempi di puntualità e di regolarità che dà il sacerdote: non possono fare a meno di pensare e di dire che è l’uomo del dovere, costantemente fedele ai regolamenti fissati dall’autorità ecclesiastica. Quindi quando poi lo sentono proclamare dal pulpito o dal confessionale l’obbligo d’obbedire alle leggi di Dio e della Chiesa, ci si sentono stimolati dal suo esempio più ancora che dalle sue parole, e osservano più fedelmente i divini comandamenti.

Ecco come un sacerdote, il quale osservi il regolamento di vita, santifica sè e gli altri; il che è vero anche per i laici che si consacrano all’apostolato.

II. Qualità di una regola di vita.

A produrre questi santi effetti, la regola dev’essere concertata col direttore, pieghevole e salda nello stesso tempo e distribuire i doveri secondo la relativa loro importanza.

565.   1° Dev’essere concertata col direttore, come richiedono la prudenza e l’obbedienza: a) la prudenza, perchè, per stendere una regola di vita pratica, occorre molta discrezione ed esperienza, vedere non solo ciò che è bene in sè ma anche ciò che è bene per quella determinata persona; ciò che le è possibile e ciò che ne supera le forze; ciò che è opportuno nell’ambiente in cui vive e ciò che non lo è. Ora ci son ben poche persone che possano saviamente regolare tutte queste cose. b) D’altra parte uno dei vantaggi del regolamento è quello di porgere occasione a praticar l’obbedienza: il che non avverrebbe se uno se lo fissasse da sè senza sottoporlo a una legittima autorità.

566.   2° Dev’essere abbastanza salda per reggere la volontà e insieme abbastanza pieghevole per adattarsi alle varie circostanze che occorrono nella vita reale e che sconcertano talora le nostre previsioni.

a) Sarà salda, se contiene tutto ciò che è necessario per fissare, almeno come principio, il tempo e il modo di fare i vari esercizi spirituali, di compiere i doveri del nostro stato, di praticar le virtù che convengono al nostro genere di vita.

567.   b) Sarà pieghevole, se, pur determinando questi punti, lasci una certa latitudine per modificar l’orario, per sostituire ad una pratica, che non sia essenziale, un’altra equivalente e che meglio convenga alle circostanze, e anche per abbreviare qualche esercizio quando la carità o uno stringente dovere lo esiga, salvo poi a compierlo in un altro momento.

Questa pieghevolezza deve principalmente applicarsi alle formule di preghiera o d’offerta delle azioni, secondo la savia osservazione di S. G. Eudes 567-1 : “Onde io vi prego di ben notare che la pratica delle pratiche, il secreto dei secreti, la devozione delle devozioni, sta nel non essere attaccati ad alcuna pratica od esercizio particolare di devozione, ma di avere grande cura in tutti i vostri esercizi ed azioni di darvi allo Spirito Santo di Gesù, e di darvigli con umiltà, confidenza e distacco da tutte le cose, affinchè, trovandovi senza attaccamento al vostro pensiero e alle vostre devozioni e disposizioni, abbia pieno potere e libertà di operare in voi secondo i suoi desideri, di mettere in voi quelle disposizioni e quei sentimenti di devozione che vorrà, e di condurvi per le vie che gli piacerà”.

568.   3° Darà finalmente a ogni dovere la rispettiva importanza. Vi è infatti una gerarchia nei doveri: a) È chiaro che Dio vi deve occupare il primo posto, poi la salute dell’anima nostra e da ultimo la santificazione del prossimo. Non vi è certamente alcun vero conflitto tra questi doveri; devono invece, se vogliamo, conciliarsi fra loro molto bene: chi glorifica Dio in sostanza lo conosce e lo ama, cioè si santifica e lo fa pure conoscere ed amare dal prossimo. Ma chi volesse occupar tutto il tempo nell’apostolato trascurando il gran dovere della preghiera, è evidente che trascurerebbe per ciò stesso il mezzo più efficace dello zelo; ed è parimente chiaro che se uno mette da parte la cura della propria santificazione, si sentirà presto mancare il vero zelo per santificar gli altri. Procurando dunque di dare a Dio la parte sua, che è la prima, e di serbarsi il tempo di lavorare, coi più essenziali esercizi, alla propria santificazione, si è sicuri d’esercitar l’apostolato in modo più fecondo. Quindi i primi e gli ultimi momenti del giorno saranno per Dio e per noi; potremo poi darci all’azione, pur interrompendola ogni tanto con qualche buon pensiero a Dio. Così la nostra vita sarà divisa tra la preghiera e l’apostolato.

b) Ma in certe urgenti circostanze bisogna applicare un altro principio ed è questo: si deve fare ciò che preme di più, id prius quod est magis necessarium. Sarebbe il caso d’un sacerdote chiamato al letto d’un moribondo: si lascia tutto per corrervi; cercando però di occuparsi per via in santi pensieri, che tengano il posto dell’esercizio spirituale che si doveva fare in quel momento.

III. Del modo d’osservar la propria regola.

569.   Perchè la regola sia santificante, bisogna osservarla integralmente e cristianamente.

1° Integralmente, vale a dire in tutte le sue parti, compresa la puntualità. Se infatti, senza motivo ragionevole, sceglieremo tra i vari punti, ne verrà che osserveremo quelli che sono meno incomodi e trascureremo quelli che sono più penosi. Perderemo così i principali vantaggi annessi all’esatta sua osservanza; perchè anche nei punti osservati saremo esposti a lasciarci guidare dal capriccio o almeno dalla propria volontà. Bisogna quindi praticar tutta intiera la regola e, se è possibile, alla lettera; che se per grave ragione non si può, è necessario seguir lo spirito della regola facendo tutto ciò che, moralmente parlando, è possibile.

570.   Vi sono due difetti da evitare, lo scrupolo e la rilassatezza. 1) Via gli scrupoli: se c’è qualche grave ragione di dispensarsi da un punto, di differirlo o di sostituirlo con qualche equivalente, si faccia senza inquietudine. Così un urgente dovere del nostro stato, per esempio la visita d’un infermo, ci dispensa dalla visita al SS. Sacramento nel caso che tornassimo troppo tardi; e vi suppliremo allora pensando a Nostro Signore lungo la via; così pure la cura dei bambini dispensa una madre di famiglia da una comunione di regola se non è possibile conciliare questi due doveri: la comunione spirituale sostituisce allora la comunione sacramentale.

2) Ma via pure la rilassatezza: l’immortificazione, il desiderio di discorrere a lungo senza necessità, la curiosità ecc., non sono ragioni sufficienti per differire un esercizio, col rischio d’ometterlo poi intieramente. Così, chi non può compiere un dato dovere nella forma abituale deve studiarsi di compierlo sotto altra forma: per esempio, un sacerdote obbligato a portare il viatico in tempo di meditazione, si studierà di convertire in una specie di meditazione affettiva l’adempimento di questo dovere, porgendo ossequi al Dio dell’Eucaristia che porta sul cuore 570-1.

571.   La puntualità fa parte dell’osservanza integrale della regola: chi, senza buona ragione, non comincia un esercizio al tempo stabilito, resiste già alla grazia che non conosce ritardi, si espone a non aver poi più il tempo di farlo intieramente, o, se si tratta di esercizio pubblico, a far indebitamente aspettare i fedeli se si è nel ministero, o gli alunni se si è professori, dando un cattivo esempio che si sentiranno pur troppo inclinati a seguire.

572.   2° Cristianamente, vale a dire con intenzione soprannaturale, per far la volontà di Dio e dargli così la più sicura prova del proprio amore. In questa purità d’intenzione sta l’anima della regola: è lei che dà a ognuna delle nostre azioni il suo vero valore, convertendola in atto d’obbedienza e d’amore. Per praticarla, bisogna raccogliersi un pochino prima di operare, domandarci che cosa vuole la regola in quel momento e conformarvi la condotta per piacere a Dio: “quæ placita sunt ei facio semper“. Così, praticando la regola, si vivrà costantemente per Dio: “qui regulæ vivit, Deo vivit“.

§ III. Le letture e le esortazioni spirituali 573-1.

573.   Queste letture od esortazioni sono compimento e continuazione della direzione: un libro spirituale è in sostanza una direzione scritta; e un’esortazione è una direzione orale rivolta a molte anime insieme. Ne esporremo:

▪   1° l’utilità;

▪   2° le disposizioni necessarie per trarne profitto.

I. Utilità delle letture e delle conferenze spirituali.

574.   ADella Sacra Scrittura. Sta senz’altro al primo posto la lettura dei Libri santi e specialmente del Nuovo Testamento.

a) Le anime veramente pie fanno dei Santi Vangeli la loro delizia perchè vi trovano: 1) gl’insegnamenti e gli esempi di Nostro Signor Gesù Cristo, e nulla le forma meglio alla soda pietà, nulla più efficacemente le trae all’imitazione del divino, Maestro.

Avremmo mai capito che cos’è l’umiltà, la dolcezza, la pazienza, la sopportazione delle ingiurie, la verginità, la carità fraterna spinta fino all’immolazione di sè, se non avessimo letto e meditato gli esempi e le lezioni di Nostro Signore su queste virtù? I filosofi pagani, e in particolare gli stoici, scrissero certamente belle pagine su alcune di queste virtù; ma qual differenza tra quelle esercitazioni letterarie e l’accento persuasivo ed efficace del divino Maestro! Si sente nei primi il letterato e spesso l’orgoglioso moralista che si colloca sopra il volgo: “Odi profanum vulgus et arceo“; in Nostro Signore invece si nota una perfetta semplicità che sa abbassarsi all’intelligenza del popolo; e poi Gesù pratica ciò che insegna, e cerca non la gloria sua ma la gloria di Colui che l’inviò.

2) Inoltre le anime credenti sanno che ogni parola, ogni azione del Maestro contiene una grazia speciale che agevola la pratica delle virtù di cui leggono il racconto; adorano il Verbo di Dio nascosto sotto la scorza della lettera e lo supplicano di illuminarle, di far loro intendere, gustare e praticare i suoi insegnamenti. Questa lettura è come una meditazione e un pio colloquio con Gesù, ed escono da questa conversazione più risolute che mai a seguire Colui che ammirano ed amano.

bGli Atti degli Apostoli e le Epistole somministrano pure alimento alla pietà: sono gl’insegnamenti di Gesù vissuti dai discepoli, esposti, commentati, adattati ai bisogni dei fedeli da coloro a cui affidò la cura di continuar l’opera sua: nulla di più commovente, di più efficace di questo primo commento del Vangelo.

575.   cNell’Antico Testamento: 1) vi sono parti che devono trovarsi tra le mani di tutti, come i Salmi. “Il Salterio, scrive il Lacordaire 575-1, era il manuale di pietà dei nostri padri; si vedeva sulla tavola del povero come sull’inginocchiatoio dei Re. È anche oggi, in mano al sacerdote, il tesoro da cui attinge le aspirazioni che lo conducono all’altare, l’arca che lo accompagna tra i pericoli del mondo e nel deserto della meditazione”. È il libro di preghiera per eccellenza, in cui si trovano espressi, con linguaggio pieno di vita e di freschezza, i più bei sentimenti d’ammirazione, d’adorazione, di timore filiale, di riconoscenza e d’amore, le suppliche più ardenti nelle più varie e più penose circostanze, i richiami del giusto perseguitato alla divina giustizia, i gemiti di pentimento del peccatore contrito ed umiliato, la speranza di misericordioso perdono e le promesse di vita migliore. Leggerli, meditarli e conformarvi i sentimenti, è certo occupazione molto santificante 575-2.

2) Anche i libri sapienziali possono essere fruttuosamente letti dalle anime pie; vi troveranno, insieme coi premurosi inviti della Sapienza increata a vita migliore, la descrizione delle principali virtù da praticare riguardo a Dio, al prossimo e a sè stessi.

3) Quanto ai libri storici e profetici, perchè la lettura ne sia proficua occorre una certa preparazione, e vi si deve sopratutto vedere l’azione provvidenziale di Dio sul popolo eletto, per preservarlo dall’idolatria e continuamente ricondurlo, non ostante i suoi traviamenti, al culto del vero Dio, alla speranza del Liberatore, alla pratica della giustizia, dell’equità, della carità, specialmente verso i piccoli e gli oppressi. Quando si possegga questa preparazione, vi si trovano attraentissime pagine; e se insieme con le buone opere vi si narrano pure le debolezze dei servi di Dio, è per ricordarci l’umana fragilità e farci ammirare la divina misericordia che perdona i peccatori pentiti 575-3.

576.   BDegli autori spirituali. Sono, chi li sappia scegliere tra i migliori, specialmente tra i santi, maestri insieme ed ammonitori.

a) Sono maestri, che, possedendo la scienza dei santi e avendola praticata, ci fanno capire e gustare i principi e le regole della perfezione; ci rinsaldano la persuasione rispetto all’obbligo di tendere alla santità; ce ne indicano i mezzi, mezzi tanto più efficaci in quanto che li praticarono loro stessi; ci esortano, ci animano, ci traggono a seguirli.

Sono maestri tanto più utili in quanto che sono sempre a nostra disposizione; e, con l’aiuto del direttore, possiamo scegliere quelli che convengono meglio allo stato dell’anima nostra trattenendoci con loro quanto vogliamo. Vi sono infatti ottimi autori adatti alle condizioni di ogni anima, e che rispondono a tutti i loro attuali bisogni; tutto sta a saperli scegliere bene e leggerli col desiderio di trarne profitto.

577.   b) Sono pure ammonitori assai benevoli, che ci svelano i nostri difetti con riguardo e dolcezza. Son paghi di mostrarci l’ideale da perseguire, invitandoci a studiar noi stessi con l’aiuto di questo specchio spirituale, per rilevar lealmente le nostre buone qualità e i nostri difetti, le tappe già percorse e quelle che dobbiamo ancora percorrere per accostarci alla perfezione. Ci sono così agevolate le riflessioni su noi medesimi e le generose risoluzioni.

Non è quindi meraviglia che la lettura dei libri spirituali, comprese le vite dei Santi, abbiano causato conversioni come quelle d’Agostino e d’Ignazio, e condotto ai più alti gradi di perfezione anime che altrimenti sarebbero vissute nella mediocrità.

578.   CDelle conferenze spirituali. Queste conferenze hanno sulle letture un doppio vantaggio: as’adattano meglio ai bisogni speciali degli uditori, essendo state composte espressamente per loro; b) sono più vive e, a parità di condizioni, più efficaci dei libri, più atte a trasfondere la persuasione nelle anime: lo sguardo, il tono della voce, il gesto, in una parola l’azione oratoria, fanno risaltar meglio il valore delle cose dette. Ma, perchè ciò avvenga, è chiaro che chi parla deve essersi nutrito l’anima alle migliori sorgenti, sentirsi profondamente convinto di ciò che dice e chiedere a Dio di benedire e di avvivare le sue parole. E si richiede pure che gli uditori siano ben disposti.

II. Disposizioni per approfittare delle letture e delle conferenze 579-1.

579.   La lettura spirituale è in sostanza destinata ad alimentare lo spirito di preghiera, ed è un modo di far meditazione e di trattenersi con Dio, di cui l’autore spirituale è interprete. Essa dimanda:

580.   1° Ci vuole quindi un grande spirito di fede, che ci faccia veder Dio nell’autore e nel predicatore, “tamquam Deo exhortante per nos” 580-1. Ciò che diventa più facile quando colui che scrive o parla si è egli stesso imbevuto della dottrina evangelica e può dire in tutta verità che il suo insegnamento non è suo ma di Gesù Cristo: “Mea doctrina non est mea, sed ejus qui misit me” 580-2.

In ogni caso i lettori o gli uditori reciteranno una preghiera, fervida quanto più sarà possibile, per chiedere a Nostro Signore la grazia di degnarsi di parlar loro al cuore per mezzo del divino suo Spirito. Poi staranno in guardia contro la curiosità, che cerca più di saper cose nuove che di edificarsi; contro la vanità, che vuol conoscere le cose spirituali per poterne parlare e farsi valere; contro lo spirito di critica, che, in cambio di trar profitto da ciò che viene insegnato, l’ascolta per criticarne la sostanza o la forma letteraria. Non si mirerà ad altro che a ben profittarne.

581.   2° Ci vuole un sincero desiderio di santificarsi: non si trae infatti vantaggio dalle letture o dalle conferenze se non in quanto uno vi cerca la propria santificazione. Si deve quindi:

a) Aver fame e sete di perfezione, ascoltare o leggere con quella attenzione operosa che cerca avidamente la parola di Dio, che applica a sè e non agli altri ciò che legge o sente, ruminandolo per meglio digerirlo e metterlo in pratica. Vi si trova allora copioso alimento, qualunque sia l’argomento trattato, perchè nella vita spirituale tutto si intreccia e si connette: ciò che direttamente si applica agli incipienti si può facilmente adattare a quelli che sono più progrediti; ciò che si dice per costoro serve d’ideale ai primi; ciò che si riferisce al futuro consiglia risoluzioni per il presente, perchè a questo modo uno si dispone a ben compire i doveri che obbligheranno solo più tardi; e così la lotta vittoriosa contro le tentazioni future si prepara con la vigilanza nel presente. Si può quindi trar sempre partito per il presente da tutto ciò che vien detto, sopratutto poi se si presta orecchio al predicatore interiore che parla nel più intimo dell’anima a chi lo sappia ascoltare: “Audiam quid loquatur in me Dominus Deus” 581-1.

582.   b) Ecco perchè è necessario leggere lentamente, “fermandovi, dice S. G. Eudes 582-1, a considerare, ruminare, pesare, gustare le verità che maggiormente vi commuovono, per imprimervele bene nella mente e trarne atti ed affetti”. La lettura o l’esortazione diventa allora una meditazione: infatti uno si investe a poco a poco dei pensieri e dei sentimenti che si leggono o si ascoltano, si desidera di metterli in pratica, e se ne chiede internamente la grazia.

583.   3° Ci vuole finalmente lo sforzo serio per cominciare a mettere in pratica ciò che si legge o si ascolta. È ciò che raccomandava S. Paolo ai suoi lettori, scrivendo che non sono già giusti coloro che ascoltano la legge ma quelli che la mettono in pratica: “Non enim auditores legis justi sunt apud Deum, sed factores legis justificabuntur” 583-1. Non fa del resto che commentar la parola del Maestro, il quale, nella parabola della semente, dichiara che traggono profitto della parola di Dio quelli che, “avendo ascoltata la parola con cuore buono ed ottimo, la custodiscono e la fanno fruttificare per mezzo della costanza” 583-2.

Dobbiamo quindi imitare S. Efrem, che riproduceva nelle opere ciò che aveva appreso nelle letture: “pingebat actibus paginam quam legerat” 583-3. La luce non ci vien data se non per l’opera, onde il primo atto deve essere uno sforzo per vivere secondo l’insegnamento ricevuto: “Estote factores verbi et non auditores tantum” 583-4.

§ IV. La santificazione delle relazioni sociali.

584.   Fin qui abbiamo parlato delle relazioni tra l’anima e Dio, sotto la guida del direttore. Ma è chiaro che siamo obbligati ad aver numerose relazioni con molte altre persone, relazioni di famiglia e d’amicizia, relazioni professionali, relazioni d’apostolato. Ebbene tutte possono e devono essere santificate e contribuire a rassodarci nella vita interiore. Per agevolar questa santificazione, esporremo i principii generali che devono regolare queste relazioni, facendone poi l’applicazione alle principali relazioni.

I. Principii generali.

585.   1° Nel disegno primitivo le creature erano destinate a portarci a Dio, ricordandoci ch’egli è l’autore e la causa esemplare di tutte le cose. Ma, dopo la caduta, esse ci attirano in modo che, se non stiamo all’erta, ci distolgono da Dio o almeno ci ritardano il cammino verso di lui. Bisogna quindi reagire contro questa tendenza, e, con lo spirito di fede e di sacrificio, servirci delle persone e delle cose soltanto come mezzi per andare a Dio.

586.   2° Ora, tra le relazioni che abbiamo con le persone, ve ne sono delle volute da Dio, come le relazioni domestiche o quelle richieste dai doveri del nostro stato. Tali relazioni devono essere mantenute e rese soprannaturali. Infatti non si diventa liberi da questi doveri pel fatto che si aspira alla perfezione; si è invece obbligati a compirli in modo più perfetto degli altri. Bisogna però renderle soprannaturali riconducendole al nostro ultimo fine che è Dio. Il mezzo migliore per farlo sta nel considerar le persone con cui siamo in relazione, come figli di Dio, fratelli in Gesù Cristo, rispettarle e amarle in quanto possedono doti che sono un riflesso delle perfezioni di Dio, e sono destinate a parteciparne la vita e la gloria. Così in esse consideriamo e amiamo Dio.

587.   3° Vi sono invece relazioni pericolose o cattive che tendono a farci cadere in peccato o col destare in noi lo spirito mondano, o coll’attaccarci alle creature per via del piacere sensibile o sensuale che proviamo in loro compagnia e al quale siamo esposti a consentire. Fuggire, per quanto è possibile, queste occasioni è cosa obbligatoria e, se non si può evitar l’occasione, è dovere l’allontanarla moralmente, rafforzando la volontà contro l’affetto disordinato a tali persone. Chi opera altrimenti, compromette la propria santificazione e la propria salute; perchè chi ama il pericolo in esso perisce: “Qui amat periculum, in illo peribit” 587-1. Quanto più dunque si vuol essere perfetti, tanto più si deve fuggire le occasioni pericolose, come spiegheremo più tardi parlando della fede, della carità e delle altre virtù.

588.   4° Finalmente vi sono relazioni che per sè non sono nè buone nè cattive ma semplicemente indifferenti, e che possono quindi, secondo le circostanze o l’intenzione, riuscir utili o nocive: tali sono, per esempio, le visite, le conversazioni, le ricreazioni. Un’anima che tende alla perfezione renderà buone queste relazioni con la purità d’intenzione e con la moderazione che serberà in ogni cosa. Prima di tutto non cercherà se non quelle che sono veramente utili alla gloria di Dio, al bene delle anime o a quel necessario sollievo che è richiesto dalla salute del corpo o dal bene dell’anima. Poi, nell’uso di queste cose utili, praticherà quella prudenza, quella modestia, quella temperanza, che tutto riconduce all’ordine voluto da Dio. Quindi via quelle lunghe conversazioni oziose che sono perdita di tempo e occasione di mancare all’umiltà e alla carità; via quei prolungati e smodati divertimenti che stancano il corpo e deprimono l’anima 588-1. Insomma si tenga sempre presente la regola data dall’Apostolo: “Omne quodcumque facitis in verbo aut in opere, omnia in nomine Domini Jesu Christi, gratias agentes Deo et Patri per ipsum” 588-2.

II. Santificazione delle relazioni domestiche.

589.   La grazia non distrugge la natura ma la perfeziona. Ora le relazioni domestiche furono istituite da Dio stesso: volle che la specie umana si propagasse per mezzo della legittima e indissolubile unione dell’uomo e della donna, e che questa unione fosse ancor più rinsaldata dai figli che ne nascerebbero. Onde le intimissime e affettuosissime relazioni tra marito e moglie, tra genitori e figli, che la grazia del sacramento del matrimonio aiuta a rendere soprannaturali.

1° DELLE RELAZIONI TRA GLI SPOSI CRISTIANI 590-1.

590.   Assistendo alle nozze di Cana ed elevando il matrimonio cristiano a dignità di sacramento, Nostro Signore mostrò agli sposi che la loro unione può essere santificata e ne meritò loro la grazia.

A) Prima del matrimonio, l’amore cristiano, amore tenero e ardente, casto e soprannaturale, ne unisce i cuori e li prepara a sopportar più validamente i pesi della famiglia. La natura e il demonio tentano, è vero, d’insinuare in quest’affetto un elemento sensuale che potrebbe essere pericoloso per la virtù; ma i fidanzati cristiani, sorretti dalla pratica dei sacramenti, sapranno dominar questo elemento, e renderanno soprannaturale il mutuo amore, rammentandosi che tutti i nobili sentimenti vengono da Dio e a lui si devono riferire.

591.   B) La grazia del sacramento, unendone i cuori con vincolo indissolubile, ne affinerà e purificherà l’amore. Avranno continuamente dinanzi agli occhi le parole di S. Paolo che afferma che l’unione loro è immagine di quella misteriosa unione che corre tra Cristo e la Chiesa 591-1. “Le donne siano sommesse ai propri mariti come al Signore: perchè l’uomo è capo della donna come Cristo è capo della Chiesa, lui Salvatore del suo corpo. Quindi come la Chiesa è sommessa a Cristo, così anche le donne ai mariti in tutto. Uomini, amate le spose, come Cristo amò la Chiesa e diede sè stesso per lei, per santificarla, mondandola nel lavacro dell’acqua, mediante la parola di vita, per farsi comparire davanti la Chiesa vestita di gloria, senza macchia o ruga o altra tal cosa, ma che sia santa e immacolata. Così anche i mariti devono amar le loro mogli come i propri corpi… Perciò anche ognuno di voi ami la moglie come sè stesso; la moglie poi abbia in riverenza il marito”. Quindi rispetto e mutuo amore, che si avvicini il più possibile all’amore di Cristo per la Chiesa; obbedienza della moglie al marito in tutto ciò che è legittimo; premura e protezione del marito verso la moglie; tali sono i doveri che l’Apostolo addita agli sposi cristiani.

592.   C) Quando Dio dà loro dei figli, li ricevono dalla sua mano come un sacro deposito, li amano non solo come parte di sè stessi ma come figli di Dio, membri di Gesù Cristo, futuri cittadini del cielo; li circondano di continuo affetto e premura; danno un’educazione cristiana, studiandosi di formare in essi le stesse virtù di Nostro Signore, ed esercitano a questo fine con riguardo, delicatezza, forza e dolcezza, l’autorità data loro da Dio. Non dimenticano che, essendo rappresentanti di Dio, devono evitare quella debolezza che tende a viziare i figli e quell’egoismo che vorrebbe goderne senza formarli alla virtù e al lavoro. Con l’aiuto di Dio e degli educatori, che scelgono con la massima cura, ne fanno uomini e cristiani, esercitando così una specie di sacerdozio in seno alla famiglia; potranno quindi fare assegnamento sulla benedizione di Dio e sulla riconoscenza dei figli.

2° DEI DOVERI DEI FIGLI VERSO I GENITORI.

593.   A) La grazia, che santifica le relazioni tra gli sposi, perfeziona pure e rende soprannaturali i doveri di rispetto, di affetto e di obbedienza che i figli devono ai genitori.

a) Ci mostra nei genitori i rappresentanti di Dio e della sua autorità; a loro, dopo Dio, dobbiamo la vita, la sua conservazione e la buona sua direzione. Il nostro rispetto per loro deve quindi giungere fino alla venerazione: ammirando in essi una partecipazione della divina paternità, “ex quo omnis paternitas in cælis et in terra” 593-1, della sua autorità, delle sue perfezioni, Dio stesso dobbiamo venerare in loro.

b) L’affetto, la bontà, la sollecitudine loro verso di noi ci appariscono come un riflesso della provvidenza e della bontà divina, onde il nostro amor filiale diventa più puro e più intenso, giungendo persino alla più assoluta dedizione, tanto che saremmo pronti a sacrificarci per loro e dare, occorrendo, la vita nostra per salvar la loro; prestiamo quindi tutta l’assistenza corporale e spirituale di cui hanno bisogno, secondo tutta la nostra possibilità.

c) Vedendo in loro i rappresentanti dell’autorità di Dio, non esitiamo a obbedirli, in tutto, ad esempio di Nostro Signore che, per trenta anni, fu sottomesso a Maria e a Giuseppe: “et erat subditus illis” 593-2. Questa obbedienza non ha altri limiti fuori di quelli posti dallo stesso Dio, cioè che si è obbligati a obbedire più a Dio che agli uomini; ond’è che in ciò che riguarda il bene dell’anima, e specialmente rispetto alla vocazione, al solo confessore dobbiamo obbedire, dopo averlo informato delle condizioni di famiglia. Anche in questo imitiamo Nostro Signore, il quale, quando la Madre gli chiese perchè l’avesse abbandonata, rispose: “Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Nesciebatis quia in his quæ Patris mei sunt, oportet me esse?” 593-3 Rimangono così salvi i diritti e i doveri di tutti.

594.   B) Entrando nel chiericato, abbandoniamo il mondo e fino a un certo punto anche la famiglia, per entrare nella grande famiglia ecclesiastica, e occuparci quindi innanzi principalmente della gloria di Dio, del bene della Chiesa e delle anime. Gli interni sentimenti di rispetto e d’affetto per i genitori non cangiano certo, anzi si affinano, ma le esterne manifestazioni dipenderanno quindi innanzi dai doveri del nostro stato; nulla dobbiamo fare per piacere ai genitori ove ne venga danno al nostro ministero. Il primo nostro dovere è di occuparci delle cose di Dio; ove dunque accadesse che il modo di vedere, i consigli, le esigenze loro si opponessero a ciò che da noi richiede il servizio delle anime, con dolcezza ed affetto ma con fermezza faremo loro intendere che, nei doveri del nostro stato, dipendiamo solo da Dio e dai superiori ecclesiastici 594-1. Continueremo però a onorarli, ad amarli, ad assisterli secondo tutta la possibilità compatibile coi doveri del nostro ufficio.

Cotesta regola s’applica pure, e a più forte ragione, a coloro che entrano in una congregazione o in un ordine religioso 594-2.

III. Santificazione delle relazioni d’amicizia 595-1.

L’amicizia può essere mezzo di santificazione o serio ostacolo alla perfezione, secondo che è soprannaturale o naturale e sensibile. Parleremo dunque:

▪   1° delle vere amicizie;

▪   2° delle amicizie false;

▪   3° delle amicizie in cui c’è un misto di soprannaturale e di sensibile.

1° DELLE VERE AMICIZIE.

Ne diremo la natura e i vantaggi.

595.   ANatura. — a) Essendo l’amicizia una mutua comunicazione tra due persone, si specifica innanzi tutto secondo la varietà delle comunicazioni e la qualità dei beni che si comunicano. Il che viene molto bene spiegato da S. Francesco di Sales 595-2: “Quanto più squisite saranno le virtù in cui comunicate, tanto più perfetta sarà l’amicizia. Se comunicate in scienze, l’amicizia è certamente assai lodevole; più lodevole ancora se comunicate in virtù, nella prudenza, nella moderazione, nella fortezza, nella giustizia. Se poi la vostra mutua comunicazione riguarda la carità, la devozione, la perfezione cristiana, oh Dio! quanto preziosa sarà l’amicizia! Sarà eccellente perchè viene da Dio, eccellente perchè tende a Dio, eccellente perchè ne è vincolo Dio, eccellente perchè durerà eternamente in Dio! Oh! che buona cosa è amare sulla terra come si ama in cielo e imparare ad averci in questo mondo quella reciproca tenerezza che ci avremo eternamente nell’altro!”

La vera amicizia è dunque in generale un’intima corrispondenza tra due anime per farsi scambievolmente del bene. Può restare semplicemente onesta, se i beni che si comunicano sono di ordine naturale. Ma l’amicizia soprannaturale è di ordine assai superiore. È un’intima corrispondenza tra due anime che si amano in Dio e per Dio, a fine di scambievolmente aiutarsi a perfezionar la vita divina che possedono. Fine ultimo ne è la gloria di Dio, fine immediato il progresso spirituale, e Gesù il vincolo di unione tra i due amici. Tal è il pensiero del Beato Etelredo: “Ecce ego et tu et spero quod tertius inter nos Christus sit”; che il Lacordaire traduce così: “Non posso più amar persona senza che l’anima prenda posto dietro il cuore e che Gesù Cristo venga a fare il terzo in mezzo a noi” 595-3.

596.   b) Perciò quest’amicizia, in cambio di essere appassionata, predominante, esclusiva come l’amicizia sensibile, ha per doti la calma, il riserbo e la mutua confidenza. È affetto calmo e moderato, appunto perchè fondato sull’amor di Dio ne partecipa la virtù; onde è pure affetto costante, che va crescendo, al rovescio dell’amore passionale che tende ad affievolirsi. Ed è accompagnata da savio riserbo: in cambio di cercar familiarità e carezze come l’amicizia sensibile, è piena di rispetto e di riservatezza, perchè non desidera altro che comunicazioni spirituali. Questa riservatezza non impedisce però la confidenza; mutuamente stimandosi e vedendo nella persona amata un riflesso delle divine perfezioni, si prova per lei confidenza grandissima, che è del resto reciproca; il che porta intime comunicazioni, perchè si brama di partecipare alle soprannaturali doti dell’amico. Si comunicano quindi i pensieri, i disegni, i desideri di perfezione. E bramando di scambievolmente perfezionarsi, non si peritano di avvertirsi dei difetti e di aiutarsi a correggerli. La mutua confidenza che regna tra i due amici impedisce all’amicizia di diventare inquieta, affannosa, esclusiva; non si ha per male che l’amico abbia altri amici, anzi se ne gode pel bene suo e per quello del prossimo.

597.   B) È chiaro che tale amicizia presenta grandi vantaggi. a) La S. Scrittura ne fa frequenti elogi: “Un amico fedele è tetto robusto, e chi lo trova ha trovato un tesoro… l’amico fedele è balsamo vitale: Amicus fidelis protectio fortis; qui autem invenit illum invenit thesaurum… Amicus fidelis, medicamentum vitæ et immortalitatis” 597-1. Nostro Signore ce ne diede l’esempio nell’amicizia che ebbe per Giovanni, il quale era conosciuto per “l’amato da Gesù, quem diligebat Jesus” 597-2. S. Paolo ha amici a cui porta profondo affetto; soffre della loro assenza e la sua più dolce consolazione è di rivederli; così è inconsolabile perchè non trova Tito al luogo convenuto, “eo quod non invenerim Titum fratrem meum” 597-3; si rallegra appena lo ritrova: “Consolatus est nos Deus in adventu Titi… magis gavasi sumus super gaudio Titi” 597-4. Si vede pure quale affetto nutriva per Timoteo e quanto bene gli faceva la sua presenza e che aiuto gli dava a farne anche agli altri; lo chiama quindi suo collaboratore, suo figlio, suo carissimo figlio, suo fratello: “Timotheus adjutor meus… filius meus… Timotheus frater… Timotheo dilecto filio” 597-5.

Anche l’antichità cristiana ci porge illustri esempi di amicizia: uno dei più celebri è quello di S. Basilio e di S. Gregorio Nazianzeno 597-6.

598.   b) Da questi esempi si deducono tre ragioni a mostrare quanto utile sia l’amicizia cristiana, specialmente per il sacerdote di ministero.

1) Un amico è una tutela rispetto alla virtù, protectio fortis. Noi sentiamo il bisogno d’aprire il cuore a un intimo confidente; il direttore risponde talora a questo bisogno, ma non sempre: la sua amicizia paterna è diversa dall’amicizia fraterna che cerchiamo noi. Abbiamo bisogno d’un nostro pari con cui poter discorrere con tutta libertà. Se non lo troviamo, correremo pericolo di far confidenze biasimevoli a persone che non sempre riusciranno innocue per noi e per loro.

2) È pure un intimo consigliere a cui apriamo volontieri i dubbi e le difficoltà e che ci aiuta a risolverli; è un monitore savio e affettuoso, che, vedendoci all’opera e sapendo ciò che si dice di noi, ci dirà la verità, facendoci così schivar talora molte imprudenze.

3) È finalmente un consolatore, che ascolterà amorevolmente il racconto delle nostre pene, e troverà nel suo cuore le parole necessarie per addolcirle e confortarci.

599.   Si può chiedere se queste amicizie siano da approvarsi nelle comunità, potendosi infatti temere che portino danno all’affetto che deve unire tutti i membri e che generino gelosie. Bisogna certamente badare che tali amicizie non rechino nocumento alla carità comune, e che siano non solo soprannaturali ma tenute entro i giusti limiti fissati dai superiori. Con queste riserve, anche coteste amicizie hanno i loro vantaggi, perchè i religiosi hanno essi pure bisogno d’un consigliere, d’un consolatore e d’un monitore che sia insieme un amico. Tuttavia anche nelle comunità, anzi più che altrove, bisogna premurosamente evitare tutto ciò che può aver colore di falsa amicizia.

2° DELLE FALSE AMICIZIE.

Ne esporremo la natura, i pericoli, i rimedi.

600.   ALa natura. a) Le false amicizie sono quelle che si fondano su doti sensibili o frivole, mirando a godere della presenza e dei vezzi della persona amata. È dunque in fondo mascherato egoismo, perchè si ama uno per il piacere che si prova in sua compagnia. È vero che si è pronti a rendergli servizio ma per il piacere che si prova a maggiormente affezionarselo.

b) S. Francesco di Sales ne distingue tre specie: le amicizie carnali, che cercano i diletti della voluttà; le amicizie sensuali, che si attaccano principalmente alle doti esterne e sensibili, “come il diletto di veder la bellezza, d’udire una voce soave, di toccare e simili” 600-1; le amicizie frivole, fondate su certe vane qualità che le teste piccole chiamano virtù e perfezione, come sarebbe di ballar bene, giocar bene, cantar bene, acconciarsi bene, sorridere con grazia, aver grazioso l’aspetto.

601.   c) Queste specie di amicizie cominciano generalmente all’età della pubertà; nascono dal bisogno istintivo che allora si prova di amare e di essere amati. Sono spesso una specie di deviazione dell’amore sessuale: fuori delle comunità tali amicizie si formano tra i giovani e le giovani, e quando vanno un po’ troppo oltre, prendono il nome di innamoramenti 601-1. Nelle comunità chiuse si formano tra persone dello stesso sesso e si chiamano amicizie particolari. Si provano talora anche in età più avanzata; così certi uomini sentono affetto sensibile verso giovani che hanno giovanile e grazioso aspetto, indole aperta e amabili maniere.

602.   d) I segni caratteristici onde si riconoscono le amicizie sensibili, si desumono dall’origine, dallo sviluppo, dagli effetti.

1) Quanto all’origine, cominciano repentinamente e fortemente, perchè provengono da simpatia naturale e istintiva; si fondano su doti esterne e brillanti o che almeno paiono tali; e sono accompagnate da emozioni vive e talora appassionate.

2) Nel loro sviluppo s’alimentano di conversazioni talora di nessuna importanza ma affettuose, talora troppo intime e pericolose; di sguardi frequenti, che, in certe comunità, suppliscono alle conversazioni particolari; di carezze, di strette di mano espressive ecc.

3) Quanto agli effetti, sono premurose, predominanti, esclusive; parebbe che debbano durare eterne; ma basta una separazione a cui seguono altri affetti per troncarle spesso molto bruscamente.

603.   BI pericoli di queste specie d’amicizie sono evidenti.

a) Sono uno dei più grandi ostacoli al progresso spirituale: Dio, che non vuole saperne di cuori divisi, comincia col fare interni rimproveri, e, se la sua voce non viene ascoltata, si ritira a poco a poco dall’anima, privandola di lumi e di consolazioni interiori. A mano a mano che queste affezioni crescono, si perde il raccoglimento interiore, la pace dell’anima, il gusto degli esercizi spirituali e del lavoro.

b) Onde perdite considerevoli di tempo: il pensiero corre troppo spesso all’amico assente, e impedisce l’applicazione della mente e del cuore alle cose serie e alla pietà.

c) Sottentra il disgusto e lo scoraggiamento; la sensibilità prende il sopravvento sulla volontà che diventa debole e languida.

d) Sorgono allora pericoli per la santa purità. Si vorrebbe bene contenersi nei limiti dell’onestà, ma si pensa che l’amicizia dia certi diritti e si ammettono familiarità sempre più sospette. È pendìo sdrucciolevole, e chi si espone al pericolo finisce col soccombervi.

604.   C) Il rimedio sta nel combattere queste false amicizie fin dal principio, vigorosamente e con mezzi positivi.

aFin dal principio, essendo allora più facile perchè il cuore non è ancora profondamente attaccato; con qualche energico sforzo vi si riesce, sopratutto se si ha il coraggio di parlarne al confessore e accusarsi delle minime debolezze. Aspettando, il distacco sarà assai più laborioso 604-1.

b) Ma, per trionfare, occorrono provvedimenti radicali: “Tagliate, troncate, spezzate; non basta scucire in queste folli amicizie, bisogna stracciare; non basta scogliere i nodi, bisogna rompere o troncare” 604-2. Quindi non solo non si deve andare a cercare colui che si ama in questo modo, ma schivar pure di pensare volontariamente a lui; e se talora non si può evitare di trovarsi in sua compagnia, bisogna trattarlo con gentilezza e carità ma senza fargli confidenze o dargli speciali segni d’affetto.

c) A meglio riuscirvi si adoprano mezzi positivi, cercando di occuparsi e di immergersi più attivamente che sia possibile nella pratica dei doveri del proprio stato; e quando ciò non ostante si presenta alla mente il pensiero di colui che si ama, se ne coglie occasione per fare un atto d’amore verso Nostro Signore, dicendo per esempio: “Voi solo, o Gesù, io voglio amare, unus est dilectus meus, unus est sponsus meus in æternum”. A questo modo uno si approfitta della stessa tentazione per maggiormente amar colui che solo si merita il nostro cuore.

3° DELLE AMICIZIE SOPRANNATURALI E NELLO STESSO TEMPO SENSIBILI.

605.   Avviene talvolta che nelle nostre amicizie vi è un misto di naturale e di soprannaturale. Si vuole veramente il bene soprannaturale dell’amico, ma si desidera nello stesso tempo di goderne la presenza, la conversazione, e si soffre troppo della sua assenza. Il che viene molto bene descritto da S. Francesco di Sales 605-1: “Si comincia con l’amor virtuoso, ma, se non si è molto prudenti, vi si mescolerà presto l’amor frivolo, poi l’amor sensuale, poi l’amor carnale; sì, vi è pericolo anche nell’amor spirituale se non si sta ben in guardia, benchè in questo sia più difficile di prendere abbaglio, perchè la sua purezza e il suo candore fanno rilevar meglio le sozzure che Satana ci vuol mescolare; onde, quando vi si mette, lo fa con maggior astuzia, tentando di insinuarvi le impurità quasi insensibilmente”.

606.   Qui pure bisogna dunque vigilare sul proprio cuore e prendere mezzi efficaci per non scivolare sul pericoloso pendìo.

a) Se predomina l’elemento soprannaturale, l’amicizia si può conservare e fomentare purificandola. Ma occorre prima di tutto astenersi da ciò che fomenta l’elemento troppo sensibile, conversazioni frequenti e affettuose, familiarità ecc.; bisogna ogni tanto sapersi privare di una visita, che sarebbe del resto legittima, e troncare una conversazione che diventa ormai inutile. A questo modo si acquista una certa padronanza sulla propria sensibilità e se ne schivano i pericolosi traviamenti.

b) Se predomina l’elemento sensibile, bisogna, per alquanto tempo, rinunciare a ogni relazione particolare con quell’amico, fuori degli incontri necessarii; e in tali incontri sopprimere ogni parola affettuosa. Si lascia così raffreddare la sensibilità, aspettando che regni la calma nell’anima per riprendere le relazioni. Le nuove relazioni assumono allora un tutt’altro carattere; che se avvenisse altrimenti, bisognerebbe sopprimerle per sempre.

c) In ogni caso, bisogna giovarsi di queste occasioni per rinvigorir l’amore a Gesù, protestando che non si vuole amare che in lui e per lui, e rileggere spesso i due capitoli VII e VIII del secondo libro dell’Imitazione di Cristo. Così le tentazioni ci si convertono in occasione di vittoria.

IV. Santificazione delle relazioni professionali 607-1.

607.   Le relazioni professionali sono mezzo di santificazione od ostacolo al progresso spirituale, secondo il modo con cui si considerano e si compiono i doveri del proprio stato. I doveri impostici dalla nostra professione sono in sostanza conformi in sè alla volontà di Dio; se noi li compiamo come tali, con l’intenzione di obbedire a Dio e di regolarci secondo le leggi della prudenza, della giustizia e della carità, contribuiscono a santificarci 607-2. Se nelle nostre relazioni professionali non abbiamo invece altro scopo che di procurarci onori e ricchezze a dispetto delle leggi della coscienza, queste relazioni diventano sorgente di scandalo e di peccato.

A) Il primo dovere è dunque quello d’accettare la professione in cui la Provvidenza ci ha posti, come espressione della volontà di Dio su di noi, e di perseverarvi finchè non abbiamo giuste ragioni di cambiarla. Dio infatti volle che vi fossero varie arti e mestieri e varie professioni, e se per una serie di avvenimenti provvidenziali ci troviamo in una di esse, si può ben credere che tale sia per noi la volontà di Dio. Eccettuiamo il caso in cui, per savie e legittime ragioni, credessimo di dover cambiare di condizione; perchè tutto ciò che è conforme alla retta ragione, entra allora nei disegni della provvidenza. Quindi, padroni od operai, industriali o commercianti, agricoltori o finanzieri, il dovere è di esercitare la propria professione, per sottomettersi alla divina volontà, regolandosi secondo le leggi della giustizia, dell’equità e della carità. Allora nulla vieta di santificare ognuna delle nostre azioni, riferendole all’ultimo fine; il che non esclude punto lo scopo secondario di guadagnare il denaro necessario alla sussistenza propria e della famiglia. Ci furono infatti santi in tutte le condizioni.

608.   B) Ma poichè le molteplici occupazioni e relazioni sopraffanno la mente e tendono quindi a sviarla da Dio, sono necessari sforzi spesso rinnovati per offrire a Dio e rendere soprannaturali azioni che sono di lor natura profane, come abbiamo indicato più sopra al n. 248.

609.   C) Inoltre, vivendo noi in un mondo poco onesto, ove gli uomini si contendono rabbiosamente gli onori e le ricchezze senza darsi gran pensiero delle leggi della giustizia e dell’equità, occorre rammentarsi che bisogna anzitutto cercare il regno di Dio e la sua giustizia, non adoprando per arrivare ai propri scopi che mezzi legittimi. Il miglior criterio per discernere ciò che è e ciò che non è permesso, sta nell’osservare come si regolano gli uomini onesti e cristiani della stessa professione: vi sono infatti usi ammessi che non si possono cambiare e a cui uno non può sottrarsi senza incorrere lui e gli altri in perdite considerevoli.

Quando tali usi sono comunemente seguiti dai buoni cristiani della stessa professione, vi si può conformar la condotta fino a che si possano di comune intesa riformare senza danneggiar i propri legittimi interessi 609-1. Ma convien badar bene di non imitare le abitudini e i consigli dei commercianti o degli industriali senza coscienza, che vogliono arricchire ad ogni costo anche a scapito della giustizia; la loro disonestà e la loro buona riuscita non giustificano l’uso di mezzi illeciti: bisogna cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, il resto verrà di soprappiù: “Quærite ergo primum regnum Dei et justitiam ejus: et hæc omnia adjicientur vobis” 609-2. Un cristiano che li imitasse darebbe scandalo.

610.   D) I doveri professionali, così intesi e praticati, contribuiscono molto al nostro progresso spirituale. Sono essi infatti che compongono la trama delle nostre giornate, e Nostro Signore ci mostrò col suo esempio che le occupazioni più comuni, come il lavoro manuale, possono contribuire nello stesso tempo alla santificazione nostra e alla salute dei nostri fratelli. Se dunque un operaio o un uomo d’affari osserva le regole della prudenza, della giustizia, della fortezza, della temperanza, dell’equità e della carità, ha ogni giorno molteplici occasioni di praticar tutte le virtù cristiane, di acquistarsi numerosi meriti, e, se vuole, di edificare il prossimo aiutandolo cogli esempi e con i consigli a salvarsi. È ciò che fecero in passato e fanno al presente molti padri e molte madri di famiglia, molti padroni e molti operai, molti giovani e molti uomini maturi, che col loro modo di lavorare e di trattar gli affari, fanno stimar la religione da essi praticata, e si valgono poi della loro influenza per esercitare l’apostolato.

V. Santificazione delle relazioni d’apostolato.

611.   Che le opere d’apostolato possano e debbano essere per noi un mezzo di santificazione è cosa che facilmente si capisce. Eppure ci sono di quelli che vi trovano indirettamente una fonte di dissipazione, di spirituale infiacchimento, e anche occasione di peccato e causa di dannazione. Si richiami qui la parola d’un uomo d’azione che diceva a Don Chautard: “Il lavorar per gli altri fu quello che mi rovinò!” 611-1. Ci sono infatti di quelli che si lasciano talmente sopraffare dalle opere esterne che non trovano più il tempo di fare gli esercizi più essenziali di pietà; onde un decadimento morale che fa rivivere le passioni e prepara la via a dolorose cadute: all’amore soprannaturale per le anime si mescola insensibilmente un elemento naturale e sensibile.

Si cerca di farsi mutuamente coraggio col pensiero che l’intento principale è di fare e di ricevere del bene, si commettono intanto imprudenze, si viene a familiarità, e si finisce male. In ogni caso, dove manca la vita interiore, uno si fa ben pochi meriti e l’azione esterna non ottiene che magri risultati, perchè la grazia di Dio non scende a fecondare un ministero ove la preghiera non ha quasi posto. È quindi necessario avvivare le opere esterne con lo spirito di preghiera. Ecco i mezzi principali a ben riuscirvi.

612.   A) Prima di tutto bisogna ricordarsi che c’è una gradazione nei mezzi di zelo e che i più efficaci sono la preghiera, il sacrifizio, l’esempio, e in ultimo luogo la parola e l’azione. Chi voglia convincersene, ricordi gli esempi di Nostro Signore, la cui vita fu tutta una perpetua preghiera e un sacrifizio perpetuo, e che cominciò col praticare ciò che poi insegnò agli altri, passando trent’anni nella vita nascosta prima di darsi ai tre anni di ministero pubblico. Nè si dimentichi la condotta degli Apostoli che si esonerarono di certe opere di carità affidandole ai diaconi, per poter più liberamente attendere alla preghiera e alla predicazione del Vangelo: “Nos vero orationi et ministerio verbi instantes erimus” 612-1. Si ascolti sempre l’eco della parola di S. Paolo che dice che nè colui che pianta nè colui che innaffia fanno il bene, ma Dio che solo fa crescere la semente: “Neque qui plantat est aliquid, neque qui rigat, sed qui incrementum dat, Deus” 612-2.

Si darà dunque il primo posto alla preghiera (n. 470): non si sacrificheranno gli esercizi essenziali, come la meditazione, il ringraziamento, la recita devota del divino ufficio, l’esame di coscienza, l’offerta esplicita delle azioni principali, persuasi che si rende così più servizio alle anime che se si consacrasse tutta la vita all’azione. Il pastore di anime dev’essere, come dice S. Bernardo, un serbatoio e non un semplice canale: il canale lascia passare tutto ciò che ha a mano a mano che lo riceve; il serbatoio prima empie sè stesso, e poi dà ad altrui della sua ripienezza senza proprio danno: “Si sapis, concham te exhibebis et non canalem” 612-3.

613.   B) Un secondo mezzo per non dimenticare la vita interiore, è di mirare a formar una schiera d’anime elette, senza per questo trascurare il popolo. A riuscirvi, si sente meglio la necessità di essere uomo interiore; gli studi ascetici che si fanno, i consigli che si danno agli altri, le pratiche di virtù che si inculcano, ci conducono per forza alla vita di preghiera e di sacrifizio. Ma per questo bisogna che uno sia nella generosa disposizione di fare ciò che consiglia altrui; non c’è allora da temere il rilassamento e la tiepidezza. Molti sacerdoti rivennero alla vita interiore per questa premura di formare una schiera di anime elette.

614.   C) Nell’insegnamento che si dà ai fedeli, dommatico o morale che sia, si segua un programma ben definito, onde si riesca ad esporre il complesso dei dommi e delle virtù cristiane: nel preparare queste istruzioni, uno alimenta la propria devozione, perchè è naturale che si voglia praticar noi ciò che si consiglia altrui.

615.   D) Finalmente, nell’esercizio ordinario del ministero parrocchiale, in occasione di battesimi, matrimoni, funerali, visite agli infermi, visite di condoglianza o anche di semplice cortesia, bisogna rammentarsi che si è sacerdoti ed apostoli, cioè servi delle anime. Quindi, dopo alcune benevoli parole, non bisogna peritarsi di inalzar le menti e i cuori a Dio; una conversazione sacerdotale deve sempre suggerire un Sursum corda.

Con questi vari mezzi conserveremo e accresceremo la vita interiore; e il nostro ministero, avvivato dalla grazia, produrrà frutti centuplicati: “qui manet in me et ego in eo, hic fert fructum multum” 615-1.

Ecco dunque come tutte le nostre relazioni col prossimo possono e devono diventar soprannaturali; riescono allora tutte occasione di progresso nella virtù e di aumento in noi di quella vita divina di cui abbiamo ricevuto una copiosa partecipazione.

SINTESI GENERALE.

616.   Termina qui la prima parte del nostro lavoro: i Principi della vita soprannaturale. Tutto ciò che abbiamo detto deriva logicamente dai dommi di nostra fede e tutto viene ricondotto all’unità, cioè a Dio, nostro fine, e a Gesù Cristo, nostro mediatore; e la vita cristiana ci si presenta come il dono di Dio all’anima e il dono dell’anima a Dio.

1° È il dono di Dio all’anima. Da tutta l’eternità la SS. Trinità ci amò e ci predestinò a quella vita soprannaturale che è una partecipazione della vita divina. Questa adorabile Trinità, che vive nell’anima nostra, è la causa efficiente ed esemplare nello stesso tempo di cotesta vita, e opera sua è l’organismo soprannaturale che ci abilita a fare atti deiformi.

Ma il Verbo Incarnato ne è la causa meritoria, come pure il modello più perfetto, modello adattato alla nostra debolezza, perchè, pur essendo Dio, è uomo come noi, è nostro amico, è nostro fratello, anzi il capo d’un corpo mistico di cui noi siamo le membra. Maria, associata all’opera redentrice, non può essere separata dal Figlio, onde ci si presenta come il primo scalino per andare a Gesù, come Gesù è il mediatore necessario per andare al Padre. Gli Angeli e i Santi, parte anch’essi della grande famiglia di Dio, ci aiutano con le preghiere e con gli esempi.

617.   2° Per corrispondere alle divine cortesie, l’anima si dà intieramente a Dio, coltivando la vita che le è così liberalmente largita. La coltiviamo lottando contro la concupiscenza che alberga in noi; facendo atti soprannaturali che, oltre meritarci un aumento di vita divina, ci fanno acquistar buone abitudini ossia delle virtù; e frequentando i sacramenti, che aggiungono ai nostri meriti una virtù santificatrice che viene da Dio stesso.

L’essenza della perfezione è l’amor di Dio spinto fino all’immolazione di sè: combattere e svigorire in noi l’uomo vecchio per farvi vivere Gesù Cristo, ecco il compito nostro. Attendendovi, ossia adoprando i mezzi di perfezione, non cessiamo di tendere a Dio per mezzo di Gesù Cristo.

Il desiderio della perfezione non è in sostanza che lo slancio dell’anima che cerca di corrispondere al preveniente amor di Dio; e ci porta a conoscere e ad amare Colui che è tutto amore, “Deus caritas est”; a conoscere noi stessi per meglio sentire il bisogno di Dio e gettarci tra le misericordiose sue braccia. Quest’amore si manifesta con la più perfetta conformità possibile alla volontà di Dio, palesataci dalle sue leggi e dai suoi consigli; come pure dai lieti o tristi avvenimenti che tutti servono a farcelo maggiormente amare; e con la preghiera, che, diventando abituale, inalza costantemente l’anima nostra a Dio. I mezzi esterni ci richiamano anch’essi a Dio, perchè la direzione, il regolamento di vita e le pie letture, ci assoggettano alla sua santa volontà; le relazioni che abbiamo col prossimo, in cui vediamo un riflesso delle divine perfezioni, ci portano pure a Colui che è il centro d’ogni cosa. Or avendo, nell’uso di questi mezzi, continuamente davanti agli occhi Gesù nostro modello, nostro collaboratore, nostra vita, ci veniamo trasformando in lui; Christianus alter Christus.

Si attua così a poco a poco l’ideale di perfezione tracciato ai suoi discepoli dall’Olier in capo al “Pietas Seminarii”: “Vivere summe Deo in Christo Jesu Domino nostro; ita ut interiora Filii ejus intima cordis nostri penetrent: vivere per Dio, per Dio solo, in sommo grado, incorporandosi a Gesù Cristo, per guisa che le interne sue disposizioni penetrino nel più intimo dell’anima nostra e diventino nostre”.

PARTE SECONDA Le Tre Vie

OSSERVAZIONI PRELIMINARI 618-1

618.   I principii generali, esposti nella prima parte, s’applicano a tutte le anime e formano già un complesso di motivi e di mezzi atti a condurci alla più alta perfezione. Ma, come abbiamo detto più sopra (n. 340-343), vi sono nella vita spirituale varii gradi e tappe diverse da percorrere: è quindi necessario specificarli e adattare i principii generali ai bisogni particolari delle anime, tenendo conto non solo del carattere, delle inclinazioni, della vocazione, ma anche del grado di perfezione in cui si trovano, affinchè il direttore possa guidare ogni anima secondo ciò che le conviene.

Lo scopo quindi di questa seconda parte è di seguire l’anima nelle progressive sue ascensioni, dal primo momento in cui concepisce il sincero desiderio di avanzarsi nella pietà fino alle più alte vette della perfezione: lungo e spesso penoso cammino, ove però si gustano pure le più dolci consolazioni.

Prima di cominciare la descrizione delle tre vie, esporremo:

▪   1° il fondamento di questa distinzione;

▪   2° il savio modo di applicar questa distinzione;

▪   3° la speciale utilità di questa seconda parte.

I. FONDAMENTO DELLA DISTINZIONE DELLE TRE VIE.

619.   Adoperiamo questa espressione delle “tre vie” per conformarci al linguaggio tradizionale. È però da notare che qui non si tratta di tre vie parallele o divergenti, ma piuttosto di tre tappe diverse lungo la stessa via, o, in altre parole, di tre principali gradi della vita spirituale percorsi dalle anime che corrispondono generosamente alla grazia di Dio. In ognuna poi di queste vie sono parecchie tappe, di cui indicheremo le più importanti, dovendone i direttori tener conto; vi sono pure forme e varietà che dipendono dal carattere, dalla vocazione, dalla provvidenziale missione di ogni anima 619-1. Ma, come con S. Tommaso notammo, si possono ridurre a tre i gradi di perfezione, secondo che si comincia, si progredisce o si arriva al termine della vita spirituale sulla terra (n. 340-343). Intesa in questo largo senso, la divisione delle tre vie è fondata nello stesso tempo sull’autorità e sulla ragione.

620.   1° Sull’autorità della S. Scrittura e della Tradizione.

A) Si potrebbe certamente trovare nel Vecchio Testamento molti testi riguardanti la distinzione delle tre vie.

Così Alvarez de Paz l’appoggia su questo passo, che gli porge poi la divisione del suo libro: Declina a malo, et fac bonum, inquire pacem et persequere eam 620-1: Declina a malo, schiva il peccato: ecco la purificazione dell’anima o la via purgativa; fac bonum, fa il bene, ossia pratica la virtù: ecco la via illuminativa; inquire pacem, cerca la pace, quella pace che non si può trovare se non nell’intima unione con Dio: ecco la via unitiva. È un’ingegnosa interpretazione del testo ma non vi si può vedere un valido argomento.

621.   B) Nel Nuovo Testamento: a) si possono citare, tra le altre, quelle parole di Nostro Signore che compendiano la spiritualità descritta dai Sinottici: “Si quis vult post me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie et sequatur me” 621-1. L’abnegazione o la rinunzia, abneget semetipsum, ecco il primo grado; il portar la croce suppone la pratica positiva delle virtù, ossia il secondo grado; il sequatur me è in sostanza l’intima unione con Gesù, l’unione con Dio, e quindi la via unitiva. Vi è qui certo il fondamento d’una vera distinzione tra i vari mezzi di perfezione ma non una prova perentoria.

622.   b) Neppur S. Paolo insegna in modo esplicito la distinzione delle tre vie; descrive però tre stati dell’anima onde sorse più tardi questa distinzione.

1) Richiamando ciò che facevano gli atleti per conquistar una caduca corona, Paolo si paragona a loro dicendo che egli pure si sforza di correre e di lottare, ma, in cambio di batter l’aria, castiga il suo corpo e lo tratta da schiavo per schivare il peccato e la riprovazione che ne è il castigo: “Ego igitur sic curro non quasi in incertum, sic pugno non quasi aerem verberans, sed castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte, cum aliis praedicaverim, ipse reprobus efficiar” 622-1. Or questi sono appunto gli esercizi della penitenza e della mortificazione, fatti sotto l’influsso d’un salutare timore, per domar la carne e purificar l’anima. E quante volte rammenta ai cristiani che bisogna spogliarsi del uomo vecchio e crocifiggere la carne con i suoi vizi e le sue cupidigie? Abbiamo qui proprio ciò che chiamiamo via purgativa.

2) Scrivendo ai Filippesi, dichiara ch’ei non è per anco giunto alla perfezione ma che segue il Maestro e si sforza di raggiungerlo, non guardando indietro ma alacremente spingendosi verso la mèta: “Quae quidem retro sunt obliviscens, ad ea quæ sunt priora extendens meipsum ad destinatum prosequor, ad bravium supernæ vocationes Dei in Christo Jesu” 622-2. E aggiunge che tutti coloro che tendono alla perfezione devono far lo stesso: “Quicumque ergo perfecti sumus, hoc sentiamus… imitatores mei estote, fratres” 622-3… E altrove: “Imitatores mei estote sicut et ego Christi, siate miei imitatori come io sono di Gesù Cristo” 622-4. Sono appunto le caratteristiche della via illuminativa, in cui il principale dovere è d’imitar Nostro Signore.

3) Quanto alla via unitiva, la descrive sotto le due sue forme: la via unitiva semplice, in cui uno si studia di far costantemente vivere in sè Gesù: “Vivo autem jam non ego, vivit vero in me Christus” 622-5; e la via unitiva straordinaria, accompagnata da estasi, da visioni e da rivelazioni: “Scio hominem in Christo ante annos quatuordicem, sive in corpore nescio sive extra corpus nescio, Deus scit, raptum hujusmodi usque ad tertium cælum” 622-6.

Vi è dunque nell’Epistole di S. Paolo un sodo fondamento per la distinzione delle tre vie che la Tradizione verrà meglio determinando.

623.   La Tradizione fissa a poco a poco esattamente questa distinzione, appoggiandola ora sulla differenza fra le virtù teologali e ora sui diversi gradi di carità.

a) Clemente Alessandrino è uno dei primi autori che espone il primo metodo. Per diventar gnostico ossia uomo perfetto, bisogna percorrere parecchie tappe: astenersi dal male per timore e mortificar le passioni; poi fare il bene o praticar le virtù sotto l’influsso della speranza; e infine fare il bene per amor di Dio 623-1. Lo stesso modo di vedere induce Cassiano a distinguere tre gradi nell’ascensione dell’anima a Dio: il timore che è proprio degli schiavi, la speranza che è propria dei mercenari che lavorano per essere ricompensati, la carità che è propria dei figli di Dio 623-2.

b) S. Agostino parte da un altro concetto: consistendo la perfezione nella carità, appunto nella pratica di questa virtù egli distingue quattro gradi: la carità che principia, la carità che progredisce, la carità che è già adulta, la carita dei perfetti 623-3; questi due ultimi gradi si riferiscono alla via unitiva, onde la sua dottrina in sostanza non differisce da quella dei suoi predecessori. Anche San Bernardo distingue tre gradi nell’amor di Dio: dopo aver mostrato che l’uomo comincia con l’amare sè stesso, aggiunge che, sentendo la propria insufficienza, si fa a cercar Dio con la fede e ad amarlo per ragione dei suoi benefici; poi, a forza di frequentarlo, viene ad amarlo e per i suoi benefici e per se stesso: e finalmente finisce con amarlo d’amore intieramente disinteressato 623-4. Da ultimo S. Tommaso, perfezionando la dottrina di S. Agostino, chiaramente dimostra che vi sono nella virtù della carità tre gradi corrispondenti alle tre vie o tre tappe, n. 340-343.

624.   2° La ragione fa veder la giustezza di questa distinzione. Poichè la perfezione consiste essenzialmente nell’amor di Dio, vi saranno tanti gradi di perfezione quanti gradi d’amore. Ora:

A) Prima di giungere alla perfezione dell’amore, è necessario purificar l’anima dalle colpe passate e premunirla contro le future.

La purità di cuore è la prima condizione per veder Dio, vederlo chiaramente nell’altra vita, intravvederlo e unirsi a lui in questa: “Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt” 624-1. Or questa purità di cuore suppone l’espiazione delle colpe passate con una sincera e austera penitenza, la lotta vigorosa e costante contro le tendenze cattive che ci portano al peccato, la preghiera, la meditazione e gli esercizi spirituali necessari per fortificar la volontà contro le tentazioni, insomma un complesso di mezzi che tendono a purificar l’anima e rassodarla nella virtù: questo complesso di mezzi si chiama via purgativa.

625.   B) Purificata e riformata che sia, l’anima deve ornarsi delle virtù cristiane positive, che la renderanno più simile a Gesù Cristo; s’applica quindi a seguirlo a passo a passo, a copiarne progressivamente le disposizioni interiori, praticando insieme le virtù morali e le teologali: le prime la indociliscono e la fortificano, le seconde principiano ad unirla positivamente a Dio; le une e le altre vengono praticate parallelamente, secondo i bisogni del momento e le ispirazioni della grazia. A meglio riuscirvi, l’anima perfeziona la meditazione, che diviene sempre più affettiva, e si sforza di amare e imitare Gesù, avanzandosi così nella via illuminativa; perchè seguire Gesù è seguir la luce: qui sequitur me non ambulat in tenebris.

626.   C) Viene poi il momento in cui l’anima, purificata dalle colpe, indocilita e fortificata, pronta alle ispirazioni dello Spirito Santo, non aspira più che all’intima unione con Dio; lo cerca da per tutto, anche in mezzo alle più gravi occupazioni; si attacca a lui e gode della sua presenza. La meditazione si semplifica sempre più e diventa affettuoso e prolungato sguardo su Dio e sulle cose divine, sotto l’influsso ora latente e ora cosciente dei doni dello Spirito Santo; è, in altri termini, la via unitiva 626-1.

Vi sono certamente in queste tre grandi tappe gradazioni e varietà “multiformis gratia Dei” 626-2; ne descriveremo alcune, lasciando che lo studio delle vite dei Santi faccia conoscere le altre.

II. SAVIO MODO DI APPLICARE QUESTA DISTINZIONE.

627.   Per applicar questa distinzione, si richiede molta delicatezza e molta accortezza; bisogna certo studiare i principii che verremo esponendo, ma più ancora ogni singola anima con tutte le sue particolarità, tenendo conto dell’azione speciale dello Spirito Santo sopra di lei. Per aiutare il direttore in tale studio, non saranno inutili le seguenti osservazioni.

628.   A) Nella distinzione delle tre vie non vi è nulla di assoluto o di matematico: a) si passa dall’una all’altra senz’accorgersene, senza che sia possibile porre tra loro un palo di confine. In che modo conoscere se un’anima è ancora nella via purgativa o agli inizi della via illuminativa? Vi è tra le due un terreno comune di cui è impossibile fissare gli esatti confini. b) Del resto il progresso non è sempre costante: si tratta di movimento vitale, con varie alternative, con flussi e riflussi; ora si progredisce e ora si indietreggia; talora anche pare che si rimanga nello stesso posto senza sensibile avanzamento.

629.   B) Ci sono poi vari gradi in ognuna di queste vie. a) Tra le anime incipienti ve ne sono di quelle che hanno serbata la battesimale innocenza; è chiaro che, a parità di condizioni, le prime dovranno esercitare più lungamente dalle seconde nella penitenza. b) Vi sono pure varietà di temperamento, di attività, di energia e di costanza: altri praticano fervidamente gli esercizi della penitenza e altri solo a malincuore; alcuni sono generosi e non vogliono rifiutare a Dio cosa alcuna, altri non corrispondono ai suoi inviti che scarsamente. È quindi evidente che tra queste anima, le quali per altro sono tutte nella via purgativa, vi saranno presto differenze molto grandi. c) Così pure, tra quelli che si esercitano nella purificazione dell’anima solo da alcuni mesi e quelli che vi hanno già consacrato parecchi anni e sono ormai prossimi alla via illuminativa, vi è notevole distanza. d) Bisogna anche e sopra tutto tener conto dell’azione della grazia: alcune anime sembrano riceverla in tanta copia da poterne prevedere un rapido progresso versi le cime della perfezione; altre ne ricevono molto meno e fanno progressi più lenti: si ricordi il direttore che la sua azione dev’essere subordinata a quella dello Spirito Santo, n. 548.

Non bisogna quindi immaginarsi che vi siano quadri rigidi, ove si possano far entrare tutte le anime; bisogna invece pensare che ogni anima ha le sue particolarità, di cui si deve tener conto, e che i quadri tracciati dagli autori spirituali devono essere tanto cedevoli da adattarsi a tutte le anime.

630.   C) Nella direzione delle anime poi vi è un doppio scoglio da schivare: alcuni vorrebbero saltar delle tappe, ossia percorrere rapidamente i gradi inferiori per giungere più presto all’amor di Dio; altri invece sono sempre allo stesso punto e si fermano troppo, per colpa loro, nei gradi inferiori, per difetto di generosità o di metodo. Ai primi il direttore ripeterà spesso che ottima cosa è l’amar Dio ma che all’amor puro ed effettivo non si giunge che con la rinunzia e la penitenza, n. 321Ai secondi porgerà incoraggiamenti e consigli, sia per stimolarne l’ardore, sia per aiutarli a perfezionare i metodi di meditazione o d’esame.

631.   D) Quando gli autori spirituali insegnano che questa o quella virtù conviene a questa o a quella via devono intendersi con gran riserbo. In sostanza tutte le virtù fondamentali convengono a ognuna delle tre vie, sebbene in grado diverso. Così gl’incipienti devono certamente esercitarsi in modo speciale nella virtù della penitenza ma non possono farlo se non praticando le virtù teologali e le cardinali, in modo però diverso dalle anime proficienti, servendosene principalmente per purificar l’anima con la rinunzia e con le virtù mortificative. Nella via illuminativa si coltiveranno queste stesse virtù ma in diverso grado, in forma più positiva, e con la mira di rassomigliar meglio al divino modello. Si farà lo stesso nella via unitiva ma in grado superiore, come manifestazione dell’amor verso Dio e sotto l’influsso dei doni dello Spirito Santo.

Così anche i perfetti, pur applicandosi principalmente all’amor di Dio, non cessano di purificarsi l’anima con la penitenza e con la mortificazione; pratiche di penitenza che sono però condite con amor più puro e più inteso, [sic] onde riescono anche efficaci.

632.   E) Pari osservazione convien pur fare per i vari generi d’orazione: generalmente parlando, la meditazione discorsiva conviene agl’incipienti, l’orazione di semplicità e la contemplazione alla via unitiva. Ma l’esperienza mostra che il grado d’orazione non sempre corrisponde al grado di virtù: che vi sono persone le quali, o per educazione o per temperamento o per abitudine, restano a lungo nella pratica della meditazione discorsiva o affettiva, pur essendo intimamente e abitualmente unite a Dio; e che altre, di mente più intuitiva e di più affettuoso cuore, fanno volontieri orazione di semplicità, senza per altro esser giunte al grado di virtù richiesto dalla via unitiva.

Importa assai fin da principio aver sott’occhio queste osservazioni, per non mettere tra le virtù separazioni assolute che non ci sono. Quindi noi, esponendo le singole virtù, procureremo d’indicare quali gradi convengono agl’incipienti, quali ai proficienti e quali ai perfetti.

III. UTILITÀ DELLO STUDIO DELLE TRE VIE.

Il fin qui detto mostra quanto sia utile e necessario il savio studio delle tre vie.

633.   1° È necessario prima di tutto ai direttori spirituali. Infatti è chiaro “che gl’incipienti e i perfetti devono essere guidati con regole diverse” 633-1; perchè, aggiunge il P. Grou 633-2, “la grazia degli incipienti non è la stessa di quella delle anime proficienti, nè la grazia delle anime proficienti è la stessa di quella delle persone consumate nella perfezione”.

Quindi la meditazione discorsiva, necessaria agl’incipienti, intorpiderebbe le anime più progredite. Parimenti, riguardo alle virtù, vi è un modo di praticarle che corrisponde alla via purgativa, un altro alla via illuminativa, un terzo alla via unitiva. Ora un direttore che non ha approfondito queste questioni, sarà tentato di dirigere quasi tutte le anime allo stesso modo e consigliare ad ognuna ciò che riesce bene a lui. Se l’orazione affettiva semplificata è utilissima a lui, sarà tentato di consigliar lo stesso metodo a tutti i suoi penitenti, dimenticando che a tale orazione non si giunge se non a grado a grado. Chi nella pratica abituale dell’amor di Dio trova tutto ciò che è necessario alla sua santificazione, sarà indotto a consigliare a tutti la via dell’amore come la più breve e la più efficace, dimenticando che l’uccellino senz’ali è incapace di volare a tali altezze. Un altro che non abbia mai praticato l’orazione di semplice sguardo biasimerà le persone che vi si provano, parendogli che cosiffatto metodo non sia che pigrizia spirituale. Il direttore invece che ha diligentemente studiato le progressive ascensioni delle anime fervorose, saprà adattare i consigli e la direzione al vero stato dei suoi penitenti, a maggior bene dell’anima loro.

634.   2° Anche i semplici fedeli studieranno con vantaggio queste diverse tappe; essi devono certamente lasciarsi dirigere dalla loro guida spirituale; ma quando, con letture bene scelte, abbiano afferrato, almeno nelle grandi linee, le differenze che corrono fra le tre vie, capiranno meglio i consigli del direttore e sapranno trarne maggior profitto.

Verremo dunque ordinatamente studiando le tre vie spirituali, ma senza dimenticare che non vi sono quadri rigidi, e che ogni via comporta molte varietà e molte forme diverse.

LIBRO I

La purificazione dell’anima o la via purgativa

INTRODUZIONE 635-1

635.   Ciò che costituisce la via purgativa, o lo stato degli incipienti, è la purificazione dell’anima nell’intento di giungere all’intima unione con Dio.

Spieghiamo dunque:

▪   1° che cosa intendiamo per incipienti e

▪   2° lo scopo cui debbono mirare.

I. CHE COSA SI HA DA INTENDERE PER INCIPIENTI?

636.   1° Caratteri essenziali. Gl’incipienti nella vita spirituale sono quelli che, vivendo abitualmente nello stato di grazia, hanno un certo desiderio di perfezione ma conservano affetto al peccato veniale e sono esposti a ricadere di tanto in tanto in alcune colpe gravi. Spieghiamo queste tre condizioni.

aVivono abitualmente nello stato di grazia, e quindi ordinariamente lottano con buon esito contro le tentazioni gravi. Escludiamo quindi coloro che cadono spesso in peccato mortale e non ne fuggono le occasioni, che hanno delle velleità di convertirsi ma non volontà ferma ed efficace di farlo. Costoro non sono in via verso la perfezione; sono peccatori, sono mondani che bisogna prima di tutto staccare dal peccato mortale e dalle occasioni di commetterlo 636-1.

b) Hanno un certo desiderio di perfezione o di progresso spirituale, quantunque questo desiderio possa essere ancor debole ed imperfetto. Con ciò escludiamo quei mondani, purtroppo numerosi, la cui sola ambizione è di schivare il peccato mortale, ma che non hanno alcun sincero desiderio di progredire. Infatti questo desiderio, come abbiamo dimostrato al n. 414, è il primo passo verso la perfezione.

c) Conservano però alcuni affetti al peccato veniale deliberato e ne commettono quindi con frequenza; si distinguono così dalle anime proficienti, le quali si sforzano di troncare ogni affetto ai peccati veniali, benchè di tanto in tanto volontariamente ne commettano. La ragione di questi affetti sta nel fatto che le loro passioni non sono ancora ben padroneggiate; onde nascono frequenti e acconsentiti moti di sensualità, di superbia, di vanità, di collera, d’invidia, di gelosia, parole e atti contrari alla carità, ecc. Quante persone, che si dicono devote, conservano di tali affetti, che fanno loro commettere colpe veniali deliberate, e le espongono quindi a cadere di tanto in tanto in colpe gravi!

637.   2° Varie categorie. Vi sono dunque varie categorie di incipienti:–

a) Le anime innocenti che desiderano progredire nella via spirituale: fanciulli, giovinetti, giovanette, persone del mondo che, non contenti di schivare il peccato grave, vogliono far qualche cosa di più per Dio e bramano perfezionarsi. Ce ne sarebbero anche di più, se i sacerdoti si dessero premura di svegliare in loro questo desiderio di perfezione, al catechismo, nel patronato, nei vari circoli parrocchiali. Si rilegga quindi quanto abbiamo detto su questo argomento al n. 409-430.

b) I convertiti, che, dopo commessi gravi peccati, ritornano sinceramente a Dio, e per allontanarsi più efficacemente dall’abisso, vogliono andare avanti nelle vie della perfezione. Anche qui possiamo dire che ve ne sarebbero assai più se i confessori badassero a rammentare ai penitenti che, per non indietreggiare, è necessario avanzare, e che il solo mezzo efficace di schivare il peccato mortale è di tendere alla perfezione (cf. n. 354-361).

c) Gli intiepiditi, che, dopo essersi dati una prima volta a Dio e aver fatto qualche progresso, caddero poi nel rilassamento e nella tiepidezza: costoro hanno bisogno, quand’anche fossero già pervenuti alla via illuminativa, di rifarsi alle pratiche austere della via purgativa e riprendere da capo il lavoro della perfezione. Per aiutarli nei loro sforzi, si dovrà studiosamente premunirli contro i pericoli del rilassamento e della tiepidezza, combattendone le cause che ordinariamente sono la storditaggine o la leggerezza, l’apatia e una certa infingardaggine.

638.   3° Due classi di incipienti. Tra gl’incipienti gli uni mostrano generosità maggiore e gli altri molto minore: onde le due classi che S. Teresa distingue tra loro.

a) Nella prima mansione del Castello interiore638-1 descrive queste anime che, pur trovandosi ancora molto legate al mondo, hanno nondimeno dei buoni desideri, recitano alcune preghiere, ma ordinariamente con la mente piena di mille affari che ne sopraffanno i pensieri. Hanno ancora molti attacchi ma si sforzano di quando in quando di liberarsene. In virtù di questi sforzi, entrano nelle prime più basse stanze del Castello, ma entra con loro una folla di rettili e d’animali velenosi (le loro passioni), che impediscono di ammirar la bellezza del castello e dimorarvi tranquille. Questa mansione, benchè la meno alta, è già di grande ricchezza; ma terribili sono le astuzie e gli artificii del demonio per impedire a queste anime di avanzarsi; il mondo, in cui sono ancora ingolfate, le sollecita coi suoi piaceri e coi suoi onori; ed esse ne sono facilmente vinte, ma pure desiderano di schivare il peccato e fanno opere degne di lode. Insomma queste anime tentano di associar la pietà con la vita mondana; la loro fede non è così illuminata e la volontà così forte e generosa da farle rinunziare non solo al peccato ma anche a certe occasioni pericolose; non capiscono abbastanza la necessità della frequente preghiera, nè d’una rigorosa penitenza o mortificazione. Ma pur vogliono non solo salvarsi l’anima, sì anche progredire nell’amor di Dio, facendo qualche sacrificio.

639.   b) La seconda classe di incipienti è descritta da S. Teresa nella seconda mansione. Sono le persone che fanno già orazione e intendono meglio che bisogna far sacrifici per progredire, ma che intanto, per mancanza di coraggio, ritornano talora alle prime mansioni, esponendosi di nuovo alle occasioni di peccato: amano ancora i piaceri e le seduzioni del mondo, e cadono talora in qualche colpa grave, rialzandosene però subito, perchè ascoltano la voce di Dio che le chiama al pentimento. Non ostante le sollecitazioni del mondo e del demonio, meditano sulla fragilità dei falsi beni della terra e sulla morte che presto verrà a separarnele. Amano allora sempre di più Colui da cui ricevono numerose testimonianze d’amore; capiscono che fuori di lui non possono trovar nè pace nè sicurezza, e bramano schivare i traviamenti del figliuol prodigo. È dunque uno stato di lotta, in cui soffrono molte tentazioni che le assalgono, ma dove pure Dio si degna di consolarle e di fortificarle. Conformandosi alla volontà di Dio, che è il gran mezzo di perfezione, finiranno con l’uscire da quelle mansioni ove circolano ancora le bestie velenose, per giungere a quella regione ove saranno al riparo dai loro morsi.

640.   Non tratteremo successivamente di queste due classi, perchè i mezzi da suggerire sono poi gli stessi. Ma il direttore ne terrà conto nei consigli particolari che dovrà dare. Così volgerà specialmente l’attenzione delle anime della prima classe sulla malizia e sugli effetti del peccato; sulla necessità di schivarne le occasioni, ed ecciterà in esse vivo desiderio di pregare, di far penitenza e di mortificarsi; alle anime più generose consiglierà inoltre più lunga meditazione e la lotta contro i vizi capitali, vale a dire contro quelle profonde inclinazioni che sono la sorgente di tutti i nostri peccati.

II. LO SCOPO A CUI MIRARE.

641.   Abbiamo detto, n. 309, che la perfezione essenzialmente consiste nell’unione con Dio per mezzo della carità. Ma, essendo Dio la stessa santità, non possiamo essergli uniti se non possedendo la purità di cuore, che abbraccia un doppio elemento: l’espiazione del passato e il distacco dal peccato e dalle sue occasioni per l’avvenire.

La purificazione dell’anima è dunque il primo lavoro degli incipienti.

Si può anche aggiungere che l’anima tanto più intimamente si unirà con Dio quanto più sarà pura e distaccata. Ora la purificazione è più o meno perfetta secondo i motivi che la ispirano e gli effetti che produce.

A) La purificazione rimane imperfetta se è ispirata principalmente da motivi di timore e di speranza, timore dell’inferno e speranza del cielo e dei beni celesti. Gli effetti ne sono incompleti: si rinunzia certo al peccato mortale che ci priverebbe del cielo, ma non si rinunzia ai peccati veniali, anche deliberati, perchè questi non impediscono l’eterna salvezza.

B) Vi è dunque una purificazione più perfetta, la quale, senza escludere il timore e la speranza, ha per motivo principale l’amor di Dio, il desiderio di piacergli e quindi di schivare tutto ciò che anche leggermente l’offende. Si avvera allora la parola del Salvatore alla donna peccatrice: “Le sono rimessi i molti suoi peccati perchè molto ella ha amato”641-1.

A questa seconda purificazione devono mirare le anime buone; il direttore però si ricordi che molti incipienti non sono subito capaci di levarsi tant’alto, e, pur parlando dell’amor di Dio, proponga anche quei motivi di timore e di speranza che operano più fortemente sull’anima loro.

DIVISIONE DEL PRIMO LIBRO.

642.   Conosciuto il fine, bisogna determinare i mezzi necessari a conseguirlo, che si riducono poi a due: la preghiera, che ci ottiene la grazia, e la mortificazione con cui alla grazia corrispondiamo. Ma la mortificazione prende vari nomi secondo gli aspetti sotto cui si considera: si chiama penitenza, quando ci fa espiare le colpe passate; mortificazione propriamente detta, quando prende di mira l’amor del piacere per diminuire il numero delle colpe nel presente e nel futuro; lotta contro i vizi capitali, quando combatte le profonde inclinazioni che ci portano al peccato; lotta contro le tentazioni, quando resiste agli assalti dei nostri nemici spirituali. Onde cinque capitoli:

▪   Cap. I. — La preghiera degl’incipienti.

▪   Cap. II. — La penitenza per riparare il passato.

▪   Cap. III. — La mortificazione per assicurar l’avvenire.

▪   Cap. IV. — La lotta contro i vizi capitali.

▪   Cap. V. — La lotta contro le tentazioni.

Tutti questi mezzi suppongono chiaramente la pratica delle virtù teologali e delle virtù morali nel primo loro grado: non si può infatti pregare, far penitenza e mortificarsi, senza credere fermamente alle verità rivelate, senza sperare i beni del cielo e senza amar Dio, senza esercitarsi nella prudenza, nella giustizia, nella fortezza e nella temperanza. Ma noi tratteremo di queste virtù nella via illumunativa, ove conseguono il pieno loro sviluppo.

COMPENDIO DI TEOLOGIA ASCETICA E MISTICA parte 3ultima modifica: 2016-03-02T18:14:49+00:00da mikeplato
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