COMPENDIO DI TEOLOGIA ASCETICA E MISTICA parte 4

CAPITOLO I.

La preghiera degl’incipienti 643-1.

643.   Abbiamo già esposto (n. 499-521) la natura e l’efficacia della preghiera. Richiamate coteste nozioni agli incipienti, converrà:

▪   1° inculcar loro la necessità e le condizioni della preghiera;

▪   2° formarli a poco a poco agli esercizi spirituali che fanno per loro;

▪   3° insegnar loro a meditare.

▪   Art. I. — Della preghiera in generaleArt. II. — Dei principali esercizi spirituali.

▪                     Necessità.

▪                     Condizioni.

▪   Art. III. — Della meditazione

▪                     Nozioni generali.

▪                     Vantaggi e necessità.

▪                     Della meditazione degl’incipienti.

▪                     Metodi principali.

ART. I. NECESSITÀ E CONDIZIONI DELLA PREGHIERA.

§ I. Necessità della preghiera.

644.   Quanto dicemmo del doppio fine della preghiera, adorazione e domanda (n. 503-509), ce ne mostra molto bene la necessità. È infatti evidente che, come creature e come cristiani, siamo obbligati a glorificar Dio con l’adorazione, la riconoscenza e l’amore; e che, come peccatori, dobbiamo offrirgli i nostri doveri di riparazione (n. 506). Qui però si tratta principalmente della preghiera come domanda, e della sua necessità assoluta come mezzo di salute e di perfezione.

645.   La necessità della preghiera è fondata sulla necessità della grazia attuale. È di fede che, senza questa grazia, siamo nell’impotenza assoluta di salvarci, tanto più poi di giungere alla perfezione, n. 126. Da per noi, per quanto buon uso facciamo della libertà, non possiamo nè positivamente disporci alla conversione, nè perseverare nel bene per un tempo notevole, specialmente poi perseverare sino alla morte: “Senza di me, dice Gesù ai suoi discepoli, voi non potete far nulla; non potete avere neppure un buon pensiero, aggiunge S. Paolo, perchè è Dio che opera in noi il volere e il fare: “Sine me nihil potestis facere… non quod sufficientis simus cogitare aliquid a nobis quasi ex nobis… operatur in vobis et velle et perficere” 645-1.

Ora, lasciando la prima grazia che ci è largita gratuitamente senza preghiera come quella che è il principio stesso della preghiera, è inconcussa verità che la preghiera è il mezzo normale, efficace e universale per cui Dio vuole che otteniamo tutte le grazie attuali. Ecco perchè Nostro Signore inculca sì spesso la necessità della preghiera per ottenere la grazie: “Chiedete, egli dice, e otterrete, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto; perchè chi chiede riceve, chi cerca trova, e si apre a chi bussa 645-2. È come se dicesse, aggiungono quasi tutti i commentatori: se non chiedete non riceverete nulla, se non cercate non troverete nulla. Questa necessità della preghiera Gesù la richiama sopratutto quando si tratta di resistere alla tentazione: “vigilate et orate ut non intretis in tentationem: spiritus quidem promptus est, caro autem infirma” 645-3. S. Tommaso ne conchiude che ogni fiducia non fondata sulla preghiera è presuntuosa, perchè Dio, il quale non è per giustizia obbligato a darci la sua grazia, non ha promesso di darcela se non dipendentemente dalla preghiera. Egli conosce certamente i nostri bisogni spirituali senza che noi glieli esponiamo; ma pure vuole che le nostre preghiere siano la molla che muove la sua misericordia, affinchè lo riconosciamo come autore dei beni che ci concede 645-4.

646.   Così l’intese la Tradizione. Il concilio di Trento, facendo sua la dottrina di S. Agostino, dice che Dio nulla comanda d’impossibile, perchè comanda di fare ciò che possiamo e di chiedere ciò che non possiamo e con la grazia sua ci aiuta a chiederlo 646-1; suppone quindi chiaramente che vi sono cose impossibili senza la preghiera; ed è appunto la conclusione che ne trae il Catechismo romano: “la preghiera ci fu data come strumento necessario per ottenere ciò che desideriamo; vi sono infatti cose che possiamo ottenere solo col suo aiuto 646-2.

647.   Avviso al direttore. È cosa assai importante insistere su questa verità per gl’incipienti; perchè molti, imbevuti senza pur saperlo di pelagianismo o di semipelagianismo, s’immaginano di potere con la volontà e con l’energia arrivare a tutto. È vero che l’esperienza viene presto a convincerli che le migliori risoluzioni restano spesso inadempiute nonostante i loro sforzi; ma il direttore se ne gioverà per ripetere, senza mai stancarsi, che solo con la grazia e con la preghiera possono riuscire ad osservarle; e questa dimostrazione sperimentale tornerà di singolar conferma alle loro convinzioni sulla necessità della preghiera; esporrà pure le condizioni della sua efficacia.

§ II. Condizioni essenziali della preghiera.

648.   Avendo già provata la necessità della grazia attuale per tutti gli atti necessari alla salute, n. 126, ne possiamo conchiudere che questa grazia è pur necessaria a pregar bene. S. Paolo lo dichiara nettamente: “Lo Spirito porge la mano alla fiacchezza nostra; perchè quello che s’ha da chiedere, come conviene, non sappiamo; ma lo Spirito stesso l’implora per noi con gemiti inenarrabili: quid oremus sicut oportet, nescimus, sed ipse Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus 648-1. Aggiungiamo che questa grazia è offerta a tutti, anche ai peccatori, e che quindi tutti possono pregare.

Benchè lo stato di grazia non sia necessario per pregare, pure aumenta singolarmente il valore delle nostre preghiere, perchè fa di noi gli amici di Dio e le membra viventi di Gesù Cristo.

Esamineremo le condizioni richieste dalla preghiera:

▪   1° da parte dell’oggetto;

▪   2° da parte di chi prega.

I. Da parte dell’oggetto.

649.   La condizione più importante, da parte dell’oggetto, è di chiedere soltanto i beni che ci conducono alla vita eterna, prima di tutto le grazie soprannaturali, e secondariamente, in quanto saranno utili alla eterna nostra salute, i beni d’ordine temporale. Tale è la regola fissata da Nostro Signore stesso: “Cercate in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date di giunta. Quærite primum regnum Dei et justitiam ejus, et hæc omnia adjicientur vobis 649-1. Come infatti abbiamo detto, n. 307-308, la felicità, come la perfezione dell’uomo, consiste nel possesso di Dio e quindi nelle grazie necessarie a questo fine. Onde non dobbiamo chiedere nulla che non sia in relazione con questo fine.

1° I beni temporali in se stessi sono troppo al disotto di noi, troppo incapaci di soddisfare le aspirazioni del nostro cuore e di renderci felici, onde non possono essere l’oggetto principale delle nostre preghiere. Ma, avendo noi fino a un certo punto bisogno di questi beni per vivere e assicurar la nostra salute, ci è lecito chiedere il pane quotidiano, tanto quello del corpo come quello dell’anima, subordinando però il primo al secondo. Può darsi infatti che un bene particolare che ci pare desiderabile, poniamo la ricchezza, ci diventi poi pericoloso per l’eterna salute; onde non si può chiederlo che subordinatamente ai beni eterni.

650.   2° Anche quando si tratta di questa o quella grazia particolare, non conviene chiederla che conforme alla divina volontà, Nella infinita sua sapienza Dio sa meglio di noi ciò che a ogni anima, secondo la sua condizione e il suo grado di perfezione, si conviene. Come bene osserva S. Francesco di Sales, noi dobbiamo voler la nostra salute come la vuol Dio, quindi risolutamente volere e abbracciare le grazie che ci distribuisce, perchè è necessario che la nostra volontà sia conforme alla sua 650-1; ma quando si tratta di grazie particolari, come sarebbe questa o quella forma di orazione, di consolazione, di aridità ecc., non bisogna chiedere nulla in modo assoluto ma subordinar tutto alla volontà di Dio 650-2. Dio distribuisce le grazie di consolazione o di aridità, di riposo o di lotta, secondo i disegni della infinita sua sapienza e i bisogni dell’anima nostra. Non ci resta quindi che rimetterci a lui per la scelta delle grazie che ci sono più utili. Possiamo certo esprimere un desiderio, ma con umile sommessione alla volontà del Padre Celeste: egli ci esaudirà sempre se preghiamo come si conviene; ci concederà talora anche più e meglio di quel che domandiamo, onde noi, non solo non ce ne dobbiamo lamentare, ma dobbiamo anzi benedirnelo 650-3.

II. Condizioni da parte del soggetto.

Le condizioni più essenziali per rendere efficaci le nostre preghiere, sono: l’umiltà, la confidenza e l’attenzione, o almeno lo sforzo serio per stare attenti.

651.   1° L’umiltà nasce dalla natura stessa della preghiera. Essendo la grazia essenzialmente gratuita e non avendovi noi alcun diritti, siamo, dice S. Agostino, rispetto a Dio, dei mendicanti, e dobbiamo implorare dalla sua misericordia ciò che per giustizia non possiamo ottenere. Così pregava Abramo il quale, al cospetto della maestà divina, si riguardava come polvere e cenere: “Loquar ad Dominum Deum, cum sim pulvis et cinis 651-1; così pregava Daniele, quando chiedeva la liberazione del popolo ebreo, appoggiandosi non sui meriti suoi e sulle sue virtù, ma sulla ricchezza delle divine misericordie: “Neque enim in justificationibus nostris prosternimus preces ante faciem tuam; sed in miserationibus tuis multis” 651-2; così pregava il pubblicano che fu esaudito: “Deus, propitius esto mihi peccatori” 651-3, mentre il superbo fariseo vide respinta la sua preghiera. Gesù stesso ce ne dà la ragione: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato: quia omnis qui se exaltat humiliabitur, et qui se humiliat exaltabitur“. Ben lo intesero i suoi discepoli, e S. Giacomo ripete con insistenza: “Dio resiste ai superbi e dà le sue grazie agli umili: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam” 651-4. Ed è giustizia questa: perchè il superbo attribuisce a sè l’efficacia della sua preghiera mentre l’umile l’attribuisce a Dio. Or vorremmo noi che Dio ci esaudisse a spese della sua gloria, per nutrire e fomentare la nostra vanità? L’umile invece confessa che tutto gli proviene da Dio; quindi Dio, esaudendolo, lavora per la gloria sua e insieme per il bene del supplicante.

652.   2° Quindi la vera umiltà genera la confidenza, quella confidenza che non si fonda sui meriti nostri ma sull’infinita bontà di Dio e sui meriti di Gesù Cristo.

a) La fede c’insegna che Dio è misericordia, e che quindi si piega con tanto maggior amore verso di noi quanto più noi riconosciamo le nostre miserie; perchè la miseria chiama la misericordia. Invocarlo con fiducia, è in sostanza un onorarlo, è proclamare che egli è la fonte di tutti i beni e nulla tanto desidera quanto di largirceli. Ci dichiara quindi le tante volte nella S. Scrittura che esaudisce coloro che sperano in lui: “Quiniam in me speravit, liberabo eum: clamabit ad me et ego exaudiam eum 652-1. Nostro Signore c’invita a pregare con confidenza e per insinuarci questa disposizione ricorse non solo alle esortazioni più premurose ma anche alle più tenere parabole. Dopo avere affermato che chi chiede riceve, aggiunge: “Chi è mai tra voi che, chiedendogli il figlio del pane, gli porgerà un sasso?… Se dunque voi, cattivi come siete, sapete dare cose buone ai vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli concederà ciò che è buono a coloro che lo pregano” 652-2. Ritorna su questo punto nell’ultima Cena: “In verità, in verità vi dico… tutto ciò che chiederete al Padre nel nome mio, io lo farò, affinchè il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa in mio nome, la farò 652-3… In quel giorno chiederete nel nome mio, e non vi dico 652-4 che pregherò io pure il Padre per voi. Perchè anche il Padre vi ama avendo voi amato me”. Sarebbe quindi un diffidare di Dio e delle sue promesse, sarebbe un far poca stima dei meriti infiniti di Gesù e dell’onnipotente sua mediazione, il non avere assoluta fiducia nella preghiera.

653.   b) Pare talvolta, è vero, che Dio faccia il sordo alle nostre preghiere, perchè vuole che la nostra confidenza sia perseverante, a fine di farci meglio sentire la profondità della nostra miseria e il pregio della grazia; ma ci mostra pure, coll’esempio della Cananea 653-1, che anche quando pare che ci respinga, gode poi di lasciarsi fare dolce violenza. Una donna Cananea viene a supplicar Gesù di guarirle la figlia tormentata dal demonio. Il Maestro non le risponde; essa allora si rivolge ai discepoli, importunandoli con le grida, tanto che essi pregano Gesù d’intervenire. Gesù risponde di essere venuto pei soli figli d’Israele. Senza punto disanimarsi, la povera donna gli si prostra ai piedi, dicendo: “Signore, aiutatemi. Gesù replica con apparente durezza che non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani. — E lei: È vero, Signore; ma anche i cagnolini mangiano almeno le briciole che cadono dalla tavola del padrone. — Vinto da così constante [sic] e umile confidenza, Gesù le concede finalmente il favore domandato e le guarisce sull’istante la figlia. Poteva farci intendere meglio che se, nonostante il poco buon esito delle nostre preghiere, perseveriamo nell’umile fiducia, siamo sicuri d’essere esauditi?

654.   3° Ma a questa perseverante fiducia è necessario aggiungere l’attenzione o almeno il serio sforzo per pensare a ciò che diciamo a Dio. Le distrazioni involontarie, quando cerchiamo di respingerle e diminuirne il numero, non sono ostacolo alla preghiera, perchè l’anima, appunto per questi sforzi che facciamo, resta orientata verso Dio. Ma le distrazioni volontarie, che deliberatamente accettiamo o che solo fiaccamente respingiamo o di cui non vogliamo sopprimere le cause, nelle preghiere di precetto sono peccati veniali, e nelle altre sono negligenze e mancanze di rispetto verso Dio, che non lo dispongono molto ad esaudirci. La preghiera è un’udienza che il nostro Creatore si degna di concederci, una conversazione col Padre celeste in cui lo supplichiamo che si degni d’ascoltar le nostre parole e badare alle nostre suppliche: “Verba mea auribus percipe Domine… intende voci orationis meæ 654-1; e nel momento stesso che gli chiediamo di ascoltarci e di parlarci, non faremmo serio sforzo per capir ciò che diciamo e per stare attenti alle divine ispirazioni? Non sarebbe un’incoerenza e una mancanza di religione? Non meriteremo il rimprovero che Nostro Signore faceva ai Farisei? “Questo popolo mi onora con la punta delle labbra ma il suo cuore è lontano da me: Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me” 654-2.

655.   Bisogna quindi seriamente sforzarsi di cacciar prontamente ed energicamente le distrazioni che si presentano, sapercene umiliare e giovarcene per rinnovar l’unione con Gesù e pregare con lui. È pur necessario diminuire il numero delle distrazioni, combattendo vigorosamente le cause, l’abituale dissipazione della mente, la libertà della fantasia, i pensieri e gli affetti che sopraffanno la mente e il cuore, e abituarsi a poco a poco al pensiero, spesso rinnovato, della presenza di Dio con l’offerta delle proprie azioni e colle giaculatorie. Adoprando questi mezzi, non c’è ragione d’inquietarci delle distrazioni involontarie che ci passano per la mente o ci turbano la fantasia: sono prove e non colpe, e, sapendo fare, ci accrescono i meriti e il valore delle preghiere.

656.   Triplice è l’attenzione che possiamo porre nelle preghiere: 1) quando badiamo a pronunziar bene le parole, si ha l’attenzione verbale, che suppone già un certo sforzo per pensare a ciò che si dice; 2) se badiamo di preferenza a ben comprendere il senso delle parole, si ha l’attenzione letterale o intellettuale; 3) se, lasciando da parte il senso letterale, l’anima si inalza a Dio per adorarlo, benedirlo, unirsi a lui, o per addentrarsi nel mistero che si onora, o per chiedere a Dio tutto ciò che gli chiede la Chiesa e tutto ciò che gli chiede Gesù, si ha l’attenzione spirituale o mistica. Più che agl’incipienti, quest’ultima conviene alle anime proficienti. A coloro che cominciano a gustar la preghiera, bisognerà raccomandare l’una o l’altra delle due prime specie d’attenzione, secondo il carattere e le inclinazioni di ciascuno e le circostanze in cui si trova.

ART. II. DEGLI ESERCIZI DI PIETÀ DEGLI INCIPIENTI.

657.   Essendo la preghiera uno dei grandi mezzi per salvarsi, il direttore inizierà a poco a poco gl’incipienti alla pratica di quegli esercizi spirituali che costituiscono la trama d’una vita seriamente cristiana, tenendo conto dell’età, della vocazione, dei doveri del loro stato, del carattere, delle inclinazioni soprannaturali e dei progressi loro.

658.   1° Lo scopo a cui si ha da mirare è di giungere adagio adagio ad abituar le anime alla preghiera, in modo che la loro vita sia fino a un certo punto una vita di preghiera (n. 522). Ma è chiaro che occorre tempo notevole e sforzi diuturni per accostarsi a questo ideale, che non è alla portata degl’incipienti ma che il direttore deve conoscere per meglio guidarvi i penitenti.

659.   2° I principali esercizi che servono a convertir la vita in abituale preghiera, oltre la preghiera del mattino e della sera che i buoni cristiani non mancano mai di fare, sono:

A) La meditazione del mattino, su cui torneremo presto, e la santa messa con la santa comunione che ci mostrano l’ideale a cui dobbiamo tendere e ci aiutano a conseguirlo (n. 524). Vi sono però persone che, per i doveri del loro stato, non possono assistere tutti i giorni alla messa; vi potranno supplire con la comunione spirituale da farsi alla fine della meditazione o anche mentre attendono alle occupazioni manuali. In ogni caso bisognerà ammaestrarle del come trar profitto dalla messa e dalla comunione, quando vi potranno assistere, adattando alla loro capacità quanto abbiamo detto al n. 271-289; e soprattutto poi del come seguire con intelligenza gli uffici liturgici delle domeniche e delle feste, perchè la sacra liturgia ben compresa è una delle migliori scuole di perfezione.

660.   B) Nel corso della giornata, bisognerà consigliare, oltre l’offerta spesso rinnovata delle azioni principali, alcune giaculatorie, alcune buone letture adattate allo stato dell’anima sulle verità fondamentali, sul fine dell’uomo, sul peccato, sulla mortificazione, sulla confessione e sugli esami di coscienza, aggiungendovi alcune vite di Santi celebri per la pratica della penitenza; il che sarà luce per l’intelletto, stimolo per la volontà e ottimo mezzo per facilitar la meditazione. La recita di alcune diecine del Rosario meditandone i misteri, accrescerà la devozione alla SS. Vergine e l’abitudine di unirsi a Nostro Signore. La visita al SS. Sacramento, la cui durata varierà con le occupazioni, verrà a rianimar lo spirito di pietà; e ognuno potrà vantaggiosamente servirsi dell’Imitazione, specialmente del libro quarto, e delle Visite al SS. Sacramento di Sant’Alfonso de’ Liguori.

661.   C) La sera, un buon esame di coscienza integrato dall’esame particolare aiuterà gl’incipienti a rilevar le mancanze, a prevedere i rimedi, a rimettere la volontà nella ferma risoluzione di far meglio, non permettendo così che cadano nel rilassamento e nella tiepidezza. Sarà necessario richiamare anche qui quanto abbiamo detto sugli esami, n. 460-476, e sulla confessione, n. 262-269, ricordando che gl’incipienti devono esaminarsi principalmente sui peccati veniali deliberati, essendo questa vigilanza il mezzo migliore per evitare o per immediatamente riparare i peccati mortali in cui si avesse la disgrazia di cadere in un momento di sorpresa.

662.   3° Consigli al direttore. A) Il direttore vigilerà perchè i penitenti non si carichino di esercizi di pietà troppo numerosi, che verrebbero poi a nuocere all’adempimento dei doveri del loro stato, o che sarebbero di ostacolo alla vera devozione. Vale certamente meglio recitar qualche preghiera di meno ma mettervi maggior attenzione e pietà. Ce lo dice il Signore stesso: “Nelle preghiere non moltiplicate le parole come fanno i pagani, che pensano d’essere esauditi a furia di parlare. Non li imitate dunque, perchè il Padre vostro sa di che avete bisogno prima ancora che glielo domandate 662-1. E appunto allora insegnò quella breve e sostanziale preghiera del Pater, che contiene tutto ciò che possiamo chiedere, n. 515-516. Ora ci sono incipienti che facilmente pensano di essere tanto più pii quante più preghiere vocali fanno; si rammenti loro la parola del Maestro e si mostri che una preghiera attenta di dieci minuti vale più di un’altra di venti seminata di distrazioni più o meno volontarie, e sarà un grande servizio. Per aiutarli a fissar l’attenzione, si rammenti che pochi secondi impiegati a mettersi alla presenza di Dio e ad unirsi a Nostro Signore, assicureranno in modo singolare l’efficacia della preghiera.

663.   B) Per le preghiere che si debbono ripetere di frequente, è utile, a schivar l’abitudine, insegnare un metodo semplice e facile onde fissar l’attenzione. Così, per esempio, quanto al Rosario, se si bada a meditarne i misteri con la doppia intenzione di onorare la SS. Vergine e di attirare in noi la virtù speciale che corrisponde al mistero, se ne trae maggior vantaggio e la recita diventa una piccola meditazione. Ma sarà anche bene far notare che non si può, ordinariamente almeno, attendere nello stesso tempo al senso letterale dell’Ave Maria e allo spirito del mistero, e che basta fissarsi o sull’uno o sull’altro.

ART. III. DELLA MEDITAZIONE 664-1.

Esporremo:

▪   1° Le nozioni generali sulla meditazione;

▪   2° vantaggi e la necessità;

▪   3° caratteri distintivi della meditazione degl’incipienti;

▪   4° metodi principali.

§ I. Nozioni generali.

664.   1° Nozione ed elementi costitutivi. Abbiamo detto, n. 510, che vi sono due specie di preghiera: la preghiera vocale, che si esprime con parole o con gesti, e la preghiera mentale, che si fa nell’interno dell’anima. Questa si definisce: un’elevazione e una applicazione dell’anima a Dio, per porgergli i nostri doveri e diventar migliori alla sua gloria.

Abbraccia cinque elementi principali: 1) i doveri di religione che si rendono a Dio o a Nostro Signor Gesù Cristo o ai Santi; 2) considerazioni su Dio e sulle nostre relazioni con lui, per alimentare e rinvigorire le nostre convinzioni sulle virtù cristiane; 3) riflessioni sopra noi stessi per vedere a che punto siamo nella pratica delle virtù; 4) preghiere propriamente dette per chiedere la grazia necessaria a praticar meglio questa o quella virtù; 5) risoluzione per far meglio nell’avvenire. Non è necessario che questi atti seguano nell’ordine indicato nè che si facciano tutti nella stessa meditazione; ma perchè la preghiera meriti il nome di meditazione è necessario che duri un certo tempo, distinguendosi così dalle giaculatorie.

Quando le anime crescono in perfezione e hanno già convinzioni che basta rapidamente rinnovare, la meditazione si semplifica e consiste talvolta in un semplice sguardo affettuoso, come spiegheremo più tardi.

665.   2° Origine. Bisogna distinguere bene tra meditazione in sè stessa e metodi di meditazione.

A) La meditazione, sotto una forma o sotto un’altra, ci fu in ogni tempo: i libri dei profeti, i Salmi, i libri Sapienziali, sono pieni di meditazioni che alimentavano la pietà degli Israeliti; e Nostro Signore, coll’insistere sul culto in spirito e verità, col passar le notti in preghiera, col far nell’orto degli Olivi e sul Calvario lunga orazione, preparava la via a quelle anime interiori che dovevano nel corso dei secoli ritirarsi nella cella del cuore a pregarvi Dio in secreto. I libri di Cassiano e di S. Giacomo Climaco, senza parlare delle opere dei Padri, trattano esplicitamente della meditazione e dell’orazione, anche nelle sue forme più alte come la contemplazione. Si può dire che il trattato di S. Bernardo De Consideratione è in sostanza un trattato sulla necessità della riflessione e della meditazione. La Scuola di S. Vittore insiste molto sulla pratica della meditazione per giungere alla contemplazione 665-1. E si sa quanto S. Tommaso raccomandi la meditazione come mezzo di crescere nell’amor di Dio e di darsi a lui 665-2.

666.   B) La meditazione poi od orazione metodica data dal quindicesimo secolo; si trova esposta nel Rosetum di Giovanni Mauburnus 666-1 e negli autori benedettini della stessa epoca. S. Ignazio, negli Esercizi Spirituali, dà parecchi metodi di meditazione molto precisi e molto vari; S. Teresa descrive meglio d’ogni altro i vari generi di orazione; e i suoi discepoli espongono le regole della meditazione metodica 666-2. S. Francesco di Sales traccia egli pure un metodo di orazione alla sua Filotea, e la Scuola Francese del secolo XVII avrà presto il suo, che l’Olier e il Tronson perfezioneranno e che oggi vien detto il metodo di S.-Sulpizio.

667.   Differenza tra la meditazione e l’orazione. I due vocaboli meditazione e orazione si prendono spesso l’un per l’altro; volendoli distinguere, il primo è riservato a quella forma di preghiera mentale in cui domina la considerazione o il ragionamento e che è perciò detta meditazione discorsiva; il secondo si applica principalmente a quelle forme di preghiera mentale in cui dominano gli affetti pii e gli atti della volontà. Ma la meditazione discorsiva contiene già anch’essa degli affetti, e l’orazione affettiva è generalmente preceduta o accompagnata da alcune considerazioni, tranne quando l’anima viene colta dalla luce della contemplazione.

668.   Il genere di orazione che conviene generalmente agl’incipienti è quello della meditazione discorsive, che è necessaria per acquistare o fortificarne le convinzioni. Vi sono però anime affettive che, quasi fin da principio, fanno larga parte agli affetti; tutti poi devono essere avvertiti che la parte migliore dell’orazione consiste negli atti di volontà.

§ II. Vantaggi e necessità dell’orazione.

I. Vantaggi.

669.   La meditazione, quale fu da noi descritta, è utilissima all’eterna salute e alla perfezione.

1° Ci distacca dal peccato e dalle sue cause. Se pecchiamo, avviene infatti per irriflessione e fiacchezza di volontà. Ora la meditazione corregge questo doppio difetto.

a) Ci illumina sulla malizia del peccato e sui terribili suoi effetti, mostrandoceli alla luce di Dio, della eternità e di ciò che fece Gesù per espiare il peccato. “È lei, dice il P. Crasset 669-1, che ci conduce (col pensiero) in quei sacri deserti ove si trova Dio solo nella pace, nella quiete, nel silenzio e nel raccoglimento; lei che ci conduce spiritualmente nell’inferno a vedervi il nostro posto; al cimitero a vedervi la nostra dimora; in cielo a vedervi il nostro trono; nella valle di Giosafat a vedervi il nostro giudice; a Betlemme a vedervi il nostro Salvatore; sul Tabor a vedervi il nostro amore; sul Calvario a vedervi il nostro esempio”. — Ci distacca pure dal mondo e dai falsi suoi diletti; ci ricorda la fragilità dei beni temporali, gli affanni che ci procurano, il vuoto e il disgusto che lasciano nell’anima; ci rinfranca contro la perfidia e la corruzione del mondo e ci fa comprendere che Dio solo può formar la nostra felicità. — Ci distacca specialmente da noi stessi, dalla nostra superbia, dalla nostra sensualità, mettendoci in faccia a Dio che è la pienezza dell’essere, e in faccia al nostro nulla, e mostrandoci che i sensuali diletti ci abbassano al di sotto dei bruti, mentre le gioie divine ci nobilitano e ci inalzano a Dio.

b) Ci invigorisce la volontà non solo dandoci convinzioni, come fu detto, ma guarendo a poco a poco la nostra inerzia, la nostra codardia e la nostra incostanza; infatti solo la grazia di Dio, aiutata dalla cooperazione nostra, può guarire queste debolezze. Ora la meditazione ci fa sollecitare questa grazia con tanto maggior ardore, quanto più abbiamo con la riflessione sentito la nostra impotenza; e gli atti di dolore, di contrizione e di fermo proponimento che facciamo durante la meditazione, con le risoluzioni che vi prendiamo, sono già una attiva cooperazione alla grazia.

670.   2° Ci fa pure praticar tutte le grandi virtù cristiane: 1) illumina la nostra fede, mettendoci sotto gli occhi le verità eterne; regge la nostra speranza, aprendoci l’adito a Dio per ottenerne l’aiuto; stimola la nostra carità, manifestandoci la bellezza e la bontà di Dio: 2) ci rende prudenti con le considerazioni che ci suggerisce prima di operare; giusti, conformandoci la volontà a quella di Dio; forti, facendoci partecipare alla divina potenza; temperanti calmandoci l’ardore dei desideri e delle passioni. Non vi sono dunque virtù cristiane che con la meditazione non si possano da noi acquistare: aderiamo per mezzo di lei alla verità e la verità, liberandoci dai vizi, ci fa praticar la virtù: “cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos” 670-1.

671.   3° Prepara così la nostra unione e anche la nostra trasformazione in Dio. È infatti una conversazione con Dio, che diventa ogni giorno più intima, più affettuosa e più lunga, perchè continua poi nel corso delle giornate anche in mezzi al lavoro, n. 522. Ora, a forza di frequentare l’autore di ogni perfezione, l’anima se ne imbeve, se ne compenetra, come la spugna che si riempie del liquido in cui viene immersa, come il ferro che, posto nella fornace, s’arroventa, si ammolisce e prende le qualità del fuoco.

II. Della necessità della meditazione.

672.   1° Per i semplici cristiani. A) La meditazione metodica è efficacissimo mezzo di santificazione, ma non è peraltro necessaria all’eterna salute pei cristiani in generale. Necessario è il pregare per porgere a Dio i nostri doveri e riceverne grazie: il che, com’è chiaro, non può farsi senza una certa attenzione della mente e un qualche desiderio del cuore. Alla preghiera bisogna pure aggiungere riflessioni sulle grandi verità e sui principali doveri cristiani con applicazione a sè stessi; ma tutto questo può farsi senza meditazione metodica, ascoltando le istruzioni parrocchiali, facendo buone letture, esaminando la propria coscienza.

673.   B) È però molto utile e salutare a tutti coloro che vogliono progredire e salvarsi l’anima, tanto agl’incipienti come alle anime più avanzate; si può anzi dire che è il mezzo più efficace per assicurarsi l’eterna saluten. 669. Tal è l’insegnamento di S. Alfonso che ne dà questa ragione: con gli altri esercizi di pietà, come il Rosario, l’ufficiolo della Madonna, il digiuno, si può purtroppo continuare a vivere in peccato mortale; ma con la meditazione non si può rimanere a lungo nel peccato grave: o si lascierà la meditazione o si rinunzierà al peccato 673-1; come può infatti uno presentarsi ogni giorni davanti a Dio, autore d’ogni santità, con la chiara coscienza di essere in istato di peccato mortale, senza prendere, con l’aiuto della grazia, la ferma risoluzione di detestare il peccato e andare a gettarsi ai piedi d’un confessore per ottenere il perdono di cui vede l’assoluta necessità? Se invece non si ha un momento fisso e un sicuro metodo per riflettere sulle grandi verità, uno si lascia trascinar dalla disperazione e dagli esempi del mondo e sdrucciola insensibilmente nel peccato.

674.   2° Morale necessità della meditazione per i sacerdoti addetti al ministero. Non parliamo qui di quei sacerdoti che, essendo religiosi e recitando il divino ufficio lentamente e piamente, possono trovare in questa recita e nelle letture e preghiere che fanno, un equivalente della meditazione. Si noti però che, anche negli Ordini in cui si recita l’ufficio in coro, la regola prescrive almeno mezz’ora di meditazione, appunto perchè si è persuasi che la preghiera mentale è l’anima delle preghiere vocali e ne assicura la fervorosa recitazione. E aggiungiamo che le Congregazioni fondate dopo il secolo XVI, insistono anche di più sulla meditazione, e che il Codice di Diritto Canonico prescrive ai Superiori di vigilare perchè tutti i religiosi, non legittimamente impediti, consacrino ogni giorno un certo tempo all’orazione mentale 674-1.

Ma parliamo qui dei sacerdoti di ministero, immersi nelle fatiche apostoliche, e diciamo che la pratica abituale della meditazione, ad ora determinata, è moralmente necessaria alla loro perseveranza e alla loro santificazione. Hanno infatti numerosi e importanti doveri da adempiere sotto pena di colpa grave, e d’altra parte sono talvolta soggetti a insistenti tentazioni nell’esercizio stesso del loro ministero.

675.   A) Ora, per resistere a queste tentazioni e adempiere fedelmente e soprannaturalmente tutti i loro doveri, è necessario che abbiano profonde convinzioni e grazie particolari che ne reggano la vacillante volontà; e nella meditazione quotidiana soltanto, come tutti convengono, le une e le altre si acquistano.

Nè si dica che possono anch’essi trovar nella santa messa e nel divino ufficio equivalenti alla meditazione. La messa e il breviario, detti con attenzione e devozione, sono certamente mezzi efficaci di perseveranza e di progresso; ma l’esperienza insegna che un sacerdote, tutto occupato nelle fatiche del ministero, non compie bene questi due così importanti doveri se non attinga nell’abituale meditazione lo spirito di raccoglimento e di preghiera. Se trascura questo santo esercizio, come troverà, fra le occupazioni e l’affarìo onde è assediato, il tempo di seriamente raccogliersi e ritemprarsi nello spirito soprannaturale? E se questo non fa, viene presto assalito da numerose distrazioni anche in mezzo alle occupazioni più sante, le convinzioni gli si affievoliscono, scema l’energia, le negligenze e le debolezze aumentano, sopravviene la tiepidezza; e quando sorga tentazione grave, persistente, rabbiosa, non avendo più presenti alla mente le forti convinzioni necessarie a respingere il nemico, è esposto a soccombere 675-1. “Se fo meditazione, dice Don Chautard 675-2, sono come rivestito d’un’armatura d’accaio e invulnerabile ai dardi del nemico. Ma senza la meditazione essi mi coglieranno certamente… O meditazione o grandissimo rischio di dannazione pel sacerdote che è a contatto col mondo, dichiarava senza esitare il pio, dotto e prudente P. Desurmont, uno dei più esperimentati predicatori di esercizi spirituali agli ecclesiastici. Per l’apostolo, non c’è via di mezza tra la santità, se non acquistata almeno desiderata e cercata (sopratutto con la meditazione quotidiana), e la progressiva perversione, diceva a sua volta il Card. Lavigerie”.

676.   B) Ma poi non gli basta schivare il peccato: per compiere bene i suoi doveri di religioso di Dio e di salvatore di anime, è necessario che sia abitualmente unito a Gesù, Sommo Sacerdote, che solo glorifica Dio e salva le anime. Ora come potrà stare abitualmente unito a lui fra le occupazioni e i pensieri del ministero se non ha un tempo fisso e abbastanza lungo per ritemprarsi in quest’unione, per lungamente e affettuosamente pensare a questo divino Modello e con la preghiera attirarsene lo spirito, le disposizioni, la grazia? Con quest’unione le sue energie sono centuplicate, la sua fiducia è considerevolmente accresciuta, e assicurata la fecondità del suo ministero: non è lui che parla ma Gesù che parla per sua bocca, tamquam Deo exhortante per nos; non è lui che opera, ei non è che strumento nelle mani di Dio; e perchè si studia d’imitar le virtù di Nostro Signore, muove le anime ancor più con l’esempio che con le parole. Ma se cessa di far la meditazione, perderà l’abitudine del raccoglimento e della preghiera e non sarà più che un bronzo sonoro e un cembalo squillante.

677.   Quindi il Papa Pio X, di santa memoria, proclamò nettamente la necessità della meditazione pel sacerdote 677-1; e il Codice di Diritto Canonico prescrive ai Vescovi di vigilare affinchè i sacerdoti consacrino ogni giorno un po’ di tempo all’orazione mentale “ut idem quotidie orationi mentali per aliquod tempus incumbant (can. 125, 2°); e che lo stesso facciano gli alunni del Seminario: “ut alumni Seminarii singulis diebus… per aliquod tempus mentali orationi vacent” (can. 1367, 1°). Non è questo un dichiarare in termini equivalenti la necessità morale della meditazione per gli ecclesiastici?

È dunque un non intendersi di psicologia il consigliare agli ecclesiastici, occupati nella vita parrocchiale, di metter da parte la meditazione per dire più devotamente la messa e il brevario. L’esperienza dimostra che, quando non si fa più meditazione, la recita devota dell’ufficio riesce quasi impossibile: si dice quando si può, con molte interruzioni, con la mente piena di ciò che si è sentito e di ciò che si dovrà sentire. In verità è la meditazione del mattino quella che assicura la devota celebrazione della messa e fa che uno si raccolga un tantino prima di cominciare il breviario.

678.   Ciò che diciamo dei sacerdoti, non si può forse dire, fino a un certo punto, anche di quei generosi laici che consacrano parte del loro tempo all’apostolato? Se vogliono che quest’apostolato riesca fecondo, è necessario che sia avvivato dallo spirito interiore e dalla meditazione. Nè si dica che il tempo dato a questo esercizio è rubato alle opere di zelo. Sarebbe rasentar l’errore pelagiano il pensare che l’azione sia più necessaria della grazia e della preghiera, mentre poi l’apostolato è tanto più fecondo quanto più è animato da profonda vita interiore, alimentata a sua volta dalla meditazione.

§ III. Caratteri generali della meditazione degl’incipienti.

Abbiamo già detto che la meditazione degl’incipienti è principalmente discorsiva e che vi domina il ragionamento, pur lasciando un certo posto agli affetti della volontà. Ci resta da esporre:

▪   1° su quali argomenti debbono ordinariamente meditare;

▪   2° quali difficoltà v’incontrano.

I. Su quali argomenti debbono meditare gl’incipienti.

679.   In generale debbono meditare su tutto ciò che può ispirar loro un crescente orrore del peccato, sulle cause delle loro colpe, sulla mortificazione che ne è il rimedio, sui principali doveri del loro stato, sul buon uso e sull’abuso della grazia, su Gesù modello dei penitenti.

680.   1° A concepire un orrore sempre crescente del peccato, mediteranno: a) sul fine dell’uomo allo stato soprannaturale, sulla caduta e sulla redenzione (n. 59-87); sui diritti di Dio, creatore, santificatore e redentore; su certi attributi divini che possono allontanarli dal peccato, come la sua immensità che lo rende presente a ogni creatura e soprattutto all’anima che è in istato di grazia; la sua santità che l’obbliga a odiare il peccato; la sua giustizia che lo castiga; la sua misericordia che l’inclina a perdonare. Tutte queste verità infatti tendono a farci fuggire il nemico di Dio, il distruttore della vita soprannaturale largitaci da Dio come il grande segno del suo amore e dal Redentore restituitaci a prezzo del suo sangue.

b) Sul peccato: la sua origine, il suo castigo, la sua malizia, i suoi terribili effetti, (n. 711-735); sulle cause che conducono al peccato, la concupiscenza, il mondo e il demonio, n. 193-227.

cSui mezzi di espiare e di prevenire il peccato, la penitenza, n. 705, e la mortificazione delle varie nostre facoltà, delle nostre tendenze viziose e soprattutto dei sette peccati capitali, traendone questa conclusione pratica che non si può star sicuri fino a che queste viziose inclinazioni non siano state estirpate o almeno padroneggiate: tratteremo presto di tutte queste questioni.

681.   2° Bisogna pure meditare a mano a mano su tutti i doveri positivi del cristiano: 1) doveri generali di religione verso Dio, di carità verso il prossimo, di giusta diffidenza di noi stessi per ragione della nostra impotenza e delle nostre miserie: un incipiente rimarrà specialmente impressionato da ciò che è esterno in queste virtù; il che peraltro servirà di preparazione alle virtù più sode che praticherà poi nella via illuminativa; — 2) doveri particolari riguardanti l’età, la condizione, il sesso, lo stato di vita: la pratica di questi doveri è infatti la migliore delle penitenze.

682.   3° Essendo capitale nella vita cristiana la parte della grazia, sarà necessario iniziare a poco a poco gl’incipienti a ciò che nella vita cristiana è fondamentale, adattando ad essi ciò che dicemmo dell’abitazione dello Spirito Santo nell’anima, della nostra incorporazione a Cristo, della grazia abituale, delle virtù e dei doni. Da principio non capiranno certamente che i primi elementi di queste grandi verità, ma il poco che ne intenderanno avrà grandissima efficacia sulla loro formazione e sul loro progresso spirituale; solo quando si medita su ciò che Dio ha fatto e non cessa di fare per noi, uno si sente portato ad essere più generoso nel divino servizio. Non dimentichiamo che S. Paolo e S. Giovanni predicavano queste verità ai pagani convertiti, i quali erano anch’essi incipienti nella via spirituale.

683.   4° Si potrà allora più facilmente propor loro Gesù come modello dei veri penitenti; Gesù che spontaneamente abbraccia la povertà, l’obbedienza, il lavoro per darci l’esempio di queste virtù; Gesù che fa penitenza per noi nel deserto, nel giardino degli Ulivi, nella dolorosa sua passione; Gesù che muore per noi sulla croce. Questa serie di meditazioni, che la Chiesa ci offre ogni anno nella sua liturgia, avrà il vantaggio di far praticare la penitenza in unione con Gesù Cristo con più generosità ed amore e quindi con maggior efficacia.

II. Delle difficoltà che incontrano gl’incipienti.

Le difficoltà speciali che gl’incipienti trovano nella meditazione vengono dalla loro inesperienza, dal difetto di generosità e principalmente dalle numerose distrazioni a cui vanno soggetti.

684.   A) L’inesperienza li espone a convertir la meditazione in una specie di tesi filosofica o teologica, o in una specie di predica che fanno a se stessi. Anche così non è tempo perduto, perchè, in fin dei conti, questo modo di meditare li fa riflettere sulle grandi verità e ne rinsalda le convinzioni. Tuttavia ne caverebbero maggior profitto procedendo in modo più pratico e più soprannaturale.

È quanto dovrà insegnare un buon direttore. Farà notare: a) che queste considerazioni, a riuscir pratiche, devono essere più personali, applicarsi a loro stessi, ed essere seguite da un esame per vedere a che punto sono nella pratica di queste verità, e ciò che possono fare per attuarle nella giornata; b) che la cosa più importante nella meditazione sono gli atti della volontà, atti di adorazione, di riconoscenza e d’amore verso Dio; atti di umiliazione, di contrizione e di santi proponimenti riguardo ai loro peccati; atti di domanda per ottenere la grazia di emendarsi, risoluzioni sode e frequentemente rinnovate di far meglio nella giornata.

685.   B) Il difetto di generosità li espone a disanimarsi quando non sono sorretti dalle consolazioni sensibili che Dio aveva graziosamente concesso da principio per attirarli a sè; le difficoltà e le prime aridità li abbattono, e credendosi abbandonati da Dio, piegano al rilassamento. Bisogna persuaderli che Dio chiede non la buona riuscita ma lo sforzo, che il merito della preghiera è tanto maggiore quanto più vi si persevera a dispetto delle difficoltà che vi si provano, e che, attesa la tanta generosità di Dio verso di noi, è viltà indietreggiare davanti allo sforzo. Questo linguaggio sarà temperato da grande dolcezza nel modo di rammentar queste verità e accompagnato da molti paterni incoraggiamenti.

686.   C) Ma l’ostacolo più grande viene dalle distrazioni: non essendo ancora l’immaginazione, la sensibilità e gli affetti sul principio ben padroneggiati, le immagini profane e talora pericolose, i pensieri inutili e i diversi movimenti del cuore invadono l’anima nel momento della meditazione. Anche qui è di somma importanza l’ufficio del direttore.

a) Richiamerà fin da principio la distinzione tra distrazioni volontarie 686-1 e involontarie e inviterà il suo diretto a non occuparsi che delle prime per diminuirne il numero. Per riuscirvi: 1) bisogna cacciare prontamente, energicamente e costantemente le distrazioni, appena se ne ha coscienza; per numerose o pericolose che siano, sono colpevoli solo quando uno ci si trattiene volontariamente; chi si sforza di cacciarle fa atto grandemente meritorio: se tornano venti volte all’assalto e venti volte le respingiamo, avremo fatto ottima meditazione, assai più meritoria di quella in cui, sorretti dalla grazia di Dio, ne abbiamo avuto molto poche.

687.   2) Per cacciarle meglio, è bene confessare umilmente la propria impotenza, unirsi positivamente a Nostro Signore offrendone a Dio le adorazioni e le preghiere. — Occorrendo, si potrà far uso di qualche libro per fissar meglio l’attenzione.

b) Ma non basta cacciar le distrazioni per diminuirne il numero, bisogna prendere di mira le cause. Ora molte distrazioni provengono da mancanza di preparazione o da abituale dissipazione. 1) Si inviteranno quindi a preparar meglio la meditazione fin dalla sera precedente, non contentandosi d’una semplice lettura ma addentrandovisi e vedendo in che modo l’argomento può diventar pratico per loro in cambio di abbandonarsi a fantasticherie inutili o pericolose. 2) Ma soprattutto si indicheranno loro quei mezzi di disciplinare la fantasia e la memoria di cui presto diremo. Infatti quanto più l’anima progredisce nella pratica del raccoglimento e dell’abituale distacco, tanto più diminuiscono le distrazioni. Il che del resto vedremo anche meglio studiando i metodi di meditazione.

§ IV. Dei principali metodi di meditazione.

688.   Essendo la meditazione un’arte difficile, i Santi diedero sempre volentieri molteplici consigli sui mezzi di riuscirvi: di ottimi se ne trovano in Cassiano, in S. Giovanni Climaco e nei principali scrittori spirituali. Ma solo verso il secolo XV vennero elaborati i metodi propriamente detti che guidarono da allora in poi le anime nelle vie dell’orazione.

Questi metodi paiono a primo aspetto alquanto complessi, onde è bene prepararvi gl’incipienti con ciò che si può chiamare lettura meditata. Si consigliano a leggere qualche libro di pietà, come sarebbe il primo libro dell’Imitazione, il Combattimento spirituale o un libro di meditazioni brevi e sostanziose; e si suggerisce loro di farsi dopo la lettura le tre seguenti domande: 1) Sono proprio convinto che ciò che ora ho letto è utile o necessario al bene dell’anima mia? e in che modo posso rafforzare questa convinzione? 2) Ho finora ben praticato questo punto tanto importante? 3) Che farò per praticarlo meglio quest’oggi? Aggiungendovi un’ardente preghiera per ben praticar la presa risoluzione, si avranno tutti gli elementi essenziali d’una vera meditazione.

I. Punti comuni a tutti i metodi.

Ci sono nei vari metodi certi punti comuni che devono essere ben rilevati, perchè si tratta, com’è chiaro, delle cose più importanti:

689.   1° C’è sempre una preparazione remota, una preparazione prossima, e una preparazione immediata.

a) La preparazione remota non è altro che uno sforzo per mettere la vita che uno abitualmente conduce in armonia con la meditazione. Abbraccia tre cose: 1) la mortificazione dei sensi e delle passioni; 2) il raccoglimento abituale; 3) l’umiltà. Sono queste infatti ottime disposizioni a pregar bene: da principio non si hanno che imperfettamente, ma basta perchè si possa meditar con qualche frutto; più tardi si perfezioneranno a mano a mano che si progredirà nella meditazione.

b) La preparazione prossima abbraccia tre atti principali: 1) leggere o ascoltare, la sera precedente, il soggetto della meditazione; 2) pensarvi allo svegliarsi eccitando il cuore a sentimenti corrispondenti; 3) accingersi a meditare con ardore, fiducia ed umiltà, nel desiderio di glorificar Dio e divenir migliori. L’anima si trova così ben disposta a conversar con Dio.

c) La preparazione immediata, che è in sostanza il principio della meditazione, consiste nel mettersi alla presenza di Dio, presente da per tutto e principalmente nel nostro cuore; nel riconoscersi indegni e incapaci di meditare; e nell’implorare l’aiuto dello Spirito Santo che supplisca alla nostra insufficienza.

690.   2° Anche nel corpo della meditazione i vari metodi contengono, più o meno esplicitamente, gli stessi atti fondamentali:

a) atti per porgere alla Divina Maestà i doveri di religione che le sono dovuti;

bconsiderazioni per convincersi della necessità o della grandissima utilità della virtù che si vuole acquistare, a fine di chiedere con più fervida preghiera la grazia di praticarla e di risolvere la volontà a fare gli sforzi necessari per cooperare alla grazia;

cesami o riflessioni sopra sè stessi per rilevar le proprie mancanze su quel punto e vedere la via che resta a percorrere;

dpreghiere o dimande per ottenere la grazia di progredire in tale virtù e di prendere i mezzi necessarii a questo scopo;

erisoluzioni con cui si fissa di praticare, già nella giornata, la virtù su cui si è meditato.

691.   3° La conclusione, che chiude la meditazione, abbraccia insieme: 1) un ringraziamento per i benefici ricevuti; 2) uno sguardo sul come si è fatta la meditazione a fine di farla meglio il giorno seguente; 3) un’ultima preghiera per chiedere la benedizione del Padre celeste; 4) la scelta d’un pensiero o di una massima efficace che richiami nel corso del giorno l’idea principale della meditazione e che viene comunemente detto mazzolino spirituale.

I vari metodi si possono ridurre a due principali: il metodo di S. Ignazio e il metodo di S.-Sulpizio.

II. Il metodo di S. Ignazio 692-1.

692.   Negli Esercizi Spirituali, S. Ignazio propone parecchi metodi di meditazione, secondo gli argomenti su cui si medita e i risultati che si vogliono ottenere. Il metodo che è generalmente più conveniente agl’incipienti è il metodo delle tre potenze, che si chiama così perchè vi si esercitano le tre principali facoltà: la memoria, l’intelletto e la volontà. Si trova esposto nella prima settimana a proposito della meditazione sul peccato.

693.   1° Principio della meditazione. Comincia con una preghiera preparatoria, con cui si chiede a Dio che tutte le nostre intenzioni ed opere siano unicamente rivolte al servizio e alla lode della Divina Maestà: ottima direzione d’intenzione.

Vengono subito appresso due preludi: a) il primo, che è la composizione del luogo, ha per fine di fissar l’immaginazione e la mente sul soggetto della meditazione, onde tener più facilmente lontane le distrazioni: 1) se è oggetto sensibile, per es. un mistero di Nostro Signore, uno se lo rappresenta il più vivamente possibile, non come fatto avvenuto da molto tempo ma come ne [sic] fosse egli stesso spettatore e vi prendesse parte; ciò che serve certamente a far più impressione; 2) se è oggetto invisibile, per esempio il peccato, “la composizione del luogo sarà di vedere con gli occhi dell’immaginazione e considerare l’anima mia imprigionata in questo corpo mortale; e tutto l’uomo, cioè il corpo e l’anima, esiliato in questa valle di lacrime, tra gli animali privi di ragione”; ossia si considera il peccato in alcuno dei suoi effetti, per subito concepirne orrore.

b) Il secondo preludio “sarà di chiedere a Dio ciò che voglio e desidero, per esempio la vergogna e la confusione di me stesso” alla vista dei miei peccati. Il fine pratico, la risoluzione, apparisce chiaramente fin da principio: in omnibus respice finem.

694.   2° Il corpo della meditazione consiste nell’applicazione delle tre potenze dell’anima (la memoria, l’intelletto e la volontà) a ogni punto della meditazione. Si applica per ordine ognuna delle potenze a ognuno dei punti, tranne che un punto solo porga materia sufficiente per tutta la meditazione. Non è però necessario fare in ogni meditazione tutti gli atti indicati: è bene fermarsi agli affetti e ai sentimenti suggeriti dal soggetto.

a) L’esercizio della memoria si fa richiamando, non in particolare ma nel complesso, il primo punto da meditare; così, dice S. Ignazio, “l’esercizio della memoria intorno al peccato degli Angeli consiste nel pensare come furono creati nello stato di innocenza; come non vollero servirsi della libertà per porgere al loro Creatore e Signore l’ossequio e l’obbedienza a lui dovuti; come, essendosi l’orgoglio impadronito della loro mente, passarono dallo stato di grazia allo stato di malizia, e furono dal cielo precipitati nell’inferno”.

b) L’esercizio dell’intelletto consiste nel riflettere più in particolare sullo stesso argomento. S. Ignazio non dà altre spiegazioni, ma vi supplisce il P. Roothaan, osservando che il dovere dell’intelletto è di riflettere sulle verità proposte dalla memoria, di applicarle all’anima e ai suoi bisogni, di trarne conseguenze pratiche, di pesare i motivi delle nostre risoluzioni, di considerare in qual modo abbiamo finora conformato la condotta alle verità che meditiamo e come dobbiamo farlo in appresso.

c) La volontà ha due doveri da adempiere: esercitarsi in pii affetti e far buone risoluzioni. 1) Gli affetti devono certamente diffondersi per tutta la meditazione o essere almeno molto frequenti, perchè son essi che fanno della meditazione una vera preghiera; ma bisogna moltiplicarli soprattutto verso la fine della meditazione. Non occorre affannarsi di come esprimerli: i modi più semplici sono sempre i migliori. Quando ci sentiamo compresi da un buon sentimento, è bene nutrirlo quanto più è possibile, fino a che la nostra devozione sia soddisfatta. 2) Le risoluzioni saranno pratiche, atte a migliorare la vita, e quindi particolari, appropriate allo stato presente, possibili a eseguirsi lo stesso giorno, fondate su ragioni sode, umili e quindi accompagnate da preghiere per ottenere la grazia di metterle in pratica.

695.   3° Viene infine la conclusione, che comprende tre cose: la ricapitulazione delle diverse risoluzioni già prese; pii colloqui con Dio Padre, con Nostro Signore, colla SS. Vergine o con qualche Santo; finalmente la rivista della meditazione, ossia l’esame sul come si è meditato, per rilevarne le imperfezioni e rimediarvi.

A far meglio capire questo metodo, diamo il quadro sinottico dei preludi, del corpo dell’orazione e della conclusione.

▪   I. Preludii.

▪                     1° Rapido richiamo della verità da meditare.

▪                     2° Composizione del luogo per mezzo dell’immaginazione.

▪                     3° Dimanda di grazia speciale conforme al soggetto.

▪   II. Corpo della meditazione; si esercita:

▪                     1° la memoria

▪                                       Richiamando sommariamente alla mente il soggetto con le principali circostanze.

▪                     2° l’intelletto. Esamino:

▪                                       1° Quello che devo considerare in questo soggetto.

▪                                       2° Quali conclusioni pratiche ne devo trarre.

▪                                       3° Quali ne sono i motivi.

▪                                       4° Come ho osservato questo punto.

▪                                       5° Che devo fare per osservarlo meglio.

▪                                       6° Quali ostacoli devo allontanare.

▪                                       7° Quali mezzi usare.

▪                     3° la volontà

▪                                       1° Con affetti fatti in tutto il corso della meditazione, principalmente alla fine.

▪                                       2° Con risoluzioni prese alla fine d’ogni punto: pratiche, personali, sode, umili, fiduciose.

▪   III. Conclusione.

▪                     1° Colloqui: con Dio, con Gesù Cristo, colla SS. Vergine, coi Santi.

▪                     2° Rivista

▪                                       1° Come ho fatto la meditazione?

▪                                       2° In che e perchè l’ho fatta bene o male?

▪                                       3° Quali conclusioni pratiche ne ho ricavate, quali domande fatte, quali risoluzioni prese, quali lumi ricevuti?

▪                                       4° Fissare un pensiero come mazzolino spirituale.

696.   Utilità di questo metodo. Come si vede, questo metodo è pienamente psicologico e praticissimoa) Prende tutte le facoltà, compresa l’immaginazione, e le applica per ordine all’argomento della meditazione, portandovi così una certa varietà, onde una stessa verità viene considerata sotto i suoi diversi aspetti, è voltata e rivoltata nella mente per ben compenetrarsene, per acquistar convinzioni e soprattutto per trarne conclusioni pratiche per quello stesso giorno.

b) Pur insistendo sulla importante parte della volontà, che si risolve con cognizione di causa dopo che furono ben ponderati i vari motivi, non trascura la parte della grazia, perchè viene istantemente chiesta fin da principio e vi si ritorna nei colloqui.

c) È particolarmente adatto agli incipienti; perchè fissa, fin nei minimi particolari, ciò che bisogna fare dalla preparazione alla conclusione, e serve di filo conduttore perchè le facoltà non si sviino. Non suppone del resto profonda conoscenza del domma ma quella soltanto che ce ne dà il catechismo, onde s’adatta ai semplici fedeli.

d) Conviene però anche, semplificato che sia, alle anime più progredite; chi infatti si contenti delle grandi linee tracciate da S. Ignazio senza entrare in tutti i particolari aggiunti dal Padre Roothaan, può facilmente convertirlo in orazione affettiva, che lascerà larga parte alle ispirazioni della grazia. Tutto sta a sapersene sapientemente servire sotto la savia guida d’un esperto direttore.

e) Gli si fece talora appunto di non dare abbastanza posto a N. S. Gesù Cristo. Infatti nel metodo delle tre potenze non se ne parla che di passaggio; ma vi sono altri metodi insegnati da S. Ignazio, specialmente la contemplazione dei misteri e l’applicazione dei sensi, ove Nostro Signore diviene oggetto principale della meditazione 696-1.

Or nulla vieta agl’incipienti di servirsi dell’uno o dell’altro metodo. L’appunto è quindi infondato, chi voglia intieramente seguire i metodi ignaziani.

III. Il metodo di S.-Sulpizio 697-1.

697.   A) Origine. Sorto dopo parecchi altri, questo metodo se ne giovò per i particolari, ma l’idea madre e la grandi linee vengono dal Card. di Berulle, dal P. di Condren, e dall’Olier; gli accessori sono del Tronson.

a) L’idea madre è l’unione e l’adesione al Verbo Incarnato, per porgere a Dio gli atti di religione che gli sono dovuti e ritrarre nell’anima le virtù di Gesù Cristo.

b) I tre atti essenziali sono: 1) l’adorazione, con cui consideriamo un attributo o una perfezione di Dio o una virtù di N. S. Gesù Cristo come il modello della virtù che dobbiamo praticare, e poi porgiamo i nostri doveri di religione, (adorazione, ammirazione, lode, ringraziamento, amore, gioia o compassione) all’uno o all’altro, o a Dio per mezzo di Gesù Cristo; porgendo così i nostri ossequi all’autore della grazia, lo disponiamo ad ascoltarci favorevolmente; 2) La comunione, con cui attiriamo in noi, per mezzo della preghiera, la perfezione o la virtù adorata e ammirata in Dio o in Nostro Signore; 3) la cooperazione, con cui, sotto l’influsso della grazia, fissiamo di praticar questa virtù prendendo almeno una risoluzione che ci studieremo di eseguire nella giornata.

Tali sono le grandi linee che si trovano in Berulle, Condren e Olier.

698.   Le aggiunte completive del Tronson. Ma è chiaro che queste grandi linee, se bastano per le anime progredite, sarebbero state insufficienti per gl’incipienti. Fu cosa presto rilevata nel Seminario di S.-Sulpizio, onde, pur conservando lo spirito e gli elementi essenziali del metodo primitivo, il Tronson aggiunse al secondo punto (comunione) le considerazioni e le riflessioni sopra sè stesso così indispensabili agl’incipienti; quando si è convinti dell’importanza e della necessità d’una virtù, e quando si vede chiaramente che ci manca, si chiede con molto maggior fervore, umiltà e costanza. Resta quindi che, in questo metodo, si insiste, anche per gl’incipienti, sulla preghiera come elemento principale. È questo il motivo per cui il terzo punto si chiama cooperazione, per rammentarci che le nostre risoluzioni sono più effetto della grazia che della nostra volontà, ma che d’altra parte la grazia non fa nulla in noi senza la nostra cooperazione, e che nel corso del giorno dobbiamo collaborare con Gesù Cristo sforzandoci di ricopiare la virtù su cui abbiamo meditato.

699.   B) Compendio del metodo. Il seguente quadro sinottico darà una sufficiente idea del metodo. Lasciamo da parte la preparazione remota, che è la stessa di quella esposta al n. 689.

▪   I. Preparazione.

▪                     Prossima

▪                                       1° La sera precedente far la scelta del soggetto della meditazione e fissar con precisione ciò che si dovrà considerare in N. S. — le considerazioni e le dimande che bisognerà fare — le risoluzioni che si dovranno prendere.

▪                                       2° Starsene poi in grande raccoglimento e addormentarsi pensando al soggetto della meditazione.

▪                                       3° Levatisi, cogliere il primo momento libero per applicarsi a questo santo esercizio.

▪                     Immediata

▪                                       1° Mettersi alla presenza a [sic] Dio che è dapertutto, e specialmente nel nostro cuore.

▪                                       2° Umiliarsi davanti a Dio al pensiero dei propri peccati. Contrizione. Recita del Confiteor.

▪                                       3° Riconoscersi incapace di pregar come si deve. Invocazione dello Spirito Santo: recita del Veni, Sancte Spiritus.

▪   II. Corpo della meditazione.

▪                     1° Punto: Adorazione:Gesù davanti agli occhi.

▪                                       1° Considerare in Dio, in N. S. o in qualche Santo il soggetto che si sta per meditare: i sentimenti del suo cuore, le sue parole, le sue azioni.

▪                                       2° Porgergli i nostri doveri: adorazione, ammirazione, lodi, ringraziamenti, amore, gioia o compassione.

▪                     2° Punto: Comunione:Gesù attirato nel cuore.

▪                                       1° Convincersi, con motivi di fede, col ragionamento o con semplice analisi, della necessità od utilità della virtù considerata.

▪                                       2° Riflettere su sè stesso con sentimenti di contrizione pel passato, di confusione pel presente, di desiderio per l’avvenire.

▪                                       3° Dimandare a Dio le virtù su cui si medita. (Specialmente per questa dimanda veniamo a partecipare alle virtù di Nostro Signore). — Chiedere pure per tutti gli altri nostri bisogni, per quelli della Chiesa, e delle persone per le quali siamo obbligati a pregare.

▪                     3° Punto: Cooperazione:Gesù nelle mani.

▪                                       1° Prendere una risoluzione particolare, attuale, efficace, umile.

▪                                       2° Rinnovar la risoluzione dell’esame particolare.

▪   III. Conclusione.

▪                     1° Ringraziar Dio di averci concesso tante grazie nella meditazione.

▪                     2° Chiedergli perdono delle colpe e delle negligenze commesse in questo santo esercizio.

▪                     3° Pregarlo di benedire le nostre risoluzioni, la presente giornata, la nostra vita, la nostra morte.

▪                     4° Formare il mazzolino spirituale, scegliendo uno dei pensieri che ci hanno fatto maggior impressione, per ricordarcene nel giorno e richiamar le risoluzioni.

▪                     5° Affidar tutto alla SS. Vergine.Sub tuum præsidium.

700.   C) Caratteristiche di questo metodo. a) Si fonda sulla dottrina della nostra incorporazione a Cristo (n. 142-149) e sull’obbligo che ne risulta di ricopiarne in noi le interne disposizioni e le virtù. Per riuscirvi, dobbiamo, secondo l’espressione dell’Olier, aver Gesù davanti agli occhi, per ammirarlo come modello e porgergli i nostri doveri (adorazione); averlo nel cuore, attirandone in noi con la preghiera le disposizioni e le virtù (comunione); averlo nelle mani, collaborando con lui a imitarne le virtù (cooperazione). Anima dunque di questo metodo è l’unione intima con Gesù.

b) Antepone il dovere della religione (riverenza e amore di Dio) a quello della dimanda; il primo servito dev’esser Dio! E il Dio che ci mette innanzi non è il Dio astratto dei filosofi, ma il Dio concreto e vivente del Vangelo; è la SS. Trinità che vive in noi.

c) Proclamando la necessità della grazia e dell’umana volontà nella nostra santificazione, dà risalto alla grazia e quindi alla preghiera, ma richiede pure l’energico e costante sforzo della volontà e risoluzioni particolari, attuali, frequentemente rinnovate, su cui si ha poi da far l’esame la sera.

701.   d) È metodo affettivo appoggiato su considerazioni: comincia con affetti di religione nel primo punto; nel secondo si fanno considerazioni per indurre il cuore ad atti di fede nelle verità soprannaturali che si meditano, atti di speranza nella divina misericordia, atti di amore all’infinita sua bontà; la riflessione sopra sè stesso dev’ essere accompagnata da dispiacere del passato, da confusione del presente, da fermo proposito per l’avvenire; e questi atti mirano a preparare una dimanda umile, fiduciosa e perseverante. A prolungar questa dimanda il metodo offre vari motivi esposti in disteso, e suggerisce di pregar pure per tutta la Chiesa e per certe anime in particolare. Le risoluzioni stesse devono essere accompagnate da diffidenza di sè, da confidenza in Gesù Cristo, da preghiere per osservarle. La conclusione poi non è che una serie di atti di riconoscenza, d’umiltà e di nuove preghiere.

Così si schiva di dare una piega troppo filosofica ai ragionamenti o alle considerazioni, e si prepara la via all’orazione affettiva ordinaria, e più tardi all’orazione semplificata; si avverte infatti che non è necessario esprimere sempre tutti e in quest’ordine i nostri doveri, ma che è bene “abbandonarsi agli affetti che Dio dà e ripetere spesso quelli a cui uno si sente attirato dallo Spirito Santo”. È vero che gl’incipienti generalmente impiegano maggior tempo nei ragionamenti che negli altri atti, ma il metodo ricorda loro continuamente che sono preferibili gli affetti, e a poco a poco riescono a farne di più.

e) È specialmente adatto ai Seminaristi e ai sacerdoti; perchè rammenta continuamente che, essendo il sacerdote un altro Gesù Cristo pel carattere e pei poteri, dev’esserlo pure per le disposizioni e per le virtù, e che tutta la loro perfezione consiste nel far vivere e crescere dentro di sè Gesù Cristo “ita ut interiora ejus intima cordis nostri penetrent“.

702.   Ottimi sono dunque questi due metodi, ognuno nel suo genere, atteso il fine speciale a cui mirano; e si può dir lo stesso di tutti gli altri che si avvicinano più o meno a questo doppio tipo 702-1. È bene che ve ne siano parecchi, affinchè ogni anima possa scegliere, col consiglio del direttore e secondo le sue inclinazioni soprannaturali, quello che meglio le si conviene.

Aggiungiamo col P. Poulain 702-2 che avviene di questi metodi quello che delle tante regole della retorica e della logica; è bene addestrarvi gl’incipienti; ma, praticati che siansi in modo da possederne bene lo spirito e gli elementi principali, non si segue più il metodo che nelle sue grandi linee, e l’anima, senza cessare d’essere attiva, diventa più attenta ai movimenti dello Spirito Santo.

CONCLUSIONE: EFFICACIA DELLA PREGHIERA PER LA PURIFICAZIONE DELL’ANIMA.

703.   Dal fin qui detto è facile conchiudere quanto utile e necessaria sia la preghiera alla purificazione dell’anima. a) Nella preghiera-adorazione, si porgono a Dio i debiti ossequi, si ammirano, si lodano, si benedicono le infinite sue perfezioni, la santità, la giustizia, la bontà, la misericordia; allora Dio amorosamente si piega verso di noi per perdonarci, per farci concepire un profondo orrore del peccato che l’offende e premunirci così contro nuove colpe. b) Nella preghiera-meditazione acquistiamo, sotto l’influsso dei lumi divini e delle nostre riflessioni, profonde convinzioni sulla malizia del peccato, sui terribili suoi effetti in questa vita e nell’altra, sui mezzi di ripararlo e di schivarlo: allora l’anima si riempie di sentimenti di confusione, d’umiliazione, di odio del peccato, di fermo proponimento di evitarlo, d’amor di Dio: a questo modo i peccati passati vengono sempre più espiati nelle lacrime della penitenza e nel sangue di Gesù; la volontà si rinsalda contro i minimi traviamenti e abbraccia con generosità la pratica della penitenza e della rinunzia. c) La preghiera-dimanda, appoggiata sui meriti di Nostro Signore, ci ottiene copiose grazie d’umiltà, di penitenza, di fiducia e d’amore, che danno l’ultima mano alla purificazione dell’anima, la rafforzano contro le tentazioni dell’avvenire e la rassodano nella virtù, massimamente nelle virtù della penitenza e della mortificazione, che compiono i buoni effetti della preghiera.

704.   Avviso ai direttori. Non si raccomanderà dunque mai abbastanza la meditazione a tutti coloro che vogliono progredire, e il direttore ne deve insegnar la pratica il più presto possibile, farsi render conto delle difficoltà che vi incontrano, aiutarli a vincerle, mostrare come possono perfezionarne il metodo, e soprattutto come possono servirsene per correggersi dei difetti, praticare le opposte virtù, e acquistare a poco a poco lo spirito di preghiera, che, con la penitenza, ne trasformerà l’anima.

CAPITOLO II.

Della penitenza 705-1.

Indicata brevemente la necessità e la nozione della penitenza, esporremo:

▪   1° i motivi che devono farci odiare e schivare il peccato;

▪   2° i motivi e i mezzi di ripararlo.

▪   Necessità e nozione.

▪   Art. I. — Odio del peccato

▪                     mortale.

▪                     veniale.

▪   Art. II. — Riparazione del peccato

▪                     motivi.

▪                     mezzi.

NECESSITÀ E NOZIONE DELLA PENITENZA.

705.   Dopo la preghiera, la penitenza è il mezzo più efficace per purificar l’anima dalle colpe passate e anche per premunirla contro le future.

1° Quindi Nostro Signore, volendo dar principio al pubblico suo ministero, fa predicare dal precursore la necessità della penitenza: “Fate penitenza perchè il regno dei cieli è vicino: pœnitentiam agite, appropinquavit enim regnum cælorum 705-2. Dichiara di essere egli pure venuto a chiamare i peccatori a penitenza: “Non veni vocare justos, sed peccatores ad pœnitentiam” 705-3. Tanto necessaria è questa virtù che, se non facciamo penitenza, periremo: “si pœnitentiam non egeritis, omnes similiter peribitis” 705-4. Gli Apostoli compresero così bene questa dottrina che fin dalle prime prediche insistono sulla necessità della penitenza come condizione preparatoria al battesimo: “Pœnitentiam agite, et baptizetur unusquisque vestrum” 705-5.

La penitenza è infatti pel peccatore un atto di giustizia; avendo offeso Dio e violatine i diritti, è obbligato a riparare questo oltraggio: il che fa con la penitenza.

706.   2° La penitenza si definisce: una virtù soprannaturale, connessa con la giustizia, che inclina il peccatore a detestare il peccato perchè offesa di Dio, e a prendere la ferma risoluzione di schivarlo per l’avvenire e di ripararlo.

Comprende quindi quattro atti principali, di cui è facile vedere la genesi e la connessione. 1) Alla luce della ragione e della fede, vediamo che il peccato è un male, il più grande di tutti i mali, a dir vero, l’unico vero male, perchè offende Dio e ci priva dei più preziosi beni; questo male lo odiamo con tutta l’anima “iniquitatem odio habui“. 2) Considerando d’altra parte che questo male è in noi, perchè abbiamo peccato, e che, anche quando vien perdonato, ne resta nell’anima qualche traccia, ne concepiamo un vivo dolore, dolore che ci tortura e stritola l’anima, una sincera contrizione, una profonda umiliazione. 3) Per evitare nell’avvenire questo odioso male, prendiamo la ferma risoluzione o il saldo proponimento di schivarlo, sollecitamente fuggendo le occasioni che vi ci potrebbero condurre e rafforzando la volontà contro le lusinghe dei pericolosi diletti. 4) Finalmente, persuasi che il peccato è un’ingiustizia, risolviamo di ripararlo e di espiarlo con sentimenti ed opere di penitenza.

ART. I. MOTIVI DI ODIARE E FUGGIRE IL PECCATO 707-1.

Prima d’esporre questi motivi 707-2, diciamo che cosa è il peccato mortale e il veniale.

707.   Nozione e specie. Il peccato è una trasgressione volontaria della legge di Dio. È dunque una disobbedienza a Dio e quindi un’offesa di Dio, perchè preferiamo la volontà nostra alla sua e violiamo così gl’imprescrittibili suoi diritti alla nostra sottomissione.

708.   aIl peccato mortale. Quando con piena avvertenza e pieno consenso trasgrediamo una legge importante, necessaria al conseguimento del nostro fine, in materia grave, il peccato è mortale, perchè priva l’anima della grazia abituale che ne costituisce la vita soprannaturale (n. 105). Ecco perchè questo peccato è definito da S. Tommaso: un atto con cui ci distacchiamo da Dio, ultimo nostro fine, attaccandoci liberamente e disordinatamente a qualche bene creato. Perdendo infatti la grazia abituale che ci univa a Dio, ci distacchiamo da lui.

709.   bIl peccato veniale. Quando la legge da noi violata non è necessaria al conseguimento del nostro fine, o quando la violiamo in materia leggiera, oppure, essendo la legge grave in sè, non la trasgrediamo con piena avvertenza o pieno consenso, il peccato è soltanto veniale, e non ci priva dello stato di grazia. Rimaniamo uniti a Dio nel fondo dell’anima, perchè vogliamo farne la volontà in tutto ciò che è necessario a conservarne l’amicizia e conseguire il nostro fine. È però sempre una trasgressione della legge di Dio e una offesa inflitta alla sua Maestà, come proveremo più avanti.

§ I. Del peccato mortale 710-1.

710.   Per pronunziare un retto giudizio sul peccato grave, bisogna considerare:

▪   1° che cosa ne pensa Dio;

▪   2° che cosa è in sè stesso;

▪   3° funesti suoi effetti.

Chi con la meditazione approfondisca queste considerazioni, avrà per il peccato un odio invincibile.

I. Che cosa pensa Dio del peccato mortale.

Per averne una qualche idea, vediamo come lo castighi e come lo condanni nella S. Scrittura.

711.   1° Come lo castiga. ANegli angeli ribelli: non commettono che un solo peccato, un peccato interno, un peccato di superbia, e Dio, loro Creatore e loro Padre, Dio che li amava non solo come opera delle sue mani ma anche come figli adottivi, si vede obbligato, per punirne la ribellione, a precipitarli nell’inferno, dove, per tutta l’eternità, saranno separati da lui e privi quindi di ogni felicità. Eppure Dio è giusto e non punisce mai i colpevoli più di quanto meritino; è misericordioso perfino nei castighi temperandone il rigore colla bontà. Dev’essere dunque qualche cosa d’abbominevole il peccato per meritare d’essere punito tanto rigorosamente.

712.   B) Nei nostri progenitori: erano stati ricolmi d’ogni sorta di beni, naturali, preternaturali e soprannaturali, n. 52-66. Ma commettono essi pure un peccato di disubbidienza e di superbia, ed ecco che perdono subito, con la vita della grazia, i doni gratuiti che erano stati così liberalmente loro largiti, vengono cacciati dal paradiso originale, di cui subiamo ancora le tristi conseguenze (n. 69-75). Ora Dio amava i nostri progenitori e se il Dio della giustizia e della misericordia dovette castigarli tanto severamente, perfino nella posterità, vuol dunque dire che il peccato è un male orribile che non potremo mai detestare abbastanza.

713.   C) Nella persona del Figlio. Per non lasciar eternamente perire l’uomo e conciliar nello stesso tempo i diritti della giustizia e della misericordia, il Padre manda il Figlio sulla terra, lo costituisce capo del genere umano, commettendogli d’espiare e riparare il peccato in vece nostra. Or che gli chiede per questa redenzione? Trentatrè anni di patimenti e di umiliazioni, coronati dalla fisica e morale agonia dell’orto degli Ulivi, del Sinedrio, del Pretorio, del Calvario. Chi vuol sapere che cosa sia il peccato, segua passo passo il divin Salvatore, dal presepio alla Croce: nella vita nascosta, ove pratica l’umiltà, l’obbedienza, la povertà, il lavoro; nella vita apostolica, tra le fatiche, le delusioni, gli affanni, le persecuzioni di cui è vittima; nella vita paziente, ove soffrì tali torture fisiche e morali, da parte degli amici e dei nemici, da venire a ragione chiamato l’uomo dei dolori; e poi dica a sè stesso in tutta sincerità: ecco l’opera dei miei peccati, “vulneratus est propter iniquitates nostras, attritus est propter scelera nostra“. Così stenterà meno a comprendere che il peccato è il più grande dei mali.

714.   2° Come Dio condanna il peccato. La S. Scrittura ci presenta il peccato come la cosa più abominevole e criminosa.

a) È una disubbidienza a Dio, una trasgressione dei suoi ordini, che viene severamente e giustamente punita, come si vede nei nostro progenitori 714-1. Nel popolo d’Israele, che appartiene in modo speciale a Dio, questa disobbedienza è considerata come rivolta e ribellione 714-2. b) È un’ingratitudine verso il più insigne dei benefattori, un’empietà verso il più amabile dei padri: “Filios enutrivi et exaltavi, ipsi autem spreverunt me” 714-3. c) È una mancanza di fedeltà, una specie d’adulterio, perchè Dio è lo sposo delle anime e giustamente esige inviolabile fedeltà: “Tu autem fornicata es cum amatoribus multis” 714-4. d) È un’ingiustizia, perchè violiamo apertamente i diritti di Dio sopra di noi: “Omnis qui facit peccatum et iniquitatem facit, et peccatum est iniquitas” 714-5.

II. Che cosa è il peccato mortale in sè stesso.

Il peccato mortale è il male, l’unico vero male, perchè tutti gli altri mali non ne sono che la conseguenza o il castigo.

715.   1° Riguardo a Dio, è un delitto di lesa maestà divina: infatti offende Dio in tutti i suoi attributi, ma soprattutto come primo nostro principio, ultimo nostro fine, Padre nostro e nostro benefattore.

A) Essendo Dio il primo nostro principio, il nostro Creatore, da cui ci viene tutto ciò che siamo e tutto ciò che possediamo, è per ciò stesso il nostro supremo Padrone, a cui dobbiamo ubbidienza assoluta. Ora, col peccato mortale, noi lo disubbidiamo, facendogli l’ingiuria di preferire la volontà nostra alla sua, una creatura al Creatore! Facciamo anzi di peggio: ci rivoltiamo contro di lui, noi che per creazione siamo sudditi suoi assai più che non siano sudditi gli uomini soggetti ad un principe. a) Rivolta tanto più grave in quanto che è Padrone infinitamente sapiente e infinitamente buono che nulla ci ordina che non sia nello stesso tempo utile alla nostra felicità come alla sua gloria, mentre la nostra volontà, ben lo sappiamo, è fiacca, fragile, soggetta all’errore: eppure la preferiamo a quella di Dio! b) Questa rivolta poi è tanto meno scusabile, perchè, istruiti fin dall’infanzia da genitori cristiani, abbiamo conoscenza più chiara, più esatta dei diritti di Dio su di noi, e della malizia del peccato, cosicchè operiamo sapendo bene quello che facciamo. c) E perchè tradiamo così il nostro Padrone? Per un vile piacere che ci avvilisce e ci abbassa al livello dei bruti; per uno stolto orgoglio con cui ci appropriamo la gloria che appartiene solo a Dio; per un interesse, per un guadagno passeggiero a cui sacrifichiamo un bene eterno!

716.   B) Dio è pure l’ultimo nostro fine: ci creò e non potè creare che per sè, non essendovi fuori di lui bene alcuno più grande in cui possiamo trovar la nostra perfezione e la nostra felicità; ma poi è giusto e necessario che, usciti da Dio, a lui ritorniamo; essendo cosa sua e sua proprietà, dobbiamo riverirlo, lodarlo, servirlo e glorificarlo 716-1; teneramente amati da lui, dobbiamo anche noi riamarlo con tutta l’anima: nell’amarlo e nell’adorarlo troviamo la felicità e la perfezione. Ha quindi stretto diritto che l’intiera nostra vita con tutti i pensieri, tutti i desideri, tutte le azioni, sia rivolta a lui e lo glorifichi.

Ora, col peccato mortale, ci stacchiamo volontariamente da lui per dilettarci in un bene creato; gli facciamo l’ingiuria di preferirgli una sua creatura o meglio l’egoistica nostra soddisfazione; perchè in fondo più che alla creatura ci attacchiamo al diletto che in lei troviamo. È una flagrante ingiustizia, perchè si tende a privar Dio degli imprescrittibili suoi diritti su di noi e di quella gloria esterna che gli dobbiamo; è una specie d’idolatria, che erige, nel tempio del nostro cuore, un idolo a fianco del vero Dio; è un disprezzar la fonte d’acqua viva, che sola può dissetar le anime, e preferirgli quell’acqua fangosa che si trova in fondo alle cisterne scrostate, secondo l’energico linguaggio di Geremia 716-2: Duo enim mala fecit populus meus: me dereliquerunt fontem aquæ vivæ, et foderunt sibi cisternas, cisternas dissipatas, quæ continere non valent aquas“.

717.   C) Dio è pure per noi un Padre, che ci adottò per figli e ci tratta con sollecitudine tutta paterna (n. 94), colmandoci dei più preziosi suoi benefici, dotandoci di soprannaturale organismo onde farci vivere di vita simile alla sua, e largheggiando con noi di copiose grazie attuali onde porre in atto i suoi doni e accrescerci la vita soprannaturale. Ora, col peccato mortale, disprezziamo questi doni, ne abusiamo anzi per volgerli contro il nostro benefattore e il nostro Padre, profaniamo le sue grazie e l’offendiamo nel momento stesso in cui ci colma dei suoi beni. Non è ingratitudine tanto più colpevole quanto maggiori sono i doni ricevuti, che grida vendetta contro di noi?

718.   2° Rispetto a Gesù Cristo, nostro redentore, il peccato è una specie di deicidioa) È infatti il peccato che cagionò i patimenti e la morte del divin Salvatore: “Christus passus est pro nobis 718-1… Lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo” 718-2. Perchè questo pensiero ci faccia impressione dobbiamo richiamare la parte che abbiamo personalmente avuta nella dolorosa Passione del Salvatore. Son io che con un bacio ho tradito il mio maestro, e qualche volta anche per qualche cosa di meno di trenta denari; io che fui causa del suo arresto e della sua condanna a morte; io ero là col popolaccio a gridare: Non hunc, sed Barabbam… Crucifige eum 718-3; io ero là coi soldati a flagellarlo con le mie immortificazioni, a coronarlo di spine con gl’interni miei peccati di sensualità e d’orgoglio, a porgli sulle spalle la pesante croce e a crocifiggerlo. Come bene spiega l’Olier 718-4, “la nostra avarizia inchioda la sua carità, la nostra collera la sua dolcezza, la nostra impazienza la sua pazienza, il nostro orgoglio la sua umiltà; e così con i nostri vizi attanagliamo, stringiamo in catene e facciamo a brani Gesù Cristo abitante in noi”. Quanto dobbiamo odiare il peccato che ha così crudelmente inchiodato alla croce il nostro Salvatore!

b) Ora non possiamo certamente infliggergli più nuove torture perchè non può più patire; ma le presenti nostre colpe continuano ad offenderlo perchè, commettendole volontariamente, disprezziamo il suo amore e i suo benefici, rendiamo inutile per noi il sangue da lui così generosamente versato, lo priviamo di quell’amore, di quella riconoscenza, di quell’ubbidienza, a cui ha diritto. Non è un corrispondere al suo amore con la più nera ingratitudine e chiamar quindi sul nostro capo i più gravi castighi?

III. Gli effetti del peccato mortale.

Dio volle che la legge avesse una sanzione, che la felicità fosse, in fin dei conti, la ricompensa della virtù e il dolore castigo del peccato. Onde, considerando gli effetti del peccato, potremo in qualche modo arguirne la reità. Li possiamo studiare in questa vita o nell’altra.

719.   1° Per renderci conto dei terribili effetti del peccato mortale in questa vita, richiamiamo che cosa è un’anima in istato di grazia: abita in lei la SS. Trinità che vi trova le sue compiacenze e la orna delle sue grazie, delle sue virtù e dei suoi doni; sotto l’influsso della grazia attuale i suoi atti buoni diventano meritorii della vita eterna; possiede la santa libertà dei figli di Dio, partecipa della forza e della virtù di Dio e gode, in certi momenti specialmente, tale felicità che è come un saggio della felicità celeste. Or che fa il peccato mortale?

aCaccia Dio dall’anima, e poichè il possesso di Dio è già un’anticipazione della beatitudine celeste, la sua perdita è come il preludio della riprovazione eterna: chi perde Dio non perde forse tutti i beni di cui Dio è la fonte?

b) Con lui perdiamo la grazia santificante, che ci faceva vivere d’una vita simile a quella di Dio, ond’è come una specie di suicidio spirituale; e perdiamo pure con lei il glorioso corteggio delle virtù e dei doni che l’accompagnavano. Se nell’infinita sua misericordia Dio ci lascia la fede e la speranza, queste virtù non sono più informate e avvivate dalla carità e non rimangono in noi che per ispirarci un timore salutare e un ardente desiderio di riparazione e di penitenza; intanto ci mostrano il triste stato dell’anima nostra eccitando in noi cocenti rimorsi.

720.   c) Perdiamo pure i meriti passati, accumulati con tanti sforzi, nè li potremo più ricuperare che per mezzo di una laboriosa penitenza; e finchè rimaniamo in peccato mortale, non possiamo meritar nulla pel cielo. Qual dissipazione di beni soprannaturali!

d) Bisogna aggiungervi la tirannica schiavitù che il peccatore deve or mai subire: in cambio della santa libertà di cui godeva, eccolo diventato schiavo del peccato, delle passioni cattive che si trovano come scatenate per la perdita della grazia e delle male abitudini che non tardano a formarsi con le ricadute così difficili a schivare, perchè “colui che pecca diventa schiavo del peccato, omnis qui facit peccatum, servus est peccati” 720-1. Infiacchiscono gradatamente le forze morali, le grazie attuali diminuiscono e sopraggiunge lo scoraggiamento e talvolta la disperazione; la è finita per questa povera anima se Dio, per un eccesso di misericordia, non viene a trarla con la sua grazia dal fondo dell’abisso.

721.   2° Che se sventuratamente il peccatore si ostina sino alla fine nella resistenza alla grazia, ecco l’inferno con tutti i suoi orrori. A) Prima la pena del danno, pena giustamente meritata. La grazia non aveva cessato di inseguire il colpevole; ma ei volle volontariamente morire nel suo peccato, volle rimanere volontariamente separato da Dio. Finchè era sulla terra, tutto assorto negli affari e nei piaceri, non aveva tempo di fermarsi sull’orrore del suo stato morale. Ma ora, che non vi sono più per lui nè affari nè piaceri, si trova costantemente in faccia alla terribile realtà. Dal fondo stesso della natura, dalle aspirazioni dell’anima e del cuore, dall’intiero suo essere si sente irresistibilmente tratto verso Colui che è il primo suo principio e il suo ultimo fine, l’unica fonte della sua perfezione e della sua felicità, verso quel Padre così amabile e così amante che l’aveva adottato per figlio, verso quel Redentore che l’aveva amato fino a morir sulla croce per lui; ma intanto si sente inesorabilmente respinto da una forza invincibile, forza che non è altro che il suo peccato. La morte l’ha ormai fissato, l’ha reso immobile nelle sue disposizioni, e avendo rigettato Dio nel momento stesso della morte, rimarrà da Dio eternamente separato. Non beatitudine, non perfezione: rimane affisso al suo peccato e in lui a tutto ciò che vi è di più ignobile e di più avvilito: “discedite a me maledicti“.

722.   B) Alla pena del danno, che è di molto la più terribile, viene ad aggiungersi la pena del senso. Complice dell’anima, il corpo ne parteciperà pure il supplizio; la disperazione eterna che tortura l’anima del dannato produce già nel corpo una febbre intensa, una sete inestinguibile che nulla può calmare. Ma vi sarà pure un fuoco reale, benchè diverso dal fuoco materiale che vediamo sulla terra, che diverrà strumento della divina giustizia per castigare il nostro corpo e i nostri sensi; è giusto infatti che si sia puniti con ciò con cui si è peccato “per quæ peccat quis per hæc et torquetur” 722-1; onde, avendo il dannato voluto disordinatamente godere delle creature, in esse troverà strumenti di supplizio. Questo fuoco, acceso e diretto da mano intelligente, tormenterà tanto più le sue vittime quanto più intensamente avranno voluto godere i peccaminosi diletti.

723.   C) L’una e l’altra pena non finiranno mai ed è ciò che mette il colmo al castigo dei dannati. Perchè, se i minimi patimenti, quando siano continui, diventano quasi intollerabili, che dire di queste pene, già così intense in se stesse, che dopo milioni di secoli non faranno che ricominciare?

Eppure Dio è giusto, Dio è buono perfino nei castighi che è obbligato ad infliggere ai dannati. Bisogna dunque che il peccato sia male abbominevole se viene punito in tal maniera, sia il solo vero ed unico male. Dunque piuttosto morire che macchiarsi di un solo peccato mortale “potius mori quam fædari“; e, per meglio schivarlo, abbiamo orrore anche del peccato veniale.

§ II. Del peccato veniale deliberato.

Rispetto alla perfezione vi è grandissima differenza tra i peccati veniali di sorpresa e quelli che si commettono di proposito deliberato, con piena avvertenza e con pieno consenso.

724.   Delle colpe di sorpresa. I Santi stessi commettono qualche volta colpe di sorpresa, lasciandosi andare un istante, per irriflessione e per debolezza di volontà, a negligenze negli esercizi spirituali, ad imprudenze, a giudizi o a parole contrarie alla carità, a piccole bugie per scusarsi. Sono colpe certamente biasimevoli e le anime fervorose amaramente le deplorano, ma non sono ostacolo alla perfezione; il Signore che conosce la nostra debolezza le scusa facilmente: “ipse cognovit figmentum nostrum”; del resto le ripariamo quasi subito con atti di contrizione, di umiltà, di amore, che sono più durevoli e più volontari che non i peccati di fragilità.

Quello che dobbiamo fare rispetto a queste colpe è di diminuirne il numero e schivare lo scoraggiamento. a) Si possono diminuire con la vigilanza: si cerca di rifarsi alla causa e di sopprimerla, ma senza fretta od affanno, confidando più sulla grazia divina che sui nostri sforzi; bisogna soprattutto sforzarsi di sopprimere ogni affetto al peccato veniale; perchè come osserva S. Francesco di Sales 724-1, “se il cuore vi si attacca, si perde tosto la soavità della devozione e tutta la devozione stessa”.

725.   b) Ma bisogna pure attentamente evitare lo scoraggiamento e il dispetto di coloro “che si irritano di essersi irritati, si rattristano di essersi rattristati” 725-1; questi movimenti provengono in sostanza dall’amor proprio che si turba e s’inquieta al vederci tanto imperfetti, Per schivar questo difetto bisogna guardar le colpe nostre con quella benignità con cui guardiamo quelle degli altri, odiare, sì, i nostri difetti e le nostre debolezze ma con odio tranquillo, con viva coscienza della nostra debolezza e della nostra miseria, e con ferma e calma volontà di far servire queste colpe alla gloria di Dio, adempiendo con maggior fedeltà ed amore il dovere presente.

Ma i peccati veniali deliberati sono grandissimo ostacolo al progesso spirituale e devono essere vigorosamente combattuti. A convincercene, vediamo la malizia e gli effetti.

I. Malizia del peccato veniale deliberato.

726.   Questo peccato è un male morale, il più gran male in sostanza dopo il peccato mortale; è vero che non ci fa deviar dal nostro fine ma ci ritarda il cammino, ci fa perdere un tempo prezioso e soprattutto è offesa di Dio; in ciò consiste principalmente la sua malizia.

727.   È infatti una disubbidienza a Dio, in materia leggiera, è vero, ma voluta dopo averci riflettuto, e che, agli occhi della fede, è veramente qualche cosa di odioso perchè assale l’infinita maestà di Dio.

A) È un’ingiuria, un insulto a Dio: mettiamo sulla bilancia da un lato la volontà di Dio e la sua gloria, e dall’altro il nostro capriccio, il nostro diletto, la nostra gloriuzza, e osiamo preferirci a Dio! Quale oltraggio! Una volontà, infinitamente sapiente e retta, sacrificata alla nostra che è così soggetta all’errore e al capriccio! “È, dice S. Teresa 727-1, come se si dicesse: Signore, benchè quest’azione vi dispiaccia, pure io la farò. So bene che voi la vedete, so molto bene che non la volete; ma preferisco seguire la mia fantasia e la mia inclinazione anzichè la vostra volontà. E vi par poca cosa trattar così? Per me, per quanto leggiera sia la colpa in se stessa, la giudico invece grave e gravissima”.

728.   B) Ne consegue, per colpa nostra, una diminuzione della gloria esterna di Dio: fummo creati per procurarne la gloria obbedendo perfettamente e amorosamente ai suoi ordini; ora, ricusando di ubbidirgli, sia pure in materia leggiera, gli sottraiamo parte di questa gloria; in cambio di proclamare, come Maria, che vogliamo glorificarlo in tutte le nostre azioni “Magnificat anima mea Dominum”, ricusiamo positivamente di glorificarlo in questa o in quella cosa.

C) Ed è quindi un’ingratitudine; colmati di più numerosi benefici perchè suoi amici, e sapendo che chiede in ricambio la nostra riconoscenza e il nostro amore, noi ricusiamo di fargli quel piccolo sacrificio; invece di studiarci di piacergli, non ci curiamo di dispiacergli. Onde un raffreddamento dell’amicizia di Dio verso di noi: egli ci ama senza riserva e chiede in ricambio che l’amiamo anche noi con tutta l’anima; “Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo et in tota anima tua et in tota mente tua” 728-1. Ma noi non gli diamo che una parte di noi stessi, facciam delle riserve, e, pur volendo conservarne l’amicizia, gli mercanteggiamo la nostra e non gli diamo che un cuore diviso. C’è qui, com’è chiaro, indelicatezza, mancanza di slancio e di generosità, che non può che diminuire l’intimità con Dio.

II. Effetti del peccato veniale deliberato.

729.   1° In questa vita, il peccato veniale commesso frequentemente e di proposito deliberato, priva l’anima di molte grazie, diminuisce gradatamente il fervore e predispone al peccato mortale.

A) Il peccato veniale priva l’anima non della grazia santificante nè dell’amor di Dio, ma la priva d’una nuova grazia che avrebbe ricevuto se avesse resistito alla tentazione e quindi pure d’un grado di gloria che con la sua fedeltà avrebbe potuto acquistare; la priva d’un grado d’amore che Dio voleva darle. Non è questa una perdita immensa, la perdita d’un tesoro più prezioso del mondo intiero?

730.   B) È una diminuzione di fervore, vale a dire di quella generosità con cui l’anima si dà intieramente a Dio. Questa disposizione infatti suppone un alto ideale e lo sforzo costante per accostarvisi. Ora l’abitudine del peccato veniale è incompatibile con queste due cose.

a) Nulla tanto diminuisce il nostro ideale quanto l’affetto al peccato: in cambio d’essere pronti a far tutto per Dio e mirare alla vetta, ci fermiamo deliberatamente lungo il cammino, a mezza costa, per godere di qualche piccolo piacere proibito; perdiamo così un tempo prezioso; cessiamo di guardare in alto per trastullarci a cogliere alcuni fiori che presto appassiranno; cominciamo allora a sentir la fatica, e la vetta della perfezione, anche quella a cui eravamo personalmente chiamati, ci sembra troppo lontana e troppo ripida: diciamo a noi stessi che non è poi necessario mirare sì alto, e che uno può salvarsi a più buon mercato; e l’ideale che avevamo intravisto non ha più attrattive per noi. Uno dice a sè stesso: questi moti di compiacenza, queste piccole sensualità, queste amicizie sensibili, queste maldicenze sono poi cose inevitabili; bisogna rassegnarsi. b) Allora lo slancio verso le altezze è troncato; si camminava prima di passo allegro, sorretti dalla speranza di toccar la meta; ora invece si comincia a sentire il peso del giorno e della fatica, e, quando vogliamo riprendere le ascese, l’affetto al peccato veniale c’impedisce d’avanzare. L’uccello attaccato al suolo tenta invano di prendere lo slancio in alto: al suolo ricade spossato; così le anime nostre, trattenute da affetti a cui non vogliamo rinunziare, ricadono presto più o meno spossate dal vano sforzo che hanno tentato. Qualche volta, è vero, ci pare di poter riprendere l’antico slancio; ahimè! altri legami ci trattengono, e non abbiamo più la costanza necessaria per troncarli tutti uno dopo l’altro. Vi è dunque un raffreddamento di carità che dà da pensare.

731.   C) Il gran pericolo che allora ci minaccia è di scivolare a poco a poco giù fin nel peccato mortale. Crescono infatti le nostre inclinazioni al piacere proibito e d’altra parte le grazie di Dio diminuiscono, tanto che viene il momento in cui possiamo temere tutti i peggiori tracolli.

aCrescono le nostre inclinazioni al piacere cattivo: quanto più si concede a questo perfido nemico tanto più chiede, perchè è insaziabile.

Oggi la pigrizia ci fa abbreviar la meditazione di cinque minuti, domani ne chiede dieci; oggi la sensualità si contenta di qualche piccola imprudenza, domani si fa più ardita ed esige qualche cosa di più. Dove fermarsi su questo pericoloso pendìo? Uno tenta di tranquillarsi pensando che son colpe solo veniali: ma ahimè! a poco a poco s’accostano alle colpe gravi, le imprudenze si rinnovano e turbano più profondamente l’immaginazione e i sensi. È il fuoco che cova sotto la cenere e che può diventar focolare d’incendio; è il serpente che uno si riscalda in seno e che si prepara a mordere e avvelenare la vittima. — Il pericolo è tanto più prossimo per questo che, a furia di esporvisi, è meno temuto: vi si prende dimestichezza, si lasciano cadere, l’un dopo l’altro, i baluardi che difendevano la cittadella del cuore, e viene il momento in cui con un assalto più furioso, il nemico penetra nella piazzaforte.

732.   b) Il che è tanto più da temere in quanto che le grazie di Dio generalmente diminuiscono a proporzione delle nostre infedeltà. 1) È infatti legge di Provvidenza che le grazie ci sono date secondo la nostra cooperazione “secundum cujusque dispositionem et cooperationem“. È questo in sostanza il senso della parola evangelica: “A chi ha, si dà di più e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha, qui enim habet dabitur ei et abundabit; qui autem non habet et quod habet auferetur ab eo” 732-1. Ora, con l’affetto al peccato veniale, noi resistiamo alla grazia e ne ostacoliamo l’azione nell’anima, onde ne riceviamo assai meno. Ora, se con più copiose grazie non abbiamo saputo resistere alle cattive inclinazioni della natura, vi resisteremo con grazie o con forze diminuite? 2) D’altra parte, quando un’anima manca di raccoglimento e di generosità, non riesce a cogliere quegli interni movimenti della grazia che la sollecitano al bene, perchè vengono presto soffocati dallo strepito delle rideste passioni. 3) Del resto la grazia non può santificarci se non chiedendoci sacrifici, ma le abitudini del piacere acquistate con l’affetto alle colpe veniali rendono questi sacrifici assai più difficili.

733.   Si può dunque conchiudere col P. L. Lallemand 733-1: “La rovina delle anime viene dal moltiplicarsi dei peccati veniali che cagionano la diminuzione dei lumi e delle ispirazioni divine, delle grazie e delle consolazioni interiori, del fervore e del coraggio per resistere agli assalti del nemico. Ne segue l’acciecamento, la debolezza, le cadute frequenti, l’abitudine, l’insensibilità, perchè, guadagnato che sia l’affetto, si pecca quasi senza aver sentimento del peccato”.

734.   2° Gli effetti del peccato veniale nell’altra vita 734-1, ci mostrano quanto dobbiamo temerlo: infatti molte anime passano i lunghi anni nel Purgatorio per espiarlo. E che cosa soffrono in quel luogo d’espiazione?

A) Vi soffrono il più intollerabile dei mali, la privazione di Dio. Non è certamente una pena eterna ed è appunto questo che la distingue dalle pene dell’inferno. Ma, per un tempo più o meno lungo, proporzionato al numero e alla gravità delle colpe, queste anime che amano Dio, che, separate da tutte le gioie e distrazioni della terra, pensano costantemente a lui e bramano ardentemente di vederne la faccia, vengono private della sua vista e del suo possesso e patiscono ineffabili strazi. Capiscono ora che fuori di Lui non possono essere felici; ma ecco rizzarsi innanzi a loro, come insormontabile ostacolo, quella moltitudine di peccati veniali che non hanno sufficientemente espiati. Del resto sono tanto comprese della necessità della mondezza richiesta a contemplare la faccia di Dio che si vergognerebbero di comparire davanti a lui senza questa mondezza e non consentirebbero mai ad entrare in cielo finchè resta in loro qualche traccia del peccato veniale 734-2. Sono quindi in uno stato violento, che ben riconoscono d’aver meritato ma che non lascia per questo di torturarle.

735.   B) Inoltre, secondo la dottrina di S. Tommaso, un sottil fuoco le penetra, ne molesta l’attività, e fa loro provare fisici patimenti per espiare i colpevoli diletti a cui acconsentirono, Accettano certo di gran cuore questa prova, perchè intendono bene che è necessaria per unirsi a Dio.

“Vedendo, dice S. Caterina da Genova 735-1, il purgatorio ordinato a levar via le sue macchie, l’anima vi si getta dentro e le par trovare una grande misericordia per potersi levare quell’impedimento”. Ma tale accettazione non toglie che queste anime soffrano molto: “L’amore di Dio, il quale ridonda nell’anima, le dà una contentezza sì grande che non si può esprimere, ma questa contentezza alle anime che sono in purgatorio non toglie scintilla di pena, anzi quell’amore, il quale si trova ritardato, è quello che fa la loro pena, e tanto fa pena maggiore quant’è la perfezione dell’amore del quale Dio le ha fatte capaci” 735-2.

Eppure Dio non è soltanto giusto ma anche misericordioso! Ama queste anime con amore sincero, tenero, paterno; desidera ardentemente di darsi ad esse per tutta l’eternità; e se non lo fa, è perchè vi è incompatibilità assoluta tra la infinita sua santità e la minima macchia, il minimo peccato veniale. Non potremo dunque mai troppo abbominarlo, mai troppo schivarlo e mai troppo ripararlo con la penitenza.

ART. II. MOTIVI E MEZZI DI RIPARARE IL PECCATO.

I. Motivi di penitenza.

Tre motivi principali ci obbligano a far penitenza dei nostri peccati:

▪   un dovere di giustizia rispetto a Dio;

▪   un dovere risultante dalla nostra incorporazione a Gesù Cristo;

▪   un dovere di proprio interesse e di carità.

1° UN DOVERE DI GIUSTIZIA RISPETTO A DIO.

736.   Il peccato infatti è una vera ingiustizia, perchè toglie a Dio una parte di quella gloria esterna a cui ha diritto; richiede quindi per giustizia una riparazione, che consisterà nel restituire a Dio, per quanto possiamo, l’onore e la gloria di cui l’abbiamo colpevolmente privato. Or quest’offesa, essendo, almeno oggettivamente infinita, non sarà mai intieramente riparata. Dobbiamo quindi espiare per tutta la vita; obbligo tanto più esteso quanto maggiori furono i benefici di cui siamo stati colmati, e più gravi e più numerose le colpe.

È quanto osserva Bossuet 736-1: “Non dobbiamo giustamente temere che la bontà di Dio, così indegnamente disprezzata, si cambi in implacabile furore? Che se la giusta sua vendetta è così grande contro i gentili…, non sarà la sua collera tanto più terribile per noi quanto più doloroso è per un padre l’aver perfidi figli e servi cattivi?” Dobbiamo quindi, egli dice, prendere le parti di Dio contro di noi. “Prendendo così contro di noi le parti della divina giustizia, obblighiamo la sua misericordia a prendere le parti nostre contro la sua giustizia. Quanto più deploreremo la miseria in cui siamo caduti, tanto più ci avvicineremo al bene che abbiamo perduto: Dio riceverà pietosamente il sacrificio del cuore contrito che noi gli offriremo in soddisfazione dei nostri delitti; e senza considerare che le pene che c’imponiamo non sono proporzionata vendetta, questo buon padre terrà conto soltanto che è volontaria”. Renderemo del resto più efficace la nostra penitenza unendola a quella di Gesù Cristo.

2° UN DOVERE RISULTANTE DALLA NOSTRA INCORPORAZIONE A CRISTO.

737.   Fummo col battesimo incorporati a Cristo (n. 143), onde dobbiamo, partecipandone la vita, parteciparne pure le disposizioni. Ora Gesù, benchè impeccabile, prese sopra di sè, come capo d’un corpo mistico, il peso e, per così dire, la responsabilità dei nostri peccati, “posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum” 737-1. Ecco perchè condusse vita penitente dal primo istante della sua concezione sino al Calvario. Ben sapendo che il Padre non poteva essere placato dagli olocausti dell’Antica Legge, offre sè stesso come ostia per sostituir tutte le vittime; tutte le sue azioni saranno immolate con la spada dell’ubbidienza, e dopo una lunga vita, che altro non è se non continuo martirio, muore sulla croce, vittima dell’ubbidienza e dell’amore “factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis“. Ma vuole che i suoi membri, per essere mondati dai loro peccati, s’uniscano al suo sacrifizio e siano vittime espiatrici insieme con lui: “Per essere il Salvatore del genere umano, ne volle essere la vittima. Ma l’unità del suo corpo mistico richiede che, essendosi immolato il capo, tutte le membra debbano pur essere ostie viventi.” 737-2. È infatti evidente che se Gesù, benchè innocente, espiò i nostri peccati con così rigorosa penitenza, noi, che siamo colpevoli, dobbiamo associarci al suo sacrifizio con tanto maggior generosità quanto maggiori furono i nostri peccati.

738.   Ad agevolarci questo dovere, Gesù penitente viene a vivere in noi per mezzo del divino suo Spirito con le sue disposizioni di vittima.

“Così, dice l’Olier 738-1, leggendo i salmi bisogna onorare in David lo spirito di penitenza e ammirare con grande religione e posatezza le disposizioni dello Spirito interiore di Gesù Cristo, fonte di penitenza, diffuso in questo Santo. Bisogna chiedere di parteciparvi con umiltà di cuore, con insistenza, fervore e perseveranza, ma soprattutto con l’umile fiducia che questo Spirito ci sarà comunicato. Certo non sentiremo sempre l’azione di questo Spirito divino, perchè opera spesso insensibilmente; ma se umilmente lo chiediamo, lo riceviamo, e opera in noi per renderci conformi a Gesù penitente, farci detestare ed espiare con lui i nostri peccati. La nostra penitenza è allora assai più efficace, perchè partecipa della virtù stessa del Salvatore: non siamo più noi soli a riparare, è Gesù che espia in noi e con noi. “Ogni penitenza esterna che non esce dallo Spirito di Gesù Cristo, dice l’Olier 738-2, non è vera e reale penitenza. Si possono esercitare su di sè rigori anche molto violenti; ma se non emanano da Nostro Signore penitente in noi, non possono essere penitenze cristiane. Solo per mezzo di lui si fa penitenza; ei la cominciò quaggiù sulla terra nella sua persona e la continua in noi… animando l’anima nostra delle interne disposizioni d’annientamento, di confusione, di dolore, di contrizione, di zelo contro noi stessi e di fortezza per compir su di noi la pena e la misura della soddisfazione che Dio Padre vuol ricevere da Gesù Cristo nella nostra carne”. Questa unione con Gesù penitente non ci dispensa dunque dai sentimenti e dalle opere di penitenza ma vi dà un maggior valore.

3° UN DOVERE DI CARITÀ.

La penitenza è un dovere di carità verso di noi e verso il prossimo.

739.   A) Verso di noi: il peccato infatti lascia nell’anima funeste conseguenze, contro cui è necessario reagire. a) Anche quando la colpa o il fallo è perdonato, ci resta generalmente da subire una pena più o meno lunga secondo la gravità e il numero dei peccati e secondo il fervore della contrizione nel momento del nostro ritorno a Dio. Questa pena dev’essere subìta in questo mondo o nell’altro. Ora è assai più utile espiarla in questa vita, perchè, quanto più prontamente e perfettamente paghiamo questo debito, tanto più l’anima diviene atta all’unione divina; d’altra parte più facile è questa espiazione sulla terra, perchè la vita presente è tempo di misericordia; è anche più feconda, perchè gli atti sodisfattorii sono nello stesso tempo meritorii (n. 209). Ama quindi l’anima propria chi fa pronta e generosa penitenza.

b) Ma il peccato lascia pure in noi una deplorevole facilità a commettere nuove colpe, appunto perchè accresce in noi l’amore disordinato del piacere. Ora nulla corregge meglio questo disordine quanto la virtù della penitenza; facendoci valorosamente tollerare le pene che la Provvidenza ci manda, stimolando il nostro ardore per le privazioni e le austerità compatibili con la salute, essa smorza gradatamente l’amor del piacere e ci fa paventare il peccato che esige tali riparazioni; facendoci praticar atti di virtù contrari alle cattive nostre abitudini, ci aiuta a correggercene e ci dà maggior sicurezza per l’avvernire 739-1. È dunque atto di carità verso sè stesso il far penitenza.

740.   B) È pure atto di carità verso il prossimo. a) In virtù della nostra incorporazione a Cristo, siamo tutti fratelli, tutti solidari gli uni degli altri (n. 148). Potendo dunque le nostre opere sodisfattorie essere utili agli altri, perchè la carità non ci indurrà a far penitenza non solo per noi ma anche per i fratelli? Non è questo il mezzo migliore d’ottenerne la conversione, o, se sono già convertiti, la perseveranza? Non è questo il miglior servizio che possiamo loro prestare, servizio mille volte più utile di tutti i beni temporali che potremmo lor dare? Non è un corrispondere alla divina volontà che, avendoci adottati tutti per figli, ci chiede di amare il prossimo come noi stessi e di espiarne le colpe come espiamo le nostre?

741.   b) Questo dovere di riparazione spetta più specialmente ai sacerdoti: è dovere del loro stato l’offrir vittime non solo per se stessi ma anche per le anime di cui sono incaricati: “prius pro suis delictis, deinde pro popoli” 741-1. Ma ci sono, fuori del sacerdozio, anime generose che, così nel chiostro come nel mondo, si sentono attirate a offrirsi vittime per espiare i peccati altrui. Vocazione nobilissima che le associa all’opera redentrice di Cristo, e a cui è bene animosamente corrispondere procurando di consultare un savio direttore per fissar con lui le opere di riparazione a cui dedicarsi 741-2.

742.   Diremo terminando che lo spirito di penitenza non è dovere imposto soltanto agl’incipienti e per brevissimo tempo. Quando si è ben capito che cos’è il peccato e quale offesa infinita infligge alla maestà divina, uno si crede obbligato a far penitenza per tutta la vita, perchè la vita stessa è troppo breve per riparare un’offesa infinita. Non bisogna quindi stancarsi mai di far penitenza.

Questo punto è così importante che il P. Faber, dopo aver lungamente riflettuto sulla causa per cui tante anime fanno così poco progresso, venne alla conclusione che questa causa sta “nella mancanza di costante dolore eccitato dal ricordo del peccato” 742-1. Se ne ha del resto la conferma negli esempi dei Santi, che non cessarono mai di espiar le colpe, talora assai leggiere, commesse in passato. Anche la condotta di Dio verso le anime che vuole innalzare alla contemplazione lo dimostra assai bene. Faticato che hanno per lungo tempo a purificarsi con gli esercizi attivi della penitenza, Dio, a dar l’ultima mano alla loro purificazione, invia quelle prove passive che descriviamo nella via unitiva. Infatti solo i cuori intieramente puri o purificati possono giungere alle dolcezze dell’unione divina: “Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt”!

II. La pratica della penitenza.

A praticar la penitenza in modo più perfetto, conviene unirsi a Gesù penitente chiedendogli di vivere in noi col suo spirito di vittima (n. 738); e poi associarsi ai suoi sentimenti e alle sue opere di penitenza.

743.   Questi sentimenti sono assai bene espressi nei salmi specialmente nel Miserere.

a) Prima di tutto la memoria abituale e dolorosa dei propri peccati: “peccatum meum contra me est semper” 743-1. Non conviene certi riandarli distintamente nella mente potendosi con ciò turbar l’immaginazione e cagionar nuove tentazioni. Bisogna ricordarsene in generale e soprattutto nutrirne sentimenti di contrizione e d’umiliazione.

Abbiamo offeso Dio alla sua presenza “et malum coram te feci” 743-2, quel Dio che è la santità stessa e che odia l’iniquità, quel Dio che è tutto amore e che noi abbiamo oltraggiato profanandone i doni. Non ci resta che ricorrere alla sua misericordia e implorarne il perdono, e bisogna farlo spesso: “Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam” 743-3. Abbiamo, è vero, speranza d’essere stati perdonati; ma, bramosi di sempre più perfetta mondezza, chiediamo umilmente a Dio di purificarci ognor più nel sangue di suo Figlio: “amplius lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda me” 743-4. Per unirci più intimamente a lui, vogliamo che i nostri peccati siano distrutti, che non ne resti più traccia: “omnes iniquitates meas dele”; desideriamo che la mente e il cuore siamo rinnovati: “cor mundum crea in me, Deus, et spiritum rectum innova in visceribus meis”, che ci sia resa la gioia della buona coscienza: “Redde mihi lætitiam salutaris tui” 743-5.

744.   b) Questa dolorosa memoria è accompagnata da un senso di perpetua confusione: “operuit confusio faciem meam” 744-1. Confusione che portiamo davanti a Dio, come Gesù Cristo portò davanti al Padre l’ontà delle nostre offese, massimamente nell’orto dell’agonia e sul Calvario. La portiamo davanti agli uomini, vergognosi di vederci carichi di delitti nell’assemblea dei Santi. La portiamo davanti a noi stessi, non potendoci soffrire nè sopportare nella nostra vergogna, ripetendo sinceramente col prodigo: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di voi” 744-2; e col pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore” 744-3.

745.   c) Ne nasce un salutare timor del peccato, un orrore profondo per tutte le occasioni che vi ci possono condurre. Perchè, non ostante la buona volontà, restiamo esposti alla tentazione e alle ricadute.

Rimaniamo quindi sommamente diffidenti di noi stessi e dal fondo del cuore ripetiamo la preghiera di S. Filippo Neri: O Signore, non vi fidate di Filippo, chè altrimenti vi tradirà; aggiundendovi: “non ci lasciate cadere nella tentazione: et ne nos inducas in tentationem“. Questa diffidenza ci fa prevedere le occasioni pericolose in cui potremmo soccombere, i mezzi positivi per assicurar la nostra perseveranza e ci rende vigilanti a schivar le minime imprudenze. Evita però con ogni premura lo scoraggiamento: quanto maggior coscienza abbiamo della nostra impotenza, tanto maggior fiducia dobbiamo riporre in Dio, sicuri che per l’efficacia della sua grazia riusciremo vittoriosi, soprattutto se a questi sentimenti uniamo le opere di penitenza.

III. Le opere di penitenza.

746.   Queste opere, per quanto penose possano essere, ci parranno facili, se abbiamo continuamente davanti agli occhi questo pensiero: io sono uno scampato dall’inferno, uno scampato dal purgatorio, e, senza la divina misericordia, sarei già là a subirvi il castigo che ho pur troppo meritato; nulla quindi di troppo umiliante, nulla di troppo penoso per me.

Le principali opere di penitenza che dobbiano fare, sono:

747.   1° L’accettazione, prima rassegnata poi cordiale e gioconda, di tutte le croci che la Provvidenza vorrà mandarci. Il Concilio di Trento ci insegna che è gran segno di amore per noi il degnarsi Dio di gradire come soddisfazione dei nostri peccati la pazienza con cui accettiamo tutti i mali temporali, che egli ci infligge 747-1. Se abbiamo dunque da soffrir prove fisiche o morali, per esempio le intemperie delle stagioni, le strette della malattia, i rovesci di fortuna, la mala riuscita, le umiliazioni; in cambio di amaramente lamentarcene, come la natura vorrebbe, accettiamo tutti questi patimenti con dolce rassegnazione, persuasi che pei nostri peccati li meritiamo e che la pazienza in mezzo alle prove è uno dei migliori mezzi d’espiazione. Non sarà da principio che semplice rassegnazione, ma poi, accorgendoci che i nostri dolori ne restano addolciti e fecondi, riusciremo a poco a poco a sopportarli valorosamente e anche giocondamente, lieti di poterci così abbreviare il purgatorio, di rassomigliar meglio al divin crocifisso, di glorificar Dio che abbiamo oltraggiato. La pazienza produrrà allora tutti i suoi frutti e ci purificherà intieramente l’anima appunto perchè opera di amore: “remittuntur ei peccata multa, quoniam dilexit multum” 747-2.

748.   2° A questa pazienza aggiungeremo il fedele adempimento dei doveri del nostro stato in spirito di penitenza e di riparazione. Il sacrificio più gradito a Dio è quello dell’ubbidienza “melior est obedientia quam victimæ” 748-1. Ora i doveri del nostro stato sono per noi la chiara espressione della volontà di Dio. L’adempierli il più perfettamente possibile è dunque un offrire a Dio il sacrificio più perfetto, l’olocausto perpetuo, perchè questi doveri ci stringono dalla mattina alla sera. Il che è certamente vero per le persone che vivono in comunità: obbedendo fedelmente alla regola, generale o particolare, adempiendo generosamente quanto viene prescritto o consigliato dai superiori, moltiplicando gli atti di obbedienza, di sacrificio e d’amore, e possono ripetere con San Giovanni Berchmans che la vita comune è per essi la migliore di tutte le penitenze: mea maxima pænitentia vita communis. Ma è anche vero per le persone del mondo che vivono cristianamente; quante occasioni si presentano ai padri e alle madri di famiglia che osservano tutti i doveri di sposi e di educatori, di offrire a Dio numerosi ed austeri sacrifici che servono grandemente a purificar le loro anime! Tutto sta nell’adempiere questi doveri cristianamente, valorosamente, per Dio, in ispirito di riparazione e di penitenza.

749.   3° Vi sono pure altre opere specialmente raccomandate dalla Sacra Scrittura, come il digiuno e l’elemosina.

A) Il digiuno era nell’antica Legge uno dei grandi mezzi di espiazione; veniva indicato con l’espressione “affliggere la propria anima”; 749-1 ma per ottenerne l’effetto doveva essere accompagnato da sentimenti di compunzione e di misericordia 749-2. Nella nuova Legge il digiuno è pratica di duolo e di penitenza; quindi gli Apostoli non digiunano finchè è con loro lo Sposo, digiuneranno, quando non vi sarà più 749-3. Nostro Signore, per espiare i nostri peccati, digiuna quaranta giorni e quaranta notti, ed insegna agli apostoli che certi demoni non possono essere cacciati che col digiuno e colla preghiera 749-4. Fedele a questi insegnamenti, la Chiesa istituì il digiuno della Quaresima, delle Vigilie e delle Quattro Tempora per dare ai fedeli occasione di espiare i peccati. Molti peccati infatti provengono, direttamente o indirettamente, dalla sensualità, dagli eccessi del bere e del mangiare, onde nulla è più efficace a ripararli della privazione del nutrimento che va alla radice del male mortificando l’amore dei sensuali diletti. Ecco perchè i Santi lo praticarono con tanta frequenza anche fuori dei tempi stabiliti dalla Chiesa; i cristiani generosi li imitano o almeno s’accostano al digiuno propriamente detto, privandosi di qualche cosa in ogni pasto, per domare così la sensualità.

750.   B) L’elemosina poi è opera di carità e privazione: a questo doppio titolo ha grande efficacia per espiare i peccati: “peccata eleemosynis redime” 750-1. Quando uno si priva d’un bene per darlo a Gesù nella persona del povero, Dio non si lascia vincere in generosità, e ci rimette volentieri parte della pena dovuta ai nostri peccati. Quanto più dunque si è generosi, ognuno secondo le proprie facoltà, e quanto pure è più perfetta l’intenzione con cui si fa l’elemosina, tanto più intiera è la remissione che ci si concede dei nostri debiti spirituali. Ciò che diciamo dell’elemosina corporale s’applica a più forte ragione all’elemosina spirituale, che mira a far del bene alle anime e quindi a glorificar Dio. È quindi una delle opere di penitenza che il Salmista promette di fare quando dice al Signore che, per riparare il suo peccato, insegnerà ai peccatori le vie del pentimento: “Docebo iniquos vias tuas et impii ad te convertentur” 750-2.

4° Restano finalmente le privazioni e le mortificazioni volontarie che imponiamo a noi stessi in espiazione dei nostri peccati, quelle specialmente che vanno alla sorgente del male, castigando e disciplinando le facoltà che contribuirono a farceli commettere. Le esporremo trattando della mortificazione.

CAPITOLO III.

La Mortificazione 751-1.

751.   La mortificazione contribuisce, come la penitenza, a purificarci delle colpe passate; ma il principale suo scopo è di premunirci contro quelle del presente e dell’avvenire, diminuendo l’amor del piacere, fonte dei nostri peccati. Ne spiegheremo dunque la natura, la necessità e la pratica.

▪   Natura

▪                     I diversi nomi.

▪                     La definizione.

▪   Necessità

▪                     per la salute.

▪                     per la perfezione.

▪   Pratica

▪                     Principi generali.

▪                     Mortificazione dei sensi esterni.

▪                     Mortificazione dei sensi interni.

▪                     Mortificazione delle passioni.

▪                     Mortificazione delle facoltà superiori.

ART. I. NATURA DELLA MORTIFICAZIONE.

Spiegati che avremo i termini biblici e i moderni con cui si denomina la mortificazione, ne daremo la definizione.

752.   I. Espressioni bibliche per indicare la mortificazione. Sette principali espressioni troviamo nei Libri Sacri per indicare la mortificazione sotto i vari suoi aspetti.

1° Il vocabolo rinunzia, “qui non renuntiat omnibus quæ possidet non potest meus esse disciplus” 752-1, ci presenta la mortificazione come atto di distacco dai beni esterni per seguir Cristo, come fecero gli Apostoli: “relictis omnibus, secuti sunt eum” 752-2.

2° È pure abnegazione o rinunzia a sè stesso: “si quis vult post me venire, abnegat semetipsum” 752-3…; infatti il più terribile dei nostri nemici è il disordinato amor di noi stessi; ecco perchè è necessario distaccarsi da sè stessi.

3° Ma la mortificazione ha pure un lato positivo: è un atto che ferisce e distrugge le male tendenze della nature: “Mortificate ergo membra vestra 752-4… Si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis” 752-5…

4° Anzi è una crocifissione della carne e delle sue cupidigie, onde inchiodiamo, a così dire, le nostre facoltà alla legge evangelica, applicandole alla preghiera e al lavoro: “Qui… sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis” 752-6.

5° Questa crocifissione, quando è costante, produce una specie di morte e di seppellimento, che ci fa come intieramente morire a noi stessi e seppellirci con Gesù Cristo a fine di vivere con lui di vita novella: “Mortui enim estis vos et vita vestra est abscondita cum Cristo in Deo 752-7… Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem 752-8…

6° A indicare questa morte spirituale S. Paolo adopera pure un’altra espressione; poichè, dopo il battesimo, vi sono in noi due uomini, l’uomo vecchio che rimane, o la triplice concupiscenza, e l’uomo nuovo o l’uomo rigenerato, egli dichiara che dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio per rivestirci del nuovo: “expoliantes vos veterem hominem… et induentes novum” 752-9.

7° Non potendo questo farsi senza combattere, Paolo afferma che la vita è una lotta “bonum certamen certavi” 752-10; e che i cristiani sono lottatori o atleti, che castigano il corpo e lo riducono in schiavitù.

Da tutte queste espressioni e da altre simili risulta che la mortificazione inchiude [sic] un doppio elemento: uno negativo, il distacco, la rinunzia, lo spogliamento; l’altro positivo, la lotta contro le cattive tendenze, lo sforzo per mortificare o svigorirle, la crocifissione e la morte: crocifissione della carne, dell’uomo vecchio e delle sue cupidigie, per vivere della vita di Cristo.

753.   II. Espressioni moderne. Oggi si preferiscono espressioni addolcite, che indicano lo scopo da conseguire anzichè lo sforzo da sostenere. Si dice che bisogna riformar sè stesso, governar sè stesso, educar la volontà, orientar l’anima verso Dio. Sono espressioni giuste, purchè si sappia far rilevare che non si può riformare e governar sè stessi se non combattendo e mortificando le male tendenze che sono in noi; che non si educa la volontà se non domando e disciplinando le facoltà inferiori, e che non si può orientarsi verso Dio se non distaccandosi dalle creature e spogliandosi dei vizi. Bisogna insomma saper riunire, come fa la S. Scrittura, i due aspetti della mortificazione, mostrare lo scopo per consolare ma non dissimulare lo sforzo necessario per conseguirlo.

754.   III. Definizione. Si può definire la mortificazione: la lotta contro le inclinazioni cattive per sottometterle alla volontà e questa a Dio. Più che un’unica virtù è un complesso di virtù, è il primo grado di tutte le virtù che consiste nel superar gli ostacoli a fine di ristabilir l’equilibrio delle facoltà e il loro ordine gerarchici. Onde si vede meglio che la mortificazione non è uno scopo ma un mezzo: uno non si mortifica che per vivere una vita superiore; non si spoglia dei beni esterni che per meglio possedere i beni spirituali; non rinunzia a sè stesso che per posseder Dio; non lotta che per comquistar la pace; non muore a sè stesso che per vivere della vita di Cristo e della vita di Dio: l’unione con Dio è dunque lo scopo della mortificazione. Onde meglio se ne capisce la necessità.

ART. II. NECESSITÀ DELLA MORTIFICAZIONE.

Questa necessità può essere studiata sotto doppio rispetto, rispetto all’eterna salute e rispetto alla perfezione.

I. Necessità della mortificazione per l’eterna saluta.

Vi sono mortificazioni necessarie all’eterna salute, nel senso che, se non si fanno, si è esposti a cadere in peccato mortale.

755.   1° Nostro Signore ne parla in modo assai chiaro a proposito dei peccati contro la castità: “Chiunque guarda una donna con concupiscenza, ad concupiscendam eam, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” 755-1. Vi sono dunque sguardi gravemente colpevoli, quelli che procedono da cattivi desideri; e la mortificazione di questi sguardi è necessaria sotto pena di peccato mortale. Ma lo dice poi chiaro Nostro Signore con quelle energiche parole: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavatelo e gettalo via, perchè è meglio per te che un solo dei tuoi membri perisca, anzichè l’intiero tuo corpo venga gettato nell’inferno” 755-2. Non si tratta qui di strapparsi materialmente gli occhi ma di allontanar lo sguardo dalla vista di quegli oggetti che ci sono motivo di scandalo. — S. Paolo dà la ragione di queste gravi prescrizioni: “Se vivrete secondo la carne, morrete; se poi, per mezzo dello spirito, darete morte alle azioni della carne, vivrete: si enim secundum carnem vixeritis, moriemini; si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis” 755-3.

Come infatti già dicemmo al numero 193-227, la triplice concupiscenza che alberga in noi, aizzata dal mondo e dal demonio, ci porta sovente al male e mette in pericolo la nostra eterna salute se non badiamo a mortificarla. Onde nasce l’assoluta necessità di incessamente combattere le cattive tendenza che sono in noi; di fuggir le occasioni prossime di peccato, cioè quegli oggetti o quelle persone che, attesa la passata nostra esperienza, costituiscono per noi serio e probabile pericolo di peccato; e quindi pure di rinunziare a molti piaceri a cui ci trae la nostra natura 755-4. Vi sono dunque mortificazioni necessarie, senza le quali si cadrebbe in peccato mortale.

756.   2° Ve ne sono altre che la Chiesa prescrive per determinar l’obbligo generale di mortificarsi così spesso ricordato dal Vangelo: tal è l’astinenza dal grasso nel venerdì, il digiuno della Quaresima, delle Quattro Tempora e delle vigilie. Sono leggi che obbligano sotto pena di colpa grave coloro che non ne sono legittimamente dispensati. Qui però vogliamo fare un’osservazione che ha la sua importanza: vi sono persone che, per buone ragioni, sono dispensate da queste leggi; ma non sono per questo dispensate dalla legge generale della mortificazione e devono quindi praticarla sotto altra forma; altrimenti non tarderanno a risentir le ribellioni della carne.

757.   3° Oltre queste mortificazioni prescritte dalla legge divina e dalla legge ecclesiastica, ce ne sono altre che ognuno deve imporsi, col consiglio del direttore, in certe circostanze particolari, quando premono maggiormente le tentazioni; si possono scegliere tra quelle che verremo indicando. (n. 769 ss.).

II. Necessità della mortificazione per la perfezione.

758.   Questa necessità deriva da ciò che abbiamo detto sulla natura della perfezione, la quale consiste nell’amor di Dio spinto fino al sacrificio e all’immolazione di sèn. 321-327, tanto che, secondo l’Imitazione, la misura del progresso spirituale dipende dalla misura della violenza che uno si fa: tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris 758-1. Basterà quindi richiamar brevemente alcuni motivi che possano muovere la volontà ed aiutarla a praticar questo dovere; si desumono da parte di Dio, di Gesù Cristo, della nostra santificazione 758-2.

1° DA PARTE DI DIO.

759.   A) Il fine della mortificazione, come fu detto, è di unirci a Dio; cosa che non possiamo fare senza distaccarci dall’amore disordinato delle creature.

Come giustamente dice S. Giovanni della Croce 759-1, “l’anima attaccata alla creatura le diviene simile, quanto più cresce l’affetto tanto più l’identità si manifesta, perchè l’amore rende pari l’amante e l’amato. Chi dunque ama una creatura, s’abbassa al suo livello, anzi di sotto, perchè l’amore non si contenta della parità ma rende anche schiavi. È questa la ragione per cui un’anima, schiava d’un oggetto fuori di Dio, diviene incapace di unione pura e di trasformazione in Dio, perchè la bassezza della creatura è più distante dalla grandezza del Creatore che non le tenebre dalla luce”. Ora l’anima che non si mortifica, s’attacca presto in modo disordinato alle creature, perchè, dopo il peccato originale, si sente attirata verso di loro, cattivata dal loro fascino, e, in cambio di servirsene come di scalini per salire al Creatore, vi si diletta e le considera come fine. A rompere quest’incanto, a schivar questa stretta, è assolutamente necessario distaccarsi da tutto ciò che non è Dio, o almeno da tutto ciò che non è considerato come mezzo per andare a Lui. Ecco perchè l’Olier 759-2, paragonando la condizione dei cristiani a quella di Adamo innocente, dice che vi è grande differenza tra le due: Adamo cercava Dio, lo serviva e l’adorava nelle creature; i cristiani invece sono obbligati a cercar Dio con la fede, a servirlo e adorarlo ritirato in sè stesso e nella sua santità, separato da ogni creatura. In questo consiste la grazia del battesimo.

760.   B) Nel giorno del battesimo si stipulò tra Dio e noi un vero contratto. a) Dio, da parte sua, ci mondò dalla macchia originale e ci adotto per figli, ci comunicò una partecipazione della sua vita, obbligandosi a darci tutte le grazie necessarie per conservarla e accrescerla; sappiamo con quanta liberalità mantenne le sue promesse. b) Da parte nostra, ci obbligammo a vivere da veri figli di Dio, ad avvicinarci alla perfezione del Padre celeste coltivando questa vita soprannaturale. Ora questo non possiamo fare se non in quanto pratichiamo la mortificazione. Perchè, da un lato lo Spirito Santo, datoci nel Battesimo, “ci porta all’umiltà, alla povertà, ai patimenti; e dall’altro la carne brama gli onori, i piaceri, le ricchezze” 760-1. Vi è quindi in noi conflitto e lotta incessante; e non possiamo esser fedeli a Dio che rinunziando all’amore disordinato degli onori, dei piaceri e delle ricchezze. Ecco perchè il sacerdote, battezzandoci, ci segna addosso due croci, una sul cuore, per imprimerci l’amor della Croce, e l’altra sulle spalle, per darci la forza di portarla. Mancheremmo quindi alle promesse del battesimo se non portassimo la croce, combattendo il desiderio dell’onore con l’umiltà, l’amor del piacere con la mortificazione, e la sete delle ricchezze con la povertà.

2° DA PARTE DI GESÙ CRISTO.

761.   A) Col battesimo veniamo incorporati a Gesù, onde dobbiamo da lui ricevere il movimento e le ispirazioni e quindi conformarci a lui. Ora l’intiera sua vita, come dice l’Imitazione, non fu che un lungo martirio: “Tota vita Christi crux fuit et martyrium” 761-1. Non può dunque la nostra essere vita di piaceri e d’onori, ma dev’essere vita mortificata. Ce lo dice del resto chiaramente il divino nostro Capo: “Si quis vult post me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie et sequatur me” 761-2. Se vi è chi debba seguir Gesù è certo colui che tende alla perfezione. Ora come seguir Gesù, che fin dal suo ingresso nel mondo abbracciò la croce, che tutta la vita sospirò patimenti e umiliazioni, che sposò la povertà nel Presepio e l’ebbe compagna fin sul Calvario, se si amano i piaceri, gli onori, le ricchezze, se non si porta quotidianamente la croce, quella che Dio stesso ci scelse e c’inviò? È una vergogna, dice S. Bernardo, che sotto un capo coronato di spine siamo membri delicati, atterriti ai più piccoli patimenti: “pudeat sub spinato capite membrum fieri delicatum” 761-3. Per conformarci a Gesù Cristo e avvicinarne la perfezione, è dunque necessario che portiamo la croce come lui.

762.   B) Se aspiriamo all’apostolato, troviamo in ciò un nuovo motivo per crocifiggere la carne. Colla croce Gesù salvò il mondo; colla croce quindi lavoreremo con lui alla salute dei fratelli, e il nostro zelo sarà tanto più fecondo quanto più parteciperemo ai patimenti del Salvatore. Ecco il motivo che animava S. Paolo, quando dava nella sua carne compimento alla passione del Maestro, a fine di ottenere grazie per la Chiesa 762-1; ecco ciò che resse nel passato e regge ancora al presente tante anime che consentono ad essere vittime perchè Dio sia glorificato e le anime salvate. Il patire è duro, ma quando si contempla Gesù che ci va innanzi portando la croce per la salute nostra e per quella dei nostri fratelli, quando se ne contempla l’agonia, l’ingiusta condanna, la flagellazione, l’incoronazione di spine, la crocifissione, quando s’odono gli scherni, gli insulti, le calunnie che accetta tacendo, come osar lamentarsi? Non siamo ancor giunti allo spargimento del sangue: “nondum usque ad sanguinem restitistis“. E se stimiamo secondo il giusto loro valore l’anima nostra e quella dei nostri fratelli, non mette forse conto di tollerar qualche passeggiero patimento per una gloria che non finirà mai e per cooperare con Nostro Signore alla salute di quelle anime per cui versò il sangue fino all’ultima goccia?

Questi motivi, per alti che siano, sono ben compresi da certe anime generose, anche fin dal principio della loro conversione; e il proporli serve a farle progredire nell’opera di purificazione e di santificazione.

3° DA PARTE DELLA NOSTRA SANTIFICAZONE.

763.   A) Abbiamo bisogno d’assicurarci la perseveranza; e la mortificazione è uno dei mezzi migliori per preservarsi dal peccato. Ciò che ci fa soccombere alla tentazione è l’amor del piacere o l’orror del patire e della lotta, horror difficultatis, labor certaminis. Ora la mortificazione combatte questa doppia tendenza, che in fondo è una sola; col privarci di alcuni leciti piaceri ci arma la volontà contro i piaceri illeciti e ci rende più facile la vittoria sulla sensualità e sull’amor proprio, “agendo contra sensualitatem et amorem proprium”, come giustamente dice S. Ignazio. Se invece cediamo sempre davanti al piacere, prendendoci tutti i leciti diletti, come sapremo poi resistere nel momento in cui la sensualità, avida di nuovi godimenti, pericolosi o anche illeciti, si sente come trascinata dall’abitudine di cedere sempre alle sue esigenze? Il pendìo è così sdrucciolevole che, soprattutto in materia di sensualità, è facile traboccar nell’abisso, trattivi da una specie di vertigine. E anche quando si tratta della superbia, il pendìo è più ripido di quel che si creda: si mentisce in materia leggiera per scusarsi, per schivare un’umiliazione; e poi, al sacro tribunale della penitenza, si corre rischio di mancar di sincerità per la vergogna di un’accusa umiliante. La nostra sicurezza richiede dunque la lotta contro l’amor proprio come contro la sensualità e la cupidigia.

764.   B) Ma non basta schivare il peccato; bisogna anche progredire nella perfezione. Ora, qual è anche qui il grande ostacolo se non l’amor del piacere e l’orror della croce? Quanti desidererebbero esser migliori e tendere alla santità se non paventassero lo sforzo necessario a progredire e le prove che Dio manda ai migliori suoi amici! Bisogna dunque richiamar loro ciò che S. Paolo ripeteva spesso ai primi cristiani, cioè che la vita è una lotta, che dobbiamo arrossire d’esser meno coraggiosi di coloro che lottano per una ricompensa terrena, i quali, per prepararsi alla vittoria, si privano di molti piaceri permessi e assumono rudi e laboriosi esercizi, tutti per una corona peritura, mentre la corona promessa a noi è corona immortale, “et illi quidem ut corruptibilem coronam accipiant, nos autem incorruptam” 764-1. Abbiamo paura del patire; ma non pensiamo alle pene terribili del purgatorio (n. 734) che dovremo subire per lunghi anni se vogliamo vivere nell’immortificazione e prenderci tutti i piaceri che ci allettano? Quanto più prudenti sono i mondani! Molti si sobbarcano a rudi fatiche e talora a forti umiliazioni per guadagnare un poco di danaro e assicurarsi poi un onorevole riposo; e noi ricuseremmo di sottoporci a qualche mortificazione per assicurarci l’eterno riposo nella città del cielo? È ragionevole questo?

Bisogna dunque persuaderci che non si dà perfezione, non si dà virtù senza la mortificazione. Come esser casti senza mortificare quella sensualità che ci inclina così fortemente ai pericolosi e cattivi diletti? Come esser temperanti se non reprimendo la golosità? Come praticar la povertà e anche la giustizia se non si combatte la cupidigia? Come esser umili, dolci e caritatevoli, senza padroneggiare quelle passioni di superbia, di ira, di invidia, di gelosia che sonnecchiano in fondo al cuore umano? Nello stato di natura decaduta non c’è virtù che possa praticarsi a lungo senza sforzo, senza lotta, e quindi senza mortificazione. Si può dunque dire col Tronson che, “come l’immortificazione è l’origine dei vizi e la causa di tutti i nostri mali, così la mortificazione è il fondamento delle virtù e la fonte di tutti i nostri beni” 764-2.

765.   C) Si può anche aggiungere che la mortificazione, non ostante le privazioni e i patimenti che impone, è, anche sulla terra, fonte dei più grandi beni, e che i cristiani mortificati sono poi in complesso più felici dei mondani che si abbandonarono a tutti i piaceri. Lo insegna Nostro Signore stesso quando dice che chi lascia tutto per seguirlo avrà in ricambio il centuplo anche in questa vita: “Qui reliquerit domum vel fratres… centuplum accipiet, et vitam æternam possidebit” 765-1. Nè altro linguaggio tiene S. Paolo quando, dopo aver parlato della modestia, vale a dire della moderazione in tutte le cose, aggiunge che chi la pratica gode di quella pace vera che supera ogni consolazione: “pax Dei quæ exsuperat omnem sensum custodiat corda vestra et intelligentias vestras“. E non ne è egli stesso un vivo esempio? Paolo ebbe certamente da patir molto; e a lungo descrive le prove terribili che dovette soffrire nella predicazione del Vangelo e nella lotta contro sè stesso; ma soggiunge che in mezzo alle tribolazioni abbonda e sovrabbonda di gaudio: “superabundo gaudio in omni tribulatione nostra” 765-2.

È così di tutti i Santi: dovettero anch’essi subir lunghe e dolorose tribolazioni; ma i martiri, fra le torture, dicevano di non essersi mai trovati a un simile festino, “nunquam tam jucunde epulati sumus”; leggendo le vite dei Santi, due cose ci colpiscono: le prove terribili che subirono e le mortificazioni che liberamente s’imposero; e d’altra parte la loro serenità in mezzo a questi patimenti. Giungono al punto di amar la croce, di non più paventarla, di sospirarla anzi, di considerar perduti i giorni in cui non ebbero nulla da soffrire. Fenomeno psicologico che fa stupire i mondani ma che consola le anime di buona volontà. Non si può certamente pretendere dagl’incipienti quest’amor della Croce; ma si può far loro capire, citando l’esempio dei Santi, che l’amor di Dio e delle anime allevia notevolmente il dolore e la mortificazione, e che, se consentono ad entrar generosamente nella pratica dei piccoli sacrifici che sono alla loro portata, anch’essi giungeranno un giorno ad amare e desiderare la croce e a trovarvi vere consolazioni spirituali.

766.   È ciò che nota l’autore dell’Imitazione, in un testo che compendia molto bene i vantaggi della mortificazione 766-1: “In cruce salus, in cruce vita, in cruce protectio ab hostibus, in cruce infusio supernæ suavitatis, in cruce robur mentis, in cruce gaudium spiritûs, in cruce virtutis summa, in cruce perfectio sanctitatis. Infatti l’amor della croce è l’amor di Dio spinto fino all’immolazione; ora, come abbiamo detto, quest’amore è il compendio di tutte le virtù, l’essenza stessa della perfezione, e quindi il più potente usbergo contro i nemici spirituali, una fonte di forza e di consolazione, il miglior mezzo d’accrescere in noi la vita spirituale e di assicurarci l’eterna salute.

ART. III. PRATICA DELLA MORTIFICAZIONE.

767.   Principii. 1° La mortificazione deve abbracciare l’uomo intiero, corpo ed anima; perchè appunto l’uomo intiero, ove non sia ben disciplinato, è occasione di peccato. Chi pecca, propriamente parlando, è la sola volontà; questo è vero, ma la volontà ha per complici e strumenti il corpo coi sensi esterni e l’anima con tutte le sue facoltà; onde tutto l’uomo dev’essere disciplinato e mortificato.

768.   2° La mortificazione prende di mira il piacere. Il piacere in sè non è propriamente un male; è anzi un bene quando è subordinato al fine per cui Dio l’ha istituito. Dio volle annettere un certo diletto all’adempimento del dovere a fine di agevolarne la pratica; ond’è che proviamo un certo diletto nel mangiare e nel bere, nel lavoro e in altri simili doveri. Quindi, nell’intenzione divina, il piacere non è un fine ma un mezzo. Gustar dunque il piacere per meglio adempiere il dovere non è cosa proibita: è l’ordine stabilito da Dio. Ma volere il piacere per se stesso, come fine, senza alcuna relazione al dovere, è per lo meno cosa pericolosa, perchè uno si espone a scivolare dai diletti permessi ai diletti peccaminosi; gustare il piacere escludendo il dovere è peccato più o meno grave, perchè è in violazione dell’ordine voluto da Dio. Onde la mortificazione consisterà nel privarsi dei piaceri cattivi, contrari all’ordine della Provvidenza o alla legge di Dio o della Chiesa; nel rinunziar pure ai piaceri pericolosi per non esporsi al peccato; e perfino nell’astenersi da alcuni piaceri leciti per render più sicuro l’impero della volontà sulla sensibilità. Allo stesso fine uno non solo si priverà di alcuni piaceri ma si infliggerà pure alcune mortificazioni positive; perchè l’esperienza insegna che nulla è più efficace ad attutire l’inclinazione al piacere quanto l’imporsi qualche lavoro o qualche patimento di supererogazione.

769.   3° Ma la mortificazione deve praticarsi con prudenza o discrezione: onde vuol essere proporzionata alle forze fisiche e morali di ciascuno e all’adempimento dei doveri del proprio stato: 1) Bisogna aversi riguardo alle forze fisiche; perchè, secondo San Francesco di Sales, “siamo esposti a grandi tentazioni in due casi, quando il corpo è troppo nutrito e quando è troppo estenuato”. Nell’ultimo caso infatti si cade facilmente nella nevrastenia, che obbliga poi a pericolosi riguardi. 2) Bisogna aversi pur riguardo alle forze morali, non imponendosi a principio privazioni eccessive che non si potranno continuare a lungo e che nel lasciarle possono poi condurre al rilassamento. 3) Ciò che soprattutto importa è che queste mortificazioni, s’accordino coi doveri del proprio stato, perchè, essendo essi obbligatorii, debbono andare avanti alle pratiche di supererogazione. Così sarebbe male per una madre di famiglia praticare austerità che le impedissero di adempiere i doveri versi il marito e verso i figli.

770.   Vi è poi tra le mortificazioni un ordine gerarchico: le interne valgono certamente più delle esterne, perchè prendono più direttamente di mira la radice del male. Ma non bisogna dimenticare che queste agevolano molto la pratica di quelle; chi, per esempio, volesse disciplinare la fantasia senza mortificare gli occhi, non ci riuscirebbe gran fatto, appunto perchè gli occhi forniscono alla fantasia le immagini sensibili di cui si pasce. Fu errore dei modernisti il beffarsi delle austerità dei secoli cristiani. Infatti i Santi di tutti i tempi, quelli beatificati ultimamente come i precedenti, castigarono duramente il corpo e i sensi esterni, convinti che, nello stato di natura decaduta, per appartenere intieramente a Dio, l’intiero uomo dev’essere mortificato.

Verremo dunque percorrendo una dopo l’altra le varie specie di mortificazione, cominciando dalle esterne per arrivare alle più interne; tal è l’ordine logico; in pratica però bisogna saper usare nello stesso tempo, in prudente maniera, le une e le altre.

§ I. Della mortificazione del corpo e dei sensi esterni.

771.   1° La sua ragione. a) Nostro Signore aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e dell’astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. S. Paolo era tanto convinto della necessità di domare il corpo, che severamente lo castigava per schivare il peccato e la dannazione: “Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiar“. La Chiesa pensò anch’essa a prescrivere ai fedeli alcuni giorni di digiuno e d’astinenza.

b) Qual ne è la ragione? Certo il corpo, ben disciplinato, è servo utile e anche necessario, alle cui forze bisogna aver riguardo per poterle mettere a servizio dell’anima. Ma, nello stato di natura decaduta, il corpo cerca i sensuali diletti senza darsi pensiero del lecito o dell’illecito; ha anzi un’inclinazione speciale per i piaceri illeciti e si rivolta talora contro le superiori facoltà che glie li vogliono interdire. È nemico tanto più pericoloso in quanto che ci accompagna dovunque, a tavola, a letto, a passeggio, e incontra spesso complici pronti ad aizzarne la sensualità e la voluttà. I sensi, infatti, sono come tante porte aperte per cui furtivamente s’insinua il sottile veleno dei proibiti diletti. È dunque assolutamente necessario vigilarlo, padroneggiarlo, ridurlo in schiavitù: altrimenti ci tradirà.

772.   2° Modestia del corpo. A domare il corpo, cominciamo con l’osservar bene le regole della modestia e della buona creanza, ove trovasi largo campo di mortificazione. Il principio che ci deve servir di regola è quello di S. Paolo: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt Christi?… Membra vestra templum sunt Spiritus Sancti” 772-1.

A) Bisogna dunque rispettare il proprio corpo come un tempio santo, come un membro di Gesù Cristo; via dunque quelle mode più o meno invereconde, buone solo a provocar la curiosità e la voluttà. Porti ognuno le vesti richieste dalla propria condizione, semplici e modeste, ma sempre pulite e decenti.

Nulla di più saggio dell’avvertimento di S. Francesco di Sales su questo punto 772-2: “Siate pulita, o Filotea, e nulla si vegga in voi di sciatto e di male aggiustato… ma guardatevi bene dalla vanità, dalle affettazioni, dalle curiosità e dalle stranezze. Attenetevi, per quanto sarà possibile, alla semplicità e alla modestia, che sono il più grande ornamento della bellezza e il miglior palliativo della bruttezza… le donne vanitose fanno dubitare della loro castità: o almeno, se sono tali, la loro castità non è visibile, sotto tutto quell’ingombro e quelle frascherie”. S. Luigi dice in poche parole: “che uno deve vestirsi secondo il proprio stato, in modo che le persone savie e la gente per bene non possano dire: vi acconciate troppo; nè i giovani: vi acconciate troppo poco”.

Quanto ai religiosi e alle religiose, come pure gli ecclesiastici, hanno sulla forma e sulla materia dei vestiti regole a cui devono conformarsi; è inutile dire che la mondanità e la civetteria sarebbero in loro totalmente fuor di posto e non potrebbero che scandalizzar gli stessi mondani.

773.   B) La buona creanza è anch’essa ottima mortificazione alla portata di tutti: schivar diligentemente un contegno molle ed effeminato, tenere il corpo dritto senza sforzo e senza affettazione, non curvo nè pencolante da un lato o dall’altro; non cangiar posizione troppo di frequente; non incrocicchiare nè i piede nè le gambe; non abbandonarsi mollemente sulla sedia o sull’inginocchiatoio: evitare i movimenti bruschi e i gesti disordinati: ecco, fra cento altri, i mezzi di mortificarsi senza pericolo per la salute, senza attirar l’attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo.

774.   C) Vi sono altre mortificazioni positive che i penitenti generosi s’impongono volentieri per domare il corpo, calmarne gli ardori intempestivi, e stimolare il desiderio della pietà: i più comuni sono quei braccialetti di ferro che si infilano alle braccia, quelle catanelle che si cingono alle reni, cinture o scapolari di crine, o alcuni buoni colpi di disciplina quando uno se li può dare senza attirar l’attenzione 774-1. Ma bisogna in tutto questo consultare premurosamente il direttore, schivar tutto ciò che sapesse di singolarità o lusingasse la vanità, senza parlare poi di ciò che fosse contrario all’igiene o alla pulizia; il direttore non permetterà queste cose che con discrezione, a modo di prova solo per un poco di tempo, e, se vi notasse inconvenienti di qualsiasi genere, le sopprimerà.

775.   3° Modestia degli occhi. A) Vi sono sguardi gravemente colpevoli, che offendono non solo il pudore ma la stessa castità 775-1 e da cui bisogna assolutamente astenersi. Ve ne sono altri pericolosi, quando uno fissa, senza ragione, persone o cose capaci di suscitar tentazioni: quindi la S. Scrittura ci avverte di non fissar lo sguardo sopra una giovane, perchè la sua bellezza non diventi per noi occasione di scandalo: “Virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius” 775-2. Oggi poi che la licenza degli abbigliamenti e l’immodestia delle mode o i perniciosi ritrovi dei teatri e di certi salotti offrono tanti pericoli, di quanto riserbo non è necessario armarsi per non esporsi al peccato!

776.   B) Quindi il sincero cristiano che vuole ad ogni costo salvarsi l’anima, va anche più oltre, e per essere sicuro di non cedere alla sensualità, mortifica la curiosità degli occhi, schivando, per esempio, di guardar dalla finestra per vedere chi passa, tenendo gli occhi modestamente bassi, senza affettazione, nelle gite di affari o nel passeggio. Li posa volentieri piuttosto su qualche pia immagine, campanile, croce, statua, per eccitarsi all’amor di Dio e dei Santi.

777.   4° Mortificazione dell’udito e della lingua. A) Richiede che non si dica nè che si ascolti cosa alcuna che sia contraria alla carità, alla purità, all’umiltà e alle altre virtù cristiane; perchè, come dice S. Paolo, le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi “corrumpunt mores bonos colloquia prava” 777-1. Quante anime infatti si pervertirono per aver ascoltato conversazioni disoneste o contrarie alla carità! Le parole lubriche eccitano una morbosa curiosità, destano le passioni, accendono desideri e provocano al peccato. Le parole poco caritatevoli causano divisioni perfino nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancori. Bisogna quindi vigilare anche sulle minime parole per evitar tali scandali, e saper chiudere l’orecchio a tutto ciò che può turbare la purità, la carità e la pace.

778.   B) A meglio riuscirvi, si mortificherà qualche volta la curiosità col non interrogare su ciò che può stuzzicarla, o col reprimere quella smania di discorrere che va poi a finire in chiacchiere non solo inutili ma anche peccaminose: “in multiloquio non deerit peccatum“.

C) E poichè i mezzi negativi non bastano, si baderà a condurre la conversazione sopra argomenti non solo innocui, ma buoni, onesti, edificanti, senza però rendersi gravosi con osservazioni troppo serie che non vengano spontanee.

779.   5° Mortificazioni degli altri sensi. Quanto abbiamo detto della vista, dell’udito e della lingua, s’applica pure agli altri sensi; ritorneremo sul gusto parlando della golosità e sul tatto a proposito della castità. Quanto all’odorato, basti dire che l’uso immoderato dei profumi è spesso pretesto per appagar la sensualità ed eccitar talora la voluttà; e che un cristiano serio non ne usa se non con moderazione e per ragione di grande utilità; e che i religiosi e gli ecclesiastici hanno per norma di non usarne mai.

§ II. Della mortificazione dei sensi interni.

I due sensi interni che bisogna mortificare sono la fantasia e la memoria, le quali generalmente operano insieme, essendo il lavoro della memoria accompagnato da immagini sensibili.

780.   1° Principio. La fantasia e la memoria sono due preziose facoltà che non solo forniscono all’intelletto i materiali di cui ha bisogno per lavorare, ma lo aiutano ad esporre la verità con immagini e con fatti che la rendono più afferrabile, più viva, e quindi pure più interessante: un’esposizioni pallida e fredda non avrebbe che poca attrattiva per lo comune dei mortali. Non si tratta quindi di annullar queste facoltà, ma di disciplinarle e di subordinarne l’attività all’impero della ragione e della volontà; altrimenti, abbandonate a se stesse, popolano l’anima di un mondo di ricordi e d’immagini che la dissipano, ne sciupano le energie, le fanno perdere, mentre prega e lavora, un tempo prezioso, e causano mille tentazioni contro la purità, la carità, l’umiltà e la altre virtù. È dunque necessario regolarle e metterle a servizio delle facoltà superiori.

781.   2° Regole da seguire. A) A reprimere i traviamenti della memoria e della fantasia, uno deve innanzitutto studiarsi di scacciare inesorabilmente, subito fin da principio, appena se ne accorge, le immagini o i ricordi pericolosi, che, richiamandoci un tristo passato o trasportandoci fra le seduzioni del presente o dell’avvenire, sarebbero per noi fonte di tentazioni. Ma, essendovi spesso una specie di determinismo psicologico che ci fa passare dalle fantasie vane a quelle pericolose, ci premuniremo contro quest’ingranaggio, mortificando i pensieri inutili, che ci fanno già perdere un tempo prezioso e preparano la via ad altri più pericolosi: la mortificazione dei pensieri inutili, dicono i Santi, è la morte dei pensieri cattivi.

782.   B) A ben riuscirvi, il mezzo positivo migliore è di applicarci con tutta l’anima al dovere presente, ai nostri lavori, ai nostri studi, alle nostre abituali occupazioni. È questo del resto anche il mezzo migliore per riuscire a far bene ciò che si fa, concentrando tutta l’attività sull’azione presente: “age quod agis“. — Rammentino i giovani che, per progredire negli studi come negli altri doveri del loro stato, devono far lavorare più l’intelligenza e la riflessione che le facoltà sensitive; così, mentre si assicureranno l’avvenire, schiveranno pure le pericolose fantasie.

783.   C) Finalmente è cosa utilissima servirsi della fantasia e della memoria per alimentar la pietà, cercando nella S. Scrittura, nelle preghiere liturgiche e negli autori spirituali i più bei testi, i più bei paragoni e le immagini più belle; adoprando pure la fantasia per mettersi alla presenza di Dio e rappresentarso le varie particolarità dei misteri di Nostro Signore e della SS. Vergine. Così la fantasia, in cambio di intorpidirsi, si verrà popolando di rappresentazioni pie che ne bandiranno le pericolose e ci porranno in grado di capir meglio e meglio spiegare ai nostri uditori le scene evangeliche.

§ III. Della mortificazione delle passioni 784-1.

784.   Le passioni, intese in senso filosofico, non sono necessariamente e assolutamente cattive: sono forze vive, spesso impetuose, di cui uno può giovarsi così per il bene come per il male, purchè le sappia regolare e volgere a un nobile fine. Ma nel linguaggio popolare e presso certi autori spirituali, questa parola si usa in senso peggiorativo, per designare le passioni cattive. Noi dunque:

▪   1° richiameremo le principali nozioni psicologiche sulle passioni;

▪   2° ne indicheremo buoni e i cattivi effetti;

▪   3° esporremo alcune regole pel buon uso delle passioni.

I. La psicologia delle passioni.

Qui richiamiamo soltanto ciò che viene più ampiamente esposto nella Psicologia.

785.   1° Nozione. Le passioni sono moti impetuosi dell’appetito sensitivo verso il bene sensibile con più o meno forte ripercussione sull’organismo.

a) Vi è dunque alla radice della passione una certa conoscenza almeno sensibile d’un bene sperato o acquistato o d’un male contrario a questo bene; da questa conoscenza scaturiscono i moti dell’appetito sensitivo.

b) Sono moti impetuosi che si distinguono quindi dagli stati affettivi grati o ingrati, i quali sono calmi, tranquilli, senza quell’ardore e quella veemenza che è nelle passioni.

c) Appunto perchè impetuosi e fortemente attivi sull’appetito sensitivo, hanno una ripercussione sull’organismo fisico per ragione della stretta unione tra il corpo e l’anima. Così la collera fa affluire il sangue al cervello e tende i nervi, la paura fa impallidire, l’amore dilata il cuore e il timore lo stringe. Questi effetti fisiologici però non si hanno in tutti nello stesso grado, dipendendo dal temperamento di ciascuno, dalla intensità della passione e dal dominio che uno ha su se stesso.

786.   Le passioni quindi differiscono dai sentimenti, che sono moti della volontà, onde suppongono la conoscenza dell’intelletto, e che, pur essendo forti, non hanno la violenza delle passioni. Così vi è un amore-passione e un amore-sentimento, un timore passionale e un timore intellettuale. Aggiungiamo che nell’uomo, animale ragionevole, le passioni e i sentimenti spesso, anzi quasi sempre, si mescolano in proporzioni molto varie, e che con la volontà aiutata dalla grazia si riesce a trasformare in nobili sentimenti le passioni anche più ardenti, subordinando queste a quelli.

787.   2° Il loro numero. Se ne contano generalmente undici, che, come ottimamente dimostra Bossuet 787-1, derivano tutte dall’amore: “Le altre nostre passioni si riferiscono al solo amore che le contiene e le eccita tutte”.

1) L’amore è l passione di unirsi a una persone o a una cosa che piace: si vuole possederla.

2) L’odio è la passione di allontanar da noi persona o cosa che ci dispiace: nasce dall’amore nel senso che odiamo cio che si oppone a ciò che amiamo; io non odio la malattia se non perchè amo la sanità; non odio una persona se non perchè è di ostacolo al possesso di ciò che amo.

3) Il desiderio è la ricerca d’un bene assente, e nasce dall’amore che abbiamo per questo bene.

4) L’avversione (o fuga) fa schivare il male che si sta avvicinando.

5) L’allegrezza è il godimento del bene presente.

6) La tristezza invece si cruccia del male presente e se ne allontana.

7) L’audacia (ardire o coraggio) si sforza d’unirsi all’oggetto amato in cui acquisto è difficile.

8) Il timore ci spinge ad allontanarci da un male difficile a schivarsi.

9) La speranza corre con ardore all’oggetto amato, il cui acquisto è possibile benchè difficile.

10) La disperazione sorge nell’anima quando l’acquisto dell’oggetto amato appare impossibile.

11) La collera respinge violentemente ciò che ci fa del male ed eccita il desiderio di vendicarsi.

Le prime sei passioni, che derivano dall’appetito concupiscibile, sono dai moderni comunemente dette passioni di godimento; le altre cinque, che si riferiscono all’appetito irascibile, si denominano passioni combattive.

II. Effetti delle passioni.

788.   Gli Stoici volevano che le passioni fossero radicalmente cattive e che si dovessero sopprimere; gli Epicurei deificano le passioni e altamente proclamano che bisogna assecondarle; gli epicurei moderni lo dicono con la frase: vivete la vita. Il cristianesimo tiene la via di mezzo tra questi due eccessi: nulla di ciò che Dio pose nell’umana natura è cattivo; Gesù stesso ebbe regolate passioni: amò non solo con la volontà ma anche col cuore, e pianse su Lazzaro e sull’infedele Gerusalemme; s’accese di santo sdegno, subì il timore, la tristezza, la noia; ma seppe tener queste passioni sotto l’impero della volontà e subordinarle a Dio. Quando invece le passioni sono sregolate producono i più perniciosi effetti, onde bisogna mortificarle e disciplinarle.

789.   Effetti delle passioni sregolate. Si dicono sregolate le passioni che vanno a un bene sensibile proibito, oppure a un bene lecito ma con troppo ardore e senza riferirlo a Dio. Ora queste passioni disordinate:

aAcciecano l’anima: corrono infatti al loro oggetto impetuosamente, senza consultar la ragione, lasciandosi guidare dall’inclinazione o dal diletto. La qual cosa, turbando l’animo, tende a falsare il giudizio e ad oscurare la retta ragione; l’appetito sensitivo è cieco per natura, e se l’anima lo prende a guida diventa cieca anch’essa; in cambio di lasciarsi guidare dal dovere, si lascia abbagliare dal momentaneo diletto, che è come una nube che non le lascia veder la verità; acciecata dalla polvere sollevata dalle passioni, l’anima non vede più chiaramente la volontà di Dio e il dovere che le s’impone, onde non è più capace di proferir retto giudizio.

790.   bStancano l’anima e la tormentano.

1) Le passioni, dice S. Giovanni della Croce 790-1, “sono come i bambini irrequieti che non si riesce mai a contentare; chiedono alla madre ora questo ora quello e non sono mai soddisfatti. Come si affatica e si stanca chi scava cercando il tesoro che non trova, così si affatica e si stanca l’anima a conseguir ciò che gli appetiti le chiedono; e quand’anche finalmente lo consegua, pure sempre si stanca perchè non resta mai perfettamente paga… è come il febbricitante che non sta mai bene finchè non gli passi la febbre e che ogni momento si sente crescere la sete… Gli appetiti stancano e affliggono l’anima; la poveretta ne è desolata, agitata, turbata, come i flutti dal vento”.

2) Onde un dolore tanto più intenso quanto più vive sono le passioni; perchè queste tormentano la povera anima finchè non vengano appagate; e poichè l’appetito viene mangiando, chiedono sempre di più; se la coscienza rilutta, s’impazientiscono, si agitano, sollecitano la volontà perchè ceda ai sempre rinascenti desideri: è inesprimibile tortura.

791.   cInfiacchiscono la volontà: sballottata in vari sensi dalle passioni ribelli, la volontà è obbligata a disperdere le forze e quindi a indebolirle. Tutto ciò che cede alle passioni ne accresce le pretensioni e diminuisce le sue energie. Simile a quei polloni inutili e succhioni che germogliano attorno al tronco d’un albero, gli appetiti che uno non riesce a dominare, si vengono a mano a mano sviluppando e rubano vigore all’anima, come i polloni parassiti all’albero. Viene così il momento in cui, infiacchita, l’anima cade nel rilassamento e nella tiepidezza, pronta a tutte le transazioni.

792.   dMacchiano l’anima. Quando l’anima, cedendo alle passioni, s’unisce alle creature, s’abbassa al loro livello e ne contrae la malizia e le sozzure; in cambio di essere fedele immagine di Dio, si fa ad immagine delle cose a cui s’unisce; granellini di polvere e macchie di fango vengono a offuscarne la bellezza, opponendosi alla perfetta unione con Dio.

“Oso affermare, dice S. Giovanni della Croce 792-1, che un solo appetito disordinato, anche che non sia contaminato di peccato mortale, basta per mettere un’anima in tale stato d’oscurità, di bruttezza e di sordidezza, da diventare incapace di qualunque (intima) unione con Dio, finchè non se ne sia purificata. Che dire allora dell’anima che ha la bruttezza di tutte le sue passioni naturali, che è in balìa di tutti suoi appetiti? A quale infinita distanza non si troverà dalla purità divina? Nè parole nè ragionamenti possono far comprendere la varietà delle sozzure che tanti diversi appetiti producono in un’anima… ogni appetito depone a modo suo la speciale sua parte di immondezza e di bruttezza nell’anima”.

793.   Conclusione. È quindi necessario, per chi vuol giungere all’unione con Dio, mortificare tutte le passioni, anche le più piccole, in quanto volontarie e disordinate. L’unione perfetta, infatti, suppone che nulla sia in noi di contrario alla volontà di Dio, nessun volontario attacco alle creature e a noi stessi: appena ci lasciamo traviare di proposito deliberato da qualche passione, non vi è più unione perfetta tra la nostra volontà e quella di Dio. Il che è specialmente vero delle passioni o degli attacchi abituali: svigoriscono la volontà anche quando siano leggieri. È ciò che osserva S. Giovanni della Croce 793-1: “che un uccello abbia la zampina legata da un filo sottile o da un filo grosso, poco importa: non gli sarà possibile volare se non dopo averlo spezzato”.

794.   Vantaggi delle passioni ben ordinate. Quando invece le passioni sono ben regolate, vale a dire orientate verso il bene, moderate e soggette alla volontà, portano i più preziosi vantaggi. Sono forze vive e ardenti che vengono a stimolar l’attività dell’intelligenza e della volontà, prestandole validissimo aiuto.

a) Operano sull’intelletto, eccitandone l’ardore al lavoro e il desiderio di conoscere la verità. Quando un oggetto ci appassiona nel senso buono della parola, siamo tutt’occhi, tutt’orecchi per conoscerlo bene, la mente coglie più facilmente la verità, la memoria è più tenace nel ritenerla. Ecco, per esempio, un inventore animato da ardente patriottismo; lavora con maggior ardore, con maggior tenacia, con maggior acume, appunto perchè vuol rendere servizio alla patria; parimenti uno studente, sorretto dalla nobile ambizione di porre la sua scienza a servizio dei compatriotti, fa maggiori sforzi e riesce a più splendidi risultati; soprattutto poi chi appassionatamente ama Gesù Cristo, studia il Vangelo con maggior ardore, lo capisce e lo gusta meglio: le parole del Maestro sono per lui oracoli che gli portano nell’anima fulgidissima luce.

795.   b) Operano pure sulla volontà per muoverla e decuplicarne le energie: ciò che si fa per amore si fa meglio, con applicazione, con costanza, con riuscita maggiore. Che non tenta l’amorosa madre per salvare il suo bambino! Quanti eroismi ispirati dall’amor di patria! Parimenti, quando un Santo è appassionato d’amor di Dio e delle anime, non indietreggia dinanzi a nessun sforzo, a nessun sacrificio, a nessuna umiliazione, per salvare i fratelli. Sì, è la volontà che comanda questi atti di zelo, ma la volontà ispirata, stimolata, sorretta da una santa passione. Ora quando i due appetiti, sensitivo e intellettivo, ossia quando cuore e volontà lavorano nello stesso senso e uniscono le forze, è chiaro che molto più importanti e durevoli ne sono i frutti. Conviene quindi studiare il modo di trar partito dalle passioni.

III. Del buon uso delle passioni.

Richiamati i principii psicologici utili al nostro intento, indicheremo il modo di resistere alle passioni cattiveil modo di volgere le passioni al bene, e il modo di regolarle.

1° PRINCIPII PSICOLOGICI DA APPLICARE 796-1.

796.   A padroneggiar le passioni, è necessario prima di tutto fare assegnamento sulla grazia di Dio e quindi sulla preghiera e sui sacramenti, ma bisogna adoprar pure una tattica speciale, fondata sulla psicologia.

a) Ogni idea tende a provocar l’atto che le corrisponde, massime se è accompagnata da vive emozioni e da forti convinzioni.

Così il pensare al diletto sensibile, rappresentandoselo vivamente con la fantasia, eccita un desidero e spesso un atto sensuale; il pensare invece a nobili azioni, rappresentandosi i lieti effetti che producono, eccita il desiderio di fare atti simili. Il che è specialmente vero dell’idea che non resta astratta, fredda, incolore, ma che, essendo accompagnata da immagini sensibili, diventa concreta, vivente e quindi efficace; in questo senso si può dir che l’idea è forza, è avviamento iniziale, è principio d’azione. Chi dunque voglia padroneggiar le passioni cattive, deve premurosamente allontanare ogni pensiero, ogni immaginazione che rappresenti il cattivo diletto come attraente; chi poi vuole coltivar le passioni buone o i buoni sentimenti, deve fomentare in sè pensieri e immagini che mostrino il lato bello del dovere e della virtù, rendendo coteste riflessioni più concrete e più vive che sia possibile.

797.   b) L’influsso d’una idea dura finchè non sia cancellato da un’idea più forte che la soppianti; così un desiderio sensuale continua a farsi sentire finchè non sia cacciato da più nobile pensiero che s’impadronisca dell’anima. Chi dunque se ne voglia liberare, deve, con lettura o studio interessante, darsi a pensieri totalmente diversi od opposti; chi invece voglia intensificare un buon desiderio, lo continui meditando su ciò che può alimentarlo.

c) Cresce l’influsso d’un idea se le si associano altre idee connesse che l’arricchiscono e l’amplificano; così il pensiero e il desiderio di salvarsi l’anima diventa più intenso e più efficace associandolo all’idea di lavorare a salvare l’anima dei fratelli, come ne è esempio S. Francesco Saverio.

798.   d) Finalmente l’idea tocca la massima sua potenza, quando diventa abituale, predominante, una specie di idea fissa che ispira tutti i pensieri e tutte le azioni. È quello che avviene, nel campo naturale, in coloro che non hanno che un’idea, per esempio quella di fare la tale o tal altra scoperta; e nel campo soprannaturale, in coloro che si compenetrano talmente di una massima evangelica da farne la regola della vita, per esempio: Vendi tutto e dallo ai poveri; oppure: Che giova all’uomo guadagnar anche l’universo, se poi perde l’anima? O ancora: La mia vita è Cristo.

Bisogna quindi mirare a piantarsi profondamente nell’anima alcune idee direttrici, attraenti, predominanti, poi ridurle a unità con un motto, una massima che le incarni e le tenga continuamente presenti alla mente, per esempio: Deus meus et omnia! Ad majorem Dei gloriam! Dio solo basta! Chi ha Gesù ha tutto! Esse cum Jesù dulcis paradisus! Con motti simili sarà più facile trionfar delle cattive passioni e trar partito dalle buone.

2° IN CHE MODO COMBATTERE LE PASSIONI SREGOLATE.

799.   Appena ci accorgiamo che sorge nell’anima un moto disordinato, bisogna porre in opera tutti i mezzi naturali e soprannaturali per infrenarlo e dominarlo.

a) Bisogna subito servirsi del potere d’inibizione della volontà, aiutata dalla grazia, per infrenar questo moto.

Schivar quindi gli atti o i gesti esterni che non fanno che stimolare o intensificar la passione: se uno si sente assalito dalla collera, si evitano i gesti disordinati, gli scoppi di voce, e si tace finchè non sia tornata la calma; se si tratta di affetto troppo vivo, si scansa la persona amata, si evita di parlarle e soprattutto di esprimerle anche in modo indiretto l’affetto che le si porta. Così a poco a poco la passione si smorza.

800.   b) Anzi, trattandosi specialmente di passione di godimento, bisogna sforzarsi di dimenticare l’oggetto di questa passione.

Per riuscirvi: 1) si applica fortemente la fantasia e la mente a qualsiasi occupazione onesta che possa distrarci dall’oggetto amato: si cerca di immergersi nello studio, nella soluzione d’un problema, nel giuoco, in passeggiate con compagni, in conversazioni, ecc. 2) Quando si comincia a sentire un poco di calma, si ricorre a considerazioni d’ordine morale che armino la volontà contro gli allettamenti del piacere: considerazioni naturali, come gl’inconvenienti, pel presente e per l’avvenire, di una pericolosa intimità, d’un’amicizia troppo sensibile (n. 603); ma principalmente a considerazioni d’ordine soprannaturale, come l’impossibilità di avanzar nella perfezione finchè si serbino attacchi, le catene che uno si fabbrica, il pericolo di dannarsi, lo scandalo che si può dare, ecc.

Se si tratta di passioni combattive, come la collera, l’odio, si fugge un momento per diminuire la passione, ma poi si può spesso prendere l’offensiva, porsi di fronte alla difficoltà, convincersi con la ragione e specialmente con la fede che l’abbandonarsi alla collera e all’odio è indegno d’un uomo e d’un cristiano; che il restar calmi e padroni di sè è la più nobile e la più onorevole cosa e la più conforme al Vangelo.

801.   c) Finalmente si cercherà di fare atti positivi contrarii alla passione.

Chi prova antipatia per una persona, la tratterà come se ne volesse guadagnar la simpatia, si studierà di renderle servizio, di essere gentile con lei, e soprattutto di pregar per lei; nulla addolcisce il cuore quanto la sincera preghiera pel nemico. Chi sente invece eccessiva affezione per una persona, ne schivi la compagnia, o, se non può, le dimostri quella fredda cortesia, quella specie d’indifferenza che si ha per lo comune degli uomini. Questi atti contrarii finiscono con l’affievolire e dileguar la passione, massime se si sanno coltivar le passioni buone.

3° IN CHE MODO VOLGERE LE PASSIONI AL BENE.

802.   Abbiamo detto che le passioni non sono in sè cattive; onde possono essere volte al bene, tutte senza eccezione.

a) L’amore e la gioia si possono volgere ai puri e legittimi affetti della famiglia, a buone e soprannaturali amicizie, ma soprattutto a Nostro Signore che è il più tenero, il più generoso, il più devoto degli amici. A lui dunque convien volgere il cuore, leggendo, meditando e mettendo in pratica quei due bei capitoli dell’Imitazione, che rapirono e rapiscono ancora tante anime, De amore Jesu super omnia, De familiari amicitiâ Jesu 802-1.

b) L’odio e l’avversione si volgono al peccato, al vizio e a tutto ciò che vi conduce, per detestarlo e fuggirlo: “Iniquitatem odio habui” 802-2.

c) Il desiderio si trasforma in legittima ambizione, nella naturale ambizione d’onorar la famiglia e la patria, nell’ambizione soprannaturale di diventar santo ed apostolo.

d) La tristezza, in cambio di degenerare in malinconia, passa in dolce rassegnazione dinnanzi alle prove che sono per il cristiano seme di gloria; oppure in tenera compassione a Gesù paziente ed offeso o alle anime afflitte.

e) L’umana speranza diventa speranza cristiana, incrollabile confidenza in Dio, che ci moltiplica le forze per il bene.

f) La disperazione si trasforma in giusta diffidenza di sè, fondata sulla propria impotenza e sui propri peccati ma temperata dalla confidenza in Dio.

g) Il timore, invece di essere deprimente sentimenti che fiacca l’anima, è pel cristiano fonte di energia: teme il peccato e l’inferno, santo timore che lo arma di coraggio contro il male; teme soprattutto Dio, premuroso di non offenderlo, e sprezza l’umano rispetto.

h) La collera, in cambio di toglierci la padronanza di noi stessi, si fa giusto e santo sdegno che ci rende più forti contro il male.

i) L’audacia diventa intrepidezza di fronte alle difficoltà e ai pericoli: quanto più una cosa è difficile tanto più ci par degna dei nostri sforzi.

803.   Per giungere a tanto non c’è di meglio della meditazione, accompagnata da pii affetti e da generose risoluzioni. Colla meditazione uno si forma un ideale e profonde convinzioni per accostarvisi ogni giorno più. Si tratta infatti di eccitare e nutrir nell’anima idee e sentimenti conformi alle virtù che si vogliono praticare, e allontanare invece immagini e impressioni conformi ai vizi che si vogliono evitare. Ora nulla di meglio a questo santo fine che meditare ogni giorno nel modo da noi indicato al n. 679 e ss; in questo intimo colloquio con Dio, bontà infinita e infinita verità, la virtù diventa ogni giorno più amabile, il vizio ogni giorno più odioso, e la volontà, invigorita da queste convinzioni, volge al bene le passioni in cambio di lascarsene trascinare al male.

4° IN CHE MODO MODERAR LE PASSIONI.

804.   a) Anche quando le passioni sono volte al bene, bisogna saperle moderare, assoggettandole alla direzione della ragione e della volontà guidate dalla fede e dalla grazia. Altrimenti andrebbero talora ad eccessi essendo per natura troppo impetuose.

Così il desiderio di pregar con fervore può diventare tensione di mente, l’amore a Gesù può riuscire a sforzi di sensibilità che logorano l’anima e il corpo: lo zelo intempestivo diviene strapazzo, lo sdegno passa in collera, e l’allegrezza degenera in dissipazione. A questi eccessi siamo esposti oggi specialmente che la febbrile attività diviene contagiosa. Ora questi moti ardenti, anche quando sono rivolti al bene, stancano e logorano l’anima e il corpo; e poi non possono durare a lungo, nil violentum durat; eppure ciò chè più giova è la continuità nello sforzo.

805.   b) Bisogna quindi sottoporsi a un savio direttore che regoli la nostra operosità e seguirne i consigli.

1) Abitualmente nel coltivare i desideri e passioni conviene usare una certa moderazione, una dolce tranquillità, schivando la costante tensione; si ricordi il proverbio: chi va piano va sano e va lontano, e si bandisca quindi l’eccessiva premura che logora le forze; la povera macchina umana non può stare costantemente sotto pressione, altrimenti scoppia.

2) Prima di un grande sforzo, o dopo un considerevole dispendio di energia, prudenza vuole che si interponga una certa calma, un certo riposo alle ambizioni anche più legittime, allo zelo anche più ardente e più puro. Ce ne diè esempio Nostro Signore stesso, con l’invitare di tanto in tanto i discepoli al riposo: “Venite seorsum in desertum locum et requiescite pusillum” 805-1.

Dirette così e moderate, le passioni non solo non saranno ostacolo alla perfezione, ma riusciranno anzi mezzi efficaci per accostarvici ogni giorno più, e la vittoria riportatane ci aiuterà a disciplinar meglio le facoltà superiori.

§ IV. Della mortificazione delle facoltà superiori.

Le facoltà superiori, che costituiscono l’uomo in quanto uomo, sono l’intelletto e la volontà, le quali hanno anch’esse bisogno di essere disciplinate, perchè furono anch’esse intaccate dal peccato originale, n. 75.

I. Mortificazione o disciplina dell’intelletto.

806.   L’intelletto ci fu dato per conoscere la verità e soprattutto Dio e le cose divine. Dio è il vero sole della mente, che c’illumina con doppia luce, la luce della ragione e quella della fede. Nello stato presente non possiamo pervenire all’intiera verità senza il concorso di questi due lumi, e chi l’uno o l’altro rifiuti, volontariamente si accieca. E tanto più importante è la disciplina dell’intelletto in quanto che è lui che illumina la volontà e le rende possibile il volgersi al bene; lui che, sotto nome di coscienza, è regola della vita morale e soprannaturale. Ma perchè ciò avvenga, bisogna mortificarne le principali tendenze difettose, che sono: l’ignoranza, la curiosità, la precipitazione, l’orgoglio e l’ostinazione.

807.   1° L’ignoranza si combatte con l’applicazione metodica e costante allo studio, e specialmente allo studio di tutto ciò che si riferisce a Dio, ultimo nostro fine, e ai mezzi di conseguirlo. Sarebbe infatti irragionevole occuparsi di tutte le scienze trascurando quella dell’eterna salute.

Ognuno deve certamente studiar fra le umane scienze quelle che si riferiscono ai doveri del suo stato; ma dovere primordiale essendo quello di conoscere Dio per amarlo, il trascurar questo studio sarebbe cosa inescusabile. Eppure quanti cristiani, istruitissimi in questo o quel ramo di scienza, non hanno poi che una rudimentale conoscenza delle verità cristiane, dei dommi, della morale e dell’ascetica! Oggi vi è un certo risveglio nelle persone colte, vi sono circoli di cultura in cui si studiano col più vivo interesse tutte le questioni religiose, compresa la spiritualità 807-1. Ne sia benedetto Dio, e che un tal movimento si allarghi sempre più!

808.   2° La curiosità è una malattia della mente che non fa che accrescerne l’ignoranza: ci porta infatti con eccessivo ardore alle cognizioni che ci piacciono anzichè a quelle che ci sono utili, facendoci così perdere un tempo prezioso. Ed è spesso accompagnata dalla fretta e dalla precipitazione, che c’ingolfano in studi che sollecitano la curiosità, a detrimento di altri assai più importanti.

Per trionfarne, è necessario: 1) studiare in primo luogo non ciò che piace ma ciò che è utile, massime poi ciò che è necessario: “id prius quod est magis necessarium”, dice San Bernardo, non occupandosi del resto che a modo di ricreazione. Non si deve quindi leggere che parcamente ciò che alimenta più la fantasia che l’intelletto, come la maggior parte dei romanzi, o ciò che riguarda le notizie e i rumori del mondo, come i giornali e certe riviste. 2) Nelle letture bisogna schivare la fretta eccessiva, non voler divorare in pochi momenti un volume intero. Anche quando si tratti di buone letture, convien farle lentamente, per meglio capire e gustare ciò che si legge (n. 582). 3) Or ciò riuscirà anche più facile, chi studi non per curiosità, non per compiacersi della propria scienza, ma per motivo soprannaturale, per edificare sè ed il prossimo: “ut ædificent, et caritas est… ut aedificentur, et prudentia est” 808-1. Perchè, come giustamente dice S. Agostino 808-2, la scienza dev’essere messa a servizio della carità: “Sic adhibeatur scientia tanquam machina quædam per quam structura caritatis assurgat“. Il che è vero anche nello studio delle questioni di spiritualità; ci sono infatti di quelli che, in questi studi, mirano piuttosto ad appagar la curiosità e la superbia anzichè a purificare il cuore e a praticar la mortificazione 808-3.

809.   3° L’orgoglio dev’essere dunque evitato, quell’orgoglio della mente che è più pericoloso e più difficile a guarire dell’orgoglio della volontà, come dice lo Scupoli 809-1.

È quest’orgoglio che rende difficile la fede e l’obbedienza ai superiori: si vorrebbe bastare a sè stessi, tanta è la fiducia che si ha nella propria ragione, e si stenta a ricevere gli insegnamenti della fede, o almeno si vuole sottoporli alla critica e all’interpretazione della ragione; così pure si ha tanta fiducia nel proprio giudizio, che rincresce consultare gli altri e specialmente i superiori. Ne nascono dolorose imprudenze; ne viene un’ostinazione nelle proprie idee che ci fa recisamente condannar le opinioni non conformi alle nostre. Ecco una delle cause più frequenti di quelle discordie che si notano tra cristiani, e talora pure tra autori cattolici. Già fin dai suoi tempo S. Agostino 809-2 rilevava queste sciagurate divisioni che distruggono la pace, la concordia e la carità: “sunt unitatis divisores, inimici pacis, caritatis expertes, vanitate tumentes, placentes sibi et magni in oculis suis“.

810.   Per guarir quest’orgoglio della mente: 1) bisogna innanzi tutto sottomettere, con docilità di fanciullo, agl’insegnamenti della fede: è lecito certo il cercar quell’intelligenza dei dommi che si acquista con la paziente e laboriosa indagine, giovandosi degli studi dei Padri e dei Dottori, principalmente di S. Agostino e di S. Tommaso; ma bisogna, come dice il Concilio Vaticano 810-1, farlo con pietà e sobrietà, ispirandosi alla massima di S. Anselmo: fides quærens intellectum. Si schiva allora quello spirito d’ipercritica che col pretesto di spiegarli attenua e riduce al minimo i dommi; allora si sottomette il giudizio non solo alle verità di fede ma anche alle direzioni pontificie; allora, nelle questioni liberamente discusse, si lascia agli altri la libertà che si desidera per sè, e non si trattano con altura e disdegno le opinioni altrui. Così entra la pace negli animi.

2) Nelle discussioni non bisogna cercar la soddisfazione dell’orgoglio e il trionfo delle proprie idee, ma la verità. È raro che nelle opinioni degli avversari non ci sia una parte di verità che ci era fin allora sfuggita: l’ascoltar con attenzione e imparzialità le ragioni degli avversari e concedere quanto è di giusto nelle loro osservazioni, è pur sempre il mezzo migliore per accostarsi alla verità, e serbare le leggi dell’umiltà e della carità.

Diremo dunque riepilogando che per disciplinare l’intelligenza bisogna studiare ciò che è più necessario, e farlo con metodo, costanza e spirito soprannaturale, vale a dire col desiderio di conoscere, amare e praticar la verità.

II. Mortificazione o educazione della volontà.

811.   1° Necessità. La volontà è nell’uomo la facoltà sovrana, la regina di tutte le facoltà, quella che le governa; è lei che, essendo libera, dà non solo agli atti propri (o eliciti) ma anche agli atti delle altre facoltà da lei comandati (atti imperati), la loro libertà, il merito o il demerito. Chi dunque regola la volontà regola tutto l’uomo. Ora la volontà è ben regolata quando è così forte da comandare alle facoltà inferiori e così docile da ubbidire a Dio: tal è il doppio suo ufficio.

Difficile l’uno e l’altro; perchè spesso le facoltà inferiori si rivoltano contro le volontà e non ne accettano l’impero se non quando sa alla fermezza associare riguardosa destrezza: la volontà infatti non ha potere assoluto sulle facoltà sensibili, ma una specie di potere morale, potere di persuasione per indurle a sottomettersi (n. 56).

Quindi solo con difficoltà e con sforzi spesso ripetuti si giunge a sottomettere alla volontà le facoltà sensibili e la passioni. Costa pure la perfetta sottomissione della volontà propria a quella di Dio: aspiriamo a una certa autonomia, e poichè la divina volontà non può santificarci senza chiederci sacrifici, noi spesso indietreggiamo dinanzi allo sforzo, e preferiamo i nostri gusti e i nostri capricci alla santa volontà di Dio. Anche qui dunque è uopo di mortificazione.

812.   2° Mezzi pratici. Per ben educar la volontà, bisogna renderla così docile da obbedire a Dio in ogni cosa, e così forte da comandare al corpo e alla sensibilità. Per ottener questo scopo è necessario allontanare gli ostacoli e adoprare mezzi positivi.

A) I principali ostacoliainterni sono: 1) l’irriflessione: non si riflette prima di operare e si segue l’impulso del momento, la passione, l’abitudine, il capriccio; quindi riflettere prima di operare, chiedendoci che cosa vuole Dio da noi; 2) la premura febbrile che, producendo una tensione troppo forte e mal diretta, logora il corpo e l’anima senza alcun pro, e spesso ci fa deviare verso il male; quindi calma e moderazione anche nel bene, se si vuol fuoco che duri e non fuoco di paglia; 3) la noncuranza o l’irresolutezza, la pigrizia, il difetto di energia morale che intorpidisce o rende inerti le forze della volontà; quindi fortificare le proprie convinzioni e le proprie energie, come diremo; 4) la paura della cattiva riuscita o il difetto di confidenza, che scema in modo singolare le forze; bisogna invece rammentare che con l’aiuto di Dio si è sicuri di riuscire a buon fine.

813.   b) Agli ostacoli interni se ne vengono ad aggiungere altri esterni: 1) il rispetto umano, che ci rende schiavi degli altri, facendocene paventar le critiche o gli scherni; si combatte pensando che è il sempre sapiente giudizio di Dio quello che conta e non quello degli uomini sempre fallibile: 2) i cattivi esempi, che ci trascinano tanto più facilmente in quanto che corrispondono a una propensione dell’umana natura; ricordarsi allora che il solo modello da imitare è Gesù, nostro Maestro e Capo nostro, n. 136 ss., e che il cristiano deve far tutto il contrario di ciò che fa il mondo, n. 214.

814.   BI mezzi positivi consistono nel saper armonicamente conciliare il lavoro dell’intelligenza, della volontà e della grazia.

a) All’intelligenza spetta il fornire quelle profonde convinzioni che saranno insieme guida e stimolo per la volontà.

Sono le convinzioni atte a muovere la volontà onde scegla ciò che è conforme alla volontà di Dio. Si possono compendiare così: il mio fine è Dio e Gesù è la via che devo seguire per giungere a lui; devo quindi far tutto per Dio in unione con Gesù Cristo; un solo ostacolo si oppone al mio fine ed è il peccato; devo quindi fuggirlo; e se ebbi la disgrazia di commetterlo, devo ripararlo subito; un solo mezzo è necessario e basta a schivare il peccato: far sempre la volontà di Dio; devo quindi continuamente mirare a conoscerla e a conformarvi la mia condotta. Per riuscirvi, ripeterò spesso la parola di S. Paolo nel momento della conversione, Domine, quid me vis facere? 814-1 E la sera nell’esame deplorerò le minime mie mancanze.

815.   b) Tali convinzioni opereranno potentemente sulla volontà, che da parte sua dovrà agire con risolutezza, fermezza e costanza. 1) Ci vuole risolutezza: quando si è riflettuto e pregato secondo l’importanza dell’azione che si sta per fare, bisogna immediatamente risolversi non ostante le esitazioni che potrebbero persistere: è troppo breve la vita da perdere un tempo notevole a fare troppo lunghe deliberazioni: bisogna risolversi per ciò che pare più conforme alla divina volontà, e Dio, che vede la buona disposizione, benedirà la nostra azione. 2) La risoluzione dev’essere ferma; non basta dire: vorrei, desidero; queste sono velleità. Bisogna dire: voglio e voglio ad ogni costo; e mettersi subito all’opera, senza aspettare il domani, senza aspettare le grandi occasioni: la fermezza nelle piccole azioni assicura la fedeltà nelle grandi. 3) Fermezza, non però violenza: fermezza calma perchè vuole durare, e a renderla costante si rinnoveranno spesso gli sforzi senza lasciarsi mai scoraggiare dalla cattiva riuscita: si è infatti vinti solo quando si abbandona la lotta: non ostante qualche debolezza e anche qualche ferita, uno deve considerarsi vittorioso, perchè, appoggiati su Dio, si è veramente invincibili. Chi avesse avuto la disgrazia di soccombere un istante, si rialzi subito: col divin medico delle anime non c’è ferita, non c’è malattia che non si possa curare.

816.   c) Sulla grazia di Dio bisogna dunque in fin dei conti saper fare assegnamento; chiedendola con umiltà e confidenza, non ci sarà mai negata, e con lei siamo invincibili. Dobbiamo quindi rinnovar di frequente le nostre convinzioni sulla assoluta necessità della grazia, massime al principio di ogni azione importante; chiederla con insistenza in unione con Nostro Signore, per essere sicuri di ogni azione importante; chiederla con insistenza in unione con Nostro Signore, per essere sicuri di ottenerla; rammentarci che Gesù non è soltanto il nostro modello ma anche il nostro collaboratore, e appoggiarci con fiducia su lui, sicuri che in lui possiamo intraprendere tutto e tutto effettuare nel campo dell’eterna salute: “Omnia possum in eo qui me confortat” 816-1. Così la nostra volontà sarà forte, perchè parteciperà alla forza stessa di Dio: Dominus fortitudo mea; sarà libera, perchè la vera libertà non consiste nell’abbandonarsi alle passioni che ci tiranneggiano ma nell’assicurare il trionfo della ragione e della volontà sull’istinto e sulla sensualità.

817.   Conclusione. Così si otterrà lo scopo che abbiamo assegnato alla mortificazione: assoggettare i sensi e le facoltà inferiori alla volontà e questa a Dio.

Onde potremo più agevolmente combattere ed estirpare i sette vizi o peccati capitali.

 

CAPITOLO IV.

Lotta contro i peccati capitali 818-1.

818.   Questa lotta è in sostanza una specie di mortificazione.

Per dar compimento alla purificazione dell’anima e impedirle di ricader nel peccato, bisogna prender di mira la fonte del male in noi, cioè la triplice concupiscenza. L’abbiamo già descritta nei suoi caratteri generali, n. 193-209; ma, essendo ella radice dei sette peccati capitali, conviene pur conoscere e combattere queste cattive tendenze. Più che peccati sono infatti tendenze; si dicono però peccati perchè sono fonte o capo d’una moltitudine di altri peccati.

Ecco come queste tendenze si connettono con la triplice concupiscenza: dalla superbia nasce l’orgoglio, l’invidia, e la collera; la concupiscenza della carne genera la gola, la lussuria e l’accidia; la concupiscenza poi degli occhi s’identifica con l’avarizia o amore disordinato delle ricchezze.

819.   La lotta contro i sette peccati capitali tenne sempre gran posto nella spiritualità cristiana. Cassiano ne tratta a lungo nelle Conferenze e nelle Istituzioni 819-1; ma ne enumera otto invece di sette, separando l’orgoglio e la vanagloria. S. Gregorio Magno 819-2 distingue nettamente i sette peccati capitali che fa derivar tutti dall’orgoglio. Anche S. Tommaso li connette all’orgoglio, e mostra come se ne può fare una classificazione filosofica, tenendo conto dei fini speciali a cui l’uomo tende. La volontà può portarsi verso un oggetto per un doppio motivo che è o la ricerca di un bene apparente, o l’allontanamento da un male apparente. Ora il bene apparente a cui tende la volontà può essere: 1) la lode o l’onore, beni spirituali perseguiti disordinatamente: è questo il fine speciale dei vanitosi; 2) i beni corporali, che hanno per fine la conservazione dell’individuo o della specie, cercati in modo eccessivo, sono il fine particolare dei golosi e dei lussuriosi; 3) i beni esterni, amati in modo sregolato, sono il fine dell’avaro. — Il male apparente da cui uno rifugge può essere: 1) lo sforzo necessario all’acquisto d’un bene, sforzo sfuggito dall’accidioso; 2) la diminuzione della propria eccellenza che è temuta e sfuggita, sebbene in modo diverso, dal geloso e dal collerico. Così la distinzione dei sette peccati capitali si trae dai sette fini speciali a cui tende il peccatore.

In pratica noi seguiremo la divisione che connette i vizi capitali con la triplice concupiscenza, perchè è la più semplice.

ART. I. L’ORGOGLIO E I VIZI CHE VI SI CONNETTONO 820-1.

§ I. L’orgoglio in sè.

820.   L’orgolio è una deviazione di quel legittimo sentimento che ci porta a stimare il bene che è in noi, e a ricercar la stima altrui fin dove è utile alle buone relazioni che dobbiamo avere con loro. Si può e si deve certamente stimare quanto di buono Dio ha messo in noi, riconoscendonelo come primo principio e ultimo fine: è sentimento che onora Dio e ci fa rispettar noi stessi. Si può anche desiderare che gli altri vedano questo bene, lo stimino e ne rendano gloria a Dio, come noi dobbiamo riconoscere e stimare le buone qualità del prossimo: questa mutua stima fomenta le buone relazioni che corrono tra gli uomini.

Ma vi può essere deviazione o eccesso in queste due tendenze. Si dimentica talora che autore di questi doni è Dio e uno li attribuisce a se stesso: il che è disordine, perchè è negare, almeno implicitamente, che Dio è il nostro primo principio. Parimente si è tentati di operare per sè, per guadagnarsi la stima altrui, in cambio di operare per Dio e riferire a lui tutto l’onore di ciò che facciamo: il che pure è disordine, perchè è negare, almeno implicitamente, che Dio è il nostro ultimo fine. Tal è il doppio disordine che si trova in questo vizio; onde si può definirlo: un amore disordinato di sè, per cui uno, esplicitamente o implicitamente, si stima come primo suo principio o ultimo suo fine. È una specie d’idolatria, perchè uno fa di sè il proprio Dio, come ben fa notare Bossuet, n. 204. — A meglio combattere l’orgoglio, ne esporremo: 1° le principali forme; 2° i difetti che produce; 3° la malizia; 4° i rimedi.

I. Le principali forme dell’orgoglio.

821.   1° La prima forma consiste nel considerarsi, esplicitamente o implicitamente, come il proprio primo principio.

A) Pochi sono quelli che esplicitamente si amino in modo così disordinato da considerar se stessi come il loro primo principio.

a) È il peccato degli atei che volontariamente rigettano Dio perchè non vogliono padrone: nè Dio nè padrone; di costoro parla il Salmista quando dice: “Dixit insipiens in corde suo: non est Deus” 821-1. b) Fu equivalentemente questo il peccato: di Lucifero, che, volendo essere autonomo, ricusò di assoggettarsi a Dio; dei nostri progenitori, che, desiderando essere come Dei, vollero conoscere da sè il bene ed il male; degli eretici, che, come Lutero, ricusarono di riconoscere l’autorità della Chiesa stabilita da Dio; è il peccato dei razionalisti, che, superbi della loro ragione, non vogliono assoggettarla alla fede. Ed è pure il peccato di certi dotti che, troppo orgogliosi da accettare la tradizionale interpretazione dei dommi, li attenuano e deformano per conciliarli con le proprie idee.

822.   B) Altri in maggior numero cadono implicitamente in questo difetto, operando come se i doni naturali e soprannaturali da Dio largitici fossero intieramente nostri. In teoria si riconosce, è vero, che Dio è il nostro primo principio; ma in pratica poi uno ha tale smodata stima di sè come fosse egli stesso l’autore delle buone qualità che sono in lui.

a) Ce ne sono di quelli che si compiaccono delle proprie doti e dei propri meriti come ne fossero essi i soli autori: “L’anima, vedendosi bella, dice Bossuet, 822-1 se ne compiacque in se stessa e s’addormentò nella comtemplazione della propria eccellenza; cessò un momento di riferir se stessa a Dio, dimenticò la sua dipendenza, prima si fermò e poi s’abbandonò alla propria libertà. Ma, cercando di esser libero fino al punto di emanciparsi da Dio e dalle leggi della giustizia, l’uomo divenne schiavo del suo peccato”.

823.   b) Più grave è l’orgoglio di coloro che attribuiscono a se stessi la pratica della virtù, come gli Stoici; o che pensano che i doni gratuiti di Dio siano frutto dei nostri meriti; che le nostre opere buone appartengano a noi più che a Dio, mentre in verità ne è lui la causa principale; e che vi si compiacciono come fossero unicamente nostre 823-1.

824.   C) È questo stesso principio che fa esagerar le proprie doti.

a) Si chiudono gli occhi sui propri difetti o si guardano le proprie doti con lenti d’ingrandimento; si giunge ad attribuirsi pregi che non si hanno o che hanno la sola apparenza di virtù: così si fa l’elemosina per ostentazione e si crede di essere caritatevoli mentre invece si è superbi; uno crede di esser santo perchè ha consolazioni sensibili, o perchè scrisse bei pensieri o buone risoluzioni, ed è invece ancora ai primi scalini della perfezione. Altri credono di avere mente larga perchè fanno poco conto delle piccole regole, volendo santificarsi con le grandi virtù. b) Di qui a preferirsi ingiustamente agli altri non vi è che un passo; si esaminano gli altrui difetti col microscopio e dei propri è gran cosa se uno ne ha coscienza; si vede la pagliuzza che è nell’occhio del vicino e non la trave che è nel nostro. Si giunge talora, come il Fariseo, a disprezzare i fratelli; 824-1 altre volte, senza arrivare a tanto, uno ingiustamente li abbassa nella propria stima e se ne crede migliore mentre in realtà ne è inferiore. È sempre in virtù dello stesso principio che si cerca di dominarli e di far riconoscere la propria superiorità su di loro.

825.   2° La seconda forma dell’orgoglio consiste nel considerarsi, esplicitamente o implicitamente, come il proprio ultimo fine, facendo le azioni senza riferirle a Dio, e desiderando di esserne lodati come se ne fossero intieramente nostre. È difetto che deriva dal primo; perchè chi si considera come il proprio primo principio vuole anche esserne l’ultimo fine. Bisognerebbe ripetere qui le distinzioni che abbiamo già fatto.

A) Sono pochi che si considerino esplicitamente come loro ultimo fine, se ne togli gli atei e gli increduli.

B) Ma in pratica molti operano come se partecipassero di questo errore. a) Vogliono essere lodati e complimentati per le opere buone, come ne fossero essi i principali autori, e come se avessero il diritto di operare per proprio conto, per soddisfare la propria vanità. In cambio di riferire tutto a Dio, vogliono essere applauditi per i pretesi buoni successi, come se avessero diritto a tutto l’onore che ne deriva. b) Operano per egoismo, per i propri interessi, poco curandosi della gloria di Dio e meno ancora del bene del prossimo. Arrivano perfino all’eccesso di pensare in pratica che gli altri debbano ordinare la vita a far loro piacere e a rendere loro servizi: si fanno quindi centro degli altri e, a così dire, loro fine. Non è questa un’inconscia usurpazione dei diritti di Dio?

c) Senza giungere a questo punto, ci sono persone pie che nella pietà cercano se stesse, si lagnano di Dio quando non le inonda di consolazioni, si desolano quando sono nell’aridità, falsamente, pensando che il fine della pietà sia di goder consolazioni, mentre in realtà la gloria di Dio dev’essere il nostro fine supremo in tutte le azioni e soprattutto nella preghiera e negli esercizi spirituali.

826.   Bisogna dunque confessare che l’orgoglio, sotto una forma o sotto un’altra, è comunissimo difetto che ci segue in tutte le tappe della vita spirituale e che muore solo con noi. Gl’incipienti non ne hanno gran fatto coscienza, perchè non si studiano abbastanza profondamente. Conviene assai chiamarne l’attenzione su questo punto, indicando le forme più ordinarie di tal difetto, perchè ne facciano materia dell’esame particolare.

II. I difetti che nascono dall’orgoglio.

I principali sono la presunzione, l’ambizione e la vanagloria.

827.   1° La presunzione è il desiderio e la speranza disordinata di voler fare cose superiori alle proprie forze. Nasce dal fatto che uno ha troppo buona opinione di sè, delle proprie facoltà naturali, della propria scienza, delle proprie forze, delle proprie virtù.

a) Sotto l’aspetto intellettuale, uno si crede capace d’affrontare e di risolvere i problemi più difficili e le più ardue questioni, o almeno di imprendere studi sproporzionati al proprio ingegno.

Un altro si persuade facilmente di aver molto giudizio e molto senno, e, in cambio di saper dubitare, risolve con gran disinvoltura le più controverse questioni. b) Sotto l’aspetto morale, uno crede di aver lumi sufficienti per regolarsi da sè e che non sia poi gran che utile consultare un direttore. Altri crede che, nonostante i peccati passati, non vi sia da temer ricadute, e imprudentemente si getta in occasioni di peccato in cui soccombe; onde poi scoraggiamenti e dispetti che diventano spesso causa di nuove ricadute.

c) Sotto l’aspetto spirituale, si ha poco gusto per le virtù nascoste e penose, preferendo le virtù appariscenti; e invece di costruire sul fondamento sodo dell’umiltà, si va fantasticando di grandezza d’animo, di forza di carattere, di magnanimità, di zelo apostolico, di trionfi immaginari che si assaporano già nell’avvenire. Ma alle prime gravi tentazioni uno s’accorge subito quanto ancor debole e vacillante è la volontà. Qualche volta pure si disprezzano le preghiere comuni e quelle che si chiamano le piccole pratiche di pietà; e si aspira a grazie straordinarie quando invece si è appena ai principi della vita spirituale.

828.   2° Questa presunzione, congiunta all’orgoglio, genera l’ambizione, vale a dire l’amor disordinato degli onori, delle dignità, dell’autorità sugli altri. Presumendo troppo delle proprie forze e stimandosi superiore agli altri, uno vuol dominarli, governarli, impor loro le proprie idee.

Il disordine dell’ambizione, dice S. Tommaso, può manifestarsi in tre modi 828-1: 1) cercando onori che non si meritano e che sono superiori alle nostre facoltà; 2) cercandoli per sè, per la propria gloria, e non per la gloria di Dio; 3) compiacendosi degli onori in se stessi, senza farli servire al bene altrui, contrariamente all’ordine stabilito da Dio, il quale vuole che i superiori lavorino pel bene degli inferiori.

Quest’ambizione invade tutti i campo: 1) il campo politico, dove si aspira a governar gli altri, a costo qualche volta di molte bassezze, di molti compromessi, di mille viltà che si commettono per avere i voti degli elettori; 2) il campo intellettuale, ostinatamente cercando d’imporre agli altri le proprie idee, anche in questioni liberamente discusse; 3) la vita civile, ove avidamente si cercano i primi posti, 828-2 gli uffici più pomposi, gli ossequi della folla; 4) e anche la vita ecclesiastica; perchè, come dice Bossuet, 828-3 “quante precauzioni non si dovettero prendere per impedire nelle elezioni, anche ecclesiastiche e religiose, l’ambizione, gli intrighi, le brighe, le segrete sollecitazioni, le promesse e le pratiche più criminali, i patti simoniaci e gli altri disordini troppo comuni in questa materia; eppure non si è riusciti a intieramente estirpare questi vizi, ma forse solo a coprirli o a palliarli”. Anche nel clero, osserva S. Gregorio Magno 828-4, vi sono di quelli che vogliono essere chiamati dottori, e cercano avidamente i primi posti e i complimenti.

È dunque difetto più comune di quello che a prima vista si crederebbe e che si connette con la vanità.

COMPENDIO DI TEOLOGIA ASCETICA E MISTICA parte 4ultima modifica: 2016-03-02T18:11:15+00:00da mikeplato
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