SCHIAVI DEL WEB

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di David Thrussell (musicista e compositore australiano, collaboratore di riviste quali Wax Poetics, Fortean Times e New Dawn Magazine).

Dannosi come nessun’altra bestia del regno animale, gli esseri umani depredano rapacemente il proprio ambiente e continuano a portare avanti attività che sembrano minacciare l’esistenza stessa della biosfera – la nostra casa, il pianeta Terra. Nel corso dell’ultima metà del XX secolo, una razza tecnologicamente insaziabile, tanto da sviluppare armi di distruzione di massa, ha portato a uno stallo nucleare tra un pugno di nazioni belligeranti e un’incongrua politica di cooperazione verso la “mutua distruzione assicurata”. Questa politica disperata vale ancora oggi, un’ombra gettata insensatamente sulla vita stessa. L’idea che l’umanità volontariamente scelga di perseguire uno sviluppo scientifico che conferisca la capacità di distruggere il mondo molte volte nel suo percorso dovrebbe essere così disturbante da togliere il fiato, tuttavia suscita ben pochi commenti. Dallo stesso tumultuoso cruccio tecnologico che ha prodotto la persistente follia di armamenti nucleari, è arrivato un più recente sviluppo: Internet. Il mondo online promette un’infinità di meraviglie (come assicurano costantemente i suoi tecno-evangelisti), ma presenta anche un profondo (e profondamente sottovalutato) lato oscuro. Scaturito dal desiderio del Pentagono di poter mantenere le comunicazioni nei primi stadi di un assalto nucleare (diffondendo comunicazioni elettroniche e telefoniche in un labirinto di route e server interconnessi), quello che oggi chiamiamo Internet (che era chiamato a un certo punto ARPANET) è stato creato dalla DARPA (la Defense Advanced Research Projects Agency del Pentagono) in collaborazione con la comunità scientifica, accademica e corporativa. In questi tempi di frastornata tecno-utopia (feticizzazione dei prodotti Apple, adorazione dei social media come nuova frontiera di una “coesione” comunitaria e comunicazione “inclusiva”, solo per fare alcuni esempi), potrebbe essere importante ricordare che l’architettura di Internet (e di tutti i software e hardware associati) è nata da una collaborazione tra il Complesso Militare-Industriale, lo Stato Segreto, il Leviatano Corporativo ed elementi deliranti del mondo scientifico e accademico. Molti hanno notato la deleteria relazione tra l’umanità e lo sviluppo tecnologico, in cui l’umanità agisce come una schiava virtuale verso un progresso scientifico inarrestabile e mal indirizzato. Sebbene adesso vengano derisi, gli originali Luddisti temevano, a ragione, l’impatto di una tecnologia invadente nella loro vita e pensarono a dei modi per disabilitarla. Anche pensatori che vanno da Karl Marx a Marshall McLuhan misero in dubbio la relazione ammaliante dell’umanità con le innovazioni tecnologiche. Chi sarà il servo e chi il padrone?

Automi di carne 

Sin dall’invenzione della stampa da parte di Gutenberg, cinque secoli fa, la mente lineare/letteraria si è evoluta prodigiosamente nelle arti, nelle scienze e nella cultura. Ora potremmo essere entrati in un’era di cambiamenti ben più sismici, per quanto non necessariamente positivi. Acclamati neuroscienziati come Michael Merzenich ed Eric Kandel suggeriscono che l’iper stimolazione della Rivoluzione Digitale e il suo panorama apertamente transiente potrebbero essere responsabili della “ri-scrittura” dei nostri circuiti neuronali in uno stato più “efficiente” e industrializzato (che produce di più, più in fretta), che però degrada anche la nostra capacità di concentrazione e di giudizio. Lo scrittore Nicholas Carr, in The Shallows: What The Internet Is Doing To Our Brains, avverte che «è difficile resistere alle seduzioni della tecnologia» ma, come il filosofo tedesco Martin Heidegger osservava, il progresso tecnologico impone che un nuovo superficiale «pensiero calcolatore potrebbe un giorno essere accettato e messo in pratica come unico modo di pensare». Carr fa anche notare che un mucchio di ricerche recenti indicano che «più distratti diventiamo, meno siamo capaci di sperimentare le più sottili, distintive forme umane di empatie, compassione e altre emozioni». Bombardati da infiniti stimoli e opzioni, riduciamo le nostre qualità umane e diventiamo sempre più simili a macchine – semplici automi di carne. Gran parte delle esperienze online sono mediate da algoritmi che accelerano l’efficienza nella ricerca sul web, comparando prodotti e offrendo connessioni per calcolare contenuti simili. Offrono opzioni easy, raramente sottoponendoci al disturbo di opinioni in disaccordo o sfide intellettuali (come può accadere nel mondo reale). Se il World Wide Web è una biblioteca digitale infinita, gli algoritmi di ricerca servono più probabilmente a riempire questi scaffali solo di volumi scelti per compiacerci. Un infinito loop di feedback di opinioni autoreferenziali e autogratificanti, un cubicolo a specchio di autoriflessioni, un’eco che ritorna in una stanza chiusa. Un’apocalisse per l’anima indagatrice. Una rapida scansione di Facebook, Instagram o Trumblr, produrrà montagne di esempi che ci siamo proiettati nell’Era dell’Ego: le attuali tecnologie digitali sono state programmate da ferventi eserciti di psicologi per allettare persino le minime debolezze della natura umana: l’auto-ossessione e il flagrante narcisismo. Può esistere uno strumento più triste e alienante del selfie? Un’altra domanda posta da Carr è, “Google ci sta rendendo stupidi?”. Perennemente distratti dalle valanghe digitali, voluminose prove anedottiche suggeriscono che stiamo già annegando sotto uno tsunami online – abbiamo grandi quantità d’informazioni a portata di dito, e tuttavia non siamo in grado di (o non vogliamo) analizzare, dare priorità, passare al setaccio e valutare, limitandoci a consumare e rigurgitare.

Obesità mentale

Lo scrittore di Richmond, in Virginia, Matthew Crawford, ha proposto, nel suo libro The World Beyond Your Head, che stiamo assistendo a una crisi sociale man mano che sempre più persone perdono il contatto con la realtà fisica per fuggire nella matrice online. Secondo Crawford: «Architettare modi per catturare e trattenere l’attenzione della gente è al centro del capitalismo contemporaneo. C’è questo “agguantamento” invisibile e ubiquo rispetto a qualcosa che è la cosa più intima che possiedi, perché determina cosa è presente alla tua coscienza». Nel clamore di pubblicizzare in ogni spazio mentale (e monetizzare ogni interazione sociale), perdiamo in fretta lo spazio per pensare, essere creativi, scherzosi – di ponderare. «L’attenzione è una risorsa, convertibile in autentico denaro» e noi dobbiamo reclamare i nostri sensi e le nostre risorse, «perché quando si parla di attenzione, si parla della capacità con cui incontri il mondo». Crawford continua… «i media sono diventati esperti nel costruire stimoli mentali» e vengono programmati sistemi per incoraggiare «a riprodurre fino all’estinzione» una scienza cognitiva e un «progetto di ingegneria sociale» facilitati da «ricche corporazioni mentalmente impressionanti». Crawford ha trovato riposo, pace e compimento nel lavorare di nuovo con le proprie mani e tra un progetto e l’altro restaura motociclette vintage in un negozio di riparazioni, rifuggendo le seduttive esperienze online.

Sinistre tendenze 

Una sinistra marea di prove oggi suggerisce che la stessa esperienza online (contenuto a parte) può provocare danni cognitivi. In una ricerca condotta nel 2012 presso l’Accademia delle Scienze cinese (a Wulan, Cina) si è scansionato il cervello di 35 uomini e donne (tra i 14 e i 21 anni). Chi soffriva di Internet Addiction Disorder (IAD) ha dimostrato di avere notevoli modifiche nella materia bianca cerebrale (fasci di fibre nervose) rispetto a chi non soffriva di IAD. I ricercatori hanno notato «integrità anormale di materia bianca nelle regioni cerebrali che riguardano la generazione e il processo emotivi, l’attenzione, la capacità decisionale e il controllo cognitivo». I danni neurologici osservati condividevano «meccanismi psicologici e neuronali con altri tipi di dipendenze da sostanze e disordini compulsivi» ed erano paragonabili agli effetti osservati negli alcolisti e nei tossicodipendenti, nei videogame dipendenti e in coloro che hanno altri tipi di comportamenti dipendenti. Mentre chiudono moltissime biblioteche (o convertono parzialmente le loro collezioni per far spazio alle postazioni internet e a router wi-fi), studiosi della University College London hanno condotto un programma di ricerca quinquennale, esaminando l’evoluzione delle abitudini di lettura e ricerca. Hanno loggato l’attività dei visitatori di due popolari siti di ricerca (quello della British Library e il portale di un gruppo di educazione britannico), che offrivano articoli di giornale, e-book e altre informazioni. Lo studio ha scoperto una notevole «forma di attività di lettura approssimativa» mentre studenti e ricercatori rimbalzavano da una fonte all’altra, raramente leggendo più di una pagina o due o magari senza mai tornare alla fonte iniziale. In conclusione dello studio: «È chiaro che gli utenti non leggono online nel senso tradizionale, invece ci sono segni che stiano emergendo nuove forme di “lettura”, dal momento che gli utenti “scorrono” orizzontalmente attraverso i titoli, pagine di contenuti e abstract di veloce fruizione. Sembra quasi che vadano online per evitare di leggere nel modo tradizionale». Quello che viene suggerito qui è la “pancakizzazione” dell’intelligenza, mentre la cognizione viene diffusa più ampiamente, ma anche superficialmente, con una comprensione più approssimativa. Il diluvio del multitasking e del multi-screening (la possibilità di avere diverse finestre aperte o strumenti aperti, funzionanti contemporaneamente) sta, secondo gli scienziati, distruggendo la focalizzazione e ricablando i nostri cervelli. Eyal Ophir, dopo un periodo nell’intelligence israeliana e nell’aeronautica, è entrato alla Stanford University nel 2004. Voleva sfidare (attraverso la ricerca) la visione tradizionale secondo cui il cervello umano possa processare competentemente solo una sequenza singola di informazioni in un dato momento. Ideando test che riguardavano la comprensione temporale e il filtraggio di percorsi di rettangoli rossi rispetto a percorsi di rettangoli azzurri, ciò che Ophir e i suoi colleghi scoprirono li scioccò. Coloro che vennero identificati nello studio come “multitasker” erano notevolmente peggiori, nello scegliere le forme e quindi nel filtraggio di quelle che venivano giudicate informazioni irrilevanti. Inoltre, i multitasker risultavano meno efficienti nel destreggiarsi nei problemi, impiegando più tempo nel passare tra semplici compiti. È possibile che il sovraccarico tecnologico possa confondere i sistemi cerebrali nel determinare le priorità, segnalando ogni forma di stimolo digitale come urgente, creando una confusione e distrazione costanti. Uno studio condotto dalla University of California ha indicato che le costanti interruzioni degli avvisi e-mail e degli squilli dei telefoni aumentano notevolmente i livelli di stress. Gary Small, uno psichiatra dell’Università, ha notato che gli ormoni sotto stress possono influire sulla perdita di memoria a breve termine e causare una “nebbia” mentale debilitante. Secondo degli studi condotti alla University of Utah, solo una piccola parte delle persone (forse il 3%) è in grado di operare con calma con regolari interruzioni digitali. Numerosi studi di psicologi, neurobiologi ed educatori ora dimostrano che l’“iper-testualità” (l’abilità di cliccare sezioni in evidenza di testi linkati a fonti o altre informazioni) in realtà decresce significativamente la comprensione. Persino l’apparenza di un ipertesto (sia che venga cliccato o meno) erode la comprensione, offrendo la disorientante possibilità di distrazione. Uno studio canadese del 2001 incaricò dei soggetti di leggere un racconto di Elizabeth Bowden, “The Demon Lover”. Il gruppo di controllo lesse la storia nel testo lineare tradizionale, il gruppo di test lesse invece una versione tratteggiata con hyperlink. Il gruppo di test impiegò più tempo per leggerla, e riportò fino a sette volte maggiore confusione nella comprensione. Un’ulteriore analisi accademica del 2007, di esperimenti correlati, concluse che rimbalzare tra documenti digitali e pagine linkate mina seriamente la comprensione. Il panorama odierno di Internet di aggiunte pop-up, video e lampeggiamenti, può solo produrre un maggiore vortice mentale. Come fatto notare da Nicholas Carr: «Quando andiamo online, entriamo in un ambiente che promuove la lettura approssimativa, il pensiero affrettato e distratto e l’apprendimento superficiale. Anche se Internet ci garantisce un facile accesso a una grande quantità di informazioni, ci sta trasformando in pensatori superficiali, cambiando letteralmente la struttura del nostro cervello». La fonte disponibile di informazioni che entra nella nostra memoria in funzione viene definita dagli psicologi “carico cognitivo”. Internet trasforma questo saldo “gocciolio” di idee in un’“esplosione”, che soverchia le nostre limitate abilità cognitive e quindi disabilita le loro componenti vitali. Secondo Car: «Internet è un’interruzione del sistema. Afferra la nostra attenzione solo per confonderla».

La lunga ombra dello stato di sorveglianza 

Nel giugno 2013, le rivelazioni dell’ex contractor della NSA Edward Snowden si guadagnarono titoli in prima pagina in tutto il mondo. Snowden confermò ciò che molti sospettavano da tempo: edificata nel corso dei decenni, oggi viviamo sotto una vasta e onniscente struttura di sorveglianza. Apparentemente costruita con la scusa di combattere il “terrorismo”, non ci vuole molta immaginazione per rendersi conto che il vero obiettivo sia il dissenso domestico e qualsiasi minaccia all’autorità. Un po’ come il progetto del XIX secolo di Jeremy Bentham di una prigione senza guardie (il Panopticon), l’ormai ammesso (e pubblicizzato) Stato di Sorveglianza porta direttamente e inequivocabilmente all’auto censura di massa e all’auto regolamentazione di riflesso. Uno studio della Oxford University, condotto da Jonathan Penney, parla di un notevole chilling effect, “effetto raggelante”, sulle abitudini Internet degli adulti americani, direttamente collegato alle rivelazioni di Snowden. Monitorando le ricerche su Wikipedia dopo il giugno 2013 (la data delle rivelazioni di Snowden), Penney notò «un 20 per cento di diminuzione nelle visite alle pagine su Wikipedia correlate al terrorismo, incluso quelle che citavano “Al-Qaeda”, “auto-bomba” o “talebano”, rispetto a quelle precedenti a quella data. Le visite continuarono a diminuire negli anni, suggerendo un impatto a lungo termine dal momento di quelle rivelazioni». «Servono cittadini informati. Se la gente viene spiata o scoraggiata dall’apprendere riguardo a importanti questioni politiche come il terrorismo e la sicurezza nazionale, questo rappresenta una seria minaccia all’adeguato dibattito democratico». Un’altra ricerca del MIT indica che «gli utenti erano meno propensi a fare ricerca attraverso termini che credevano potessero causare loro problemi con il governo USA» e uno studio recente condotto dal US Department of Congress ha indicato che «il 29% delle casalinghe preoccupate della raccolta dati governativa aveva detto di non esprimere opinioni controverse o politiche online a causa di timori per la privacy o la sicurezza». L’“effetto raggelante” si è diffuso anche alle professioni legali e ha sostanzialmente influito sulla libertà di stampa. Un rapporto del 2014 dell’ACLU e Human Rights Watch si basava sulle interviste con avvocati e giornalisti «che si occupavano d’intelligence, sicurezza nazionale e applicazione della legge per gli organi di stampa, che includevano il New York Times, l’Associated Press, l’ABC e la NPR». Secondo il rapporto, avvocati e giornalisti e le loro fonti ora temono molto di più la sorveglianza e dubitano maggiormente della propria capacità di proteggere le fonti e i privilegi avvocati/clienti. Se le rivelazioni di Snowden sono state, chi lo sa, progettate per stordire, intimidire e silenziare la popolazione in generale (e forse persino professionisti potenzialmente problematici) a vantaggio dello Stato di Sicurezza, allora possiamo solo meravigliarci del loro clamoroso successo. Nell’aprile 2014, parlando alla conferenza mediatica di St. Peterburg, il presidente russo Vladimir Putin definì Internet «progetto della CIA». Nonostante i prevedibili ululati di diniego da parte della diligente stampa occidentale, dobbiamo ricordare che Putin è un ex ufficiale del KGB e probabilmente ha degli indizi a riguardo. In un articolo notevole (e notevolmente ignorato) per The Medium (intitolato “How The CIA Made Google”), il giornalista Nafeez Ahmed tratteggiò le labirintiche connessioni tra l’intera architettura funzionale di Internet e lo Stato di Sicurezza Nazionale.

“Pokemonizzati” dalla rete


Non solo intrecciate con iniezioni di capitale start-up e inseminate di finanziamenti, le apparentemente “private” mega corporazioni dell’esperienza online (Google, Microsoft, Yahoo, ecc.) vantano una straordinaria sovrapposizione di consigli e personale esecutivo dello Stato di Sicurezza (NSA, CIA, DIA, DoD, ecc.), nonché una cultura sinergetica e collaborativa che somiglia di più a una familiare struttura corporativa piuttosto che a una relazione di antagonismo privato/pubblico. Parimenti, il braccio finanziario della CIA (In-Q-Tel) c’è stato sin dall’inizio di Facebook (un fatto curiosamente assente nella versione hollywoodiana) e l’intero spettro dei social media appare essere nientemeno che un’entusiastica raccolta dati e un progetto di ingegneria sociale (in cui i dati vengono consegnati volontariamente e in inimmaginabile quantità). Forse è giunto il momento di voltare le spalle al frastornante tecno-utopismo e ribellarci contro la nostra febbricitante servitù tecnologica (prima di diventare troppo stupidi o letargici per farlo). È tempo di tornare indietro o persino distruggere la nostra dipendenza da Internet e rivendicare alcune vestigia della nostra indipendenza, imperfetta ma di carne, prima di essere sottomessi a un’inondazione di mediocrità e totalitarismo. Prima di essere “pokemonizzati” in una rete virtuale di moribonda sorveglianza capitalistica. Ma chi, cari amici, ha il coraggio di farlo?

(Articolo originariamente pubblicato su New Dawn Magazine n. 158, settembre-ottobre 2016)

SCHIAVI DEL WEBultima modifica: 2016-10-27T13:01:25+00:00da mikeplato
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