LA PREGHIERA secondo ORIGENE

Orygenes

La preghiera

CAPITOLO I

Tutto è possibile a Dio

1. Esistono cose che alla natura razionale e mortale sono incomprensibili, a causa della loro grandezza e superiorità sull’uomo e dell’infinita trascendenza sulla nostra caduca condizione. Esse però diventano intellegibili per volontà di Dio in virtù della copiosa ed infinita grazia divina effusa sugli uomini per mezzo di Gesù Cristo – ministro di immensa grazia verso di noi – e dello Spirito cooperante. Essendo dunque impossibile alla natura umana il possesso della sapienza con cui tutto fu fatto («tutto» infatti, secondo Davide, «Dio fece nella sapienza»), da impossibile diventa possibile per mezzo del Signore Nostro Gesù Cristo «che è stato fatto da Dio sapienza per noi, e giustizia e santificazione e redenzione». «Qual uomo infatti conoscerà il consiglio di Dio? O chi potrà intendere quel che il Signore vuole? Poiché ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre opinioni. Infatti il corpo corruttibile grava sull’anima e la terrestre dimora deprime la mente che ha molti pensieri. E con difficoltà consideriamo le cose della terra; ma quelle del cielo, chi le scoprirà?». Chi non direbbe infatti che è impossibile all’uomo investigare le cose del cielo? Tuttavia ciò che è impossibile non lo è più per l’infinita grazia di Dio: colui che fu rapito al terzo cielo, probabilmente scoprì quel che v’era nei tre cieli, per aver udito «ineffabili parole che non è concesso a uomo udire». Chi poi potrebbe affermare che è possibile all’uomo conoscere la mente di Dio? Ma anche questa grazia Dio concede per mezzo di Cristo [lacuna] non è più la volontà del loro Signore, quando Egli insegna la volontà di Colui che vuol essere il Signore e si trasforma in amico per coloro di cui era già prima il Signore. Ma come anche nessun uomo «conosce le cose dell’uomo all’infuori dello spirito dell’uomo che è in lui, così le cose di Dio nessuno conosce se non lo Spirito di Dio». Ma se nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio, è impossibile all’uomo conoscere le cose di Dio. Ora considera come ciò sia possibile. «Noi però», dice Paolo, «abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo spirito che è da Dio affinché conosciamo le cose che ci sono state donate da Dio, anzi ne parliamo non in dotte parole di umana sapienza, ma come ammaestrati dallo Spirito».

CAPITOLO II

L’arduo compito di parlare della preghiera

1. Ora voi, Ambrogio piissimo e zelantissimo e tu, Taziana, anima così bella e così virile – per aver messo in non cale la tua natura di donna, alla maniera di quanto accadde in Sara, io ho motivo di rallegrarmi –, evidentemente non sapete perché mai, accingendomi ad un discorso sulla preghiera, abbia come premessa parlato delle cose che, impossibili per gli uomini, diventano possibili in forza della grazia di Dio. Sono persuaso che trattare della preghiera con acutezza e con riverenza in modo completo: come si deve chiedere una cosa nella preghiera e quali cose dire a Dio in essa e che momenti sono più opportuni per pregare, sia una di quelle cose, considerando la nostra debolezza, impossibili. [lacuna] colui che, per la grandezza delle rivelazioni, si guardava dall’essere stimato oltre ciò che si vedeva o sentiva di lui, confessava di non saper pregare come si deve. «Non sappiamo», dice, «chiedere con la preghiera nel modo dovuto ciò che dobbiamo chiedere». È necessario non soltanto pregare, ma pregare anche come si deve e chiedere quel che va chiesto. Comprendere infatti quel che si deve chiedere con la preghiera non sarebbe sufficiente, se non aggiungiamo come chiedere. D’altra parte che ci gioverebbe il modo di pregare, se non sapessimo con la preghiera che cosa chiedere?

Le cose da chiedere a Dio

2. Quel che si deve chiedere pregando, cioè le parole della preghiera, costituisce il primo di questi due punti; l’altro, il come pregare, è dato dalle disposizioni dell’orante. Ecco un esempio per ciò che si deve chiedere: «Chiedete le cose grandi e le piccole vi saranno aggiunte» e «Chiedete le cose celesti, anche le terrestri vi saranno aggiunte» e «Pregate per quelli che vi oltraggiano» e «Chiedete al padrone della messe, perché mandi operai alla messe» e ancora «Pregate per non cadere in tentazione» e «Pregate perché la vostra fuga non avvenga d’inverno né di sabato» e «pregando, poi, non dite molte parole» e contenuti simili. Per il modo di pregare: «voglio quindi che gli uomini preghino in ogni luogo levando pure mani senza rancori e dissensi. Analogamente anche le donne in veste adatta si ornino con modestia e sobrietà e non con trecce od oro o perle o vesti sontuose, ma secondo ciò che conviene a donne che fanno professione di pietà, per mezzo di opere buone». E sul modo di pregare, ci è di insegnamento anche questo: «se dunque offri il tuo dono all’altare e lì ti sei ricordato che tuo fratello ha qualcosa verso di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’, prima riconciliati con il tuo fratello ed allora, ritornato, offri il tuo dono». Poiché, qual dono può essere inviato a Dio dalla creatura razionale più grande di una fragrante parola di preghiera, offerta da chi sa di non avere quel fetore che emana dal peccato? Vi è poi, sul modo di pregare, questo passo: «non privatevi tra di voi, se non d’accordo per il tempo da attendere alla preghiera e di nuovo ritornate insieme, perché non goda di voi Satana a causa della vostra incontinenza». Si vede quindi che non si prega come si deve se l’opera degli ineffabili misteri del matrimonio non è compiuta con rispetto, raramente, senza passione; infatti l’accordo di cui si tratta qui sopprime il disordine delle passioni, spegne l’incontinenza impedendo a Satana di godere dei mali nostri. Oltre a questi, il passo che segue insegna il modo di pregare: «se state pregando, perdonate se avete qualche cosa contro qualcuno». E quest’altro, in Paolo, indica il modo di pregare: «Ogni uomo che preghi o profetizzi a capo coperto, deturpa il suo capo, ed ogni donna che preghi o profetizzi a capo scoperto, deturpa il suo capo».

Lo Spirito interviene

3. Ma pur conoscendo Paolo tutti questi esempi e molti in più potendo trarre dalla legge, dai profeti e da quanti ne contiene il Vangelo, è con atteggiamento non pur di modestia, ma di sincerità che, nel constatare, con multiforme esegesi d’ogni particolare, dopo tutto quanto resti da sapere, che cosa dire con la preghiera e come lo si deve dire, esclama: «Non conosciamo la maniera di chiedere quanto dobbiamo chiedere nella preghiera». E vi aggiunge, onde supplisca a quel che manca nel caso di chi non sa, ma si mostra degno di veder colmata la sua insufficienza: «Lo stesso Spirito chiede a Dio con gemiti ineffabili, e colui che scruta i cuori conosce il pensiero dello Spirito, perché chiede per i santi, secondo Dio». E lo Spirito che grida nel cuore dei beati «Abbà, o Padre», che conosce bene i gemiti di questa terrestre dimora bastanti a schiacciare coloro che sono caduti o hanno trasgredito, con lamenti ineffabili chiede a Dio, accogliendo i nostri gemiti, a motivo della sua grande compassione e solidarietà con l’uomo. E per sì fatta sapienza, vedendo «umiliata a terra l’anima nostra e rinchiusa nel corpo dell’umiliazione», chiede a Dio non con gemiti qualsiasi, ma con certi ineffabili gemiti contenenti «arcane parole che non è concesso all’uomo dire». Questo Spirito poi, non bastandogli di chiedere a Dio, prolungando la preghiera, sovrachiede per coloro – io credo – che sono più che vincitori, com’era Paolo quando diceva: «Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori». Ed è verosimile che intercede appena per quelli che non sono in grado di stravincere, non tali però da essere vinti e che tuttavia vincono.

La preghiera di Giovanni

4. Affine al versetto: «Non conosciamo la maniera di chiedere quanto dobbiamo chiedere nella preghiera, ma lo Spirito con lamenti ineffabili intercede presso Dio», è l’altro: «Pregherò anche con la mente, salmeggerò con lo spirito, salmeggerò anche con la mente». Non può infatti la nostra mente pregare, se prima di essa non preghi lo spirito, ed essa stia come in suo ascolto; come neppure può salmodiare con ritmo, in dolcezza, con misura e in concento lodare il Padre in Cristo, se «lo Spirito che tutto scruta, anche gli abissi di Dio», prima non lodi e inneggi a Colui del quale scrutò gli abissi e lo comprese secondo le sue forze. Io credo che qualcuno dei discepoli di Gesù, accortosi di quanto distasse l’umana debolezza dal modo con cui si deve pregare e soprattutto avendo avuto questa percezione quando udì le profonde e grandi parole pronunziate dal Salvatore nella preghiera al Padre, abbia detto al Signore quando cessò di pregare: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli». E tutto il passo si concatena così: «E accadde che essendo a pregare in un luogo, come cessò, gli disse uno dei suoi discepoli: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli”». Ora, come può essere che un uomo, nutrito degli insegnamenti della legge e della lettura delle parole dei profeti e frequentatore delle sinagoghe, non sapesse affatto come pregare finché non vide in un luogo il Signore a pregare? Ma questo è assurdo a dirsi, poiché pregava certo secondo le consuetudini giudaiche; vedeva però di aver bisogno d’un maggior sapere in tema di preghiera. Che cosa allora insegnava Giovanni in fatto di preghiera ai discepoli che venivano da Gerusalemme e da tutta la Giudea e dai luoghi vicini per essere battezzati? A meno che, per essere più di un profeta, intuisse qualcosa sulla preghiera che probabilmente manifestava non a tutti quelli che si battezzavano, ma in segreto a coloro che desideravano, oltre il battesimo, diventare suoi discepoli.

La preghiera, opera dello Spirito

5. Simili preghiere veramente spirituali – poiché è lo Spirito a pregare nel cuore dei santi – e ripiene di ineffabile e mirabile dottrina sono ricordate dalla Scrittura. Per esempio, nel primo libro dei Re, c’è parte (poiché la Scrittura non la contiene tutta) della preghiera di Anna «quando moltiplicò le preghiere al cospetto del Signore, parlando nel suo cuore». Nei Salmi, il 16 s’intitola Preghiera di David e l’89 Preghiera di Mosè, l’uomo di Dio e il 101 Preghiera del povero quando sia afflitto e spanda la sua supplica al cospetto del Signore. Queste preghiere, poiché erano veramente fatte di Spirito e dallo Spirito proferite, sono piene anche dei precetti della sapienza divina, cosicché si potrebbe dire per le cose che sono in esse proclamate: «chi è saggio e le comprenderà? e chi intelligente e le saprà?».

Un argomento impegnativo

6. Poiché dunque tale è la nostra comprensione della preghiera che c’è bisogno del Padre che vi faccia luce e del suo Figlio primogenito che insegni e dello Spirito che aiuti a pensare e dire degnamente di un tanto argomento, dopo aver pregato come uomo – poiché non mi riconosco il diritto di definire la preghiera – supplico lo Spirito, prima di iniziare a parlare della preghiera, affinché io riceva una nozione quanto mai completa e spirituale, e chiare appaiano le preghiere racchiuse nel Vangelo. Bisogna dunque ormai dare inizio al discorso sulla preghiera.

CAPITOLO III

Il termine preghiera

1. Prima di tutto, il nome preghiera (euché) lo trovo, da quanto mi risulta, quando Giacobbe fuggendo l’ira del proprio fratello Esaù, si dirigeva nella Mesopotamia secondo i consigli di Isacco e Rebecca. Così ha il testo: «E fece una preghiera (euché) Giacobbe, dicendo – Se il Signore Dio sarà con me e mi custodirà in questa via che intraprendo e mi darà pane da mangiare e vestito da indossare e mi ricondurrà salvo alla casa del padre mio, il Signore sarà il mio Dio e questa pietra che alzai come monumento sarà per me casa di Dio e di tutte le cose che mi darai io ti offrirò la decima».

Preghiera come voto

2. Dove c’è anche da notare come il termine euché sia accolto spesso con un significato diverso da proseuché per indicare chi promette con «voto» di fare certe cose se otterrà da Dio certe altre. Ma il vocabolo è usato nella nostra comune accezione come lo troviamo nell’Esodo, dopo la piaga generale che è la seconda nella serie delle dieci: «Il Faraone chiamò Mosè ed Aronne e disse loro – Pregate il Signore, Egli tolga le rane da me e dal mio popolo ed io lascerò andare il popolo e sacrificherà al Signore». Se alcuno poi stenti a persuadersi che il Faraone usi la parola «pregate» dal momento che euché ha il significato ordinario (di preghiera) ed anche quello particolare (di voto), bisogna che legga ciò che segue. Il testo suona così: «Disse Mosè al Faraone – Stabiliscimi quando pregherò per te e per i tuoi servi ed il popolo tuo, che spariscano le rane da te e dal tuo popolo e dalle vostre case, e rimangano solo nel fiume».

Preghiera come tale

3. Osserviamo come nel caso delle zanzare, terza piaga, il Faraone non chiede che si faccia preghiera, né Mosè prega. Ma per le mosche, che furono la quarta, dice: «Pregate dunque per me il Signore». Dice Mosè: «quando sarò partito da te, pregherò Dio e le mosche domani se ne andranno dal Faraone e dai suoi servi e dal popolo suo». E poco dopo: «partì Mosè dal Faraone e pregò Dio». Ma di nuovo, alla quinta e sesta piaga, il Faraone non chiese di fare preghiera, né Mosè pregò. Alla settima: «Il Faraone avendo mandato a chiamare Mosè ed Aronne, disse loro – Ho peccato anche questa volta, il Signore è giusto, io e il mio popolo, invece, empi. Pregate dunque il Signore e cessino i tuoni di Dio e la grandine e il fuoco». E poco oltre: «Uscì Mosè dal Faraone fuori della città e stese le mani al Signore e i tuoni cessarono». Ora, perché non è detto «pregò» come sopra, ma «stese le mani al Signore» sarà spiegato in un momento più opportuno. E per l’ottava piaga, il Faraone dice: «E pregate il Signore Dio vostro, e allontani da me questa morte. Uscì Mosè dal Faraone e pregò Dio».

Esempi del significato di voto

4. Dicemmo che spesso il vocabolo euché non è, come nel passo relativo a Giacobbe, usato nella comune accezione. Ecco anche nel Levitico: «Parlò il Signore a Mosè dicendo – Parla ai figli di Israele e dirai loro: chi faccia voto (euchén) promettendo la sua anima al Signore, sarà stabilito il prezzo del maschio dai venti anni ai sessanta, e il suo prezzo sarà di cinquanta sicli d’argento secondo la misura del santuario». E nei Numeri: «E parlò il Signore a Mosè dicendo – Parla ai figli di Israele e dirai loro: Uomo o donna che abbiano solennemente fatto voto (euchén) di consacrare la loro santità al Signore, si asterranno dal vino e da bevanda inebriante», e quanto segue sul cosiddetto Nazireato. Quindi poco dopo: «E santificherà il suo capo in quel giorno in cui si è santificato al Signore, giorni del voto (euchés)». E di nuovo più sotto: «Questa è la legge di chi ha fatto il voto; e nel giorno in cui avrà compiuto i giorni del suo voto… ». E ancora poco oltre: «E dopo ciò colui che ha fatto il voto berrà il vino. Questa è la legge di chi ha fatto voto, il quale offra al Signore il suo dono secondo il voto fatto, oltre ciò che ha a disposizione, secondo la potenza del voto che abbia fatto secondo la legge della santificazione». E alla fine dei Numeri: «E parlò Mosè ai principi delle tribù dei figli di Israele, dicendo – Questa è la parola che ha stabilito il Signore: un uomo che abbia fatto voto al Signore, o giurato o preso una decisione per l’anima sua, non violerà la sua parola, ma tutto quanto è uscito dalla sua bocca lo farà. E una donna se avrà fatto voto al Signore e avrà preso una decisione nella casa del suo padre durante la sua giovinezza ed il padre ha sentito i suoi voti e le sue decisioni prese per l’anima sua ma non avrà detto nulla, rimarranno tutti i suoi voti come anche tutte le decisioni prese per l’anima sua». E successivamente prescrive altre cose in merito a tale donna. Secondo lo stesso significato è scritto nei Proverbi: «È una rovina per l’uomo fare sacrificio di qualche cosa propria, con temerità; dopo infatti di aver fatto voto accade di pentirsi». E nell’Ecclesiaste: «È bene non far voto piuttosto che far voto e non adempierlo». E negli Atti degli Apostoli: «Ci sono quattro uomini tra di noi che hanno un voto sopra di sé».

CAPITOLO IV

Il termine proseuché: invocazione

1. Non mi parve fuori luogo distinguere innanzitutto sulla base delle Scritture i due significati espressi dal termine euché. E lo stesso è anche di proseuché. Questo nome infatti oltre a trovarsi spesso con il comune, consueto significato di preghiera è usato anche nell’accezione di voto nel racconto di Anna. Nel I Libro dei Re: «Ed Eli sacerdote sedeva sulla sedia davanti alle porte del tempio del Signore ed ella aveva l’animo amareggiato; e invocò il Signore e piangeva con gemito e fece voto e disse – Signore degli eserciti, se ti rivolgerai a guardare la bassezza della tua serva e ti ricorderai di me e non ti dimenticherai della tua ancella e darai alla tua serva un figlio maschio, io lo darò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo».

2. Ora, qualcuno può verisimilmente dire, ponendo attenzione a quel «invocò il Signore e fece voto», che se ha fatto le due cose, cioè invocare il Signore e fare voto, forse «invocò» è posto nel significato comune per noi di preghiera; e «fece voto» nel significato con cui si trova nel Levitico e nei Numeri. Infatti l’espressione: «Lo darò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo» non è propriamente invocazione, ma voto, quale fece anche Jefte: «E fece voto Jefte al Signore e disse – Se mi darai i figli di Ammon in mano mia, chiunque sarà che uscirà dalle porte della mia casa e verrà incontro mentre ritorno in pace dai figli di Ammon, sarà per il Signore e lo offrirò in olocausto».

Invocazione, voto, preghiera

CAPITOLO V

Obiezioni sulla preghiera: è essa utile?

1. Se dunque dopo ciò è necessario, come avete comandato, esporre dapprima le opinioni di coloro i quali credono che nulla si ottiene dalle preghiere e perciò dicono che è superfluo pregare, non rifiuteremo di fare anche questo, per quanto possiamo, prendendo il nome euché nel significato più comune e più semplice [lacuna]. L’argomento invero è banale e non trova illustri rappresentanti, tanto che non si incontra affatto – tra quelli che ammettono la Provvidenza e pongono Dio al governo di tutte le cose – chi non accolga la preghiera. Tale dottrina è di coloro che sono completamente atei e negano l’esistenza di Dio, o di quelli che ammettono Dio solo di nome, ma non la sua Provvidenza. Tuttavia già la potenza dell’Avversario volendo mescolare le più empie credenze al nome di Cristo e alla dottrina del Figlio di Dio riesce a persuadere certuni che persino non si deve pregare. I sostenitori di questa tesi sono quelli che proprio non ammettono le cose sensibili, e non si servono né del battesimo, né dell’eucaristia, travisano le Scritture quasi che non esigessero un certo pregare, ma insegnassero una preghiera completamente diversa.

La prescienza di Dio renderebbe vana la preghiera

2. Queste che seguono potrebbero essere le motivazioni di coloro che respingono la preghiera, ma che pongono poi Dio al governo di tutte le cose e affermano l’esistenza della Provvidenza (per ora infatti, non mi propongo di esaminare le affermazioni di coloro che rifiutano del tutto Dio con la sua Provvidenza). Eccole: Dio conosce tutte le cose prima della loro nascita e nessuna è conosciuta da Lui per la prima volta quando appare, solo per il fatto di esistere, quasi che prima d’allora non fosse conosciuta. Che bisogno c’è dunque di indirizzare la preghiera a chi, prima ancora di pregarlo, sa ciò che a noi manca? «Sa infatti il Padre celeste di cosa abbiamo bisogno prima che noi lo preghiamo». È giusto poi che essendo il Padre il creatore di tutto, «che ama tutte le cose esistenti e nulla detesta di quel che fece», con un piano di salvezza dispensi quanto necessita a ciascuno, senza che preghi, a guisa di un padre che ha cura dei figlioletti e non attende la loro domanda. D’altronde, non sarebbero del tutto in grado di chiedere, oppure per la loro ignoranza vorrebbero spesso ottenere ciò che è in contrasto con quanto è loro utile e adatto. Noi uomini distiamo dalla mente di Dio più che non la fanciullezza dalla mente dei genitori.

La preghiera per il sole

3. È ragionevole pensare che Dio non solo preveda il futuro, ma anche lo prestabilisca, e nulla ai suoi occhi accada all’infuori di ciò che è stato preordinato. Poniamo che uno preghi perché il sole sorga: verrebbe creduto stolto, poiché chiede che accada per mezzo della sua preghiera ciò che sarebbe avvenuto anche senza pregare. Sarebbe ugualmente insensato l’uomo che credesse si avverasse per mezzo della sua preghiera ciò che assolutamente sarebbe accaduto anche se non avesse pregato. Un altro esempio: se supera ogni follia chi, per il fatto di un sole da solstizio estivo che lo molesta e lo scotta, crede che con la preghiera il sole si sposterà nelle costellazioni invernali, onde ne trarrà godimento dall’aria temperata; chiunque credesse di non soffrire per le circostanze che necessariamente accadono all’umanità, solo perché prega, sorpasserebbe ogni ragionevolezza.

Predestinati… a non essere ascoltati

4. Se poi «sono traviati i peccatori fin dal seno materno» e il giusto è segregato «fin dall’utero della madre e non essendo ancora nati, non avendo fatto né bene né male, affinché stesse fermo il proponimento di Dio secondo l’elezione, non per riguardo alle opere, ma a colui che chiamò, è detto – Il maggiore servirà al minore» Poiché se siamo peccatori fin dalla nascita, siamo traviati; se poi fummo eletti fin dal seno della nostra madre, ci toccherà la parte migliore, anche senza averla domandata. Quale preghiera infatti fece Giacobbe, se prima di nascere fu predetto che avrebbe imperato su Esaù, e il fratello gli avrebbe servito? E cosa fece di male Esaù per essere odiato prima della nascita? Per che scopo prega Mosè – come troviamo nel Salmo 89 – se Dio è il suo rifugio «prima che fossero fatti i monti e formata la terra e il mondo»?

E gli eletti non hanno bisogno di pregare

5. Ma anche di tutti quelli che si salveranno è scritto nella lettera agli Efesini che il Padre li elesse in Cristo «prima della formazione del mondo perché fossero santi ed immacolati al suo cospetto, in carità; avendoli predestinati all’adozione in figlioli per mezzo di Cristo, a gloria di Lui» pregasse mille volte, non sarebbe ascoltato. «Poiché quelli che Dio ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere l’immagine della gloria del suo Figlio; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati». Perché allora si turba Giosia o perché, pur pregando, si preoccupa se sarà ascoltato o no essendo stato chiamato profeta prima di molte generazioni? E non solo essendo rivelato per quanto avrebbe fatto, ma dal momento che fu preconizzato ad essere udito da molti? Giuda poi, a che scopo prega, cosicché anche la sua preghiera si cangia in peccato, essendo stato predetto fin dai tempi di Davide che avrebbe perso il suo ufficio, e sarebbe stato preso da un altro il suo posto? Ne scaturisce che, essendo Dio immutabile ed avendo previsto tutte le cose e poiché è fedele a quello che ha prestabilito, è assurdo pregare credendo di mutare la sua volontà in virtù della preghiera come fatta a chi non abbia già prestabilito, ma attende che gli giunga la singola preghiera: in tal caso non prima, ma solo in quel momento Dio fisserebbe ciò che gli è sembrato giusto.

Lo schema della trattazione

6. Inserisco a questo punto quelle parole che nella lettera a me indirizzata così suonano: primo, se Dio è conoscitore del futuro e bisogna che si avveri, vana è la preghiera; secondo, se tutto accade conforme al volere di Dio ed immutabili sono i suoi disegni, e nessuna delle cose che vuole si può mutare, è inutile pregare. Ora mi par utile, come primo assunto, esporre le seguenti considerazioni atte a rimuovere le difficoltà che sono una remora alla preghiera.

CAPITOLO VI

Moto estrinseco e moto intrinseco delle cose

1. Delle cose che si muovono, in alcune le cause del movimento risiedono fuori di loro (sono quelle inanimate e tenute insieme dall’essere disposte in un certo modo; e quelle che sono mosse per una causa fisica e spirituale, non sono mosse in virtù di quel che sono, ma soltanto per esser simili a quelle che hanno la ragion d’essere nella semplice loro costituzione; le pietre per esempio, tratte dalla cava, e il legno reciso nella radice, tenuti insieme dalla sola essenza loro, hanno il motore fuori di sé). Ma anche i corpi degli animali e le piante che si possono trasferire, quando vengono trasportati da qualcuno, non come piante o animali sono trasportati, ma come fossero pietre e legno privi della facoltà di crescere, e, quand’anche si muovessero, per il fatto di trovarsi tutti i corpi corruttibili in uno stato di precarietà, anche queste cose possederebbero di conseguenza quella specie di movimento che consiste nella corruzione. Vengono inoltre come seconde le cose mosse da un intrinseco principio o anima, e coloro che si servono con maggior proprietà di termini le chiamano anche mosse da sole. Il terzo è il movimento degli animali, che si chiama movimento spontaneo. Penso che il moto degli esseri dotati di ragione sia movimento libero. E se togliamo dall’animale quel moto spontaneo, non si può più pensare che resti un animale, ma sarà simile o alla pianta mossa dalla sola natura, o alla pietra scagliata mossa da una forza estrinseca. Ma se un essere segue il proprio movimento, poiché lo chiamammo movimento libero, è necessario che quest’essere sia razionale.

L’uomo si scopre meravigliosamente libero

2. Quelli dunque che negano in noi il libero arbitrio,necessariamente accolgono questa ben sciocca affermazione: primo, che noi non siamo esseri animati; secondo, poi, che non siamo neppure ragionevoli ma, come legati ad un agente esterno, noi stessi non ci muoviamo affatto: potremmo dire di fare per mezzo di quell’agente le cose che crediamo fare da soli. Faccia soprattutto uno attenzione alla propria esperienza e veda se non è un’affermazione irriverente quella per cui non sia lui stesso a volere, a mangiare, a camminare, ad acconsentire e accogliere qualsivoglia opinione, a respingerne altre come false! Come dunque è impossibile che l’uomo assenta a certe opinioni, anche se le rafforzi con mille ragioni e si serva di persuasivi discorsi, così è impossibile che uno sia disposto a pensare che in fatto di atti umani proprio nulla resti in suo potere. Chi infatti crede che niente si possa comprendere, o vive nel dubbio universale? Chi non rimprovera il servo avendone scoperto la figura del famiglio infedele? E v’è qualcuno che non redarguisce un figlio che non ha il dovuto rispetto per i genitori? O non biasima e riprende la donna adultera come una che commette un’azione turpe? Poiché è violenta la verità e procede fatalmente nonostante uno cerchi mille sofismi; essa ci spinge a lodare o a biasimare giacché si conserva libera e merita la lode o il biasimo da parte nostra.

La prescienza di Dio non toglie la libertà

3. Se dunque la nostra volontà è libera e possiede innumerevoli tendenze alla virtù o al vizio, a ciò che si addice o a ciò che è disdicevole, è necessario che insieme alle altre cose sia stata conosciuta da Dio prima che essa fosse fin dalla creazione e dalla fondazione del mondo, e quale doveva essere. In tutte le cose che Dio preordinò in accordo con ciò che vide di ciascuna nostra libera azione, Egli prestabilì, secondo quanto postulava ogni movimento delle cose stesse in nostro potere, quello che deve accadere in virtù della sua Provvidenza ed inoltre quello che accadrà secondo l’intreccio degli eventi. La prescienza di Dio non è che sia causa determinante delle cose future e di quelle che saranno compiute dal nostro arbitrio secondando il nostro impulso. Se infatti, poniamo, Dio non conoscesse le cose future, non per questo non potremmo fare una cosa e volerne un’altra; piuttosto segue che, dalla previsione di Dio, tutto ciò che è in nostro potere è ordinato per l’armonia dell’universo, in modo utile alla bellezza dell’insieme.

Dio mette in conto le preghiere dell’uomo

4. Se dunque Dio conosce ogni nostro libero atto,e in virtù di questa prescienza Egli dispone secondo la sua Provvidenza ciò che bene si adatta ai meriti di ognuno, e conosce precedentemente che cosa e con quale disposizione d’animo l’uomo di fede chieda pregando, ed ogni suo desiderio, è così che organizzerà tutte le cose in modo ordinato, sulla base della prescienza: questi che prega consapevole, per il fatto che mi prega, l’esaudirò; quegli, o perché non degno d’essere esaudito o perché mi ha pregato di quelle cose che né a lui giova ottenere, né a me conviene concedere, non sarà esaudito. Diciamo dunque che è proprio per la stessa preghiera che una persona sarà esaudita e l’altra no. E se alcuno si turba al pensiero che le cose siano determinate, essendo Dio infallibile conoscitore del futuro, bisogna a costui rispondere che Dio conosce di necessità l’uomo, ma che quell’uomo non vuole necessariamente né fatalmente il bene o il male, in modo da essergli precluso ogni mutamento in meglio. E ancora dice Dio: «Queste cose compirò per costui che mi pregherà, poiché è bene che l’esaudisca, se mi pregherà in sincerità e pregando non si distrarrà; mentre pregherà per poco, “darò quelle e quest’altre cose in misura più abbondante di quanto chiede o pensa” momento a cooperare alla sua salvezza e l’assista fin d’ora; a un altro io manderò per così dire un altro angelo di dignità più elevata, perché quest’uomo è destinato ad essere migliore del primo; da un terzo invece che, dopo essersi dato all’eccellente dottrina si sarà indebolito e ripiegato alquanto alle cose terrene, io allontanerò quell’ottimo soccorritore; staccatosi che sarà, come si meritava, trovandosi padrone di sé, ecco una potenza cattiva, colto il momento per tendere insidie al suo torpore, presentatasi, lo stimolerà a diversi peccati, poiché egli si è dimostrato pronto a peccare.

I disegni divini su Giosia, Giuda e Paolo

5. Così dunque potrà dire l’Ordinatore di tutte le cose: «Ecco Amos generare Giosia, che non imiterà i falli del padre, ma messosi in questa via che conduce alla virtù per opera di quelli che l’assisteranno, sarà retto e virtuoso, e abbatterà l’altare per cui Geroboamo peccò nell’innalzarlo. So pure che Giuda, mentre il Figlio mio abitava tra gli uomini, all’inizio sarà buono e virtuoso, ma in seguito devierà e cadrà nei peccati degli uomini; per questo sarà giusto che soffra di quelle tali punizioni». (Ciò previde forse per tutte le cose, ma per Giuda e gli altri misteri certamente, anche il Figlio di Dio, che ha visto, nella prospettiva del futuro, Giuda e i peccati da lui commessi; così da dire, con piena visione delle cose, prima che Giuda fosse nato, per bocca di Davide: «O Dio, non tacere la mia lode», ecc.). «Conoscendo dunque il futuro, e quale slancio avrebbe avuto al bene Paolo, disse leggendo nel mio disegno, prima che fondasse il mondo e mettesse mano all’opera della creazione: lo eleggerò e, dopo nato, lo affiderò a queste potenze ausiliatrici della salvezza degli uomini, segregandolo dal seno della madre; lasciando che all’inizio, in gioventù, con zelo (di persecuzione) misto all’ignoranza (del vero), con il pretesto di pietà perseguitasse coloro che credevano nel mio Cristo e custodisse le vesti dei lapidatori del mio servo e martire Stefano. Anche perché in seguito, deposta la giovanile baldanza, cogliendo il momento favorevole e mutatosi in meglio, non si gloriasse al mio cospetto, ma dicesse – Non sono degno d’essere chiamato apostolo, perché perseguitai la Chiesa di Dio, e presagendo la mia futura benevolenza verso di lui dopo i giovanili errori, falsati di pietà, dicesse – Ma per grazia di Dio sono quel che sono, e trattenuto dalla coscienza di quanto era stato commesso contro Cristo da lui quando era ancora giovane, non insuperbisse a motivo dell’abbondanza delle rivelazioni manifestategli per la mia benevolenza».

CAPITOLO VII

La libertà degli astri

In risposta all’obiezione circa la preghiera fatta perché il sole sorga, va detto questo: anche il sole ha una sua libera volontà lodando con la luna Dio. Dice infatti la Scrittura: «Lodatelo, sole e luna». Evidentemente anche la luna e in conseguenza tutte le stelle sono dotate di libero arbitrio: «Lodatelo, tutte voi stelle, e tu luce». Dunque – lo abbiamo detto – Dio si serve della libera volontà di ciascun essere della terra e lo ha convenientemente ordinato ad una qualche utilità di chi è sulla terra; si deve supporre quindi che per mezzo della volontà del sole, della luna e degli astri, con necessità sicurezza stabilità sapienza, abbia ordinato in armonia con tutto l’universo il cammino e il movimento delle stelle. E se la mia preghiera non è senza effetto quando è per le cose dipendenti dalla volontà altrui, tanto più è efficace allorché viene indirizzata per quello che dipende dalla libera volontà delle stelle in armoniosa danza per tutto l’universo. Se delle cose terrestri si può dire che certe immagini generate dagli oggetti circostanti provocano la nostra debolezza o la nostra inclinazione al male, così da farci compiere o dire questo o quello; delle cose celesti, invece, quale impressione può mai far deviare ed aberrare dal corso così benefico per l’universo ciascuno di questi astri? Essi hanno un’anima dotata di ragione, inaccessibili all’influenza di queste immagini e costituita di un corpo etereo e purissimo.

CAPITOLO VIII

Condizioni irrinunciabili per una preghiera efficace

1. Non ritengo fuori luogo servirmi di un esempio un po’ particolare per esortare a pregare ed evitare che si tralasci la preghiera. Come non è possibile generare figli senza la donna e senza i mezzi procreativi, così uno non potrebbe ottenere certe cose se non pregando in un dato modo, con una conseguente disposizione di spirito, ed una particolare fede, se non ha tenuto una certa condotta anteriormente alla preghiera. Non si devono pertanto fare vane ciance, né chiedere le piccole cose, né bisogna pregare per quelle terrene o accostarsi all’orazione con pensieri agitati dall’ira. Ora, senza purità, non si riesce a comprendere come si possa attendere alla preghiera; colui che prega non può ottenere la remissione dei peccati se nel suo cuore non abbia perdonato al fratello che ha mancato e che chiede di ricevere il perdono.

Mettersi alla presenza di Dio

2. Inoltre credo che per molte vie riceva il frutto del suo pregare colui che prega nel modo dovuto o vi si applica con ogni sforzo. Innanzitutto grande aiuto ottiene chi, tutto intento in se stesso alla preghiera, si mette davanti a Dio in quello stato che conserverà nel pregare e si atteggia nel parlare a Lui come se Egli vedesse e fosse presente. Infatti, come certe immagini e ricordi degli oggetti che li hanno provocati turbano i pensieri di coloro il cui spirito è ingombrato da essi, allo stesso modo si deve credere che sia utile il ricordo di Dio presente, il quale scruta i moti reconditi dell’animo: costui deve disporsi a piacere come se fosse presente Dio e vedesse e prevenisse ogni pensiero, Lui che esamina i cuori ed esplora i reni. Che, poniamo, se poi nessun altro vantaggio ancora oltre a questo toccasse a chi abbia così disposto il suo animo alla preghiera, non si deve pensare che non sia toccato già un frutto a chi si è così devotamente atteggiato al momento di pregare. Coloro che si sono dedicati senza interruzione alla preghiera sanno per esperienza – se è stato fatto sovente – quante volte accada di esser tenuti lontani dai peccati e spinti alle buone azioni. Perché se la memoria e il ricordo di un uomo riputato e pieno di saggezza ci muovono alla sua imitazione e spesso frenano i bassi impulsi, quanto più il ricordo di Dio Padre di tutti, unito alla preghiera, giova a coloro che si sono persuasi di essersi posti alla sua presenza e di parlare a Lui che è in ascolto.

CAPITOLO IX

L’invito dell’apostolo Paolo

1. Bisogna fondare su prove scritturali quanto è stato detto, nel modo seguente: colui che prega deve elevare mani che avrà pure se perdona a tutti quelli che gli avranno recato offesa, se fa scomparire il sentimento d’ira dall’animo, né è in collera con alcuno. Parimenti, affinché la mente non sia inquinata da altri pensieri, occorre dimenticare, nel tempo in cui si prega, tutto quanto è estraneo alla preghiera (un simile stato è certamente il più felice), come insegna Paolo nella prima a Timoteo, dicendo: «Voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, levando pure mani senz’ira e senza dispute». Inoltre, la donna deve avere, massime quando prega, un ordine e un decoro in animo e in corpo; deve pensare, più che tutto, con la preghiera a venerare Dio, e cacciare dal dominio dell’anima ogni impuro e frivolo pensiero: adorna non di trecce o d’oro o di perle o di vesti sontuose, ma degli ornamenti che si confanno a una donna nunzia di pietà. Mi meraviglio se uno dubitasse di dir già beata in virtù della sola disposizione d’animo colei che tale si sarà messa a pregare. Insegnò infatti Paolo nella stessa lettera, dicendo: «Similmente le donne, in abito convenevole, con verecondia e modestia si adornino non di trecce e d’oro o di perle o di veste sontuosa ma come si conviene a donne che manifestino devozione per mezzo di opere buone».

La preghiera ci solleva dalla realtà materiale

2. Anche il profeta Davide dice che l’uomo santo, quando prega, deve avere molte altre disposizioni; ed è opportuno aggiungerle qui, perché appaia chiaramente – anche considerato in se stesso – il grandissimo vantaggio dello stato di preparazione alla preghiera da parte di chi si è dedicato a Dio. Dice dunque il Salmista: «A te che abiti nel cielo levai i miei occhi» e «Levai la mia anima a te, o Dio». Essendo infatti sollevati gli occhi della mente dall’indugiare sulle cose terrene e dal saziarsi delle immagini provenienti dagli oggetti alquanto materiali, ed essendo così in alto da distogliere lo sguardo dalle cose mortali e rivolgerlo alla pura contemplazione di Dio e parlare devotamente e convenientemente a Lui che ascolta, come non ottennero già il massimo vantaggio simili occhi che «mirarono la gloria del Signore a viso scoperto e sono trasformati nella stessa immagine, di gloria in gloria»? Giacché allora partecipano di un certo intellettuale effluvio divino, come è chiaro dal versetto: «È impressa su noi la luce del tuo volto, Signore». L’anima poi, sollevata e seguendo lo Spirito, separandosi dal corpo – né solo seguendo lo Spirito, ma essendo in Esso (come appare dalle parole: «A Te levai l’anima mia» ) – come può non diventare spirituale, deponendo essa ormai la natura propria?

Perdonare, poi pregare

3. Se il perdono è una cosa eccelsa da esserne racchiusa tutta la legge, secondo il profeta Geremia che dice: «Non questi comandamenti ho dato ai padri nostri quando uscirono dall’Egitto, ma questo ho comandato: ciascuno non serbi rancore in cuor suo al prossimo»; mettendoci invero a pregare senza rancore noi osserviamo il comandamento del Salvatore che dice: «Quando state pregando, perdonate se avete qualcosa contro qualcuno». È proprio chiaro che se preghiamo con queste disposizioni abbiamo già ottenuto il massimo vantaggio.

CAPITOLO X

Pregare senza rancore verso Dio

1. Se, per ipotesi, come è stato detto, non tien dietro alcun beneficio dalla nostra preghiera, già l’aver compreso come bisogna pregare e riuscirci è il più bel vantaggio. È evidente che colui che così prega non avrà ancora finito di pregare e starà contemplando la potenza di Colui che l’ascolta, quando sentirà: «Ecco, Io sono presente», purché abbia deposto prima di pregare tutto il suo malcontento verso la Provvidenza. Ne è prova la parola della Scrittura: «Purché tu tolga di mezzo a te la catena e cessi di stendere il dito e dire parola di mormorazione». Chi è contento di tutto quello che gli capita è libero da ogni legame e non punta il dito contro Dio che dispone ciò che vuole per la nostra prova. Non mormora neppure nel segreto dei suoi pensieri né con voce che gli uomini possono udire; questo modo di lamentarsi – proprio dei servi cattivi che non biasimano apertamente gli ordini dei padroni – hanno coloro che non osano dire proprio male a voce spiegata e a cuore aperto della Provvidenza per quel che accade; sembra che vogliano nascondere, al Signore di tutto, ciò per cui sono infastiditi. Tale mi pare il significato del versetto di Giobbe: «In tutte queste cose che accaddero, in nulla peccò Giobbe con le labbra davanti a Dio», e sulla tentazione che precedette è scritto: «In tutte queste cose che accaddero in nulla peccò Giobbe davanti a Dio». Ma l’ammonimento rivolto contro la mormorazione è nel Deuteronomio: «Bada che un’occulta parola non diventi nel tuo cuore iniquità, dicendo: si avvicina l’anno settimo», e quel che segue.

Il Verbo di Dio si unisce alle preghiere

2. Colui che così prega, dopo aver ottenuto questi vantaggi, diventa più disposto ad immedesimarsi con lo spirito del Signore che ha riempito tutta la terra e il cielo e per mezzo del profeta parla così: «Forse che Io non riempio il cielo e la terra, come dice il Signore?». Inoltre, in virtù di quella purezza di cuore cui abbiamo accennato, si unirà anche alla preghiera del Verbo di Dio che sta in mezzo persino di coloro che non lo conoscono, che non abbandona la preghiera di nessuno, che prega il Padre insieme a colui del quale è mediatore; poiché il Figlio di Dio è sommo sacerdote delle nostre suppliche e nostro difensore presso il Padre, unendosi a pregare per quelli che pregano e a invocare per quelli che domandano. Ma non pregherà – come si prega per gli amici – in favore di coloro che non sono assidui nella preghiera fatta in suo nome; non difenderà presso Dio facendo propria la causa di quelli che non gli obbediscono quando insegna che bisogna sempre pregare senza stancarsi. Sta scritto: «Narrava infatti una parabola sul dovere di pregare sempre e di non stancarsi. Vi era un giudice in una città…», ecc. E nei versetti precedenti: «E disse loro – Chi di voi avrà un amico e andrà da lui a mezzanotte, dicendogli: Amico, prestami tre pani, perché m’è giunto di viaggio in casa un mio amico e non ho niente da mettergli dinanzi», e poco dopo: «Vi dico che anche se non s’alzasse a darli perché è suo amico, levatosi almeno per la sua importunità, gliene darà quanti ne ha bisogno». Ma quanti di coloro che credono alle parole di verità di Gesù non si volgeranno prontamente a pregare, dal momento che Egli dice: «Chiedete e vi sarà dato, poiché chiunque chiede riceve»? Poiché il Padre buono dà a coloro che hanno ricevuto dal Padre lo Spirito di adozione di pane vivo – se noi lo chiediamo –, non quella pietra che l’Avversario vuole diventi cibo a Gesù e ai suoi discepoli: «E dà il Padre a quelli che lo chiedono quel che è buono, facendo cadere la pioggia a favore di coloro che lo pregano».

CAPITOLO XI

Gli angeli pregano con noi

1. Ma non solo il Sommo Sacerdote prega con coloro che sinceramente pregano, ma anche «gli angeli del cielo che godono più per un peccatore che si pente che per novantanove giusti che di pentimento non hanno bisogno», e le anime dei santi che già riposano. Ciò è manifesto dall’offerta di Dio di un sacrificio conveniente da parte di Raffaele per Tobia e Sara – infatti dopo la preghiera di entrambi «fu ascoltata», dice la Scrittura, «la preghiera dei due nel cospetto della gloria del grande Raffaele e fu mandato a guarire entrambi». Lo stesso Raffaele, dispiegando allora la sua angelica missione in conformità di un comando di Dio, verso entrambi, dice: «Ed allora quando tu e tua nuora Sara pregasti, io presentai il ricordo della vostra preghiera al cospetto del Santo», e poco oltre: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che presentano le preghiere dei santi e s’introducono al cospetto della gloria del Santo». Secondo la parola di Raffaele, dunque, «buona cosa è la preghiera con il digiuno, l’elemosina e la giustizia». Conferma l’intercessione dei santi, anche Geremia: «apparendo segnalato per età e gloria così da avere attorno a sé una maestà sì meravigliosa e splendida, e stendendo la destra e dando a Giuda una spada d’oro». Un altro santo morto prima testimonia di lui così: «Questi è Geremia profeta di Dio, colui che prega molto per il popolo e per la città santa».

La preghiera nel Corpo mistico

2. Poiché i santi avranno svelato «a faccia a faccia» la conoscenza che in questa vita è «solo come in uno specchio e per enigma», sarebbe incongruente non applicare per le altre virtù questa analogia, quando proprio colà raggiungono la perfezione le cose che quaggiù sono soltanto cominciate. La principale virtù secondo la parola di Dio è l’amore verso il prossimo; bisogna ammettere che i santi già morti la esercitano più che mai verso quelli che lottano ancora nella vita, molto più di quanto lo possono fare coloro che, essendo sottomessi alla debolezza umana, aiutano ancora nella lotta i fratelli più deboli; poiché il testo: «se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui e se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui»non si applica solo a quelli che amano i fratelli quaggiù. Ma si applica opportunamente anche all’amore di quelli che sono al di là della vita presente la parola di san Paolo: «L’ansietà per tutte le chiese. Chi è debole che io non sia debole? Chi è scandalizzato che io non arda?». Cristo stesso ha dichiarato di essere ammalato in ciascuno dei santi che sono ammalati, che è in carcere, che è nudo, straniero, che soffre la fame e la sete. Chi ignora, di coloro che hanno letto il Vangelo, che il Cristo, riferendo a Se stesso le sofferenze dei suoi credenti, soffre quel che soffrono questi?

La diaconia degli angeli

3. Se «gli angeli di Dio, avvicinatisi a Gesù, lo servivano», non bisogna pensare che questo ministero fosse per il breve tempo della sua dimora con il corpo tra gli uomini e quando si trovava ancora in mezzo ai credenti non come colui che è a tavola, ma che serve. Quanti angeli, senza dubbio, servono Gesù che vuole raccogliere a uno a uno i figli di Israele e radunare quelli che sono dispersi e salvare quelli che lo temono e lo invocano; ancor più degli Apostoli collaborano ad allargare e ad accrescere la Chiesa, cosicché Giovanni dice nell’Apocalisse che vi sono degli angeli preposti al governo della Chiesa. Infatti non per nulla gli angeli di Dio salgono e scendono sopra il Figlio dell’uomo, visibili agli occhi illuminati dalla luce della conoscenza.

È la Provvidenza a far incontrare chi prega con chi esaudisce

4. Essi dunque, nel tempo della preghiera, richiamati da colui che prega per le sue necessità, adempiono quanto è in loro potere, consapevoli della missione universale che hanno ricevuto. Serviamoci di un’immagine particolare per illustrare il nostro pensiero. Facciamo il caso di un medico che si preoccupa di esser giusto, presso un malato che ha chiesto di esser guarito; il medico possiede i mezzi per curare il male per cui l’infermo prega. È evidente che egli sarà stato mosso a curare chi lo pregava, giustamente supponendo che proprio questo era il disegno di Dio che ascoltò la preghiera di chi invocava la liberazione dal male. O ecco il caso di un uomo che possiede in abbondanza i beni della vita, generoso, ascolta la preghiera del povero che rivolge a Dio la domanda per quanto ha bisogno. Certamente, anche costui esaudirà la preghiera del povero, facendosi ministro della volontà del Padre che avvicina, nel tempo della preghiera, colui che può dare e colui che prega; non potendo, per l’essenza della sua bontà, dimenticare il bisognoso.

L’aiuto dell’angelo custode

5. Si deve credere, pertanto, che questi fatti, quando accadono, non dipendano soltanto dal caso, ma Colui «che ha contato tutti i capelli del capo» dei santi, nel momento della preghiera, ha avvicinato quasi sincronicamente chi può porgere aiuto con il dare ascolto a chi ha bisogno della sua benevolenza e chi devotamente prega. Bisogna anche pensare che talora si trovino presenti, a chi prega, gli angeli che vedono e cooperano con Dio per ottenere quanto l’orante ha chiesto. Ma anche l’angelo di ciascuno e di quelli che sono piccoli nella Chiesa, che sempre vede la faccia del Padre celeste e contempla la divinità del nostro Creatore, prega e coopera con noi, per quanto può in merito alle nostre suppliche.

CAPITOLO XII

La preghiera, dardo contro Satana

1. Oltre a ciò io credo che le parole della preghiera dei santi, essendo ripiene di potenza soprattutto quando, pregando, pregano in spirito e in intelletto; con una potenza divina, qual luce che sorge dalla mente dell’orante e procede dalla sua bocca, soffochino il veleno spirituale infuso dalle potenze avverse nella parte-guida dell’anima di quelli che trascurano di pregare e non osservano il comando: «pregate senza tregua» detto da Paolo secondo le esortazioni di Gesù. La preghiera infatti, come un dardo aguzzato dalla conoscenza, dalla ragione e dalla fede, scaturisce dall’anima dell’uomo santo che prega, ferendo a morte e a rovina gli spiriti nemici di Dio i quali vogliono avvolgerci nelle catene del peccato.

Come pregare incessantemente

2. Colui che alle obbligatorie opere unisce la preghiera e alla preghiera le convenienti azioni, incessantemente prega, poiché le opere di virtù o i comandamenti osservati sono in parte preghiera; poiché soltanto così possiamo accogliere il «pregate senza tregua» come un comando traducibile in pratica, se chiameremo tutta la vita del santo un’unica, continua, grande orazione. Parte di siffatta preghiera è quella comunemente intesa e che si deve fare non meno di tre volte tutti i giorni; ad essa allude chiaramente Daniele che pregava tre volte al giorno quando era sotto la minaccia di un pericolo tanto grande. E Pietro poi «salendo sul terrazzo della casa, verso l’ora sesta, per pregare, quando vide discendere dal cielo un recipiente calato per le quattro estremità», allora recita la seconda delle tre preghiere, che prima di lui riporta già Davide: «Al mattino ascolterai la mia voce, al mattino mi metto dinanzi a te e guardo». Anche l’ultima è indicata con queste parole: «L’alzarsi delle mie mani sia il sacrificio della sera». Ma non termineremo il tempo della notte senza questa preghiera, secondo le parole di Davide: «A mezzanotte mi alzo a lodarti per i tuoi giusti giudizi»; e Paolo, come dice negli Atti degli Apostoli, «a metà della notte, quand’era a Filippi, pregava e lodava Dio insieme a Sila, cosicché li sentivano anche i carcerati».

CAPITOLO XIII

L’esempio del Signore

1. Ora, se Gesù prega e non invano, ottenendo per mezzo della preghiera ciò che chiede – senza pregare forse non l’otterrebbe –, chi di noi trascurerebbe la preghiera? Marco infatti dice che «la mattina, essendo ancora molto buio, levatosi, uscì e se ne andò in un luogo deserto e quivi pregava». E Luca: «e avvenne che essendo egli in orazione in un certo luogo, come ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse», e altrove: «e passò la notte in orazione a Dio». Giovanni poi descrive la sua preghiera, dicendo: «queste cose disse Gesù; poi, levati gli occhi al cielo, disse – Padre, è giunta l’ora, glorifica il tuo Figlio affinché anche il tuo Figlio glorifichi te»; ancora ivi: «sapevo, invero, che sempre mi ascolti». Queste parole del Signore mostrano che chi sempre prega sempre viene esaudito.

Modelli biblici di preghiera

2. Ma che bisogno c’è di enumerare coloro che, pregando come si conviene, ottennero da Dio le più grandi grazie, potendo ciascuno scegliersi parecchi esempi dalle Scritture? Anna ottenne la nascita di Samuele che fu annoverato insieme a Mosè; siccome non aveva figli, credette e pregò il Signore; Ezechia, senza figli, e saputo da Isaia che sarebbe morto, pregò e fu compreso nella genealogia del Salvatore. Il popolo stava ormai per soccombere sotto un unico editto, frutto delle insidie di Aman: ma essendo stata ascoltata la preghiera e il digiuno di Mardocheo ed Ester, oltre alla festa di Mosè, procurarono al popolo «un giorno di letizia di Mardocheo». E anche Giuditta, avendo rivolto una santa preghiera, con l’aiuto di Dio vinse Oloferne, e una sola donna ebrea segnò con un marchio d’infamia la casa di Nabucodonosor. Anania e Azaria e Misaele, essendo stati esauditi, furono fatti degni di ricevere «il vento spirante rugiada» che impedì l’azione del fuoco. Le preghiere di Daniele fecero tacere i leoni nella fossa di Babilonia; e Giona, non disperando che sarebbe stato ascoltato dal ventre del pesce che l’aveva inghiottito, portò a termine, una volta uscito dal ventre del pesce, il resto della sua missione profetica a Ninive.

Vittorie spirituali ottenute con la preghiera

3. Anche ciascuno di noi, ricordando con gratitudine i benefici ricevuti, se volesse lodarne Dio, quanti ne avrebbe da enumerare! Quelle anime, infatti, che sono state tanto senza prole, accortesi della sterilità nelle più intime fibre dello spirito e della infecondità della mente, rese come gravide dallo Spirito Santo, in virtù di una costante preghiera, hanno generato parole salvifiche piene dei precetti di verità. D’altronde, quanti nemici non furono abbattuti, pur combattendoci con immenso numero di forze ostili e volendo staccarci dalla fede in Dio! Avendo confidato «questi nei carri, quelli invece nei cavalli, ma noi nel nome del Signore», pregando vediamo che «veramente il cavallo è fallace per salvare». Colui che ha confidato nella lode a Dio – infatti Giuditta vuol dire lode – vince spesso il capo dei nemici simboleggiato nella parola ingannevole e suasiva che getta il terrore perfino tra quelli che si credeva avessero fede. Quanti ancora, caduti in tentazioni spesso difficili a superarsi e più brucianti di qualsiasi fiamma, non riportarono sofferenza alcuna, bensì passarono completamente illesi non ricevendo neppure l’eventuale danno dell’odore del fuoco nemico. Si devono portare ulteriori esempi? Non abbiamo fatto con la preghiera tacere sovente delle fiere scatenate, altrettanti spiriti maligni e uomini cattivi, che non poterono conficcare i loro denti nelle membra divenute di Cristo? Spesso infatti per ciascuno dei santi «il Signore spezzò le mascelle dei leoni e si strussero come acqua che scorre via». Conosciamo, per la verità, di quelli che frequentemente trasgredirono i comandamenti di Dio, che in bocca alla morte infuriante fin dall’inizio contro di loro si salvarono con la penitenza da simile perdizione e non dubitarono di poter venire salvati quando già la morte li aveva in potere nel suo ventre: «E li aveva divorati la morte, nella sua forza, ma Dio di nuovo asciugò tutte le lacrime da ogni volto».

Significato allegorico delle grazie materiali

4. Quanto ho detto lo ritengo molto necessario dopo l’enumerazione di quelli che con la preghiera ricevettero un aiuto; cercando di distogliere quanti desiderano la vita spirituale che è in Cristo dal pregare per le piccole cose della terra, e di volgere quelli che mi leggeranno ai beni eccelsi di cui erano esempi i casi esposti. Giacché ogni preghiera, per ottenere quelle grazie spirituali e mistiche, è sempre fatta da colui che milita «non secondo la carne, ma mortifica gli atti della carne secondo lo spirito», poiché quelle cose, che se scrutiamo attentamente ci sono presentate per via dell’interpretazione mistica, sono preferibili ad ogni beneficio che sembra toccare a quelli che pregano secondo il senso letterale. Dobbiamo infatti aver cura che la nostra anima non diventi sterile ed infeconda, se ascoltiamo la legge spirituale con orecchie spirituali, per cessare di essere sterili ed infecondi e per venire esauditi al pari di Anna ed Ezechia; e affinché siamo liberati come Mardocheo, Ester e Giuditta dalla malvagità dei nemici spirituali che ci tendono insidie. E poiché l’Egitto è una fornace di ferro, simbolo di ogni luogo terrestre, chiunque sia sfuggito alla malizia della vita umana e non sia stato bruciato dal peccato, né abbia il cuore come un fornello infuocato, non renda minori grazie di coloro che nel fuoco provarono la rugiada! Ma anche colui che nell’aver pregato e detto: «Non abbandonare alle fiere l’anima che ti dà lode» fu esaudito e nulla soffrì da parte del serpente e del basilisco per avere, in virtù dello stesso Cristo, «camminato su essi e calpestato il leone e il drago», e valendosi del bel potere datogli da Gesù «di calcare serpenti e scorpioni e tutta la potenza del nemico» non ricevette nessuna offesa da parte di questi; costui, dico, renda grazie maggiori di Daniele perché è stato liberato da belve più terribili e nocive. Inoltre, chi sa di quale pesce è immagine quello che inghiottì Giona e ha capito che è di quello menzionato da Giobbe: «La notte maledica chi maledice quel giorno, chi sa domare il grande pesce», se mai si trovi a causa d’un fallo nel ventre del pesce, pentendosi preghi: di là uscirà; ed uscitone, perseverando nell’ubbidienza ai comandi di Dio, potrà far la profezia ai maledetti di Ninive con la benevolenza dello Spirito, ed essere a loro esca di salvezza: non disdegnerà la bontà di Dio, né domanderà che Dio perseveri nella sua severità con quelli che sono pentiti.

Gli effetti spirituali della preghiera sono i più sicuri

5. E il vantaggio più grande che poté ottenere Samuele con la preghiera, spiritualmente lo può ancor ora conseguire ognuno di coloro che sono realmente uniti a Dio, essendo divenuti degni di essere esauditi. Sta scritto infatti: «Ma adesso, fermatevi ancora e vedete questo grande prodigio che il Signore compie davanti ai vostri occhi. Non è forse oggi la mietitura del grano? Invocherò il Signore e manderà tuoni e pioggia». E poco oltre: «E invocò – è scritto – Samuele il Signore e il Signore mandò tuoni e pioggia in quel giorno». Ad ogni santo, infatti, e al vero discepolo di Gesù, il Signore dice: «Levate gli occhi vostri e mirate le campagne come già son bianche da mietere. Il mietitore riceve premio e raccoglie tutto per la vita eterna». In questo tempo della mietitura grande miracolo compie il Signore agli occhi di quelli che ascoltano i profeti; poiché se colui che è adorno dello Spirito Santo invoca il Signore, Dio dà dal cielo tuoni e pioggia irrorante l’anima, affinché chi prima era nel peccato tema molto il Signore e il ministro della benevolenza di Dio, chiaramente degno di rispetto e di venerazione in virtù della sua intercessione. Ed Elia dischiuse in seguito con la parola di Dio il cielo chiuso agli empi per tre anni e sei mesi; simile effetto ottiene sempre ciascuno di quelli che accolgono con la preghiera la pioggia dell’anima di cui, a causa del peccato, erano innanzi privi.

CAPITOLO XIV

Il contenuto della preghiera

1. Dopo questa rassegna dei vantaggi che i santi conseguirono per mezzo della preghiera, esaminiamo le parole: «Chiedete le cose grandi, le piccole vi saranno aggiunte; chiedete le celesti e vi saranno aggiunte anche quelle della terra». Tutto ciò che è simbolo ed immagine, a paragone dell’autentico e dello spirituale, è cosa piccola e terrena. Quando la parola di Dio ci invita ad imitare le preghiere dei santi affinché otteniamo realmente ciò che essi ottennero solo in figura, intende dire che i beni terrestri e piccoli non sono che l’indicazione di quelli celesti e grandi. Quasi dicesse: Voi che volete essere spirituali, chiedete colle preghiere le cose celesti e grandi, affinché, essendo stati esauditi, riceviate come esseri celesti in eredità il regno dei cieli: e, da grandi che siete, godiate dei beni più grandi. Le cose terrene e piccole, di cui abbisognate per le corporali necessità, largisca a voi il Padre nella misura del vostro bisogno.

Le quattro forme di preghiera

2. E poiché nella prima lettera di san Paolo a Timoteo quattro nomi indicano quattro cose attinenti all’argomento della preghiera, sarà utile, messoci di fronte il testo, veder di poter interpretare esattamente ciascuno dei quattro significati. Ecco le parole: «Io esorto dunque, prima di tutto, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini» ecc. Ritengo pertanto che la supplica (déesis) sia la preghiera del bisognoso, supplichevolmente innalzata per ottenere qualcosa; la preghiera poi (proseuché), quella di chi domanda cose più grandi, fatta con intenzione più elevata e per dar gloria; invece l’intercessione (énteuxis) è la domanda a Dio di qualche cosa, da parte di chi ha una certa maggior confidenza; il ringraziamento (eucharistía) infine è la testimonianza unita alla preghiera per aver ottenuto i beni da Dio che accetta in cambio il riconoscimento della grandezza – o almeno ciò che sembra tale agli occhi del beneficato – della grazia concessa.

Esempi biblici di déesis

3. Come esempio di supplica citiamo le parole che Gabriele rivolse a Zaccaria quando questi pregava per la nascita di Giovanni: «Non temere Zaccaria, perché la tua preghiera è stata esaudita; e tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio al quale porrai nome Giovanni»; e le parole dell’Esodo, dopo che fu innalzato il vitello d’oro: «E supplicò Mosè al cospetto del Signore Iddio e disse – Perché t’accendi d’ira, o Signore, verso il tuo popolo che tu hai tratto dalla terra d’Egitto, con grande potenza?»; e nel Deuteronomio: «E pregai davanti al Signore per la seconda volta, come prima, per quaranta giorni e quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa di tutti i vostri peccati che avevate commesso»

Esempi biblici di proseuché

4. Del secondo genere di preghiera abbiamo esempi in Daniele: «E Azaria stando in piedi pregò in questo modo e aprendo la sua bocca in mezzo al fuoco disse», e in Tobia: «E pregò con dolore dicendo – Giusto sei, o Signore, e tutte le tue opere, tutte le tue vie sono misericordia e verità, e giudizio vero e giusto tu profferisci nei secoli». Poiché il luogo citato in Daniele lo segnano con l’obelo per non trovarsi nell’ebraico, e il libro di Tobia lo respingono i circoncisi come non canonico, prenderò dal primo libro dei Re il passo su Anna: «E pregò il Signore e pianse con gemito e fece voto e disse – Signore degli eserciti, se guardando mirerai allabassezza della tua ancella», ecc.. Anche in Abacuc: «Preghiera del profeta Abacuc, con il canto – Signore, ho udito la tua voce e ne ebbi timore. Signore, considerai le tue opere e provai stupore. In mezzo ai due animali sarai conosciuto; nell’avvicinarsi degli anni sarai conosciuto». Questo esempio chiarisce molto bene il valore del termine preghiera come proseuché quando viene elevata dall’orante con l’intento di dar gloria. Ma anche in Giona: «Pregò Giona il Signore suo Dio, dal ventre del pesce, dicendo – Gridai nella mia tribolazione al Signore mio Dio e mi ascoltò; dal seno del sepolcro del mio gemito udisti la mia voce; mi gettasti nella profondità, nel cuore del mare e le acque mi circondarono».

Esempi biblici di énteuxis

5. Il terzo esempio lo prendiamo da san Paolo che giustamente definisce la nostra una preghiera, ma quella per lo Spirito una intercessione, essendo più potente ed avendo confidenza con Colui cui si rivolge: «Non sappiamo come chiedere ciò che abbiamo da chiedere, ma lo Spirito intercede da Dio egli stesso per noi con sospiri ineffabili. E colui che investiga i cuori conosce qual sia il pensiero dello Spirito, perché esso intercede per i santi, secondo Dio». Lo Spirito infatti chiede e chiede con insistenza, noi invece preghiamo. Esempio di intercessione sembra essere anche quella fatta da Giosuè per fermare il sole sopra Gabaoth: «Allora Giosuè parlò al Signore nel giorno in cui Dio diede l’Amorreo nelle mani d’Israele quando li schiacciò in Gabaoth e furono fiaccati dalla faccia dei figli d’Israele. E disse Giosuè – Si fermi il sole sopra Gabaoth e la luna sulla valle di Elom». E nei Giudici mi pare che Sansone intercedesse dicendo: «Muoia la mia anima insieme a quelli non della mia razza, quando scosse con forza e rovinò la casa sopra i principi e tutto il popolo che v’era». Ora, se di Giosuè e di Sansone non sta scritto che intercedettero, ma che soltanto «parlarono», questo parlare mi sembra un’intercessione, che è diversa dalla preghiera, sempre badando al significato specifico dei termini. Esempio, infine, di ringraziamento è la voce del Signore nostro, quando dice: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»

Esempi biblici di eucharistía

6. La supplica, l’intercessione e il ringraziamento pertanto non è fuor di luogo rivolgerli anche agli uomini che sono santi, ma questi ultimi, cioè l’intercessione e il ringraziamento, pure agli uomini; ma la supplica solo ai santi, se troviamo un Pietro o un Paolo che ci soccorrano, rendendoci degni di partecipare del loro potere di rimettere i peccati. Infine, se abbiamo offeso uno che non sia santo, è concesso, convintici del peccato verso di lui, supplicare anche uno come è lui, affinché conceda il perdono alla nostra offesa. Se dunque agli uomini santi si devono rivolgere queste preghiere, quanto più si deve render grazie a Cristo che così grandi benefici ci ha fatto per volontà del Padre! Così dobbiamo anche intercedere presso di Lui, come fa Stefano: «Signore, non imputar loro questo peccato», e imitando il Padre dell’epilettico, diremo: «Ti supplico, Signore, di aver pietà, del mio figlio», cioè di me stesso o di qualsiasi altro.

CAPITOLO XV

La preghiera va diretta al Padre

1. Ora, se abbiamo compreso la vera essenza della preghiera, non dobbiamo pregare mai alcuno dei mortali, neppure lo stesso Cristo, ma solo il Dio e il Padre di tutte le cose, che anche lo stesso nostro Salvatore pregava (l’abbiamo detto prima) ed insegna a noi a pregarlo. Quando infatti sentì chiedersi: «Insegnaci a pregare», non insegnò a pregare se stesso, ma il Padre; così: «Padre nostro che sei nei cieli», ecc.. Se dunque è distinto il Figlio dal Padre nella sostanza e nella persona, come si spiega altrove, allora si dovrà pregare il Figlio e non il Padre, o entrambi, o il Padre solo. Ora, pregare il Figlio e non il Padre, tutti riconosceranno che sarebbe una cosa assurda e contro l’evidenza; pregare entrambi, è chiaro che dovremmo pregare parlando al plurale: accogliete, beneficate, elargite, salvate e simili. Cosa che appare assurda da sola e nessuno è in grado di addurre un luogo scritturale a suffragio di ciò; resta quindi da pregare solo Dio, Padre di tutte le cose, ma non senza il Sommo Sacerdote che è stato costituito con giuramento dal Padre secondo la formula: «Giurò e non si pentirà: tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec».

Cristo è mediatore tra noi e il Padre

2. Poiché dunque i santi rendono grazie nelle loro preghiere a Dio, è per mezzo di Gesù Cristo che gli rendono grazie. Poiché colui che prega con zelo non deve pregare Chi già prega, ma Quegli che il Signore nostro Gesù insegnò ad invocare durante le preghiere: il Padre; così non senza il Cristo si deve rivolgere al Padre la preghiera, poiché Lui stesso ce lo mostra chiaramente, dicendo espressamente: «In verità, in verità vi dico: se chiederete qualcosa al Padre mio, ve lo darà in nome mio. Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio; chiedete e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa». Non disse infatti: «chiedete a me», o semplicemente: «chiedete al Padre», ma: «se chiederete qualcosa al Padre in mio nome ve lo darà». Poiché prima di questo insegnamento di Gesù nessuno aveva chiesto al Padre in nome del Figlio; e quel che disse Gesù: «Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio» era la verità, come anche: «Chiedete e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa».

Il verbo adorare e il suo contesto

3. Ma se alcuno pensando di dover pregare Cristo stesso, turbato dal significato del verbo – adorare –, ci porterà il passo: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio», che veramente è detto di Cristo nel Deuteronomio, si dovrà rispondere che anche la Chiesa, chiamata dal profeta la Gerusalemme, dev’essere adorata dai re e dalle regine che ne sono divenuti nutritori e nutrici. È scritto infatti: «Ecco io levo la mia mano verso le genti e solleverò il mio vessillo sulle isole e porteranno i tuoi figli in grembo e solleveranno le tue figlie sulle spalle: E saranno i re tuoi nutritori e le loro regine tue nutrici. Al cospetto della terra ti adoreranno e lambiranno la polvere dei tuoi piedi e conoscerai che io sono il Signore e non sarai confusa».

Gesù, nostro fratello, prega il Padre con noi

4. Conseguentemente, dovette dire: «Perché mi chiami buono, nessuno è buono se non Dio solo, il Padre» allorché per mezzo della rigenerazione in me avete ricevuto lo spirito di adozione e il nome di figli di Dio e di miei fratelli; considerate infatti ciò che fu detto da me per voi al Padre, per bocca di Davide: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, nel mezzo dell’assemblea, inneggerò a te”. Ora non è giusto che si preghi il fratello da parte di quelli che si stimano degni di un Padre comune. Solo al Padre insieme a me, e per mezzo mio, dovete innalzare la vostra preghiera».

CAPITOLO XVI

Al Padre va elevata con fiducia ogni forma di preghiera

1. Sentendo Gesù che parla così, rivolgiamoci a Dio per mezzo di Lui, preghiamo tutti in un modo solo e non dividiamoci sulla maniera di pregare. Se gli uni pregano il Padre, gli altri il Figlio: non è un dividerci, questo? Commettono un peccato d’ignoranza, a causa della troppa semplicità per non investigare ed esaminare, coloro che pregano il Figlio insieme al Padre o senza il Padre. Preghiamolo dunque come Dio, intercediamo presso di Lui come Padre, supplichiamolo come Signore, rendiamogli grazie come Dio, Padre e Signore, non essendo Signore degli schiavi: infatti il Padre potrebbe essere giustamente chiamato anche Signore del Figlio e Signore di quelli che per mezzo di Lui sono diventati figli. Inoltre, come «non è il Dio dei morti, ma dei vivi», così non è il Signore degli oscuri schiavi ma di coloro che inizialmente con timore, per non esser ancora adulti, furono elevati in nobiltà, ma in seguito servono con un amore più gioioso di una schiavitù in stato di paura. Vi sono infatti nell’anima dei segni, caratteristici dei servi di Dio e dei suoi figli, che vede solo Colui che scruta i cuori.

Beni celesti portano anche beni terrestri

2. Chiunque quindi chiede a Dio le cose piccole e terrene disubbidisce all’invito di domandare i beni grandi e celesti, non sapendo Dio dispensare nulla di piccolo e di terreno. Se alcuno obbietti che le grazie materiali sono state concesse ai santi in seguito alla preghiera e che il Vangelo stesso insegna che ci saranno aggiunti i beni piccoli e terreni, bisognerà rispondere così: se uno ci dà un oggetto materiale, non dobbiamo dire che quel tale ci ha dato l’ombra della cosa, poiché ha donato l’oggetto non con l’intenzione di farci due regali, dell’oggetto e dell’ombra; ma il suo proposito era di donarci l’oggetto, soltanto che con il dono della cosa noi riceviamo anche la sua ombra. Così, se eleviamo i nostri pensieri e consideriamo specialmente i doni largitici da Dio, non potremo fare a meno di riconoscere che le grazie materiali sono un semplice accompagnamento dei doni grandi, celesti, spirituali, dati a ogni santo secondo il suo bisogno o in proporzione della fede o conformemente alla volontà del donatore: questi è sapiente, anche se noi non siamo in grado di attribuire a ciascun dono una causa ed una spiegazione degne di quel gesto.

Esemplificazioni anticotestamentarie

3. L’anima di Anna, guarita da un’altra specie di sterilità, è stata quindi più feconda del suo corpo che concepì Samuele; Ezechia generò figli in Dio più con la mente che non con seme corporale; Ester e Mardocheo e il popolo furono liberati dalle insidie spirituali molto più che non da quelle di Aman e dei suoi cospiratori; Giuditta distrusse più la forza del principe che voleva uccidere la sua anima che non quella del famoso Oloferne. E chi non confesserebbe che su Anania e i suoi compagni la benedizione spirituale che giunge a tutti i santi – quella di cui parla Isacco a Giacobbe: «Dio ti doni della rugiada del cielo» – sia scesa in modo più copioso della rugiadamateriale che spense la fiamma di Nabucodonosor? E invisibili leoni che non poterono più influire in nulla sulla sua anima non chiusero la loro bocca davanti al profeta Daniele molto più dei leoni veri che tutti conosciamo per la lettura della Scrittura? E chi riuscì a sfuggire al ventre del mostro, domato da Gesù salvatore nostro, che divorava tutti i disertori di Dio, così bene come Giona, divenuto capace di ricevere, da uomo santo, lo Spirito Santo?

CAPITOLO XVII

Non infallibilmente Dio dona le grazie materiali

1. Non dobbiamo meravigliarci poi se non tutti coloro che ricevono gli oggetti cui tengono dietro per dir così simili ombre non ottengono l’ombra corrispondente; altri invece l’ottengono. Coloro che si occupano di studi sugli orologi solari e della teoria delle ombre nei corpi luminosi sanno bene che questo è il comportamento degli oggetti. Certi orologi solari, infatti, hanno l’asta priva d’ombra a una certa ora; altri invece sono, per dir così, di corta ombra, altri ancora hanno l’ombra più lunga di quelli. Non è da far meraviglia perciò se, secondo l’intenzione di Colui che dona le cose essenziali elargendo con proporzioni inafferrabili e nascoste in armonia con quelli che ricevono e con le loro condizioni, nel dono delle cose sostanziali talora quelli che le ricevono non vedano seguire affatto le ombre, talaltra non tutti gli oggetti hanno l’ombra, ma soltanto pochi; infine questa è minore in confronto di altre più grandi che tengon dietro ai propri corpi. Ora, come l’ombra del corpo, che ci sia o non ci sia, né rallegra o addolora chi cerca i raggi del sole ed ha tutto il necessario una volta che sia stato illuminato, anche se è privo dell’ombra o ne avesse di più o di meno; allo stesso modo, se noi abbiamo i beni spirituali e siamo illuminati da Dio sul possesso completo dei veri beni, non daremo più importanza a ciò che è effimero al pari dell’ombra. Giacché tutte le cose, materiali e corporee, quali esse siano, hanno la consistenza di un’ombra leggera e debole, né si possono affatto paragonare coi salutari e santi doni del Dio di tutto. Infatti, c’è paragone tra la ricchezza materiale con quella racchiusa in ogni dono di parola e in ogni scienza? Chi, se non un pazzo, confronterebbe la salute delle carni e delle ossa con una mente sana, un’anima gagliarda e pensieri in armonia? Tutte cose queste che, ben ordinate dalla Parola di Dio, fanno delle pene del corpo una graffiatura, o meno ancora.

Eccellenza di tutto quanto è spirituale

2. Se uno ha compreso che bellezza sia mai quella della sposa amata dallo Sposo, il Verbo di Dio, l’anima cioè, fiorente di sovrumana e sovracelestiale bellezza, si vergognerà di onorare persino con il nome stesso di bellezza l’avvenenza fisica di una donna, o di un fanciullo, o di un uomo; la vera bellezza non la racchiude la carne, che è una bruttezza sola. La carne infatti è come l’erba e la sua gloria che è irradiata dalla cosiddetta bellezza delle donne e dei fanciulli viene paragonata al fiore, secondo il detto del profeta, che scrive: «Tutta la carne è come erba. L’erba si seccò e il fiore cadde, ma la parola del Signore resta in eterno». Ci sarà ancora chi chiamerà vera nobiltà quella che intendono gli uomini, dopo che ha conosciuto la nobiltà dei figli di Dio? L’intelligenza, poi, che ha ammirato lo stabile regno di Cristo, come non disprezzerà, non facendone nessun conto, ogni regno della terra? E l’esercito degli angeli, e tra questi gli arcangeli delle schiere del Signore, i Troni e le Dominazioni, i Principati e le Potestà sovracelesti, nella misura con cui riesce a comprendere la mente umana ancora avvinta al corpo, avendo mirato chiaramente, secondo che fu capace, e compreso di poter raggiungere presso il Padre un onore uguale ad essi, come non trascurerà, facendone un paragone e giudicando oscurissime e degne di nessun interesse queste cose, in verità ancor più deboli dell’ombra, che suscitano ammirazione presso gli stolti? Qualora gli venissero date tutte queste cose, non si darà più pensiero di poter raggiungere i veri Principati e le divine Potestà? Orsù, si preghi quindi per le cose sostanziali, veramente grandi e celesti; per quanto riguarda le ombre che ne tengon dietro, si lasci fare a Dio che conosce i bisogni del corpo mortale prima ancora che chiediamo.

CAPITOLO XVIII

Origene si dispone al commento del Pater

1. È sufficiente quanto abbiamo detto, trattando l’argomento della preghiera, secondo la grazia di Dio concessaci e proveniente da Lui per mezzo del suo Cristo (io spero anche nello Spirito Santo: ne converrete procedendo in questo scritto). Passeremo ormai a un successivo assunto, volendo considerare quanta potenza racchiuda la preghiera suggerita dal Signore.

La duplice redazione del «Padre nostro»

2. La prima considerazione è questa: ai più sembrerebbe che Matteo e Luca abbiano scritto una medesima formula di preghiera, affinché noi così preghiamo. Il testo di Matteo è il seguente: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo anche sulla terra. Dacci oggi il nostro pane supersostanziale e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori, e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno». Quello di Luca: «Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, da’ a noi ogni giorno il pane nostro supersostanziale e rimettici i nostri peccati, poiché anche noi li rimettiamo a ogni nostro debitore e non c’indurre in tentazione».

I differenti contesti

3. A quegli obiettori va risposto in primo luogo che le parole, anche se presentano tra loro una qualche somiglianza, sono poi per il resto chiaramente diverse come risulterà dal loro esame; secondariamente, poi, va detto che non è possibile che la medesima preghiera sia stata fatta sul monte dove «salì avendo visto le folle» quando «postosi a sedere, si accostarono a Lui i suoi discepoli ed aperta la bocca ammaestrava» (questa preghiera è in Matteo inserita nell’annuncio delle beatitudini e dei precetti relativi) e «in un certo luogo dove si trovava a pregare» e «come cessò» disse a uno dei discepoli che aveva chiesto di insegnare a pregare «come anche Giovanni insegnava ai suoi discepoli». Come è infatti possibile che le medesime parole siano pronunziate nel contesto di un lungo discorso senza ogni anteriore richiesta, in risposta alla domanda di un discepolo? Qualcuno potrebbe ancora obiettare che le due preghiere hanno lo stesso significato, come fossero una sola pronunziata, ora in un più ampio discorso ora rivolta ad un discepolo che aveva avanzato tale richiesta. Questi evidentemente non era presente allorché Gesù disse quanto Matteo riporta, o non ricordava più le cose già dette. Ma forse è meglio ritenere che siano diverse le preghiere ed abbiano alcune parti comuni. Cercando poi nel Vangelo di Marco, se esistesse un’analoga preghiera, non ne abbiamo trovato traccia.

CAPITOLO XIX

Predisposizioni alla preghiera

1. Poiché, come è stato detto, colui che prega deve innanzitutto mettersi e prepararsi in un certo modo per poi pregare, vediamo quello che il nostro Salvatore disse sulla preghiera prima della versione di Matteo: «E quando pregate, non siate come gli ipocriti perché essi amano fare orazione stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per esser veduti dagli uomini. Vi dico in verità che hanno ricevuto il loro premio. Tu invece, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel nascosto e il Padre tuo, che ti vede nel segreto, ti darà la ricompensa. E pregando non usate troppe parole, come i pagani. Pensano infatti che nelle loro molte parole saranno ascoltati. Non rassomigliate dunque a loro: poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così».

La preghiera dell’esibizionista

2. È chiaro perciò che sovente il nostro Salvatore bolla la brama di gloria come un affetto rovinoso: ciò che ripete anche qui, allontanando dal modo di pregare degli ipocriti. Opera degli ipocriti è infatti quella di voler vantare tra gli uomini pietà o magnanimità; occorre invece che, ricordandoci delle parole: «Come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?», disprezziamo ogni gloria umana anche se sembri provenire da qualche bella azione, e cercare la gloria vera e propria che viene da Colui che solo glorifica chi ne è degno, in modo a lui adeguato e oltre il merito del glorificato. Pertanto quell’azione che sarebbe stata stimata bella e lodevole si corrompe allorché crediamo di compierla per essere onorati dagli uomini e per apparire ai loro occhi. Onde non ne segue da parte di Dio ricompensa alcuna. Infatti ogni parola di verità di Gesù diventa – anche se dobbiamo dirlo a malincuore – ancora più veritiera quando viene profferita con la consueta formula di giuramento. Dice espressamente di coloro che credono di fare del bene al prossimo a motivo della fama che hanno tra gli uomini o che pregano nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti tra gli uomini: «In verità vi dico: hanno ricevuto la loro ricompensa». Il ricco infatti, di cui leggiamo in Luca, ricevette i beni nella sua vita terrena, e, per il fatto di averli già ricevuti, non poté conseguirli più dopo questa vita. Così chi ebbe la sua ricompensa con il donare a qualcuno o con il pregare, poiché non seminò in spirito ma nella carne, mieterà la corruzione, non certo la vita eterna. Orbene, semina nella carne colui che fa elemosina nelle sinagoghe, nelle strade, per essere onorato dagli uomini facendo elemosina con la tromba davanti a sé, oppure preferisce star ritto a pregare nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze, affinché, al cospetto degli uomini, sia creduto da coloro che lo vedono, un uomo pio e santo.

La preghiera del dilettante

3. Ma anche chiunque percorre la via larga e spaziosa che conduce alla perdizione, e non contiene nulla di vero e di retto ma è tutta tortuosa ed angolosa (infatti la sua linearità è in gran parte incrinata), vi sta non diversamente da colui che prega agli angoli delle piazze. Nella sua ricerca di diletto si mette non in una sola ma in parecchie piazze, nelle quali «coloro che muoiono da uomini» per essersi staccati dalla divinità esaltano e ritengono beati quelli che essi credono siano pii nelle piazze. Molti sono quelli che pregano sembrando più amanti del diletto che di Dio, comportandosi nella preghiera quasi come ubriachi nel mezzo dei simposi e tra le gozzoviglie, e stando veramente agli angoli delle piazze a pregare. Infatti chi vive secondo il piacere ed ama la via spaziosa abbandona la stretta ed angusta via di Gesù Cristo, la quale non ha curvature né segni di angoli.

CAPITOLO XX

La preghiera nella Chiesa e nella Sinagoga

1. Se poi c’è diversità tra Chiesa e Sinagoga – l’una, la Chiesa vera e propria, non ha macchia né ruga né altro di simile, ma è santa ed irreprensibile; in essa non entra né il nato da cortigiana né l’eunuco o l’evirato, nemmeno l’Egiziano o l’Idumeo i cui figli soltanto dopo la terza generazione potranno aderire alla Chiesa; né il Moabita e l’Ammonita se non alla decima generazione compresa e trascorso che sia un secolo; l’altra, la Sinagoga, è stata edificata dal centurione prima che venisse Gesù e da Lui ricevesse la testimonianza di una fede così grande che il Figlio di Dio non trovò nemmeno in Israele –, colui che ama pregare nelle Sinagoghe è simile a chi prega agli angoli delle piazze. Non così fa il santo. Infatti non soltanto si diletta di pregare, ma ama la preghiera, e non nelle Sinagoghe, ma nelle adunanze; non agli angoli delle piazze, ma nella giusta anche se stretta ed angusta via; non per esser visto dagli uomini, ma dall’occhio del Signore Iddio. È infatti il figlio maschio che pensa all’anno gradito del Signore ed osserva il comandamento che dice: «Tre volte all’anno ogni figlio maschio comparirà al cospetto del Signore Iddio».

Il nascondimento nella preghiera

2. Prestiamo particolare attenzione alle parole «per esser visti», poiché nessuna cosa è bella solo per l’apparenza, come se esistesse solo in apparenza e non nella realtà. Ingannando l’immaginazione non ci rappresenta l’oggetto fedelmente e realmente. Come nei teatri gli attori drammatici non sono quello che dicono né quello che appaiono dalla maschera loro imposta, così anche tutti quelli che simulano colle apparenze la rappresentazione della bellezza non sono giusti, ma sono i buffoni della giustizia, che interpretano da soli la loro parte nel proprio teatro che sono le sinagoghe e gli angoli delle piazze. Chi invece non è ipocrita ma, deposto ogni estraneo manto, si prepara ad esser gradito nel suo teatro di gran lunga migliore di ogni altro, entra nella propria cameretta, dove, oltre alla ricchezza accumulata, ha rinchiuso un tesoro di sapienza e di scienza. E non guardando affatto fuori, né stando a contemplare le cose esteriori, chiusa ogni porta dei sensi onde non esser tratto dalle sensazioni né dalla loro immagine ad aver oppressa la mente, prega il Padre che vede e non abbandona questo segreto tabernacolo, anzi vi pone la sua dimora insieme all’Unigenito. Dice infatti: «Io e il Padre verremo a lui e faremo dimora presso di lui». È chiaro che, se preghiamo in questo modo, intercederemo non solo presso il giusto Iddio ma anche presso Dio come Padre che non ci abbandona, essendo suoi figli, ma è presente nel nostro nascondimento e volge ad esso lo sguardo ed accresce la ricchezza della nostra cameretta, purché ne abbiamo chiusa la porta.

CAPITOLO XXI

La loquacità, nemica della preghiera

1. Pregando, tuttavia, non usiamo troppe parole, ma quelle che si confanno a Dio. E diciamo troppe parole quando, non esaminando noi stessi o i termini della preghiera che facciamo, parliamo delle cose corruttibili o di discorsi e pensieri bassi, biasimevoli, lontani dalla purità del Signore. Colui che nel pregare dice troppe parole è già nella disposizione peggiore di quelli che abbiamo detto appartenere alle sinagoghe ed in una via più pericolosa degli angoli delle piazze; poiché egli non conserva traccia di bene, anche se simulasse. Dicono troppe parole, nel senso inteso dal Vangelo, soltanto i pagani che non hanno l’idea delle cose grandi e celesti da domandare, elevando tutte le preghiere per cose materiali ed esteriori; è simile perciò al pagano che dice troppe parole colui che chiede le cose terrene al Signore che abita nei cieli e più in alto dei cieli.

Pregare bene per ottenere il vero bene

2. Chi dice molte parole pare che assomigli a chi dice vane parole e viceversa; senonché nulla in natura e nei corpi è tutt’uno, ma ciò che si crede costituisca un tutt’uno ha perduto la sua unità e viene scisso, diviso e distribuito in parecchie parti. Ora, un tutt’uno è il bene, ma ciò che è turpe costituisce pluralità; una cosa sola è la verità, molte cose il falso; integra è la vera giustizia, ma molte forme la simulano; unica è la sapienza di Dio, ma molte quelle «di questo secolo e dei principi di questo secolo, che stanno per essere annientati»; ed una la parola di Dio, molte quelle estranee a Dio. Perciò nessuno «con il molto parlare» eviterà «il peccato» e nessuno «che crede, per il suo molto dire, d’essere ascoltato» può venire ascoltato. Non diventiamo dunque simili con il nostro pregare ai pagani che dicono vane o troppe parole o fanno qualunque cosa «a somiglianza del serpente». Sa infatti il Dio dei santi, essendo Padre, di che hanno bisogno i suoi figli, perché ciò è degno del pensiero di un padre. Se qualcuno poi ignora Dio e non conosce le cose di Dio non sa neppure ciò di cui necessita. Infatti le cose peccaminose sono riservate a coloro che pensano di averne bisogno. Ma chi ha meditato sui beni che sono migliori e più divini di quelli di cui è bisognoso, poiché Dio li conosce, da Lui li otterrà. Infatti sono noti al Padre anche prima di domandarli. Ciò premesso su quanto precede la preghiera di Matteo, consideriamo ora quello che la preghierainsegna.

CAPITOLO XXII

Liberi di chiamarlo Padre

1. «Padre nostro che sei nei cieli». Converrebbe esaminare piuttosto a fondo il cosiddetto Antico Testamento semmai vi si può trovare la preghiera di uno che chiami Dio con il nome di Padre. Noi, almeno per ora, per quanto cercammo, non abbiamo trovato. Non vogliamo dire che Dio non venga chiamato Padre o che coloro i quali si sono accostati alla Parola di Dio non siano chiamati figli di Dio, ma nel senso che nella preghiera non abbiamo in alcun modo trovato quella libertà di parola dimostrata dal Salvatore nel chiamare Dio: Padre. In molti passi del Deuteronomio, per esempio, si parla di Dio come di un padre e di coloro che si accostarono alla parola di Dio come di figli: «abbandonasti Dio che ti generò e ti dimenticasti di Dio che ti nutrì». E ancora: «non è proprio egli il tuo padre che ti possedette, ti fece e ti creò»? E di nuovo: «Figli quelli in cui non c’è fede». In Isaia: «nutrii dei figli e li esaltai; ma essi mi disprezzarono». Ed in Malachia: «Il figlio onorerà il padre ed il servo il suo padrone. E se io sono padre, dov’è l’onore a me dovuto? E se sono Signore, dov’è il mio timore?».

La figliolanza in Cristo

2. Se quindi Dio è chiamato Padre, e figli coloro che sono stati generati dalla parola della fede in Lui, pure non è possibile trovare presso gli antichi il concetto di una figliolanza vera e stabile. Gli stessi luoghi che abbiamo citato, quindi, dimostrano che quelli che si dicono figli sono sottomessi, poiché secondo l’Apostolo «fin tanto che l’erede è fanciullo, non differisce in nulla dal servo, benché sia padrone di tutto ma è sotto tutori e curatori fino al tempo prestabilito dal padre» peccare perché è nato da Dio».

Il vero figlio è senza peccato

3. Se certo abbiamo compreso che cosa significhi quel che è scritto in Luca, cioè: «quando pregate dite: Padre…», temeremo, se non siamo figli legittimi, di profferire questa parola a Lui, affinché non diventiamo colpevoli oltre agli altri nostri peccati anche dell’accusa di empietà. Ecco ciò che voglio dire. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti: «nessuno può dire – Signore Gesù, se non per lo Spirito Santo, e nessuno, parlando per lo Spirito di Dio dice – Anatema a Gesù». Egli chiama con lo stesso nome lo Spirito Santo e lo Spirito di Dio. Che cosa significhi però «dire per lo Spirito Santo: Signore Gesù» non è del tutto chiaro, poiché migliaia di ipocriti e ancor più di eterodossi e talora i demoni, sopraffatti dalla potenza insita in questo nome, usano questa parola. Nessuno pertanto oserà affermare che qualcuno di tutti questi pronunzi il nome del Signore Gesù nello Spirito Santo. Perciò non potrebbero dire: Signore Gesù, perché lo dicono solo dal fondo del cuore coloro che servono il Verbo di Dio e non proclamano oltre a Lui nessuno Signore nelle loro azioni. Se tali sono dunque quelli che dicono: «Signore Gesù», forse chiunque pecca, con la sua trasgressione, bestemmiando il Verbo divino, grida per mezzo delle opere: «Anatema Gesù!». Chi dunque appartiene a questa schiera dice: «Signore Gesù», e chi non si comporta come lui: «Anatema Gesù!»; similmente «chiunque è nato da Dio e non commette peccato», perché partecipa del seme di Dio che distoglie da ogni peccato, dice con la sua vita: «Padre nostro che sei nei cieli». E «lo stesso Spirito testimonia insieme a loro che sono figli di Dio e suoi eredi e coeredi di Cristo», poiché «avendo sofferto con lui, sperano bene di essere anche glorificati con lui». Perciò non diranno soltanto a metà «Padre nostro» costoro, il cui cuore – fonte e principio delle opere buone – «anche per mezzo delle opere crede per ottenere la giustizia, e la cui bocca fa confessione per esser salvati».

La filiazione come immagine dell’immagine

4. Pertanto ogni opera loro e pensiero e parola, conformati a Lui dal Verbo unigenito, imitano l’immagine del Dio invisibile e diventano ad immagine del Creatore «che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e gli ingiusti»; affinché ci sia in essi «l’immagine del Celeste» che è a sua volta immagine di Dio. Dunque, essendo i santi immagine dell’Immagine, poiché il Figlio è immagine, rispecchiano la filiazione, divenuti conformi non solo nel corpo di Cristo che è nella gloria del cielo, ma anche in Colui che si trova nel corpo. E diventano simili a Chi è nel suo corpo di gloria, trasformati dal rinnovamento della mente. E se tali sono, dicono interamente: «Padre nostro che sei nei cieli»; è chiaro che chi commette il peccato, come dice Giovanni nella sua lettera, «è dal diavolo, perché dal principio il diavolo pecca». E come il seme di Dio, dimorando in chi è stato generato da Lui, fa sì che non possa peccare chi si è conformato al Verbo unigenito; così in chiunque pecca risiede il seme del diavolo e mentre signoreggia sull’anima non permette a colui che lo possiede di poter operare il bene. Ma poiché «per questo è stato manifestato il Figlio di Dio, per distruggere le opere del diavolo», è possibile che coll’avvento nell’anima nostra del Verbo di Dio, distrutte le opere del diavolo, sia bandita la cattiva radice del seme e diventiamo figli di Dio.

La nostra vita è un incessante «Padre nostro»

5. Ora, non crediamo che tali espressioni ci siano state insegnate per dirle soltanto nel momento stabilito della preghiera, ma se intendiamo quanto fu spiegato da noi a commento di quel pregare senza interruzione, tutta la vita di noi oranti dica incessantemente: Padre nostro che sei nei cieli, non avendo affatto sulla terra la cittadinanza ma completamente nei cieli che sono i troni di Dio, perché il regno di Dio è fondato in tutti coloro che portano «l’immagine del Celeste»: per questo sono diventati celesti.

CAPITOLO XXIII

I cieli non sono un luogo fisico

1. Ma quando si dice che il Padre dei Santi è nei cieli, non si deve pensare che Egli sia circoscritto da figura corporea e abiti nei cieli. Poiché certamente, se è circoscritto, Dio si troverà minore dei cieli, in quanto essi lo contengono. Si deve credere che tutto sia da Lui circoscritto e contenuto coll’ineffabile potenza della sua divinità. Ma in generale gli indotti pensano che le espressioni, in quanto vengono prese alla lettera, parlino di un luogo abitato da Dio; bisogna invece interpretarle come rispondenti alle grandi e spirituali cognizioni su Dio. Ecco esempi dal Vangelo di Giovanni: «ora avanti la festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». E più avanti: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava». E a un certo punto: «avete udito che vi ho detto – Io me ne vado e torno a voi. Se voi m’amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre». E di nuovo, dopo altre parole: «Ma ora me ne vado a Colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai?». Poiché, se queste espressioni si devono accettare come alludenti ad un luogo, è trasparente anche il significato di questa: «Gesù rispose e disse loro: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio l’amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui».

Significato spirituale della visita di Dio

2. Ma non si tratta di una venuta materiale del Padre e del Figlio in chi ama la parola di Gesù, né si deve interpretare come riferita ad un luogo; ma il Verbo di Dio, scendendo presso di noi e, data la sua dignità, umiliandosi nel trovarsi tra gli uomini, si dice che passa da questo mondo al Padre, perché noi pure lo contempliamo nella sua perfezione, ritornato nuovamente lassù alla propria pienezza dalla nostra vacuità nella quale si era come annullato. Colà anche noi, seguendolo come guida, acquistata la pienezza, ci spoglieremo di ogni vacuità. Vada dunque, dopo aver lasciato il mondo, il Verbo di Dio a Colui che lo mandò e ritorni al Padre. Anche ciò che è scritto alla fine del Vangelo di Giovanni: «Non toccarmi poiché non sono ancora salito al Padre», cerchiamo di intenderlo anche in un senso mistico, interpretando con devota intelligenza in modo più degno di Dio l’ascesa al Padre da parte del Figlio, ascesa che è più della mente che del corpo.

Contro l’antropomorfismo di Dio

3. Mi sono addentrato, pensandolo necessario, in questi particolari relativi all’invocazione «Padre nostro che sei nei cieli», per rimuovere l’idea un po’ meschina che di Dio hanno coloro che lo credono fisicamente nei cieli e per non permettere ad alcuno di affermare che Dio è in un luogo di corpi: perché ne conseguirebbe che Dio è anche corpo; avremmo come corollari i dogmi più empi: credere che Egli sia divisibile, materiale e corruttibile, perché ogni corpo è divisibile e materiale e corruttibile. Oppure, coloro che non soffrono di vacue impressioni, ma affermano di veder chiaramente, ci dicano come è possibile che un Dio simile sia di una natura diversa dalla materiale. E poiché molti testi scritturali anteriori alla venuta di Cristo con il corpo sembrano sostenere che Dio si trova in un luogo corporeo, non mi pare di uscir di argomento se ci soffermiamo brevemente anche su costoro per togliere ogni dubbio in quelli che, a causa della loro dose d’ignoranza, mi fanno circoscritto in un piccolo e angusto luogo il Dio che sta su tutte le cose. E cominciamo dal Genesi: «Adamo ed Eva», si dice, «udirono la voce del Signore Iddio che camminava nel paradiso verso il tramonto e si nascosero, Adamo e la sua moglie, dal cospetto del Signore Iddio in mezzo agli alberi del paradiso». Ci rivolgeremo a coloro che non vogliono accostarsi ai tesori della Scrittura ma neppure bussano alla sua porta: possono dimostrare che il Signore Iddio che riempie il cielo e la terra, che ha, come essi pensano, il cielo come trono materiale e la terra come sgabello ai suoi piedi, sia racchiuso da un luogo tanto angusto in confronto a tutto il cielo e la terra, cosicché quello che essi immaginano un paradiso materiale non sarebbe riempito da Dio ma sarebbe tanto più grande di Lui, per la sua grandezza, in modo che lo contiene anche a passeggiare e si sente il passo dei suoi piedi? Secondo costoro, ancora più assurdo è il fatto che Adamo ed Eva, temendo Dio a causa del loro peccato, si nascondevano dalla vista di Dio in mezzo agli alberi del paradiso; poiché non si dice che volevano nascondersi, ma che effettivamente si nascosero. E non riescono a spiegarsi il fatto che Dio interroghi Adamo dicendo: «Dove sei?».

I cieli di Dio sono i santi

4. Su questo punto abbiamo detto più che sufficientemente, commentando il libro del Genesi; senonché anche ora, per non passar completamente sotto silenzio una così importante questione, basterà ricordare le parole dette da Dio nel Deuteronomio: «Camminerò in essi ed abiterò in essi». Come infatti Egli passa tra i santi, così cammina nel paradiso; chiunque pecca si nasconde a Dio e sfugge alla sua ricerca e s’allontana dalla sua presenza; infatti anche «Caino se ne andò dal cospetto di Dio e abitò nel paese di Nod ad oriente dell’Eden». Allo stesso modo, quindi, chi abita nei santi, abita anche in cielo, sia che «cielo» significhi ogni santo che porti «l’immagine del Celeste», oppure alluda a Cristo in cui tutti i salvati sono luci e stelle del cielo, o significhi che Egli là abita in quanto ci sono i santi. È scritto infatti: «Alzai i miei occhi a te che abiti nel cielo». Ed il passo dell’Ecclesiaste: «Non affrettarti a profferir parola al cospetto di Dio, perché Dio è su nel cielo e tu in basso, sulla terra» intende mostrare la distanza di coloro che si trovano nel corpo dell’umiliazione da chi è presso gli angeli esaltati per l’aiuto dato al Verbo stesso, e presso le sante Potestà e lo stesso Cristo; non è infatti assurdo che Egli sia il vero trono del Padre, chiamato con una allegoria «cielo»; la sua Chiesa invece, chiamata «terra», sia sgabello dei suoi piedi.

Necessità del senso allegorico

5. Abbiamo aggiunto pochi passi anche dell’Antico Testamento, che si crede pongano Dio in un luogo, onde persuadere in tutti i sensi il lettore, secondo la possibilità concessaci, ad ascoltare la divina Scrittura con senso più elevato e più spirituale quando essa sembra insegnare che Dio si trovi in un luogo. Ed era conveniente mettere anche queste citazioni, in relazione con la frase «Padre nostro che sei nei cieli», per distinguere da tutte le cose generate l’essenza di Dio; giacché quelli che non ne partecipano, hanno ricevuto una certa gloria di Dio e potenza di Lui ed effluvio, per così dire, della divinità.

CAPITOLO XXIV

La santificazione del nome di Dio

1. «Sia santificato il tuo nome». Sia che si dimostri come uno non possiede ancora ciò per cui prega o che, ottenutolo ma non essendo durevole, chieda gli sia conservato, chiaramente sulla base di questa espressione noi siamo invitati a dire secondo Matteo e Luca: «Sia santificato il tuo nome», come se il nome del Padre non fosse ancora santificato. Perché allora, dirà qualcuno, l’uomo chiede che sia santificato il nome di Dio come se non lo fosse già? Esaminiamo che cosa si intenda per nome del Padre ed il valore di quel «sia santificato».

I nomi indicano altrettante qualità

2. Ora, il nome è una sintetica espressione per indicare la qualità propria di chi viene chiamato per nome. Un esempio: c’è una particolare qualità, propria dell’apostolo Paolo; una propria dell’anima, per cui essa è tale; una della mente, secondo cui può contemplare le cose; un’altra relativa al corpo, per cui esso è tale. Ciò che di queste qualità è personalissimo ed incomunicabile (non c’è infatti in natura un altro in tutto simile a Paolo) si indica pertanto con il nome di Paolo. Ma siccome per gli uomini mutano le qualità loro proprie, giustamente nella Scrittura mutano anche i nomi. Cambiando infatti la qualità di Abràm, chiamato Abraàm, e quando mutò quella di Simone, questi ebbe nome Pietro, e Saulo, persecutore di Gesù, fu chiamato Paolo. Dio invece, che è sempre invariabile ed immutabile, ha di conseguenza sempre uno stesso nome, quello di «colui che è» com’è scritto nell’Esodo, e qualche analoga definizione. Ora, poiché su Dio tutti facciamo delle congetture, formandoci un’idea di Lui, ma non tutti ne comprendiamo l’essenza (pochi infatti o, per dir così, meno ancora di pochi sono quelli che comprendono completamente la sua santità), giustamente sappiamo che la nostra concezione di Dio sarebbe che Egli è santo, affinché ne vediamo la santità nell’esser creatore, provvidente, nel giudicare, nell’eleggere, abbandonare, abbracciare e respingere, premiare o punire secondo il merito di ciascuno.

Potenza nel nome di Dio

3. Queste operazioni ed altre simili rappresentano per così dire il contrassegno della personalità di Dio, dalle Scritture chiamata, secondo me, «nome di Dio»; nell’Esodo: «Non userai invano il nome del Signore Dio tuo»; e nel Deuteronomio: «Sia atteso come pioggia il mio precetto, discendano come rugiada le mie parole, come pioggerella sull’erba, come gocce sulla verzura perché ho invocato il nome del Signore». Nei Salmi, ancora: «Ricorderanno il tuo nome per tutte le generazioni». Chi infatti adatta la nozione di Dio a ciò che non deve, usa il nome del Signore Iddio invano; e colui che può profferire parole che scendono come pioggia su chi ascolta, muovendo le anime a portare frutti, e dice parole di consolazione simili a rugiada e sparge, con la foga dei discorsi edificanti, come una pioggerella utilissima agli ascoltatori o come gocce efficacissime, è in virtù del nome che è capace di tutto questo. Considerando d’essere bisognoso che Dio termini l’opera, chiede il suo aiuto, poiché Egli è la vera fonte di quelle grazie; e chiunque penetra chiaramente nelle cose di Dio, anche se i misteri della pietà gli sembrano detti da un altro o crede di scoprirli lui, non fa che ricordarli piuttosto che imparare.

Cosa significa esaltare il nome di Dio

4. Chi prega deve pensare a queste cose e chiede che sia santificato il nome di Dio; per questo si canta nei Salmi: «Esaltiamo il suo nome tutti insieme». Ordina il profeta di raggiungere in perfetta armonia della mente e del pensiero la vera ed eccelsa conoscenza dell’essenza di Dio. Questo significa infatti esaltare il nome di Dio insieme, quando uno che ha partecipato all’effluvio della divinità con l’essere stato accolto da Dio, ed avendo signoreggiato sui nemici che non possono più rallegrarsi della sua rovina, esalta quella potenza di Dio della quale fu partecipe; questo concetto è espresso nel Salmo 29 colle parole: «Ti esalterò, o Signore, perché mi hai tratto in alto e non hai permesso che i miei nemici si rallegrassero di me». Esalta inoltre Dio colui che dedica un’abitazione in se stesso, come mostra anche la dedica del Salmo citato: «Salmo del Cantico per la inaugurazione della casa di Davide».

Una polemica sull’imperativo

5. Inoltre, a proposito del «sia santificato il tuo nome» e sull’uso degli altri imperativi, occorre dire che gli interpreti usano costantemente l’imperativo invece dell’ottativo, come si vede nei Salmi: «Ammutoliscano le labbra bugiarde che dicono insolenze contro il giusto». «Ammutoliscano» invece di “oh, se ammutolissero!” e «L’usuraio vada in cerca di tutti i suoi beni e non vi sia chi l’aiuti» detto a proposito di Giuda nel Salmo 108, che è tutto una invocazione per Giuda perché mali simili tocchino a lui. Non avendo Taziano compreso quell’«ammutoliscano» che non sempre indica un ottativo, ma talora ha la forza di un imperativo, avanzò le più empie congetture su quella parola di Dio: «Sia fatta la luce», quasi che Egli avesse desiderato più che comandato che fosse fatta la luce; perché – dice lui con empio sentimento – Dio era nella tenebra. Gli si deve rispondere, chiedendo come interprete allora anche queste parole: «Germini la terra erba del pascolo» e «si raduni l’acqua sotto il cielo» e «Producano le acque rettili animati e viventi» e «Produca la terra animali viventi». Per potersi reggere solidamente, Dio prega che si raduni in un solo luogo l’acqua posta sotto il cielo? O per partecipare di ciò che la terra germina, prega: «Germini la terra»? Che bisogno poi aveva, analogamente a quello della luce, degli acquatici, dei volatili, dei terrestri, da pregare anche per questi? E se anche per Taziano è assurdo che Dio pregasse per queste cose, enunciate in termini imperativi, perché alla stessa guisa non si deve intendere quel: «Sia fatta la luce», detto non esortativamente ma imperativamente? Mi è parso necessario, dal momento che la preghiera è detta in tono imperativo, ricordare le false interpretazioni di Taziano, per coloro che vengono ingannati e che hanno accolto la sua empia teoria. Anche noi una volta le abbiamo provate.

CAPITOLO XXV

Un regno tutto interiore

1. «Venga il tuo regno». «Se il regno di Dio», secondo il detto del Signore e Salvatore nostro, «non viene con apparato, né diranno – Eccolo qui o eccola là», ma «il regno di Dio è dentro» di noi; «vicina è infatti la parola, molto vicina, nella nostra bocca e nel nostro cuore» dimora presso di lui». E credo si intenda per regno di Dio una condizione di beatitudine dell’anima superiore e l’ordine dei saggi pensieri, e per regno di Cristo si intendano i discorsi a salvezza di chi li ascolta, e le perfette opere di giustizia e delle altre virtù: parola e giustizia è anche il Figlio di Dio. In ogni peccatore spadroneggia invece il principe di questo secolo, poiché ogni peccatore è dominato dal presente secolo malvagio, in quanto non si dà «a colui che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre» Ora, colui che è tiranneggiato dal principe di questo secolo è pure in dominio del peccato, dal momento che vuole peccare; onde Paolo comanda di non essere più sottomessi al peccato che vuole regnare su noi: «Non regni dunque il peccato nel nostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze».

Un regno sempre perfettibile

2. Ma dirà qualcuno, di fronte ad ambedue le espressioni: «sia santificato il tuo nome» e «venga il tuo regno», che, se chi prega lo fa per essere ascoltato e una qualche volta viene esaudito, quando per lui sarà santificato (abbiamo spiegato come) il nome di Dio, verrà per lui allora anche il regno di Dio. E se questo otterrà, perché converrà ancora pregare per le cose che già ci sono, come se non ci fossero ancora, dicendo: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno»? In questo caso, non dovrebbe più qualche volta dire: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno». La risposta è questa. Chi prega per ottenere il discorso della scienza e della sapienza, giustamente pregherà sempre per questi doni, anche se avrà percepito, per esser stato esaudito, più principi di sapienza e di scienza, conoscendo anche solo in parte quanto potrebbe ora possedere, mentre si manifesterà il perfetto abolendo quello che è in parte allorquando la mente si fisserà a faccia a faccia senza ostacolo dei sensi nelle cose spirituali. Allo stesso modo, per ciascuno di noi non è possibile che sia completamente santificato il nome di Dio né che si stabilisca interamente il suo regno, se non venga anche Colui che è perfetto di scienza e di sapienza, e forse lo è pure delle altre virtù. Ora, noi ci mettiamo in cammino verso la perfezione se, protendendoci «verso quelle cose che stanno dinanzi», dimentichiamo «quelle che stanno dietro».

Un regno che esclude il peccato

3. Inoltre sul regno di Dio bisogna dire ancora che come non c’è «comunanza tra la giustizia e l’iniquità» né «comunione tra la luce e le tenebre» né «armonia tra Cristo e Belial», così non può coesistere il regno del peccato con il regno di Dio. Se dunque vogliamo esser sudditi di Dio «non regni affatto il peccato nel nostro corpo mortale», né prestiamo ascolto agli inviti del peccato che chiama la nostra anima alle opere della carne e alle cose non di Dio; ma, facendo morire «le membra che sono sulla terra», portiamo i frutti dello Spirito, affinché, quasi in un paradiso spirituale, il Signore passeggi in noi e regni su di noi unicamente con il suo Cristo sedendo alla destra della potenza spirituale che noi preghiamo di ottenere, e rimanendovi finché tutti i nemici che portiamo in noi diventino «sgabello dei suoi piedi» e renda vano in noi ogni dominio e potenza e forza. Tutto ciò può avverarsi per ciascuno di noi ed essere annullato «l’ultimo nemico, la morte», perché anche di noi dica Cristo: «Dov’è il tuo pungiglione, morte? Dove, o inferno, la tua vittoria?». Quindi la nostra «corruzione» si rivesta ormai della santità e «incorruttibilità» in castità e completa purità; la nostra «mortalità» si circondi della «immortalità» del Padre, annientata che sarà la morte, cosicché noi, sotto il governo di Dio, ci troviamo senz’altro tra i tesori di rigenerazione e di risurrezione.

CAPITOLO XXVI

Diventare come quelli del cielo

1. «Sia fatta la tua volontà come nel cielo anche sulla terra». Luca dopo «Venga il tuo regno», tacendo il resto, continua: «il pane nostro supersostanziale dà a noi ogni giorno». Perciò l’espressione da noi riportata, trovandosi solo in Matteo, l’esaminiamo dopo quelle che l’hanno preceduta. Poiché ci troviamo, noi che si prega, ancora sulla terra, comprendendo che in cielo si fa la volontà di Dio da parte di tutti i celesti abitanti, preghiamo che anche noi, essendo della terra, facciamo in tutto la volontà di Dio: il che avverrà se nulla operiamo contro la sua volontà. Ora, come in cielo c’è la volontà di Dio, si compia anche per noi sulla terra; divenuti simili a quelli del cielo, poiché a somiglianza di quelli portiamo l’immagine del Celeste, erediteremo il regno dei cieli. E quelli che saranno dopo di noi in terra, pregheranno di diventare simili a noi che ormai saremo del cielo.

Significato esteso alle altre petizioni

2. Si potrebbe interpretare la parte riportata soltanto da Matteo: «come in cielo anche sulla terra» come sottintesa nelle precedenti petizioni, onde ci verrebbe comandato di dire così, pregando: «Sia santificato il tuo nome come in cielo, anche sulla terra. Venga il tuo regno come in cielo, anche sulla terra. Sia fatta la tua volontà come in cielo, anche sulla terra». Il nome di Dio, infatti, è santificato tra quelli del cielo e per loro si attua il regno di Dio ed è fatta in essi la volontà di Dio; cose tutte che mancano a quelli della terra, ma possono toccarci se, per conseguirle, ci rendiamo degni di Dio che porge ascolto a tutte queste cose.

Cristo è il cielo e la Chiesa la terra

3. Qualcuno potrebbe investigare su quel «Sia fatta la tua volontà, come in cielo anche sulla terra», dicendo:«Ma come può essere fatta la volontà di Dio in cielo, ove ci sono “gli spiriti del male”onde “anche in cielo è ebbra la spada di Dio”»? Se preghiamo che sia fatta la volontà di Dio sulla terra così come è fatta in cielo, non forse sconsideratamente chiediamo che restino sulla terra anche quelle cose per noi infeste, poiché discendono dal cielo anch’esse, per cui molti sulla terra diventano malvagi a causa degli spiriti del male che li sopraffanno e che sono nel cielo? Chi quindi interpretando allegoricamente il cielo e identificandolo nel Cristo; la terra, invece, interpretandola come la Chiesa – quale trono è infatti così degno del Padre come Cristo e quale sgabello dei piedi di Dio se non la Chiesa? –, facilmente scioglierà la questione, affermando che ognuno che appartenga alla Chiesa deve pregare di accettare la volontà paterna come l’aveva accettata Cristo che era venuto a fare la volontà del Padre suo e tutta l’aveva fatta. Può infatti chi si sia unito a Lui diventare uno spirito solo con Lui, per questo accettando la sua volontà, cosicché essa si compia in cielo come si compie anche in terra poiché «colui che si unisce al Signore – dice Paolo – è uno spirito solo con Lui». E penso che non debba essere trascurata questa interpretazione da parte di chi l’avrà un po’ attentamente considerata.

Cristo farà della terra un cielo

4. Chi invece la impugna, citerà ciò che alla fine di questo Vangelo è detto dal Signore dopo la sua risurrezione, agli undici discepoli: «Fu data a me ogni potestà come in cielo, anche sulla terra». Avendo infatti potestà sulle cose del cielo, dice di averla ricevuta anche per la terra: infatti le cose del cielo sono state illuminate anche prima da parte del Verbo, ma alla fine del mondo anche le cose della terra, per mezzo della potestà data al Figlio di Dio, imitano quelle che in cielo sono perfette e su cui ricevette la potestà il Salvatore. Vuole pertanto prendersi i discepoli come cooperatori nella preghiera al Padre, affinché, essendo state le cose della terra conformate su quelle che nel cielo sono soggette alla verità e al Verbo, con il potere che ricevette come in cielo così anche in terra, le conduca al felice fine che ha tutto quanto è a Lui soggetto. E chi interpreta che il cielo sia il Salvatore e la terra la Chiesa, facendo del cielo il primogenito di tutta la creazione, sul quale riposa il Padre come su un trono, potrebbe dedurre che è l’«uomo» di cui si rivestì e che si permeò di quella potenza del Verbo, a dire dopo la risurrezione, per il fatto di essersi umiliato e divenuto obbediente fino alla morte: «Fu dato a me ogni potere, come in cielo, anche in terra», avendo l’«umanità» del Salvatore ricevuto la potestà delle cose celesti che sono in potere dell’Unigenito, affinché sia in comunione con Lui, mescolata alla sua divinità e formi una sola cosa con Lui.

L’uomo santo ha già il cielo sulla terra

5. Poiché la seconda interpretazione non risolve il dubbio su come si faccia la volontà di Dio in cielo, dal momento che lottano gli spiriti del male celesti con quelli terrestri, si può risolvere così la questione. Colui che sta ancora sulla terra, ma ha la cittadinanza nel cielo e lassù ammassa tesori poiché ivi ha il suo cuore e porta l’immagine del Celeste, non per il posto che occupa egli non è più sulla terra, ma per le sue disposizioni interiori; e non appartiene al mondo di quaggiù, ma del cielo e di un mondo celeste migliore di quello. Anche gli spiriti del male che ancora dimorano nel cielo ma hanno la cittadinanza sulla terra e in ciò che loro s’oppone fanno guerra agli uomini e ammassano tesori sulla terra, e portano l’immagine del terreno «che è la prima delle opere del Signore fatta perché se ne dilettino gli angeli», non sono celesti né abitano nel cielo a causa della loro inclinazione al male. Quando allora si dice: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche sulla terra», non bisogna credere che siano nel cielo coloro che a causa della loro superbia precipitarono insieme a colui che cadde dal cielo a guisa di fulmine.

Anche il peccatore, se è terra, deve diventare cielo

6. E forse dicendo il Salvatore che si deve pregare affinché sia fatta la volontà del Padre come in cielo così anche sulla terra, non comanda assolutamente di fare preghiere per quelli che sono posti in luogo terrestre, affinché diventino simili a quelli che stanno in una dimora celeste, ma vuole che si chieda che tutte le cose della terra, cioè le peggiori e che hanno comunanza con le terrestri, assomiglino a quelle migliori e che hanno la cittadinanza nei cieli, essendo tutte divenute cielo. Il peccatore, infatti, dovunque si trovi, è terra in cui – data questa affinità – in qualche modo si trasformerà se non si pente; chi invece fa la volontà di Dio e non trasgredisce le spirituali leggi di salvezza, è cielo. Sia che quindi siamo ancora terra a motivo del peccato, preghiamo che anche su di noi si estenda così la volontà di Dio disposta ad emendarci, come toccò a quelli che prima di noi furono fatti cielo o sono cielo; e se agli occhi di Dio noi non siamo più considerati terra, ma cielo, chiediamo perché a somiglianza del cielo, anche sulla terra – cioè sui cattivi – si compia la volontà di Dio in ordine a quel permutarsi della terra in cielo, per cui non esista più terra ma tutto diventi cielo. Poiché se stando all’interpretazione data si fa la volontà di Dio anche in terra come è fatta in cielo, la terra non resterà più tale.Per esprimermi più chiaramente con un altro paragone: se si compie la volontà di Dio per i temperanti e similmente si compie per i dissoluti, i dissoluti diventeranno temperanti; o, se si compie la volontà di Dio per i giusti e anche per gli ingiusti, gli ingiusti saranno giusti. Per questo, qualora si faccia sulla terra anche la volontà di Dio come è fatta nel cielo, tutti saremo cielo. «La carne che non è utile ed il sangue» ad essa affine «non possono ereditare il regno di Dio», ma si dirà che lo ereditano se da carne, terra, polvere e sangue diventeranno sostanza celeste.

CAPITOLO XXVII

Quale pane si deve chiedere

1. «Il pane nostro supersostanziale da’ a noi oggi» o, secondo Luca, «il pane nostro supersostanziale da’ a noi di giorno in giorno». Poiché certuni pensano che noi siamo invitati a chiedere il pane per il corpo, è giusto che, rimossa subito la loro erronea opinione, stabiliamo la verità sul pane sostanziale. Bisogna rispondere a costoro perché mai Colui che dice di chiedere cose celesti e grandi – non essendo celeste il pane che ci viene dato per la nostra carne né grande preghiera è quella di chiederlo – ordini di elevare al Padre la supplica per quello che è terreno e piccolo, come se Dio secondo loro si fosse dimenticato dei suoi insegnamenti.

Il pane che assimila a Cristo

2. Ma noi che seguiamo il Maestro stesso che dà lezioni sul pane, ci dilungheremo alquanto sull’argomento. Dice nel Vangelo di Giovanni a coloro che erano venuti a Cafarnao a cercare di Lui: «In verità, in verità vi dico – Voi mi cercate non perché avete veduto dei segni, ma perché avete mangiato del pane e siete stati saziati». Chi infatti mangiò dei pani benedetti da Gesù e ne fu saziato, a maggior ragione cerca di comprendere più profondamente il Figlio di Dio e tende a Lui. Perciò giustamente dice quando insegna: «Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, cibo che il Figlio dell’uomo vi darà». Ora, a quelli che l’avevano ascoltato avendolo in merito interrogato, dicendo: «Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?», Gesù rispose e disse loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate a colui che egli ha mandato»; Dio infatti «mandò il suo Verbo e li guarì», riferendosi a quelli che erano malati, come sta scritto nei Salmi; con la fede nel Verbo, attuano le opere di Dio, che sono cibo duraturo per la vita eterna. Inoltre: «Il Padre mio dà a voi il pane che viene dal cielo, quello vero. Poiché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà vita al mondo». E il pane vero è quello che ciba l’uomo vero, fatto a immagine di Dio, e chi se ne nutre diventa persino simile al Creatore. Per l’anima, che cosa c’è di più nutritivo del Verbo? Per la mente che la riceve, che cosa di più prezioso della sapienza di Dio? Che cosa ha maggior affinità con la natura razionale, se non la verità?

Cristo è il pane vero

3. E se qualcuno obietta con il dire che Cristo non potrebbe insegnare a chiedere il pane supersostanziale come se si trattasse di un altro genere di pane, badi come anche nel Vangelo di Giovanni ora si parli di una cosa diversa da Lui, ora invece come fosse Lui stesso il pane. Nel primo caso: «Mosè diede a voi il pane del cielo, non quello vero, ma il Padre mio vi dà il pane vero dal cielo»; a quelli invece che gli chiesero: «Dacci sempre di questo pane», riferendosi a Sé, risponde: «Io sono il pane di vita, chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà mai sete». E più oltre: «Io sono il pane disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane poi che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo».

Il pane della Parola

4. E poiché ogni cibo è chiamato «pane» dalla Sacra Scrittura, come appare da ciò che è scritto di Mosè: «Non mangiò pane per quaranta giorni e non bevve acqua»; inoltre varia e diversa essendo la Parola che sostanzia e non potendo tutti nutrirsi di saldi e incrollabili insegnamenti divini, volendo perciò dare un cibo per la lotta adatto ai più perfetti, dice: «Il pane che io darò è la mia carne che io darò per la vita del mondo». E più avanti: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui. Come il Padre vivente mi ha mandato ed io vivo a cagion del Padre, così chi mi mangia vivrà anche lui a cagion di me». E questo è il vero cibo, la carne di Cristo, il quale, essendo Parola, diventò carne, come sta scritto: «E la Parola divenne carne». E quando ne mangiamo e ne beviamo, allora «abitò in noi». Quando poi viene distribuito, si adempie quanto è scritto: «Vedremo la sua gloria». «Questo è il pane disceso dal cielo. Non come mangiarono i padri, e morirono. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno».

Il cibo dei perfetti

5. E Paolo, rivolgendosi ai Corinti, ancora fanciulli, che camminavano alla maniera umana, dice: «Vi ho dato del latte come bevanda, non del cibo, poiché non eravate ancora da tanto, anzi non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali». E nella lettera agli Ebrei: «E siete giunti al punto che avete bisogno di latte, non di cibo solido. Infatti chiunque usi il latte, non ha esperienza della parola della giustizia, poiché è bambino, ma il cibo solido è per uomini fatti, per quelli cioè che per via dell’uso hanno i sensi esercitati a discernere il bene e il male». Io inoltre penso che anche le parole: «L’uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro, che è debole, mangia legumi» non siano principalmente dette riguardo al cibo del corpo, ma anche riferite alle parole di Dio che nutrono l’anima; giacché quello che è radicato nella fede e perfetto può prendere di tutto. Ciò significano le parole: «L’uno crede di mangiare di tutto»; a quello invece che è più debole e non interamente formato bastano alimenti di dottrina più semplice che però non infondono il completo vigore. Questo si vuole indicare con la parola: «l’altro invece che è debole, mangia legumi».

Il banchetto dei semplici

6. Sono dell’avviso che quanto è detto nei Proverbi di Salomone insegni che colui il quale a causa della sua semplicità non intende il contenuto solido e piuttosto elevato delle dottrine senza tuttavia errare nei suoi giudizi, sia migliore di colui che si rivolge alle cose con maggior zelo, profondità, e ampiezza, ma non penetra la ragione per cui tutto è in pace e in armonia. Le parole del testo sono: «È meglio essere invitato a mangiare verdure con amicizia e grazia che un vitello di stalla con odio». Spesso quindi accettammo di essere ospiti ad un familiare e semplice banchetto offerto con coscienza pura presso quelli che di più non sapevano dare, piuttosto che sedere a livello di superbi discorsi contro la scienza di Dio, che hanno sì una buona dose di probabilità ma che proclamano una dottrina diversa da quella del Padre del Signore nostro Gesù, che ha dato la legge e i profeti. Orbene, affinché per penuria di alimenti non ci ammaliamo nell’anima né agli occhi di Dio moriamo per fame della parola del Signore, chiediamo al Padre il pane vivo che è come dire supersostanziale, obbedendo all’insegnamento del Salvatore nostro, credendo e vivendo più rettamente.

Il vocabolo epioúsios, supersostanziale

7. Ma ora bisogna esaminare la parola «supersostanziale». Innanzitutto occorre sapere che il termine epioúsiosnon viene citato da nessun scrittore greco né da alcun filosofo e non è nemmeno usato nella lingua parlata dal popolo, ma sembra essere stato coniato dagli Evangelisti. Sono concordi pertanto Matteo e Luca su questa parola che riportano indifferentemente. I traduttori del testo ebraico hanno fatto la stessa cosa anche per altri termini. Infatti quale scrittore greco avrebbe usato la voce enotízou o l’altra akoutístheti, invece di eis tà óta déxai oakoúsai póiei. Un termine simile a epioúsios è scritto da Mosè, ed è parola di Dio: «E voi sarete per me il popolo eletto (perioúsios)». Ora, sembra che entrambi i termini siano formati da ousía: l’uno a significare il pane che si muta nella Sostanza, e l’altro il popolo che sta attorno alla Sostanza e comunica con essa.

Significati e valori di sostanza

8. I filosofi affermano che la sostanza propriamente detta sia il fondamento essenziale delle cose incorporee, quelle il cui essere non muta e non riceve aumento né soffre diminuzione. Diversamente si comportano le cose corporee, per cui esiste accrescimento o mancamento, per il fatto di esser labili e di aver bisogno di un qualcosa che le sostenga e le sostenti, cosicché, se a un certo punto sopraggiunge più di quanto è fuoriuscito, si ha l’accrescimento; se di meno, una perdita. Se poi alcune cose corporee non hanno nessun apporto, sono, per dir così, in pura diminuzione. Altri filosofi che suppongono la sostanza come accessoria nelle cose incorporee, ma fondamento in quelle corporee, la definiscono così: sostanza è la materia prima di cui e per cui è fatto ciò che esiste; oppure è la materia di cui constano i corpi; e quanto di consistente hanno i nomi delle cose, o il primo stadio di esistenza, indeterminato; o ciò che preesiste alle cose oppure ciò che riceve tutti i mutamenti e le alterazioni, mentre esso è senza alterazioni, secondo il proprio principio. È ancora ciò che persiste attraverso ogni alterazione e mutamento: secondo costoro poi la sostanza non ha qualità né figura, conformemente al suo principio, né possiede una grandezza prestabilita, ma s’informa ad ogni qualità, come a un posto che le si adatta. Chiamiamo propriamente qualità le forze e gli aspetti in genere, cui s’uniscono il moto e il configurarsi delle cose. Dicono che la sostanza non partecipi di nessuna qualità, a causa del suo principio; ma che sia inseparabile da qualcuna di esse per via dell’accidente o sia altrettanto in grado di ricevere tutti gli influssi dell’agente ogni volta che questo influisce e produce mutamento. Ha insita infatti una forza che tutto pervade, cosicché sarebbe causa di ogni qualità e delle operazioni inerenti. Dicono sia mutevole in tutto e per tutto, e completamente divisibile, e che ogni sostanza può aderire a qualsiasi altra, una volta unita, s’intende.

La Parola di Dio pane dell’anima

9. Ora, poiché nella nostra ricerca sulla sostanza, portativi dal pane supersostanziale e dal popolo eletto, abbiamo detto queste cose per distinguere i significati del termine sostanza; trattandosi però – lo vedemmo prima – di pane spirituale che noi dobbiamo chiedere, necessariamente crediamo che la sostanza debba essere affine a questo pane, affinché come il pane dato per il nutrimento del corpo si cambia nella sostanza di colui che se ne ciba; così il Pane vivo e disceso dal cielo, dato alla mente e all’anima, renda partecipe del proprio vigore chi si è dato per essere nutrito. Così sarà il pane supersostanziale che noi chiediamo. E inoltre, a quel modo che chi si nutre è più o meno in forze a seconda della qualità del cibo, se solido e fatto per gli atleti o a base di latte e di verdure, così è per la Parola di Dio: sia che venga somministrata come latte adatto ai fanciullini o come verdura fatta per i deboli o come carne opportuna per chi lotta, ciascuno di coloro che si nutrono, in proporzione con cui si sono disposti nei confronti del Verbo, acquista un multiforme potere, questo o quel carattere. C’è poi un cibo che è ritenuto tale, ma è nocivo; un altro che è velenoso ed un terzo che non si può prendere; tutto questo va riferito anche alla varietà delle dottrine che si credono portatrici di nutrimento. Pane supersostanziale è dunque quello adattissimo alla natura razionale ed affine alla stessa sostanza, recante salute e vigore e forza all’anima e rendendo partecipe della propria immortalità – immortale è infatti il Verbo di Dio – chi se ne ciba.

Cibo per gli angeli

10. Questo pane supersostanziale mi pare che venga chiamato nella Scrittura con altro nome «albero di vita», per cui chi «avrà allungato la mano e ne avrà preso, vivrà in eterno». E con un terzo nome tale legno è detto «sapienza di Dio» da Salomone con queste parole: «Legno di vita per chi l’abbraccia e sicuro per quelli che vi si appoggiano come al Signore». E poiché anche gli angeli si nutrono della sapienza di Dio, divenuti capaci, in virtù della contemplazione della sapienza secondo verità, ad assolvere la loro particolare missione, si legge nei Salmi che anche gli angeli se ne nutrono e con gli angeli hanno parte gli uomini di Dio, detti Ebrei, e siedono quasi allo stesso banchetto. Questo è il significato del versetto: «L’uomo si cibò del pane degli angeli». E non sia così meschina la nostra mente a credere che gli angeli abbiano sempre a nutrirsi – e con gli angeli partecipino gli uomini – di un pane materiale, quello di cui si narra che discese dal cielo su coloro che sono usciti dall’Egitto, e nemmeno credere che quel pane fosse lo stesso che mangiarono gli Ebrei insieme agli angeli, che sono spiriti ministri di Dio.

Un nutrimento comune agli angeli e ai santi

11. Mentre cerchiamo un significato di quel «pane supersostanziale», di quell’«albero della vita», di quella «sapienza di Dio», e del nutrimento comune agli uomini santi e agli angeli, non è inopportuno che citiamo anche quanto è scritto nel Genesi: «tre uomini si presentarono ad Abramo e mangiarono di tre misure di fior di farina impastata per fare i pani cotti sotto la cenere»; questo è detto in senso scopertamente figurativo, potendo i santi far parte talora del cibo spirituale e razionale non soltanto agli uomini, ma anche alle potenze divine, indubbiamente o per giovare loro o per mostrare ciò che poterono procacciarsi a loro nutrimento. Gli angeligodono e si pascono di questa dimostrazione e diventano più zelanti a recare in ogni modo aiuto per il futuro e far sì che acquisti migliore e maggiore intelligenza delle cose colui che già prima era fornito di quella dottrina che è cibo e di cui godeva, per così dire, con il nutrirsene. Non dobbiamo meravigliarci se l’uomo nutre gli angeli, quando proprio anche Cristo confessa di stare davanti alla porta a bussare, affinché entrato in casa di colui che gli ha aperto, insieme banchetti delle sue cose per dare Lui in seguito delle proprie sostanze a chi per primo ha nutrito, come gli permettevano le sue possibilità, il Figlio di Dio.

Il cibo malsano di Satana

12. Chi dunque, partecipando del pane supersostanziale, rafforza il cuore, diventa figlio di Dio; colui invece che si pasce del serpente, non è diverso dall’Etiope spirituale, ed è mutato lui stesso in serpente a causa dei lacci dell’animale; udirà così il rimprovero del Verbo anche se dice di voler essere battezzato: «Serpenti, razza di vipere, chi vi insegnò a fuggire dall’ira che verrà?». Davide così parla del corpo del serpente divorato dagli Etiopi: «Tu spezzasti il capo ai mostri marini sulle acque. Tu spezzasti il capo del serpente e lo desti in pasto al popolo degli Etiopi». E se non c’è contraddizione nel fatto che, sussistendo nella sostanza il Figlio di Dio e pure il suo Avversario, uno di essi diventi cibo del tale o del tal altro uomo, perché esitare ad ammettere che ciascuno di noi può almeno tra tutte le potenze migliori o peggiori ed anche tra gli uomini, cibarsi di tutto questo? Pietro, mentre voleva unirsi al centurione Cornelio ed a quanti si erano raccolti con lui a Cesarea, per partecipare alle genti la Parola di Dio, vede «un recipiente calato per le quattro estremità giù dal cielo, in cui era ogni genere di quadrupedi, di rettili, e fiere della terra»; quand’ecco gli venne comandato di alzarsi per ucciderli e cibarsene. «Tu sai – disse dopo aver rifiutato – che mai nulla di comune o immondo entrò nella mia bocca», ammonito così a non chiamar nessun uomo comune o immondo perché ciò che era stato purificato da Dio non doveva Pietro ritenerlo comune. Dice infatti il testo: «Le cose che Dio ha purificato non farle tu immonde». Dunque il cibo puro e quello impuro, distinti secondo la legge di Mosè con i nomi di parecchi animali posti in relazione coi diversi costumi degli esseri razionali, ci dicono che alcuni cibi sono nutrienti, altri hanno virtù contrarie, finché dopo averli purificati tutti o almeno alcuni di ogni singola specie, Dio non li renda nutrienti.

L’oggi anticipa il domani dei secoli futuri

13. E stando così le cose, e talmente grande essendo la diversità degli alimenti, uno solo è al di sopra di tutti quelli nominati: il pane supersostanziale, per cui si deve pregare onde divenirne degni e, nutriti dal Verbo divino che in principio era presso Dio, diventare Dio. Dirà qualcuno che epioúsios è formato da epiénai(sopraggiungere), cosicché noi siamo invitati a chiedere il pane adatto al secolo che verrà affinché Dio, anticipandolo, già ce lo dia, in modo da elargirci ciò che ci sarà dato in un domani, interpretando «oggi» come il secolo presente, «domani», quello venturo. Ma essendo migliore, almeno a parere mio, la prima accezione, esaminiamo il significato di sémeron del testo di Matteo, o del kath’heméran scritto in Luca. È un uso comune nelle Scritture quello di «oggi» per dire «ogni secolo»; per esempio: «Questi è il padre dei Moabiti che durano fino al giorno d’oggi» e: «Questi è il padre degli Ammoniti che durano fino al giorno d’oggi»; e ancora: «E questa voce si è divulgata tra i Giudei fino al dì d’oggi». Anche nei Salmi: «Oggi se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori». In Giosuè poi è detto in modo esplicito: «Non staccatevi dal Signore nei giorni presenti». Se dunque «oggi» significa «tutto questo secolo», forse «ieri» è il «secolo passato»; così abbiamo congetturato su quanto è scritto nei Salmi e nella lettera agli Ebrei di Paolo. Nei Salmi: «Mille anni agli occhi vostri sono come il giorno di ieri che è passato» Cristo ieri ed oggi: Egli è anche nei secoli». Non c’è da meravigliarsi se per Dio un intero secolo equivale alla durata di un solo nostro giorno, credo anzi anche di meno.

Le feste ebraiche, simboli di feste eterne

14. Bisogna inoltre considerare se quanto si dice delle feste o delle assemblee descritte per giorni o mesi o stagioni o anni si riferisce a secoli. Se infatti la legge «ha un’ombra delle cose che verranno» necessariamente i molti sabati sono l’ombra di molti giorni e le lunazioni sono poste ad intervalli di tempo, effettuate da non so quale luna in congiunzione con un certo sole. E se il primo mese ed il decimo giorno di esso fino al quattordicesimo, e la festa degli azzimi che va dal quattordicesimo al ventunesimo racchiudono l’ombra di cose che verranno, chi è sapiente e amico di Dio al punto da vedervi il primo dei molti mesi ed il suo decimo giorno, ecc.? Che bisogno c’è di parlare della festa delle sette settimane di giorni e del settimo mese il cui novilunio è il giorno delle trombe, e il decimo quello della propiziazione, essendo tutte note a Dio solo che le ha stabilite? E chi si addentrò nella mente di Cristo al punto da comprendere i sette anni della libertà dei servi degli Ebrei e della remissione dei debiti e del divieto di coltivare la terra santa? E v’è ogni sette anni una festa detta Giubileo; figurarsela fino ad un certo punto un po’ profondamente o le leggi che in essa veramente si saranno compiute non è possibile a nessuno se non a chi abbia scrutato il disegno del Padre sulla disposizione di tutti i secoli secondo i suoi ininvestigabili giudizi e le sue impercorribili vie.

Il mistero dei secoli a venire

15. Sovente nel confrontare due passi dell’Apostolo, mi venne un dubbio sulla fine dei secoli durante i quali una volta sola è apparso Gesù per cancellare i peccati: verranno ancora secoli dopo questo? I testi suonano così, quello della lettera agli Ebrei: «Ma ora una volta sola, alla fine dei secoli, con la propria immolazione è stato manifestato per annullare i peccati»; e quello della lettera agli Efesini: «Per mostrare nei secoli che verranno l’immensa ricchezza della sua grazia nella benignità verso di noi». Congetturando su così profonda materia, penso che come la fine dell’anno è l’ultimo mese dopo il quale c’è l’inizio di un altro mese; così forse quando parecchi secoli avranno colmato per così dire un anno di secoli, sarà la fine del presente secolo, dopo i quali hanno da venire certi altri secoli, il cui inizio è il secolo venturo ed in quelli futuri Dio mostrerà la ricchezza della sua grazia in benignità. Il grandissimo peccatore e bestemmiatore dello Spirito Santo, essendo stato dominato dal peccato in tutto il presente secolo ed in quello futuro dall’inizio alla fine, dopo tutto questo sarà giudicato in un modo che io ignoro.

Al di sopra dei secoli l’impegno quotidiano

16. Quindi, uno che considera queste cose e va con il pensiero alla settimana di secoli per contemplare un sabato santo; ad un mese di secoli onde veda il santo novilunio di Dio; ad un anno di secoli onde scorga anche le feste dell’anno, quando deve «ogni maschio comparire al cospetto del Signore Dio»; ad analoghi anni di siffatti secoli onde intravveda il settimo anno santo; e scorrendo con la mente sette settimane di secoli onde lodi Chi pose tali leggi, come può costui dare importanza alla più piccola parte di un’ora quotidiana di un secolo così grande? Non farà di tutto, diventato degno di questa vita, di ottenere il pane supersostanziale nel giorno di oggi, per riceverlo anche «di giorno in giorno»? Ormai, da quanto è stato detto, è chiaro il significato del «di giorno in giorno». E colui che oggi prega Dio che è dall’infinito e dura all’infinito, non solo per quanto appartiene ad «oggi», ma anche in certo modo per le necessità «di giorno in giorno» sarà capace di ottenere da «colui che può» elargire «al di là di quel che domandiamo o pensiamo», per parlare iperbolicamente, le cose che sono al di sopra di ciò che «occhio non vide, né orecchio udì, né è salito in cuor d’uomo».

Il pane nostro

17. Mi pare assai necessario aver esposto queste cose onde capire, quando preghiamo che ci venga dato dal Padre del Cristo il pane supersostanziale, le espressioni «oggi» ed anche «di giorno in giorno». Infine, se consideriamo quel «nostro» nel valore con cui è impiegato nell’ultimo Vangelo – poiché non si dice: «il nostro pane supersostanziale dà a noi oggi», ma «il nostro pane supersostanziale dà a noi di giorno in giorno» – bisogna esaminare come questo pane è «nostro». Insegna proprio l’Apostolo che sia la vita, sia la morte, sia le cose future, tutto è dei santi. Ma non è necessario parlarne ora.

CAPITOLO XXVIII

I debiti che abbiamo

1. «E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» o, come dice Luca, «e rimetti a noi i nostri peccati poiché anche noi li rimettemmo a ogni nostro debitore». E dei debiti parla anche l’Apostolo: «Rendete a tutti ciò che dovete: Il tributo a chi dovete il tributo, la gabella a chi la gabella, il timore a chi dovete il timore, l’onore a chi spetta. Non abbiate altro debito con alcuno se non d’amarvi gli uni gli altri». Siamo dunque debitori perché abbiamo non soltanto obblighi nel dare, ma anche nel dire una parola di bene e nel compiere siffatte azioni; ché anzi dobbiamo avere verso gli altri una disposizione di questo genere. Questi debiti certamente li soddisfiamo coll’adempiere i comandi della legge divina o non li soddisfiamo, disprezzando la santa parola e rimanendo quindi debitori.

E quelli che non sappiamo di avere

2. La stessa cosa bisogna pensare dei debiti verso i fratelli che sono stati rigenerati con noi in Cristo, secondo la parola della nostra religione, e verso quelli che hanno il nostro stesso padre e la stessa madre. E c’è un debito anche verso i cittadini ed un altro comune a tutti gli uomini, specialmente se sono ospiti ed hanno l’età del nostro padre; un altro debito verso quei tali che è giusto onorare come figli o fratelli. Chi quindi non soddisfa i debiti verso i fratelli, resta debitore di ciò che non ha fatto. Così pure se manchiamo agli uomini nelle cose che noi dobbiamo loro in virtù dello spirito di sapienza che si estende a tutto il genere umano, maggiore diventa il debito. Ma anche nelle cose che riguardano noi stessi, dobbiamo sì servirci del corpo, ma non consumare le carni del corpo coll’amore al piacere; dobbiamo poi dedicare una certa cura all’anima e provvedere alla vigoria del pensiero e della parola, onde sia senza il pungiglione ed utile e non affatto vana. E se noi tralasciamo i doveri che abbiamo verso noi stessi, più grave diventa questo debito.

I debiti verso Dio e gli angeli

3. Ed oltre a ciò, poiché siamo sopra ogni cosa fattura ed immagine di Dio, dobbiamo conservare verso di Lui una certa disposizione amandolo «con tutto il cuore, con tutte le forze e con tutta la mente». Qualora trascuriamo ciò, restiamo debitori verso Dio peccando contro il Signore. Chi, per questa colpa, pregherà per noi? «Se un uomo commette peccato contro un uomo, si pregherà pure per lui. Ma se pecca contro il Signore, chi pregherà per lui?», come Eli dice nel primo libro dei Re. Siamo poi anche debitori a Cristo che con il proprio sangue ci riscattò, come ogni servo è debitore a chi lo comprò del tanto denaro da questi versato. Abbiamo un debito anche verso lo Spirito Santo, che paghiamo quando «non lo contristiamo, nel quale siamo stati suggellati per il giorno della redenzione»; e non contristandolo portiamo i frutti che attende da noi: poiché ci viene in aiuto e vivifica la nostra anima. E se non sappiamo con precisione chi sia l’angelo di ciascuno di noi, che «vede il volto del Padre nei cieli», è tuttavia evidente a chi rifletta che anche verso di lui abbiamo un piccolo debito. E se noi «siamo sulla scena del mondo di fronte agli angeli e agli uomini», va tenuto presente che come colui che è in teatro deve recitare o fare quella tal parte davanti agli spettatori e, non facendola, è punito come se abbia offeso tutto il teatro, così anche noi di fronte a tutto il mondo, a tutti gli angeli e al genere umano siamo debitori di quanto, volendo, apprenderemo dalla sapienza.

Debiti particolari

4. A parte questi debiti che sono rivolti a tutti, c’è un debito della vedova cui la Chiesa provvede, un altro del diacono ed un terzo del presbitero, mentre quello del vescovo è gravissimo ed è sollecitato dal Salvatore di tutta la Chiesa, e punito se non venga sciolto. E già l’Apostolo chiamò debito quello comune tra uomo e donna, scrivendo: «Il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto e lo stesso faccia la moglie verso il marito». E soggiunge: «Non vi private l’un dell’altro». Che bisogno ho io di enumerare quanti debiti abbiamo, potendo coloro che leggono quest’opera collezionarne di propri in base a quanto s’è detto? Se non sciogliamo questi debiti, resteremo insolvibili; se li paghiamo, ne saremo liberati. Ma non è possibile che chi vive in questa vita, sia privo di debiti ogni ora della notte e del giorno.

Il pagamento dei debiti

5. E nella condizione di debitore, uno o paga o non paga. Può darsi che in questa vita si paghi il debito, ma che anche non si paghi. Ci sono di quelli che non devono più nulla a nessuno, altri invece che pagando moltissimo riescono ad estinguere una piccola parte del debito; ed altri che pagando un poco aumentano sempre più il debito. Forse c’è quello che non paga nulla, ma resta debitore di tutto. E chi ha pagato tutto così da non essere più debitore, ci impiega del tempo, avendo però bisogno di una cancellazione dei debiti precedenti e potendola ragionevolmente ottenere, se dopo un certo tempo si è comportato in modo da non aver più quel debito per cui, siccome non aveva pagato, restava vincolato. E quelle forze contrarie impresse nell’anima superiore sono il «chirografo che è sfavorevole a noi» per cui saremo giudicati, a guisa di libri scritti, per dir così, da tutti noi quando «tutti compariremo davanti al tribunale di Cristo onde ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte quando era nel corpo, secondo quel che fece sia di bene che di male». Di questi debiti se ne discorre anche nei Proverbi: «Non dare te stesso in garanzia nei debiti, vergognandotene in volto, poiché se non avrai con che soddisfare, porteranno via la coperta tua che è sotto la tua schiena».

Indulgenza verso i nostri debitori

6. Ma se sono così tanti quelli verso cui siamo indebito, certamente abbiamo pure qualcuno che debba a noi. Alcuni infatti hanno dei debiti verso di noi, perché siamo il loro prossimo; altri perché loro concittadini, oppure perché padri; alcuni devono come a figli, ed oltre a questi, come donne a mariti, o come amici ad amici. Ora, se alcuni dei moltissimi nostri debitori si fossero mostrati piuttosto trascurati nel rimettere quanto ci devono, saremmo portati a trattarli con indulgenza e senso di umanità, memori dei numerosi personali debiti in cui fummo negligenti, non solo verso gli uomini, ma anche verso Dio stesso. Ricordandoci infatti di non aver pagato i debiti che avevamo, anzi di aver commesso una frode essendo passato il tempo in cui bisognava che li avessimo estinti nei riguardi del nostro prossimo, saremo più larghi verso coloro che erano nostri debitori e non hanno soddisfatto il debito. Soprattutto se non dimentichiamo le nostre trasgressioni contro la legge di Dio e le parole d’ingiustizia pronunziate contro l’Altissimo, sia per ignoranza della verità sia per mala sopportazione degli eventi che dipendettero dalle circostanze.

La parabola del servo infido

7. Ma se non vogliamo essere più indulgenti verso coloro che ci sono debitori, soffriremo come colui che non condonò al conservo i cento denari: era stato prosciolto, secondo i fatti esposti nel Vangelo; il padrone, avendolo imprigionato, esigette da lui ciò che prima gli aveva condonato, dicendogli: «Cattivo servitore, e pigro: non dovevi aver pietà del tuo conservo come anch’io l’ebbi di te? Buttatelo in prigione, finché non renda tutto quanto deve». E soggiunse il Signore: «Così farà anche per voi il Padre celeste, se non perdonate, ciascuno, al proprio fratello dall’intimo del vostro cuore». Si devono perdonare quelli che, avendo peccato spesso verso di noi, dicono d’esser pentiti delle colpe. Infatti è scritto: «se il tuo fratello ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te, dicendo – mi pento –, gli perdonerai». Non siamo aspri verso quelli che non si pentono: costoro fanno del male a se stessi: «Chi rigetta la disciplina odia se stesso». Ma anche in questi casi, occorre procurare di avere ogni attenzione per chi è completamente traviato da non accorgersi dei propri mali, ma è colmo di una ubriachezza più perniciosa di quella causata dal vino: l’ubriachezza da tenebra del male.

È in nostro potere rimettere i debiti

8. E quando Luca dice: «Rimetti a noi i nostri peccati», poiché i peccati sono i debiti che noi abbiamo ma che non paghiamo, dice la stessa cosa di Matteo, che sembra escludere chi vuole perdonare soltanto ai debitori che si pentono, e dice che è stato il Salvatore a comandare di aggiungere, pregando: «poiché anche noi li rimettemmo ad ogni nostro debitore». Certamente tutti abbiamo potere di rimettere i peccati commessi contro di noi, come appare dalle parole: «Come anche noi li rimettemmo ai nostri debitori» e dalle altre: «poiché anche noi li rimettemmo ad ogni nostro debitore». Chi ha ricevuto da Gesù il soffio dello Spirito Santo come gli Apostoli (e si può riconoscere dai frutti perché ha ricevuto lo Spirito Santo ed è diventato spirituale, essendo come il Figlio di Dio portato a fare ogni azione secondo ragione) perdona ciò che perdonerebbe Dio e non assolve i peccati che sono incurabili. Poiché è ministro di Dio – il solo che ha potere di rimettere i peccati – come lo erano i profeti perché dicevano non quello che volevano loro, ma Dio.

Quali peccati non sono rimessi

9. E si leggono queste parole nel Vangelo di Giovanni sulla remissione dei peccati operata dagli Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a quelli cui rimettete i peccati, sono loro rimessi, a quelli cui li ritenete, sono stati ritenuti». Chi però accoglie senza discernimento queste parole, potrebbe rimproverare agli Apostoli di non perdonare a tutti, affinché a tutti Dio perdoni; ma di ritenere i peccati di qualcuno, cosicché per mezzo loro anche da parte di Dio sarebbero ritenuti. È utile servirci di un paragone tratto dalla Legge per poter comprendere il perdono dei peccati dato da Dio agli uomini per mezzo degli uomini stessi. I sacerdoti della Legge non possono compiere sacrifici in remissione di certe colpe di coloro in nome dei quali si offrono le vittime. Ed il sacerdote che ha il potere su certi involontari peccati od offre sacrificio per le colpe volontarie, mai sarà che offra olocausti per adulterio o deliberato omicidio o per altra più grave colpa e peccato. E così pertanto anche gli apostoli ed i sacerdoti, fatti simili agli Apostoli secondo il grande Sommo Sacerdote, avendo ricevuto la scienza della divina terapia, sanno, ammaestrati dallo Spirito, per quali peccati bisogna offrire vittime e quando ed in qual modo, e conoscono i casi in cui non si devono far sacrifici. Anche il sacerdote Eli, saputo che i figli Ofni e Finees peccavano, poiché non poteva far nulla per rimettere i loro peccati, confessa di non avere speranza che questo si possa ottenere: «Se commette peccato un uomo contro un uomo, pregheranno anche per lui; ma se pecca contro il Signore, chi pregherà per lui».

Abusi nel perdono delle colpe

10. Alcuni, arrogandosi, non so come, poteri oltre la dignità del sacerdote, forse perché non conoscono la scienza sacerdotale, si vantano di poter rimettere anche la colpa dell’idolatria e perdonare l’adulterio e la fornicazione; sciolgono persino il peccato che porta alla morte, pregando per quelli che hanno osato commetterlo. Non conoscono infatti quel che è detto: «C’è un peccato che porta alla morte, non intendo dire che si preghi per quello». Bisogna ricordare anche il fortissimo Giobbe che offriva sacrificio per i figli, dicendo: «Che i miei figli non abbiano nella loro mente il peccato di cattivi pensieri contro Dio». Infatti egli offre sacrificio per i peccati dubbi o che non sono saliti fino alle labbra.

CAPITOLO XXIX

La vita dell’uomo è tentazione

1. «E non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno». Luca non ha: «ma liberaci dal Maligno». Se il Salvatore non ci comanda di pregare per l’impossibile, mi pare che convenga investigare perché mai noi siamo invitati a pregare di non essere indotti in tentazione, quando la vita degli uomini sulla terra è tutta una tentazione. Per il fatto di essere sulla terra avvolti nella carne in lotta contro lo spirito, «la sapienza di essa è nemica a Dio, non potendo affatto sottomettersi alla legge di Dio», noi ci troviamo in tentazione.

Nessuno sfugge alla tentazione

2. Da Giobbe abbiamo appreso attraverso quelle parole: «Forse che la vita degli uomini sulla terra non è una tentazione?» che la vita umana sulla terra è una tentazione sola. La stessa verità è nel Salmo 17: «Per te sarò liberato dalla tentazione». Ma anche Paolo, scrivendo ai Corinti dice che Dio concede non di essere immuni da tentazione, ma di non venir tentati oltre le nostre forze: «Tentazione non vi ha colti se non umana; or Iddio, fedele, non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma darà insieme alla tentazione anche la via di uscirne, onde possiate sopportarla». Poiché la nostra lotta è con la carne che ha desideri contrari allo spirito e lo avversa con la vita di tutta la carne – espressione equivalente per indicare la parte che in noi domina, chiamata cuore – (qualunque sia la lotta di quanti sono tentati in umane tentazioni); oppure lottiamo come atleti provetti e temprati che ormai non hanno più guerra con il sangue e la carne, né sono provati in umane tentazioni ormai messe sotto i piedi; i nostri combattimenti sono «contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità»; orbene, non sfuggiamo alla tentazione.

Dio c’entra nella tentazione?

3. Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: «Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui – il Signore – che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi». Anche Davide, quando dice: «Molte sono le afflizioni dei giusti», conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice «perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio».

Anche gli Apostoli furono tentati

4. E se non afferriamo il significato, che sfugge ai più, del pregare per non cadere in tentazione, dobbiamo dire che gli Apostoli non erano ascoltati nella loro preghiera, poiché soffrirono innumerevoli mali in tutta la loro vita, «in molti maggiori travagli, in più numerose battiture, in prigione oltre misura, spesso nella morte». E personalmente Paolo «ricevette dai Giudei cinque volte quaranta colpi meno uno, tre volte fu battuto con le verghe, una volta fu lapidato, tre volte fece naufragio, una notte ed un giorno passò in alto mare», uomo «tribolato in tutti i modi, esitante, perseguitato, atterrato» e che confessa «fino a questo momento abbiamo fame e sete, siamo ignudi e siamo schiaffeggiati, non abbiamo stabile dimora e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo». Ora, non avendo gli Apostoli ottenuto esaudimento nella preghiera, uno che sia da meno, quale speranza ha, pregando, di essere ascoltato da Dio?

La tentazione è sempre in agguato

5. È scritto inoltre nel Salmo 25: «Provami, o Signore, e tentami; passa al fuoco i miei reni e il mio cuore». Ora, uno che non penetri nell’intenzione del Salvatore allorché invita a pregare, penserà che contrasti con quanto il nostro Signore insegnò sulla preghiera. Ma quanto mai uno ha pensato che gli uomini fossero senza tentazione, dopo averne fino in fondo compreso il motivo? E c’è forse un momento in cui si è pensato di non combattere contro il peccato? È povero quell’uomo? Stia attento «che non rubi e non spergiuri il nome di Dio». È ricco? Non disprezzi: può infatti «pur essendo pieno, diventare menzognero» e nella sua superbia dire: «Chi mi vede?». Nemmeno Paolo «ricco di ogni dono di parole e di ogni conoscenza» è esente dal pericolo di peccare d’orgoglio per questi doni; ha bisogno anzi del pungiglione di Satana che lo schiaffeggia affinché non si insuperbisca. Anche se uno si riconosca perfetto ed eviti i mali, sappia ciò che è detto nel secondo libro dei Paralipomeni, a proposito di Ezechia: che cadde dalla vetta del suo cuore superbo.

Ricchi e poveri sono accomunati nella tentazione

6. Poiché non molto abbiamo detto del povero, se uno pensa che non esista tentazione nella povertà, sappia che l’insidiatore s’aggira «per abbattere il povero e il misero» e soprattutto perché, secondo Salomone, «il povero non sostiene la minaccia». Che bisogno c’è inoltre di ricordare i molti che a causa delle ricchezze materiali non bene amministrate hanno avuto lo stesso posto insieme al ricco del Vangelo, nel luogo della pena? Ed i numerosi che, sopportando ignobilmente la povertà, con un’umile vita più da schiavi che da uomini santi, restarono delusi nella speranza del cielo? Nemmeno coloro che stanno nel mezzo di questi estremi, cioè tra la ricchezza e la povertà, solo perché posseggono moderatamente, sono completamente esenti dal peccare.

Anche i sani e i malati sono a rischio

7. Ma colui che è sano nel corpo e sta bene crede di trovarsi fuori da ogni tentazione per il fatto stesso di avere e di godere della salute. E quali altri, che non siano sani e vigorosi, commettono il peccato di «rovinare il tempio di Dio»? Non lo si oserà dire, essendo chiaro a tutti il significato di questo passo. E qual uomo che sia malato ha fuggito gli inviti a distruggere il tempio di Dio, dal momento che è in ozio per tutto il tempo della malattia e totalmente disposto ad accogliere pensieri di azioni impure? Ma che bisogno c’è di dire quanti altri pensieri lo agitano, se non sorvegli «con ogni guardia» il suo cuore? Molti, infatti, vinti dai travagli e non sapendo sopportare virilmente le malattie, si trovano ad essere allora più infermi nell’anima che nel corpo; e molti anche, vergognandosi di portare fieramente il nome di Cristo, volendo evitare il disonore, sono caduti in una vergogna eterna.

La gloria non preserva dalla tentazione

8. Però qualcuno pensa che cessi d’esser tentato perché ricevette gloria dagli uomini; ma quelle parole: «hanno dagli uomini la ricompensa», non sono forse facilmente rivolte a coloro che si insuperbiscono, come d’un tesoro, della fama di cui godono presso la maggioranza? Forse non suona come un rimprovero l’altra frase: «Come potete avere fede voi, che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?»? Ma perché dovrei enumerare i peccati di superbia di quelli che passano per nobili e lo strisciante servilismo dei cosiddetti ignobili ai piedi di coloro che si credono superiori – servilismo che è dovuto alla loro ignoranza ed allontana da Dio quelli che non hanno vera amicizia, ma simulano soltanto la cosa più bella che ci sia tra gli uomini: l’amore?

Tentati, ma non sopraffatti

9. Dunque, come è già stato detto: «tutta la vita dell’uomo sulla terra è una tentazione»; perciò preghiamo di esser liberati dalla tentazione non nel senso di non venir tentati (che questo è impossibile, soprattutto per quelli sulla terra), ma se tentati, di non soccombere. Colui che soccombe nella tentazione, vi entra, penso, avvolto nelle sue reti in cui, per la salvezza di quelli che già erano caduti, entrò il Salvatore «osservando tra le grate», come è detto nel Cantico dei Cantici. E si rivolge a quelli che sono caduti nelle reti e sono entrati in tentazione, e dice loro, come alla sua sposa: «Levati, amica mia, bella mia, colomba mia». Questo dirò ancora, a dimostrare che ogni nostro momento è propizio per esser tentati: neppure colui che medita giorno e notte la legge di Dio e cerca di tradurre in pratica quanto è detto: «La bocca del giusto mediterà la sapienza» è lontano dall’esser tentato.

La tentazione di chi studia la Scrittura

10. C’è bisogno di nominare anche quanti, nel dedicarsi all’esegesi delle divine Scritture, interpretarono male il contenuto della Legge e dei Profeti e si cacciarono in dottrine empie ed atee, stolte e ridicole? E quelli che caddero in simili errori sono innumerevoli, mentre apparentemente non meritano il rimprovero di negligenza nei loro studi. Simile sorte toccò anche a molti interpreti degli scritti apostolici ed evangelici, che con la propria insensatezza si creano un Figlio o un Padre diversi da quello vero proclamato e conosciuto dai santi. Colui, infatti, che non ha su Dio o sul suo Cristo una cognizione conforme al vero, si è staccato dal vero Dio e dal suo Unigenito; e non è neppure vera adorazione quella per il Dio creato dalla sua follia e scambiato per Padre e Figlio. Ma poiché non si accorge della tentazione insita nell’interpretazione delle Sacre Scritture, eccone il risultato: non si arma né si aderge contro la lotta che lo sovrasta.

Dio non può esporre alla tentazione

11. Bisogna quindi pregare non d’essere senza tentazioni – cosa impossibile –, ma di non venir presi nel laccio della tentazione: destino che tocca a quanti vi sono impigliati e sono stati vinti. Poiché dunque fuori di questa Preghiera è scritto: «affinché non entriate in tentazione» (il cui significato può esser chiaro in base a quanto s’è detto), e nella Preghiera a Dio Padre noi dobbiamo dire: «Non ci indurre in tentazione»; è bene che vediamo come si possa pensare che Dio induca in tentazione colui che non ha pregato o che non è ascoltato. Chi entra in tentazione viene vinto: allora è assurdo credere che Dio tragga qualcuno in tentazione, perché equivarrebbe ad esporlo ad una sconfitta. E la stessa aporia resta, comunque uno interpreti le parole: «Pregate per non entrare in tentazione». Se infatti è male cadere in tentazione – preghiamo perché non dobbiamo soffrirne –, come non è assurdo pensare che Dio, buono, che non può portare frutti di male, getti uno in braccio ai mali?

Polemica antimarcionita

12. Sembra quindi utile fare un confronto con queste parole di Paolo nell’epistola ai Romani: «dicendosi savi, son divenuti stolti ed hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili; per questo Iddio li ha abbandonati nelle concupiscenze dei loro cuori alla impurtà, perché vituperassero tra loro i loro corpi». E più avanti: «Perciò Iddio li ha abbandonati a passioni infami, poiché le loro femmine hanno mutato l’uso naturale in quello che è contro natura; e similmente anche i maschi, lasciando l’uso naturale della donna, si sono infiammati». E poco oltre di nuovo: «E siccome non si sono curati di ritenere la conoscenza di Dio, Iddio li ha abbandonati ad una mente reproba, perché facessero le cose che sono sconvenienti». Senonché si devono citare tutti questi testi per coloro che operano divisioni nella divinità, e domandare loro – siccome ritengono il Padre buono del Signore nostro diverso dal Dio della legge – se Iddio, che è buono, trae in tentazione chi non ha ottenuto esaudimento dalla preghiera; e se il Padre del Signore abbandona «alle concupiscenze dei cuori» quelli che in qualche modo prima hanno peccato «all’impurità, perché vituperino tra loro i corpi»; se, come essi dicono, dimenticando di giudicarli e di punirli, «li abbandona a passioni infami ed a una mente reproba perché facciano le cose sconvenienti». Costoro sembra che si trovino nelle concupiscenze dei loro cuori, perché Dio ve li ha consegnati; che siano caduti nelle passioni infami, perché fu Dio a darli in loro potere; che siano incappati in una mente reproba, perché Dio li ha consegnati ad essa così condannati.

La tentazione è per la sazietà del peccato

13. Ma so bene che questa condizione molto li tormenta; per cui, foggiandosi un Dio diverso da quello creatore del cielo e della terra – siccome trovano nella Legge e nei Profeti molte analogie – hanno affermato che quegli che pronunziava simili parole non era buono. Ma ormai attraverso la difficoltà sollevata su quel «non c’indurre in tentazione», in suffragio del quale abbiamo citato le espressioni dell’Apostolo, dobbiamo vedere se anche noi troviamo delle soddisfacenti soluzioni a queste incongruenze. Penso che Dio si prenda cura di ciascun’anima razionale, mirando alla sua vita eterna; essa ha sempre il libero arbitrio e può di per sé trovarsi nella condizione ideale per salire fino alla vetta del bene o a discendere in vario modo, a causa della negligenza, a questo o a quell’abisso di male. Ora, poiché una guarigione rapida ed accelerata produce in certuni un senso di leggerezza sulla gravità del male in cui sono caduti, perché ritenuto facile a curarsi, cosicché dopo il ristabilimento potrebbero piombare una seconda volta nella malattia; logicamente in campo spirituale, Dio trascurerà quel crescere fino ad un certo punto del male, permettendo che trabocchi moltissimo come fosse inguaribile, affinché con questa stasi nel male, con la sazietà del peccato che hanno assaporato, essendo satolli, si accorgano del danno; ed odiando ciò che prima avevano abbracciato, possano con la guarigione godere più stabilmente della salute delle anime loro, venuta dall’essersi curati. Quale «la moltitudine che era tra i figli d’Israele arse di brama, e sedutasi piangeva, e con essa i figli d’Israele dicevano – Chi ci darà da mangiare delle carni? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei poponi, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra anima è arida. Non c’è che manna davanti ai nostri occhi» cospetto dicendo: Perché siamo noi usciti dall’Egitto?».

La pedagogia di Dio nel permettere la tentazione

14. Guardiamo dunque a questa narrazione storica, se l’abbiamo citata con profitto per sciogliere la contraddizione insita nella petizione: «non c’indurre in tentazione» e nelle parole dell’Apostolo. Avendo arso di brama la moltitudine che era tra i figli d’Israele, pianse, ed i figli d’Israele con essa. È evidente che per tutto il tempo che non ebbero desideri, non potevano sentire sazietà né esser liberati dalla sofferenza. Ma Dio che è buono ed ama gli uomini, avendo dato loro quanto bramavano, non lo fece per lasciare in essi desiderio; perciò dice che avrebbero mangiato le carni non per un giorno soltanto: ché sarebbe infatti rimasta la voglia delle carni nell’anima infiammata ed arsa, se per poco ne avessero gustato. Ma neppure per due giorni dà loro quanto desiderano; volendo invece far venir loro a nausea la brama, non sembra che prometta, ma – a chi è in grado di capire – che minacci attraverso quei doni stessi che apparentemente dispensa dicendo: «neppure cinque giorni soli passerete a mangiare le carni né il doppio o quattro volte tanto, ma mangerete al punto da cibarvi di carne per un mese intero finché dalle narici, insieme alla pestilenziale malattia, esca ciò che era creduto bello per voi, e il suo biasimevole e turpe desiderio. Lo scopo è di separarvi dalla vita senza più appetiti ed una volta usciti, come puri da ogni desiderio, ricordando attraverso quali sforzi ve ne siete liberati, far sì che non cadiate più. Un altro scopo è quello di lasciarvi cadere nei mali se – qualora ciò avvenga in lungo giro di tempo – dimenticandovi di quanto avete sofferto per colpa del desiderio, non prenderete cura di voi stessi e non accetterete la Parola che libera completamente da ogni male. In seguito, desiderando i beni della creazione, nuovamente potrete chiedere di ottenere per la seconda volta ciò che bramate; ma avendo a nausea l’oggetto dei vostri appetiti, volerete allora verso il bello e verso il cibo celeste, che avete disprezzato con il tendere alle cose peggiori».

Il peccatore è punitore di se stesso

15. Identica sorte soffriranno quindi «coloro che hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili» passioni infami (passioni non solo naturali, ma ripugnanti alla natura) si bruttano e s’impinguano della carne come se allora non avessero più un’anima né una mente, ma fossero una carne sola; mentre nel fuoco e nella prigione non ricevono ricompensa dell’errore, ma quasi un beneficio perché si purificano dei mali del loro errore, facendo insieme salutari sforzi propri degli amanti del piacere. Onde sono liberati da ogni lordura e sangue, in mezzo a cui insudiciandosi e deturpandosi, non potevano pensare una via di salvezza alla loro rovina. «Laverà pertanto Dio l’immondezza dei figli e delle figlie di Sion, e purificherà del sangue in mezzo a loro, con spirito di giustizia e spirito di ardore. Perché egli avanzerà come fuoco che fonde e come erba dei lavandai», lavando e purificando quanti sono bisognosi di tali rimedi per non voler Dio degno di «una loro più seria conoscenza».

Il rimanere nella tentazione favorisce la conversione

16. Vedi se appunto per questo Dio non abbia indurito il cuore del Faraone, perché egli potesse dire quello che asserì dopo d’essere stato indurito: «Giusto è il Signore, io e il mio popolo siamo empi». Per più lungo tempo aveva bisogno dell’indurimento e per più lungo tempo occorreva soffrisse alcune afflizioni perché non si giudicasse come un male l’indurimento, quando troppo presto se ne fosse liberato, e così si rendesse meritevole di indurimento maggiore. Invero se, come è detto nei Proverbi: «non ingiustamente si tendono le reti agli uccelli», Iddio ha ragione di gettarci nella rete secondo che è scritto: «Tu mi facesti cadere nella rete»; ora se anche il più trascurabile degli uccelli, il passero, non cade nella rete senza la volontà del Padre (in quanto che quello che cade nella rete vi cade per il mal uso delle ali, che gli sono state date per elevarsi), domandiamo nella nostra preghiera di nulla fare che dal retto giudizio di Dio diventiamo meritevoli di essere indotti in tentazione. In essa viene indotto chi da Dio viene abbandonato all’impurità nei desideri del suo cuore; ognuno che si abbandona a passioni ignominiose e ognuno che è abbandonato al suo animo depravato, si da fare cose sconvenienti, perché non ha dato prova di portare Dio con sé.

Utilità della tentazione

17. Ecco l’utilità della tentazione. Quello che la nostra anima ha in se ricevuto è nascosto a tutti, anche a noi stessi, tranne che a Dio. Tutto ciò è reso manifesto dalle tentazioni, affinché il nostro particolare essere non rimanga più occulto, e noi conosciamo noi stessi e con la buona volontà abbiamo coscienza delle nostre malizie, si da rendere grazie a Dio per i beni derivatici dalle tentazioni. Ci vengono le tentazioni perché si renda noto qual mai siamo e siano svelati i pensieri reconditi del nostro cuore, come ce lo indicano le parole del Signore nel libro di Giobbe e nel Deuteronomio. Ivi è scritto: «Pensi che io per altro scopo con te ho trattato se non perché tu appaia giusto?». E nel Deuteronomio: «Ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, ti ha fatto mangiare la manna e ti ha condotto nel deserto; dove abitano il serpente mordente, lo scorpione e il rettile, perché siano conosciuti i pensieri del tuo cuore».

18. E se vogliamo ricordarci ancora della storia, dobbiamo rilevare che la ragione di Eva divenne così facile all’inganno e debole nel raziocinio allorché essa, anziché obbedire a Dio, diede ascolto al serpente. Si manifestò quale era anche prima, quando il serpente le si avvicinò, dal momento che con la sua astuzia aveva scoperto la sua fragilità. Parimenti in Caino la malvagità non cominciò ad esistere quando uccise suo fratello, perché già prima Dio, il conoscitore dei cuori, non aveva rivolto gradevole sguardo a Caino e ai suoi sacrifici ; ma la sua malvagità divenne palese nel momento che tolse la vita ad Abele. Inoltre, se Noè non avesse bevuto il vino della vigna che aveva piantato e se dopo di ciò non si fosse ubriacato e non avesse scoperto le sue nudità, non si sarebbe manifestata la procacia e l’empietà di Cam riguardo a suo padre, né il rispetto e la venerazione dei suoi fratelli verso il genitore. Del pari l’insidia che Esaù tese a Giacobbe sembra originata dall’avergli rubata la benedizione del padre; ma già prima essa aveva radici nella sua anima impura e iniqua. E la radiosa purezza di cui Giuseppe era dotato, così da non essere mai sopraffatto dalla passione, ci sarebbe stata sconosciuta, se la sua padrona non si fosse invaghita di lui.

19. Nei tempi, pertanto, intermedi, mentre le tentazioni si susseguono, stiamo saldi e prepariamoci a tutto quello che ci potrà accadere, in modo che qualunque cosa sopravvenga, non ci si possa accusare di essere stati impreparati, ma invece si veda che siamo disposti nel modo più guardingo alle circostanze. Quello che ci difetta a causa dell’umana fragilità, se faremo quello che è in nostro potere, lo compirà Dio che «per coloro che lo amano fa sì che tutte le cose cooperino per il bene», cioè con coloro di cui con infallibile prescienza ha previsto quello che diventeranno.

CAPITOLO XXX

Liberaci dal maligno

1. Con la domanda: «Non ci indurre in tentazione» Luca sembra a ragione avere insegnato anche questa: «E liberaci dal maligno». Con tutta verosimiglianza il Signore con il discepolo, già progredito, usò una forma più compendiosa, mentre per la moltitudine, che aveva bisogno di istruzione più lineare, usò una forma più aperta, Dio ci libera dal maligno, non perché il nemico non ci assalga in nessuna maniera e non entri in lotta contro di noi, con le sue arti di ogni genere e per mezzo dei servitori della sua volontà, ma perché fronteggiando ogni evento possiamo riportare vittoria. Così va intesa la parola: «Numerose sono le tribolazioni dei giusti, ma da tutte egli li libera». Dio ci libera dalle tribolazioni, non perché non ci vengano più tribolazioni (anche Paolo dice: «tribolati in tutto, ma non schiacciati»), ma perché, pur essendo nella tribolazione, per il soccorso divino non siamo schiacciati. Essere nella tribolazione, secondo il modo di parlare ebraico, significa una situazione, in cui ci si viene a trovare, prescindendo dalla nostra volontà; essere schiacciato è invece uno stato, che dipende dalla nostra volontà, che si lascia vincere e sopraffare dalla tribolazione. Paolo bene ha detto: «tribolati in tutto ma non schiacciati». A mio avviso, a questa osservazione corrisponde la parola del Salmo: «Nella tribolazione tu mi hai dilatato». Infatti la gioia e la serenità dello spirito, che nel tempo delle calamità ci vengono da Dio, per l’aiuto e la presenza del Verbo divino, consolatore e salvatore, [nella Scrittura] hanno il nome di dilatazione.

2. Simile cosa è da intendere quando uno è liberato dal maligno. Dio liberò Giobbe, non perché il diavolo non ottenne licenza di affliggerlo con molteplici tentazioni (la ottenne infatti), ma perché in tutto quello che gli sopravvenne egli non peccò davanti al Signore e si mostrò giusto. Colui che aveva detto: «Forse Giobbe. teme Dio per nulla? Non hai tu alzato un riparo tutt’intorno a lui, alla sua casa e a tutto quello che gli appartiene? Non hai tu benedetto l’impresa delle sue mani, e moltiplicato il suo bestiame sulla regione? Ma tu stendi, ti prego, la mano e colpisci la sua roba: di certo ti benedirà in faccia», fu come calunniatore di Giobbe che venne coperto di vergogna. Infatti Giobbe, pur avendo sofferto tanti mali, non bestemmiò contro Dio, come aveva detto l’avversario, bensì invece, anche lasciato in balia del tentatore, continuò a benedire il Signore, E quando la moglie gli dice: «Di’ una parola contro il Signore e muori», la rimprovera con queste parole: «Tu parli proprio come una donna stolta! Certo, il bene lo riceviamo da Dio, il male non lo dobbiamo ricevere?».

Una seconda volta il diavolo dice al Signore riguardo a Giobbe: «Pelle per pelle! Quello che l’uomo possiede lo darà per la sua vita. Ma stendi la tua mano, tocca le sue ossa e la sua carne, per vedere se ti benedirà in faccia». Vinto dall’eroico campione della virtù, il diavolo si è dimostrato menzognero. Giobbe invero, benché abbia sofferto durissime prove, resistette, senza che con le labbra peccasse davanti a Dio. Sostenne vittorioso due combattimenti e non occorse che affrontasse il terzo combattimento. Il triplice combattimento era riservato al Salvatore, come è descritto dai tre evangelisti; e il Salvatore, considerato come uomo, tre volte vinse il nemico.

3. Dopo aver accuratamente esaminato e ponderato in noi stessi queste parole per poter domandare a Dio con giusto intendimento di non entrare in tentazione e di essere liberati dal maligno, siamo degni, per aver ascoltato Dio, di essere ascoltati da lui. Domandiamogli dunque, qualora siamo tentati, di non essere messi a morte; colpiti dalle infuocate frecce del maligno, di non rimanervi bruciati. Sono bruciati da esse quelli i cui cuori, secondo uno dei dodici profeti, «sono divenuti come forno». Ma non ne sono bruciati quelli che con lo scudo della fede spengono i dardi infuocati dal maligno scagliati contro di loro. Effettivamente hanno in loro fiumi di acqua zampillante verso la vita eterna, che non consentono il sopravvento del fuoco del maligno, ma lo spengono facilmente per il diluviare di pensieri divini e salutari, che sono scolpiti nell’anima di colui che con la contemplazione della verità si studia di divenire spirituale.

CAPITOLO XXXI

Come ci si dispone alla preghiera

1. Dopo di ciò non mi sembra fuori posto approfondire il problema della preghiera; trattare con maggiore penetrazione l’argomento sul contegno e sulle disposizioni che devono esserci nell’orante; sul luogo dove bisogna pregare; verso quale direzione si debba rivolgere lo sguardo. qualora qualche ostacolo non si opponga; e così pure sul tempo adatto e preferibile alla preghiera, e di altre cose consimili. [Per bene intenderei] le disposizioni sono da riferire allo spirito, il contegno invece è da riferire al corpo. Paolo, come sopra si è accennato descrive le disposizioni [interiori], quando dice che bisogna pregare «senza ira, né discussione»; si riferisce invece al contegno con quella esortazione: «levando le mani pure». Questo mi sembra ricavato dai Salmi, dove c’è questa espressione: «l’elevazione delle mie mani è come sacrificio vespertino». A proposito del luogo (dice il medesimo Apostolo): «Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo». Quanto all’orientazione, nella Sapienza di Salomone è scritto: «Affinché sia noto che bisogna precorrere il sole per renderti grazie e adorarti al riapparire della luce».

2. A mio avviso, chi si appresta a pregare, se per un po’ di tempo si impegnerà a raccogliersi internamente si renderà più pronto e attento in tutto lo svolgimento della preghiera. Del pari avverrà se scaccerà tutto quanto può distrarla e turbare i suoi pensieri; se si ricorderà per quanto gli è possibile della maestà di Colui al quale accede; se rifletterà che è vera empietà avvicinarsi a lui con disattenzione e svogliatezza, quasi con atteggiamento sprezzante; se allontanerà tutti gli elementi estranei e verrà così alla preghiera, tendendo per così dire l’anima prima delle mani, elevando a Dio lo spirito prima degli occhi; se prima di erigersi in piedi solleverà dalla terra la parte superiore del suo spirito e si presenterà davanti al Signore dell’universo; se rimuoverà da sé ogni mala ricorda che potrebbe avere di ingiustizie inferte a suo danno, come egli stesso desidera che Dio non si ricordi delle sue male azioni e dei peccati, commessi contro molti dei suoi prossimi, o ancora di tutti i falli di cui ha coscienza d’essere incorso contro la retta ragione. Non si può mettere in dubbio che, per quanta numerose passano essere le posizioni del corpo, a tutte sano da preferire quella consistente nell’elevare le mani e nel rivolgere in alto gli occhi; giacché in tal modo il corpo reca nella preghiera l’immagine delle qualità che convengono all’anima nell’orazione. Diciamo che ciò bisogna mettere in atto a meno che alcune circostanze non lo impediscano. Effettivamente in talune contingenze è consentito qualche volta pregare convenientemente stando seduti, come ad esempio quando si soffra un mal di piedi non trascurabile; oppure stando a letto a causa delle febbri, o altre simili infermità. Analogamente, se ad esempio siamo sulla nave o se il disbrigo di affari non permette di ritirarsi per la dovuta preghiera, si può pregare senza averne l’aria.

3. Conviene dunque sapere che quando uno sta per accusarsi davanti a Dio dei propri peccati, supplicandolo che glieli rimetta, è necessaria anche la genuflessione. Trova questa la sua figura in Paolo che si umilia e si sottomette, dicendo: «Perciò io piego le ginocchia davanti al Padre, da cui deriva ogni paternità in cielo e in terra». La genuflessione spirituale, così detta perché tutti gli esseri si sottomettono a Dia nel nome di Gesù e si umiliano davanti a lui, mi sembra che l’Apostolo la significhi con quella espressione: «Affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e negli abissi». Non si può pensare che corpi celesti siano così conformati da possedere ginocchia corporali, giacche è dimostrato da coloro, che di ciò accuratamente trattarono, che tali corpi sono sferici. Colui che non vuole ammettere questa tesi dovrà pure convenire che ogni membro ha la sua utilità, di modo che nulla da Dio è fatto senza finalità, a meno che egli resista con impudenza alla ragione. Incappa così in doppia difficoltà, sia chi dice che le membra del corpo sono state date inutilmente da Dio agli esseri celesti e non per attuazione di finalità specifiche, sia chi dice che le viscere e l’intestino compiono le loro funzioni proprie anche negli esseri celesti. È poi da folle pensare che questi esseri celesti, a guisa delle statue, abbiano l’apparenza umana sola alla superficie e non nella loro profondità. Tutto ciò ho messo in risalto nell’esaminare il significato della genuflessione e avendo sotto gli occhi quel passo scritturale: «Nel nome di Gesù ogni ginocchia si pieghi in cielo, sulla terra e negli abissi». La stessa cosa è scritta nel Profeta: «Ogni ginocchio si piegherà davanti a me».

Il luogo della preghiera

4. Quanto al luogo della preghiera, conviene sapere che, qualora si preghi bene, ogni luogo vi è adatto: «Dappertutto, dice il Signore, offritemi l’incenso». E: «Voglia dunque che gli uomini preghino in ogni luogo». Perché possa fare le proprie orazioni più quieto e senza distrazioni, ognuno può scegliere un luogo particolare e predisposto nella sua abitazione privata se vi è spazio, per così dire, più santo, e ivi pregare. Prima però dell’esame generale di questo luogo egli indagherà se nel posta dove si prega nulla di nefando e di contrario alla retta ragione mai sia stato commesso. Colui che così operò non soltanto se stesso, ma anche il luogo della sua preghiera personale ha resa tale che Dio distolga di là il sua sguardo. Nell’approfondire le considerazioni su tale luogo, devo dire qualche casa, che potrebbe sembrare forse incresciosa, ma che ad esaminarla accuratamente non è da disprezzare. Si tratta di sapere se sia santo e puro rivolgersi a Dio nella preghiera nella stanza dove si compie l’opera della carne, non quella contraria alle leggi ma secondo la parola dell’Apostolo, per indulgenza e non per comanda. Poiché se non può attendere alla preghiera come si conviene, se non compie là questo dovere che temporaneamente, per mutuo consenso, è d’uopo considerare anche questo, se tal luogo cioè vi si addica.

5. Aggiunge alla utilità qualche cosa di gradevole il luogo della preghiera, dove i credenti si riuniscano insieme, perché è credibile che ivi potenze angeliche partecipino alle assemblee dei credenti. Là discende la forza dello stesso Signore e Salvatore nostro, dove si radunano gli spiriti dei santi, a mio credere, quelli dei marti che ci hanno preceduto e senza dubbia anche quelli dei santi ancora in vita, benché ciò non riesca facile a dirsi come avvenga. Se degli angeli ciò si può arguire dal detto: «L’angelo. del Signore si aggirerà intorno a coloro che temono Dio e li libererà», se Giacobbe asserisce il vero non solo nei suoi riguardi, ma anche con riferimento a quelli che sono devoti a Dio, quando parla dell’«angelo che mi libera da tutti i mali», è credibile che, allorquando malti sono legittimamente riuniti per la gloria di Cristo, l’angelo di ciascuno s’aggiri intorno a ognuno di coloro che temono il Signore, se si trova con l’uomo che ha l’incarico di custodire e di dirigere, di guisa che, quando i santi sano riuniti, vi sona due chiese, quella degli uomini e quella degli angeli. Se Raffaele dice del solo Tobia di avere offerto la sua preghiera in memoriale e poi quella di Sara, che sarebbe divenuta più tardi sua nuora per il matrimonio con il giovane Tobia, che cosa conviene dire, quando s’avvera il caso che molti si riuniscono in un medesimo spirito e in un medesimo pensiero e formano un solo carpo in Cristo? Quanto alla potenza del Signore che è presente nella Chiesa, Paolo dice: «Essendo radunati voi e il mio spirito con la potenza del Signore», come se la potenza del Signore fosse non solamente con gli Efesini, ma anche con i Corinzi. Ora, se Paolo, ancora rivestito di carne corporea, ha pensato di essere portato con il suo spirito a Corinto, non è temerario pensare che i beati usciti dai loro corpi vengano in spirito, forse più celermente di colui che è nel corpo, in mezzo alle assemblee. Per tali ragioni non si devono tenere in poco conto le preghiere che si fanno nelle chiese, perché esse hanno veramente qualche casa di eccellente per chi legittimamente vi prende parte.

6. Come la potenza del Signore e lo spirito di Paolo e degli uomini che a loro assomigliano e gli angeli del Signore, che si aggirano, che attorniano i santi si riuniscono e si assembrano con coloro che si congregano in modo legittimo, bisogna darsi pensiero che, se qualcuno è indegno dell’angelo santo a causa delle colpe e delle ingiustizie commesse per disprezzo di Dio, non cada in balia di un diavolo. Un tale uomo, data che sono rari coloro che gli rassomigliano, non sfuggirà per lungo tempo alla provvidenza degli angeli, i quali per servizio del divino valere esercitano la sorveglianza sulla comunità e portano a conoscenza di tutti i falli di quell’uomo. Ma se tali individui divengono più numerosi e se si radunano alla stregua delle società umane per occuparsi di affari terrestri, Dio non veglierà più su di loro. Ciò appare chiaro dalle parole del Signore presso Isaia: «Quando venite per comparirmi innanzi, io, dice egli, stornerò i miei occhi da voi e, se moltiplicherete le vostre suppliche, non vi ascolterò». Può pertanto darsi che invece della doppia assemblea, di cui abbiamo parlato, cioè di uomini santi e di angeli beati, vi sia una doppia congrega di uomini empi e di angeli malvagi. Allora gli angeli santi e gli uomini probi potrebbero dire di siffatta riunione: «Io non mi sono assiso nel sinedrio dei vanitosi e non mi associerò con quelli che commettono iniquità, e non siederò accanto agli empi».

È per questo, a mio credere, che gli abitanti di Gerusalemme e di tutta la Giudea, perché caduti in numerosi delitti, sono stati sottomessi ai loro nemici: i popoli, che avevano abbandonato la legge [di Dio], sono abbandonati e dagli angeli custodi e dagli uomini santi, che avrebbero potuto salvarli. Così si permetterà che intere assemblee soccombano talvolta alle tentazioni, affinché ciò che credano di avere sia loro tolto e, a somiglianza del fico maledetto e disseccato sino alle radici per non avere dato il suo frutta a Gesù che aveva fame, esse pure, siano inaridite e private del poco di forza vitale nella fede, che ancora avevano. Queste delucidazioni mi sono sembrate necessarie nell’esaminare il luogo della preghiera e per mostrare che il miglior posto per pregare è proprio quello, dove i santi si radunano in assemblea.

CAPITOLO XXXII

L’orientazione nella preghiera

Ora, sia pure brevemente, bisogna dire qualcosa sul punto del cielo, verso cui ci si deve rivolgere per pregare. Poiché vi sono quattro punti cardinali, il settentrione, il mezzogiorno, l’occidente e l’oriente, chi non ammetterebbe senz’altro che l’oriente intuitivamente manifesta che noi dobbiamo pregare da quel lato, significando essa, simbolicamente, l’anima con il suo sguardo rivolto alla levata della luce vera? Se qualcuno preferisce pregare guardando l’apertura della sua porta, comunque sia l’ubicazione della porta della sua casa, sostenendo che la vista del cielo per se stesso ha qualcosa di più invitante che quella dei muri, a meno che nella sua casa non vi sia l’apertura verso oriente, converrà rispondergli che trattasi di pura convenzione la costruzione delle case verso questo o quel punto cardinale, ma che per natura quello verso oriente ha titolo di preminenza sugli altri, e che il criterio della natura è preferibile a quelli della convenzione. E che è? Colui che prega in un campo non pregherà piuttosto verso l’oriente, che verso l’occidente? Se dunque per motivo così ragionevole si deve preferire l’oriente, perché non far questo in ogni luogo? Ma di tale argomento basta.

 CAPITOLO XXXIII

Classificazione della preghiera

1. Penso di dover concludere il mio dire, dopo che avrò trattato sulle forme della preghiera. Mi sembra pertanto di dovere descrivere quattro forme di preghiera, che ho trovato sparse nelle Scritture; a norma di queste bisogna che ognuno componga la sua preghiera. Tali forme sono le seguenti. Dapprima e nell’esordio della preghiera bisogna secondo le proprie forze rendere gloria a Dio per mezzo di Cristo, glorificato nello Spirito Santo, che è lodato con lui. Dopo di ciò ognuno deve far seguire azioni di grazie, rievocando i benefici largiti a tutti gli uomini e quelli personali ricevuti da Dio. Dopo l’azione di grazie deve farsi severo accusatore dei propri peccati davanti a Dio e in primo luogo domandargli guarigione e liberazione dall’abitudine che ci porta al peccato, e in secondo luogo la remissione delle colpe passate. Dopo la confessione il quarto punto, per quanta a me sembra, è la domanda dei beni grandi e celesti, particolari e collettivi, per i familiari e per gli amici. Infine la preghiera deve concludersi con la glorificazione di Dio, per mezzo di Cristo nello Spirito Santo.

2. Questi punti, come abbiamo detto, li troviamo menzionati qua e là nelle Scritture. Il tema della glorificazione si riscontra nel Salmo 103 in quelle parole: «O Signore mio Dio, sei stato magnificato in maniera sublime. Ti sei vestito di splendore e di gloria, avvolto di luce come di un manto. Tu distendi i cieli come un drappo; riempi di acque le sue stanze superiori; rendi le nubi tuo cocchio; passeggi sulle ali dei venti. Fai dei venti i tuoi nunzi veloci e del fuoco fiammeggiante i tuoi ministri; hai piantato la terra su basi solide, sicché non vacillerà per tutti i secoli venturi. Tu la ricopri di acque abissali come di una veste, le acque ondeggeranno sui monti. Al tuo grido esse fuggiranno spaurite, al fragore del tuo tuono esse tremeranno». La parte più rilevante di questo salmo risulta dalla glorificazione del Padre. Chi vuole raccogliere esempi in maggior numera, può vedere come la dossologia sia diffusa in molti luoghi [della Scrittura].

3. Per il rendimento di grazie può essere addotto come esempio un tratto del secondo libro di Samuele, dove David, dopo le promesse fattegli da Natan, è preso da stupore per i doni di Dio e parla in questi termini: «Che cosa sono io, o mio Signore, e che cosa è la casa mia, che tu mi hai amato a tal punto? Ma io mi sano fatto piccolo davanti a te, o mio Signore, e tu hai parlato riguardo della casa del tuo servo in vista di un lontano avvenire. È questa la legge dell’uomo, o mio Signore, a Signore Dio. Che altro potrà dirti David? Ora tu conosci il tuo servo, Signore; per il tuo servo hai compiuto questo e secondo il tuo cuore hai fatto conoscere al tuo servo tutta questa magnificenza, perché ti abbia ad esaltare, o Signore, o mio Signore».

4. Esempio di confessione: «Liberami da tutte le mie iniquità». E altrove: «Fetide e purulente sono le mie piaghe a causa della mia follia. Io sono avvilito e depresso oltre ogni dire; tutto il giorno mi sono aggirato nella tristezza».

Un esempio di domanda è nel salmo 21: «Non mi trascinare con gli empi e non mi perdere con quelli che operano l’iniquità»Si potrebbero citare altri testi analoghi.

È bene, dopo aver cominciato con la dossologia; finire con la dossologia, esaltando e magnificando il Padre di tutte le cose per mezzo di Gesù Cristo nella Spirito Santo «a cui sia gloria nei secoli».

 CAPITOLO XXXIV

Epilogo

Secondo le mie forze diligentemente, o verissimi fratelli nella religione di Dio, Ambrogio e Taziana, ho studiato il problema della preghiera e la preghiera [del Signore] tramandataci nei Vangeli, specialmente quello che è detto in Matteo. Non dispero, tendendo verso quello che vi è davanti e obliando quello che vi sta dietro, pregando nel frattempo per noi, di ottenere ancora maggiori e più divini pensieri su tutti questi punti da Dio munifico nel dare, e di poter trattare di questo soggetto con più magnificenza, elevazione e chiarezza. Presentemente, accogliete questo mio saggio con indulgente benevolenza.

 

LA PREGHIERA secondo ORIGENEultima modifica: 2017-01-17T19:43:53+00:00da mikeplato
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