L’UOMO è UNA PLURALITA’ E IL SUO NOME è LEGIONE

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di Francesco Lamendola

Nel precedente articolo Esiste l’anima dell’uomo nella filsofia buddhista? (consultabile sul sito di Arianna Editrice) ci eravamo posta la questione se, e in quale misura, bisogna riconoscere che le dottrine Theravada negano l’esistenza di un Io, di un’anima individuale presente nell’uomo, sostenendo che, al suo posto, non vi è altro che un gruppo di operazioni mentali sempre mutevoli e cangianti.

In effetti, in quella sede eravamo giunti alla conclusione – con l’aiuto del dotto monaco Wong Kiew Kit del monastero Shaolin, e insegnante all’Istituto Shaolin  Wahnam Kung Fu – che a livello trascendentale il sé, così come qualsiasi altra realtà separata, non esiste, perché il Supremo Assoluto è indifferenziato. Ma il sé, come le altre entità separate, esiste a livello fenomenico. Pertanto i buddhisti Theravada non comprendono, forse, che la dottrina del non-sé, predicata dal Buddha, deve essere interpretata  unicamente a livello fenomenico. Quindi, essi non colgono il fatto fondamentale che tale dottrina è transitoria, in quanto il suo unico scopo è quello di aiutare i fedeli a liberarsi dalsamsara, non di insegnare che il sé o l’anima non esistono e che la vita è soltanto sofferenza.

I Theravada, infatti, ammettono che il sé è un’illusione, ma partono dal presupposto che i dharma siano entità reali, sebbene dotate unicamente di un’esistenza momentanea; e sembrano non accorgersi che, in effetti, tanto il sé quanto il dharma sono illusori; e che, nella dimensione trascendentale, la realtà cosmica è il vuoto, e l’esistenza illusoria del sé e dei fenomeni è causata dagli errori della nostra mente.

Fra i pensatori occidentali eterodossi dell’età contemporanea, quello che più sembra essersi avvicinato alla concezione dei Theravada che negano il sé o anima individuale, sembra essere stato quella strana figura di iniziato che fu Georges Ivanovic Gurdjieff (Aleksandropol, Caucaso, 1877 -Parigi, 1949). Anche se, oggi, il grosso pubblico lo conosce principalmente per un episodio marginale della sua vita, ossia il ricovero presso il priorato di Avon, a Fontainebleau, della famosa scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, malata terminale di tisi alla ricerca di un’impossibile guarigione, a suo tempo Gurdjieff fu oggetto di vivo interesse presso una non ampia, ma qualificata  cerchia di intellettuali europei.

Cultore di filosofie orientali e gran viaggiatore, nella prima parte della sua vita, in vari luoghi dell’Asia, egli creò e diresse, inizialmente a Mosca, negli anni della prima guerra mondiale, poi a Parigi, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, dei gruppi di studio che suscitarono l’attenzione di notevoli personalità dell’epoca. Il nucleo della sua dottrina, una sintesi originale di elementi induisti, buddhisti, taoisti e occidentali, in particolar modo cristiani (egli sosteneva di insegnare il vero cristianesimo, ossia il «cristianesimo esoterico»), faceva perno sulle pratiche yoga, sulle danze sacre dei dervisci, nonché su uno sforzo continuo di autocoscienza, indirizzato al raggiungimento di un superiore equilibrio spirituale.

Uno degli aspetti più singolari della sua dottrina, che ben lo colloca nel contesto culturale di fine Ottocento – fra Nietzsche, cioè, ed Helena Blavatskij, tanto per dare un’indicazione – è, a nostro avviso, l’affermazione che l’uomo non possiede un Io, ma che il suo compito è appunto quello di costruirselo, in modo da poter accedere alla stabilità dell’essere.

Solo se riesce a costruirsi un Io, l’uomo può aspirare all’immortalità – una immortalità, peraltro, relativa, poiché, secondo Gurdjieff, tutti gli esseri viventi sono mortali, Dio compreso. Ma l’uomo, di per sé, non possiede affatto un Io, bensì una moltitudine di piccoli ‘io’ tirannici ed egoistici, che esercitano volta a volta una effimera egemonia sulla vita della coscienza e prendono decisioni avventate, gettando poi nella confusione e nella sofferenza tutti gli altri io.

La mente corre subito a Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, alla inconsapevolezza di Zeno Cosini ne La coscienza di Zeno di Italo Svevo (si pensi solo all’episodio, tragicomico, del fidanzamento del protagonista), per cui appare evidente il collegamento fra queste teoria e il clima generale del Decadentismo, dominato dal motivo centrale della crisi dell’Io e della frantumazione della vita cosciente del soggetto. Non meno importante, però, anzi – a nostro avviso – ancor più  importante, è il debito di Gurdijeff nei confronti di alcune filosofie orientali e, in particolare, come abbiamo accennato, al Buddhismo della corrente Theravada; ma anche, probabilmente, al pensiero taoista e ad opere come il  Sogno di Chuang-tzu

Mentre si trovava ancora in Russia, a Pietrogrado, nel 1915 Gurdjieff ebbe fra i suoi discepoli un personaggio di statura notevole: il filosofo Piotr Demianoich Ouspensky, autore di alcuni libri importanti e assai originali: Quarta dimensione (1909), Tertium Organum (1912) Un nuovo modello dell’Universo (1914).

Scrive, dunque, P. D. Ouspensky nel suo libro Frammenti di un insegnamento sconosciuto (titolo originale: In Search of the Miraculous. Fragments of an Unknown Teaching; traduzione italiana dall’edizione in lingua francese di Henry Thomasson, Roma, Casa Editrice Astrolabio, 1976, pp. 62-63; 68-71; 114-115):

Nel novembre del 1915 avevo già afferrato alcuni punti fondamentali dell’insegnamento psicologico di G.

Il primo, quello sul quale insisteva maggiormente, era l’assenza di unità nell’uomo

«Il più grande errore – egli diceva – è credere che l’uomo abbia unità permanente. Un uomo non è mai uno. Continuamente egli cambia. Raramente rimane identico, anche per una sola mezz’ora. Noi pensiamo che un uomo chiamato Ivan sia sempre Ivan, ma non è così. Ora è Ivan, un altro momento è Pietro, e un minuto più tardi Nicola. Sergio, Matteo, Simone, anche se tutti pensiamo che sia sempre Ivan. Sapete che Ivan non può commettere certe azioni, mentire per esempio, ed ora scoprite che Ivan ha mentito e siete tutti so presi che lui, Ivan, abbia potuto fare questo Infatti Ivan  non può mentire, è Nicola che ha mentito e ad ogni occasione Nicola mentirà nuovamente, perché Nicola non può fare a meno di mentire. Rimarrete stupiti rendendovi conto della moltitudine di questi Ivan e Nicola che vivono in un solo uomo. Se imparerete ad osservarvi  non avrete più bisogno di andare al cinema».

«Tutto ciò – domandai – ha qualcosa a che fare con la coscienza delle diverse parti ed organi del corpo? Credo di capire ciò che avete detto, perché ho sentito sovente la realtà di queste coscienze. So che non soltanto ogni organo, ma ogni parte del corpo avente una distinta funzione , ha una coscienza sua propria; vi è una coscienza della mano destra e una coscienza della mano sinistra. È questo che volete dire?».

«Non del tutto – disse G. – Anche queste coscienze esistono, ma sono relativamente innocue. Ognuna di esse conosce il suo posto e sa quello che deve fare. Le mani sanno di dover lavorare, i piedi di dover camminare. Ma questi Ivan, Pietro, Nicola, sono del tutto diversi: si chiamano tutti IO, ossia si considerano come padroni e nessuno vuole riconoscerne un altro. Ciascuno di essi è il Califfo per un’ora, fa ciò che gli pare senza riguardi per nessuno: saranno poi gli altri a farne le spese. Nessun ordine regna fra di loro. Colui che si impone è il padrone. Distribuisce frustate da tutte le parti, senza tener conto di nulla. Il momento seguente, però, quando un altro avrà preso la frusta, toccherà a lui riceverne i colpi. E così vanno le cose per tutta la vita.  Immaginate un paese in ciascuno possa essere re per cinque minuti, e durante questi cinque minuti fare del suo regno tutto ciò che vuole. Ecco la nostra vita».

  1. ritornò ancora una volta sull’idea dei diversi corpi dell’uomo. (…)

Molto sovente, quasi ad ogni riunione, G. ritornava sull’assenza di unità nell’uomo.

«Uno dei più gravi errori dell’uomo – diceva -, quello che deve essergli costantemente ricordato, è la sua illusione riguardo al suo ‘Io’.

L’uomo così come lo conosciamo, l’uomo macchina, l’uomo che non può ‘fare’, per il quale e attraverso il quale ‘tutto accade’ non può avere un ‘Io’ permanente ed unico. Il suo ‘io’ cambia velocemente come i suoi pensieri, i suoi sentimenti, i suoi umori, ed egli commette un errore profondo quando si considera come se fosse sempre una sola e stessa persona; in realtà egli è sempre una persona differente; non è mai quello che era un momento prima.

L’uomo non ha un ‘Io’ permanente ed immutabile. Ogni pensiero, ogni umore, ogni desiderio, ogni sensazione dice: ‘Io’. E ogni volta sembra doversi ritenere certo che questo ‘Io’ appartiene allaTotalità dell’uomo, all’uomo intero, e che un pensiero, un desiderio, un’avversione sono l’espressione di questa Totalità. In realtà nessuna prova può essere portata per convalidare questa affermazione. Ogni pensiero dell’uomo, ognuno dei suoi desideri si manifesta e vive in un modo completamente indipendente e separato dalla sua Totalità. E la Totalità dell’uomo non si esprime mai, per la semplice ragione che non esiste come tale, salvo che fisicamente come una cosa, e astrattamente come un concetto. L’uomo non ha un ‘Io’ individuale. Al suo posto vi sono centinaia e migliaia di piccoli ‘io’ separati che il più delle volte si ignorano, non hanno alcuna relazione, o, al contrario, sono ostili gli uni agli altri, esclusivi ed incompatibili. Ad ogni attimo, ad ogni momento , l’uomo dice e pensa ‘Io’. Ed ogni volta il suo ‘io’ è differente. Un attimo fa era un pensiero, ora è un desiderio, poi una sensazione, poi un altro pensiero e così via, senza fine. L’uomo è una pluralità. Il nome dell’uomo è legione.

L’alternarsi di questi ‘io’, le loro lotte manifeste, di ogni istante, per la supremazia, sono comandate dalle influenze esteriori accidentali. Il calore, il sole, il bel tempo richiamano subito tutto un gruppo di ‘io’. Alcuni, naturalmente, sono più forti degli altri, ma non della loro propria forza cosciente. Essi sono stati creati dalla forza degli avvenimenti o dagli stimoli meccanici esterni. L’imitazione, l’educazione, la lettura, l’ipnotismo della religione, delle caste o delle tradizioni, o la seduzione degli ultimi slogans, danno origine nella personalità dell’uomo a degli ‘io’ molto forti che dominano intere serie di altri ‘io’ più deboli. Ma la loro forza non è che quella dei rulli nei centri [i rulli fonografici sarebbero degli apparecchi di registrazione di ogni centro sui quali vengono a incidersi le impressioni; l’insieme delle incisioni di tali rulli forma il materiale di associazione di un uomo]. E tutti questi ‘Io’ che costituiscono la personalità dell’uomo hanno la stessa origine delle incisioni sui rulli: sia gli uni che gli altri sono i risultati delle influenze esteriori e sono messi in movimento e comandati dalle influenze del momento.

L’uomo non ha individualità. Non ha un grande ‘Io’ unico. L’uomo è diviso in una moltitudine di piccoli ‘io’.

Ed ogni piccolo ‘io’ separato è capace di chiamare se stesso col nome della Totalità, di agire in nome della Totalità, di fare delle promesse, prendere delle decisioni, essere d’accordo o non essere d’accordo con quello che un altro ‘io’, o la Totalità dovrebbe fare. Questo spiega perché la gente prende così spesso delle decisioni e le mantiene così raramente. Un uomo decide di alzarsi presto, cominciando dall’indomani. Un ‘io’, o un gruppo di ‘io’, prende questa decisione. Ma l’alzarsi è una  cosa che riguarda un altro ‘io’, che non è affatto d’accordo, e che può persino non essere stato messo al corrente della cosa. naturalmente quest’uomo continuerà a dormire il mattino seguente la sera deciderà di nuovo di alzarsi presto. In certi casi questo può comportare conseguenze molto spiacevoli. Un piccolo ‘io’ accidentale può, a un certo momento, fare una promessa, non a se stesso, ma a qualcun altro, semplicemente per vanità o per divertimento Poi scompare. Ma l’uomo, ossia l’insieme degli altri ‘io’ che sono assolutamente innocenti, dovrà forse pagare tuta la vita per questo scherzo. È la tragedia dell’essere umano, che qualunque piccolo ‘io’ abbia così il potere di firmare assegni e cambiali e che sia in seguito l’uomo, ossia la totalità, che debba farvi fronte. Vite intere trascorrono così, per regolare dei debiti contratti da piccoli ‘io’ accidentali.

Gli insegnamenti orientali contengono varie immagini allegoriche che cercano di ritrarre la natura dell’essere umano da questo punto di vista.

Secondo uno di essi, l’uomo è paragonato a una casa senza Padrone né sovrintendente, occupata da una moltitudine di servitori  che hanno interamente dimenticato il loro dovere; nessuno vuole fare ciò che deve; ognuno cerca di essere il padrone, non fosse che per un momento; e, in questa specie di anarchia, la casa è minacciata dai più gravi pericoli. La sola speranza di salvezza è che un gruppo di servitori più sensati si riuniscano ed eleggano un sovrintendente temporaneo, cioè unsovrintendente delegato. Questo sovrintendente delegato può allora mettere gli altri servitori al loro posto, e costringere ciascuno a fare il proprio lavoro: la cuoca in cucina, il cocchiere nella scuderia, il giardiniere in giardino, e così via. In questo modo, la casa può essere pronta per l’arrivo del vero sovrintendente, il quale a sua volta preparerà l’arrivo del vero Padrone.

Il paragone dell’uomo con una casa che aspetta l’arrivo del padrone è frequente negli insegnamenti orientali che hanno conservato tracce dell’antica conoscenza e, come sapete, questa idea appare sotto varie forme, anche in molte parabole dei Vangeli.

Ma anche se l’uomo comprendesse nel modo più chiaro le sue possibilità, questo non lo farebbe progredire di un solo passo verso la loro realizzazione. Per essere in grado di realizzare queste possibilità, deve avere un desiderio di liberazione molto forte, deve essere pronto a sacrificare tutto, a rischiare tutto per la propria liberazione». (…)

[Gurdjieff disse:] «C’è stata una domanda sulla vita futura: come crearla, come evitare la morte totale, come non morire.

Per raggiungere questo scopo, è indispensabile ‘essere’. Se un uomo cambia ad ogni minuto, se non vi è nulla di lui che possa resistere alle influenze esteriori, ciò significa che nulla in lui può resistere alla morte. Ma se egli diventa indipendente dalle influenze esteriori, se in lui appare ‘qualche cosa’ che possa vivere di per sé, questo ‘qualche cosa’ può anche non morire. Nelle circostanze ordinarie, noi moriamo ad ogni istante. Le influenze esteriori cambiano e noi cambiamo con esse; ciò significa che molti dei nostri ‘io’ muoiono. Se un uomo sviluppa in sé un ‘Io’ potrà anche sopravvivere alla morte del corpo fisico. Tutto il segreto è che non si può lavorare per la vita futura senza lavorare per questa vita. Lavorando per la vita, un uomo lavora per la morte, o piuttosto per l’immortalità. Questa è la ragione per cui il lavoro per l’immortalità, se così lo si può chiamare, non può essere separato dal lavoro per la vita in generale. Realizzando l’uno, si realizza l’altro. Un uomo può sforzarsi di essere, semplicemente per amore degli interessi della propria vita. Anche solo in questo modo, egli può divenire immortale. Noi non parliamo in particolare di una vita futura e non cerchiamo di sapere se essa esista oppure no, poiché le leggi sono le stesse ovunque. Studiando la sua stessa vita e quella degli altri, dalla nascita alla morte, un uomo studia tutte le leggi che governano la vita, la morte e l’immortalità. Se diventa padrone della sua vita, può diventare padrone della sua morte».

 

La dottrina della pluralità degli ‘io’ è indubbiamente affascinante e, in apparenza, permette di rendere ragione di tutta una serie di fatti, e soprattutto di anomalie, del comportamento umano, i quali, diversamente, risultano difficilmente spiegabili.

In questi giorni è stata emessa la sentenza definitiva del processo ad Annamaria Franzoni, che ha ribadito la sua colpevolezza per l’omicidio del figlioletto Samuele, avvenuto alcuni anni fa nella villa di Cogne. La teoria di Gurdjieff, ad esempio, permetterebbe di spiegare come la donna abbia sempre potuto proclamarsi innocente, nonostante l’evidenza dei fatti le desse torto; e come abbia potuto evitare di “crollare” sotto il peso del rimorso. Non c’è una Annamaria, ve ne sono moltissime; e quella che ha ucciso brutalmente il figlio è solo una fra le tante, di cui le altre non sanno assolutamente nulla. La donna, pertanto, non finge quando si proclama innocente, e non ha nemmeno rimosso” l’azione compiuta; semplicemente, non ne sa niente.

A considerarla più da vicino, tuttavia, la teoria di Gurdjieff appare più spettacolare che convincente, e non resiste a una critica serrata. Tanto per cominciare: se l’uomo non è, inizialmente, una Totalità, ma può, al massimo, diventarlo, con molto sforzo e studio indefesso: chi è colui che pone la domanda se l’Io abbia o non abbia commesso una determinata azione? In altre parole: se l’Io non esiste, come è possibile che qualcuno degli innumerevoli, piccoli ‘io’ possa giungere a porsi il problema dell’unità e impegnarsi per costruirla? Se si vuole essere coerenti, bisogna ammettere che i piccoli ‘io’ non potranno mai innalzarsi al di sopra della propria angusta e meschina prospettiva; donde nasce, allora, l’aspirazione e la volontà di realizzare una Totalità, un individuo che oltrepassi il livello di uomo-macchina (come dice Gurdjeff) per fondarsi sulla permanenza dell’essere?

Ma non è questa la sola obiezione alla teoria della pluralità degli io, tutti mutevoli e capricciosi, tutti in lotta continua per affermare una fuggevole egemonia sugli altri. In pratica, si tratta di una formulazione della teoria psicologica relativa alla sindrome della personalità multipla, con la quale si è cercato di spiegare alcuni casi sconcertanti di soggetti che, a un dato momento, evidenziano gravissimi disturbi della personalità, come se se questa si dissociasse in una pluralità di personalità secondarie (che possono essere due, tre o perfino sei o sette).

Ma il fatto è che il soggetto colpito dalla sindrome della personalità multipla – che è, in fondo, la solita etichetta che la scienza “ufficiale” mette sui fenomeni che non è affatto in grado di spiegare veramente – non è cosciente di quanto gli sta accadendo: ciascuna delle personalità secondarie si comporta come se fosse la vera. Inoltre, ciascuna è cosciente delle altre, per cui si ingaggia una vera e propria lotta per la supremazia, che può anche terminare con la “vittoria” definitiva di una delle personalità secondarie. In tal caso, il soggetto perde definitivamente la sua personalità principale e diviene una creatura irriconoscibile per coloro che le stanno intorno: totalmente diversa da quella originaria nel modo di parlare, di pensare, di sentire.

Nella teoria di Gurdjieff, invece, non esiste una personalità principale, e le sotto-personalità sono legione, cioè innumerevoli: non giungono mai a dominare il campo per più di qualche momento, magari per pochi istanti; e, sovente, ignorano del tutto quel che fanno le altre. Se così fosse, la conseguenza sarebbe inevitabilmente una forma devastante di schizofrenia, che renderebbe assolutamente impossibile al soggetto condurre una vita normale; mentre, per Gurdjieff, quasi tutti gli esseri umani si trovano in una tale condizione, il che non impedisce loro di condurre delle esistenze forse contraddittorie, ma, insomma, ragionevolmente  ordinate e tranquille. Ciò appare decisamente in contrasto con il quadro delineato nelle premesse.

Nonostante queste critiche, sia di ordine teorico che di ordine pratico, ci sembra – comunque – che la teoria di Gurdjieff contenga degli elementi di verità, che meritano di essere meditati e approfonditi. È vero che la maggior parte degli esseri umani, immersi nella vita di ogni giorno, tendono a perdere di vista la consapevolezza di sé e a smarrirsi in mille desideri, emozioni e pensieri di corto respiro, inseguendo i quali vanificano il proprio progetto esistenziale.

D’altra parte, per avere una tale consapevolezza, bisogna essere allenati a guardare in se stessi, dominando le pulsione del falso Ego; e, inoltre – come abbiamo più volte sostenuto, in precedenti articoli e saggi – occorre avere elaborato una personale visione unificatrice della vita. Diversamente, esiste il pericolo che le persone non si riconoscano come tali, ossia come liberi soggetti di libere scelte, ma sprofondino nella palude di una esistenza illusoria, dominata da false immagini di bene, ove una sorta di automatismo quotidiano si sostituisce alla intenzionalità della coscienza e alla benefica tensione verso valori degni di essere perseguiti.

Quanti di noi, in effetti, vivono con il pilota automatico perennemente inserito, rinunciando a gustare la bellezza di una esistenza vissuta sino in fondo, con tutti i rischi e con tutte le soddisfazioni che essa può offrire?

Da questo punto di vista, Gurdjieff non aveva tutti i torti nel sostenere che l’uomo, in quanto essere unitario, non è un dato, ma un processo; e che tale processo è soggetto alla categoria kierkegardiana della possibilità. Chi può dire se un certo essere umano riuscirà a realizzarsi pienamente come persona, dispiegando tutte le sue facoltà per oltrepassare se stesso; se riuscirà a riscoprire i tesori della propria singolarità e della propria interiorità?

Nessuno lo può garantire in anticipo; e nessuno gli può assicurare, in anticipo, qualche cosa come la vita eterna. Proprio in ciò sta la grandezza della persona; o, meglio, del riuscire a diventarlo.

L’UOMO è UNA PLURALITA’ E IL SUO NOME è LEGIONEultima modifica: 2017-03-01T13:29:08+00:00da mikeplato
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