LA VIA DEL SAMURAI

MishimaSpeaks

Yukio Mishima

 

Titolo originale: YUKIO MISHIMA ON HAGAKURE

Traduzione dall’inglese di PIER FRANCESCO PAOLINI
(c) 1983 Gruppo Editoriale Fabbri – Bompiani, Sonzogno, Ems S.p.A. Via

 

Introduzione di Francesco Saba Sardi

Un libro, ogni libro, dovrebbe nascere e circolare anonimo. Solo così si potrebbe apprezzarlo in sé e per sé, con il dovuto distacco. E la fama dovrebbe, semmai, toccare all’opera, non all’autore. Ma quella che si usa definire cultura di massa presuppone e impone invece una miriade di idoli, personaggi, guru e rabbi, e ne consegue che non si dà libro senza che case editrici, media e critica illustrino l’autorepersonaggio, il quale, se la sua opera ha successo, diviene più importante di essa, immediatamente reclutato dall’onnipotente industria dello spettacolo in crescita insaziabile. Anzi, è la sua opera a impallidire: resta il nome dell’autore, marchio di garanzia. Si perde così di vista – lo si è dimenticato da un pezzo, anche se di tanto in tanto si torna a proclamarlo – che non si scrive ma si è scritti, che non si parla ma si è parlati; e che l’autore, la figura di carne e ossa che prende in mano la penna, è solo un intermediario tra la pagina coperta di caratteri e il serbatoio inesauribile e insituabile da cui sgorgano le parole.

D’altra parte, lo scrittore è anche uomo; e da molto tempo, precisamente da quando esiste la “funzione” del letterato, corollario della specializzazione artistica, è in atto l’irrisolto e irrisolvibile confronto tra arte e vita.

Yukio Mishima è forse l’emblema più palese e attuale di questa condizione dell’uomo di penna al quale è fatto divieto, da lui stesso prima che da altri, di essere l’anonimo amanuense che riempie fogli secondo che “detta dentro”. La celebrità gli era stata assicurata in vita dalla pubblicazione di trentasei opere tra romanzi, pièces teatrali e raccolte di racconti, salutate quasi tutte con calore dalla critica, accolte con entusiasmo a volte indiscriminato dal pubblico, tradotte e apprezzate all’estero. Ma, ha scritto un suo biografo, Henry Scott Stokes, “era come se non gli bastasse”, come se l’uomo-Mishima invidiasse la celebrità dello scrittore-Mishima. Il suicidio dell’uomoscrittore è valso a sanare la crisi?”

Si sa come sono andate le cose. Il 25 novembre 1970, all’età di 45 anni, Mishima compì un plateale seppuku su un balcone del comando delle Forze di autodifesa giapponesi, a Tokio, dopo aver preso in ostaggio, con un gruppo di complici, un generale e aver ottenuto, minacciando di ucciderlo, la presenza di un reparto militare schierato e di un gruppo di giornalisti convocati in precedenza con una lettera in cui si prometteva loro uno “spettacolo”

senza precisare quale. Ma le intenzioni di Mishima essendo note o per lo meno intuibili, lo spettacolo, che non mancò di certo, venne addirittura teletrasmesso in tutta la sua efferatezza. Da allora, com’è ovvio, gli scritti di Mishima sono andati letteralmente a ruba in occidente oltre che in Giappone, e il personaggio, definitivamente affermatosi come tale, è allora diventato volta a volta simbolo e vessillo, eroe negativo, esempio da evitare, moderno Erostrato, paradigma dell’eversore, autore di un gesto gratuito… Anche perché il suicidio è coinciso con l’epoca della “grande contestazione” e al gesto, che poteva dunque apparire sessantottesco in una duplice accezione (rifiuto e controrifiuto), sono state immediatamente attribuite connotazioni di “destra” o di “sinistra”; ed esso è stato fatto oggetto di studi, disamine, esegesi, e l’enigma Mishima, ridotto a luogo comune e a costante di riferimento, non ha cessato di “inquietare le coscienze” (le quali del resto si direbbe che non aspettino altro) e di fornire materiale alla grande, perenne Tavola Rotonda, obbligo o forse destino al quale è pressoché impossibile sottrarsi.

Il “caso Mishima”, dunque. Perché si è ucciso? E perché in quel modo? E che messaggio ha voluto trasmettere? Ed è riuscito a trasmetterne uno? E che giudizio darne? L’accanimento con cui si è tentato di rispondere a questi interrogativi, è pari alla vanità degli sforzi: come del resto ogni suicida, Mishima ha portato con sé il suo segreto. Le carte che sono state più insistentemente frugate e interrogate alla ricerca dell’impossibile soluzione, partendo dal presupposto che un suicida lascia quasi sempre un messaggio scritto, un testamento, uno scarabocchio, sono la tetralogia intitolata Il mare della fertilità (che la Bompiani sta pubblicando e che è composta da Neve di primavera, Cavalli in libertà, Tempio all’alba e L’Angelo in decomposizione), e appunto questo Hagakure, L’etica del samurai e il Giappone moderno, edito nel 1967. Le ragioni ne possono sembrare addirittura ovvie: la tetralogia non è forse una sorta di summa, di conclusione di una carriera letteraria, che proprio nel suo stile volutamente spoglio ed essenziale, in palese contrasto con quello, ben più “barocco” e “stralunato”, delle opere precedenti, costituisce una sorta di addio alla vita, di progressivo distacco, di preparazione all’atto finale? E il saggio sull’etica del samurai non è forse una sorta di testamento spirituale, un elenco di moventi e cogenze del suicidio, la sua giustificazione ideologica?

Converrà dunque elencare brevemente le ragioni che sono state attribuite a Mishima e al suo gesto, prima di esaminare quali ragioni egli stesso abbia invocato, in altre parole se e come abbia razionalizzato, mediante il commento allo Hagakure, il proprio atto; e si vedrà allora come la molteplicità e contraddittorietà delle interpretazioni, e l’impalpabilità dei moventi che si possono cogliere nel saggio di Mishima, costituiscano semmai la riprova dell’asserto di Jaspers circa le Grenzsituationen, le “situazioni limite” che condannano allo “scacco” o al “naufragio” l’essere e ogni tentativo di chiuderlo nella corazza dei perché e delle individuazioni; un suicidio infatti non può essere razionalizzato, o per lo meno mai interamente, c’è in esso una parte che sfugge a qualsiasi designazione. È stato detto che Mishima era deluso; il premio Nobel, che sperava di ottenere nel 1969, un anno prima della morte, era stato assegnato invece all’amico e maestro Kawabata, e Mishima così bramoso di onori, così narcisista, non avrebbe retto all’ “affronto”. Ancora: Mishima sarebbe stato un ipersensibile, e il matrimonio avrebbe reso infelice lui che era fondamentalmente omosessuale. Oppure: di fronte allo spettacolo assai poco edificante di un Giappone inquinato esteriormente e interiormente, dimentico delle antiche, nobili tradizioni, devastato e istupidito, piattamente moderno e democratico, Mishima avrebbe voluto indicare la strada dell’onore e della rinascita con il proprio clamoroso sacrificio. Senza contare il tedio esistenziale di cui sarebbe stato affetto, una sorta di spleen estremorientale, ed è la tesi di Marguerite Yourcenar, esposta in Mishima o la visione del vuoto (Bompiani 1982); e per tacere delle interpretazioni psicanalitiche (rapporti con la madre e il padre, o piuttosto Madre e Padre, Culla e Impero) e psichiatriche (perversione, ciclotimia, alterazioni fisiologiche che sarebbero state rivelate dall’autopsia …): “spiegazioni” che muovono dal presupposto di una “normalità”, codice arbitrario quanto ineffabile, che sarebbe stato violato da Mishima e lo sarebbe in generale da qualsiasi suicida.

Si potrebbe continuare a lungo. Sul “caso Mishima” sono stati versati fiumi di inchiostro. E del resto, è innegabile che lo scrittore stesso ha contribuito a fomentare la caccia ai perché. Il suo Hagakure ha infatti, almeno in superficie, l’apparenza di un manuale per aspiranti suicidi. Il commento che Mishima vi fa di alcune parti della “Via del samurai” di Yòchò Yamamoto nella trascrizione datane tra il 1710 e il 1716 da Tsuramoto Matazaemon Tashiro e passata alla posterità con il titolo di Parole registrate del Maestro di Hagakure (o Registrazione delle parole dette dal Maestro di Hagakure), [Il titolo di Hagakure, con cui la raccolta è generalmente nota, non è che una abbreviazione, come spiega Mishima nel capitolo “Hagakure e il suo autore, Yócho Yamamoto”, e significa “nascosto tra le foglie”: titolo misterioso, del quale sono state tentate varie spiegazioni, la più accettabile delle quali è indicata da Mishima appunto nel capitolo in questione], si impernia sostanzialmente su due celebri frasi contenute in questo “codice tradizionale di vita e comportamento dei giapponesi” e spessissimo citate al di fuori del loro contesto anche da chi ignora ogni altra cosa dello Hagakure e dello sfondo su cui si situa. Una delle frasi suona: “Ho scoperto che la Via del samurai è la morte”; e l’altra: “La vita umana dura solo un istante. Si dovrebbe fare quel che piace. In questo mondo fugace come un sogno, vivere in miseria facendo solo ciò che dispiace, è follia”. Le due affermazioni sembrerebbero in contraddizione tra loro (né Mishima nel suo commento aiuta a superare l’apparente antinomia, sottolineando anzi che negli undici volumi dello Hagakure di contraddizioni se ne trovano comunque parecchie).

La prima proposizione può essere intesa quale un invito all’autodistruzione, la seconda come un’inequivocabile esaltazione della vita. L’interpretazione letterale di qualsiasi testo è sempre in agguato, e a complicare le cose il mattino del suo suicidio, uscendo dallo studio, Mishima lasciò un biglietto che diceva: “La vita umana è breve, ma io vorrei viverla sempre.” Insomma, un bel rompicapo, una sfida per gli esegeti. Ma un enigma che cessa di essere tale se il commento allo Hagakure, e anzi tutta l’opera di Mishima, la si veda come una meditazione sulla morte, ovvero (ma sono sinonimi) quale una riflessione sulla violenza.

Il commento allo Hagakure quale manuale per aspiranti suicidi sarebbe, è ovvio, elettivamente “nipponico”, se è vero che nel paese del Sol Levante il suicidio rituale è avvolto, ancora oggi, da un’aura di rispetto e reverenza. E rientrerebbe pertanto nel novero delle “giapponeserie” oggi tornate di moda (arti marziali, cucina, cineprese, macchine fotografiche, automobili, aggeggi elettronici…). Il suo interesse sarebbe dunque sostanzialmente consumistico, turistico, limitato nel tempo e nello spazio. Invece una meditazione sulla morte e sulla violenza ha carattere ben più universale, ed è affatto marginale e contingente che prenda a pretesto la “Via del samurai”. Gli equivalenti letterari nostrani molto spesso si rifanno alla “imitazione del Cristo” o alle vite dei santi, e a volte riescono a trascendere queste contingenze bianche, cristiane, occidentali, per assurgere a una dimensione più ampia e pregnante. Né va dimenticato che una meditazione sulla morte e la violenza è soltanto in parte “dicibile”, solo frammentariamente, per il luminazioni, traducibile in frasi ordinate, in pensiero sistematico. La parte sommersa dell’iceberg è assai maggiore. Se la follia è anch’essa una meditazione sulla morte, una discesa agli inferi, contro il suo disordinato fluire lottano invano psicotecnici e linguisti tesi a trasformarne l’illegittima incoerenza in legittima logicodiscorsività. Si tratta di esercitazioni formulistiche, di dotte esibizioni combinatorie che trascurano la “parte maledetta”, ed è proprio questa che qui interessa.

Gli interpreti di Mishima e del suo gesto, impulsi a sondarlo dalle dimensioni del personaggio, magnificate d’altra parte proprio dal gesto stesso, si sforzano anch’essi, psicotecnici e linguisti all’oscuro di esserlo, di non darne un’immagine disumana, sapendo (o più probabilmente ignorando) che così facendo rischierebbero di uccidere la gallina dalle uova d’oro, di rendere il personaggio inaccettabile in quanto evocherebbero cupi Moloch. Insomma, a essere davvero in questione non è il perché di un gesto discutibile né lo sono le dichiarazioni di principio di Mishima, bensì, assai più generalmente, il senso del sacrificio e delle sanguinarie fantasie che lo accompagnano. Ecco che allora, di fronte all’evento riprovato dalla coscienza attuale (e ne dirò più avanti le ragioni), si è indotti a leggere, nell’intento di chi l’ha compiuto, il desiderio di aprire nuovi cicli di olocausto. Anche perché Mishima stesso, rivestendo quella che la psicanalisi si compiace di definire “pulsione di morte” (dove è chiaramente avvertibile l’implicito istintivismo) dei panni della “tradizione”; rifacendosi a costumanze perenni; giustificando ai propri occhi i propri intenti; costituendo addirittura, travolto da quello che egli stesso definisce il “Fiume dell’Azione”, una Società dello Scudo, la Tatenokai (che voleva essere un “esercito in aspettativa”, pronto a scendere in campo per rivendicare gli antichi valori, quelli ovviamente “veri”), ha esaltato la crudele elementarità del gesto. E d’altra parte, forse non sarebbe diventato uno scrittore di successo – e ci teneva moltissimo – se avesse scelto di provocare se stesso prima ancora del lettore all’ “orrore sacro”. E quando l’ha fatto, il gesto è stato inevitabilmente inserito nella cornice del personaggio ormai esistente, il seppuku è diventato “tragica conclusione” che illumina di “luce romantica e fatale” vita e opera. Impossibile dunque parlare del commento di Mishima allo Hagakure prescindendo dal suo seppuku, non fosse che perché le cristallizzazioni letterarie, una volta venute in essere, hanno una incrollabile tenacia.

Il seppuku, la carne, il sacrificio.

Siamo attratti dalla carne; ma la carne non si rivela mai. L’atto di violenza che ci appare come assoluto e quello che ci sottrae definitivamente alla discontinuità del singolo consegnandoci alla continuità senza limiti, per la nostra coscienza, della morte che rende vano ostinarci a perdurare come discontinui. Vari sono i modi o gli espedienti che mettiamo in opera per sottrarci tuttavia alla discontinuità senza sprofondare nella continuità illimitata e fatale: erotismo come speranza di formare “una carne sola” (ma, dice Beckett in Aspettando Godot, “fanno finta di essere uno”, in realtà “si vede benissimo che sono due”); rischio come sondaggio del limite estremo; duello, repentaglio che forse permetterà di impadronirsi dell’altro; viaggio come speranza di veder balenare l’Altro in una piega della ‘mappa sfuggita ai cartografi; droga, ebrezza, estasi come veicolo dell’uscirsi… Non c’è cultura che non conosca l’orrore e il disgusto, il fascino e la meraviglia per ciò che è o crediamo sia la morte, nei confronti della quale non può non darsi un atteggiamento sacrale (il termine va inteso in contràpposizione a “religioso”). La morte è sempre coperta da tabù; la salma non è mai il cadavere di un animale; in essa si verifica un proliferare insensato, un’accelerazione dei processi in atto già durante la nostra vita, rivelazione dell’assurdo perire delle forme, della successione illimitata di procreazioni singole, inutilmente spente da una distruzione uniforme, una dissipazione dalla quale si generano nuove forme in un pullulare incontenibile, sontuoso e spaventoso. Ci separiamo da quest’eccesso di violenza: ci iscriviamo al mondo profano in antitesi al mondo sacro, all’aldiqua in quanto protetto dalle irruzioni dell’aldilà, ma pretendiamo che un barlume della violenza onnina, dei sacro, di ciò che “realmente siamo”, ci segua a mo’ di bagaglio; oppure, irresistibilmente attratti dalla sua fosforescenza maligna, ci buttiamo ciecamente nei flutti della violenza o ancora ne neghiamo l’effettiva presenza, la ammettiamo ma proiettandola fuori di noi, la attribuiamo ad altri, a circostanze esterne, la esorcizziamo, elaboriamo vie sistematiche, rotte relativamente sicure: indaghiamo il ‘fenomeno morte”, nella speranza di strappargli il suo segreto, di fabbricare la vita artificiale e di assicurare l’immortalità a generazioni future. L’esistenza oscilla così di continuo tra sacro e profano, tra attrazione per l’immondo, l’indicibile, il tremendum, il nefas, e il mondo in cui si producono oggetti che sono mura contro il soffio imprevedibile. È comunque impossibile essere “sereni” e “obbiettivi” nei confronti della morte e della salma; questa è inevitabilmente fonte di orrore. Nelle esperienze mistiche e vitali, le esperienze “liminari”, le ragioni vengono sempre dopo; prima parla, e si impone, quello che con termine ambiguo si usa definire inconscio.

Ma, se questa è una condizione universale, se il tabù fonda l’essere, se l’inconscio ha dimensioni universali, non va però dimenticato che i miti-culture sono tanto vari quanto le lingue parlate. La questione non è: da dove vengono le culture?, bensì: da dove non vengono? Ed è evidente che il tentativo di erompere, con l’atto di violenza, dalla corazza d’angoscia che serra l’esistenza intellettiva del singolo, dell’individuo limitato e finito, avrà connotazioni culturali, cioè linguistiche, si manifesterà per il tramite di un linguaggio che a sua volta è un carcere, un confine chiuso, superabile solo in parte e pena la riprovazione sociale (o nazionale).

Ogni gerarchizzazione, ogni trasformazione del gruppo in società organizzata, si fonda sulla duplice proibizione del nomadismo e del cannibalismo. La società è istituita dall’obbligo di diventare agricoltori e meccanici, immobili e radicati, e di rinunciare alla partecipazione totale, all’essere-con, che comporta anche l’orrore (e senza orrore non c’è senso del sacro). Il potere nega ai sudditi l’accesso all’illimitato se non a comando, assolte le prescrizioni che permettono di levare il tabù di cui il potere si fa depositario e gestore. In altre parole, il potere monopolizza la violenza, sostituisce il mito-tabù con la proibizione e la legge, relega la sacralità in recondite pieghe, ne fa un mistero chiuso in fondo a santuari, inventa insomma la religione, riserba a se stesso l’atto cannibalico: solo al potere è lecito consumare la carne altrui per interposti strumenti bellici, e il potere decreta che vittima e carnefice siano per sempre divisi in due classi confuse soltanto nell’atto della ribellione cruenta. Così, il rischio nella società costituita, nell’ambito della Gerarchia, è in apparenza cancellato. I poteri sostengono di tenere al riparo i sudditi, oggi soprattutto mediante la finzione dello “stato assistenziale”. Facileaccorgersi della soperchieria (che equivale alla desacralizzazione, dichiarata anche se in effetti impossibile, del mondo): non siamo più cannibali né nomadi, e sul nostro capo orbitano perfide minacce, stupidi olocausti meccanici, sempre nuove angoscie.

Coerente con la differenza tra reciprocità e gerarchia è quella tra guerriero e soldato, Questo è un “autorizzato”, laddove il cannibale-guerriero aspira ad abolire lo spazio che separa lui, divoratore e uccisore ovvero divorato e ucciso, dall’altro vivente, divoratore o divorato, uccisore o ucciso, che non gli sta allora di fronte come negazione del suo io, come rifiuto dei suoi limiti, bensì nell’intimo della sua tensione vitale, del brulichio che lo possiede, dell’esuberanza che ne trascende la persona, vale a dire come “anima”.

Risiede qui il fascino del samurai, guerriero in un mondo di soldati. È spontaneo raffigurarselo impegnato in quella danza seria, cupa, controllata e frenetica, che è il duello. Lo scontro è la dedizione alla violenza; al di là dell’altro, dietro e dentro l’altro, balena l’Altro; il guerriero non prova odio nè amore per il suo avversario, ma ferendolo si trasforma in lui, e l’arma, prolungamento della sua persona, è il tramite della metamorfosi. L’altroindividuo si annulla. Ma neppure il guerriero può fare a meno del tutto di “ragioni”, così come l’accostamento alla carne non può prescindere dalle “ragioni” culturali.

Ed eccoci pertanto al punto: ogni cultura elegge proprie forme di suicidio; e il samurai avrà come proprio referente una “lealtà”. Ne discende anche che il samurai non potrebbe non abbeverarsi alla tradizione zen.

Si può fare, per chiarire la prima di queste proposizioni, un esempio a noi vicino, quello della cultura celtica, notando che, là dove ancora ne esistano residui, come per esempio nelle valli alpine del Piemonte, il metodo di suicidio di gran lunga prevalente è l’impiccagione. La sintassi del suicidio giapponese si organizza invece intorno al seppuku. Si noti inoltre che, se non sempre la costumanza suicida di una cultura risponde a un codice tramandato per iscritto od oralmente, è invece perenne la sua obbedienza a radicatissime costumanze. Nel caso dei celti e germani, l’autoimpiccagione aveva un carattere rituale la cui genesi veniva fatta risalire a Odino che si era impiccato all’Albero del Mondo per apprendere il segreto runico della saggezza. Esattamente codificato fu il suicidio durante il basso impero romano, e precise norme presiedevano, già in epoca repubblicana, allo scotto che assai spesso doveva pagare il comandante militare sconfitto, che aveva l’obbligo di infiggere la spada nel terreno recitando certe formule, e gettarvisi sopra in modo che la lama penetrasse nelle viscere e gli recidesse la spina dorsale.

Suicidio, omicidio, guerra, violenza, rispondono al proposito di cogliere la carne, di avere la rivelazione suprema, di toccare con mano il presunto fondamento dell’essere. E alla stregua di questa considerazione, riesce ripercorribile la via del samurai, appare chiara l’affermazione, contenuta nello Hagakure, circa la sua identità con la morte. Riesce anche evidente perché Mishima non potesse che optare per il seppuku, facendo propria appunto la “logica” del samurai. E appare infine giustificata l’affermazione di Coleridge che “la comprensione partecipa della morte’.

Col seppuku, lo si intuisce o comprende anche se non lo si può capire cioè spiegare razionalmente, si penetra in se stessi, nella propria cavità addominale; si sgrovigliano e recano gli intestini, li si fa uscire da sé, li si “vede” (sia pure per un breve istante, quello che separa lo squarciamento del ventre dal colpo di spada con cui il “secondo” tronca la testa del suicida, abbreviandone l’agonia). Il seppuku permette insomma di violare la propria intimità, mettendo fine al proprio essere “uomini tranquilli” capaci di digestioni. Le viscere sono, per la cultura di cui fa parte il samurai, il “grado supremo” della rivelazione, il simbolo palpabile dell’aldilà, la sua presenza in noi. Nulla è più “corpo” delle viscere. Nulla più delle viscere ci avvicina all’insondabile soglia.

Ma nel suo accostamento alla carne-morte il samurai non potrà non avere una lealtà cui obbedire, un codice appunto al quale rifarsi. D’altronde, la chiave di volta della mobilitazione militare è il gioco, tessuto per millenni, del rapporto tra masochismo e sadismo sociali, che consiste nel supporre il gruppo di appartenenza, incarnato dal sovrano, dal daimyo (e oggi dalla patria), come minacciato. Aggredito, posso farmi aggressore; sono stato vittima: posso iscrivermi al rango dei carnefici. È questa la “logica” di ogni mobilitazione,.ed è la “logica” del samurai. Il quale, per contraddittorio che possa sembrare, obbedisce a una visione delle cose sostanzialmente zen. E può sembrare contraddittorio perché si è abituati a considerare lo Zen, versione giapponese del buddismo, come una filosofia o una religione essenzialmente pacifica, promotrice di espressioni artistiche. È indubbio che allo Zen si deve la forma tradizionale

giapponese, la sua misura e semplicità; ma altrettanto indubbio è che “l’antiscolasticismo, la disciplina mentale, e massimamente la rigida formazione fisica dei seguaci dello Zen, che vivevano quanto più possibile vicini alla natura, erano tutti elementi che attraevano la casta dei guerrieri… Lo Zen contribuì in larga misura allo sviluppo della forte fibra interiore, a plasmare il carattere adamantino che è tipico del guerriero del Giappone feudale. [2]

Per il samurai, lo scontro era non solo un rituale dell’onore personale e familiare, ma anche e soprattutto un mezzo per giungere alle soglie dell’aldilà. Era cioè una rivelazione, una mistica ascesa o discesa agli inferi. Simboli e strumenti ne erano la spada e l’arco. La prima possedeva uno “spirito” proprio, era un intermediario dotato di facoltà autonome, e ne consegue che i fabbri che producevano le lame venivano visti come figure pressoché sacerdotali, dotate di magici poteri. Un classico aneddoto varrà a chiarire quale fosse l’atteggiamento del samurai verso l’arte della spada e, indirettamente, il significato dell’affermazione dello Hagakure, “la Via del samurai è la morte”. Si narra che un giovane si recò da un celebre maestro zen di arte della spada e gli chiese di diventare suo allievo, dicendosi disposto a ogni sacrificio per ridurre il periodo di apprendistato ed essere considerato al più presto un samurai. Il maestro gli rispose che gli sarebbero occorsi dieci anni. Deluso, il novizio assicurò che era disposto a lavorare giorno e notte per dimezzare il tempo necessario. “In tal caso” replicò il maestro, “ti ci vorranno trent’anni.” Il giovane allora giurò di dedicare ogni propria energia allo “studio della spada”, e il maestro: “Allora ci metterai settant’anni.” Ciò nonostante, il novizio accondiscese ad affidare la propria esistenza al maestro. Per tre anni mai vide una spada e dovette pilare il riso e dedicarsi alla meditazione zen. Poi, un giorno il maestro gli scivolò alle spalle e gli lasciò andare una botta con una spada di legno, e da allora ogni qualvolta il giovane voltava le spalle al maestro questi lo colpiva. Il risultato fu che gradatamente i sensi del novizio si acuirono al punto che in ogni istante egli fu in guardia, automaticamente pronto a schivare i colpi che gli potevano piovere addosso da un momento all’altro. E solo allora, quando il maestro si fu convinto che il corpo e la mente dell’allievo erano sempre all’erta, indifferenti a desideri e pensieri irrilevanti, l’addestramento ebbe inizio.

La chiave dell’arte della spada zen, il segreto del samurai, consiste dunque nella capacità di agire come per istinto. Il combattente non progetta le proprie mosse, non le ragiona, il suo corpo, il suo braccio, agisce senza l’intermediario della riflessione, del pensiero logico. È lo stesso principio zen che presiede alla comprensione del reale mediante il trascendimento delle facoltà analitiche. Allo stesso modo, il pittore zen si “carica” e all’improvviso “proietta” il pennello sul foglio di carta; allo stesso modo, l’arciere zen scoccherà la freccia non in seguito a un calcolo, ma quando sarà “diventato il bersaglio”. Il samurai si traduce insomma nella spada e nell’arco, diviene tutt’uno con il bersaglio e il corpo da ferire. È una capacità alla quale perviene facendo proprie le tecniche di “immedesimazione” zen, ottenendo la perfetta concentrazione, il distacco dalle contingenze, la quiete interiore. Il colpo di spada, lo scoccare della freccia, la pennellata, dissolvono uno stato di tensione, devono avvenire in un certo senso per sé, senza deliberazione, come se il pensiero fosse indipendente dalla mano.

Il samurai scopre insomma l’identità di meditazione e combattimento, in quanto entrambi richiedono una rigorosa autodisciplina e il rifiuto delle funzioni mentali esplicite. D’altro canto, lo Zen è, fin dall’inizio, in quanto derivazione del buddismo, un ausiliario dell’arte di morire. E un insieme di tecniche intese a rendere possibile il distacco, lucido il trapasso. Il fondamento dello Zen è infatti la rivelazione del vuoto (vuoto mentale, vuoto dell’universo che ci circonda e quindi ‘fusione” con esso in quanto al pari dell’universo ci si fa vuoti e “vani”). Ora, il seppuku presuppone la meditazione, il raggiungimento della serenità di chi ha compreso (non capito) che, appunto, “la vita umana dura solo un istante”. Il suicida si trasforma in lama come l’arciere in bersaglio, e la rivelazione finale dei visceri apre la sperata visione dell’Altro, cioè il Vuoto.

Rifiuto, destra e sinistra.

Il suicidio di Mishima è avvenuto, come s’è detto, nel 1970; e di tre anni prima è la pubblicazione del suo commento allo Hagakure. Dunque, l’uno e l’altro in piena era sessantottesca. Al di là di tutte le maschere che si è dato o che si è voluto attribuirgli, il Sessantotto è stato l’estremo tentativo di opporre un ritardo al Nuovo Mito, intendendo con questo l’industria e la visione scientifica, tecnologica, del mondo. Apro qui una breve parentesi che mi sembra necessaria: l’industria non può essere senza il cristianesimo, perché questo proclama l’avvenuta Redenzione, sicché il mondo si spalanca intatto alla conquista, alla maledizione e reinterpretazione. Il coacervo di tecniche scollate dell antichità, della Cina e dell’India, non è la tecnoscienza-macchina, che è invece la riduzione del mitico al comunicabile, al Discorso: pensabile, a patto che il mito si sia realizzato una volta per tutte, appunto con l’Avvento. L’industria si configura dunque come favola realizzata, che continuamente deve rinnovarsi per il fatto stesso di non garantire, al di là dell’affermata Parusia, nessuna ovulazione: la promette soltanto, donde la necessità di continue conferme, di continue rivelazioni, di contiinui “miracoli”. L’industria è dunque indefessa tecnica esoterica che procede sempre avanti, lungo linee di fuga prospettiche, alla ricerca del punto in cui i binari finalmente si congiungono. Ma chi ha mai detto che un nuovo mito debba essere necessariamente foriero di “bene”? Anzi, ogni rimitizzazione è rovinosa, comporta Egire, Crociate, rivoluzioni industriali e bolsceviche, guerre mondiali, disastri ecologici; l’industria è andata di pari passo con il penitenziario e il manicomio, la cultura di massa e il livellamento. E d’altro canto, è impossibile sottrarsi all’industria: la forza di persuasione del Nuovo Mito è immediata e irresistibile, come può costatare chiunque metta piede nel Terzo Mondo, Oppure in Giappone.

Il Sessantotto è stato la scoperta e la proclamazione che il Nuovo Mito, impostosi a tutto il mondo dopo la Seconda guerra mondiale, era rovinoso. E si è illuso di poterlo spazzare via – ma per sostituirlo con che cosa? Il Sessantotto, che non aveva né poteva avere un nuovo mito da offrire a sua volta, si è dunque tradotto nel puro Rifiuto, del resto teorizzato dai suoi ideologi, a cominciare da Marcuse. Si tenga poi presente che sul cavallo del rifiuto sono balzati epigoni sia della cultura di destra che di quella di sinistra, intendendo con la prima l’atteggiamento di paura per la “perdita del centro” che si manifesta mediante la ricerca di certezze nel passato, e con la seconda l’insoddisfazione per il presente che si esplica nella ricerca di futuri paradisi o salvatrici riforme. È certo d’altro canto che queste due opzioni si scontrano, si sposano, si mettono a vicenda in crisi, intrecciandosi, attraversandosi, sovrapponendosi, trapassando l’una nell’altra. Alla proclamata anarchia del mondo contemporaneo, entrambe rispondono evocando la tirannide in forme più o meno blande; l’una e l’altra rifiutano il mondo contemporaneo in nome di un buon selvaggio passato o futuro.

Questo, per dire che non ha ormai molto senso la distinzione tra cultura di destra e cultura di sinistra; ciò che conta è che a molti nel periodo attorno al Sessantotto il Nuovo Mito è apparso contestabile e detestabile. A seconda della lingua-cultura, la contestazione ha assunto varie forme e contenuti: la si è fatta in nome di un nuovo socialismo (Cecoslovacchia), della fratellanza universale (USA), della rivoluzione culturale (Cina), del no alla guerra (un po’ dovunque), oppure in nome del “velluto della pesca” intossicata dall’industria inquinante, come appunto in Giappone.

Per Mishima, il samurai era l’esempio addirittura ovvio cui riferirsi. Il samurai rifiuta l’esistenza “frivola”, e ne consegue che lo “Hagakure è ancora vivo oggi”, al cospetto di una gioventù “infatuata dal Cardin Look”. Il samurai rifiuta i compromessi, e il Giappone del 1967 di compromessi vive, in primo luogo con la propria coscienza. Nel Giappone del 1.967 non si può “né vivere in bellezza né morire orribilmente”; in esso, l’ “impulso di morte” è “represso” e alla fine non potrà che “esplodere”. Sicché, Hagakure ha un preciso significato per “il tempo presente” che “spazza via il problema della morte dal livello della coscienza”. Lo Hagakure e Mishima rifiutano la “delicacy”, quella delicatesse di Rimbaud (non si dimentichi che Mishima era in larga misura nutrito di succhi letterari europei) che porta alla “perdita della vita”. Lo Hagakure e Mishima esaltano la “tolleranza” perché negano il valore delle convenzioni rigide, nemiche dell’eccesso o, per usare la terminologia di Mishima, dell’ “estremismo”.

E soprattutto, entrambi si fanno assertori di quello che Mishima definisce “nichilismo”. Bisogna infatti “)assegnarsi alla perenne minaccia della morte” (e si ricordi la storia, dianzi riportata, dell’allievo di arte della spada.) Lo Hagakure è infatti propriamente un testo zen, caratteristica data per scontata da Mishima ma forse non altrettanto evidente per il lettore non giapponese. Lo Hagakure fornisce persino consigli d’ordine pratico con ogni evidenza rispondente a principi zen, ad esempio su come licenziare un servo, aspettando che il momento venga per così dire da sé.

E testo e commentatore sono inequivocabilmente nemici degli “intellettuali”, non soltanto perché si tratta di “specializzati”, di persone che si sono date una ‘funzione”, ma

anche e soprattutto perché tutto quello che fanno avviene con l’intermediario della razionalità, anziché seguendo la via maestra del rifiuto della riflessione logica. “La Via del samurai è una mania della morte”: solo questa importa, il samurai vive per la rivelazione suprema, il suo è un Sein zum rode alla maniera di Heidegger. Perenne sarà dunque la sua “concentrazione spirituale”, il suo stato di “meditazione”.

È chiaro che seguendo questa via il samurai e chi lo elegge a proprio modello, chi cioè fa proprio l’insegnamento dato dal maestro di arte della spada, approderà all’equivalente del nostro epicureismo, al piacere inteso come atarassia. Importa infatti soltanto “la risoluzione del momento” e la serie delle risoluzioni finisce per “comporre la vita”, e il samurai agisce nell’istante perché la meditazione lo ha preparato a essere pronto in ogni evenienza all’atto quasi istintivo, alla reazione spontanea senza intermediazioni intellettualistiche. Ma il “prodotto dell’azione è futile” in quanto è l’atto in sé che svela: è infatti l’eccesso (“mania della morte”, “estremismo”) il veicolo della rivelazione. L’atarassia ne è la conseguenza: essa è l’abolizione del desiderio che è riconosciuto come provvisorio, topico, insignificante rispetto alla “verità” di cui va in cerca quel “monaco combattente” che è il samurai. La morte gli apparirà dunque “irrilevante” finché è in vita, e d’altro canto sa che, una volta morto, “non esiste”. Si noti che anche il libertino europeo, Sade in testa, predica l’atarassia: la soddisfazione d’ogni desiderio li rivela tutti vani. E d’altro canto, la morte non è mai “scelta”; a rigor di termini, tutti ci suicidiamo: qualcosa, in noi, cospira contro la sopravvivenza, mina giorno per giorno la nostra salute, le nostre energie. Quel qualcosa è “noi”? È una domanda che a sua volta mette in forse il concetto di soggetto, e ci si avvede allora come questo non supponga affatto, ma sia semplicemente supposto.

Ma la morte non è mai “vana”, dal momento che la suprema rivelazione è l’unica che, escludendo definitivamente l’intermediazione dell’intelletto, distrugge il tempo, permette di vivere in un fulmineo istante la propria carne, il residuo inattingibile, sia pure soltanto attraverso il dolore finale.

È dunque, un Mishima “di destra”? Un contestatore paradigmatico, deciso a far trionfare quella che riteneva essere una “buona causa”? Indubbiamente anche questo, nella misura in cui ha tentato giustificazioni ideologiche, proclamando il suo “aldiqua”. Ma si tratta, a ben guardare (e in queste brevi pagine è tentato appunto di guardare astenendosi dal pregiudizio, operando una sorta di epoche), solo di contingenze ed esteriorità: impero, Società dello Scudo, tradizione, narcisismo, insomma il complesso bagaglio intellettualistico che gli ha fatto velo, che gli ha impedito quell’ascesa allo Zen in cui si concretizza la sua affermazione che per lui lo Hagakure è stato “l’unico, il solo libro” fin da quando lo aveva scoperto durante la guerra e poi riscoperto nel 1955, liberato dagli orpelli nazionalistici, dalla bardatura che era servita a farne una sorta di “libro di devozione” per i patriotti giapponesi e soprattutto i piloti kamikaze.

Meditazione sulla morte, il commento di Mishima allo Hagakure va pertanto visto al di là delle sue contingenze, va letto come si può leggere La consolazione della filosofia di Boezio o magari il Manuale di Epitteto. E se ne può ricavare anche qualche insegnamento pratico. Per esempio, secondo la conclusione di Mishima, quello di non temere l’autorità, di non essere sempre pronti a dire “sì signore, no signore, certamente signore, sono perfettamente d’accordo con lei”.

Francesco Saba Sardi

Prefazione

Nell’agosto del 1967, tre anni prima del suo spettacolare suicidio rituale, Yukio Mishima scrisse questo libro affascinante, che oggi possiamo leggere come una sorta di suo testamento spirituale. Si tratta di una personale interpretazione dello Hagakure, breviario e galateo del samurai settecentesco, testo sacro di etica e mistica samurai. Dopo la morte di Mishima “in diretta” dal Quartier Generale della Difesa, nel novembre 1970, questo trattatello sull’arte di vivere e di morire divenne, in Giappone, il libro del giorno. Coloro che lo ammiravano, nonché tanti che osteggiavano le sue idee politiche, si buttarono sul Commento allo Hagakure per cercar di capire il mistero e il dramma di Mishima.

Il brano più famoso dello Hagakure settecentesco dice così: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. […] Per essere un perfetto samurai, è necessario prepararsi alla morte da mane a sera, giorno dopo giorno.”

Mishima si considerava un moderno samurai. Era essenziale, per lui, morire nel fiore degli anni, e d’una morte degna della millenaria tradizione cavalleresca nipponica. La

messinscena del suicidio in pubblico dimostra, anch’essa, l’influenza dello Hagakure. Se non altro, la cura con cui Mishima si agghindò prima di fare harakiri ne riflette una celebre massima: “L’Uomo ha da aver il colore d’un fior di ceraso, anche in morte.”

Lo Hagakure originale (alla lettera significa “Nascosto tra le foglie”) contiene gli insegnamenti del samurai (fattosi poi sacerdote) Jôchô Yamamoto (1659-1719) raccolti e ordinati dal suo discepolo Tsuramoto Tashiro. Per circa un secolo e mezzo, fino alla Restaurazione Meiji del 1868, il trattato rimase praticamente segreto, accessibile solo a pochi eletti. Fu reso disponibile al gran pubblico solo nella seconda metà dell’Ottocento e divenne famoso soprattutto intorno al 1930, sull’onda del fervore nazionalistico di quegli anni. Ne uscirono diverse edizioni e commentarii, e si dava risalto, allora, a quanto si vedeva in esso di yarnatodamashii, “spirito del Giappone”. Durante la guerra al fianco dei nazisti, “La Via del Samurai è la morte” divenne il motto dei kamikaze. Dopo la guerra, lo Hagakure fu sùbito sconfessato, in quanto sovversivo e pericoloso.

Naturalmente, lo Hagakure non è semplicemente un libro sulla morte. Il testo originale settecentesco è un enorme coacervo di massime morali e istruzioni pratiche per i samurai, notizie storiche, gesta di guerrieri. Mishima si occupa solo dei primi tre volumi e dà risalto, oltre che alla morte, alla forza d’animo, all’azione, alla passione e all’amore (in molti casi, omosessuale). Si diverte inoltre a citare norme di “galateo samurai”: come comportarsi durante una bevuta, come allevare i figli, come soffocare uno sbadiglio in assemblea. E traccia altresì un parallelo fra la decadenza lamentata da Jôchô ai suoi tempi e quella del Giappone postbellico. Una vita anacronistica e perciò degna di essere vissuta definì la sua, Mishima, e ciò con l’ausilio di Hagakure.

Infatti, lo scrittore dà risalto al ruolo svolto da Hagakure nel suo sviluppo intellettuale, durante e dopo la guerra, ed esamina la similarità tra le sue critiche al materialistico Giappone postbellico e la critica di Jôchô alla sontuosa decadenza dei propri contemporanei. Entrambi, in fatto di moralità personale e nella loro esaltazione dell’eccellenza spirituale e fisica dell’io, appaiono fondamentalmente asociali, attenti come sono più al modo in cui si agisce, che non a quale fine. Scopo dell’individuo è infatti, per loro, l’autocultura piuttosto che un contributo all’ambiente e alla società.

La trovata geniale di Mishima consiste nell’applicare alla società moderna la severa critica sociale che Hagakure dispensa in nome dell’etica samurai. La sua narrativa spesso verte sul tema della disgregazione della società moderna e dell’incomunicabilità fra le persone; ma, nelle sue ultime opere, alla disperazione per l’isolamento individuale si intreccia, in Mishima, l’opposta esaltazione dell’autosufficienza. L’eroe mishimano non ha bisogno di nessuno, né gli importa dei bisogni altrui. Un tale atteggiamento trovò l’estrema realizzazione nella morte di Mishima, in nome di un Imperatore che l’ignorava e di una causa cui non avrebbe dato – lo sapeva – alcun contributo. La via a questa morte – violenta, vana e affascinante potrà essere rintracciata nelle pagine che seguono.

Prologo

Hagakure e io

I compagni spirituali della gioventù sono gli amici e i libri. Gli amici hanno corpi in carne e Ossa e mutano di continuo. Gli entusiasmi che ardono in una fase si raffreddano in quella successiva, cedendo ad altri ardori e ad altri amici. In certo senso, ciò vale anche per i libri. Può darsi che un libro, che ci esaltò da ragazzi, riletto anni dopo perda tutto il suo fascino e risulti soltanto il cadavere del libro che ricordavamo. Ma la grossa differenza, fra gli amici e i libri, è che gli amici cambiano, i libri no. Anche quando sta a raccogliere polvere, negletto, in un canto della scansia, un libro conserva accanitamente il suo carattere e la sua filosofia. Può solo cambiare il nostro atteggiamento verso di esso, se lo accettiamo o Io rifiutiamo, se Io leggiamo o no, e questo è tutto.

La mia infanzia trascorse durante la guerra. A quei tempi, il libro che più mi esaltava era un romanzo di Raymond Radiguet, Le Bal du Compte d’Orge/. E un capolavoro di stile classico che è valso a Radiguet un rango fra i grandi maestri della letteratura francese. Il valore artistico della sua opera è fuori discussione, ma a quei tempi, lo ammetto, io ero attratto da essa, in parti uguali, anche per motivi sbagliati. Mi seduceva la figura dell’autore, quel Radiguet che muore alla verde età di vent’anni lasciando al mondo questo capolavoro, e quindi io – destinato com’ero a andare in guerra e, forse, morire altrettanto giovane in battaglia – mi immedesimavo con lui, sovrapponendo alla sua la mia immagine. In certo qual modo egli divenne il mio rivale, i cui traguardi dovevo raggiungere pur io, prima di morire. In seguito, sopravvissuto inaspettatamente alla guerra, e col mutare dei miei gusti letterari, l’incantesimo del romanzo di Radiguet, naturalmente, si affievolì.

L’altro libro è l’Opera Omnia di Akinari Ueda (poeta, romanziere e saggista del tardo Periodo Edo) [Akinari Ueda (1734-1809), poeta, narratore e saggista del tardo Periodo Edo, noto soprattutto per le sue novelle, stilisticamente elegantissime, di argomento soprannaturale. La sua opera più nota è Ugetsu nzonogatari (pubblicata in America nel 1972 con il titolo Tales of Moonlight and Rain, Columbia University Press) cui si ispirò il regista Kenji Mizoguchi per il suo film Ugetsu] ch’io portavo con me, sempre, durante le incursioni aeree. Perché fossi tanto devoto a Akinari Ueda non lo so, veramente, neanche oggi. Forse, allora, per me, l’ideale dell’arte narrativa giapponese era rappresentato, appunto, dal consapevole anacronismo di Akinari e dalla squisita artisticità delle sue novelle, che a me sembravano dei gioielli bruniti. Il mio rispetto per Akinari e per Radiguet non è diminuito, a tutt’oggi, ma essi hanno cessato, gradualmente, di essere i miei costanti compagni.

Il libro dei libri per me: Hagakure.

C’è poi un altro libro, ed è lo Hagakure di Jòcho Yamamoto. Cominciai a leggerlo durante la guerra, allorché lo tenevo sempre a portata di mano. Se c’è un libro cui ho fatto di continuo riferimento, nei vent’anni da allora, e cui sono costantemente tornato, rileggendone questo o quel passo, a seconda delle occasioni, senza che mai venisse meno l’emozione, questo libro è Hagakure. Dirò anzi che fu dopo la gran voga popolare – finito il periodo di fervore nazionalistico, allorché la sua lettura era obbligatoria – fu dopo l’infatuazione di massa che la sua luce cominciò a risplendere, veramente, dentro di me. Forse Hagakure è, in fondo, un paradosso. Durante la guerra era un lume acceso in pieno giorno, ma è soltanto in queste odierne tenebre fitte che Hagakure irradia la sua vera luce.

Poco dopo la guerra, esordii come romanziere. Allora vorticavano intorno a me le correnti letterarie di una nuova epoca. [Si allude, in particolare, a romanzi e racconti pubblicati, nell’immediato dopoguerra, da scrittori di sinistra, pieni di esperienze di guerra e di impegno sociale.]. Senonché, la letteratura del periodo postbellico non trovava alcuna risonanza dentro di me, né ideologicamente né in quanto scrittore. La vitalità e l’energia di persone dalle radici intellettuali e filosofiche diverse dalle mie, dai gusti letterari a me estranei, mi turbinavano accanto senza toccarmi, ecco tutto. S’intende, sentivo la mia solitudine. E mi chiedevo quale fosse il principio supremo che mi aveva guidato negli anni di guerra e che seguitava a guidarmi, a guerra finita. Non era certo il materialismo dialettico marxista, né il Rescritto Imperiale sull’Istruzione. Il libro che mi avrebbe offerto una costante guida spirituale doveva costituire la base della mia moralità e doveva consentirmi di approvare completamente la mia giovinezza. Doveva essere un libro che potesse saldamente sostenere questa mia solitudine ed il mio atteggiamento anacronistico. Inoltre, doveva essere un libro messo al bando dalla società contemporanea. Hagakure rispondeva a tutti questi requisiti

Questo libro, al pari di tutti quelli osannati durante la guerra, veniva adesso considerato brutto e odioso, un libro di cui cancellare il ricordo, un libro da gettare fra le immondizie. Quindi, nelle tenebre della nostra epoca, Hagakure irradia per la prima volta la sua vera luce.

Ora, quello che io avevo visto in Hagakure durante la guerra cominciava a manifestare il suo vero significato. Ecco un libro che predica la libertà, che insegna la passione. Coloro che ne conoscono solo la frase più famosa, lo ritengono intriso di odioso fanatismo. Questa frase, “Ho scoperto che la Via del Samurai e la morte”, può essere intesa come il paradosso che simboleggia il libro nel suo insieme. Fu questa frase, però, a darmi la forza di vivere.

La mia testimonianza.

Confessai per la prima volta la mia devozione allo Hagakure in un articolo pubblicato nel 1955, intitolato “Vacanza di scrittore”, che qui riproduco:

Cominciai a leggere Hagakure durante la guerra, e ancor oggi lo rileggo di tanto in tanto. È uno strano libro d’impareggiabile moralità; la sua ironia non e quella deliberata del cinico, bensì l’ironia che scaturisce, in modo naturale, dalla discrepanza fra la cognizione della giusta condotta e la decisione ad agire. Che libro energetico, rasserenante, che libro umano!

Chi ha letto lo Hagakure dal punto di vista delle convenzioni codificate (l’etica feudale, ad esempio) è rimasto del tutto insensibile al suo fascino. Questo libro trabocca della libertà ed esuberanza di gente che viveva sotto i rigori di una severa morale pubblica. Questa morale era insita nel tessuto sociale e nel sistema economico dell’epoca. Essa era la premessa alla loro esistenza, e, posta tale premessa, tutto era poi glorificazione della passione e dell’energia. L’energia è il bene, la letargia è il male. Una stupefacente concezione del mondo si dispiega in Hagakure senza la menoma sbavatura di cinismo. Il suo effetto è il diametrale opposto della “nausea di poi” di cui parla La Rochefoucauld, per esempio.

Di rado si trova un libro che scatena amorproprio in termini di eticità, come appunto fa Hagakure. È impossibile valutare l’energia quando si rifiuta l’amorproprio. Qui non si può mai andare troppo oltre. Perfino l’arroganza ha la sua etica (Hagakure non tratta, però, dell’arroganza in astratto). “Un samurai ha da esser convinto di essere, lui, il più valoroso e valente guerriero di tutto il Giappone.” “Un samurai ha da trarre grande orgoglio dalla sua prodezza militare; egli deve esser risoluto a morire della morte d’un fanatico.” Non c’è alcuna correttezza o eleganza nel fanatismo non sorretto da un’etica precisa.

La moralità della vita quotidiana che lo Hagakure insegna potrebbe definirsi così: la fede dell’uomo d’azione negli espedienti pratici. Sulla moda, Jôchô osserva con noncuranza: “È essenziale far le cose in modo acconcio, in ogni età.” La convenienza e l’opportunità non sono altro che il rifiuto, eticamente raffinato, di qualsiasi estrema raffinatezza. Uno dev’essere ostinato, ed eccentrico. Fin dai tempi antichi i samurai sono stati, per lo più, spiriti eccentrici, volitivi e coraggiosi.

Come tutte le creazioni artistiche nascono da un attrito, da una resistenza all’epoca attuale, questi insegnamenti di Jôchô Yamamoto furon dettati in antitesi al gusto per la stravaganza e il lusso che facevano da sfondo all’Epoca Genroku (1688-1704) e all’Epoca Hoei (1704-1709)…

Quando Jôchô dice: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte”, egli esprime la propria utopia, i suoi concetti di felicità e libertà. Ecco perché possiamo leggere, oggi, Hagakure come il racconto di un Paese ideale. Sono quasi certo che, se una terra ideale dovesse divenire realtà, i suoi abitanti sarebbero assai più liberi e felici di noi oggi. Ma l’attualità cui Jôchô fa riferimento non è altro che un suo sogno.

L’autore di Hagakure trovò una cura troppo forte per la malattia moderna. Presagendo una scissione dello spirito umano, egli mise in guardia contro l’infelicità che ne deriverebbe: “È sbagliato affisare la mente su due cose al tempo istesso.” Bisogna resuscitare la fede nella purezza, e esaltarla. Jôchô, il quale riconosceva la validità di ogni sorta di passione purché genuina, ben comprendeva le leggi della passione…

Se sia la morte naturale o sia (come vuole lo Hagakure) la morte per mezzo della spada da ritenersi il più adeguato traguardo del cammino di un uomo verso la perfezione, a me non sembra faccia tanta differenza. Il fatto che uno debba essere uomo d’azione non altera, né attenua in alcun modo, la legge del tempo: gli esseri umani sono soggetti al passaggio del tempo. “Quando le ragioni di vita e le ragioni di morte si equivalgono, si risolva il dilemma scegliendo la morte immediata.” Jôchô, qui, predica in nome del buonsenso, per cui, quale che sia la situazione, la rinuncia-a-sé garantisce un minimo di virtù. E ppoi un dilemma di vita o morte non si presenta spesso. È importante rilevare che, mentre Jôchô privilegia la decisione di morire alla svelta, egli rende oscuri i criteri in base ai quali giudicare che una situazione sia, effettivamente, un perfetto dilemma di vita o morte. Il giudizio che, infine, produce la decisione di morire si trascina dietro una lunga catena di giudizi da cui risulta invece la decisione di vivere, e questo incessante bisogno di rivedere e temperare il giudizio in vista della decisione finale suggerisce il lungo periodo di travaglio e di tensione che l’uomo d’azione deve sostenere. All’uomo d’azione la vita appare spesso come un cerchio da completarsi con l’aggiunta di un ultimo tratto ancora. Di istante in istante, egli bada a scartare tali cerchi, incompleti per mancanza di quel tratto conclusivo che li salda, e tira avanti, affrontando un susseguirsi di consimili cerchi. A contrasto, la vita di un artista o filosofo appare come un insieme di cerchi concentrici, via via più larghi, intorno a lui. Ma, quando la morte finalmente arriva, chi si sentirà più appagato, l’artista o l’uomo d’azione? Secondo me, quella morte che, in un attimo, completa il tuo mondo mediante l’aggiunta di un singolo tratto, dà un senso di gran lunga più intenso di riuscita, di coronamento.

La maggior disgrazia, per l’uomo d’azione, è ch’egli non riesca a morire dopo l’aggiunta di quell’ultimo, inconfondibile tratto.

Yoichi Nasu visse ancora a lungo dopo aver nettamente centrato, con una freccia, il sol levante dipinto su un ventaglio. [Eroe secondario dei Racconti della Heike (sec. XIII). Vinse una sfida riuscendo a centrare, con una freccia, un sole nascente dipinto su un ventaglio, collocato sulla murata di una nave nemica, nonostante la grande distanza e il forte vento, stando in sella ad un cavallo in corsa.]. Gli insegnamenti di Jôchô sulla morte pongono in risalto la felicità intima dell’uomo d’azione, piuttosto che il fatto esteriore dell’azione in sé. E Jôchô, che sognava di attingere a tale felicità, voleva suicidarsi all’età di 42 anni, alla morte del suo signore feudale, Mitsushige Nabeshima, ma ciò gli fu impedito da un editto che vietava il suicidio rituale come atto di lealtà al defunto daimyo di un feudo. Jôchô allora si rase il capo, prese i voti buddisti, e morì poi di morte naturale, all’età di 61 anni, lasciando ai posteri lo Hagakure.

Hagakure, matrice della mia opera letteraria

Le mie idee sullo Hagakure, da allora, non sono molto mutate. O sennò, si può dire che fu quando io scrissi questo articolo che Hagakure prese, consciamente, forma dentro di me, e io ho poi dedicato tutta la mia passione ed energia a vivere lo Hagakure, a praticare lo Hagakure, da allora in avanti. Però io, che pur seguo la via dell’artista condannata da Hagakure, sono stato sempre tormentato dal conflitto fra l’etica dell’azione e la mia arte. Ho nutrito per anni il sospetto che qualcosa di vile si celi sempre sotto la superficie della letteratura, e lo ho anche espresso. Infatti devo la mia adesione alla “Alleanza del Dotto col Guerriero” [i allude alla dottrina, propugnata dal governo Tokugawa, durante un periodo di pace che si potrasse per duecento anni, per cui un samurai doveva perfezionarsi nell’arte letteraria oltre che in quella marziale. Nella traduzione inglese, “Combined Way of the Scholar and the Warrior”] all’influenza di Hagakure. Pur sapendo benissimo che non v’è disciplina più facile a propugnarsi e più ardua ad attuarsi di questa Alleanza fra Dotto e Guerriero, decisi che null’altro poteva offrirmi – altrimenti – una scusa per vivere la mia vita di artista. Devo anche questa scoperta a Hagakure.

Son convinto, però, che l’arte che rimane entro i comodi confini della sola arte prima o poi avvizzisce e muore, e in tal senso non sono un credente di quella che si definisce comunemente l’arte per l’arte. Se l’arte non viene di continuo minacciata, stimolata da cose estranee al suo dominio, si esaurisce. L’arte letteraria ricava i propri materiali dalla vita, ma, sebbene la vita sia madre della letteratura, ne è anche acerrima nemica; sebbene la vita sia inerente all’autore stesso, essa è anche l’eterna antitesi dell’arte.

D’incanto io riconobbi in Hagakure una filosofia della vita, e sentii che il suo pristino mondo era bellissimo e che le sue idee potevano agitare le acque di quello stagno che era la letteratura mondiale. Per me, il significato di Hagakure sta in quella sua visione di un mondo anteriore; e, sebbene l’influenza di Hagakure mi abbia reso difficile la vita di artista, al contempo Hagakure è la matrice da cui è nata la mia scrittura. Esso è l’eterna fonte sorgiva della mia vita. Esso mi sprona con la sua frusta inesorabile, con la sua voce imperiosa, con le sue feroci critiche, e anche in grazia della sua bellezza, ch’è la bellezza del ghiaccio.

Il mio Hagakure Hagakure è vivo ancor oggi

L’amore supremo è, credo, l’amore segreto. Una volta esternato e condiviso, l’amore sminuisce. Languire tutta la vita per amore, e morire d’amore senza mai invocare il nome dell’amato, o dell’amata, ecco qual è il vero significato dell’amore. (Libro II)

Negli anni del dopoguerra, il Giappone ha cominciato a trasformarsi nel senso previsto e deprecato da Hagakure. Non v’erano più samurai, nel nostro Paese, la guerra era finita, l’economia rifioriva, regnava la pace… e la gioventù si annoiava. Lo ripeto: Hagakure è un libro paradossale. Quando per la pubblica opinione “il fiore è bianco”,

Hagakure dice invece: “il fiore è rosso”. Quando Hagakure dice: “Non si deve seguire questa via”, siate pur certi ch’è la via seguita dal gran pubblico. Tutto considerato, dietro questo libro austero ci sono condizioni sociali e opinioni pubbliche contrarie ai suoi dettami. Tali condizioni sono quelle in cui il popolo nipponico si è, in ogni epoca, venuto a trovare nei periodi di pace.

Ecco un esempio ben noto di tale fenomeno. Certo, non è la prima volta, oggi, che la moda maschile rivaleggia con quella femminile. Lo spettacolo odierno di giovani infatuati della moda francese, vestiti alla Cardin, non è senza precedenti nella storia giapponese. Nel Periodo Genroku – ( Jôchô si ritirò dal mondo, per vivere in reclusione, nel 13° anno di Genroku, 1700) – una moda tutta tesa all’ornato, allo splendore abbacinante – non solo nel vestire, ma anche per quanto riguardava il disegno di spade e spadini e loro guaine – conquistò il cuore degli uomini. Basta dar uno sguardo al vistoso abbigliamento e agli splendidi svaghi raffigurati nelle pitture di genere di Moronobu Hishikawa (artista ukiyoe del Periodo Edo) per rendersi conto dei lussi di quell’epoca, in cui predominavano i ricchi mercanti, con il loro gusto per il sontuoso.

Oggigiorno, se vai in un caffè-jazz frequentato da giovani e adolescenti, ti accorgi che non parlano d’altro che di bei vestiti, di moda e eleganza maschile. Mi è capitato, di recente, di recarmi in uno di questi caffè-jazz, e, non appena mi fui seduto a un tavolo, un giovanotto che sedeva a quello accanto, prese a farmi un interrogatorio vero e proprio: “Son fatte su misura, quelle scarpe? Da chi te le sei fatte fare? E quei gemelli, dove li hai comprati? E la stoffa del vestito? Chi è il tuo sarto?” E così via, una domanda dietro l’altra. Un altro giovane, che stava insieme al primo, lo redarguì: “Dai, smettila. Mi sembri un mendicante! Guarda, osserva in silenzio, e poi magari rubagli le idee.” Il pri’mo allora ribatté: “Io trovo che è più onesto chiedere, e imparare da lui apertamente.”

Imparare, per loro, significava imparare a far bella figura, venir iniziati ai segreti della moda maschile.

Il brano di Hagakure che segue è prova evidente di un analogo atteggiamento.

I tempi sono molto mutati negli ultimi trent’anni. Quando i giovani samurai si riuniscono parlano di danaro, di profitti e perdite, di come gestire efficacemente una casa, come giudicare il valore di stoffe, eppoi discorrono di avventure galanti. Se d’altro argomento si facesse discorso, l’atmosfera si guasterebbe e i presenti si sentirebbero vagamente a disagio. A qual punto increscioso son giunte le cose! (Libro I)

L’effeminarsi del maschio.

Si fa inoltre un gran parlare dell’effeminamento dei maschi nipponici, oggigiorno. Ciò viene, inevitabilmente, visto come un risultato dell’influenza della democrazia americana (“prima le signore” e così via) ma non si tratta, neanche qui, di un fenomeno ignoto al nostro passato. Quando, lasciandosi alle spalle un lungo periodo di rude mascolinità guerriera, la bakufu Tokugawa, assicuratasi l’egemonia, diede alla nazione un regime pacifico, l’effeminazione dei maschi giapponesi cominciò immediatamente. Una prova evidente di tale tendenza si coglie, fra l’altro, nelle incisioni ukiyo di Harunobu Suzuki, pittore del 18° secolo: quei due innamorati che siedono, abbracciati, sulla veranda in contemplazione dei fiori di susino, talmente si assomigliano fra loro, nell’acconciatura dei capelli, nella foggia degli abiti, nei disegni delle stoffe, nell’espressione stessa dei volti, che, comunque li si osservi, è impossibile dire qual è l’uomo, quale la donna. Negli anni in cui Hagakure fu scritto, tale tendenza era già cominciata. Si legga questo caustico brano, intitolato “Polso femminile”:

A quanto mi ha riferito un amico, risulta che un certo Dottor Kyóan una volta ebbe a fare la seguente asserzione: “In medicina, si distingue fra uomini e donne attribuendo loro i principî di ying e yang, e quindi, in origine, le cure mediche differivano in armonia con essi. Anche il cuore batteva in modo diverso. Da una cinquantina d’anni in qua, invece, il polso dell’uomo è venuto gradualmente ad essere simile alle pulsazioni della donna. Accortomi di tale fenomeno, ritenni opportuno curare le malattie dei maschi con quegli stessi metodi che, prima, eran normalmente adeguati solo alle femmine. Quando provo a trattare gli uomini con sistemi terapeutici maschili, non ottengo alcun effetto. Il mondo va, invero, degenerando: gli uomini perdono la loro virilità e sempre più diventan simili alle donne. È, questa, un’assodata verità, ch’io traggo da esperienze di prima mano. Ho deciso, però, di tenere la cosa segreta al gran pubblico.” Quando io tenendo ciò presente – guardo gli uomini d’oggi a me d’intorno, spesso penso tra me: “Ah ah, ecco là un altro esempio di polso femminile.” Quasi mai, infatti, quello che vedo è un vero e proprio uomo. (Libro I)

Aristocratici con rimborso-spese.

Lo stesso può dirsi per quanto riguarda l’avvento dell’aristocratico con rimborso-spese. Ciò è in parte dovuto al moderno sistema fiscale. Ai tempi di Jôchô, il samurai spesato – cioè quello che aveva difficoltà a distinguere fra il proprio e il denaro del suo signore – era già una figura cospicua. All’interno, non già di un’azienda, ma di un feudo, o daimyo han, il giovane samurai, dimenticando l’ideale della piena partecipazione a una comunità, pensava solo al proprio benessere. La luce dell’idealismo, negli occhi dei giovani, si era ridotta a un barlume. La loro attenzione era tutta rivolta a cose volgari. I giovani samurai “dallo sguardo furtivo del borsaiolo”, dediti solo al loro personale interesse, si eran fatti ormai numerosi.

Se guardo i giovani samurai in servizio oggidì, a me sembra ch’essi mirino, penosamente, troppo in basso. Han lo sguardo furtivo del borsaiolo. Per lo più fanno i loro interessi, o tengono a far sfoggio di bravura, e persin quelli che paiono d’animo sereno si danno, semplicemente, un falso sembiante. Non va, quest’attitudine, non va. Ammenoché un samurai non miri in alto – tanto, da esser pronto ad offrire la vita per il suo signore, a morir prestamente e tradursi in ispirito – ammenoché egli non sia costantemente sollecito del bene del suo feudatario, o daimyo, ed a lui non faccia capo in ogni caso controverso o dubbio, e non sia suo perpetuo movente il rafforzamento della signoria, ebbene, costui non può essere detto un vero samurai al servizio del suo signore. (Libro I)

Jôchô condanna senza mezzi termini coloro che si distinguono in questa o quell’arte, e rileva come la sua epoca tendesse, sempre più, a idolatrare chi eccelleva in tali arti, facendone dei divi.

Oggi, vediamo idolatrare i campioni sportivi e le stelle della tivù. Chi riesce ad affascinare il pubblico finisce per perdere la sua umanità e diventare una sorta di fantoccio. Tale tendenza rispecchia gli ideali della nostra epoca. A questo punto non v’è più differenza fra artisti e tecnici.

La nostra è l’età della tecnocrazia, in cui i tecnici appunto comandano. In altre parole, è un’epoca di artisti che si esibiscono. Chi eccelle in qualche arte può ottenere, mediante essa, l’applauso entusiasta della società. Al contempo però costoro abbassano i traguardi della vita, mirando solo ad apparire il più strabilianti e importanti possibile. Essi dimenticano gli ideali di un essere umano totale. Degenerare, ridursi a una semplice rotella, a una semplice funzione, diventa la loro ambizione massima. Alla luce di questo fenomeno, il disdegno di Jôchô per artisti e tecnici ristora l’anima:

Che un’arte aiuti a guadagnarsi di che vivere è vero solo per quanto concerne samurai di altri feudi. Per i samurai di questa signoria l’esercizio di un’arte o mestiere porta solo a un calo di rango, a un involgarimento. Chi è specializzato in questa o quell’arte, non è un samurai, bensì un tecnico. (Libro I)

“Se il tuo nome non significa nulla per il mondo, o che tu viva o che tu muoia, convien vivere.” (Libro I)

Questo modo di pensare esisteva, all’epoca di Hagakure, naturalmente. L’istinto di conservazione, di fronte a un dilemma di vita o di morte, normalmente ci induce a scegliere di vivere. Ma bisogna riconoscere che, quando un uomo mira a vivere splendidamente e morire in modo splendido, un forte attaccamento alla vita nuoce a questa bellezza. È difficile vivere e morire splendidamente, ma è ugualmente difficile sia vivere sia morire in modo del tutto orribile. Questa è la sorte dell’umanità.

Il clima di compromesso dell’epoca attuale nasce dal fatto che coloro i quali cercano di vivere splendidamente ,e morire in bellezza, scelgono in effetti una brutta morte, laddove quanti desiderano vivere orribilmente e morire in modo orrendo scelgono, in realtà, uno splendido tenore di vita. Hagakure emette un delizioso verdetto su tale questione di vita o di morte. Ecco, di nuovo, la sua frase più famosa: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte.” Jôchô quindi soggiunge:

“Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una subita morte. Non v’è nulla di complicato in ciò. Fatti animo, e procedi.” (Libro f)

L’amore ideale non va dichiarato.

Hagakure parla anche dell’amore romantico. Anzi, come Bunsò Hashikawa [Bunsò Hashikawa (1922). Critico militante e studioso di storia moderna giapponese. ha rilevato, è probabilmente l’unica opera della letteratura classica giapponese in cui si sviluppi una teoria logica dell’amore romantico. L’amore ideale, per lo Hagakure, si riassume in una formula: “amore segreto”, perché – detto senza mezzi termini – l’amore, una volta confessato, sminuisce. Il vero amore attinge alla sua più alta e nobile forma allorché uno ne porta il segreto fino alla tomba.

L’arte dell’amore romantico, qual è praticata in America, comporta la dichiarazione, il corteggiamento, la conquista. L’energia generata dall’amore non si accumula, così, all’interno, bensì irradia di continuo verso l’esterno. Ma, paradossalmente, la carica dell’amore si dissipa allorché lo si trasmette. Ai giovani d’oggi si offrono opportunità di amori e avventure erotiche che altre generazioni non si sognavano neppure. Ma, al tempo stesso, si affievolisce il romanticismo nel cuore dei giovani moderni. Quando l’amore romantico che è nato nel cuore trova dinnanzi a sé una strada facile e vi si inoltra e raggiunge più volte la meta – cessando all’istante di esistere – allora l’incapacità di amare e la morte delle passioni (fenomeno caratteristico nell’età moderna) sono in vista. Va detto che questa è la ragione principale per cui i giovani d’oggi sono tormentati da contraddizioni, per quanto riguarda l’amore romantico.

Fino a prima della guerra, i giovani erano in grado di distinguere fra amore romantico e desiderio carnale; ed essi vivevano, in modo alquanto ragionevole, con entrambi. Quando entravano all’università, i compagni più anziani li portavano al bordello e gli insegnavano a soddisfare i loro desideri; però, non osavano neanche toccare le donne ch’essi amavano veramente.

Così l’amore, nel Giappone anteguerra, se da un lato si basava su un sacrificio, in forma di prostituzione, dall’altro preservava l’antica tradizione puritana. Una volta accettata l’esistenza dell’amore romantico, dobbiamo anche accettare il fatto che gli uomini dispongano, altrove, di un oggetto sacrificale con cui soddisfare i loro desideri carnali. Senza un tale sfogo, il vero amore non potrebbe esistere. Tale è la tragica fisiologia del maschio umano.

L’amore romantico, qual è concepito da Jôchô, non è una strategia mirante alla preservazione di questo sistema semimodernizzato, a ruoli ben distinti, pragmatico e flessibile. È bensì, sempre, rinforzato dalla morte. Uno deve morire per amore, e la morte esalta la purezza e la tensione dell’amore. È questo l’amore ideale, per lo Hagakure.

Come si può arguire da quanto detto sopra, Hagakure rappresenta un tentativo per curare il carattere pacifico della società moderna mediante la potente medicina della morte. Questa medicina, durante i cent’anni di guerre continue che precedettero il Periodo Tokugawa, veniva usata a man salva nella vita quotidiana della gente; ma, venuta la pace, cominciò a esser temuta e quindi evitata. Jôchô Yamamoto scopre che, in realtà, questa drastica medicina contiene un balsamo efficace per lenire lo spirito umano sofferente. L’autore, comprensivo com’è, sa che l’uomo non vive soltanto della sua vita. Egli sa quanto paradossale sia la libertà umana. E sa che l’uomo, non appena ottenuta, la libertà, la prende a noia; e la vita, non appena gli vien data, gli diventa insopportabile.

La nostra è un’epoca in cui tutto si basa sulla premessa ch’è meglio vivere il più a lungo possibile. La vita umana media si è allungata a dismisura, e il futuro che abbiamo dinnanzi è un monotono programma. L’entusiasmo di un giovane per una casa sua dura fin quanto dura la lotta per arrivare a farsi un nido. Non appena lo ha trovato, il futuro non ha più nulla in serbo per lui, Attende solo di andare in pensione, rassegnato alla noia e alla tranquillità dell’impotente vecchiaia. Questo spettro si annida nell’ombra, in qualsiasi Stato di benessere, ovvero assistenziale, e minaccia l’umanità nei suoi gangli vitali. Nei Paesi scandinavi, il bisogno di lavorare è ormai scomparso, e non preoccupa più il sostentamento nella vecchiaia. Per la noia e la delusione, tanti vecchi costretti al riposo, si suicidano. In Inghilterra, dove dopo la guerra si è instaurata una mentalità da welfare state, il desiderio di lavorare è andato perduto, e quel che ne consegue è il declino dell’industria.

Represso, l’istinto di morte deve esplodere da qualche parte.

Discutendo intorno alla forma che la moderna società dovrebbe darsi, c’è chi propone l’ideale del socialismo e chi quello dello Stato di benessere, ma si tratta in fondo della medesima cosa. All’estremo limite della libertà c’è la stanchezza e la noia di uno Stato assistenziale; manco a dirlo, al limite estremo di uno Stato socialista c’è la soppressione della libertà. Con una parte del suo cuore l’uomo agogna alla grande utopia socialista, ma, via via che procede verso di essa, allorché l’ideale gli appare a portata di mano, tutto ciò gli viene a noia. Ciascuno di noi cela, nel proprio subconscio, impulsi ciechi, istinti profondi. Questi sono la dinamica espressione delle contraddizioni che riempiono la nostra vita, di momento in momento, una manifestazione che non ha essenzialmente nulla a che fare con gli ideali sociali per il futuro. In gioventù, questi impulsi assumono le forme più nette e più ardite. Inoltre, essi sono in conflitto anche fra loro. La gioventù possiede sia l’impulso a resistere, sia l’impulso ad arrendersi, in eguale misura. Si tratta, in definitiva, dell’istinto di libertà e dell’istinto di morte. La manifestazione di tali impulsi, quale che sia la forma politica assunta, è come una corrente elettrica risultante da una differenza di carica; in altre parole, scaturisce dalle fondamentali contraddizioni dell’esistenza umana.

Durante la guerra, l’istinto di morte trovò campo libero, poté scatenarsi, mentre l’istinto di libertà, l’impulso alla vita, veniva represso, o soppresso. Nel dopoguerra, la situazione si è rovesciata: mentre l’impulso alla resistenza, l’istinto di libertà, viene completamente soddisfatto, l’impulso alla resa, l’istinto di morte non trova mai appagamento. Una decina d’anni fa, conversando con un politico conservatore, ebbi a dire che, forse, il governo del Giappone postbellico, portando la prosperità economica, era perlomeno riuscito a soddisfare l’anelito del giovane moderno alla vita, ma non ebbi maniera però di parlare dell’anelito opposto alla morte. In altra occasione, tuttavia, spiegai che noi siamo di continuo esposti al pericolo che l’istinto di morte, represso o soppresso nei giovani moderni, un giorno esploderà da qualche parte.

Secondo me, la polemica scoppiata in Giappone intorno al Trattato nippoamericano di Sicurezza offre un esempio di estrema diversità di carica

elettrica. La lotta politica era, al riguardo, estremamente complessa; e i giovani che vi presero parte lo fecero soprattutto per aver una causa cui essere pronti a sacrificare la vita. Non era tanto l’ideologia a spingerli, né tanto la loro condotta si basava su un’attenta lettura del Trattato, quanto invece cercavano, essi, di soddisfare i loro istinti profondi: quello che li spingeva a resistere e quello che li spingeva alla morte.

La frustrazione che conseguì al fallimento della campagna contro il Trattato di Sicurezza fu, però, anche peggiore. Quelli che avevano preso parte alle dimostrazioni furono indotti a ritenere che il movimento politico cui avevano aderito era una sorta di messinscena, che la morte non trascende la realtà, che le vittorie politiche non danno alcuna soddisfazione, che le loro azioni eran state soltanto uno spreco di energia. Ancora una volta la gioventù del Giappone moderno subì una sentenza schiacciante: “La causa per la quale siete morti, non valeva la pena.”

Come dice Toynbee, la ragione per cui il Cristianesimo fece, tutt’a un tratto, tanti proseliti è che tutta quella gente anelava, fervidamente, a uno scopo per cui valesse la pena di morire. Nell’era della Pax Romana, le terre dell’impero di Roma, che comprendeva tutta l’Europa e si estendeva in Africa e in Asia, stavan “godendo” una pace interminabile. A evitare la noia e la stanchezza che permeano ed inficiano ogni epoca di pace eran solo le guardie di frontiera. Costoro, ai confini dell’impero, avevano ancora uno scopo per cui valesse la pena di morire.

I tempi sono cambiati.

Lo Hagakure si basa sull’etica del samurai. Il mestiere del samurai è la morte. Per quanto pacifici siano i tempi, la morte è il supremo movente per i samurai. Se un samurai temesse la morte, o la scansasse, in quello stesso istante cesserebbe di essere un samurai. È per questo motivo che Jôchô Yamamoto pone, con tanta enfasi, la morte come movente fondamentale all’azione. Però, nel Giappone attuale, sotto una costituzione che mette fuori legge la guerra, coloro che considerano la morte come loro mestiere – e ciò include anche la Forza di Difesa Nazionale – non dovrebbero, in linea di principio, neppure esistere. L’era democratica si fonda sulla premessa che la cosa migliore è vivere il più a lungo possibile.

Quindi, per valutare l’effetto dello Hagakure, occorre domandarsi se i lettori sono, o no, deisamurai. Se uno riesce a leggere Hagakure prescindendo dalla diversità di fondo, nelle premesse, fra l’epoca di Jôchô e la nostra, allora costui vi troverà una stupefacente comprensione dell’umana natura, e una saggezza che si può applicare, ancor oggi, ai rapporti umani. Uno legge con piacere queste pagine (stimolanti, vigorose, appassionate, ma estremamente aspre e penetranti, persino paradossali) ed è come lasciarsi refrigerare le membra da una pioggia primaverile. Ma alla fine si è costretti a confrontare, di nuovo, la fondamentale diversità delle premesse.

Il lettore, sormontando per il momento codesta differenza preliminare, arriva a risuonare insieme al testo; poi, a lettura conclusa, deve constatare che v’è una differenza irrisolvibile. Anche questo fa parte del fascino di Hagakure.

Qual è, esattamente, questa differenza? Qui prescindiamo dalle condizioni storiche in cui vengono a trovarsi gli individui in una data epoca qualsiasi (ceto, mestiere, rango e così via) per tornare al problema di fondo – vita o morte – che anche noi ci troviamo di fronte al giorno d’oggi. Nella moderna società si dimentica, costantemente, il significato della morte. No, non è dimenticato: viene, piuttosto, evitato. Il poeta Rainer Maria Rilke (1875- 1926) ha detto che la morte dell’uomo si è fatta più piccola. La morte di un uomo ormai non è altro che un individuo che muore su un duro letto di ospedale e diventa un ingombro da eliminare al più presto. E tutt’intorno a noi infuria l’incessante “guerra del traffico”, che si calcola abbia fatto più vittime della guerra cino-giapponese, e la fragilità della vita umana è adesso tal e quale è sempre stata.

Semplicemente, non ci piace parlare della morte. Non ci va di estrarre dalla morte i suoi elementi benefici e porli in opera per noi. Cerchiamo sempre di indirizzare lo sguardo verso gli aspetti gratificanti del paesaggio, verso gli indicatori puntati sul futuro, verso i monumenti della vita. E facciamo del nostro meglio per non riferirci mai a quel potere per cui la morte gradualmente divora le nostre vite. Questo atteggiamento sta ad indicare un processo mediante il quale il nostro umanismo razionale, mentre svolge costantemente la funzione di indirizzare l’occhio dell’uomo moderno sugli splendori della libertà e del progresso, elimina il problema della morte a livello conscio, respingendolo sempre più in profondità nel subconscio, trasformando l’istinto di morte, mediante tale repressione, in un più pericoloso impulso, ancor più concentrato e diretto verso l’interno. Non si tien conto del fatto che portare la morte a livello cosciente è un importante elemento della salute mentale.

Ma solo la morte resta immutata e regola le nostre vite, oggi, come all’epoca di Hagakure. In tal senso, la morte di cui parla Jôchô non è nulla di straordinario. Secondo Hagakure, meditare quotidianamente sulla morte significa concentrarsi ogni giorno sulla vita. Quando andiamo al lavoro pensando che potremmo morire oggi stesso, non possiamo far a meno di sentire che il nostro lavoro diviene d’un tratto radioso di vita e pieno di significato.

A me sembra che Hagakure ci offra il destro di riconsiderare le nostre idee sulla vita e sulla morte, a vent’anni dalla fine della guerra.

I quarantotto principî vitali di hagakure Hagakure e il suo autore, Jôchô Yamamoto

La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno, facendo solo ciò che spiace, è follia. (Libro II)

Il titolo del libro che chiamiamo Hagakure era all’origine, ed è formalmente, Gli insegnamenti del Maestro di Hagakure. Titolo, questo, che comparve già nella prima edizione del testo trascritto e curato da Tsuramoto Tashiro. Molte teorie sono state azzardate, nel corso degli anni, circa il significato della parola hagakure. Non si è giunti, però, a una chiara conclusione.

Fra le varie congetture, c’è quella secondo la quale tale vocabolo fu scelto per evocare l’atmosfera di una poesia di Saigyò, [Saigyò (1118-1190): poeta e sacerdote itinerante, il cui terna principale era la fugacità della vitae della bellezza, e ta cui metafora preferita era quella del fior di ciliegio. Hagakure alla lettera significa “nascosto tra le foglie”. Così si intitola la raccolta delle poesie di Saigyò.], monaco-poeta a cavallo fra i periodi Heian e Karnakuraa, compresa nella Sanka wakashu. La poesia s’intitola

“A un’amante, quando indugiano ancora pochi fiori”: Nei pochi fiori che ancora indugiano, nascosti tra le foglie, mi par di sentire la presenza di colei per la quale in segreto languisco”.

Una seconda teoria sostiene che invece il titolo rispecchia il fatto che lo Hagakure è, essenzialmente, un libro sul sacrificio di sé, sull’abnegazione del samurai che compie la sua opera senza mettersi in mostra, come celato appunto tra le fronde, nonché al fatto che Jôchô dettò i suoi insegnamenti in una capanna seminascosta tra le foglie.

Secondo una terza teoria, presso la capanna di Jôchô cresceva un albero di kaki, sì carico di frutti che era chiamato “ascondifoglie”: di qui il titolo.

Ecco poi una quarta teoria. Si dice che intorno al Castello di Saga, residenza del daimyo Nabeshima durante il Periodo Tokugawa, sorgevano molti alberi e il castello stesso era quindi chiamato “Il Castello Nascosto tra le Foglie”, e i samurai del feudo eran chiamati, per estensione, “i samurai nascosti tra le foglie”. Questa congettura è accettata da molti. Ma, sebbene il Castello di Saga abbia parecchi alberi fronzuti intorno al suo fossato, sicché appare avviluppato nel verde, gli abitanti di Saga dicono di non aver mai udito chiamarlo “Il Castello Nascosto tra le Foglie”. Quindi, anche questa è soltanto un’ipotesi.

Lo sfondo e la stesura di Hagakure.

Gli insegnamenti del Maestro di Hagakure è, all’origine, una trascrizione di discorsi orali. Nel 13° anno di Genroku (1700) un samurai di Saga Han; a nome Jôchô Yamamoto si ritirò dalla vita mondana dopo la morte del suo signore feudale, Mitsushige Nabeshima, secondo daimyo di Saga Han, e, dopo essersi costruito una capanna di frasche, prese a condurre vita da eremita in una località detta Kurotsuchiparu, lontana dal consorzio umano. Dieci anni dopo, nella primavera del 7° anno di Hòei (1710) un giovane samurai di Saga, a nome Tsuramoto Tashiro, prese a recarsi da Jôchô nella sua capanna e a trascrivere quello che il vecchio Maestro gli diceva. Tashiro quindi impiegò sette anni a raccogliere e ordinare, in undici volumi, ciò che adesso conosciamo come Gli insegnamenti del Maestro di Hagakure. Jôchô gli ordinò di dar alle fiamme quegli scritti, ma Tsuramoto Tashiro gli disobbedì e, in segreto, conservò quelle carte che, poi, prese a copiare e a distribuire fra i samurai di Saga, che ne fecero tesoro, e che chiamarono “Le spigolature di Nabeshima”.

 Lo Hagakure non è una raccolta, a casaccio, di detti e osservazioni, bensì un corpus compilato con gran cura, ed organico. La composizione dell’opera è la seguente:

Il Volume Primo e il Volume Secondo (Gli insegnamenti del Maestro di Hagakure, I e II) contengono la fedele trascrizione delle parole di Jôchô medesimo.

I Volumi Terzo, Quarto e Quinto registrano le parole e le gesta di Naoshige Nabeshima, fondatore dello han, di Katsushige, primo daimyo di Saga, di Mitsushige Tsunashige Nabeshima, secondo e terzo daimyo.

I Volumi dal Sesto al Nono trattano del Saga Han [Feudo (han) nel Kyushu nordoccidentale, oggi facente parte della Prefettura di Saga.] e delle gesta dei samurai di questo feudo.

Il Volume Decimo narra le imprese di samurai di altri han.
L’Undicesimo è un supplemento agli altri dieci volumi.
Il nucleo dell’opera è il resoconto degli insegnamenti di Jôchô, da cui risalta vivida la sua filosofia della vita. Ma le discussioni riferite nei due primi volumi del corpus non seguono necessariamente un ordine cronologico. Il Volume Primo comincia così: “Nel settimo anno di Hòei (1710) il quinto giorno del terzo mese, mi recai per la prima volta a far rispettosamente visita…” Si allude qui al memorabile giorno in cui Tsuramoto Matazaemon Tashiro si recò per la prima volta nella capanna di Jôchô Yamamoto e ascoltò le sue lezioni.

Prima di ritirarsi dal mondo, Jôchô era stato al servizio di Mitsushige, secondo signore della Casa di Nabeshima, feudatari di Saga Han, da quando era fanciullo fino all’età di 42 anni. I suoi antenati, per generazioni, avevano servito validamente la Casa dei Nabeshima, e Jôchô stesso godette della massima fiducia, presso il daimyo. Era naturale aspettarsi che, all’età di cinquant’anni, verrebbe nominato anziano dello han, entrando così a far parte del governo del feudo, ma, quando egli aveva 42 anni, il daimyo morì e le sue ambizioni non si realizzarono. Jôchô era deciso a suicidarsi, per fedeltà al suo signore, ma Mitsushige Nabeshima – in anticipo sui tempi – aveva severamente proibito tali suicidi di fedeltà, nel suo feudo. Aveva emesso un editto contro chiunque si suicidasse alla sua morte, per cui la famiglia di costui verrebbe privata di ogni onore. A quei tempi la famiglia contava più dell’individuo, quindi Jôchô si trovò nell’impossibilità di suicidarsi; decise allora di ritirarsi dalla vita secolare. Visse isolato per venti anni, fino alla morte, avvenuta all’età di 61 anni, il decimo giorno del decimo mese di Kyòhò (1719).

Si dice che la stesura degli Insegnamenti del Maestro di Hagakure fu iniziata durante il cinquantaduesimo anno di vita di Jôchô e si protrasse per sette anni, fino al decimo giorno del nono mese di Kyòshó uno (1716). Quest’opera assomiglia davvicino alle Conversazioni con Goethe di Eckermann, in quanto la sensibilità dell’ascoltatore e la sua abilità di trascrittore sono estremamente significative.

Tsuramoto Matazaemon Tashiro, impiegato come scriba ufficiale, era un robusto giovanotto di 32 o 33 anni, di venti quindi più giovane di Jôchô. Come ho già detto, i periodi Genroku e Hòei (a differenza dei precedenti e più austeri periodi Keichó e Genna) furono un’epoca di rinascenza in cui – pur seguitando a prodursi opere sul confucianesimo, sull’arte marziale e sulla condotta dei samurai – fiorirono anche la poesia haiku di Bashò, le tragedie di Chikamatsu e la narrativa di Saikaku [Bashó Matsuo (1644-94): poeta-eremita e maestro di poesia nel primo Periodo Edo (1600-1868) famoso per i suoi haiku e diarii poetici. – Monzaemon Chikamatsu (1653- 1725): insigne drammaturgo, autore di testi per il teatro kabuki e il teatro dei burattini (banraku). I suoi drammi, di ambiente storico o privato, si concludono spesso con il duplice suicidio degli amanti, lacerati fra dovere e passione. – SaikakuHhara (1642-93): narratore famoso per le sue storie sulla gente di Osaka, mercanti e gaudenti.]. Non solo i mercanti cittadini ma persino i samurai si abbandonavano al piacere estetico della poesia, della musica, della danza. Gli stessi trattati di etica samurai, di dottrina confuciana e di arti marziali tendevano a degenerare in oziose filosoferie morali

Il Maestro di Hagakure, Jôchô Jin’emon Yamamoto nacque nel vico Yokokoji, nella città di Katatae, nel feudo di Saga (Saga Han) l’11° giorno del sesto mese di Manji due (1659) e, come ho già detto, morì sessantunenne il 10° giorno dell’undicesimo mese di Kyòhò quattro (1719). Era il più giovane dei cinque figli (due maschi e tre femmine) di Shigezumi Jin’emon Yamamoto. Suo padre era il fratello minore di Kiyoaki Jin’emon Nakano e fu adottato dalla famiglia di Muneharu Sukebei Yamamoto. Il nome jin’emon gli fu imposto per ordine del daimyo, e Kiyoaki Nakano fu il primo, Shigezumi Yamamoto il secondo e Jôchô il terzo a portarlo. I tre furon chiamati le tre generazioni di Nakano.

Jôchô perdette il padre all’età di undici anni. Studiò sotto la tutela del cugino Tuneharu Gorozaemon Yamamoto, di vent’anni più anziano di lui, quindi si perfezionò in confucianesimo e buddismo alla scuola di luci Ishida e del maestro di zen Tannen. Essendo però, fin da giovanissimo, al servizio del daimyo, non poté dedicarsi completamente agli studi accademici. In seguito sarà fortemente influenzato dal maestro di zen Ryoi e si ritiene che, dopo il ritiro dal secolo, venisse iniziato ai segreti dello zen sulla scia di questo pensatore.

Jôchô era inoltre esperto di arti marziali. All’età di 24 anni funse da secondo (decapitatore) al suicidio rituale di suo cugino. Non era digiuno di poesia, e compose haiku e waka. A Kyoto, dove fu inviato dal suo daimyo, ricevette un diploma in Poesia Waka Vecchia e Nuova (Waka kokin denju) [Waka kokin denju: la trasmissione, da maestro ad allievo, di arcane informazioni pertinenti il “vero” significato delle parole che appaiono sulla Kokinshu, antologia imperiale di poesia di corte del sec. X] da Sanenori Nishisanjò, sotto il quale ebbe anche modo di studiare direttamente. [Maestro di poesia classica. Per generazioni, i Nishisanjó furono cultori di letteratura classica].

Dopo il ritiro dal mondo, Jôchô si fece chiamare Jôchô Kyokuzan (Eterno Mattino, Montagna del Sol Levante), chiamò la sua capanna hòyòken (Dimora del Sole Mattutino) e lì visse recluso con Ryòi. In seguito cambiò nome alla dimora e la chiamò Sojuan (Capanna della Vita Religiosa). Nell’agosto di Shotoku tre (1713) la vedova di Mitsushige, Reijuin, venne sepolta a Kurotsuchiparu, dove abitava Jôchô, il quale per deferenza si trasferì allora a Okoguma, nel vicino villaggio di Kasuga.

Jôchô scrisse, all’età di 50 anni (nel 1708) un libro intitolato Raccolta delle mie umili opinioni (Gukenshil) a edificazione del figlio adottivo Gonnojò. Ebbe due figlie femmine. La prima morì giovane. La seconda sposò un uomo che venne adottato dalla famiglia del suocero. Ma Jôchô sopravvisse al marito e alla moglie

Hagakure: tre filosofie.

Secondo me, lo Hagakure, come opera di filosofia, presenta tre principali caratteristiche. Primo, è una filosofia dell’azione; secondo, è una filosofia dell’amore; terzo, è una filosofia di vita.

Come filosofia dell’azione, lo Hagakure dà valore alla soggettività, considera l’azione come la prima funzione della soggettività, e la morte come meta di ogni azione. La filosofia dello Hagakure crea un modello di azione che rappresenta il mezzo più efficace per sfuggire alle limitazioni dell’io singolo e immergersi in qualcosa di più vasto. Nulla potrebbe esser più lontano dalla concezione del Machiavelli, in cui un estraneo arbitrariamente combina l’elemento A e l’elemento B, oppure manipola il potere a e il potere b. Quella di Jôchô è una filosofia esclusivamente soggettiva, non mai oggettiva. E una filosofia dell’azione individuale, non di governo.

Siccome durante la guerra contro gli Alleati lo Hagakure venne utilizzato a fini di indottrinamento politico, alcuni seguitano ancora a interpretare quest’opera in termini politici, ma, in realtà, essa non ha niente di politico. Il discorso cambia, secondo me, se si interpreta l’etica del samurai come un concetto politico, ma lo scopo precipuo di Hagakure, com’io lo vedo, è quello di indicare, a determinati individui, i principî da cui essere guidati. Questi insegnamenti hanno un valore universale e possono applicarsi a qualsiasi epoca, per quanto variino le condizioni esteriori. E tuttavia sono anche pieni di saggezza pratica, frutto di esperienze individuali.

In secondo luogo, Hagakure è una filosofia dell’amore. I giapponesi hanno una tradizione singolare, per quanto riguarda l’amore romantico, di cui hanno sviluppato un concetto tutto loro (ren’ai). Nell’antico Giappone era nota la passione carnale (koi) ma non l’amore (ai). In Occidente, fin dai tempi dell’antica Grecia, fu fatta distinzione fra eros (amore) e agape (amore di Dio per l’umanità). Eros era dapprima l’amore carnale ma, trascendendo gradualmente i sensi, entrò nel regno dell’idea (il massimo concetto raggiunto mediante la ragione) dove venne perfezionato nella filosofia di Platone. Agape è amore spirituale completamente scisso dal desiderio carnale; e diverrà poi la carità cristiana.

Quindi, nel concetto europeo dell’amore, agape e eros furono sempre visti come principî opposti. L’amore cavalleresco, nel medio evo, aveva la sua matrice nel culto della Vergine Maria (eros) ma è anche vero che il massimo ideale della cavalleria era l’amore come agape completamente diviso da eros.

Si può dire che anche gli ideali europei di patriottismo ottocentesco abbiano agape come loro matrice. Senza tanto esagerare possiam dire, però, che in Giappone non c’è una cosa come l’amore per la patria. E non c’è una cosa come l’amore per la donna. Nella struttura spirituale del giapponese, eros e agape sono fusi insieme. Quando l’amore per una donna o per un giovane è puro e casto, esso non differisce dalla fedeltà e devozione a un sovrano. Il concetto di amore che non fa distinzione fra eros e agape fu chiamato, da noi,

“innamorarsi della famiglia imperiale” (renketsu no Ed) alla fine del Periodo Tokugawa, ed è tale concetto che sta alla base del culto dell’imperatore.

Il sistema imperiale anteguerra è crollato, ma il concetto di amore nell’animus nipponico non è necessariamente crollato con esso. Tale concetto si basa sulla salda convinzione che ciò che promana dalla pura istintiva sincerità conduce direttamente a un ideale per cui vivere e battersi, e per cui, se necessario, morire. La filosofia dell’amore di Jôchô ha qui le sue fondamenta. Citando ad esempio l’amore di un uomo per un altro uomo, che ai suoi tempi era considerato un sentimento più nobile e spirituale dell’amore per una donna, egli sostiene che la forma più vera e intensa dell’amore umano si evolve in fedeltà e devozione al proprio sovrano.

In terzo luogo, lo Hagakure è una filosofia di vita. Non si tratta di un sistema strutturato con rigorosa coerenza logica. Fra gli insegnamenti di Jôchô abbondano discrepanze e contraddizioni. Anzi, spesso sembra che una massima sia l’antitesi di quella successiva. La più famosa fra tutte (“la Via del Samurai è la morte”) è immediatamente seguita da una dichiarazione che, di primo acchito, sembra contraddirla, ma invece la rafforza:

“La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno, facendo solo ciò che spiace, è follia. Siccome ciò può rivelarsi dannoso, se mal interpretato, è un segreto del mestiere che ho deciso di non rivelare ai giovani” (Libro II). Insomma, quel “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte” è la fase iniziale di un ragionamento di cui “La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace” rappresenta una seconda fase. Questo argomento sta sotto la superficie del primo, e altempo stesso più oltre. Qui lo Hagakure si dimostra chiaramente una filosofia di vita, una vivente filosofia, che considera la vita e la morte come le due facce di una stessa moneta.

In un dilemma di vita o di morte, Jôchô ci consiglia di risolverlo morendo alla svelta, ma sostiene altresì che uno deve pensare di continuo a come staranno le cose di qui a quindici anni. Tale previdenza può metterti in grado di diventare un bravo samurai, passati i quindici anni, e quindici anni passano più in fretta di un sogno. Questa dichiarazione sembra anch’essa contraddirsi, a prima vista, ma in effetti Jôchô aveva poco rispetto per il tempo. Il tempo cangia gli esseri umani, li rende inconsistenti e opportunisti, ne fa dei degenerati oppure, in pochi casi, li migliora. Tuttavia, se si tien fermo il presupposto che l’umanità ha sempre di fronte a sé la morte, e che non v’è verità, se non di momento in momento, allora l’opera del tempo non merita quel rispetto che le tributiamo. E siccome il tempo è insignificante – e quindici anni passano come un sogno – qualcosa si accumulerà di giorno in giorno, di momento in momento, e tale accumulo consentirà, eventualmente, di servire il sovrano come si deve. Questo è il principio di fondo della filosofia di vita che Hagakure insegna.

Verrò ora ad esaminare tale filosofia di vita prendendo, a uno a uno, nell’ordine in cui essi sono esposti, i varii principî vitali dello Hagakure, così pieni di apparenti contraddizioni, aggiungendovi, via via, i miei commenti.

1. Elogio dell’energia.

Dice Jôchô nella prefazione a Hagakure, “Tranquilli conversare nell’ombra della sera”:

Non ho mai aspirato alla buddità. Dovessi pur morire e rinascere sette volte, né spererei né vorrei altro che essere, novellamente, un samurai di Nabeshima e dedicar me stesso interamente allo Han. Insomma, a un samurai di Nabeshima non altro occorre che la forza di volontà per sostenere sulle proprie spalle, in toto, l’onore della casa regnante del suo han, e rendersene responsabile. Siamo tutti esseri umani. Perché dovrebb’essere, un uomo, a un altro inferiore? Arte e destrezza non sono di verun uso, ammenoché non si abbia gran fiducia in sé medesimi. E se poi non ne fai uso per la pace e il benessere della signoria, la destrezza a nulla ammonta.

Mentre loda la virtù della modestia, lo Hagakure osserva anche che l’energia umana si traduce in azione secondo le leggi dell’energia fisica. Non v’è mai un eccesso di energia. Quando un leone corre di gran carriera, sotto le sue zampe il terreno scompare; egli può magari sorpassare la preda che insegue, all’opposta estremità del campo. Perché? Perché è un leone.

Jôchô vide in una simile forza motrice la massima fonte di energia per l’azione umana. Se uno restringe il suo orizzonte, praticando la virtù della modestia, il quotidiano addestramento samurai non produrrà mai un ideale dinamico d’azione che trascenda quell’addestramento stesso. Ciò corrobora il principio per cui bisogna aver grande fiducia in sé medesimo, e sostenere sulle proprie spalle il peso della casa regnante. Al pari dei greci, Jôchô avvertiva il fascino, vedeva la maestosa radiosità, di ciò che si chiama hybris.

2. Decisione.

Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una sùbita morte. Non v’è nulla di complicato in ciò. Fatti animo, e procedi. C’è chi dice che morire senza aver compiuto la propria missione è morire invano, ma questa non è altro che l’etica pseudosamurai, calcolatrice, dei mercanti di Osaka, arroganti. [

Per secoli Osaka fu famosa per l’acume e l’energia dei suoi mercanti. Molte, fra le grandi compagnie del Giappone odierno, ebbero la loro culla a Osaka]. Effettuare la scelta giusta allorché i pro e i contro si equivalgono esattamente, è pressoché impossibile. Noi tutti si preferirebbe vivere. Ed è quindi naturale che, di fronte a tal dilemma, tutti cerchino una qualche scusa per seguitare a vivere. Ma colui che sceglie di seguitar a vivere, adducendo di aver ancora una missione da compiere, verrà disprezzato come codardo e confusionario. Questa è la parte precaria. Se uno muore dopo aver fallito, la sua è morte da fanatico, vana morte. Non però disonorevole. Tale morte è, in effetti, la Via del Samurai. Per essere un perfetto samurai, è necessario prepararsi alla morte da mane a sera, anno dopo anno. Allorché un samurai sarà costantemente pronto a morire, egli avrà padroneggiato la Via del Samurai e potrà, senza non mai errare, dedicar la sua vita al servizio del proprio sovrano. (Libro I)

“Allorché un samurai sarà costantemente pronto a morire, egli avrà padroneggiato la Via del Samurai”: questa è la nuova filosofia scoperta da Jôchô. Se un uomo tien la morte nel cuore, se pensa che in qualsiasi momento egli è pronto a morire, non può assolutamente agire in modo errato. Quando un uomo erra nell’azione, secondo Jôchô dev’essere perché ha mancato di morire al momento giusto. Il momento giusto non si presenta spesso, tuttavia. Di fronte a una scelta di vita o di morte ci si può trovare anche solo una volta nella vita. Si pensi allo stesso Jôchô: con quali sentimenti accolse egli la morte allorché, dopo tanti anni di quotidiana rassegnazione, si accorse ch’essa lo coglierebbe, senza alcun fasto drammatico, sul suo letto, all’età di sessantun anni?

Ma Jôchô si dà pensiero della morte come decisione, non della morte naturale. Non tratta della rassegnazione alla morte per malattia, ma parla della risoluzione di autodistruggersi. La morte per malattia è opera della natura, laddove l’autodistruzione ha a che fare con la libera volontà dell’uomo. E se l’estrema manifestazione del libero arbitrio è la volontà, libera, di morire, che cos’è allora – si domanda Jôchô – la volontà umana? Ecco il concetto, tipicamente giapponese, per cui cadere in battaglia e commettere suicidio rituale sono ugualmente onorevoli. La forma positiva di suicidio detta harakiri non è segno di sconfitta, come in Occidente, bensì la suprema espressione della libera volontà, al fine di salvaguardare il proprio onore. Quel che Jôchô intende per “morte” è la deliberata scelta di morire; e, per quanto costrittiva sia una situazione, allorché uno evade da tale costrizione scegliendo di morire, uno compie un atto di volontà. Questa è però una concezione idealizzata della morte, e Jôchô sa benissimo che di rado la morte si prospetta in tale forma pura e non complicata. L’equazione morte-uguale-libertà è la formula ideale, per il samurai. Bisogna leggere fra le righe, per capire il radicato nichilismo di Jôchô: egli sa che la morte non è necessariamente un atto di volontà.

3. Delicatezza.

Il mondo dell’uomo e un mondo in cui va tenuto conto degli altri. L’abilità sociale d’un uomo si misura mediante la considerazione che egli ha del prossimo. Sebbene l’era del samurai possa apparire, a prima vista, come un mondo rude e bellicoso, esso invece era contraddistinto da una delicata e ben articolata considerazione dei propri simili, assai più fine di quella odierna. Anche per quanto riguarda il criticare gli altri, Jôchô raccomanda caldamente la virtù della cautela e della delicatezza. Rimproverare gli altri e correggere le altrui pecche è importante. È, anzi, un atto di carità: primo requisito del samurai. Bisogna però esercitare tale compito nel modo più acconcio. È facile riscontrare difetti nell’altrui condotta; ugualmente facile è criticarli. Molti ritengono che sia un atto di cortesia dire in faccia alle persone certe cose ch’esse non vorrebbero udire. E se poi quelle non dan retta alle tue critiche, ebbene, te ne lavi le mani, non puoi far nient’altro. Tale metodo è tutt’altro che lodevole. Non dà risultati migliori che né se tu ti mettessi, ostinatamente, a insultare e svergognare la gente. È solo un modo per sgravarsi la coscienza. La critica deve cominciare solo dopo aver accertato che la persona sia disposta ad accettarla, solo dopo esserle diventati amici, aver condiviso i suoi interessi ed essersi comportati in modo da guadagnarsi la sua completa fiducia, dimodoché l’altro presti fede a ciò che uno gli dice. E ppoi, bisogna aver molto tatto. Si ha da trovar il modo adatto, e l’adatto momento, per dire una cosa: dirla forse per lettera, o dirla magari rincasando assieme dopo una piacevole riunione. Si può forse esordire accennando ai propri fallimenti, e poi venir al dunque senza sprecar una parola più del necessario. Si elogi prima la forza dell’altro, lo si incoraggi, lo si metta di umore adeguato, lo si renda ricettivo e desideroso di consigli come lo è, dell’acqua, l’assetato. Quindi, correggere i suoi difetti. Criticar bene è estremamente difficile. (Libro I)

I consigli son gratuiti. Possiam essere restii a prestare cento yen, ma non più avari di consigli che di acqua. Il consiglio non funziona quasi mai come lubrificante sociale. Anzi, otto o nove volte su dieci fa far brutta figura alle persone cui lo si prodiga, schiaccia la loro volontà e crea rancore. Jôchô è ben consapevole di questo. Convien a noi tutti riflettere sulla serietà e sensibilità con cui egli affronta il problema del dare consigli. Qui Jôchô si avvale della sua realistica, e mordace, valutazione della psicologia umana. Certo, non è uno di questi predicatori ottimisti e irresponsabili (che poi sono, dopo tutto, i più ignoranti dell’indole umana).

4. Metter i principî in pratica.
Jôchô ci offre varii utili consigli di vita pratica, quotidiana.

Sbadigliare in pubblico è irrispettoso. Quando senti il bisogno di sbadigliare, sfregati la fronte dal basso in alto, verso lo scalpo, e lo sbadiglio recederà. Se non basta, chiudi la bocca e léccati l’interno delle labbra. O, sennò, sbadiglia discretamente entro la manica del chimono, oppure copriti la bocca con la mano, al fine di essere il meno cospicuo possibile. La stessa prassi vale per lo starnuto. Se non badi attentamente a tali cose, farai ridicola figura. Vi sono poi mill’altri casi in cui occorre che tu stia attento e sappia contenerti. È consigliabile far sempre dei programmi la sera innanzi, e prender nota degli impegni che ci attendono. Questo è uno dei modi per trovarsi sempre un passo avanti agli altri.

Reprimere uno sbadiglio: ecco una tecnica che può esser messa in pratica anche oggi. Dopo aver letto questo brano (per la prima volta durante la guerra) quando mi vien da sbadigliare, mi lecco il labbro superiore e cerco di reprimerlo. Specie durante la guerra – allorché chi sbadigliasse durante una lezione veniva severamente rimproverato – l’insegnamento di Jôchô mi risultò prezioso.

Sono solito ogni sera ripassare minuziosamente i miei programmi per l’indomani, e mi annoto con cura i nomi, i titoli, i numeri telefonici, eccetera, che mi serviranno, affinché il mio lavoro fili liscio, senza inutile dispendio di energia. Questa è, anch’essa, una delle lezioni estremamente pratiche che ho appreso da Hagakure.

5. Tolleranza.

Jôchô non è certamente severo nelle sue critiche agli altri. Egli sa essere indulgente con i difetti della gente. Il seguente è un suo commento al riguardo.

Una certa persona predica costantemente l’austerità, ma io non sono d’accordo. Come dice il proverbio, “I pesci non campano nell’acqua limpida.” Sono infatti le alghe a fornire ai pesci un nascondiglio dove crescere e maturare al sicuro. È perché non si bada a tante piccole mancanze e non si dà ascolto a tutte le lamentele, che le persone di servizio possono vivere in pace. La comprensione di questo punto è essenziale, quando si valuta il carattere e la condotta degli altri. (Libro 1)

Durante il Periodo Tokugawa il governo emetteva un editto suntuario dietro l’altro, e i samurai conducevano una vita estremamente ascetica, ben diversa dai consumi di massa di oggigiorno. Tale ascetismo persistette fino a non molto tempo fa ed era in auge, ancora, durante la guerra. Si riteneva che la moralità consistesse nel sopprimere il gusto per il lusso, gli agi, e nell’essere il più frugali possibile. Grazie all’industrializzazione postbellica, è arrivata l’età dei consumi di massa e questa virtù caratteristica dei giapponesi è stata spazzata via, a quanto pare, per sempre.

In confronto alla severa, e arbitraria, moralità del Confucianesimo nipponico, lo Hagakure assume fin dall’inizio un atteggiamento liberale e tollerante. La filosofia dello Hagakure privilegia la virtù dell’azione spontanea e delle ardite decisioni, quindi è molto lontana dall’etica burocratica della frugalità, dalla mistica del risparmio, dal mito della serva che raspa nella madia per recuperare un ultimo chicco di riso. E, così come predica appunto considerazione verso gli altri, Jôchô raccomanda di non far caso alle mancanze e ai difetti veniali dei sottoposti. Una simile filosofia del lasciar correre ha sempre albergato nel cuore dei giapponesi, confermando ed insieme contraddicendo la loro puntigliosa, cerimoniosa frugalità. Oggigiorno i giusti confini del lasciar correre, del fingere di non udire, sono stati valicati, sconfinando nell’eccesso, e, in economia, a furia di chiudere un occhio, e un orecchio, si è arrivati a una decadenza morale che si usa a volte definire “la nebbia nera”. Questa non è tolleranza, ma puro e semplice lassismo. Solo quando si fondano su severe norme e principî morali possono, il lasciar correre e il far finta di non aver inteso, qualificarsi come virtù umane; allorché la morale è crollata, lasciar correre e non udire possono, invece, diventare dei vizi disumani.

Jôchô esprime pochissime opinioni sulle donne. Egli dice:
… Soprattutto, una donna deve pensare a suo marito e al suo sovrano. (Libro I)

In vari punti, lo Hagakure ricorda il modo di pensare dei greci, specie degli spartani. Nell’antica Grecia la moglie serviva la dea del focolare, restava sempre in casa, ed era tenuta a dedicarsi alla cura dei figli e della casa e a rispettare il marito. L’uomo invece andava in giro e aveva storie d’amore con bei giovanetti, oppure si divertiva con prostitute o istruite concubin-eschiave, le etere. Questa è una buona approssimazione all’idea della donna di Jôchô.

7. Nichilismo.

L’ideogramma cinese gen (rs) si può leggere in giapponese maboroshi e significa “illusione”. In giapponese i maghi indiani son chiamati genshutsushi o “illusionisti”. Gli esseri umani, in questa vita, sono come marionette. Ecco perché si usa l’ideogramma gen per suggerire l’“illusione” del libero arbitrio. (Libro I)

Spesso Jôchô parla della vita come d’un teatro di burattini, e degli esseri umani come di tante marionette. Al centro stesso della sua personalità c’è un profondo, penetrante eppure virile “nichilismo”. Egli esamina ogni atto, ogni momento, per estrarne il significato della vita, ma in cuor suo è convinto che la vita stessa non sia altro che un sogno.

Tornerò in seguito sul nichilismo di Jôchô. 8. Rettitudine e virtù.

Odiare il male e condurre una vita retta e virtuosa è estremamente difficile. La cosa parrà sorprendente, ma molti errori scaturiscono dalla convinzione che la più ferrea logica sia essenzialissima e che s’abbia a tenere la virtù, la rettitudine, in pregio sopra ogni cosa. V’è una via più elevata di quella retta, ma scoprirla è non facile impresa che richiede saggezza al sommo grado. In confronto a questa Via, i principî della logica sono invero insignificanti. Quel che non si sia esperito di prima mano, non può conoscersi. Epperò, v’è un mezzo per apprendere la verità anche se non la si possa discernere da sé. Questo mezzo consiste nel parlare con gli altri. È vero sovente che una persona la quale non ha ancora perfezionato se stessa possa fornire indicazioni agli altri. Il principio in gioco qui è simile a quello che, nel go, si chiama “il vantaggio dello spettatore”. Si parla tanto di “emendare i propri difetti mediante la contemplazione”, ma anche questo riesce meglio discorrendo con altri. La ragione è che quando uno apprende qualcosa ascoltando quel che dicono gli altri, o leggendo dei libri, costui trascende i limiti del proprio discernimento e segue gli insegnamenti degli antichi. (Libro I)

In questo brano sul carattere relativo della virtù, lo Hagakure si avvicina alla dottrina politica della democrazia. È un principio democratico quello per cui, onde accertare la giustezza delle proprie credenze, uno deve rimettersi al giudizio di terzi. Pur mentre propugna una dinamica filosofia dell’azione, Jôchô semina sempre qualche dubbio circa la rettitudine della condotta stessa. La purezza dell’azione è la purezza della soggettività. Ma, se l’azione può basarsi sulla virtù, occorre dimostrare la purezza di tale virtù con qualche altro metodo; cioè, a una stregua obiettiva. Sebbene si possa giudicare la purezza di un’azione mediante l’azione stessa, Jôchô si rende conto che la purezza della virtù va saggiata in modo differente. E il metodo giusto è il consulto. Il principio che informa il detto “il vantaggio è dello spettatore” può salvare coloro che sono schiavi di un’unica marca di virtù. Qui, Hagakure assume un punto di vista ideologicamente relativistico.

9. Come gestire la tua vita.

Fra le massime di Naoshige c’è la seguente: “Bisognerebbe prendere le cose gravi alla leggiera.” Un conmento del dotto confuciano Ittei Ishida la spiega così: “Le piccole cose vanno prese molto sul serio.” I problemi veramente importanti sono pochi; si presentano non più di due o tre volte, nel corso d’una vita. Questo può dirtelo la riflessione quotidiana. Quindi, è necessario progettare in anticipo il da farsi in caso di crisi, e, quando arriva il momento, ricordarsi di quanto divisato, e risolvere la questione in conformità. Senza una preparazione quotidiana, quando ci si trovi di fronte a una situazione difficile si può non esser in grado di prendere una rapida decisione, con risultati disastrosi. Pertanto, possiamo dire che la quotidiana risolutezza a comportarsi in una data maniera è il principio che informa l’asserzione di Naoshige: “Bisognerebbe prendere le cose gravi alla leggiera.” (Libro I)

La ferma fede è risoluzione. La risolutezza va collaudata di giorno in giorno, per molti anni. Evidentemente Jôchô distingue fra credenze maggiori e credenze minori. In altre parole, bisogna continuamente nutrire e coltivare le grosse convinzioni nel corso della vita quotidiana, affinché, al momento delle grandi decisioni, si sia in grado di agire senza sforzo, spontaneamente. Le credenze minori costituiscono quella filosofia pratica che governa il trantran dell’esistenza quotidiana. Il romanziere e storico francese Prosper Mérimée ebbe una volta ad osservare: “La narrativa deve avere una base teoretica cui rifarsi per ogni minimo dettaglio. Anche un paio di guanti deve avere la sua teoria.” Ciò vale non soltanto per i romanzieri: pur mentre si vive e si gode la vita, bisogna affrontare anche le cose più piccole secondo un metodo teorico, esercitando il nostro giudizio e prendendo opportune decisioni. Altrimenti, l’impalcatura della nostra vita crolla, e talvolta anche le nostre convinzioni maggiori vengon violate.

Quando gli inglesi prendono il tè, chi lo serve domanda a ciascuno se preferisce che nella tazzina venga versato “prima il latte” oppure “prima il tè”. Si può pure pensare che sia la stessa cosa, alla fin fine, ma questa quisquilia evidenzia, in modo emblematico, l’ideologia britannica. Alcuni inglesi son convinti che il latte vada versato prima del tè, nella tazza, e se l’ordine dovesse invertirsi, essi vedrebbero certamente in ciò un primo passo verso la violazione di quei principî che essi hanno più cari.

Quel che Jôchô intende con “Bisognerebbe prendere le cose gravi alla leggiera” è che, come un foro di formica può causare il crollo d’una diga, così occorre prestare attenzione alle minuscole teorie che governano il trantran quotidiano e alle convinzioni minori. Questa è una buona lezione per la pervertita epoca presente, in cui solo all’ideologia – e ai massimi sistemi – si attribuisce valore, mentre non si prendono sul serio le piccole cose della vita d’ogni giorno.

10. Preparazione e decisione.

Le credenze maggiori, cui bisogna essere risoluti giorno dopo giorno, si fondano sul principio che uno deve morire in conformità con la Via del Samurai.

Fra le altre cose, la Via del Samurai richiede ch’egli si convinca che, in qualsiasi momento, può avvenire qualcosa che ponga al cimento la saldezza della sua risoluzione, quindi, e giorno e notte, egli deve vagliare i suoi pensieri e predisporre una linea di condotta. A seconda delle circostanze, potrà vincere o perdere. Ma evitare il disonore prescinde da vittoria o sconfitta. Per evitare il disonore egli deve morire. Ma, se la prima volta le cose non vanno come lui vorrebbe, egli deve tentare di nuovo. Per questo, non gli occorre particolar saggezza o abilità. Il samurai non pensa alla vittoria o alla sconfitta ma, semplicemente, combatte come un forsennato fino alla morte. (Libro I)

Appunto perché la preparazione è stata lunga, una decisione può prendersi rapidamente. Si può scegliere un corso d’azione, ma non sempre può scegliersi il momento. Il momento della decisione si staglia in lontananza, e poi ti piomba addosso. Non è vivere, se non ci si prepara al momento della decisione suprema, scelto per noi da lungi, forse dal destino. Jôchô dà risalto all’importanza della disciplina, al fine di essere pronti al momento in cui il destino colpisce.

11. Costante rassegnazione alla perpetua minaccia della morte.

Hagakure elucida dettagliatamente i concetti esposti ai punti 9 e 10.

Fino a cinquanta o sessanta anni fa, i samurai compivano ogni mattina le loro abluzioni, si radevano il capo e profumavano la cresta. Si tagliavano le unghie dei piedi e delle mani, le limavano con pomice e infine le tingevano con erba kogane. Non eran mai pigri in codeste faccende e si davan gran pena nel curare il loro aspetto. Poi un samurai ispezionava la spada e lo spadino per accertarsi che non arrugginissero, li puliva e lustrava. Darsi tanto pensiero dell’apparenza può sembrare frivolo, ma l’usanza non scaturiva da civetteria oromanticaggine. In qualsiasi momento si può esser travolti in aspra battaglia; e morir trasandati è indice di negligenza, di pigrizia, cosa di cui il nemico si farà beffe con molto disprezzo. Quindi, sia in gioventù sia nell’età avanzata, i samurai si davan briga di mostrarsi al loro meglio. Tali ricercatezze posson sembrare spreco di tempo e di fatica, ma anche in questo consiste la Via del Samurai. In effetti, di tempo non se ne perde molto. Se, pronto com’è sempre a morire, un samurai pensa a se stesso come già morto, se è diligente nel servire il suo principe e si perfeziona nelle arti marziali, certo non verrà mai svergognato. Ma se un samurai trascorre la giornata a far, egoisticamente, quello che gli pare e piace, allora, al momento supremo della crisi, farà disonore a se stesso. Allora, non sarà neppur conscio della propria vergogna, e, convinto che a parte la sua tranquillità e felicità null’altro conta, si comporterà indicibilmente male – cosa assolutamente incresciosa.

Un samurai che non sia pronto a morire in qualsiasi momento morrà, inevitabilmente, di morte ignominiosa. Invece il samurai che vive la sua vita in costante preparazione alla morte, come potrebbe mai comportarsi in modo indegno? Si rifletta bene su questo punto e ci si comporti in conformità. I tempi sono molto mutati negli ultimi trent’anni. Quando i giovani samurai si riuniscono parlano di denaro, di profitti e perdite, di come gestire efficacemente una casa, come giudicare il valore di stoffe, eppoi discorrono di avventure galanti. Se d’altro argomento si facesse discorso, l’atmosfera si guasterebbe e i presenti si sentirebbero vagamente a disagio. A qual punto increscioso son giunte le cose! S’usava, una volta, che fino all’età di venti o trent’anni un giovane non avesse alcun pensiero né meschino né mondano, quindi, ovviamente, non parlava giammai di cose sì volgari. E se, in sua presenza, accidentalmente, degli uomini più anziani si lasciasser sfuggire dalle labbra osservazioni di tal natura vile, i giovani se ne sentivano offesi ed afflitti come se fossero stati fisicamente feriti. Evidentemente, il nuovo andazzo è invalso perché l’età moderna ha preso a dar valore al lusso e allo sfarzo. Soltanto il denaro oggi ha grande importanza. (Libro I)

12. Corretto comportamento durante le bevute.

È notorio in tutto il mondo come le feste giapponesi, quando si beve, siano chiassose e disordinate. Può darsi che i giapponesi reggano meno l’alcol, ma v’è anche una diversità di concezione. In Occidente, è ritenuto imperdonabile che un gentiluomo si ubriachi e si comporti in modo disdicevole a un simposio. La società considera gli ubriaconi come dei falliti e dei reietti, e li vedi, con la bottiglia in mano, vacillare come fantasmi, agli angoli di strade frequentate soltanto da alcolisti.

In Giappone vige una strana convenzione per cui gli esseri umani ordinari si svestono della propria dignità quando bevono, mettendo in mostra le loro debolezze ed a nudo i loro cuori, confessando altresì imbarazzanti segreti. Per quanto brontolino o si lagnino, vengon completamente perdonati, perché sbronzi. Non so quanti bar ci siano a Shinjuku, ma moltissimi ce ne sono, e in ognuno di essi trovi operai che bevono e si lamentano delle donne e del padrone. Il bar diventa un misero confessionale, un luogo ove si sciorinano i propri guai segreti, le più intime amarezze, al riparo della tacita e reciproca promessa che, l’indomani, ognuno fingerà di aver dimenticato le penose, avvilite e svirilite confessioni che si sono scambiate fra amici la sera avanti.

In altre parole, la bevuta in Giappone è una riunione pubblica dove uno si espone agli occhi degli altri ma fa conto di trovarsi in privato. Sebbene la gente ascolti, fa finta di non ascoltare. E sebbene quel che si sente possa esser penoso ad ascoltarsi, l’ascoltatore finge di non esserne afflitto, e tutto si perdona in nome dell’alcol. Ma Hagakure rammenta che tutte le bevute hanno luogo “all’aperto”, cioè in pubblico. Sebbene un samurai possa intervenire a una festa ove si servono bevande alcoliche, deve astenersi, o contenersi. Questo insegnamento fa pensare all’ideale britannico della gentlemanship, gentilomeria.

Molti uomini sono falliti, in vita loro, per il vizio del bere. Ciò è estremamente increscioso. Uno deve conoscere la propria resistenza, e non bere mai oltre. Può capitare, ogni tanto, di sbagliar il calcolo e non regolarsi. Un samurai non deve mai abbassare la guardia, quando beve, dimodoché se avviene qualche imprevisto egli sia pronto ad affrontarlo in modo adeguato. I banchetti ove si servono bevande alcoliche sono come all’aria aperta, e ci son molti occhi che ti osservano. Bisogna star accorti. (Libro I)

Il fatto che Jôchô toccasse questo punto sta perciò ad indicare che, allora come oggi, era regola generale non usar tanta discrezione quando si beveva.

13. La moralità delle apparenze.

L’antropologa americana Ruth Benedict (1887-1948) nel suo libro assai noto The Chrysanthemum and the Sword (Il crisantemo e la spada) definisce la moralità giapponese come una “moralità della vergogna”. Tale definizione presenta vari problemi, ma è del tutto naturale che la Via del Samurai dia valore alle apparenze esteriori. Un guerriero tiene costantemente presenti i suoi nemici. Il samurai non ha altra scelta che difendere il proprio onore e sostenere il proprio morale chiedendosi sempre: “Verrò io svergognato di fronte ai miei nemici o no? Mi disprezzeranno, o no, i miei nemici?” La coscienza del samurai si immedesima negli avversari stessi. Quindi, la caratteristica essenziale di Hagakure non è una moralità introspettiva, bensì una moralità attenta all’apparenza, rovesciata verso l’esterno. Al lume della storia del pensiero etico, non è affatto chiaro quale delle due moralità – quella interiore, introspettiva, o quella esterna, mirante a far bella figura – si sia dimostrata più efficace. Guardiamo il Cristianesimo. I cattolici, che riconoscono la suprema autorità morale della Chiesa, si trovano su un terreno abbastanza sicuro, psicologicamente, laddove invece per i protestanti spetta alla coscienza individuale sostenere la piena responsabilità dell’anima. Molti uomini deboli sono stati schiacciati dal peso di questo fardello morale, come vediamo negli Stati Uniti, dove innumeri sono i malati di mente e i nevrotici gravi.

Per citare Hagakure:

Quando si va a trovare un amico che ha subìto una grave disgrazia personale, quel che gli si dice per consolarlo è d’estrema importanza. Egli leggerà, in queste parole, i tuoi veri motivi. Un vero samurai non deve mai mostrar di vacillare e scoraggiarsi. Deve avanzare arditamente, come chi è certo di prevalere. Altrimenti, è inutile. Qui sta il segreto per far coraggio a un amico in difficoltà. (Libro I)

“Un vero samurai non deve mai mostrar di vacillare e scoraggiarsi.” Questa osservazione suggerisce che è un difetto mostrarsi vacillante, sembrare scoraggiato. La cosa più importante è che il samurai non tradisca, non mostri esternamente, la sua delusione o la sua stanchezza.È naturale, per qualsiasi essere umano, sentirsi giù di corda, logoro, esausto, e il samurai non fa eccezione a questa regola. Tuttavia, la sua moralità gli impone di far l’impossibile. L’etica del samurai è una scienza politica del cuore, mirante a dominare lo scoraggiamento e la stanchezza, al fine di non mostrarli agli altri. Si riteneva più importante apparire in buona salute che essere sani, più importante mostrarsi arditi e prodi che non esserlo. Questo concetto di morale, essendo basato fisiologicamente sulla vanità peculiare agli uomini, è forse il concetto maschile più alto di moralità.

14. Una filosofia dell’estremismo.

Come accennato al punto 1, una volta ammessa l’adeguatezza dell’energia come principio e movente dell’azione, allora, non si può far nient’altro che seguire le leggi fisiche dell’energia. Un leone può solo correre ventre a terra verso l’estremità di un campo aperto. È in tal modo che un leone dimostra di essere un leone. Jôchô ritiene che spingersi fino all’estremo – ed eccedere – sia un importante trampolino di lancio spirituale. Tale atteggiamento risulta chiaro dal brano che segue:

L’Aureo Mezzo è tenuto in gran pregio, ma, quando si tratta di arti marziali, persin nell’esercitazione giornaliera, un samurai deve sentire, di costante, che la sua bravura supera quella di tutti gli altri. Per esercitarsi con l’arco si tira a segno. Se però uno mira direttamente al centro del bersaglio, la freccia, che tende a deviare, colpirà troppo in alto sulla destra. Allora, bisogna mirare più in basso a sinistra. In tal caso, la freccia andrà a segno.

Un samurai, il cui scopo è eccellere sul campo di battaglia, superando uomini di grande militare prodezza, un samurai che passa e giorni e notti a divisar modi e maniere per battere un forte nemico, costui è il valore samurai fatto persona, è vigoroso, è indomabile. Così dicon le storie degli eroici guerrieri antichi. Nella vita d’ogni giorno, parimenti, sia questa la tua mira risoluta. (Libro I)

15. Educazione dei figli.

L’Inghilterra e l’America, sebbene siano entrambe società anglosassoni, educano i loro figli in modo assai diverso. Per antica consuetudine, ai bambini inglesi si permette raramente di star in compagnia degli adulti, e, quando vi si trovano, debbono star assolutamente zitti. Soprattutto non devono disturbare la conversazione dei grandi, parlando fra loro. Il silenzio viene imposto a un bambino nel quadro di quell’educazione mondana che gli consentirà, in seguito, di comportarsi da vero gentleman.

La pedagogia americana, invece, vuole che i bambini partecipino attivamente alla conversazione degli adulti, per il fine della loro formazione mondana e sociale. Gli adulti ascoltano i discorsi dei bambini, adulti e bambini conversano e discutono fra loro, e un bambino vien così stimolato ad esporre, fin dalla più tenera età, francamente, e orgogliosamente, il suo parere.

Non spetta a me, qui, dire quale dei due metodi pedagogici sia più corretto. Tuttavia, mi si lasci citare quel che dice Hagakure in proposito:

C’è un sistema collaudato, per allevare il figlio di un samurai. Nell’infanzia il suo coraggio va stimolato, e nessuno deve mai minacciarlo o ingannarlo. Se, fin da piccolo, egli avesse a soffrire di angosce e paure, ne porterebbe le cicatrici nello spirito fino alla tomba. A un bimbo non si inculchi la paura dei tuoni, non gli si impedisca di affrontare il buio, non gli si raccontino fole spaventose per tenerlo buono quando piange.

D’altro canto, se sgridato troppo severamente da piccolo, diverrà un timido adulto introverso. In ogni caso s’ha da stare attenti che non acquisti cattivi tratti di carattere. Una volta presa una brutta piega, non varranno prediche a levargliela. Nei discorsi e nel comportamento, dovrà imparare a regolarsi in modo acconcio, con proprietà di linguaggio e di maniere, né gli vanno instillati desideri volgari. Tutto il resto è meno importante, poiché i figli sani e normali perlopiù cresceranno a loro posta, comunque allevati. E vero, naturalmente, che i figli di un matrimonio disarmonico mancheranno di pietà filiale. Anche gli animali e gli uccelli sono influenzati da ciò che vedono e sentono dal momento della nascita. Bisogna star estremamente accorti per quanto riguarda l’ambiente di un bambino. A volte le cose van male tra padre e figlio, a causa della sciocchezza d’una madre. Se questa vezzeggia troppo, irragionevolmente, il suo bambino, e se prende sempre le sue difese quando il padre lo sgrida, essa instaura una congiura fra il bambino e sé, e ciò causerà ulteriori attriti fra figlio e padre. Congiurare con il figlio contro il padre scaturisce, evidentemente, dalla superficialità dell’animo femminile, e dal meschino calcolo che, conquistando i favori del figlio in tenera età, ella si assicuri il benessere negli anni a venire. (Libro I)

Il metodo pedagogico di Jôchô presenta sorprendenti somiglianze con l’ideale d’una libera educazione naturale propugnato dall’Emile di Rousseau. Ricorderò che Hagakure cominciò a circolare manoscritto nel 1711, anno in cui Rousseau nasceva.

Quel che Jôchô auspica non è semplicemente un’educazione spartana; egli sottolinea quanto sia importante far sì che il bambino non si spaventi dei fenomeni naturali, ed evitare di sgridarlo troppo severamente. Se ai figli si consente di crescere liberamente in un mondo infantile, senza venir minacciati o indebitamente puniti dai genitori, essi non diverranno né codardi né introvertiti. È interessante notare che Hagakure cita un caso specifico che si attaglia alla nostra epoca. Anche oggi infatti vediamo dovunque madri, irragionevolmente attaccate ai figli, che parteggiano per essi contro il padre, col risultato che il rapporto padre-figlio diventa disarmonico. Specie oggi, con il declino della patria potestà, il “cocco di mamma” si va facendo più comune, e si assiste a uno spettacolare aumento nel numero di madri autoritarie, quelle che gli americani chiamano domineering mothers. Il padre viene ostracizzato, e la severa educazione samurai che dovrebbe tramandarsi di padre in figlio viene completamente trascurata (in realtà, non c’è ormai più nulla da tramandare) e persino per il figliolo, ormai, il padre si riduce a una macchina che porta a casa lo stipendio. Non c’è più alcun vincolo spirituale fra i due. L’effeminamento dei maschi è, oggi, oggetto comune di critica. Ma bisogna rendersi conto che l’indebolimento del ruolo paterno procede ad un ritmo altrettanto allarmante.

16. Sincerità nei rapporti umani.

Nella sua delicatezza, lo Hagakure insegna altresì che la sincerità è il requisito più importante nei rapporti umani. Questa tesi è accettata anche oggi, con scarsa opposizione.

Suol dirsi: “Se vuoi vedere il cuore di un amico, ammalati.” Colui che ti è amico nei tempi felici e ti volge le spalle, come un estraneo, in caso di disgrazia o malattia, è un codardo. È più che mai importante, quando un amico è incorso nella sfortuna, andarlo a trovare, stargli accanto, portargli ciò di cui ha bisogno. Un samurai non deve mai consentire a se stesso di estraniarsi da coloro con i quali è spiritualmente indebitato. Ecco una stregua alla quale valutare i veri sentimenti di un uomo. Ma, perlopiù, ci sirivolge agli altri quando si è nei guai, e li si dimentica del tutto quando il frangente avverso è superato.

17. Il momento opportuno per licenziare un servo.

Sull’argomento della servitù, lo Hagakure ci offre un consiglio scrupoloso ma gentile:

Zenjinemon Yamamoto (il padre di Jôchô) quando uno dei suoi servi commetteva una grave mancanza, seguitava a tenerlo al suo servizio per il resto dell’anno, come se nulla fosse successo, e poi con calma lo licenziava poco prima del nuovo capodanno. (Libro I)

18. L’uomo e lo specchio.

Come ho già detto, è opportuno dar risalto all’aspetto esteriore della moralità; a riflettere codesto aspetto esteriore sono, in primo luogo, il nemico e lo specchio. Il nemico esamina e valuta il tuo comportamento, e lo specchio fa altrettanto. Per una donna lo specchio è uno strumento della toletta quotidiana, ma per un uomo è, invece, mezzo d’introspezione.

Privilegiando, come fa, una moralità orientata verso l’esterno, Jôchô ha naturalmente qualcosa da dire sugli specchi.

Onde perfezionare sembiante e portamento, un samurai deve abituarsi a correggerli guardandosi allo specchio. Quand’io compii tredici anni, mi acconciai i capelli a cresta, secondo la tradizione, ma poi rimasi sempre chiuso in casa per circa un anno. E ciò perché tutti quanti in famiglia dicevano di me: “Ha una faccia tanto sveglia che, di certo, farà fiasco. Il daimyo ha in antipatia, soprattutto, le persone dall’aria intelligente.” Quindi, deciso a correggere la mia espressione facciale, mi guardavo allo specchio giorno dopo giorno. Trascorso un anno, quando ricomparvi, tutti mi trovavano malaticcio, e io dicevo tra me: è anche in questo che consiste il servizio da samurai. C’è qualcosa che t’induce ad esitare e non dare fiducia a uno il cui viso denota intelligenza. Se al portamento di un uomo manca un nonsoché di calma dignità e serenità, non si può dirlo bello. L’ideale è un aspetto reverente eppur severo, contegnoso. (Libro I)

È, questo, uno strano esempio: l’uomo la cui faccia è troppo intelligente e che alfine riesce a correggere questo difetto, dopo aver passato molto tempo davanti allo specchio. Ma quel che lo Hagakure dice, qui, riguardo all’ideale bellezza virile – “un aspetto reverente eppur severo, dignitoso” – costituisce tuttora un valido canone estetico. “Reverente” implica un’umiltà che ispira fiducia, mentre “severo” allude a un’aria d’austerità e alterigia. Quel che occorre per conciliare e legare insieme questi due opposti elementi è una serena calma imperturbabile.

19. Sugli intellettuali.

Un uomo calcolatore è un codardo. Dico questo perché i calcoli han tutti a che fare con il profitto e la perdita, e di perdite e profitti si preoccupa costui. Morire è una perdita, vivere un profitto: quindi lui decide di non morire. Perciò è un codardo. Similmente un uomo istruito camuffa con il suo intelletto e la sua eloquenza la codardia e l’avidità della sua vera natura. Molti non si rendono conto di ciò. (Libro I)

All’epoca di Hagakure probabilmente non c’era uno status corrispondente a quello della moderna “intellighenzia”. Tuttavia i prototipi di essa – i confuciani, i dotti e gli stessi samurai – cominciavano a formare una simileclasse in epoche di lunga pace. Jôchô chiama costoro, semplicemente, “uomini calcolatori”. Egli denuncia, in un epiteto, il vizio che umanismo e razionalismo nascondono. Secondo l’ingannevole logica, la morte è perdita, la vita profitto. Ragionando razionalmente, chi mai sarebbe lieto di andar a morire? L’umanismo viene a costituire una corazza filosofica e l’umanista, illudendosi di aver attinto ai valori universali, nasconde dietro tale corazza la debolezza dell’io e l’inconsistenza della sua tesi soggettiva. Quel che Jôchô critica di continuo ,è la discrepanza tra soggettività e filosofia. Se la filosofia si fonda sul calcolo, e se calcola la morte come un debito e la vita come un credito, e se, mediante ingegno e retorica, uno nasconde la propria interiore codardia e avidità, allora costui inganna se stesso per mezzo di una filosofia su misura, e fa la penosa figura di un impostore.

Anche secondo l’umanismo moderno, un uomo si comporta da eroe allorché non mette in gioco la vita altrui ma la propria. Nella sua forma più degenere, però, il moderno umanesimo e solito mascherare, in guisa di compassione per la morte altrui, la propria animalesca antipatia per la morte (“non voglio morire”) e l’interesse personale di chi intende avvalersi di tale filosofia a proprio vantaggio. Questo è quel che Jôchô intende per codardia.

20. Mania di morte.

All’estremo opposto dell’inganno filosofico descritto al capitoletto precedente si trova un impeto di azione pura, una spontanea esplosione senza l’ausilio degli astratti principî della fedeltà al daimyo, della pietà filiale eccetera. Jôchô non è uno che avalla, semplicemente, il fascismo. Il suo ideale è l’azione nella forma più pura, che automaticamente sussume le virtù della fedeltà e della pietà filiale. Un samurai non può prevedere se le sue azioni verranno, poi, a esser emblema di fedeltà e pietà filiale. Infatti, l’azione umana non sempre segue un corso prevedibile. Il brano seguente è illuminante al riguardo.

Dice Naoshige: “La Via del Samurai è una mania di morte. Talvolta dieci uomini non riescono a sopraffare un uomo da essa invasato.” Non si possono compiere imprese egrege con una forma mentis normale. Bisogna diventar fanatici e farsi prendere dalla mania di morte. Quando uno mette a punto facoltà di discernimento è già troppo tardi, a questo punto, per effettuare certe imprese. Nella Via del Samurai fedeltà e pietà filiale sono superflue; basta la mania di morte. All’interno di questo atteggiamento fedeltà e pietà filiale verranno, da sé, a risiedere. (Libro I)

In questo antiidealismo – o, se preferite, antiintellettualismo – vi sono insiti dei pericoli. Però, il maggior difetto dell’idealismo o dell’intellettualismo è che uno non offre se stesso eroicamente, nel momento del pericolo. Se l’intelletto fosse automaticamente presente nell’azione cieca, o se la ragione – al pari dell’istinto – dovesse diventare una forza motrice e motivante naturale, allora sì che ne risulterebbe la forma ideale dell’azione umana. Essenziale è al riguardo una frase del brano su riportato: “All’interno di questo atteggiamento fedeltà e pietà filiale verranno, da sé, a risiedere.” Poiché Jôchô non crede nel fanatismo puro e semplice, né in un semplice antiidealismo, bensì in una preordinata armonia di pura azione in sé (il mondo – secondo questa teoria – è predisposto da Dio fin dall’inizio del tempo, affinché funzioni in armonia).

21. Parole e opere modificano il cuore.

È errore comune, di questi tempi, credere che parole e opere siano manifestazioni della coscienza e della filosofia che, a loro volta, sono il prodotto della mente o del cuore. È nostro comune errore credere nell’esistenza del cuore e della mente, della coscienza, del pensiero e delle idee astratte, anche quando non sono direttamente rivelate dalla condotta. Invece, per un popolo come i greci, che si fidavano solo di ciò che potevan vedere con gli occhi, quella mente invisibile non esisteva affatto. E al fine di manipolare quella vaga entità ch’è la mente (o animo, o cuore) se si vuol sapere che cosa la nutre e la modifica, non si ha altra scelta che dedurlo dall’evidenza esteriore, cioè dalle parole e dalle opere di una persona. Questo è il messaggio di Jôchô. Il quale ci invita a non pronunciare mai, neppure parlando del più e del meno, parole codarde. Le parole codarde fanno sentire codardo il cuore. Ed esser considerato un codardo dagli altri equivale a essere codardo. La menoma pecca, nei discorsi o negli atti, provoca il collasso della propria filosofia di vita. È una dura verità, questa. Se crediamo nell’esistenza dell’animo, della mente, del cuore, al fine di proteggerli dobbiamo, sempre, badare a quel che diciamo e facciamo. Sorvegliando meticolosamente ogni più piccola azione, ogni parola, si diventerà inimmaginabilmente ricchi di novella passione interiore, e il cuore darà frutti insperati.

Un samurai ha da stare accorto in ogni frangente su ogni cosa, ed evitare anche minuscole mancanze. A volte un samurai non tien la lingua a freno e, sbadatamente, pronuncia una frase come: “Io sono un codardo”, o “Se le cose si metton così, cerchiamo scampo nella fuga”, o “Che cosa terrificante!” oppure “Ahi ahi ahi!” Tali parole non debbono mai uscirgli di bocca, né per ischerzo, né per burla, né per caso, e neppure nel sonno, insomma in nessunissimo contesto. Una persona perspicace, udendo codeste frasi, discernerà la vera natura di chi le ha pronunciate. Bisogna stare sempre in guardia. (Libro I)

22. Avanzamento personale.

Pur se sembra raccomandar di morire alla prima occasione propizia, in pratica poi Jôchô apprezza la tardiva fioritura. Non sempre la forza fisica e l’abilità pratica raggiungono il loro apice al tempo stesso. La missione del samurai ha due scopi. Il primo è dar la vita per il daimyo; il secondo è servire lo han con perizia pratica. Lo Hagakure tiene ugualmente in pregio sia l’azione eroica sia il talento pratico, due qualità che di solito non si considerano connesse l’una all’altra. Jôchô vede in esse le due massime forme di abilità, e non le differenzia qualitativamente bensì a seconda dell’età della persona. Qui bisogna riconoscere lo spirito pratico dello Hagakure.

Se si fa carriera da giovani, non si servirà il sovrano con bastante efficacia. Per quanto valente sia il samurai per nascita, le sue capacità non sono appieno sviluppate, quand’egli è giovane, e non verrà quindi sufficientemente accettato dagli altri. Raggiunta l’età di cinquant’anni, completerà la sua preparazione, gradualmente. Comportandosi in modo da dar l’impressione ch’egli faccia carriera più lentamente di quanto non potrebbe e dovrebbe, egli invero dimostra nel modo più giusto il suo impegno, al servizio del daimyo. E anche se pregiudica le sue fortune oggi, domani si rifarà ampiamente, se sarà sorretto da ferrea volontà e se non avrà cercato di avanzare se stesso in modo indebito. (Libro I)

 
23. Come comportarsi con i servi.

Ecco un altro consiglio estremamente pratico:

In un waka dedicato a Yoshitsune [oshitsune Minamoto (1159-89): eroe popolare, protagonista di molte leggende. Si ribellò al fratello maggiore Yoritomo, primo shogun di Kamakura, e lottò a lungo con lui finché, sconfitto, si suicidò] si legge il verso seguente: “Un generale deve parlare spesso con la truppa.” Ciò vale anche per la servitù. Le persone che servono in casa, al pari dei soldati, saran pronte a dar tutte se stesse al padrone, se questi rivolgerà loro di frequente frasi di apprezzamento, elogi e esortazioni personali come: “Come mi hai servito bene!”, “Devi metter la massima cura in questa faccenda”, “Ecco un vero veterano!” Siffatte commende sono molto importanti.

24. Concentrazione spirituale.

Questo punto è chiaramente in contraddizione con il capitoletto 27 che vedremo più avanti. Ecco: ritenendo acconcio che tutte le energie si concentrino esclusivamente sulla Via dei Samurai, Jôchô disprezza le “arti” considerandole sciocchi passatempi, e sconsiglia di dedicare ad esse le proprie energie. Si noti che la parola “arte” (geiniô) è usata in Hagakure in un senso diverso da quello odierno. In senso lato, si intende ogni sorta di specializzazione tecnica e mestiere. Secondo me, quello che Jôchô vuol dire è questo: il samurai è un essere umano totale, completo, laddove l’artista (o meglio quello che oggi chiameremmo “il tecnico”) è colui che si è ridotto ad essere una semplice “funzione”, una “rotella” in un meccanismo. Chi dedica la vita, toto corde, alla Via dei Samurai non può dedicarsi a una singola “arte” e non permette che lo si tratti come semplice funzione. Un samurai deve compiere il suo dovere in modo tale che, come individuo, egli pur rappresenti tutti i samurai e la sua condotta sia, in ogni occasione, emblematica della Via del Samurai. Quando un samurai si prepara, mentalmente, a sostenere da sé solo il fardello dell’intero han, quando si applica al proprio lavoro con la massima sicurezza di sé, ebbene, cessa di essere una semplice funzione. È un samurai e basta: è la Via del Samurai. Non c’è pericolo che siffatto individuo degeneri e si riduca a semplice ingranaggio della macchina sociale. Invece, un uomo che vive per la sua efficienza tecnica non può svolgere un ruolo di uomo “totale”; può bensì eseguire soltanto la sua mansione e “funzionare” (specialmente in una società tecnologica come la nostra). Se un samurai che persegue un ideale umano totale si dedicasse a un’arte, a un mestiere, a un particolare talento, il suo intero ideale verrebbe eroso dalla sua funzione specifica. Questo è quel che Jôchô teme. Il suo essere umano ideale non è concepito come frutto di un compromesso, in parte “funzione” e in parte “essere totale”. Un uomo totale non ha bisogno di alcuna arte specializzata. Egli rappresenta bensì lo spirito, rappresenta l’azione, rappresenta quei principî ideali su cui il suo regno si fonda. Questo dev’essere il significato del brano seguente.

È sbagliato affisare la mente su due cose al tempo stesso. Si deve dedicare tutta quanta la propria energia alla Via del Samurai. Non fa d’uopo cercare alcunché d’altro. Lo stesso principio vale per l’ideogramma di “via”. Invece, chi ha studiato Confucianesimo o Buddismo potrà ritenere che la Via del Samurai sia una “via” irragionevole. Solo se studi tutte le varie “vie” potrai esser in grado, prima o poi, di capire che cos’è veramente ragionevole. (Libro 11)

25. Il linguaggio del tempo di pace.

Chi, in tempo di guerra, si esprime in un linguaggio rude e virile, adeguatamente bellicoso, ma poi, in tempo di pace, usa un altro linguaggio, non è un samurai. È essenziale per un samurai mantenere la sua coerenza logica, e, se occorre dar prove di valore nelle proprie imprese in tempi di caos, non meno valore si deve dimostrare, a parole, durante i periodi di pace. Questo principio corrobora l’affermazione, fatta al capitoletto 21, per cui le parole e le opere di un uomo determinano il suo animo.

La prima cosa che il samurai dice, in una data circostanza, è importante all’estremo. Egli dimostrerà, con una singola osservazione, tutto il valore del samurai. In tempo di pace, è la parola a manifestare il valore. Anche in tempi di caos e distruzione, grande eroismo può esser rivelato da una singola parola. Si può dire che questa singola parola è un fiore del cuore. (Libro I)

26. Mai una parola di debolezza.

Questo brano si basa sullo stesso principio dei brani riportati ai capitoletti 21 e 22:

Anche parlando del più e del meno, un samurai non deve giammai lamentarsi. Stia sempre in guardia, affinché mai non gli sfugga una parola di debolezza. Da una frase pusilla pronunciata sbadatamente, si può arguire la vera natura di un uomo. (Libro I)

27. Disprezzo per l’abilità tecnica.
Abbiamo già discusso questo argomento al capitoletto 24:

Un uomo che acquisti fama per esser egli specialista in qualche arte o mestiere è un idiota. Per stoltezza infatti ha egli concentrato tutte le sue energie su una singola cosa ed è diventato bravo in essa rifiutandosi di pensare ad alcunché d’altro. Tal persona è affatto inutile. (Libro I)

28. Impartire e ricevere insegnamenti morali.

È eminentemente caratteristico della società giapponese che l’individuo sia inserito in una precisa gerarchia per ordine d’età, e quindi non è possibile che persone di età differente dialoghino da pari a pari. Ciò è vero, per quanto riguarda i rapporti umani, oggi come in passato. Quei giovani che hanno a malincuore accettato le istruzioni degli anziani, non avranno più l’opportunità di ricevere istruzioni non appena saranno, essi stessi, in grado di istruire quelli più giovani di loro. Si instaura così un ristagno spirituale, una sorta di “arteriosclerosi”, e quel che ne consegue è una massiccia resistenza a cambiamenti e innovazioni, nella sfera sociale.

Strano ma, in Giappone, anche in epoche storiche recenti, è solo durante i periodi di caos e disordine che le opinioni dei giovani vengono rispettate; quando regna la pace, le si ignorano. Il fenomeno delle Guardie Rosse in Cina è stato di stimolo ai moderni giovani giapponesi. Inoltre, è assai raro che le opinioni dei giovani vengano abilmente elaborate e poste in pratico uso, affinché divengano quel che gli americani chiamano un “plus” nella società. Un esempio di come, invece, le idee dei giovani posson venir travisate si puòcogliere nel periodo che va da verso il 1935 allo scoppio della guerra contro gli Stati Uniti, allorché le ideologie dei giovani ufficiali di carriera vennero poi utilizzate per scopi politici di segno sbagliato. Soltanto una volta, nella storia dell’era moderna, le idee dei giovani riuscirono a incidere sulla condotta dello Stato, e contribuirono anzi alla sua edificazione: ciò avvenne durante la Restaurazione Meiji.

Molti danno consigli, ma ad accettarli con animo grato sono pochi. Ancor più rari son coloro che poi li seguono. Una volta che un uomo abbia superato i trent’anni, non c’è più verso di consigliarlo. Quando si fa sordo ai consigli, diventa ostinato ed egoista. Per il resto della sua vita aggiunge sconvenienza a sciocchezze finché è al di là della redenzione. Quindi, è assolutamente necessario trovare qualcuno che sa quel ch’è giusto, far la sua conoscenza e ricevere istruzioni da lui. (Libro I)

Qui Jôchô esibisce la sua marca personale di “realismo” e, pur mentre seguita indefessamente a dettare lo Hagakure, non tralascia di commentare che ad accettar consigli “con animo grato son pochi”.

29. Armonia e umiltà.

Qui Jôchô si contraddice di nuovo. Così prodigo di elogi per l’energia e così propenso ad approvare gli eccessi, ecco che si mette, sorprendentemente, a estollere le virtù dell’armonia e dell’umiltà.

Se uno antepone a sé l’altra persona, e se senza gelosia né rivalità si comporta secondo l’etichetta, se uno umilmente pensa agli interessi dell’altra persona anche a scapito di sé, ciascun incontro sarà come il primo, e il rapporto non degenererà mai. (Libro I)

Quando Jôchô ci impartisce consigli pratici, così, a casaccio, egli spesso si contraddice sfacciatamente. Questo fa parte del fascino arcano dello Hagakure.

30. Età matura.

Fino all’età di quarant’anni un samurai non dovrebbe lasciarsi trascinare dalla saggezza o dal giudizio bensì dovrebbe far affidamento solo sulla sua forza e abilità. Più forte è, meglio sarà. Molto dipende poi dall’individuo e dal suo status sociale, ma anche dopo i quaranta un samurai non sarà influente se privo di gran forza di carattere. (Libro I)

L’argomento è, qui, la forza. Questo passo vuol dire che la forza è tutto in gioventù, ma anche dopo i quaranta non se ne può far a meno. Evidentemente, il concetto di umanità, per Jôchô, si basa sull’idea di “forza”.

Che cos’è la “forza”? È forte chi non si lascia trascinare dalla saggezza, dalla prudenza, chi non è tanto giudizioso. Jôchô sapeva cosa vuol dire veder i propri impulsi all’azione stroncati dalla prudente saggezza. E aveva anche visto molti uomini perdere la propria forza quando arrivarono all’età del discernimento, sicché lo stesso giudizio e la saggezza stessa, appena conquistati, diventavano inutili, anzi d’intralcio. V’è un delicato paradosso, in questo. Se uno giunge alla saggezza all’età di quarant’anni, deve anche conservare la forza per farne buon uso. A molti non riesce, tuttavia. Questo è il monito di Jôchô.

 
31. Avversità. il consiglio seguente è assai semplice:

Un samurai che si stanca o si scoraggia nell’avversa fortuna non serve a nulla. (Libro II)

32. Amore segreto.

L’amore supremo è, cred’io, l’amore segreto. Una volta esternato e condiviso, l’amore sminuisce. Languire tutta vita per amore, e morire d’amore senza mai invocare il nome dell’amato, o dell’amata, ecco qual è il vero significato dell’amore. (Libro II)

È inconsueto parlare della “statura” di un sentimento. Lo studioso americano Donald Keene, autorità in fatto di letteratura giapponese, ebbe a scrivere una volta, a proposito di Chikamatsu e dei suicidi per amore, che quando gli amanti intraprendono il loro michiyuki, o pellegrinaggio verso la morte, il tono del loro linguaggio si eleva, e gli amanti stessi sembrano diventare più alti. Due persone che finora eran state comunissime, un pover’uomo e una povera donna alle prese con problemi familiari e finanziari, d’un tratto acquistano proporzioni gigantesche, da eroe ed eroina tragici. L’amore oggi è cosa da pigmei. La statura dell’amore si è abbassata, e l’amore non dichiarato è rarissimo. L’orizzonte dell’amore si è ristretto, gli amanti van perdendo il coraggio di superare gli ostacoli, vien meno la passione rivoluzionaria tendente a modificare la morale corrente; l’amore sta perdendo il suo significato astratto. In pratica, l’amante perde la gioia della conquista e il dolore per la mancata conquista: perde tutta una gamma di sentimenti umani, il potere di idealizzare l’oggetto del suo amore. Quindi l’oggetto stesso cala di statura, diventa insignificante. L’amore è un rapporto e, se diminuisce la statura dell’uno, anche quella dell’altro si abbassa. In tutta Tokio, oggi, impazzano amori pigmei.

33. Epicureismo.

Quando Marius the Epicurean dell’inglese Walter Pater fu tradotto in giapponese con il titolo Marius l’edonista, questo difficile romanzo filosofico divenne, inaspettatamente, un bestseller grazie solo all’attrattiva del titolo. È la storia dello sviluppo spirituale di un giovane aristocratico romano ai primordi del Cristianesimo. Pater vi conduce fra l’altro una poetica analisi della filosofia di Epicuro (filosofo greco propugnatore dell’edonismo) mentre segue le tappe del cammino che porterà alla conversione del protagonista alla religione cristiana. La filosofia epicurea viene infatti spesso definita edonistica. In realtà, invece, non differisce che di poco dallo stoicismo.

Metti che tu abbia appuntamento con una ragazza e che trascorra con lei la notte in un albergo. L’indomani mattina, sentendoti alquanto avvilito, ti ficchi nel primo cinema che capita. Quel che provi allora, guardando un film di serie B e sopprimendo a stento uno sbadiglio, non è più un piacere edonistico. Per edonismo si intende conservare nel cuore le ferree regole peculiari a questa dottrina e badar bene di non mai infrangerle. La filosofia di Epicuro rifiuta l’edonismo carnale, in cui il piacere conduce alla delusione e la sazietà degenera in vuoto spirituale. La soddisfazione è la nemica del piacere e non comporta altro che delusione. Quindi Epicuro, al pari dei filosofi della Scuola di Cirene, considera il piacere come il massimo principio informatore di una vita

felice e virtuosa. Ma la meta del piacere è l’atarassia. (la tranquillità di un dio, dopo aver eliminato tutti i desideri). Si debella così la paura della morte, che sennò insidierebbe il piacere raggiunto: “Finché si è vivi, la morte è irrilevante; quando si è morti, non si esiste più. Non v’è alcun motivo di temere la morte.” Qui scorgiamo un nesso fra la filosofia di Epicuro e l’edonismo di Jôchô Yamamoto, poiché in questa filosofia di morte si cela senz’altro lo stoicismo epicureo.

In ultima analisi, l’unica cosa che conta è la risolutezza sul momento. Un samurai prende una risoluzione dopo l’altra, finché queste assommano alla sua vita intera. Una volta che se n’è reso conto, non sarà più impaziente, non dovrà cercar altro al di là del momento attuale. Vive semplicemente la sua vita concentrato sulla sua risoluzione. Si tende tuttavia a scordare questo, e a credere che esista qualcos’altro di importante. Ben pochi afferrano la verità. Non si può imparare a seguir la propria risolutezza, senza errore, se non dopo trascorsi molti anni. Ma, una volta raggiunto questo stadio di illuminazione, anche se uno non vi pensa consciamente, la sua risolutezza non cangerà giammai. Se si fissa ferreamente una sola risoluzione, di rado ci si sentirà confusi. Questa è fedeltà alla propria fede. (Libro II)

34. I tempi.

Qui di nuovo lo Hagakure è incoerente. Pur lamentandosi per la decadenza dei suoi tempi e per la degenerazione dei giovani samurai, Jôchô è anche un realistico osservatore del tempo che passa e osserva, acutamente, che opporre capricciosa resistenza al fluire del tempo non produce quasi mai risultati apprezzabili.

Il clima di una data epoca è inalterabile. Che oggidì le condizioni vadan di continuo peggiorando è prova che siamo ormai entrati nell’ultima fase della Legge [Secondo la dottrina buddista, ‘dopo la morte del Budda storico il mondo avrebbe attraversato tre fasi, degenerando via via. L’ultima delle tre è chiamata Mappo in giapponese (la fine della Legge) e durerà diecimila anni, nel corso dei quali gli insegnamenti del Budda cesseranno di essere ascoltati.]. Epperò, la stagione non può essere sempre primavera, o estate, né si può sempre avere la luce diurna. Quindi è inutile tentar di rendere l’età presente simile ai bei tempi andati di cent’anni fa. Quel che importa è render ciascuna epoca tanto buona quanto può esserlo in accordo con la propria natura. L’errore di chi ha perpetua nostalgia degli usi e costumi d’una volta è dovuto alla mancata comprensione di questo dato di fatto. D’altro canto, coloro che dànno valore solo a ciò ch’è alla moda e detestano ogni cosa vecchiostile sono dei superficiali. (Libro Il)

35. Valor di samurai – 1.

I giovani han da essere addestrati al valor militare, sì che ciascuno abbia la fiducia di esser lui il più valente e valoroso guerriero di tutto il Giappone.

D’altro canto, un giovane samurai deve valutare ogni giorno le sue prestazioni e eliminare alla svelta ogni difetto che riscontra. Se non si procede in tal modo, non si arriva da nessuna parte. (Libro II)

36. Valor di samurai – 2.

Un samurai deve andar molto orgoglioso del proprio valor militare. Deve esser risoluto a morire da fanatico. (Libro 11)

37. Ancora sul nichilismo.

Il nichilismo di Jôchô si spinge fino all’estremo. Da una parte egli inneggia all’energia e all’azione pura, dall’altra considera inutili i risultati finali.

Ci ho pensato sù, strada facendo, e mi son reso conto che gli esseri umani sono fantocci straordinariamente ben congegnati. Benché non siano mossi da fili, bensì possono camminare, saltare e persin parlare – oh, son fatti a regola d’arte – nondimeno,

prima della prossima Festa di Bon [La Festa di Bon si celebra il 15 luglio: si fanno offerte di cibo sulle tombe e sugli altari buddisti, e si ritiene che gli spiriti degli antenati tornino sulla terra a intrattenere i viventi.] potrebbero essere morti e tornarci a far visita come fantasmi. Quant’è futile l’esistenza! La gente sembra sempre scordarsi di questo. (Libro II)

38. Cosmetici

Non lo so quante volte ho citato questo brano. A volte uno si sveglia con un forte malditesta e ha un brutto colorito. In tal caso, gli conviene darsi del belletto. Il passo di Hagakure che incoraggia i samurai a far uso di cosmetici scandalizza coloro che hanno idee stereotipe sulla Via del Samurai. La cosa gli ricorda quei giovani effeminati che si vestono con ricercatezza. Persino durante il Periodo Taisho (1913-25) un prodotto chiamato Crema Pompeiana faceva furore, e i giovani alla moda dell’epoca si truccavano il viso con cosmetici.

Ma non è questo che Jôchô intende per belletto. Gli uomini debbono aver il colorito dei fior di ceraso, anche in morte. Prima di eseguire un suicidio rituale, era usanza darsi il rosso alle gote, per non perdere il colore della vita dopo la morte. Come l’etica dei samurai richiede ch’egli non debba provare vergogna davanti al nemico, così occorre che uno si faccia bello per la morte, preservando la floridezza della vita. Ancor più importante è, da vivi, in una società che tanto bada alle apparenze, nascondere un aspetto emaciato, un’aria spiritata, o i postumi di una sbornia, anche se ciò comporta darsi il belletto.

È questo un puntochiave in cui la filosofia di Jôchô collima con l’estetica. L’estetica bada alle apparenze, all’esteriorità, e così pure la filosofia dello Hagakure. E, come gli antichi greci associavano l’estetica all’etica, così la morale di Jòcho è determinata dall’estetica. Ciò che è bello deve essere forte, vivace, traboccante di energia. Questo è il primo principio; il secondo è che ciò che è morale deve essere bello. Ciò non vuol dire abbigliarsi con cura e divenir effeminati, ma serve piuttosto a mettere insieme bellezza e ideali etici, con la massima tensione possibile. Il belletto che nasconde un’emicrania è analogo al trucco prima del suicidio rituale.

Si abbia sempre a portata di mano belletto e cipria. Può capitare di svegliarsi con un forte mal di capo e aver brutto colorito. In tal caso, si dia mano al belletto e lo si applichi al viso. (Libro II)

39. Come tener assemblea.

Mi risulta che in Cina s’usava, fin dai tempi antichi, convocare un’assemblea solo dopo aver fatto opera di persuasione presso tutti coloro che vi avrebbero preso parte, affinché la riunione approdasse a un consenso. Ecco un brano in cui Jôchô raccomanda un po’ di saggezza politica ai giapponesi, che non hanno una simile usanza.

Quando deve tenersi una consultazione, prima parla con ciascun interessato e poi riunisci le persone il cui parere ti occorre ascoltare, quindi prendi la tua decisione. Altrimenti, vi sarà inevitabilmente chi se ne risentirà. Inoltre, in occasione di una importante conferenza, farai bene a chiedere, in segreto, il consiglio di persone non direttamente interessate. Chi non è personalmente coinvolto, spesso intuisce la miglior soluzione. Se consulti persone interessate alla vertenza, costoro potran consigliarti in modo che torni a loro beneficio. In effetti, un tal consiglio non è molto utile. (Libro II)

40. Scintoismo

Si ritiene che l’antico concetto scintoista della contaminazione sia in diretto conflitto con la Via dei Samurai: C’è chi avanza però la teoria secondo la quale l’acqua che purifica la contaminazione nel rituale shinto viene sostituita, nel bushidô, dalla morte. Lo scintoista rifugge dal contatto con il sangue e la morte perché sono contaminanti; mentre il samurai, quando va in battaglia, non può rifuggirne, dato che sangue e cadaveri, inevitabilmente, lo circondano.

Nel Tamadasuki di Atsutane Hirata [Atsutane Hirata (1776-1843): studioso del tardo Periodo Edo. Allievo di Norinaga Motoori, fu assertore ultranazionalista della supremazia dello scintoismo sulle altre religioni.] si elencano regole precise per guardarsi dalla contaminazione. Per esempio, onde evitare di venir contaminati dalla morte, è prescritto che uno si arresti al di qua della soglia d’una stanza dove è esposta una salma. Ancora: “Sangue e pus sono contaminanti. In caso di emorroidi, sangue dal naso e simili, ci si purifichi mediante abluzioni e si compia, quindi, un pellegrinaggio a un santuario.”

Un samurai però non potrebbe sempre attenersi a tali antichi precetti dello shinto. E convincente quindi la tesi per cui essi sostituiscono l’acqua con la morte, onde purificare tutte queste contaminazioni.

Jôchô, però, non propone un tal compromesso nei riguardi dello scintoismo.

“Se gli dèi son di tal fatta da ignorare le mie preghiere solo perché io sono stato contaminato dal sangue, ebbene, son convinto che non posso farci niente e, quindi, seguito a pregare senza curarmi della contaminazione.”

Jôchô insomma vuol serbarsi fedele alla Via del Samurai respingendo, vigorosamente, i tabù scintoisti. Qui, il tradizionale concetto nipponico della contaminazione, o profanazione, viene completamente messo in non cale, e calpestato, per amore dell’azione violenta.

Sibbene si dica che agli dei spiace la contaminazione, io ho al riguardo un’opinione mia. Non trascuro mai le mie divozioni quotidiane. Anche quando son lordo di sangue, sul campo di battaglia, e calpesto cadaveri nella furia del combattimento, séguito a credere nell’efficacia delle preci rivolte agli dèi per impetrare la vittoria e lunga vita. Se gli dèi son di tal fatta da ignorare le mie preghiere solo perché io sono stato contaminato dal sangue, ebbene, son convinto che non posso farci niente e, quindi, séguito a piegare senza curarmi della contaminazione. (Libro I)

41. Ancora sull’epicureismo.

Come ho già rilevato, v’è un precetto essenziale nella filosofia dello Hagakure che contraddice e al tempo stesso corrobora la famosa asserzione: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte.”

La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno, facendo solo ciò che spiace, è follia. Siccome ciò potrebbe rivelarsi nocivo, se mal interpretato, ho deciso di non rivelare questo segreto del mestiere ai giovani. Mi piace dormire. Visto come vanno le cose oggi nel mondo, resterò in casa a dormire. (Libro II)

42. Tensione.

Quel che segue non è senza nesso con quanto precede. Se, in nome dei traguardi morali, un uomo tende a vivere in modo bello, e se considera la morte come mens suprema di tale bellezza, allora tutti i suoi giorni dovranno essere un continuo di tensione. Jôchô, ai cui occhi la pigrizia è il vizio peggiore, ha scoperto un motivo per vivere una vita quotidiana di tensione inesorabile, senza un attimo di tregua: cioè, la lotta nel trantran quotidiano. È la diuturna occupazione del samurai, questa lotta.

Si può misurare la dignità di una persona in base alle manifestazioni esteriori. C’è dignità nello sforzo assiduo. C’è dignità nella serenità. C’è dignità nel tener la bocca chiusa. C’è dignità nell’osservare scrupolosamente l’etichetta. C’è dignità nel comportarsi sempre in modo acconcio. C’è anche gran dignità nel digrignare i denti e nel mandar lampi dagli occhi. Tutte queste qualità sono visibili dall’esterno. La cosa più importante è concentrarsi su di esse tutto il tempo ed essere totalmente sincero nel manifestarle. (Libro II)

43. Dignità.

Dopo aver letto il passo che precede, possiamo domandarci: cos’è la dignità? La dignità è la manifestazione esteriore di un inviolabile amorproprio; è quel che fa di un uomo un uomo. È la ferma convinzione che si preferisce morire piuttosto che venir disprezzati dagli altri. E l’espressione esterna di tal intimo convincimento fa sì, inevitabilmente, nella sfera sociale, che la gente si tenga a distanza. Fino a un certo punto, Jôchô ci consiglia di diventare persone di quelle che gli altri non avvicinano facilmente.

È vero, il signore dello han, i capi e i consiglieri debbon serbarsi alquanto alteri, se voglion essere obbediti nelle cose importanti. È difficile farsi obbedire quando si è continuamente circondati da seguaci e confidenti. Ciò non va dimenticato. (Libro II)

44. Egotismo.

“Egotismo” non è la stessa cosa che “egoismo”. Se un uomo ha amor proprio, e se i principî che lo guidano sono nobili, non importa più, allora, quello che dice o fa. Egli si astiene dal parlar male degli altri, e tuttavia non è prodigo di elogi. Tale samurai fieramente indipendente è l’ideale di Hagakure.

È sbagliato parlar male degli altri. E nemmeno si confà spandere lodi. Un samurai ha da conoscere la propria statura, esercitare la sua disciplina con diligenza, e parlare il meno possibile. (Libro II)

 
45. Effeminatezza.

Secondo mio genero Gonnojó, gli uomini d’oggidì si van facendo sempre più effeminati. È un’epoca, questa, in cui le persone di gradevol indole, le persone allegre, simpatiche, le persone che non mettono in rancore, sono considerate virtuose. Quindi predomina la passività e la forte risolutezza non è più pregiata. (Libro II)

È un’epoca, la nostra, di “uomini graziosi e donne ardite”. Dovunque si volga lo sguardo, non mancano certo uomini simpatici. Ci circonda lo stereotipo dell’uomo gentile, benvoluto da tutti, mai abrasivo. Trabocca, costui d’adattamento, di compiacenza, ma in fondo è un freddo opportunista. È, questo che Hagakure chiama effeminatezza. La bellezza ideale non è fatta per essere amata: è bensì la bellezza della forza, per amor di apparenze e per evitare di perdere la faccia. Quando invece si cerca di essere belli per essere amati, ecco che comincia l’effeminatezza. Si adottano cosmetici spirituali. In un’epoca come la presente, allorché persino la medicina amara è avvolta in una crosta di zucchero, la gente accetta solo ciò che è grato al palato e facile da masticare. Il bisogno di opporre resistenza agli andazzi dell’età è lo stesso, oggi, come allora.

46. Atteggiamento giusto nei rapporti umani.

Qui Jôchô, che altrove ha predicato la sincerità nei rapporti umani, sottolinea la necessità dell’amor proprio nel trattare con gli altri. Entrambi i punti derivano dall’implacabile realismo con cui egli osserva le relazioni personali. È buona norma non recarsi a far visite, se non invitati. I veri amici sono invero rari. Anche quando si è stati invitati, la visita è assai spesso deprimente. (Libro II)

47. Orgoglio.
Il brano seguente non ha bisogno di commenti.

Qualcuno ebbe a dire una volta: “Vi sono due generi d’orgoglio, l’interno e l’esteriore. Un samurai che non abbia entrambi i tipi di orgoglio non val nulla.” L’orgoglio del samurai può essere paragonato ad una spada, la cui lama va affilata e poi infilata nel fodero. Di tanto in tanto verrà sguainata, sollevata a livello degli occhi, pulita, indi rinfoderata. Se un samurai sguaina di continuo, e brandisce, la sua spada, la gente lo giudicherà inavvicinabile, e lui non avrà amici. D’altro canto, se la spada non venisse mai estratta, arrugginirebbe, la lama si farebbe ottusa, e la gente piglierebbe alla leggiera il samurai. (Libro II)

48. I benefici del tempo.

Jôchô osserva l’umanità con il freddo distacco di un nichilista e di un realista. Egli sa che la vita umana è fugace come un sogno ma sa, al tempo stesso, che gli esseri umani debbon seguitare a crescere e maturare, piaccia loro o non piaccia. Il tempo naturalmente permea le persone e favorisce qualcosa in esse. Se un samurai non incontra oggi la sua ora fatale, se non può morire oggi, dovrà seguitar a vivere, almeno fino a domani.

Poiché visse fino alla tarda età di sessantun anni, Jôchô avrà certo sentito acutamente la crudeltà del tempo. Da un certo punto di vista, morire a venti o a sessant’anni è la stessa, effimera cosa. Da un altro punto di vista,però, il tempo largì, benefico, a questo sopravvissuto una fredda e penetrante saggezza e una conoscenza della sorte umana che chi muore a vent’anni non può certo avere. Questo è ciò che Jôchô chiama “servire”. Come ho già spiegato, Jôchô, la cui unica aspirazione era servir bene il suo daimyo, seguitò a propugnare la sua praticissima filosofia senza mai rinnegare il suo concetto nichilistico della natura effimera dell’essere. Egli dice: “Solo se avrai buona cura della tua salute riuscirai, prima o poi, a realizzare il tuo sommo desiderio e servir bene il tuo daimyo.” Questa è una massima tutt’altro che caratteristica di Hagakure. Per Jôchô, però, aver cura della propria salute significa tenersi in forma e mantener salda la risoluzione di morire alla prima opportunità. Insomma, si ha da curare se stessi per combattere nelle migliori condizioni fisiche in qualsiasi momento. Bisogna traboccare di forza vitale e preservare la propria energia al cento per cento. Portata a questo estremo, la filosofia di morte di Jôchô si tramuta in una filosofia di vita, ma, al contempo, rivela un ancor più profondo nichilismo.

Chiunque, a volte, può fallire in qualcosa di importante per eccesso di impazienza. Se invece si pensa che tempo ce n’è, in abbondanza, è capace che i desideri si realizzino più rapidamente. Diciamo, semplicemente, che il tuo tempo verrà.

Pensa, per un momento, a come staranno le cose di qui a quindici anni. Tutto forse sarà cangiato. C’è chi scrive le cosiddette “cronache del futuro”, ma costoro non sembrano predire mai niente di tanto diverso dal dì d’oggi. Delle valenti persone in servizio adesso, fra dieci anni forse non ne sarà rimasta neppur una. Probabilmente appena una metà dei giovani d’oggi saranno ancora vivi.

Il mondo peggiora gradualmente. Quando l’oro si esaurisce, l’argento diventa prezioso; finito l’argento, si fa tesoro di rame. Col passare del tempo, le capacità umane decrescono, quindi, se uno realmente s’impegna e si sforza, di qui a quindici anni potrà diventare un valente samurai. Epperò quindici anni trascorrono veloci come un sogno; quindi, solo se avrai buona cura della tua salute riuscirai, prima o poi, a realizzare il tuo sommo desiderio e servir bene il tuo daimyo. In un’epoca di grandi uomini è arduo farsi un nome. Quando il mondo va in malora è relativamente facile eccellere. (Libro II)

Come leggere Hagakure il concetto giapponese di morte

Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. Un dilemma di vita odi morte va risolto, semplicemente, scegliendo una sùbita morte. (Libro I)

Fu nella stagione della morte, durante la guerra, che si leggeva Hagakure. In quel periodo, si leggeva avidamente anche un romanzo di Paul Bourget (1852-1935) intitolato appunto La Mort. Lo Hagakure si raccomandava come un libro che avrebbe rafforzato lo spirito combattivo dei giovani che partivano per la guerra.

Attualmente, se pur è letto affatto, non so da che punto di vista ci si accosti allo Hagakure. Se ancora v’è una ragione per leggerlo, posso solo arguire che sia tutto l’opposto di quella per cui lo si leggeva durante la guerra. La nostra frustrazione, per non essere stati capaci di morire, aumenta rapidamente. Quando tutte le altre richieste sono state soddisfatte, la morteresta l’unico desiderio insoddisfatto. Per quanto la si possa illeggiadrire, o scongiurare, sta di fatto che la morte esiste e cala su di noi a poco a poco.  I giovani bramano la morte in astratto, laddove chi ha raggiunto la mezz’età, più tempo ha libero, e più ne trascorre a preoccuparsi del cancro. Il cancro è un omicidio più crudele di qualsiasi condanna che un’autorità politica oserebbe mai infliggere.

I giapponesi sono sempre stati un popolo tenacemente conscio della morte in agguato nella vita quotidiana. Ma il concetto giapponese di morte è limpido e franco, ben diverso dall’immagine odiosa, spaventosa, che ne hanno gli occidentali. La morte raffigurata nel medioevo come uno scheletro munito di lanterna e di falce non è mai esistita nella fantasia nipponica. L’immagine che i giapponesi hanno della morte è diversa anche da quella di un Paese come il Messico, negli angoli oscuri delle cui moderne città si levano ancora i ruderi aztechi e toltechi, monumenti alla morte ricoperti di lussureggiante vegetazione estiva. Non questa rozza morte selvatica, dunque, bensì un’immagine della morte donde scaturisce una sorgente di acqua limpida, da cui sgorgano ruscelli che inondano il mondo, è quella che l’arte giapponese ci presenta.

Abbiamo appreso molte filosofie di vita dall’Occidente. Ma, in fin dei conti, nessuna filosofia della vita può, da sola, soddisfarci. Similmente, fummo incapaci di assimilare il buddismo, con i suoi stoltificanti concetti di peccato e di karma, secondo i quali si nasce e si rinasce di continuo per l’eternità.

La morte, per Jôchô, ha lo strano, chiaro, fresco splendore del cielo sereno fra le nuvole. Nella sua forma modernizzata, coincide bizzarramente con lo squadrone dei Kamikaze, cioè con la più tragica forma di attacco usata durante la guerra. Le squadriglie suicide vengono considerate un barbaro sistema di offesa e, dopo la guerra, i giovani che morirono da kamikaze furono disonorati. Tuttavia, lo spirito di quei giovani che, per amor di patria, si votavano alla morte, è il più vicino fra tutti – nella lunga storia del Giappone – al chiaro ideale di azione e di morte propugnato in Hagakure. Se però si dovessero esaminare, uno per uno, i moventi individuali di quei giovani, si troverebbe certo che essi avevano le loro paure e le loro avversità. C’è chi dice che i kamikaze, nonostante l’altisonante nome e la fama di volontari, fossero invece costretti a morire. Certamente, molti di loro furono mandati alla morte contro la loro volontà, dai comandi militari. Dopo essere stati arruolati nelle squadriglie della morte con sistemi coercitivi. Su questo, nessun dubbio.

In tal caso, è la morte cui Jôchô fa riferimento, invece, una morte per libera scelta? Non credo. Jôchô comincia col proporre la morte come una condotta che uno può scegliere liberamente, e lui consiglia tale scelta di morte. Ma, sotto la superficie di quest’uomo, cui venne proibito di suicidarsi alla scomparsa del suo daimyo, restarono sempre grosse riserve di nichilismo, quando la morte lo ebbe rifiutato (come una marea che, ritirandosi, si lascia dietro profonde pozzanghere).

Se un uomo non è perfettamente libero di scegliere la morte, non può neanche esservi completamente costretto. Anche nel caso della pena capitale – forma estrema di morte obbligatoria se il condannato oppone spiritualmente resistenza alla morte – questa cessa di essere semplicemente obbligatoria.

Persino la morte nucleare – forma supremamente coercitiva di morte – per le vittime della bomba atomica fu una morte per destino. Non siamo capaci di venir a faccia a faccia con la morte finché non ci troviamo incastrati fra il destino e la nostra scelta. Ogni forma di morte ripropone, eternamente, l’arcano conflitto fra la scelta umana e un sovrumano destino. A volte, può sembrare che un uomo sia morto di sua volontà: nel suicidio, ad esempio. Altre volte, la morte può apparire del tutto coercitiva: sotto un bombardamento, per esempio.

Ma anche nel suicidio – in apparenza suprema espressione del libero arbitrio – il destino, sul quale nessuno ha il controllo, svolge un ruolo (lungo tutto l’itinerario che alla morte inevitabile conduce). Per converso, anche nel caso di una morte in apparenza naturale – per malattia, mettiamo – non è affatto raro che, lungo l’itinerario che ha portato a quella malattia, vi sia qualche cosa atta a far apparire quella morte non meno voluta di un suicidio.

Le condizioni ideali per la scelta di morte che Hagakure sembra incoraggiare non sempre si presentano a noi in modo chiaro e univoco. Il nemico avanza, tu lo affronti, lo combatti, e, come si presenta la scelta fra vita e morte, decidi di morire. Una situazione del genere è rara; lo era anche ai tempi in cui non v’era arma più micidiale della spada. A riprova di ciò, Jôchô stesso visse fino alla tarda età di sessantun anni.

In altre parole, nessuno ha il diritto di dire, di Hagakure e dei kamikaze, che la morte è per l’uno una morte voluta e per l’altro una morte obbligata. La distinzione può farsi soltanto caso per caso, tenendo conto della realtà – fredda e tenebrosa – di ciascun singolo individuo. La questione riguarda lo spirito umano allo stato supremo di tensione.

A questo punto dobbiamo affrontare il problema più arduo, riguardo alla morte. Può lamorte “virtuosa”, cioè la morte da noi stessi eletta, in nome di un nobile fine, può una simile morte, in effetti, esistere? Molti giovani d’oggi dicono che non sarebbero disposti a morire in una guerra ingiusta (come quella del Vietnam, mettiamo) ma, se si chiedesse loro di morire per una giusta causa nazionale, o per un ideale umanitario, volentieri darebbero la vita. Di tale atteggiamento ha colpa, in parte, l’educazione postbellica, specie per quanto riguarda il rifiuto di ripetere l’errore commesso da quanti si immolarono per falsi ideali nazionalistici durante la guerra: d’ora in poi, senti dire, uno deve morire soltanto per una causa che ritiene giusta.

Ma, fintanto che gli esseri umani condurranno la vita all’interno di una nazione, potranno essi, realmente, accettare soltanto “corretti” obiettivi? Anche prescindendo però dal concetto di patria e nazione, e anche ponendo se stessi come singoli individui che trascendono lo Stato, avranno mai gli uomini l’opportunità di scegliere di morire in nome di una giusta causa umanitaria? Qui nasce per forza una discrepanza fra il concetto assoluto di morte e il concetto relativo (e per così dire artificiale) di virtù. E un sacrosanto ideale per cui oggi moriamo sarà – fra dieci anni, fra cento, fra duecento – giudicato in tutt’altro modo dalla storia. Alla presunzione dell’umano giudizio morale viene, dallo Hagakure, assegnata una categoria diversa da quella della morte. In fondo, noi non possiamo scegliere la morte. Ecco perché Jôchô la raccomanda, in un dilemma di vita o di morte. Certo, Hagakure non dice che questo ammonta a scegliere la morte: noi non siamo in possesso del criterio per scegliere di morire. Il fatto che siamo vivi può significare che siamo già stati scelti per qualche scopo, e, se la vita non è una cosa che abbiam scelto da noi per noi stessi, allora può darsi che non siamo, alla fine, liberi di morire.

E che cosa significa per un essere vivente affrontare la morte? Per Hagakure, quel che conta è la purezza dell’azione. Jôchô privilegia la nobile passione e il suo potere, e quindi esalta la morte che ne è conseguenza. Ecco perché egli dice che considerare vana una nobile morte denota “la bushidô calcolatrice degli arroganti mercati di Osaka”. Quando afferma che la “Via del Samurai è la morte”, Jôchô recide con un colpo di spada il nodo gordiano del rapporto antitetico fra vita e morte.

Alcuni dicono che morire senza aver portato a termine la propria missione è morire invano, ma questa è la bushidô (etica samurai) calcolatrice degli arroganti mercanti di Osaka. Compiere una scelta corretta, allorché i pro e i contro si equivalgono, è quasi impossibile.

Compiere la propria missione significa, in termini moderni, morire virtuosamente per una giusta causa; lo Hagakure invece sostiene che, in punto di morte, non si è in grado di valutare la giustizia della causa.

“Noi tutti preferiremmo vivere ed è quindi naturale, in una tale situazione, che uno trovi qualche scusa per seguitare a vivere.” Un essere umano può sempre trovarla, una scusa. E gli esseri umani, per il semplice fatto di essere vivi, devono inventare una qualche teoria. Lo Hagakure esprime, semplicemente, la tesi relativistica per cui, piuttosto che vivere da codardi per aver fallito la propria missione, è meglio morire.

Non sostiene affatto, Hagakure, che morendo non si possa mancare di compiere la propria missione. Qui si ha il nichilismo di Jôchô Yamamoto e qui si ha, anche, il supremo idealismo che nasce da tale nichilismo.

Noi tendiamo a soffrire per l’illusione di esser capaci di morire per una fede o una teoria. Hagakure sostiene che persino una morte spietata, una futile morte che non dia né frutto né fiore, ha la sua dignità, in quanto morte di un essere umano. Se diamo un alto valore alla dignità della vita, come non possiamo pregiare anche la dignità della morte? Nessuna morte, quindi, può essere detta inutile.

Appendice
Parole di saggezza scelte da Hagakure

Introduzione.

Tranquilli conversari nell’ombra della sera.

Il seguace di un daimyo deve essere versato nella storia e nelle tradizioni del feudo. Di questi tempi, un seguace che studia intensamente vien guardato dall’alto in basso. Scopo essenziale di tale studio è familiarizzarsi con le origini della signoria, imprimersi nella memoria in che modo la Casa del daimyo è salita in auge mediante le dure prove e i sacrifici e la sagacia dei nostri antenati.

Katsushige, il primo daimyo di Nabeshima, una volta disse: “Da quando siamo in tempo di pace, gli usi e i costumi del mondo si van facendo frolli e stravaganti. Di questo passo, le arti marziali cadranno nel non cale, prevarrà l’arroganza, un fallimento terrà dietro a un altro, sia quelli in alto sia quelli in basso loco si troveranno in precario stato, si faranno ovunque pessime figure, e alla fine la casa del daimyo cadrà certamente in rovina. Se mi guardo intorno, vedo che i vecchi muoiono e che i giovani badano solo alle mode del tempo. Forse, se io mettessi per iscritto notizie ed istruzioni dirette alla posterità e le lasciassi alla casa del daimyo, i giovani potrebbero, domani, acquisir perlomeno conoscenza delle nostre tradizioni ed intenderne l’essenza.”

Katsushige ha lasciato diversi scritti, trascorrendo l’intera sua vita sepolto fra le scartoffie. Naturalmente, non ho alcun modo di conoscere quel che riguarda le segrete tradizioni, ma i vecchi samurai mi dicono che l’arte militare della kachikuchi (la via alla vittoria) veniva trasmessa da una generazione di daimyo all’altra per via orale. Nel suo scaffale, Katsushige teneva vari importanti libri di precetti, e questi dovevano passare di mano in mano. Inoltre si dice ch’egli prese molte annotazioni, in un taccuino di carta patinata, intorno agli usi e costumi della casa del daimyo e di varie altre organizzazioni all’interno del feudo, nonché vi annotò consigli riguardanti le funzioni ufficiali, i rapporti fra il feudo e il potere centrale, senza tralasciare la descrizione dettagliata di arti e mestieri. Ne risultò un’opera prodigiosa, inestimabile, grazie alla quale la Casa ha potuto prosperare a lungo.

Con tutto il dovuto rispetto, si desidererebbe che l’attuale daimyo tenesse presenti le dure prove e i sacrifici affrontati dal fondatore dello han, Naoshige, e dal primo daimyo, Katsushige, e che leggesse, o desse almeno un’attenta scorsa, ai libri fino a lui tramandati. Fin da piccolo egli è circondato da gente che lo chiama “Giovane Padrone” e lo compiace in tutto, sì ch’egli è cresciuto senza conoscere avversità, affatto ignorante delle nostre tradizioni, egoista e caparbio. Anziché dedicarsi con slancio ai suoi doveri, è sempre dietro a inventare qualcosa di nuovo, per amor di novità. Ne consegue che tutto, nel feudo, va in malora.

In tempi come questi, uomini astuti che non sanno in realtà niente si vantano a vicenda della loro gran saggezza e stan là a studiare qualcosa di nuovo, di diverso, onde procacciarsi i favori del daimyo e intromettersi negli affari dello han. Fanno assolutamente tutto quello che gli pare e piace.

Stando così le cose, ho deciso di pagare il mio debito di gratitudine alla Casa Nabeshima cercando di rendermi utile in questi tempi degenerati. Se i miei sforzi incontreranno una calda accoglienza, vieppiù abbandonerò, allora, ogni mio personale interesse per dedicare la mia vita alla signoria, e se anche poi, alla fine, mi si esilierà o mi verrà ordinato di eseguire un suicidio rituale, ebbene, obbedirò con calma, convinto che ciò faccia parte del mio servizio da samurai. Ma pur dall’esilio fra le aspre montagne, e pur dalla tomba – e per quanto io rinasca e torni a rinascere ancora – non altra sarà mai, l’aspiraziione mia, che quella di servire la Casa Nabeshima, poiché tale è la ferma risoluzione d’un samurai, e questa è la ragione di mia vita.

È un proposito strano, si dirà, da parte di uno che, rasasi la testa, si è ritirato dal secolo, senonché io non ho mai aspirato alla buddità, per me.

Morissi e rinascessi sette volte, né vorrei né spererei altro che tornar a essere un samurai dei Nabeshima, e dedicar me stesso interamente a questo han. Insomma, tutto quello che occorre, a un samurai, è d’avere la forza e la volontà necessarie a sostener sulle sue spalle la totale responsabilità del feudo e della casa regnante.

Siamo tutti esseri umani. Perché dovrebbe, un uomo, esser a un altro inferiore? Abilità e destrezza sono inutili, ammenoché non si abbia gran sicurezza di sé. E se uno non l’adopra per la pace e la prosperità della signoria, tutta la sua bravura non val nulla. Tale risoluzione, tuttavia, al pari dell’acqua che bolle in una pentola, si raffredda così facilmente come si era scaldata. Ma c’è modo, s’intende, di impedire che si raffreddi. Il mio metodo consiste nei seguenti quattro impegni: 1) Mai tralignare dalla Via del Samurai. 2) Servire fedelmente il tuo signore. 3) Praticare la pietà filiale. 4) Compassionare e dar aiuto a tutti gli esseri umani.

Se ogni mattina uno pregherà gli dei e i budda affinché l’aiutino a rispettare questi quattro impegni, la sua forza duplicherà e costui non regredirà mai. Bensì, come un bruco, avanzerà pian piano assiduamente. Anche gli dei e i budda prendono tali impegni.

L’ideogramma cinese gen si può leggere in giapponese maboroshi e significa “illusione”. In giapponese i maghi indiani son chiamati Genshutsushi o illusionisti. Gli esseri umani, in questa vita, sono come marionette. Ecco perché si usa l’ideogramma gen per suggerire che il libero arbitrio è un’illusione.

Hagakure – libro I
Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte.

Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una sùbita morte. Non v’è nulla di complicato in ciò. Fatti animo, e procedi. C’è chi dice che morire senza aver compiuto la propria missione è morire invano, ma questa non è altro che l’etica pseudosamurai, calcolatrice, dei mercanti di Osaka, arroganti. Effettuare la scelta giusta allorché i pro e i contro si equivalgono esattamente, è pressoché impossibile. Noi tutti si preferirebbe vivere. Ed è quindi naturale che, di fronte a tal dilemma, tutti cerchino una qualche scusa per seguitare a vivere. Ma colui che sceglie di seguitar a vivere, adducendo di aver ancora una missione da compiere, verrà disprezzato come codardo e confusionario. Questa è la parte precaria. Se uno muore dopo aver fallito, la sua è morte da fanatico, vana morte. Non però disonorevole. Tale morte è, in effetti, la Via del Samurai. Per essere un perfetto samurai, è necessario prepararsi alla morte da mane a sera, anno dopo anno. Allorché un samurai sarà costantemente pronto a morire, egli avrà padroneggiato la Via del Samurai e potrà, senza non mai errare, dedicar la sua vita al servizio del proprio sovrano.

Intuito e decisione.

C’è chi nasce con la capacità innata di attingere subito alla saggezza, non appena ne abbia d’uopo. Altri, invece, trascorron notti insonni, arrovellandosi, prima di giungere alla soluzione di un dato problema. Che il talento differisca da individuo a individuo è, fino a un certo punto, inevitabile;ma, adottando i Quattro Impegni, chiunque può sviluppare impensate capacità. Per limitate che siano le proprie risorse, per arduo che sia il quesito, si riuscirà sempre a trovar una risposta, se vi si pensa sù abbastanza fitto ed a lungo abbastanza, purché, però, si metta da parte ogni egoismo. Finché, infatti, uno basa i propri ragionamenti sull’ “io” riuscirà tutt’al più ad essere furbo, mai saggio. Gli esseri umani sono stolti, ed è arduo per loro metter da parte il “sé”. E tuttavia, in un difficile frangente, se uno accantona per un momento il problema specifico e si concentra sui Quattro Impegni, lasciando perdere il proprio egoismo, non di rado riuscirà, allora, a trovare una soluzione.

Conosci i limiti delle tue capacità.

Sebbene noi si possieda assai poca saggezza, si vorrebbe tuttavia venir a capo delle nostre difficoltà affidandoci a essa, onde risulta purtroppo che, accecati dall’egoismo, volgiamo le spalle alla Via del Cielo e finiamo per commettere male azioni. invero, a un osservatore, dobbiam apparire deboli, meschini, squallidi e del tutto inefficenti. Quando la vera saggezza non appar raggiungibile con i propri mezzi, è opportuno consultare chi è più saggio. Una persona disinteressata potrà darci un giudizio sereno e indirizzarci alla scelta giusta. L’uomo che prende decisioni in tal ammirevole modo, e un uomo robusto, fidato, saldamente piantato nella realtà. La sua saggezza, acquisita consultando gli altri, è simile alle radici di un grosso albero, numerose e grosse e fitte. Vi son limiti alla saggezza di un sol uomo, ch’è come un virgulto solitario esposto ai venti.

Il modo giusto di criticare gli altri.

Rimproverare gli altri e correggere le altrui pecche è importante. È, anzi, un atto di carità: primo requisito del samurai. Bisogna però esercitare tale compito nel modo più acconcio. È facile riscontrare difetti nell’altrui condotta; ugualmente facile è criticarli. Molti ritengono che sia un atto di cortesia dir in faccia alle persone certe cose che esse non vorrebbero udire. E se poi quelle non dan retta alle tue critiche, ebbene, te ne lavi le mani, non puoi far nient’altro. Tale metodo è tutt’altro che lodevole. Non dà risultati migliori chenné se tu ti mettessi, ostinatamente, a insultare e svergognare la gente. È solo un modo per sgravarsi la coscienza. La critica deve cominciare solo dopo aver accertato che la persona sia disposta ad accettarla, solo dopo esserle diventati amici, aver condiviso i suoi interessi ed essersi comportati in modo da guadagnarci la sua completa fiducia, dimodoché l’altro presti fede a ciò che io gli dico. E poi, bisogna aver molto tatto. Si ha da trovar il modo adatto, e l’adatto momento, per dire una cosa: dirla forse per lettera, o dirla magari rincasando assieme dopo una piacevole riunione. Si può forse esordire accennando ai propri fallimenti, e poi venir al dunque senza sprecar una parola più del necessario. Si elogi prima la forza dell’altro, lo si incoraggi, lo si metta di umore adeguato, lo si renda ricettivo e desideroso di consigli come lo è, dell’acqua, l’assetato. Quindi, correggere i suoi difetti. Criticar bene è estremamente difficile. So per esperienza personale che le cattive abitudini,acquisite nel corso degli anni, non si perdono facilmente. Secondo me, l’atteggiamento giusto e caritatevole, per tutti i samurai al servizio del daimyo, è star in amicizia gli uni con gli altri, familiarizzare, e quindi correggersi a vicenda i difetti, per meglio servire il daimyo tutti assieme. Svergognando a bella posta una persona non si ottiene nulla. Come potrebbe essere efficace, una simile tattica?

Come reprimere uno sbadiglio.

Sbadigliare in pubblico è irrispettoso. Quando senti il bisogno di sbadigliare, sfregati la fronte dal basso in alto, verso lo scalpo, e lo sbadiglio recederà. Se non basta, chiudi la bocca e leccati l’interno delle labbra. O sennò sbadiglia discretamente entro la manica del chimono, oppure copriti la bocca con la mano, al fine di essere il meno cospicuo possibile. La stessa prassi vale per lo starnuto. Se non badi attentamente a tali cose, farai ridicola figura. Vi sono poi mill’altri casi in cui occorre che tu stia attento e sappia contenerti.

Far programmi precisi.

È consigliabile far sempre dei programmi la sera innanzi, e prender nota degli impegni che ci attendono. Questo è uno dei modi per trovarsi sempre un passo avanti agli altri. Quando il daimyo deve recarsi in visita da qualche parte, non manca mai, alla vigilia, di informarsi sul conto delle persone che incontrerà l’indomani, prepara il suo indirizzo di saluto e predispone gli argomenti su cui converrà far discorso. Prendi esempio, adunque, dal daimyo, e, quando dovrai accompagnar qualcuno in viaggio, o quando ti sarà accordata udienza da qualcuno, adoprati in anticipo per sapere che tipo sia il tuo compagno, il tuo ospite. Questa è la via dell’armonia. E, altresì, etichetta. Quando ricevi un invito da persona importante, se consideri la cosa come un obbligo, una mansione, non riuscirai mai a comportarti come si conviene. Devi invece andar là fiducioso, convinto che una piacevole occasione è in serbo per te. In generale, tranne che per lavoro, è bene non andare in alcun luogo senza esservi invitati. Se pur invitato, uno deve, per rendersi gradito, comportarsi come si conviene all’ospite perfetto. In ogni caso, è opportuno sapere prima a cosa si va incontro e come ci si debba comportare. La cosa più importante è l’etichetta delle bevute. Essenziale è anche il modo in cui si sta seduti. Non si deve mai permettere alla riunione di diventare noiosa; né bisogna porvi termine troppo presto. Non è bene far troppi complimenti, quando vien offerto da mangiare; anzi, sarebbe scortese. Basta rifiutar educatamente un paio di volte, e quindi accettare con grazia. Ciò vale anche nel caso in cui si venga invitati a pernottare, inaspettatamente, in casa altrui.

Indagare su tutto in anticipo.

In scienza militare si parla di “samurai illuminato” e “samurai non illuminato”. Un samurai che si basa sulla sola esperienza sua diretta, quando deve affrontare una situazione difficile, non è illuminato. Un samurai veramente illuminato indaga in anticipo, si prospetta tutte quante le evenienze e le possibili soluzioni, al fine di esser in grado di comportarsi brillantemente quando il momento arriva. Insomma, un samurai illuminato e quello che prevede e predispone ogni dettaglio. Il non illuminato potrà pure cavarsela, agendo a casaccio in un frangente difficile, ma dovrà il suo apparente successo alla fortuna soltanto. È invero un samurai nonilluminato quello che non studia in anticipo tutte le eventualità.

I pesci non vivono nell’acqua limpida.

Una certa persona va predicando di continuo la più severa austerità, ma io non sono d’accordo, Come dice il proverbio, “i pesci non campano nell’acqua limpida”. Sono infatti le alghe a fornire ai pesci un nascondiglio dove crescere e maturare al sicuro. È perché non si bada a tante piccole mancanze e non si dà ascolto a tutte le lamentele, che le persone di servizio possono vivere in pace. La comprensione di questo punto è essenziale, quando si valuta il carattere e la condotta di altri.

Affronta il tuo compito con coraggio.

Una volta chiesi a Yasaburô un saggio della sua calligrafia, e lui mi diede i seguenti ragguagli: “Bisogna scrivere tanto arditamente da coprire una pagina intera con un unico ideogramma, e con tanto vigore da distruggere la carta. La bravura, in calligrafia, dipende interamente dall’energia e dallo spirito con cui la si pratica. Un samurai deve procedere imperterrito, senza mai stancarsi né avvilirsi, fin quando il còmpito non sia completo. Questo è tutto,” mi disse. E mi offrì un saggio di calligrafia.

Gli odierni samurai mirano troppo in basso.

Se guardo i giovani samurai in servizio oggidì, a me sembra ch’essi mirino, penosamente, troppo in basso. Han lo sguardo furtivo del borsaiolo. Per lo più fanno i loro interessi, o tengono a far sfoggio di bravura, e persin quelli che paiono d’animo sereno si dànno, semplicemente, un falso sembiante. Non va, quest’attitudine, non va. Ammenoché un samurai non miri in alto – tanto, da esser pronto ad offrire la vita per il suo signore, a morir prestamente e tradursi in ispirito – ammenoché egli non sia costantemente sollecito del bene del suo daimyo, ed a lui non faccia capo in ogni caso controverso o dubbio, e non sia suo perpetuo movente il rafforzamento della signoria, ebbene, costui non può essere detto un vero samurai al servizio del suo principe. In tal senso, daimyo e seguace debbono aver la stessa determinazione. Quindi, è assolutamente necessario restar saldi e risoluti, sì che neppure gli dei e i budda possan farti recedere dalla tua decisione.

Gli uomini veramente virili sono scomparsi.

A quanto mi ha riferito un amico, risulta che un certo Dottor Kyôan una volta ebbe a fare la seguente asserzione: “In medicina, si distingue fra uomini e donne attribuendo loro i principî di yin e yang, e quindi, in origine, le cure mediche differivano in armonia con essi. Anche il cuore batteva in modo diverso. Da una cinquantina d’anni in qua, invece, il polso dell’uomo è venuto gradualmente ad essere simile alle pulsazioni della donna. Accortomi di tale fenomeno, ritenni opportuno curare le malattie dei maschi con quegli stessi metodi che, prima, eran normalmente adeguati solo alle femmine. Quando provo a trattare gli uomini con sistemi terapeutici maschili, non ottengo alcun effetto. Il mondo va, invero, degenerando: gli uomini perdono la loro virilità e sempre più diventan simili alle donne. È questa un’assoluta verità, ch’io traggo da esperienze di prima mano. Ho deciso, però, di tenere la cosa segreta al gran pubblico.”

Quando io – tenendo ciò presente – guardo gli uomini d’oggi a me d’intorno, spesso penso tra me: “Ah ah, ecco là un altro esempio di polso femminile.” Quasi mai, infatti, quello che vedo è un vero e proprio uomo. E per questo che, oggigiorno, è possibile eccellere e raggiungere una posizione importante con un modico sforzo.

A riprova che gli uomini d’oggi van facendosi sempre più codardi e deboli, si consideri il fatto che ben pochi son coloro i quali hanno fatto esperienza di decapitare un criminale condannato a morte; e, quando si chiede loro di fungere da secondi in occasione di un suicidio rituale, gli uomini perlopiù se ne esimono, adducendo qualche scusa più o meno ingegnosa, e ritengono oltretutto di comportarsi così da persone intelligenti. Fino a quaranta o cinquanta anni fa, una ferita ricevuta in battaglia era un marchio di virilità; e una coscia senza neppur una cicatrice era un segno sì palese di codardia o inesperienza che nessuno avrebbe osato mostrarla in pubblico, e, anzi, si sarebbe preferito piuttosto ferirsi da sé, onde esibire qualche cicatrice. Gli uomini eran tenuti a essere impetuosi, di sangue bollente. Oggi, invece, l’impetuosità è considerata un’idiozia, e gli uomini dalla lingua sciolta la usano per esimersi dalla loro responsabilità, senza alzare un dito. Vorrei che i giovani meditassero bene su questo punto.

Gli esseri umani sono come marionette.

L’ideogramma cinese gen si può leggere in giapponese maborosbi e significa “illusione”. In giapponese i maghi indiani sono chiamati genshutsushi o “illusionisti”. Gli esseri umani, in questa vita, sono come marionette. Ecco perché si usa l’ideogramma gen per suggerire l’ “illusione” del libero arbitrio.

“Il vantaggio è dello spettatore.”

Odiare il male e condurre una vita retta e virtuosa è estremamente difficile. La cosa parrà sorprendente, ma molti errori scaturiscono dalla convinzione che la più ferrea logica sia essenzialissima e che s’abbia a tenere la virtù, la rettitudine, in pregio sopra ogni cosa. V’è una via più elevata di quella retta, ma scoprirla non è facile impresa e richiede saggezza al sommo grado. In confronto a questa Via, i principî della logica sono invero insignificanti. Quel che non si sia esperito di prima mano, non può conoscersi. Epperò v’è un mezzo per apprendere la verità anche se non la si possa discernere da sé. Questo mezzo consiste nel parlare con gli altri. È vero sovente che una persona la quale non ha ancora perfezionato se stessa possa fornire indicazioni agli altri. Il principio in gioco qui è simile a quello che, nel go, si chiama “il vantaggio dello spettatore”. Si parla tanto di “emendare i propri difetti mediante la contemplazione”, ma anche questo riesce meglio discorrendo con altri. La ragione è che quando qualcuno apprende qualcosa ascoltando quel che dicono gli altri, o leggendo dei libri, costui trascende i limiti del proprio discernimento e segue gli insegnamenti degli antichi.

C’è sempre modo di migliorarsi.

Mi hanno riferito che un certo maestro di scherma, raggiunta la tarda età, fece questa dichiarazione:

“L’addestramento di un samurai dura tutta la vita, e conosce varie fasi. Nella prima, al più basso livello, per quanto ti eserciti non sembri far progressi, sai di essere maldestro, e pensi lo stesso degli altri. A questo punto, manco a dirlo, non sei di alcuna utilità per il daimyo. A un livello intermedio, sei ancora pressoché inutile, però sei consapevole delle tue deficienze, e cominci a riconoscere i difetti degli altri. Quando un samurai raggiunge il più alto livello, egli è in grado di cavarsela in qualsiasi situazione, grazie alla sua saggezza, quindi non ha più bisogno degli insegnamenti altrui. Ha fiducia nella sua abilità, gode a ricevere elogi, si dispiace degli altrui fallimenti. Questo samurai è utilissimo, al servizio del daimyo. Ma, ancora più in alto di questo livello, si situan coloro il cui volto non tradisce mai il loro pensiero, e che mai esibiscono la loro bravura – anzi, fingono ignoranza e incompetenza. Quel che più conta, rispettano l’abilità degli altri. In molti casi è, questo, il massimo cui si possa aspirare.

Ma a un livello ancor più alto c’è quel regno supremo che trascende la bravura di comuni mortali. Chi accede a questo regno e vi penetra in profondo, si accorge che non finirà mai di addestrarsi, migliorare se stesso, e che non arriverà mai ad esser soddisfatto delle sue fatiche. Quindi, un samurai deve conoscer bene i suoi difetti e passare la vita ad addestrarsi, senza mai ritenere di aver fatto abbastanza. S’intende, non si deve mai esser troppo sicuri di sé, ma neppure bisogna sentirsi inferiori agli altri.”

È fama che Yagyù, insegnante di kendô degli shogun Tokugawa, abbia detto una volta: “Non so eccellere sugli altri. So eccellere soltanto su me stesso.” Un vero samurai dirà quindi fra sé: “Oggi sono più bravo di ieri, domani sarò migliore di oggi” e cercherà, giorno dopo giorno, di sempre migliorare se stesso. L’addestramento è un processo senza fine.

“Prender le cose gravi alla leggiera.”

Fra le massime di Naoshige c’è la seguente: “Bisognerebbe prendere le cose gravi alla leggiera.” Un commento del dotto confuciano Ittei Ishida la spiega così: “Le piccole cose vanno prese molto sul serio.” I problemi veramente importanti sono pochi; si presentano non più di due o tre volte, nel corso della vita. Questo può dirtelo la riflessione quotidiana. Quindi, è necessario progettare in anticipo il dafarsi in caso di crisi, e, quando arriva il momento, ricordarsi di quanto divisato, e risolvere la questione in conformità. Senza una preparazione quotidiana, quando ci si trovi di fronte a una situazione difficile si può non essere in grado di prendere una rapida decisione, con risultati disastrosi. Pertanto, possiamo dire che la quotidiana risolutezza a comportarsi in una data maniera è il principio che informa l’asserzione di Naoshige: “Bisognerebbe prendere le cose gravi alla leggiera.”

Quando si è indecisi se vivere o morire, meglio è morire.

Il famoso samurai Kiranosuke Shida ha detto: “Se il tuo nome non significa nulla, per il mondo, che tu viva o che tu muoia, ti conviene vivere.” Shida è un samurai formidabile e molti giovani hanno mal interpretato le sue parole, pensando che egli celiasse, o che addirittura raccomandasse una

condotta disonorevole. In un poscritto egli precisa: “Quando in dubbio se mangiare o non mangiare, meglio astenersi dal cibo. Quando si è indecisi se vivere o morire, meglio è morire.”

Non ci si fidi di un uomo che non sbaglia mai.

Una volta, nel corso di un dibattito, venne fuori che un certo uomo, della cui promozione si doveva decidere, era stato in passato un beone. Quasi tutti allora si sentirono inclini a rifiutargli la promozione. Ma uno dei partecipanti al dibattito insistette: “Se si abbandona completamente un uomo perché questi ha commesso un unico sbaglio, non produrremo mai un personaggio veramente superiore. Un uomo che ha errato, e si è pentito del suo sbaglio, si comporta con proprietà e autocontrollo, e risulta assai utile, nel servizio. Promuovete quest’uomo.” Qualcuno gli chiese: “Te ne assumi tu la responsabilità?” Lui li assicurò tutti in tal senso, e, quando quelli insistettero per sapere perché, egli rispose: “Mi prendo piena responsabilità per lui perché è un uomo che ha sbagliato una volta. Di un uomo che non abbia mai commesso errori non c’è da fidarsi.” L’uomo ottenne così, dopotutto, la sua promozione.

Anziché sulla vittoria, puntare sulla morte.

Un uomo cadde una volta in disgrazia per aver mancato di vendicare un torto subito. Per vendicarsi non c’è che una via: marciare diritto sul campo avversario e battersi finché non si è abbattuti. Se un samurai si getta nella mischia, non finirà mai in disgrazia. È quando si spera nella riuscita, che non ci si misura. Voglio dire che; mentre tu stai lì a pensare che gli altri sono numericamente superiori, che non riusciresti comunque a spuntarla, il tempo intanto passa; e, alla fine, potresti anche decidere di lasciar correre. Invece, fossero anche decine i nemici, e tu solo, se tu li affronti decisamente, la vertenza si risolve alla svelta. Anzi, potrebbe anche risolversi in tuo favore.

Si pensi alla vicenda dei Quarantasette Ronin della Casa di Asano, che finalmente si decisero, dopo lunga dimora, ad attaccare Kira, nottetempo, per vendicare la morte del loro principe. Avrebbero invece dovuto agire immediatamente, oppure suicidarsi tutti insieme, ritualmente, lì per lì, a Sengakuji. Invece, frapposero indugi prima di muoversi alla vendetta. Ma pensate! se Kira si fosse ammalato e fosse morto per suo conto, nel frattempo, prima ch’essi mandassero ad effetto il loro piano, i Quarantasette Ronin avrebbero perso per sempre la loro occasione.

Di regola, non critico l’altrui condotta, ma, poiché qui stiamo indagando sulla Via del Samurai, sento di dover dire questo. Se uno non prende in considerazione tutte le evenienze, per tempo, quando poi giunge il momento non sarà capace di trarre la giusta conclusione,, col risultato che, il più delle volte, farà disonore a se stesso.

Imparare da quello che dicono gli altri, e cercar di discernere l’essenza delle cose, ecco quello che occorre per predisporsi a prendere una decisione subitanea al momento della crisi: la tua risoluzione deve essere già bell’e formata, fin da prima. Fra le altre cose, la Via del Samurai richiede ch’egli si convinca che, in qualsiasi momento, può avvenire qualcosa che ponga al cimento la saldezza della sua risoluzione, quindi, e giorno e notte, egli deva

vagliare i suoi pensieri e predisporre una linea di condotta. A seconda delle circostanze, potrà vincere o perdere. Ma evitare il disonore prescinde da vittoria o sconfitta. Per evitare il disonore, egli deve morire. Ma, se la prima volta le cose non vanno come lui vorrebbe, egli deve tentare di nuovo. Per questo, non gli occorre particolar saggezza o abilità.

Il samurai non pensa alla vittoria o alla sconfitta ma, semplicemente, combatte come un forsennato fino alla morte. È solo allora ch’egli si realizza.

Non farsi idee fisse.

È sbagliato aver forti opinioni personali. Se, mediante diligenza e concentrazione mentale, un samurai si forma opinioni fisse, è capace di trarre l’affrettata conclusione di esser già pervenuto a un accettabile grado di perfezione; ciò è sommamente sconsigliabile. Un samurai deve ammucchiare impegno su impegno, con diuturna diligenza, imparando dapprima a padroneggiare i principî e le arti di base, quindi portar avanti l’addestramento affinché quelle capacità di fondo diano i loro frutti. Un samurai non deve mai rilassarsi, bensì seguitar ad addestrarsi per tutta la vita. L’idea di poter allentare la propria disciplina, solo perché si son fatte delle scoperte personali, è l’apice della stoltezza. Un samurai deve sempre pensare: “Su questo e quel piano, sono ancora lontano dalla perfezione”, e dedicare la vita intera all’addestramento, cercando con assiduità la vera Via. È solo nel corso di tal addestramento che uno può trovare la Via.

Risolutezza quotidiana.

Fino a cinquanta o sessanta anni fa, i samurai compivano ogni mattina le loro abluzioni, si radevano il capo e profumavano la cresta. Si tagliavano le unghie dei piedi e delle mani, le limavano con pomice e infine le tingevano con erba kogane. Non eran mai pigri in codeste faccende e si davan gran pena nel curare il loro aspetto. Poi un samurai ispezionava la spada e lo spàdino per accertarsi che non arrugginissero, li puliva e lustrava. Darsi tanto pensiero dell’apparenza può sembrare frivolo, ma l’usanza non scaturiva da civetteria o romanticaggine. In qualsiasi momento si può esser travolti in aspra battaglia; e morir trasandati è indice di negligenza, di pigrizia, cosa di cui il nemico si farà beffe con molto disprezzo. Quindi, sia in gioventù sia nell’età avanzata, i samurai si davan briga di mostrarsi al loro meglio. Tali ricercatezze posson sembrare spreco di tempo e di fatica, ma anche in questo consiste la Via del Samurai. In effetti, di tempo non se ne perde molto. Se, pronto com’è sempre a morire, un samurai pensa a se stesso come già morto, se è diligente nel servire il suo principe e si perfeziona nelle arti marziali, certo non verrà mai svergognato. Ma se un samurai trascorre la giornata a far, egoisticamente, quello che gli pare e piace, allora, al momento supremo della crisi, farà disonore a se stesso. Allora, non sarà neppur conscio della propria vergogna, e, convinto che a parte la sua tranquillità e felicità null’altro conta, si comporterà indicibilmente male – cosa assolutamente incresciosa.

Un samurai che non sia pronto a morire in qualsiasi momento morrà, inevitabilmente, di morte ignominiosa. Invece il samurai che vive la sua vita in costante preparazione alla morte, come potrebbe mai comportarsi in modo indegno? Si rifletta bene su questo punto e ci si comporti in conformità. I

tempi sono molto mutati negli ultimi trent’anni. Quando i giovani samurai si riuniscono parlano di denaro, di profitti e perdite, di come gestire efficacemente una casa, come giudicare il valore di stoffe, eppoi discorrono di avventure galanti. Se d’altro argomento si facesse discorso, l’atmosfera si guasterebbe e i presenti si sentirebbero vagamente a disagio. A qual punto increscioso son giunte le cose! S’usava, una volta, che fino all’età di venti o trent’anni un giovane non avesse alcun pensiero né meschino né mondano, quindi, ovviamente, non parlava giammai di cose sì volgari. E se, in sua presenza, accidentalmente, degli uomini più anziani si lasciasser sfuggire dalle labbra osservazioni di tal natura vile, i giovani se ne sentivano offesi ed afflitti come se fossero stati fisicamente feriti. Evidentemente, il nuovo andazzo è invalso perché l’età moderna ha preso a dar valore al lusso e allo sfarzo. Soltanto il denaro oggi ha grande importanza. Certamente, se i giovani non avessero il gusto di un lusso inadeguato alla loro condizione, questo erroneo atteggiamento scomparirebbe.

D’altro canto, lodare i giovani e giudicarli intraprendenti solo perché sono economi e frugali è inopportuno, anzi spregevole. La frugalità equivale, inevitabilmente, alla mancanza del senso del giri, cioè dei propri obblighi personali e sociali. Occorre ch’io forse soggiunga che quel samurai che non ha il senso del giri, e dimentica i suoi obblighi verso gli altri, è meschino, vile e ignobile?

Ogni essere umano ha molto da imparare.

Secondo il dotto confuciano Ittei Ishida, anche un mediocre e maldestro scrivano può imparare a scrivere con decente calligrafia qualora segua con scrupolo e diligenza un buon modello. Lo stesso può dirsi del servizio da samurai. Se uno prende a modello un buon samurai, probabilmente diverrà piuttosto bravo. Oggigiorno purtroppo non c’è in giro nessun samurai che meriti d’esser imitato da capo a piedi, quindi tocca crearsi, mentalmente, un modello ideale da emulare. Per creare tal modello, si scelga, tra gli uomini di propria conoscenza, quello che è più ligio all’etichetta, ai riti e alle cerimonie; indi quello che ha più coraggio; il più eloquente; colui ch’è più irreprensibile per moralità; quello che si distingue maggiormente per la sua integrità; chi sa prendere decisioni più rapide in caso di crisi… e poi ci si figuri una persona che amalgami tutte codeste qualità e virtù. Il risultato sarà un eccellente modello, degno d’esser imitato.

È vero però che, in qualsiasi arte, i punti forti del maestro son difficili ad apprendersi, mentre i suoi punti deboli vengon facilmente acquisiti dagli allievi. Naturalmente, questi punti deboli poi non servono a nulla. Vi sono persone irreprensibili per l’etichetta, che però mancano di integrità. Se uno cerca di imparare da costoro, tende ad ignorarne le buone maniere e ad imitarne solo la disonestà. Ma, quando si sarà appreso a riconoscere i pregi degli altri, e a distinguere i vizi dalle virtù, chiunque può diventar tuo modello, chiunque può essere un bravo maestro.

Come comportarsi durante le bevute.

Molti uomini sono falliti, in vita loro, per il vizio del bere. Ciò è estremamente increscioso. Uno deve conoscere la propria resistenza, e non

bere mai oltre. Può capitare, ogni tanto, di sbagliar il calcolo e non regolarsi. Un samurai non deve mai abbassare la guardia, quando beve, dimodoché se avviene qualche imprevisto egli sia pronto ad affrontarlo in modo adeguato. I banchetti ove si servono bevande alcoliche sono come all’aria aperta, e ci son molti occhi che ti osservano. Bisogna star accorti.

Non perdersi mai di coraggio.

Quando si va a trovare un amico che ha subìto una grave disgrazia personale, quel che gli si dice per consolarlo è d’estrema importanza. Egli leggerà, in queste parole, i tuoi veri motivi. Un vero samurai non deve mai mostrar di vacillare e scoraggiarsi. Deve avanzare arditamente, come chi è certo di prevalere. Altrimenti, è inutile. Qui sta il segreto per far coraggio a un amico in difficoltà.

La lezione della pioggia.

C’è una cosa chiamata “atteggiamento sotto l’acquazzone”. Quando scoppia all’improvviso un temporale, uno può, per cercare di non bagnarsi, spiccare una gran corsa per andare a cercare riparo sotto qualche tettoia nei pressi: senonché uno s’inzuppa lo stesso. Se, invece, fin dall’inizio si è mentalmente predisposti a bagnarsi, non ci si sentirà minimamente sconfitti, quando ciò effettivamente avviene. Un tale atteggiamento è vantaggioso in qualsiasi circostanza.

Il samurai deve aver fiducia nei suoi meriti.

L’Aureo Mezzo è tenuto in gran pregio, ma, quando si tratta di arti marziali, persin nell’esercitazione giornaliera, un samurai deve sentire, di costante, che la sua bravura supera quella di tutti gli altri. Per esercitarsi con l’arco si tira a segno. Se però uno mira direttamente al centro del bersaglio, la freccia, che tende a deviare, colpirà troppo in alto sulla destra. Allora, bisogna mirare più in basso a sinistra. In tal caso, la freccia andrà a segno.

Un samurai, il cui scopo è eccellere sul campo di battaglia, superando uomini di grande militare prodezza, un samurai che passa e giorni e notti a divisar modi e maniere per battere un forte nemico, costui è il valore samurai fatto persona, è vigoroso, è indomabile. Così dicon le storie degli eroici guerrieri antichi. Nella vita d’ogni giorno, parimenti, sia questa la tua mira risoluta.

La vittoria iniziale è vittoria una volta per tutte.

In tarda età, Tetsuzan fece una volta la seguente osservazione: “Ero solito pensare che la singolar tenzone differisse dalla lotta sumô in quanto qui non ha alcuna importanza, se anche vieni atterrato a un certo punto, purché tu vinca alla fine. Ma di recente ho cambiato idea, Se l’arbitro avesse ad interrompere l’incontro allorché tu sei a terra, saresti dichiarato perdente. Vincere fin dall’inizio è essere il costante vincitore.”

L’educazione dei figli.

C’è un sistema collaudato per allevare il figlio di un samurai. Nell’infanzia il suo coraggio va stimolato, e nessuno deve mai minacciarlo o ingannarlo. Se,

fin da piccolo, egli avesse a soffrire di angosce e paure, ne porterebbe le cicatrici nello spirito fino alla tomba. A un bimbo non si inculchi la paura dei tuoni, non gli si impedisca di affrontare il buio, non gli si raccontino fole spaventose per tenerlo buono quando piange.

D’altro canto, se sgridato troppo severamente da piccolo, diverrà un timido adulto introverso. In ogni caso s’ha da stare attenti che non acquisti cattivi tratti di carattere. Una volta presa una brutta piega, non varranno prediche a levargliela. Nei discorsi e nel comportamento, dovrà imparare a regolarsi in modo acconcio, con proprietà di linguaggio e di maniere, né gli vanno instillati desideri volgari. Tutto il resto è meno importante, poiché i figli sani e normali perlopiù cresceranno a loro posta, comunque allevati. È vero, naturalmente, che i figli di un matrimonio disarmonico mancheranno di pietà filiale. Anche gli animali e gli uccelli sono influenzati da ciò che vedono e sentono dal momento della nascita. Bisogna star estremamente accorti per quanto riguarda l’ambiente di un bambino. A volte le cose van male tra padre e figlio, a causa della sciocchezza d’una madre. Se questa vezzeggia troppo, irragionevolmente, il suo bambino, e se prende sempre le sue difese quando il padre lo sgrida, essa instaura una congiura fra il bambino e sé, e ciò causerà ulteriori attriti fra figlio e padre. Congiurare con il figlio contro il padre scaturisce, evidentemente, dalla superficialità dell’animo femminile, e dal meschino calcolo che, conquistando i favori del figlio in tenera età, ella si assicuri il benessere negli anni a venire.

La riuscita nell’arte porta alla rovina.

Che una buona riuscita nel campo delle arti e mestieri possa aiutare a sbarcare il lunario, sarà vero, semmai, per samurai di altre signorie. Per i samurai di questo nostro feudo, una tale riuscita determina un calo di prestigio. Chiunque sia specializzato in una data arte è un tecnico, non già un samurai. Se una certa persona – che non nomino qui – vuol essere considerato un samurai, egli deve rendersi conto che qualsiasi riuscita in campo artistico va a detrimento della statura del samurai. Solo quando si sarà persuaso di questo, ogni sorta di talenti gli torneranno, effettivamente, utili. Questo punto egli deve tenerlo ben presente.

Prepararsi alle avversità, non paventarle.

Qualcuno ha osservato: “Si ritiene che nulla sia più duro chennè essere un ronin, e quando il destino si abbatte su un uomo, questi si perde immediatamente di coraggio e rinuncia a tutto. In effetti, essere un ronin fu per me ben diverso da quel che avevo immaginato, ed assai meno peggio del previsto. Anzi, mi piacerebbe tornare a essere un ronin, per un po’.”

Son d’accordo con costui. La stessa cosa può dirsi del morire. Se, giorno dopo giorno, un samurai si prepara alla morte e la prova in cuor suo, quando verrà il momento sarà capace di morire con calma. Poiché i disastri non sono mai tanto terribili quanto la previsione e l’attesa di essi, è da stolti perder tempo a preoccuparsene in anticipo. Val meglio rassegnarsi fin dall’inizio che la mèta finale di un samurai al servizio del suo principe è diventare un ronin oppure far seppuku.

Gli amici nelle avversità.

Suol dirsi: “Se vuoi vedere il cuore di un amico, ammalati.” La persona che ti è amica nei tempi felici e ti volge le spalle, come un estraneo, in caso di disgrazia o malattia, è un codardo. È più che mai importante, quando un amico è incorso nella sfortuna, andarlo a trovare, stargli accanto, portargli ciò di cui ha bisogno. Un samurai non deve mai consentire a se stesso di estraniarsi da coloro con i quali è spiritualmente indebitato. Ecco una stregua alla quale valutare i veri sentimenti di un uomo. Ma, perlopiù, ci si rivolge agli altri quando si è nei guai, e li si dimentica del tutto quando il frangente avverso è superato.

Il successo mondano è dovuto alla sorte.

La bontà o la cattiveria d’animo di un uomo non si rispecchia nel successo o insuccesso mondano. Prosperità e miseria, ascesa e declino son, al postutto, opera della natura e della sorte, laddove bontà e cattiveria son questione di umano giudizio. Nondimeno, per scopi didattici, convien parlare come se successo o fallimento a questo mondo fossero il diretto risultato di un buono e cattivo carattere.

Quando licenziare un servo.

Zenjinemon Yamamoto (il padre di Jôchô) quando uno dei suoi servi commetteva una grave mancanza, seguitava a tenerlo al suo servizio per il resto dell’anno, come se nulla fosse successo, e poi con calma lo licenziava poco prima del nuovo capodanno.

Un uomo dall’aspetto intelligente non avrà mai successo,

Onde perfezionare sembiante e portamento, un samurai deve abituarsi a correggerli guardandosi allo specchio. Quand’io compii tredici anni, mi acconciai i capelli a cresta, secondo la tradizione, ma poi rimasi sempre chiuso in casa per circa un anno. E ciò perché tutti quanti in famiglia dicevano di me: “Ha una faccia tanto sveglia che, di certo, farà fiasco. Il daimyo ha in antipatia, soprattutto, le persone dall’aria intelligente.”

Quindi, deciso a correggere la mia espressione facciale, mi guardavo allo specchio giorno dopo giorno. Trascorso un anno, quando ricomparvi, tutti mi trovavano malaticcio, e io dicevo tra me: è anche in questo che consiste il servizio da samurai. C’è qualcosa che t’induce ad esitare e non dare fiducia a uno il cui viso denota intelligenza. Se al portamento di un uomo manca un nonsoché di calma dignità e serenità, non si può dirlo bello. L’ideale è un aspetto reverente eppur severo, contegnoso.

Un investigatore deve controllare anche i potenti.

Ammenoché un metsuke (ufficiale investigatore) non sia in grado di aver chiaro il quadro d’insieme, arrecherà più danno che vantaggio. La ragione per cui abbiamo i metsuke è quella di far rispettare la legge e tutelare l’ordine nel feudo. Il daimyo non può, da sé solo, controllare tutto quello che avviene in ogni angolo del suo dominio. Còmpito precipuo del metsuke è apprendere quanto più può intorno alla condotta del daimyo, gli scrupoli dei suoi consiglieri anziani, i vizi e le virtù dell’amministrazione civile, la pubblica opinione, il benessere e la felicità o l’infelicità del popolo. Quindi, all’inizio, i metsuke

dovevano controllare anche i loro superiori. Oggi, invece, i metsuke si limitano a indagare sulle malefatte della gente, e spiarla, con il risultato che il vizio dilaga e essi fanno più male che bene. È pur vero che vi sono pochi modelli di perfezione fra la gente comune e, quindi, i loro meschini vizi non arrecano grave danno allo Stato. Inoltre, il magistrato incaricato di appurare la fondatezza o la falsità di un’accusa dovrebbe, in effetti, sperare che i testimoni a discarico risultino attendibili e che all’accusato si possa risparmiare il castigo. Anche questo atteggiamento tornerà, alla fin fine, a vantaggio della casa del daimyo.

Non bisogna calcolare in base a perdite o profitti.

Un uomo calcolatore è un codardo. Dico questo perché i calcoli han tutti a che fare con il profitto e la perdita, e di perdite e profitti si preoccupa costui. Morire e una perdita, vivere un profitto: quindi uno decide di non morire. Perciò è un codardo. Similmente un uomo istruito camuffa con il suo intelletto e la sua eloquenza la codardia e l’avidità della sua vera natura. Molti non si rendono conto di ciò.

Tutto in vista della morte.

Dice Naoshige: “La Via del Samurai è una mania di morte. Talvolta dieci uomini non riescono a sopraffare un uomo da essa invasato.” Non si possono compiere imprese egrege con una forma mentis normale. Bisogna diventar fanatici e farsi prendere dalla mania di morte. Quando uno mette a punto facoltà di discernimento è già troppo tardi, a questo punto, per effettuare certe imprese. Nella Via del Samurai fedeltà e pietà filiale sono superflue; basta la mania di morte. All’interno di questo atteggiamento fedeltà e pietà filiale verranno, da sé, a risiedere.

Rallegrarsi nelle avversità.

Non basta evitare di scoraggiarsi nelle avversità. Quando ad un samurai capita qualche disgrazia, egli deve bensì rallegrarsi, e far salti di gioia, poiché ha modo, nel disastro, di dar prove di coraggio e di energia. Si può ben dire che tale atteggiamento trascende la pura e semplice rassegnazione. “Quando l’acqua è alta, la barca si solleva.”

Se il Maestro è umano, anch’io sono un essere umano.

È da pusillanimi, dopo aver udito estollere le gesta di un Maestro, pensare che non si sarà mai capaci di emularlo, per quanto ci si adoperi. Bisogna invece esercitarsi a pensare: non sono, io, men uomo di quel Maestro? perché dunque reputarmi inferiore a lui? Una volta che un samurai ha lanciato la sfida, egli ha già imboccato la Via del miglioramento. Ittei Ishida dice: “Un uomo riconosciuto saggio s’è guadagnato tal fama perché ha intrapreso fin da giovane il cammino della saggezza. Non è diventato saggio d’un tratto, né dopo intenso addestramento in tarda età.” In altre parole, all’epoca in cui uno primamente decide di attingere all’eccellenza, uno può già venir illuminato dalla verità.

Un samurai non abbassa mai la guardia.

Un samurai ha da stare accorto in ogni frangente su ogni cosa, ed evitare anche minuscole mancanze. A volte un samurai non tien la lingua a freno e, sbadatamente, pronuncia una frase come: “Io sono un codardo”, o “Se le cose si metton così, cerchiamo scampo nella fuga”, o “Che cosa terrificante!” oppure “Ahi ahi ahi!” Tali parole non debbono mai uscirgli di bocca, né per ischerzo, né per burla, né per caso, e neppure nel sonno, insomma in nessunissimo contesto. Una persona perspicace, udendo codeste frasi, discernerà la vera natura di chi le ha pronunciate. Bisogna stare sempre in guardia.

Prendi una decisione nello spazio di sette respiri.

Dice un antico detto: “Prendi una decisione nello spazio di sette respiri.” Takanobu Ryùzóji ebbe a dire una volta: “Se troppo s’indugia a decidere, ci si addormenta.” E il principe Naoshige, di rincalzo: “Allorché si procede con comodo, sette imprese su dieci riescono male.” È estremamente arduo prendere decisioni nell’orgasmo. Ma se, senza preoccuparsi di cose secondarie, uno affronta il problema con mente acuta, costui perverrà sempre a una decisione entro lo spazio di sette respiri. Prendi la cosa in esame con calma e con semplice determinazione.

Gente simpatica, gente antipatica.

Un uomo di poca scienza divien presto arrogante e si compiace di esser detto uomo di bravura. Uomini di tal fatta, che si vantano d’esser troppo valenti per l’età moderna, che pensano non esservi nessuno più dotato di loro, verranno inevitabilmente puniti dal Cielo.

Per grandi che siano le sue abilità, un uomo antipatico agli altri non val nulla. Uno invece che lavora sodo, che ama le sue mansioni, ch’è estremamente umile, e si tien volentieri in subordine rispetto ai suoi pari, costui sarà benvoluto.

Non bisogna far fortuna e aver fama troppo presto nella vita.

Se si fa carriera da giovani, non si servirà il sovrano con bastante efficacia. Per quanto valente sia il samurai per nascita, le sue capacità non sono appieno sviluppate, quand’egli è giovane, e non verrà quindi sufficientemente accettato dagli altri. Raggiunta l’età di cinquant’anni, completerà la sua preparazione, gradualmente. Comportandosi in modo da dar l’impressione ch’egli faccia carriera più lentamente di quanto non potrebbe e dovrebbe, egli invero dimostra nel modo più giusto il suo impegno, al servizio del daimyo. E anche se pregiudica le sue fortune oggi, domani si rifarà ampiamente, se sarà sorretto da ferrea volontà e se non avrà cercato di avanzare se stesso in modo indebito.

Inciampa e cadi sette volte, otto risorgi.

Per un samurai, perdere il controllo di sé allorché diviene un ronin o gli càpita consimile disgrazia, è il massimo della stoltezza. Ai tempi del Principe Katsushige fra i suoi seguaci circolava un detto: “Se non sei stato sette volte ronin, non puoi dirti verace samurai. Inciampa e cadi sette volte, otto volte rialzati e rimbalza.” A quanto pare Hyògo Naritomi fu, ad esempio, sette volte

ronin. Un samurai al servizio del daimyo deve concepir se stesso come quei pupi, detti misirizzi, che rimbalzano eretti per quante volte li si butti giù. Anzi, è opportuno che il daimyo dia, ai suoi seguaci, la libertà, al fine di saggiarne la forza spirituale.

Lodare i subordinati.

In una poesia dedicata a Yoshitsune si legge il verso seguente: “Un generale deve parlare spesso con la truppa.” Ciò vale anche per la servitù. Le persone che servono in casa, al pari dei soldati, saran pronte a dar tutte se stesse al padrone, se questi rivolgerà loro di frequente frasi di apprezzamento, elogi e esortazioni personali come: “Come mi hai servito bene!”, “Devi metter la massima cura in questa faccenda”, “Ecco un vero veterano!” Siffatte commende sono molto importanti.

Se vuoi eccellere, sollecita le critiche altrui.

Se vuoi eccellere, la via migliore è chiedere il parere altrui e sollecitare delle critiche. Molti cercano di andar avanti fidandosi solo del proprio giudizio, e per questo non fanno significativi progressi.

Una volta un uomo andò a consultare un suo amico riguardo a un certo rapporto da lui compilato per le autorità di governo. L’amico eramolto più esperto di lui in composizione e, quindi, potè offrirgli preziosi suggerimenti. Un uomo che cerca le critiche altrui è già superiore a moltissimi.

Se insegui due lepri, le perderai entrambe.

È sbagliato affissare la mente su due cose al tempo stesso. Si deve dedicare tutta quanta la propria energia alla Via del Samurai. Non fa d’uopo cercare alcunché d’altro. Lo stesso principio vale per l’ideogramma di “via”. Invece, chi ha studiato Confucianesimo o Buddismo potrà ritenere che la Via del Samurai sia una “via” irragionevole. Solo se studi tutte le varie “vie” potrai esser in grado, prima o poi, di capire che cos’è veramente ragionevole.

Scegli con cura le tue parole.

La prima cosa che il samurai dice, in una data circostanza, è importante all’estremo. Egli dimostrerà, con una singola osservazione, tutto il valore del samurai. In tempo di pace, è la parola a manifestare il valore. Anche in tempi di caos e distruzione, grande eroismo può esser rivelato da una singola parola. Si può dire che questa singola parola è un fiore del cuore.

Mai una parola di debolezza.

Anche parlando del più e del meno, un samurai non deve giammai lamentarsi. Stia sempre in guardia, affinché mai non gli sfugga una parola di debolezza.

Da una frase pusilla pronunciata sbadatamente, si può arguire la vera natura di un uomo.

L’artista specializzato è inutile.

Un uomo che acquisti fama per esser egli specialista in qualche arte o mestiere è un idiota. Per stoltezza infatti ha egli concentrato tutte le sue energie su una singola cosa ed è diventato bravo in essa rifiutandosi di pensare ad alcunché d’altro. Tal persona è affatto inutile.

Sii umile, specie dopo i trent’anni.

Molti danno consigli, ma ad accettarli con animo grato son pochi. Ancor più rari son coloro che poi li seguono. Una volta che un uomo abbia superato i trent’anni, non c’è più verso di consigliarlo. Quando si fa sordo ai consigli, diventa ostinato ed egoista. Per il resto della sua vita aggiunge sconvenienza a sciocchezze finché è aldilà della redenzione. Quindi, è assolutamente necessario trovare qualcuno che sa quel ch’è giusto, far la sua conoscenza e ricevere istruzioni da lui.

Mira all’onore, mira alla ricchezza.

Un samurai che non ha interesse né per gli onori né per la ricchezza finisce, di solito, per essere uomo meschino, e calunniare gli altri. Un simile uomo è vano ed inutile e, alla fin fine, si dimostrerà inferiore a un uomo che abbia invece ambizioni di ricchezza e di fama. Il disinteressato non serve praticamente a nulla.

Compòrtati sempre con quella riservatezza che si addice al primo incontro.

Quando le persone vivono assieme in armonia e di buon accordo, seguendo le naturali leggi del Cielo e della terra, la loro esistenza è tranquilla e sicura. Un samurai il cui cuore non sia armonioso, e che non abbia spirito cordiale e flessibile, non sarà mai un fedele seguace per quanto splendida sia la sua retorica. Uno può anche non andar tanto d’accordo con un amico; ma mostrar dispiacere quando a caso l’incontra, o far apprezzamenti malevoli, commenti sarcastici su di lui, ciò nasce da stoltezza di mente piccina. Lo si tratti invece con premura, gli si faccia buon viso – per sgradito che ci sia – ogni qual volta lo si incontra, per spesso che ciò càpiti.

Pur compiendo tali sforzi tuttavia può succedere – in questo mutevole mondo imprevedibile – che uno finisca per riuscir antipatico. Allora, pazienza. Non bisogna infatti mai comportarsi in modo disdicevole e superficiale solo al fine di tornar gradito, procacciarsi simpatia. Chi si comporta così è estremamente sgradevole poiché è uno che non pensa ad altro che al proprio personale interesse.

Se uno antepone a sé l’altra persona, e se senza gelosia né rivalità si comporta secondo l’etichetta, se uno umilmente pensa agli interessi dell’altra persona anche a scapito di sé, ciascun incontro sarà come il primo, e il rapporto non degenererà mai. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda la condotta di una cerimonia nuziale. Se ci si rilassa e distrae, via via che il rito procede, senza meno si finirà per commettere qualche sbaglio, alla fine.

Se continui a frequentare un amico con modestia e correttezza, come se vi vedeste per la prima volta, anche se invero siete diventati intimi, certamente non litigherete mai.

Il vero amore càpita una volta sola nella vita.

Un uomo a nome Shikibu ebbe a osservare una volta: “Spesso un samurai ha un’esperienza omosessuale in gioventù e questo divien fonte di vergogna per tutta la vita.” Una cosa del genere è pericolosa, se non la si affronta con il corretto atteggiamento; ma non v’è alcuno che sappia dar consigli e ragguagli in proposito. Quindi ho deciso, io, di delineare la giusta condotta.

Anche per l’amore omosessuale vale il detto: “Una moglie fedele non si rimarita mai.” Devi avere soltanto un vero amore, in tutta la vita; altrimenti, non saresti migliore di un cinedo o di una meretrice. Una condotta dissoluta è ignominiosa per un samurai. Con vigore si espresse Saikaku quando disse: “Un giovane che non ha giurato amore è come una fanciulla senza promesso sposo. La gente li avvicina volentieri, ma mezzo per scherzo.”

Quando l’altro uomo è più grande di te, è opportuno trascorrer cinque anni a conoscersi a vicenda, e, quando alfine ti sarai persuaso della profondità del sentimento dell’altro, sarà bene prenda tu l’iniziativa di chiedergli un pegno. Se dev’essere un rapporto in cui l’uno è disposto a dar la vita per l’altro, bisogna esser perfettamente consapevoli l’uno degli altrui più riposti sentimenti. Se qualcun altro ti rivolge pressanti attenzioni, tu lo scaccerai bruscamente, dicendo: “Le tue profferte sono offensive per me.” Se ti chiede perché, gli rispondi: “E cosa che non divulgherò mai, finché campo.” Se quello continua a insistere, tu devi arrabbiarti e impartirgli una dura lezione, senza indugio.

Se l’altro è più giovane, ugualmente dovrai cercare di leggergli nel profondo del cuore. Se impegni tutto te stesso per il buon esito della partita, in capo a cinque o sei anni i tuoi desideri potranno avverarsi.

Naturalmente non devi seguire entrambe le vie: l’amore per gli uomini e l’amore per donne. E pur mentre sei innamorato di un uomo, devi concentrar tutte le tue energie sulla Via del Guerriero. Allora, l’amore omosessuale andrà ben d’accordo con la Via del Guerriero.

Lascia perdere saggezza e giudizio.

Fino all’età di quarant’anni un samurai non dovrebbe lasciarsi trascinare dalla saggezza o dal giudizio bensì dovrebbe far affidamento solo sulla sua forza e abilità. Più forte è, meglio sarà. Molto dipende poi dall’individuo e dal suo status sociale, ma anche dopo i quaranta un samurai non sarà influente se privo di gran forza di carattere.

Hagakure – libro II

Meglio conoscere avversità da giovane.

Quando chiesi che cosa non dovrebbe mai ‘fare un samurai al servizio del daimyo, mi fu data la risposta seguente: Un samurai non deve mai bere troppo, né esser troppo sicuro di sé, né amare le mollezze e i lussi. In tempi calamitosi tali debolezze non producono alcuna conseguenza. Ma, non appena la situazione migliora e la vita diventa più facile, codesti tre difetti posson anche rivelarsi fatali. Guarda la carriera di persone che conosci. Non appena cominciano ad aver successo, son proclivi a sentirsi estremamente compiaciuti di sé, a diventar arroganti, a concedersi lussi inescusabili, nel modo più sconveniente. Quindi, chi non ha mai conosciuto sofferenze non si sarà fattoun forte carattere. È meglio conoscere le avversità da giovani. Un samurai che si stanca o si scoraggia nell’avversa fortuna non serve a nulla.

L’amore supremo è l’amore segreto.

L’altro giorno, conversando con un gruppo di persone dissi loro che l’amore supremo è, secondo me, l’amore segreto. Una volta esternato e condiviso, l’amore sminuisce. Languire tutta vita per amore, e morire d’amore senza mai invocare il nome dell’amato, o dell’amata, ecco qual è il vero significato dell’amore. Una poesia ci dice:

Morirò per il mio amore.
La verità saprai solo dal fumo che aleggia…
Il nome del mio amore, fino all’ultimo, segreto.
L’amore di cui canta questa poesia è la forma più elegante di amore. Una volta, quando feci questa osservazione, le cinque o sei persone presenti, colpite dal verso “la verità saprai solo dal fumo che aleggia”, coniarono l’espressione “amanti di fumo”.

Prima strologa il temperamento della persona con cui parli.

Quando parli con qualcuno, dovresti arguire alla svelta il suo temperamento e scegliere una linea di condotta nei suoi confronti, a seconda delle circostanze. Per esempio, quando parli con un presuntuoso polemico, esprimiti con la massima umiltà possibile, onde non offenderlo, e al tempo stesso demolisci i suoi argomenti, con la stessa logica da lui adottata, e fallo in modo da non suscitare in lui verun risentimento né rancore. Questo è il ruolo dell’intuito, questa è l’importanza della retorica.

Gli schizzinosi sono una frana.

Gli schizzinosi arrivano per ultimi. A questo mondo, bisogna traboccare di vitalità.

Quando si è preposti all’addestramento dei propri superiori.

Con un principe allegro ed equanime, bisogna fare del proprio meglio per incoraggiarlo con le lodi e preparare il terreno per lui affinché egli possa riuscir bene in tutto quello che intraprenderà. Ciò, al fine di sviluppare in lui una forte volontà. Se il principe è invece di sangue caldo e irascibile, insegnagli a cedere alla tua saggezza, fà sì ch’egli si chieda continuamente: “Se lui lo sapesse, questo, lo approverebbe?” Impartire un severo addestramento a un superiore è atto di grande fedeltà.

Qualora non vi sono, intorno a lui, dei seguaci di tal fatta, cioè severi, il principe si sentirà adulato e vezzeggiato da tutti, e diverrà arrogante. Per buone che siano le intenzioni del daimyo, sul governo del feudo, tutto rischia di esser rovinato da un eccesso di orgoglio. Nondimeno, pochi si rendono conto di ciò. Uomini come Kynma Sagara (che servì sotto Mitsushige) e Kichiemon Harada (che servì sotto Katsushige, Mitsushige e Yoshishige) stavano molto attenti a tal problema, e i giovani principi da essi serviti sentivan sempre fortemente la loro presenza. Si racconta che Yoshishige andava a trovare Kichiemon Harada anche dopo che questi si fu ritirato, quand’era malato. La cosa è auspicabile. È perché uno ritiene che sia molto difficile svolgere questo ruolo, che esso diviene in effetti impossibile. So, per esperienza personale, che, se uno si adopra strenuamente, senza risparmio, per dieci anni, ebbene, riesce a diventare un eccellente samurai. Siccome si tratta di operare per il bene del feudo, ed arrivare ad esserne un insostituibile sostegno, chiunque non si adopri è, invero, un pusillanime e un debole di spirito.

Il miglior modello è Nobutaka Itagaki (seguace di Shingen Takeda). Egli appartiene al clan di Takatomo Akimoto (statista anziano). S’intende che, se un samurai non gode dei favori del suo feudatario, non avrà modo di dar piena dimostrazione della propria fedeltà. Questo è un importante problema, del quale pochi si rendon conto. Quello che bisogna fare è addestrare il proprio principe di modo che, a poco a poco, egli acquisti saggezza.

Una risoluzione dietro l’altra.

In ultima analisi, l’unica cosa che conta è la risolutezza sul momento. Un samurai prende una risoluzione dopo l’altra, finché queste assommano alla sua vita intera. Una volta che se n’è reso conto, non sarà più impaziente, non dovrà cercar altro al di là del momento attuale. Vive semplicemente la sua vita concentrato sulla sua risoluzione. Si tende tuttavia a scordare questo, e a credere che esista qualcos’altro di importante. Ben pochi afferrano la verità. Non si può imparare a seguir la propria risolutezza, senza errore, se non dopo trascorsi molti anni.. Ma, una volta raggiunto questo stadio di illuminazione, anche se uno non vi pensa consciamente, la sua risolutezza non cangerà giammai. Se si fissa ferreamente una sola risoluzione, di rado ci si sentirà confusi. Questa è fedeltà alla propria fede.

La nostalgia del passato può esser controproducente.

Il clima di una data epoca e inalterabile. Che oggidì le condizioni vadan di continuo peggiorando è prova che siamo ormai entrati nell’ultima fase della Legge. Epperò, la stagione non può essere sempre primavera, o estate, né si può sempre avere la luce diurna. Quindi è inutile tentar di rendere l’età presente simile ai bei tempi andati di cent’anni fa. Quel che importa è render ciascuna epoca tanto buona quanto può esserlo in accordo con la propria natura. L’errore di chi ha perpetua nostalgia degli usi e costumi d’una volta è dovuto alla mancata comprensione di questo dato di fatto. D’altro canto, coloro che dànno valore solo a ciò ch’è alla moda e detestano ogni cosa vecchiostile sono dei superficiali.

Ogni tipo di addestramento richiede sia fiducia sia riflessione.

I giovani han da essere addestrati al valor militare, sì che ciascun abbia la fiducia di esser lui il più valente e valoroso guerriero di tutto il Giappone. D’altro canto, un giovane samurai deve valutare ogni giorno le sue prestazioni e eliminare alla svelta ogni difetto che riscontra. Se non si procede in tal modo, non si arriva da nessuna parte.

Mai perdere un’occasione.

Una volta Kenshin Uesugi ebbe a dire: “Non conosco alcun trucco che assicuri la vittoria. La mia saggezza consiste solo in questo: prendere sempre la palla al balzo, non perdere mai un’occasione.” Interessante, direi.

Prevenire le malattie.

Non è saggio cominciar a riguardarsi solo dopo essersi ammalati. È molto arduo guarire da una malattia, quand’essa ha preso campo. Alla luce della legge buddista di cause ed effetti, è naturalissimo che chi non si riguarda si ammali; ma gli stessi dottori non paiono propensi a riconoscere la necessità di sradicare la malattia prima che intacchi l’organismo. Il metodo migliore per prevenire le malattie consiste nel controllare il proprio appetito per il cibo, le bevande e il sesso, e bruciare moxa ogni qual volta si ha un po’ di tempo d’avanzo.

Siccome son nato da genitori in età già avanzata, si riteneva ch’io avessi troppo poca acqua nel mio organismo. Alla mia nascita, la prognosi dei medici fu che non sarei arrivato a vent’anni. Allora, ritenendo che morire prima di aver tratto qualche godimento dalla vita e aver compiuto il mio dovere di samurai sarebbe stato un gran peccato, risolvetti di stupir tutti quanti e vivere a lungo. Dopo essermi astenuto da qualsiasi rapporto sessuale per sette anni, non fui più di salute cagionevole, e così son vissuto fino a oggi. In questo periodo non ho mai preso medicine. E ogni qual volta fossi preda di un’indisposizione, la debellavo mediante forza di volontà e basta.

La gente oggidì dà tutta la colpa a una congenita debolezza di costituzione, e molti muoion giovani per eccessi sessuali. Che stolti! C’è una cosa che vorrei dire, chiaro e tondo, ai dottori: sei loro pazienti venissero indotti, semplicemente, ad astenersi per sei mesi, per un anno, al massimo due, dai piaceri della carne, le loro malattie guarirebbero da sé. La moderna generazione è troppo pusillanime e smidollata. Come possono adontarsi, quando vengon chiamati dissoluti e sciatti, se non riescono a controllare i loro appetiti?

La suprema risoluzione di morir da fanatici.

Un samurai deve andar molto orgoglioso del proprio valor militare. Deve esser risoluto a morire da fanatico. Egli deve far del suo meglio per disciplinare se stesso, affinché i suoi pensieri, le parole e le azioni quotidiane siano pulite e pure. Quanto al modo di servire il daimyo come si deve, egli si consulti con persona fidata, e, su questioni di estrema importanza, si rivolga a qualcuno che non sia direttamente interessato. Per tutto il corso della carriera, non si pensi ad altro che ad essere utili agli altri. È buona norma non saper nulla delle cose che non è affar proprio conoscere.

Quando l’acqua si alza, si alza anche la barca.

C’è un proverbio che dice che “quando l’acqua si alza, si alza anche la barca”. In altre parole, il bisogno aguzza l’ingegno, e, di fronte alle avversità, le capacità umane si accrescono. È vero: le persone virtuose e capaci, maggiori sono le difficoltà ch’esse devon superare, e più assiduamente si adoprano, e più affinano il loro ingegno. Avvilirsi nelle avversità è, invero, un grave errore.

Che futile esistenza!

Ci ho pensato su, strada facendo, e mi son reso conto che gli esseri umani sono fantocci straordinariamente ben congegnati. Benché non siano mossi da fili, bensì possono camminare, saltare e persino parlare – oh, son fatti a regola d’arte – nondimeno, prima della prossima Festa di Bon potrebbero essere morti e tornarci a far visita come fantasmi. Quant’è futile l’esistenza! La gente sembra sempre scordarsi di questo.

Concentrarsi sul momento attuale.

Ecco una cosa che il Maestro Jôchô ebbe a dire a Gonnojò, suo genero: “Adesso è il momento, e il momento è adesso.” Noi tendiamo a considerare l’esistenza quotidiana diversa dall’ora della crisi; quindi quando arriva il momento di agire non siam pronti. Chiamati in presenza del daimyo o inviati in missione, può darsi che ci manchino le parole. Ciò dimostra che, dentro di noi, separiamo “il momento” da “adesso”. Capire che cosa s’intende con “Il momento è adesso” significa ripassare la propria parte ogni giorno, in un angolo della stanza, in vista della grande occasione. Anche non venisse mai chiamato in presenza del daimyo, finché campa, nondimeno un samurai deve essere pronto a parlare con chiara favella al cospetto del signore o dei suoi consiglieri, in pubblico oppure a porte chiuse con lo shogun.

Questo è il modo in cui ci si deve regolare in tutte le cose. Lo stesso vale per l’esercitarsi nelle arti marziali e per lo svolgimento dei doveri civici.

Non indurre in debolezza.

Se una persona che ha subìto una disgrazia venisse consolata con tiepidi conforti, come “Mi dispiace tanto di udir ciò”, la sua confusione e la sua angoscia aumenterebbero a dismisura. In tali situazioni, dunque, ci si comporti come se nulla fosse accaduto, per distrarre l’altrui mente da guai e angustie, e, anzi, si osservi che le cose sono andate, sotto certi riguardi, per il meglio. Se si agisce così, la persona arriverà prima o poi a capire. A questo incerto mondo, non occorre affatto prendersi profondamente a cuore ogni afflizione altrui.

L’aspetto esteriore di un uomo.

Si abbia sempre a portata di mano belletto e cipria. Può capitare di svegliarsi con un forte mal di capo e aver brutto colorito. In tal caso, si dia mano al belletto e lo si applichi al viso.

Il modo giusto per dirimere vertenze.

Quando deve tenersi una consultazione, prima parla con ciascun interessato e poi riunisci le persone il cui parere ti occorre ascoltare, quindi prendi la tua decisione. Altrimenti, vi sarà inevitabilmente chi se ne risentirà. Inoltre, in occasione di una importante conferenza, farai bene a chiedere, in segreto, il consiglio di persone non direttamente interessate. Chi non è personalmente coinvolto, spesso intuisce la miglior soluzione. Se consulti persone interessate alla vertenza, costoro potran consigliarti in modo che torna a loro beneficio. In effetti, un tal consiglio non è molto utile.

Sfidare gli dèi, se ti sbarrano la strada.

Se gli dèi son di tal fatta da ignorare le mie preghiere solo perché io sono stato contaminato dal sangue, ebbene, son convinto che non posso farci niente e, quindi, séguito a pregare senza curarmi della contaminazione. È vero, si dice che agli dèi la contaminazione spiace, io però ho al riguardo un’opinione mia. Non trascuro mai le mie divozioni quotidiane. Anche quando son lordo di sangue, sul campo di battaglia, e calpesto cadaveri nella furia del combattimento, séguito a credere nell’efficacia delle preci rivolte agli dèi per impetrare la vittoria e lunga vita.

La vita umana è un attimo.

La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno, facendo solo ciò che spiace, è follia. Siccome ciò potrebbe rivelarsi nocivo, se mal interpretato, ho deciso di non rivelare questo segreto del mestiere ai giovani. Mi piace dormire. Visto come vanno le cose oggi nel mondo, resterò in casa a dormire.

Conosci le tue capacità e i tuoi limiti.

Spesso un uomo di gran valore, rendendosi conto di questo, diventa arrogante. Però è molto difficile esser consci sia delle proprie forze sia delle proprie debolezze, delle virtù e dei vizi insieme. Così ebbe a dire il maestro di Zen Kaion.

Dignità.

Si può misurare la dignità di una persona in base alle manifestazioni esteriori. C’è dignità nello sforzo assiduo. C’è dignità nella serenità. C’è dignità nel tener la bocca chiusa. C’è dignità nell’osservare scrupolosamente l’etichetta. C’è dignità nel comportarsi sempre in modo acconcio. C’è anche gran dignità nel digrignare i denti e nel mandar lampi dagli occhi. Tutte queste qualità sono visibili dall’esterno. La cosa più importante è concentrarsi su di esse tutto il tempo ed essere totalmente sincero nel manifestarle.

Mai beffarsi di un neofita.

Quanto segue fu detto da Kazuma Nakano. “È di cattivo gusto e squallido servirsi di vecchi utensili per la cerimonia del tè; meglio adoprarne di nuovi.” Certuni la pensano così. D’altro canto c’è chi ritiene che i vecchi utensili si usino perché sono manufatti originali. Entrambi gli atteggiamenti sono erronei. I vecchi utensili vengon usati da persone di basso ceto, è vero, ma la stessa vecchiaia dona loro pregio, e, così, i vecchi utensili sono arrivati nelle mani di personaggi altolocati. Ciò, perché i proprietari ne riconoscono il pregio.

Lo stesso può dirsi dei samurai in servizio. Un uomo che si fa un nomee si eleva ad alto rango, sibbene di umili origini, è certo dotato di sue qualità e virtù sue. Tuttavia certuni trovano sgradito lavorare a fianco a fianco con un uomo di dubbio lignaggio, oppure si rifiutano di trattar da superiore un ufficiale che, fino a ieri, era un semplice soldato pedone. Sta di fatto che un uomo che si è elevato dai ranghi più bassi è riuscito a far carriera in grazia delle sue capacità e di meriti superiori a quelli di coloro che erano in alto loco già in partenza: quindi dobbiamo trattare costui con rispetto ancor maggiore.

Meglio mostrarsi alteri ai superiori.

Uno deve mostrarsi altero e distaccato, agli occhi del signore di uno han, dei capi di governo e dei consiglieri, se vuole approdare a qualcosa di importante. Se invece uno scodinzola sempre d’intorno ai suoi superiori, e pende dalle loro labbra, non dimostra attitudine al comando. Si tenga ciò ben presente.

il silenzio è d’oro.

È sbagliato parlar male degli altri. E nemmeno si confà spandere lodi. Un samurai ha da conoscere la propria statura, esercitare la sua disciplina con diligenza, e parlare il meno possibile.

Restare imperturbati.

Un uomo dotato di grande virtù possiede, dentro di sé, una tale calma e tanta disinvoltura che non dà mai l’impressione di esser affaccendato. Son gli uomini dappoco che, non avendo la pace interiore, si agitano tanto, sempre in competizione, scontrandosi e abbattendosi a vicenda.

Se devi fallire, fallisci splendidamente.

In una disputa, o in una contesa, talvolta perdendo alla svelta si perde splendidamente. Lo stesso fenomeno si osserva nella lotta. Se, per vincere ad ogni costo, uno ricorre all’imbroglio, costui è peggio di un perdente. Oltre che un perdente, infatti, è una sporca persona.

Compi il tuo dovere con trasporto.

Secondo mio genero Gonnojô, gli uomini d’oggidì si van facendo sempre più effeminati. È un’epoca, questa, in cui le persone di gradevol indole, le persone allegre, simpatiche, le persone che non mettono in rancore, sono considerate virtuose. Quindi predomina la passività e la forte risolutezza non è più pregiata. Se un samurai pensa solo a preservare se stesso, egli si rattrappirà in ispirito. Prendi te, per esempio. Tu ritieni, probabilmente, inammissibile che uno venga adottato da un’altra famiglia e rinneghi, pertanto, non quello che lui stesso ha conquistato per merito suo, bensì quello che i suoi genitori si procacciarono con assidua alacrità. Questa è l’opinione convenzionale. Io non sono d’accordo.

Finché fui in servizio, non mi posi mai la questione del merito. Dacché il tuo stipendio appartiene, non a te, bensì al tuo signore, non v’ha motivo di tenerlo in alto pregio né di esser restii a rinunciarvi. Diventare un ronin, o eseguire il suicidio rituale, è in effetti la meta finale del samurai in servizio. È però vergognoso distruggere l’onore della propria famiglia, per indegni motivi. Per esempio, non si deve trascurare il proprio dovere, né lasciarsi trascinare da egoistici desideri, né far soffrire gli altri. Fallire, per qualsiasi altra ragione, è piuttosto desiderabile che non altrimenti. Una volta che tu ti sia reso pienamente conto di questo, sarai in grado di far pienamente uso delle tue capacità e di funzionare con grande vigore ed energia.

Mai presentarsi senza invito.

Quando vai a far visita a qualcuno, è consigliabile preavvertirlo. Non si sa mai quali inconvenienti possano esservi, in casa altrui; e se capitassi in un

momento inopportuno la visita sarebbe rovinata. Eppoi, potresti arrivare quando già c’è altra gente e, allora, non saresti in grado di parlare liberamente. In particolare, molti lapsus ed errori di giudizio si commettono, nelle riunioni, allo scopo di consolare un uomo in caso di disgrazia o di lutto.

D’altro canto – per quanta confusione o quanti guai regnino in casa tua – non devi mai rifiutarti di ricevere qualcuno che viene a farti visita.

La spada, a restar dentro il fodero, arrugginisce.

Qualcuno ebbe a dire una volta: “Vi sono due generi d’orgoglio, l’interno e l’esteriore. Un samurai che non abbia entrambi i tipi di orgoglio non val nulla. L’orgoglio del Samurai può esser paragonato ad una spada, la cui lama va affilata e poi infilata nel fodero. Di tanto in tanto verrà sguainata, sollevata a livello degli occhi, pulita, indi rinfoderata. Se un samurai sguaina di continuo, e brandisce, la sua spada, la gente lo giudicherà inavvicinabile, e lui non avrà amici. D’altro canto, se la spada non venisse mai estratta, arrugginirebbe, la lama si farebbe ottusa, e la gente piglierebbe alla leggiera il samurai.”

Prendi le cose come vengono.

Chiunque, a volte, può fallire in qualcosa di importante per eccesso di impazienza. Se invece si pensa che tempo ce n’è, in abbondanza, è capace che i desideri si realizzino più rapidamente. Diciamo, semplicemente, che il tuo tempo verrà.

Pensa, per un momento, a come staranno le cose di qui a quindici anni. Tutto forse sarà cangiato. C’è chi scrive le cosidette “cronache del futuro”, ma costoro non sembrano predire mai niente di tanto diverso dal dì d’oggi. Delle valenti persone in servizio adesso, fra dieci anni forse non ne sarà rimasta neppur una. Probabilmente appena una metà dei giovani d’oggi saranno ancora vivi.

Il mondo peggiora gradualmente. Quando l’oro si esaurisce, l’argento diventa prezioso; finito l’argento, si fa tesoro di rame. Col passare del tempo, le capacità umane decrescono, quindi, se uno realmente s’impegna e si sforza, di qui a quindici anni potrà diventare un valente samurai. Epperò quindici anni trascorrono veloci come un sogno, quindi, solo se avrai buona cura della tua salute riuscirai, prima o poi, a realizzare il tuo sommo desiderio e servir bene il tuo daimyo. In un’epoca di grandi uomini è arduo farsi un nome. Quando il mondo va in malora è relativamente facile eccellere.

Rispettare la saggezza dell’età.

Si devono sempre ascoltare con gratitudine e riverenza le parole di un uomo d’annosa esperienza, anche qualora egli dica qualcosa che noi già sappiamo. Accade talvolta che, dopo aver udito la stessa cosa dieci o venti volte, uno giunga d’un tratto a una profonda, intuitiva comprensione. Una tal rivelazione ha ben più, in sé, del significato consueto.

Si tende a trattar i vecchi con condiscendenza e a non prendere i loro discorsi sul serio, ma bisogna però rendersi conto che essi hanno il vantaggio di una lunga esperienza.

Mai fallire a metà.

Non serve a nulla, un fallimento, se non si fallisce in modo estremo ed assoluto, senza scampo, e non si conoscono le più gravi avversità. Un uomo che sia fidato ma inflessibile non è, neanche lui, di grande utilità.monaci e vegliardi, legger letteratura di tal sorta, ma colui che aspira, invece, ad essere un samurai, e battersi per il suo avanzamento nel mondo, costui deve servire il suo signore fedelmente ed egregiamente, a costo di affrontare l’inferno stesso.

Hagakure – libro III
I sacerdoti SaigyO e Kenkò erano codardi.

Come dico nelle mie umili riflessioni [manuale di comportamento per samurai, scritto per il genero Gonnojô] il fine supremo del samurai è quello di entrar a far parte del governo del feudo, e divenir consigliere del daimyo, onde esprimere in tal sede i suoi pareri. Se uno si rendesse semplicemente conto di questo, non conterebbe nulla quel che costui facesse o pensasse di altro, ma, fatto sta, quasi nessuno se ne rende conto. Ben pochi sono infatti coloro la cui cognizione di causa sia giunta a tal punto. Alcuni, bramando solo di avanzar se stessi, riperdono in adulazioni e lusinghe, ma, in realtà, costoro hanno ambizioni men alte che assurgere al rango di statista. Alcuni, un po’ più astuti, non trovano esservi nulla da guadagnare, diventando un buon samurai, e quindi passan piuttosto il tempo a godersi gli Elogi della pigrizia di Kenkò, o le poesie di Saigyô. Secondo me, invece, Kenkô e Saigyô non sono che degli imbelli, dei codardi e null’altro. Fu perché non riuscirono a compiere i doveri del samurai, ch’essi presero a darsi arie da dotti sacerdoti, in ritiro dal secolo.

Sì, ammetto che ancor oggi si convenga, aNon lasciarti mai trascinare.

Ho udito una volta Naoshige dire: “Sul momento, ci si può divertire immensamente, fra gente allegra e spensierata, ma, poi dopo, vi son sempre delle cose che uno si pente di aver dette o fatte.”

A volte è opportuno non far caso alle mancanze dei sottoposti.

Una volta, mentre il principe Katsushige era a caccia, in un luogo chiamato Shiroishi, egli colpì un enorme cinghiale. Tutti quanti gli si raccolsero d’intorno, per complimentarsi con lui, quand’ecco che, d’un tratto, il cinghiale si rialza e si avventa. Le persone accorse a vedere, prese da sgomento, scapparono da tutte le parti. A questo punto, Matabei Nabeshima scoccò fulmineo un dardo e colpì la belva. Ma il principe Katsushige si coperse la faccia con la manica, esclamando: “L’aria è piena di polvere.” Egli evidentemente fece questo per non vedere l’imbarazzo dei presenti.

La vera vittoria.

Un uomo a nome Naritomi una volta fece la seguente osservazione: “La vera vittoria consiste nello sconfiggere i propri alleati. Prevalere sugli alleati significa riportar vittoria su se stessi: soggiogare il corpo mediante lo spirito.” Un samurai deve, quotidianamente, coltivare e corpo e spirito affinché, fra decine di migliaia d’alleati, nessuno possa toccarlo; altrimenti, egli non sarebbe capace di sconfiggere il nemico.

Prendere i còmpiti umili più sul serio che mai.

Orihe Ikuno racconta il seguente episodio: “Una volta, quando il Maestro Jôchô era giovane, durante una serata al castello, Shògen Nasano, suo parente, gli disse: Dimmi con parole tue cos’intendi per servizio samurai.

E Jôchô rispose: Poiché siamo buoni amici ti dirò liberamente ciò che penso. Sono affatto ignorante, ma a me sembra che chiunque sia in grado di svolgere validamente il suo dovere di servizio allorché gli vengono affidate mansioni interessanti, per quanto ardue; invece, quando il còmpito è noioso o degradante, può andar via la buona voglia. Così non va, è uno spreco. Il senso del dovere significa più che altro, per un samurai, che, qualora gli venga ordinato di attingere acqua e cuocere il riso per un suo pari in più gravi faccende impegnato, egli non solo non prenda la cosa in malaparte ma eseguisca, invece, tale umile lavoro con grande energia e devozione. Tu sei ancora giovane, e piuttosto precoce, quindi spero che tu abbia a far tesoro di quanto ti sto dicendo.”

L’arguzia può condurre all’arroganza.

Quanto segue riguarda la carriera di Ichiemon Kunô. Questi si era rivelato un samurai eccezionalmente bravo, quindi il principe Katsushige intendeva, da tempo, promuoverlo. Senonché esitava, per il fatto che suo cognato Mondo (Shigezato Nabeshima) non era in buoni rapporti con Ichiemon. Tuttavia, udendo che un giorno Katsushige stava andando a far visita a Ichiemon, Mondo disse al cognato: “Ichiemon è un degno seguace. Perché non cogli l’occasione e lo promuovi?” Katsushige fu lieto di dargli retta, e s’affrettò a promuovere Ichiemon ufficialmente, indi soggiunse: “Mi dà sollievo che Mondo abbia cangiato opinione su te. Faresti bene ad andare a ringraziarlo.” Con gioia Ichiemon si recò subito alla magione di Mondo e, reverente, gli espresse la propria sincera gratitudine, per aver egli interceduto in suo favore, e colse l’occasione per ringraziarlo del dono di trecento coperte da lui fatto a Katsushige, in occasione della visita di quest’ultimo a Ichiemon. Al che Mondo gli rispose: “Raccomandai che ti si promuovesse perché tu sei un diligente e fedele seguace. E, siccome il daimyo si accingeva ad un viaggio, gli prestai le trecento coperte. Però si tratta di due cose ben distinte. Non ricordo di aver mai sanato i dissapori fra me e te. Ti prego di lasciare questa casa, immantinente, e non più oscurarne la soglia. Quelle coperte debbon essere restituite.” Ciò detto, mandò subito qualcuno a ripigliarle.

In seguito, quando fu in punto di morte, Mondo mandò a chiamare Ichiemon e gli disse: “A dir la verità, tu sei estremamente sveglio e arguto, però sei troppo sicuro di te, e a me sembra che tu sia arrogante. Ecco perché, per tutta la mia vita, ho litigato con te e cercato di trattenerti. Dopo la mia morte, non ci sarà più alcuno a tenerti a freno, quindi, ti prego, cerca almeno di essere un po’ più umile.” Si racconta che Ichiemon si commosse fino alle lacrime.

Come evitare il nervosismo.

Quando devi recarti in missione importante, prima di partire, umettati di saliva i lobi delle orecchie, respira profondamente, e rompi qualcosa a portata di mano. Questo è un metodo segreto. Inoltre, quando hai vampate di sangue alla testa, se ti bagni le orecchie di saliva ti sentirai subito meglio.

Come comportarsi in tribunale.

Durante un dibattito in tribunale, è sempre consigliabile che tu dica: “Quando avrò esaminato la quistione fino in fondo, darò una risposta formale.” Anche dopo aver dato una risposta all’impronta, è opportuno soggiungere: “Mi si lasci pensarci su ancora”. In tal modo, non ti precludi una ritrattazione se, a ragion veduta, ti accorgerai di esserti sbagliato. Poi, dovresti consultarti liberamente con questa e con quella persona, senza badare a status e saggezza. Un saggio ti darà consigli utili ma, se parlerai della cosa anche con gente non istruita, la voce si spargerà, e ciò gioverà alla fin fine alla tua causa. Inoltre, se ne fai discorso anche con i tuoi servi, illustra loro come stan le cose (“La parte avversa sostiene questo e quest’altro, io intendo controbattere così e così”) perché ciò ti darà modo di ripassare la tua versione, e quando verrà il momento, sarai in grado, davanti al giudice, di perorare in modo abile e scorrevole, risultando vieppiù convincente. Invece, se porterai maldestramente i tuoi argomenti, sulla base soltanto delle tue opinioni, rischierai di perdere la causa, anche se ti trovi dalla parte della ragione. Qualora tu non abbia nessuno, versato e istruito, con cui consultarti, a portata di mano, esponi le tue ragioni a tua moglie, ai tuoi figli: essi hanno una loro forma di saggezza, dopotutto. Josui Mura dice che, in tal frangente, occorre la saggezza dell’età, Quando ci son delle rimostranze da fare, è meglio farle immediatamente. In seguito, potrebbero zoppicare o sembrar delle scuse. Inoltre, a intervalli, batti e ribatti sui tuoi argomenti, come una gallina che razzola. Facendo conoscere le tue ragioni agli avversari, rendi loro un favore, insegnandogli varie cose, e la tua vittoria sarà ancor più splendida. Questo è il modo più ragionevole per condurre una lite.

Torna a tuo svantaggio sembrar troppo abile.

Per splendide che siano le sue imprese, un samurai che appaia già a prima vista capace e saggio verrà poi sempre preso per scontato. Allorché il suo rendimento sarà pari a quello altrui, la gente lo troverà carente. Invece, quando uno che sembra tranquillo e svogliato compie qualcosa appena appena fuor dall’ordinario, verrà lodato oltre misura.

Meglio il silenzio.

Quanto a parlare, la condotta migliore è restar zitto. Perlomeno, se pensi di farcela senza parlare, non profferire parola. Quel che s’ha da dire, va detto nel modo più succinto, logico e chiaro possibile. Un sorprendente numero di persone si rendon ridicole parlando a vanvera, e sono guardate dall’alto in basso.

Comincia la tua giornata morendo.

L’assoluta fedeltà alla morte va esercitata ogni giorno. Per assuefarti, comincia ogni tua giornata meditando con calma sulla fine, e raffigùrati i varii modi in cui potresti morire: per un fendente di spada, trafitto da una freccia, o da una lancia, o da un proiettile, o inghiottito dal mare, o divorato dalle fiamme, o incenerito da un fulmine, o sfracellato cadendo da una rupe, o sotto il terremoto, oppure consunto da un morbo o di schianto… Insomma., comincia la tua giornata morendo. Come ebbe a dire un vegliardo: “Quando

esci di casa, tu entri nel regno dei morti; varcando il tuo cancello, vai incontro al nemico.” Con ciò non ti si invita alla prudenza, bensì alla risolutezza di morire.

Prerequisito per il vero successo.

Quando uno si eleva rapidamente nel mondo, e il suo salario è alto, molti gli diventano nemici, e il suo precoce successo risulta, sulla lunga distanza, inconcludente. Quando, invece, uno impiega parecchio a farsi un nome, molta gente si schiera dalla sua, e lui può contare su miglior sorte in futuro. In ultima analisi, conta poco se il ‘successo giunge tosto oppure tardi; non occorre darsene cruccio, purché il metodo sia a tutti ben accetto. La buona fortuna ottenuta con il consenso e l’incoraggiamento di tutti è, infatti, genuina buona sorte.

Nelle grandi imprese, le piccole pecche non contano.

Quando intraprendi una grande impresa, non darti pensiero di secondarie mancanze o ammende. Se un samurai è assolutamente leale nella devozione al suo principe, se è valoroso e generoso nel complesso, non è cosa grave se anche si comporti, di tanto in tanto, da egoista o da birbante. Anzi, è piuttosto inopportuno che ogni cosa sia in ordine perfetto, poiché c’è il rischio di perder di vista l’essenziale. Un uomo che compie grandi imprese, deve pur avere i suoi difetti. Che conta un minuscolo errore, da parte di un uomo di grandissimo onore e integrità?

Non è affatto difficile governare il Paese, o il mondo, in tempo di pace e prosperità.

Si è inclini a pensare che il retto governo del Paese e del mondo sia un compito estremamente arduo, cui la maggior parte degli uomini è ineguale. Ma, se volete saper la verità, coloro che detengono il potere centrale, come pure i governanti e i consiglieri del nostro feudo, svolgono mansioni che non comportano alcuna special abilità o saggezza al di fuori di quelle virtù delle quali son venuto parlandovi, qui, in questa mia capanna di frasche. Infatti, si può governare brillantemente il Paese in armonia con quei principî che vi ho insegnati.

In ultima analisi, c’è qualcosa nelle persone al potere che mi inquieta vagamente. Ciò, perché, ignoranti delle tradizioni del nostro feudo, incapaci di distinguere fra ragione e torto, fra giusto e sbagliato, essi possono solo far affidamento della saggezza e delle capacità loro innate. Si son fatti, costoro, troppo sicuri di sé ed egoisti, per il fatto che tutti temono la loro autorità, ed ognuno li adula e li lusinga, si prostra ai loro piedi, dicendo: “Sì, signore, no, signore, assolutamente, signore, sì, sono d’accordo con te.”

LA VIA DEL SAMURAIultima modifica: 2017-03-02T19:12:03+00:00da mikeplato
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