IL TEMPIO-UOMO

di Mike Plato

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Il Tempio dell’Uomo rappresenta un’opera monumentale sia per la sua gnosi e la sua sapienza iniziatica intrinseche, legate soprattutto al simbolismo, che per il notevole contributo che René Schwaller de Lubicz ha offerto alla comprensione dell’Egitto iniziatico faraonico, insieme – è giusto rimarcarlo – alla moglie Isha. Uno studio che ha aperto la strada ad una serie di ricerche alternative sull’Egitto, talvolta illuminate talvolta molto meno, ma che tutte devono a quel testo fondamentale che ha tracciato indiscutibilmente una nuova via. Cercheremo di analizzare quel testo non prima di aver propedeuticamente compreso meglio la figura “iniziatica” di Schwaller e il suo retroterra, che affonda nel milieu occultistico francese del primo XX secolo. In assenza di queste necessarie premesse sarebbe impossibile comprendere il successivo pensiero di de Lubicz maturato in terra d’Egitto.

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               Renè, Isha e Milosz

I Fratelli di Elia

Inizialmente Schwaller approccia l’esoterismo avvicinandosi alla Tradizione Pitagorica pura, che vede nei numeri l’espressione di qualità. Questa formazione pitagorica sarà evidente ne Il Tempio dell’Uomo che andremo a contemplare, e sarà un motivo che accompagnerà l’intera parabolafilosofico-iniziatica di Schwaller. Tra il 1916 e il 1916 aderisce alla Teosofica della Blawatsky. Rimarrà sempre grato ai Teosofi per la formazione orientale ricevuta. Nel 1919, Schwaller, con il nome iniziatico di Aor, entra nel convento iniziatico noto come Frères de l’Ordre Mystique de la Résurrection o Frères d’Elie, inteso come circolo iniziatico interno del gruppo dei Veilleurs (Vigilanti). È composto di 12 membri, che prendono un nome mistico e portano una veste rituale di diverso colore, a seconda del loro segno zodiacale. L’esoterismo dei Veilleurs è di natura ermetico-cabalistica e alchemica. L’Alchimia dei Fratelli è sia puramente spirituale che di laboratorio. Schwaller redigerà le linee direttrici dei Veilleurs in un opuscolo ad uso interno, dal titolo Necessitè. La Necessità è una legge universale che l’universo impone per il compimento ciclico dell’umanità e della storia. La società moderna cerca di eludere tale legge, precludendosi la via della verità. Essa si fonda sull’utilitarismo e quindi sulla menzogna. La Necessità è il fondamento dell’Ordine di Elia, che esiste al di là della ragione. Il gruppo si scioglierà l’anno successivo, poichè Schwaller era molto più ermetista e pagano che cristiano, rispetto agli altri fratelli; e forse anche a causa della ripulsa dei “cristiani” del fondatore Milosz per le pratiche magiche e teurgiche sempre più frequenti fra i “pagani” di Schwaller. De Lubicz è attratto dalla teurgia di Martinez de Pasqually, antico fondatore degli Eletti Cohen, ergo compie cerimonie di evocazione di spiriti superiori. Pare che, tuttavia, l’oggetto reale del contendere siano le pratiche iniziatiche a sfondo sessuale di un gruppo dei Veilleurs, aborrite dal Milosz che aveva una concezione del sesso decisamente più mistica e spiritualizzata, quasi da Santo Graal.

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Schwaller e il sesso come motore dell’iniziazione

Una prova di ciò risiederebbe nella produzione schwalleriana della successiva esperienza di Suhalia, in particolare nell’Appel du Feu del 1926, in cui de Lubicz dichiara che «la questione sessuale è la chiave di tutta la vera storia dell’umanità ed è la chiave di ogni problema sociale. Essa regge le razze, le nazioni e gli individui… L’uomo e la donna portano con sé organi sessuali di cui ignorano ancora i segreti… Una coppia è qualcosa di perfetto». Non si tratta certo di una prova, ma di un indizio circa la focalizzazione “tantrica” di de Lubicz. Schwaller è focalizzato sull’alchimia trasmutativa, che lui definisce nell’Adamo Uomo Rosso “opera di trasmutazione delle sostanze” e “scienza della Genesi”, certamente pregno di conoscenze di Cabala, la quale si fonda sul Ma’ase Bereshit (Opera della Genesi) e Ma’ase Merkavah (Opera del Carrro), l’intero iter di trasmutazione dell’uomo carnale decaduto che deve risorgere in uomo di luce. Ella si chiama Grande Opera o Arte Regale perchè non esiste Arte o Lavoro più importante di questa. Schwaller sa che la Chiesa ha smarrito le chiavi trasmutative e forse non le ha mai possedute. Solo gli esoterismi custodivano le chiavi, e nel caso della religione cristiana certamente la Rosacroce deteneva i codici. A Schwaller non piaceva la parola Alchimia, la riteneva volgare. Egli la definiva piuttosto “scienza di Chem”, il secondo figlio di Noè, l’origine della sacra scienza d’Egitto. Era convinto che Chem l’avesse ricevuta come premio per l’amore che le donne terrestri avevano donato ai figli degli Dei. Ora, la scienza trasmutativa Chemita di Schwaller gira intorno alla magia sexualis. In “Adamo” scrive che il problema sessuale è la base di questa scienza perchè nell’uomo è impressa ogni funzione dell’Universo, e perchè nell’umanità divisa in sessi si trova l’immagine più perfetta dei princìpi dell’Unità e della Dualità. Questa spinta ancestrale è divenuta nella Chiesa una mistica erotIca, mentre la Rosacroce vi vedeva un un’erotica mistica. Da iniziato attivo, Schwaller non vedeva di buon occhio la mistica passiva pura, l’ascesi che tutto cerca sempre di comprimere. Per lui, la scienza iniziatica era comprendere la danza magnetica del duale, quella che rivela il misteo soggiacente all’interazione delle due polarità maschile-femminile, non limitato al maschio-femmina umani. La bipolarità è solo la decadenza di un principio unitario. La sacra scienza deve studiare il modo di complementare il maschile-femminile per tornare all’Unità (Parola) perduta. La repressione del gioco bipolare da parte della Chiesa, il suo essere orientato solo sul maschile, nell’illusione di sentirsi essa il femminile di Dio, ha generato le più aberranti deviazioni sessuali. Ma Schwaller si sentiva consapevole che la stessa forza che, repressa brutalmente, porta allo svilimento e alla criminalità sessuale, è la stessa che può condurre l’iniziato a reintegrare il proprio essere eterno unitario e androgino (equilibrio polare). Secondo Schwaller, come ben descritto nell’ “Adam”, la Mistica è ben diversa dalla forzata continenza della Chiesa. Il mistico, e non il prete, può con la sua totale abnegazione e passività, raggiungere un tale punto critico che superato lo fa scolorire e morire misticamente nell’Assoluto, santificandosi. Ma il rischio dell’aberrazione da contenimento esiste, e il mistico ne è consapevole. Questa è la Mistica Erotica, l’ascesi dei santi. Ma Schwaller promuove l’Erotica Mistica, l’ascesi dei saggi. È mistica perchè vuol fondersi con l’Assoluto, ovvero con l’Eternità, ma è erotica perchè non si nega all’energia primordiale Il rapporto tra i due poli deve edificarsi fondandosi sulla reciproca coscienza iniziatica del potere evolutivo dell’erotismo che è anelito all’unione, la spinta che i due poli avvertono per unirsi in mistico connubio. La vera morale non può condurre alla soppressione dell’erotismo ma a comprenderne Il mistero. Schwaller scrive: «un vizio può essere decadenza quando domina; causa di follia quando lo si soffoca; fonte di vita e evoluzione se lo si orienta, canalizza e si domina». Se l’erotismo è libero, può condurre sia alla distruzione (dissipazione indiscriminata dell’energia, come il Tao insegna) sia all’evoluzione più alta che consegue alla trasmutazione. Ecco perchè deve diventare mistico. Mistica è l’evoluzione della pulsione o istinto sessuale in passione umana, e mistica è l’evoluzione della passione in amore spirituale. La sensualità e l’ascetismo non sono opposti irriducibili, ma complementari, se la coscienza li mette insieme per un divino fine comune. Ma l’erotismo mistico di Schwaller è molto particolare, poichè si fonda sull’Intensità, sulla tensione spasmodica del desiderio, su una fase di contrazione che segue ad una di espansione, su un trattenersi a tempo indefinito che sfocia poi nella liberazione. Molto probabile che Schwaller abbia conosciuto e ammirato la cabala luriana, il cui quid essenziale è la descrizione dell’atto creativo dell’En Sof (l’Altissimo) che prima di espandersi (creare) si contrae in se stesso (tzim tzum). Nell’iter iniziatico, la contrazione equivale al piegarsi o chiudersi in se stessi, al Visita Interiora Terrae degli alchimisti, alla nigredo, all’entrare in sè per comprendere la propria anima che non coincide con la persona nel modo più assoluto. Schwaller ritiene che il desiderio sessuale non debba essere soppresso, ma debba saper digiunare. Non quindi soddisfazione del desiderio non appena sorge. Il ritmo non deve essere “desiderio breve e breve soddisfazione”, ma desiderio continuo e continua insoddisfazione. Non è il digiunare che è triste ma lo è esser sazio. Non è il bere, qui, che importa, ma l’aver sete. Ed ecco la nuova alternanza solve et coagula o contrazione-espazione di Schwaller: molta sete e poca ebbrezza, ebbrezza della sete e non della sua soddisfazione. Giuliano Kremmerz avrebbe detto: espansione indefinita dello stato di Mag. Questo è il vero sesso magico di De Lubicz, la santa erotica che si fonda sul dominio del desiderio, e non sua sulla soddisfazione incontrollata o sulla sua soppressione.

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Il monastero-laboratorio di Suhalia

Nel 1924, risentendo dell’influenza di Rudolf Steiner, Schwaller fonda a St. Moritz in Svizzera, la “Stazione Scientifica Suhalia” (Terra d’Elia), ispirata al Goetheanum del fondatore dell’Antroposofia. Con lui, un manipolo di ex Villeurs, con i quali de Lubicz cerca di creare un centro decisamente più esoterico rispetto a quello dei vecchi fratelli, quasi un monastero iniziatico. Dedicata alla pratica dell’artigianato, allo studio della meccanica, alla ricerca scientifica, all’omeopatia, Suhalia ospita artisti ed intellettuali rinomati, per poi chiudere con la crisi del ’29. Nel Suhalia, De Lubicz sviluppa in sè, assieme anche alla sua compagna Isha, una profonda capacità di comunione con il mondo vegetale, occupandosi di spagiria verde. Riesce ad avere una comunicazione sensibilissima con le vibrazioni vitali. Riunendo l’infinitamente grande all’infinitamente piccolo (studi su influenze astronomiche e microfotografia di cellule viventi) riescono ad estrarre le quintessenze delle piante senza far uso di alcool,ottenendo tinture vegetali, che superano i preparati omeopatici. Sostiene sempre che il Gran Libro della Natura è accessibile agli uomini, che si rendono degni della conoscenza. Questo Libro deve essere scoperto. La forma è sempre visibile, ma il senso vitale riposto è afferrabile solo per chi lavora su di sé. Così per i Monumenti Egizi, che si presentano come “Libri della Natura e della Vita”.

L’arrivo in Egitto

Nel 1936, De Lubicz arriva in Egitto e forma un gruppo di lavoro detto “Gruppo di Luxor”. Le sue osservazioni e i suoi studi confluiranno nell’opera “Il Tempio dell’Uomo”, nella quale egli, più in generale, evidenzia l’influenza del sacro nell’architettura egizia, pensando di aver riscoperto un sistema di pensiero simbolico elaborato nei secoli dal potente clero egizio. Rimarrà in Egitto fino al 1952. Il grosso del suo lavoro di 17 anni finirà distrutto a causa delle sommosse del 1952, e tutti i suoi libri pubblicati dalla Stamperia Schindler (Eastern Press) andranno quasi completamente distrutti. Ci rimangono di lui solo l’opera citata, La Scienza sacra dei Faraoni, La Teocrazia Faraonica, Il Tempio di Karnak e Simbolo e Simbolica. Adamo l’Uomo Rosso appartiene alla precedente fase di Suhalia.

I prodromi della concezione teocratica-faraonica sacra di Schwaller

Non può comprendersi il pensiero “egiziano” e teocratico di Schwaller se non si comprende quale fosse il suo ideale di governo prima che esso maturasse nelle lunghe e intense contemplazioni egiziane. In primo luogo occorre dire che Schwaller non era un anti-cristiano ma un anti Cattolico. La posizione di Schwaller sul cristianesimo è di impianto gnostico esoterico, e severa verso I misfatti della Chiesa circa lo svuotamento della dottrina cristiana primitiva. Schwaller rifiutava il dogma dell’incarnazione e affermava che Cristo è il nucleo divino nell’anima. E’ indifferente chiamarlo anche Horus. Sono solo nomi diversi per un solo principio. Egli non può definirsi nè cristocentrico nè pagano. Per lui il Cristo è una funzione cosmica, un principio astratto ma al contempo molto concreto che ha a che fare con l’uomo Gesù, che lo realizza, ma non certo con tutto quello che ne è seguito. Tuttavia questo principio è anche sinonimo di regalità, una regalità che non può fare a meno di una gerarchia. L’ordine della mente di Dio, in Schwaller, è opportunamente gerarchico. In tal senso egli non può accettare la democrazia, come forma di pseudo-potere dal basso; non può accettare una monarchia non sacra; non può neanche accettare una dittatura, poichè il dittatore non assume il comando per diritto e benevolenza divina, ma con la forza. L’unica forma accettabile di governo è quella di un monarca benedetto dallo Spirito cristico o horiano, sotto il quale sia organizzata una gerarchia. La terra deve essere ad imitazione della gerarchie celeste guidata da Dio. Nella visione di Schwaller, la società utopica deve essere una grande sfera gerarchica in cui ogni componente deve imitare la gerarchia della grande Unità. Più I singoli raggruppamenti sono vasti, più il Leader deve divenire impersonale e possedere qualità morali e di conoscenza universale. In una parola, illuminato, al modo dei filosofi che devono reggere le sorti della Repubblica ideale di Platone. Il Capo di Famiglia è il Padre. Il capo di corporazione delle famigli è il Gran Maestro. Il capo della Provincia è il Gerarca. Il capo della Nazione è il Gerarca Nazionale. L’intero programma utopico di Schwaller è contenuto nell’abbozzo di costituzione sovranazionale che egli rende noto nel 1927. È scontato che Schwaller troverà nella Teocrazia Faraonica il massimo esempio storico possibile di monarchia gerarchica benedetta dall’Alto. D’altronde la Teocrazia faraonica ha dimostrato di reggere ai millenni, cosa non verificatisi altrove in alcun tempo. Essa è decaduta evidentemente perchè non più conforme a certi divini principi e non più benedetta dall’Alto. Lo stesso destino della monarchia davidica che di fatto cessa con l’oltraggio a Gesù il Nazareno, Re secondo stirpe davidica della tribù di Giuda.

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L’influenza di Isha

 Ciò che molti ignorano è che Isha (nome iniziatico di Jeanne Germaine), la moglie, ebbe un grande ascendente sul compagno. Mentre si riposava all’ombra di un mastaba, Isha, che aveva studiato per sei anni i geroglifici e l’egittologia classica, ricevette la rivelazione dell’interpretazione non semplicemente fonetica, ma simbolica dei geroglifici. Tale rivelazione giunse in due fasi, in due giorni di Natale a distanza di un anno. Lei vi si riferiva come a “Le Plan des Anciens”. Questo piano, mappa, schema o modello offriva, fra le altre cose, la possibilità di collocare un certo numero di geroglifici in un ordine che avesse senso, creando così un alfabeto naturale. Alla luce di questa scoperta, Isha poté tradurre testi incomprensibili per gli egittologi classici. Isha accompagna il marito all’interno delle strutture templari egizie ed egli scopre il complesso dei templi essere un compendio in cui ogni tempio racconta una parte peculiare dell’Arcana Sapienza. Ogni tempio, ogni disposizione, ogni scelta dei materiali, ogni piano costruttivo mai è una replica dei precedenti voleri faraonici bensì un capitolo a sé stante. Aor, Isha e la figlia di lei, Lucie, che ricopiava magistralmente bassorilievi ed epigrafi, studiarono in dettaglio per anni il tempio di Luxor e tutti i maggiori luoghi sacri di Al Kemi, l’Egitto faraonico. Isha, da parte sua, dopo aver scritto una Contribution à l’Egyptologie (1950), preferirà dedicarsi – suscitando una notevole diffidenza nel compagno – alla composizione di due romanzi iniziatici ambientati nell’antico Egitto: Her-Bak Cecio 1950) e Her-Bak Discepolo 1951), storia di un piccolo contadino egizio, detto Cecio, che viene scelto dai sacerdoti ed iniziato ai misteri del Tempio. Questi saggi romanzati sono la summa delle scoperte e delle intuizioni in terra d’Egitto da parte tanto di Isha che di Renè. In seguito scriverà anche L’Apertura del Cammino (1957) e La Luce del Cammino (1960), altri saggi in forma romanzata che non riguardano direttamente l’Egitto. La capacità di penetrazione del simbolo da parte di Isha è molto elevata. Ciò le permette di intuire molti meccanismi iniziatici interiori, ovvero quelli che organizzano il rapporto fra la personalità transeunte e quella eterna (animica e spirituale). Isha si addentra meravigliosamente nei Neter egizi, che ella considera archetipi o volti dell’Unico. Spiega con scrupolo il senso segreto del Kheper (scarabeo stercoraro), la distinzione tra natura inferiore (Osiride-Seth) e natura superiore (Horus) e le loro vie, le forze cosmiche attive nell’uomo,il rapporto fra Fatalità astrale rigida e Grazia (Provvidenza). Il tema simbolico-archetipico della calotta cranica sarà un cavallo di battaglia anche del marito, come vedremo nell’analisi della sua opera. L’enorme mole del suo lavoro conseguente agli studi in Egitto confluì successivamente nelle opere del marito e fratello iniziatico.

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L’ondata di Egittomania

L’egizianismo, come movimento teso a recuperare la sacra scienza degli Egizi nel mondo occidentale, parte nel 1460 dalla Corte dei Medici, allorchè Marsilio Ficino viene incaricato di tradurre il Corpo Ermetico. Da lì inizia la cd. Egittomania che percorre il ‘500, il ‘600 e soprattutto il ‘700 (in particolare la scuola egizia massonica napoletana detta Scala di Napoli di Raimondo di Sangro). La massoneria egizia ed esoterica, (rito di Misraim) verrà avversata e sconfessata dalla Massoneria ortodossa. In realtà, l’egizianismo soffre per lungo tempo dell’incapacità di leggere i geroglifici. I tentativi di Athanasius Kircher non sono in realtà all’altezza. Manca la chiave di decodificazione che arriverà con la scoperta e decifrazione della celebre Stele di Rosetta da parte di Champollion. Ciò consentirà di tradurre con la dovuta precisione testi sacri egizi come il Per em Ra (Libro dell’Uscita alla Luce o Libro dei Morti), i Testi delle Piramidi, i Testi dei Sarcofagi, e di penetrare meglio non solo la religione egizia ma anche le sue iniziazioni sacre. In effetti, l’egizianismo non si rifà all’Egitto dei Faraoni, di cui nulla si conosce, ma al tardo Egitto alessandrino ed ermetico. Forse i primi che per davvero esplorano il sacro sapere dell’Egitto dei faraoni sono i coniugi Renè e Isha (Marie Charlotte Jeanne Germain) Schwaller de Lubicz. L’opera dell’alsaziano Schwaller, alchimista ed esoterista, nonchè egittologo con tutti i crismi, è obiettivamente piuttosto complessa, peraltro avversata dagli egittologi ortodossi che sempre pretendono di avere il monopolio “esegetico” su tutto ciò che è egizio, e di imporre un dogma, troppo spesso di comodo e di facciata, onde evitare di porsi domande che pretendano risposte che vanno molto oltre la versione dell’establishment. Il cui obiettivo è sempre il mantenimento ferreo dello status quo, con tutti i privilegi per i suoi implacabili ministri ufficiali.

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Alexandre Varille

Il perno della bilancia del gruppo di studi degli anni di Luxor è certamente l’egittologo Alexandre Varille, cui è delegata l’esposizione in termini accademici delle scoperte e dei risultati degli studi del gruppo. Per seguire il gruppo eretico, Varille sacrifica di fatto una brillante carriera accademica. Nel 1946, pubblica Dissertation sur une stele pharaonique, con prefazione di Schwaller e un commentario sull’interpretazione dei geroglifici di Isha. Il solo commentario di Isha suona come attacco all’ortodossa e ufficiale interpretazione dei geroglifici, poichè esalta l’espressione figurativa e le molteplici dimensioni simboliche del geroglifico: «I geroglifici non sono in realtà delle metafore. Essi esprimono direttamente ciò che vogliono dire, ma il senso resta tanto profondo, tanto complesso quanto lo potrebbe essere l’insegnamento di un oggetto se lo si concepisse con tutti i sensi che vi si possono ricollegare. Ma designando l’oggetto o il simbolo con una parola, li ingabbiamo e li congeliamo, limitandone lo spettro del senso». Qui, il gruppo consacra la potenza del simbolo e la sua supremazia sulla parola, sostenendo che l’Egitto faraonico fosse la civiltà del simbolo e non della parola. Varille non teme di firmare un libro con due dilettanti e anzi, analizzando la stele D52 del Museo d’Arte e di Storia di Ginevra, sposa in pieno la linea “simbolica” del gruppo: «gli Egizi avevano un fine nel mettere a punto tutto un intero sistema di interpretazione dei testi. Munito delle chiavi, l’interprete poteva facilmente smarrirsi nell’interpretazione di un testo. Solo l’iniziazione individuale consentiva di accedere al cuore della dottrina. Non dimentichiamo a tal riguardo i termini con cui gli scribi faraonici ci hanno parlato dei loro saggi nel Papiro Chester Beatty IV, Verso 3.10): “essi hanno nascosto la loro alta scienza agli uomini della terra, ma l’hanno formulata per iscritto nel loro insegnamento”». L’idea di Varille, coerente con quelle del gruppo, è che l’Egitto può essere un mestiere di scavatori e depredatori di tombe, oppure la più meravigliosa fonte del sapere di un mondo che fu e di un mondo che verrà. L’Egitto merita di essere disvelato non con la mentalità odierna e con un metodo egittologico ortodosso, ma sforzandosi di entrare nella mentalità iniziatica di quel popolo. Un po’ come la stessa Bibbia merita di essere svelata non attraverso la mentalità secolare che ci vuol vedere persino alieni e astronavi, ma immedesimandosi nella mentalità e nell’ispirazione di chi la scrisse. Tanto più che il Pentateuco fu scritto da quel Mosè che era stato istruito in tutta la sapienza egiziana di 3500 anni orsono (Atti 7:22). La mentalità egizia è descritta proprio da Schwaller: «il popolo faraonico non crede che all’Anima… Il resto, tutta la Natura, non è che simbolo, vale a dire le fasi della caduta e della liberazione. Attraverso la Natura, Dio rivela le sue qualità (Neter). Queste qualità sono i simboli naturali. Di conseguenza, il simbolo vivente della Natura è divino. Esso è rispettato sempre e comunque, anche quando è destinato a non esser mai visto». Secondo Schwaller, l’Egitto faraonico non si preoccupa dell’estetica ma della verità attraverso il suo simbolismo. Nell’Architettura c’è il fine simbolico, l’intento magico e tutto il resto vi si adatta magicamente, ivi compreso il Numero e la sua Armonia. Di per sè, la Dissertation di Varille può rimanere un fatto isolato e ignorato dall’egittologia ufficiale. Ma il successivo Quelques Caratteristiques du Temple Pharaonique espone in modo organico la dottrina del Tempio vivente e dell’Antropocosmo, base delle successive speculazioni di Schwaller. Maurice de Gandillac definirà questo piccolo saggio: «la migliore introduzione alla dottrina dell’Antropocosmo». Inevitabilmente Quelques attira gli strali degli egittologi ortodossi, la cui visione è totalmente disattesa. D’altronde è proprio con l’attacco degli egittologi che si inizia a fare un gran chiasso sulle teorie di de Lubicz, le quali iniziano ad avere sempre più sostenitori, ma anche sempre più critiche. Col tempo, le teorie simboliste del Gruppo di Luxor non sono più considerate eccentriche stravaganze, ma una realtà esegetica da prendere molto sul serio. Varille si fa portavoce della filosofia esoterica del Gruppo e fa un’affermazione che sarà poi non solo sviluppata da Schwaller a suo modo, ma costituirà il credo dell’egittologia cd. eretica, che può dirsi debutti con i saggi Impronte degli Dei di Graham Hancock (1995), Il Mistero di Orione di Robert Bauval e Custode della Genesi di entrambi; filone che troverà un gran seguito fin al declino a meta degli anni 2000. Varille infatti scrive: «Il tempio egizio è a immagine del cielo, per il collegamento ai periodi astronomici ed il suo essere in armonia con la rivoluzione degli astri». Inoltre afferma che il Tempio è una costruzione in evoluzione, mai simile a se stesso, perchè necessitato a mutare a seconda dei periodi astronomici e del cambio del neter che il Faraone in quel momento incarnava. Come la Creazione è dinamica, anche il Tempio, ad imitazione del cielo, deve mutare. Il Faraone, attento alla tradizione e al suo divenire, muterà la pianta del Tempio, includendo nel nuovo sia il suo passato che una possibilità di divenire, secondo una tradizione architettonico-simbolica che affonda le sue radici in un passato arcaico, stabilita dai saggi dell’Antico Impero, e conservata nel segreto dei templi. L’Egittologia ufficiale ha sempre sostenuto che Faraone creava il tempio come forma di culto della propria persona. Varille dirà che Faraone edifica il Tempio rendendo Gloria al Neter che è in Lui. La vita del Tempio configura e suggerisce un piano plurisecolare che coinvolge generazioni e dinastie, armonizzato alle leggi cosmiche e ai momenti astrali. Quelle che agli occhi degli egittologi ortodossi appaiono come casualità, in realtà sono volute indicazioni simbolico-programmatiche, espressioni di una lingua muta molto più difficile da rintracciare e svelare rispetto a quella delle cattedrali medievali: le dissimetrie catalogate come errori, i bassorilievi considerati incompiuti, l’alternarsi dei materiali di costruzione, le distruzioni periodiche e i rifacimenti, che l’egittologia ortodossa attribuisce all’esigenza di restauri e ristrutturazioni, e che in realtà sono una riconsacrazione ad un nuovo neter e a nuove funzioni cosmiche.

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La visita e l’infatuazione di Jean Cocteau

Il poeta, saggista francese Jean Cocteau appartiene alla lista dei maestri del cd. fantomatico Priorato di Sion. L’unica cosa certa di lui è che aveva forti tendenze esoterico-occultiste, espresse in diverse opere pittoriche e nel surrealismo di alcune opere cinematografiche, grazie alla sua frequentazione del milieu occultista parigino della prima metà del ‘900. Nel 1939, Cocteau, attirato dalle voci sul lavoro del Gruppo eretico di Schwaller, sbarca in terra d’Egitto diretto al Luxor Hotel e conosce de Lubicz e i suoi. Si instaura un rapporto proficuo, in cui i De Lubicz spiegano appassionatamente a Cocteau le loro scoperte ed intuizioni. Cocteau scriverà nel Journal d’une tournée de Theatre (1949) : «Ci sono in Egitto due gruppi di egittologi: uno che scava la sabbia, l’altro che dissotterra lo spirito. L’Egitto è la matrice del mondo… Le Sfingi d’Egitto sono prole della Sfinge di Gizah, l’antenata, la sola. È il simbolo della digestione, il padre dell’Eucarestia, il mostro sacro attraverso cui le cose si trasmutano e fioriscono, il molosso che conserva I segreti». Cocteau chiama barone e baronessa, se non monaci laici, i coniugi de Lubicz, si rende presto conto che circolano voci infondate su di loro, è convinto che l’attività di Schwaller rischia di capovolgere l’egittologia. Cocteau li vede all’opera mentre traducono, calcolano, cifrano, decifrano millimetro per millimetro i templi di Luxor e Karnak. Un giorno Cocteau viene prelevato da Varille all’Hotel e condotto al tempio di Luxor. Nel Journal racconta: «E’ il tempio dell’Uomo. La sera vedremo, con il baone e la baronessa, che tutte le parti della piñata del Tempio sovrapposte all’ossatura di uno scheletro adulto corrispondono con esattezza minuziosa alle differenti funzioni dell’organismo che simbolizzano… La Testa è nel santuario coperto, il petto nella prima sala ipostila. L’addome è rappresentato dalla corte peristila, e il pube si situa esattamente alla porta che separa il peristilio dal colonnato di Amon, consacrato ai femori… ecc.. Alla base il tempio devia verso sinistra. Sarà sufficiente spostare la gamba dello scheletro nel senso di Marcia per comprendere che sfugge alla staticità attraverso un sotterfugio architettonico. Luxor esalta il creatore attraverso la creatura che il suo tempio riassume». Quando Cocteau dovrà tornare in patria, il ricordo dell’Egitto simbolico rimarrà scolpito per sempre nella sua memoria, tant’è che avrà un rapporto epistolare con Schwaller per diverso tempo.

Arpag Makhitarian

                                                                            Arpag Makhitarian 

Il ritorno in Francia e i primi consensi

Nel 1952, Varille scompare in un tragico e mai chiarito incidente d’auto. Pochi mesi dopo, la famiglia de Lubicz fa ritorno in Francia stabilendosi a Plan-de-Grasse. L’Egitto era diventato un luogo altamente insicuro dopo l’abdicazione di Farouk. Il Gruppo ora ha tutto il tempo di organizzare la mole di dati e intuizioni proveniente dalle ricerche e di sistematizzarla in un’opera che goda di una chiave di lettura unitaria e di un’esposizione ordinata. In questo periodo inizia la gestazione del Tempio dell’Uomo, nonchè le successive opere di Renè (Esoterismo e Simbolo, 1960) e di Isha (L’Apertura del Cammino, 1957; La Luce del Cammino, 1960). Queste di Isha sono due opere voluminose – la prima un saggio vero e proprio, la seconda un saggio in forma romanzata – che operano una sintesi spirituale della Via Horiana che Isha ha rinvenuto nei templi d’Egitto , via che può trasmutare l’uomo, rigenerarne il tessuto divino. Nel 1961 accade un fatto che rappresenta una svolta nella storia dei “simbolisti d’Egitto”. Fino a quel momento, le idée del gruppo sono tacciate di eresia e attaccate con violenza dall’establishment. Troppo esoteriche per essere accettate dai positivisti. In quell’anno la prestigiosa rivista Cahiers du Sud dedica un numero intero al gruppo di Schwaller, dal titolo Symbolique du Temple Egyptien. Vi partecipano il filosofo Maurice de Gandillac, professore della Sorbona, e l’autorevole egittologo Arpag Mekhitarian. Quest’ultimo recensisce il Tempio dell’Uomo criticando i suoi colleghi conservatori di non capire le ardite ricostruzioni matematiche del De Lubicz e di non avere sufficiente preparazione per afferrare i sofismi dei simbolisti. Accettando la possibile scomunica della comunità egittologica ufficiale, Mekhitarian fa un discorso piuttosto semplice: non si può e si deve disprezzare una teoria solo perchè va controcorrente, e non lo si deve in assenza di sperimentazioni e verifiche sul campo. Rifiutare a priori una nuova visione è segno di limitatezza. Quindi, l’invito rivolto ai colleghi egittologi di stampo conservatore è di non trincerarsi dietro idee e pregiudizi e aprirsi al nuovo se val la pena di aprirvisi, soprattutto se travalica la comprensione di chi pensa di detenere la verità. Detto questo, Mekhitarian si trova d’accordo con la visione simbolista e spiritualista del de Lubicz, visione che può aiutarci ad interpretare in modo più profondo gli indizi architettonici, che in mancanza rimarrebbero un mistero o considerati mera casualità. Al termine della recensione, l’egittologo sciverà: «solo il futuro ci dirà se l’autore de Il Tempio dell’Uomo debba essere considerato un profeta o un pioniere». Il filosofo de Gandillac, parlando a titolo personale e non in nome dell’Accademia, analizza la filosofia (e non le implicazioni egittoliche) celata nel Tempio dell’Uomo ed è piuttosto chiaro allorchè scrive: «mi sento in una posizione difficile sia rispetto a quelli che considerandosi seri rifiutano come superstizioso ogni riferimento a sistemi di pensiero che essi giudicano primitivi, che rispetto ai veri conoscitori di una saggezza difficile, il cui accesso esigerebbe una lunga ascesi». Penetrando la filosofia dei simbolisti, egli ammette che il messaggio dell’Egitto faraonico sembra celare visioni filosofiche profonde che comprendono il concetto dell’antropocosmo, dell’uomo come specchio e chiave dell’universale (secondo un noto assioma della filosofia ermetica). Il filosofo, proprio in quanto filosofo, è attratto dal concetto di Intelligenza del Cuore proprio del sistema di de Lubicz, che egli ricollega alla mistica di Plotino e ad una forma di saggezza ebraica molto precedente alla Cabala medievale. Peraltro, secondo de Gandillac, per comprendere al meglio le opere di Renè occorre contemplare quelle di Isha, più accessibili ma non meno profonde. De Gandillac fa notare che Schwaller fonda la sua visione sul cristianesimo, di cui non riesce a fare a meno, ma un cristianesimo depauperato del dogma dell’Incarnazione (nota mia, che ovviamente Schwaller non può accettare da buon iniziato ed ex-teosofo qual è, considerando che non l’incarnazione ma la rinascita in vita è l’evento chiave). Ma de Gandillac spiega che Schwaller può inserire nel suo sistema gnostico l’avvento del Cristo negandone, nell’essenza, la sua natura umana, e subordinando quella divina al perfezionamento ultimo del suo sistema ciclico. Il filosofo nota che, nella visione di Schwaller, i cicli cosmici non rappresentano nè il semplice svolgimento di una storia già scritta nel cielo degli archetipi, nè un riflesso della pura attività dell’Unità atemporale, ma un’interazione tra il determinismo astrologico e lo sforzo umano, ovvero tra destino astrale e libero arbitrio. In sostanza, secondo il filosofo, de Lubicz, epurando i cicli cosmici da ogni connotazione metafisica e riconducendoli ad una funzionalità sistemica, come fossero degli elementi meccanicistici impersonali, si sbarazza di demoni e Arconti che, secondo la gnosi dei primi secoli, avevano organizzato il cosmo come prigione e deliberato di fare dell’uomo il loro eterno schiavo (Vangelo gnostico di Filippo 13). È piuttosto il cosmo stesso ad essere divinizzato e reso impersonale con tutti i suoi cicli astrologici, cosa che, secondo Lubicz, la tradizione iniziatica egizia aveva compreso modulando la propria religione sulla base del divenire astrale. Effettivamente, la visione di de Lubicz è molto più neoplatonica e greca che gnostico-cristiana. In tale ottica, non c’è più esigenza di credere in un Padre YHWH o in un figlio Cristo per come insegnatici dal dogma vescovile. Se il divenire conduce all’evoluzione e, nella sua visione, gli iniziati d’Egitto lo avevano compreso a tal punto da modificare sempre ogni cosa al cambio della situazione astrale, per Schwaller non poteva esistere alcuna età dell’oro cui bramare di tornare, nessuna caduta. Il passato era importante non in quanto custode di conoscenze perdute, ma semplicemente di conoscenze utili a fini evolutivi per quelli che sarebbero venuti. L’Egitto di Schwaller è un ballo degli uomini con il cosmo, anzi con l’Antropocosmo. Nonostante l’entusiamo di Mekhitarian e il rispetto di de Gandillac, non saranno tutte rose e fiori per de Lubicz e famiglia. Ci sarà sempre un’ala conservativa che non potrà vedere di buon occhio le teorie antropocosmiche e simboliste di de Lubicz, soprattutto perchè impregnate di esoterismo, “evanescente” e poco verificabile per gli ortodossi, per non dire “campato in aria”.

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Il Centro Ta-Meri

Gia creato nel 1948 nella loro avventura egiziana, il centro di studi Ta-Meri inizia le sue attività in Francia nel 1954. Esso si propone lo studio delle basi simboliche dell’insegnamento dei saggi, non focalizzato esclusivamente sull’Egitto, poichè esso è solo un esempio che dimostra la possibilità di affrontare iproblemi essenziali secondo uno schema di pensiero molto più saggio. Il centro si propone lo studio e l’insegnamento delle diverse Tradizioni, fatto tesoro delle scoperte in terra egiziana. Secondo il centro, tale studio può offrire un apporto impossibile alla scienza moderna: un solido fondamento filosofico, basato sulla conoscenza dei rapporti funzionali dell’uomo con l’Universo, e dello scopo della sua esistenza. Il centro, forse perchè svolge la sua attività nel travagliato immediato dopoguerra, non riscuote grande approvazione. Fino alla sua scomparsa, Schwaller sarà immerso nella stesura di scritti e nella sua ricerca interiore, comprese corrispondenze con intellettuali, esoteristi e simbolisti. Nelle memorie di Isha contenute in Aor, sa vie son oeuvre (1963), si evidenzia come Aor avesse ormai deciso di chiudere con la corrente profana in un sacro isolamento, per prepararsi alla sua dipartita nella compiutezza della sua visione metafisica. Isha descrive la battaglia del marito, negli ultimi anni, col suo “etre astral”, la vita emotiva e mentale, l’Ego, il diabolico ostacolo sulla via della gnosi, l’uomo a cui non bisogna più attaccarsi, quella parte dell’essere in cui non più identificarsi e da trascendere, il nemico di tutta una vita, il maestro di inganni che lo ha deviato dal cammino per l’intera esistenza, il Mentale che crea la paura, i dubbi e le angosce. Questa battaglia rappresenta il compimento definitivo della parabola iniziatica di Schwaller. Secondo Isha, Aor vince il guardiano della soglia, il doppleganger, ed entra in uno stato radioso di luce, una contemplazione del Reale che Renè descrive a Isha: «la morte è il disvelamento del Reale, una visione di luce ininterrotta… impossibile da descrivere… impossibile da spiegare». Il lascito spirituale di Isha durerà poco, due anni dopo la morte del marito, scomparirà anche lei, ponendo fine all’avventura del Gruppo di Luxor. Contenuto in Aor, sa vie è un opuscolo di Aor, Verbe Nature, che rappresenta il suo testamento spirituale, l’enfasi sul risveglio dell’intelligenza del cuore, sull’intuito, sull’ispirazione, quelle armi da emisfero destro che egli aveva rinvenuto celebrate nei templi d’Egitto e che devono portare oltre quel pensiero dialettico che impedisce di accedere alle verità invisibili: «quale cammino seguire? Quello che ti sembra incredibile, quello che coltiva in te un altro modo di pensare, che ti consente di trovare questo stato di neutralità mentale che è il terreno in cui cade, come un seme, l’ispirazione pura… Io dagli insegnamenti dei Saggi antichi offro una base logica che può, attraverso una feconda filosofia delle corrispondenze, condurti verso la conoscenza». L’opera di Schwaller e la sua visione si stagliano nel panorama del ‘900 molto al di sopra dell’orizzonte esoterico del secolo scorso, per spessore, potenza, rigore matematico persino. E sarà questa visione che andremo ad analizzare nei dettagli.

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Lo scopo de Il Tempio dell’Uomo

Con il Tempio dell’Uomo, De Lubicz intende mostrare i mezzi espressivi usati dagli antichi per trasmettere la Conoscenza e allargarne le prove attraverso il Tempio di Luxor, che secondo lui rappresenta effettivamente l’uomo. Peraltro vuole presentare un abbozzo della dottrina dell’Antropocosmo, che egli considerava guida del pensiero dei Saggi. Per scrivere questo libro, contempla per ben 12 anni il tempio di Luxor. Egli scrive: «Mi ci è voluto molto tempo per trovare il linguaggio adatto a quel che dovevo dire, e solo con l’Egitto Faraonico ho trovato la mia cifra, la mia simbolica. Una simbolica deve mostrarsi, non si può inventare e non può essere convenzionale, come il linguaggio artificiale della logica simbolica. Si sarebbe potuta “inventare” la rivelazione cristica? Niente affatto. Doveva fiorire sulla base del mito perenne, come simbolica, per poi a suo tempo fornire la sua cifra a pochi grandi autori, come fece nel Medio Evo. Avrei utilizzato una simbolica cristica per dire certe cose, se Fulcanelli non mi avesse rubato l’idea […]. Eppure mi hanno fatto un favore; mi hanno impedito di identificare la mia opera con il simbolismo delle cattedrali, mantenendomi così disponibile per l’Egitto, per Al-Kemi, invece che per l’alchimia. È la stessa opera, naturalmente […] ma quel che ci riguarda adesso non è una rinascita, è una resurrezione». Effettivamente, ci sono analogie tra Le Dimore Filosofali di Fulcanelli e l’opera di Schwaller. Fulcanelli contempla le dimore filosofali delle cattedrali gotiche decifrando l’Argot, ovvero un codice di decodificazione cabalistica basato sul greco antico, onde pervenire ai segreti alchemici impressi dalle gilde. De Lubicz fa lo stesso lavoro con il Tempio di Luxor, ma aprendosi a molte discipline che non siano solo l’alchimia. Schwaller non è molto benevolo verso Fulcanelli, di cui dice prima di partire per l’Egitto: «rappresentava un caso tutt’altro che raro nelle arti, ermetiche o di qualsiasi altro genere, il caso di un meraviglioso tecnico senza un’oncia di visione filosofica. Molto colto, con molte letture alle spalle, erano tutti così, ma senza dottrina, senza visione». Schwaller non era molto attratto dall’Alchimia. A suo parere «non si leggono i testi Ermetici per ottenere informazioni su procedure alchemiche, si leggono per formarsi una mentalità ed una percezione». De Lubicz è convinto che lungo tutta la storia del pensiero Occidentale persista la frattura fra Pitagorici ed Aristotelici. Solo che la frattura risale ad ancora prima: Kemi contro Babilonia. La società contemporanea è l’erede di Babele. Ma proprio a fianco di questa corre la linea che inizia con i Faraoni, e la mentalità è opposta.

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L’Esoterico

De Lubicz , attraverso Il Tempio dell’Uomo, intende mostrare i mezzi espressivi usati dagli Antichi per trasmettere la conoscenza e allegarne le prove attraverso il Tempio di Luxor che, opera eccezionale, raffigura effettivamente l’uomo. D’altra parte, egli vuol presentare un abbozzo della dottrina dell’Antropocosmo, guida del pensiero dei saggi. Per lui è indispensabile tracciare una distinzione tra esoterismo e occultismo, per meglio comprendere tutte le implicazioni del Tempio dell’Uomo. L’esoterismo è il senso immanente, implicito, ma inesprimibile a parole. Il sottinteso non è esoterico, che a sua volta è il senso interno. Il solo senso implicito non è affatto esoterico: giustifica l’attributo di immanente. Il senso esoterico non si rivolge alla comprensione cerebrale, ma solo al carattere funzionale dell’azione, cioè a quella disposizione della coscienza che dispone e dà impulso a tale azione. Altra operazione necessaria per affrontare questa scienza antica è disimparare la propria cultura occidentale che ci ha donato un certo modo di usare la mente. Il nostro Occidente giudica necessariamente l’Antichità alla luce delle proprie facoltà, o più esattamente, di ciò che suppone secondo le facoltà intellettive che ha coltivato così bene da sembrargli le sole possibili. Affrontare i misteri del tempio con l’intelligenza cerebrale significa votarsi al fallimento. Occorre piuttosto l’intelligenza del cuore (intuizione), non inteso come organo vitale, ma come simbolo del nucleo ontologico in noi. Questo non significa che occorre rinunciare alla prima per adottare solo la seconda: significa piuttosto farle agire in simultanea, in sincrono, secondo il ben noto principio della bilancia. Altro principio che de Lubicz considera cruciale per la comprensione della conoscenza antica è che, in ambito religioso, una teologia illustrata dal mito simbolico avrà facilmente un carattere idolatra per quella parte di popolo che non è iniziata al profondo senso simbolico, peraltro difficilmente accessibile. È quello che è accaduto in Egitto, ove i Neteru erano assunti dal popolo non iniziato come divinità separate, anzichè come archetipi o volti del Divino (il Neter dei Neteru, il Principio assoluto dietro tutti i suoi stessi archetipi), il che comportava uno sconfinamento nell’idolatria. È ovvio che gli ebrei, non iniziati, tacciarono gli egizi di idolatria, ma Mosè, istruito nella sapienza iniziatica degli egizi, conosceva i segreti del tempio e per evitare l’errore egiziano, impose una forma di potenza astratta, accessibile a tutti, un Dio giustiziere e vendicatore, un’altra forma di simbolismo ma di carattere popolare, e non più riservato ad un’élite. Il senso profondo è il medesimo ma, per quanto riguarda l’espressione, è passare da un senso ad un altro. Secondo Schwaller, idea in comune con la moglie Isha, l’Egitto faraonico mantiene per il popolo non iniziato il culto di Osiride, quello del rinnovamento e della reincarnazione (Osiride è il Neter della peregrinazione dell’anima nella materia corporale attraverso le reincarnazioni), e per un’élite iniziatica il principio di Horus redentore, il corpo di luce, la resurrezione di Osiride, il Padre che diventa il figlio e viceversa. Da sempre, le verità più profonde furono per quei pochi che potevano accettarle, comprenderle e attualizzarle su se stessi. In senso mistico, l’élite è precisamente costituita da chi tende con tutte le forze verso la liberazione dai cicli reincarnativi, cioè verso una fine evolutiva nel corporeo. Altro principio iniziatico che occorre necessariamente conoscere è che il Verbo Divino è, sin dall’origine e facendosi carne manifesta, l’universo, l’Uomo Cosmico (il Purusha delle Upanishad, e l’Adam Qadmon della Cabala ebraica). È l’origine delle cose e porta in sè la Redenzione, dato che la causa separatrice, che divide, porta necessariamente in sé stessa anche il principio che riunifica.

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Il simbolismo

Caratteristica della scienza profana occidentale è quella di essere una ricerca senza luce e senz’anima, in qualsiasi campo: dall’arte, all’organizzazione sociale, alla Fede persino. Essa ignora quelli che invece per l’Egitto Faraonico erano fatti assodati. Per gli Egizi, morire è rivivere con certezza: la vita terrestre non è che un passaggio, il corpo mortale è il tempio provvisorio per l’anima vivente. La nostra evoluzione essoterica, attraverso le fasi metafisiche o di intellettualizzazione greche, sino al razionalismo esclusivo di oggi, ci ha dato una mentalità della complessità che ci impedisce di vedere in modo semplice (ovvero simbolico). Coltivarsi per essere semplice e vedere semplicemente è il primo dovere per chi vuole accostarsi alla simbolica sacra dell’Antico Egitto. L’evidenza è accecante, per cui è difficile farlo. Il simbolismo era il linguaggio degli iniziati d’Egitto, la vera arcana lingua degli Uccelli (angeli, anime). Il simbolo era il nucleo pulsante dell’indagine di De Lubicz. Esso è la parola, l’immagine o il gesto che celano e custodiscono il senso segreto delle cose, il rimando al significato sacro. Questo nome si scrive – è il simbolo – ma non si pronuncia. È lui a parlare. Spiegare il simbolo è ucciderlo, guardarlo nella sola apparenza, impedirne l’ascolto. Scrive Schwaller: «Ciò che intendo con simbolica non è una rappresentazione in immagini di un’azione concreta, ma l’immagine concreta di una sintesi inesprimibile in tempi e dimensioni incomprensibili». Come non è possibile anatomizzare un corpo vivo, altrettanto non si può dissezionare un simbolo, lo si può solo dedurre, intuire, o farsene intuire. Per definizione il simbolo è magico: evoca la forma incantata nella materia. Evocare non è immaginare, è vivere la forma. Tutto è forma, quindi tutto è simbolo. E questo ancor più per la simbolica ieratica, il simbolismo di natura sacra, cioè quello utilizzato per veicolare idee archetipali legate alla sfera del Sacro. Secondo Schwaller, il simbolismo profano è cerebrale, si apre ad arbitrarie interpretazioni e ad ogni interpretazione. Nella simbolica ieratica è esclusa ogni arbitrarietà, che è pericolosa. La simbolica ieratica si rivolge all’intelligenza del cuore (intuito) e non all’intelligenza cerebrale. L’Egitto Faraonico contemplato da Schwaller De Lubicz ha riassunto tutto in una scelta simbolica degli elementi del suo ambiente. Esso ci mostra la via per un riconoscimento infallibile delle Forze e delle Leggi che reggono l’Universo, partendo dai suoi frutti concreti per giungere allo spirito che le causa, altrimenti inconoscibile, perchè ogni speculazione filosofica è vana senza la conferma dei fatti. L’Egitto faraonico si indirizza alla Natura e trae i princìpi divini dalla Natura vista come un libro simbolico. Ogni tipo naturale è rivelazione di una delle nature e delle funzioni astratte che ordinano il mondo, un verbo della lingua divina, cioè delle Entità o Princìpi (Neter) compiuti. L’Egitto antico ci mostra la via per un riconoscimento infallibile delle forze e delle leggi che reggono l’uomo e di qui l’universo, partendo dal visibile (il frutto) per cercarvi lo spirito causale.

Il Faraone

Nell’Egitto antico, il Faraone, Horus vivente, simboleggia la perfezione umana attuale nel ciclo in cui opera. Può considerarsi l’Uomo Perfetto delle iniziazioni tradizionali. In quanto tale, può essere designato come Neter, ma non è nè un Dio nè un Neter (principio della Natura). Il Neter o funzione, che può essere anche definita come una delle forze cosmiche, è antropomorfizzato, mai umanizzato. Rappresenta una delle funzioni o forze innate dell’uomo, una delle sue tappe della gestazione in umano. In Grecia, invece, i Daimon e gli Dei dell’Olimpo sono umanizzati. È sempre la stessa direttiva antropocosmica a presiedere al mito ellenico, ma all’inverso della realtà. Il pensiero dell’Uomo Cosmico cade in terra. L’uomo è a immagine di Dio, e questa raffigurazione umana degli Dei da parte ellenica è il vero segno della loro mentalità. Il tempio faraonico indica le raffigurazioni umane dei Neter con la testa o con l’acconciatura, col costume e gli attributi. Essi hanno un nome, il nome di una delle funzioni vitali organicamente innate dell’uomo attuale. Il Tempio di Luxor rappresenta la perfezione umana perchè indica le misure ideali del Faraone, uomo sopra tutti gli uomini, creatura perfetta o semidio. Il Faraone unisce la perfezione dell’umano al divino ed è perciò l’Uomo Cosmico, le cui misure diventano le misure del Mondo. Manifesta le proporzioni fondamentali dell’umano e in ogni sua parte corrisponde simbolicamente alle funzioni dell’universo. Dice Lubicz: «L’uomo sorto dalla Creazione originaria è l’Universo. Sul suo corpo, sui suoi sensi, sui suoi organi, sulle sue funzioni assimilatrici, sui suoi centri vitali nervosi, fisici e di coincidenza energetica, si può iscrivere tutta la conoscenza». In modo analogo, le cattedrali medievali sono a forma di croce perchè ripetono la forma del Cristo in croce. Luxor è l’Antrophos, l’uomo eterno, che, nel suo ciclo di crescita e sviluppo, rappresenta l’Uomo universale. Come tutti i templi iniziatici, il tempio di Luxor ha come scopo la proiezione dell’Universo nell’Uomo e lo studio delle sue funzioni come specchio delle energie fondamentali del Mondo.

L’universo apparente e la Genesi

La pulsazione crea l’Universo apparente, la realtà indiscutibile dell’illusione. È il Verbo, la realtà assoluta del mistero evidente che crea dall’invisibile il visibile, dall’imponderabile il ponderabile. La vita apparente è bifasica: morte e rinascita, inspirare ed espirare, caos e ordine. Questa è la pulsazione, questo è il ritmo. Il caos fa il mondo, l’armonia: il disordine disperde le parti che trovano un nuovo ordine o assetto. È il solve et coagula degli alchimisti, disfare e fare, distruggere e creare, negare e affermare. Ciò che fu serve da seme per ciò che sarà, la forma distrutta serve da fondamento per la forma che viene: Genesi. La finalità per ogni fase della Genesi è la coscienza innata di ciò che la precede. La finalità della Genesi è, per l’umanità, l’uomo; è, per la saggezza, l’uomo cosmico liberato dalla genesi (cicli) dei suoi elementi. La morte, in quanto distruzione della forma, è dissoluzione, separazione del volatile (anima) dal fisso (corpo). La rinascita di una forma esige il ricongiungimento del volatile col fisso. Il fisso deve ritrovare il suo proprio volatile perchè la reincarnazione possa avvenire, quale che sia la forma in cui avviene. Ma la vera Genesi è la nascita dell’Uomo Assoluto, è estensione della coscienza, restaurazione dell’immagine e somiglianza con Dio. Non è reincarnazione (Osiride) ma Resurrezione (Horus). Non è l’agnus Dei immolato fin dalle origini nella croce corporale, ma l’agnello risorto in gloria eterna.

Lo Storicismo

La preoccupazione essenziale di coloro che studiano i grandi problemi dello Spirito e delle rivelazioni che lo proclamano è l’aspetto storico: che una parola sia stata data prima di un’altra, che una rivelazione appaia ad una data determinata. Tutto ciò non è che un problema di coniugazione e non ha alcun valore in sè. Chi vuol trovare la luce deve sapere che non ha nulla in comune con il tempo che misuriamo alla nostra scala. Si può stabilire un parallelismo preciso tra le basi del mito faraonico e le date nei Vangeli, così come con il mito e il pantheon Induista. L’Osirismo è nato da una realtà seminale, e il Cristianesimo dal seme osirico, come le cellule nascono dalle sostanze spirituali, gli organi da quelle cellule. Non ci sono fasi temporali, vi sono fasi di gestazione, e la fine sta nell’inizio. Il Verbo, redentore per la sua corporificazione, è sempre stato, ma la coscienza non risvegliata non l’ha riconosciuto che ad un’epoca che situiamo storicamente, esattamente come vivevamo nelle onde elettromagnetiche anche prima che lo scoprissimo. La stessa crocifissione è presa solo per un evento storico, un evento inserito nel tempo, laddove è un evento iniziatico, da una parte fuori dal tempo perchè concerne la crocifissione dell’Uomo Assoluto alla croce dello spazio-tempo (Osiride nella cassa da morto, ovvero il corpo), e dall’altra esperibile in qualsiasi istante dall’iniziato, che sacrifica se stesso in nome di quel sacrificio primordiale (“agnello immolato fin dalle origini, Apocalisse 13:8). Se presa solo come un evento storico concerne un solo uomo, un solo tempo e noi ne saremmo esclusi. È un buon modo per uccidere il grande insegnamento cristico e per interrompere la gestazione dell’autentica rivelazione cristiana. Nessuna Verità può essere situata in un periodo storico: essa è già prima di venire rivelata. Giobbe è sempre attuale, lo era prima della stesura del libro e lo è anche dopo. Lo stesso dicasi per la Baghavad e il rapporto Krishna-Arjuna. Niente è più vano che preoccuparsi dell’aspetto storico della Realtà. Ma come è certo che la stessa e unica Verità è apparsa alla coscienza umana in determinati periodi della sua gestazione, altrettanto certamente oggi ci troviamo all’alba di una nuova tappa della coscienza in cui la stessa e unica Verità sarà conosciuta sotto una nuova luce. Lo storicismo conduce quindi all’idolatria, alla cristallizzazione, all’isolamento e al confinamento della rivelazione, cioè al vero paganesimo, e alla rivolta delle coscienze che anelano alla Luce.

Il concetto di Sacro

De Lubicz definisce così il Sacro: è ciò che appare causale e che ha carattere immutabile (o intangibile o indefinibile). In sostanza Sacro è ciò che è eterno, che rimane se stesso in se stesso. Il Sacro per eccellenza è Dio, poi i suoi aspetti, poi i suoi archetipi (idee eterne, princìpi eterni, esempio classico il principio ermetico delle corrispondenze), poi il fondo esoterico delle sue rivelazioni. Nulla di ciò che è modificabile o deperibile può avere un reale carattere sacro, si tratti di un fatto tangibile, di un fatto intellettuale o sentimentale. La tendenza ad invocare il sacro dimostra l’esistenza di un’intuizione o la sopravvivenza di una tradizione del fatto che esiste ciò che è sacro. Esso è necessariamente fuori dal tempo e dallo spazio, non può essere che la Funzione considerata come Potenza in sè, fuori dall’oggetto che manifesta. Il simbolo, ad esempio, è solo un veicolo, un guscio, esso non è sacro ma sacro ciò che suggerisce, ciò che lo usa come veicolo formale. Se intendiamo la Realtà come ciò che non muta, notiamo che Realtà e Sacro sono la medesima cosa. Sono concetti che si riferiscono solo a ciò che non muta, quindi all’eternità.

L’evoluzionismo

Nessun testo sacro, nessuna rivelazione fondamento di religione, nessun testo tradizionale parla di evoluzione per come intesa dal nostro Occidente. Le nostre teorie evoluzioniste sono il risultato di osservazioni puramente essoteriche del fenomeno vitale. L’evoluzionismo alla Darwin spiega l’evoluzoine del corpo e della mente attraverso i princìpi dell’adattamento all’ambiente, della trasformazione ereditaria e infine della mutazione genetica accidentale. Ma tutto questo non spiega nulla. Un’evoluzione corporale di per sè è esclusa. Adattamenti all’ambiente possono modificare i sensi e gli organi, ma non trasformarli al punto di cambiare la specie. Si impone una causa trascendente per lo spostamento nella scala crescente gerarchica degli esseri. Ogni trasformazione che vada dall’essere inerte verso l’essere organizzato, e dalla forma primitiva di questi verso l’homo sapiens, rappresenta una trasformazione qualitativa che la natura corporea rifiuta. Si tratta di trasmutazioni che esigono l’azione energetica, che trascende la forma corporea, e dello stesso carattere di quello della transustanziazione ammessa nel ministero della Messa cristiana cattolica. La mentalità materialista (il pensiero che suppone di poter spiegar ogni fenomeno in modo chimico-fisico, cioè meccanico), e che in conseguenza di questa convinzione ha generato le teorie evoluzioniste, si trova oggi in un vicolo cieco: esiste un’Energia all’origine dei fenomeni. Tutto ciò che esiste nel tempo, ciò che fu, è e sarà, esiste necessariamente virtualmente in uno stato causale “panseminale”, cioè unico. Schwaller definisce tale stato di virtualità cosmica, o insieme delle potenzialità, Coscienza Creatrice. Questa Coscienza Cosmica non deve evolvere, ma informandosi si riveste di materia, la cui specificità non è che la manifestazione fenomenica di una particolarità della coscienza cosmica, che diviene coscienza innata. La materializzazione o incarnazione della Coscienza cosmica segue una direzione che è legge genetica dell’universo, tappe genetiche. Questo significa che l’evoluzione non procede per accidenti casuali, ma secondo uno schema divino, data l’immanenza dello Spirito nella materia. Si evince, tuttavia, che nella visione di Schwaller l’evoluzione parte dalle forme inferiori, laddove nella visione tradizionale l’uomo assoluto cade nella materia e si manifesta come uomo carnale già compiuto. Se per Schwaller l’anima umana passa per tutti gli stadi evolutivi, per la Tradizione Perenne fin dalle origini l’anima si manifesta come uomo carnale. Tuttavia, per Schwaller, la Coscienza non si evolve, perchè già è. La vera evoluzione della Coscienza è data dalle successive apparizioni fenomeniche (incarnazioni) della Coscienza assoluta. L’individuo non deve evolvere in coscienza, ma deve accedere a strati sempre più profondi di una coscienza che già è perchè è per sempre. La Genesi è evoluzione dell’ espressione fenomenica della coscienza cosmica.

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L’Antropocosmo

Questo è il nucleo incandescente del sistema esoterico di Schwaller, secondo cui l’universo è incarnato nell’uomo e non è che l’Uomo virtuale, l’Antropocosmo, l’Uomo in quanto universo. L’uomo è il piano, la carta cosmografica su cui la Saggezza legge l’Universo, la Genesi, le Funzioni (Neteru). L’Antropocosmo è una realtà assoluta, una base indiscutibile. L’Universo non è un’immaginazione nè una volontà, ma una proiezione della coscienza umana. L’Antropocosmo è l’Uomo nell’uomo, il Colosso dell’Universo. Tutto ciò che l’uomo può riconoscere è in lui o per suo mezzo. Il limite dell’uomo senza coscienza è il suo universo. Esso segna ciò che l’uomo può esperire. Ma l’Antropocosmo non ha limiti, e non può essere inscatolato all’interno di uno spazio. L’approfondimento di questo principio ci condurrà a comprendere il Tempio-Uomo.

IL TEMPIO-UOMOultima modifica: 2017-03-17T18:41:39+00:00da mikeplato
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