IL TRAMONTO D’OCCIDENTE E LA RESTAURAZIONE DELL’ANGELO

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di Antonio Bonifacio

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È sempre più evidente che potenti organizzazioni d’ispirazione mondialista guidate da “superiori sconosciuti” stiano spingendo l’umanità verso scelte esistenziali che disgregano qualsiasi tradizione e la conducono verso quel cambio di paradigma conosciuto come Nuovo Ordine del Mondo”. Questo disegno, ormai dichiarato, trova concretezza quotidiana in una sempre più vasta e capillare operazione di contro-iniziazione di massa. Dovrebbe apparire ben più che singolare che dei potenti “cambiavalute”, che di norma occuperebbero il piano più basso di una struttura gerarchica tradizionale, siano in grado di aggredire e deformare, per mezzo di volenterosi adepti che agiscono come il soffiante suggeritore del Genesi, la stessa dimensione ontologica dell’essere umano, una dimensione che lo stesso san Paolo considerava tripartita, in conformità a tutta la tradizione universale, sostituendosi così l’antropologia delle origini con una nuova e mutilata. In un Occidente sempre più confuso e dimentico delle proprie radici, brilla, dal vicino Oriente, la stella di un teosofo mistico, per troppo tempo dimenticato alle nostre latitudini, che ha il pregio inconsueto di aver miracolosamente resuscitato la cattedrale inghiottita di tutta la sapienza arcaica, innestandola sull’ultima rivelazione consegnata all’uomo, cioè il Corano, e di averla trasversalmente trasmessa a tutta la comunità dei “credenti” ossia agli “Spirituali” a qualsiasi vera tradizione essi appartengano. Si sta parlando di Sorhavardi, il teosofo mistico nato nella città di cui prende il nome, nel 1155 e morto nel 1191 ad Aleppo, vittima, a soli 36 anni, della dotta ignoranza dei filosofi peripatetici. Nella sua breve vita, davvero una luminosa parabola, questo teosofo della Luce orientale fu autore di corposi trattati e di “novelle” iniziatiche, nelle quali si è dispiegata, attraverso la perfetta coniugazione di più correnti di pensiero, tutto l’arcaico patrimonio filosofico-ermetico che, a dispetto di ogni inclinazione exoterica d’appartenenza, può resuscitare quegli elementi trasversali di salvezza, propri di ogni gnosi, che sono andati a confluire nel grandioso disegno restaurativo della teosofia orientale. Si tratta quindi di liberare l’anima dall’ingerenza dell’apparato fisiologico del corpo, che costruisce la realtà percependo empiricamente dalla materia ottenebrata, per renderle, di contro, accessibile tutto ciò che è oltre tale percezione. Lì è il vero: perché, laddove è questo stato dell’essere, è sempre mezzogiorno. Certo, il tipo umano sul quale opera tale influenza spirituale è radicalmente diverso tra le epoche e il terreno di coltura contemporaneo è quasi irrimediabilmente contaminato.

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La Convocazione

Lo studioso Henry Corbin cita, in un suo scritto, un manuale in lingua pahlavi, risalente al IV secolo a.C., dove vengono poste ad un adolescente diverse questioni circa l’origine umana, nonché la sua funzione e missione sulla terra e le scelte che l’individuo deve compiere già nella giovane età. Egli qui si riconosce quale membro pretemporale di una compagine, partecipe della convocazione dell’origine, in lotta contro un nemico spirituale sempre in agguato. Pertanto se all’adolescente mazdeo veniva chiesto un impegno solenne, al fine di indirizzare la propria vita al combattimento spirituale contro gli assalti delle contro-potenze arhimaniane (Arhiman è il Satana della tradizione caldea, n.d.r.), all’omologo contemporaneo è, al massimo, richiesto un vago impegno etico, quindi nel mondo, e non certo d’ordine principiale, essendo il “male” fondamentalmente concepito nell’ordine dell’irragionevole diseguaglianza sociale (su cui naturalmente, di principio, non v’è nulla da eccepire). In sintesi: non solo siamo ormai nella piena dimensione dell’ineducazione spirituale, ma a un vero e proprio espianto di ogni organo del sovrasensibile, all’abrogazione normativa dell’immaginazione creatrice. Non v’è mai nella contemporaneità alcuna memoria alla “Particella di Luce” imprigionata nella ganga materiale, un cenno a quella condizione di “non realtà” che contraddistingue odiernamente la posizione dell’essere umano, che non è ammesso che possa sentirsi “straniero in terra straniera”, né tanto si constatano inviti pragmatici alla necessità di un suo ristabilimento ontologico. Eppure, per procedere sulla strada del vero, è necessario produrre un “rovesciamento della croce interiore”, operazione ben suggerita nell’episodio della crocifissione di Pietro, presente nel testo gnostico a lui titolato, in cui ogni prospettiva è, infine, raddrizzata. Solo sistemato l’essere verrà per conseguenza armonizzato il divenire, mai viceversa. Il perché di tale omissione discende appunto dalla proclamazione e/o imposizione di quell’antropologia distorta di cui si è resa protagonista la filosofia occidentale (ma anche la teologia) da una certa epoca in poi che, consolidatosi l’umanesimo, ha respinto la possibilità di ogni dimensione angelica come dimensione propria dell’essere umano. Purtroppo il “sociale” e lo “storicismo” sono le due componenti principali della mistura mortifera che compone l’atmosfera della “città degli oppressori”. L’esiliato spirituale spezza la storia e rompe ogni legame compromissorio con i valori e le prospettive del presente mondo, che, ai suoi occhi, reca come unico valore la possibilità di predisporlo alla cerca dell’altro mondo, inteso come realtà opposta alle tenebre e non come fuga nell’irrealtà. È alla fuga del prigioniero che ci si riferisce, non certo a quella del disertore, secondo un’espressione di tolkienana memoria. Il tanto deprecato “mondo interiore” cui si indirizzano le offese degli “agnostici devoti” (categoria cui appartengono coloro che “credono” ma non “vedono”) designa non un’astrattezza quanto piuttosto la realtà spirituale degli universi sovrasensibili, quella realtà che è tutta interiore ma che, superata la nona sfera (modalità in cui si mostra l’universo geocentrico), si oggettivizza, rovesciandosi così i termini, sicché l’interiore contiene tutto l’esteriore (il punto “circonda” la circonferenza). La domanda che si pone a questo è: come arrivare a revertere la percezione? Ciò dovrà accadere attraverso un’integrale metamorfosi interiore dell’uomo, disgorgando da ogni ingombro gli organi psico-spirituali che presiedono all’accesso interiore agli universi sovrasensibili, ben rappresentati dal simbolismo della croce, e condurlo alla conoscenza del suo gemello celeste, la controparte del suo io, che percepisce al di là dei fenomeni. Il tempo di cui si ha esperienza, varcato il limite, è tempo dell’anima ed esso è quindi radicalmente altro dal tempo fisiologico, come d’altronde anche lo spazio appare ordinato secondo il principio gerarchico delle ottave di universi, perciò si presenta come “un non luogo”, la “Terra del nessun dove” come scriveva H. Corbin.

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La Città degli Oppressori

I termini che evoca Sorhavardi nelle sue osservazioni sul tema, che non per nulla, ribadiamo, è stato appellato come il “Restauratore della Filosofia dell’antica Persia”, stanno lì a dimostrare di quanto le forze dell’obnubilamento fossero già pienamente agenti in passato e quanto preziosa sia stata la sua azione di recupero di tutta l’antica sapienza. Gli eventi discensivi in cui ci si imbatte, scorrendo cronologicamente la lista degli accadimenti storici, fanno certamente riferimento a fatti che si compiono nella storia, ma che trovano causa nella volontà nascosta di cancellare ogni residuo, ogni ricordo di un fatto basale e essenziale: “l’antropologia angelica dell’uomo, espressione della sua interezza ontologica”, ciò in aderenza all’affermazione coranica laddove si dice «di ogni cosa creammo una coppia». Questi poteri, quindi da sempre agenti, ma mai così gagliardi come in questa fase finale del ciclo degenerativo, sono quelli che la terminologia gnostica ha indicato in vari nomi, tra cui spicca il già citato “Città degli Oppressori” per indicare la presa velante che la coartante eccitazione sensoriale, volutamente attizzata da mille messaggi, esercita costantemente sull’anima al fine di non allentare mai la morsa su di essa. Un’asciutta espressione dello studioso L.M.A. Viola renderà meno patetica la precedente affermazione, leggiamola: «In particolare nella persona microcosmica, tale materializzazione produce, nelle varie età che si succedono nel ciclo, delle relative modificazioni psico-fisiche, che ne alterano progressivamente le attitudini intellettuali, le azioni morali, la fisiologia vitale e la struttura corporea, in tal modo, certe facoltà diverranno progressivamente atrofiche e si ritireranno allo stato germinale mentre altre diverranno ipertrofiche, come quelle vegetative e generative, ventrali e sessuali». E ancora un poco più avanti: «Il centro dell’esperienza-conoscenza diventerà sempre più il sensorio celebrale, a dispetto dell’intelletto cardiaco, una dimenticanza completa del centro essenziale intellegibile delle cose sarà sviluppata alla fine del ciclo». Il modello antropologico proposto al fanciullo mazdeo prima evocato, lo pone nella condizione di sviluppare nel corso della sua esistenza una disposizione contemplativa dell’anima che è un risultato cui si giunge senza effettiva partecipazione degli organi sensori, al fine di recuperare l’integrità angelica della propria persona. Nel circuito di oscurante progressione, così come i testi la delineano, le anime scenderebbero in un circuito, ben noto in tutto il mondo antico, fondato sul sistema di immaginifiche porte celesti, in una parabola che dal mondo superiore si conclude in questo mondo. Qui però permangono le tracce odorose del Pleroma (il piano della pienezza spirituale, n.d.r.) che inducono la nostalgia. Questo è un invito a “traspondere” il dato dell’osservazione empirica e ricondurlo nella dimensione noetica dell’intellegibile; così l’anima può raggiungere la sua perfezione elevandosi allo stato di “Nous” (Intelletto Sovrasensibile, n.d.r.). Ogni innesco che genera questa tensione deve trovare scaturigine in un disagio dell’anima, che, immersa nella corrente del divenire, comunque può avvertire un sentimento di estraneità alla sua prigione. Senza questa presa d’atto individuale, del tutto interiore, che qualcuno ha qualificato come “fuga dalla realtà”, ogni reazione è preclusa e ogni gnosi è impossibile. Nella prospettiva della gnosi, il panorama degli eventi è del tutto rovesciata rispetto a quella del senso comune, l’”altrove” è la realtà e la “realtà” di questo mondo è solo immagine fugace e illusoria.

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Mundus imaginalis e Natura Perfetta

Per procedere nell’esplorazione di questa “inedita” concezione antropologica che, come si vedrà, è nascosta nei testi di molte tradizioni e quindi non è esclusiva dell’Oriente persiano, dobbiamo riferirci a quella dimensione della realtà che è stata da tempo definita da H. Corbin come Mundus Imaginalis (FENIX 81, pag.14), una concezione la cui comprensione reputiamo sia ormai ampiamente diffusa tanto da farla ritenere acquisizione consolidata, almeno nelle sue linee generali. Tuttavia, per richiamarne brevemente i contenuti, si dirà che, tale espressione si riferisce a un intermondo che è posto tra la dimensione puramente spirituale e quella materiale. Uno stato intermedio che, al contempo, è mediatore, laddove realtà materiale e realtà spirituale trovano un prodigioso bilanciamento. È questa la regione dell’ottavo clima, posto oltre i sette climi terrestri, dove i corpi si “spiritualizzano” e lo spirituale si “fisicizza”. Una delle conseguenze più folgoranti della prospettiva immaginale è l’inaugurarsi di questa nuova antropologia che, solo apparentemente, è inedita per il mondo occidentale e che, come brevemente sintetizzeremo, colloca l’Io terrestre in “questo” mondo e la sua controparte di luce (l’angelo) nel mundus imaginalis. In questa cornice va letta la proposizione “io conosco me stesso” che è trasposizione dell’invito delfico al “Conoscere Se Stessi” e si concreta in un invito rivolto all’“Io” affinché si disponga a riconoscere il “Se”. Il processo in questo stadio è in una fase dualistica presupponendo un “io” e un “me” distinti tra loro, ma il processo di “conoscenza” mira a conseguire il passaggio tra l’esteriore e l’interiore e quindi fondare il trasbordo che conduce dal “dualismo” alla “dualitudine” per cui si realizza pienamente l’espressione: “chi conosce se stesso conosce il suo Signore.” La conoscenza del Sé conduce all’unione, ossia alla riunificazione dell’io apparente con l’io trascendente e concretizza un’operazione oltre i limiti della illusoria temporalità: “ciò che in me stesso io sono e non ho cessato di essere”. La storia per lo gnostico si manifesta nell’aperta visione di una pluralità di universi spirituali che costituiscono la sua personale storia dell’anima. Una vicenda di discesa e di ritorno, un’anamnesi pneumatica il cui emblema è il giovane mazdeo di cui abbiamo parlato. Sembra evidente, pur se si procede in questa complessa materia attraverso modesti accenni, che si è di fronte a una concezione veramente rivoluzionaria (nel senso astronomico di tornare al punto d’origine) dal momento che, attraverso questa conoscenza, si realizza lo scopo ultimo dell’esistere, la “salvezza” ottenuta per mezzo della reintegrazione, ci si salva conoscendo la propria origine: “ciò che si è e ciò per cui si è”.

In Prossimità della Manifestazione

Il che induce a una riflessione. Una “società” che al di fuori di qualsiasi pressione e/o imposizione dogmatica esercitasse maieuticamente i propri fanciulli (si ricordi l’adolescente mazdeo dell’esordio) alla conoscenza del proprio Sé, perché di una presa d’atto esperienziale si parla, non porrebbe già inequivocabilmente le basi per una confraternita di giusti? Non è forse la convocazione angelica già espressione della manifestazione della Gerusalemme celeste o di Huqualya, comunque si voglia chiamare, l’irruzione della città angelica in questa sfera sensibile? I testi ci confortano intorno a questa prossimità e ci invitano a cogliere qui e ora il profumo del Pleroma come un’annunciazione, con queste parole: «Non pensare che questa realtà spirituale sia lontana. Essa si avvicina, che i segni del compimento e della crisi si sono già mostrati. Spira la brezza del mondo di Hurqalya e il profumo di quel mondo è giunto fino ai sensi che l’anima dei veri fedeli possiede…Ma un gran numero di coloro che per natura meritano pienamente il nome di uomo si dilettano di queste fragranze odorose, che diventano il nutrimento della loro anima». Ricordiamo che la tenebra che invade la creazione costituisce un’irruzione delle contro-potenze nel sensibile, la tenebrosità di questo piano non è connaturata ma è stata introdotta. Il “Cosmos” è stata creato da Ahura Mazda ed esso è intrinsecamente “buono”. Sorhavardi si riallaccia al magismo non dualistico iraniano e quindi non vede nella sapienza della Persia religiosa, che egli riattualizza ai tempi suoi, la lotta paritetica di due principi di opposizione ma solo la suscettibilità della dimensione materiale d’essere invasa dalla tenebra. La corruzione però è ormai avvenuta e “tutta la Creazione geme delle doglie del parto e per questo attende d’essere liberata”, per dirla con un’espressione propria a san Paolo, e ricondotta alla sua purezza originale, alla condizione in cui la Terra era “tutta verde” facendo così coincidere la Fine con il Principio. Questo compito di restaurazione per conto dell’Angelo della Terra, è stato assunto, nella dimensione dell’antica religione iranica, dalle fanciulle guerriere conosciute come “Fravarti”, entità che trovano un corrispettivo nelle Walchirie. Esse hanno prodemente rinunciato alla loro vita nella dimensione incorruttibile (fravarti significa “coloro che hanno scelto”) per schierarsi nella lotta a fianco degli uomini, trovando così un corrispettivo negli angeli combattenti descritti nei testi qumranici. Ebbene questa controparte invocata in più circostanze altri non sarebbe, come si sarà compreso, che il Sé angelico. Questo secondo l’ottica sciita, che comunque, sempre ricordiamo, è espressione riepilogativa di ogni gnosi autentica e mira al ripristino dell’originale religione abramitica al di sopra delle espressioni particolari, cioè storiche, della totalità delle “religioni del libro” (che comprenderebbero anche l’ermetismo ed altro).

La Restaurazione dell’Angelo

L’ “Angelo” è quella entità in noi che altro non è che l’anima incarnatasi nella sua prigione-pozzo. Questa inavvertita condizione di prigionieri ci ha reso dimentichi della precedente unione, di chi realmente eravamo, delle “nostre immagini”. È solo per messo di una costante invocazione della nostra controparte, che le condizioni originarie potranno essere ristabilite, e quando ciò accadrà: «Troverete il Regno (attenzione, il “Regno” non il Paradiso n.d.r.), perché voi provenite da esso; nuovamente ne farete ritorno». (logion 49 del Vangelo di Tommaso) Questa conoscenza del Regno non si proietta nel futuro, l’abbiamo già visto. Le categorie temporali non hanno più senso, una volta raggiunta la dimensione della salvezza, chi è salvo scoprirà di esserlo dall’eternità, l’illusione temporale ha velato la condizione sigiziale dell’Io-Sè, la gnosi gliela restituisce in quanto “l’origine e il ritorno sono identici”, una conseguenza che ci comunica con chiarezza anche il Vangelo secondo Filippo quando afferma «Infatti colui che è, costui è stato e sarà». Emblematica, per la dimenticazione di tale ordine idee, è la figura dell’”angelo custode” del Cristianesimo, vera cartina di tornasole dell’obnubilamento epocale. Questi, da vera risorsa spirituale, è relegato ormai nella sfera del sentimentalismo più deteriore, se non addirittura, respinto ai margini della pratica religiosa che appare sempre più refrattaria all’arcano e alla contemplazione, consegnato nelle braccia della new-age, senza più alcun legame con la liturgia. Eppure, in maniera neppur tanto velata, della dimensione angelica come controparte individuale, si parla espressamente, nel Vangelo di Matteo (18, 10) dove si dice: «guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del padre mio che è nei cieli». Nel passaggio, è evidente il senso dell’assegnazione individuale conferita a ogni essere umano e alla finalità protettiva che la figura assume non certo confinata all’infanzia (del resto la parola “fanciulli” vela il significato di “adepto” se non di “iniziato”). Sebbene la frase del Vangelo di Matteo possa apparire piuttosto esplicita in ordine alla tematica che qui si va proponendo, non è questa l’unica testimonianza presente nel testo. Anche l’episodio della Samaritana (Vangelo di Giovanni), se letto con gli strumenti dell’ermeneutica spirituale, come fecero Origene e Eracleone, suggerisce come il Cristo svelerebbe alla donna del pozzo che il di lei “marito” non è una controparte umana, bensì celeste. Ne scrive H.Corbin: «L’angelo personale della Samaritana, vale a dire la sua natura spirituale, il congiunto con cui forma una coppia, una sigizia, è il marito di cui Gesù gli rivela l’esistenza e che non è nel mondo, ma fuori del mondo ed a esso la donna si dovrà unire per ridivenire ciò che ella è in verità». (Cfr. H.Corbin: 2015. 339). Ancor più eclatante per la sua esplicitezza è la testimonianza offerta dalla Pistis Sophia in cui la Maddalena, alludendo alla nascita dell’Uomo di Luce (Phos) nella sua anima, ne esprime la presenza con queste toccanti parole; “La potenza che è scaturita dal Salvatore e che è adesso l’Uomo di Luce all’interno di noi…Mio Signore! Non soltanto l’uomo di luce in me ha orecchie ma la mia anima ha inteso e compreso tutte le parole che tu hai pronunciato… L’uomo di luce in me mi ha guidata; egli si è rallegrato e ha palpitato in me come se desiderasse uscire da me e passare a te”. Infine, si può cogliere la presenza di questo “essere di luce” variamente denominato anche in altri ambiti. Così, nel Mitraismo, religione nata nel medesimo ambito territoriale dello Zoroastrismo, poi confluito nella summa esemplare di Sorhavardi, cogliamo un passaggio del rituale che si rivela pregno di speciali contenuti. Qui ne faremo solo menzione, perché la materia è così vasta che meriterebbe una trattazione più ampia, fatica che del resto ha impegnato Corbin in notevoli e acuti sforzi comparativi e alle cui pagine volentieri rimandiamo. Zosimo qualificava un certo apex della liturgia mitriaca come momento espressivo del “suo più riposto segreto”. Di certo i pii esegeti cristiani del quarto secolo tale segreto l’hanno tutt’altro che colto, impegnati com’erano a devastare ogni testimonianza della “concorrente” religione. Nella liturgia di Mitra è pronunciata la seguente invocazione: «O Primordiale, genesi della mia genesi, Primordiale origine della mia origine». Questi “primordiali”, a uno a uno evocati nel testo liturgico mitriaco, rappresentano i quattro elementi purificati (sottili) concludendosi l’invocazione con le parole: «Corpo Perfetto di me, plasmato da un braccio glorioso e da un destro imperituro». Crediamo che a questo “corpo perfetto” di resurrezione facesse riferimento San Paolo equivocando, forse, completamente sul tema. Questi elementi del Corpo perfetto sono invocati come organi necessari per la visione del Principio immortale contemplato dopo la morte che precede la nuova nascita, quella successiva al rito iniziatico. Torma quindi ad affermarsi la necessità di patire le esperienze di una morte anticipata e allo stesso si fa riferimento all’immagine del Corpo Perfetto mitraico, equivale alla “Natura Perfetta” dello sci’ismo, espressione della raggiunta biunità (H. Corbin: 2015, 341). Per questo, concludiamo con le parole che H. Corbin pronunciò in occasione del lascito che aveva ricevuto dal suo insegnante, Louis Massignon, nel momento in cui questi gli donò una preziosa edizione litografata della Teosofia Orientale di Sorhavardi. Nell’avida lettura del profondo testo, il filosofo realizzò d’essere parente spirituale del teosofo persiano e di appartenere alla medesima famiglia spirituale che legava tutti allo stesso “angelo”, tanto che scrisse: «attraverso l’incontro con Sorhavardi il destino spirituale del mio passaggio terreno fu sigillato. Il Platonismo, esposto nei termini dell’angelologia zoroastriana dell’antica Persia, illuminò il cammino che stavo cercando».

Bibliografia: Farid Ad-din Attar: La lingua degli uccelli, Mediterranee, 2002 Pio Filippani Ronconi: Regalità iranica e gnosi ismailita, Irradiazioni, 2014 René Guénon: Il regno della quantità e i segni dei tempi, Adelphi, 2009 René Guénon: Simboli della scienza sacra, Adelphi 1975 H. Corbin: Tempo ciclico e gnosi ismailita, Mimesis 2013 H. Corbin: Nell’islam iranico Lo sci’ismo duo decimano, Mimesis 2012 H. Corbin: Nell’islam iranico Sohravardi e i platonici di Persia, Mimesis 2015 Maurizio Macale: San Francesco e il torneo dello spirito, Bastogi 1999 Henri Charles Puech: Sulle tracce della gnosi, Adelphi 1985 Giuseppe A. Spadaro: L’albero del bene. San Francesco teologo cataro, 2009 Arkeios. Riviste Quaderni della Sapienza, n.1-2, Irfan 2015, 2016

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IL TRAMONTO D’OCCIDENTE E LA RESTAURAZIONE DELL’ANGELOultima modifica: 2017-03-17T13:27:21+00:00da mikeplato
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