LA GIUSTIZIA DI DIO

Di Mike Plato,

La Giustizia è il fondamento dei due testamenti biblici. Dio è un Dio di Giustizia, i suoi figli sono i Giusti, Mosè era un Giusto, Gesù era il Giusto per eccellenza, il mondo sarà giudicato con Giustizia. È quindi necessario capire cosa sia la divina Giustizia, soprattutto in confronto alla umana giustizia e a quella delle Potenze angeliche che si contendono il mondo


apertura justice

 

 Come evincesi dal testo di Genesi 14, il primo attributo del Re del Mondo è la giustizia, in ebr. Sedek. La giustizia è nel nome stesso di Melkizedek, il che indica che egli e la giustizia siano una cosa sola, che l’archetipo della giustizia sia prioritario rispetto a qualsiasi altro principio divino, prima ancora che la pace o la sapienza. Essendo Melkizedek un personaggio biblico, legato con questo nome alle religioni ebraica e cristiana, occorre vedere cosa si intenda per giustizia e per giusto nel testo biblico – giacché non esiste giustizia senza i giusti – e cosa sia la giustizia in senso spirituale. In senso materiale e profano, la giustizia viene definita come «l’ordine virtuoso dei rapporti umani in funzione del riconoscimento e del trattamento istituzionale dei comportamenti di una persona o di più persone legate fra di loro in una determinata azione secondo la legge o contro la legge» (fonte Wiki). La giustizia non può essere attuata senza un codice che classifichi i comportamenti ammessi e non ammessi (obblighi e divieti) in una specifica comunità umana, e senza un organismo giudicante che traduca il dettame della legge in una conseguente azione giudiziaria. Ergo, la giustizia umana, terrena e profana, non può essere attuata senza un organo legiferante, senza una legge, e senza una magistratura che sanzioni i comportamenti che vìolano il legittimo interesse individuale e collettivo. Il principio delle corrispondenze cielo-terra, immanifesto-manifesto implica che non vi sia nulla mai di nuovo sotto il sole, e che ciò che gli umani creano o inventano esista già in quanto archetipo o idea eterni. Ne consegue che la giustizia terrena sia un riflesso di quella celeste, e che la santa giustizia parimenti preveda un legislatore, una legge e un giudizio. È illuminante Paolo quando svela che tutto ciò che è nella Torah ebraica è specchio di una Torah superiore, citando il comando di Dio a Mosé: «Guarda di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte» (Ebrei 8:5, Esodo 25:40). Infatti fu Mosè a scrivere la Torah ed egli, sotto potente ispirazione, la scrisse tenendo presenti le realtà celesti che aveva visto in un’alterazione assoluta dello stato di coscienza (il monte Sinai), poi cifrate in, chiave simbolica. Tutto quel che è successo prima della creazione e tutto quel che è accaduto e accadrà dopo è lì, nella Torah, nascosto in bella vista. Ma se in terra tutto è apparentemente separato, in cielo tutto è uno, per cui legislatore, legge e giudice sono uno e uno solo. E questo Uno è Melkizedek, l’idea eterna di santa e divina giustizia, il principio della Giustizia suprema che si fa Intelletto e Persona. La Giustizia del testo biblico non si fonda sui diritti umani fondamentali, ma sul rapporto tra uomo e Dio, partendo dalla legittima convinzione che l’uomo è un nulla senza Dio e che debba tutto all’Altissimo. Gesù, il Melkizedek manifestato, volendo sintetizzare tutta la legge data da Mosè agli Ebrei, dice che la legge si sintetizza nella ben nota regola aurea: «Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te». Questa è la versione negativa della regola, in quanto la versione positiva richiede un’azione, anziché una inazione: «Fa’ agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te». Questo codice di azione regolamenta il karma individuale e collettivo. Esso è tutta la legge mosaica, perché Mosé, su ordine stesso di Melkizedek, volle far conoscere all’Israel carnale la legge karmica inferiore gestita dalla magistratura astrale, amministrata dagli Arconti. Infatti è scritto: «voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata» (Atti 7:53). Questa legge karmica inferiore – nota come legge del taglione, del contrappasso, di azione reazione, di causa effetto – regola i comportamenti umani e tale legge è fatta eseguire, con i relativi giudizi karmici, dalle Potenze zodiacali-planetarie, in modo inesorabile, come rivelato da Gesù a chi può capire, proprio nel momento in cui afferma che la giustizia dei figli della luce deve superare quella degli scribi e dei farisei (Matteo 5:20): «Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario, mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice, e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finchè tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo» (Matteo 5:25). Nell’ignoranza della legge karmica, le parole del messia suonerebbero astruse, sganciate, come sono, da un contesto chiaro e comprensibile. Chi è l’avversario? Perché si è in cammino con lui? Chi è il giudice che ti giudica colpevole? Di quale colpa sei accusato? E la prigione? Cosa occorre pagare fino all’ultimo spicciolo? Il Buddhismo, con i concetti di karma, samsara e reincarnazione, offre un valido aiuto per illuminare il mistero celato nelle parole di Gesù. La prigione è questo mondo e il corpo cui l’anima è vincolata, la ruota di eterne morti e reincarnazioni in cui gli Arconti, guardie e giudici delle anime, ci imprigionano per l’eternità, vincolandoci alla legge del karma (causa-effetto), che pure è legge essenziale affinchè l’uomo non agisca in modo bestiale. La Legge che Dio dette agli ebrei è nè più e nè meno la Legge del Karma. Egli non volle dire «se qualcuno ti ferisce, tu feriscilo»… ma «se qualcuno ti ferisce, qualcun altro, presto o tardi, lo farà con lui». E a conferma, Yeshua disse in Matteo 26:52 «chi di spada ferisce, di spada perisce»… e non certo «chi di spada ferisce, di spada sia ucciso». Sono cose ben diverse. Ecco perché Paolo, in Romani 12, disse: «Non fatevi giustizia da voi stessi e lasciate fare all’Ira divina». E ancora in Colossesi 3:25 disse: «Chi commette ingiustizia infatti subirà le conseguenze del torto commesso e non v’è parzialità per nessuno». Persino Epifanio di Salamina, uno dei primi padri della Chiesa intuì questa verità: “in realtà quando la Legge data agli ebrei prescriveva “occhio per occhio”, non voleva dire “cavate un occhio in cambio di un occhio”, ma “se uno cava un occhio, a lui sarà cavato un occhio” (Panarion II, 11,6). Secondo il trattato gnostico Pistis Sophia, gli Arconti immettono nell’anima uno spirito di opposizione (l’avversario sulla via) o di contraffazione, che spinge l’anima a peccare, ovvero a infognarsi sempre più nella trappola karmica e nel flusso del tempo. Onde scongiurarlo, occorre sottomettere questo “etere” ostile, vero e proprio cavallo di Troia, prima di morire, per non incorrere nella giustizia inferiore. In buona sostanza, occorre auto-giudicarsi in vita –Gesù invita a rinnegare se stessi, ciò che si è in quanto uomini carnali – e prendere consapevolezza di ben altra legge, la regola assoluta, che codifica implicitamente i rapporti tra gli esseri creati in quanto “spiriti” (non solo gli uomini) e Dio Altissimo creatore di tutto. Gesù non rinnegò la legge karmica inferiore, poiché sapeva bene che essa esiste ed opera, finchè questo mondo sarà in piedi e finchè Dio Padre lo vorrà. Melkizedek si era manifestato in Gesù per far conoscere una legge molto più grande, quella che gli induisti chiamano “Sanatana Dharma-Legge Eterna”. La legge eterna consiste per intero in siffatto principio: «Fa’ ciò che vuole Dio, fa la volontà dell’Altissimo». Non esiste altro principio fondante che non questo. Il Libro di Sapienza 6:4 supporta questa tesi legando indissolubilmente Legge e Volontà divina: «Non avete osservato la Legge, né vi siete comportati secondo il Volere di Dio».

Giustizia e scelta tra Bene e Male

Qui risiede la vera giustizia e il vero giudizio, qui risiede il vero libero arbitrio, e da qui la definizione in senso spirituale del biblico “giusto” e del “popolo dei giusti”. Il vero libero arbitrio non è l’opzione tra il fare il bene e il male secondo una concezione mondana, ossia aiutare o danneggiare l’altrui persona in senso materiale -azioni regolate e giudicate dalla giustizia terrena su un piano e da quella arcontico-astrale su un piano invisibile- ma l’opzione tra il grande Bene e il grande Male. Sorge quindi il dilemma che tanto ha tormentato i saggi di tutte le epoche: cosa sono davvero il Bene e il Male in senso divino e assoluto? Il bene e il male terreni sono solo un riflesso di ben altri Bene e Male. Il principio ermetico delle corrispondenze cielo-terra ci può aiutare. Se il bene e il male mondani sono definiti dall’osservanza o dalla violazione del precetto aureo «non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te…», il Bene e il Male assoluti sono dati parimenti dall’osservanza o dalla violazione del precetto «non fare allo Spirito ciò che non vuoi lo Spirito faccia a te». L’apparente novità del cristianesimo originario è che la vera Giustizia si pone in rapporto solo con la realtà divina e non con la realtà mondana. Dico “apparente novità” in quanto la religione del Melkizedek è sempre esistita fin dai tempi di Adamo, sol che Gesù la rese manifesta, come è detto da Paolo: Mistero rimasto nascosto da secoli e da generazioni, e ora manifestato ai suoi santi (Colossesi 1:26). Ciò in quanto non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole. In verità, anche i migliori saggi ebrei avevano compreso che la vera giustizia si fonda su Dio. Dio stesso mostrava il sentiero di giustizia, il retto cammino da percorrere per spegnere l’ira divina ed entrare nella pace perenne, la pace dell’anima priva di desideri mondani. Dio è la guida per il giusto cammino (salmo 23), e cerca solo coloro che lo cercano al di là del mondo (salmo 24). Questo è il sentiero di giustizia, cercarlo e conoscerlo, e questi sono i giusti, coloro che si sottomettono al volere di Dio. Il Salmo 1 insegna che il contrario di ciò non è semplicemente l’ingiustizia ma, cosa più grave, l’empietà. Questa empietà è ben sintetizzata nel passo di Giobbe 21:14, ove empi sono tutti coloro che nel mondo dicono a Dio Altissimo: «Allontanati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie. Chi è l’Onnipotente perché dobbiamo servirlo?». Questa fu la volontà di Lucifero e degli Angeli empi nella vecchia economia universale e questa divenne la volontà di Adamo e di tutti gli uomini insieme a lui. Ma i risvegliati, i giusti, dicono piuttosto: «Allontanati da me, Satana, perché mi sei di scandalo» (Matteo 16:23). La Regola Aurea nella sua forma negativa “non fare a Dio…” va chiarita. Cosa possiamo fare a Dio noi miseri esseri creati? L’unica cosa che possiamo infliggerGli è l’abbandono: il figlio lascia la casa del padre. E’ empio chi abbandona Dio, perché chi lo abbandona di fatto è contro di lui e vìola la legge degli Spiriti. In tale ottica, il precetto aureo va inteso come: Non abbandonare Dio perché Dio non ti abbandoni… Non cessare di servirlo e di fare la sua volontà affinchè Egli non più ti serva, non più faccia la tua volontà e ti protegga. Tale regola divina, chiamata Legge Eterna, diventa nella sua forma positiva: Ama Dio con tutte le tue forze e il tuo cuore, affinché Dio ti ami con tutto sé stesso… Se vuoi tutto dallo Spirito, dagli tutto. Questo è il sacro Shemà di Mosè (Deuteronomio 6:4-5), che Gesù esalta come il primo comandamento, il comandamento assoluto cui si conforma la definizione di Giustizia vera (Luca 10:27), principio basico dell’intera Torah ebraica, come mostra Tobia 13: «Convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l’anima per fare la giustizia davanti a Lui allora Egli si convertirà a voi e non vi nasconderà il suo volto». Anche Krishna, il Melkizedek dell’Induismo, insegna lo stesso principio: «Il più grande di tutti gli Yogi è colui che manifesta la sua fede con tutto il cuore e che mi ama con tutto se stesso» (Baghavad Gita 6:47). Questa legge è portata nel nostro cuore (anima) da Melkizedek. Il sacerdozio al modo di Melkizedek è un sacerdozio speciale, è il sacerdozio dell’amore esclusivo per Dio e della consacrazione totale al principio divino. È il sacerdozio di coloro che cercano Dio con tutte le forze e che rifiutano il mondo con tutte le sue lusinghe, massima forma di giustizia divina, come insegnato da Gesù e dai suoi discepoli in modo chiaro e inequivocabile: «Non potere servire Dio e Mammona (Matteo 6:24); Non sapete che amare il Mondo è odiare Dio? Chi vuol essere amico del Mondo si rende nemico di Dio (Giacomo 4:4); Non amate né il mondo né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui… E il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1 Giovanni 2:15). Quello di Melkizedek è l’unico vero sacerdozio accettato da Dio Padre, il sacerdozio del figliuol prodigo (dissipatore) che decide di tornare alla Luce, rompendo con l’illusione mondana, nella consapevolezza dell’antitesi assoluta tra Dio e questo mondo. Infatti è detto: «La legge del Signore è nel cuore del Giusto» (salmo 37:31). Non potremmo avere né questo amore, né questa legge né questa giustizia se Melkizedek non fosse in noi. Chi cerca Melkizedek è perché Melkizedek è in lui, perché il retaggio della sua anima è divino e non mondano, come è detto magistralmente dal Cristo in dedica a tutti i Figli della Luce: «Il vento (n.d.a. lo spirito santo, Melkizedek ) soffia dove vuole (n.d.a. ispira chi vuole, agisce in chi vuole, parla e istruisce chi vuole) e tu ne odi la voce, ma non sai da dove viene e dove va. Così è di chiunque è nato dallo spirito (n.d.a. anima generata da un potere più elevato di questa creazione)». (Giovanni 3:8). In verità, Gesù ci insegna ad amare anche il prossimo, il fratello come noi stessi. Il prossimo non è quello della porta accanto, il fratello non è il consanguineo, ma coloro che fanno la medesima cosa che facciamo noi: con tutta l’anima amare Dio come un padre, scegliere Lui anziché il mondo, fare la Sua volontà. Egli narra la parabola del buon samaritano, il cui significato più profondo è che vero giusto è colui che salva lo Spirito divino intrappolato nella carne per farsene poi salvare. Gesù Melkizedek sembra spietato allorché, i discepoli avvisandolo che la madre lo attendeva, dice: Mia vera madre e miei veri fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre (Luca 8:21). Gesù si conforma in pieno a quel modello melkizedecchiano illustrato da Paolo in Ebrei 7: «senza padre né madre né genealogia». Vero e unico Padre-Madre è Dio Altissimo, vero fratello è colui che serve Dio e desidera un rapporto filiale con Lui, non prima del pentimento e della conversione, che implicano una terribile lotta all’aggregato uman-animale.

Fa’ ciò che vuoi, questa sarà la tua giustizia

Il cabalista ebreo Rabban Gamliel figlio di Rabbi Jehuda HaNasi soleva dire: «Fa’ della volontà di Dio la tua stessa volontà, cosicché egli faccia della tua stessa volontà la Sua». Questa è la Legge suprema, non v’è altra legge che non scompaia di fronte a questa. Questo è il celebre comandamento: «Fa’ ciò che vuoi, sia tutta la legge», che l’occultista Aleister Crowley ricevette dall’angelo Haiwass al Cairo e che, pur comprendendo interamente, non riuscì ad attuare. Non c’è nulla di più difficile: interpretare la volontà di Dio e uniformarvisi. Occorrerebbe capire in primo luogo cosa Dio vuole in generale da tutti gli uomini e, ultimo ma non ultimo, capire cosa vuole da ciascuno di noi, da Solo a solo. La prima volontà non è difficile, ne parleremo fra poco. La comprensione e accettazione della seconda volontà implica una vigilanza eccezionale da parte dell’amico di Dio che deve intuirla attraverso segni, sogni, presagi, simboli, presagi, affinchè poi la sua volontà e quella di Dio diventino una e una sola. La migliore interpretazione del misterioso “Fa cio che vuoi” -principio che trovasi anche nello splendido ed esotericissimo “Gargantua e Pantagruel” di Rabelais, ove è il principio fondante dell’Abbazia di Theleme- credo sia contenuta nel romanzo “La Storia Infinita” di Michael Ende. Ivi, dal leone del deserto Graograman viene spiegato a Bastiano che “fa ciò che vuoi” non significa fare ciò che ci piace, l’appagamento incondizionato della volontà umana, ma è l’invito a percorrere un cammino in cui occorre comprendere la volontà suprema sul nostro essere, la nostra superiore verità personale, il nostro destino in quanto spiriti e non in quanto uomini soggiogati dal fato. Per far sì che la volontà umana e quella divina si focalizzino in una, non c’è altra strada che passare per i desideri. Ogni volta che abbiamo un desiderio che si ostina a non realizzarsi, non è quella la nostra via provvidenziale. Se quel desiderio si realizza, è solo una porta per un nuovo desiderio, sempre più sublime ed elevato. Questa via ci insegna dove dobbiamo andare e quale strada dobbiamo evitare. Generalmente, se ci si presenta un’alternativa, la via da scegliere è sempre quella più ardua e irta di ostacoli, e quella da evitare è quella che appare più facile, più rapida, più seducente. La prima è proposta dalla Luce, da Melkizedek, che ne è il suo maestro nascosto indiscusso; la seconda è proposta sempre dalle Potenze immonde che conosciamo come Arconti. Tra l’amaro e il dolce, dobbiamo scegliere sempre la via amara, il dolce sarà solo in fondo a questa via di giustizia. Cristo-Melkizedek insegnò attraverso Gesù: Larga è la via della perdizione e quanti quelli che l’attraversano! Stretta è la Via della Giustizia e quanto pochi sono quelli che decidono di percorrerla. Questa è la via secondo l’Ordine di Melkizedek, che non è legata all’ebraismo o al cristianesimo, ma è universale, in quanto nucleo di tutte le tradizioni spirituali. Questa via di Giustizia conduce alla pura santità, non santità umana ma vera santità divina. Dio stesso ha ingiunto ai suoi spiriti il conseguimento della santità, ovvero il ritorno alla primordiale immagine e somiglianza: Siate santi come Io sono santo (Deuteronomio 10:17). Santità e Giustizia sono una cosa sola, come suggerito dal salmista: Giusto è il Signore in tutte le sue vie e santo in tutte le sue opere (Salmo 145:17). Il teologo evangelico Wilfried Joest definì in modo corretto la giustizia divina, avvicinandosi molto alla vera giustizia melkizedecchiana, che è pura forza salvifica: «La Giustizia di Dio è la Forza che realizza la comunione con Dio, concessa da Dio stesso agli uomini. Con tale forza, Egli dà loro il diritto alla vita, rendendolo giusto con la loro Vita» (Religion in Geshichte und Gegenwart II,1409). La Giustizia in quanto forza salvifica non è niente di diverso dalla Grazia, che Dio fa all’uomo per salvarne l’anima: Esaudiscimi per la tua giustizia (Salmo 143:1); Aiutami secondo la tua grazia (Salmo 109:26).

quadro -the-last-judgement-church-of-the-mother-of-god-of-kazan-tolyatti-rf-2001

La Giustizia dalla fede e dalle opere

Molti esegeti hanno interpretato le figure di Paolo e di Giacomo in netto contrasto fra di loro sul tema della giustificazione. Paolo scriveva che le opere sono inefficaci e che la fede e la grazia salvano. Giacomo rivelava che la fede è inefficace senza le opere (Giacomo 2:14). Solo in apparenza gli apostoli non concordano sulla giustizia. Paolo scriveva spesso, e con grande autorità soprattutto in Galati 2:15, che la legge non salva, riferendosi implicitamente alla legge karmica. «Dalle opere della legge non verrà resa giusta nessun carne innanzi a Dio» (Romani 3:20). Le opere profane, quindi, non servono per la salvezza, in quanto esse si attuano nell’ambito dei rapporti profani e ivi si esauriscono. Paolo, ovviamente, parlava di opere legate alla legge karmica inferiore, e faceva leva sulla fede che si esprime nell’ambito della legge divina, la cui osservanza consente la Grazia: «Non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia» (Romani 6:14) Uscire dalla piccola legge per entrare nella grande Legge, le cui porte sono state schiuse da Cristo Sacerdote eterno, significa ricevere la grazia, ossia salvezza e giustificazione. Sforzo dell’uomo giustificato è quello di entrare in questa condizione di coscienza per non uscirne mai più. Giacomo, nelle sue lettere, non allude alle opere e alla legge inferiore, ma a quelle in Dio e verso Dio. Mai Giacomo utilizza l’espressione “opere della legge” per indicare ciò che salva, bensì il termine “opere”. Paolo e Giacomo parlano di opere di natura diversa, e in definitiva sono concordi. Se non fossero stati concordi sul punto, Paolo stesso, che apparentemente fa leva sulla fede giustificante, non avrebbe scritto: «Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Romani 2:6). Paolo non poteva contraddire se stesso affermando che le opere non salvano, per poi attribuire alle stesse potere di salvezza o di condanna. Paolo qui usa il termine “opere” e non “opere della legge”, intendendo le opere verso Dio e la sua legge, che è poi la legge dell’intimo.

Le Alleanze e la Giustizia

Questa forma superiore di Giustizia si basa su un patto primordiale, su un accordo, su un’alleanza che si è rinnovata più volte nel corso della storia: l’alleanza con Adamo poi infranta, l’alleanza con Noè (Genesi 9:8) probabilmente stipulata nell’era del Leone, l’alleanza con Abramo nell’era del Toro, l’alleanza con Mosè nell’era dell’Ariete e infine l’alleanza con Gesù nell’era dei Pesci, in attesa dell’ultima e definitiva alleanza dell’era dell’Acquario. L’alleanza, che implica servizio dell’uomo verso Dio e protezione-redenzione operata da Dio a beneficio dell’uomo, non può essere violata che dall’uomo. Gli Esseni, nei loro rotoli, si dichiarano molto severi verso coloro che hanno aderito al patto e poi ne sono usciti, abbandonando la Comunità dei Figli del Sadok (Giusto) e di conseguenza Dio stesso. Solo chi rimane fedele all’alleanza può essere dichiarato giusto: «presso Dio sta la mia giustificazione» dice lo scriba esseno. Gesù non vìola l’alleanza mosaica, ma la trascende, completandola e portando una nuova ed eterna alleanza, eterna in quanto eterno è il sacerdozio perno e fine della suddetta alleanza. Se la giustizia coincide con la virtù e con la santità, essa virtù ed essa santità non hanno alcuna connotazione mondana. Vero virtuoso e vero santo non è colui che è virtuoso e santo per il mondo, che ha regole sue proprie, ma il virtuoso e il santo che Dio giudica tali. Ed è noto che le vie di Dio non sono le vie degli uomini. Ciò comporta che i veri saggi, i veri giusti e i veri santi non siano conosciuti dal mondo, poiché non da esso consacrati e legittimati, ma conosciuti solo da Dio che li consacra e infonde su di loro il suo spirito e la sua grazia. Secondo il Talmud, nel mondo vi sono almeno 36 Tzadikim NistarimGiusti anonimi che vivono nel mondo in un dato momento. Nessuno li conosce, e la loro presenza qui è garanzia della conservazione del mondo. Essi rappresentano la Divina presenza sulla terra, la famosa Shekinah. I cabalisti ebrei sostenevano il principio secondo cui: «Il giusto è il fondamento del mondo» (Proverbi 10:25).

Il messaggio esoterico di Genesi 18:23-26, in cui YHWH non procede alla distruzione di Sodoma per la presenza in essa di cinquanta giusti, è che questo mondo non vedrà la sua fine finché vi rimarrà anche un solo giusto di Dio. La presenza dei giusti salva questa realtà illusoria dalla cancellazione, perché i giusti sono quelle scintille divine che il supremo creatore pretende di riavere con Sé. Ma nessuno conosce i giusti. Spesso neanche essi si rendono conto di esser tali, se non dopo diverso tempo ed esperienze mistiche. Il sacerdote eterno al modo di Melkizedek è consacrato (unto) direttamente da Melkizedek stesso e non da un ordine iniziatico o da un sacerdote, quindi è completamente sconosciuto e non considerato tale dal mondo e dai suoi custodi. Il sacerdozio di Melkizedek è completamente sganciato da iniziazioni esoteriche o profane, a meno che esse non siano il riflesso dell’Ordine di Melkizedek in terra, il che è avvenuto rare volte nel corso della storia. Di converso, un santo o un sacerdote ordinato tale da una Chiesa mondana non è riconosciuto tale da Dio. Ciò ad ulteriore dimostrazione della netta distinzione tra la giustizia divina e quella terrena, tra Dio e il mondo, nonché del potenziale sovversivo e dissidente di uomini come Gesù che, di fatto, insegnano che il potere, il vero potere, non può essere attribuito dalle istituzioni mondane, per quanto potenti possano essere. Esseri come Gesù, che esercitano un sacerdozio completamente sganciato dalle autorità mondane e una giustizia non di questo mondo, sono mine vaganti in questo sistema di realtà. Questi spiriti liberi non solo non accettano l’autorità trascendendola, ma insegnano ad altre anime come fare per liberarsi dal giogo astrale, come è scritto dal salmista a nome di tutti i giusti: «Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno» (Salmo 51:15). Questi spiriti liberi non possono che essere giudicati come criminali, malfattori e sovversivi, laddove per Dio sono giusti. E infatti è detto da Gesù in Luca 22,37: «Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». Gesù, il giusto per eccellenza (Colossesi 4:11), ipostasi della giustizia divina, viene crocifisso dalle Potenze che governano questo ordine di realtà.

La falsa e ingannevole scelta

La giustizia di Melkizedek giudica le azioni degli esseri e delle gerarchie in rapporto al principio divino assoluto, nonché allo stesso Melkizedek, poiché rifiutare il sacerdote eterno interiore, rifiutare l’inviato, comporta il rifiutare Colui che lo ha inviato per portare giustizia e pace vere. Il mondo, a causa dell’inganno degli Arconti, che vogliono fare dell’uomo il loro schiavo in eterno (Vangelo di Filippo 13) e cospirano affinché egli non diventi sacerdote in eterno al modo di Melkizedek, presenta sempre due false polarità, quindi, attraverso una falsa opzione, concede un falso libero arbitrio, velando il vero libero arbitrio e la vera scelta. Melkizedek ai suoi fedeli, ha sempre detto e sempre dirà: “Io o il mondo” e mai ha detto e mai dirà: “scegli una cosa del mondo anziché un’altra”. Egli sempre propone una scelta di totale rottura tra questo mondo e le sue attrattive e l’altro mondo e le sue attrattive. Questa è la scelta salvifica e non certo la falsa scelta che si esaurisce nel contesto mondano. Lo comprese Paolo allorché scrisse che la legge (mondana) non salva nessuno e che solo la Grazia è salvifica, volendo intendere che il buon karma mondano non consente il ritorno a Dio, mentre la Grazia di Dio, dovuta al rispetto della Legge divina, è pienamente salvifica. Chi ha un buon karma inferiore può ottenere qualche privilegio nella ruota delle reincarnazioni (in sanscrito Samsara, in ebraico Gilgul), ma non può uscire dalla ruota stessa. Per uscire dalla ruota, occorre attuare l’estinzione dell’ego, la cessazione dell’essere Dio a se stessi, quel principio che i buddhisti chiamano Nirvana, i Sufi chiamano Fanà, i cristiani chiamano sacrificio di croce. Chi segue Melkizedek, la Destra di Dio, sa bene che la sua libertà si esaurisce al momento della scelta, che il vero libero arbitrio è la scelta tra Spirito e Materia. Se l’anima sceglie questo mondo, sarà schiava in eterno delle Forze del Destino e morirà in perpetuo. Se al contrario sceglie la Luce, diverrà serva e sacerdotessa di Dio, ma nell’eternità dei Figli di Dio. Quindi, una vera libertà non può esistere e non esisterà mai poiché, una volta fatta la scelta, la libertà si estingue. Uno spirito decaduto può scegliere di risalire alla fonte, oppure uno spirito elevato può scegliere di decadere e allontanarsi da Dio, ma nessun Figlio di Dio potrà mai essere totalmente libero in Dio. Allontanarsi da lui per cercare la libertà assoluta significa cadere nell’illusione di libertà e nella morte, perché solo in Dio e in Melkizedek c’è la Vita eterna. Anche gli Angeli ribelli sono sempre a rischio di morte definitiva e, per scongiurarla, predano la vita all’anima degli esseri umani, ingannati e rinchiusi in una falsa alternativa, schiavi della legge karmica inferiore. La consapevolezza della vera alternativa – Dio o il mondo, lo Spirito o la carne – è condizione necessaria e non sufficiente per attuare un serio programma di inversione assiologica e trasmutazione ontologica. Gli Arconti, attraverso i loro potentati terreni, cospirano da sempre – in particolare le chiese mondane – per celare la vera scelta e impedire la resurrezione in spirito. È sufficiente insegnare il principio “Dio e il mondo”, postulato tipico della cultura profana greca e ora della spiritualità new-age, per boicottare qualsiasi serio e valido tentativo di ritorno allo stato primordiale. L’opzione vera è, conseguentemente, tra il rimanere in Dio in quanto figli e servi, quindi in quanto sacerdoti eterni, oppure uscire da Dio e diventare come Dio, ossia Dio a se stessi, non più servi, non più viventi, non più eterni ma mortali di morte (Genesi 3).

 

Scontro fra magistrature

Il Giusto è colui che, prima di ogni cosa, decide di rimettere la propria volontà egoistica e uman-animale a Melkizedek Re di Giustizia e attraverso di lui a Dio Altissimo. Quella è la vera offerta sacrificale dell’uomo al proprio IO eterno (Dio) celebrata in tutte le tradizioni. Giusto è Cristo che invita i giusti, attraverso il “Padre Nostro”, a realizzare quel “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, ossia a realizzare la volontà di Dio sia in quanto uomini sia in quanto spiriti. Se un individuo aiuta o danneggia il prossimo, sarà la giustizia terrena a giudicarlo, nonché la giustizia degli Arconti. Qui Melkizedek non interviene, perché quel tipo di azione è pura illusione, come definisce grandiosamente Krishna nella Baghavad Gita: «Chi uccide non uccide e chi è ucciso non è ucciso». La Giustizia divina interviene non quando viene violata la legge terreno-arcontica, ma quella divina. Il Cherubino, che scaccia Adamo dallo stato di coscienza edenico facendolo piombare nelle dimensioni inferiori, non esegue altro che un giudizio giusto legato ad un’azione iniqua nei confronti di Dio, un peccato d’orgoglio puramente spirituale con cui l’Uomo, reiterando il peccato delle gerarchie degli Spiriti, si volle fare re, Dio a se stesso, come Dio. Fu colpa più lieve di quella degli Angeli, in quanto questi decisero di loro spontanea volontà di non servire più Dio, laddove Adam fu ingannato da una falsa promessa e da un illusorio scenario. Nel primo caso, il giudizio di Dio fu attuato da Michael contro i ribelli, fatti da lui precipitare nelle dimensioni inferiori (astrale e materiale) della Mente di Dio (Apocalisse 12:9); nel secondo caso il giudizio di Dio fu attuato dal Cherubino con la spada di fuoco roteante (Genesi 3:24), altro nome che individua Michael-Melkizedek, che espulse dall’Eden l’uomo per farlo precipitare nelle stesse dimensioni in cui ormai gli Angeli Ribelli erano divenuti Arconti, ossia Dominatori, i quali iniziarono a signoreggiare su di lui, tanto in astrale che nel fisico. L’entità della violazione della legge divina da parte dell’uomo, seppur grave, non era tale da doverlo condannare per l’eternità, ma attraverso le molteplici reincarnazioni, consentirgli di ricordare, o meglio, prendere coscienza dell’errore primordiale, pentirsi e porvi rimedio. Di niente altro deve pentirsi ed è questo il senso del celebre “pentitevi e convertitevi” di Giovanni Battista. La reincarnazione è sì una minaccia, il segno tangibile della caduta e della perdita della vita eterna, ma anche l’unica opportunità per riparare alla violazione del massimo principio di Giustizia. Ciò non fu concesso a quelli che poi divennero Arconti, la cui violazione fu grave, netta, irreparabile, come è scritto: «Gli angeli che non conservarono la loro dignità, ma lasciarono la propria dimora, Dio li tiene in catene eterne» (Giuda 6). Gesù fu il primo vero Melkizedek umano, il Giusto fra i giusti, colui che consumò completamente la falsa volontà egoistica, per rimetterla completamente a Dio, che spostò la sua anima dal ciclo del tempo (morti e rinascite continue) all’eternità. Melkizedek, in quanto garante della suprema legge, protegge e istruisce il “giusto”, ossia colui che decide di tornare indietro alla condizione di servo e amico di Dio prima e Figlio di Dio poi. Allorché Abramo accetta il dono spirituale di Melkizedek e rifiuta sdegnosamente il dono materiale del Re di Sodoma (Genesi 14:22-23), rientra solo in quell’istante nella corrente primordiale dei servi e non a caso, solo dopo quella scelta – Dio o il mondo, sottomissione alla volontà di Dio o alla falsa volontà egoistica – Melkizedek inizia a proteggerlo (Genesi 15:1) per poi definirlo “giusto” allorché è detto che Abramo credette alla promessa dello stesso Elohim-Melkizedek (Genesi 15:6). Questo verso è stato consacrato universalmente come quello che definisce propriamente la giustizia e il giusto in senso spirituale. In esso percepiamo due tappe nell’iter di giustificazione: 1) rifiuto dei doni degli Arconti, rifiuto di aderire totalmente alla Sinistra maledetta; 2) piena e consapevole accettazione delle istruzioni, dei comandi e degli insegnamenti impartiti dal nucleo divino, anche se possono sembrare assurdi. Anche Giuseppe, figlio di Giacobbe (Genesi 39:12) e Gesù attraversano questo iter: 1) vincono le tentazioni (Giuseppe quella della prostituta, Gesù di Satana, ma entrambi rifiutano di unirsi totalmente alle Potenze Immonde); 2) si sottomettono alla volontà divina fino ad accettare l’assurdo. Giuseppe accetta il carcere seppur innocente e consapevole che Dio è con lui; Gesù accetta di salvare la sua e tutte le altre anime attraverso la croce. Qui scorgiamo uno dei significati più profondi del noto e misterioso “solve et coagula” della tradizione alchimistica, alla base della “via del giusto”, che non è altro che la Via di Melkizedek, la via dei sacerdoti dell’Ordine di Melkizedek a caccia dell’eternità: 1) solve, ossia sciogliere il laccio che incatena l’anima ai Poteri Immondi. I Cabalisti medievali parlavano di sciogliere il laccio del Thli (Drago). Questa è la lotta contro la carne e l’anima carnale, definita occultamente “prostituta” nel testo biblico, in particolare nell’Apocalisse di Giovanni; 2) coagula, ossia legare l’anima allo Spirito divino, sottomettendo la prima al secondo. Il Cantico dei Cantici è la celebrazione del coagula e dell’amor sacro, l’unica scelta possibile all’uomo che vuole riconquistare l’eternità.

Fede e Giustizia

Gesù Melkizedek, non casualmente, consacra questa scelta di giustizia dicendo a Pietro che ciò che scioglierà e legherà in terra (manifesto), scioglierà e legherà in cielo (immanifesto). Non bisogna commettere il madornale errore di considerare la fede di Abramo e la fede di Gesù alla stregua della fede cieca, quel fideismo bigotto e sterile che contraddistingue le masse ignoranti che scambiano la fede per un semplice sistema di credenza nell’esistenza di un’autorità divina e in una religione con tutto il suo bagaglio di obblighi e divieti. Questa fede cieca è tipica di tutti quelli che sono morti a Dio, che non vivono la divinità dentro e fuori, che non possono scorgere le sue vere meraviglie, che non sono ispirati dalla stessa. Abramo, invece, era un’anima diversa, lui non credeva semplicemente in Dio, poiché questo per lui era un fatto scontato, ripetutamente benedetto come fu da visioni, sogni, apparizioni, teofanie uditive. La fede che Abramo riponeva in Melkizedek è qualcosa di molto più alto, è credere all’assurdo, a promesse e profezie divine cui nessun altro crederebbe. Abramo, da questo punto di vista, è un modello esemplare nel rapporto tra uomo e Dio. Questo rapporto fu ammirato da quel grande pensatore che fu Soren Kierkegaard che, nell’opera Timore e Tremore, non riusciva a capacitarsi di come un uomo, nella fattispecie Abramo, potesse credere ad una voce che gli parlava nella coscienza e potesse persino obbedirle nel senso di sacrificare quel figlio che la stessa Presenza divina gli aveva concesso in tarda età. Abramo è l’archetipo del giusto che si sottomette alla volontà della Divina Presenza, una volontà che definiremmo assurda sol perché la visione dell’uomo non va oltre il proprio naso, mentre quella di Dio abbraccia tutto il ciclo umano e oltre. Un giusto è uno che sperimenta lo Spirito in lui, lo vive, lo respira continuamente. Sono come due facce della stessa medaglia, c’è un’interazione continua fra il giusto e Dio e il giusto sa che, in conseguenza di questo rapporto, vi saranno prove, tentazioni, sofferenze, ma anche una gioia negata ai profani, come è scritto in modo impeccabile e mirabile nel libro di Siracide 2:1 e 4:17: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione… La Sapienza (n.d.a. Melkizedek in quanto maestro dell’intimo) dapprima condurrà il giusto per luoghi tortuosi, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti, ma poi lo ricondurrà sulla Via della Giustizia e gli manifesterà i propri segreti. Se egli persisterà nel battere una falsa strada lo abbandonerà in balìa del suo destino (inferiore n.d.a)».

Arconti e giusti

Per completezza, approfondiamo il problema del conflitto di interessi delle magistrature, quella divina di Melkizedek che, essendo Re di Giustizia, amministra una giustizia giusta, e quella inferiore delle Potenze astrali arcontiche, definita nell’Antico Testamento come giustizia iniqua. Non è affatto casuale che gli Arconti di Atene fossero magistrati. Esistono due fonti affidabili che svelano la natura di queste due giustizie: i salmi e il rotolo esseno detto Regola della Comunità. Nel secondo è scritto che Beliar, Signore delle Potenze immonde, dichiara giusto l’ingiusto e ingiusto il giusto. Il principe di questo regno prende di mira i giusti, in quanto essi vogliono ritornare a Dio e fare la Sua volontà e in questo modo vogliono rompere i già citati “lacci del Thli (dragone)”, divenendo liberi dalla schiavitù. In buona sostanza, dopo aver fatto cadere l’uomo, le Potenze ingannatrici tramano e cospirano affinché l’uomo non si liberi dal loro giogo e affinché Melkizedek non possa aiutarlo in questo processo di pentimento, catarsi e liberazione. Lo gnosticismo ci insegna che talune anime sono aliene a questo sistema di realtà, provenendo da un regno più alto: il regno dell’eterna luce. Tali anime sono le uniche a chiedersi “chi sono, da dove vengo, dove vado, perché sono qui”, sono le uniche che possono sentire l’anelito verso una patria lontana eppur vicinissima. La decisione di rimettere la volontà a Dio rispecchia quest’angoscia esistenziale: il Dio vero è alieno a questo mondo, la mia anima da Lui proviene, quindi è aliena a questo mondo. Il desiderio di rientrare nella corrente primordiale del santo servizio è tipico dei Giusti e rientra nel concetto di giustizia intesa come osservanza naturale della legge divina, cui gli Arconti ci hanno sottratto per renderci esseri non sacri, perché «Chi non pratica la giustizia (n.d.a. divina) non è da Dio» (1 Giovanni 3:7). La differenza sostanziale tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre è la presenza di questa scintilla divina nei primi, la cui forza è capace di sciogliere il laccio dell’anima, con la natura arcontico-mondana che detesta la legge divina e la giustizia. Nel rotolo esseno detto “Testamento di Amram”, il protagonista narrante svela che la sua anima sia al centro di un conflitto tra il Re di Giustizia (Melkizedek) e il Re dell’Empietà (Melkiresha) noto come Satana e Belial. Il principio di Giustizia rende sottomessi a Dio, il principio di empietà è legato alla ribellione. Ce lo insegna il Cristo: «Non chiunque mi invoca entrerà nel Regno di Dio, ma solo coloro che fanno la volontà del Padre mio… (ai primi) dichiarerò loro: non vi ho mai conosciuti, operatori di iniquità» (Matteo 7:21). Chiunque vive in stato di cecità spirituale, in una condizione di morte spirituale, slegato da Dio e dal suo volere, è un empio. Empi sono gli Arconti ed empi sono quegli uomini che scientemente decidono di combattere Dio Altissimo pattando con i primi. Le gerarchie arcontiche di Belial, inique già di per sé e non meritevoli di capacità di giudizio in quanto non capaci di giudicare se stesse, non solo espletano una funzione a loro non concessa da Dio (il giudicare forme di vita considerate inferiori, laddove dovrebbe essere piuttosto giudicate), ma la espletano in modo settario e iniquo, premiando coloro che lavorano per questo mondo e per il loro sistema e condannando come ingiuste le anime dei giusti che non vogliono più esser sottomesse a loro ma a Dio Altissimo. Esse tentano di portare dal loro lato le anime speciali, ma se non vi riescono, uccidono i messaggeri per poi cavalcare i loro messaggi ed insegnamenti, svuotandoli del sacro senso. Questo è uno schema comportamentale che definirei universale. Negli ultimi 2000 anni, proprio con la dipartita del Melkizedek-Cristo, questo piano è stato lasciato in balìa delle Forze del giudizio rigoroso che, influenzando anime corrotte, hanno spinto violentemente le stesse a durissime rappresaglie contro singoli spiriti liberi, nonché famiglie iniziatiche composte da anime giuste, che cercavano la libertà dell’anima e l’accettazione da parte di Dio Altissimo e insegnavano lo stesso ad altre anime.

 

LA GIUSTIZIA DI DIOultima modifica: 2017-04-21T16:38:32+00:00da mikeplato
Reposta per primo quest’articolo

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.