RACCONTI DI UN PELLEGRINO RUSSO

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RACCONTI DI UN PELLEGRINO RUSSO

Se tu non capisci la parola di Dio, i diavoli però capiscono quel che tu leggi e tremano.

 
Prefazione
Racconti di un pellegrino russo è un testo ascetico, scritto fra il 1853 e il 1861 da un anonimo russo. Esso divulgò la pratica mistica della preghiera interiore perpetua, la preghiera del cuore ed è assieme alla Filocalia una delle opere più diffuse prodotte dalla spiritualitàortodossa. Viene spesso pubblicato assieme ad una continuazione anonima intitolata “Il pellegrino continua la sua via”. Il protagonista è per l’appunto un pellegrino che attraversa l’Ucraina e la Russia portando con sé solo pane secco e la Bibbia. Partecipando ad una celebrazione eucaristica resta molto colpito dall’esortazione di san Paolo a «pregare incessantemente» (1 Tessalonicesi 5,17) e si mette alla ricerca di chi gli insegni come fare a vivere la vita di ogni giorno e contemporaneamente avere la propria mente continuamente rivolta a Dio in preghiera. Incontra, infine, uno “starec” che gli insegna la cosiddetta preghiera di Gesù o preghiera del cuore, che consiste nella ripetizione incessante, secondo il ritmo del respiro, della formula «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore», una frase adattata dal Vangelo (Luca 18,13). Quando poco dopo il santo monaco muore lasciandogli il proprio rosario, il pellegrino riprende il viaggio completando il proprio bagaglio con l’acquisto di una copia consunta della Filocalia, il libro che insegna l’esicasmo. Nei capitoli successivi si mostra il progresso spirituale del pellegrino e gli insegnamenti che trae dall’interazione con le persone che incontra nel suo cammino. Nella prefazione all’edizione del 1884 troviamo una spiegazione dell’origine e del piano dell’opera: “Ai racconti del pellegrino qui pubblicati, riteniamo premettere alcune brevi risposte alle naturali domande che il lettore potrebbe porsi. Due sono le domande: 1. Chi è l’autore dei racconti? 2. In quali circostanze e dove avviene la narrazione? Rispondiamo alla prima domanda: i racconti sono la trascrizione di un testo in possesso di un monaco sul Monte Athos, fatta dall’abate Paissy, superiore del monastero dei Ceremissi a Kazan’, morto il 26 agosto 1883 (cfr. il suo necrologio sul “Monitore dell’Eparchia di Kazan'” il 21,1883). I racconti furono pubblicati per esaudire il desiderio di molti devoti, che li avevano letti in manoscritto. Non si conosce l’autore. Alla seconda domanda, dove e come avvenga la narrazione, non possiamo dare una risposta precisa. Ma è probabile che i fatti si siano svolti così: il pellegrino, giunto a Irkutsk come è detto nel libro, è accolto da un uomo devoto ai pellegrini e dimora presso di lui per un certo tempo, fino al giorno in cui scioglierà il suo voto sulla tomba di sant’Innocenzo, ricevendo dal fedele che lo ospita informazioni sul modo di arrivare a Gerusalemme. Frattanto egli cerca e trova un padre spirituale, come è costume dei pellegrini; questi, osservando in lui l’orazione della Preghiera di Gesù, gli domanda verosimilmente come e da chi l’abbia appresa. Questo episodio dà l’avvio alla narrazione e spiega anche perché il primo racconto cominci dal punto in cui il Pellegrino impara da un maestro in tale disciplina la Preghiera di Gesù, e perché, anziché parlare di se stesso, egli tocchi questo argomento solo nel terzo racconto e in modo marginale. Ma non gli riesce di raccontare tutto in una volta. Narra soltanto la metà dei suoi esercizi nella sacra scienza della Preghiera di Gesù, poiché l’ulteriore progresso in questo esercizio è interrotto dalla morte del maestro; la seconda parte degli esercizi è condotta a termine sotto la guida e l’aiuto degli scritti dei santi Padri, quando il Pellegrino è in viaggio verso Irkutsk. Tale è il tema del secondo racconto, che termina con l’arrivo in questa ultima città. Il terzo è un racconto breve, di congedo, prima della partenza verso Gerusalemme. Mentre si prepara al viaggio, il Pellegrino si reca ancora una volta a salutare il padre spirituale e in risposta a una sua domanda, racconta in breve la propria vita. Il quarto racconto comincia in modo occasionale. Il Pellegrino, in procinto di partire, si trattiene per caso in città per qualche giorno. Non resiste al desiderio di vedere ancora una volta il suo maestro, che gli chiede di raccontare qualche altro episodio edificante che gli sia capitato durante i suoi viaggi. Ecco quanto si può presumere sulla storia di questi quattro racconti. Ad essi sono state aggiunte Le tre chiavi al tesoro dell’orazione interiore e alcuni ammaestramenti dei Santi Padri, celebri per l’insegnamento della Preghiera di Gesù, quali Simone il Nuovo Teologo, Gregorio il Sinaita, Niceforo il Monaco, e i solitari Ignazio e Callisto (parte prima). Quindi si sono inclusi alcuni brevi sermoni di altri Padri, cioè di Esichio, sacerdote di Gerusalemme, di Filoteo il Sinaita, del metropolita Filippo, di Teolepto, e i detti di Barsanufio il Grande e di Giovanni, suo collaboratore (parte seconda). A conclusione abbiamo inserito Il profittevolissimo racconto di abba Filemone.” Il libro ebbe un enorme successo tanto che venne tradotto in diverse lingue. Di fatto poi i lettori del racconto andarono alla ricerca anche della Filocalia usata proprio dal pellegrino.

 

Primo racconto

Pregate senza posa

Per grazia di Dio io sono un uomo e cristiano, per azioni gran peccatore, per condizione un pellegrino senza terra, della specie più misera, sempre in giro da paese a paese. Per ricchezza ho sulle spalle un sacco con un po’ di pane secco, nel mio camiciotto la santa Bibbia, e basta. La ventiquattresima domenica dopo la Trinità sono entrato in chiesa per pregare mentre si recitava l’Ufficio; si leggeva l’Epistola dell’Apostolo ai Tessalo- nicesi, in quel passo dove è detto: “Pregate senza posa”. Quella parola penetrò profondamente nel mio spirito, e mi chiesi come sarebbe stato possibile pregare senza posa dal momento che ognuno di noi deve occu- parsi di tanti lavori per sostenere la propria vita. Ho cercato nella Bibbia e ho letto coi miei occhi proprio quel che avevo inteso:

Bisogna pregare senza posa, pregare con lo spirito in ogni occasione, pregare in ogni luogo alzando mani pure.

Avevo un bel riflettere, non sapevo proprio cosa decidere. “Che fare?”, pensavo. Dove trovare qualcuno che mi possa spiegare quelle parole? Andrò nelle chiese dove predicano uomini di gran fama, e forse là troverò quel che cerco. E mi misi in cammino. Ho ascoltato molte prediche magnifiche sulla preghiera. Erano però istruzioni sulla preghiera in generale; che cosa è la preghiera, perché è necessario pregare veramente, su questo, nem- meno una parola. Ho sentito una predica sulla preghiera in spirito e sulla preghiera perpetua; ma non mi si diceva come fare per giungere a questa preghiera. Così, frequentando le prediche non sono riuscito ad avere quel che desideravo. Allora ho smesso di andare alle prediche e ho deciso di cercare con l’aiuto di Dio un uomo sapiente ed esperto, che mi sapesse spiegare quel mistero dal quale il mio spirito era rimasto invincibilmente attratto. Quanto tempo ho camminato! Leggevo la Bibbia e chiedevo se non si potesse trovare in qualche luogo un maestro spirituale o una guida saggia e piena di esperienza. Una volta mi fu detto che in un villaggio vi- veva da molti anni un signore che si occupava di salvare l’anima sua: “Egli ha una sua cappella, non si muove mai e senza posa prega Dio e leg- ge libri spirituali”. A queste parole non camminai più, ma mi misi addi- rittura a correre verso il villaggio; vi giunsi e mi diressi subito alla casa di quel signore.

– Che vuoi da me? –, mi chiese.
– Ho sentito dire che siete un uomo pio e saggio; per questo vi chiedo in nome di Dio di spiegarmi che cosa vuol dire questa espressione dell’Apo- stolo: “Pregate senza posa”, e come sia possibile pregare in questo mo- do. Ecco quel che voglio capire e pure non ci so arrivare da solo.

Il signore rimase qualche istante in silenzio, mi guardò con attenzione e disse:

– La preghiera perpetua è lo sforzo incessante dello spirito umano per giungere a Dio. Per riuscire in questo benefico esercizio, conviene chiede- re spesso al Signore di insegnarci a pregare senza posa. Prega di più, e con più zelo; la preghiera ti farà capire da sé come può diventare perpe- tua; per questo ci vuole molto tempo.

Dopo queste parole mi fece servir da mangiare, mi diede qualche moneta per il viaggio e mi congedò. Ma non aveva saputo spiegare nulla. Ripresi la mia via; pensavo, leggevo, riflettevo come meglio potevo a quel che mi aveva detto quel signore, e pure mi era impossibile comprendere; avevo tanta voglia di arrivarci che le mie notti passavano senza sonno. Dopo aver percorso duecento verste, arrivai a un capoluogo di provincia. Vi scorsi un monastero. Nella locanda mi dissero che in quel monastero vi- veva un superiore pio, caritatevole e ospitale. Andai da lui. Mi accolse con bontà, mi fece sedere e mi offrì da mangiare.

– Padre santo, gli dissi, non ho bisogno di un pranzo; vorrei invece che voi mi deste un insegnamento spirituale: come fare per salvare l’anima? – Ecco: vivi secondo i comandamenti, prega Dio e sarai salvo!
– Ho sentito dire che bisogna pregare senza posa, ma non so come fare a pregare senza posa e non posso nemmeno comprendere che cosa signifi- chi la preghiera perpetua. Vi prego, Padre, spiegatemi questo. – Non so, fratello, come spiegartelo meglio. Ma aspetta. Ho un piccolo libro dove questo è esposto bene – e prese L’istruzione spirituale dell’uomo interio- re di san Dimitri –: prendi, leggi questa pagina. Cominciai a leggere que- sto passo:

Le parole dell’Apostolo: Bisogna pregare senza posa si applicano alla preghiera fatta con l’intelligenza; l’intelligenza, infatti, può essere sem- pre immersa in dio e pregarlo senza posa.

– Vi prego, spiegatemi come l’intelligenza può rimanere sempre immersa in Dio senza distrarsi e pregarlo senza posa.
– È molto difficile, se Dio non avrà concesso questo dono, disse il superiore. Ma non aveva detto niente.

Rimasi da lui tutta la notte, e il mattino, dopo averlo ringraziato per la sua cortese accoglienza, mi misi in cammino senza saper bene dove anda- re. Ero triste per la mia incapacità di capire, e per consolazione leggevo la santa Bibbia. Così per cinque giorni seguitai a camminare per la strada maestra; finalmente, una sera, incontrai un vecchietto che aveva l’aria di un religioso. Alla mia domanda, rispose che era monaco e che l’eremo in cui viveva con alcuni confratelli era a dieci verste dalla strada; mi invitò ad andare da loro.

– Da noi, mi disse, si ricevono i pellegrini, li alloggiamo e diamo loro da mangiare nella nostra foresteria.

Non avevo proprio alcuna voglia di andarci e gli dissi:
– Il mio riposo non dipende da un alloggio, ma da un insegnamento spi- rituale; non cerco un pasto, ho abbastanza pane nel mio sacco.
– Quale insegnamento vai cercando? Cosa desideri capire meglio? Vieni da noi, caro fratello: abbiamo alcuni starets così esperti che possono darti un indirizzo spirituale e guidarti sulla via vera alla luce della parola di Dio e degli insegnamenti dei santi Padri.
– Vedete, padre, è un anno ormai che, ascoltando leggere l’Ufficio, ho inteso questo comando dell’apostolo: Pregate senza posa. Non sapendo co- me interpretare questa espressione, mi sono messo a leggere la Bibbia. E anche in essa, in molti passi, ho trovato il comando di Dio: bisogna pregare senza posa, sempre, in ogni occasione, in ogni luogo, non solo du- rante il lavoro quotidiano, non solo quando si è svegli, ma anche nel sonno: Io dormo ma il mio cuore è desto. Questo mi ha molto sorpreso e non ho potuto comprendere come si possa compiere tal cosa e quali sono i mezzi per arrivarvi; si è destato in me un desiderio vivo e un’ardente curiosità: queste parole non mi hanno più dato pace né di giorno né di notte. Così mi sono messo a frequentare le chiese, ho ascoltato le prediche sulla preghiera; ma ascolta e ascolta, non ho mai sentito dire come si fa a pregare senza posa. Si parlava sempre della preparazione alla preghiera o dei suoi frutti, senza che fosse insegnato come pregare senza posa e quel che significa una simile preghiera. Ho letto spesso la Bibbia e vi ho trovato quel che avevo sentito; ma non sono ancora riuscito a comprendere quello che vorrei sapere. Così dal quel tempo io continuo a essere incerto e inquieto.
– Ringrazia Dio, fratello caro, perché ti ha rivelato un’attrazione così viva in te verso la preghiera interiore perpetua. Vedi in questo la chiamata di Dio e calmati, pensando che così l’accordo tra la tua volontà e la volontà divina è stato giustamente provato; egli ti ha dato di comprendere che né la saggezza di questo mondo, né un desiderio vano di conoscenza possono guidare alla luce celeste – la preghiera perpetua – ma la povertà di spirito e l’esperienza attiva nella semplicità del cuore. Ecco perché non fa meraviglia che tu non abbia inteso nulla di profondo sull’azione di prega- re e che non abbia potuto imparare come giungere a questa attività perpetua. In verità si predica molto sulla preghiera e ci sono molti lavori recenti su questo argomento, ma tutti i giudizi dei loro autori sono basati sulla speculazione intellettuale, sui concetti della ragione naturale e non sull’esperienza nutrita dall’azione, parlano più di quel che è accessorio alla preghiera che non della sua essenza. Uno spiega magnificamente per- ché è necessario pregare; un altro parla della potenza e degli effetti benefici della preghiera; un terzo delle condizioni necessarie per pregare be- ne, ossia lo zelo, l’attenzione, il fervore del cuore, la purità di spirito, l’umanità, il pentimento, tutti sentimenti necessari per accingersi a pre- gare. Ma a che cosa sia la preghiera e a come si impari a pregare – problemi che pure sono essenziali e fondamentali – è raro trovare risposta nei predicatori di oggi; perché questo è più difficile di tutte le loro spiegazioni e richiede non una cultura scolastica, ma una conoscenza mistica. E quel che è più triste, questa saggezza elementare e vana porta a misurare Dio con una misura umana. Molti commettono un grande errore quando pensano che i mezzi preparatori e le buone azioni generano la preghiera, mentre in realtà la fonte delle opere e di tutte le virtù è proprio la pre- ghiera. Essi, erroneamente, scambiano i frutti o le conseguenze della preghiera con i mezzi per arrivarci, e così ne diminuiscono la forza. È un punto di vista completamente opposto alla Scrittura, perché l’Apostolo Paolo così parla della preghiera: Vi scongiuro prima di tutto di pregare. Così l’Apostolo pone la preghiera al di sopra di tutto: vi scongiuro prima di tutto di pregare. Al cristiano si chiede di compiere molte opere buone, ma l’opera della preghiera è al di sopra di tutte le altre, perché senza di lei non si può trovare la via che conduce al Signore, conoscere la Verità, crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri, essere illuminato nel cuore dalla luce di Cristo e unirsi a lui nella salvezza. Dico frequente, perché la perfezione e la correzione della nostra preghiera non dipen- dono da noi, come ancora dice l’Apostolo Paolo:

Non sappiamo quel che bisogna domandare.

Solo la frequenza è lasciata in nostro potere come mezzo per raggiungere la purezza di preghiera, che è la madre di ogni bene spirituale. Acquista la madre e avrai la discendenza, dice sant’Isacco il Siriaco, insegnando che bisogna acquistare prima la preghiera per poter mettere in pratica tutte le virtù. Ma conoscono male tali questioni e ne parlano poco quelli che non si sono familiarizzati con la pratica e gli insegnamenti misteriosi dei Padri.

Così conversando, eravamo arrivati senza accorgercene fino all’eremo. Per non separarmi da quel saggio vecchietto e soddisfare tutto il mio de- siderio, mi affrettai a dirgli:

– Vi prego, venerando Padre, spiegatemi che cosa è la preghiera interiore perpetua e come la si può imparare; vedo che voi ne avete un’esperienza profonda e sicura.

Lo starets accolse la mia domanda con bontà e mi invitò a rimanere con lui:

– Vieni da me, ti darò un libro dei Padri che ti farà comprendere in modo chiaro che cosa sia la preghiera e te la farà imparare con l’aiuto di Dio.

Entrammo nella sua cella e lo starets mi rivolse queste parole:

– La preghiera di Gesù, interiore e costante, è l’invocazione continua e ininterrotta del nome di Gesù con le labbra, con il cuore e con l’intelli- genza, nella certezza della sua presenza in ogni luogo, in ogni tempo, an- che durante il sonno. Si esprime con queste parole: “Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me!”
Chi si abitua a questa invocazione ne riceve gran consolazione e prova il bisogno di dire sempre questa preghiera; dopo un po’ di tempo, non può più vivere senza ed essa scorre in lui da sola. Comprendi ora cos’è la preghiera perpetua?
– Lo comprendo benissimo, padre! In nome di Dio, insegnatemi ora come arrivarci! Esclamai pieno di gioia.

Come si impari la preghiera, lo vedremo in questo libro, che si chiama Filocalia, e contiene la scienza completa e particolareggiata della preghiera interiore perpetua esposta da venticinque Padri; è così utile e perfetto da essere considerato la guida essenziale della vita contemplativa e, come dice il beato Niceforo, “conduce alla salvezza senza pena e senza dolore”.

– È allora più alto della Bibbia? Gli chiesi:
– Non è più alto né più santo della Bibbia, no. Ma contiene le spiegazioni luminose di tutto quel che rimane misterioso, nella Bibbia, a cagione del- la debolezza del nostro spirito, la cui vista non arriva fino a quelle altezze. Ecco un’immagine: il sole è un astro maestoso, splendente e superbo; ma non si può guardarlo a occhio nudo. Per contemplare questo re degli astri e sopportare il suo sguardo di fiamma, bisogna usare un vetro artificiale, infinitamente più piccolo e più opaco del sole. Bene: la Scrittura è quel sole splendente e la Filocalia quel pezzo di vetro. Ascolta, ora ti leggerò come esercitarsi alla preghiera interiore perpetua.

Lo starets aprì la Filocalia, scelse un passo di Simeone il Nuovo Teologo e cominciò. “Rimani assiso nel silenzio e nella solitudine, piega il capo, chiudi gli occhi; respira più dolcemente, guarda con l’immaginazione nell’intimo del tuo cuore, raccogli la tua intelligenza, ossia il tuo pensiero, dalla testa al cuore. Scandisci respirando: “Signore Gesù Cristo, ab- biate pietà di me”, a voce bassa, o anche soltanto con la mente. Sforzati di cacciar via ogni pensiero, sii paziente e ripeti questo esercizio”.

Poi lo starets mi spiegò tutto questo con degli esempi, e leggemmo ancora nella Filocalia le parole di san Gregorio il Sinaita e dei beati Callisto e Ignazio. Tutto quel che leggemmo lo starets me lo spiegava con parole sue. Io stavo attento ed estatico, sforzandomi di fissare tutte quelle paro- le nella memoria con la maggior precisione. Passammo così tutta la notte e andammo a mattutino senza aver dormito mai. Lo starets, congedandomi, mi benedisse e mi esortò a tornare con franchezza e semplicità di cuore, perché è vano accingersi senza guida all’opera dello spirito.

In chiesa sentii in me uno zelo che mi incitava a studiare con attenzione la preghiera perpetua, e chiesi a Dio di volermi aiutare. Poi mi venne il ti- more che sarebbe stato molto difficile andare dallo starets per confessarmi e chiedergli consiglio; in foresteria non potevano ospitarmi più di tre giorni e nei dintorni non c’era alcun modo di essere alloggiato… Per fortuna, seppi che a quattro verste da lì c’era un villaggio; allora vi andai per cercare un posto e, con mia gioia, Dio mi aiutò. Potei sistemarmi come guardiano presso un contadino, a patto di passare l’estate da solo in una capanna in fondo all’orto. Grazie a Dio, avevo trovato un angolo tranquillo. Fu così che mi misi a vivere e a studiare, secondo i mezzi suggeriti, la preghiera interiore, andando spesso a vedere lo starets.

Per una settimana mi esercitai nella solitudine del mio orticello allo studio della preghiera interiore, seguendo esattamente i consigli dello starets. Da principio, tutto pareva andare bene. Ma poi sentii una gran pe- santezza, pigrizia, noia, un sonno invincibile e i pensieri si abbatterono su di me come nuvole. Andai dallo starets pieno di rammarico e gli espo- si il mio stato. Mi accolse con bontà e mi disse:

– Fratello caro, è la lotta che conduce contro di te il mondo oscuro, perché non c’è nulla che esso tema tanto quanto la preghiera del cuore. Ma il nemico non agisce che secondo la volontà e il permesso di Dio, nella misura che a noi è necessaria. È certamente opportuno che la tua umiltà venga ancora messa alla prova; è troppo presto per arrivare con uno zelo eccessivo alle soglie del cuore, perché correrai il rischio di cadere nell’avarizia spirituale. Ti leggerò ora quel che dice in proposito la Filoca- lia.

Lo starets cercò tra gli insegnamenti del monaco Niceforo e lesse:

“Se malgrado tutti gli sforzi, fratello, non puoi entrare nella regione del cuore, come io ti ho consigliato, fa’ quel che ti dico e, con l’aiuto di Dio, troverai quello che cerchi. Tu sai che la ragione di ogni uomo sta nel petto… A questa ragione leva via dunque ogni pensiero (lo puoi se lo vuoi) e ripeti il “Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me”. Cerca di sostituire con questa invocazione interiore ogni altro pensiero, e alla fine questo ti aprirà certamente la soglia del cuore: l’esperienza lo garantisce”.

Accolsi con gioia le parole dello starets e tornai alla mia capanna. Mi misi a fare per filo e per segno quel che egli mi aveva insegnato. Per due giorni ci fu qualche difficoltà, poi questo divenne così facile che quando non dicevo la preghiera, sentivo il bisogno di riprenderla ed essa scorreva facile e leggera senza più l’applicazione costretta dell’inizio.

Narrai questo fatto allo starets, che mi ordinò di recitare seimila preghie- re al giorno e mi disse:
Sta’ tranquillo e sforzati soltanto di attenerti fedelmente al numero di preghiere che ti è prescritto: Dio avrà misericordia di te. Per tutta una settimana rimasi nella mia capanna solitaria a recitare ogni giorno le mie seimila preghiere senza preoccuparmi di niente e senza dover lottare contro le distrazioni; cercavo solo di osservare fedelmente il comando dello starets. Che avvenne? Mi abituai così bene alla preghiera che, se mi fermavo anche solo un istante, sentivo un vuoto come se avessi perduto qualcosa; non appena ricominciavo la preghiera, mi sentivo di nuovo leg- gero e felice. Se incontravo qualcuno, non avevo più voglia di parlare, desideravo soltanto stare in solitudine e recitare la preghiera, tanto mi ero abituato nel giro di una settimana.

Lo starets che non mi vedeva ormai da dieci giorni venne da me egli stesso, a sentire mie notizie; gli spiegai quel che mi accadeva. Mi ascoltò, poi disse:
– Eccoti abituato alla preghiera. Vedi, bisogna ora conservare quest’abitudine e rafforzarla; non perdere tempo e, con l’aiuto di Dio, impegnati a recitare dodicimila preghiere al giorno; rimani in solitudine, alzati un po- co prima, coricati un poco più tardi e vieni a trovarmi due volte ogni mese.

Mi attenni agli ordini dello starets e, il primo giorno riuscii a malapena a recitare le mie dodicimila preghiere, terminando a sera molto avanzata. Il giorno dopo la cosa mi riuscì più facile e più gradevole; sentii dapprima una certa fatica, una specie di indurimento della lingua e una rigidezza nelle mascelle, ma senza alcuna sensazione sgradevole; quindi avvertii un leggero dolorino al palato, poi al pollice della mano sinistra che sgranava il rosario, mentre il braccio si riscaldava fino al gomito, il che provocava una sensazione deliziosa. E questo non faceva che incitarmi a recita- re ancor meglio la mia preghiera. Così per cinque giorni i eseguii fedelmente le dodicimila preghiere e insieme con l’abitudine acquistai anche la gioia della preghiera.

In mattino per tempo fui, si può dire, svegliato dalla preghiera. Cominciai a dire le mie orazioni del mattino, ma la lingua mi si inceppava e non avevo altro desiderio che quello di recitare la preghiera di Gesù. Non appena cominciai, divenni tutto gioioso, le mie labbra si muovevano da sole e senza sforzo. Passai tutta la giornata in letizia. Ero come tagliato fuori da tutto e mi sentivo in un altro mondo; terminai senza difficoltà le mie dodicimila orazioni prima della fine della giornata. Avrei addirittura voluto continuare, ma non osavo superare la cifra che mi era stata imposta dallo starets. I giorni che seguirono continuai a invocare il nome di Gesù Cristo con facilità e senza mai stancarmi.

Andai a visitare lo starets e gli raccontai ogni cosa nei più minimi particolari. Alla fine egli mi disse:
– Dio ti ha dato il desiderio di pregare e la possibilità di farlo senza fatica. È un effetto naturale, prodotto dall’esercizio e dall’applicazione co- stante, come una ruota che si fa girare intorno a un perno; dopo una spinta essa continua a girare su se stessa, ma per far sì che il movimento duri bisogna ungere il meccanismo e dare nuove spinte. Tu vedi ora di quali facoltà meravigliose il Dio amico degli uomini ha dotato la nostra natura sensibile, e hai conosciuto le sensazioni straordinarie che possono nascere anche nell’anima peccatrice, nella natura impura che non è illuminata ancora dalla grazia. Ma quale grado di perfezione, di gioia e di rapimento non raggiunge l’uomo, quando il Signore vuole rivelargli la preghiera spirituale spontanea e purificare l’anima sua dalle passioni! È il dono che ricevono coloro che cercano il Signore nella semplicità di un cuore che trabocca d’amore!

Ormai ti permetto di recitare tante preghiere quante tu vorrai; cerca di consacrare alla preghiera tutto il tuo tempo, e invoca il nome di Gesù senza più contare, rimettendoti umilmente alla volontà di Dio e sperando nel suo aiuto; egli non ti abbandonerà e guiderà il tuo cammino. Obbedendo a questa regola, passai tutta l’estate a recitare senza posa la preghiera di Gesù e fui veramente sereno. Durante il sonno, sognavo a volte di star recitando la preghiera. E durante la giornata, quando mi capitava di incontrare delle persone, esse mi parevano così care come se fossero stati membri della mia famiglia. Le distrazioni si erano placate e io non vivevo che con la preghiera; cominciavo a indurre il mio spirito ad ascoltarla e a volte il mio cuore ne riceveva un senso di calore e di gioia immensi. Quando mi succedeva di entrare in chiesa, il lungo servizio della solitudine mi pareva breve e non mi stancava più come un tempo. La mia solitaria capannuccia mi pareva un palazzo meraviglioso, e non sapevo come ringraziare Dio di aver mandato a me, povero peccatore, uno starets dagli ammaestramenti così preziosi.

Ma non potei beneficiare a lungo della direzione del mio diletto e saggio starets: egli morì sul finire dell’estate. Gli dissi addio con le lacrime agli occhi e, ringraziandolo per il suo paterno insegnamento, gli chiesi di lasciarmi come benedizione il rosario con cui aveva sempre pregato. Così rimasi solo. L’estate finì, si raccolsero i frutti dell’orto; non avevo più un tetto. Il contadino mi diede due rubli d’argento per salario, riempì il mio sacco di pane per il viaggio e io ripresi la mia vita errante, ma non ero più povero come un tempo: l’invocazione del nome di Gesù Cristo mi sosteneva lungo il cammino e tutti mi trattavano con bontà; pareva che tut- ti si fossero messi a volermi bene.

Un giorno mi chiesi che cosa avrei potuto fare con i rubli che mi aveva dato il contadino. A che cosa mi servono? Ah, ecco: non ho più lo starets, non ho alcuno che mi serva di guida. Mi vado a comprare una Filocalia; ne trovai una, sì, ma il negoziante voleva tre rubli e io non ne avevo che due. Ebbi un bel contrattare, non volle scendere di un centesimo; alla fine mi disse:

– Va’ un po’ a vedere in questa chiesa, qui accanto. Chiedi del sagrestano. So che ha un vecchio libro come questo, e forse te lo cederà per due rubli.
Vi andai e infatti potei acquistare per due rubli una Filocalia quanto mai vecchia e sciupata. La aggiustai come mi fu possibile con della tela e la misi nel mio sacco in compagnia della Bibbia.

E ora eccomi pellegrino, recitando senza posa la preghiera di Gesù che mi è più cara e più dolce di ogni altra cosa al mondo. Talvolta percorro più di settanta verste in un giorno e non mi accorgo di camminare; sento soltanto che recito la preghiera. Quando un freddo violento mi colpisce, recito la preghiera con maggior attenzione e ben presto mi sento caldo e confortato. Se la fame si fa troppo insistente, invoco più spesso il nome di Gesù Cristo e non mi ricordo più di aver avuto fame. Se mi sento male e la schiena o le gambe mi dolgono, mi concentro nella preghiera di Gesù e non sento più dolore. Quando qualcuno mi insulta, non penso che alla benefica preghiera di Gesù; immediatamente collera o pena svaniscono e dimentico tutto. Il mio spirito è diventato semplice, veramente. Non mi do pena per nulla, nulla mi occupa, nulla di quanto è esteriore mi trattiene; vorrei essere sempre in solitudine; per abitudine, non ho che un biso- gno solo: recitare senza posa la preghiera, e quando lo faccio divento allegro. Dio sa che cosa si compie in me. Naturalmente tutte queste cose sono soltanto impressioni sensibili o, come diceva lo starets, l’effetto della natura e di un’abitudine acquisita; ma non oso ancora mettermi a studiare la preghiera nell’intimo del cuore, sono troppo indegno e troppo stupido. Aspetto l’ora di Dio sperando nella preghiera del mio starets defunto. Così non sono giunto ancora alla preghiera spirituale del cuore, sponta- nea e perpetua: ma, grazie a Dio, comprendo chiaramente ora quel che significa la parola dell’Apostolo che avevo udita un tempo: Pregate senza posa.

 
 

Secondo Racconto

Signore… Gesù… Cristo…

A lungo ho viaggiato per ogni sorta di paesi, accompagnato dalla preghie- ra di Gesù, che mi dava forza e consolazione in tutti i miei viaggi, in ogni occasione e in ogni incontro. Alla fine mi parve che avrei fatto bene a fermarmi in qualche luogo per trovare una solitudine più piena e studiare la Filocalia, che fino allora avevo potuto leggere solo di sera, quando mi fer- mavo, o durante la siesta di mezzogiorno. Avevo un desiderio ardente di immergermi a lungo in quella lettura per attingervi con fede la dottrina vera della salvezza dell’anima con la preghiera del cuore. Purtroppo, per soddisfare il mio desiderio, non potevo impegnarmi in alcun lavoro manuale, perché fin dalla prima infanzia avevo perduto l’uso del braccio sinistro; così, nell’impossibilità di fissarmi in qualche luogo, mi diressi ver- so i paesi della Siberia, verso sant’Innocente d’Irkutsk pensando che, attraverso le pianure e le foreste della Siberia, avrei trovato un grande si- lenzio e mi sarei potuto dedicare con più agio alla lettura e alla preghiera. Mi misi in viaggio recitando senza posa la preghiera. Dopo un po’ di tem- po sentii che la preghiera scorreva da sola nel mio cuore, o meglio, il mio cuore, battendo regolarmente, si metteva in certo qual modo a recitare da sé le parole sante a ogni battito; per esempio, 1: Signore, 2: Gesù, 3: Cristo, e via dicendo. Cessai di muovere le labbra e ascoltai attentamente quel che diceva il mio cuore, ricordandomi quanto fosse piacevole, secondo le parole dello starets defunto. Poi avvertii un lieve dolore al cuore e nello spirito un amore così grande per Gesù Cristo che, se l’avessi veduto, mi sarei gettato ai suoi piedi, li avrei stretti, baciati e bagnati di lacrime, ringraziandolo per la consolazione che egli ci dà con il suo nome, nella sua bontà e nel suo amore per la sua creatura colpevole e indegna. Si accese presto nel mio cuore un confortevole calore che si diffuse in tutto il petto. Questo mi portò in particolare a un’attenta lettura della Filocalia per verificare in essa queste mie sensazioni e studiare così lo sviluppo della preghiera interiore del cuore; senza questo controllo avrei avuto paura di cadere nell’illusione, di scambiare le azioni della natura per quelle della grazia e di inorgoglirmi così per quella rapida conquista della preghiera, come mi aveva ben spiegato il mio starets defunto. Per questo camminavo soprattutto durante la notte e passavo la giornata a leggere la Filocalia seduto nei boschi sotto gli alberi. Quante cose nuove, profon- de e ignorate scoprii con quella lettura! In quella occupazione gustai una beatitudine più perfetta di quanto mai avessi potuto immaginare fino a quel momento. Senza dubbio, alcuni passi rimanevano incomprensibili al mio spirito limitato, ma gli effetti della preghiera del cuore illuminavano quello che non riuscivo a comprendere; per di più, vedevo talvolta in sogno il mio starets defunto che mi spiegava molte difficoltà e piegava sempre di più la mia anima verso l’umiltà. Trascorsi i due mesi della piena estate in questa perfetta felicità. Passavo specialmente per i boschi e per i viottoli di campagna; quando arrivavo a un villaggio, domandavo un sacco di pane, un pugno di sale e riempivo d’acqua la mia borraccia, quindi ripartivo per altre cento verste. Certamente per causa dei peccati commessi dalla mia anima incallita, o per il progresso della mia vita spirituale, verso la fine dell’estate si fecero sentire le tentazioni. Ecco come avvenne. Una sera che ero sbucato sulla via principale, incontrai due uomini che avevano un berretto militare sul capo; mi chiesero del denaro. Quando io risposi loro che non avevo un centesimo, non mi vollero credere e gridarono con violenza:

– Non raccontarci storie; i pellegrini mettono sempre via un mucchio di soldi!
Uno dei due aggiunse:
– È inutile perder tempo a parlare!

E mi colpì sul capo con il suo bastone: io ruzzolai per terra svenuto. Non so se rimasi così molto tempo, ma quando tornai in me, vidi che ero nel bosco vicino alla strada; ero tutto strappato e il mio sacco era scomparso; non c’erano più che i capi delle due cordicelle con le quali lo tenevo. Gra- zie a Dio, non mi avevano rubato il passaporto, che io serbavo nel mio vecchio berretto per poterlo esibire in fretta quando ce n’era bisogno. Rimesso in piedi, piansi amaramente non tanto per il dolore al capo, quanto piuttosto per i miei libri, la Bibbia e la mia Filocalia, che erano nel sacco rubato. Tutto il giorno, tutta la notte mi rammaricai e piansi. Dov’è finita la mia Bibbia, che leggevo da quando ero bambino e che avevo sempre portata con me? Dov’è la mia Filocalia, dalla quale traevo insegnamento e conforto? Infelice, ho perduto l’unico tesoro della mia vita, pri- ma di essermene saziato fino in fondo. Sarebbe stato meglio morire che vivere così, senza nutrimento spirituale. Non li potrò mai comperare di nuovo. Per due giorni potei a malapena camminare tanto ero afflitto; il terzo giorno mi lasciai cadere stremato di forze presso un cespuglio e mi addormentai. Ecco che in sogno mi vedo nella cella del mio starets e gli racconto in lacrime la mia pena. Lo starets mi consola e mi dice:

– Sia questa per te una lezione di distacco dalle cose terrene per andare più liberamente verso il cielo. Questa prova ti è stata mandata affinché tu non cada nella voluttà spirituale. Dio vuole che il cristiano rinunci alla sua volontà e a ogni attaccamento ad essa, al fine di affidarsi completamente alla volontà divina. Tutto quello che egli fa è per il bene e la salvezza dell’uomo. Egli vuole che tutti siano salvi (1Tm 2,4). Fatti animo, e credi che con la tentazione il Signore procurerà anche la via d’uscita (1Cor 10,13). Quanto prima tu riceverai una consolazione più grande di tutto il tuo dolore. A queste parole mi svegliai, sentii nel mio corpo delle forze nuove e nell’anima quasi un’aurora e una calma nuova.

– Sia fatta la volontà del Signore! – dissi.
Mi alzai, mi feci il segno della croce e partii. La preghiera agiva di nuovo nel mio cuore come un tempo e per tre giorni camminai serenamente.

A un tratto incontro per la via una colonna di forzati, che venivano con- dotti con la scorta. Quando mi furono vicini, riconobbi tra loro i due che mi avevano derubato e, dato che camminavano a un lato della colonna, mi gettai ai loro piedi e li supplicai di dirmi dove erano i miei libri. In un primo momento essi finsero di non riconoscermi, poi uno di loro disse:

– Se ci dai qualche cosa, ti diremo dove sono i tuoi libri. Vogliamo un rublo d’argento.
Giurai che glielo avrei dato senz’altro, a costo di mendicare per metterlo insieme.

– Prendete il mio passaporto, tenetelo come pegno.
Mi dissero che i miei libri erano nei carri, insieme con gli altri oggetti rubati che avevano dovuto consegnare.
– Come posso fare per riaverli?
– Chiedili al capitano della scorta.
Corsi dal capitano e gli spiegai la cosa in tutti i particolari. Così, parlando, egli mi chiese se sapevo leggere la Bibbia.
– So leggere, non solo, ma anche scrivere; sulla Bibbia troverete una scritta di mio pugno, che prova che quel libro è mio; ed ecco qua sul pas- saporto il mio nome e il mio cognome.
Il capitano mi disse:
– Questi briganti sono dei disertori, vivevano in una capanna e depredavano i passanti. Un vetturino in gamba ieri li ha arrestati, mentre quelli cercavano di portargli via la troika. Non chiedo di meglio che di restituirti i tuoi libri, se sono là dove ti hanno detto; ma bisogna che tu venga con noi fino alla prossima tappa; è solo a quattro verste di qui, non posso fermare tutto il convoglio per causa tua.
Camminavo tutto lieto a fianco de cavallo del capitano e parlavo con lui. Vidi che era un brav’uomo e non più tanto giovane. Mi domando chi ero, da dove venivo e dove andavo. Gli risposi in tutta verità; e così arrivammo al luogo di tappa. Il capitano andò a cercare i miei libri e me li rese dicendo:
– Dove vuoi andare, ora? È notte ormai. Ti conviene restare con noi. Rimasi. Ero così felice di aver ritrovato i miei libri che non sapevo come ringrazia Dio; li strinsi al mio cuore fino ad averne i crampi alle braccia. Lacrime di gioia inondavano i miei occhi e il cuore mi batteva di un palpito di gioia. Il capitano disse guardandomi:
– Si vede che ti piace leggere la Bibbia!
Nella mia gioia non riuscii a rispondere una sillaba. Non facevo che piangere. Il capitano continuò:

– Anch’io, fratello, leggo ogni giorno con attenzione il Vangelo di Kiev che è rilegato in argento. Siediti qui, ti racconterò come mai ho preso quest’abitudine. Olà! Portateci la cena!
Ci sedemmo a tavola. Il capitano cominciò il suo racconto:
– Dalla mia giovinezza in poi ho sempre servito nell’esercito e mai nella guarnigione. Conoscevo bene il servizio e i miei capi mi consideravano un soldato modello. Ma ero molto giovane e altrettanto giovani erano i miei amici; per mia disgrazia, imparai a bere e mi abbandonai a tal punto a questo piacere che finii per ammalarmi. Quando non bevevo, ero un ottimo ufficiale, ma anche una sola goccia di alcool voleva dire sei setti- mane di letto. Mi sopportarono un bel po’, ma alla fine, avendo io insul- tato un capo dopo aver bevuto, fui degradato e condannato a prestar ser- vizio tre anni in guarnigione; se non avessi rinunciato a quel vizio, mi minacciavano pene anche più severe. In quella misera situazione ebbi un bel cercare di frenarmi, di farmi curare, non potei liberarmi dalla passione del bere, e fu deciso allora di inviarmi al battaglione di disciplina. Quando ne fui informato, mi abbandonai alla disperazione. Un giorno che ero seduto nella camera e ruminavo queste cose, ecco che viene un monaco a questuare per una chiesa. Ognuno dava quel che poteva. Arri- vato vicino a me, mi chiese: “Perché sei così triste?” Parlai un po’ con lui e gli raccontai le mie disavventure. Il monaco mostrò molta comprensio- ne per i miei guai e mi disse: “A mio fratello è successo lo stesso, e se l’è cavata in questo modo. Il suo padre spirituale gli diede un Vangelo e gli ordinò di leggere un capitolo ogni volta che avesse s desiderio di bere; e se il desiderio tornava, doveva leggere il capitolo successivo. Mio fratello mise in pratica il consiglio e di lì a qualche tempo la passione di bere cessò. Da quindici anni non assaggia una bevanda alcolica. Fa’ lo steso e ne proverai il beneficio anche tu. Ho un Vangelo, se vuoi te lo porterò”. A queste parole gli dissi: “Cosa vuoi che faccia il tuo Vangelo, se i miei sforzi e i mezzi medici non sono serviti a nulla?” (parlavo così perché non avevo mai letto il Vangelo). “Non parlare così – replicò il monaco – ti assicuro che ne ricaverai un bene”. L’indomani infatti il monaco mi portò questo Vangelo che ora vedi. Lo aprii, lo guardai, lessi qualche frase e dissi: “Non lo voglio, non ci capisco nulla; non ho l’abitudine di leggere i caratteri dei libri di chiesa”. Il monaco continuò a persuadermi dicendo che nelle parole del Vangelo c’è una forza benefica, perché sono parole che Dio stesso ha pronunciato. “Non importa se non capisci nulla, basta che tu legga con attenzione.

Un santo ha detto: “Se tu non capisci la parola di Dio, i diavoli però capiscono quel che tu leggi e tremano” (cfr. Gc 2,19), e certamente il desi- derio di bere è pure l’opera dei demòni. E ti dico anche questo: “Giovanni Crisostomo scrive che anche il posto in cui viene tenuto il Vangelo sgomenta gli spiriti delle tenebre e serve di ostacolo ai loro complotti”. Ora non ricordo bene; mi pare di aver dato qualcosa a quel monaco; presi il suo Vangelo e lo ficcai in un baule con le cose mie, ma ben presto lo di- menticai completamente. Qualche tempo dopo giunse il momento di be- re; morivo dalla voglia e aprii il mio baule per prendere il denaro e corre- re alla mescita. Mi cadde sotto l’occhio il Vangelo, e mi tornò in mente immediatamente tutto quello che il monaco mi aveva detto. Lo aprii e co- minciai a leggere il primo capitolo di Matteo. Lessi fino in fondo, senza capirci nulla. Ma mi ricordai quello che aveva detto il monaco: non im- porta se non capisci, basta che tu lo legga con attenzione. Bene – dissi tra me – leggiamone un altro capitolo. La lettura mi sembrò più chiara. Ecco già il terzo: non l’avevo cominciato che squillò il segnale della ritirata. Non c’era più modo di uscire dalla caserma, e rimasi senza bere. Il mattino dopo, mentre stavo per uscire a cercare un po’ d’acquavite, mi dissi: e se leggessi un altro capitolo del Vangelo? Stiamo un po’ a vedere. Lessi e non mi mossi di là. Un’altra volta ancora mi venne voglia di bere dell’alcool, ma mi misi a leggere e mi sentii rinfrancato. Ne fui tutto riconforta- to, e a ogni richiamo del mio vizio, mi precipitavo su un capitolo del Vangelo. Più il tempo passava e meglio andavano le cose. Quando ebbi finito i quattro Vangeli, la mia passione per il vino era completamente scom- parsa; ero diventato di sasso a tal riguardo. Ed ecco, da più di vent’anni non assaggio più una bevanda alcolica. Tutti furono stupiti del mio mutamento. In capo a tre anni fui riammesso nel corpo ufficiali, percorsi i gradi successivi e divenni capitano. Presi moglie, capitai in una bravissima donna; abbiamo messo da parte qualcosa e ora, grazie a Dio, le cose vanno benino; aiutiamo i poveri come possiamo e ospitiamo i pellegrini. Ho un figlio che è già ufficiale, un gran bravo ragazzo. Ebbene vedi, dopo la mia guarigione, mi sono ripromesso di leggere ogni giorno, per tutta la mia vita, uno dei quattro Vangeli per intero, e non c’è ostacolo che valga. Quando sono carico di lavoro e mi sento spossato, mi corico e prego mia moglie o mio figlio di leggere il Vangelo accanto a me, così non vengo meno al mio impegno. In testimonianza di riconoscenza e per la gloria di Dio, ho fatto rilegare il Vangelo in argento massiccio e lo porto sempre sul mio petto.

Ascoltai con vivo piacere i propositi del capitano e gli dissi:
– Ho conosciuto un caso analogo al vostro; nel mio villaggio, alla fabbrica, c’era un bravissimo operaio che sapeva molto bene il suo mestiere; ma per sua disgrazia gli piaceva bere, e spesso. Un uomo devoto gli consigliò, ogni qualvolta avesse voglia di acquavite, di recitare trentatré preghiere di Gesù in onore della santissima Trinità e degli anni di vita terrena di Gesù. Egli eseguì il consiglio e smise di bere. E non è tutto; dopo tre anni, entrò in un monastero.

 
 

– E che cosa vale di più, la preghiera di Gesù o il Vangelo? Chiese il capitano.
– È una cosa sola, risposi. Il Vangelo è come la preghiera di Gesù, perché il nome divino di Gesù Cristo racchiude in sé tutte le verità evangeliche. I Padri dicono che la preghiera di Gesù è la sintesi di tutto il Vangelo.

Poi recitammo le preghiere; il capitano cominciò a leggere dall’inizio il Vangelo secondo Marco e io lo ascoltai pregando entro il mio cuore. Il capitano terminò la lettura alle due del mattino e ci andammo a coricare. Secondo la mia abitudine, mi alzai presto il mattino; dormivano tutti; l’alba spuntava allora e io mi immersi nella lettura della mia diletta Filo- calia. Con quale gioia l’apersi! Mi pareva di aver ritrovato un padre dopo una lunga assenza o un amico risuscitato da morte. Baciai il libro e rin- grazia Dio di avermelo restituito; quindi cominciai a leggere Teolepto di Filadelfia nella seconda parte della Filocalia. Fui meravigliato di vedere che egli propone di dedicarsi contemporaneamente a tre ordini di attività: seduto a tavola – egli dice – da’ nutrimento al tuo corpo, al tuo spi- rito la lettura e al tuo cuore la preghiera. Ma il ricordo della benefica sera trascorsa mi spiegò praticamente questo pensiero. Fu allora che compre- si il mistero della differenza tra il cuore e lo spirito. Quando il capitano si svegliò, andai a ringraziarlo della sua bontà e a dirgli addio. Mi versò il tè, mi diede un rublo d’argento e ci separammo. Io ripresi la mia via di buonumore. Dopo la prima versta, mi ricordai che avevo promesso ai soldati un rublo e ora possedevo proprio un rublo. Dovevo darglielo o no? Da un lato – mi dicevo – essi ti hanno bastonato e derubato, e non possono farti niente perché sono in arresto. Ma d’altro canto ricordati quel che scrive la Bibbia: Se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare (Rm 12,20), e Cristo stesso ha detto: Amate i vostri nemici (Mt 5,44) e anche: Se qualcuno vuole portarti via la tua veste, dagli anche il mantello (Mt 5,40). Così persuaso, tornai sui miei passi e giunsi alla stazione di tappa proprio mentre il convoglio si stava rimettendo in marcia; corsi verso i due malfattori e feci scivolare in mano a uno di loro il mio rublo, dicen- do: – Pregate e fate penitenza; Gesù Cristo è l’amico degli uomini. Non vi abbandonerà! Con queste parole mi allontanai e ripresi la mia strada nell’opposta direzione.

Dopo aver percorso una cinquantina di verste sulla strada principale, mi addentrai per i viottoli di campagna più solitari e più adatti alla lettura. Girovagai a lungo per i boschi; ogni tanto incontravo un piccolo villaggio. Spesso mi fermavo tutta la giornata nella foresta a leggere la Filocalia; vi attingevo insegnamenti stupendi e profondi. Il mio cuore era infiammato dal desiderio di unirsi a Dio con la preghiera interiore, che mi sforzavo di studiare e verificare nella Filocalia; nello stesso tempo ero afflitto di non aver trovato un ricovero dove potermi dedicare alla lettura in pace e senza interruzioni. In quel tempo leggevo anche la mia Bibbia e sentivo che cominciavo a comprenderla meglio; non vi trovavo più tanti passi oscuri. I Padri hanno ragione di dire che la Filocalia è la chiave che scopre i mi- steri sepolti nella Scrittura. Sotto la sua guida cominciai a comprendere il senso segreto della parola di Dio: scoprii che cosa significa l’uomo inte- riore nel profondo del suo cuore (1Pt 3,4), la preghiera vera, l’adorazio- ne in spirito (Gv 4,23), il regno all’interno di noi (Lc 17,21), l’intercessio- ne dello Spirito Santo (Rm 8,26); comprendevo il significato di queste parole: Voi siete in me (Gv 15,4), dammi il tuo cuore (Pr 23,26) essere rivestito di Cristo (Rm 13,14 e Gal 3,27), le nozze dello Spirito nei nostri cuori (Ap 22,17), l’invocazione Abba Pater (Rm 8,15-16) e molte altre. Quando nello stesso tempo io pregavo nel profondo del cuore, tutto quello che mi circondava mi appariva sotto un aspetto meraviglioso: alberi, erbe, uccelli, terra, aria, luce, tutto mi sembrava dirmi che essi esistono per l’uomo, che attestano l’amore di Dio per l’uomo; tutto pregava, tutto cantava gloria al Signore. Capivo così quel che la Filocalia chiama “la co- noscenza del linguaggio della creazione” e vedevo com’è possibile conversare con le creature di Dio.

Feci così una lunghissima marcia. Alla fine giunsi in una zona così desolata che per tre giorni non riuscii a incontrare un villaggio. Avevo finito il pane e mi chiedevo con inquietudine come non morire di fame. Ma appe- na cominciai a pregare nel mio cuore, ogni preoccupazione sparì e mi affidai alla volontà di Dio; divenni così lieto e tranquillo. Avevo percorso un breve tratto della via che attraversava un’immensa foresta, quando scorsi davanti a me un cane da guardia che sbucava da una macchia; lo chiamai e quello venne, tutto festoso, a farsi carezzare. Mi rallegrai e dis- si tra me: è proprio un segno della bontà di Dio! Vi è certo un gregge in questa foresta, ed è il cane del pastore, o forse un cacciatore sta inseguen- do per questa via la sua preda; in ogni modo, potrei chiedere un po’ di pane, perché sono già due giorni che non mangio, o informarmi se non vi sia un villaggio poco lontano. Il cane, dopo aver gironzolato intorno a me, vedendo che non c’era nulla da mangiare, scappò nel folto per lo stesso viottolo dal quale era sbucato sulla via. Lo seguii; dopo un duecen- to metri, scorsi tra gli alberi il cane che da una tana sporgeva solo il muso e abbaiava. Vidi avvicinarsi tra gli alberi un contadino magro e pallido, di mezza età. Mi chiese come fossi arrivato fin là. Io a mia volta gli doman- dai che cosa facesse lui in un luogo così desolato; e scambiammo così qualche frase amichevole. Il contadino mi pregò di entrare nella sua ca- panna e mi spiegò che era guardiaboschi e sorvegliava la foresta che do- veva essere tutta tagliata. Mi offrì pane e sale, e la conversazione si fece serrata.

– Io invidio la vita solitaria che conduci – gli dissi –, non è come la mia, sempre errante e a contatto con tutti.

 – Se vuoi – mi disse – puoi vivere benissimo qui; c’è poco lontano una vecchia capanna che era servita alla guardia forestale di prima. È un po’ malconcia, ma per l’estate uno può arrangiarsi alla meglio. Hai un passa- porto. C’è pane abbastanza per due; me ne portano ogni settimana dal nostro villaggio, e il ruscello qui accanto non manca mai d’acqua. Quanto a me, fratello, sono dieci anni che non mangio altro che pane e non bevo altro che acqua. Solo in autunno, quando i lavori dei campi saranno finiti, verranno qui duecento uomini per il taglio della foresta; io non avrò più nulla da fare qui, e non sarà nemmeno a te di rimanere.

A queste parole mi invase una gioia così grande che per poco non mi gettai ai suoi piedi. Non sapevo come ringraziare Dio della sua bontà verso di me. Tutto quello che desideravo e per cui mi affannavo l’avevo improvvisamente raggiunto. Prima della metà dell’autunno c’erano ancora due mesi, e durante quel periodo potevo approfittare del silenzio e della pace per studiare con l’aiuto della Filocalia la preghiera perpetua nell’intimo del cuore. Così decisi di accomodarmi alla meglio nella capanna. Conti- nuammo a parlare, e quell’uomo semplice mi raccontò la sua vita e le sue idee.

– Nel mio villaggio – disse – non ero mica l’ultimo arrivato; avevo un mestiere, tingevo i tessuti in rosso e blu; vivevo benino, ma da peccatore: ingannavo volentieri i miei clienti e bestemmiavo a ogni occasione; ero volgare, ubriacone e attaccabrighe. In quel villaggio c’era un cantastorie che possedeva un libro vecchio sul Giudizio finale e spesso egli andava per le case dei fedeli ortodossi a leggerne dei passi, e gli si dava un po’ di denaro. Veniva anche da me. Di solito gli si dava cinque soldi e quello rimaneva a leggere fino al canto del gallo. Una volta che, pur prestando orecchio alla lettura, io stavo lavorando, egli lesse un passo sui tormenti dell’inferno e sulla risurrezione dei morti, come Dio verrà a giudicare, co- me gli Angeli faranno squillare le trombe, e il fuoco e la pece che vi saranno, e i vermi che divoreranno i peccatori. A un tratto provai uno spavento terribile, e mi dissi: “Io non me la cavo, no certo! Questi tormenti sono anche per me. Qua è meglio che mi metta a salvare l’anima mia e forse riuscirò a farmi perdonare i miei peccati”. Ci pensai su a lungo e alla fine decisi di abbandonare il mio mestiere; vendetti casa e bottega, e dal mo- mento che non avevo famiglia, divenni guardaboschi, non chiedendo per salario che il pane, qualcosa per coprirmi e qualche cero da accendere durante la preghiera. Sono qui ormai da più di dieci anni. Non mangio che una volta al giorno e mi accontento di pane e acqua. Ogni notte mi alzo al canto del gallo e fino alle prime luci del giorno faccio le mie genu- flessioni e i miei inchini fino a terra; quando prego; accendo sette ceri da- vanti all’icona. Di giorno, quando percorro la foresta, porto sulla pelle delle catene di settanta libbre. Non bestemmio, non bevo birra né alcool, non litigo con alcuno; delle donne ho sempre fatto a meno. All’inizio ero piuttosto contento di vivere così, ma a lungo andare per forza sono assa- lito da considerazioni che non posso mandar via. Dio solo sa se io riscatterò i miei peccati, ma intanto questa vita è proprio dura. E poi, è vero quello che il libro racconta? Come fa l’uomo a risuscitare? Quelli che so- no morti da cent’anni e più sono polvere ed è sparita anche quella. E poi, ci sarà o non ci sarà un inferno? In ogni caso, nessuno è mai tornato dall’altro mondo; quando l’uomo muore, si putrefà e non ne rimangono più tracce. Questo libro forse l’hanno scritto i preti per far paura a noi ignoranti, e per tenerci più sottomessi. Così si vive male, senza un po’ di consolazione su questa terra, e poi nell’altro mondo non troveremo nul- la! Allora ne vale proprio la pena? Non è meglio avere un bel po’ di tem- po subito? Queste idee non mi danno pace – aggiunse – e ho paura di do- ver riprendere il mio vecchio mestiere. Ero pieno di pietà per lui e mi dicevo: “Si dice che solo i sapienti e gli intellettuali diventano liberi pensa- tori e non credono più a nulla, ma i nostri fratelli, i semplici contadini, sanno fabbricarsi da sé una bella incredulità! Certamente il mondo delle tenebre fa presa su tutti e forse più facilmente ancora sui semplici. Biso- gna ragionare fin dove è possibile e fortificarsi contro il nemico con la parola di Dio”.

Così per sostenere un poco il fratello e rinsaldare la sua fede, trassi dal sacco la Filocalia e l’aprii al capitolo 109 del beato Esichio. Glielo lessi, e spiegai che non ci si astiene dal peccare solo per timore del castigo, per- ché l’anima non può liberarsi dai pensieri colpevoli che con la vigilanza dello spirito e la purità del cuore. Tutto si acquista con la preghiera inte- riore. Se qualcuno si mette sulla via dell’ascetica, non solo per timore dei tormenti dell’inferno ma anche per desiderio del Regno celeste – aggiunsi – i Padri paragonano la sua azione a quella di un mercenario. Ma Dio vuole che noi veniamo a Lui come figli, vuole che l’amore e lo zelo ci spingano a comportarci in modo degno e che godiamo dell’unione perfetta con Lui nell’anima e nel cuore. Puoi fare quel che vuoi; logorarti, importi le prove e le penitenze fisiche più dure, ma se non hai Dio sempre nello spirito e la preghiera di Gesù nel cuore, non sarai mai al riparo dai cattivi pensieri; sarai sempre pronto a peccare alla prima occasione. Mettiti dunque, fratello, a recitare senza posa la preghiera di Gesù; ti sarà facile farlo in questa solitudine; ti accorgerai presto del suo benefico effetto. Le idee empie spariranno, la fede e l’amore per Gesù Cristo si riveleranno a te; capirai come i morti possono risuscitare e il Giudizio ultimo ti appa- rirà quello che realmente è. E nel tuo cuore ci sarà tanta leggerezza e tata gioia che ne sarai meravigliato; non ti sentirai più stanco o turbato per la tua vita di penitenza!

Gli spiegai poi come meglio potevo il modo di recitare la preghiera di Gesù, secondo il comandamento divino e gli insegnamenti dei Padri. Il guardaboschi non chiedeva di meglio e la sua inquietudine diminuì. Allora, congedandomi da lui, entrai nella vecchia capanna che mi aveva indicata.

Lavori spirituali

Mio Dio, che gioia, che consolazione, che rapimento provai nel varcare la soglia di quel ricovero, o per meglio dire, di quella tomba; mi apparve co- me un magnifico palazzo pieno di letizia e mi dissi: bene, ora in questa calma e in questa pace bisogna lavorare seriamente e pregare il Signore di illuminare la mia mente. Così cominciai a leggere la Filocalia dal prin- cipio alla fine con grande attenzione. Dopo un certo tempo, terminata la lettura, mi resi conto della saggezza, della santità e della profondità di quel libro. Ma dato che vi erano trattati argomenti diversi, non potevo ca- pire tutto, né raccogliere le forze del mio spirito sul solo insegnamento della preghiera interiore per arrivare alla preghiera spontanea e perpetua nell’intimo del cuore. Ne avevo però un vivo desiderio, secondo il comando divino trasmesso dall’Apostolo: Cercate i doni più perfetti (1Cor 12,31), e anche: Non spegnete lo spirito (1Ts 5,19). Ma per quanto riflet- tessi, non sapevo cosa fare. Non ho un’intelligenza tanto acuta e non c’era nessuno che mi potesse aiutare.

Cercherò di annoiare il buon Dio a forza di preghiere, e allora Lui illumi- nerà la mia mente. Passai così una giornata a pregare senza fermarmi un solo istante; i miei pensieri si calmarono e mi addormentai; ed ecco che in sogno mi vedo nella cella del mio starets ed egli mi spiega la Filocalia dicendo: “Questo santo libro è pieno di grande saggezza. È per questo che voi, spiriti semplici, non dovete leggere i libri dei Padri tutti di segui- to come sono esposti qui. Questa è una disposizione conforme alla teologia; ma colui che non è istruito e vuole imparare la preghiera interiore nella Filocalia deve attenersi a quest’ordine: leggere per prima cosa il li- bro del monaco Niceforo (nella seconda parte) poi il libro di Gregorio il Sinaita per intero, salvo i capitoli brevi, poi le tre forme della preghiera di Simeone il Nuovo Teologo e il suo trattato sulla fede, infine il libro di Callisto e Ignazio. In questi testi si trova l’insegnamento completo della preghiera interiore del cuore, alla portata di tutti. Se vuoi un testo ancora più comprensibile, prendi nella quarta parte lo schema della preghiera di Callisto, patriarca di Costantinopoli”. E io, come se avessi avuto in mano la Filocalia, cercavo il passo indicato senza riuscire a trovarlo. Lo starets allora, sfogliando qualche pagina, mi disse: – Eccolo, te lo segno!

E raccolto un pezzo di carbone da terra, fece una riga sul bordo della pa- gina, accanto al passo indicato. Ascoltai con attenzione tutte le parole dello starets e cercai di fissarle nella memoria con fermezza e in ogni particolare. Mi svegliai e, visto che ancora non era giorno, rimasi disteso, richiaman- do alla memoria tutto quel che avevo veduto in sogno e ripetendo quel che mi aveva detto lo starets. Poi mi misi a riflettere: Dio sa se è l’anima del mio defunto starets che mi appare così o le mie idee che prendono ta- le forma, perché io penso spesso e a lungo alla Filocalia e allo starets!

Mi alzai in questa incertezza di spirito; cominciava ad albeggiare. Ad un tratto vedo sulla pietra che mi serviva da tavolo la Filocalia aperta alla pagina indicata dallo starets e segnata con un tratto di carbone, proprio come nel sogno; il carbone era ancora lì vicino al libro. Ne fui colpito, perché mi ricordai che il libro la sera non era sulla pietra; l’avevo messo, chiuso, accanto a me prima di prendere sonno, e mi ricordai anche che in quella pagina non c’era alcun segno. Questo fatto mi diede fede nella ve- rità dell’apparizione e mi garantì della santità della memoria del mio sta- rets. Così ricominciai a leggere la Filocalia secondo l’ordine indicato. Les- si una volta, poi un’altra, e questa lettura infiammò il mio zelo e il deside- rio di provare coi fatti tutto quello che avevo letto. Scoprii chiaramente il senso della preghiera interiore, i mezzi per arrivarci e i suoi effetti; com- presi che essa riscalda l’anima e il cuore, e che si può distinguere se que- sta felicità viene da Dio, dalla natura sana o dall’illusione. Cercai per pri- ma cosa di scoprire il luogo del cuore, secondo l’insegnamento di san Si- meone il Nuovo Teologo. Chiusi gli occhi e diressi il mio sguardo verso il cuore, cercando di rappresentarmelo com’è, nella parte sinistra del petto, e ascoltando attentamente il suo battito. Ripetei questo esercizio prima per mezz’ora, molte volte al giorno; all’inizio non vedevo che tenebre; presto però il mio cuore apparve e sentii il suo movimento profondo; poi arrivai a introdurre nel mio cuore la preghiera di Gesù e a farvela uscire, seguendo il ritmo del respiro, secondo l’insegnamento di san Gregorio il Sinaita, di Callisto e di Ignazio; perciò, guardando con lo spirito nel mio cuore, inspirai l’aria e la tenni nel petto, dicendo: Signore Gesù Cristo, e la espirai dicendo: abbiate pietà di me. Mi esercitai per un’ora o due, nei primi tempi, poi mi applicai con sempre maggiore frequenza a questa oc- cupazione, e infine passai così quasi tutta la giornata. Quando mi sentivo pesante, stanco o inquieto, leggevo subito nella Filocalia i passi che trattano dell’attività del cuore, e il desiderio e lo zelo per la preghiera rina- scevano in me. In capo a tre settimane, avvertii un dolore al cuore, e poi un tepore gradevole e un sentimento di consolazione e di pace. Questo mi infuse maggior forza per esercitarmi nella preghiera a cui i miei pen- sieri si riferivano, e cominciai a provare una gioia immensa. Da quel momento provai di volta in volta diverse sensazioni nuove nel cuore e nello spirito. Talvolta c’era nel mio cuore come un fervore e una leggerezza, una libertà, una gioia così grandi che ne ero trasformato e mi sentivo in estasi. A volte, sentivo un amore ardente per Gesù Cristo e per tutta la creazione divina. Talvolta le mie lacrime fluivano da sole per riconoscenza al Signore che aveva avuto pietà di me, peccatore indurito. Talvolta il mio spirito angusto si illuminava in modo tale che io comprendevo chia- ramente quello che un tempo non avrei potuto nemmeno concepire. Tal- volta il dolce calore del mio cuore si diffondeva in tutto il mio essere e sentivo con emozione la presenza infinita del Signore. Provavo certe volte una gioia potente e profonda nell’invocare il nome di Gesù Cristo e comprendevo quel che significa la sua parola: Il Regno di Dio è dentro di voi (Lc 17,21).

In mezzo a tali benefiche consolazioni, notai che gli effetti della preghie- ra del cuore si manifestano sotto tre forme: nello spirito, per esempio, la dolcezza dell’amore di Dio; nei sensi il gradevole calore del cuore, la pie- nezza di dolcezza nelle membra, il fervore della gioia nel cuore, la legge- rezza, il vigore di vita, l’insensibilità alle malattie o alle pene; nell’intelli- genza l’illuminazione della ragione, la comprensione della sacra Scrittu- ra, la conoscenza del linguaggio della creazione, il distacco dalle vane cu- re, la coscienza della dolcezza della vita interiore, la certezza della vici- nanza di Dio e del suo amore per noi.

Dopo cinque mesi solitari in queste occupazioni e in questa beatitudine, mi abituai così bene alla preghiera del cuore che la praticavo senza posa e alla fine si compiva da sola senza alcuna attività da parte mia; nasceva nel mio spirito e nel mio cuore non solo allo stato di veglia, ma anche du- rante il sonno e non si interrompeva più un solo minuto. La mia anima ringraziava il Signore e il mio cuore esultava di una gioia incessante.

Venne il tempo del taglio, i taglialegna si riunirono e dovetti lasciare la mia silenziosa dimora. Ringraziato il guardaboschi e recitata una pre- ghiera, baciai quell’angolo di terra in cui il Signore aveva voluto manife- starmi la sua bontà e partii. Camminai e camminai, percorsi molti paesi prima di entrare in Irkutsk.

La preghiera spontanea del cuore fu la mia consolazione durante tutto il cammino, e non cessò mai di confortarmi, anche se a gradi diversi; mai e in nessun luogo mi ha dato noia, nulla ha potuto menomarla. Se io lavo- ro, la preghiera agisce da sola nel mio cuore e il lavoro va avanti più svel- to; se ascolto o leggo qualcosa con attenzione, la preghiera non si inter- rompe, e io sento l’una e l’altra insieme, come se fossi sdoppiato o se nel mio corpo si trovassero due anime. Mio Dio, com’è misterioso l’uomo!… Le tue opere sono grandi, Signore; tu hai fatto tutto con saggezza (Sal 104,24). Ho avuto nel mio cammino molte straordinarie avventure. Se dovessi raccontarle tutte, non basterebbero delle giornate. Ecco, per esempio: una sera d’inverno passavo solo per una foresta, e volevo anda- re a dormire a due verste di là, in un villaggio di cui si scorgevano già le prime luci. A un tratto mi si avventò contro un grosso lupo. Tenevo in mano il rosario del mio starets – lo portavo sempre con me –. Respinsi il lupo con il rosario. E – lo credereste? – il rosario mi scappò di mano e si attorcigliò intorno al collo della belva. Il lupo balzò indietro e, saltando attraverso i pruni, le zampe posteriori si impigliarono tra le spine, men- tre il rosario si impigliava nel ramo secco di un albero. Il lupo si dibatte- va con tutte le sue forze, ma non riusciva a liberarsi perché il rosario gli serrava la gola. Mi feci con fede il segno di croce e avanzai per liberare il lupo; soprattutto temevo che mi strappasse il rosario e portasse via con sé quell’oggetto tanto prezioso. Mi ero appena avvicinato e avevo messo la mano sul rosario che il lupo lo strappò davvero e fuggì via senza troppi complimenti. Così, ringraziando il Signore e ripensando al mio santo sta- rets, arrivai senza fatica al villaggio; mi diressi all’albergo e chiesi da dor- mire. Entrai in casa. Due viaggiatori erano seduti a una tavola d’angolo, uno già avanti negli anni, l’altro d’età matura e robusto. Bevevano del tè. Chiesi chi fossero al contadino che custodiva i loro cavalli. Mi spiegò che il vecchio era istitutore e l’altro cancelliere del giudice di pace: tutti e due di origine nobile:

– Li conduco alla fiera a venti verste da qui.

Dopo essermi riposato qualche istante, chiesi alla padrona un ago e un po’ di filo. Mi avvicinai alla candela e cominciai a cucire il mio rosario. Il cancelliere mi lanciò un’occhiata e disse:
– Ne hai fatte di riverenze, per strappare in quel modo il tuo rosario!

– Non l’ho rotto io, signore, fu un lupo…
– Guarda, anche i lupi ora si mettono a pregare… rispose con una risata il cancelliere.
Raccontai allora l’avventura nei suoi particolari e spiegai come quel rosa- rio fosse prezioso per me. Il cancelliere ricominciò a ridere e disse:
– Per voi creduloni, son tutti miracoli! Cosa c’è di misterioso nella tua storia? Tu hai gettato semplicemente qualcosa al lupo, questi ha avuto paura ed è scappato. Cani e lupi hanno sempre paura dei gesti, e non è difficile impigliarsi le zampe tra i pruni; non bisogna mica credere che ogni cosa che capita nella vita sia un miracolo!
– L’istitutore allora cominciò a discutere con lui:
– Non parlate così, signore! Voi non siete profondo in queste questioni… Dal canto mio, io vedo nella storia di questo contadino un duplice miste- ro, sensibile e spirituale…
– Come come? – chiese il cancelliere.
– Ecco: senza avere un’istruzione superiore, voi avrete certamente stu- diato la storia sacra in domande e risposte, nell’edizione per le scuole. Vi ricordate che quando il primo uomo, Adamo, era nello stato d’innocenza, tutti gli animali erano sottomessi a lui. Si avvicinavano a lui con timore ed egli dava loro il nome. Lo starets, al quale è appartenuto questo rosa- rio, era un santo: e che cos’è la santità? Null’altro che la risurrezione nell’uomo peccatore dello stato d’innocenza del primo uomo. Ecco il mi- stero della natura spirituale! Questa forza è avvertita naturalmente da tutti gli animali e specie attraverso l’odorato; il naso è l’organo essenziale dei sensi nell’animale. Ecco il mistero di natura sensibile…

– Per voi sapienti non ci sono che forze e storie simili; ma noi, noi vedia- mo le cos in modo più semplice: versarsi un bicchiere e tracannarlo, ecco che cosa dà forza, disse il cancelliere dirigendosi verso l’armadio.
– A voi spetta quello, affare vostro – rispose l’istitutore; ma in questo ca- so lasciate a noi le nozioni un po’ dotte.

– Le parole dell’istitutore mi erano piaciute; mi avvicinai a lui e gli dissi: – Permettetemi di raccontarvi ancora qualche cosa e proposito del mio starets. Gli spiegai come mi fosse apparso in sogno e dopo avermi istrui- to, avesse fatto un segno sulla Filocalia. L’istitutore ascoltò il mio raccon- to con attenzione. Il cancelliere invece, steso su una panca, brontolava:

– È vero che si diventa matti a tenere sempre il naso incollato sulla Bib- bia. Basta veder questo bel tipo! Qual è il lupo mannaro che si diverte a sporcarti i libri durante la notte? Avrai fatto cadere il tuo scartafaccio per terra rigirandoti nel sonno ed è finito nella cenere… E questo è un mira- colo?! Questi bricconi! Li conosco, caro mio, quelli della tua risma!

Dopo aver brontolato in questo modo, il cancelliere si rigirò verso il mu- ro e si addormentò. A queste parole mi chinai verso l’istitutore e gli dissi: Se volete, vi farò vedere il libro che porta veramente il segno, e non trac- ce di cenere. Estrassi la Filocalia dal sacco e gliela mostrai dicendo: mi meraviglio che sia possibile a un’anima incorporea prendere un carbone e scrivere…

L’istitutore guardò il segno sul libro e disse:
– Questo è il mistero degli spiriti. Te lo spiegherò. Quando gli spiriti ap- paiono a un uomo sotto forma corporea, compongono il loro corpo visibi- le di luce e di aria, utilizzando per questo gli elementi dai quali era stato tratto il loro corpo mortale. E come l’aria è dotata di elasticità, l’anima che ne è rivestita può agire, scrivere o afferrare degli oggetti. Ma che li- bro hai dunque? Fammi vedere.
Lo aprì e capitò sul discorso e il trattato di Simeone il Nuovo Teologo.
– Ah! È certamente un libro di teologia. Non lo conosco…
– Questo libro, piccolo padre, contiene quasi unicamente l’insegnamento della preghiera interiore del cuore al nome di Gesù Cristo; è esposto qui in modo particolareggiato da venticinque Padri.
– Ah! La preghiera interiore… So che cosa è – disse l’istitutore.

– Mi piegai ancor più verso di lui e lo pregai di dirmi qualche parola sulla preghiera interiore.

– Ebbene, nel Nuovo Testamento si dice che l’uomo e tutta la creazione sono soggetti non per volontà propria alla vanità e che tutto sospira e tende verso la libertà dei figli di Dio (Rm 8,19-20); questo misterioso mo- vimento della creazione, questo desiderio innato nelle anime è la pre- ghiera interiore. Non la si può imparare, perché essa è in tutti e in tutto! – Ma come acquistarla, scoprirla e sentirla nel nostro cuore? Come pren- derne coscienza e accoglierla volontariamente, giungere a che essa agisca attivamente, riscaldando, illuminando e salvando l’anima? – chiesi.

– Non so se i trattati di teologia ne parlano – rispose l’istitutore. – Ma qui tutto questo sta scritto – esclamai.

L’istitutore prese una matita, annotò il titolo della Filocalia e disse: “Vo- glio farmi venire questo libro a Tobolsk e lo leggerò.

Ci salutammo, e ognuno andò per i fatti suoi. Andandomene ringraziai Dio per la conversazione con l’istitutore e pregai il Signore che permet- tesse al cancelliere di leggere di leggere un giorno la Filocalia e di com-prenderne il senso per il bene dell’anima sua. Un altra volta, a primave- ra, giunsi in una borgata e mi fermai in casa di un prete. Era un uomo d’oro, che viveva da solo. Passai tre giorni con lui. Dopo avermi attenta- mente osservato per tutto quel tempo, alla fine mi disse: “Rimani con me, io ti darò un salario; ho bisogno di un uomo fidato. Avrai visto che si sta costruendo una nuova chiesa in pietra accanto a quella vecchia che è di legno. Non riesco a trovare una persona coscienziosa che mi sorvegli gli operai e che stia nella cappella a raccogliere le offerte per la costruzio- ne; vedo che tu ne saresti capace e che questa vita sarebbe adatta per te; vedo che tu saresti capace e che questa vita sarebbe adatta per te; tu sare- sti da solo nella cappella a pregare Dio, c’è là uno sgabuzzino isolato nel quale puoi stabilirti a tuo agio. Rimani, te ne prego, almeno fino a che la chiesa sia costruita”. Mi difesi per un bel po’, ma alla fine dovetti cedere alla preghiera insistente del sacerdote. Rimasi dunque tutta l’estate fino all’autunno e mi installai nella cappella. All’inizio fui lasciato tranquillo e mi potei esercitare nella preghiera, ma specialmente nei giorni di festa venivano molte persone, alcune per pregare, altre per sbadigliare, altre ancora per piluccare qualche soldo nella cassetta delle elemosine. E quando vedevano me intento a leggere la Bibbia o la Filocalia, alcuni visi- tatori intavolavano discorsi con me, altri mi chiedevano di leggere loro qualche brano. Dopo un po’ di tempo notai che una fanciulla del paese veniva spesso nella cappella e vi rimaneva a lungo in preghiera. Tenden- do l’orecchio a quello che la fanciulla bisbigliava, mi accorsi che recitava delle curiose preghiere, e certe erano addirittura travisate. Le chiesi: –Chi ti ha insegnato queste parole? – Mi rispose che era stata sua madre che era ortodossa, mentre suo padre era uno scismatico della setta dei senza-preti. La sua situazione mi impietosì e le consigliai di recitare le preghiere correttamente, secondo la tradizione della santa Chiesa. Le in- segnai il Padre Nostro e l’Ave Maria. Alla fine le dissi: – Recita soprattut- to la preghiera di Gesù; essa ci avvicina a Dio più di ogni altra preghiera e tu ne ricaverai la salvezza dell’anima tua. La fanciulla mi ascoltò con attenzione e agì con molta semplicità, secondo i miei consigli. Lo credere- ste? Dopo un po’ di tempo mi annunciò che si era abituata alla preghiera di Gesù, che sentiva il desiderio di ripeterla senza posa se fosse stato pos- sibile; quando pregava, sentiva il gusto della preghiera e infine la gioia e insieme il desiderio di continuare a pregare sempre di più, invocando il nome di Gesù Cristo. La fine dell’estate si avvicinava; molti visitatori del- la cappella venivano a trovarmi, non più soltanto per chiedermi un consi- glio o una lettura, ma per raccontare le loro pene domestiche e anche per sapere come ritrovare gli oggetti smarriti; evidentemente alcuni di loro mi prendevano per un mago. Un giorno infine la –fanciulla accorse tutta disperata per chiedermi che cosa doveva fare. Suo padre voleva sposarla contro voglia a uno scismatico come lui e l’officiante sarebbe stato un contadino. – Ma è un vero matrimonio, questo? – diceva angosciata – È concubinato e basta! Io voglio scappare di casa, seguendo lo sguardo dei miei occhi! Le dissi allora: e dove andrai? Ti potranno sempre raggiunge- re. Con i tempi che corrono, non potrai mai nasconderti senza documenti, e si arriverà facilmente a riacciuffarti; è meglio che tu preghi Dio con fervore affinché spezzi con le sue vie la risoluzione di tuo padre e salvi la tua anima dal peccato e dall’eresia. Questo è meglio del tuo progetto di fuga. Il tempo passava, il rumore e le distrazioni mi riuscivano sempre più penose. L’estate finì, e decisi di lasciare la cappella e riprendere la mia vita come un tempo. Andai dal prete e gli dissi: – Padre mio, voi co- noscete le mie intenzioni. Ho bisogno di calma per dedicarmi alla pre- ghiera, e qui non trovo che distrazioni e fastidi. Ho fatto quello che mi avevate chiesto, sono rimasto tutta l’estate; ora lasciatemi partire e bene- dite la mia strada. Il prete non voleva lasciarmi andare e cercò di insiste- re ancora: – Chi ti impedisce di pregare anche qui? Non hai che da rima- nere nella cappella e trovi il pane bell’è pronto. Prega notte e giorno là, se tu vuoi; vivi con Dio! Tu sei capace e utile qui, non dici sciocchezze con i visitatori, sei fedele e onesto e assicuri le entrate alla chiesa di Dio! È me- glio agli occhi del Signore che non la tua preghiera solitaria. Perché rima- nere così solo? Con gli altri si prega molto meglio. Dio non ha creato l’uo- mo perché egli non conosca che se stesso, ma perché ognuno aiuti il suo prossimo, guidandoci l’un l’altro verso la salvezza, ciascuno secondo le sue forze. Guarda i santi e i dottori ecumenici, erano giorno e notte in movimento e in daffare per la Chiesa, predicavano dovunque e non rimanevano in solitudine a nascondersi ai loro fratelli. – Ciascuno riceve da Dio il dono che conviene, padre mio; molti hanno predicato alle folle, e molti sono vissuti nella solitudine. Ciascuno agiva secondo la sua inclina- zione e credeva che fosse la via della salvezza indicata da Dio. Ma come spiegate che tanti santi hanno abbandonato tutte le dignità e gli onori della Chiesa e si sono rifugiati nel deserto per non essere tentati dal mon- do? Sant’Isacco il Siriaco ha abbandonato così i suoi fedeli e il beato Ata- nasio l’Atonita ha lasciato il suo monastero; essi consideravano quei luo- ghi troppo pericolosi e credevano veramente alla parola di Cristo: Che serve all’uomo acquistare il mondo, se perde la sua anima? (Mt 16,26). – Ma essi erano dei grandi santi – replicò il prete. – Se i santi si guardasse- ro con tanta cura dal venire a contatto con gli uomini – gli risposi – cosa non dovrebbe fare un povero peccatore! Infine dissi addio al buon prete e ci separammo da amici. Percorsi dieci verste e mi fermai per trascorre- re la notte in un villaggio. Viveva là un contadino gravemente ammalato. Consigliai alla famiglia di farlo comunicare pensando ai santi misteri di Cristo, e la mattina essi mandarono a cercare il prete del villaggio. Io rimasi per inginocchiarmi davanti ai santi doni e per pregare durante la somministrazione del Sacramento. Ero seduto su una panca davanti alla casa e guardavo se il prete arrivava. All’improvviso vedo correre verso di me la fanciulla che avevo visto in preghiera nella cappella. – Come hai fatto a venire qui? – Le dissi. – In casa mia tutto era disposto ormai per le nozze con quello scismatico, e io sono scappata. Poi, gettandosi ai miei piedi, gridò: – Per pietà, prendimi con te e conducimi in un convento, da queste parti, non voglio marito, voglio vivere in un convento recitando la preghiera di Gesù. Ti ascolteranno là, e mi accetteranno. – Di’ un po’, do- ve vuoi che ti conduca? Non conosco nemmeno un convento, da queste parti, e come potrei prenderti con me senza passaporto? Non potrai fer- marti mai in nessun posto. Ti scopriranno subito; sarai ricondotta a casa tua e punita per la tua scappata. Ritorna invece a casa e prega il Signore; e se non ti vuoi sposare, inventa qualche scusa. Questa sarà una “bugia pietosa”. Così hanno agito la santa madre di Clemente, la beata Marina, che salvò la sua anima in un monastero di uomini, e tante altre. Mentre noi stavamo così parlando, vedemmo quattro contadini in un biroccino che trottavano dritti verso di noi. Acciuffarono la ragazza e la caricarono sulla carretta: uno di loro partì con lei, gli altri tre mi legarono le mani e mi condussero al borgo nel quale avevo passato l’estate. A tutte le mie spiegazioni essi rispondevano con grida: – Imparerai, santoccio, a sedur- re le ragazze! – Verso sera, mi condussero alla prigione, mi fecero mette- re i ferri ai piedi e mi fecero rinchiudere in attesa del giudizio per l’indomani. Il prete, avendo saputo che ero in prigione, venne a trovarmi, mi portò la cena, mi consolò e disse che avrebbe preso le mie difese dichia- rando, come mio confessore, che io non avevo assolutamente quelle tendenze che mi venivano attribuite. Si trattenne un po’ di tempo con me, poi se ne andò. Sul far della notte passò di là il commissario di polizia del distretto e gli fu raccontata la storia. Egli ordinò che si riunisse il consi- glio comunale e si conducesse me al commissariato. Noi entrammo e ri- manemmo in piedi ad aspettare. Ad un tratto, ecco il commissario già piuttosto eccitato; sedette al tavolo col suo berrettone ben calato sul capo e disse a voce molto alta: – Ehi, Epifanio, questa ragazza qui, tua figlia, non ha portato via niente da casa? – Nulla, piccolo padre. – Ha fatto qualche stupidaggine con questo scimunito? – No, piccolo padre. – Allo- ra la questione è giudicata e si decide: con tua figlia, regolati tu come vuoi; e questo bel muso, lo pregheremo di svignarsela domattina, dopo una solida correzione che gli levi la voglia di tornare da queste parti. Via! Con queste parole il commissario si alzò in piedi e andò a dormire; io fui ricondotto in prigione. L’indomani mattina, per tempo, vennero due con- tadini che mi sferzarono di santa ragione e poi mi lasciarono andare; e io partii di là ringraziando il Signore per avermi permesso di soffrire in no- me suo. Questo mi consolava e mi incitava anche di più a pregare. Tutti questi incidenti però non mi avevano abbattuto: era come se fossero toc- cati a un altro e io ne fossi solo lo spettatore; anche durante le sferzate riuscivo a sopportare il dolore; la preghiera, che illuminava il mio cuore, non mi dava tempo per accorgermi di alcun’altra cosa. Dopo quattro ver- ste, incontrai la madre della ragazza che tornava dal mercato. Si fermò e mi disse: – Il fidanzato ci ha piantati. Si è arrabbiato con Akulka, capi- sci?; perché lei è scappata! –. Poi mi diede del pane e un biscotto, e io ripresi la mia strada. Il tempo era asciutto e non avevo voglia di chiedere ospitalità per la notte in un villaggio: scorsi due mucchi di fieno nel bosco e mi aggiustai là, per passare la notte. Mi addormentai e mi misi a so- gnare che stavo camminando per la via, e leggevo i capitoli di sant’Anto- nio il Grande nella Filocalia.

A un tratto mi apparve lo starets e mi disse: – Non è là che devi leggere – e mi indicò il capitolo 35 di Giovanni di Karpathos, nel quale è scritto: “Talvolta il discepolo è dato in pasto alla vergogna e sopporta prove per coloro che ha aiutato spiritualmente”. E mi mostrò anche il capitolo 41 in cui si dice: “Tutti coloro che si dedicano più ardentemente alla preghiera sono preda di tentazioni terribili e logoranti” Poi aggiunse: – Fatti corag- gio e non abbatterti mai. Ricorda le parole dell’Apostolo: Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo (1Gv 4,4). Tu ora hai conosciu- to per esperienza che non c’è tentazione che sia superiore alle forze dell’uomo. Perché con la tentazione Dio prepara anche una via d’uscita (1Cor 10,13). E dalla speranza nell’aiuto del Signore sono stati sostenuti i Santi che non hanno trascorso la loro vita soltanto a pregare, ma hanno cercato, per amore, di insegnare e di illuminare gli altri. Ecco quanto ha detto in proposito san Gregorio di Tessalonica: “Non ci basta pregare senza posa secondo il comandamento divino, ma bisogna che esponiamo quest’insegnamento a tutti, monaci, laici, gente istruita o gente semplice, uomini, donne o bambini, onde risvegliare in loro lo zelo per la preghiera interiore”. Il beato Callisto Telicoudas si esprime nello stesso modo: “L’attività spirituale (ossia la preghiera interiore), dice, la conoscenza contemplativa e i mezzi per elevare l’anima non debbono essere tenuti per noi, ma bisogna comunicarli con la scrittura o con il discorso per il bene e l’amore di tutti. E la parola di Dio dichiara che il fratello aiutato dal fratello è come una città alta e forte (Pr 18,19). Bisogna soltanto fuggire con tutte le nostre forze la vanità e vegliare perché il buon grano dell’insegnamento divino non sia disperso dal vento”. Al risveglio sentii nel mio cuore una gioia immensa e nell’anima una forza nuova. E ripresi la mia strada.

Molto tempo dopo ebbi un’altra avventura; e se volete, ve la racconterò. Un giorno, il 24 marzo, sentii il bisogno veramente invincibile di comuni- carmi ai santi misteri di Cristo nel giorno consacrato alla Madre di Dio, in ricordo della sua annunciazione divina. Chiesi se da quelle parti ci fos- se una chiesa; mi fu detto che vene era una a trenta verste da lì. Cammi- nai tutto quel giorno e la notte successiva per arrivare all’ora di mattuti- no. Era un tempo da lupi, pioggia, neve, vento e gelo. La strada attraver- sava un ruscello e non avevo fatto che pochi passi quando il ghiaccio scricchiolò e cedette sotto il mio piede, così caddi in acqua fino alla cintola. Arrivai al mattutino tutto inzuppato, ma riuscii almeno ad ascoltare le preghiere e la messa, durante la quale il Signore mi permise di ricevere la comunione. Per passare quel giorno in pace, senza che nulla venisse a turbare la gioia dello spirito, chiesi a un custode di lasciarmi fino all’in- domani nella celletta di guardia. Passai tutta quella notte in una gioia in- dicibile e nella pace del cuore; ero steso su una panca in quella capannet- ta non riscaldata, come se riposassi sul seno d’Abramo: la preghiera agi- va con forza. L’amore per Gesù Cristo e per la Madre di Dio attraversava il mio cuore con onde benefiche e immergeva l’anima mia in un’estasi consolatrice. Stava scendendo la notte, quando avvertii nelle gambe un improvviso dolore, acutissimo, e mi ricordai allora che erano bagnate. Ma ricacciando il pensiero, mi immersi di nuovo nella preghiera e non avvertii più alcun dolore. Quando al mattino mi volli alzare, non riuscivo più a muovere le mie povere gambe. Erano inerti e molli come uno stop- pino; il guardiano mi tirò giù dalla panca e rimasi così due giorni senza muovere un dito. Il terzo giorno il guardiano mi cacciò via dalla baracca dicendo: – Se morrai qui, bisognerà poi correre in giro e darsi da fare per te –. Riuscii a trascinarmi sulle mani fino alla scalinata della chiesa e vi rimasi disteso. Trascorsi così due giorni circa; le persone che passavano non prestavano alcuna attenzione né a me né alle mie domande. Final- mente un contadino mi si avvicinò e si mise a chiacchierare. Dopo un po’, mi disse: – Cosa mi dai? Ti voglio guarire. Anch’io ho avuto questo stesso male e conosco un buon rimedio.

– Non ho nulla da darti – gli risposi.
– Cosa hai nel tuo sacco?
– Null’altro che del pane raffermo e dei libri.
– Bene, tu lavorerai da me per un’estate se ti guarisco.
– Non posso nemmeno lavorare, vedi che ho un braccio che non serve.
– Cosa sai fare, insomma?
– Niente, salvo leggere e scrivere.
– Scrivere? Benissimo. Insegnerai a scrivere a mio figlio, che sa già legge- re un pochino e voglio che impari anche a scrivere. Ma i maestri chiedo- no troppo, venti rubli per insegnare tutto l’alfabeto. Mi misi d’accordo con lui e, con l’aiuto del custode, fui trasportato in casa del contadino, dove venni sistemato in un vecchio bagno in fondo al suo podere. Comin- ciò allora a curarmi. Raccolse dai campi, dai cortili e dagli immondezzai delle vecchie ossa di animali, di uccelli e di che altro ancora: li lavò, li frantumò in piccolissimi pezzi con un sasso e li mise in una grossa pento- la; la incappucciò con un coperchio forato e rovesciò il tutto dentro un vaso che aveva interrato. Spalmò con gran cura il fondo della pentola con uno spesso strato di creta e la coprì di ceppi che lasciò bruciare per più di ventiquattro ore. Mentre disponeva i ceppi, diceva: – Tutto questo farà un bel pastone di ossa. Il giorno dopo dissotterrò il vaso nel quale, attra- verso l’orificio del coperchio, era colato quasi un litro di un liquido spes- so, rossastro, oleoso e dall’odore di carne fresca; le ossa rimaste nella pentola, da nere e marce, erano diventate di un colore bianco e traspa- rente quanto la madreperla. Per cinque volte al giorno io mi dovevo fri- zionare le gambe con quel liquido. Lo credereste? Il giorno dopo mi ac- corsi che potevo muovere le dita; il terzo potevo piegare le gambe; il quinto mi reggevo in piedi e camminavo per il cortile appoggiandomi a un bastone. In una settimana le gambe erano tornate normali. Ne ringra- ziai Dio e dicevo tra me: la sapienza di Dio si manifesta nelle sue creatu- re. Delle ossa spolpate e marce, già quasi ritornate alla terra, conservano in sé la forza vitale, un colore e un odore; esercitano un’azione sui corpi vivi, ai quali possono ridare la vita! È un pegno della risurrezione futura. Se avessi potuto far sapere questo portento al guardaboschi con il quale avevo vissuto e che dubitava della risurrezione e dei corpi! Così guarito, cominciai a occuparmi del ragazzo. Scrissi come modello la preghiera di Gesù e gliela feci ricopiare, mostrandogli come vergare le lettere in modo ordinato. Era molto riposante per me, perché il ragazzo prestava servizio tutta la giornata presso il castaldo e veniva da me solo quando il castaldo dormiva, ossia il mattino per tempo. Il fanciullo era sveglio e in poco tempo imparò a scrivere quasi correttamente. Il castaldo, che lo vide scri- vere, gli chiese: – Chi ti istruisce? – Il ragazzo rispose che era il pellegri- no monco, che viveva da loro nel vecchio bagno. Il castaldo curioso, era un polacco, venne a trovarmi e mi trovò intento a leggere la Filocalia. Parlò un poco con me e mi chiese: – Cosa leggi di bello? Gli mostrai il li- bro. – Ah, è la Filocalia – disse. Ho veduto questo libro dal curato, quan- do abitavo a Vilna. Ma ho sentito dire che contiene strane formule e mo- di per pregare, inventati da certi monaci greci sullo stampo dei santoni indiani e di Buchara, che gonfiano i loro polmoni e credono ciecamente, quando riescono a sentire un pizzicorino nel cuore, che questa sensazio- ne naturale sia una preghiera data da Dio. Bisogna pregare semplicemen- te, per compiere il nostro dovere verso Dio; quando ci si alza il mattino, si recita il Pater come ha insegnato Gesù Cristo; e questo basta per tutta la giornata. Ma a forza di ripetere sempre la stessa preghiera, si corre il rischio di diventare matti e di guastarsi il cuore. – Non parlate in tal mo- do di questo santo libro, piccolo padre. Non sono dei semplici monaci che l’hanno scritto, ma antichi e santi personaggi che la vostra Chiesa ve- nera, come Antonio il Grande, Macario il Grande, Marco l’Asceta, Gio- vanni Crisostomo e altri. I monaci dell’India e di Buchara hanno preso la loro tecnica dalla preghiera del cuore, ma l’hanno deformata e guastata, come mi ha spiegato il mio starets. Nella Filocalia tutti gli insegnamenti sulla preghiera interiore sono tratti dalla Parola divina, dalla santa Bib- bia, nella quale Gesù Cristo, pur dicendo di dire il Padrenostro, ha affer- mato anche che bisognava pregare senza posa, dicendo: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima (Mt 22,37); osser- vate, vegliate e pregate (Mc 13,33); voi sarete in me e io in voi (Gv 15,4). E i santi Padri, citando la testimonianza di Davide nei salmi: Gustate e vedete quanto è buono il Signore (Sal 34,9), lo interpretano dicendo che il cristiano deve fare di tutto per conoscere la dolcezza della preghiera, deve senza tregua cercarvi consolazione e non accontentarsi di recitare una volta il Padrenostro. Sentite. Vi leggo quello che i Padri dicono di co- loro che non cercano di studiare la benefica preghiera del cuore. Dichia- rano che essi commettono un triplice peccato perché, per prima cosa, si mettono in contraddizione con la santa Scrittura; in secondo luogo, non ammettono che vi sia per l’anima uno stato superiore e perfetto: accon- tentandosi delle virtù esteriori, ignorano la fame e la sete della giustizia e si privano della beatitudine in Dio; in terzo luogo poi, considerando le lo- ro virtù esteriori, cadono spesso nella soddisfazione di sé e nella vanità. – Tu leggi certo cose molto elevate – disse il castaldo – ma come possia- mo, noi laici, seguire simile via? – Ecco, ora vi leggo come degli uomini dabbene hanno potuto, anche se laici, imparare la preghiera perpetua. Presi nella Filocalia il trattato di Simeone il Nuovo Teologo sul giovane Giorgio e mi misi a leggere. Il brano piacque al castaldo che mi disse: –Dammi quel libro e lo leggerò nei miei momenti liberi. – Se volete, ve lo posso lasciare per un giorno, ma non di più, perché io lo leggo di conti- nuo e non posso farne a meno. – Ma tu potresti almeno copiarmi quel passo; ti darò del denaro. – Non ho bisogno di denaro, ma lo copierò vo- lentieri, sperando che Dio vi dia l’ardore per la preghiera. Copiai imme- diatamente il passo che avevo letto. Egli lo lesse a sua moglie e tutti e due lo trovarono molto bello. Da quel giorno essi mi mandarono ogni tanto a chiamare. Io leggevo ed essi stavano a sentire, mentre bevevano il tè. Un giorno mi trattennero a pranzo. La moglie del castaldo, una simpatica vecchia signora, stava con noi e, mentre mangiava del pesce ai ferri, in- ghiottì una lisca. Malgrado tutti i nostri sforzi, non riuscimmo a liberar- la; ed essa accusava un forte male alla gola e dopo un paio d’ore dovette mettersi a letto. Si mandò a cercare un medico a trenta verste da lì, e io tornai nella mia stanza piuttosto rattristato. Durante la notte io, che ave- vo il sonno molto leggero, sentii la voce del mio starets, ma non vidi alcu- no. La voce mi diceva: – Il tuo padrone ti ha guarito e tu non puoi far nulla per il castaldo? Dio ci ha ordinato di andare incontro al nostro prossimo che soffre. – Lo aiuterei più che volentieri, ma in che modo? Non so proprio alcun rimedio. – Ecco che cosa bisogna fare: essa ha sem- pre avuto una ripugnanza fortissima per l’olio di ricino; basta l’odore per provocarle la nausea; se tu le dai un cucchiaio di olio di ricino, lei vomi- terà, uscirà la lisca e l’olio lenirà la ferità della gola; così quella povera si- gnora guarirà.

– E come potrò farglielo bere, se lei ha una ripugnanza così forte?
– Prega il castaldo di tenerle ferma la testa e versale il liquido in bocca con mano ferma.
– Mi scossi dal sonno e corsi dal castaldo, al quale narrai ogni cosa nei più minimi particolari. Egli mi disse:
– Che vuoi che possa fare il tuo olio? Mia moglie ha già la febbre e sta de- lirando, il suo collo è tutto gonfio. In ogni modo si può tentare; se l’olio non le farà bene, non le potrà fare nemmeno male. Versò l’olio di ricino in un bicchierino e riuscimmo a farglielo ingoiare. Ella ebbe subito un co- nato di vomito e sputò la lisca con un po’ di sangue. Si sentì meglio e si addormentò profondamente. Il giorno dopo andai per sentire sue notizie e la trovai mentre col marito stava sorbendo il suo tè. Erano molto stupi- ti della sua guarigione, e soprattutto di quello che mi era stato detto in sogno sulla sua ripugnanza invincibile per l’olio di ricino, perché non ne avevano mai parlato con nessuno. In quel momento arrivò il medico: la signora gli raccontò come era stata guarita e io come il contadino mi ave- va curato le gambe. Il medico dichiarò: – Non sono due casi straordinari. È una forza di natura che ha agito tutte e due le volte, ma me lo voglio se- gnare per ricordarmelo. Trasse una matita dalla tasca e scrisse alcuni ap- punti su un suo notes. Si diffuse rapidamente la voce che io ero un indovino, un guaritore e un mago; venivano a vedermi da ogni paese, per chiedermi consigli, per portarmi dei regali, e cominciavano a venerarmi come un santo. Allora, dopo una settimana di queste cose, io riflettei ben bene ed ebbi timore di cadere nella vanità e nella dissipazione. La notte dopo lasciai di nascosto io villaggio. Così ripresi ancora una volta la mia via solitaria, leggero come se una montagna mi fosse caduta dalle spalle. La preghiera mi consolava sempre di più; a volte il mio cuore traboccava di un amore infinito per Gesù Cristo, e da quella meravigliosa pienezza si spandevano in tutto il mio essere onde benefiche. L’immagine di Gesù Cristo era così impressa nella mia anima che, pensando agli avvenimenti del Vangelo, potevo dire di vederli proprio davanti ai miei occhi. Ero commosso e piangevo di gioia, e talvolta sentivo nel mio cuore una tale felicità che non la saprei descrivere. A volte restavo ben tre giorni lonta- no da ogni abitato umano e con estasi mi sentivo sulla terra solo, misera- bile peccatore davanti a Dio misericordioso e amico degli uomini. Questa solitudine faceva la mia felicità e la dolcezza della preghiera era molto più sensibile che non il contatto con gli uomini. Infine arrivai ad Irkutsk. Dopo essermi inginocchiato davanti alle reliquie di sant’Innocente, mi chiesi dove potevo ormai andare. Non avevo voglia di rimanere a lungo nella città, perché era molto popolata. Camminavo per le vie e riflettevo tra me. A un tratto incontrai un mercante del paese che mi fermò e disse: – Sei un pellegrino? Perché non vieni a casa mia? Arrivammo nella sua magnifica casa. Mi domandò chi ero e gli raccontai del mio viaggio. A queste parole mi disse: – Dovresti andare fino all’antica Gerusalemme. Laggiù c’è una santità che non è pari a nessun’altra! – Vi andrei volentie- ri – gli risposi – ma non ho di che pagare la traversata, perché il denaro che ci vuole è molto. – Se vuoi, ti posso indicare un mezzo – disse il mer- cante –. L’anno scorso ho mandato laggiù un vecchio che era nostro ami- co. Caddi ai suoi piedi, ed egli soggiunse: – Stammi a sentire. Io ti darò una lettera per mio figlio che sta a Odessa e commercia con Costantino- poli; egli ha delle navi, ti farà imbarcare fino a Costantinopoli e di là le sue agenzie ti pagheranno il viaggio fino a Gerusalemme. Non è poi tanto caro. Ringraziai calorosamente, colmo di gioia, il benefattore e tanto più ringraziai Dio che manifestava il suo amore paterno per me, peccatore in- durito, che non faceva alcun bene né a sé né agli altri e che mangiava inu- tilmente il pane altrui. Sono rimasto tre giorni con quel generoso mer- cante. Egli mi ha dato una lettera per suo figlio e ora sto andando a Odes- sa nella speranza di raggiungere la città santa di Gerusalemme. Ma non so se il Signore mi concederà di inginocchiarmi davanti al suo sepolcro di vita.

 
 

Terzo Racconto

Prima di partire da Irkutsk, tornai dal padre spirituale con il quale avevo avuto qualche colloquio e gli dissi:
– Sono in partenza per Gerusalemme; perciò sono venuto a dirvi addio e a ringraziarvi per la vostra cristiana carità verso di me, misero pellegri- no. Egli mi disse:

– Che Dio benedica la tua via. Ma non mi hai raccontato nulla di te, che sei e da dove vieni. Ho sentito molte cose sui tuoi viaggi; mi piacerebbe sapere la tua origine e la vita che hai fatto fino al momento in cui hai co- minciato la tua vita errante.

– Ve la racconterò volentieri – gli dissi –. Non è una storia molto lunga.

La vita del pellegrino

Sono nato in un villaggio della provincia di Orel. Dopo la morte dei no- stri genitori, rimanemmo al mondo mio fratello, che era maggiore di me, ed io. Egli aveva dieci anni. Io tre. Il nonno ci prese a casa sua per farci crescere; era un vecchio stimato e benestante, che aveva una locanda sul- la via maestra e, dal momento che era un galantuomo, molti viaggiatori si fermavano da lui. Andammo così a vivere con lui; mio fratello era mol- to vivace, scorazzava tutto il giorno per il villaggio, mentre io preferivo ri- manere piuttosto con il nonno. Nei giorni di festa egli ci portava in chie- sa, e a casa leggeva spesso la Bibbia, ecco, proprio questa qui che porto sempre con me. Mio fratello divenne grande e cominciò a bere. Avevo sette anni; un giorno, ero con lui coricato sulla stufa, quando egli mi die- de uno spintone e mi fece cadere. Mi ferii il braccio sinistro e da quella volta non posso più servirmene. È tutto ustionato. Il nonno, visto che non avrei potuto dedicarmi ai lavori dei campi, decise di farmi imparare a leggere; non aveva un sillabario, così si serviva della Bibbia in questo modo: mi mostrava le lettere e mi obbligava a compitare le parole e poi a distinguere le lettere. Così, non so troppo bene nemmeno io come abbia fatto, a forza di ripetere con lui, finii per saper leggere. Più tardi, quando no riusciva più a vederci chiaramente, mi faceva leggere la Bibbia ad alta voce e mi correggeva. Il cancelliere veniva speso da noi. Egli aveva un scrittura chiara e a me piaceva molto vederlo scrivere. Da solo cominciai dunque a formare le parole, seguendo il suo esempio. Egli allora mi inse- gnò come fare, mi diede un foglio, l’inchiostro e mi affilò una penna. Così ho imparato a scrivere. Il nonno era contentissimo e mi diceva: – Così Dio ti ha dato di saper leggere e scrivere; tu sarai un uomo. Ringrazia il Signore e pregalo più spesso. Andavamo in Chiesa per tutte le funzioni, e anche a casa pregavamo spesso. Mi facevano recitare: Signore, abbi pietà di me, e il nonno e la nonna facevano genuflessioni e inchini fino a terra, oppure restavano in ginocchio. Quando compii i diciassette anni, morì la nonna. Il nonno mi disse:

– Eccoci qui in casa senza una donna, e come possiamo fare noi, uomini soli? Tuo fratello è un buono a nulla. Voglio trovarti una moglie.

Io cercai di spiegargli che con la mia infermità non mi sentivo portato verso quella via, ma il nonno insistette e mi diede in moglie una brava ra-gazza. Aveva vent’anni. Passò un anno e il nonno si ammalò seriamente. Mi chiamò, mi disse le sue ultime parole di saluto e aggiunse:

– Ti lascio la casa e tutto quello che ho; vivi facendo il tuo dovere, non in- gannare mai alcuno, e prega Dio più di tutto; è da lui che ci viene ogni co- sa. Non riporre la tua speranza che in lui, va’ in chiesa, leggi la Bibbia e ricordati di noi nelle tue preghiere. Tieni mille rubli d’argento, serbali, non spenderli per sciocchezze, ma non essere varo, sii largo con i poveri e con le chiese di Dio.

Morì e lo sotterrai. Mio fratello era geloso della mia eredità, perché, ora la locanda era mia; cercò di molestarmi in tutti i modi e il diavolo lo spin-se fino al punto da decidere di farmi fuori.
Una notte, infatti, mentre dormivamo e non c’erano viaggiatori di pas- saggio, egli entrò nella dispensa e vi appiccò il fuoco, dopo aver preso tut- to il denaro che era conservato in cassapanca. Ci svegliammo quando or- mai la casa era in fiamme e avemmo appena il tempo di saltare dalla fine- stra così come stavamo. Tenevamo la Bibbia sotto il guanciale e la por- tammo con noi. Guardavamo la nostra casa bruciare e si dicevamo:

– Sia ringraziato Dio! Abbiamo salvato la Bibbia, potremo almeno conso- larci nella sventura.
Così tutto il nostro patrimonio fu bruciato e mio fratello sparì dal paese. Qualche anno dopo, egli si vantò dopo aver bevuto, e fu così che venim- mo a sapere chi aveva rubato e appiccato il fuoco alla casa. Rimanemmo completamente spogli, senza nemmeno i vestiti, come i mendicanti; in qualche modo, tra prestiti e buona voglia, mettemmo in piedi una capan- netta e vivemmo come dei poveri diavoli. Mia moglie era imbattibile nel filare, tessere e cucire. Prendeva commissione dai vicini e lavorava gior- no e notte, per darmi da mangiare. Per via del mio braccio, io non ero in grado nemmeno di intrecciare delle scarpe di corteccia. Il più delle volte, essa filava o tesseva e io, seduto al suo fianco, leggevo la Bibbia; lei stava ad ascoltare e talvolta si metteva a piangere. Quando io le chiedevo:

– “Perché piangi?” Grazie a Dio ce la caviamo lo stesso –, essa risponde- va:
– “Sono commossa perché nella Bibbia è scritto così bene” –.
Ci ricordavamo anche delle raccomandazioni del nonno; digiunavamo spesso, leggevamo ogni mattino l’inno Acatisto e la sera facevamo ognu- no un migliaio di inchini davanti alle icone per non cadere in tentazione. Vivemmo così tranquillamente per un paio di anni. Ma state a sentire il più strano: non sapevamo nulla della preghiera interiore fatta nel cuore, non ne avevamo nemmeno sentito parlare, pregavamo soltanto con la lingua, facevamo i nostri inchini come due grulli, e pure il desiderio di pregare stava là, quella lunga preghiera esteriore non ci pareva difficile, la compivamo anzi con piacere. Aveva certamente ragione quel maestro che una volta mi disse che all’interno dell’uomo esiste una preghiera mi- steriosa, e nemmeno lui sa come si produce, ma essa incita ciascuno a pregare secondo quello che può e che sa. Dopo due anni di una simile vi- ta, mia moglie prese un febbrone, e il nono giorno, dopo aver fatto la co- munione, morì. Rimasi solo e non ero in grado di far nulla; non mi resta- va che andare a mendicare per le vie del mondo. Ma avevo vergogna a chiedere l’elemosina; per di più, ero così infelice pensando a mia moglie, che no sapevo più dove cacciarmi. Quando entravo nella capanna e vede- vo un suo vestito o uno di quei fazzoletti che essa portava sul capo, mi mettevo a singhiozzare e cadevo quasi svenuto. Se continuavo a vivere così nella nostra casa, non avrei potuto più sopportare il dolore; vendetti allora la capanna per venti rubli e distribuii ai poveri le vesti di mia mo- glie e le mie. Per via della mia infermità, mi fu dato un passaporto valido per sempre, presi la mia cara Bibbia e me ne andai seguendo lo sguardo dei miei occhi. Giunto sulla strada mi chiesi:

– “Dove si va ora? Andrò prima a Kiev, mi inchinerò davanti ai santi di Dio e chiederò loro di aiutarmi nella mia sventura” –.
Dopo che ebbi preso tale decisione, mi sentii molto meglio e giunsi a Kiev più sereno. E ora son tredici anni che io cammino senza posa: ho vi- sitato molte chiese e molti monasteri, ma ora vado specialmente per le steppe e per i campi. Non so se il Signore mi permetterà di arrivare fino alla santa Gerusalemme. La volontà di Dio forse giudicherà venuto il tempo di seppellire le mie ossa di peccatore.

– E che età hai?
– Trentatré anni. L’età di Cristo!

 
 

Quarto Racconto

Nel Signore ho riposto la mia speranza

Il proverbio russo ha ragione – dissi tornando dal mio padre spirituale – l’uomo propone e Dio dispone. Credevo di partire oggi stesso per la città santa di Gerusalemme, ma invece le cose sono andate in altro modo: un avvenimento assolutamente imprevisto mi trattiene qui ancora due o tre giorni. Non ho potuto fare a meno di venire a vedervi per annunciarvelo e chiedervi consiglio in merito. Ecco cosa è accaduto. Avevo ormai detto addio a tutti, e con l’aiuto di Dio avevo ripreso la mia strada; stavo per valicare la frontiera, quando sulla porta dell’ultima casa scorsi un vec- chio pellegrino che non rivedevo da tre anni. Ci augurammo il buongior- no ed egli mi chiese dove andassi. Gli risposi: – Se Dio vuole, fino all’an-tica Gerusalemme.– Bene – riprese lui – c’è qui un ottimo compagno per te. – Mille grazie! – gli dissi – Non sai che no prendo mai un compagno e che cammino sempre da solo? – Lo so, ma stammi a sentire: so che quel- lo è proprio il compagno che ci vuole per te. Tutto per lui andrà bene se sarà con te, e per te se sarai con lui. Il padre del proprietario di questa fabbrica, nella quale io lavoro ora come operaio, ha fatto un voto di anda- re a Gerusalemme; non avrai alcun fastidio a prenderlo con te. È un mer- cante di qua, un buon vecchio, e per di più è completamente sordo. Puoi urlare fin che ti pare, egli non sente nulla di nulla; quando gli si vuol chiedere qualcosa, bisogna scriverlo su un pezzo di carta. Sta sempre zit- to e non ti darà noia durante il cammino. Ma tu gli sarai indispensabile nel tragitto. Suo figlio gli darà un cavallo e una carrozza che potrà vende- re poi a Odessa. Il vecchio vuol camminare a piedi, ma si potrà mettere nella carrozza il suo bagaglio e i doni per il sepolcro di nostro Signore. Potrai posare il tuo sacco… Ora, pensaci bene. Credi proprio che si possa lasciar andare così da solo un vecchio completamente sordo? Abbiamo cercato da per tutto una guida, ma tutti chiedono troppo, e poi è pericolo- so lasciarlo partire con uno sconosciuto, perché il vecchio ha denaro e og- getti preziosi. Quanto a me, mi sento di garantire per te e i padroni ne sa- ranno felici: sono brava gente e mi vogliono molto bene. Sono due anni ormai che lavoro da loro. Dopo aver così parlato davanti all’uscio, mi fece entrare dal padrone e mi resi conto che era una famiglia perbene: così ac- cettai la loro proposta. Si decise di partire due giorni dopo Natale, se Dio vorrà, dopo aver sentito la divina liturgia. Ecco gli avvenimenti inattesi che avvengono sul cammino della vita! Ma è sempre Dio e la sua divina Provvidenza che agiscono attraverso le nostre azioni e le nostre intenzio- ni, com’è scritto: Perché è Dio che opera in voi il volere e il fare (Fil 2,13). Il mio padre spirituale mi disse: – Mi rallegro cordialmente, fratello carissimo, che il Signore mi abbia permesso così di rivederti. E visto che sei libero, ti tratterrò un poco e tu mi racconterai alcuni degli incon- tri che hai fatto durante la tua vita errante. Mi è piaciuto molto sentiti narrare gli altri tuoi racconti. – Lo farò con gioia – gli risposi – e mi misi a parlare. C’è stato del buono e del cattivo; non si può raccontare ogni co- sa, e molte sono uscite dalla mia memoria, perché ho sempre cercato di serbare il ricordo di quello che induceva l’anima mia alla preghiera; tutto il resto l’ho rievocato ben di rado o, per meglio dire, ho cercato piuttosto di dimenticare il passato, secondo l’insegnamento dell’Apostolo Paolo che ha detto: Dimenticando quello che sta dietro a me e portandomi con tutto me stesso verso quello che sta davanti, io corro diritto alla meta.

E il mio beato starets mi diceva che gli ostacoli alla preghiera possono ve-nire da destra e da sinistra o, in altre parole, se il nemico non può disto- gliere l’anima preghiera con vani pensieri o immagini colpevoli, egli fa ri- vivere nella sua memoria ricordi edificanti o belle idee, onde strappare via la mente alla preghiera che egli non riesce a sopportare. Questo si chiama il distogliere da destra; l’anima, disprezzando la conversazione con Dio, entra in delizioso colloquio con se stessa o con le creature. Così egli mi ha insegnato che, nel tempo della preghiera, non bisognava am- mettere nello spirito nemmeno il pensiero più bello e più elevato; e se al- la fine di una giornata ci si accorge di aver passato più tempo in medita- zione o in conversazioni edificanti anziché nella preghiera pura e assolu- ta, bisogna considerarla un’imprudenza o un’avidità spirituale egoistica, specie nei principianti, per i quali il tempo impiegato in preghiera deve essere superiore al tempo dedicato alle altre attività di pietà. Ma non si può dimenticare proprio tutto. Certi ricordi si imprimono così profonda- mente nella memoria che essi rimangono vivi senza che si debbano evo- care, come per esempio quello della santa famiglia nella quale Dio mi ha permesso di trascorrere alcuni giorni. Una famiglia ortodossa Stavo at- traversando il governatorato di Toblosk e mi trovai un giorno in una pic- cola città. Non avevo più pane e così entrai in una casa per chiederne un poco. Il padrone di casa mi disse: – Capiti al momento buono. Mia mo- glie ha appena ritirato il pane dal forno, prendo questo pane caldo e pre- ga Dio per noi. Lo ringraziai calorosamente e, mentre parlavo, infilavo il pane nel sacco; la padrona mi vide e disse: – Che povero sacco hai, tutto strappato e liso! Te ne darò un altro. E mi diede un bel sacco nuovo. Li ringraziai dal profondo del cuore e partii. Nell’uscir di città, chiesi un po’ di sale in un negozio e il negoziante me ne diede un sacchetto. Ne fui feli- ce e ringraziai Dio di avermi fatto incontrare persone così buone. – Posso star tranquillo una settimana – mi dicevo – potrò dormire senza inquie- tudini. Anima mia, benedici il Signore! (Sal 103 e 104). Avevo fatto circa cinque verste dalla città quando vidi un modesto paesino con una modestissima chiesa di legno, dalla facciata dipinta e decorata con garbo. La strada passava lì accanto e io ebbi voglia di inginocchiarmi davanti al tempio di Dio. Salii la scalinata e recitai una preghiera. In un prato poco discosto dalla chiesa c’erano due ragazzini che giocavano; potevamo ave- re cinque o sei anni. Mi dissi che, malgrado il loro aspetto curato, dove- vano essere i figliolini del prete. Finita la preghiera me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che sentii una voce gridare dietro a me:

– Signor mendicante, signor mendicante! Aspetta!
Erano i ragazzini che gridavano e correvano verso di me: un bambino e una bimbetta. Mi fermai e, accorrendo, essi mi presero per mano.
– Andiamo dalla mamma, lei vuol bene ai mendicanti.
– Non sono un mendicante, ma un passante, cari.
– E che cosa hai nel sacco?
– Il pane per il mio viaggio.
– Non fa nulla, vieni con noi, la mamma ti darà il denaro per il viaggio.
– E dov’è la vostra mamma? – chiesi .
– Laggiù, dietro la chiesa, dopo gli alberi.
Mi fecero entrare in un magnifico giardino, i mezzo al quale vidi una grande casa di ricchi; entrammo nel vestibolo. Tutto era pulito, in ordi- ne, curato. La signora ci venne incontro.
– Sono proprio contenta! Da che parte il Signore ti ha mandato a noi? Siedi, siedi, caro. Mi levò lei stessa il sacco, lo posò su una tavola e mi fe- ce sedere su una comoda poltrona.
– Vuoi mangiare? Vuoi prendere del tè? Hai bisogno di qualcosa?
– Vi ringrazio umilmente – risposi – ho di che mangiare nel mio sacco e il tè lo posso bere, ma sono un contadino e non ne ho l’abitudine; la vo- stra gentilezza e la vostra cortesia mi sono più preziose di un pranzo: pre- gherò Dio che vi benedica per la vostra evangelica ospitalità. Dicendo queste parole sentivo un gran desiderio di rientrare in me. La preghiera ferveva nel mio cuore e avevo bisogno di calma e di silenzio per lasciare che quella fiamma salisse liberamente e per nascondere un poco i segni esteriori della preghiera: lacrime, sospiri, moti del viso o delle labbra. Co- sì mi alzai e dissi:
– Vi chiedo perdono, ma devo andarmene. Che il Signore Gesù Cristo sia con voi e i vostri cari figliolini.
– Ah no! Che Dio ti guardi dal partire, non ti lascerò partire. Mio marito deve tornare questa sera dalla città, dove fa il giudice al tribunale del di- stretto. Sarà felice di vederti: egli considera ogni pellegrino come inviato da Dio. Per di più, domani è domenica, tu pregherai con noi all’Ufficio, e quel che Dio ci manderà lo mangeremo insieme. Da noi, per le feste, rice- viamo almeno trenta poveri mendicanti, fratelli di Cristo. E tu non mi hai ancora detto tutto di te, da dove vieni, dove vai ora! Raccontami di te, mi piace sentir parlare coloro che venerano il Signore. Bambini, portate il sacco del pellegrino nella camera delle immagini, passerà la notte in quella.

A queste parole mi stupii e mi dissi: – È un essere umano o un’apparizio- ne?

Così rimasi per aspettare il padrone. Raccontai in breve il mio viaggio e dissi che andavo a Irkutsk.
– Bene! – disse la signora – Tu devi dunque passare per Tobolsk, mia madre vive in un convento di clausura; noi ti daremo una lettera e lei ti riceverà. Si va spesso a chiederle dei consigli spirituali; d’altro canto, tu potrai portarle anche un libro di Giovanni Climaco che abbiamo ordinato per lei a Mosca. Tutto va a meraviglia!

Infine giunse l’ora di cenare e ci mettemmo a tavola. Vennero altre quat- tro signore e sedettero a tavola con noi. Dopo il primo piatto, una di loro si alzò, si inchinò davanti all’icona, poi davanti a noi, e andò a cercare il secondo; per il terzo piatto, un’altra volta si alzò nella stessa maniera. Ve- dendo questo, mi rivolsi alla padrona:

– Posso chiedere se queste signore sono della vostra famiglia?
– Sì, sono le mie sorelle, la cuoca, la moglie del cocchiere, la donna di servizio e la mia cameriera. Sono tutte sposate, non c’è una sola ragazza in tutta la casa.
Al vedere e al sentire questo, ne fui ancora più stupito e ringraziai il Si- gnore che mi aveva guidato verso persone così pie. Sentivo la preghiera salire nel cuore con forza; così, per trovare la solitudine, mi alzai e dissi alla signora:
– Voi dovete riposare dopo il pranzo, io invece ho l’abitudine di cammi- nare, così vorrei passeggiare un po’ in giardino.
– No, non mi riposo mai – disse la signora –. Verrò con te in giardino e tu mi racconterai qualcosa di edificante. Se ci vai da solo, i bambini non ti lasceranno in pace; essi non ti lasceranno perché amano molto i men- dicanti, fratelli di Cristo, e i pellegrini. Non c’era nulla da fare e andam- mo insieme in giardino. Per poter conservare con maggiore agio il silen- zio, mi inchinai davanti alla signora e le dissi:
– Vi prego, madre mia, in nome di Dio, è molto tempo che conducete una vita così santa? Raccontatemi come siete giunta a questo grado di bontà.
– È molto facile – disse lei –. Mia madre è pronipote di san Giosafat di cui sono onorate le reliquie a Belgorod. Avevamo là una grande casa e un’ala era stata affittata a un signore di pochi mezzi. Egli morì, e sua mo- glie morì a sua volta, dopo aver messo al mondo un bambino. Il neonato era completamente orfano. Mia madre lo raccolse in casa sua, e io nacqui l’anno dopo. Crescemmo insieme, avevamo gli stessi maestri ed eravamo come fratello e sorella. Quando mio padre morì, la mamma lasciò il vil- laggio e venne a stabilirsi con noi in questo paese. Quando fummo in età adatta, mia madre mi maritò con il suo protetto, ci donò questa borgata e si ritirò in convento. Dopo averci impartito la sua benedizione, ci racco- mandò di vivere da cristiani, di pregare Dio con tutto il cuore e di osser- vare prima di tutto il comandamento più importante, quello dell’amore per il prossimo, aiutando i poveri, fratelli di Cristo, educando i nostri fi- gli nel timor di Dio e trattando i nostri servi come fratelli. È così che noi viviamo da dieci anni in questa solitudine, cercando di obbedire ai consi- gli di nostra madre. Abbiamo un asilo per i mendicanti; ve ne sono più di dieci in questo momento, infermi o malati; se vuoi, andremo a visitarli domani.

Alla fine del suo racconto le chiesi:
– E dov’è il libro di Giovanni Climaco che volete mandare a vostra ma- dre?
– Rientriamo, te lo farò vedere.
Avevamo appena cominciato a leggere che arrivò il padrone. Ci abbrac- ciammo cristianamente come fratelli, poi egli mi condusse in camera sua, dicendo:
– Vieni, fratello, nel mio studio, benedici la mia cella. Forse lei ti ha infa- stidito (indicava sua moglie). Quando trova un pellegrino o un malato, è così felice che non lo lascia più né la notte né il giorno, è una vecchia con- suetudine della sua famiglia.
Entrammo nello studio. Quanti libri! Che splendide icone, e la croce, in grandezza naturale, davanti a cui stava un Vangelo! Mi segnai e dissi:
– Voi avete qui, piccolo padre, il paradiso di Dio. Ci sono il Signore Gesù Cristo, la sua purissima Madre e i suoi santi servi; ed ecco qui le loro pa- role e i loro insegnamenti vivi e immortali; penso che dovete trovare un gran gusto a intrattenervi con loro.
– Eh sì – disse il signore – mi piace molto leggere.
– Che genere di libri avete? – chiesi.
– Ho molti libri spirituali. Ho qui il Menologio, le opere di Giovanni Cri- sostomo, di Basilio il Grande, molte opere filosofiche e teologiche e mol- tissimi sermoni di predicatori contemporanei. Questa biblioteca mi è co- stata cinquemila rubli.
– Non avete per caso un lavoro sulla preghiera? – chiesi.
– Mi piacciono molto i libri sulla preghiera. Ecco qui un opuscolo recen- te, opera di un prete di Pietroburgo.
Il signore trasse fuori un commento sul Padrenostro e cominciammo a leggerlo. Poco dopo arrivò la signora che portava il tè: i bambini reggeva- no un cestino d’argento pieno di pasticcini, come non ne avevo mai as- saggiati. Il signore mi prese il libro, lo passò alla moglie e disse:
– Ce lo leggerà, legge molto bene, e intanto noi ci rifocilliamo un po’.
La signora si mise a leggere. Sempre ascoltando, io sentivo la preghiera che saliva nel mio cuore; più essa leggeva e più la preghiera si sviluppava e mi riconfortava. A un tratto vidi una forma passare rapidamente nell’aria, come se fosse il mio starets defunto. Feci un gesto, ma per na- sconderlo dissi: – Scusatemi, mi ero distratto.

In quel momento, ebbi l’impressione che lo spirito dello starets penetras- se nel mio e lo illuminasse, e sentii in me come una grande chiarezza e molte idee sulla preghiera. Mi segnai e mi sforzai di respingere quelle idee, mentre la signora terminava la lettura e il signore mi chiese se mi era piaciuta. La conversazione si svolse su questo argomento.

– Mi piace molto – dissi –. D’altra parte il Padrenostro è più elevato e più prezioso di tutte le preghiere scritte che noi abbiamo; perché è il Si- gnore Gesù che ce l’ha insegnato. Il commento che vo avete letto è molto buono, ma è completamente rivolto verso la vita attiva del cristiano, mentre io ho letto nei santi Padri una spiegazione che è soprattutto mi- stica e orientata verso la contemplazione.

– In quali Padri l’hai trovato?
– Oh, in Massimo il Confessore per esempio, e nella Filocalia di Pietro Damasceno.
– Te ne ricordi? Puoi ripetercene qualche passo?
– Certo. Inizio della preghiera: Padre nostro che sei nei cieli: nel libro che avete letto si afferma che queste parole significano che bisogna ama- re fraternamente il nostro prossimo, perché siamo tutti figli di uno stesso Padre. È giusto, sì, ma i Padri aggiungono un commento più spirituale. Dicono che, pronunciando quelle parole, bisogna elevare lo spirito verso il Padre celeste e ricordarsi l’obbligo di essere in ogni istante alla presen- za di Dio. Le parole: Sia santificato il tuo nome si spiegano nel libro con la necessità di far attenzione a non invocare invano il nome di Dio; ma i commentatori mistici vi vedono la domanda della preghiera interiore del cuore, ossia, perché il nome di Dio sia santificato, bisogna che sia inciso nell’intimo del cuore e che con la preghiera perpetua santifichi e illumini tutti i sentimenti, tutte le forze dell’anima. Le parole Venga il tuo regno sono spiegate così dai Padri: vengano nel nostro cuore la pace interiore, il riposo e la gioia spirituale. Nel libro si spiega che le parole Dacci oggi il nostro pane quotidiano riguardano i bisogni della nostra vita corporale e quel che è necessario per venire in aiuto al prossimo. Ma Massimo il Con- fessore intende per pane quotidiano, il pane celeste che nutre l’anima, os- sia la parola di Dio, e l’unione dell’anima con Dio nella contemplazione e nella preghiera perpetua nel profondo del cuore.
– Ah, la preghiera interiore è un’impresa difficile, quasi impossibile a co- loro che vivono nel mondo – esclamò il padrone di casa – occorre tutto l’aiuto del Signore anche per poter compiere senza pigrizia la preghiera ordinaria.
– Non dite questo, piccolo padre. Se fosse un’impresa superiore alle forze umane, Dio non l’avrebbe imposta a tutti. La sua forza si compie nella debolezza (2Cor 13,9) e i Padri ci offrono mezzi che facilitano molto la via verso la preghiera interiore.

– Non ho mai letto nulla di preciso su questo argomento – disse il signo- re.

– Se volete, vi leggerò qualche passo della Filocalia. Presi la Filocalia, cer- cai un brano di Pietro Damasceno nella terza parte, a pagina 48, e lessi quanto segue:

Bisogna lasciarsi indurre a invocare in nome del Signore più spesso anco- ra del respiro, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni circostanza. L’Apo- stolo dice: Pregate senza posa; egli insegna con questo monito che biso- gna ricordarsi di Dio in ogni momento, in ogni luogo e in ogni cosa. Se tu costruisci qualcosa, devi pensare al Creatore di tutto quello che esiste; se vedi la luce, ricordati di colui che te la data; se guardi il cielo, la terra, il mare e tutto quello che essi contengono, ammira e glorifica colui che li ha creati, se ti copri con una veste, pensa a colui dal quale l’hai ricevuta e ringrazialo, lui che provvede alla tua esistenza. Insomma, che ogni gesto ti sia motivo di celebrare il Signore, così tu pregherai senza posa e l’ani- ma tua sarà sempre nella gioia.

Vedete com’è facile il sistema e accessibile a tutti coloro che abbiano an- che un barlume di sentimento umano. Quel brano piacque molto ai due sposi. Il marito mi abbracciò con entusiasmo, mi ringraziò, sfogliò la Fi- localia e disse:

– Bisogna proprio che comperi questo libro; lo ordinerò a Pietroburgo; ma per ricordarmene meglio, voglio copiare subito il passo che hai detto. Dettamelo, ti prego. Lo trascrisse subito in bella scrittura, poi esclamò:
– Mio Dio! Ho appunto un’icona di Damasceno! (era probabilmente san Giovanni Damasceno).

Aprì l’immagine e fissò sotto l’icona il foglio che aveva appena trascritto dicendo:
– La parola viva di un servo di Dio, messa sotto la sua immagine, mi sti- molerà spesso a mettere in pratica questo consiglio salutare.

Poi andammo a cena. Tutti erano di nuovo a tavola insieme con noi, uo- mini e donne. Quale silenzio raccolto e quale calma durante la cena! Do- po aver finito, tutti dicemmo la preghiera, compresi i bambini, e mi pre- garono di leggere l’inno a Gesù dolcissimo. I servi andarono a dormire e noi rimanemmo, tutti e tre, nella stanza. La signora allora mi portò una camicia bianca e delle calze. Mi inchinai profondamente e dissi:

– Piccola madre, non posso prendere le calze, no ne ho portate mai, noi portiamo sempre delle fasce.
Tornò dopo un poco con una vecchia casacca di panno che tagliò a strisce larghe. E il padrone di casa, dopo aver dichiarato che le mie scarpe non servivano più a nulla, me ne portò un paio di nuove che egli calzava al di sopra degli stivali.

– Va’ in quella camera – mi disse – Non c’è nessuno, potrai cambiarti di biancheria. Andai a cambiarmi e tornai verso di loro. Mi fecero sedere su una sedia e si misero a calzarmi, il marito arrotolava le fasce, la moglie mi calzava le scarpe.

Dal principio non volevo lasciarli fare, ma essi mi fecero sedere dicendo: – Siedi e taci, Cristo ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Non riuscii a resi- stere e mi misi a piangere; e anch’essi piangevano con me. Allora la si- gnora si diresse verso la camera dei suoi figli per la notte, mente il signo- re e io andammo in giardino per intrattenerci un poco nel padiglione. Ri- manemmo a lungo, sdraiati per terra e si conversava. A un tratto egli mi si avvicinò e mi disse:
– Rispondimi in coscienza e in verità. Chi sei? Devi essere di famiglia no- bile e fingi di essere un semplice. Leggi e scrivi benissimo, pensi e parli con correttezza; certo non hai ricevuto l’educazione di un contadino.
– Ho parlato con cuore aperto tanto a voi che a vostra moglie; ho raccon- tato le mie origini con tutta sincerità e non ho mai pensato di mentire o di ingannarvi. E a quale scopo? Quello che dico non viene da me, ma dal mio saggio starets defunto, o dai Padri che ho letto; e la preghiera inte- riore, che più di tutto illumina la mia ignoranza, non l’ho acquistata da me; è nata nel mio cuore per misericordia divina e grazie all’insegnamen- to dello starets. Ognuno può altrettanto; basta immergersi più silenziosa- mente nel proprio cuore e invocare un po’ di più il nome di Gesù Cristo, si scopre ben presto la luce interiore, tutto diventa chiaro, e in questa chiarità appaiono certi misteri del Regno di Dio. Ed è già un grande mi- stero, quando l’uomo scopre questa capacità di rientrare in sé, di cono- scersi veramente e di piangere dolcemente sulla propria caduta e sulla sua volontà pervertita. Non è molto difficile pensare in modo sano e par- lare con le persone, è una cosa possibile perché la mente e il cuore esiste- vano prima della scienza e della saggezza umana. Si può sempre coltivare la mente con la scienza o l’esperienza; ma dove non c’è intelligenza, l’edu- cazione non giova a nulla. Quello che c’è è che noi siamo lontani da noi stessi e che non desideriamo ravvicinarci, anzi fuggiamo sempre per non trovarci faccia a faccia con noi stessi, preferiamo cose da poco conto alla verità, e pensiamo: mi piacerebbe avere una vita spirituale, occuparmi della preghiera, ma non ne ho il tempo, gli affari e le preoccupazioni mi impediscono di dedicarmi veramente. Ma che cosa è più importante e più necessario: la vita terrena dell’anima santificata o la vita passeggera del corpo per il quale noi ci diamo tanta pena? Così la gente arriva o alla saggezza o alla stupidità.
– Scusa, fratello caro, non ho parlato per semplice curiosità, ma per be- nevolenza e per sentimento cristiano, perché due anni fa ho incontrato un caso che era proprio curioso. Venne un giorno da noi un vecchio men- dicante che non si reggeva più in piedi; aveva il passaporto di un soldato liberato ed era così povero che andava in giro quasi nudo; parlava poco e proprio come un contadino. Lo accogliemmo nell’asilo; dopo cinque gior- ni cadde malato, lo trasportammo nel padiglione e mia moglie ed io ci oc- cupammo esclusivamente di lui. Quando ci rendemmo conto che stava per morire, facemmo venire il nostro prete che lo confessò, gli diede la comunione e gli ultimi sacramenti. Il giorno prima di morire si alzò, mi chiese un foglio di carta e una penna, e insistette perché la porta rima- nesse chiusa e nessuno entrasse mentre egli scriveva il suo testamento, che avrei dovuto poi recapitare a suo figlio, a Pietroburgo. Rimasi stupi- to, quando vidi che scriveva benissimo e le sue frasi erano veramente cor- rette, eleganti e piene di affetto. Ti mostrerò domani quel testamento, ne ho serbato una copia. Tutto questo mi meravigliò moltissimo e, spinto dalla curiosità, gli chiesi di raccontarmi la sua origine e la sua vita. Egli mi fece giurare che non ne avrei parlato con alcuno prima della sua morte, e per la gloria di Dio mi fece questo racconto.

– Ero un principe e ricchissimo; conducevo la vita più dissipata, brillante e lussuosa che si possa immaginare. Mia moglie era morta e vivevo con mio figlio, che era capitano della Guardia. Una sera, mentre mi prepara- vo per andare a un ballo di gala, persi la calma contro il mio cameriere; nella mia impazienza lo colpii alla testa e ordinai che lo si rimandasse a casa sua. Questo avveniva la sera, e l’indomani il domestico morì di una infiammazione al cervello. Ma non si diede molta importanza alla cosa e, pur rimproverandomi la mia violenza, finii per dimenticare l’accaduto. Dopo sei settimane, il cavaliere cominciò a comparire ne miei sogni; ogni notte egli veniva a tormentarmi e a muovermi rimproveri, ripetendo con- tinuamente: – Uomo senza coscienza, tu mi hai ucciso! –. Poi lo vidi an- che mentre ero sveglio. L’apparizione divenne sempre più frequente, fino a diventare l’assillo di ogni istante. A un certo momento, oltre a lui co- minciai a vedere anche altri morti, uomini che avevo offeso in modo grossolano, donne che avevo sedotte. Tutti mi rivolgevano dei rimproveri e non mi lasciavano più pace, tanto che non potevo più dormire né man- giare o fare qualsiasi altra cosa; ero ormai all’estremo delle mie forze e la pelle si attaccava alle ossa. Gli sforzi dei migliori medici non ottennero alcun risultato. Partii allora per l’estero, ma dopo sei mesi di assidue cu- re, non solo non avevo migliorato in nulla, ma le terribili apparizioni con- tinuavano a intensificarsi. Mi ricondussero a casa più morto che vivo; l’anima mia, prima di venir separata dal corpo, ha conosciuto in pieno le torture dell’inferno; da allora ho creduto all’inferno e ho saputo che cosa sia. In mezzo a quei tormenti compresi finalmente la mia infamia, mi pentii, mi confessai, liberai tutti i miei servi e feci voto di passare il resto della mia vita nei lavori più duri e di nascondermi sotto le vesti di un mendicante per essere il più umile servo della gente di infima condizio- ne. Avevo appena preso con fermezza questa decisione che le apparizioni cessarono di ossessionarmi. La mia Riconciliazione con Dio mi dava una gioia tale, un tale sentimento di conforto che non posso esprimerlo de- gnamente. Ho capito allora per esperienza che cosa è il paradiso e che il regno di Dio si realizza all’interno dei nostri cuori. In breve tempo mi ri- misi completamente, misi in esecuzione il mio progetto e, fornito del pas- saporto di un ex-soldato, lasciai segretamente il luogo della mia nascita. Sono ormai quindici anni che vado errando per la Siberia. A volte mi sono fatto assumere da contadini per dei lavori secondo le mie forze, altre volte ho mendicato in nome di Cristo. Ah, in mezzo a tante privazioni, quale felicità ho goduto! Quale beatitudine, quale pace della coscienza! Può comprenderla solo colui che la misericordia divina ha tratto da un inferno di dolore, per trasportarlo al paradiso di Dio. Con queste parole mi consegnò il testamento, perché lo spedissi a suo figlio, e il giorno do- po morì.

– Ecco, ne ho una copia nella Bibbia che si trova nel mio sacco. Se lo vo- lete leggere ve lo mostrerò. Eccolo qua. Spiegai il foglio e lessi: “In nome di Dio glorificato nella Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Carissimo fi- gliolo, Da quindici anni tu non rivedi tuo padre, ma nella sua oscurità egli riceveva ogni tanto notizie di te e nutriva per te un amore paterno. È questo amore che lo spinge ora a inviarti queste ultime parole perché ti siano guida nella vita. Tu sai quanto ho sofferto per riscattare la mia vita colpevole e leggera; ma tu non sai la felicità che mi hanno data, durante questa vita oscura ed errante, i frutti del pentimento. Muoio in pace pres- so il mio benefattore che è anche il tuo perché i benefici fatti al padre devono raggiungere anche il figlio affezionato. Esprimigli la mia riconoscenza con tutti i mezzi che sono in tuo potere. Lasciandoti la mia paterna benedizione, ti esorto a ricordarti di Dio e ad obbedire alla tua coscienza; sii buono, prudente e ragionevole; tratta con benevolenza tutti i tuoi dipendenti, non disprezzare i mendicanti o i pellegrini, memore che solo lo spogliamento di tutto e la vita errante hanno permesso a tuo padre di trovare il riposo dell’anima. Pregando Dio che ti accordi la sua gra- zia, chiudo gli occhi serenamente nella tua speranza della vita eterna, grazie alla misericordia del Redentore degli uomini, Gesù Cristo”.

È così che noi parlavamo con quel buon signore. A un tratto gli dissi:
– Penso, piccolo padre, che dovete spesso avere delle noie con il vostro asilo. Vi sono tanti fratelli nostri che diventano pellegrini per indifferen- za o per pigrizia, e che ne combinano di tutti i colori per la strada, come ho dovuto spesso constatare.
– No, quelli sono molto rari – rispose il signore – . Non abbiamo visto mai che veri pellegrini. Ma quando non hanno l’aria molto raccomandabile, noi siamo ancora più gentili con loro e li tratteniamo un po’ di tem- po nell’ospizio. A contatto con i nostri poveri, fratelli di Cristo, spesso essi si correggono e se ne vanno con cuore umile e dolce. Non molto tempo fa ne ho avuto un altro esempio. Un commerciante della nostra città era caduto così in basso che veniva cacciato a bastonate e nessuno voleva dargli nemmeno un tozzo di pane. Era ubriacone, violento, attaccabrighe, e per di più rubacchiava quando poteva. Un giorno egli capitò da noi spinto dalla fame; chiese pane e acquavite, perché bere gli piaceva. Lo ricevemmo affabilmente e gli dicemmo: rimani da noi avrai acquavite fin- ché ne vuoi, ma a un patto: dopo aver bevuto andrai a dormire, e se darai il minimo scandalo, non solo ti cacciamo via per sempre, ma chiederemo al commissario di polizia di farti incarcerare per vagabondaggio. Accettò e rimase da noi. Per una settimana e più, egli bevve veramente finché po- té; ma ogni volta, secondo la sua promessa e perché aveva paura di rima- nere senza alcool, andava a coricarsi nel suo letto o a sdraiarsi zitto zitto in fondo al giardino. Quando riprendeva i sensi i nostri fratelli dell’asilo gli parlavano e lo esortavano a dominarsi almeno un po’. Così egli comin- ciò a bere meno e in capo a tre mesi era diventato assolutamente sobrio. Ora lavora non so più in che posto e non mangia più il pane degli altri. È venuto a salutarmi proprio l’altro ieri.

– Quale saggezza in questa disciplina guidata dalla carità! – Pensai tra me ed esclamai:
– Sia benedetto Dio, la cui misericordia agisce dentro le mura della vostra casa!

Dopo tutti questi discorsi, ci assopimmo, e sentendo la campana suonare l’Ufficio del mattino, andammo i chiesa, dove già si trovavano la signora e i bambini. Ascoltammo l’Ufficio, poi la divina liturgia. Eravamo nel coro con il signore e il suo figliuolo, la signora e la fanciullina erano invece all’apertura dell’iconostasi per vedere l’elevazione dei sacri doni. Mio Dio, come pregavano tutti e quali lacrime di gioia versavano! I loro volti erano così illuminati che, a forza di guardarli, mi misi a piangere anch’io! Alla fine dell’Ufficio, i padroni, il prete, i servi e tutti i mendicanti si mi- sero insieme a tavola; c’erano una quarantina di mendicanti, infermi, malati e bambini. Quale silenzio e quale pace intorno a quella tavola! Fa- cendomi coraggio, dissi sottovoce al signore:

– Nei monasteri si leggono le vite dei santi durante il pasto; potreste fare altrettanto perché avete il Menologio al completo.
Il signore si rivolse alla moglie e disse:
– Ascoltare è un vero piacere per me, ma a quanto a leggere, per carità! Non ho un minuto libero. Appena metto piede in casa mia non so più do- ve sbattere il capo, tante son le brighe e i pensieri, ci vuol questo, occorre quest’altro; un sacco di bambini; il bestiame per i campi: tutto il giorno passa in queste miserie e non romane un minimo per leggere e per istruirsi. Tutto quello che ho imparato in seminario l’ho dimenticato da un bel pezzo.

A queste parole mi sentii fremere, ma la signora mi prese il braccio e mi disse:

– Il padre parla così per umiltà, tende sempre a umiliarsi, ma è un uomo eccellente e molto pio; è vedovo da tanti anni, educa lui tutti i suoi nipoti- ni, e per di più recita spesso gli uffici.
Queste parole mi richiamarono un passo di Niceta Stethatos nella Filocalia: “È secondo la disposizione interiore dell’anima che si apprezza la natura degli oggetti”, ossia ciascuno si forma un’idea degli altri secondo quello che egli stesso è; e più avanti si legge ancora: “Colui che giunge al- la preghiera e all’amore vero non distingue più gli oggetti, non distin- gue i gusti del peccatore, ma ama ugualmente tutti gli uomini e non li condanna, come Dio fa brillare il sole e cadere la pioggia sui buoni e sui cattivi”.

Si rifece il silenzio; davanti a me stava seduto un accattone dell’asilo, completamente cieco. Il signore lo aiutava a mangiare, gli divideva il pe- sce, gli porgeva il cucchiaio e gli versava da bere. Lo guardai con attenzio- ne e mi accorsi, che nella sua bocca sempre socchiusa, la sua lingua si muoveva continuamente. Mi chiesi se non stesse recitando la preghiera e lo guardai con maggiore attenzione. Alla fine del pasto, una vecchina si sentì male; soffocava ed emetteva dei gemiti. Il signore e la consorte la condussero nella loro camera e la stesero sul letto; la signora rimase con lei a curarla, il prete andò a cercare a ogni buon conto i santi doni e il signore ordinò la carrozza per correre in città a cercare un medico. Tutti si sparpagliarono.

Avevo in me come una fame di preghiera; provavo un bisogno violento di lasciarla sgorgare, da due giorni ormai non avevo né tranquillità né silenzio. Sentivo nel mio cuore come un’onda traboccare ed espandersi in tutte le membra, e poiché la trattenevo, ebbi un acuto male al cuore, ma un male benefico che mi spingeva soltanto alla preghiera e al silenzio. Compresi allora perché i veri adepti della preghiera perpetua fuggivano il mondo e si nascondevano lontani da tutti; compresi anche perché il beato Esichio disse che il colloquio più elevato non è che una chiacchierata se si protrae troppo, e mi ricordai le parole di sant’Efrem il Siro: “Un buon discorso è d’argento, ma il silenzio è d’oro puro”. Pensando a tutto questo, arrivai all’ospizio: tutti dormivano dopo il pasto. Salii nel granaio, mi calmai, riposai e pregai un poco.

Quando i poveri si svegliarono, andai a trovare il cieco e lo condussi in giardino; ci sedemmo in un angolo appartato e cominciammo a parlare. – Dimmi, in nome di Dio e per il bene della mia anima, tu reciti la pre- ghiera di Gesù?

 

– Che effetto ne ricavi?
– Solo che non ne posso più fare a meno, né di giorno né di notte.
– Come ti ha rivelato Dio questa attività? Raccontamelo, fratello, in ogni particolare.
– Ebbene, io sono un artigiano di qua, mi guadagnavo il pane facendo il sarto, andavo negli altri governatori, nei villaggi e cucivo i vestiti dei contadini. In un villaggio mi capitò di rimanere un po’ di tempo in casa di un contadino per vestire tutta la famiglia. Un giorno di festa che non c’era nulla da fare, scorsi tre vecchi libri sulla mensola che stava sotto le icone. Chiesi a quella gente:
– C’è qualcuno tra voi che sa leggere?
Mi risposero:
– Nessuno; questi libri sono di uno zio che sapeva leggere e scrivere. Presi uno di quei libri, l’aprii a caso e lessi queste parole che ancor oggi ricordo a memoria:

La preghiera perpetua consiste nell’invocare senza posa il nome del Si- gnore; seduto o in piedi, a tavola o al lavoro, in ogni occasione, in ogni luogo e in ogni tempo, bisogna invocare il nome del Signore.

Riflettei a quel che avevo letto e trovai che andava bene per me; così mentre cucivo mi misi a ripetere sottovoce la preghiera e me ne sentivo felice. Le persone che vivevano con me nell’izba se ne accorsero e mi pre- sero in giro:

– Sei uno stregone, che borbotti senza posa? O che fai l’incantesimo? Per non farmi capire, smisi di muovere le labbra e mi provai a dire la pre- ghiera muovendo soltanto la lingua. Alla fine, mi ci sono così abituato che la lingua recita la preghiera giorno e notte, e questo mi fa bene. Continuai a lavorare per parecchi anni finché, quasi all’improvviso, divenni completamente cieco. Da noi, in famiglia, abbiamo quasi tutti l’acqua oscura in fondo agli occhi. Poiché sono molto povero, il comune mi ha trovato un posto nell’asilo di Tobolsk. È là che vado, ma i signori di qua mi hanno trattenuto, perché vogliono darmi una carrozza per arrivare fin là.

– Come si chiamava il libro che tu hai letto? Non era la Filocalia per ca- so?
– Parola mia, non lo so. Non ho guardato il titolo. Andai a prendere la mia Filocalia. Ritrovai nella quarta parte le parole del patriarca Callisto che il cieco mi aveva detto a memoria e cominciai a leggere.

– È proprio questo – gridò il cieco –. Leggi, leggi fratello, perchè è veramente magnifico.
Quando giunsi al passo in cui si dice: bisogna pregare con il cuore, mi chiese che cosa questo voleva dire e come lo si praticava. Gli dissi che tutto l’insegnamento della preghiera del cuore era esposto in modo dettagliato in questo libro, la Filocalia, ed egli mi chiese con insistenza di leg- gergli tutto quello che la riguardava.

– Vediamo un po’ come si può fare – gli dissi –. Quando conti di partire per Tobolsk?

– Anche subito, se vuoi – rispose il cieco.
– Benone. Vorrei partire di qua domani, non ci rimane che partire insieme e durante il cammino io ti leggerò tutto quello che riguarda la pre- ghiera del cuore e ti indicherò come scoprire il tuo cuore e penetrarvi.
– E la carrozza? – disse lui.
– Lascia perdere la carrozza. Da qui a Tobolsk non ci sono che centocin- quanta verste, andremo adagio; in due nella solitudine è bello camminare; e camminando si va bene leggendo e parlando della preghiera. Ci mettemmo così d’accordo; la sera il signore venne a chiamarci per la cena e, dopo aver mangiato, gli spiegammo che desideravamo andarcene e non avevamo bisogno di carrozza, perché volevamo leggere la Filocalia. Il si- gnore ci disse con calore:
– La Filocalia è piaciuta molto anche a me; ho già scritto la lettera e pre-arato il denaro e domani, quando vado in tribunale, manderò il tutto a Pietroburgo per ricevere la Filocalia con il prossimo corriere.

L’indomani dunque ci mettemmo in cammino, dopo aver molto ringra- ziato quei buoni signori per la loro carità e la loro dolcezza; ci accompa- gnarono tutti e due per una versta e infine ci salutammo per sempre. Andavamo pian piano con il cieco, percorrendo in media da dieci a quindici verste al giorno, e tutto il resto del tempo ce ne stavamo seduti nei luoghi appartati e leggevamo la Filocalia. Lessi tutto quello che riguardava la preghiera del cuore, seguendo l’ordine indicato dal mio starets, ossia co- minciando dai libri di Niceforo il Monaco, di Gregorio il Sinaita, e via di seguito. Quale attenzione e quale ardore metteva nell’ascoltare quelle cose! Cominciò poi a pormi delle domande tali sulla preghiera che la mia mente non bastava per rispondergli. Dopo aver ascoltato la mia lettura, il cieco mi chiese di insegnargli un mezzo pratico di trovare il suo cuore con la mente, di introdurvi il nome divino di Gesù Cristo e di pregare co- sì interiormente con il cuore. Gli dissi:

– Tu certamente non vedi, ma con l’intelligenza ti puoi rappresentare quel che hai veduto un tempo, un uomo, un oggetto o le tue membra, il braccio o la gamba: puoi immaginarlo nitidamente come se tu lo vedessi e puoi, benché cieco, dirigere il tuo sguardo verso di esso?

– Lo posso sì – rispose il cieco.
– Fa’ così, allora. Immagina il tuo cuore, volgi gli occhi come se tu lo vedessi attraverso il petto, e ascolta con l’orecchio teso come esso batte un colpo dopo l’altro. Quando ti sarai abituato, cerca di adattare a ogni battito del cuore, senza perderlo di vista, le parole della preghiera. Ossia, con il primo battito dirai o penserai: Signore; con il secondo: Gesù; con il terzo: Cristo; con il quarto: abbi pietà; con il quinto: di me; e ripeti spesso l’esercizio. Ti riuscirà facile perché sei già abituato alla preghiera del cuo- re. Poi, quando ti sarai abituato a questa attività, comincia a introdurre nel tuo cuore la preghiera di Gesù e a farla uscire insieme con il ritmo del respiro. Ossia inspirando l’aria, di’ o pensa: Signore Gesù Cristo; ed ispi- rando: abbi pietà di me! Se tu farai in questo modo abbastanza spesso e per un certo tempo, proverai un lieve dolore al cuore, poi a poco a poco sentirai sorgere un benefico calore. Con l’aiuto di Dio, giungerai così all’azione costante della preghiera all’interno del cuore. Ma guardati specialmente da ogni rappresentazione, da ogni immagine che nasca nel tuo spirito mentre preghi. Respingi ogni fantasia, perché i Padri ci raccomandano, per non cadere nell’illusione, di serbare vuoto lo spirito da ogni im- magine durante la preghiera.

Il cieco, che mi aveva ascoltato attentamente, si applicò con zelo a fare quanto gli avevo suggerito, e la notte, nelle soste, vi trascorreva lunghi tratti di tempo. Dopo cinque giorni, sentì nel cuore un calore intenso e una indicibile felicità; per di più aveva un desiderio vivissimo di dedicarsi senza posa alla preghiera, che gli rivelava l’amore che egli portava a Gesù Cristo. A volte vedeva una luce, ma non gli appariva davanti oggetto alcuno; quando entrava nel suo cuore, gli sembrava di vedere sfavilla- re la fiamma luminosa di un gran cero che sfuggendo all’esterno, lo illu- minava interamente; e questa fiamma gli permetteva anche di vedere oggetti lontani, come capitò una volta. Stavamo attraversando un bosco ed egli era immerso nella preghiera, quando a un tratto mi disse:

– Che disastro! La chiesa brucia e il campanile è caduto.
– Non evocare queste immagini vuote – gli dissi – è una tentazione que- sta. Devi respingere ogni fantasticheria. Come puoi vedere quello che av- viene in città? Siamo ancora lontani dodici verste.
Egli mi obbedì e si rimise a pregare in silenzio. Verso sera arrivammo in quella città e vidi infatti, parecchie case incendiate e un campanile crolla- to (era costruito su travi di legno), e tutt’intorno la gente discuteva, me- ravigliandosi che il campanile nel crollo non avesse schiacciato qualcuno. A quanto potei capire, la sciagura era avvenuta proprio nel momento in cui il cieco aveva parlato nel bosco. In quell’istante lo sentii dire:
– Secondo te, la mia visione era vana, e pure è andata così. Come non ringraziare il Signore Gesù Cristo che rivela la sua grazia ai peccatori, ai ciechi e agli sciocchi? Grazie a te, anche, che mi hai insegnato l’attività del cuore!
– Se vuoi amare Gesù Cristo, amalo pure, e se lo vuoi ringraziare, ringra- zialo; ma prendere visioni qualsiasi per rivelazioni dirette della grazia, questo no, perché è una cosa che avviene spesso naturalmente, secondo l’ordine delle cose. L’anima umana non è completamente legata alla materia. Può vedere nell’oscurità, e gli oggetti lontani quanto quelli vicini. Ma noi non coltiviamo questa facoltà dell’anima, anzi la soffochiamo con il peso del nostro corpo opaco e con la confusione dei nostri pensieri di- stratti e leggeri. Quando ci concentriamo in noi stessi e astraiamo da tut- to quel che ci circonda e aguzziamo l’ingegno, allora l’anima ritorna com- pletamente a se stessa, agisce con tutta la sua potenza, ed è questa un’azione naturale. Il mio starets defunto m’ha detto che non solo gli uo- mini di preghiera, ma anche persone malate o particolarmente dotate, quando si trovano in una stanza buia, vedono la luce che emana da ogni oggetto e penetrano gli altrui pensieri. Ma gli effetti diretti della grazia di Dio, durante la preghiera del cuore, sono così alti che non c’è lingua ca- pace di descriverli; è impossibile paragonarli ad alcunché di materiale; il mondo sensibile è basso in paragone alle sensazioni che la grazia ridesta nel cuore.

Il mio amico ascoltò queste parole con estrema attenzione e divenne an- che più umile; la preghiera si sviluppava senza posa nel cuore e lo confor- tava in modo indicibile. La mia anima era felice e io ringraziavo il Signo- re che mi aveva fatto conoscere tanta pietà in uno dei suoi servi. Infine Giungemmo a Tobolsk; lo condussi all’ospizio e, dopo avergli detto affet- tuosamente addio, ripresi la mia strada solitaria.

Per un mese me ne andai tranquillo e lieto, sentendo quanto siano utili ed efficaci gli esempi vivi. Leggevo spesso la Filocalia e vi verificavo tutto quello che avevo detto al cieco. Il suo esempio infiammava di zelo, la mia dedizione e l’amore per il Signore. La preghiera del cuore mi rendeva così felice quanto non avrei creduto lo si potesse essere sulla terra, e mi chiedevo come le delizie del regno dei cieli avrebbero potuto essere più grandi di queste. La felicità non soltanto illuminava l’intimo dell’anima mia: anche il mondo esterno mi appariva sotto un aspetto stupendo, tut- to mi chiamava ad amare e a lodare Dio; gli uomini, gli alberi, le piante, le bestie, ogni cosa mi era familiare, e dovunque io trovavo l’immagine del nome di Gesù Cristo. A volte mi sentivo così leggero che credevo di non avere più un corpo e di fluttuare dolcemente nell’aria; a volte rien- travo completamente in me stesso. Vedevo in modo chiaro il mio intimo e ammiravo il magnifico edificio del corpo umano; a volte sentivo una gioia grande come se fossi diventato re, e in mezzo a tutte queste consola- zioni mi auguravo che Dio mi concedesse di morire al più presto e di far traboccare la mia riconoscenza ai suoi piedi nel mondo degli spiriti. Certo io presi troppo piacere in queste sensazioni, oppure forse Dio decise così, ma dopo un po’ di tempo sentii nel mio cuore una specie di timore e un tremito continuo.

– Non sarà mica una nuova disgrazia – mi dissi – o una tribolazione come quella che ho dovuto affrontare per quella ragazza alla quale avevo insegnato la preghiera di Gesù nella cappella? –.

I pensieri mi opprimevano come le nuvole, e io ricordavo le parole del beato Giovanni di Karpathos, il quale disse che il maestro è spesso lascia- to al disonore e sopporta tentazioni e tribolazioni per coloro che ha spiri- tualmente aiutati. Dopo aver lottato contro tali pensieri, mi immersi nel- la preghiera che li dissipò completamente. Mi sentii più forte e dissi:
– Sia fatta la volontà di Dio! Sono pronto a sopportare tutto quello che Gesù Cristo mi manderà per espiare il mio indurimento e il mio orgoglio. D’altro canto, coloro a cui ho rivelato in questi tempi il mistero della pre- ghiera interiore vi erano stati preparati dall’azione misteriosa di Dio pri- ma di incontrarmi –.
Questo pensiero mi calmò del tutto e camminai nella preghiera e nella gioia, più felice di prima. Per due giorni il tempo rimase alla pioggia, e la strada era così fangosa che non si poteva uscire dal pantano. Passai per la steppa e per quindici verste non trovai un luogo abitato; infine, verso sera, scorsi una locanda sul ciglio della strada e mi rallegrai tutto al pen- siero che avrei potuto riposare in un letto e trascorrere la notte al riparo. E l’indomani, a Dio piacendo, il tempo sarebbe stato forse un po’ miglio- re. La stazione di posta Avvicinandomi, scorsi un vecchio, vestito con un cappotto militare; era seduto sulla scarpata davanti alla locanda e aveva l’aria di essere ubriaco. Lo salutai e dissi:
– Posso chiedere a qualcuno il permesso di dormire qui, stanotte?
– E chi altri se non io può farti entrare? – esclamò il vecchio
– Il padrone, qui, sono io! Sono mastro di posta e qui è la posta dei caval- li.
– Bene, lasciatemi passare la notte da voi, padre mio.
– Ma… hai un passaporto? Fammi vedere i tuoi documenti!
– Gli mostrai il mio passaporto, e mentre lo teneva in mano, il vecchio gridava:
– Dov’è il tuo passaporto?
– Lo avete in mano – gli risposi.
– Bene, entriamo in casa.
Il maestro di posta inforcò gli occhiali, guardò il passaporto e disse:
– Mi ha l’aria di essere in regola; puoi rimanere qua; vedi, sono un galan- tuomo; prendi, ti porterò un bicchierino.
– Non bevo – gli risposi.
– Non fa nulla! Beh, almeno cena con noi.
Sedette a tavola con la cuoca, una giovane donna che aveva bevuto anche lei la sua parte, e mi sedetti accanto a loro. Per tutta la cena essi conti- nuarono a discutere e a muoversi aspri rimproveri, e infine ne nacque un vero e proprio litigio. Il mastro se ne andò a dormire nella dispensa e la cuoca rimase a lavare tazze e cucchiai, imprecando contro il vecchio. Io stavo seduto e, vedendo che non accennava a calmarsi, le dissi:

– Dove potrei coricarmi, io, piccola madre? Sono stanco morto per tutta la strada che ho fatto.

– Ti preparo subito un letto, piccolo padre.
Collocò una panca accanto a quella che era fissa sotto la finestra dirim- petto e vi stese una coperta di lana e un guanciale. Io mi distesi, chiusi gli occhi e feci finta di dormire. Per un bel po’ la cuoca continuò ad agitarsi per la stanza; infine, terminato il suo lavoro, spense la luce e si avvicinò a me. In quell’istante la finestra d’angolo che dava sulla strada crollò con un fracasso assordante; intelaiatura, vetri e imposte volarono in pezzi; contemporaneamente si intesero dalla strada gemiti, urla e rumore di lotta. La donna, atterrita, balzò in mezzo alla stanza e cadde a terra. Io saltai giù dal pancone, credendo che la terra si aprisse sotto i miei piedi. A un tratto vidi due postiglioni che portavano nell’izba un uomo insan- guinato, tanto che non si distingueva più nemmeno la faccia. Questa sce- na accrebbe la mia angoscia. Era un corriere dello zar che doveva cam- biare i cavalli a quella stazione. Il postiglione aveva preso male la curva per entrare e il timone aveva centrato in pieno la finestra; ma, poiché da- vanti all’izba c’era un fosso, la carrozza si era ribaltata e il corriere si era ferito il capo su un palo aguzzo che puntellava la scarpata. Il corriere chiese acqua e alcool per lavare la ferita. La disinfettò con acquavite, ne tracannò un bicchiere e gridò:

– I cavalli, svelti!
Mi avvicinai a lui e gli dissi:
– Come fate a viaggiare con una ferita simile, padre mio?
– Un corriere non ha tempo di essere ammalato – rispose e scomparve.
I postiglioni trascinarono la donna in un canto presso il focolare e la co- prirono con una stuoia dicendo:
– È stato lo spavento che ha preso.
Il mastro di posta, dal canto suo, si versò un bicchierino e torno a dormi- re. Io rimasi solo. Poco dopo, la donna si alzò e si mise a camminare per la stanza come una sonnambula; infine uscì di casa. Feci una preghiera e, sentendomi debolissimo, mi addormentai poco prima dell’alba. Il matti- no dissi addio al mastro di posta e, camminando per la strada, innalzai la mia preghiera con fede, speranza e riconoscenza al Padre di misericordia e di ogni consolazione, che aveva allontanato da me un’imminente di- sgrazia.
Sei anni dopo questo fatto, passando davanti a un convento di monache, entrai in chiesa per pregare. La priora mi accolse affabilmente in parlato- rio dopo l’ufficio e mi fece portare del tè. A un tratto furono annunciati ospiti di passaggio; essa andò loro incontro a mi lasciò con le monachine che la servivano. Vedendo una di loro versare timidamente il tè, mi ven- ne la curiosità di chiederle:
– Siete qui da molto tempo, sorella?

– Cinque anni – rispose –; quando mi hanno portato qui non avevo più la testa a posto, ma Dio ha avuto pietà di me. La madre superiora mi ha presa con sé nella sua cella e mi ha fatto pronunciare i voti.
– E come avete perso la ragione? – chiesi ancora.

– Per lo spavento. Lavoravo in una stazione di posta. Una notte, mentre dormivo, un tiro di cavalli irruppe dalla finestra demolendo tutto, e io per lo spavento diventai pazza. Per un anno intero i miei genitori mi han- no condotta in pellegrinaggio nei luoghi santi. Bene, solo qui ho potuto guarire.

A queste parole mi rallegrai in cuor mio e glorificai Dio, la cui sapienza fa rivolgere a nostro bene tutte le cose.
– Ho avuto molte altre avventure – dissi rivolgendomi al mio padre spiri- tuale –. Se volessi raccontarle tutte, non basterebbero tre giorni. Se vole- te, ve ne racconterò ancora una. In una limpida giornata d’estate vidi a qualche distanza dal sentiero un cimitero, o meglio doveva trattarsi di una comunità parrocchiale con la chiesa, le case dei servi del culto e il ci- mitero. Le campane suonavano per l’ufficio; mi affrettai verso la chiesa. Anche le persone di là vi si stavano dirigendo; ma molti sedevano sull’erba prima di entrare in chiesa e, vedendo che io mi affrettavo, mi diceva- no:

– Cosa vuoi correre? Hai tempo, hai tempo; il servizio è lentissimo, il prete è malato e poi è un posapiano di quelli…
In realtà la liturgia non si svolgeva molto in fretta; il prete, giovane ma pallido e secco, celebrava lentamente, con pietà e sentimento; alla fine della Messa pronunciò un’ottima predica sui mezzi per acquistare l’amo- re di Dio. Il prete mi invitò a mangiare con lui. Durante il pasto gli dissi: – Voi dite l’ufficio con grande pietà, padre mio, ma anche tanto adagio!

– Sì – rispose lui – questo non va troppo a genio ai miei parrocchiani, e quelli brontolano, ma non c’è niente da fare; perché a me piace meditare e pesare ogni parola prima di cantarla; le parole, se manca questo senti- mento interiore, non hanno più valore né per me, né per gli altri. Tutto consiste nella vita interiore e nella preghiera attenta! Ah – aggiunse – quanto poco ci si occupa dell’attività interiore! Non la si vuole, e allora non si ha cura dell’illuminazione spirituale interiore.

Gli chiesi ancora:
– Ma come si può fare per arrivarci? È una cosa molto difficile!
– Affatto; per ricevere l’illuminazione spirituale e diventare un uomo in- teriore, si deve prendere un testo qualsiasi della Sacra Scrittura e concen- trarvi il più a lungo possibile tutta l’attenzione. Con questo sistema si scopre la luce dell’intelligenza. Per pregare bisogna agire nello stesso mo- do; se vuoi che la tua preghiera sia dritta, pura ed efficace, devi scegliere una preghiera breve, e ripeterla a lungo e spesso: si prende gusto alla preghiera. L’insegnamento del prete mi piacque, perché era pratico e semplice e in- sieme profondo e saggio. Ringraziai Dio in spirito per avermi fatto conoscere un vero pastore della sua Chiesa. Alla fine del pasto il prete mi dis- se:

– Va’ a riposarti un poco, devo leggere la parola di Dio e preparare la mia predica per domani.

Mi recai in cucina. Non c’era altri che una vecchia cuoca seduta in un an- golo, tutta curva, che tossiva. Mi sedetti sotto una lucerna, presi dal sacco la Filocalia e mi misi a leggere per me, a bassa voce; dopo un certo tempo mi resi conto che la vecchia seduta nell’angolo recitava senza posa la preghiera di Gesù. Fui felice di sentire invocare in tal modo il nome santo del Signore e le dissi:

– È proprio bello, madre mia, recitare così la preghiera! È l’opera miglio- re e più cristiana!
– Sì, piccolo padre – rispose lei – al tramonto della mia vita questa è la mia gioia, che il Signore mi perdoni!

– Da molto tempo preghi così?
– Dalla mia giovinezza, piccolo padre; senza questo, io non potrei vivere, perché la preghiera di Gesù mi ha salvata dalla sventura e dalla morte.
– Come? Ti prego, raccontamelo per la gloria di Dio e in onore della po- tente preghiera di Gesù.
Rimisi la Filocalia nel suo sacco, mi sedetti accanto a lei ed essa cominciò il suo racconto:
– Ero una bella ragazza; i miei genitori mi fidanzarono; alla vigilia del matrimonio il fidanzato stava per entrare in casa nostra quando all’improvviso (e gli mancavano pochi passi) vacillò, e lo vedemmo cadere come colpito dal fulmine! La cosa mi lasciò un’impressione così forte che decisi di rimanere vergine e di andare a visitare i santi luoghi pregando Dio. Avevo però paura di andarmene da sola in un viaggio tanto lungo, perché, attirati dalla mia giovinezza, i malintenzionati avrebbero potuto darmi noia. Una vecchia signora, che da tempo conduceva una vita erran- te, mi insegnò che si doveva recitare senza posa la preghiera di Gesù e mi garantì che la preghiera mi avrebbe preservata da ogni pericolo lungo la strada. Credetti alle sue parole, e infatti non mi è mai successo niente, anche nelle regioni più lontane; i miei genitori mi provvedevano il dena- ro per poter viaggiare. Invecchiando, sono diventata inferma, e per fortu- na il prete di qua mi fornisce il cibo e mi aiuta per bontà. Ascoltai con gioia il suo racconto e non sapevo come ringraziare Dio per questa giornata che mi aveva rivelato esempi così edificanti. Un po’ più tardi chiesi a quel buon prete di benedirmi e ripresi la mia strada, pieno di gioia.

 
Sulla via di Kazan

Sentite: non molto tempo fa, quando attraversai il governatorato di Kazan per venire fin qui, potei un’altra volta conoscere gli effetti della preghiera di Gesù; anche per coloro che la praticano inconsciamente, essa è veramente il mezzo più sicuro e più rapido per ottenere i beni spirituali. Una sera mi dovetti fermare in un villaggio tartaro. Addentrandomi nella via principale, scorsi davanti a una casa una carrozza e un cocchiere rus- so; i cavalli erano staccati e pascolavano lì presso. Tutto lieto, decisi di chiedere un letto in quella casa dove avrei trovato per lo meno dei cristia- ni. Mi avvicinai e chiesi al cocchiere che era la persona che egli conduce- va in carrozza. Rispose che il suo padrone andava da Kazan in Crimea. Mentre noi due parlavamo insieme, il padrone scostò la tenda di cuoio della portiera, mi gettò un’occhiata e disse:

– Vorrei passare la notte qui, ma non entro nella casa dei Tartari perché sono molto sporchi, e così dormirò nella carrozza.
Dopo qualche tempo, il signore uscì per fare quattro passi. Era una bella serata, e ci mettemmo a parlare. Ci rivolgemmo reciprocamente parec- chie domande; infine egli mi raccontò questa storia:

– Fino a sessantacinque anni ho prestato servizio nella flotta come capitano di marina. Invecchiando mi son preso la gotta e così mi sono ritirato in Crimea nella proprietà di mia moglie; ero quasi sempre malato. Mia moglie era lieta di poter dare ricevimenti e le piaceva molto giocare a cate. Finì per non poterne più di quella vita con un malato e se ne andò a Kazan dalla nostra figliola che ha sposato un funzionario; portò con sé ogni cosa, anche i domestici e mi lasciò come servo un ragazzetto di otto anni, mio figlioccio. Così rimasi tutto solo per tre anni. Il mio ragazzetto era svelto, riassettava la stanza, accendeva il fuoco, cuoceva la mia zuppa di semolino e mi preparava il tè. Ma era anche un vero discolo, correva, gridava, giocava, urtava da per tutto e mi disturbava parecchio; sia perché ero malato, sia perché mi annoiavo, leggevo molto volentieri gli autori spirituali. Avevo un ottimo libro di Gregorio Palamas sulla preghiera di Gesù. Leggevo quasi senza interruzione e recitavo a tratti la preghiera. Il rumore del ragazzo mi riusciva sgradevole; né i rimproveri, né i castighi servivano a trattenerlo dal far delle sciocchezze. Finii per escogitare un mezzo: lo costrinsi a sedere nella mia stanza su un panchettino e a ripetere senza posa la preghiera di Gesù. All’inizio mi pareva poco persuaso, tanto che, per sottrarsi, stava zitto. Ma per costringerlo a eseguire il mio ordine, presi le verghe e me le posi accanto. Quando il ragazzo diceva la preghiera, io leggevo tranquillamente e stavo a sentire quello che diceva lui; ma appena stava zitto, gli mostravo le verghe e il ragazzo, intimorito, si rimetteva a pregare; il sistema stava producendo già i suoi benefici: in una casa cominciava a regnare la calma. Dopo un po’ di tempo, mi avvidi che le verghe non erano più necessarie; il ragazzo eseguiva il mio ordine con maggiore piacere e maggiore zelo; a poco a poco il suo carattere mutò completamente; divenne dolce e silenzioso e si mise a compiere con maggior impegno i lavori di casa. Ne provai gran gioia e gli lasciai mag- giore libertà. E il risultato? Bene, il ragazzo si abituò tanto alla preghiera che la ripeteva senza posa e senza che io lo forzassi. Quando gliene parlai, mi rispose che aveva un desiderio immenso di recitare la preghiera.

– E che cosa provi?
– Niente di speciale, ma mi sento bene mentre recito la preghiera.
– Ma come, bene?
– Non lo so spiegare.
– Ti senti allegro?
– Sì, mi sento allegro.
Aveva dodici anni quando scoppiò la guerra in Crimea. Io partii per Ka- zan e lo portai con me da mia figlia. Lo sistemammo in cucina con gli altri domestici, ma lui era sconsolato, perché essi passavano il tempo a divertirsi e a giocare tra loro, prendendo in giro il ragazzo e cercando di di- strarlo dalla sua preghiera. Erano passati tre mesi quando venne da me e mi disse:
– Torno a casa; non posso sopportare la vita qui, con tanto rumore.
Gli dissi:
– Come, vuoi andar così lontano da solo e in pieno inverno? Aspetta che io riparta e tu verrai con me.
Il giorno dopo il ragazzetto era scomparso. Lo si mandò a cercare dappertutto, ma fu impossibile trovarlo. Un bel giorno finalmente ricevetti una lettera dalla Crimea; i custodi della mia vecchia casa mi annunciava- no che, il 4 aprile, il giorno dopo Pasqua, era stato trovato nella casa deserta il corpo inanimato del ragazzo. Giaceva sul pavimento della mia ca- mera, le mani incrociate sul petto, il berretto sotto il capo e con quell’abitino da nulla che portava sempre e con cui era fuggito da Kazan. Lo sot- terrarono nel mio giardino. Mi meravigliò molto, quando ricevetti la no- tizia, la rapidità con cui il ragazzo era arrivato fin là. Era partito il 26 feb- braio e fu trovato il 4 aprile. Tremila verste in un mese si possono percorrere sì e no con un cavallo. Significa fare cento verste al giorno. E per di più con abiti leggeri, senza passaporto e senza un centesimo. Ammesso pure che egli abbia trovato una carrozza per fare la strada, anche questo non poteva avvenire senza un intervento divino. Così il mio piccolo do- mestico ha gustato il frutto della preghiera – disse il signore, terminando – e io alla fine della mia vita non sono arrivato in alto come lui.

Allora io dissi a quel signore:
– Questo ottimo libro di san Gregorio Palamas che voi avete letto, lo co- nosco anch’io. Ma vi si esamina soprattutto la preghiera orale; voi dovre- ste leggere questo libro che si chiama Filocalia. Vi troverete l’insegnamento completo della preghiera di Gesù nello spirito e nel cuore.

E gli mostrai la Filocalia. Egli accolse il mio consiglio con visibile piacere e dichiarò che si sarebbe procurato il libro immediatamente.
– Mio Dio – dicevo a me stesso – quali meravigliosi effetti della potenza divina si rivelano con questa preghiera! Come è edificante e profondo il racconto di quest’uomo; le verghe hanno insegnato la preghiera a quel ragazzo, gli hanno dato la felicità vera! Le disgrazie e i mali che incontria- mo sulla via della preghiera non sono le verghe di Dio? E allora perché temere quando la mano del nostro Padre celeste ce la addita? Egli è pieno di infinito amore per noi e queste verghe ci insegnano a pregare più attivamente, esse ci portano a indicibili gioie.
I miei racconti erano terminati, e dissi al mio padre spirituale:
– Perdonatemi, in nome di Dio, ho chiacchierato molto e i Padri dichia- rano che una conversazione sia pure spirituale non è che vanità se dura troppo tempo. È tempo ormai che io vada a ritrovare quello che mi deve accompagnare a Gerusalemme. Pregate per me, povero peccatore, che il Signore nella sua misericordia volga in bene la mia strada.
– Te lo auguro con tutta l’anima, fratello caro nel Signore, rispose lui. Che la grazia sovrabbondante di Dio illumini i tuoi passi e compia la strada con te, come l’angelo Raffaele con Tobia.

 
RACCONTI DI UN PELLEGRINO RUSSOultima modifica: 2017-05-16T15:49:37+00:00da mikeplato
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