COMMENTO MISTICO AL CANTICO DEI CANTICI

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di Jeanne Guyon 

Dedicatasi alla vita consacrata, la Guyon fu indirizzata al quietismo dal barnabita padreLa Combe, che aveva conosciuto Miguel Molinos (o quantomeno le sue idee) a Roma. Nel 1685 uscì il libro Metodo molto breve e facile per pregare (Moyen court et très facile de faire oraison), di chiara tendenza quietista: nello stato di perfezione è abolito ogni atto distinto dalla carità e vi si raggiunge una totale indifferenza, anche nei confronti della salvezza. Le idee di Madame Guyon, anche in seguito al recente processo romano contro Molinos, destarono i primi allarmi e sospetti; ma la brillante vedova trovò allora il suo più valido aiuto nell’arcivescovo François de Salignac de La Mothe, noto come Fénelon, conosciuto a Saint-Cyr (Parigi), casa fondata da Madame de Maintenon per l’educazione delle ragazze nobili e nella quale la Guyon si era ritirata. Dopo le prime accuse, gli scritti della Guyon furono affidati all’esame di una commissione composta dall’arcivescovo Jacques Bénigne Bossuet,Noailles, Trouson e dallo stesso Fénelon. I «Colloqui di Issy», tra il luglio del 1694 e il marzo del 1695, portarono, grazie all’intervento del Fénelon, che nel frattempo era diventato arcivescovo di Cambrai, alla redazione di un protocollo in 34 articoli sulla vita interiore, in cui si deploravano le scelte di vita spirituale di Madame Guyon. I 34 articoli furono sottoposti a Madame Guyon, che accettò di firmarli e di conformarvisi. Ma un malinteso con Bossuet portò all’arresto della mistica, che fu rinchiusa nella Bastiglia, a Parigi, dove rimase cinque anni. Liberata il 21 marzo 1703, si trasferì a Blois, ove morì il 9 giugno 1717.

 

 

Prefazione

Chiunque leggerà attentamente questa spiegazione del sacro Cantico non avrà difficoltà a riconoscere, soprattutto se ha qualche discernimento delle vie interiori, che esso contiene qualcosa di sorprendente. Una spiegazione così chiara e così ben condotta di un Libro tra i più oscuri della Sacra Scrittura può essere solamente il frutto di un’assistenza particolare dello Spirito Santo: poiché, secondo i Santi, questo Cantico può essere insegnato soltanto grazie all’unzione Divina e appreso solo attraverso l’esperienza; esso infatti non si ode all’esterno né risuona pubblicamente, e non è udito che da colei che lo canta e da colui per il quale è cantato, che sono lo Sposo e la Sposa.

Ogni lettore troverà in quest’opera caratteristiche che meriteranno la sua ammirazione, e passaggi che senza superare la sua intelligenza potranno elevarla. Ma pregi ulteriori vi troveranno solamente coloro che, attraverso l’annullamento di se stessi e grazie alla loro elevazione in Dio, saranno capaci di comprendere questo canto regale dello Sposo celeste e della sua Amante, scorgendovi con grande gioia l’esatta corrispondenza tra quel che è detto qui e le cose straordinarie che Dio realizza nelle anime più purificate. Perché questo Cantico viene letto con intelligenza solo da coloro che leggono ciò che vi è cantato molto più nello specchio dell’esperienza interiore che nel Libro stesso che hanno davanti agli occhi. È grazie a tale esperienza del Cantico eterno che l’anima, ritornata alla sua origine, incomincia sulla terra a penetrare ciò che essa scoprirà completamente solo in cielo; ed è quanto è stato predetto da Isaia: il giovane Sposo rimarrà con la vergine sua Sposa; lo Sposo si rallegrerà nella sua Sposa; e Dio gioirà in loro (Is 62,5).

Se si domanda: chi è lo Sposo?, il suo amico fedele risponderà: chi ha la Sposa è lo Sposo (Gv 3,29). E se si vuole sapere chi è il giovane Sposo che possiede la Sposa, non c’è che da considerare chi è colui che, essendo il Figlio Eterno di Dio, è divenuto nel tempo il figlio dell’uomo, così da essere della medesima natura dell’Amante che doveva sposare; che è morto per riscattarla, e che è giunto a possederla al prezzo del suo proprio sangue. Allo stesso modo è possibile apprendere che l’anima pura è questa Sposa mille volte felice, che si conduce con Gesù Cristo in maniera tanto confidenziale.

Questo Sposo dunque, e questa Sposa, rimarranno insieme in eterno; perché essi sono uniti così intimamente dal legame di un purissimo amore da non essere che un solo cuore, un solo spirito, e un solo essere. E poiché la Sposa non è più capace di altra gioia di quella che trae dal suo Signore, così ella si compiace nel suo Sposo; e anche Dio Padre trae grande diletto dallo Sposo e dalla Sposa, perché è lui il centro del loro riposo e il nodo del loro legame. Ché se Dio gioisce alla vista di tutte le sue opere (Sal 103,29 [104,31]), nell’ammirare le bellezze e le perfezioni che ha comunicato a esse, quanto più si compiace di questo capolavoro della sua grazia, e delle nozze eterne del suo unico Figlio con la sua purissima Amante?

L’Amico dello Sposo lo riconoscerà facilmente dalla voce, e ascoltandola sarà riempito di gioia (Gv 3,29); egli desidererà inoltre partecipare alla felicità della Sposa, non ignorando che a lui è offerto lo stesso privilegio, se vuole seguire i suoi passi. Felice colui che ascoltando questo canto mistico sente che il suo cuore è in accordo con esso! Ma chiunque non intende questa voce ignora il vero amore; e pieno dell’amore di se stesso e di un attaccamento sensuale alle Creature, è incapace di sperimentare gli effetti ineffabili della pura Carità.

Questo Libro contiene cose a tal punto misteriose che non bisogna stupirsi del fatto che la loro spiegazione sia così elevata, e che i segreti più intimi dell’interiore vi si scoprano solo con fatica. Esso porta giustamente il nome di Cantico dei Cantici, cioè del più nobile e più eccellente di tutti i Cantici, in quanto è il più piacevole per il suo contenuto, il più elevato per le sue profezie, il più ricco nelle sue immagini e nei suoi misteri, e il più seducente grazie ai nomi così teneri di Sposo e di Sposa, nei quali sono compresi gli amori e le corrispondenze reciproche del Verbo e dell’Anima. È l’elogio degli elogi di Dio, la lode di Gesù Cristo e della Chiesa; il canto dell’amore sacro, e l’epitalamio del matrimonio eterno. È in queste sacre conversazioni che Gesù Cristo istruisce l’Anima come fosse il suo Maestro, che la loda e la accarezza in qualità di Sposo, e che la purifica e la perfeziona perché è il suo Dio. E la sua Amante fedele, con l’esaudire perfettamente le sue volontà, riceve lumi e grazie a sufficienza per renderne partecipe un’infinità di altri cuori.

Ora, tutto ciò può essere spiegato solo svelando il commercio segreto che avviene tra Gesù e l’Anima che egli tanto desidera prendere in Sposa e, al tempo stesso, le operazioni mistiche attraverso le quali Dio si prende cura di purificarla; la fedeltà di lei nel seguirlo, e nel rimanere sottomessa alla sua operazione divina, così come gli orribili deserti e le dure prove attraverso le quali lei giunge al proprio annullamento, e pertanto alla sua trasformazione in Dio. Tutto ciò si è felicemente compiuto in questo scritto, che ci è stato dato da una persona di pietà che sembra essere stata scelta come un’altra Sulamita per offrirci questa spiegazione. È ammirevole come costei sia stata in grado di disvelare con tanta precisione e completezza i procedimenti segreti delle Anime in Dio, e le più inaudite singolarità del Regno interiore, traendo da un testo che sembrava privo di ordine e di coerenza un senso tanto logico e chiaro. Tanto più che la diversità delle persone che vi parlano, le frequenti interruzioni e le espressioni sorprendenti per la loro disinvoltura, sotto il velo di una continua allegoria, non avevano apparentemente nulla da cui si potesse trarre con tanta esattezza la spiegazione dell’inizio, dello sviluppo e del compimento del cammino interiore.

Per interpretare questo Libro assolutamente divino si è scritta una infinità di opere. Alcune sono il risultato dello studio, altre sono il frutto della Preghiera, e altre sono state dettate dal traboccare della pienezza provocata dall’unione divina. Tuttavia questa opera si distinguerà come assolutamente nuova nel suo genere, nonostante la sua verità sia eterna in Dio; e si osserverà che essa è così singolare da poter passare per originale in tale materia, tanto più che è stata fatta senza premeditazione, e senza altro libro che il Testo sacro.

Che l’umile e pietoso lettore ammiri le profusioni della bontà divina nei confronti delle Anime che gli sono fedeli, non attribuendo nulla alla Creatura se non la miseria che le è connaturata, e glorifichi il Signore per tutto quello che di solido e di edificante troverà in quest’opera.

Salomone, grazie a un particolare incitamento dello Spirito Santo di cui la fede della Chiesa non ci permette di dubitare, e prima della sua deplorevole caduta, ha cantato attraverso questo Cantico misterioso i casti amori, le segrete corrispondenze, la fedeltà reciproca, l’intima unione e il sacro matrimonio di Gesù Cristo con la sua Chiesa. Ma la stessa cosa vale anche per ogni Anima pura, in quanto essa è un membro illustre del Corpo mistico di cui egli è il capo. In breve, è contenuta qui la sintesi di tutto quanto il Salvatore ha fatto per la Chiesa sua principale Sposa, e anche quanto egli ha fatto per ogni anima in particolare, poiché questo Sposo adorabile ha fatto per ciascuna delle sue Amanti ciò che ha fatto per tutte in generale.

Tutto quel che è contenuto in questo Cantico è tanto più vero quanto più è interiore, e tanto più infallibile davanti a Dio quanto più appare non credibile agli uomini poco illuminati. Ma il più saggio degli uomini, sotto la guida dello Spirito Santo di Dio, ha ricoperto la maestà di questa alleanza divina di una tale quantità di figure, anche molto comuni, ed ha celato verità così incontestabili dietro enigmi tanto numerosi che è necessario che Dio, che è l’autore della scorza di tali misteri, permetta di penetrarne il significato, e che colui che ha formato questo corpo insegni come scoprirvi lo spirito di cui lui lo ha vivificato.

Si raccomanda a quanti non sono esperti di simili vie del santo Amore di non darne un giudizio col solo lume della ragione; infatti non le si può imparare attraverso alcuno studio, ma solo con la Preghiera più abbandonata allo Spirito Santo, e con la perfetta rinuncia di se stessi. Costoro si convincano piuttosto che le bontà di Dio verso le sue creature sono infinite, soprattutto verso quelle che, rinunciando a ogni cosa per amore di lui, lo seguono ciecamente ovunque lui desidera condurle (Mt 19,27). Le misericordie che egli accorda loro si estendono tanto quanto l’amore che prova per esse; e, poiché ha desiderato dare la propria vita per loro, ci si deve stupire se le gratifica della sua perfetta unione, e quindi delle carezze e dei favori che ne sono i frutti? Egli le ha create e salvate unicamente per renderle partecipi di se stesso; ed è per renderle adeguate alla sua unità che le fa passare attraverso strade inaccessibili, sino a quando, essendo perfettamente purificate, esse possano divenire uno stesso Spirito con lui. Non sarebbe Dio se non avesse infiniti mezzi per rivelarsi alle sue creature, mezzi sconosciuti a tutti gli altri tranne che a quelli che li sperimentano. Senza dubbio il Cantico che viene spiegato contiene le verità che qui si scoprono, ma solamente per coloro che hanno, per vederle, gli occhi della fede più nuda. Le medesime verità si sperimentano in modo molto reale anche nelle anime, ma solo in quelle che, essendo morte a se stesse, non vivono più che in Dio, e che, essendosi elevate al di sopra di tutti i sentimenti e di tutte le conoscenze umane, sono felicemente giunte a colui che è infinitamente al di sopra di tutta l’intelligenza e la penetrazione dell’uomo.

Quanto a coloro che stenteranno ad accettare queste esperienze mistiche, che si guardino bene dal condannarle: l’umiltà e la carità cristiana debbono fargli temere di essere tra quelli che, come dice San Giuda, lanciano maledizioni contro i misteri divini che ignorano (Gd 10): Che si preoccupino piuttosto di fare tali esperienze, rinunciando a sé in ogni cosa, dedicandosi alla preghiera del cuore con instancabile costanza, facendo e soffrendo tutto per Dio solo, abbandonandosi totalmente a lui, agendo sempre secondo il casto movimento di un amore disinteressato che solo può condurli a lui; e accontentandosi della fede e dell’abbandono per entrare nella radiosa e chiarissima oscurità della notte tenebrosa, dove Dio si è nascosto in questa vita, di modo che costoro vi siano istruiti da lui stesso, nel silenzio, e nel fondo più segreto dell’interiorità. Essi proveranno anche più di quel che Dio non abbia fatto scrivere qui; perché è certo che cose tanto ineffabili non si possono esprimere tali quali esse sono.

I Santi Padri raccomandano inoltre una cosa molto importante per quanto riguarda la lettura di questo Cantico del santo Amore, ossia che quelli che non sono purificati dall’amore carnale non devono ardire di mangiare questo nutrimento solido, che è solo per i perfetti (Eb 5, 14), nel timore che, non avendo né le orecchie né il cuore abbastanza casti per sentir parlare di questi amori incorruttibili, costoro possano scandalizzarsi per ciò che è stato scritto dai più puri amanti dell’amore stesso, che è Dio, e possano raffigurarsi la corruzione della carne e del sangue in un Cantico amoroso in cui tutto è spirito e vita. Evitate, dice San Bernardo, di immaginare che noi pensiamo vi sia qualcosa di fisico in questa mescolanza del Verbo e dell’Anima. Noi diciamo soltanto quel che ha detto l’Apostolo, che chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito (1 Cor 6,17). Noi esprimiamo, per quanto ne siamo capaci, il rapimento in Dio di un’Anima pura, o la beata discesa che Dio compie in quest’Anima; perché noi ci rivolgiamo a persone spirituali. Infatti tale unione si attua in spirito, perché Dio è spirito.

Già gli stessi Ebrei manifestavano tale cautela: infatti, secondo la testimonianza di Origene e San Girolamo, essi non consentivano la lettura di questo Libro sacro, da loro sempre riconosciuto come opera dello Spirito Santo, se non a persone già in età avanzata, e di una grande maturità di spirito. Il commercio casto e segreto tra lo Sposo e la Sposa non è per quanti sono ancora immersi nel fango dei loro peccati, né per coloro che gemono nei tormenti della penitenza, e neppure per quanti si agitano, e ancora penano con le buone azioni al fine di purificare i loro sensi e acquisire le virtù sante. Non che in queste conversazioni tra lo Sposo e la Sposa non vi siano istruzioni per ogni sorta di stato, ma, considerandole in tutta la loro estensione, e anche nella loro maggior parte, è per i perfetti che esse sono state scritte.

Questo canto celeste incomincia a farsi udire nel silenzio e nel riposo interiore dell’Anima, quando, essendosi già molto distaccata da se stessa e dilatata in Dio, essa entra nella fedeltà passiva e in un più perfetto abbandono, lasciandosi condurre dal suo Sposo molto più di quanto non si muova e si conduca da sé medesima, come secondo l’Apostolo è proprio dei figli di Dio (Rm 8,14). La stessa cosa è piuttosto evidente nel seguito di questo stesso Cantico, in particolare dove l’Amante dice che è il Re che l’ha fatta entrare nelle sue stanze segrete, e dove lo scongiura di trascinarla, affinché lei corra dietro di lui (Ct 2,4).

San Gregorio Papa ci fa notare inoltre che, quando nel Cantico si sente parlare di baci, di abbracci, di guance, di seni, di gambe e di cosce, di letto e di matrimonio, anziché trarne argomento per disdegnare la potenza della Scrittura, occorre al contrario ammirare la misericordia di Dio, che con tanta bontà ha voluto usarla nei nostri confronti, e che per elevarci all’esperienza del suo divino amore si è abbassato fino a servirsi dei termini e delle espressioni del nostro amore carnale e impuro, annullandosi fino ai nostri modi di parlare per condurre la nostra intelligenza fino ai segreti impenetrabili della Divinità, e della sua unione con le anime pure. Noi dobbiamo dunque cercare in queste figure corporee solo ciò che vi è di interiore, e si deve qui parlare del corpo come se si fosse fuori del corpo stesso. Quelli che se ne sono ampiamente liberati sanno per loro propria esperienza come la grazia di Dio opera questo in loro. Quanto agli altri, che essi si purifichino prima di voler entrare nel Santuario, così come glielo ordina San Dionigi. Ma un’opera del tutto divina va lasciata fare a Dio, poiché l’anima vi contribuisce solo con una fedele sottomissione alla sua guida. Infatti, come potrebbe la creatura fare ciò che non può neppure conoscere, e che le accade senza che essa possa averlo previsto? Il modello di ciò è contenuto nell’idea di Dio, e l’esecuzione è nelle mani della sua grazia; egli desidera un cuore che si dia totalmente a lui, senza più riprendersi, e che lo lasci agire a suo piacimento. Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!, e chi ascolta ripeta: Vieni! Colui che attesta queste cose dice:, verrò presto! Amen. Vieni, Signore Gesù (Ap 22,17‑20). Un cuore tenero e arrendevole, un orecchio attento e sotto messo e una bocca pura e semplice sono il cuore, l’orecchio e la bocca che lo Sposo desidera nella sua Sposa per farle comprendere il suo Cantico, e per farglielo cantare con lui. Felici coloro che lo comprendono in questa vita! Essi lo canteranno in eterno nel cielo; ma chi non vorrà in alcun modo spogliarsi della canzone dell’uomo, non imparerà mai il Cantico di Dio. Chi ha orecchie per intendere intenda, perché queste parole sono molto fedeli e veritiere (Ap 21,5).

Approvazioni 

Il Libro dei Cantici è così misterioso da non riguardare altri che coloro che hanno lo spirito, la capacità e la pietà di San Bernardo di penetrarlo e di spiegarlo; e la storia testimonia che persone molto avanzate nella dottrina non hanno osato l’impresa di chiarire questi sensi nascosti e questi sacri enigmi, il che fa sì ch’io sia colto da stupore nell’osservare come l’autore di questo Libro ha spiegato il Cantico in maniera così semplice, così bella e così edificante, essendone debitore alle comunicazioni dello Spirito Santo che soffia dove vuole. Rendo questa testimonianza in suo favore a Lione ii 20 Agosto, giorno e festa di San Bernardo, dell’anno 1687 (Cohade)

Io sottoscritto Prete, Dottore in Diritto Canonico, Baccelliere di Sorbona, Sindaco generale del Clero di Lione, Custode della Parrocchia Santa Croce, e Luogotenente nel Tribunale Ordinario e Metropolitano di questa Diocesi, attesto che questa spiegazione sul Libro dei Cantici è tanto put da apprezzare se si considera quanto il suo contenuto sia estremamente delicato da trattare. Si tratta di alcuni misteri del regno di Dio che non è dato a tutti di conoscere: la maggioranza li vede solo dietro ombre molto oscure, e non li legge che sotto forma di parabole il cui senso è celato ai superbi saggi del secolo, e che sono rivelate invece solamente ai discepoli dello spirito che si riposa presso gli umili. Felice dunque l’autore di questo Libro che ha così saggiamente, con tanta verità e in maniera così alta penetrato e spiegato questo senso tanto misterioso, e felici saranno coloro che leggeranno questa spiegazione in questo medesimo spirito di fede, di religione e di virtù, e di una profondissima e costante umiltà; tale è il mio modo di sentire. A Lione, il 5 Settembre 1687. (Terrasson)

Il Cantico dei Cantici di Salomone, interpretato secondo il senso mistico e la vera rappresentazione degli stati interiori

Capitolo I

1a. Che egli mi baci del bacio della sua bocca.

Il bacio che l’anima domanda al suo Dio è l’unione essenziale, o il vero possesso, duraturo e permanente, del suo oggetto divino. È il matrimonio spirituale. Per far comprendere questo, occorre spiegare la differenza che esiste tra l’unione delle potenze e l’unione essenziale. Entrambe queste unioni sono o passeggere e solo di qualche istante, oppure permanenti e durature. L’unione delle potenze è quella mediante la quale Dio unisce a sé l’anima in maniera del tutto superficiale: la tocca, piuttosto che unirla a sé. Essa è tuttavia unita alla Trinità delle Persone secondo i diversi effetti che le sono propri; ma sempre come a persone distinte e per operazione mediata, dato che l’operazione svolge in questo caso la funzione di mezzo e di fine, in quanto l’anima trova riposo in questa unione che sperimenta, poiché non crede che si debba proseguire più oltre. Tale unione si attua con ordine in ciascuna delle potenze dell’anima, e si osserva talvolta in una o due di esse, secondo il disegno di Dio, e talaltra in tutte e tre insieme. Tale è l’applicazione dell’anima alla santa Trinità come a Persone distinte. Quando l’unione è nel solo intelletto, si tratta dell’unione di pura conoscenza e viene attribuita al Verbo come persona distinta. Quando l’unione è nella memoria, il che avviene grazie a un assorbimento dell’anima in Dio e a un profondo oblio delle creature, viene attribuita al Padre come persona distinta. E quando si fa sentire nella sola volontà, grazie a un godimento amoroso senza visione né conoscenza distinta, si tratta dell’unione d’amore, attribuita allo Spirito Santo come persona distinta. Quest’ultima è la più perfetta di tutte, perché più di ogni altra avvicina all’unione essenziale, e perché è principalmente per suo mezzo che l’anima vi perviene. Tutte queste unioni sono abbracci divini; ma non è ancora il bacio della bocca.

Vi sono due generi di unione: una passeggera, che dura solo un attimo; l’altra duratura, che si mantiene grazie a una continua presenza di Dio e grazie a un amore dolce e quieto che sussiste tra ogni cosa. Ecco in poche parole che cos’è l’unione delle potenze, che è un’unione di fidanzamento e che implica sì il sentimento del cuore, le carezze e i doni reciproci come è tra i fidanzati, ma non il perfetto godimento dell’oggetto.

L’unione essenziale e il bacio della bocca costituiscono il matrimonio spirituale, dove c’è unione tra essenza ed essenza e scambio tra le sostanze; dove Dio prende l’anima in sposa, e la unisce a sé non più in modo personale, né attraverso qualche atto o mezzo; ma immediatamente, riducendo tutto a unità e possedendola nella sua stessa unità. È allora il bacio della bocca e il possesso reale e perfetto. Si tratta di un godimento che non è in alcun modo sterile e infruttuoso, perché si estende a tutta la comunicazione del verbo di Dio all’anima.

Si deve sapere che Dio è tutto bocca, così come è tutto parola; e che il posarsi della bocca divina sull’anima è il perfetto possesso e la consumazione del matrimonio, mediante la quale l’annuncio di Dio stesso e del suo Verbo viene fatto all’anima. È quello che si potrebbe definire lo stato apostolico, grazie al quale l’anima è non solo sposa ma anche feconda, perché Dio come bocca è unito per qualche tempo all’anima, prima di renderla feconda della sua propria fecondità.

Alcuni affermano che tale unione può avvenire solamente nell’altra vita; io invece sono convinta che essa può avvenire in questa, con la differenza che in questa vita si possiede senza vedere, e nell’altra si vede quel che si possiede. Ora io dico che, sebbene la visione di Dio sia una prerogativa della gloria necessaria alla sua consumazione, essa non costituisce tuttavia la beatitudine essenziale: infatti siamo felici quando possediamo il bene supremo, e possiamo gioirne e possederlo senza vederlo. Ne gioiamo qui, nella notte della fede, dove abbiamo la felicità del godimento senza avere il piacere della vista, mentre nell’altra vita avremo la chiara visione di Dio assieme alla felicità di possederlo. Tale accecamento non impedisce tuttavia né il vero possesso, né il reale godimento dell’oggetto, né la consumazione del matrimonio divino, così come della reale comunicazione del Verbo all’Anima. Ciò è perfettamente vero, e verrà riconosciuto da tutti coloro che hanno esperienza.

Può essere inoltre risolta qui la difficoltà sollevata da alcune persone spirituali, le quali non ammettono che l’anima, una volta pervenuta in Dio (il che costituisce lo stato dell’unione essenziale), parli di Gesù Cristo e dei propri stati interiori, sostenendo che per tale anima questo stato è passato. Convengo con costoro che l’unione con Gesù Cristo ha ampiamente preceduto l’unione essenziale, dato che l’unione con Gesù Cristo come persona divina si sperimenta nell’unione delle potenze, e che l’unione con Cristo uomo Dio è la prima di tutte e si compie sin dall’inizio della vita che illumina. Ma per quanto riguarda la comunicazione del Verbo all’Anima, io dico che, così come i frutti e le opere del matrimonio si compiono solo dopo che esso è stato consumato, allo stesso modo prima che le venga fatta tale comunicazione divina occorre che l’anima sia giunta in Dio solo, e che vi si sia stabilita mediante l’unione essenziale e il matrimonio spirituale.

Questo è più vero di quanto si possa dire. Ciò che rende differente l’unione con Dio rispetto alle altre unioni è che Dio possiede qui l’intera anima ininterrottamente; nelle unioni con gli esseri creati l’oggetto può essere posseduto solo per alcuni istanti, dato che le creature sono a noi esterne, mentre il godimento di Dio è permanente e duraturo, perché è interno a noi stessi e perché, essendo Dio il nostro fine ultimo, l’anima può incessantemente fluire in lui in qualità di suo termine e suo centro, ed esservi mescolata e trasformata senza mai uscirne: così come un fiume, che è un’acqua sgorgata dal mare e ben distinta da esso, trovandosi lontano dalla sua origine cerca con varie agitazioni di avvicinarsi al mare sino a quando, essendovi infine nuovamente sfociato, vi si perde e vi si mescola così come vi si era perduto e mescolato prima di allontanarsene, e non può più venirne distinto.

Si deve ancora osservare che, creandoci, Dio ci ha dato una partecipazione del suo essere di natura tale da essere riunita a lui, e al tempo stesso una tendenza a questa riunificazione. Qualcosa di simile egli ha dato al corpo umano per quanto riguarda l’uomo nello stato di innocenza, traendolo dall’uomo stesso, in modo da dargli questa tendenza all’unione come alla sua origine. Ma, attuandosi tra corpi del tutto materiali, tale unione non può essere che materiale e molto limitata, dato che essa avviene tra corpi solidi e impenetrabili. Perché ciò sia compreso meglio, ci si può servire dell’immagine di un metallo che si voglia unire a un altro di diversa specie: per quanto li si faccia fondere per unirli insieme, essi non possono legarsi perfettamente in quanto sono di natura dissimile; migliore riuscita si ha nella fusione di un metallo con un altro della stessa natura. Oppure, è come un’acqua versata in un’altra acqua, che può venirvi mescolata a tal punto da rendere impossibile osservarvi alcuna differenza. Così l’anima, essendo di natura assolutamente spirituale, è perfettamente adatta a essere unita, mescolata e trasformata nel suo Dio.

Si può essere uniti senza essere mescolati. È l’unione delle potenze: ma la mescolanza è l’unione essenziale, e tale unione è totale, compiendosi completamente nel tutto. Non vi è che Dio a cui l’anima può essere unita in questo modo; perché essa è stata creata di una natura tale da poter essere mescolata con il suo Dio, ed è questa mescolanza che San Paolo chiama trasformazione (2 Cor 3,18), e Gesù Cristo unità, uguaglianza e compimento (Gv 17,11 e 21). Ora, essa avviene quando l’anima perde la propria consistenza per non sussistere che in Dio: il che si deve intendere misticamente, con la perdita di ogni proprietà e con una retrocessione amorosa e perfetta dell’anima in Dio, e non nel senso della spoliazione reale della sussistenza intima, necessaria per l’unione ipostatica. È piuttosto come una goccia d’acqua che perde la sua consistenza sensibile, una volta posta in una botte di vino dove viene sensibilmente trasformata in vino, sebbene la sua essenza e la sua consistenza ne rimangano sempre distinte, e nonostante un Angelo potrebbe, se Dio lo volesse, operarne la divisione: allo stesso modo l’anima può essere sempre separata dal suo Dio, seppure la cosa sia molto difficile.

È dunque tale elevata e intima unione che la Sposa domanda al suo Sposo con tanta insistenza. Ella gliela domanda come se parlasse a un’altra persona; è uno slancio impetuoso del suo amore che, senza guardare a chi si rivolge, dona forza alla sua passione. Che egli mi baci, lei dice, perché può farlo, ma del bacio della sua bocca; ogni altra unione non può accontentarmi, quella sola può soddisfare tutti miei desideri, ed è quella ch’io chiedo.

1b. Perché i vostri seni sono migliori del vino, e più odorosi di ottimi unguenti.

O Dio, i seni con cui voi nutrite le anime principianti sono così dolci e piacevoli da rendere i vostri figli, anche quelli che ancora hanno bisogno del seno, più forti degli uomini più robusti, che bevono il vino. Essi sono così odorosi da attirare, con il loro delizioso profumo, le anime che hanno la fortuna di sentirlo; e sono come un balsamo prezioso che lenisce ogni piaga interiore. Se è così già in questi primi approcci, quali delizie vi saranno al momento del bacio nuziale, del bacio della bocca?

Poiché è naturale che la vista e il desiderio del fine preceda la scelta dei mezzi, al principio di questo Cantico viene proposto quello che ne deve essere il fine, e in qualche modo la ricompensa e il perfetto compimento della Sposa. I mezzi per arrivarci sono in seguito descritti con ordine, cominciando dall’infanzia spirituale. È la visione di questa medesima conclusione che ha condotto la Sposa a domandare anzitutto il bacio della bocca, nonostante questa sia l’ultima cosa che deve esserle accordata, e nonostante lei non la otterrà se non dopo averla pagata al prezzo di molte prove e fatiche.

2b. Il vostro nome è come un’essenza sparsa, per questo le fanciulle vi hanno amato.

La grazia sensibile, qui espressa dal nome dello Sposo, penetra tanto profondamente tutta l’anima con la dolcezza con cui Dio influenza i cuori che intende muovere al suo amore, da essere veramente come un balsamo sparso che cresce e aumenta insensibilmente quanto più si sparge, e con un profumo tanto delizioso che l’anima principiante si scopre completamente impregnata della sua forza e soavità. Questo avviene senza violenza, e con un tale piacere che l’anima, ancora giovane e debole, si lascia rapire da queste seduzioni innocenti. È così che Dio si fa amare dai giovani cuori, ancora incapaci di amare per altra ragione che la dolcezza che essi assaporano amando. È di questo olio di letizia (Sal 44 [45], 8) che Dio Padre ha unto suo figlio, più di tutti coloro che parteciperanno alla sua gloria.

3a. Trascinatemi: noi vi corriamo dietro, all’odore dei vostri profumi.

La giovane Amante prega lo Sposo di trascinarla dal centro della sua anima, come se non fosse soddisfatta della dolcezza di questo balsamo sparso nelle sue potenze: ella infatti già comprende, per la grazia del suo Sposo che la attira in maniera sempre più intensa, che c’è un godimento di lui più elevato e più intimo di quello che lei prova ora, e questo la spinge a fare simile richiesta al suo Sposo. Trascinatemi, dice, nel più intimo della mia profondità, così che le mie potenze e i miei sensi corrano ugualmente verso di voi, per questa strada più profonda seppure meno sensibile. Trascinatemi, dico, o mio Amante divino! E noi accorriamo a voi grazie al raccoglimento che ci fa sentire questa divina forza con cui ci attirate a voi. Correndo seguiremo un certo odore, emanato dalla vostra bellezza, che è l’odore del balsamo che voi già avete sparso per guarire il male provocato nelle potenze dal peccato, e per purificare i sensi dalla corruzione che esso vi aveva insinuato. Noi oltrepasseremo questo stesso odore, per giungere sino a voi come al centro della nostra felicità. Il profumo delizioso provoca la Preghiera di raccoglimento: perché i sensi così come le potenze accorrono al suo odore, che fa loro gustare, rapiti, quanto dolce è il Signore (Sal 33 [34], 9).

3b. Il Re mi ha fatto entrare nelle sue stanze segrete: noi ci rallegreremo e trepideremo di gioia in voi, ricordandoci dei vostri seni che sono migliori del vino. Coloro che sono retti vi amano.

L’Amante ha appena dichiarato al suo Dio il desiderio ch’ella prova di oltrepassare ogni cosa per correre unicamente da lui solo, ed ecco che per ricompensarla di questo amore già più purificato egli la fa entrare nelle sue divine stanze segrete. È una grazia molto superiore a quelle che le aveva accordato sino a quel momento: perché si tratta di un’unione passeggera tra le potenze. Quando il cuore dell’uomo è tanto fedele da volere oltrepassare tutti i doni di Dio per non arrestarsi che a Dio stesso, allora Dio si compiace di colmarlo di quegli stessi doni che egli non cerca, mentre li sottrae indignato a coloro che li preferiscono alla ricerca di lui solo. Fu questa conoscenza a obbligare il Re Profeta a invitare tutti gli uomini a cercare incessantemente il Signore, e a cercare in particolar modo il suo volto (Sal 104 [105], 4). Come se egli volesse dire: senza arrestarvi alle grazie né ai doni di Dio, che sono come raggi emanati dal suo volto ma che tuttavia non sono lui, ascendete sino al suo Trono, e là cercatelo, cercate senza sosta il suo volto sino a quando abbiate avuto la fortuna di trovarlo. Allora, dice la Sposa completamente rapita dalla gioia per l’ineffabile segreto che le viene rivelato, quando saremo in voi, o mio Dio, saremo colmi di gioia, e trasaliremo d’allegrezza ricordandoci dei vostri seni che sono migliori del vino: il che significa che il ricordo della preferenza che la Sposa ha accordato al suo Sposo rispetto a tutto il resto costituirà il colmo della sua felicità e del suo piacere. Lei aveva già preferito la dolcezza del suo latte al vino dei piaceri mondani; per questo dice: Ricordandoci che i vostri seni sono migliori del vino. Qui ella preferisce il suo Dio alle sue consolazioni spirituali e alle dolcezze della grazia che provava succhiando il latte dei suoi seni. Aggiunge: Coloro che sono retti vi amano, per indicare come la vera rettitudine, che conduce l’anima a oltrepassare tutti i piaceri terreni e tutte le dolcezze del Cielo per perdersi nel suo Dio, è ciò che fa il puro e perfetto amore. In verità, o mio Dio, solo coloro che sono retti in questo modo vi amano come vi si deve amare.

4. O figlie di Gerusalemme! Io sono bruna, ma bella, come le tende di Kedar, come i padiglioni di Salomone.

Poiché le più magnifiche grazie di Dio conducono sempre alla conoscenza più profonda di ciò che noi siamo, e non verrebbero da lui se non dessero, in proporzione alloro grado, una qualche esperienza della miseria della creatura, quest’Anima è appena uscita dalle stanze segrete del suo Sposo che si trova bruna. Cos’è la vostra nerezza, o incomparabile Amante? Ditelo a noi, ve ne scongiuriamo. Sono bruna, lei dice, perché scopro, grazie al mio Sole divino, molti difetti che sino ad ora avevo ignorati; sono bruna perché non sono monda dalla mia proprietà. Tuttavia non manco di esser bella, e bella come le tende di Kedar: perché questa conoscenza sperimentale di ciò che sono piace moltissimo al mio Sposo e lo spinge a venire dentro di me come in un luogo di riposo; sono bella perché, non avendo alcuna macchia volontaria, il mio Sposo mi fa bella della sua bellezza. Più sono bruna ai miei propri occhi, più sono bella in lui. Sono bella, inoltre, come i padiglioni di Salomone. I padiglioni del divino Salomone rappresentano l’Umanità santa che cela dentro di sé il Verbo di Dio fatto carne. Sono bella, lei dice, come i suoi padiglioni; perché egli mi ha reso partecipe della sua bellezza, dato che, come l’Umanità santa cela la Divinità, allo stesso modo la mia apparente nerezza nasconde la grandezza delle operazioni di Dio nella mia anima. Sono bruna infine a causa delle croci e delle persecuzioni che mi giungono dall’esterno. Ma sono bella come i padiglioni di Salomone, dato che queste croci e questa nerezza mi rendono simile a lui. Sono bruna perché nel mio aspetto esteriore si scorgono delle debolezze; ma sono bella, perché al di dentro sono priva di malvagità.

5. Non guardate che sono bruna, poiché è il sole che mi ha scolorato. I figli di mia madre mi sono stati avversi: mi hanno messa a guardia delle vigne. Io non ho custodito la mia vigna.

Perché la Sposa domanda che non si guardi alla sua nerezza? È che l’anima, incominciando a entrare nello stadio della fede e della rinuncia alle grazie sensibili, a poco a poco perde quel dolce vigore che le faceva compiere il bene con facilità, e che la rendeva tanto bella esteriormente. E non potendo più adempire alle sue prime occupazioni, perché Dio vuole altro da lei, pare essere ricaduta nella sua condizione naturale. Così sembra a coloro che non sono illuminati. Per questo dice: Vi scongiuro, voialtre mie compagne che ancora non siete giunte tanto avanti nell’interiore, voi che siete soltanto sui primi passi del cammino Spirituale, non giudicatemi per il colore bruno che porto al di fuori, né per tutti i miei difetti esteriori, reali o apparenti; perché ciò non è dovuto, come nel caso delle anime principianti, alla mancanza di amore e di coraggio; ma è il mio divino Sole, con i suoi continui sguardi, brucianti e pieni di ardore, che mi ha scolorata. Egli mi ha tolto il colore naturale, per lasciarmi soltanto quello che il suo ardore vuole darmi. È la forza dell’amore, e non la sua assenza, a seccarmi la pelle e a scurirla. Questa nerezza è un progresso, non un difetto, ma un progresso che voi non dovete considerare, voi che ancora siete giovani, e troppo tenere per imitarlo. Perché la nerezza che voi dareste a voi stesse sarebbe un difetto: per essere appropriata, essa non deve giungere che dal Sole della Giustizia, che per la sua gloria e per il maggior bene dell’anima mangia e divora il colore splendente dell’esteriore che accecava lei stessa, nonostante la rendesse degna di ammirazione agli occhi degli altri, a svantaggio della gloria dello Sposo.

I miei fratelli, vedendomi così bruna, hanno voluto costringermi a riprendere la vita attiva, e a sorvegliare l’esteriore senza che mi occupassi di far morire le passioni dell’interiore. A lungo ho combattuto con loro; ma alla fine, non potendo resistere loro, ho fatto quel che hanno voluto, e interessandomi all’esteriore, a cose che non mi appartengono, non ho custodito la mia vigna, che è la mia profondità, dove il mio Dio abita. È là la mia sola occupazione, e la sola vigna ch’io devo curare: e nel momento in cui non ho più curato la mia, nel momento in cui non mi sono resa attenta al mio Dio, ancor meno io ho custodito le altre. È il tormento che solitamente viene inflitto alle anime quando ci si accorge che l’occuparsi intensamente dell’interiore fa trascurare in qualcosa l’esteriore, e che a causa di ciò l’anima, tutta rinchiusa in se stessa, non può più applicarsi a certi piccoli difetti che lo Sposo correggerà in un altro momento.

6. Insegnatemi, o voi che la mia anima ama, dove pascolate il vostro gregge, dove vi riposate al meriggio, così che io non incominci a vagabondare dietro i greggi dei vostri compagni.

O voi che la mia anima ama, dice questa povera Amante costretta ad astenersi dalla dolce occupazione dell’interiore per interessarsi all’esteriore, a cose indegne; o voi che io tanto più amo, quanto più mi sento ostacolata nel mio amore! Ahimè, mostratemi dove pascolate il vostro gregge e con quale cibo sfamate le anime, davvero felici di essere sotto la vostra guida! Noi sappiamo che nel tempo in cui siete stato sulla terra, vostro cibo era di fare la volontà di vostro Padre (Gv 4,34); e ora vostro nutrimento è che i vostri amici facciano la vostra volontà. Voi stesso inoltre conducete al pascolo le vostre Amanti, svelando loro le vostre infinite perfezioni affinché esse vi amino con maggior ardore: e quanto più voi vi manifestate a loro, tanto più loro chiedono di conoscervi, così da potervi amare sempre di più.

Ditemi anche, aggiunge l’Amante, dove vi riposate al meriggio! Con tale immagine ella esprime l’ardore della pura carità, desiderando apprendere da colui che ne è l’autore e il sovrano in che cosa essa consiste; nel timore che, abbandonandosi per accidente a qualche condotta umana, seppure coperta dal manto della spiritualità, non si inganni, e soddisfi l’amor proprio mentre pensava di non riproporsi altro che il puro amore e la sola lode di Dio. Giustamente ella teme un errore carico di conseguenze, fin troppo frequente tra i greggi della Chiesa: quello che si verifica quando questi sono guidati da Direttori, che Gesù Cristo ha effettivamente reso suoi compagni, associandoli a sé per il governo delle Anime, ma che, non essendo morti a se stessi, né crocifissi al mondo con Gesù Cristo, non insegnano ai loro Discepoli a fare rinuncia di sé, a crocifiggersi e a morire in ogni cosa per vivere solamente in Dio, e affinché Gesù Cristo viva in loro. Da ciò deriva che, poiché sia gli uni che gli altri conducono una vita eccessivamente terrena e priva di mortificazione, anche la loro condotta è troppo umana, e di conseguenza soggetta a errare di qua e di là e a cambiare sovente pratiche e guide, senza arrestarsi su qualcosa di stabile. E dato che questo errore dipende dal fatto che non si consultano sufficientemente i precetti e gli esempi di Gesù Cristo, e che non ci si rivolge abbastanza a lui attraverso la preghiera per ottenere ciò che lui solo può accordarci, questa Amante già molto istruita gli domanda molto insistentemente l’intelligenza della sua parola, con la quale egli nutre le anime, e la fedeltà nel seguire i suoi esempi, sapendo che solamente questo, sostenuto dalla grazia, può impedirle di perdersi. Si fa troppa attenzione alle pratiche umane, seppure devote; Dio solo può insegnarci a fare la sua volontà, perché lui solo è il nostro Dio (Sal 142 [143], 10). Ella domanda altresì al Verbo che la conduca al Padre suo, perché lui è la via che deve condurvela. Poiché il seno di suo Padre è il luogo in cui egli si riposa nel meriggio della sua gloria e nel pieno giorno dell’eternità, lei aspira a perdersi in Dio con Gesù suo figlio, a starvi nascosta, e a riposarvi per sempre. E sebbene non lo dica chiaramente lo fa sufficientemente capire perché in seguito dice: Perché io non sia più ovunque vagabonda, quale sono stata; io sarò là in totale quiete, non potrò più ingannarmi, e, quel che più conta, non potrò più peccare.

7. Se non vi conoscete, o la più bella fra le donne, uscite e venite avanti sulle tracce dei greggi, e pascolate i vostri capretti presso le tende dei Pastori.

Lo Sposo risponde alla sua Amante, e per disporla alle grazie che vuole offrirle, così come per insegnarle a utilizzare bene quelle che ha già ricevuto, le dà un ottimo consiglio: Se voi non vi conoscete, le dice, uscite. Egli intende dire che lei non saprà conoscere il divino oggetto del suo amore, nonostante lo desideri tanto ardentemente, se non conosce anche se stessa, perché il nulla della creatura aiuta a. conoscere il Tutto di Dio. Ma poiché è in questo Tutto di Dio che si trova la luce necessaria per scoprire l’abisso del nulla della creatura, le ordina di uscire. E da dove? Da se stessa. Come? Attraverso la rinuncia e la fedeltà nel procedere in ogni cosa senza concedersi alcuna soddisfazione naturale, e senza trarre forza vitale né da sé né da nulla di creato. E per andare dove? Al fine di entrare in Dio, grazie a un perfetto abbandono di se stessa; nel quale, avendo scoperto che egli è tutto in tutte le cose (Col 1,17), ella vede di conseguenza il proprio nulla, e quello di tutte le creature. Ora, il nulla non merita alcuna considerazione, perché non ha alcun bene; neppure merita alcun amore, perché non è niente. Al contrario, esso è degno solamente di disprezzo e di odio, a causa della stima di sé e dell’amore di se stessi, assolutamente opposto a Dio, che il peccato vi ha introdotto. Occorre dunque che la creatura che aspira all’unione divina, essendo completamente persuasa del Tutto di Dio e del proprio nulla, esca da sé non avendo che disprezzo e odio per se stessa, così da riservare a Dio tutta la sua stima e il suo amore; e sarà in tal modo ammessa alla sua unione. Tale uscita da se stessi, mediante la rinuncia continua di ogni interesse proprio, è l’esercizio interiore che l’Amante celeste consiglia alle Anime che sospirano dopo il bacio della bocca, come egli fa capire alla sua Amante con questa sola parola, uscite, che le è sufficiente per regolare il suo interiore.

Per quanto riguarda invece l’esteriore, desidera che ella non trascuri niente di ciò che concerne il suo dovere nello stato in cui l’ha posta, il che implica infinitamente più di quanto se ne possa dire in dettaglio. Egli desidera inoltre che, come ella deve seguire in assoluta libertà l’attrazione dello Spirito Santo per tutto quel che concerne il suo interiore, allo stesso modo si adegui ai costumi della Chiesa e agli ordini dei Superiori in tutto ciò che riguarda l’esteriore, cosa che è espressa perfettamente con venite avanti sulle tracce dei greggi, cioè secondo il comportamento comune, per l’esteriore, e anche con pascolare i capretti, che indicano i sensi, presso le tende dei pastori.

8. Mia amata, vi ho reso simile alla mia cavalleria, insieme ai carri del Faraone.

Ben sapendo che le lodi offerte alla sua Amante, lungi dal renderla più vanitosa, la annullano sempre di più, lo Sposo gliene regala di magnifiche, così da aumentare il suo amore. Le dice: vi ho reso simile, mia amata, alla mia cavalleria, cioè io desidero da voi una corsa in me così impetuosa e così rapida da rendervi simile, voi sola, a una grande quantità di Anime che corrono verso di me a grande velocità. Vi ho fatta simile ai miei Angeli, e desidero che voi abbiate lo stesso loro privilegio, che è di contemplare sempre il mio Volto (Mt 18,10). Tuttavia, per nascondere sì grandi cose nel tempo in cui voi vivete sulla terra, vi ho reso esteriormente simile ai carri del Faraone. Coloro che vi vedono correre con tanta rapidità, e quasi disordinatamente, credono che voi rincorriate i piaceri, le vanità e le ricchezze d’Egitto, oppure che nei vostri estremi ardori voi ricerchiate voi stessa: ma voi correte a me, e la vostra corsa avrà fine in me solo, senza che nulla vi possa impedire di giungervi grazie alla forza e alla fedeltà di cui vi ho provvista.

9. Le vostre guance sono belle come quelle di una tortorella: il vostro collo sembra fatto di perle.

Le guance indicano l’interiore e l’esteriore: sono belle come quelle della tortorella. La tortorella ha questa caratteristica, che quando una delle due perisce, quella che le sopravvive rimane sola per il resto dei suoi giorni, senza legarsi a un’altra. Ugualmente l’anima che si trova lontana dal suo Dio non può trarre piacere da nessuna creatura, né al di fuori né al di dentro; nel suo interiore ella si trova ridotta a una strana solitudine, nella misura in cui, non trovando il suo Sposo, non può dedicarsi a nulla. Nell’esteriore tutto è morto per lei; ed è tale separazione da tutto il creato e da tutto quello che non è Dio a rendere bella l’Anima agli occhi dello Sposo. Il suo collo rappresenta la sua carità pura, il principale sostegno che le resta. Ma nonostante appaia allora nell’ultima nudità, tuttavia essa è arricchita dalla pratica di moltissime virtù, che le servono da ornamento come un filo di perle molto prezioso; ma anche senza questo ornamento la sola carità la renderebbe bellissima, così come il collo della Sposa, anche senza perle, non cessa di essere molto bello.

10. Noi vi faremo delle collane d’oro, decorate d’argento.

Nonostante siate già molto bella nel vostro denudamento, che indica un cuore puro e una carità non simulata, noi vi daremo ancora di che esaltare lo splendore della vostra bellezza, aggiungendovi ornamenti preziosi. Questi ornamenti saranno delle collane, a significare la vostra totale sottomissione a tutte le volontà del Re glorioso, ma saranno d’oro, per rappresentare che, agendo unicamente grazie a un amore estremamente purificato, voi avete solo la semplice e pura visione del diletto e della gloria di Dio in tutto quello che fate o soffrite per lui. Saranno nondimeno decorate d’argento, perché, per quanto sia semplice e pura la carità in se stessa, essa deve prodursi e mostrarsi esteriormente attraverso la pratica di opere buone e delle virtù più eccellenti. Si deve osservare che in molti casi il divino Maestro usa particolare cura di istruire la sua amata discepola circa la suprema purezza dell’amore ch’egli esige nelle sue Spose, e la devozione nel non trascurare nulla di tutto ciò che riguarda il servire l’amato, o l’assistere il prossimo.

11. Mentre il Re era adagiato sul suo letto, il mio nardo ha sparso il suo odore.

L’Amante non è ancora così spogliata da non ricevere, ogni tanto, una visita del suo Amato. Ma che dico, una visita? È piuttosto una manifestazione ch’egli le fa di se stesso, un’esperienza della sua presenza profonda e centrale. Lo Sposo santo è sempre nel centro dell’Anima, che gli è fedele; ma spesso vi sta così nascosto che colei che possiede tale felicità quasi sempre la ignora, fatta eccezione per alcuni momenti in cui lui si compiace di manifestarsi all’Anima amorosa, che allora lo scopre in se stessa in maniera intima e profonda. Ora egli si conduce in questo modo con la più pura delle sue Amanti, come testimonia ciò che ella sta per dire. Quando il mio Re, colui che mi governa e mi guida come Sovrano era nel suo letto, che è il fondo e il centro della mia anima dove lui si riposa, il mio nardo, che rappresenta la mia fedeltà, ha sparso il suo odore in maniera tanto dolce e piacevole da obbligarlo a palesarsi a me: allora ho capito che si riposava in me come nel suo letto regale, cosa che prima avevo ignorato, perché nonostante vi fosse io non lo percepivo.

12. Il mio amato è per me un sacchetto di mirra: egli starà sul mio seno.

Quando la Sposa, o piuttosto l’Amante (perché ella non è ancora Sposa), ha trovato lo Sposo, è a tal punto trasportata dalla gioia che vorrebbe subito unirsi a lui. Ma ancora non è giunta l’unione di gioia perpetua. Egli mi appartiene, lei dice, non posso dubitare che non si dia a me in questo momento, perché lo sento; ma mi appartiene come un sacchetto di mirra. Non è ancora come uno Sposo che io devo abbracciare nel suo letto nuziale, ma solo come un insieme di croci, di pene e di mortificazioni. Come uno Sposo di sangue (Es 4,25) e un Amante crocifisso che vuole mettere alla prova la mia fedeltà facendomi ampiamente partecipe delle sue sofferenze, perché è questo ciò che allora dona all’Anima. Tuttavia, a indicare il progresso di quest’Anima, già eroica, ella non dice il mio Amato mi darà il sacchetto della Croce, ma lo sarà egli stesso, perché tutte le mie Croci saranno quelle del mio Amato; il sacchetto sarà sul mio seno, a significare che egli deve essere per me uno Sposo di dolori, per l’esterno così come per l’interno. Le Croci esteriori sono poca cosa quando non sono accompagnate da quelle interiori, e le interiori sono rese molto più dolorose dall’unione con le esteriori. Ma sebbene l’Anima veda ovunque solo la croce, si tratta tuttavia del suo Amato, che è lui stesso questa croce; e lui non le fu mai più presente di quanto non lo è in tali tormenti, durante i quali rimane nel centro del suo cuore.

13. Il mio amato è per me come un grappolo di cipro, nelle vigne di Engaddi.

Il mio amato, prosegue l’Amante, è per me come un grappolo di cipro. Ella non si spiega che a metà. E come se dicesse: egli è soltanto vicino a me, infatti io non ho il beneficio dell’unione intima, mediante la quale egli deve essere tutto in me e io tutta in lui. Tuttavia è presso di me, ma come un grappolo di cipro (un alberello che produce un balsamo molto odoroso), perché è lui a dare il profumo e tutto il valore a ciò che viene compiuto dalle sue Amanti. Questo grappolo di cipro cresce nelle vigne di Engaddi, che sono bellissime, e la cui uva è eccellente. L’Amante compara il suo Amato al buon odore e alla rara virtù del balsamo, al piacere e alla forza del vino, per esprimere attraverso queste figure che chi, grazie al gusto interiore di Dio, ha imparato a compiacersi in lui non può più trovare piacere in qualsiasi altra cosa; e che non si cercano altre delizie, se si perdono quelle divine.

14. Come siete bella, mia amata, come siete bella! I vostri occhi somigliano a quelli delle colombe.

L’Amato, nel vedere la docilità della sua Amante nel lasciarsi crocifiggere e istruire da lui, è incantato dallo splendore delle beltà che ha posto in lei. Per questo la accarezza e la loda, chiamandola bella, e sua Amata. Come siete bella, le dice, mia amata, come siete bella! O dolce parola! Lui le parla di una duplice bellezza, una interiore e l’altra esteriore, ma vuole che ella lo sappia, intendendo dire: ecco che la vostra bellezza è già formata nel fondo, seppure non ancora resa perfetta. Sappiate anche che tra breve voi sarete perfettamente bella al di fuori, allorquando io vi avrò consumata e liberata dalle vostre debolezze.

Questa lode è accompagnata dalla promessa di una bellezza più compiuta, la cui speranza deve dare all’Anima grande coraggio e mantenerla nell’umiltà, grazie alla conoscenza di ciò che le manca. Ma perché le dice che entro poco tempo sarà bella di questa duplice bellezza? Perché i suoi occhi e i suoi sguardi sono già come quelli delle colombe: infatti è semplice al di dentro, non distogliendosi dalla visione del suo Dio, e al di fuori, in tutte le sue parole e i suoi atti, che sono privi di finzione. Questa semplicità colombina è il segno più sicuro dell’avanzamento di un’anima, poiché non usando più sotterfugi né artifici essa viene guidata dallo Spirito di Dio. La Sposa comprende sin dall’inizio la necessità della semplicità e la perfezione della rettitudine, quando dice Coloro che sono retti vi amano ponendo la perfezione dell’amore nella semplicità e nella dirittura di questo stesso amore.

15. Come siete bello, mio Amato, e come siete attraente! Il nostro letto è ornato di fiori.

L’Anima amante, vedendo che il suo Sposo l’ha lodata per una duplice bellezza e non volendo attribuire nulla a se stessa, gli dice a sua volta: Come siete bello, mio Amato, e come siete attraente! Essa gli rende tutte le lodi ricevute da lui e gliene fa di grandi a sua volta. Poiché nessun bene è nostro, nessuna lode, né gloria, né piacere deve arrestarsi in noi: tutto deve essere ricondotto a colui che è l’autore e il centro di ogni bene. In tutto questo discorso, più volte glorificando il Signore di tutto ciò che ha posto in lei, la Sposa ci insegna questa importante esperienza. Se sono bella, gli dice, è della vostra stessa beltà; siete voi a essere bello in me della duplice bellezza di cui mi lodate. Il nostro letto, aggiunge, questo fondo dove voi abitate in me che chiamo nostro per invitarvi a venire a darmi quel bacio nuziale che prima vi domandavo, e che è il mio fine; il nostro letto, dico, è preparato e ornato dei fiori di mille virtù.

16. Le travi delle nostre case sono in legno di cedro, e i nostri soffitti di cipresso.

Allorché lo Sposo, nascosto nel fondo e centro dell’anima (come è stato detto), si compiace di mandare da questo Santuario in cui abita qualche effusione‑ delle sue grazie sensibili, che producono nell’esteriore della Sposa molte diverse virtù, pari ad altrettanti bei fiori di cui ella si veda ornata; allora, meravigliata e incantata che ne resta, ovvero per difetto di esperienza, ella crede che il suo edificio interiore sia quasi terminato. I tetti, dice, sono già messi. Le travi, che rappresentano la pratica delle virtù esteriori, sono di legno di cedro: mi sembrano avere un profumo gradevole, e mi pare che io possa praticarle sia con forza che con facilità. Regolata con ordine, così come dei soffitti ben lavorati e di un legno pregiato, mi sembra la disciplina dei sensi. Ma, o Amante, così vi sembra solo perché questo letto è ornato e perché lo stato dolce, piacevole e gaio che voi sentite dentro vi fa credere di avere acquisito tutto per l’esterno: ma fate attenzione che i soffitti sono di cipresso, che il cipresso sta a significare la morte, e che quel che a voi pare tanto bello e ornato è preparato solo per la morte.

Capitolo II

1. Io sono il fiore di campo, e il giglio delle valli.

O Dio, con dolcezza voi rimproverate la vostra Sposa perché desiderava riposarsi così presto in un letto tutto ornato di fiori, prima di riposarsi, come voi, sopra il letto doloroso della Croce. Io stesso, voi dite, sono il fiore di campo, un fiore che voi non raccoglierete nel riposo del letto, ma nel campo di battaglia, di fatica e di sofferenza. Io sono il giglio delle valli, che crede solamente nelle anime annullate. Dunque se desiderate che io vi liberi dalla vostra terra e che prenda vita in voi, bisogna che voi siate nell’ultimo annullamento; e se desiderate trovarmi bisogna che voi entriate nel combattimento e nella sofferenza.

2. La mia amata sta tra le fanciulle come i gigli tra le spine.

Con queste parole lo Sposo dà a intendere il progresso della sua Amante, che al suo cospetto è come un giglio purissimo, bellissimo e profumato, mentre le altre fanciulle, invece di essere docili e flessibili e anziché lasciarsi condurre dal suo spirito, sono come cespugli spinosi, che si ergono e pungono quelli che vogliono avvicinarsi. Così sono le anime proprietarie e attaccate alla loro volontà, che non intendono lasciarsi condurre a Dio. Tale è la sofferenza di un’Anima totalmente abbandonata al suo Dio tra quelle che non lo sono, dato che le altre fanno tutto quel che possono per sviarla dal suo cammino. Ma come il giglio conserva sia la sua purezza che il suo profumo in mezzo alle spine senza venirne affatto danneggiato, così queste anime vengono protette dal loro Sposo tra le contrarietà che sono costrette a subire da parte di quanti amano solamente dirigere se stessi e moltiplicare le loro pratiche religiose, mancando di ogni docilità per seguire il movimento della grazia.

3. Il mio amato sta tra i fanciulli come un albero di melo tra quelli delle foreste. Mi sono seduta all’ombra di colui ch’io desideravo, e il suo frutto è dolce al mio palato.

Questa similitudine è molto naturale. L’Amante, nel vedersi perseguitata dalle persone spirituali che non sono sul suo cammino, dice loro, parlando contemporaneamente a loro e al suo Amato: quello che il melo fertile è tra gli alberi delle foreste, il mio Amato è tra i fanciulli, cioè tra quelli, Santi del Cielo o Giusti della terra, che sono i più graditi a Dio. Non sorprendetevi dunque se io mi sono seduta all’ombra di lui, e se riposo sotto la sua protezione. Io sono semplicemente all’ombra delle ali di colui del quale tanto ho desiderato il possesso; ma sebbene non sia ancora giunta a un bene così grande, tuttavia posso dire che il suo frutto, che è la croce, il dolore e l’abiezione, è dolce al mio palato. Non è dolce per la bocca della carne, poiché la parte inferiore lo trova aspro e molto rozzo; ma è dolce per la bocca del cuore, dopo ch’io l’ho mangiato, e per me, che ho il gusto del mio Amato, è preferibile a tutti gli altri gusti.

4. Lui mi ha introdotta nella cella del vino; ha ordinato in me la carità.

L’amata del Re, lasciando il dolce intrattenimento che ha appena avuto con lui, sembra alle sue compagne come ubriaca, e totalmente fuori di sé. E in effetti lo era, perché, avendo bevuto il più eccellente vino dello Sposo, è come se fosse stata afferrata dal più forte ardore. E lo era in maniera tale che, accorgendosene perfettamente lei stessa, prega le sue compagne di non stupirsi di vederla in uno stato così straordinario. La mia ubriachezza, dice loro, deve essermi del tutto perdonata; perché il mio Re mi ha fatto entrare nelle sue divine stanze segrete. È là ch’egli ha disposto in me la carità. La prima volta che mi fece una grazia così straordinaria io ero ancora così piccola che avrei preferito la dolcezza del seno divino alla forza di questo vino eccellente; così lo Sposo si accontentò di rivelarmi l’effetto di questo vino dandomene da bere pochissimo. Ma oggi che la mia esperienza e la sua grazia mi hanno resa forte e meglio istruita, non agirò più allo stesso modo: tanto abbondantemente ho bevuto il suo vino puro e forte, da far sì che lui disponesse in me la carità.

Qual è l’ordine che Dio pone nella carità? O amore! Dio carità! Voi solo lo potete rivelare! Egli fa in modo che l’Anima, che per un sentimento di carità pretendeva tutto il bene possibile in rapporto a Dio, si dimentichi totalmente di tutta se stessa per non pensare che al suo Amato. Ella si dimentica di ogni interesse di salvezza, di perfezione, di gioia, di consolazione, per pensare unicamente all’interesse del suo Dio. Non pensa più a gioire dei suoi abbracci, ma a soffrire per lui. Non domanda più nulla per se stessa, ma solo che Dio sia glorificato. Abbraccia gli interessi della giustizia divina, acconsentendo con tutto il suo cuore a tutto ciò che questa farà di lei, e allo scopo che essa sia in lei per qualche tempo, o per l’eternità. Non può amare, né in sé, né in alcuna creatura, che quel che è di Dio e per Dio, e non ciò che è in lei e per lei, per quanto possa sembrare grande e necessario. Ecco l’ordine della carità che Dio pone in quest’anima: il suo amore è divenuto perfettamente casto; tutte le creature non sono nulla per lei; lei le vuole tutte per il suo Dio, e non ne vuole nessuna per sé. O quanta forza dà questo ordine della carità per i terribili stati che si dovranno attraversare in seguito! Ma esso non può essere conosciuto né gustato da coloro che non vi sono giunti, per non aver ancora bevuto il vino dello Sposo.

5. Sostenetemi con dei fiori, copritemi di frutti; perché io languo d’amore.

Lo Sposo ha appena ordinato in tal modo la carità nell’anima che le accorda una grazia particolare, così da prepararla alle sofferenze che devono seguire. Le dona la sua unione passeggera nel fondo, che di là si spande nelle potenze e sui sensi. E poiché l’Anima non è ancora davvero forte, si produce una sorta di sospensione, o un oscuramento dei sensi, che le impone di gridare: Sostenetemi con dei fiori, aiutatemi con piccole cose ch’io posso praticare all’esterno, oppure copritemi dei frutti di qualche esercizio di carità, così che io non muoia in un’attrazione così forte. Perché io sento che languo d’amore. O povera Amante, che dite? Perché appoggiarvi a dei fiori e a dei frutti, a delle consolazioni esteriori, a delle inezie? Voi non sapete cosa domandate; scusatemi se ve lo dico. Se soccombete a questa debolezza, voi cadrete solo tra le braccia del vostro Sposo. Ah, come sareste felice di spirarvi! Ma non è ancora tempo.

6. La sua mano sinistra è sotto il mio capo, ed egli mi abbraccerà con la sua destra.

Ella incomincia a comprendere il mistero. Per questo, come se si pentisse del soccorso esterno che ha domandato, dice: La sua mano sinistra è sotto il mio capo, lui mi sostiene con una protezione particolare, in quanto mi ha onorata della sua unione nelle potenze della mia anima. Che bisogno ho dunque di fiori, di frutti, cioè di cercare ancora le cose sensibili e umane, dato che le divine mi sono comunicate? Egli farà anche qualcosa di più in seguito, unendomi a lui in modo essenziale, e allora io sarò feconda, e farò dono al mio Sposo di frutti incomparabilmente più belli di quelli che domandavo; perché egli mi abbraccerà con la sua mano destra, che è la sua onnipotenza accompagnata dal suo amore, i cui casti abbracci producono nell’anima la sua gioia perfetta, che non è altro che l’unione essenziale.

È vero che agli inizi questo abbraccio della mano destra è sì il fidanzamento dell’Anima, ma non ancora il matrimonio. Egli mi abbraccerà, lei dice, mi legherà anzitutto a lui di un legame di fidanzamento, che mi fa sperare di venire un giorno onorata del matrimonio; e sarà allora che mi abbraccerà, e mi legherà così fortemente a sé che io non avrò più timore alcuna debolezza, perché è proprio dell’unione essenziale fortificare l’anima in maniera tale che essa non può più avere queste debolezze che capitano alle Anime principianti, le quali hanno dei cedimenti e ancora hanno delle cadute perché la grazia è in loro ancora debole; attraverso questa unione, invece, l’Anima è confermata (se è possibile usare questo termine) nella carità, perché allora essa resta in Dio; e colui che rimane in Dio rimane nella carità, perché Dio è carità.

7. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per i caprioli e i cervi della campagna, di non disturbare, e di non svegliare la mia Amata sino a quando lei non voglia.

Nel dolce abbraccio di fidanzamento, l’Anima si addormenta del sonno mistico, nel quale gode di un riposo sacro mai sperimentato. Negli altri riposi si era sì seduta all’ombra del suo Amato, grazie alla fede; ma mai si era addormentata sul suo petto, né tra le sue braccia. È strano come le creature, anche le spirituali, si affrettino a distogliere l’Anima da questo dolce sonno. Le figlie di Gerusalemme sono le amiche caritatevoli e importune, che tanto si affrettano per trarla via di là, seppure in nome delle più nobili ragioni: ma lei è così addormentata da non poter uscire dal suo sonno. Lo Sposo parla allora in sua vece e, tenendola stretta tra le sue braccia, prega queste donne e, in nome di tutto ciò che loro più stimano, cioè la pratica delle virtù più forti ed efficaci, le scongiura di non svegliare la sua Amata e di non strapparla al suo riposo: perché in questo riposo lei gli piace più che in tutto ciò che potrebbe fare d’altro. Non svegliatela, dice loro, né direttamente, né indirettamente, servendovi di mezzi escogitati a questo scopo, sino a quando lei stessa lo voglia davvero: perché lei lo vorrà solo quando lo vorrò io.

8. Ecco la voce del mio amato, eccolo che viene saltando sulle montagne, e oltrepassando le colline.

Indifferente a tutto il resto, l’Anima è più attenta alla voce del suo Amato, la intende e la distingue subito. Ecco la voce del mio amato, dice: io la conosco, la intendo, e l’effetto che produce in me non mi permette di dubitarne. Ma che dite, o Amante? Forse l’amore vi fa sognare: voi dormite tra le braccia del vostro Amato, e tuttavia dite che lui viene fin sulle montagne e che oltrepassa le colline! O come tutto questo si accorda bene! Lo Sposo abbraccia la sua Amante, ed è in lei, la avvolge all’esterno, e la penetra all’interno: ella sente che in questo sonno mistico lui affonda in lei, che si unisce a lei non solo, come altre volte, attraverso le potenze, rappresentate dalle colline, ma che in più, oltrepassando le colline, egli giunge sulla montagna che è il centro, e là veramente la tocca con la sua unione immediata. Ella sente che questo contatto è ben diverso da quello delle potenze, e che ha su di lei grandissimi effetti, nonostante sia un contatto passeggero, che non è ancora l’unione permanente e durevole.

9. Il mio Amato assomiglia a un capriolo e a un cerbiatto. Eccolo che è in piedi dietro il nostro muro: egli guarda attraverso le finestre, e vede attraverso le grate.

Quando l’Anima gioisce degli abbracci del suo dolce Sposo, essa crede che debbano durare sempre; ma se tali abbracci costituiscono le prove del suo amore, essi sono anche il segno della sua fuga. Non appena l’Amante ha gustato la dolcezza dell’unione, lo Sposo scompare. Nel vedere dunque una fuga così repentina, ella lo paragona a un capriolo e a un cerbiatto, per via della leggerezza e della rapidità della sua corsa; e lamentandosi amorosamente di lui, a seguito di un così strano abbandono, proprio quando lo crede tanto lontano, lo scorge vicino. Egli si era semplicemente nascosto, per mettere alla prova la sua fede e la sua fiducia. Non distoglie tuttavia 1o sguardo da lei, perché la protegge in modo più intenso che mai, essendo più unito a lei di quanto non lo sia mai stato sino a ora grazie al nuovo legame che ha stabilito. Ma nonostante la guardi incessantemente, lei non lo vede sempre: lo scorge solo per qualche istante, affinché ella non possa ignorare questo sguardo, e possa insegnarlo un giorno ad altri. Si deve notare che lo Sposo è in piedi, perché non è più tempo di riposarsi, né di restare seduti, ma di correre. È in piedi, come pronto ad andare.

10. Io odo il mio Amato dirmi: alzatevi, correte, mia Amata, mia colomba, mia bella, e venite.

Dopo avere rivolto l’Anima completamente in se stessa, e averla condotta al suo centro, dopo averla fatta gioire dei suoi casti abbracci così da disporla al matrimonio spirituale, Dio le fa prendere una strada apparentemente del tutto contraria: la fa uscire da se stessa attraverso la morte mistica. Venendo lui stesso a parlare all’Anima, l’Amato la invita a uscire prontamente. Non le dice più di riposarsi, ma al contrario le ordina di levarsi dal suo riposo. È un comportamento ben diverso da quello che egli aveva avuto altre volte; allora impediva che la si svegliasse, e ora vuole che prontamente si alzi. La chiama in maniera così dolce e così ferma che, anche se lei non fosse tanto desiderosa come è di obbedirgli, non potrebbe opporre resistenza. Alzatevi mia Amata, che ho scelto di fare mia Sposa, e mia bella: perché vi trovo così bella, a mio parere, osservando in voi mille tratti della mia bellezza. Mia colomba, semplice e fedele; alzatevi e uscite, dato che avete tutte le qualità necessarie per uscire da voi stessa. Avendovi attirata dentro di voi, io esco per così dire fuori di voi stessa, allo scopo di obbligarvi a uscirne seguendomi.

Questa uscita è ben diversa da quella di cui si è parlato prima, e molto più progredita: infatti la prima era un’uscita dalle soddisfazioni naturali, per voler piacere solamente all’Amato, mentre questa è un’uscita dal possesso di se stessa, al fine di essere posseduta solo da Dio, e di trovarsi in lui solo, non percependosi più in se stessa. È un trasporto della creatura all’interno della sua origine, come sarà spiegato in seguito.

11. Perché l’inverno è già passato: la pioggia è cessata, se n’è andata.

Si deve sapere che ci sono due inverni: quello di fuori e quello di dentro, e che essi sono reciprocamente contrari. Quando l’inverno è al di fuori, l’estate è al di dentro, il che conduce l’anima a sprofondarsi di più in se stessa per un effetto della grazia che opera un profondo raccoglimento; e quando l’inverno è al di dentro, fuori viene un’estate che costringe l’Anima a uscire da sé, per una dilatazione causata da una maggiore grazia di abbandono. L’inverno di cui parla qui lo Sposo dicendo che è già passato è l’inverno esteriore, durante il quale l’Anima poteva essere gelata dal rigore del freddo, bagnata dalle piogge, e oppressa sotto le tempeste e le nevi dei peccati e delle imperfezioni che facilmente si contraggono nel commercio delle creature. L’Anima che ha trovato il centro è stata a tal punto resa forte che nulla vi è più da temere per lei all’esterno: tutte le piogge si sono asciugate, e non le sarebbe possibile, a meno dell’infedeltà più nera che mai sia esistita, trarre alcun diletto dalle cose esterne. Inoltre questo modo di esprimersi, l’inverno è già passato, vuol dire che come l’inverno assopisce ogni cosa, così per l’Anima la morte è passata sopra tutte le cose esteriori, di modo che non c’è più nulla che possa soddisfarla. Se ancora qualcosa vi appare, si tratta di una rinnovata innocenza che nulla ha a che fare con la malvagità di un tempo. Le piogge dell’inverno sono dunque passate, lei può uscire senza più temere l’inverno: e con questo vantaggio, che, come il rigore invernale purifica la terra dagli insetti, l’inverno ha distrutto e fatto morire ciò che un tempo per lei era vivo, e che avrebbe fatto morire lei stessa.

12. I fiori spuntano sulla nostra terra, il tempo di tagliare la vigna è giunto; la voce della tortorella è stata udita nella nostra regione.

Con lo scopo di obbligarla a venire, egli le fa capire che vuole condurla nella sua terra. La chiama nostra terra perché l’ha ottenuta con la sua redenzione, ed essa è sua per lei e di lei grazie a lui. Egli dice che là i fiori hanno già incominciato a spuntare; ma fiori che non appassiscono mai, fiori che più non avvertono l’avvicinarsi dell’inverno. Il tempo, dice, di tagliare la vigna è giunto. Occorre che l’Amata, che si era lei stessa paragonata alla vigna, venga sfrondata, che sia potata, tagliata e divelta. La voce della tortorella della mia umanità vi invita a venire a perdervi, e a nascondervi con lei nel seno del Padre mio: quando sarete nella terra dove io vi chiamo, voi udrete meglio questa voce di quanto non fate ora che essa vi è ancora sconosciuta. La voce della mia semplicità e della mia innocenza, di cui voglio gratificarvi, è ben diversa dalla vostra.

13. Il fico ha prodotto i suoi piccoli fichi, le vigne in fiore emanano il loro gradevole odore. Alzatevi mia Amata, mia bella, e venite.

Là la primavera è eterna, e si accorda perfettamente con i frutti dell’autunno e con gli ardori dell’estate. Con questi fiori e frutti, lo Sposo indica abbastanza chiaramente tre stagioni; ma non parla dell’inverno perché, come si è detto, quando l’Anima giunge in questa nuova terra trova che l’inverno, non solo l’esteriore ma anche l’interiore, è passato. Non c’è più inverno per un’Anima giunta in Dio; c’è piuttosto una combinazione delle altre tre stagioni, che si trovano tutte riunite in una, e rese come eterne dalla fine dell’inverno. Infatti, prima di giungere all’inverno interiore, l’Anima ha attraversato tutte le stagioni della vita spirituale; ma dopo l’inverno interiore essa vive in una primavera, un’estate e un autunno continui. La dolcezza della primavera non impedisce la forza dell’estate né la fecondità dell’autunno; così come il calore dell’estate non diminuisce in niente la bellezza della primavera né la fertilità dell’autunno, e i frutti dell’autunno non turbano minimamente né il fascino della primavera né gli ardori dell’estate. O terra fortunata! Come sono felici coloro che hanno la gioia di possedervi! Al pari della Sposa, noi tutti siamo esortati a uscire da noi stessi per entrarvi. Questa terra è promessa a noi tutti; e colui che la possiede, e al quale essa appartiene per il diritto della sua nascita eterna e perché se l’è conquistata al prezzo del suo sangue, ci invita insistentemente ad andarvi. Per questo egli ci offre ogni mezzo, ci attira con le sue pressanti ispirazioni: perché noi non corriamo?

14. O mia colomba che state nelle fenditure della roccia, nelle crepe del muro, mostratemi il vostro volto; che la voce vostra risuoni alle mie orecchie, perché la vostra voce è meravigliosa, e il vostro volto è bello.

Mia colomba, dice lo Sposo, mia pura, casta e semplice colomba, che state concentrata nel fondo di voi stessa come nella rientranza di un muro, e che là state nascosta nelle mie piaghe che sono le fenditure della pietra viva: mostratemi il vostro volto. Ma che dite, o Sposo? La vostra Amata non è forse completamente rivolta verso di voi? Come mai voi chiedete ch’ella vi mostri il suo viso? Lei è come tutta nascosta in voi: non la vedete? Volete udire la sua voce, ed essa è muta per ogni altro tranne che per voi. O mirabile invenzione della saggezza Divina! Vedendo che per essere in armonia con il suo Sposo occorre condursi come altre volte, raccogliersi e immergersi piuttosto dentro di sé, la povera Anima lo fa con tutte le sue forze: ma è il contrario. Poiché ora egli la chiama fuori, al culmine di se stessa, e desidera che lei esca da sé. Per questo le dice mostratemi il vostro volto, così che io oda questa voce all’esterno, e volgetevi verso di me, perché io ho cambiato luogo. La rassicura che la sua voce è molto dolce, molto calma e tranquilla, che essa si è conformata al linguaggio dello Sposo, che non è una voce che si faccia intendere con il rumore delle parole. Il vostro volto, aggiunge, è bello. La parte superiore della vostra anima è già bella, e ha tutti i vantaggi della bellezza. Non vi manca che una cosa: di uscire da voi stessa.

Se lo Sposo non attirasse la sua Amante all’esterno con tanta forza e dolcezza, ella non uscirebbe mai da se stessa. Sembra che tanto più lei si è trovata altre volte raccolta e immersa al di dentro, quanto più si sente ora tratta all’esterno, e anche con maggior forza; perché occorrono ben altre forze per trarre l’anima fuori da se stessa che per immergervela. La dolcezza ch’ella prova al di dentro, grazie al piacevole raccoglimento, è molto invitante; ma lasciare la dolcezza dell’interno per non trovare altro che amarezze all’esterno è molto difficile; senza tener conto che nel raccoglimento lei vive e si domina, mentre con l’uscita da sé muore e si perde.

15. Prendeteci le piccole volpi che devastano le vigne; perché la nostra vigna è in fiore.

L’Amante fedele prega lo Sposo di togliere le piccole volpi, cioè i molti piccoli difetti che cominciano a comparire; perché rovinano la vigna interiore che è, lei dice, fiorita, cosa che rende la vigna più gradevole, e fa sì che ella la ami ancora di più, sperando di scorgerne presto il frutto. Che farete, povera Anima, per abbandonare questa vigna cui siete attaccata senza conoscerla? Ah, il Maestro vi metterà lui stesso piccole volpi, che la rovineranno e ne distruggeranno i fiori compiendovi una rara opera di devastazione. Se non si comportasse in questo modo, voi siete a tal punto innamorata di voi stessa che non ne uscireste mai.

16. Il mio amato è mio, e io sono sua: egli pascola tra i gigli.

O gioia inestimabile di un’Anima, che è tutta e senza riserve del suo Amato e per la quale l’Amato è tutto! L’Amante è così inebriata dalle bontà e le carezze che le fa il suo Sposo per obbligarla a uscire da sé che crede di essere già al colmo della felicità e al più alto grado della perfezione, e che il matrimonio debba ben presto essere consumato. Ella dice che il suo Amato è suo per disporne come le piace, e che lei pure è tutta sua per tutte le sue volontà; che lui si riposa in lei, tra i gigli della sua purezza. Lui stesso si nutre delle proprie grazie e virtù, vive di innocenza e di purezza così da nutrirne noi. Ci invita a mangiare con lui la carne che più gli piace, come dà a intendere con queste parole, in un altro luogo Bevete e mangiate, amici miei; nutritevi del buon nutrimento che io vi offro, e l’anima vostra, essendone pasciuta, sarà felice (Is 55,1).

17. Sino a quando non appaia il giorno e calino le ombre, tornate mio Amato, siate simile al capriolo e al cerbiatto sulle montagne di Bether.

Cominciando ad accorgersi di non vedere più il Verbo, l’Anima crede che si sia solamente nascosto per una notte, o piuttosto che si sia addormentato nel suo luogo di riposo. Dunque gli dice: o mio caro Sposo, poiché sono con voi sotto uno stesso tetto, e poiché voi mi siete così vicino, tornate un poco da me così da permettermi di sentirvi! Che io gioisca dei vostri dolci abbracci sino a quando venga il giorno e io sia più certa della vostra presenza, e le ombre della fede siano dissipate dalla dolce luce della visione e della gioia serena! Poi, ricordandosi dell’unione passeggera che essa ha provato altre volte, gli dice: passate in fretta se desiderate, come un cerbiatto saltellante; ma che ciò avvenga sulla montagna, di modo che io gioisca ancora dell’unione centrale che fu per me tanto dolce e vantaggiosa allorquando voi me la faceste provare.

Capitolo III

1. Nel mio piccolo letto io ho cercato per molte notti colui che la mia anima ama. l’ho cercato, e non l’ho trovato.

Nel vedere che io Sposo non le accorda una grazia che si aspettava, dopo avergliela accordata in un momento in cui invece lei non nutriva speranza, l’Anima è provata da un’assenza tanto dura. Lo cerca nel fondo di se stessa, che è il suo piccolo letto, e durante la notte della fede; ma, ahimè, resta molto sorpresa di non trovarvelo più! Aveva qualche ragione di cercarlo là, perché è là che lui le si era manifestato e le aveva dato il sentimento più vivo che mai avesse provato di ciò che egli è. Ma, o Amante, siete ben lontana dal trovare là il vostro Sposo! Non sapete che vi ha pregato di non cercarlo più in voi, ma in lui stesso? Non è più fuori di lui che lo troverete; uscite fuori di voi al più presto, per essere soltanto in lui; e sarà là che egli si farà trovare. O meraviglioso artificio dello Sposo! Quando è più pieno di passione per la sua Amata, è allora che egli fugge con più crudeltà; ma è una crudeltà amorosa, senza la quale l’Anima non uscirebbe mai da se stessa, e di conseguenza non si perderebbe mai in Dio.

2. Occorre che io mi alzi e che faccia il giro della città: cercherò per le strade e le piazze pubbliche colui che la mia anima ama. Io l’ho cercato e non l’ho trovato.

O miracolo compiuto dall’assenza di un Dio! Quante volte lui aveva invitato la sua Amante a levarsi dal suo riposo, e lei non era ancora in grado di farlo? Egli la spingeva con le parole più tenere del mondo, tuttavia lei era a tal punto inebriata della pace e della tranquillità che provava da non poterne uscire, O Anima fedele, il riposo che voi godete in voi stessa non è che un’ombra di riposo rispetto a quello che troverete in Dio. Farla alzare era tuttavia impossibile; ma appena non trova più il suo Amato nel letto del suo riposo, oh!, dice, ora sì mi alzerò; questo letto di riposo che altre volte era per me un paradiso ora è per me un inferno, da quando il mio Amato è assente, e con lui l’inferno sarebbe per me un paradiso. Questa città, questo mondo che un tempo ho odiato sarà oramai il luogo della mia ricerca. Infatti per quanto sembri appassionata, e giustamente, di possedere il suo bene supremo e il suo fine ultimo, l’Anima non ancora completamente istruita dimostra qui sentimenti infantili. Essa è così debole che le è impossibile cercare innanzitutto Dio in se stessa. E poiché non lo trova più nel suo fondo, lo cerca in tutte le creature, in mille luoghi in cui lui non è; ed essendo così protesa verso l’esterno, si distrae con la creatura con il pretesto di cercare il creatore. Cerca tuttavia, perché il suo cuore ama, e non può trovare riposo che in ciò che ama. Ma non trova nulla, perché Dio non è uscito da lei per farsi cercare in altre creature; vuole essere cercato in lui stesso, e quando lei sarà giunta in lui, vi scoprirà un’altra verità la cui bellezza la riempirà di gioia, e cioè che il suo Amato è dappertutto e in tutto e che tutto è lui, senza che lei possa distinguere nulla di lui, che è in ogni luogo senza essere racchiuso in alcuno.

3. Le guardie che sorvegliano la città mi hanno trovata.’ non avete visto colui che mia anima ama?

Poiché non trovavo il mio Amato in alcuna creatura mortale, io l’ho cercato tra gli spiriti beati che stanno a guardia della città. Loro mi hanno trovata perché sono sempre vigili. Sono guardie che Dio ha posto sulle mura di Gerusalemme, che mai taceranno, né durante il giorno né durante la notte (Is 62,1). Io ho dunque domandato loro notizie del mio Amato, di colui per il quale brucio di ardore; ma nonostante le avessero per loro, non potevano darle a me. Mi pare di vedere Maddalena, che non trovando Gesù Cristo nel sepolcro, lo cerca dappertutto, chiede di lui agli Angeli e agli uomini (Gv 20, 12 e 2); ma nessuno può rendere ragione dell’Amato se non lui stesso.

4. Dopo che li ho di poco passati, ho trovato colui che la mia anima ama; lo tengo e non lo lascerò più andare, sino a che non l’abbia fatto entrare nella casa di mia madre, e nella stanza di colei che mi ha generato.

Avendo abbandonato se stessa e una volta oltrepassate tutte le creature, l’Anima incontra il suo Amato, che le si mostra con nuove attrattive. Questo la persuade che il momento felice della consumazione del matrimonio è vicino, e che l’unione permanente sta per annodarsi. Nel trasporto in cui si trova, per la gioia che sente grida: ho il mio Amato, l’ho trovato, lo tengo, non lo lascerò più andare!, perché è convinta di poterlo trattenere, e che lui si è allontanato da lei solo a causa di qualche colpa da lei commessa. Io lo terrò così stretto, continua a dire, e mi attaccherò a lui con tanta devozione da non lasciarlo più andare, sino a quando non l’abbia fatto entrare nella casa di mia madre, nel seno di Dio, che è la stanza di colei che mi ha generato: perché egli è il mio principio e la mia origine. Ma che dite, Anima innocente? Non è lui a dovervici condurre, piuttosto che voi a dovervelo portare? L’amore crede tutto possibile, allo stesso modo in cui persuase Maddalena che poteva portare via il corpo del suo Signore (Gv 20, 15). Il desiderio che la Sposa ha di andare in quel luogo fa si che, senza considerare che deve starvi con lui e di lui rivestita, ella dichiari di volervelo introdurre.

5. Io vi scongiuro, o figlie di Gerusalemme, per i caprioli e i cervi della campagna, di non interrompere il sonno della mia Amata, e di non svegliarla sino a quando lei non voglia.

Lo Sposo, pieno di compassione dopo questa prima prova della sua Sposa (quantomeno la prima prova intensa e intima), dopo che lei ha incominciato a levarsi per venire fuori, la rende nuovamente partecipe della sua unione essenziale. La povera Anima è allora così estasiata da un bene che le sembra infinitamente più grande della volta precedente, perché le è costato più caro, che si addormenta, sviene, si perde, e sembra spirare tra le braccia dell’amore. Di qui si può vedere che, nonostante l’Anima soffra molto nella ricerca del suo Amato, tuttavia le sue sofferenze sono quasi nulla se comparate alla felicità del possesso di questo oggetto adorabile. Per questo San Paolo diceva che anche le più grandi sofferenze di questa vita non hanno alcun rapporto con la gloria che sarà rivelata in noi (Rm 8,18). Il suo Amato non vuole che la si svegli perché il risveglio impedirebbe la sua morte, e ritarderebbe la sua felicità.

6. Chi è colei che sale dal deserto, come un piccolo vapore di profumo, di mirra e di incenso, e di ogni sorta di polveri di abili profumieri?

Nel vederla ornata di tante perfezioni e colma di tante grazie per effetto della visita dello Sposo, gli amici della Sposa testimoniano il loro stupore con queste parole: Chi è colei che sale dal deserto, come un piccolo vapore di profumo? È che l’Amante si purifica a tal punto tra le braccia del suo Sposo da riemergerne sotto forma di un vapore sottile, che il fuoco dell’amore ha quasi consumato. Per via della sua rettitudine e della sua giustizia ella è come un vapore che tende verso l’alto, un vapore sottile, per mostrare che è già interamente spirito. Questo vapore è composto degli odori più raffinati di tutte le virtù: ma si deve osservare che gli odori di cui il vapore si compone sono sostanze aromatiche fatte per essere mescolate insieme, e polveri che non costituiscono alcun corpo solido; la solidità e la consistenza in se stessa non fanno più parte del suo stato. E da dove proviene questo vapore così retto e profumato? Sale dal deserto della fede. E dove va? Vuole andare a riposarsi nel suo Dio.

7. Ecco che il letto di Salomone è sorvegliato da sessanta uomini valorosi, tra i più forti di Israele.

Sentendosi già molto staccata da se stessa, la nostra Amante è convinta che resta una sola cosa da fare. Ed è vero, ma, ahimè, quanti ostacoli vi sono da vincere, prima di riuscirvi! Si tratta di andare in Dio, che è il giaciglio del vero Salomone, ma per arrivarvi si deve passare in mezzo a sessanta tra i più forti di Israele. Questi valenti guerrieri sono gli Attributi divini che circondano il letto regale e ne impediscono l’accesso a coloro che non sono totalmente annullati. Essi sono i più valorosi d’Israele, perché è in tali attributi che Israele, che designa il contemplativo, trova la propria forza: ed è pure attraverso di loro che la forza di Dio si manifesta agli uomini.

8. Tutti sono armati della loro spada, e abilissimi in guerra; ciascuno di loro ha al fianco la sua spada, per via dei timori notturni.

Tutti sono armati della loro spada per combattere vigorosamente contro l’Anima, la quale per una segreta presunzione intende attribuirsi ciò che è solo di Dio. È questo a far dire loro d’una sola voce: chi è pari a Dio? La Giustizia divina è la prima che viene per combattere e distruggere la giustizia della creatura; in seguito viene la Forza per abbattere la Forza dell’uomo, e, facendolo entrare nella potenza del Signore attraverso l’esperienza della sua estrema debolezza, gli insegna a ricordarsi unicamente della giustizia di Dio (Sal 70,17).

La Provvidenza si dichiara avversa alla previsione umana; e lo stesso vale per tutti gli Attributi. Essi sono tutti armati perché occorre che l’anima sia distrutta in ogni cosa per essere ammessa nel letto di Salomone, per essere sposa, cosicché il matrimonio si compia e venga consumato. Questi guerrieri valorosi hanno sempre la spada al fianco. La spada non è altro che la parola di Dio, la più intima e penetrante; ma parola efficace, che svelando all’Anima la sua più intima superbia la strappa allo stesso tempo da lei.

Tale parola è la parola increata, che si manifesta nel fondo dell’anima solo per operarvi quanto vi esprime. Si manifesta di preferenza come un fragore di tuono, e riduce in polvere tutto quello che si oppone al suo passaggio. Incarnandosi, la parola divina si comporta allo stesso modo: Disse, e venne fatto (Sal 32, 9), e impresse nella sua Umanità i caratteri della sua Onnipotenza. Essa giunse nella bassezza della creatura per distruggere la sua altezza, e nella sua debolezza per abbatterne la forza, e prese le sembianze del peccatore per demolire la sua giustizia. Lo stesso fa nell’anima: l’abbassa, la indebolisce, la ricopre di miserie. Ma perché la Scrittura dice che gli Attributi sono tutti armati in questo modo a causa dei timori notturni? Significa che così come la proprietà è ciò che tiene l’Anima nell’oscurità e le procura tutte le sue notti funeste, così gli Attributi divini si armano contro l’Anima di modo che essa non usurpi ciò che appartiene soltanto a Dio.

9. Il Re Salomone si è costruito un Trono di alberi del Libano.

Il figlio di Dio, Re glorioso, si è costruito un trono dell’umanità, a cui egli si è unito attraverso l’Incarnazione, con lo scopo di riposarvisi in eterno, e di farne inoltre per sé come un carro di trionfo, sul quale egli desidera essere condotto con magnificenza e clamore davanti a tutte le creature. Questo seggio regale è fatto di alberi del Libano, perché Gesù Cristo, secondo la carne, è disceso dai Patriarchi, dai Re e dai Profeti, tutti uomini straordinari per la loro santità e il loro carattere. Il Verbo di Dio è quindi nell’uomo come sul trono della sua maestà, come dice san Paolo: che Dio era in Gesù Cristo, nel quale ristabiliva il mondo nella sua grazia (2Cor 5,19).

Anche in ciascuna Anima Gesù Cristo si costruisce un trono, che orna con grande sfarzo per farne il luogo della sua dimora come pure del suo riposo e delle sue eterne delizie, e per regnarvi sovranamente, dopo averlo conquistato al prezzo del suo sangue e santificato con le sue grazie. Perché così come Dio regna in Gesù Cristo, Gesù Cristo regna nei cuori puri, dove non trova più nulla né che gli resista, né che gli spiaccia: il che significa predisporre per noi il suo Regno (Lc 22,29), e renderci partecipi della sua Regalità, così come suo Padre gli aveva preparato il suo Regno, e gli ha comunicato la sua Regalità. Il trono del Re dei Re è fatto dunque di alberi del Libano. È il fondo naturale dell’uomo, che serve da base e da fondamento all’edificio spirituale. È questo fondo imita bene l’altezza e il pregio degli alberi del Libano, perché proviene da Dio stesso ed è fatto a sua immagine e somiglianza. La Sposa del Cantico è offerta come modello di tale augusto trono a tutte le altre Amanti dello Sposo celeste, al fine di muoverle alla ricerca di una simile beatitudine. È lei stessa a descrivere il trono dello Sposo, avendo ricevuto una nuova luce per conoscerlo con maggior penetrazione, nell’unione essenziale, seppure passeggera, di cui ella è stata appena gratificata. Perciò aggiunge:

10. Le colonne ha fatto d’argento, d’oro la spalliera, di porpora gli scalini e il seggio, e ha ornato tutto l’interno di carità per le figlie di Gerusalemme.

Le colonne dell’Umanità santa di Gesù Cristo sono d’argento, poiché l’Anima sua con le sue potenze, e il suo Corpo con i suoi sensi, e tutte le sue parti sono di una totale purezza, bene raffigurata grazie all’argento più brillante e fine. La spalliera, che rappresenta la stessa Divinità nella quale Gesù Cristo sussiste mediante la persona del Verbo, è chiaramente rappresentata dalla spalliera di questo seggio misterioso che era tutto d’oro; perché sovente nella Scrittura con l’oro si intende Dio stesso. La scala di tale trono divino è ornata di porpora, il che esprime perfettamente il fatto che, sebbene il seno di Dio Padre, che è la dimora del Verbo, gli fu dato in virtù della sua generazione eterna, e che egli non poteva averne un altro, e sebbene si fosse fatto uomo per il decreto della Giustizia divina, a cui si era sottomesso di propria volontà, tuttavia non ha potuto elevarsi nuovamente al Padre suo per entrare nella pienezza della sua gloria se non grazie alla porpora del proprio sangue: Poiché è stato necessario che il Cristo sopportasse grandi sofferenze e morisse, per entrare così nella sua gloria (Lc 24, 26). Il centro e tutto l’interno di tale luogo di trionfo è abbellito di ornamenti di grande valore, espressi in modo adeguato con il nome di carità, nel senso di ciò che vi è di più grande e più prezioso. E non è forse in Gesù Cristo che sono tutti i tesori (Col 2,3) e la pienezza della Divinità (Gv 3,34)? È a lui che lo Spirito Santo è stato dato al di là di ogni misura. Lo Spirito Santo riempie dunque il centro e tutto l’interno di questo trono maestoso, perché egli è l’amore del Padre e del Figlio, e anche l’amore con cui Dio ama gli uomini; e che come egli è l’unione delle persone divine, così è anche il nodo che lega le anime pure a Gesù Cristo. Ora il divino Salomone ha fabbricato tutto ciò per riguardo alle figlie di Gerusalemme, che sono le sue elette, per le quali egli ha fatto e sofferto ogni cosa.

Nel Santuario che Dio edifica nella sua Amante vi sono anche delle colonne d’argento, rappresentanti i doni dello Spirito Santo costruiti sopra la grazia divina, che è come l’argento puro e luminoso, che serve loro da materia e da fondo. La base è d’oro perché un’Anima che merita di servire da trono e da letto regale a Gesù Cristo non deve più avere altro sostegno che Dio solo, e deve essere totalmente spogliata di ogni sostegno creato. La scala è tutta di porpora perché se possiamo entrare nel Regno del Cielo solo con molte sofferenze (At 14,22) e se possiamo regnare con Gesù Cristo solo dopo avere sofferto con lui (2Tm 2,12), ciò vale ancor di più per coloro che sono chiamati ai primi posti del Regno interiore, e per le Anime che già in questa vita debbono essere onorate con le nozze dello Sposo celeste, piuttosto che per la maggior parte dei cristiani che lascia questo mondo in stato di salvezza, ma con il peso di molti debiti e imperfezioni. È incredibile quante croci, ignominie e cadute le Anime elette debbano inghiottire. Infine, tutto l’interno è riempito di carità perché, essendo questi troni viventi dell’Altissimo pieni d’amore, sono decorati di tutti i frutti e gli ornamenti dell’amore che sono le opere buone, i meriti, i frutti dello Spirito Santo e la pratica delle più pure e solide virtù. A questo siete chiamate, o figlie di Gerusalemme, Spose interiori, Anime di preghiera! E questo è anche ciò che il Re dei Re, il Re pacifico vi ha meritato, e che vi offre se voi volete amarlo. È su tale ricco fondo che lo Sposo e la Sposa poggiano le lodi magnifiche, che essi si scambiano vicendevolmente nei capitoli che seguono.

11. Uscite, figlie di Sion, e osservate il Re Salomone con il diadema di cui sua madre lo ha incoronato il giorno delle sue nozze, e il giorno della gioia del suo cuore.

Gesù Cristo invita tutte le Anime interiori, che sono le figlie di Sion, a uscire da loro stesse e dalla loro imperfezione per contemplare il Re Salomone, coronato della corona di gloria, coronato di Dio stesso. La natura divina fa da Madre alla natura umana; è lei che la incorona, e che ne è al tempo stesso il diadema. Essa incorona dunque Gesù Cristo il giorno delle sue nozze, di una gloria sublime e ugualmente infinita e immortale. Ma qual è il giorno delle nozze dell’Agnello? È il giorno in cui egli ascese al cielo, in cui fu ricevuto alla destra di suo Padre: giorno di gioia eterna. Guardatelo, figlie di Sion, nelle sue divine qualità, perché egli vuole dividerle con voi.

Capitolo IV

1. Come siete bella, mia Amata, come siete bella! I vostri occhi sono come quelli delle colombe, senza ciò che sta nascosto all’interno. I vostri capelli somigliano ai greggi di capre giunti dalla montagna di Galaad.

Sebbene lo Sposo non possa ancora ammettere l’Amante nel suo letto nuziale, che è il seno di suo Padre, tuttavia egli non manca di trovarla molto bella, e più bella che mai; perché le sue mancanze non sono più peccati degni di nota, né propriamente delle offese, ma difetti che fanno parte della sua natura, ancora rigida e angusta, e che prova un’incredibile pena nell’essere dilatata così da perdersi in Dio. Ella è dunque molto bella, sia nell’interno che nell’esterno; e più bella che mai, sebbene non lo creda, dato il rifiuto a essere ricevuta in Dio che le è stato opposto. Per questo lo Sposo la assicura che è molto bella, anche senza ciò che è celato a lei stessa, assai più bello di tutto quel che appare al di fuori, e di tutto quanto si possa esprimere o persino congetturare. Per via della vostra fedeltà, rettitudine e semplicità, i vostri occhi sono pari a quelli delle colombe. Questa dirittura è sia all’esterno che all’interno. La virtù della semplicità, tanto raccomandata nelle Scritture, ci fa agire nei confronti di Dio incessantemente, senza esitazione; direttamente, senza riflessione; sovranamente, senza molteplicità di disegni, di motivi o di pratiche, ma solo per piacere a Dio; quando poi la semplicità è perfetta, la si pratica in genere senza pensarci. Agire in modo semplice con il prossimo vuol dire agire con naturalezza, senza affettazione, con sincerità, senza artificio, e con libertà, senza costrizione: tali sono gli occhi e il cuore della colomba che incantano Gesù Cristo. I vostri capelli, che rappresentano le affezioni che sorgono dal vostro cuore e che ne costituiscono l’ornamento, sono così lontani dalle cose terrene da elevarsi al di sopra dei doni più eccellenti, per arrestarsi a me solo: essi assomigliano in questo alle capre che salgono sulle montagne più inaccessibili.

2. I vostri denti sono come i greggi di pecore da poco tosate, tornate dal lavatoio: ciascuna ha due piccoli gemelli, e tra loro non ve n’è alcuna che sia infeconda.

I denti rappresentano l’intelletto e la memoria, che servono a masticare e a ruminare le cose che si vogliono sapere. Tali potenze sono già state purificate, al pari dell’immaginazione e della fantasia, cosicché non c’è più difficoltà. Giustamente esse sono paragonate alle pecore tosate, in ragione della semplicità acquisita grazie alla loro unione con le persone divine, in cui sono state spogliate della tendenza eccessiva e persino della facilità a ragionare e ad agire con riflessione e agitazione come facevano in passato. Ma sebbene siano spogliate delle loro operazioni, non per questo sono sterili né infeconde: al contrario, esse raddoppiano il frutto, e un frutto estremamente puro e perfetto. Perché le potenze non sono mai così feconde come quando sono staccate dalla creatura, e fluite in Dio attraverso il loro centro.

3. Le vostre labbra somigliano a un nastro tinto di scarlatto. Il vostro parlare è pieno di fascino; le vostre guance sono come uno spicchio di melagrana, senza ciò che sta nascosto all’interno.

Le labbra rappresentano la volontà, che è la bocca dell’Anima, perché con l’affetto ella stringe e abbraccia con forza ciò che ama. E dato che la volontà di questa Amante ama solo il suo Dio, e che tutto il suo affetto è per lui, lo Sposo la compara a un nastro tinto di scarlatto, che indica le affezioni riunite in una sola volontà che è tutta carità e amore, in quanto tutte le forze di tale volontà sono riunite nel loro oggetto divino.

Il vostro parlare, egli aggiunge, è pieno di fascino: perché il vostro cuore ha un linguaggio che nessun altro all’infuori di me può intendere, dato che parla a me solo. Le vostre guance sono come uno spicchio di melagrana. La melagrana ha molti grani, tutti racchiusi in una scorza: ugualmente i vostri pensieri sono come riuniti in me solo grazie al vostro amore puro e perfetto, e tutto quello che io qui descrivo in rapporto alle potenze non è nulla a paragone di quanto è nascosto nel vostro profondo centro.

4. Il vostro collo è come la Torre di Davide ben fortificata: mille scudi vi stanno sospesi, con ogni sorta di armi per i valorosi guerrieri.

Il collo è la forza dell’Anima: essa è giustamente comparata alla torre di Davide, perché tutta la forza di quest’Anima è nel suo Dio, che è la casa di Gesù Cristo e di Davide. Questo grande re infatti proclama, in vari luoghi dei suoi Salmi, che Dio solo è il suo appoggio, il suo rifugio, la sua difesa, e soprattutto la torre della sua forza (Sal 60,4). I bastioni e le forti muraglie che la circondano sono il totale abbandono che l’Anima ha fatto di se stessa al suo Dio. La confidenza, la fede, la speranza l’hanno fortificata nel suo abbandono. Più essa è debole in se stessa, più si scopre forte in Dio. Mille scudi vi stanno pronti per difenderla contro altrettanti nemici visibili e invisibili; ed essa è armata di tanta forza in Dio da non temere alcun attacco, fintantoché rimarrà così; perché adesso il suo stato non è ancora permanente.

5. I vostri due seni sono come due piccoli gemelli della capretta che pascolano tra i gigli.

Qui la Sposa riceve la capacità di soccorrere le anime, rappresentata dai suoi seni; ma non la riceve con tutta la pienezza che le verrà comunicata in seguito. Tale capacità le viene solamente impressa come un germe di fecondità, la cui abbondanza è indicata dai piccoli gemelli della capretta. Essi sono gemelli perché provengono da un’unica origine, che è Gesù Cristo; pascolano tra i gigli perché si nutrono della purezza della dottrina, e tra gli esempi dello stesso Gesù Cristo.

6. Sino a quando non appaia il giorno e calino le ombre, io me ne andrò sulle montagne della mirra e sulle colline dell’incenso.

Lo Sposo interrompe l’elogio della sua Amante per invitarla a seguirlo verso la montagna dove cresce la mirra, e sino alle colline sulle quali si raccoglie l’incenso. Sino a quando, dice, il giorno della nuova vita che voi dovete ricevere nel Padre mio non incominci a levarsi, e sino a quando le ombre che vi trattengono nell’oscurità della fede più nuda non calino e si dissipino, io me ne andrò sulla montagna della mirra, perché voi mi troverete solamente nell’amarezza e nella croce. Per me sarà tuttavia una montagna di un odore molto gradevole, perché l’odore delle vostre sofferenze salirà verso di me e sarà grazie a loro che io mi riposerò in voi.

7. Voi siete tutta bella, mia Amata, e in voi non c’è alcuna macchia.

Sino a quando l’Anima si era completamente consumata in amarezze e croci, sebbene fosse bella non era però bella del tutto; ma dopo che si è consumata sotto il peso delle traversie e delle afflizioni ella è tutta bella, e in lei non resta alcuna macchia né difetto. Sarebbe perciò disposta all’unione permanente se la sua qualità ancora rigida e angusta, circoscritta e limitata non impedisse questa beatitudine. Tale qualità non è una macchia che sia in lei, né nulla che offenda Dio; è solo un difetto della sua natura ricevuta in Adamo, che il suo Sposo eliminerà insensibilmente. Ma per quanto la riguarda, dopo che la croce l’ha totalmente sfigurata agli occhi degli uomini, ella è tutta bella agli occhi del suo Sposo; e non avendo più bellezza, ha trovato la vera bellezza.

8. Venite dal Libano, mia Sposa, venite dal Libano, venite, e sarete incoronata dall’alto di Amana, dalla sommità di Sanir e di Hermon, dagli antri dei Leoni e dai monti dei Leopardi.

Lo Sposo la chiama qui col nome di Sposa e la invita ad affrettarsi a lasciarsi consumare, distruggere e annientare, e ad accettare il matrimonio spirituale. La chiama perché venga sposata e incoronata. Ma, o Sposo, lo dirò forse? Perché invitare tanto insistentemente e così a lungo una Sposa a delle nozze che lei desidera con tanto ardore? Voi la chiamate dal Libano nonostante lei sia a Gerusalemme! E perché voi date talvolta il nome di Libano a Gerusalemme, o per indicare attraverso l’altezza di questa celebre montagna il grado elevato cui lei è ormai giunta ai vostri occhi? Lei non ha quasi più strada da fare per essere unita a voi con un nodo immortale; e quando sembra accostarsi al vostro letto, ne è respinta da sessanta uomini valorosi. Non è crudele attirarla con tanta forza seppure con molta dolcezza, perché possegga un bene ch’ella considera più di mille vite, e quando è vicina a possederlo, rigettarla in maniera così brutale? O Dio, voi invitate, chiamate, predisponete lo stato prima di dare lo stato, così come si dà da gustare un liquore squisito per farlo desiderare di più. O, che cosa non fate soffrire a quest’Anima ritardando ciò che le promettete! Venite dunque, le dice, mia Sposa! Poiché non resta che un passo da fare perché lo siate realmente. Sino a ora vi ho chiamato mia Bella, mia Amata, mia colomba, ma ancora non vi ho chiamato col nome di Sposa. O come è dolce questo nome! Ma il possesso sarà ancora più dolce e delizioso! Venite, lui dice ancora, dalla cima delle più alte montagne, cioè dalla pura pratica delle più eminenti virtù, rappresentate dalle montagne di Amari, di Sanir, di Hermon, che sono vicine al monte Libano. Per quanto tutto ciò possa apparirvi elevato, e nonostante lo sia effettivamente, si deve salire ancora più in alto e oltrepassare ogni cosa per entrare con me nel seno di mio Padre, e là riposarvi senza mediazione e attraverso la perdita di ogni mezzo: poiché l’unione immediata e centrale non si compie che al di sopra di tutto il creato. Ma venite anche dagli antri dei leoni e dai monti dei leopardi, perché sarà solamente attraverso le più crudeli persecuzioni degli uomini e dei demoni, come di altrettante bestie feroci, che voi potrete giungere a uno stato tanto divino. È tempo di elevarvi più che mai al di sopra di tutto questo, dato che siete vicina all’essere incoronata in qualità di mia Sposa.

9. Mi avete ferito il cuore, mia sorella, mia Sposa; mi avete ferito il cuore con uno sguardo dei vostri occhi, e con i capelli raccolti della vostra nuca.

Siete mia sorella, perché apparteniamo a uno stesso Padre; siete mia Sposa, perché vi ho già sposato e non resta che poco tempo perché il matrimonio sia consumato. Mia Sorella, mia Sposa. O parole troppo soavi per un’anima afflitta perché la bellezza che ama, e da cui è così teneramente amata, non si lascia possedere! Mi avete ferito il cuore, lui dice, mi avete ferito il cuore. Voi gli avete inferto una duplice ferita, o Sposa: una con uno sguardo dei vostri occhi, come se lui dicesse: ciò che mi ha rapito e mi ha attratto verso di voi è il fatto che tutte le vostre sventure, tutte le vostre disgrazie e i vostri più grandi dispiaceri, tutto questo non vi ha spinta a distogliere il vostro sguardo da me per contemplare voi stessa. Voi avete ignorato non solo le ferite che io vi facevo infliggere, ma anche quelle che io stesso vi infliggevo, come se esse non vi avessero affatto toccata, perché il vostro amore puro e retto, che vi teneva concentrata unicamente su di me, non vi permetteva di considerare voi stessa né i vostri interessi, ma soltanto di contemplare me con amore, come il vostro oggetto supremo. Ma ahimè!, dirà l’Amante afflitta, come avrei potuto guardarvi se non so dove siete? Ella non sa che il suo sguardo è divenuto così puro che, essendo sempre diretto e privo di riflessione, non conosce il proprio sguardo, e non si accorge che non smette di vedere. Inoltre, dal momento che non lo si può più vedere e che ci si dimentica di se stessi come di tutte le creature, è necessario che si guardi Dio; ed è su di lui che si sofferma lo sguardo interiore. L’altra ferita che voi mi avete inferto è, dice ancora lo Sposo, causata dall’unione dei vostri capelli bene intrecciati. Ciò indica abbastanza chiaramente che tutte le affezioni dell’Amante sono state riunite in Dio solo, e che ella ha perduto tutte le sue volontà in quella del suo Dio, in maniera tale che l’abbandono di tutta se stessa alla volontà di Dio attraverso la perdita di ogni volontà propria, e la dirittura con cui ella si applica a Dio senza più ritornare su se stessa sono le due frecce che hanno colpito il cuore del suo Sposo.

10. Come sono belli i vostri seni, Sorella mia, mia Sposa! Il vostro seno è più delizioso del vino, e l’odore dei vostri profumi supera tutti gli aromi.

Prevedendo tutte le conquiste che la Sposa gli procurerà, e quanto latte deve uscire dal suo seno per nutrire un numero incalcolabile di anime, lo Sposo è preso dall’ammirazione. Infatti si deve notare che quanto più la Sposa progredisce, tanto più i suoi seni divengono pieni, dato che lo Sposo glieli riempie sempre di più, il che gli fa dire: Come sono belli i vostri seni! Essi mi incantano e mi seducono. Sono più belli del vino, perché hanno vino e latte: vino per i forti, e latte per gli infanti. Gli odori coi quali voi attirate a me le anime sorpassano infinitamente tutti i profumi: in voi vi sarà un odore che le anime conosceranno solo quando saranno molto progredite, un odore che le attirerà e le farà correre dietro di voi per venire a me, ed esse mi saranno condotte da voi. Questo odore segreto stupirà quanti non saranno a conoscenza di simile mistero. Tuttavia la loro esperienza li costringerà a dire: non so cosa ci sia in voi che mi attira, è un odore straordinario a cui si resiste a stento, sebbene non si capisca cosa sia. Dev’essere l’unzione dello Spirito, che il solo Cristo del Signore può comunicare alle sue Spose.

11. Le vostre labbra, mia Sposa, sono come il favo da cui stilla il miele: il miele e il latte stanno sotto la vostra lingua, e l’odore delle vostre vesti è pari a quello dell’incenso.

Non appena l’Anima ha raggiunto la felicità di venire accolta per sempre nel suo Dio, ella diventa madre e nutrice. Le viene data la fecondità, viene posta nello stato della vita apostolica e da quel momento le sue labbra sono come un favo di miele che stilla di continuo a beneficio delle anime. Soltanto le sue labbra, non le sue parole; perché è lo Sposo a parlare per mezzo della sua Sposa, e le labbra di lei gli servono come organo per esprimere la sua parola divina. Il miele e il latte, le dice, sono sotto la lingua che io vi dò; sono io che metto questo miele e questo latte sotto la vostra lingua, e che attraverso di voi li distribuisco a beneficio delle anime, secondo il loro livello. La Sposa è tutta miele per coloro che bisogna conquistare con la dolcezza delle consolazioni; è tutta latte per le anime divenute semplici e infantili. L’odore delle vostre virtù e delle vostre buone opere che vi servono da vestiti, e a cui non siete più interessata da quando la proprietà ne è bandita, si spande dappertutto, come un incenso molto odoroso.

12. Un giardino chiuso è mia Sorella, mia Sposa: ella è un giardino ben chiuso, e una fontana sigillata.

Il santo Sposo si fa autore di un panegirico della sua Sposa solo per farci vedere quel che egli spera che noi diveniamo seguendo il suo esempio. Mia Sorella e mia Sposa, dice, è un giardino chiuso, al di fuori e al di dentro. Infatti, così come non vi è nulla dentro di lei che non sia completamente mio, nulla vi è neppure al di fuori, né in tutte le sue azioni, che non sia tutto per me. Ella non è proprietaria di alcuna azione, né di qualsiasi altra cosa; è chiusa da ogni parte, nulla è in lei per lei, né per alcuna creatura. Inoltre è una fontana, perché è unita intimamente a me che sono la fonte da cui lei deve riversare le acque per tutta la terra, ma che io tengo sigillata, di modo che mai ne uscirà una goccia se non per mio comando; e così le acque che lei distribuirà saranno molto pure e senza mescolanza, perché sgorgate dalla mia fonte.

13. I tuoi frutti somigliano a un giardino delizioso, pieno di melagrane e di ogni sorta di frutti oltre al cipro e al nardo.

La vostra fecondità sarà tale da somigliare a un giardino delizioso pieno di melagrane; poiché l’unione alla fonte vi renderà utile a tutto il mondo, lo spirito di Dio si comunicherà attraverso di voi in diversi luoghi, così come vediamo la melagrana, che rappresenta le anime unite in carità, comunicare il suo succo a tutti i grani che essa contiene. È vero che il significato principale di questo passo riguarda la Chiesa; ma sono inimmaginabili i frutti magnifici che un’anima perfettamente annullata può produrre a beneficio degli uomini, qualora si impegni ad aiutarli. In questo giardino vi sono frutti di ogni sorta, poiché ogni anima ha, insieme alle qualità che sono comuni alle altre, il suo carattere particolare: l’uno eccede in carità, ed è la melagrana, l’altro si distingue in dolcezza, ed è la mela, un altro si contraddistingue per la sofferenza e per l’odore del suo buon esempio, ed è il cipro; un altro spande la devozione, il raccoglimento e la pace, ed è il nardo; e tutti vengono soccorsi secondo i loro bisogni dalla Sposa annullata.

14. Il nardo, lo zafferano, lo zucchero, la cannella e tutti gli alberi del Libano, la mirra e l’aloe con tutti i profumi più squisiti.

Egli continua a descrivere le particolari caratteristiche delle anime, delle quali grazie a un puro effetto della sua bontà ha reso madre la sua Sposa; e nell’esporre le caratteristiche delle altre, le mostra al tempo stesso tutte racchiuse nella sua Amante come nel principio di comunicazione attraverso cui esse sono distribuite.

15. La fontana dei giardini, e i pozzi delle vive acque che con impeto discendono dal Libano.

La fontana dei giardini è lo Sposo stesso, che è la fonte delle grazie che fanno nascere, rinverdire, crescere e fruttificare le piante spirituali. La Sposa è come un pozzo in cui sono racchiuse le acque vive e vivificanti; e queste acque sgorgano dallo Sposo attraverso la Sposa, scendendo impetuose dall’altezza della divinità, rappresentata da quella del monte Libano, per inondare tutta la terra, cioè tutte le anime che vogliono entrare nel regno interiore, e sopportarne i tormenti nella speranza di raccoglierne i frutti.

16. Alzatevi, aquilone, venite, austro: soffiate nel mio giardino, così che i suoi profumi si spandano.

La Sposa invita lo Spirito Santo, lo Spirito di vita, a venire a soffiare in lei, di modo che il giardino così colmo di fiori e di frutti spanda il suo profumo per il vantaggio di molte anime. Inoltre, è lo Sposo a chiedere che la resurrezione della Sposa si compia presto, e che lei riprenda una nuova vita grazie al soffio di questo Spirito vivificante, quello che deve rianimare e far rivivere l’Anima annullata, affinché il matrimonio sia perfettamente consumato.

Capitolo V

1. Che il mio Amato venga nel suo giardino per mangiare il frutto dei suoi alberi di melo. Sono venuto nel mio giardino, mia Sorella, mia Sposa: ho raccolto la mia mirra con i miei profumi, ho mangiato il mio favo di miele e ho bevuto il mio vino con il mio latte; mangiate amici miei, bevete e inebriatevi, miei cari.

La Sposa, che, come il suo Amato le ha detto, è un bel giardino sempre pieno di fiori e di frutti, lo prega insistentemente di venirvi per gioire delle sue delizie e mangiare dei suoi frutti, come se dicesse: io desidero bellezza e fecondità solamente per voi, venite dunque nel vostro giardino a possedervi ogni cosa, a mangiarla e a servirvene a vantaggio delle anime elette, altrimenti io non ne voglio. L’Amato acconsente a ciò che la sua Sposa desidera, vuole sì mangiare di tutto, ma vuole che la Sposa sia presente e che sia testimone che lui si è nutrito per primo di ciò che vuole far mangiare ai suoi amici. Ho raccolto, dice, la mia mirra; ma è per voi, o mia Sposa, perché è il vostro piatto, che è solo di amarezze, dato che in questa vita mortale c’è sempre da soffrire. Tuttavia la mirra non è mai sola, è sempre accompagnata da profumi molto gradevoli. Il profumo è per lo Sposo, e la mirra amara è per la Sposa. In quanto a me, dice lo Sposo, io ho mangiato tutto ciò che c’era di dolce, ho bevuto il vino e il latte, mi sono nutrito della dolcezza della vostra carità. Felice com’è della generosità della sua Sposa, egli invita tutti i suoi amici e i suoi figli a venire a nutrirsi e a dissetarsi presso di lei, che è un giardino pieno di frutti, e innaffiato di latte e di miele. Un’anima di tale forza ha di che provvedere ai bisogni spirituali di ogni genere di persona, e può dare ottimi consigli a chiunque le si rivolga.

Questo si può benissimo dire anche della Chiesa, che invita Gesù Cristo a venire a mangiare il frutto dei suoi alberi di melo, il che non significa altro che raccogliere il frutto dei suoi meriti grazie alla santificazione dei suoi predestinati, come lui farà nel suo secondo avvento. Lo Sposo risponde alla sua Sposa carissima che è venuto nel suo giardino, quando si è incarnato; che ha raccolto la sua mirra con i suoi profumi, allorquando ha sofferto le mortificazioni della sua passione, che era accompagnata da infiniti meriti, e il cui odore saliva sino a Dio suo padre. Egli aggiunge: ho mangiato il mio favo di miele, il che si intende delle sue azioni e della sua dottrina: infatti praticava ciò che annunziava, e non ordinava nulla a noi che lui non avesse per primo messo in pratica, facendoci meritare attraverso queste stesse cose da lui praticate la grazia di quanto egli esige da noi. Cosicché la vita di Gesù Cristo era come un favo di miele, il cui ordine divino, al pari della dolcezza, era il suo nutrimento e la sua felicità, alla vista della gloria che suo padre ne riceveva, e dell’utilità che ne traevano gli uomini. Ho bevuto il mio vino e il mio latte. Qual è questo vino che voi avete bevuto, o divino Salvatore, e di cui vi inebriaste a tal punto da dimenticarvi di voi stesso? Questo vino fu l’amore eccessivo che egli aveva per gli uomini, che gli fece dimenticare di essere Dio, per pensare unicamente alla loro salvezza. Ne fu inebriato a tal punto che di lui è detto, da un Profeta, che verrà saziato di obbrobri, tanto grande era la sua carità. Lui bevve il suo vino e il suo latte quando bevve il proprio sangue durante la Cena, che sotto l’apparenza del vino era un latte verginale. Questo latte fu anche il riversarsi della divinità di Gesù Cristo sulla sua umanità. Il Divino Salvatore invita tutti i suoi Eletti che desiderano nutrirsi come lui di sofferenze, di obbrobri e di ignominie, dell’amore dei suoi esempi e della sua pura dottrina che sarà per loro un vino e un latte delizioso, un vino che darà loro forza e coraggio per fare ciò che è loro comandato, e del latte che li incanterà con la dolcezza della dottrina che viene loro insegnata. Noi siamo dunque tutti invitati ad ascoltare e a imitare Gesù Cristo.

2. Io dormo, e il mio cuore veglia; odo la voce del mio Amato che bussa: apritemi, mia Sorella, mia Sposa, mia Colomba, mia bella e immacolata: perché il mio capo è tutto pieno di rugiada, e i miei capelli attorcigliati sono bagnati delle gocce della notte.

L’Anima attenta al suo Dio sperimenta che, sebbene il suo esteriore sembri morto, inebetito e inerte come un corpo addormentato, tuttavia il suo cuore ha sempre un vigore segreto e sconosciuto, che lo tiene unito a Dio. Inoltre le anime molto progredite sperimentano spesso una cosa sorprendente, cioè che di notte esse sono in uno stato di dormiveglia e Dio, a quanto pare, agisce in loro più durante la notte e nel sonno che durante il giorno. In questo sonno l’Anima ode distintamente la voce del suo Amato che viene a bussare alla porta. Egli vuole farsi udire, e le dice: Apritemi, mia Sorella, io vengo a voi, mia Amata, che ho scelto al di sopra di tutte per farne la mia Sposa, la mia colomba nella semplicità, mia perfetta, mia bella e immacolata. Osservate che il mio capo è intriso e ancora sporco di quel che io ho sofferto per voi durante la notte della mia vita mortale, e che per amor vostro ho asciugato le gocce della notte della più crudele persecuzione. Così giungo dunque a voi, per rendervi partecipe dei miei obbrobri, delle mie ignominie e delle mie angosce; sino a ora voi avete partecipato all’amarezza della mia croce, ma non alla sua ignominia e alla sua angoscia. L’una cosa è molto diversa dall’altra, e voi state per farne un’esperienza terribile.

3. Mi sono spogliata, come mi rivestirò? Ho lavato i miei piedi, come li sporcherò?

Nel vedere che lo Sposo parla di renderla partecipe delle sue ignominie, la Sposa teme molto; quanto ella è stata coraggiosa e intrepida nell’accettare la croce, tanto ha paura dell’abiezione di cui è minacciata. Molti desiderano portare la croce, ma non c’è quasi nessuno che voglia sopportarne l’infamia. Nel momento in cui a quest’Anima viene proposta l’ignominia, essa apprende due cose: la prima di essere rivestita di ciò di cui è stata spogliata, cioè di se stessa e dei suoi naturali difetti, l’altra di sporcarsi nelle affezioni delle creature. Io mi sono spogliata, dice, di me stessa, dei miei difetti, e di ciò che in me c’era di Adamo peccatore: come potrò mai rivestirmene? E tuttavia mi pare che non vi sia altro che mi possa arrecare abiezione e angoscia. Perché, per quanto riguarda gli affronti che mi giungeranno da parte delle creature senza che io li abbia provocati per mia colpa, io li renderò un piacere e una gloria, nella speranza che ciò glorifichi il mio Dio, e mi renda ancor più bella ai suoi occhi. Io ho lavato e purificato i miei sentimenti in maniera tale che non vi è nulla in me che non appartenga interamente al mio Amato: come li sporcherò ancora attraverso il commercio con le creature? O povera cieca, di cosa vi giustificate? Lo Sposo intendeva solamente mettere alla prova la vostra fedeltà, e vedere se voi siete pronta a tutte le sue volontà (Is 53). Egli è stato giudicato colpevole, è stato coperto di disprezzo, riempito di offese, e annoverato tra gli scellerati, lui che era l’innocenza stessa; e voi che siete criminale, voi non sapreste sopportare di essere giudicata tale! Ah, come sarete punita della vostra resistenza!

4. Il mio Amato ha avvicinato la sua mano da uno spiraglio della porta, e le mie viscere hanno tremato a questo solo contatto.

Malgrado le resistenze della sua Sposa, l’Amato spinge la mano attraverso un piccolo pertugio che gli è ancora aperto, che rappresenta un residuo di abbandono, nonostante la ripugnanza che l’Anima prova ad abbandonarsi con tanto trasporto. Un’Anima di tale livello ha un fondo di sottomissione a tutte le volontà di Dio tale che non vorrebbe rifiutargli nulla; ma quando Dio manifesta le sue volontà particolari e, avvalendosi dei diritti che ha acquisito su di lei, le domanda le ultime rinunce e i sacrifici più estremi, ah, è allora che tutte le sue viscere sono scosse, e che ella trova molta pena là dove non credeva di provarne più: e la pena deriva dal fatto che ella era attaccata a qualcosa senza conoscerlo. A questo contatto, tutta la natura freme; perché è un contatto doloroso, ed è il dolore più sensibile dell’Anima, lo stesso che provava il più paziente degli uomini, che, dopo avere sofferto mali inconcepibili senza lamentarsi, non poté trattenersi dal gridare al contatto della mano di Dio: Ah, di grazia, amici miei, dimenticate tutti gli altri miei torti che tanto vi fanno orrore! Abbiate solamente pietà di me per una cosa, che la mano di Dio mi ha toccato (Gb 19,21)! Allo stesso modo la Sposa si sente fremere tutta a questo contatto. Sposo divino, quanto siete geloso che la vostra Amante faccia tutto quello che volete se una semplice scusa, che pareva tanto giusta, vi offende a tal punto? Non potevate impedire a una Sposa così cara e fedele di opporvi questa resistenza? Ma essa era necessaria per il suo compimento. Lo Sposo permette questa colpa nella sua Sposa allo scopo di punirla, e al tempo stesso di purificarla dall’attaccamento che lei aveva alla propria purezza e innocenza, e dalla ripugnanza ch’ella sentiva nello spogliarsi della propria giustizia; perché, anche se sapeva bene che la sua giustizia appartiene al suo Sposo, tuttavia vi portava un attaccamento, e se ne attribuiva una parte.

5. Mi sono alzata per aprire al mio Amato: la mirra è stillata dalle mie mani, e le mie dita si sono trovate piene di mirra purissima.

Appena riconosciuta la propria colpa, l’Anima se ne pente e si risolleva grazie a un rinnovato abbandono e a un accresciuto sacrificio. Ma questo non avviene senza dolore e amarezza: la parte inferiore e tutta la natura sono presi da tristezza e timore, le sue stesse azioni ne sono rese più penose e più amare, e dell’amarezza più grande che lei avesse mai provato.

6. Ho tolto il chiavistello alla mia porta per aprire al mio Amato, ma lui si era già allontanato ed era passato oltre. La mia anima si è sciolta non appena lui ha parlato: io l’ho cercato e non l’ho trovato, l’ho chiamato e non mi ha risposto.

È come se l’Anima dicesse: io ho tolto la barriera che impediva sia la mia totale perdita, sia la consumazione del mio matrimonio, perché il matrimonio divino non può essere consumato se non è sopravvenuta la perdita totale. Io ho dunque tolto questa barriera, grazie all’abbandono più coraggioso, e al sacrificio più puro che mai sia stato. Ho aperto al mio Amato credendo che sarebbe entrato e avrebbe guarito il dolore che mi aveva causato con il suo contatto; ma, ahimè, il colpo sarebbe troppo dolce se lui vi ponesse rimedio così presto! Lui si nasconde, fugge, passa oltre, lascia all’Amante afflitta solamente la ferita che le ha inferto, la pena della sua colpa, l’impurità che essa crede di avere contratto nel levarsi. Tuttavia la bontà dello Sposo è tanto grande che, sebbene egli si nasconda, non dimentica di elargire numerose grazie ai suoi amici, e tanto più grandi quanto più le privazioni sono lunghe e dure; come fece con la sua Sposa, la quale si trovò in una nuova disposizione che fu per lei assai vantaggiosa, sebbene non la riconoscesse come tale. E che la sua Anima si sciolse e si liquefece non appena il suo Amato ebbe parlato, e che mediante tale liquefazione perse le sue caratteristiche dure e ristrette che impedivano la consumazione del matrimonio spirituale, in maniera tale che essa fu del tutto pronta a fluire nella sua origine. Ho cercato il mio Amato, e non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma lui non ha più voce per me. O dolore inconcepibile!

7. Le guardie che fanno la ronda per la città mi hanno incontrata, mi hanno picchiata e ferita; le guardie delle mura mi hanno tolto il mantello.

Sposa sfortunata! Mai vi era accaduto nulla di simile, perché sino a ora il vostro Sposo vi proteggeva: vi siete riposata al sicuro accanto a lui, eravate al sicuro tra le sue braccia, ma, dopo che lui si è allontanato a causa della vostra colpa, ah, che cosa vi è accaduto! Voi credete aver molto sofferto per le tante prove a cui egli già aveva sottoposto la vostra fedeltà; tuttavia esse erano poca cosa a confronto di ciò che vi resta da soffrire. Quanto avete sofferto con lui non erano che parvenze di dolori, e non dovevate attendervi meno: credete di sposare un Dio lacerato di ferite, trafitto di chiodi e spogliato di tutto senza essere trattata nello stesso modo? L’Anima si trova percossa e ferita da tutti quelli che sorvegliano la città; quanti sino a ora non avevano osato attaccarla e tuttavia la sorvegliavano di continuo, ora se la spassano a batteria. Chi sono queste guardie? Sono i ministri della Giustizia di Dio: essi la feriscono e le tolgono il mantello tanto prezioso della sua propria giustizia. O Sposa disgraziata, che farete in uno stato così pietoso? Lo Sposo non vorrà più saperne di voi dopo una così triste disavventura, che porta con sé l’infamia di essere stata maltrattata dai soldati e coperta di ferite sino ad avere lasciato in mano loro il vostro mantello, sebbene fosse il vostro principale ornamento. Se continuate ancora a cercare il vostro Amato, diranno che siete pazza a presentarvi a lui in questo stato, e d’altra parte, se smettete di cercarlo, morrete di languore: il vostro stato è indubbiamente deplorevole.

8. Io vi scongiuro, o figlie di Gerusalemme, nel caso che incontraste il mio Amato, di dirgli che io languo d’amore.

Il vero amore non ha occhi per guardare se stesso. L’Amante afflitta dimentica le sue ferite, sebbene sanguinino ancora; non si ricorda più della sua perdita, non ne parla neppure; pensa solo a colui che ama, e lo cerca con tanta più forza quanto più trova ostacoli al suo possesso. Si rivolge alle Anime interiori e dice loro: o voi cui il mio Amato di certo si mostrerà, io vi imploro in suo nome di dirgli che io languo d’amore per lui. Che dite, o la più bella tra le donne, non volete che gli si parli piuttosto delle vostre ferite e che gli si racconti quel che avete sofferto mentre lo cercavate? No, no, risponde quest’Anima generosa, io sono sin troppo ricompensata dei miei dolori, perché li ho sofferti per lui e li preferisco ai più grandi beni: dite una cosa sola al mio Amato, che io languo d’amore per lui. La piaga che il suo amore ha inciso nel mio cuore è così viva che io sono insensibile a tutti i dolori esteriori; oso anzi dire che essi mi sono di conforto, a paragone di quella.

9. Chi è il vostro Amato degno di essere preferito a ogni altro, o la più bella tra le donne? Chi è il vostro Amato degno di essere preferito a ogni altro, per il quale voi tanto ci implorate?

Le figlie di Gerusalemme non mancano di chiamare l’Amante la più bella tra le donne, perché le sue piaghe più dolorose sono nascoste, e quelle che appaiono danno persino lustro alla sua bellezza. Esse sono stupefatte di vedere un amore così intenso, così costante e così fedele in mezzo a tante traversie. Domandano: Chi è l’Amato? Per dominare a tal punto la sua Amante, dicono, deve essere di un valore senza pari; perché nonostante queste fanciulle siano spirituali, esse non sono ancora nella condizione di comprendere un cammino così intenso e così nudo. Se la Sposa avesse pensato a se stessa avrebbe detto: Non chiamatemi bella (Rut 1,20), avrebbe usato una qualche parola di umiltà. Ma ella è incapace di tutto questo, ha un’unica occupazione: la ricerca del suo Amato. Può parlare solo di lui, può pensare solamente a lui, e, seppure si vedesse precipitata nell’abisso, non vi presterebbe attenzione. Quanto aveva appena fatto per il timore di sporcarsi le è costato troppo, poiché le ha causato l’assenza del suo Sposo: di modo che, istruita dalla sua disgrazia, non può più guardarsi, e quand’anche fosse tanto orrenda quanto è bella, non potrebbe pensarci.

10. Il mio Amato è bianco e vermiglio, scelto tra mille.

Il mio Amato, dice l’Amante, è bianco grazie alla sua purezza, alla sua innocenza e alla sua semplicità. È vermiglio per la sua carità, e perché ha voluto essere imporporato e tinto del proprio sangue. È bianco per il suo candore; è vermiglio a causa del fuoco del suo amore. Il mio Amato è scelto tra mille, cioè tra tutti. Io l’ho scelto e preferito a ogni altro. Suo padre lo ha scelto tra tutti i figli degli uomini, come suo figlio unico e prediletto (Mt 3,17), dal quale trae le sue gioie. Infine se voi volete sapere, o giovani cuori, chi è che io amo tanto appassionatamente, egli è colui la cui beltà è superiore a quella di tutti i figli degli uomini (Sal 44 [45],3), perché la grazia è diffusa sulle sue labbra (Sap 7,16). Egli è lo splendore della luce eterna, lo specchio immacolato della gloria di Dio, e l’immagine della sua bontà. Giudicate voi se io ho motivo di accordargli l’assoluto privilegio del mio amore.

11. Il suo capo è un oro purissimo. I suoi capelli somigliano a rami di palma, e sono neri come un corvo.

Con i capelli che ricoprono il capo si deve intendere l’umanità santa, che copre e nasconde la Divinità. Questi stessi capelli, o questa umanità stesa sulla croce, assomiglia ai rami di palma, perché è là che morendo per gli uomini essa conquistò la vittoria sui loro nemici e fece loro meritare i frutti della redenzione che ci erano stati promessi con la sua morte: allora la gemma della palma si schiuse, perché la Chiesa nacque dal cuore del suo adorabile Sposo. Là l’umanità degna di essere adorata pare nera come un corvo, perché, nonostante il candore e la purezza siano impareggiabili, essa sembra non solo coperta di ferite, ma anche sovraccarica dei peccati e dell’indegnità di tutti gli uomini. Quanto era nero Gesù Cristo quando sembrò un verme e non un uomo (Sal 21 [22],7), l’obbrobrio degli uomini e l’onta del popolo? Tuttavia tale nerezza non mancò di rivelare la propria bellezza, perché lui se ne era fatto carico solo per discolparne il mondo intero.

12. I suoi occhi sono come le colombe che stanno vicino ai brevi ruscelli, bianche come fossero state lavate nel latte, e che si tengono al bordo delle acque più copiose.

Ella continua a rivelare le perfezioni del suo Sposo: tutte le sue ricchezze e le sue grandi qualità fanno la felicità dell’Amante in mezzo alle sue miserie. I suoi occhi, lei dice, sono tanto puri, casti e semplici, le sue conoscenze sono tanto purificate da ogni cosa materiale da essere simili a colombe: non colombe di una bellezza ordinaria, ma colombe lavate nel latte della grazia divina, che, essendo stata data abbondantemente a lui, gli ha comunicato tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio (Col 2,3). Egli sta presso i brevi ruscelli, nelle Anime bambine che, seppure poco progredite, non mancano di piacergli per la loro piccolezza, soprattutto da quando hanno appreso a farne uso. Ma la sua fissa dimora è presso queste Anime abbandonate, presso queste acque rapide e impetuose che non si arrestano per nulla al mondo, e che quando si oppone loro il minimo ostacolo si gonfiano con maggior forza, e scorrono ancora più impetuose.

13. Le sue guance sono come aiuole di aromi piantate dai profumieri. Le sue labbra somigliano ai fiori di giglio, stillanti una mirra purissima.

Le guance dello Sposo rappresentano le due parti della sua Anima, la superiore e l’inferiore, poste in un ordine così perfetto che nulla si può di più, e che producono un aroma straordinario. E come le guance sono unite alla testa, così quest’Anima nobile e bella è unita alla Divinità. Le aiuole piene di piante aromatiche significano le potenze e i sensi interiori della sua Umanità santa, tutti perfettamente ordinati. A sceglierle e disporle così bene è stato certo un abile profumiere, perché è lo Spirito Santo che ha dato un ordine così bello a tutto l’interiore e l’esteriore di Gesù Cristo. Le sue labbra sono giustamente paragonate ai gigli: ma si tratta di gigli rossi, che sono frequenti in Siria, e di rara bellezza. Quali labbra possono essere più vermiglie, più odorose e più belle di quelle che diffondono le parole di Spirito e di vita, e la scienza della vita eterna? Da queste stesse labbra si effonde una mirra purissima: perché la dottrina di Gesù Cristo conduce alla penitenza, alla mortificazione delle passioni e alla rinuncia continua.

14. Le sue mani sono tutte d’oro, tornite e ornate di giacinti. Il suo ventre è d’avorio, e cosparso di zaffiri.

Le sue mani significano le operazioni interiori ed esteriori: le interiori sono tutte d’oro perché si applicano unicamente a rendere a Dio suo Padre tutto ciò che egli riceve da lui. Inoltre sono tornite per indicare il fatto che lui non riceve nulla da suo Padre che non gli renda, e che nulla trattiene: perché è sommamente fedele nel rimettere il suo regno nelle mani di Dio e del Padre suo (1Cor 15,24). Ancora, le mani sono ornate di giacinti: perché ciascuna delle sue operazioni interiori si distingue per il grado più eminente della virtù a cui esse appartengono, in particolare quella della religione verso suo Padre e della misericordia nei confronti degli uomini. Le sue operazioni esteriori sono tutte distributive, generose e a favore degli uomini. Le sue mani sono tornite: non possono trattenere nulla, e sono colme delle grazie e delle misericordie più esclusive che egli incessantemente comunica e distribuisce alle sue infelici creature. La sua Umanità, rappresentata dal suo ventre, viene paragonata all’avorio, perché nulla vi è in essa che non sia estremamente puro e stabile, in quanto tutto vi sta unito a Dio, e basato sulla Divinità. Essa è inoltre ornata e abbellita di tutte le perfezioni possibili, che brillano in lei come altrettante pietre preziose.

15. Le sue gambe sono come colonne di marmo poggiate su basamenti d’oro. La sua bellezza eguaglia quella del Libano; egli è eccellente come i cedri.

Tutta la parte inferiore del corpo, di cui qui si parla con il nome di gambe e di piedi che le sostengono, sta a significare particolarmente la carne del Salvatore, e, data la sua incorruttibilità, essa è bene indicata dal marmo. Infatti, sebbene per alcune ore abbia ceduto alla morte, tuttavia stando poggiata su una base d’oro, cioè unita ipostaticamente alla Divinità, non è stata ridotta alla corruzione (At 2,3): e tutto questo sacro Santuario sostenuto dal verbo di Dio, che gli dona la sua incorruttibilità, durerà in eterno. La sua bellezza è immensa, e tanto grande da eguagliare quella del monte Libano, che è molto esteso e sommamente fertile; perché su di esso sono piantati tutti i cedri, che rappresentano i Santi. Ma sebbene tutti i Santi siano piantati in Gesù Cristo, tuttavia egli è eletto come loro in quanto uomo, essendo il primo predestinato; ed è eletto per tutti gli uomini, perché non vi è eletto che non sia eletto in lui e da lui; è lui ad avere meritato la loro elezione, poiché tutti sono stati predestinati per essere conformi alla gloria di Gesù Cristo, affinché egli sia il primogenito di molti fratelli (Rm 8,29).

16. La sua gola è dolcissima; in una parola egli è tutto desiderabile. Tale è il mio Amato, ed è lui ch’io amo, o figlie di Gerusalemme.

Vi sono soggetti mediocri dei quali le lodi comuni esprimono a sufficienza i pregi, ma ve ne sono di talmente al di sopra delle parole che non è possibile lodarli in modo degno, se non ammettendo che essi sono al di sopra di ogni lode. Tale è lo Sposo divino, che per l’eccesso delle sue perfezioni rende la Sposa muta, proprio quando lei si sforza di lodarlo con maggiore intensità, così da attirare a lui i cuori e gli spiriti. La sua passione fa sì che lei si lanci in alcune delle lodi che più giudicava adatte al suo Sposo; ma come se, ripresasi dall’impeto del suo amore, provasse vergogna di aver voluto esprimere un merito che è inspiegabile, ella si condanna a un improvviso silenzio che sembra seminare il disordine nel discorso fatto sia per sfogare la sua passione che per spingere le sue compagne ad amare colui del quale è tanto piena di passione. E il suo silenzio è preceduto da queste due sole parole: La sua gola è dolcissima. Dato che la gola serve a produrre la voce, attraverso essa lei mostra che egli è l’espressione della Divinità, e che per questo, come Dio, è al di sopra di tutti gli attributi e di tutte le qualità: se gliene si accorda qualcuna, è per adeguarsi alla debolezza della creatura che non può spiegarsi in altro modo. Poi, abbandonandosi ancora al proprio trasporto, aggiunge: in una parola egli è tutto desiderabile. Come se dicesse: o mie compagne, non credetemi per ciò che vi ho detto del mio Amato, ma desiderate di giudicarne grazie alla vostra esperienza; gustate quanto lui è dolce, e poi sarete in grado di comprendere la giustizia e la forza del mio amore. Inoltre, lui è desiderabile non solo in quanto rappresenta il desiderio delle colline eterne (Gn 49,26), e colui che le Nazioni desideravano (Ag 2,22), ma anche perché ciò a cui noi dobbiamo aspirare è di partecipare alle sue grandezze secondo la nostra debolezza, perché egli può essere imitato da tutti, seppure non in tutta la sua perfezione. O figlie di Gerusalemme, quello ch’io amo, che cerco e per cui sono tanto appassionata, è colui che possiede tutte queste rare qualità, e infinitamente più di quanto io non saprei descrivere. Giudicate voi se non ho ragione di amarlo.

17. Dov’è andato il vostro Amato, o la più bella tra le donne? Diteci dove si è allontanato il vostro Amato, e noi lo cercheremo con voi.

Nel suo abbandono e nel suo dolore, l’Anima diviene una grande missionaria; con tale eloquenza predica le perfezioni di colui che ama, le sue dolcezze e le sue infinite qualità degne di amore, da invogliare le sue compagne a cercarlo con lei e a conoscerlo. O amore vittorioso! Quando voi più fuggite, è allora che fate maggiori conquiste! E quest’Anima, che è come un torrente impetuoso a causa del suo violento amore, trascina con sé tutto quello che incontra. Oh, chi non avrebbe voglia di vedere e di cercare un Amante tanto desiderabile? Giovani cuori che vi disperdete così inutilmente nei divertimenti delle creature, perché non vi impegnate in questa ricerca? Ah, voi sareste infinitamente felici!

Capitolo VI

1. Il mio Amato è sceso nel suo giardino, sino alle aiuole di piante aromatiche, per pascolare in questi luoghi di delizie e cogliervi dei gigli.

O Amante fortunata, dopo avere tanto cercato il vostro Amato, ne avete infine notizia! Avete tanto detto che lo tenevate così bene che non lo avreste più lasciato andare, e invece lo avete lasciato andare più lontano che mai. Ahimè, ella dice, io ero una temeraria, non consideravo che non dipende da me il trattenerlo ma che sta a lui di concedersi e ritrarsi come più gli aggrada; che io non devo volere altro che la sua volontà, ed essere indifferente al suo andare e venire. Confesso che il mio amore era interessato, sebbene non lo riconoscessi; io preferivo al suo proprio piacere il piacere che avevo nell’amarlo, nel vederlo e nel possederlo. Ah, s’io fossi abbastanza fortunata da rivederlo, non mi comporterei più così, lo lascerei andare e venire a suo piacimento, e sarebbe il modo per non perderlo più. Tuttavia so che è disceso nel suo giardino, l’Amato, è nella mia Anima, ma a tal punto vi sta per lui stesso che io non voglio più avervi parte. Sta nel più profondo centro, nella parte suprema dove si trova quanto vi è di più profumato. È qui il luogo in cui Dio abita, qui la fonte e la sede di tutte le virtù. Lui vi giunge per nutrirsi di tutto quanto è suo: perché non c’è più nulla di mio, né per me. Gode i suoi piaceri innocenti in questo giardino che lui stesso ha piantato, coltivato e fatto fruttificare grazie al suo calore vivificante. Che colga dunque i suoi gigli, che tutta la purezza sia per lui, che lui ne tragga tutto il piacere e il beneficio.

2. Io sono del mio Amato, e il mio Amato è mio. Egli pascola tra i gigli.

Nel momento in cui l’Anima è interamente disappropriata è davvero pronta per essere ricevuta nel letto nuziale dello Sposo; dove appena introdotta ‑ assaporando le gioie sacre e caste del bacio della bocca che aveva desiderato in principio, e che ora possiede grazie all’unione essenziale di cui è stata appena gratificata ‑ non può fare a meno di esprimere la propria felicità con queste parole: Io sono tutta del mio Amato, e il mio Amato è tutto mio. O privilegio inspiegabile! Io non posso dire altro, se non che sono tutta senza riserve del mio Amato e che lo possiedo senza ostacolo, senza impedimento né limitazione. O Sposa degna dell’invidia degli Angeli! Voi avete infine trovato il vostro Amato, e sebbene non siate più così temeraria da dire che lo tratterrete e non lo lascerete più andare, tuttavia lo possedete in maniera più certa che mai. Lo avete per non perderlo più: chi non si feliciterebbe con voi di un privilegio così grande? Tanto intensamente appartenete al vostro Amato che nulla vi impedisce di perdervi in lui; da quando siete stata totalmente fusa dal calore del suo amore, siete stata preparata a fluire in lui come nel vostro fine. Ah, dice questa Sposa incomparabile, se io sono tutta del mio Sposo, anche lui è tutto mio! Perché di nuovo io sperimento le sue misericordie; egli si dà a me in maniera tanto ineffabile quanto nuova, ricompensa il mio dolore con le carezze più tenere, si nutre tra i gigli della mia purezza; quelli dell’anima, che gli piacciono molto più di quelli della carne, rappresentano la disappropriazione generale: un’anima senza proprietà è un’anima vergine; quelli del corpo, invece, sono l’integrità dei sensi.

3. Voi siete bella, mia Amata, e davvero deliziosa, soave come Gerusalemme, terribile come un’armata schierata in battaglia.

Avendo trovato la sua Sposa completamente disappropriata, fusa e pronta per la consumazione del matrimonio e per essere ricevuta in lui in maniera permanente e durevole, lo Sposo ammira la bellezza di quest’Anima: le dice che è bella e deliziosa, perché scorge in lei una certa dolcezza e una grazia che si avvicina al divino. Voi siete, lui dice, soave come Gerusalemme, per il fatto che, da quando avete perduto tutto quanto era vostro per offrirlo interamente a me, siete ornata e abbellita di tutto ciò che è mio e partecipate a tutto quello ch’io possiedo. Vi giudico perfettamente adatta a essere la mia dimora, così come io desidero essere la vostra: voi sarete in me e io sarò in voi. Ma se avete tanta grazia e tanta dolcezza per me, voi siete invece terribile per il demonio e il peccato, come un’armata schierata in battaglia. E senza combattere mettete in fuga tutti i vostri nemici, perché essi vi temono tanto quanto me, da quando siete diventata uno stesso spirito con Dio (1Cor 7, 40), mediante la perdita di voi stessa in me. O povere Anime che combattete tutta la vostra vita e non ne riportate altro che ben piccole vittorie, nonostante vi costino molte ferite; se vi offriste a Dio totalmente, e vi abbandonaste a lui, voi sareste più temibili e più terribili di un’infinità di uomini armati per combattere, e già schierati in battaglia.

4. Distogliete gli occhi da me, perché mi hanno fatto fuggire. I vostri capelli sono come un gregge di capre apparse da Galaad.

Inconcepibile è la delicatezza dell’amore di Dio e la purezza estrema ch’egli domanda alle Anime che sono sue Spose, la quale determina la perfezione di uno stato e l’imperfezione di un altro. In passato lo Sposo si rallegrava infinitamente del fatto che la sua Sposa non distogliesse mai lo sguardo da lui, e ora non vuole che lei lo guardi, dice che gli sguardi della Sposa lo fanno fuggire. Ma, ecco, dal momento in cui l’Anima incomincia a tornare al suo Dio, come un fiume alla sua sorgente, essa deve essere completamente persa e sprofondata in lui. Occorre anche che allora lei perda la visione consapevole di Dio e ogni conoscenza distinta, per debole che sia. Dove non c’è più divisione né distinzione, non c’è più visione né discernimento ma una perfetta mescolanza: di modo che in questo stato la creatura non potrebbe guardare Dio senza vedere se stessa, e percepire nello stesso tempo le operazioni del suo amore. Ora, è necessario che tutto ciò sia nascosto e sottratto alla sua vista, e che come un Serafino ella abbia gli occhi bendati per non vedere mai più nulla in questa vita; con ciò si intende non desiderare di vedere nulla e non cercare per se stessa alcuna scoperta, cosa che l’Anima non può fare senza infedeltà; ma questo non impedisce che Dio le faccia scoprire e comprendere ciò che gli piace. Solo il cuore resta indifeso, perché non può amare troppo.

Quando parlo di distinzione, non mi riferisco alla distinzione di qualche perfezione divina in Dio; questa infatti è perduta da molto tempo, dato che dai primi annullamenti l’Anima ha solamente una visione di fede confusa e generica di Dio in sé, senza distinzione di attributi né di perfezioni; e sebbene l’Amante abbia parlato dei pregi e delle qualità supreme del suo Amato, ella lo ha fatto solo per conquistare le Anime, senza che avesse bisogno per sé di alcuna di queste visioni distinte; inoltre lui le è offerto a seconda del bisogno di parlarne o di scriverne. La distinzione di cui intendo parlare è di Dio e dell’Anima: qui l’Anima non deve e non può più fare distinzione tra Dio e se stessa. Dio è lei, e lei è Dio, dopo che grazie alla consumazione del matrimonio essa è tornata in Dio, e si trova persa in lui, senza potersi distinguere, né ritrovare. L’autentica consumazione del matrimonio opera la mescolanza dell’anima con il suo Dio, tanto profonda e intima che l’Anima non può più distinguersi né vedersi, ed è tale mescolanza che divinizza, per così dire, le azioni di questa creatura, giunta a uno stadio tanto elevato e sublime quanto lui: perché esse dipendono da un principio assolutamente divino, a causa dell’unità che si è appena stabilita tra Dio e quest’Anima fusa e tornata in lui; infatti Dio diventa il principio delle azioni e delle parole dell’Anima, nonostante sia lei a compierle e a pronunciarle all’esterno.

Il matrimonio dei corpi attraverso cui due persone sono una sola carne (Gn 2,24) è solamente una debole figura di quello in cui, nei termini di san Paolo, Dio e l’Anima sono ormai un solo spirito (1Cor 6,17). Ci si preoccupa tanto di sapere in quale momento si compie il matrimonio spirituale, ma lo si evince facilmente da quanto è stato detto. Il fidanzamento o le reciproche promesse si hanno nell’unione delle potenze, quando l’Anima si dà tutta al suo Dio e il suo Dio si dà tutto a lei, con il proposito di ammetterla alla sua unione; si tratta in quel caso di un accordo e di una promessa reciproca. Ma, ahimè, quanto cammino vi è ancora da fare, e quanto ancora si deve soffrire, prima che questa unione tanto desiderata venga concessa e consumata! Il matrimonio si compie allorquando l’Anima si trova morta e spirata tra le braccia dello Sposo, che nel vederla più pronta la accoglie nella sua unione. Ma la consumazione del matrimonio si ha solo quando l’Anima è a tal punto mescolata, annullata e disappropriata da potere senza limitazioni fluire tutta nel suo Dio. Allora si compie la meravigliosa mescolanza della creatura con il suo creatore, che li riduce per così dire all’unità seppure con una sproporzione infinita, pari a quella di una goccia d’acqua rispetto al mare; perché, anche se è divenuta mare, essa rimane nonostante questo sempre una piccola gocciolina, sebbene sia proporzionata all’intero mare in qualità di acqua, e sia atta a essere mescolata e a costituire con esso solo un unico mare.

Se alcuni Santi o alcuni Autori hanno posto tale matrimonio divino in stati meno avanzati di quello che io descrivo, è perché essi prendevano il fidanzamento per il matrimonio, e il matrimonio per la sua consumazione; e perché, parlando con libertà di spirito, non distinguevano sempre con esattezza i gradi, di modo che spesso l’unione divina viene attribuita a stati che sono solamente i primi del cammino interiore. Tutte le Anime che hanno ricevuto il privilegio del fidanzamento si credono Spose, tanto più in quanto 1o stesso Sposo le chiama con questo nome, come si è visto in questo Cantico. Solo l’esperienza e la luce divina possono far conoscere simile differenza.

Lo Sposo paragona inoltre i pensieri della sua Sposa, rappresentati dai suoi capelli, a delle capre che sono apparse, e non a delle capre che abbiano fatto sosta: perché lo spirito di questi esseri consumati è così puro e spoglio di tutti i pensieri che quelli che sopraggiungono lo fanno solo per qualche istante, e per il tempo necessario all’effetto che Dio desidera.

5. I vostri denti sono come un gregge di pecore appena lavate: tutte hanno dei piccoli gemelli, e tra loro non ve n’è alcuna che sia infeconda.

Lo Sposo ripete alla sua Sposa quel che le aveva detto in passato, così da mostrarle che lei dispone adesso in modo del tutto reale e liberamente di ciò che allora possedeva solo in germe. I suoi denti sono le sue potenze, che a tal punto sono ridivenute innocenti, pure e immacolate da essere perfettamente lavate. Le pecore cui assomigliano non sono più tosate come le prime, perché la facilità dell’uso delle potenze è resa in modo ammirevole e senza confusione; infatti la memoria riporta soltanto le cose necessarie secondo lo spirito di Dio, senza disordine di specie e nel tempo dovuto. Non sono più infeconde perché possiedono una duplice fecondità: l’una di fare molto più di quanto non facessero prima, e l’altra di farlo meglio.

6. Le vostre guance somigliano alla scorza della melagrana, senza ciò che sta nascosto dentro di voi.

Come la scorza è la parte meno importante della melagrana, che racchiude in sé tutta la sua bontà, così quel che appare all’esterno dell’Anima di questo livello è poca cosa rispetto a ciò che vi sta nascosto. L’interno è pieno della più pura carità e delle grazie più esclusive, ricoperte tuttavia di un aspetto esteriore molto comune. Dio infatti si compiace di nascondere le Anime che desidera per se stesso: gli uomini non sono degni di conoscerle, e gli Angeli le ammirano e le rispettano seppure sotto la parvenza più semplice del mondo. Così coloro che giudicassero tali Anime solo secondo l’apparenza le crederebbero delle più comuni, nonostante esse costituiscano le delizie di Dio. Non sono di quelle che risplendono nel mondo, né con i miracoli né con doni straordinari: tutto ciò è troppo poco per loro, Dio se le tiene per sé, e ne è tanto geloso da non esporle agli sguardi degli uomini; al contrario le sigilla con il suo sigillo, come lui stesso dice, ché la sua Sposa è la fontana sigillata di cui lui è il sigillo. Ma perché la tiene sigillata? Perché l’amore è forte come la morte, e la gelosia dura come l’Inferno. Oh, come tutto questo esprime bene quanto io affermo! Perché come la morte toglie tutto a colui che è in suo possesso, così l’amore strappa tutto all’Anima e la nasconde nel segreto di un sepolcro vivente. La gelosia di Dio è dura come l’Inferno, dato che non c’è niente che lui non faccia per possedere completamente le sue Spose.

Mi si obietterà che quest’Anima non è così nascosta, dato che aiuta il prossimo. Ma io rispondo che proprio questo la ricopre maggiormente di abiezione, poiché Dio se ne serve per renderla più spregevole a causa delle contraddizioni che ella deve sopportare. È vero che quanti si rivolgono a lei e sono in grado di ricevere qualche partecipazione della grazia che è in lei ne sentono gli effetti; ma, a parte il fatto che anche costoro sono molto nascosti, in genere Dio permette che l’aspetto ordinario delle Anime elette scandalizzi anche quanti partecipano delle loro grazie, al punto che spesso se ne separano, dopo che Dio ha ottenuto l’effetto desiderato. A questo riguardo, lo Sposo tratta la sua Sposa come se stesso: tutti coloro che aveva guadagnato a suo Padre, non furono scandalizzati da lui? (Mc 14,27) Che si esamini un poco la vita di Gesù Cristo: nulla di più comune, per quanto riguarda l’esteriore. Coloro che fanno cose più straordinarie sono imitazioni dei Santi, dei quali Gesù Cristo ha detto che compiranno opere superiori alle sue; le suddette Anime sono altri Gesù Cristo, e per questo in loro si scorgono meno le caratteristiche dei Santi. Invece i caratteri di Gesù Cristo, se li si esamina da vicino, li si vedrà molto chiaramente. Tuttavia Gesù Cristo è motivo di scandalo per gli Ebrei, e pare una follia ai Gentili. Nella loro semplicità simili persone scandalizzano sovente coloro che, interessati alle cerimonie legali piuttosto che alla semplicità del Vangelo, guardano solamente la scorza della melagrana senza penetrarne l’interno. O voi che vi comportate a questo modo, fate attenzione che la melagrana, cui la Sposa è così giustamente comparata, ha una scorza assai spregevole, sebbene quello che essa racchiude sia il più eccellente di tutti i frutti, e anche il più gradevole da vedere e da gustare. È questo meraviglioso ordine della carità che lo Sposo incominciò a porre nel cuore della sua Sposa quando la introdusse nelle sue celle, e che è ora compiuto, dato che la melagrana è nella sua maturità.

7. Vi sono sessanta Regine, e ottanta altre donne, e le giovinette sono innumerevoli.

Lo Sposo dice che vi sono Anime scelte tra tutte come delle Regine, altre che partecipano delle sue grazie straordinarie nonostante non abbiano la qualità di Sovrane, e molti giovani cuori che gli appartengono in modo comune, e che incominciano a sospirare in seguito alla sua unione; ma nell’amore che egli prova per lei, questa Amante le supera tutte. O Dio, a quale felicità avete innalzato la vostra Sposa! Ve ne sono alcune che sembrano Regine elevate al di sopra delle altre, grazie allo splendore delle loro virtù; ve ne sono molte altre alle quali voi dispensate le vostre carezze; ma questa sola Sposa è per voi più di tutte le altre messe insieme.

8. La mia colomba è unica, è la mia perfettissima; è l’unica di sua madre, e sua madre si compiace solamente in lei. Le fanciulle l’hanno veduta, e l’hanno dichiarata beatissima; anche le Regine e le altre donne l’hanno lodata.

Sebbene il primo significato di questo versetto sia in favore della divina Maria e della Chiesa universale, tuttavia, poiché non c’è nulla di attribuito alla Chiesa come al corpo mistico che non si attribuisca in proporzione alle anime, così come ai suoi membri, soprattutto quando esse sono perfettamente pure, allo stesso modo si può dire che vi sono anime che Dio si è scelto in ogni epoca in maniera molto singolare. Dio dunque dice che, grazie al suo totale annullamento e alla sua totale perdita, quest’Anima nella quale il matrimonio è stato perfettamente consumato è una colomba nella semplicità, e che essa è unica perché ve ne sono poche che le assomigliano; è unica anche perché è ridotta in Dio, nella perfetta unità della sua origine. È perfettissima, ma delle perfezioni di Dio stesso, e perché è priva di ogni proprietà e liberata della sua natura rigida, angusta e limitata, da quando grazie alla sua totale rinuncia è entrata nell’innocenza di Dio. Ella è perfetta nel suo fondo grazie alla perdita di ogni ricerca di se stessa. Si deve osservare che qualsiasi siano state le lodi rivolte sin qui dallo Sposo alla sua Sposa, lui non aveva ancora detto di lei (sino a quando non fu completamente fluita nella sua unità divina) che lei era unica e perfetta, perché queste qualità si trovano solamente in Dio, allorquando vi si è perfettamente consumati in modo permanente e durevole.

Ella è l’unica di sua madre, perché, avendo perduto ogni molteplicità della sua natura, si ritrova sola e separata da ogni cosa naturale; in lei unicamente si compiace la saggezza che l’ha generata e creata perché si perdesse nel suo seno. Le Anime più interiori l’hanno veduta: perché Dio concede di solito che tali persone siano un poco conosciute, offrendo talvolta un qualche discernimento del loro stato ad altre Anime molto spirituali, che sono estasiate da tale conoscenza, e che ammirando la loro perfezione le dichiarano beate. Le Regine, che sono tali Anime nobili e stimate da tutto il mondo, e anche le Anime comuni e inferiori in quanto a merito, si profondono ugualmente in grandi elogi perché subiscono l’effetto della grazia che viene loro comunicata. Sebbene questo sembri contraddire quanto è stato detto sopra, non vi è alcuna contraddizione: infatti ciò che è detto qui si intende dello stato apostolico di Gesù Cristo, che sappiamo fu riconosciuto un tempo come Re e Salvatore, nello stesso luogo dove poco dopo lo si fece morire come uno scellerato.

9. Chi è colei che si avvicina come l’aurora che sorge: bella come la luna, pura e brillante come il sole, terribile come un’armata schierata in battaglia.

Sono i cuori dei compagni dello Sposo che ammirano la beltà della sua Sposa. Chi è colei, dicono costoro, che si avvicina, elevandosi a poco a poco. Si deve sapere infatti che l’Anima, anche se giunta in Dio, si eleva a poco a poco, e si perfeziona in questa vita divina, sino a quando non raggiunge la dimora eterna. Essa si eleva a Dio insensibilmente, come l’aurora sino a che non giunge al suo pieno giorno e al mezzogiorno compiuto, che è la gloria del Cielo; ma questo giorno eterno incomincia in questa vita. È bella come la luna, perché trae tutta la sua bellezza dal suo sole. È pura e brillante come il sole, in quanto è unita a Gesù Cristo per essere partecipe della sua gloria e per perdersi con lui in Dio. Ma è terribile e temibile per i Demoni, per il peccato, per il mondo e per l’amor proprio, come un’armata schierata pronta a dare battaglia.

10. Sono andata nel giardino dei noci, per vedere anche i frutti delle valli, e per vedere se la vigna fosse fiorita, e se i melograni fossero germogliati.

L’Anima non è a tal punto ben stabilita nella sua condizione in Dio da non poter ancora gettare qualche sguardo su se stessa; si tratta di un’infedeltà, ma rara, e che deriva solo dalla debolezza. Lo Sposo ha fatto in modo che la sua Sposa commettesse questo piccolo errore al fine di istruirci del danno che negli stati più avanzati provoca la riflessione personale. Lei è dunque rientrata per un momento in se stessa, con i migliori propositi del mondo: era per vedervi i frutti del proprio annullamento, se la vigna era fiorita, se cresceva, se la carità era feconda. Non pareva forse, questo, molto giusto e ragionevole?

11. Non ne ho saputo nulla: la mia anima mi ha turbato a causa dei carri di Aminadab.

Io lo facevo, lei dice, senza pensarci e senza credere di agire male né di dispiacere al mio Sposo; tuttavia non appena ho commesso questa colpa la mia anima è stata turbata dai carri di Aminadab, cioè da mille e mille riflessioni che vorticavano nella mia testa come altrettanti orrendi carri che mi avrebbero perduto, se la mano del mio Amato non mi avesse sostenuta.

12. Tornate, tornate, Sulamita; tornate, tornate, così che noi vi possiamo ammirare.

Il ritorno della Sposa è tanto rapido e sincero quanto la sua colpa era stata leggera e imprevista, ed è questo che aveva fatto sì che le sue compagne non se ne accorgessero; la sola cosa che esse osservarono in lei, e che le sorprese straordinariamente, fu che non appena ebbe smesso di rivelare loro le qualità e le bellezze del suo Sposo, disparve ai loro occhi, perché fu ammessa subito alle nozze dell’Agnello, cosa che la innalzò tanto al di sopra di se stessa e di tutte le creature che le altre anime, perdendola totalmente di vista, la scongiurano di tornare da loro al fine di poterla contemplare nella sua gloria e nella sua gioia, così come l’hanno vista nel suo dolore. Tornate, le dicono, o Sulamita, Tempio della Pace: tornate per insegnarci, con i vostri esempi così come con le vostre parole, il cammino che bisogna seguire per giungere alla felicità che voi possedete; tornate così da essere la nostra guida, il nostro sostegno e la nostra consolazione; tornate, infine, per condurci con voi.

Capitolo VII

1. Che vedrete voi nella Sulamita, se non dei cori di un’armata accampata? O figlia di principe, quanta grazia avete nel camminare con questa calzatura! Le giunture dei vostri femori sono come gioielli di grande valore, lavorati dalla mano di un abile artigiano.

Lo Sposo risponde in vece della sua Sposa a quelle che con tanta insistenza la incalzavano perché si volgesse verso di loro, come se non gradisse di essere interrotta nei piaceri innocenti che ella gode presso di lui; allo stesso modo già tante volte le aveva scongiurate di non svegliarla. Dice dunque loro: perché pregate la mia Sposa con tanto ardore di volgersi verso di voi, così che possiate guardarla? Cosa vedrete in lei, ora che è una sola cosa con me, se non dei cori di un’armata accampata? Ella ha la grazia e la bellezza di un coro di giovani vergini, perché il casto bacio che io le ho dato ha infinitamente aumentato la sua purezza. Al tempo stesso possiede anche la forza e il terrore di un’armata, perché è unita alla santissima Trinità, e partecipa degli Attributi divini, che sono armati per combattere e distruggere in suo favore tutti i nemici di Dio. O figlia di principe! O figlia di Dio!, gridano le giovani fanciulle, come sono belli i vostri passi, sia all’interno che all’esterno! I passi all’interno sono bellissimi perché lei può sempre avanzare in Dio, senza smettere di riposarsi. La bellezza incantevole di questo avanzare sta nell’essere un vero riposo senza che il riposo impedisca l’avanzamento, né l’avanzamento il riposo: al contrario più ci si riposa, più si avanza e più si fanno progressi, più il riposo è calmo. Anche i passi all’esterno sono pieni di bellezza, perché quest’Anima è perfettamente disciplinata, come fosse condotta dalla volontà di Dio e dall’ordine della Provvidenza. I suoi passi la fanno ammirare nella sua calzatura, perché ogni suo cammino si compie entro la volontà di Dio, da cui più non esce. Le giunture dei femori indicano l’ordine ammirevole delle azioni, che sono compiute con una totale dipendenza della parte inferiore rispetto alla superiore, e della superiore rispetto a Dio. Questo grande artigiano ha foggiato e fuso quest’anima nella fornace d’amore.

2. Il vostro ombelico è come una grande coppa, lavorata tutta intorno, che non è mai vuota di liquore. Il vostro ventre è come un mucchio di frumento circondato di gigli.

Con l’ombelico si intende la capacità dell’anima di ricevere o la sua disposizione passiva, estesa e sviluppata sino all’infinito dopo che ella è fluita in Dio, non solo a ricevere lei stessa le comunicazioni divine, ma a concepire e partorire molte anime per Gesù Cristo: è rotonda perché riceve molto e perché non può trattenere niente, ricevendo solo per elargire. Al tempo stesso è sia adatta a ricevere, sia rapida nel distribuire, partecipe in questo delle qualità del suo Sposo. È costantemente innaffiata da acque di fonte, che sgorgano dalla divinità, e a lei vengono offerte le grazie più esclusive, per essere distribuite agli altri. Il vostro ventre, cioè la vostra fecondità spirituale, è come il mucchio di frumento, tanto essa è abbondante: germoglia, cresce, fruttifica e nutre come il frumento, e ne possiede tutte le qualità. Ma è circondata di gigli, a segno di una totale purezza.

3. I vostri due seni sono come due piccoli gemelli della capretta.

Se non le fosse dato di che nutrirle, sarebbe poco per la Sposa il partorire delle anime per il suo Sposo: quindi lo Sposo parla qui dei suoi seni per indicare che ella è non solo madre, ma anche nutrice. In effetti lei ha di che dare ai suoi figli con tale abbondanza che i suoi seni sono sempre pieni, nonostante lei li vuoti incessantemente, e sebbene non vi sia momento in cui non li offra a qualcuno. E anche se allattano senza sosta non diminuiscono, anzi, la loro pienezza aumenta quanto più ella distribuisce grazie, così che la misura del loro vuoto è quella della loro pienezza; essi sono inoltre molto giustamente eguagliati ai gemelli della capretta, per farci capire che lei stessa prende da Dio quel che offre; perché allo stesso modo in cui i piccoli gemelli sono attaccati al seno della loro madre, la Sposa è sempre attaccata al suo Dio, dal quale prende ciò che comunica agli altri.

4. Il vostro collo assomiglia a una torre d’avorio, i vostri occhi alle piscine di Hesebon che sono alla porta della figlia della moltitudine. Il vostro naso è come la torre del Libano, che guarda verso Damasco.

Il collo significa la forza: è d’avorio, in quanto la purezza della forza consiste nell’essere in Dio, ed è questo che fa sì che la forza della Sposa sia davvero pura. Tale forza è una torre, dove l’Anima sta al riparo da qualsiasi pericolo e da dove avvista l’approssimarsi dei nemici. Con gli occhi è rappresentato l’intelletto: e dopo che tale potenza è stata persa in Dio, essa è divenuta una piscina, origine di tutti i beni e rimedio a ogni male. Di questo spirito che si è voluto perdere per lui, Dio si serve per mille grandi cose utili al bene del prossimo. Le piscine sono alla porta della figlia della moltitudine? La figlia della moltitudine non è altro che l’immaginazione e la fantasia, che turba e corrompe la nettezza dello spirito prima che sia compiuta la divisione mistica. Ma ora questo non è più: infatti non si è più angustiati dai sensi mutevoli e importuni, poiché Dio ha posto come una porta tra lo spirito e i sensi. Il naso simboleggia la prudenza: la prudenza è diventata come la torre del Libano, perché è forte e invincibile, essendo la provvidenza stessa e la prudenza di Dio, che l’Anima ha ricevuto in considerazione della sua semplicità, che le ha fatto perdere ogni prudenza umana. Questa prudenza celeste guarda solamente da un lato: vede soltanto il momento divino della provvidenza, e tutto quanto le accade di momento in momento costituisce tutta la sua previdenza. Prudenza senza prudenza, tu sorpassi quella degli uomini più prudenti!

5. Il vostro capo è come il Carmelo, e la capigliatura del vostro capo come la porpora regale, che ancora è legata ai canali.

La parte superiore è come una montagna innalzata nel suo Dio, e i capelli, che rappresentano tutti i doni di cui l’Amante è stata gratificata, appartengono a tal punto a Dio che ella non vi ha più nulla di suo; se possiede qualche bene o qualche privilegio, tutto è del suo Dio. Si tratta dei medesimi beni del suo Sposo, così che tutto ciò che orna e abbellisce questa parte superiore è la porpora regale, perché rappresenta la condivisione degli stessi ornamenti di cui è addobbato il suo Re. Ma la porpora è legata ai canali, sia per perfezionarvi sempre più la vivacità del suo colore attraverso le grazie che scorrono per lei dal cielo, sia perché essa è nell’Anima come in un canale di distribuzione, che senza opporre resistenza riceve tutte le grazie del suo Dio ma che al tempo stesso lascia che tornino a versarsi in lui senza nulla trattenere per sé; ovvero che serve solamente come canale per dare libero corso alle acque delle grazie, di modo che esse sgorghino nei giardini spirituali.

6. Come siete bella! O mia carissima, come siete leggiadra nelle vostre delizie!

Nel vedere tutte le proprie perfezioni nella sua Sposa come in uno specchio che gliele rappresenti fedelmente, Dio si lascia estasiare in se stesso dalla propria bellezza contemplata nella sua Sposa. E le dice: O mia carissima, come siete bella nella mia bellezza, e quanto è bella in voi la mia bellezza! Voi siete motivo di ogni mio diletto, così come io lo sono per mio Padre. Infatti col raffigurarmi dal vivo e in modo veritiero, come un bello specchio che non trasforma in nulla l’oggetto che gli è presentato, voi mi regalate un piacere infinito. Siete bella e incantevole perché siete ornata di tutte le mie perfezioni; ma se voi fate la mia felicità, anche io faccio la vostra, e le nostre gioie ci sono comuni.

7. La vostra statura è simile alla palma, e i vostri seni ai grappoli d’uva.

La vostra statura, cioè l’intera vostra anima, è simile alla palma per la sua rettitudine. I favori che io vi accordo non vi fanno in alcun modo curvare verso voi stessa: ma al contrario, come una bella palma, voi siete tanto più dritta quanto più siete carica. La palma femmina possiede due qualità, una di essere ancora più dritta quando è più carica di frutti, l’altra di produrre frutti solo all’ombra della sua palma maschio. Allo stesso modo quest’Anima bella ha due virtù: la prima di non piegarsi mai verso se stessa per alcuna grazia che abbia ricevuto da Dio; l’altra di non compiere mai la benché minima azione da se stessa, per piccola che sia, ma di compierle tutte all’ombra del suo Sposo, che gliele fa compiere ciascuna a tempo debito. I seni sono molto giustamente paragonati ai grappoli d’uva. L’uva ha questa peculiarità, che nonostante sia piena di succo non lo è per sé, ma offre ciò che racchiude a chi la pigia. L’Anima è uguale: quanto più è serrata e oppressa dalla persecuzione, tanto più si comunica ed è benefica anche verso coloro che le fanno del male.

8. Ho detto: salirò sulla palma e coglierò i suoi frutti; e i vostri seni saranno come i grappoli della vigna, e il profumo delle vostre labbra come quello dei pomi.

Le giovani vergini, dopo avere udito il paragone che il Re glorioso ha appena fatto tra la sua Sposa e la palma, spinte dal desiderio di partecipare alle sue grazie, gridano tutte all’unisono, o meglio, una di loro, dando voce al sentimento di tutte le altre: io voglio salire sulla palma per coglierne i frutti; voglio essere la discepola di questa eccellente maestra di ogni perfezione. E se questa madre tanto ricca e tanto saggia si degna di accettarmi come sua figlia, io sentirò gli effetti dell’unzione dello Sposo che è in lei. Il frutto della sua parola sarà per me come un grappolo d’uva di una dolcezza squisita, e la purezza dei suoi pensieri mi riempirà del suo profumo.

9. La vostra gola è come un vino eccellente, degno di essere bevuto dal mio Amato, e di essere degustato tra le sue labbra e tra i suoi denti.

Una delle fanciulle di Sion continua a lodare la Sposa, e con la gola ella intende l’interiore dell’anima: è un vino perché tutto vi è distillato, tutto fluisce in Dio senza venire ostacolato da alcuna consistenza propria. È un vino da bere per Dio, perché lui riceve in se stesso quest’anima cambiandola e trasformandola in sé, ne fa il suo piacere e le sue delizie, la mastica e la assapora, per così dire, perdendola sempre di più e trasmutandola in lui in maniera sempre più mirabile. Ciò è davvero degno della bocca di Dio, perché solo la sua bocca è capace di farlo, e degno anche dell’Anima, trattandosi del suo bene supremo e del suo fine ultimo.

10. Io appartengo al mio Amato, e lui è completamente dedito a me.

Rassicurata che quanto le fanciulle dicono è vero, la Sposa confessa e conferma a loro la stessa cosa: dopo che l’ardente amore del mio Amato mi ha totalmente divorato, dice, sono stata a tal punto persa in lui da non potere più ritrovarmi. E ancor più sinceramente delle altre volte devo confessare di appartenere completamente al mio Amato, perché lui mi ha trasformata in lui stesso, di modo che non saprebbe più scacciarmi, e io non ho più timore di essere separata da lui.

O Amore, voi non respingete più quest’Anima! E si può dire che essa è per sempre confermata nell’amore, poiché è stata consumata dallo stesso amore e trasformata in lui. Non vedendo più nulla nella sua Sposa che non sia a lui e di lui, l’Amato più non distoglie lo sguardo da lei, né cessa di amarla, così come non può smettere di guardare né di amare se stesso.

11. Venite, mio Amato, andiamo nei campi, dimoriamo nei villaggi.

Nulla più può temere la Sposa: perché tutto per lei è diventato Dio, e lei lo trova ugualmente in ogni cosa. Non ha più bisogno di espedienti, né deve più stare chiusa e imprigionata: è entrata in una meravigliosa partecipazione dell’immensità di Dio. Tutto quel che si dice di questa unione ineffabile, con tutte le differenze essenziali, si intende essere tra il creatore e la creatura, seppure in una perfetta unità d’amore e di spoliazione mistica in Dio solo. Ella non teme più di perderlo perché è non soltanto unita, ma trasformata in lui. Per questo lo invita lei stessa a uscire dal chiuso della casa, o del giardino. Andiamo amor mio, gli dice, andiamo dappertutto nel mondo, a procurarvi delle conquiste; non c’è più luogo troppo piccolo o troppo grande per me da quando la mia dimora è Dio stesso, e da quando, ovunque mi trovi, io sono nel mio Dio.

12. Leviamoci al mattino per andare alle vigne; vediamo se la vigna è fiorita, se i fiori si mutano in frutti, se i melograni hanno messo i fiori: Là io vi darò il mio seno.

Ella invita il suo Sposo ad andare dappertutto, perché ora è pronta all’azione. E poiché Dio agisce sempre all’esterno e sempre si riposa all’interno, così anche quest’Anima, che all’interno sta sicura in un perfetto riposo, è molto attiva all’esterno: quel che aveva fatto poco prima in maniera difettosa, lo fa ora perfettamente. Non guarda più se stessa, né i frutti che sono in lei, ma vede tutto in Dio. Vede nei campi della Chiesa mille cose utili che sono da farsi per la lode del suo Sposo, e vi si impegna con tutte le sue forze, secondo le occasioni che la provvidenza le procura e con tutta l’intensità della sua vocazione.

Ma spiegateci, o Sposa meravigliosa, che cosa intendete dire quando dite che darete il vostro seno al vostro Sposo? Non è lui che lo rende fecondo, e che lo riempie di latte? Ah!, lei intende dire che, trovandosi in una perfetta libertà di spirito e apertura dell’anima, da quando non ha più proprietà poiché serve la gloria di lui, gli offrirà il frutto del suo seno e gli farà bere il latte di cui lui lo riempie: lui ne è la fonte e anche la destinazione dove lei intende riversarlo.

13. Le mandragore hanno sparso il loro odore. Dentro le nostre porte, o mio Amato, io ho conservato per voi ogni sorta di frutti, vecchi e nuovi.

Mirabile unità! Tutto è in comune tra lo Sposo e la Sposa: poiché ella non possiede più nulla che sia suo, fa propri tutti i beni del suo Sposo; non ha altri beni né interessi che quelli di lui, per questo dice che le Anime principianti e che imparano, simboleggiate dalle mandragore, hanno sparso il loro odore. Questo è giunto sino a noi: mio Amato, lei gli dice, tutto quel che possiedo è vostro, e tutto quanto possedete è mio. Io sono talmente denudata e spogliata di ogni cosa da avervi conservato, offerto, riservato ogni sorta di frutti, ogni tipo di azione e di produzione, senza escluderne nessuna: vi ho donato tutte le mie opere, sia le vecchie che voi avete operato in me dall’inizio, sia le nuove che voi operate in ogni istante per mezzo di me stessa. Di più non ho nulla che non vi abbia dato: la mia anima, con tutte le sue potenze e le sue operazioni; il mio corpo, con i suoi sensi e tutto quanto è in grado di fare. Tutto vi ho consacrato, e poiché voi me lo avete dato in custodia, lasciandomene l’uso, io lo conservo tutto per voi, così che tutto è vostro sia quanto alla proprietà, sia quanto all’uso.

Capitolo VIII

1. Chi vi darà a me, fratello mio, che allatti dal seno di mia madre; ch’io vi trovi fuori, e che vi baci, così che nessuno più mi disprezzi.

L’Amante chiede che la sua unione si approfondisca ulteriormente. Sebbene l’Anima trasformata sia in un’unione permanente e duratura, nondimeno essa è come una Sposa, che si preoccupa delle necessità della sua casa, e che ha un bell’andare e venire, senza per questo cessare di essere Sposa. Ma, oltre a questo, ci sono momenti in cui lo Sposo celeste si diletta di stringere e carezzare più intensamente la sua Sposa. È questo dunque che ella domanda ora. Chi mi offrirà, dice, colui che è mio Sposo e mio Fratello poiché ci allattiamo insieme dal seno di nostra madre, che è l’Essenza divina; da quando lui mi ha nascosto con sé in Dio, io mi allatto senza sosta con lui dal seno della divinità. Ma oltre a questo privilegio, che è inconcepibile, io voglio essere sola all’esterno a gioire dei suoi dolci abbracci, coi quali egli mi fa fluire maggiormente in lui, e sempre di più mi ci fa penetrare. Ella chiede inoltre un’altra grazia, che viene accordata solamente tardi, ed è che l’esterno sia trasformato e rinnovato come l’interno: perché l’interno è da lungo tempo trasformato prima che tutto l’esterno sia mutato, di modo che per qualche tempo restano alcune lievi debolezze, che servono a ricoprire la grandezza della grazia, e che non dispiacciono allo Sposo. Esse equivalgono tuttavia a una sorta di debolezza, che in qualche modo suscita il disprezzo delle creature. Ch’egli dunque mi trasformi dall’esterno, lei dice, così che nessuno mi disprezzi più. Quanto io chiedo è per la gloria di Dio e non per mio vantaggio, non essendo io più in condizione di guardarmi.

2. Io vi prenderò e vi condurrò nella casa di mia madre: là voi mi istruirete, e io vi darò da bere del vino confettato e del succo delle mie melagrane.

L’Anima che così intimamente si trova unita al suo Dio sperimenta due cose: la prima, che il suo Sposo è in lei allo stesso modo in cui lei è nel suo Sposo, così come un vaso vuoto, gettato nel fondo del mare, è riempito della stessa acqua di cui è circondato e contiene senza racchiuderla quella in cui è contenuto; di modo che l’Anima, che è condotta dal suo Sposo, lo conduce anch’ella. E dove lo conduce? Solamente là dove ella può andare. Lo conduce nel seno di suo Padre, che è la casa di sua madre poiché è il luogo della sua origine. L’altra cosa che ella prova è che là egli la istruisce, donandole la penetrazione dei suoi segreti, che vengono svelati solamente alla Sposa favorita, cui egli insegna tutte le verità che ella deve conoscere, o delle quali lui desidera, per un eccesso del suo amore, offrirle la conoscenza. O scienza meravigliosa, quella che si insegna con poco rumore, nel silenzio ineffabile e sempre eloquente della Divinità! Il Verbo parla incessantemente in quest’Anima, e le insegna in maniera tale da umiliare i più grandi Dottori. Ma nella misura in cui egli istruisce l’Anima, insinuandosi sempre di più in lei ed estendendo incessantemente la sua capacità passiva, anche l’Anima fedele fa bere al suo Sposo il suo vino mescolato di dolcezza e dell’agrodolce delle sue melagrane, che è ciò che produce in lei la carità, rendendogli di continuo con assoluta purezza tutto quanto lui le offre. Non è che un flusso e riflusso di comunicazioni, perché lo Sposo dà alla Sposa e la Sposa restituisce allo Sposo. O Sposa incomparabile, lo dirò? che voi partecipare al commercio della Santissima Trinità, perché ricevete incessantemente, e in eterno restituite quanto ricevete.

3. Lui mi sostiene il capo con la mano sinistra, e mi abbraccerà con la sua destra.

Dio, lo abbiamo detto, ha due braccia con cui tiene e abbraccia la sua Sposa: un braccio rappresenta la sua protezione onnipotente con cui la sostiene, l’altro è la perfetta carità con cui la abbraccia, e tale santo abbraccio altro non è che la sua gioia stessa, e l’unione essenziale. Quando la Sposa qui dice: Egli mi abbraccerà, non parla di una cosa che deve accadere e che non è ancora successa, perché lei ha ricevuto l’abbraccio divino con il bacio nuziale, ma come di una cosa che sarà sempre presente e sempre futura, perché la sua durata si estenderà a tutta l’eternità.

4. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, di non disturbare il sonno della mia Amata, e di non svegliarla sino a quando lei non voglia.

Poiché esistono tre generi di sonno interiore, per tre volte, in momenti diversi, lo Sposo prega che non si svegli la sua Amata. Il primo sonno avviene durante l’unione delle potenze, quando lei prova un sonno di estasi violenta, che si propaga largamente ai sensi. Lui prega allora che non la si svegli: perché in quel momento il sonno è opportuno, in quanto aiuta a distaccare i sensi dai loro oggetti cui essi si attaccavano in modo impuro, e dunque anche a purificarli.

Il secondo è il sonno di morte, quando lei spira tra le braccia dell’Amore. Neppure in questo caso egli vuole che lei ne sia risvegliata, sino a quando non si risvegli lei stessa grazie alla voce onnipotente di Dio, che dal sepolcro della morte la chiama alla resurrezione spirituale. Il terzo è il sonno del riposo in Dio, permanente e duraturo; è un riposo estatico, ma di un’estasi dolce e continua, che non provoca più alterazione nei sensi: perché grazie alla felice uscita da se stessa, l’Anima è giunta nel suo Dio. È un riposo da cui essa non sarà mai distolta. Lo Sposo non vuole che le sue Amanti siano disturbate né contrariate in nessuno dei loro riposi, ma che le si abbandoni a lui, perché esse dormono tra le sue braccia.

Il primo riposo è un riposo promesso, del quale si danno allora garanzie e rassicurazioni; il secondo riposo è un riposo dato; e il terzo è un riposo confermato, che non sarà interrotto mai più. Esso potrebbe tuttavia esserlo senz’altro, dato che la libertà permane e che lo Sposo direbbe invano: sino a quando lei lo voglia, se lei non potesse mai più volerlo; ma dopo un’unione di tal genere, a meno della più estrema ingratitudine e infedeltà, lei non lo vorrà mai. Tuttavia lo Sposo divino, che nel lodare lui stesso la sua Sposa e nel rallegrarsi che la si lodi in sua presenza vuole al contempo istruirla sempre di più, per farle capire che solo il vano compiacimento di sé e l’altrui disprezzo possono permettere una caduta tanto disastrosa, nel versetto che segue di nuovo le pone davanti agli occhi la bassezza della sua condizione e la miseria della sua natura, così che lei non abbandoni mai la sua umiltà.

5. Chi è colei che sale dal deserto, colma di delizie, sostenuta dal suo Amato? Io vi ho resuscitato sotto un albero di melo; è là che vostra madre fu corrotta, e che colei che vi ha generato fu violata.

A poco a poco l’Anima sale dal deserto; perché il suo essere è un deserto, da quando ella lo ha abbandonato. Non è più solamente il deserto della fede, ma è il deserto di lei stessa. Ella sovrabbonda tutta di delizie, perché ne è colma e a tal punto piena che trabocca da tutte le parti per farne parte agli altri, come un bacino eccessivamente ricolmo delle acque della sua sorgente. Non si sostiene più da sola, per questo non teme più l’abbondanza delle sue delizie; non ha più paura di cadere, poiché il suo Amato, che le sparge sul suo seno, le sostiene anch’egli, insieme a lei, sopportando che lei cammini appoggiandosi a lui. O privilegio meraviglioso della perdita dei sostegni creati! In cambio si riceve Dio solo come sostegno.

Io vi ho resuscitato sotto un albero di melo. Vi ho liberata dal sonno della morte mistica, distogliendovi da voi stessa, dalla vostra corruzione, e dalla condizione corrotta e malvagia che vostra madre vi aveva comunicato con il suo peccato. Infatti tutte le operazioni di Dio nell’Anima tendono unicamente a due cose: la prima, a liberarla dalla sua attuale malvagità e dalla bassezza della sua natura corrotta, e la seconda, a restituirla al suo Dio pura e immacolata come essa era prima che Eva si fosse lasciata sedurre. Nella sua innocenza, senza possedere nulla, Eva apparteneva a Dio. Ma si lasciò violare allontanandosi dal suo Dio per prostituirsi al demonio, cosicché noi tutti abbiamo condiviso la disgrazia di questa prostituzione. Noi veniamo al mondo come figli illegittimi, che più non hanno tracce del loro vero padre, che non possono venire riconosciuti come appartenenti a Dio se non sono resi legittimi dal battesimo. Ma anche se lo sono, non mancano di conservare qualcosa di questa sciagurata fornicazione. Resta in loro una qualità malvagia e contraria a Dio sino a quando Dio, grazie a lunghe, intense e frequenti operazioni, non abbia estirpato tale qualità malvagia, liberando l’anima da se stessa, eliminando tutta la sua corruzione, donandole nuovamente una grazia di innocenza, e perdendola in lui: è questo che lui chiama resuscitarla innocente dallo stesso luogo in cui sua madre, che rappresenta la natura umana, fu corrotta.

6. Ponetemi come un sigillo sui vostro cuore, come un sigillo sul vostro braccio. Perché l’amore è forte come la morte e la gelosia dura come l’inferno: i suoi lampi sono lampi che ardono di fuoco e di fiamme.

Lo Sposo invita la Sposa a porlo come un sigillo sul suo cuore: perché, essendo lui l’origine della vita dell’Anima, lui deve esserne il sigillo. È lui a impedire che lei esca mai da uno stato così felice: lei è allora la fontana sigillata che nessuno, se non lui, può aprire né chiudere. Egli desidera che lei lo metta anche come un sigillo sul suo esteriore e sulle sue operazioni, affinché tutto sia riservato a lui e che nulla si muova se non per suo comando. Allora lei è il giardino chiuso per il suo Sposo, che lui chiude e nessuno apre, che lui apre, e nessuno chiude (Ap 3,7). Perché l’amore, dice lo Sposo, è forte come la morte, per fare quel che gli piace nella sua Amante. È forte come la morte dato ch’egli l’ha fatta morire a tutto, affinché lei viva per lui solo. Ma la gelosia è dura come l’inferno. È questo a far sì che lui rinchiuda così la sua Sposa: a tal punto la vuole tutta per sé che, se per un tradimento difficile quanto funesto, lei arrivasse a ritrarsi dalla sua dipendenza, sarebbe da quel momento gettata come in un inferno a causa della violenta indignazione di lui. I lampi coi quali egli illumina sono lampi ardenti di un fuoco che illumina bruciando e che brucia illuminando. O Agnello che aprite e chiudete i sette sigilli (Ap 5,2)! Nascondete la vostra Sposa così bene che lei non esca mai, se non mediante voi e per voi: perché lei vi appartiene in virtù di un matrimonio eterno.

7. Le acque più copiose non hanno potuto spegnere la carità, né la sommergeranno i fiumi. Se un uomo desse ogni suo bene, lo stimerebbe nulla rispetto all’amore.

Se le acque più copiose delle afflizioni, delle contraddizioni, delle miserie, povertà e traversie non hanno potuto spegnere la carità in una tale Anima, non bisogna credere che possano farlo i fiumi dell’abbandono alla provvidenza: perché sono questi che la salvaguardano. Se l’uomo ha avuto coraggio sufficiente per abbandonare tutto quel che possedeva e tutto il suo essere, allo scopo di avere questa pura carità, che si ottiene solamente con la perdita di tutto il resto, non si deve pensare che in seguito a uno sforzo tanto generoso per conquistare un bene che egli apprezza più di ogni altra cosa, e che vale effettivamente più di tutto l’universo, arrivi poi a disprezzarlo, sino a riprendere quanto aveva abbandonato. Questo è impossibile. Così Dio ci fa conoscere la certezza e la solidità di questo stato, e quanto è difficile che un’Anima che vi è giunta ne esca mai.

8. Nostra sorella è piccola, e non ha seno. Che faremo noi per nostra sorella, il giorno che dovremo parlarle?

Talmente felice è la Sposa con il suo Sposo, che tutto è in comune tra di loro. Lei gli parla delle questioni delle altre Anime, e discute con lui in tono confidenziale come se si trattasse delle loro faccende domestiche. Che faremo per quest’Anima ancora piccola e tenera, dice, che ci è sorella per la sua purezza e la sua semplicità? (Nella persona di colei che nomina ella intende tutti i suoi simili). Che faremo per lei il giorno in cui dovrò incominciare a comunicare con lei? Ancora non ha seno, né disposizione sufficiente per il matrimonio divino; non è in grado di aiutare il prossimo. In che modo ci condurremo con lei? È così che le Spose debbono consultare Gesù Cristo in favore delle Anime.

9. Se è un muro, costruiamo su di esso fortificazioni d’argento; se è una porta, orniamola di tavole di cedro.

Lo Sposo le risponde: se ella è già come un muro di attesa a causa di una forte passività, cominciamo a erigere su di lei fortezze d’argento per difenderla dai nemici di questo stato avanzato, che sono la ragione umana, la riflessione e l’arguzia dell’amor proprio. Ma se è ancora solo come una porta, che incomincia soltanto a uscire dalla molteplicità per entrare nella semplicità, orniamola di grazie e di virtù che abbiano la bellezza e la solidità del cedro.

10. Io sono un muro, e i miei seni sono come una torre dopo che sono stata davanti a lui come colei che ha trovato la pace.

Sommamente felice dell’insegnamento e della promessa che ha appena ricevuto dalla bocca del suo Sposo, la Sposa si offre essa stessa a modello della riuscita di simile condotta. Io stessa sono, dice, un muro tanto solido, e i miei seni sono come una torre che può servire da asilo e da difesa per molte Anime, e che ripara anche me, da quando sono apparsa davanti a voi come colei che trova la pace in Dio per non perderla più.

11. Il Pacifico ha una vigna nella città popolosa. Ha designato degli uomini per custodirla: uno deve pagargli mille monete d’argento per i frutti.

O mio Dio!, sembra che vi siate dilettato nel prevenire ogni possibile dubbio e obiezione. Si potrebbe dire che quest’Anima, che non si possiede più e che non agisce più da sola, non è più meritevole. Voi siete, o Dio, il Dio di pace che possiede una vigna, di cui affidate la principale cura alla vostra Sposa: e la Sposa è questa stessa vigna. È situata in un luogo che si chiama popolo: perché voi avete reso la vostra Sposa feconda, e madre di un popolo numerosissimo. A sorvegliarla avete posto i vostri Angeli, e lei arreca grande beneficio sia a voi, o Dio, sia alla stessa Anima. Le offrite la libertà di servirsi della vigna e di gustarne i frutti: lei ha il vantaggio di non essere quasi più in condizione di perdervi né ‘di spiacervi, e tuttavia anche quello di non cessare di fortificarsi, e di meritare sempre.

12. Io sono sempre attenta alla mia vigna. Mille monete d’argento saranno per voi, o Pacifico, e oltre a queste ve ne saranno duecento per coloro che custodiscono i suoi frutti.

Ora la casta Sposa non dice più come in passato: io non ho custodito la mia vigna. Allora si trattava di una vigna che gli uomini avevano voluto imporle contro la volontà di Dio; ma di questa che le è affidata dal suo Sposo, ah, lei si prende una cura straordinaria! Tutto quanto pertiene al comando di Dio si accorda perfettamente con ogni sorta di occupazione, sia interiore che esteriore: e tutto si compie in maniera straordinariamente semplice, dopo che la persona incaricata è posta nella massima libertà. La fedeltà della Sposa è degna di ammirazione: infatti, sebbene si occupi con tanta precisione della coltura e della custodia della vigna, ella tuttavia ne riserba l’intero provento allo Sposo, e corrisponde ai custodi un giusto compenso, senza chiedere nulla per sé. La perfetta carità non sa cosa sia il pensare ai propri interessi.

13. Voi che abitate nei giardini, gli amici ascoltano: fatemi udire la vostra voce.

Lo Sposo spinge la sua Sposa a parlare in suo favore, e a entrare veramente nella vita apostolica insegnando agli altri. Voi, dice, o mia Sposa, che abitate nei giardini, nelle aiuole sempre fonte della Divinità, dove non avete smesso di stare da quando è passato l’inverno; voi siete stata nei giardini, anch’essi belli per la varietà dei fiori di cui sono cosparsi e per la bontà dei frutti di cui sono ricolmi; voi, dico, o mia Sposa, che tengo costantemente con me in questi giardini di delizie, uscite un po’ dal riposo pieno di dolcezza e di silenzio che là godete: Fatemi udire la vostra voce, gli amici ascoltano. Con queste parole, lo Sposo domanda alla Sposa due cose altrettanto meravigliose: la prima, che lei esca a sua volta dal profondo silenzio in cui è stata sino ad allora. Infatti, come in tutto il tempo della fede e della perdita in Dio è stata in un profondo silenzio perché occorreva che il suo fondo fosse ridotto alla semplicità e unità di Dio solo, ora che è pienamente pervenuta a questa unità egli desidera offrirle il meraviglioso accordo che è frutto della condizione perfetta dell’anima, quello tra la molteplicità e l’unità, senza che la molteplicità impedisca l’unità, né l’unità la molteplicità. Egli vuole che lei raggiunga la parola muta del centro, che rappresenta lo stato di unità, la lode esteriore della bocca: il che è un modello e un esempio di ciò che deve compiersi nella gloria, quando, dopo che l’Anima sarà stata per molti secoli immersa nel silenzio ineffabile e sempre eloquente della Divinità, riceverà il suo corpo glorioso, che offrirà una lode tangibile al Signore. Cosicché, dopo la resurrezione, il corpo avrà la sua propria lode, che costituirà un aumento della felicità e non un’interruzione della pace dell’Anima.

In questa vita, anche quando l’Anima è consumata nell’unità e questa unità non può più venire interrotta dalle azioni esterne, alla bocca del corpo è data una lode che le è conforme: e tra la parola muta dell’Anima e la parola sensibile del corpo si produce un accordo meraviglioso, che realizza il compimento della lode. L’Anima e il corpo pronunciano una lode conforme a ciò che sono. La lode della sola bocca non è una lode, come Dio spiega attraverso il suo Profeta: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me (Is 29,13). La lode che proviene puramente dal fondo, essendo una lode muta e tanto più muta quanto più è compiuta, non è una lode interamente perfetta: infatti, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, occorre che entrambi vi prendano parte. La perfezione della lode consiste nel fatto che il corpo abbia la sua, che sia tale da aumentare piuttosto che interrompere il silenzio profondo e sempre eloquente del centro dell’Anima, e che il silenzio dell’Anima non impedisca la parola del corpo, in grado di offrire al suo Dio una lode adeguata a quel che esso è; in maniera tale che il compimento della preghiera avviene, nel presente così come nell’eternità, in rapporto a questa resurrezione della parola esteriore, unita a quella interiore.

L’Anima però, abituata a un silenzio profondo e ineffabile, teme di interromperlo, il che fa sì che essa fatichi a ritrovare la parola esteriore. Ed è questo che costringe il suo Sposo a invitarla a fare udire la sua voce, per farle perdere questa imperfezione. O mia Sposa, le dice, fatemi udire la vostra voce! È tempo di parlare, di parlare a me con la bocca del corpo, per lodarmi nel modo che avete appreso durante questo silenzio straordinario. In più c’è anche una parola interiore assolutamente ineffabile, poiché Dio, a sua discrezione, rende all’Anima la libertà di parlargli talvolta con grande facilità.

Egli l’invita inoltre a parlare alle Anime delle cose interiori, e a insegnare loro ciò che debbono fare per essergli gradite. È una delle principali funzioni della Sposa, quella di istruire e di insegnare l’interiore alle amiche dello Sposo che non hanno accesso a lui tanto quanto la Sulamita. Ecco dunque ciò che lo Sposo desidera da lei: che lei gli parli, con il cuore e con la bocca, e che parli anche agli altri in sua vece.

14. Fuggite, mio Amato, e siate simile al capriolo e al cerbiatto sui monti degli aromi.

L’Anima che non ha più né per sé né per nessun’altra creatura altro interesse che non sia quello del suo Sposo, e che non può volere altro che la sua gloria, nel vedere qualcosa che lo disonora gli dice: Fuggite, mio Sposo! Allontanatevi da questi luoghi che hanno per voi solo un cattivo odore, andate verso le Anime che sono monti di aromi, elevati al di sopra dei vapori corrotti e resi impuri dalla malvagità del mondo. Sono montagne di aromi grazie al profumo delle eccellenti virtù che voi avete posto in loro: e sarà solamente in tali Anime che voi troverete un vero riposo.

L’Anima giunta a questo livello abbraccia gli interessi della giustizia divina, sia nei propri confronti che riguardo agli altri; in maniera tale che non potrebbe desiderare altra sorte per sé né per chiunque altro se non quella che tale giustizia divina intende assegnarle per il tempo e per l’eternità. La Sposa possiede inoltre la carità più sincera che mai vi sia stata verso il prossimo, poiché lo serve unicamente per Dio e nella volontà di Dio. Ma, sebbene ella fosse assolutamente pronta a essere anatema per i suoi fratelli (Rm 9,3), come san Paolo, e nonostante si occupi unicamente della loro salvezza, è tuttavia indifferente alla riuscita e non potrebbe essere afflitta né dalla propria perdita né da quella di alcuna creatura, considerata dal lato della giustizia di Dio. Quel che non può sopportare è che Dio sia disonorato, perché Dio ha ordinato in lei la carità, e da quel momento è penetrata nelle più pure disposizioni della perfetta carità.

Non si deve credere che un’Anima del livello di questa Sposa brami la presenza sensibile e la gioia dolce e continua dello Sposo; niente affatto: era una perfezione che ella aveva in passato, quella di desiderare ardentemente questo meraviglioso possesso, perché questo era necessario per farla avanzare e andare verso di lui. Ora invece è un’imperfezione che lei non deve ammettere, poiché il suo Amato la possiede perfettamente nella sua essenza e nelle sue potenze, in maniera verissima e invariabile, al di là di ogni tempo, di ogni mezzo e di ogni luogo. Dopo momenti di gioia distinta e sentita, ella non ha più da sospirare, oltre al fatto che si trova in una così assoluta disappropriazione di tutto che non sarebbe più in grado di arrestare un desiderio su una qualunque cosa, neppure sulle gioie del Paradiso. Simile stato è anche la prova che lei è posseduta dal centro. Per questo qui lei testimonia allo Sposo di essere ben felice che lui vada dove gli piacerà, che renda visita ad altri cuori, che li conquisti, che li purifichi, che ne consumi tra tutti i monti e le colline della Chiesa; che tragga diletto dalle Anime aromatiche, profumate di grazie e di virtù. Ma, quanto a lei, non è più in grado di chiedergli nulla, né di desiderare nulla da lui; a meno che non sia lui stesso a dargliene l’impulso. Non che lei disprezzi o rifiuti le visite e le consolazioni divine; no, ha troppo rispetto e sottomissione per l’operazione di Dio. Ma è che questo genere di grazie non sono più molto opportune per un’Anima così annullata quale è lei, che, è stabile nella gioia del centro, e che, avendo perduto ogni volontà nella volontà di Dio, non può più desiderare nulla. Ciò è espresso bene da questa bella espressione: Fuggite, mio Amato, e siate simile al capriolo e al cerbiatto sui monti degli aromi.

L’indifferenza di questa Amante è tanto grande che non può pendere né dal lato della gioia né da quello della privazione. La morte e la vita sono uguali per lei: e, nonostante il suo amore sia incomparabilmente più forte di quanto non sia mai stato, tuttavia ella non può desiderare il Paradiso, perché resta nelle mani del suo Sposo, come le cose che non sono. In questo deve consistere l’effetto del più profondo annullamento.

Anche se in questo stato ella è più adatta che mai a soccorrere le Anime, e serve con estrema cura quelle che il suo Sposo le manda, tuttavia è incapace di desiderare di aiutare gli altri e neppure può farlo, se non per un particolare ordine della provvidenza.

COMMENTO MISTICO AL CANTICO DEI CANTICIultima modifica: 2017-05-17T18:54:33+00:00da mikeplato
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