LA GERARCHIA CELESTE

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di Pseudo Dionigi Aeropagita

De coelesti Hierarchia, o Gerarchia celeste, è un trattato di angelologia appartenente al Corpus Dionysianum, databile circa al V secolo, attribuito a uno Pseudo-Dionigi l’Areopagita, filosofo neoplatonico; esercitò una grande influenza sulla Scolastica. Descrive ampiamente la gerarchia degli angeli.
 
« La gerarchia è nello stesso tempo ordine, scienza e azione, conformandosi, per quanto è possibile, agli attributi divini, e riproducendo, per mezzo dei suoi splendori originali, un’espressione delle realtà che sono in Dio. »
(Dionigi, Gerarchia celeste, III, 1)
Contenuto e fortuna dell’opera
L’opera, composta da quindici capitoli, venne tradotta in latino da Giovanni Scoto Eriugena nel IX secolo, ed è stata molto influente nello sviluppo della teologia cristiana ortodossa. Sulla sua visione gerarchica delle intelligenze angeliche si è sostenuta in proposito l’influenza della filosofia neoplatonica di Plotino, Giamblico e Proclo, anche se le terminologie e i nominativi degli angeli risultano chiaramente ripresi dalle Scritture oltre che dalle citazioni di Paolo di Tarso, in particolare dalla lettera ai Colossesi e agli Efesini. Nella Summa Theologiae (1265–1274) Tommaso d’Aquino seguirà la Hierarchia (ai capp. VI e VII) nella suddivisione degli angeli in tre gerarchie, ognuna delle quali contiene a sua volta tre ordini, basati sulla loro vicinanza a Dio, corrispondenti ai nove ordini di angeli già riconosciuti da Papa Gregorio I:
 
Serafini, Cherubini e Troni;
Dominazioni, Virtù e Potestà;
Principati, Arcangeli e Angeli.
 
Notevole influsso eserciterà l’opera anche su Dante Alighieri e la sua stesura della Divina Commedia. Dante riprese da Dionigi l’idea del moto circolare di ogni schiera angelica, che esercita di conseguenza un’azione sulle sfere celesti. Ad ognuno dei nove cori angelici Dante associò pertanto un cielo e un corrispondente pianeta, secondo una visione astrologica connessa con quella aristotelico-tolemaica. Nel Paradiso egli afferma di rifarsi esplicitamente allo schema angelico di Dionigi:
 
«Questi ordini di sù tutti s’ammirano,
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.
E Dionisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com’io. »
(Dante, Paradiso, XXVIII, vv. 127-132 [7])

 

CAPITOLO I

In qual modo ogni illuminazione divina che per mezzo della bontà celeste si trasmette alle creature, resta semplice in sé, nonostante la diversità dei suoi effetti, ed unisce le cose che tocca coi suoi raggi.

ARGOMENTO. – I. Si insegna che ogni luce, ogni grazia spirituale ci viene dal Padre e ci riporta a lui. – II. Dopo un’invocazione a Cristo, ci si propone di spiegare le gerarchie celesti per mezzo degli oracoli divini che, sotto la varietà del figurato, celano la semplicità del senso letterale. – III. Si dimostra che, per adattarsi alla nostra intelligenza, la Scrittura rappresenta con figure materiali le cose spirituali e celesti, e si mostra in qual modo da quei simboli grossolani la nostra anima possa elevarsi fino alle più sublimi contemplazioni.

  1. Ogni grazia sovreminente, ogni dono perfetto vien dall’alto e discende dal Padre dagli splendori (Lett. di S. Giacomo, 1, 17). Non solo; ma ogni emanazione di splendore che la celeste bontà lascia traboccare su l’uomo, reagisce in lui come principio di semplificazione spirituale e di celeste unione, e con la sua virtù, lo riconduce verso la sovrana unità e la deifica semplicità del Padre. Poiché tutte le cose vengono da Dio e ritornano a Dio, conforme a quanto é detto nelle sante Epistole (Lett. ai Rom. Il, 36.).
  1. Perciò invocando Gesù, la luce del Padre, la vera luce che illumina tutti gli uomini che vengono in questo mondo, (S. Giovanni. I, 8) e per la quale abbiamo ottenuto d’accostarci al Padre, sorgente d’ogni luce, alziamo un attento sguardo verso lo splendore dei divini oracoli che i nostri maestri ci lasciarono in eredità; e in questo splendore cerchiamo di discernere, con buona volontà, ciò che fu rivelato, sotto il velo della figura e del simbolo, intorno alla gerarchia degli spiriti celesti. Poi, dopo aver contemplato con occhio tranquillo e puro quegli splendori primitivi, ineffabili, per i quali il Padre, abisso di divinità, ci manifesta con tipi materiali i beati ordini degli angeli, ripieghiamoci sul principio infinitamente semplice dal quale quegli splendori derivano. Con ciò non si vuol già dire, bene inteso, che essi talvolta non esistano al di fuori dell’unità che forma la loro essenza; poiché, anche quando, adattandosi per provvidenziale bontà ai bisogni dell’uomo, per spiritualizzarlo e renderlo uno, (componendo il dualismo fra materia e spirito, tra seno e ragione) si spandono felicemente in molteplici raggi, anche allora conservano essenzialmente una identità immutabile ed una permanente unità; e sotto la loro potente influenza, chiunque li accolga come si deve, si semplifica e diviene uno, in quella misura che n’è personalmente capace. Però questo principio originale di divina luce non ci é accessibile se non in quanto si vela sotto la varietà dei misteriosi simboli e, con amore e saggezza discende, per così dire, fino al livello della nostra natura.

III. Similmente il supremo e divino legislatore ha disposto che la nostra gerarchia ecclesiastica fosse una sublime imitazione delle gerarchie celesti; ed ha simboleggiate le schiere invisibili con tratti sensibili e forme concrete, affinché, in rapporto alla nostra natura, queste istituzioni santamente figurative l’elevassero fino all’altezza e alla purità dei tipi che rappresentano. Poiché soltanto con l’aiuto di emblemi materiali può la nostra grossolana intelligenza contemplare e riprodurre la costituzione degli ordini celesti. Sotto quest’aspetto dunque le magnificenze visibili del culto ci ricordano le bellezze invisibili; i profumi che inebriano i sensi rappresentano le soavità spirituali; lo splendore dei ceri é il segno dell’ illuminazione mistica; il cibo offerto alle intelligenze dalla contemplazione ha il suo simbolo nella spiegazione della santa dottrina; la divina e pacifica armonia dei cieli é raffigurata dalla subordinazione dei diversi ordini di fedeli, e l’unione con Gesù Cristo, dal ricevimento della divina Eucaristia.

E così é di ogni altra grazia, poiché le nature celesti vi partecipano in un modo che non é di questo mondo, e l’uomo soltanto per mezzo di segni sensibili. E dunque per divinizzarci, nella misura ch’era possibile, che noi siamo stati iniziati misericordiosamente al segreto delle gerarchie celesti, per mezzo della terrena, che ne é come l’embrione, ed associati ad esse nella partecipazione alle cose sacre. Quanto poi alle parole della santa Scrittura, esse non raffigurano la pura intelligenza per mezzo d’ immagini materiali se non per farci risalire dal corpo allo spirito, e dai pii simboli alla sublimità delle pure essenze.

 

CAPITOLO II

Come si pervenga all’intelligenza delle cose divine e celesti per mezzo dei segni che non sono simili loro.

ARGOMENTO. – I. Si espone la divisione di tutta l’opera. – II. Si avverte che i simboli coi quali sono adombrate le cose spirituali e celesti non rassomigliano a quelle; e si previene una obiezione dichiarando perché in queste descrizioni figurative vengono adoperati gli esseri meno nobili a preferenza dei più nobili. – III. Si espone come nel trattare questo soggetto si possono usare due metodi: l’uno che consiste nell’offrire la realtà sotto l’artifizio di segni che loro rassomigliano; l’altro sotto orme che son loro diametralmente opposte; allo stesso modo che si può parlar di Dio per affermazione o per negazione. – IV. Si insegna che nessuna cosa é assolutamente cattiva; e si spiega perché la collera, la concupiscenza e le altre passioni possono essere attribuite agli Angeli. – V. Si rammenta infine che le Scritture indicano Dio stesso col nome della sostanza di grado supremo, inferiore e intermedio.

  1. Ho creduto opportuno dunque di procedere nel modo che segue: esporre cioè, prima di tutto, lo scopo delle diverse gerarchie e il vantaggio che ne deriva alle loro varie parti; inoltre celebrare i cori angelici, attenendomi a ciò che di essi ci dicono i santi insegnamenti, ed esporre infine sotto quali forme gli ordini invisibili ci sono rappresentati dalla Scrittura, ed a quale concezione puramente spirituale quei simboli debbano riportarci. Poiché non bisogna credere, con l’empia ignoranza dell’uomo volgare, che quelle nobili e pure intelligenze abbiano piedi o volti, né che ostentino la forma dello stupido bove e del feroce leone, né che assomiglino menomamente all’imperiale aquila o agli altri leggeri abitatori dell’aria (Ezechiele. I,7). E neppure che siano carri di fuoco che si muovono per i cieli, né troni materiali destinati a sostenere il Dio degli dei, (Daniele, VII,9) né corsieri dai ricchi manti, né condottieri superbamente armati, (Zaccaria. I, 8) né alcuna cosa di tutto ciò che menzionano le Scritture col loro linguaggio sì fecondo di pii simboli (Libro dei Maccabei, 111, 25; Giosuè, V, 13). Se la Teologia, parlando dei puri spiriti, ricorse alla poesia di quelle sante finzioni, ciò fece, come s’è detto, per riguardo al nostro modo di concepire, e per aprirci verso le realtà superiori così raffigurate, quel cammino che solo può percorrere la nostra imperfetta natura.
  1. Chiunque ammira le sacre immaginazioni con le quali si raffigurano quelle pure sostanze che non abbiamo né viste né conosciute, deve rammentarsi che il loro grossolano disegno non assomiglia all’originale, e che tutte le qualità attribuite agli Angeli, non sono, per così dire, che immaginarie.

D’altra parte c’é chi vuole che la teologia, quando attribuisce un corpo alle cose che ne sono prive, rispetti almeno la loro nobiltà naturale, e le rappresenti con la forma più pura e più spiritualizzata, invece di applicare le più ignobili qualità del molteplice alle sostanze semplici e spirituali.

In tal guisa, essi dicono, il nostro pensiero imparerebbe ad elevarsi, e le verità sublimi non avrebbero sfigurate da comparazioni sconvenienti : fare altrimenti, aggiungono, è lo stesso che volere oltraggiare le virtù celesti e traviare il nostro intelletto col fermarlo in simboli profani. Poiché può darsi che la nostra mente s’immagini che il cielo tremi sotto il passo dei leoni o dei cavalli, o risuoni d’inni muggenti, o che si veda una intera repubblica d’uccelli e d’altri animali, od oggetti comunque puramente materiali, e tutti, insomma, più o meno stupidi e pieni di varie passioni, dei quali il sacro testo ricorda la inopportuna idea, stabilendo una enigmatica rassomiglianza là dove non esiste affatto alcuna rassomiglianza reale. A ciò io rispondo che ogni studioso della verità scoprirà agevolmente la saggezza dei santi oracoli in questa rappresentazione delle intelligenze celesti, e che fu provveduto opportunamente affinché le virtù divine non fossero indegnamente abbassate, né il nostro intelletto fosse troppo immerso in basse e terrestri immaginazioni. Del resto se rivestiamo di corpo e di forma ciò che non ha ne corpo né forma, non é soltanto perché noi non possiamo avere l’intuizione diretta delle cose spirituali, ed abbiamo perciò bisogno di ricorrere ad un simbolismo adattato alla nostra pochezza, il cui linguaggio sensibile ci inizi alla conoscenza d’un mondo superiore, ma anche perché é cosa buona e pia che le sacre carte nascondono sotto il mistero di ineffabili enigmi e sottraggano al volgo la misteriosa e venerabile natura degli spiriti beati. Poiché non ognuno é santo, e la scienza non é per tutti, dicono le Scritture (Lettera ai Corinzi 1, 8, 7). Se dunque qualcuno riprova quei simboli imperfetti, dicendo che é sconveniente presentare in tal modo le bellezze sante ed essenzialmente pure sotto disprezzabili apparenze, noi faremo semplicemente osservare che tale insegnamento si fa in due modi.

III. In realtà non é affatto inconcepibile che la verità possa manifestarsi sotto gli aspetti delle sacre figure alle quali assomiglia, oppure sotto il travestimento di forme che le sono diametralmente opposte. Perciò nel misterioso linguaggio delle sacre carte, l’adorabile e sopraessenziale natura del nostro Dio benedetto, vien chiamata qualche volta Verbo, intelligenza, essenza, (S. Giovanni I. 1. Salmo 135) come per esprimere la sua ragione e la sua saggezza. La sua esistenza sì sovranamente essenziale e sola e vera causa di tutte le esistenze, vi é paragonata alla luce (S. Giovanni I, 4) e si chiama vita. Ma benché queste nobili e pie espressioni sembrino più appropriate che non i simboli puramente materiali, sono tuttavia ben lontane dal rappresentare la divina realtà, che sorpassa ogni essenza ed ogni vita, che non é riflessa da nessuna luce, ed alla quale niuna ragione, né intelletto si avvicina. Spesso anche le Scritture, elevando il nostro pensiero con opposto metodo, chiamano la divina sostanza invisibile, immensa, incomprensibile, (Lettera a Timoteo I, 6.16; ai Romani XI, 33; Salmo CXLIV, 13) indicando, così, ciò che essa non é, non già ciò che essa é. E queste parole mi sembrano più degne, perché, seguendo i nostri santi e tradizionali insegnamenti, sebbene noi non conosciamo quest’infinito sopraessenziale, incomprensibile, ineffabile, tuttavia diciamo giustamente che non é nulla di tutto ciò che é. Se dunque, nelle cose divine, l’affermazione é meno giusta e la negazione più vera, meglio sarebbe non provarsi ad esporre per mezzo di forme analogiche questi misteri, tutti avvolti d’una sacra oscurità. Però se riflettiamo più attentamente, vedremo che non é già abbassare ma bensì elevare le celesti bellezze, descrivendole con lineamenti evidentemente inesatti, perché con ciò noi veniamo a confessare che esiste tutto un mondo fra esse e gli oggetti materiali. lo credo del resto che nessun uomo riflessivo vorrà negare che queste difettose approssimazioni aiutino il nostro pensiero ad elevarsi; perché é probabile che simboli più maestosi seducano certe intelligenze le quali si rappresentano le nature celesti come esseri brillanti d’oro e d’un magnifico splendore, sontuosi, regalmente vestiti, irradianti una dolce luce, od aventi infine non so quali altre forme che la teologia attribuisce ai beati arcangeli.

E per disingannare quelli che non immaginano nulla al disopra della bellezza del mondo sensibile, e per elevare saviamente il loro pensiero, che i santi dottori hanno creduto di dovere adottare quelle immagini tanto dissomiglianti; perché le forme abiette non dovessero sedurre per sempre ciò che v’é in noi di materiale; ma la loro grossolanità stessa risvegliasse e sollevasse la parte superiore della nostra anima. In tal guisa, coloro stessi che si compiacciono delle cose terrestri giudicano falso e inverosimile che invenzioni così difformi rassomiglino in verun modo allo splendore delle realtà celesti e divine.

Del resto, bisogna ricordarsi che nulla di ciò che esiste é assolutamente privo di qualche bellezza; poiché tutte le cose sono assai buone, dice la Verità stessa (Genesi I,31). 

  1. Tutte le cose dunque offrono materia alle più nobili contemplazioni; ed é permesso di presentare il mondo puramente spirituale sotto l’involucro, del resto sì poco vario, del mondo materiale, essendo certo d’altra parte che queste forme convengono al primo in modo tutt’affatto diverso che al secondo. In realtà, nelle creature prive di ragione, la irritazione non é che una foga passionale e la loro collera un movimento puramente fatale; ma quando si parla dell’indignazione degli esseri spirituali, si vuole al contrario indicare la virile energia della loro ragione e la loro invincibile persistenza nell’ordine divino e immutabile.

Ugualmente diciamo che il bruto ha gusti ciechi e grossolani, certe tendenze impostegli forzatamente dalla disposizione naturale e dalla abitudine, ed una potenza irresistibile degli appetiti sensuali che lo spingono verso il fine sollecitato dalle esigenze del suo organismo. Ma quando, immaginando lontane rassomiglianze, attribuiamo la cupidigia alle sostanze spirituali, si deve intendere ciò nel senso di un divino amore per il grande Spirito che sorpassa ogni ragione ed ogni intelligenza, di un immutabile e fermo desiderio della contemplazione eminentemente casta e inalterabile, e della nobile ed eterna unione con quella santa e sublime luce, con quella bellezza sovrana che non conosce tramonto. Nella stessa guisa, per la foga impetuosa delle sostanze spirituali, si intende indicare la magnanima e incrollabile costanza che esse attingono in un puro e perpetuo entusiasmo per la divina bontà e in una generosa devozione a ciò che é veramente amabile. Infine, per silenzio ed insensibilità, noi intendiamo, nei bruti e negli esseri inanimati, la mancanza di parola e di sentimento; ma applicando queste parole alle sostanze immateriali ed intelligenti, vogliamo dire che la loro superiore natura non é sottomessa alla legge d’un linguaggio labile e corporeo, né alla nostra sensibilità organica, indegna dei puri spiriti. Non é dunque punto sconveniente il travestire le cose celesti sotto il velo dei più disprezzabili simboli; anzitutto perché la materia, traendo la sua esistenza da Colui che è il bello essenziale, conserva nell’ordinamento delle sue parti qualche vestigio della bellezza intelligibile; in secondo luogo, perché questi stessi vestigi possono ricondurci alla purezza delle forme primitive, se siamo fedeli alle regole anteriormente tracciate, cioè a dire, se distinguiamo in qual diverso senso una stessa figura si applichi ugualmente bene alle cose spirituali e alle cose sensibili.

  1. Del resto la teologia mistica, come é noto, non usa questo linguaggio santamente figurativo soltanto quando si tratta degli ordini celesti, ma anche quando parla degli attributi divini. Cosicché la divinità velata sotto le più nobili sostanze, ora é il sole della giustizia, (Malachia IV,2) la stella del mattino che sorge dal fondo dei cuori pii, (Apocalisse XXII, 16) o la luce spirituale che ci avvolge nei suoi raggi; ora, rivestendosi di simboli più grossolani, é un fuoco che brucia senza estinguersi, (Esodo, II, 2) un’acqua che dà la vita a sazietà e che, per parlare figuratamente, discende nei nostri petti e scorre a fiotti inesauribili; (S. Giovanni VI, 38) ora infine, travestita sotto i simboli di infimi oggetti, é un profumo soave, (Cantico dei Cantici I, 2) una pietra angolare. (Lettera agli Efesii II, 20) Le Scritture stesse la presentano sotto forme animali (Osea XIII, 7) paragonandola al leone, alla pantera, al leopardo e all’orso in furore. Ma vi é qualche cosa che potrebbe sembrare anche più ingiurioso e più strano : ed é che il Signore stesso, si é chiamato un verme della terra, (Salmo XXI, 7) come ci insegnano i nostri maestri nella fede.

Così tutti quelli che, pieni di saggezza divina, parlano il linguaggio della sacra ispirazione, conservano alle cose sante la loro originale purezza mediante queste imperfette e volgari indicazioni; e si servono di questo felice simbolismo in modo che, mentre da un lato i profani non penetrano il mistero, né gli uomini piamente attenti si attengono con rigore a queste parole puramente figurative, dall’altro le realtà celesti brillano attraverso alle formule negative che rispettano la verità, ed alle comparazioni la cui giustezza si nasconde sotto un’apparenza ignobile. Non è dunque male, per le ragioni che si son dette, attribuire alle nature spirituali forme che non assomigliano loro se non da lontano.

Infatti, se la difficoltà di comprendere ci ha spinti alla ricerca, e se una scrupolosa investigazione ci ha condotti fino all’altezza delle cose divine, forse lo dobbiamo alle disprezzabili apparenze attribuite ai santi angeli; poiché, in tal modo, la nostra intelligenza non potendo assuefarsi a quelle ripugnanti immagini, era costretta a spogliarsi di ogni concezione materiale e si abituava facilmente ad elevarsi dal simbolo fino alla purezza del tipo. Ciò sia detto per giustificare le Scritture di aver travisato le nozioni celesti, per mezzo degli oscuri emblemi degli esseri corporei. Ma ora bisogna definire ciò che intendiamo per gerarchia e quali vantaggi derivino a coloro che vi si fanno iniziare. Ora io supplico il mio Signor Gesù Cristo (se é permesso chiamarlo mio) di soccorrermi in questi discorsi, lui che ispira ogni buono insegnamento sulle gerarchie.

E tu, figlio mio, (Si svolge a Timoteo) secondo la legge sacra della tradizione sacerdotale, ricevi, con sante disposizioni, le parole sante; diventa divino per questa iniziazione alle cose divine; nascondi in fondo al tuo cuore il mistero di questa dottrina d’unità e non sottometterla alle profanazioni della moltitudine. Perché, come dicono gli oracoli, non bisogna gettare ai porci lo splendore così puro e la bellezza così splendida delle perle spirituali.

 

CAPITOLO III

Si espone la definizione della gerarchia e la sua utilità.

ARGOMENTO.I. Si definisce la gerarchia. – II. Si espone qual’é lo scopo della gerarchia e quale subordinazione richieda; si dimostra che la sua bellezza consiste nell’imitazione della Divinità, e che essa compie il triplice ministero di purificare, d’illuminare e di perfezionare. – III. Si spiegano i doveri reciproci di coloro che sono ministri e soggetti di questa purificazione, illuminazione e perfezione.

  1. Secondo me, la gerarchia é nello stesso tempo ordine, scienza e azione, conformandosi, per quanto é possibile, agli attributi divini, e riproducendo, per mezzo dei suoi splendori originali, una espressione delle cose che sono in Dio. Ora la bontà increata, poiché é semplice, buona e principio di perfezione, é anche immune d’ ogni bassa mescolanza; tuttavia, e secondo le personali disposizioni di ciascuno, essa comunica agli uomini la sua luce, e, per un divino mistero, li rifà sul modello della sua sovrana e immutabile perfezione.
  1. Il fine della gerarchia é dunque di assimilarci e di unirci a Dio che essa adora come signore e guida della sua scienza e delle sue sante funzioni. Poiché, contemplando con tranquillo sguardo la somma bellezza, essa la rappresenta a sé stessa come può, e trasforma i suoi adepti in altrettante immagini di Dio: puri e splendenti specchi su cui può raggiare l’eterna e ineffabile luce e che, secondo l’ordine voluto, riflettono generosamente sulle cose inferiori quello splendore mirabile del quale essi brillano. Poiché né gli iniziatori, né gli iniziati alle sacre cerimonie debbono ingerirsi in funzioni che non appartengono al loro ordine rispettivo. Inoltre, soltanto a condizione di una necessaria dipendenza, si può aspirare ai divini splendori e contemplarli col dovuto rispetto ed imitare la buona armonia degli spiriti celesti.

Così, sotto questo nome di gerarchia s’intende una certa disposizione ed ordine santo, immagine della bontà increata, che celebra nella sua propria sfera, con il grado di potere e di scienza che gli compete, i misteri illuminatori, e si sforza di ricopiare con fedeltà il suo principio originale. Infatti, la perfezione dei membri della gerarchia consiste nell’accostarsi a Dio per mezzo di una coraggiosa imitazione e, ciò che é più sublime ancora, nel farsi suoi cooperatori, (Lettera ai Corinzi, I. 3, 9) come dice il libro santo, facendo risplendere in se stessi, secondo il proprio potere, le meraviglie dell’azione divina.

Volendo perciò l’ordine gerarchico che gli uni siano purificati e gli altri purifichino; che gli uni siano illuminati e gli altri illuminino; che gli uni siano perfezionati e gli altri perfezionino, ne segue che ciascuno avrà il suo proprio modo d’imitare Dio. Poiché questa beata natura, se mi é permessa una sì terrestre espressione, é assolutamente pura e senza miscuglio, piena di eterna luce, e sì perfetta che esclude ogni difetto; essa purifica, illumina e perfeziona; ma che dico? essa é la purezza, la luce e la perfezione stessa, al di sopra di tutto ciò che é puro, luminoso, e perfetto; principio essenziale d’ ogni bene, origine di tutta la gerarchia, e sorpassante inoltre anche ogni cosa santa, per la sua eccellenza infinita.

III. Mi sembra dunque necessario che coloro che vengono purificati, non conservando più alcuna sozzura, divengano liberi da tutto ciò che ha bisogno di purificazione; che coloro i quali vengono illuminati siano ripieni del divino splendore e che gli occhi del loro intelletto siano esercitati nell’esercizio d’una casta contemplazione; e infine che coloro che sono perfezionati, una volta cancellata la loro primitiva imperfezione, partecipino alla scienza santificante dei meravigliosi insegnamenti che già furon loro manifestati. Parimente occorre che il purificatore sia più puro della purezza che comunica agli altri; e che l’ illuminatore sia dotato di una più grande penetrazione intellettuale, ugualmente propria a ricevere ed a trasmettere la luce, e felicemente inondato del sacro splendore, lo riversi a rapidi fiotti su coloro che ne sono degni; e infine che l’abile depositario dei segreti tradizionali della perfezione inizi santamente i suoi fratelli alla conoscenza dei formidabili misteri che ha contemplato egli stesso. Così i diversi ordini della gerarchia cooperano all’azione divina, ciascuno nella propria misura; e per la grazia e la forza che viene dall’alto, compiono ciò che la Divinità possiede per natura ed eccellentemente; la gerarchia manifesta e propone alla imitazione delle intelligenze generose e care al Signore ciò che Egli opera in un modo incomprensibile.

 

CAPITOLO IV

Ciò che significa il nome Angeli.

ARGOMENTO.I. Si insegna che Dio si é comunicato alle creature per bontà, e che tutte le creature partecipano di Dio. – II. Gli Angeli sono chiamati a una partecipazione più alta, e incaricati di trasmettere agli esseri inferiori i segreti divini. – III. Si stabilisce che Dio non si é mai manifestato nella purezza della sua essenza, ma sempre sotto il velo di simboli creati; che gli esseri inferiori vanno verso Dio per mezzo dell’aiuto di esseri superiori, e che ogni gerarchia comprende tre gradi distinti. – IV. Si mostra che il mistero dell’Incarnazione fu preannunzialo dagli Angeli, e che Cristo stesso, nella sua vita mortale, ricevé gli ordini del Padre per mezzo dei santi Angeli.

  1. Io credo d’aver definito come si conviene ciò che é una gerarchia. Bisogna celebrare ora quella degli Angeli e contemplare con occhio interamente spirituale le venerabili finzioni sotto alle quali essi ci appaiono nelle Scritture. Così i misteriosi simboli ci eleveranno fino all’altezza di queste pure e celesti sostanze, e loderemo il principio della scienza gerarchica con quella santità che la sua maestà esige, e quel rendimento di grazie che é proprio della religione. Prima di tutto bisogna riconoscere che Dio ha compiuto un atto d’amore donando a tutte le cose la loro propria essenza ed elevandole fino all’essere: poiché non spetta che alla causa assoluta ed alla sovrana bontà di chiamare alla partecipazione della sua esistenza le diverse creature, ciascuna secondo il grado del quale é naturalmente capace. E perciò tutte dipendono dalla sollecitudine provvidenziale di Dio, causa universale e sopraessenziale, mentre non esisterebbero affatto se l’essenza necessaria e il primo principio non si fosse loro comunicato. Cosicché per il fatto stesso che sono, le cose inanimate partecipano di Dio, il quale, per la sublimità della sua essenza, é l’essere universale; le cose viventi partecipano di questa energia naturalmente vitale, sì superiore ad ogni vita; gli esseri ragionevoli e intelligenti partecipano di questa sapiens che sorpassa ogni ragione ed intelligenza, e che é essenzialmente ed eternamente perfetta. É dunque certo che le diverse essenze sono tanto più prossime alla divinità, quanto maggiormente partecipano di essa in più modi.
  1. Ecco perché, in questa generosa effusione della natura divina, una più larga parte deve esser fatta agli ordini della gerarchia celeste piuttosto che alle creature che hanno l’esistenza materiale, o possiedono il senso privo di ragione, od anche sono, come noi, dotati d’intelligenza. Perché, provandosi ad imitare Iddio e, per mezzo della contemplazione trascendente di questo sublime esemplare, ardendo dal desiderio di trasformarsi a sua immagine, i puri spiriti ottengono più abbondanti tesori di grazie; assidui, generosi. ed. invincibili nei conati del loro. santo amore per elevarsi sempre più in alto, attingono alla sorgente la luce pura ed inalterabile, in armonia con la quale si ordinano, vivendo una vita puramente intellettuale. Perciò sono essi appunto che in primo luogo, e per più ragioni, vengono ammessi alla partecipazione della Divinità ed esprimono meno imperfettamente, e in più modi, il mistero della natura infinita; da ciò deriva che essi sono specialmente e per eccellenza onorati col nome di Angeli, essendo loro anzitutto partecipato lo splendore divino, ed essendo comunicata agli uomini, per loro mezzo, la rivelazione dei segreti soprannaturali. Per questa ragione gli Angeli ci hanno rivelata la Legge, come insegnano le sacre carte (Lettera ai Calati III. 19). Per questa ragione, prima e dopo la Legge, gli Angeli conducevano a Dio i nostri  illustri antenati, ora prescrivendo loro regole di condotta, e riportandoli dall’errore e da una vita profana sul retto cammino della verità, (S. Matteo II. 13. Atti degli Apostoli XI, 13) ora manifestando la loro costituzione della gerarchia divina, o mostrando loro lo spettacolo misterioso delle cose sovrumane, o spiegando loro, in nome del Cielo, gli avvenimenti futuri (Daniele VII, 10. Isaia X).

III. Se qualcuno poi affermasse che Dio si é rivelato immediatamente da se stesso a qualche santa creatura; costui sappia, per le affermazioni positive delle Scritture, che nessuno sulla terra ha mai visto né vedrà l’intima essenza di Dio, (S. Giovani I, 4, 12) ma che queste sante apparizioni avvengono per l’onore dell’adorabile maestà, sotto il velo di simboli meravigliosi e tali che la natura possa sopportarli. Ora, queste visioni, che tracciano una immagine della Divinità (per quanto almeno ciò che ha forma può rassomigliare a ciò che non ha forma),  e con ciò innalzano fin presso a Dio coloro ai quali sono concesse, son dette dalla teologia, nel suo linguaggio pieno di saggezza, teofanie, e questo nome convien loro, perché comunicano all’uomo una divina luce ed una relativa scienza delle cose divine.

Ora, i gloriosi patriarchi ricevevano dagli, spiriti celesti l’intelligenza di queste misteriose manifestazioni. Infatti le Scritture non insegnano forse che Dio dette egli medesimo i sacri comandamenti a Mosè, per farci sapere che quella legge non era che la figura di un’altra santa e divina economia? E nondimeno i nostri maestri affermano che essa ci fu trasmessa dagli Angeli, per farci vedere come sia nelle esigenze dell’ordine eterno che le cose inferiori s’innalzino a Dio per mezzo delle cose superiori. E questa regola non riguarda soltanto quegli spiriti fra i quali passano direttamente relazioni di superiorità o di inferiorità, ma anche quelli che fanno parte dello stesso grado; volendo il sovrano autore di ogni ordine che in ogni gerarchia vi siano potenze costituite in primo, secondo e terzo grado, affinché le più elevate siano guida e maestre delle altre nelle opere della purificazione, della illuminazione e della perfezione.

  1. Vediamo anche che il mistero della carità del Signore fu prima rivelato agli Angeli, e quindi per la grazia di tale conoscenza discese fino a noi. Il sacerdote Zaccaria seppe da San Gabriele che il figlio che gli verrebbe dai cieli, fuori d’ogni sua speranza, sarebbe il profeta dall’opera divina che Gesù doveva misericordiosamente manifestare nella sua carne per la salvezza del mondo. Dallo stesso messaggero divino Maria seppe in qual modo si compirebbe in lei il miracolo ineffabile della Incarnazione del Verbo. Un altro messo informò Giuseppe dell’intero compimento delle sante promesse fatte a David, suo antenato. Fu pure un angelo che annunziò la buona novella ai pastori purificati dal riposo e dal silenzio della solitudine, menire i cori dell’armata celeste insegnavano agli uomini quell’inno di gloria, così frequentemente ripetuto nell’universo.

Ma innalzando gli occhi verso rivelazioni anche più sublimi, osservo che il principio sopraessenziale delle sostanze celesti, il Verbo, assumendo la nostra natura, senza alterare la sua, non disdegnò di accettare l’ordine delle cose stabilito per l’umanità; ed anzi si sottomise docilmente alle prescrizioni che Dio, suo padre, gli impose per mezzo degli Angeli. Infatti a Giuseppe è rivelata da un angelo la volontà divina circa la fuga in Egitto, e similmente il ritorno in Giudea. E tutta la vita del Signore offre l’esempio della stessa subordinazione : e voi conoscete troppo bene la dottrina delle nostre tradizioni sacerdotali perché debba ricordarvi che un angelo fortificò Gesù agonizzante, e il Salvatore stesso fu chiamato angelo del gran Consiglio,  quando, per operare felicemente là nostra redenzione, fece parte degli interpreti della Divinità; perché, com’egli disse, appunto in qualità di interprete, manifestò a noi tutto ciò che aveva ricevuto dal Padre.

 

CAPITOLO V

Perché generalmente si chiamano Angeli tutte le celesti essenze.

ARGOMENTO.I. Si insegna che il nome di Angeli, benché convenga propriamente all’ultimo cerchio della gerarchia celeste, può applicarsi anche agli ordini superiori; poiché essi ne hanno le qualità e possono compierne le funzioni, e per conseguenza assumere i nomi che appartengono ai loro subalterni, ma non reciprocamente.

  1. Ho fatto vedere, come ho potuto, perché le Scritture chiamino col nome di Angeli gli spiriti beati. Mi sembra ora opportuno esaminare perché la teologia designi indifferentemente con questo comune appellativo in generale tutte le nature celesti, (Salmo CII, S. Matteo I. 5) mentre nell’esplicazione particolare di ciascun ordine, insegna che gli Angeli occupano l’ultimo grado della gerarchia invisibile, e al disopra di loro si trova la milizia degli Arcangeli, dei Principati, delle Potenze, delle Virtù e di tutti gli spiriti anche più sublimi che là tradizione ci fa conoscere. Ora noi diciamo che in ogni costituzione gerarchica gli ordini superiori possiedono la luce e la facoltà degli ordini inferiori, senza che questi abbiano reciprocamente la perfezione di quelli. Chiama dunque la teologia, giustamente, Angeli la moltitudine sacra delle supreme intelligenze, perché servono anche a manifestare lo splendore delle luci divine. Ma per nessun motivo le celesti nature dell’ultimo ordine potrebbero ricevere la denominazione di Principati, di Troni, di Serafini, perché non partecipano di tutti i doni degli spiriti superiori. Ora, nella stessa guisa che per quelle nature celesti i nostri santi pontefici sono iniziati alla conoscenza dell’ineffabile splendore che esse contemplano, similmente l’ultimo ordine dell’armata angelica é elevato a Dio per mezzo delle auguste potenze dei gradi più sublimi. Si potrebbe risolvere anche la difficoltà in altro modo, dicendo che questo nome di Angeli fu dato a tutte le Virtù celesti per la loro comune rassomiglianza con la Divinità e per la loro partecipazione, più o meno intensa, ai suoi eterni splendori.

Ma perché nessuna confusione si mescoli ai nostri discorsi, consideriamo religiosamente ciò che le Scritture dicono delle nobili proprietà che distinguono ciascun ordine della gerarchia celeste.

 

CAPITOLO VI

Come le nature celesti si dividono in tre ordini principali.

ARGOMENTO. – Si mostra: I. Che Dio solo conosce esattamente ciò che concerne gli ordini angelici. – II. Che i nove cori degli Angeli formano tre gerarchie.

  1. Qual’é il numero, quali sono i poteri dei diversi ordini che formano gli spiriti celesti? Com’ é iniziata ciascuna gerarchia ai secreti divini? Ciò non é conosciuto esattamente se non da Colui che é l’adorabile principio della loro perfezione. Tuttavia essi stessi non ignorano né le qualità, né le illuminazioni delle quali son particolarmente dotati, né il carattere augusto dell’ordine al quale appartengono. Ma i misteri che concernono queste pure intelligenze e la loro sublime santità, non sono cose accessibili all’uomo, a meno che non si sostenga che, con la permissione di Dio, gli angeli ci abbiano insegnato le meraviglie che essi contemplano in loro stessi.

Perciò noi non vogliamo affermare nulla di nostro capo, ma bensì esporre, secondo le nostre forze, ciò che i dottori hanno visto per mezzo di una santa intuizione e ciò che hanno insegnato riguardo agli spiriti beati.

  1. Ora, la teologia ha designato con nomi diversi tutte le nature angeliche; e il nostro divino iniziatore le distribuisce in tre gerarchie, di cui ciascuna comprende tre ordini. Secondo lui, la prima circonda sempre la Divinità e si unisce indissolubilmente ad essa in modo più diretto delle altre due, (Ezechiele I; Isaia VI) testimoniando la Scrittura in modo non dubbio, che i Troni e gli ordini ai quali si attribuiscono occhi ed ali, e che in ebraico si chiamano Cherubini e Serafini, sono posti immediatamente dopo Dio e meno separati da lui che gli altri spiriti. In tal modo, secondo la dottrina dei nostri illustri maestri, da questi tre ordini risulta una sola e medesima gerarchia; la prima, che é la più divina e che attinge direttamente alla sorgente gli splendori eterni. Nella seconda si trovano le Potenze, le Dominazioni e le Virtù. Infine la terza ed ultima si compone degli Angeli, degli Arcangeli e dei Principati.

 

CAPITOLO VII

Dei serafini, dei cherubini, e dei troni che formano la prima gerarchia.

ARGOMENTO. – Si insegna: I. ciò che significano i nomi: Cherubini, Serafini e Troni. – II. qual’é la dignità della prima gerarchia, la sua forza contemplativa e la sua perfezione. – III. che gli spiriti inferiori sono iniziati alla scienza divina dai superiori, e gli spiriti del primo ordine da Dio stesso, e che tutti ricevono rispettosamente la luce che é loro accordata. – IV. quale é la funzione di questa prima gerarchia.

  1. Accettando questa distribuzione delle sante gerarchie, noi affermiamo che ogni nome dato alle intelligenze celesti é il segno delle proprietà divine che le distinguono. Così, secondo le testimonianze dei dotti ebrei, la parola Serafini significa luce e calore, e la parola Cherubini, pienezza di scienza e sovrabbondanza di saggezza. Conveniva, senza dubbio, che la prima gerarchia celeste fosse formata dai più sublimi spiriti; poiché tale é l’ordine che essi occupano al di sopra di tutti gli altri, poiché la Divinità, per una relazione immediata e diretta, lascia fluire sovr’essi più puramente ed efficacemente gli splendori della sua gloria e le conoscenze dei suoi misteri. Si chiamano dunque fiamme ardenti, troni, fiumi di sapienza, per esprimere con queste denominazioni le loro divine abitudini. In tal modo il nome di Serafini indica manifestamente il loro durabile e perpetuo trasporto per le cose divine, l’ardore, l’intensità, la impetuosità santa del loro generoso ed invisibile slancio, e quella potente forza con la quale sollevano, trasfigurano e trasformano a loro immagine le nature subalterne, vivificandole, arroventandole coi fuochi dai quali essi stessi sono divorati; quel calore purificante che consuma ogni sozzura e, infine, quella attiva, perenne ed inesauribile proprietà di ricevere e di comunicare la luce e di dissipare ed abolire ogni oscurità, ogni tenebra.

Il nome di Cherubini, mostra che questi sono chiamati a conoscere ed ammirare Dio, a contemplare la luce nel suo splendore originale e la bontà increata nei suoi più splendidi irraggiamenti; che, partecipando della sapienza, si foggiano a sua somiglianza, e spandono, senza invidia, sulle essenze inferiori, 1′ onda dei doni meravigliosi che hanno ricevuto. Il nome di nobili ed augusti Troni significa che sono completamente liberati dalle umilianti passioni della terra; che aspirano nel loro sforzo sublime e costante a lasciare lontano, al di sotto di loro, tutto ciò che é vile e basso; che sono uniti all’Altissimo con tutte le loro forze e con una ammirabile tenacia; che ricevono con anima pura e impassibile le dolci visite della Divinità; e che portano, in certo modo, Dio in se stessi, e si inchinano con un fremito rispettoso davanti ai suoi santi voleri.

  1. Tale, secondo noi, é il senso dei diversi nomi che hanno questi spiriti. Ora ci resta a spiegare la gerarchia che formano. Credo di avere già notato sufficientemente che tutta la gerarchia ha per fine invariabile una certa imitazione e rassomiglianza della Divinità, e che ogni attività che essa impone tende al doppio fine di ricevere e di conferire una purità immacolata, una divina luce ed una perfetta conoscenza dei santi misteri. lo vorrei ora insegnare convenientemente come la Scrittura intende l’ordine sublime delle intelligenze più elevate. Sappiamo, prima di tutto, che questa prima gerarchia é ugualmente propria a tutte le nature superiori, le quali, venendo immediatamente dopo il loro sovrano autore, e poste, per così dire, vicino all’ infinito, sorpassano ogni potenza creata visibile od invisibile. Esse sono dunque eminentissimamente pure, non solo perché nessuna macchia o sozzura le contamina e perché non subiscono la legge delle nostre immaginazioni materiali, ma sopratutto perché, inaccessibili ad ogni principio di degradazione e dotate di una santità trascendente, si elevano con ciò al disopra degli altri spiriti, per divini che siano; ed anche perché trovano in un generoso amore di Dio, la forza di mantenersi liberamente e invariabilmente nel loro proprio ordine, e nessuna alterazione può loro sopraggiungere, poiché le obbliga santamente alle funzioni meravigliose che loro furono assegnate, la rigidezza di una invincibile volontà.

Esse sono ugualmente contemplative; e con ciò non intendo dire che percepiscano le cose intellettuali per mezzo di simboli sensibili, né che la vista di varie e pie immagini le elevi a Dio; ma intendo dire che sono inondate di una luce che sorpassa ogni conoscenza spirituale, ed ammesse, per quanto lo concede la loro natura, alla visione di quella bellezza che risplende nelle tre adorabili Persone; intendo che gioiscono dell’umanità del Salvatore in ben altro modo che sotto il velo di qualche figura che ne adombri le auguste perfezioni; perché, penetrando esse in lui liberamente, ricevono e conoscono direttamente i suoi santi splendori. Io comprendo infine che é dato loro di imitare Gesù Cristo in più nobile modo, e che partecipano, secondo la loro capacità, all’ immediata irradiazione della sua virtù divina ed umana. Esse sono anche perfette, non perché sappiano spiegare i misteri nascosti sotto la varietà dei simboli, ma perché nella loro alta ed intima unione con la Divinità, acquistano a contatto con le opere divine, quella scienza ineffabile che possiedono gli angeli; perché non già per mezzo di qualche altra santa natura, ma immediatamente da Dio ricevono la loro iniziazione. Esse si elevano dunque fino a lui senza intermediario, per loro propria virtù, e per il grado superiore che occupano; e per questo ancora dimorano in una immutabile santità e sono chiamate alla contemplazione dalla bontà puramente intelligibile. Costituite così in modo meraviglioso dall’autore di tutte le gerarchie, ch’esse circondano nel primo ordine, imparano da Dio stesso le alte e sovrane ragioni delle opere divine.

III. Ora, i teologi insegnano chiaramente che, per una ammirabile disposizione, gli ordini inferiori delle pure intelligenze sono istruiti intorno alle cose divine dagli ordini superiori, mentre gli spiriti del primo ordine ricevono direttamente da Dio stesso la comunicazione della scienza. Infatti le Sacre Scritture ora ci mostrano che qualcuna di quelle sante nature impara dalle nature più auguste che il Signore delle virtù celesti e il Re della gloria si innalza in forma umana nei cieli, (Salmo X) ora che qualche altra interroga Gesù Cristo in persona, e desidera conoscere l’opera sacra della nostra redenzione, e raccoglie le istruzioni dalla sua propria bocca, ed é informata da lui stesso intorno ai miracoli operati dalla sua bontà in pro degli uomini, «Sono io, egli dice, che parlo giustizia e sono io il protettore che do salute» (Isaia LXIII, 1) . Qui ammiro come le essenze poste dalla loro sublimità al disopra di tutte le altre, provino, come le loro subalterne, qualche timidezza di desiderio circa le comunicazioni divine; poiché esse non cominciano col dire al Signore : « Perché la tua veste é rossa?» (Isaia I e XI) ma si interrogano prima fra loro, manifestando con ciò il loro intendimento, il loro desiderio di conoscere l’augusto prodigio, non già prevenendo la rivelazione progressiva delle luci celesti.

Così la prima gerarchia degli spiriti beati é retta dallo stesso sovrano iniziatore; e poiché essa dirige immediatamente verso di lui il suo conato, raccogliendo, nella misura delle sue forze, la purità senza macchia che produce la viva luce d’onde nasce la perfetta santità, si purifica, s’ illumina e si perfeziona, e diventa pura di tutto ciò che é infimo, luminosa dei primi raggi della luce, ricca e adorna di una scienza sublime, attinta alla stessa sorgente. Inoltre io potrei dire, in una parola, che questa derivazione della scienza divina é nello stesso tempo purificazione, illuminazione e perfezione ; poiché purifica veramente da ogni ignoranza, comunicando ad ogni intelligenza, secondo la propria dignità, la conoscenza dei misteri ineffabili; rischiara inoltre e, per la purità che largisce, permette agli spiriti di contemplare nell’immensa irradiazione di quella luce sovreminente le cose che non avevano ancora vedute ; e, infine le perfeziona, confermandole nella chiara intuizione dei più magnifici splendori.

  1. Tale é, per quanto mi é dato sapere, la prima gerarchia dei cieli. Ordinata a guisa di un cerchio intorno alla Divinità, la circonda immediatamente, e tra le gioie di una perenne conoscenza, esulta nella meravigliosa fissità di quell’entusiasmo che trasporta gli angeli.

Essa gioisce delle sue molte, chiare e pure visioni; essa brilla sotto il dolce riflesso dello splendore infinito ; essa è nutrita di un alimento divino, insieme abbondante (perché nella sua prima distribuzione) e realmente uno e perfettamente identico, a causa della semplicità dell’augusta sostanza. Per di più essa ha l’onore di essere associata a Dio e di cooperare alle sue opere, ridisegnando, nella misura del suo potere, le perfezioni e le azioni divine. Essa conosce sovreminentemente alcuni ineffabili misteri e, secondo la sua capacità, entra a parte della scienza dell’Altissimo. Infatti la teologia ha insegnato all’umanità gli inni che cantano questi sublimi spiriti ed il luogo donde emana l’eccellenza della luce che li inonda: poiché, per parlare il linguaggio terrestre, qualcuno di loro ripete col fragore delle grandi acque: «Benedetta sia la gloria di Dio dal santo luogo ov’ei risiede! » ( Ezechiele III, 12), ed altri fanno risuonare questo maestoso e celebre cantico : « Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti; tutta la terra é piena della sua gloria ! » (Isaia VI, 3).

Ma noi abbiamo spiegato, a nostro modo, questi sacri canti dei cieli, nel trattato degli inni divini, in cui ci sembra di aver chiarita sufficientemente questa materia (si riferisce all’altro trattato “Della gerarchia ecclesiastica”, dove tratta delle cerimonie del culto). Qui ci contentiamo di ricordare che la prima gerarchia, iniziata dalla infinita carità alla conoscenza dei divini misteri, li trasmette beneficamente alle gerarchie inferiori. Per dir tutto in una parola, essa insegna loro che la maestà terribile, degna di ogni lode e al disopra di ogni benedizione, deve essere conosciuta e glorificata quanto é possibile dalle intelligenze alle quali il Signore si comunica, perché, secondo la testimonianza della Scrittura, esse sono per la loro sublimità divina, come augusti e santi luoghi ove la divinità riposa. Essa insegna loro che l’unità semplicissima, sussistendo in tre persone, abbraccia nella cura della sua provvidenza la intera creazione, dalle più nobili essenze dei cieli alle più vili sostanze della terra; perché é l’eterno principio e la causa di tutte le creature, e tutte le stringe in un vincolo meraviglioso, ineffabile.

 

CAPITOLO VIII

Della seconda gerarchia, che si compone delle dominazioni, delle virtù e delle potenze.

ARGOMENTO.I. Si spiega ciò che significhino i nomi Dominazioni, Virtù, Potenze, e come questa seconda gerarchia riceva l’illuminazione divina. – II. Si fa intendere in qual modo gli spiriti inferiori ricevano la luce per mezzo degli spiriti superiori.

  1. Passiamo ora alla seconda classe dell’intelligenze celesti e, con occhio spirituale, proviamoci a contemplare le Dominazioni e le ammirabili falangi delle Potenze e delle Virtù; poiché ogni nome dato a questi esseri superiori rivela le proprietà auguste per mezzo delle quali si accostano alla divinità. Così il nome di sante Dominazioni indica, credo, la loro sublime spiritualità, libera da ogni impedimento materiale, e la loro autorità, libera e severa a un tempo, non macchiata mai dalla tirannia di alcuna vile passione. Poiché, non subendo né la vergogna di alcuna schiavitù, né le conseguenze d’una degradante caduta, questi nobili intelletti non sono assillati che dal bisogno insaziabile di possedere Colui che è la dominazione essenziale e l’origine di ogni dominazione. Esse si formano da se stesse e formano gli spiriti subalterni a somiglianza della Divinità. Disprezzando ogni cosa vana, esse rivolgono la loro attività verso l’essere verace e partecipano al suo eterno e santo principato.

Il nome sacro di Virtù, mi sembra indicare quel virile ed invincibile vigore che esse spiegano nell’esercizio delle loro divine funzioni e che impedisce loro di ripiegarsi e di cadere sotto il peso delle auguste verità che sono loro manifestate. Così, sospinte energicamente ad imitare Dio, esse non si abbattono vilmente sotto l’influsso celeste, ma contemplando con occhio attento la virtù sopraessenziale, originale, ed applicandosi a riprodurne una perfetta immagine, si innalzano con tutte le loro forze verso il loro archetipo, e, a loro volta, si protendono, a guisa della Divinità, verso le essenze inferiori per trasformarle.

Il nome di celesti Potenze, che sono della stessa gerarchia delle Dominazioni e delle Virtù, indica il perfetto ordine col quale si presentano all’influenza divina, e l’esercizio legittimo della loro sublime e santa autorità. Poiché non si abbandonano agli eccessi di un potere tirannico, ma slanciandosi verso le cose superiori con ordinato impeto, e trascinando amorosamente verso la stessa meta le intelligenze meno elevate, da una parte tendono ad accostarsi alla potenza sovrana e prima, e dall’altra la riflettono su gli ordini angelici per mezzo delle ammirabili funzioni che è dato loro di adempiere. Adornata di queste sacre qualità, la seconda gerarchia degli spiriti celesti ottiene purità, luce e perfezione, nel modo che abbiamo detto, per mezzo cioè degli splendori divini che a lei trasmette la prima gerarchia., e che in tal modo non le giungono se non al secondo grado della loro manifestazione.

  1. Così la comunicazione della scienza che vien fatta ad un angelo da un altro angelo, spiega come i doni celesti sembrino perdere del loro splendore in proporzione dell’allontanarsi dalla loro origine per abbassarsi su esseri meno elevati. Perché come i nostri maestri insegnano, parlando delle cose sante, che l’intuizione pura c’istruisce più perfettamente che ogni comunicazione mediatamente ricevuta, così io penso che la partecipazione diretta alla quale sono chiamati gli angeli superiori, manifesti loro assai meglio la divinità che se vi fossero iniziati per mezzo di altre creature.

E dunque anche per questo che la nostra tradizione sacerdotale insegna che gli spiriti del primo ordine purificano, illuminano e perfezionano le intelligenze meno nobili, le quali per tal mezzo si innalzano verso il principio sovraessenziale di tutte le cose e partecipano, per quel tanto che la loro condizione lo permette, alla purità, alla illuminazione ed alla perfezione mistica. Perché, per una legge generale stabilita dalla divina saggezza, le grazie divine non vengono comunicate agli inferiori se non per il ministero dei superiori.

Voi troverete questa dottrina espressa nella Scrittura. Così quando Dio, per clemenza paterna, ebbe punito Israele prevaricatore, consegnandolo, per la sua conversione e la sua salvezza, al giogo odioso delle nazioni barbare, volle anche, studiandosi di ricondurre al bene i teneri oggetti della sua sollecitudine, spezzare le loro catene e ristabilirli nella dolcezza della loro antica felicità. Ora in questa circostanza un uomo di Dio, chiamato Zaccaria, vide uno di quegli angeli del primo ordine che circondano la divinità (Zaccaria I. 22) (poiché, come già dissi, la denominazione di angeli é comune a tutte le celesti essenze) il quale riceveva da Dio stesso consolanti parole; e verso di lui s’avanzava uno spirito d’ordine inferiore per conoscere ciò che era stato rivelato. Questi, informato della volontà divina per mezzo di quella iniziazione misteriosa, la comunicò a sua volta al profeta, il quale seppe così che la città di Gerusalemme, in mezzo all’abbondanza, si rallegrerebbe della moltitudine dei suoi abitanti.

Un altro teologo, Ezechiele, ci fa sapere che il Signore gloriosissimo che regna sui Cherubini, emanò nella sua adorabile giustizia questo decreto che sotto ai paterni castighi che dovevano correggere, come è stato detto, il popolo d’ Israele, gli innocenti sarebbero stati benignamente separati dai colpevoli. Questa disposizione fu comunicata al primo dei Cherubini, i cui fianchi brillano sotto una cintura di zaffiri ed è vestito con la veste ondeggiante dei pontefici. Nel tempo stesso ricevette l’ordine di trasmettere il segreto divino agli altri angeli armati di scuri. A lui poi venne particolarmente ordinato di traversare Gerusalemme e di apporre un segno sulla fronte degli uomini innocenti; e agli altri fu detto: «Seguitelo attraverso alla città; colpite, e che l’occhio vostro non si lasci commuovere; ma non accostatevi a quelli che portano il segno». E non é per simile ordine che un angelo dice a Daniele: «Il decreto è pronunziato»? (Daniele IX, 23) e che uno spirito del primo ordine va a prendere dei carboni ardenti in mezzo ai cherubini? (Ezechiele X) E non riconosciamo ancor più nettamente questa distinzione gerarchica degli angeli, vedendo un cherubino porre quei carboni nelle mani di quell’altro, che é rivestito della stola sacra? vedendo che chiama l’arcangelo Gabriele e gli dice: «Fai intendere questa visione al profeta» (Daniele VIII, 16) e imparando infine tutto ciò che riferiscono i teologi che trattano dell’ammirabile subordinazione dei cori angelici? Tipo augusto che la nostra gerarchia deve riprodurre con quella perfezione che le é possibile, per essere come un riflesso della bellezza degli angeli e per elevarci, con l’aiuto del loro ministero, verso il principio assoluto d’ogni supremazia e d’ogni autorità.

 

CAPITOLO IX

Dell’ultima gerarchia celeste che comprende i principati, gli arcangeli e gli angeli.

ARGOMENTO. – Si espone: I. Ciò che vuol dire il nome Principati. – II. Arcangeli ed Angeli e quali sono le loro rispettive funzioni. – III. Si prova che non bisogna accusare gli Angeli per il poco profitto che certe anime traggono dalla loro direzione, poiché né essi né Dio abbandonano alcuno. – IV. Che la provvidenza divina abbraccia tutti i popoli, quantunque Israele sia stato chiamato la parte prediletta del Signore.

 

  1. Ci resta da considerare l’ultima gerarchia celeste, nella quale brillano i santi Principati, gli Arcangeli e gli Angeli. Ma credo che si debba prima indagare, come potremo, il senso dei loro nobili attributi. Ora, il nome di celesti Principati indica che possiedono il divino segreto di comandare con quel perfetto ordine che conviene alle potenze superiori, di dirigere se stessi invariabilmente e di guidare autorevolmente gli altri verso Colui che regna al di sopra di tutto, di formarsi, nel limite del possibile, sopra il modello del principato originale e di manifestare infine la loro autorità sovrana colla bella disposizione delle loro proprie forze.
  1. L’ordine degli Arcangeli appartiene alla stessa divisione dei santi Principati. E vero tuttavia, come ho detto altrove, che formano una sola e medesima divisione con gli Angeli. Ma poiché ogni gerarchia comprende prima, seconda e terza potenza, l’ordine sacro degli Arcangeli é un centro gerarchico in cui gli estremi si trovano armoniosamente riuniti. Infatti ha qualche cosa di comune coi Principati e con tutti gli angeli. Come i primi, si tien volto appassionatamente verso il principio sovraessenziale d’ogni cosa, si studia di divenire simile a lui e conduce gli Angeli alla unità coll’invisibile sforzo d’una autorità saggia e disciplinata; come gli altri compie le funzioni di ambasciatore, e ricevendo dalle nature superiori la luce dovutagli, la trasmette, con divina carità, prima agli Angeli e poi per loro mezzo, agli uomini, secondo le disposizioni proprie di ogni iniziato. Poiché, come già si é visto, gli Angeli completano i diversi ordini degli spiriti celesti e solo in ultimo, dopo tutti gli altri, vien data loro la perfezione angelica.

Per questa ragione e rispetto a noi, il nome di Angeli si adatta meglio a loro che ai primi, poiché le funzioni del loro ordine ci sono più note e riguardano il mondo più da vicino. Infatti, bisogna pensare che la prima gerarchia, più prossima per il suo ordine al santuario della Divinità, governa la seconda con mezzi misteriosi e segreti; che la seconda, a sua volta, accogliendo le Dominazioni, le Virtù e le Potenze, guida la gerarchia dei Principati, degli Arcangeli e degli Angeli in modo più chiaro della prima, ma tuttavia più occulto della terza; e che questa infine, meglio conosciuta da noi, regge le gerarchie umane, l’una per mezzo dell’altra, affinché l’uomo si innalzi e si volga a Dio e comunichi e si unisca con lui, seguendo gli stessi gradi per i quali, mediante la meravigliosa subordinazione delle varie gerarchie, la divina bontà ha fatto discendere verso di noi le sante emanazioni della luce eterna. Perciò i teologi assegnano agli Angeli la presidenza delle nostre gerarchie, attribuendo a S. Michele il governo del popolo ebreo, e ad altri il governo di altri popoli (Daniele X); poiché l’Eterno ha limitato le nazioni in ragione del numero degli Angeli (Deuteronomio XXXII).

III. Se dunque si domanderà perché gli Ebrei soli furono chiamati alla conoscenza della verità, noi risponderemo che non bisogna imputare al governo dei buoni Angeli la caduta universale dei popoli nella idolatria, ma che volontariamente, da se stessi, gli uomini hanno abbandonata la via che conduce a Dio, trascinati dall’orgoglio e dalla perversità, verso il culto ignominioso delle divinità menzognere. Del resto possiamo provare che lo stesso accadde al popolo d’ Israele. «Tu hai rifiutato la conoscenza di Dio, dice il profeta, e sei corso dietro ai desideri del tuo cuore» (Osea IV). Perché né la fatalità domina la nostra vita, né la libertà delle creature saprebbe spegnere le luci inviate loro dalla divina Provvidenza; le differenti anime, soltanto a causa della loro ineguaglianza, o non partecipano affatto, impedite da una triste resistenza, alla effusione degli splendori celesti; o il raggio divino, nonostante la sua unità, la sua semplicità perfetta, la sua immutabilità e la sua pienezza, é loro comunicato in proporzioni diverse, con più o meno abbondanza e luce. Ed infatti le altre nazioni, dalle quali abbiamo noi stessi alzati gli occhi verso quell’immenso oceano di luce alla cui partecipazione tutti son liberamente convitati, le altre nazioni non erano già governate da non so quali dei stranieri, ma bensì dall’unico principio di tutto; e l’angelo custode di ciascuna conduceva verso la verità sovrana gli uomini di buona volontà. E come prova di ciò, ricordatevi Melchisedech, quest’uomo sì amato dal cielo, zelante pontefice non già di immaginarie divinità, ma dell’Altissimo che solo realmente é Dio. Ora i teologi non lo chiamano soltanto servitore dell’Eterno, ma lo chiamano anche prete, per mostrare agli spiriti chiaroveggenti che non solo era rimasto fedele a Colui che é, ma che iniziava anche i suoi fratelli alla conoscenza della sola vera divinità.

  1. Voglio ricordare inoltre alla vostra scienza sacerdotale che le cure provvidenziali e l’assoluto potere di Dio furono manifestati in sogno al Faraone dall’angelo degli Egiziani (Genesi XLI), ed a Nabuchodonosor dell’angelo di Babilonia (Daniele II), che Giuseppe e Daniele, servitori del vero Dio e quasi pari agli angeli in santità, furono destinati a quei popoli per spiegare le visioni figurative di cui la Divinità aveva loro insegnato il segreto per mezzo dei celesti spiriti poiché non esiste che un solo principio di tutto ed una sola provvidenza. Perciò non si deve supporre che senza ragione sia toccato in sorte a Dio il governo della Giudea e che, al di fuori del suo impero, gli angeli, suoi rivali o suoi avversari, od anche qualche altro dio, presiedono ai destini del resto del mondo. Certo, se ben si comprendono, le nostre Scritture sacre non vogliono già dire che Dio abbia diviso con altri dei o con gli angeli il governo dell’universo, in modo che in questa divisione la nazione ebraica diventasse la sua parte esclusiva; ma esse intendono che una stessa ed universale Provvidenza, avendo specialmente designati certi angeli, commise alla loro cura la salvezza di tutti gli uomini, e che, in mezzo alla generale infedeltà, i figli di Giacobbe conservarono, quasi da soli, il tesoro delle sante luci e la conoscenza dell’Altissimo. Donde deriva che la Scrittura, presentando Israele come votato al culto del vero Dio, aggiunge: «É diventato la parte del Signore» (Deuteronomio XXXII). E, nell’intento di mostrare che alla pari degli altri popoli Israele era stato affidato ad un angelo perché imparasse a conoscere sotto la sua direzione l’unico principio di tutte le cose, riferisce che San Michele é la sacra guida dei Giudei (Daniele X).

Con ciò vuol farci intendere che non esiste nell’universo che una sola e medesima Provvidenza, infinitamente innalzata per la sue stessa natura al disopra di tutte le potenze visibili ed invisibili, e che l’angelo assegnato ad ogni nazione, attira verso la Divinità, come verso il loro proprio principio, quei che lo seguono con tutto il potere della loro buona volontà.

 

CAPITOLO X

Riassunto e conclusione di ciò che è stato detto intorno all’ordine angelico.

ARGOMENTO. – Si espone: I. Che gli angeli più eccelsi sono illuminati da un più perfetto splendore. – II. Che la subordinazione gerarchica si mantiene in questa trasmissione di luce. – III. Che gli angeli e gli uomini sono dotati d’un triplice potere.

  1. Da ciò che é stato detto si deve concludere che le intelligenze del prima ordine, che si avvicinano di più alla Divinità, santamente iniziate dagli augusti splendori che ricevono immediatamente, si illuminano e si perfezionano sotto l’influenza d’una luce a un tempo più misteriosa e più evidente; più misteriosa perché é più spirituale e dotata d’una maggiore potenza di semplificare e di unire; più evidente, perché, attinta alla sua scaturigine, brilla del suo splendore primitivo, ed è più intera e penetra meglio in quelle pure essenze. A questa prima gerarchia obbedisce la seconda, questa comanda alla terza, e la terza é destinata alla gerarchia degli uomini. In tal modo, con divina armonia e giusta proporzione, esse si elevano, l’una per mezzo dell’altra, verso Colui che é il sommo principio e la fine di ogni bell’ordine.
  1. Ora, tutti gli spiriti sono gli interpreti e i messaggeri d’una potenza superiore. I primi portano gli ordini immediati della Divinità, e gli altri li ricevono per trasmetterli a quelli che vengon dopo. Poiché il nostro Dio, in cui tutte le cose formano un’armonia sublime, ha costituita in modo la natura degli esseri, tanto ragionevoli che puramente intellettuali, e regolato il loro perfezionamento in modo che ogni gerarchia forma un tutto perfettamente costituito e comprende potenze di tre gradi diversi. Per di più, ogni grado ripete in sé questo meraviglioso accordo. E perciò, senza dubbio, la teologia rappresenta i pii Serafini rivolti l’uno verso l’altro, (Isaia, VI) insegnando così, a mio giudizio, con perfetta evidenza, che i primi comunicano ai secondi la conoscenza delle cose divine.

III. Oltre a ciò aggiungerei con ragione che si debbano specialmente distinguere, in ogni intelligenza umana od angelica, le facoltà di primo, secondo e terzo grado, corrispondenti precisamente ai tre ordini d’ispirazione che son propri di ciascuna gerarchia. Passando per questi gradi successivi, gli spiriti partecipano, secondo il loro potere, alla purità immacolata, alla luce sovrabbondante ed alla perfezione senza limiti. Dacché nulla é perfetto in se stesso; e nulla esclude la possibilità di una maggior perfezione, se non Colui che é, essenzialmente, la perfezione prima e infinita.

 

CAPITOLO XI

Il perché gli spiriti angelici si chiamano generalmente virtù celesti.

ARGOMENTO. – Si rammenta: I. Che i puri spiriti non son chiamati Virtù celesti per la stessa ragione che son chiamati angeli. – II. Che questo nome di Virtù applicato a tutti indistintamente non genera confusione tra i diversi ordini e tra i singoli poteri, ma che tutti essendo dotati di essenza, di virtù e di attività, possono essere chiamati Essenze, Virtù e Potenze.

 

  1. Ora é necessario indagare per quale ragione usiamo chiamare Virtù celesti indistintamente tutte le nature angeliche. Qui non é possibile ripetere il ragionamento fatto più sopra; non si potrebbe dire che l’ordine delle Virtù sia l’ultimo tra le gerarchie invisibili e che, come le potenze superiori possiedono tutti i doni comunicati alle potenze inferiori, e non reciprocamente, ne risulti che tutte le divine intelligenze debbano essere chiamate Virtù, e non Serafini, Troni e Dominazioni. Questo ragionamento, secondo noi, non vale, perché gli Angeli e, sovr’essi, gli Arcangeli, i Principati e le Potenze son collocati dalla teologia dopo le Virtù, e inoltre non partecipano a tutte le loro proprietà; e tuttavia li chiamiamo Virtù celesti come gli altri sublimi spiriti.
  1. Nondimeno, generalizzando così questa denominazione, non intendiamo di confondere le proprietà dei diversi ordini; soltanto, allo stesso modo che per la legge sublime del loro essere, si distingue in tutti i puri spiriti l’essenza, la virtù e l’atto; se tutti o qualcuno di loro sono chiamati indifferentemente essenze o virtù celesti, bisogna pensare che questa locuzione designa quelli di cui vogliamo parlare, precisamente per l’essenza o la virtù che li costituisce. Certo, dopo le distinzioni così nette da noi stabilite, non vorremo attribuire alle nature meno perfette prerogative sovreminenti e turbare in tal guisa l’armonioso accordo che regna tra gli ordini degli angeli; perché, come si é già notato più di una volta, gli ordini superiori possiedono eccellentemente la proprietà degli ordini inferiori; ma questi non sono dotati di tutta la perfezione degli altri, i quali, ricevendo senza intermediario gli splendori divini, non li trasmettono alle nature inferiori se non in parte e nella misura che queste ne sono capaci.

 

CAPITOLO XII

Il perché si da il nome di angeli ai pontefici della nostra gerarchia.

ARGOMENTO.I. Si cerca di trovare la ragione per la quale il prete vien chiamato da un profeta l’angelo del Signore Onnipotente, mentre é certo che la perfezione dei superiori non si trova negli inferiori. – II. Si risponde che gli inferiori, per quanto non uguaglino la perfezione dei superiori, gli imitano, gli assomigliano per qualche lato, e possono ricevere il loro nome. – III. Si conferma l’opportunità di questa soluzione, osservando che gli angeli e gli uomini sono chiamati, talvolta, Dei.

 

  1. Coloro che si applicano alla meditazione dei nostri profondi oracoli pongono anche questa questione: se é vero che l’inferiore non partecipa interamente delle qualità del superiore, perché nella Santa Scrittura i nostri pontefici sono chiamati angioli del Signore Onnipotente? (Malachia II. 7 – Apocalisse II).
  1. Ora queste parole non sembrano affatto contrarie alle nostre precedenti affermazioni; poiché se la perfezione dei primi ordini non si trova fra gli ultimi in tutta la sua eccellenza, tuttavia é loro comunicata in proporzione della loro capacità, per la legge di quell’armonia che unisce tutte le cose. I Cherubini godono senza dubbio d’una saggezza e di una conoscenza meravigliose; ma gli spiriti inferiori partecipano pure della saggezza e della conoscenza, sebbene in modo meno sublime e abbondante, essendone meno degni. Così il dono della conoscenza e della saggezza é comune a tutte le intelligenze celesti, ma ciò che é proprio di ciascuna, ciò che é determinato dalla loro rispettiva natura. é di ricevere il beneficio divino immediatamente ed in primo luogo, oppure mediatamente e in grado inferiore.

E non ci s’inganna applicando questo stesso principio a tutti gli spiriti angelici, poiché come nei primi brillano gli augusti attributi degli ultimi, così questi possiedono le qualità di quelli, sebbene con meno eccellenza e perfezione. Non é dunque assurdo, come si vede, che la teologia dia il nome di angeli ai pontefici della nostra gerarchia, poiché, nella misura delle loro forze, si associano al ministero degli angeli per la funzione d’insegnare, e, per quanto é permesso all’umanità, si studiano di rassomigliar loro mediante l’interpretazione dei sacri misteri.

III. Per di più, voi potete sapere che si chiamano dei le nature celesti che stanno al di sopra di noi, e questo nome conviene anche ai santi e pii personaggi che adornano i nostri ordini, quantunque la sovrana e misteriosa essenza di Dio sia assolutamente incomunicabile e superiore a tutto, e quantunque nulla possa con giustezza e con rigore essergli reputato somigliante. Ma quando la creatura, sia puramente spirituale, sia ragionevole, provandosi con ardore ad unirsi al suo principio ed aspirando incessantemente e con tutte le sue forze agli splendori celesti, giunge ad imitare Dio, se questa espressione non é troppo ardita, allora riceve gloriosamente il nome santo di Dio.

 

CAPITOLO XIII

Perché è detto che il Profeta Isaia fu purificato da un Serafino.

ARGOMENTO.I. Si cerca il motivo per il quale é detto che Isaia fu purificato da un angelo del primo, e non dell’ultimo ordine. – II. Si risponde che quest’angelo non fu certamente un Serafino, ma che gli fu dato quel nome per la funzione che adempiva. – III. Si riferisce un’altra opinione: che cioè l’inviato celeste apparteneva in realtà all’ultimo ordine della gerarchia celeste, ma poiché gli era stata affidala quella missione dagli spiriti superiori, gli fu attribuito legittimamente quel nome, per lo stessa ragione per cui si può dire che un Pontefice conferisce gli ordini per mezzo del ministero dei Vescovi e il battesimo per mezzo del ministero dei preti, quando essi ricevono da lui il loro rispettivo potere. – IV. Si descrive la visione di Isaia, nella quale il Signore appare sopra il suo trono, circondato di Serafini, e si spiega come Isaia fu purificato, e si spiegano gli altri misteri di questa visione.

 

  1. Fermiamoci ancora a considerare perché é detto che un Serafino fu inviato ad uno dei nostri teologi, dacché si domanda giustamente come mai sia stato destinato a purificare il profeta una delle più sublimi intelligenze, invece d’uno fra gli spiriti inferiori.  
  1. Qualcuno, per eliminare tale difficoltà, invoca prima di tutto quella intima analogia che esiste fra tutte le celesti nature: ciò posto, la Scrittura non indicherebbe che una intelligenza del primo ordine fosse discesa per purificare Isaia, ma soltanto che uno degli angeli che presiede alla nostra gerarchia ricevette in quel caso il nome di Serafino, unicamente per la funzione che egli stava per compiere, e perché doveva togliere col fuoco l’iniquità dal profeta e risuscitare nella sua anima purificata il coraggio di una santa obbedienza. Così i nostri oracoli parlerebbero qui, non già di uno fra i Serafini che circondano il trono di Dio, ma di una di quelle Virtù purificanti che stanno immediatamente sopra noi.

III. Un altro mi suggerì, relativamente a questa questione, una soluzione che non è del tutto priva di senno. Secondo lui, qualunque fosse la sublime intelligenza che con questa visione simbolica iniziò il profeta ai segreti divini, riferì prima a Dio, e poi alle prime gerarchie, il glorioso potere che gli era toccato in sorte, e cioè di comunicare in quella occasione la purità. Ora, é vera questa ipotesi? Colui che me la espose la spiegò in questo modo: La virtù divina raggiunge e penetra intimamente ogni cosa con la sua libera energia, quantunque in far ciò essa sfugga a tutti i nostri sguardi, tanto per la sublimità inaccessibile della sua pura sostanza, quanto a cagione delle vie misteriose per mezzo delle quali esercita la sua provvidenziale attività. Con ciò non si vuol dire tuttavia che non si manifesti affatto alle nature intelligenti nella misura che esse ne sono capaci; poiché, conferendo la grazia della luce agli spiriti superiori, per mezzo di essi la trasmette agli spiriti inferiori con armonia e perfezione, nella misura che la condizione e l’ordine di ciascun d’essi comporta. Ci spiegheremo più chiaramente per mezzo di esempi, i quali sebbene mal convengano alla suprema eccellenza di Dio, pure aiuteranno la nostra debole intelligenza. Il raggio del sole penetra facilmente quella materia limpida e leggera che incontra prima di tutto, e dalla quale esce pieno di luce e di splen dore; ma se si riflette su corpi più densi, per quello stesso impedimento ch’essi oppongono naturalmente alla diffusione della luce, non brilla più che d’una luce velata e fosca, e via via affievolendosi gradatamente, diventa quasi insensibile.

Similmente il calore del sole si trasmette con più intensità agli oggetti che sono più suscettibili di riceverlo e che si lasciano più agevolmente assimilare dal fuoco; in seguito la sua azione apparirà come nulla o quasi nulla a contatto con certe sostanze che gli sono opposte o contrarie; infine, e ciò è ammirabile, raggiungerà, per mezzo delle materie infiammabili, quelle che non sono tali, dimodochè, in determinate circostanze, invaderà prima i corpi che hanno con lui qualche affinità, e per mezzo di essi si comunicherà mediatamente tanto all’acqua, quanto ad ogni altro elemento che sembra respingerlo. Ora, questa legge del mondo fisico si ritrova nel mondo superiore. Ivi il sommo autore di ogni bell’ordine tanto visibile che invisibile, fa brillare prima di tutto sulle sublimi intelligenze gli splendori della sua dolce luce, e quindi i santi e preziosi irradiamenti passano mediatamente sulle intelligenze subordinate. Così quelle che per prime sono chiamate a conoscere Dio, e nutriscono l’ardente desiderio di partecipare alla sua virtù, si elevano all’onore di ricopiare veracemente in se stesse, per quanto é possibile alle creature, quella augusta immagine, e dipoi si applicano con amore ad attirare verso lo stesso fine le nature inferiori, facendo loro pervenire i ricchi tesori della santa luce, che queste continuano a trasmettere ulteriormente.

Così ciascuna comunica il dono divino a quella che la segue, e tutte partecipano, secondo il loro grado, alla munificenza della Provvidenza divina. Dio è dunque, usando un linguaggio appropriato, realmente e per natura, il principio supremo di ogni luce, perché è l’essenza stessa della luce, e perché l’essere e la visione vengono da lui; ma a sua imitazione e per i suoi decreti ogni natura superiore è in certo modo principio d’illuminazione per la natura inferiore, poiché a guisa d’un canale, lascia scorrere fino a questa le onde della luce divina. Perciò tutti gli ordini degli Angioli considerano giustamente il primo ordine della celeste milizia che vien subito dopo Dio, come il principio di ogni sacra conoscenza e di ogni pio perfezionamento, inviando esso a tutti gli altri beati spiriti, e quindi anche a noi, i raggi dell’eterno splendore. Da ciò consegue che, se essi riferiscono a Dio le loro auguste funzioni e la loro santità, come a Colui che é il loro creatore, d’altra parte le riferiscono anche alle più elevate tra le pure intelligenze che sono chiamate per prime a compierle e ad insegnarle alle altre.

Il primo ordine delle gerarchie celesti possiede dunque, in maggior misura di tutti gli altri, e un divorante ardore e una larga parte nel tesoro della saggezza infinita, e la sapiente e sublime esperienza dei misteri sacri, e quella proprietà dei Troni che annunzia una intelligenza continuamente preparata alle visite della divinità. Gli ordini inferiori partecipano, è vero, all’amore, alla saggezza, alla scienza, all’onore di ricevere Dio; ma queste grazie non giungono loro che più debolmente ed in modo subalterno, e non si elevano verso Dio se non per mezzo dell’aiuto degli angeli superiori, che furono per primi arricchiti dei benefici celesti. Ecco perché le nature meno sublimi riconoscono per loro iniziatori questi spiriti più nobili, riferendo prima a Dio, e poi ad essi, le funzioni che hanno l’onore di compiere.

  1. Il nostro maestro diceva adunque che la visione era stata manifestata al teologo Isaia da uno dei santi e beati angioli che presiedono alla nostra gerarchia, e che il profeta, in tal modo illuminato e condotto, aveva goduto quella contemplazione sublime, nella quale, per parlare un linguaggio simbolico, gli apparvero le più alte intelligenze assise immediatamente al di sotto di Dio e circondanti il suo trono; e, in mezzo al corteggio, la sovrana maestà nello splendore della sua essenza ineffabile, elevantesi su quelle Virtù sì perfette. In queste visioni il profeta intese che la Divinità, per la superiorità infinita della sua natura, supera senza confronto ogni potenza visibile ed invisibile, e che è assolutamente separata dagli altri esseri e non ha nulla di simile neppure alle più nobili sostanze; imparò che Dio è il principio e la causa di tutte le nature, e la base incrollabile della loro permanente durata, e che da lui dipendono l’essere e il benessere anche della creature più auguste; seppe inoltre quali sono le virtù interamente divine dei Serafini, il cui nome misterioso esprime così bene l’ardore infiammato, come diremo un po’ più avanti, quando, secondo la nostra possibilità, cercheremo di spiegare come l’ordine serafico si elevi verso il suo adorabile modello. Il libero e sublime sforzo col quale gli spiriti dirigono verso Dio il loro triplice potere, é simboleggiato dalle sei ali delle quali sembravano rivestiti agli occhi del profeta. Parimente quei piedi e quei volti innumerevoli che la visione faceva passare sotto il suo sguardo, gli servivano di insegnamento, nello stesso modo delle ali che velavano i piedi, di quelle che velavano il volto e di quelle che sostenevano il costante volo degli angeli; poiché, penetrando il senso misterioso di questo spettacolo, egli intendeva di quale vivacità e potenza di intuizione sieno dotate quelle nobili intelligenze, e con quale religioso rispetto si astengano dal ricercare con temeraria ed audace presunzione i profondi e inaccessibili segreti di Dio, e come si studino d’imitare la Divinità con infaticabile sforzo e in un concerto armonioso. Egli intendeva quell’inno di gloria sì grandioso e sempre ripetuto, poiché l’angelo gli comunicava la scienza, per quanto gli era possibile, nel tempo stesso che gli metteva la visione sotto gli occhi.

Infine il suo celeste iniziatore gli faceva conoscere che la purità degli spiriti, qualunque essa sia, consiste nella partecipazione alla luce e alla santità immacolata.

Ora Iddio stesso, per ineffabili motivi e per un’opera incomprensibile, comunica questa purità ad ogni creatura spirituale; ma essa é assegnata più abbondantemente e in modo più evidente a quelle Virtù supreme che circondano più d’appresso la Divinità. Per ciò che riguarda e gli ordini subalterni della gerarchia angelica e la gerarchia umana tutta quanta, quanto più un’intelligenza é lontana dal suo augusto principio, più il dono divino che giunge a lei diminuisce di splendore e si nasconde nel mistero della sua unità impenetrabile. Esso raggia sulle nature inferiori attraverso alle nature superiori, e per dir tutto in una sola parola, esce per mezzo del ministero delle potenze più alte, dal fondo della sua adorabile oscurità. Così Isaia, santamente illuminato da un angelo, vide che la virtù purificatrice e tutti i divini ordini che per primi son ricevuti dagli spiriti più sublimi, scendono subito dopo su tutti gli altri, a seconda della capacità che trovano in ciascuno di essi. Perciò il Serafino gli apparve come l’autore, dopo Dio, della purificazione che egli descrive. Non é dunque irragionevole l’affermare che un Serafino purificò il poeta. Perché, come Dio purifica ogni intelligenza, precisamente perché egli é il principio d’ogni purità; ovvero, per servirmi di un esempio familiare, come il nostro Pontefice quando purifica e illumina per mezzo del ministero dei suoi diaconi e dei suoi preti, si dice giustamente che purifica e illumina, poiché coloro che egli ha elevati agli ordini sacri ripetono da lui le loro nobili funzioni; così quelli’angelo che fu scelto per purificare il profeta attribuì la scienza e la virtù del suo ministero anzitutto a Dio, come alla causa suprema, e poi al Serafino, come al primo iniziatore creato. Possiamo dunque figurarci l’angelo nell’atto di istruire Isaia con queste pie parole: «Il principio supremo, l’essenza, la causa creatrice di quella purificazione che opero in te, é Colui che ha dato l’essere alle più nobili sostanze, che conserva immutabile la loro natura e pura la loro volontà, e che le invita a partecipare per prime della sua provvidenziale sollecitudine». (Questo significa l’ambasciata del Serafino al profeta, secondo il parere di colui che mi spiegò questa questione). «Ora, quegli spiriti sublimi, nostri pontefici e nostri maestri, dopo Dio, nelle cose sante, che mi hanno insegnato a comunicare la divina purità, sono quelli che per mezzo mio ti purificano, e di cui il benefico autore di ogni purificazione impiega il ministero per trarre dal suo segreto, e inviare agli uomini i doni della sua attiva provvidenza». Ecco ciò che m’insegnò il mio maestro, e che io ti trasmetto, o Timoteo (Timoteo era collega a Dionigi nel sacerdozio e amico di lui. A Timoteo sono dedicati anche i libri dei Nomi Divini e della Teologia Mistica ). Ora lascio alla tua scienza e al tuo discernimento di risolvere la difficoltà per mezzo del l’una o dell’altra delle ragioni proposte, e di preferire la seconda come ragionevole e bene immaginata, e forse come più esatta; o di scoprire colle tue proprie investigazioni qualche cosa di più conforme alla verità; o, infine, con la grazia di Dio che dona la luce, e degli Angeli che ce la trasmettono, d’imparare da qualche altro una miglior soluzione. In questo caso, fammi parte della tua buona fortuna; poiché il mio amore per i santi Angeli si rallegrerà di possedere dei dati più chiari intorno a questa questione.

 

CAPITOLO XIV

Che significhi il nome angeli del quale è fatta menzione nella Scrittura.

ARGOMENTO. – I. Si insegna che, senza essere infinito, il numero degli Angeli è grandissimo, sì grande che gli uomini non possono immaginarlo, che Dio solo lo conosce, e che supera il numero delle creature sensibili.

  1. Credo inoltre ben degno dell’attenzione delle nostre menti, ciò che viene insegnato riguardo ai santi Angeli, cioè che ve ne sono mille volte mille, e diecimila volte diecimila, raddoppiando così la Scrittura e moltiplicando l’una per l’altra le cifre più elevate che abbiamo, e con ciò facendoci veder chiaramente che ci è impossibile esprimere il numero di quelle creature. Poiché gli ordini delle armate celesti sono affollati, e sfuggono al debole e limitato apprezzamento dei nostri calcoli materiali, e la enumerazione non può esserne fatta sapientemente se non da quella conoscenza sovrumana e trascendente che comunica loro sì liberamente il Signore, saggezza increata, scienza infinita, principio sovraessenziale e causa potente di ogni cosa, forza misteriosa che governa gli esseri e li determina accogliendoli in sé.

 

CAPITOLO XV

Quali sono le diverse forme di cui la Scrittura riveste gli Angeli; gli attributi materiali che dà loro e il significato misterioso di quei simboli.

ARGOMENTO. – Si dimostra come le stesse intelligenze possono essere chiamate superiori e inferiori; – II. come gli spiriti sono paragonati al fuoco; – III. come convengano loro la forma umana e i nostri attributi corporei; – IV. perché si attribuiscano loro vesti e cinture; – V. e diversi istrumenti presi dalle nostre arti; – VI. perché vengono paragonati ai venti ed alle nubi; – VII. e agli stessi animali come il leone, il bove e l’aquila; – VIII. e infine ai fiumi e ai carri.

  1. Ma ora ci sia lecito concedere un po’ di riposo al nostro intelletto, necessariamente affaticato dalle considerazioni astratte sui santi Angeli, ed abbassare lo sguardo sul ricco e svariato spettacolo delle numerose forme sotto le quali appaiono le nature angeliche, per risalire quindi dal simbolo grossolano all’intelligibile e pura realtà. Ora, prima di tutto, vi farò osservare che la interpretazione mistica delle figure e degli emblemi sacri, ci mostrerà gli ordini dell’armata celeste, a volta a volta come superiori e come inferiori, gli ultimi come investiti del comando e i primi sottomessi ai loro ordini, e tutti infine come aventi potenze di triplice grado, conforme a quanto abbiamo visto. Non bisogna credere però che queste asserzioni implichino alcuna assurdità. Perché se dicessimo che certe nature angeliche sono governate da spiriti più nobili, ai quali esse tuttavia comandano, e che quelli più autorevoli riconoscono l’impero dei loro propri subordinati, si avrebbe in tal caso confusione nel linguaggio e contraddizione flagrante. Ma se affermiamo non già che gli angeli iniziano coloro stessi da cui ricevono l’iniziazione, o reciprocamente, bensì che ciascuno di loro é iniziato dai suoi superiori e inizia a sua volta i suoi inferiori, nessuno certamente pretenderà che le figure descritte nelle Sacre Scritture non possano legittimamente e propriamente applicarsi alla potenza del primo, del secondo o del terzo ordine. Così la ferma intenzione di elevarsi verso la perfezione, l’attività costante e fedele nel mantenersi nell’ambito dalle virtù che sono loro proprie, quella provvidenza secondaria per la quale s’inclinano verso le nature inferiori e trasmettono loro il dono divino, sono qualità comuni a tutti gli spiriti celesti, sebbene nelle proporzioni che abbiamo già indicate, e cioè le une le posseggono pienamente e sublimemente, le altre solo in parte e in modo meno eccelso.
  1. Ma entriamo in materia, e incominciando le nostre interpretazioni mistiche, cerchiamo perché fra tutti i simboli, la teologia sceglie con una certa predilezione il simbolo del fuoco. Poiché, come saprete, essa ci descrive ruote ardenti, animali tutti fiamme, ed uomini che sembrano lampi ardenti; essa ci mostra le celesti essenze circondate da bracieri accesi e da fiumi nei quali scorrono flutti di fuoco con rumorosa rapidità. Nel suo linguaggio i Troni sono di fuoco, gli augusti Serafini sono ardenti, come dice il loro stesso nome, e scaldano e divorano come il fuoco; insomma, nel più alto come nel più basso grado dell’essere, appare sempre il glorioso simbolo del fuoco. A me pare che questa figura esprima una certa conformità degli angeli, con la Divinità, poiché presso i teologi l’essenza suprema, pura e senza forma, ci viene spesso rappresentata con l’immagine del fuoco, che ha nelle sue proprietà sensibili, per così dire, come una oscura rassomiglianza con la natura divina. Poiché il fuoco materiale é sparso dappertutto e si mescola, senza confondersi, con tutti gli elementi, dai quali resta sempre eminentemente distinto; splendente per natura, e tuttavia nascosto, e la sua presenza non si manifesta che quando trova materia alla sua attività; violento e invisibile, doma tutto con la sua propria forza e si assimila energicamente ciò che ha afferrato; si comunica agli oggetti e li modifica in ragione diretta dalla loro vicinanza; rinnova ogni cosa col suo calore vivificante, e brilla d’una luce inestinguibile; sempre indomo, inalterabile, discerne la sua preda, non subisce mai nessun cambiamento, ma s’innalza verso il cielo e con la rapidità della sua fuga, sembra voler sottrarsi ad ogni asservimento; dotato di una costante attività, comunica il moto alle cose sensibili; avvolge ciò che divora e non si lascia avvolgere; non é un accidente delle altre sostanze; le sue invasioni sono lente ed insensibili, e i suoi splendori rilucono nei corpi ai quali s’è attaccato; é impetuoso e forte, presente a tutto in modo inavvertito; lasciato in pace, talora sembra estinto, ma se qualcuno lo risveglia, per così dire, con una scossa, subito si libera dalla sua prigione naturale, e brilla e si leva nell’aria e si comunica liberamente senza mai menomarsi. Si potrebbero notare ancora numerose proprietà del fuoco che sono come un simbolo materiale delle operazioni divine. Fermandosi dunque su queste relazioni conosciute, la teologia indica con l’ immagine del fuoco le nature celesti, insegnando così la loro rassomiglianza con Dio e lo sforzo che fanno per imitarlo.

III. Gli Angeli sono rappresentati anche in forma umana, perché l’uomo é dotato d’intelligenza, e può elevare lo sguardo in alto; perché ha la forma del corpo eretta e nobile, ed é nato per esercitare il comando; perché infine, se é inferiore agli animali irragionevoli per ciò che concerne l’energia dei sensi, li supera per la propria intelligenza, per la potenza della ragione e per la dignità della sua anima, naturalmente libera e invincibile.

Si possono anche, a mio parere, trarre delle analogie dalle diverse parti del corpo umano per rappresentare assai fedelmente gli spiriti angelici. Per esempio, l’organo della vista indica con quale profonda intelligenza gli abitanti dei cieli contemplano i segreti eterni, e con quale docilità, con quale tranquillità soave, con quale rapida intuizione essi  ricevono la limpidezza purissima e la dolce abbondanza delle luci divine. Il senso sì delicato dell’odorato, simboleggia la facoltà che hanno di gustare il buon odore delle cose che sorpassano l’intelligenza, di discernere con sagacità e di fuggire con orrore tutto ciò che non esala quel supremo profumo. L’udito rammenta che é dato loro di partecipare con un’ammirabile scienza, ai benefici dell’ispirazione divina. Il gusto mostra che si satollano del nutrimento spirituale e si dissetano in torrenti d’ineffabili delizie. Il tatto significa la loro abilità nel distinguere ciò che loro conviene naturalmente e ciò che potrebbe loro nuocere. Le palpebre e le sopracciglia indicano la loro fedeltà nel vigilare sulle sante nozioni che si hanno apprese. L’adolescenza e la giovinezza raffigurano il vigore sempre rinnovato della loro vita; e i denti simboleggiano la potenza di dividere, per così dire, in frammenti il nutrimento intelligibile che è loro concesso; poiché ogni spirito, per una saggia provvidenza, decompone la nozione semplice che ha ricevuto dalle potenze superiori, e la trasmette, così come l’ha avuta, ai suoi inferiori, secondo la loro disposizione rispetto a quella iniziazione.

Le spalle, le braccia e le mani indicano la forza che hanno gli spiriti di agire e di eseguire ciò che hanno deliberato.

Per il cuore bisogna intendere la loro vita divina che va comunicandosi, con dolce effusione, alle cose affidate alla loro protettrice influenza; e per il petto quella maschia energia che, facendo la guardia intorno al cuore, mantiene invincibile la sua forza.

I reni sono l’emblema della potente fecondità delle celesti intelligenze, ed i piedi sono l’immagine della loro viva agilità e di quell’impetuoso ed eterno movimento che li trasporta verso le cose divine; ed é anche per ciò che la teologia ha rappresentato gli angeli con ali ai piedi, essendo le ali una felice immagine della rapidità della corsa, di quello slancio divino che li spinge continuamente più in alto e li libera in modo sì perfetto da ogni bassa affezione. La leggerezza delle ali dimostra che quelle sublimi nature non hanno nulla di terrestre e che nessuna corruzione appesantisce il loro ascendere verso i cieli. La nudità in generale e, particolarmente la nudità dei piedi, ci dice che la loro attività non é impedita, che sono pienamente liberi da esteriori legami e che si sforzano d’imitare la semplicità che é in Dio.

  1. Ma poiché, nell’unità del suo fine e nella diversità dei suoi mezzi, la divina saggezza attribuisce delle vesti agli spiriti ed arma le loro mani di strumenti diversi, spieghiamo ancora, nel miglior modo possibile, ciò che rappresentano questi nuovi emblemi.

Io credo dunque che le loro vesti radiose e fiammanti simboleggino la conformità degli Angeli con la Divinità, come consegue dal significato simbolico del fuoco, e quella virtù che essi possiedono d’illuminare, avendo essi la loro dimora nei cieli, nel dolce paese della luce; e infine anche la loro capacità di ricevere e la loro facoltà di trasmettere la luce puramente intelligibile. La veste sacerdotale significa che essi iniziano alla contemplazione dei misteri celesti, e che la loro vita é tutta quanta consacrata a Dio.

La cintura significa che vigilano alla conservazione della loro fecondità spirituale e che raccogliendo fedelmente in se stessi le loro diverse potenze, le conservano con una specie di meraviglioso vincolo in uno stato d’identità immutabile.

  1. Le verghe che essi portano sono una figura della loro reale autorità e della rettitudine con la quale eseguiscono ogni cosa.

Le lance e le scuri esprimono il potere che hanno di discernere i contrari, e la sagacità, la vivacità e la potenza di questo discernimento.

Gli strumenti geometrici e gli arnesi delle varie arti, dimostrano che sanno fondare, edificare e compiere le loro opere, e che possiedono tutte le virtù di quella secondaria provvidenza che chiama e conduce al loro fine le nature inferiori.

Qualche volta questi oggetti emblematici, attribuiti alle sante intelligenze annunziano il giudizio di Dio su noi (Numeri, XXII; II Re XXIV; Amos, VIII; Geremia, XXIV), come, per esempio, la severità di una utile correzione, o la vendetta della giustizia, oppure la liberazione del pericolo e la fine del castigo, il ritorno della prosperità perduta, ovvero, infine, l’aumento graduale di grazie corporali o spirituali. Ma senza dubbio una intelligenza chiaroveggente saprà bene applicare le cose visibili alle invisibili.

  1. Quando gli Angeli vengono chiamati venti (Daniele, VII), con ciò si allude alla loro grande agilità e alla rapidità della loro azione, che si esercita, per così dire, istantaneamente su tutte le cose, e il movimento sul quale si abbassano e si innalzano facilmente per trascinare i loro subordinati verso una più sublime altezza e per comunicarsi a loro con una provvidenziale bontà. Si potrebbe anche dire che questo nome di venti, di aria agitata, indica una certa rassomiglianza fra gli angeli e Dio; poiché, come l’abbiamo a lungo dimostrato nella teologia simbolica, interpretando il senso misterioso dei quattro elementi, l’aria é un simbolo molto espressivo delle opere divine, perché sollecita, in certo modo, e vivifica la natura, perché va e viene con una corsa rapida e senza arresto, e perché ignoriamo le misteriose profondità nelle quali prende e perde il suo movimento, secondo la parola dell’Apostolo:  «Voi non sapete ne donde viene, né dove va» (S. Giovanni III, 8).

La teologia rappresenta anche gli angeli sotto forma di nubi; insegnando con ciò che quelle intelligenze sono felicemente inondate d’una santa e ineffabile luce e che, dopo aver ricevuto con modesta gioia la gloria di quella diretta illuminazione, ne lasciano giungere ai loro inferiori gli abbondanti raggi, sebbene saviamente temperati; e che infine possono comunicare la vita, l’accrescimento e la perfezione spandendo come una rugiada spirituale e fecondando il seno che la riceve col miracolo di quella generazione sacra.

VII. Altre volte é detto che gli angeli appaiono come materiali di bronzo, di elettro, o di pietre preziose di diversi colori. L’elettro, metallo composto d’oro e d’argento, presenta, a causa della prima di queste sostanze, uno splendore incorruttibile e mantiene inalterabilmente la sua purità senza macchia, e a causa della seconda, una specie di dolce e celeste chiarezza.

Il bronzo, dopo tutto ciò che si é veduto, potrebbe essere paragonato tanto al fuoco, quanto all’oro stesso.

Il significato simbolico delle gemme sarà diverso, secondo la varietà dei loro colori; così le bianche ricordano la luce, le rosse il fuoco, le gialle lo splendore dell’oro, le verdi il vigore della giovinezza. Ogni forma avrà dunque il suo significato occulto e sarà il tipo sensibile d’una realtà misteriosa. Ma credo di avere trattato sufficientemente questo soggetto; ora cerchiamo di spiegare le forme animali di cui la teologia riveste talvolta gli spiriti celesti.

VIII. Sotto la figura del leone bisogna intendere l’autorità e la forza invincibile delle sante intelligenze e il divino mistero che vien loro concesso di ravvolgersi di una maestosa oscurità, sottraendo santamente agli sguardi indiscreti le tracce dei loro rapporti con la divinità, (imitando il leone che si dice cancelli colla sua coda l’impronta dei suoi passi, quando fugge davanti al cacciatore).

La figura del bove, applicata agli angeli, esprime la loro potente forza, e ci suggerisce l’idea che essi aprono in loro stessi dei solchi spirituali per ricevervi le fecondità delle piogge celesti: e le corna sono il simbolo della energia con la quale essi vegliano su loro medesimi.

La figura dell’aquila rammenta la loro regale elevazione e la loro agilità, l’impeto col quale si slanciano sulla preda di cui si nutrono, la loro sagacia nello scoprirla e la loro facilità nel ghermirla, e soprattutto quella acuta vista che permette loro di contemplare arditamente e di figgere senza fatica i loro sguardi nelle splendide e radiose luci del sole divino.

Il cavallo é il simbolo della docilità è dell’obbedienza; il suo colore é ugualmente significativo (Apocalisse, 20; Zaccaria, VIII): bianco, rappresenta quello splendore degli angeli che li avvicina allo splendore increato; baio, l’oscurità dei divini misteri; sauro, il divorante ardore del fuoco; toppato di bianco e di nero, la facoltà di mettere in rapporto e di conciliare insieme gli estremi, di piegare saviamente il superiore verso l’inferiore e di invitare ciò che é meno perfetto ad unirsi a ciò che é più elevato.

E se noi non ci studiassimo di osservare una certa sobrietà, potremmo con felici paragoni attribuire alle potenze celesti tutte le qualità e le forme corporali di questi vari animali, per mezzo di ravvicinamenti dai quali, pur tra le differenze sensibili, scaturirebbe l’analogia come se ad esempio, noi vedessimo nella irascibilità dei bruti quella maschia energia degli spiriti di cui la collera non é che un oscuro vestigio; oppure nella cupidigia di quelli, il divino amore di questi, o, per dir tutto in una parola, nei sensi e negli organi degli animali irragionevoli, i pensieri purissimi e le funzioni immateriali degli Angeli.

Ho detto assai per chi é intelligente; anche l’interpretazione d’uno solo di questi simboli é sufficiente per portare alla soluzione delle questioni analoghe.

  1. Consideriamo ancora ciò che intende dire la teologia quando, parlando degli Angeli, ci descrive fiumi, carri e ruote. Il fiume di fuoco raffigura quelle acque vivificanti che, uscendo dal seno inesauribile della Divinità, traboccano largamente sulle celesti intelligenze e nutrono la loro fecondità. I carri figurano l’armonica uguaglianza che unisce gli spiriti di uno stesso ordine. Le ruote fornite d’ali, correndo senza deviazioni e senza soste verso il fine prefisso, esprimono la potente attività e l’inflessibile energia con le quali l’angelo, entrando nella via che gli viene aperta, prosegue invariabilmente e senza deviazioni, la sua corsa spirituale nelle regioni celesti.

Ma questo simbolismo delle ruote é suscettibile ancora di un’altra interpretazione; perché quel nome di galgal che gli é dato secondo il profeta, (Ezechiele, X, 13) significa, in ebraico, rivoluzione e rivelazione. Infatti quelle ruote intelligenti e infiammate hanno le loro rivoluzioni che le trascinano con un movimento eterno intorno al loro bene immutabile; ed hanno le loro rivelazioni, o manifestazioni dei segreti divini, e ciò avviene quando iniziano le nature inferiori e fanno giunger loro la grazia delle più sante aspirazioni.

Ci resta da spiegare finalmente in qual modo si deve intender l’allegrezza degli Angeli. Perché non crediamo già che sottostiamo agli eccessi delle nostre gioie passionali. Dicendo ch’essi si rallegrano con Dio ogni volta che sono ritrovati coloro che erano perduti, si esprime la divina contentezza e quella specie di pacifico diletto da cui sono dolcemente inebriati ogni volta che la Provvidenza riconduce le anime a salvazione, ed anche quell’ineffabile senso di felicità che provano i santi della terra quando Dio li rallegra con l’effusione della sua augusta luce.

Queste sono le spiegazioni che dovevo dare trattando dei simboli usati dalla teologia. Quantunque incompleto, spero che questo lavoro aiuterà la nostra mente ad elevarsi al di sopra delle grossolane immagini materiali.

Che se tu mi obietti, o Timoteo, che io non ho fatto menzione di tutte le virtù, funzioni e immagini che la Scrittura attribuisce agli Angeli, io risponderò confessandoti il vero, che cioè in certi casi avrei avuto bisogno di una scienza che non é di questo mondo, e di un iniziatore e di una guida; e ti dirò anche come certe spiegazioni che io ometto siano implicitamente racchiuse in ciò che ho spiegato. Così ho voluto nel tempo stesso e serbare in questi discorsi una giusta misura ed onorare con il mio silenzio le sante profondità che io non posso scandagliare.

FINE

LA GERARCHIA CELESTEultima modifica: 2017-05-17T18:02:55+00:00da mikeplato
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