ATTESA DEL MESSIA

messiah_hebrew_mc

di Alessandro Conti Puorger

L’ISTINTO DI PRIMEGGIARE

Il “midrash”  è un metodo ebraico d’interpretazione e commento della Sacra Scrittura che in modo sintetico intende tutto un insieme di operazioni sulla Tenak o Bibbia ebraica, come fanno i rabbini, quali il ricercare, lo scrutare, l’esaminare, lo studiare e riguarda anche esplicitare lo studio con la forma omiletica di racconto, cioè a modo di parabola, a fine di ricerca, simile alle parabole dei Vangeli, considerato che molti brani di quelle Scritture hanno utilizzato un modo di tal genere.
Il termine “midrash” discende dal radicale ebraico  DRSh del verbo che, appunto, indica il ricercare e tale termine si trova in 2Cronache 13,22 e 24,27 nonché in Siracide 51,23 ove si parla di una “casa del midrash” che è tradotto in genere come “Scuola”, detta anche “Yeshivah” , ossia dove si sta seduti, oggi Accademia Talmudica nelle quali gli studenti si consacrano solo allo studio della Torah e ad intraprendere gli studi rabbinici.

Grande importanza in tali studi, per antica tradizione, sono anche strumenti particolari, tipo la “gimatria”, cioè usando sia i valori numerici delle lettere ebraiche e delle parole da quelle formate per cercare analogie tra parole dello stesso numero, sia le lettere stesse anche svincolate dalle parole per i loro significati intrinseci tenuto conto che le 22 lettere ebraiche sono solo consonanti o leggere le parole anche spezzandole con altre vocali.

Nel mio ricercare nelle Sacre Scritture nei testi scritti con tali lettere pagine di secondo livello considerando il testo originario in ebraico in qualche modo criptato, dopo aver enunciata l’idea di fondo in Internet nel 2004 con “Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche“, ho utilizzato anche io tali potenti strumenti per l’interpretazione e la lettura dei testi antichi e mi sono dotato anche di un personale strumento di decriptazione che ho presentato con “Parlano le lettere“, ma che avevo già qualificato con dei documenti alla SIAE nel 1996 e poi ancora nel 1998.
Tutto ciò, per poi dimostrare tale attitudine intrinseca di quei testi, mi ha portato ad anni di comunione con le Scritture e a valutare aspetti che ogni volta mi si presentano come nuovi e che mi chiamano a divulgare le mie meditazioni.

Ora, la lettura attenta e meditata dei capitoli introduttivi alla storia della salvezza del libro della Genesi, che in forma sintetica, ma ispirata e “midrashica”, sostengono che tutto ciò che esiste è opera in sette tappe da parte di un Creatore, non fa escludere la teoria dell’evoluzione come ormai da tempo è discusso in ambito teologico.
Ciò, sia perché quanto lì descritto come creazione potrebbe voler indicare per allegoria un particolare percorso evolutivo dell’uomo che arriva al monoteismo e non la creazione vera e propria di tutto il creato, visto che in effetti questo creare inizia con la lettera “bet” b =  = 2 (Vedi: “Spirito creato in 7 tappe – Genesi codice egizio-ebraico“), sia in quanto, pur prendendo quel testo della Sacra Scrittura nel senso che vuole far intendere, c’è comunque un fatto che in qualche modo potrebbe considerarsi a favore dell’evoluzionismo, ma guidato da una mente creatrice.

Dio, infatti, in Genesi 1 procede con un ritmo evolutivo; prima nel V giorno creò pesci e uccelli, poi nel VI i rettili e il bestiame della terra e solo dopo formò l’uomo da materia preesistente; è scritto, infatti: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.” (Genesi 2,7)

Adamo ADM  nasce per opera di Dio da questa “polvere del suolo” ove per suolo è scritto ADMH “‘adamah” , la terra rossa già lavorata che può essere una metafora, come una matrice di Adamo ADM e, allora, non impone l’esclusione che il Creatore abbia insufflato il suo alito in un primate, visto che in polvere si convertono tutti i corpi della fauna esistente, ivi compreso il corpo dello stesso uomo, perché “…polvere tu sei e in polvere ritornerai.” (Genesi 3,19)

Ci fu comunque un momento – il VI giorno della creazione – in cui Dio provocò un altro salto nella propria opera e formò un essere speciale, diverso e unico come intelligenza, capacità potenziali e attitudini a ogni essere preesistente, in quanto, disse “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza” (Genesi 1,26)

Nel testo quella “nostra immagine” è “tsalemenu”  e “nostra somiglianza” è “demutenu” .
Ciò che risulta evidente è che nel primo di quei due termini spicca la parola  “tsel” che vuol dire ombra e nel secondo sia la parola  “mut” morire/morte, sia la parola  “dam” ossia sangue.
L’essere a sua immagine implica allora come che Dio avesse detto: nell’uomo c’è “un’ombra  della vita  Nostra ” oppure, lettera per lettera, è un essere in cui è “scesa  la potenza  della vita  Nostra “.
L’essere a sua somiglianza, comporta che nell’uomo, da Dio pensato prima del peccato, c’era un “impedimento  alla morte  da (parte) Nostra ” e implica una profezia, che questa somiglianza “demut”  si esplicherà a pieno per il “sangue  Portato  da un Crocifisso o dalla Croce “.

Com’è noto, per le scienze naturali la specie umana, peraltro l’unica vivente in questo mondo, è quella dell’Homo Sapiens (uomo sapiente) facente parte, appunto, della specie dei primati (in latino da “primus”, il migliore), dell’ordine dei mammiferi placentati, la stessa dei lemuri e delle scimmie.
La paleontologia informa che i primati sarebbero apparsi sulla terra 60 milioni di anni fa, i primi ominidi 250-500.000 anni orsono, mentre l’Homo Sapiens sarebbe presente sulla terra da 150-200.000 anni.
L’organismo dell’uomo, come di ogni altro essere vivente, quindi, è stato soggetto a evoluzione, alle leggi naturali e alla lotta per l’esistenza.
I principi della selezione naturale furono enunciati nel 1859 da Darwin che rese evidente il meccanismo dell’evoluzione dovuto al progressivo affermarsi d’individui con caratteristiche ottimali per l’ambiente di vita per contenuti di vitalità e fertilità.

Al riguardo, infatti, tra l’altro Darwin affermò: “La conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive sono state da me chiamate selezione naturale o sopravvivenza del più adatto. Le variazioni che non sono né utili né nocive non saranno influenzate dalla selezione naturale, e rimarranno allo stato di elementi fluttuanti, come si può osservare in certe specie polimorfe, o infine, si fisseranno, per cause dipendenti dalla natura dell’organismo e da quella delle condizioni.” (L’origine delle specie)

L’evoluzione premia gli individui più adatti e/o adattati alle condizioni ambientali esistenti che riescono perciò a nutrirsi e ad accoppiarsi con vantaggio rispetto agli altri con la conseguenza di una favorita trasmissione dei loro geni provocando continui affinamenti e miglioramenti nelle generazioni successive almeno fino a quando dovesse verificarsi un cambiamento delle condizioni di contorno che chiederà nuovi adattamenti.
L’evoluzione ha comportato anche l’insorgere in varie specie di animali di comportamenti “sociali”, utili per la difesa del singolo e della specie.
Nei gruppi di questi animali taluni, detti “alfa”, individui che nella comunità occupano il rango più alto ed eccellono per caratteristiche e si affermano nel comando e nella guida.
Ecco che similmente come organismo vivente l’uomo oltre alle pulsioni per soddisfare i bisogni primari – fame, sonno, sesso – ha comportamenti innati come l’istinto di sopravvivenza o di autoconservazione, di autodifesa, di fuga, l’istinto materno e anche d’autoaffermazione.
Gli istinti formatisi nell’evoluzione quali comportamenti utili alla sopravvivenza della specie vengono, infatti, “registrati” nel DNA o Codice Genetico che passa alle generazioni successive, perché utile alla sopravvivenza dell’organismo.
L’istinto d’autoaffermazione è passato così nel patrimonio genetico, ma è causa anche di atti che si oppongono alle autorità costituite con atti limiti deprecabili fino ai furti, omicidi, tradimenti ecc..

Nei racconti biblici della creazione l’autoaffermazione è personificata in un animale, il famoso serpente di Genesi 3, proprio come a ricordare che dagli animali ci proviene tale istinto che l’uomo deve dominare:

  • “Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di alcun albero del giardino.” (Genesi 3,1)

  • dice Dio a Caino, “…se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai.” (Genesi 4,6b)

Aristotile (IV secolo a.C.) nella sua “Politica” sostiene che “L’uomo è per natura un animale politico” nel senso di sociale, ma a un livello più consapevole e “ragionato” di quello di api, formiche e gorilla, tanto per fare degli esempi, grazie al dono dell’intelletto che in grado di far distinguere almeno il bene e male relativi.
Ecco che in genere ciascuno individuo del consesso umano, per consolidate pregresse esperienze, è ben inserito nel proprio gruppo nella misura di quanto è disposto a concedere di parte della propria libertà per ottenere i vantaggi di vivere in società.
Da tempo atavico, perciò, nell’uomo, s’è formato una specie di istinto sociale che ha portato a varie forme associative – patriarcati, tribù, regni – ma è diverso da quello degli animali in quanto gradualmente s’è evoluto pure con forme democratiche che implicano in qualche modo anche la difesa dei deboli e meno provveduti che il semplice processo naturale con le proprie ferree leggi tende a eliminare.

La storia ci ha proposto forme di oligarchie e aristocrazie e su queste forme di governo ebbero la supremazia le monarchie che affondano le radici nella remota antichità, dal greco “monarkhía”, composto da “mónos” “solo” e di un derivato di  “comando”, consistente nell’accentramento dei supremi poteri in una sola persona, sovrano, monarca, re da “rex” dal verbo latino “regere”, governare, comandare, regnare e il regno è il territorio sul quale il re esercita il proprio potere e lo tramanda ai discendenti.
In questa forma di governo i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sono esercitati da una sola persona.
Ovviamente come tutte le cose umane questo regnare può essere fatto bene o male, quindi, oscillare tra il curare, guidare e il dominare, il prevalere e il tiranneggiare.
Tra il III e il I millennio a.C., in Egitto, in Assiria, a Babilonia e poi anche a Roma vi fu l’esaltazione del monarca, attraverso vari stadi, re-sacerdote, poi ministro di dio, fino alla divinizzazione considerandolo emanazione di dio o dio stesso.

TEOCRAZIA E IEROCRAZIA
In questo scenario tra i tipi di governo, che si sintetizzavano in forme che tendevano a quello di pochi o di uno solo, le Sacre Scritture ebraiche informano che tra il XIII e l’XI secolo a.C. nella terra di Canaan spuntò il tentativo di una vera e propria teocrazia, cioè una forma di governo in cui la gestione delle attività umane e delle modalità governative erano conformate alla volontà del Dio che si era manifestato a Israele, infatti, “teo” significa “dio” e “crazia” da “kratos” è il “potere”, da cui teocrazia letteralmente è il “potere divino”.
Dio si era preservato un popolo, l’aveva liberato dalla schiavitù, gli aveva consegnato la propria Legge, la Torah e le Tavole, l’aveva forgiato in 40 anni di peregrinare nel deserto condotto dal profeta Mosè che aveva investito del potere delegato legislativo, esecutivo e giudiziario.
Questi esercitò tale potere con l’aiuto di altri, come i 70 anziani, che erano scelti secondo il volere divino e alla sua morte a Giosuè passò gran parte dei suoi poteri e questi con l’aiuto di Dio finalmente conquistò una terra, gran parte della Palestina, che divenne territorio di quel regno teocratico.
Poi quel potere fu in mano a giudici e sacerdoti che univano all’occorrenza le 12 tribù in nazione unita nel rispetto sempre della volontà divina, come si legge nei libri detti di Giosuè e dei Giudici.
Erano rimasti dei nemici “…per l’istruzione delle nuove generazioni degli Israeliti, perché imparassero la guerra, quelli, per lo meno, che prima non l’avevano mai vista: i cinque capi dei Filistei, tutti i Cananei, quei di Sidòne e gli Evei, che abitavano le montagne del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all’ingresso di Amat. Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi, che il Signore aveva dati ai loro padri per mezzo di Mosè” (Giudici 3,2-4), ma quel tipo di regno fu di breve durata perché il popolo non obbediva pienamente ai comandi del Signore.

Mosè, che non era né re né dio, di fatto aveva assunto un potere assoluto, ma non possedeva ancora un territorio, quindi quella era teocrazia negli intenti che si presentava in pratica comunque come una ierocrazia, dal greco, “hieros” e, “kratía”, letteralmente “potere dei sacri”, vale a dire un sistema politico basato sul potere che si presume direttamente conferito dalla divinità alla classe sacerdotale, ossia una forma di governo di persone che incarnano o rappresentano la divinità, ritenute sacre come i sacerdoti.
La teocrazia spesso in pratica costituisce il retroterra politico-ideologico di una ierocrazia guidata da un capo religioso o da un sovrano o da un leader politico che si arroga potere divino.
Quel popolo guidato da Mosè, peraltro, era un fuoriuscito dall’Egitto ove, in effetti, c’era il governo di un re-dio, il faraone, con poteri assoluti, quindi, vi vigeva una falsa teocrazia e una ierocrazia da parte di sacerdoti di falsi dei.
Nel caso di Mosè e soprattutto poi con Giosuè, che con l’aiuto di Dio conquistò il territorio del “regno”, sostengono le Sacre Scritture, fu una teocrazia vera, in quanto c’era una terra da governare e il potere legislativo, esecutivo e giudiziario giuridico era diviso tra sacerdoti e guerrieri e Giosuè aveva la funzione di visir di Dio.

La Torah, infatti, cioè i primi cinque libri delle Sacre Scritture ebraiche che hanno l’intento di rivelare il Dio unico e la sua legge evidenzia che la terra rimase di proprietà del Signore e il popolo era solo un utilizzatore, infatti, dice: “Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini.” (Levitico 25,23)

Il fedele d’Israele deve, infatti, sempre ricordarsi di aver ricevuto da Dio il dono della terra per abitarla da inquilino, non da proprietario, perché l’unico e vero proprietario della terra è JHWH!
Quella primitiva teocrazia, come riferiscono i libri storici della Bibbia, si evolse in monarco-ierocrazia con Saul, Davide e poi Salomone, re unti dai sacerdoti che esercitavano il potere, ma la funzione sacerdotale era in mano alla casta sacerdotale e dei leviti.
Il termine teocrazia fu usato per la prima volta nel I secolo d.C. da Giuseppe Flavio storico per il giudaismo successivo (588 a.C.) all’esilio di Babilonia.

“Infinite, non può negarsi, sono le differenze particolari di costumanze e di leggi che si trovano sparse appo il genere umano; tutto però si potrebbe in ristretto raccoglier così. Altri alla monarchia consentirono l’assoluta autorità del governo, altri all’oligarchia, e altri al popolo; il nostro legislatore a niente di tutto questo rivolse l’occhio, ma com’altri direbbe forzando a voci non proprie il linguaggio stabilì il governo di Teocrazia, affidando alle mani di Dio il dominio e il potere, e persuaso il popolo aver l’occhio rivolto a lui, come Autore di tutti i beni, tanto di quelli che a tutti gli uomini sono comuni quanto di quelli che sono particolari a ciascuno e che nelle critiche circostanze s’impetrano con la preghiera, al cui sguardo non è possibile che si sottragga né niuna azione qual ella sia, né niun più segreto pensiero.” (Contra Apione Libro II Cap. VII.IV).

REGNARE, RE E REGNO

In ebraico il radicale MLK  è usato per esprimere i concetti di essere re, governare, regnare, mentre il radicale HLK  riguarda l’andare e il camminare, ossia aprire  il cammino , in cui rientra anche il far andare, quindi il condurre.
Visto che tale secondo radicale differisce solo per la lettera H che sostituisce la M del precedente, pare proprio opportuno confrontarlo col radicale MLK .
Questo ultimo, dato che “mem”  è la lettera madre di acqua “maim”, quindi indirettamente di vita, viene alla mente l’idea del buon pastore che alle acque  conduce , figura del re giusto che i viventi  Conduce  nei percorsi della vita per portarli alla pienezza dell’esistenza.
(Sui significati grafici delle lettere ebraiche segnalo l’articolo “Parlano le lettere” e le relative schede cliccando sulle singole lettere a destra della Home di questo mio Sito)

Dal radicale MLK provengono i termini di regno “malkut”  o anche “melachet” , di re “moeloek”  nonché di regina “malkah” e “meloekoet” .

Per trovare spunti utili nella ricerca biblica ho più volte costatato essere di grande aiuto investigare le prime volte che una certa parola che sottende il tema che si sta esaminando è usata nella Bibbia. a partire dalla Torah e poi negli altri libri.
Ora, quel radicale MLK di regnare non è stato mai usato prima del diluvio; infatti, nel libro della Genesi la prima volta che si trova una parola che deriva da quel radicale è al capitolo 10 ove viene scritta la parola regno quando viene proposta la tavola dei popoli derivati dalla famiglia di Noè.

Tra i nipoti di Cam, figlio di Etiopia, spicca il nome di Nimrod di cui tra l’altro il testo dice: “L’inizio del suo regno  fu Babele, Uruc, Accad e Calne, nella regione di Sinar.” (Genesi 10,10)

Viene subito da sottolineare che nel nome questo “Nimroed”  ha le lettere  di “mared” e “moeroed” di ribellarsi e ribellione, quindi, dentro di se ha una energia  quasi incarnazione dell’angelo  della ribellione  e, guarda caso, regnò nella regione di “Sinar” proprio nel territorio in cui al capitolo successivo, Genesi 11, viene presentato l’episodio della “Torre di Babele” che si trovava nella regione di Sinar (11,2)  “si rinnova/ripresenta () il nemico ” (Vedi:  “a’r” in 1Samuele 28,16 e Siracide 37,5 e in Isaia 14,21 ove è tradotto “rovine”).

Dopo la chiamata di Abram e l’episodio di Abram in Egitto in cui incontra il re che però è nominato “faraone”, fatti che sono narrati in Genesi 12, e dopo la separazione dal nipote Lot in Genesi 13, ecco che al capitolo 14 il termine “re” appare numerose volte.
Questi sono i primi due versetti in cui si trova per ben 9 volte la parola “re”: “Al tempo di Amrafèl re di Sinar, di Ariòc re di Ellasàr, di Chedorlaòmer redell’Elam e di Tidal re di Goìm, costoro mossero guerra contro Bera re di Sòdoma, Birsa re di Gomorra, Sinab re di Adma, Semeber re di Seboìm, e contro il re di Bela, cioè Soar.” (Genesi 14,1-2)

Ivi è narrata la campagna dei 4 re dell’area della Mesopotamia che attaccarono i 5 re della valle di Sittim e Abram andò in soccorso di questi per recuperare Lot che era stato catturato dagli invasori.
Questi 9 re sono veramente il peggio della terra, infatti, i 4 re sono quelli della zona di Sinar e di territori limitrofi, re pagani come ricorda la parola Goim, sede in futuro di popoli che deporteranno gli Israeliti, e i 5 re sono quelli delle città che verranno poi distrutte come riferisce il capitolo 19 tra cui Sodoma e Gomorra.
L’insegnamento è che con l’aiuto divino tutti i re della terra saranno vinti da un popolo che ha fede nel Dio, il popolo che discende da Abramo.

Abramo, infatti, è il padre della fede – e non a caso è aiutato da Eliziez che significa Dio aiuta – e darà la decima di tutto a Melchìsedek, re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo che appare nello stesso capitolo (Genesi 14,18), l’unico re giusto e di pace, figura del Messia che doveva venire.
(Vedi: “Melchisedek, personaggio enigmatico, e il Messia (I Parte)” e “(II Parte)

Fin qui pare doversi valutare che il pensiero di Dio che trapela da quelle Sacre Scritture sul regnare da parte dell’uomo è prevalentemente negativo e solo un regno di giustizia e di pace da parte di un re sacerdote che operi per volontà divina pare ben accetto.
In Genesi 36,31 poi si trova: “Questi sono i re che regnarono nel territorio di Edom, prima che regnasse un re sugli Israeliti”, e questo evidentemente è un versetto apposto in un secondo tempo, in quanto, sono elencati otto re, anche questi tutti negativi, in quanto nemici d’Israele, perché di Edom, territorio di Esaù padre degli Edomiti.

A questo punto è da ricordare quanto narra il I libro di Samuele sulla decisione dell’unzione del primo re d’Israele e la reazione da parte del Signore.
Il popolo per reazione al comportamento sconsiderato dei figli del capo dei sacerdoti e profeta Samuele, ormai vecchio, infatti, aveva chiesto un re, ma “Agli occhi di Samuele era cattiva la proposta perché avevano detto: Dacci un re che ci governi. Perciò Samuele pregò il Signore. Il Signore rispose a Samuele: Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi.” (1Samuele 8,6s) onde poi fu unto re Saul della tribù di Beniamino.

Sul tema del re e del regno è importante ricordare la profezia del profeta straniero e pagano Balaam, chiamato dal re di Moab per maledire il popolo d’Israele e tra l’altro pronunciò questo oracolo: “Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele!… Fluiranno acque dalle sue secchie e il suo seme come acque copiose. Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno sarà esaltato… S’accoscia, s’accovaccia come leone e come leonessa: chi lo farà alzare? Benedetto chi ti benedice e maledetto chi ti maledice.” (Numeri 24,5-7-9)

Chi è questo Agag? Presumibilmente un re di Amalec.
In 1Samuele 15, ai tempi del re Saul, quasi tre secoli dopo si parla ancora di un re di Amalec con quel nome Agag, re che fu sconfitto.
Pare così probabile che “Agag” non fosse il nome proprio di un re, ma il titolo per i re di Amalec, come è ad esempio il termine “faraone” lo è per il re d’Egitto.
Mi sento di appoggiare tale teoria in base alla considerazione che quel nome Agag  può scomporsi in  +  e “gag”  in ebraico è “tetto” e le lettere fanno presente le due falde ove scorre  l’acqua piovana e  è il numerale 1, quindi è il primo che copre tutti, il top dei top.


Il re d’Israele di quella profezia di Balaam perciò sarà più grande e potente di ciascuno che pretendesse d’essere il primo re della terra.

Questo re, infatti, li vincerà tutti come prosegue quella profezia di Balaam: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spacca le tempie di Moab e il cranio di tutti i figli di Set.” (Numeri 24,17)

Certamente questa è una profezia messianica.

RAPPORTO DI SUDDITANZA
Il rapporto di un uomo e di una donna, di qualsiasi luogo siano e qualunque credo professino, perché sia felice e duri a lungo occorre che nel suo svilupparsi s’istauri un certo equilibrio con una relazione fiduciaria che implica “amore”, in quanto come dice un proverbio, se non viene dal cuore… maledetto chi me lo fa fare.
Questo del rapporto uomo donna è un utile paradigma per far comprendere anche le problematiche di un regno in cui tra popolo e re se non c’è un rapporto di alleanza pressoché matrimoniale col tempo vi saranno slabbrature gravi e scontentezze con conseguenze rivolte, quali ripudi, colpi di mano che daranno luogo a atti di repressione e gravi contrasti.
Occorre, infatti, un rapporto che implichi reciproca fedeltà e se un re non la manifesta nei rapporti personali e con la propria famiglia come fa a rispettarla nei rapporti con il popolo?
La storia ci insegna che sotto tale aspetto ci sono sempre state gravi carenze dalla gran parte dei re della terra e che i migliori regni hanno certamente sempre avuto qualche pecca, in quanto si verifica poi che i re, anche i migliori, “usano il popolo” e la rivoluzione francese relativamente recente, con gli statuti dei regni europei del XIX e XX secolo ci ricordano l’esistenza di questa problematica antica, ma pervenuta a piena criticità in epoca moderna.

La Bibbia dà questo brano che riguarda le parole dette da Samuele a quelli che gli aveva chiesto un re fa trapelare chiaramente il pensiero del Signore sul rapporto di sudditanza in un regno terreno.

Disse: “Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri.Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà.” (1Samuele 8,11-18)

Ho evidenziato in grassetto quanto riguarda le donne in quei versetti, ove però non si parla di un’altra questione più delicata relativa proprio alle donne prese per i servizi di ogni tipo del re e della corte.
La società ebraica pare che ormai ammettesse la poligamia, nonostante che “da principio non fu così”, considerata l’istituzione monogama di “divenendo una sola carne” in Genesi 2,24.

Gesù, infatti, poi sul concubinato ebbe a dire “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”. (Matteo 19,8s)

Oltre alla norma che consente il ripudio della moglie che si trova in Deuteronomio 24,1-4 in 17,14-17 tale libro prevede quanto segue nel caso dei re: “Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti… e dirai: Voglio costituire sopra di me un re come tutte le nazioni che mi stanno intorno, dovrai costituire… come re colui che il Signore tuo Dio avrà scelto… uno dei tuoi fratelli; non… uno straniero… egli non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli né far tornare il popolo in Egitto… Non dovrà avere un gran numero di mogli… neppure abbia grande quantità di argento e d’oro.”

È norma questa evidentemente scritta nella Torah da qualche re dopo Salomone, infatti, tramite i sacerdoti solo loro potevano avere ingerenza su tale testo come si evince subito dopo: “Quando s’insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge secondo l’esemplare dei sacerdoti leviti. La terrà presso di sé e la leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere il Signore…” (Deuteronomio 17,18s)

Questione tipica, infatti, dei re che manifesta la tendenza di un rapporto viziato col popolo, è il comportamento nei riguardi delle donne, noto per il generale uso nel medio oriente nei tempi della Bibbia degli “harem” o ginecei, quelli che la Bibbia in Ester 2 chiama “case delle donne”, ove il re teneva controllate da parte di eunuchi mogli e concubine.
L’harem era uno “status symbol”; più era numeroso, più evidentemente il regno era ritenuto importante e potente.
Sotto tale aspetto sono da ricordare gli episodi nella Genesi di:

  • Genesi 13,10-20 – Abramo in Egitto e di Sara concupita dal Faraone;
  • Genesi 20,1-18 – Abramo a Gerar e di Sara concupita dal re Abimelec;
  • Genesi 26,1-13 – idem o simile tra Abimelec di Gerar e Isacco per Rebecca.

I re d’Israele del tempo mitico di Saul, Davide e Salomone non furono esenti da tale “moda”.

Saul, dice 1Samuele 14,50, aveva una moglie, Ainoam, figlia di Aimaaz, poi, più avanti in 2Samuele 3,7 il testo parla di una concubine di nome Rispa il che fa trapelare l’esistenza di un “harem”, confermato poi da Natan quando disse a Davide per conto di Dio: “Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone…” (2Samuele 12,7)

Davide, quando regnava a Ebron, aveva già ben sei mogli, Ainoam di Izreel, Abigail di Carmel, Maaca, Agghit, Abital, Egla (2Samuele 3,2-5) e varie concubine tra cui quelle che già erano state di Saul, poi “prese ancora concubine e mogli di Gerusalemme, dopo il suo arrivo da Ebron: queste generarono a Davide altri figli e figlie” (2Samuel 5,13) e tra queste ci fu Betsabea, che dopo la relazione adulterina con lui divenne sua moglie (2Samuele 11,27) e Davide quando fuggì a causa di Assalonne (2Samuele 15,16), lasciò dieci concubine” a Gerusalemme.

Salomone come riferisce 1Re 11,1-3 “amò molte donne straniere, oltre la figlia del faraone: moabite, ammonite, edomite, sidònie e ittite, provenienti dai popoli di cui aveva detto il Signore agli Israeliti: Non andate da loro ed essi non vengano da voi, perché certo faranno deviare i vostri cuori dietro i loro dei. Salomone si legò a loro per amore. Aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine; le sue donne gli fecero deviare il cuore.”

Tra queste è da ricordare anche la regina di Saba.
(Vedi: “La regina del Sud e Salomone“)

Queste donne fecero volgere il cuore di Salomone verso altri dei e seguì Astarte, divinità dei Sidoni, e Milcom, l’abominevole divinità degli Ammoniti. “Così, Salomone fece ciò che è male agli occhi del Signore…” (1Re 11,6)

Fu così che il Signore si sdegnò con Salomone, e gli apparve due volte comandandogli di non seguire altri dei e poi “disse a Salomone: Poiché ti sei comportato così e non hai osservato la mia alleanza né le leggi che ti avevo dato, ti strapperò via il regno e lo consegnerò a un tuo servo.” (1Re 11,11) e avvenne proprio in tal modo.

Alla morte di Salomone il regno fu diviso e solo una parte, Giuda e Beniamino, passo al figlio Roboamo, mentre le altre 10 tribù formarono il regno del Nord con Geroboamo figlio di un funzionario di corte di Salomone.

Quel “fece ciò che è male agli occhi del Signore” nella Bibbia al tempo dei Re, sia del Nord, regno di Israele, sia del Sud, Regno di Giuda, è un ritornello che si ripete spesso nella descrizione di quei re che fanno i libri storici della Bibbia.
Tanto per fare degli esempi presi dal II libro delle Cronache, ancora sul tema delle donne inteso come indice di un serio e generalizzato adulterio in atto nei riguardi del rapporto di tutto il popolo con Dio, ricordo:

  • 2Cronache 11,21 – il re Roboamo ebbe diciotto mogli e sessanta concubine;
  • 2Cronache 13,21 – il re Abia prese quattordici mogli;
  • 2Cronache 24,3 – il re Ieoiada prese per lui due mogli.

Iniziò così la decadenza fino all’esilio di entrambi i regni del Nord (721 a.C.) da parte degli Assiri e del Sud (587 a.C.) da parte dei Babilonesi.
La guida del popolo da parte dei loro re fu un esempio disastroso; insomma si confermò il detto “il pesce puzza dalla testa”.
Dirà Gesù “Ogni regno discorde cade in rovina e nessuna città o famiglia discorde può reggersi.” (Matteo 12,25).

 

DIO REGNA
Torniamo alle profezie messianiche di Balaam ove anche si legge: “Non si scorge iniquità in Giacobbe, non si vede affanno in Israele. Il Signore suo Dio è con lui e in lui risuona l’acclamazione per il re.” (Numeri 23,21)

Chi è il re di cui parla la profezia?

Subito dopo, al versetto Numeri 23,22 questa prosegue: “Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto…” (Numeri 23,22)

Questi è il re che è acclamato.

Non c’è dubbio; “Il Signore regna in eterno e per sempre!” “IHWH imelok leo’lam veoe’d”     sono, infatti, le parole finali del Cantico in Esodo 15,18 con cui Mosè assieme alla profetessa Maria e le donne all’uscita dall’Egitto, dopo il miracolo del mare, acclamano il Signore che è “prode in guerra” e “precipitò nel mare cavallo e cavaliere”.
Il miracolo del mare, d’altronde, è il segno dell’apertura delle acque come quello che avviene a fine gestazione di una puerpera, quando dalla madre esce alla vita, sano e libero, un figlio, in tal caso Israele e, nello stesso tempo, per il popolo fedele è segno certo della divina provvidenza e gli fa da memoriale per certificargli che Dio l’accompagnerà sempre nel cammino della vita.

Tutto ciò che riguarda quell’evento di fondamentale importanza per l’ebraismo che fa, appunto, da memoriale di quel fatto avvenuto nel tempo di “Pesach”, diviene imprescindibile per il cristianesimo essendo questo il riferimento scritturale dell’evento tanto atteso dell’apertura della morte con la risurrezione che sigilla il mistero pasquale di Cristo da cui sgorgano i sacramenti del battesimo e dell’eucarestia con i loro doni di grazia.

Il “Signore regna” nel testo è “imelok”  ossia IHWH  è  RE  !

Questo sarà il grido di guerra degli Israeliti.
(Vedi: nota al Salmo 33,3 nella Bibbia di Gerusalemme)

Quel “imelok”  in forma ispirata con le lettere si può leggere “è/sarà tra i viventi  nel cammino “; speranza e profezia di venuta nella carne!
In pratica è ciò echeggia alla fine del Vangelo di Matteo che conclude con: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. (Matteo 28,20b)

Quel “risuona l’acclamazione” è “terua’t” , proprio un “grido di guerra” ricordato tante volte nell’episodio della conquista di Gerico in Giosuè 6, ove al versetto 20 esclama: “Il popolo lanciò il grido di guerra e suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba e lanciò un grande  grido di guerra, le mura della città crollarono su se stesse; il popolo salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e si impadronirono della città”.

In tale occasione a Gerico il popolo non fece altro, bastò che fosse suonata la tromba “shofar” e che il popolo lanciasse il grido che Dio intervenne combatte per Israele e vinse il nemico; vale a dire fu lui il solo che combatté.

D’altronde, in occasione del miracolo del mare Mosè aveva annunciato, Esodo 14,13: “Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza  del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più!” e aggiunse: “Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli.” (Esodo 14,14)

Quella salvezza  “ieshua’t” altro non è per il cristiano che Gesù “ieshua’”  il Crocefisso , in quanto, in corsivo questa lettera  è una croce.

“Il Signore combatterà per voi”, in ebraico    “IHWH illachem lakoem”, sono invero parole profetiche, sia per i tanti interventi provvidenziali di Dio nella storia d’Israele, sia nei riguardi del Messia che porterà la salvezza definitiva; anzi quello di “salvezza” sarà proprio il suo nome, come ho accennato, vale a dire Gesù.
È da tenere presente che “illachem”  si legge “sarà/è  a guerreggiare/combattere “.

È da ricordare però che tutte le 22 lettere dell’alfabeto ebraico sono solo consonanti e che i segni di vocalizzazione nella Bibbia furono introdotti tardivamente, comunque dopo Cristo.
Ora, le lettere , radicale di guerreggiare, sono anche il radicale di mangiare e con quelle stesse lettere consonanti, cambiando una sola vocale, si ha sia “lachoem”  “guerra”, sia “loechoem”  che è “pane”.
Ecco, allora, che ciò fa si che quel  si potrebbe leggere “illoechoem” e ne verrebbe la profezia che “IHWH  sarà  pane  per voi “.

Ciò pare essere stato veramente colto Gesù Cristo nell’ultima cena e ripetuto continuamente nell’Eucaristia e poi realizzato sulla croce, acme del combattimento finale, e l’alleluia di Pasqua è l’annuncio della vittoria.

Infatti: “…mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: Prendete e mangiate; questo è il mio corpo. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.” (Matteo 26,26-28)

Gesù invero, per salvare l’umanità dal peccato, come un prode, volontariamente, al nostro posto andò ad affrontare il nemico – l’odio, il male e la morte – in una guerra in cui verrà crocifisso, comportandosi proprio da re come ricordano i Vangeli:

  • Matteo 26,52-54 – “Allora Gesù gli (a Pietro) disse: Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”
  • Giovanni 18,36s – “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici; io sono re.”

C’è dell’altro, infatti, in quel versetto Esodo 14,14, “…e voi starete tranquilli” è scritto “veatt’oem tacharishon”   e lo stare tranquilli viene dal radicale  che è relativo anche al verbo svolgere il lavoro d’artigiano da cui “charash” è fabbro, artigiano, carpentiere, vale a dire proprio il mestiere di Gesù e di Giuseppe.

Facendo parlare quelle lettere con i loro significati grafici si perviene ai pensieri colti dai Vangeli: “ma  verrà () dai viventi  Crocifisso nel carpentiere  si riporterà  l’energia ” e per la parte sottolineata anche “dalla tomba  il corpo  risorgerà  per la riportata  energia “.

Ecco che il Signore propone di impegnare per noi il proprio corpo nella battaglia per combattere e conseguire la liberazione degli uomini dalla morte fisica e spirituale in cui li ha relegati il nemico col peccato.
Il pane, per il parallelo che ho evidenziato, ricorda che Lui, nostro fratello, della stessa carne, combatte e vince per noi suoi alleati.
Dice, infatti, il Vangelo di Luca 22,19 “Questo è il mio corpo che è dato per voi” e poi aggiunse “fate questo in memoria di me”.

Sì, si avverò che “Il Signore combatterà per voi ” vale a dire il Signore sarà pane per voi!

Lui dette il proprio corpo come pane da esca per la morte e la fece esplodere distruggendola con la risurrezione; questa è la “demut”  di Genesi 1,26, la vera nostra somiglianza con Dio Padre palesataci dal fatto che Cristo, il suo Figlio, ha dato il suo sangue, “il sangue  ha portato  dalla croce ” per noi.
(“Padre Nostro chiave di volta contro la pena di morte“)

Nella stessa preghiera del Padre nostro il “dacci oggi il nostro pane quotidiano” si può allora rivestire anche del significato: “combatti per noi oggi come ogni giorno”!

L’acclamare, peraltro, viene dal radicale  e lo ritroviamo nella profezia messianica di Zaccaria nella forma verbale  tradotto come giubila in “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.” (Zaccaria 9,9)

Certo c’è ben da acclamare  quando il Signore col proprio “corpo  si porta  alla vista ” e combatte per noi.
È evidente, infatti, che i re d’Israele e di Giuda erano soltanto dei viceré, in quanto, il vero re era il Signore, come si evince chiaramente da:

  • 1Cronache 28,5 – “Fra tutti i miei figli, poiché il Signore mi ha dato molti figli, ha scelto mio figlio Salomone per farlo sedere sul trono del regno del Signore su Israele.”
  • 1Cronache 17,14 – disse Natan a Davide per conto di Dio “Io lo farò star saldo nella mia casa, nel mio regno; il suo trono sarà sempre stabile.”
  • 2Cronache 13,8 – “Ora voi pensate di imporvi sul regno del Signore, che è nelle mani dei figli di Davide, perché siete una grande moltitudine…”
  • Daniele 4,29 – “…l’Altissimo domina sul regno degli uomini e che eglilo da a chi vuole.”
  • Daniele 5,21 – “Dio altissimo domina sul regno degli uomini, sul quale innalza chi gli piace.”

Il libro deuterocanonico della Sapienza questo “Regno di Dio”, come poi sarà ampiamente recepito dall’annuncio dei Vangeli, lo fa intravedere non solo terreno quando dice: “Per diritti sentieri ella guidò il giusto in fuga dall’ira del fratello, gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante; lo fece prosperare nelle fatiche e rese fecondo il suo lavoro.” (Sapienza 10,10)


Nella Tenak o Bibbia ebraica oltre che in Esodo 15,18 “il Signore regna” si trova altre 6 volte:

  • 1Cronache 16,31 – “Gioiscano i cieli, esulti la terra, e dicano tra le genti: Il Signore regna!”
  • Salmo 93,1 – “Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza. È stabile il mondo, non potrà vacillare.”
  • Salmo 96,10 – “Dite tra le genti: Il Signore regna! È stabile il mondo, non potrà vacillare! Egli giudica i popoli con rettitudine.”
  • Salmo 97,1 – “Il Signore regna: esulti la terra, gioiscano le isole tutte.”
  • Salmo 99,1 – “Il Signore regna: tremino i popoli. Siede in trono sui cherubini: si scuota la terra.”
  • Salmo 146,10 – “Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.”

Nel Salmo 47,8-9 inoltre è scritto ” perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo.”
In effetti Dio è il Re dell’Universo come precisa il Salmo 103,19, “Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono e il suo regno abbraccia l’universo.”
È anche un regno eterno e che riguarda tutti i tempi come ricorda il Salmo 145,13 “Il tuo regno è regno di tutti i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione”.

 

IL REGNO NEL NUOVO TESTAMENTO
Il profeta Daniele profetizza un uomo che avrà un potere eterno e questi altri non è che il Messia che sarà, quindi, anche Dio: “…ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile a un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai,e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto.” (Daniele 7,13s)

I Vangeli annunciano che questi è Gesù di Nazaret.
Nella Bibbia le espressioni “figlio d’uomo” e “figlio dell’uomo”, in ebraico “ben ‘adam”, in aramaico “bar ‘amash” e in greco “huiòs tou anthròpou”, si trovano oltre 190 volte, di cui 90 in Ezechiele e 90 nei Vangeli.

In questi è sempre Gesù che cita il “figlio dell’uomo”, ma anche se esplicitamente non dice sono io il Figlio dell’uomo, ne parla in terza persona per sottolineare che profezie su questi si stavano attuando, come “il Figlio dell’uomo sarà consegnato… il Figlio dell’uomo verrà…” e in Matteo 16,28 dice “In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno”, in quanto la il segno efficace sarà poi quello della risurrezione.

L’angelo quando si rivolge a Maria annuncia, di fatto, il “Figlio dell’uomo venire nel suo regno” dicendo: “Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine.” (Luca 1,32)

Il libro dell’Apocalisse, poi, profetizza il compimento della sua missione con:

  • Apocalisse 11,15 – “Il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano: Il regno del mondoappartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli.”
  • Apocalisse 19,6 – “Udii poi come una voce di un’immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano: Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente.”

Nel complesso dei libri detti del Nuovo Testamento (C.E.I. 1975) si trova:

  • “Regno di Dio” per 68 volte di cui 54 nei Vangeli, 3 volte in Giovanni, 33 in Luca, 14 in Marco e 4 in Matteo.
  • “Regno dei Cieli” per 33 volte, ma soltanto nel Vangelo di Matteo.
  • “Paradiso” in Luca 23,43, in 2Corinzi 12,4 e Apocalisse 2,7.

Molte sono le altre volte che è indicato solo come “Regno”, come ad esempio in Matteo in 6,10 nella preghiera del Padre Nostro, in 13,19 e 20,21; Luca 1,33 e 11,2 pure nella preghiera del Padre Nostro e 12,32 nonché in 22,29 “preparo per voi un Regno”; 1 Tessalonicesi 2,12; 2Timoteo 4,1; Ebrei 1,8; Giacomo 2,5; Apocalisse 1,9 poi 11,17 e 19,6.

Nel Vangelo di Matteo si trovano queste espressioni:

  • Matteo 4,23 – “la buona novella del Regno”;
  • Matteo 8,12 – “…mentre i figli del Regno verranno cacciati fuori…”;
  • Matteo 9,35 – “predicando il vangelo del Regno”;
  • Matteo 24,14 – “il Vangelo del Regno”;
  • Matteo 25,34 – “il Regno preparato fin dalla fondazione del mondo”.

Si trovano pure dizioni particolari come:

  • 2Pietro 1,11 – “regno eterno del Signore nostro Gesù Cristo”;
  • 2Timoteo 4,18 – “regno eterno”;
  • Colossesi 1,13 – “regno del suo figlio diletto”;
  • Efesini 5,5 – “regno di Cristo e di Dio”;
  • Ebrei 12,28 – “regno incrollabile”;
  • Apocalisse 1,6 e 5,10 – “regno di sacerdoti”;
  • Apocalisse 12,10 – “regno del nostro Dio”.

Gesù, nel Vangelo di Giovanni, tiene a mettere ben in chiaro che “Il mio regno non è di questo mondo” e supporta tale asserzione proponendo, a Pilato e in definitiva a noi, la considerazione: “se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù” (Giovanni 18,36).

Il Regno di Dio che era atteso e sperato dai fedeli dell’ebraismo, in effetti, dal Vangelo di Matteo è ben evidenziato trattarsi di “Regno dei Cieli”, in quanto, tale è la dizione che usa per nominarlo e Matteo era un vero ebreo.

Si può allora in sintesi sostenere che all’inizio della predicazione gli annunci del Battista, di Gesù e degli apostoli che riportano i Vangeli sono concordi su questo punto, il Regno di Dio, in effetti, è Regno dei Cieli e, soprattutto, precisano che in pratica è giunto il tempo atteso della disponibilità piena per gli uomini, che prima n’erano esclusi, di poterne godere.
A tale riguardo sono da ricordare i seguenti versetti del Vangelo di Matteo:

  • Matteo 3,1.2 – parlando del Battista, “In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”.
  • Matteo 4,17 – sull’inizio del ministero “Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.
  • Matteo 10,17 – Gesù inviati gli apostoli e i discepoli in missione li invita “Strada facendo predicate che il regno dei cieli è vicino.”

Luca ripete questo pensiero quando Gesù suggerisce ai discepoli se non accolti nei luoghi ove andranno a predicare: “Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino.” (Luca 10,11)

Questo “vicino” si può intendere nelle dimensioni spazio temporali, cioè come relativo al tempo della venuta, di fatto prossimo ad accadere, di tempo che sta per venire o come una realtà a poca distanza rispetto al luogo in cui uno si trova, ossia prossimo anche come vicinanza fisica, o entrambe le possibilità.

Il Vangelo di Marco annuncia proprio che per l’avvento del Regno di Dio il tempo è compiuto, infatti, dice: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al vangelo.” (Marco 1,14s)

I Vangeli, nel portare il proprio annuncio che il Messia è venuto, tendono a mostrare, tra l’altro, il confermarsi delle antiche Sacre Scritture, perciò, per centrare meglio il tema, pare essere istruttivo il verificare in queste, a cominciare dalla Torah, cosa dicano sul termine “vicino” quando ivi si parla di IHWH, quindi, del Signore.

Si trova in Deuteronomio 4,7 “…quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?”, ove per “vicino” è usato “qerobim” , dal radicale QRB del verbo “accostarsi, avvicinarsi”, in cui il termine è coniugato al plurale considerato che per divinità il testo ha usato la parola “‘Elohim” , confermando con quel  finale che questi è, appunto, un plurale che serve a definirlo come l’assemblea celeste.

Solo poche volte quel radicale  è usato per un avvicinamento in modo ostile fino a significare “guerra, battaglia”, come “qerab” in Salmo 68,31 e in Daniele 7,21, altrimenti ha un significato più amichevole anche per definire il “volersi ingraziare qualcuno” tanto che da tale termine viene “qorebban”  (il “korbàn” dei Vangelo di Marco 7,11) per offerta e la “qirebah”  è la vicinanza, la prossimità di Dio come in Isaia 58,2 e Salmo 73,28.

Le prime due lettere di  di formano il radicale  che può essere usato per “uscire, farsi incontro, incontrare” come in Esodo 3,18; Numeri 23,3.4.16; 2Samuele 1,6, il che fa pensare che l’avvicinarsi  comporta l’uscire () di casa , immagine questa molto bella che fa intuire l’amore di Dio per gli uomini che per venirgli incontro esce dalla sua casa nei cieli ed entra nel mondo.

In tal senso va colto l’annuncio dei Vangeli “del Regno dei cieli è vicino”.
Questo ci parla proprio della divinità in Gesù.
In Lui c’è la “qirebah” , la vicinanza di Dio, che s’è versato  in un corpo  per abitare  nel mondo .

Dio si versa  per le moltitudini , che si dicono appunto “reb” in ebraico.
In definitiva l’annuncio è chiaro, questo Regno, il “malcut”  è vicino!

La venuta del Regno annuncia i tempi finali, nel senso stesso delle lettere “dei viventi  il cammino  si sta portando  alla fine “, ossia non solo, il Regno dei Cieli è vicino, ma anche è concluso il tempo della sua venuta e quello delle vicende umane sulla terra, non c’è altro tempo che quello per convertirsi a Dio in modo totale.

C’è poi nel Vangelo di Luca un breve brano 17,20-21, ma chiaro, che riporta le parole di Gesù a dei farisei che lo interrogavano su tale regno: “Interrogato dai farisei: Quando verrà il regno di Dio? Rispose: Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà eccolo qui o eccolo la. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi.” (Luca 17,20s)

È in mezzo a voi, allora era una realtà presente!

È da intendere però che a quei tempi il Regno, pur se presente per chi avesse avuto orecchi, occhi, cuore e mente per coglierlo, non era ancora pienamente disponibile, mancava ancora qualcosa.

In effetti, chi era presente era il Re il “Malech”  ( = ) che non era ancora stato portato  in croce , come può leggersi in il “malcut” , “da vivente  il Potente  per la rettitudine  portato  in croce “.
Questi però era vicino e in mezzo agli uomini di quel tempo perché il Regno era nel cuore del Re che lo portava, in quanto il suo cuore era in comunione e comunicazione con quello del Padre.
D’altronde, Gesù l’aveva detto chiaramente a Pilato quando gli chiese “Dunque tu sei re?”, rispose “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità.” (Giovanni 19,37)

Ai discepoli Gesù nel comandare di dire a chi aveva disponibilità della stanza del Cenacolo dice di dirgli proprio: “il mio tempo è vicino farò la Pasqua da te con i miei discepoli.” (Matteo 26,18)

Doveva accadere qualcosa di essenziale in quella Pasqua.

Quando il “Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Luca 10,1) questi dovevano dire “sappiate però che il regno di Dio è vicino” (Luca 10,11) infatti, Gesù doveva passare da li.

Aveva detto Gesù nella precedente festa delle Capanne nell’ultimo giorno, quello della grande festa, “Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti, non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.” (Giovanni 7,37-39)

Quel “non c’era ancora lo Spirito”, sta a dire che non c’era ancora la grazia che viene dal suo sangue ed acqua usciti dalla croce per i nostri peccati, non era ancora stato squarciato il velo del suo costato e non si poteva ancora accedere al Regno dei Cieli!

Durante il ministero della sua vita terrena, il Regno dei Cieli era vicino perché “di Cristo e di Dio” (Efesini 5,5) ed era in Lui in Cristo, ma non era ancora accessibile agli uomini di questo mondo, per cui i cieli erano ancora chiusi.
Tale Regno, infatti, è incompatibile con l’esistenza del peccato.

Ora, dice bene San Paolo nella lettera ai Romani al 14,23, “tutto quello che non viene dalla fede (“pisteos” nel testo in greco) è peccato” e non c’era ancora il dono pieno della fede, perché non era compiuto ancora l’evento pasquale fondante di questa da parte di Cristo “autore e perfezionatore della fede.” (Ebrei 12,2)

D’altronde i Vangeli sinottici evidenziano che, all’apertura del costato di Gesù da parte della lancia del legionario romano, nel Tempio il velo del Santo dei Santi si squarciò (Matteo 27,51; Marco 16,38; Luca 23,45), segno che in terra, grazie al sacrificio di Cristo, era stata definitivamente tolta l’inaccessibilità al Santissimo.

Per chi lo desiderasse c’era già la possibilità di accesso al “Cielo” e il Vangelo di Luca con l’episodio del “buon ladrone” che in croce chiese a “…Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” prova a tutti i lettori con la risposta da parte del Crocifisso “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Luca 23,42) che proprio in quel giorno si apriva per gli uomini l’accesso al Regno dei Cieli.

 

LE PARABOLE DEL REGNO
I Vangeli, in special modo quello di Matteo, l’unico dei quattro canonici che usa il termine “Regno dei Cieli”, hanno numerosi episodi con cui Gesù, in parabole, propone il proprio insegnamento alle folle che lo seguono e poi, all’occorrenza, le spiega ai discepoli onde ben intendano il senso del Regno o Regno dei Cieli.

Il capitolo 13 di Matteo, infatti, è interamente dedicato alle parabole sul Regno e inizia così: “Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole…” (Matteo 13,1-3)

Come racconta il precedente capitolo di Matteo, il 12, in quello stesso giorno erano accaduti fatti importanti per dispute con i farisei, perché lo accusavano di guarire di sabato, come aveva fatto nella sinagoga di Cafarnao con l’uomo dalla mano paralizzata, tanto che gli stessi “farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire” (Matteo 12,14) e sobillavano la gente che operava col potere di satana ed ebbe anche contrasti con i parenti evidentemente da quelli istigati.

Aveva anche annunciato a quella “generazione perversa”, il Kerigma, ricordando loro il segno di Giona. (“Il Kérigma di Cristo risorto nell’Antico Testamento“)

Parlare del Regno, allora, era veramente delicato poteva suscitare equivoci e reazioni da parte dei Romani o esaltazioni delle folle tra cui c’erano anche gli zeloti che mal sopportavano l’occupazione romana e quindi c’era il pericolo di poter essere accusato di sedizione che avrebbe appannato la sua reale e alta missione.
Ecco che Gesù allora doveva presentare tale Regno col candore della colomba e la furbizia del serpente e scelse di parlarne in parabole.

La “parabola” è parola composta che viene dal greco “para” che vuol dire “a fianco”, e dal verbo “ballein” che significa “gettare”, quindi un “gettare a fianco” vale a dire fare un parallelo, mentre in ebraico come in Ezechiele 17,2 24,1 è “mashal”  “paragone” e deriva da paragonare, equiparare, assomigliare che si trova in tal senso usato in Isaia 46,5.

Proprio in quello stesso giorno, dopo che c’erano stati tutti quei contrasti, con cui i farisei manifestarono la loro oppressione, “uscì di casa”, quindi, dalla casa di Pietro a Cafarnao, la prima Domus Ecclesia quindi attuò in modo evidente la parola “vicino” “qerobim”  di Deuteronomio 4,7 che prima ho presentato, “riversò  il corpo  da casa  sul mare “, “Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare” di Matteo 13,1.


Ricostruzione della Casa di Pietro con i dati archeologici
Questa casa era davanti al “mare”, in realtà il lago di Tiberiade aldilà del quale c’erano i popoli stranieri, ma la parola mare in quel contesto fa ricordare il passaggio dall’oppressione e dalla schiavitù alla libertà, con riferimento al miracolo del Mar Rosso e Gesù poi su quel mare di Tiberiade vi camminerà sopra come racconta il successivo capitolo 14 per portarsi in quel territorio in contro ai pagani.
Gesù col gesto di porsi sulla barca fa comprendere che ci si deve mettere in cammino in modo nuovo, lasciare le vecchie usanze e quelle istituzioni religiose come quella dei farisei che considera la folla non istruita come maledetta e soffoca le persone e con le parabole propone un esodo dalla prigionia della religione verso la fede nell’amore di Dio.

Il Vangelo di Giovanni al capitolo 7 su tale questione in una situazione analoga propone “…nacque dissenso tra la gente riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: Perché non lo avete condotto? Risposero le guardie: Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo! Ma i farisei replicarono loro: Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!” (Giovanni 7,43-49)

Con queste parabole che enuncia Gesù dimostra con parola autorevole che Dio è vicino alle genti rendendo pieno il significato di QRB  “vicino” segnalato all’esordio della predicazione, in quanto, Lui, la Parola, il Verbo, “versa  alle moltitudini ” la parola di Dio, visto come ho detto che “reb”  in ebraico è moltitudine e in definitiva con Gesù Dio stesso “si versa per le moltitudini .

In Matteo, infatti, c’è la notazione “Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.” (Matteo 7,28s)

E insegnare in ebraico è “lamed” che si troverà nel termine “Talmud” che poi indicherà gli scritti dei commenti rabbinici sulla Torah e altri scritti.
Le caratteristiche di questo Regno sono poi descritte in varie parabole alla cui lettura rimando nei Vangeli.

“Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.” (Matteo 13,34s).

 

LA PARABOLA DEL SEMINATORE
Per prima appare la parabola del seminatore che si trova nei tre sinottici Matteo 13, Marco 4 e Luca 8 e anche nel Vangelo apocrifo di Tommaso.


La parabola inizia con l’enunciazione, indi segue una considerazione ai discepoli – “a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli” (Matteo 13,11) – e infine v’è una spiegazione.
Questo del regno dei cieli è, quindi, un mistero!

Al proposito è da ricordare quanto disse Papa Paolo VI nell’udienza generale del 9 aprile 1969: «Che cosa s’intende per mistero? Bisogna aver presente il duplice significato scritturale di questa parola. Il primo significato è quello del nostro linguaggio usuale; ed è quello di cosa occulta, di verità nascosta. “A voi è concesso – dice una volta il Maestro – conoscere il mistero del regno di Dio” (Marco 4,11); e San Paolo parlerà del “mistero di Cristo, il quale non era noto in altre età ai figli degli uomini” (Efesini. 3, 5; e Colossesi 1,26). Il mistero, in questo senso, è l’oggetto d’una rivelazione, la quale svela un segreto di Dio ai santi, cioè ai suoi fedeli, ai quali Egli ha voluto “far conoscere quale sia la gloria di questo mistero fra le genti, che è,Cristo fra voi, la speranza di gloria” (Colossesi 1,27). Ed ecco che appare l’altro significato della parola mistero nel linguaggio scritturale e cristiano; ed è quello che più importa considerare. Mistero è il disegno divino in azione, è l’economia del Vangelo, nascosta in Dio da secoli e, a un dato momento, resa palese ed operante in Cristo (Efesini 1,9; 3,9). È l’opera nuova e divina che si compie, in questa terra, nel tempo, per i credenti; è la realtà prodigiosa del rapporto vitale ristabilito, in un ordine trascendente quello naturale, fra Dio e l’umanità, mediante Cristo, nell’Amore divino vivente, ch’è lo Spirito Santo.»

Quel termine “mistero”, se si guarda nella Bibbia ebraica in ebraico, è parola più volte ripetuta, “razah” , il cui significato grafico delle lettere informa che “la mente/testa  colpisce  aprendola “, e in particolare ci porta alla rivelazione, appunto, del mistero nascosto nei sogni e in particolare al libro di Daniele al capitolo 2 ove quella parola è nei versetti 18, 19, 27 e 28, quando il profeta svela il sogno di Nabucodonosor.
Al profeta Daniele è strettamente legato anche l’annuncio dei tempi finali della venuta del Messia.
Il mistero di Cristo e del Regno dei Cieli anche nelle stesse lettere di “razah” inizia a rivelarsi, in quanto, “in un corpo  Questi  entrerà ” e questo il mistero dell’incarnazione che è il bandolo della matassa che porta a spiegare il mistero di Cristo e del Regno dei Cieli.

La lettera di San Paolo ai Romani16,25-27, infatti, si chiude così: “A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.”

Per queste parabole del seminatore, poi della zizzania e anche del granellino di senape è necessario fare una premessa, ricordando quanto dice il Signore nel libro del profeta Isaia: “Come. Infatti, la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.” (Isaia 55,10s)

In questo passo c’è un evidente paragone tra la pioggia e la neve che scendono dal cielo e la parola di Dio che scende dai Cieli ed è proposto uno stretto collegamento tra la stessa parola di Dio e il seme di grano che produce il frumento e poi il pane.

Nel testo in ebraico di Isaia 55,11 quella “mia parola” è “debari”  tenuto conto che parola da sola è “debar” .

Dando voce ai significati grafici delle lettere ebraiche e dividendo la parola “debar”  in  + , tenuto conto che la lettera “dalet”  indica una mano, quindi, pure aiutare e che “bar”  in ebraico è anche “frumento, grano” come in Genesi 41,35.49, tanto che “barih”  è cibo (2Samuele 13,5.7.10), si ha che la parola ebraica di “debar” fornisce il pensiero “aiuta/ha in mano  il grano o il frumento ” e “la mia parola” dice il Signore “debari”, “ha in mano  il cibo ()“.

Dice Gesù “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.” (Giovanni 6,48-50)

La parola, quindi, Gesù, si è fatto cibo con l’eucarestia, sostentamento che dovrebbe essere il pane quotidiano del cristiano, la vera manna, il cibo per nutrire l’uomo nuovo fino all’entrata nella vera terra promessa, così come fu il segno della manna per gli Israeliti che venne a cessare solo dopo aver attraversato il Giordano (Giosuè 5,10-12) ed essere entrati in Canaan.
Tra l’altro la sua parola porta al patto “berit”  all’alleanza che è la stessa Torah compiuta fino in fondo da Gesù di Nazaret che “dentro  col corpo  fu  in croce ” per tutti noi.
Collegata alla parola “debar”, quindi, spicca evidente la figura di un agricoltore che ha in mano un covone di grano e di un seminatore che lancia come pioggia il seme sul terreno sia di grano che di senape e questo agricoltore poi manderà i falciatori per il raccolto.
Gesù, la Parola vivente ha, quindi, tutta l’autorità per evocare per sé quella figura di seminatore.

 

PARABOLA DELLA ZIZZANIA
Si trova in Matteo 13, in prosecuzione a quella del seminatore, in Marco 4,30-32 e in Luca13,18-20.
Questa parabola della zizzania, come quella del seminatore, è prima raccontata da Gesù (Matteo 13,24-30) e poi, in casa, spiegata ai soli discepoli (Matteo 13,36-43).
Il termine zizzania pur essendo d’origine semitica non si trova nel testo della Bibbia ebraica detto Antico Testamento.
La parabola prende spunto da un dolo che nell’antichità evidentemente era in uso, quello che per causare del male a un avversario si seminava erbaccia cattiva e invasiva nel suo campo.
(Nel diritto romano – Corpus iuris civilis, Digesta IX,2,27,14 raccolta del 533 d.C. di pareri e sentenze di antichi giuristi romani detta anche “Pandectae” di Giustiniano I – è discusso il caso di chi semini del loglio o della gramigna nel campo di un altro per contaminarne la semina: “Et ideo Celsus quaerit, silolium aut avenam in segetem alienam inieceris, quo eam tu inquinares, non solum quod vi aut clam dominum posse agere vel, si locatus fundus sit, colonum, sed et in factum agendum, et si colonus eam exercuit, cavere eum debere amplius non agi, scilicet ne dominus amplius inquietet: nam alia quaedam species damni est ipsum quid corrumpere et mutare, ut lex Aquilia locum habeat, alia nulla ipsius mutatione applicare aliud, cuius molesta separatio sit.”)

Nella parola zizzania traslitterabile in ebraico  in cui si riconosce il radicale ZNH , la radice di “prostituzione”, quindi di prostituirsi ed essere infedele, disonorarsi, corrompersi, quindi un degenerarsi.
La zizzania era, infatti, un grano degenerato, imbastardito, come se ci fosse stata un’azione demoniaca, “colpito  dall’angelo (ribelle)  entrato “.

Pare che corrisponda al “lolium temulentum”, dal latino “temulentus” ubriaco, perché ubriacante, un’erba diffusissima nell’antichità, simile al grano nel primo stadio della crescita e solo quando sono in spiga il loglio e il grano sono distinguibili tra loro per le foglie più sottili dell’infestante e se s’ingerisce farina di grano contaminato da questo essendo i chicchi del loglio simili a quelli del frumento si subisce come una ubriacatura dalle farine contaminate da funghi del genere Claviceps, produttori di alcaloidi tossici che provocano emicranie, vertigini, vomito e annebbiamenti della vista.

La zizzania allora fa presente che assieme al buon seme seminato nel campo del mondo da Gesù-Parola spunta comunque l’infedeltà causata dalle tentazioni del “principe del mondo”, onde zizzania  “colpito  dal prostituirsi () è  il campo ” e “colpirà  il prostituirsi () IaH , cioè IHWH”.

Assicura il Signore che vi sarà un giudizio finale in cui sarà scelto ciò che è buono e il resto sarà bruciato.

 

PARABOLA DEL GRANELLO DI SENAPE
La parabola del granello di senape è raccontata da Gesù nei vangeli sinottici Matteo 13,31-32: Marco 4,30-32, Luca 13,18-19 e nell’apocrifo di Tommaso.

La parabola mette a confronto il Regno dei Cieli con un granello di senape. “Il Regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”. (Matteo 13,31s)

L’immagine dell’albero sui cui rami gli uccelli fanno il nido la Bibbia di Gerusalemme la pone in parallelo a quanto dice Ezechiele 17,22-24 “Dice il Signore Dio: lo prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà.”

Questi uccelli sono i popoli pagani che verranno al monte Sion al tempo del Messia.


Il granello di senape, veramente piccolo, 1-2 mm di diametro, ha suscitato da sempre tanta curiosità per la sua virulenza considerato che da questo può venire fuori un arbusto alto anche fino a tre metri d’altezza.

Provo a prendere la questione un poco alla lontana considerato che antichi rabbini e cabalisti ebrei hanno fatto considerazioni ricordando quel seme pur se questa pianta l’Antico Testamento non la menziona anche se coltivata e nota in Palestina, oggi detta “teradel” .

Vi fu una questione rabbinica sul voto di nazireato in cui si parla del seme di senape in base al quale ne viene questo rigoroso parere: “Se qualcuno ha fatto voto di nazireato a cesto pieno – cioè di osservare il nazireato tante volte quanti sono gli oggetti che un cesto può contenere – si consideri allora che il cesto sia pieno di semi di senapa: in questo caso sarà nazireo per tutta la vita”.

C’è poi una considerazione più importante che si connette alla creazione.
Non sappiamo quante e quali siano tutte le dimensioni della realtà; per contro, limitati in questo mondo, ne conosciamo solo le quattro dimensioni spazio-temporali.
Dio, prima della Creazione, con la propria presenza e luce riempiva ogni disponibilità, insomma, era il tutto e occupava il tutto.
Per creare qualcosa che esistesse fuori di Lui allora ecco l’idea cabalista registratata nel medioevo dal Nachmanide, ossia Rabbi Moses ben Nahman onde il suo acronimo Ramban (Girona, 1194-1270), studioso ebreo medievale, catalano, rabbino, filosofo, medico, cabalista e commentatore biblico nella “derashah” (sermone) “Toràt Hashem Temimah” (La Torah dell’Eterno è perfetta), dopo aver respinto le teorie dell’eternità del mondo adducendo varie prove, scrive quanto riportando non una propria teoria, ma elementi che da per scontati e noti che fanno parte della cultura biblica degli ebrei anche di tempi antichi:

«…la Torah ci ha rivelato il mistero della creazione e che i filosofi non sanno della creazione quello che sa l’ultimo tra gli israeliti. Costui ne sa di più sulla creazione perché dalla Torah ha imparato cosa fu creato nel primo e nel secondo giorno. E se vorrà approfondire le sue conoscenze da un Maestro che conosce la tradizione, imparerà che ogni elemento della creazione è più effimero di quello che segue e che ne è un’emanazione. E che all’inizio Dio creò la materia – “tohu” in ebraico, “hyle” in greco – dal nulla assoluto, iniziando con la creazione di entità più piccole di un granello di senape, una costituente la materia prima dalla quale si sviluppò il cielo e un’altra dal quale si sviluppò la terra. Da quel momento non fu creato più nulla e il Creatore generò il resto da quello che era stato creato nel primo istante. Per questo la parola “bar’à” – creò – appare all’inizio e non è usata per il resto della creazione. È invece seguita dalle espressioni “Ci sia il firmamento” (Genesi 1,6), “Si raccolgano le acque” (Genesi 1,9), “Ci siano astri illuminanti” (Genesi 1,14). La forma delle cose create varia ma la materia è quella dell’inizio della creazione. L’uso della parola “bar’à” nel caso dell’uomo si riferisce alla creazione dell’anima che non appartiene né al cielo né alla terra. E riguardo alla creazione dell’uomo è scritto che fu creato “a Nostra immagine e somiglianza” (Genesi 1,26), perché il corpo assomiglia alla terra in quanto è caduco e l’anima assomiglia al Supremo in quanto non è corporea e non è soggetta a disgregazione, come spiegò R. Yosef Qimchi (Spagna, 1105-1170).»

Poi, Rabbi Itzhaq Luria, vissuto in Palestina nel XVI secolo sviluppò la teoria per cui la luce infinita di Dio, almeno nell’ambito delle dimensioni del campo spazio temporale, si sarebbe contratta ritirata al “centro dell’infinito” e tale ritirarsi e/o contrarsi è la teoria del “tzimtzum”  o della “contrazione” fino alle dimensioni di un puntino, il seme di senape di Ramban, che in un certo senso è la fase prima del big-beng; e poi lo spazio tempo lasciato libero lo riempì inviando la sua luce a modo di ampolle dette “zefiro” di che aprendosi operarono la creazione come si troverebbe traccia in Genesi 1.

Nello spazio tempo privo di sé la creazione ha così potuto aver luogo il creato ed è mantenuto da una forza al contorno chiamata “Shaddai” “Onnipotente” o “Dio del campo”, “un fuoco  che dice basta  non oltre”, che fa sì che non venga di nuovo invaso.
Con tale nome di “Shaddai” Dio si manifestò ai patriarchi (Vedi: Esodo 6,3) e si trova molte volte in Genesi (17,1; 28,3; 35,11; 43,14; 48,3; 49,25) e in Giobbe.
Questa forza si contrappone per volontà di Dio a se stesso un perpetuo atto divino, nel corso del tempo, per consentire l’esistenza del creato.
(Vedi: “Tensione dell’ebraismo ad una Bibbia segreta“)

Gerald L. Schroeder, un fisico ebreo ortodosso contemporaneo statunitense e teologo che insegna allo Aish HaTorah College of Jewish Studies in Gerusalemme ha ripreso l’idea dell’universo creato inizialmente più piccolo di un granello di senape, che ancora si espande.
Ecco che il seme di senape può ben rappresentare in questo contesto di ricerca “midrashica” l’idea del Regno di Dio.
È da ricordare il richiamo contenuto nell’intervento del 10 Dicembre 2000 dell’allora cardinale Joseph Ratzinger durante il convegno dei catechisti e dei docenti di religione in cui, tra l’altro, sulla tentazione dell’impazienza nel cercare grande successo con l’evangelizzazione ha ricordato la parabola del granellino di senape:

“Per il regno di Dio e così per l’evangelizzazione, strumento e veicolo del regno di Dio, vale sempre la parabola del grano di senape (Marco 4,31s). Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno. Nuova evangelizzazione non può voler dire: Attirare subito con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. No – non è questa la promessa della nuova evangelizzazione. Nuova evangelizzazione vuol dire: Non accontentarsi del fatto, che dal grano di senape è cresciuto il grande albero della Chiesa universale, non pensare che basti il fatto che nei suoi rami diversissimi uccelli possono trovare posto – ma osare di nuovo con l’umiltà del piccolo granello lasciando a Dio, quando e come crescerà (Marco 4,26-29). Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo e i movimenti di massa sono sempre effimeri.”

Nei Vangeli sinottici – Matteo 17,20 ripreso in 21,21, in Marco 11,23 e in Luca 17,5-6 – Gesù fa anche un altro parallelo tra il seme di senape e la fede.
In Luca 17,5-6, dopo che Gesù aveva parlato del perdono dovuto a un fratello il passo propone questo episodio: “Gli apostoli dissero al Signore: Accresci in noi la fede! Il Signore rispose: Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe.”

Negli altri Vangeli si parla di un monte che sarebbe spostabile se si avesse fede come quella di granello di senape. In definitiva Gesù dichiara la potenza della fede che essendo divina è capace svellere ciò che è consolidato, di trapiantare in mare quanto è radicato in terra.

 

LA PARABOLA DEL LIEVITO
Il Regno dei Cieli in Matteo 13,33 e Luca 13,20-21 è paragonato al lievito che fermenta tutta la pasta.
l lievito trae origine dal latino “levitus”, in quanto provoca il “levare”, ossia l’alzarsi per fermentazione della massa impastata in cui si formano bollicine d’aria a causa di un microrganismo, “saccharomyces”, molto diffuso in natura.
Il lievito si ottiene lasciando esposto all’aria per un tempo congruo una parte d’impasto di farina e acqua, poi il lievito per agire omogeneamente deve essere mescolato intimamente e sciolto in acqua prima di aggiungerlo a nuovi impasti.
Nell’Antico Testamento, in effetti, il lievito assunse connotazione negativa edotta dal comando impartito prima della partenza dell’esodo d’Israele dall’Egitto, nella notte di Pasqua in cui Dio operò per la sua liberazione.

In tale occasione, tra gli altri, l’ordine del Signore fu: “Per sette giorni voimangerete azzimi. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele.” (Esodo 12,15)

Per la proibizione di mangiare pane fermentato a “Pesach”, così entrò nell’immaginario quale segno di effetto dell’istinto malvagio portando al parallelo lievito – peccato, in quanto il primo fa gonfiare la pasta come il secondo porta l’orgoglio che fa gonfiare il cuore dell’uomo.

Al proposito, dice San Paolo: “Fratelli, non sapete che un poco di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità.” (1Corinzi 5, 6-8)

E lo stesso Gesù ammonisce “Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia.” (Luca 12,1)

La ragione pratica, invero, per cui in occasione di quella “Pesach” gli ebrei mangiarono pane azzimo è che uscirono così in fretta dall’Egitto che non potettero far lievitare il pane.
Il    “seder shel Pesach” o ordinamento in base a cui le famiglie ebree celebrano quella festa prevede che prima sia fatta la ricerca in casa di tutto il pane lievitato residuo e durante la notte della vigilia tutta la famiglia a lume di candela, cerca in ogni angolo per eliminare la pur minima traccia di fermento da bruciare al mattino mentre tutta la famiglia danza attorno.

Nel testo di quel versetto Esodo 12,15 appaiono in ebraico alcune parole che è opportuno esaminare nel dettaglio:

  • lievito, “s’or” ;

  • azzimi, “matzot” , da cui “matzah”  è il pane azzimo;

  • il lievitato, lo “chametz” , ossia il pane lievitato.

Questo ultimo deriva dal radicale che in ebraico vale sia per inacidirsi, fermentare, da cui “chometz” per aceto, sia per essere violento e violenza che ovviamente va evitata.
Spesso dalle lettere ebraiche delle parole viste anche separate ciascuna come un’icona si possono trarre felici spunti per l’interpretazione critica di testi finalizzata alla comprensione del significato, insomma per la loro esegesi.

Questo è il pensiero anche di vari rabbini, infatti, ho visto che hanno suggerito di raffrontare le lettere che formano le due parole ebraiche del pane lievitato “chametz”  e del pane azzimo “matzah” .

Tenuto conto che a fine parola  =  è evidente che i due termini, indipendentemente dalla posizione delle varie lettere all’interno di quelle parole, hanno due lettere eguali  e che l’unica differenza è che la prima parola “chametz”  ha una “chet”  e la seconda “matzah”  ha una “he” , molto simile alla “chet” , onde in definitiva la sola vera variazione resta quel piccolo spazio che c’è nella “he” rispetto alla “chet”.


La “he”, infatti, rappresenta lo spazio aperto e la “chet” un luogo stretto chiuso.
(Vedi: le schede delle lettere “he”  e “chet”  cliccando a destra della home di questo mio Sito, sui relativi simboli)

In quella Pasqua il Signore, infatti, aprì un piccolo foro nella logica del mondo e con un miracolo, il cui acme fu l’apertura del mare, spezzò il cerchio di morte che li costringeva in Egitto e combatté per loro come aveva profetizzato Mosè in Esodo 14,14 di cui ho detto nel paragrafo “Dio regna” e non a caso la c’è il termine “sarà a combattere ” che, come ho ricordato, richiama sia pane, sia la guerra.
Ne consegue che alle azime “matzah”  è dato un significato liberatorio, “vivi  si alzano  per uscire “, mentre al fermentato “chametz”  un significato negativo del tipo “nelle prigioni/chiusure/strettoie  i viventi scendono “.

Nell’economia cristiana, grazie al Vangelo e alle vicende di Cristo dopo la sua parabola del Regno simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta, con la sua passione morte in croce e risurrezione, assume il simbolo dello stesso annuncio evangelico e il battezzato diviene lievito che porta con la sua vita e con la sua parola a far fermentare la massa umana.

Le lettere di lievito in ebraico “s’or”  che erano lette in negativo come causa di “distruzione (“sho’a”  = ) del o di un corpo ” evidentemente si possono leggere anche in positivo “accendere  la luce” ( = )” e “accendere  l’Unico  nella mente/testa “.
Del pari con l’evento pasquale anche il “chametz”   può assumere significato positivo “dalla prigione/dalla tomba  i viventi  si rialzano “.


PARABOLA DEL TESORO NASCOSTO E DELLA PERLA PREZIOSA
Sono due brevi parabole che si trovano solo nel Vangelo di Matteo.
L’insegnamento di entrambe è simile.
In Matteo 13,44 il regno dei cieli è paragonato ad un tesoro nascosto in un campo; chi lo trova compra il campo per diventarne proprietario.
In Matteo 13,45-46 il regno dei cieli è paragonato ad una perla preziosa e il mercante che la trova vende tutti i suoi averi per poterla comperare.

In sintesi è da memorizzare nella mente e nel cuore che l’annuncio del Vangelo è nel mondo un tesoro nascosto e inestimabile.
È da preferire il messaggio del Vangelo a ogni altro bene ed è da accogliere senza esitare, con gioia e coraggio e occorre essere mercanti, cioè saper valutare bene il vantaggio della perla preziosa.


Questa perla unica è la verità che appunto è una e non si divide. 

 

PARABOLA DELLA RETE
Il Regno dei Cieli (Matteo 13,47-50) è paragonato a: “…una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.”

Anche questa parabola è riportata solo dal Vangelo di Matteo.
È un quadro di vita vissuta che gli ascoltatori davanti al mare in un paese di pescatori potevano ben comprendere.
La chiave è quel “Così sarà alla fine del mondo.”
Cosa si attendeva per la fine del mondo?
Non dice i pescatori gettano la rete in mare, perché la rete ovviamente è una rete celeste e la lancia evidentemente il Pescatore che ha pescato tutti i pescatori; si attendeva, infatti, il Messia che portasse la risurrezione di tutti gli uomini per il giudizio finale.

Al riguardo, è interessante quel “i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere” ed al proposito è da ricordare quanto è scritto nello stesso Vangelo di ciò che promise Gesù ai suoi apostoli “…disse loro: In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele.” (Matteo 19,28)

La rete viene dal cielo, la lancerà il Messia e raffigura la risurrezione finale dai morti che ci sarà per tutti gli uomini.
I pescatori della terra quelli della sua Chiesa al cui capo aveva anche detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Matteo 16,18s) tireranno la rete a terra e si siederanno a giudicare; questi sono i Santi gli Angeli del Cristo.

Al riguardo scrive San Paolo nella I lettera ai Corinzi, capitolo 6:

  • Corinzi 6,2 – “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?”

  • Corinzi 6,3 – “Non sapete che giudicheremo gli angeli?”

La parola ebraica che indica la rete è “roeshoet”  come si trova in Ezechiele 27,5 e 38,4, in Giobbe 18,8 e in vari Salmi 9,16.17 e 35,7 solo per segnalarli alcuni.
Col mio modo di lettura delle lettere per “roeshoet”  leggo, “(quando) i corpi  risorgeranno  alla fine “.

Come nella parabola della zizzania vi sarà la raccolta finale e la cernita.
Identica è la notazione di questa parabola con quella della zizzania quando là dice “Il Figlio dell’uomo manderà i Suoi angeli, i quali raccoglieranno dal Suo Regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità, e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti.” (Matteo, 13,41-42) del resto come aveva detto anche nello stesso Vangelo: “Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti.” (Matteo 8,11-12)

Come un pescatore della terra può selezionare il pesce solo dopo che l’ha pescato, Dio non opera selezione prima del tempo finale.
L’inferno è un’importante verità della fede cristiana.
La Chiesa Cattolica comunque non tiene un elenco dei dannati, ma solo dei Santi, e anche se fosse che per la misericordia di Dio non si ha certezza che qualcuno vi sia, ognuno dovrebbe pensare che potrebbe toccare proprio a lui stesso se mancasse di avere il dovuto timore di Dio.

 

PARABOLA DEL SERVO SENZA PIETÀ
Questa del servo che non rimette un debito a un altro servo dopo essere stato abbonato da un grande debito da parte del padrone si trova soltanto nel Vangelo di Matteo 18,23-35.
Questa parabola che parla del perdono, segue la risposta “fino a settanta volte sette” (Matteo 18,22) che Gesù dette a Pietro su quante volte perdonare un fratello che commettesse colpe nei suoi riguardi, “potrebbe essere una spiegazione del “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” che si trova all’interno della preghiera detta del Padre Nostro insegnata da Gesù come riportato in Matteo 6,12, infatti, in entrambi si parla di “debito”.

Debito, carico, onere, incarico, anche prestito in ebraico è “masha’” come in Neemia 5,10 e in Esodo 23,5, “mashah”  come in Deuteronomio 24,10, e come, elevazione (mani) alzate del Salmo 141,2 “mashat” , sempre con lettura rafforzativa sulla “sh” .

Dice Esodo 23,5 “Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto ilcarico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ed aiutalo”.

È questo un versetto importante in cui si chiede un comportamento misericordioso per il nemico e per il suo asino, comportamento che poi sarà un insegnamento di Gesù nel “discorso della montagna” nel Vangelo di Matteo.
L’indebitamento provoca una forma di schiavitù e la Torah prevede il giubileo dopo sette settimane di anni con la liberazione dai debiti.

La Torah è chiara “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.” (Esodo 22,24)
In effetti, ciò fu interpretato che l’interesse era vietato tra “fratelli di fede”, ma non con gli altri.
Questa legge dal cristianesimo in base al Vangelo è da applicare verso tutti, infatti: ” Da a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.” (Matteo 5,42)

Il catechismo di San Pio X diceva “439. – Solamente col furto e con la rapina si danneggia il prossimo nella roba? Si danneggia anche con la frode, con l’usura e con qualunque altra ingiustizia contro i suoi beni.”

Se l’uomo adotta nei riguardi del proprio simile questa longanimità, senza ipocrisia, prestando se occorre senza interesse, Dio gli aprirà il Regno dei cieli.

 

PARABOLA DEI LAVORATORI DELLA VIGNA
La parabola dei lavoratori della vigna si trova, anche lei, solamente nel Vangelo secondo Matteo e precisamente al paragrafo 20,1-16 e inizia con “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.” (Matteo 20,1)

Il che conferma che il Regno dei Cieli è entrare in contatto con una persona, il padrone della vigna che in definitiva è Dio, il Padre celeste.
La parabola riguarda, infatti, un padrone, nel caso specifico un viticultore, che sin dall’alba, la prima ora, assolda dei lavoratori per la sua vigna e stabilisce con loro un compenso.
Poi, assume altri a ogni ora, anche fino alle cinque della sera, l’undicesima ora, e alla conclusione della giornata lavorativa, generosamente, agli ultimi concede la stessa paga convenuta con i primi suscitando l’invidia di alcuni di questi.

Dice Gesù: “Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo”. (Giovanni 9,4)

Il lavoro da fare sulla terra da parte di Gesù è seminare e coltivare per il Regno che sono “le opere di colui che mi ha mandato” e in questo collaborano i chiamati a lavorare nei campi e nella vigna come i lavoratori di questa parabola.
È da ricordare che nel Vangelo di Giovanni Gesù paragona se stesso a una vigna “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.” (Giovanni 15,1)

In poche parole, infine, il denaro che il padrone da, è un invariante.
Il ricevuto, infatti, serve solo per campare in questo mondo, il pane quotidiano, e la moneta a tale titolo intende dare il padre buono nella parabola è la stessa per tutti, il sufficiente per vivere.
Il vero compenso, da molti non compreso altrimenti non sarebbero invidiosi, è proprio il lavorare nella vigna che però gli ultimi ricevono per un’ora soltanto.
La stessa invidia, infatti, si potrebbe provare per il buon ladrone.
Questi ha lavorato molto poco tempo nella vigna del Signore, ma ora dopo morto è di grande utilità il suo esempio in croce riportato dal Vangelo.
Ciò è duro da comprendere essendo tarati dall’insegnamento del mondo.
Avranno capito questi ritardatari e il giorno successivo si faranno trovare pronti alla prima ora o invece gli invidiosi verranno all’ultima?
Avranno capito i primi e gli ultimi che lavorare nella vigna del Signore è una grazia impagabile?
Sintesi della parabola è che la logica del Regno dei Cieli è completamente diversa dalla logica di questo mondo.

Gli invidiosi della prima ora rispecchiano un poco il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo.
Questi, risentitosi col padre per la magnanimità avuta nei confronti del fratello, si sentì rispondere “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. (Luca 11,31s)

San Paolo sul lavorare per Cristo nella lettera ai Filippesi scrive: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette, infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne.” (Filippesi 1,21-24)

Questo “lavorare con frutto” certamente San Paolo l’ha pensato in ebraico, quindi, “a’bed ‘at perì”    “servo  del venire () per il Verbo/Parola  un corpo  nell’esistenza ” ed è questo il servizio, costruire la Chiesa.

PARABOLA DEL BANCHETTO DI NOZZE
La parabola del banchetto di nozze è riportata sia dal Vangelo di Matteo 22,1-14, sia in modo alquanto diverso da quello di Luca 14,16-24 e dall’apocrifo Vangelo di Tommaso.

Nel Vangelo di Matteo il Regno dei Cieli è “…simile a un re che fece unbanchetto di nozze per suo figlio.” (Matteo 22,1) e in quello di Luca “Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti.” (Luca 14,1)

Molti dei primi invitati, che raffigurano i chiamati dell’alleanza del Sinai, rifiutarono, quindi furono invitati altri, ossia anche i pagani che accettano l’invito, ma l’invitato deve indossare l’abito nunziale, la veste bianca del battesimo.
Il Re è Dio Padre, il figlio è il suo Unigenito, il Cristo che sposa la Chiesa, l’assemblea dei redenti.
Ciascun redento è una vergine, amica dello sposo e della sposa, a cui il padrone di casa, perché siano tutte egualmente vestite, offre l’abito nunziale.
Chi non l’indossa non è accettato.

La parola banchetto in ebraico è molto invitante per poter parlare di Cristo, infatti, in ebraico banchetto è “mishettoeh” , direi dove si beve dal radicale  di bere e ci parla di una festa a cui i “viventi  col Risorto dalla croce  entrano “.
La prima volta che si trova è in Genesi 19,3 quando Lot a Sodoma ospita i due angeli “preparò per loro un banchetto” in Genesi 19,3 e poi lo fece Abramo quando Ismaele fu svezzato in Genesi 21,8.

PARABOLA DELLE DIECI VERGINI
La parabola delle dieci vergini si trova soltanto nel brano 25,1-13 del Vangelo di Matteo.
Era uso in quei tempi in Palestina che lo sposo di famiglie importanti arrivasse alla celebrazione delle nozze con un corteo di amici e di fanciulle vestite di bianco, con lampade accese per far seguito al corteo e illuminarlo se arrivasse lo scuro della sera.

Prima dello sposalizio c’erano, infatti, anche lunghe trattative tra le famiglie dello sposo e della sposa, quindi, ritardi per la cerimonia erano possibili.
Necessitava perciò che le ragazze fossero prudenti e portassero una scorta d’olio adeguata all’importanza dell’evento per alimentare nell’attesa le proprie lampade.
Le trattative in quelle nozze della parabola evidentemente sono lunghe, lo sposo ritarda e tutte e dieci si addormentano.
Quando arriva lo sposo, solo cinque vergini, che avevano portato l’adeguata scorta di olio, riescono a riaccendere la lampada e le altre restano fuori dalle nozze alla ricerca di venditori d’olio.
Quando tornano si sentono dire dallo sposo “Non vi conosco!”
Cioè c’è un tempo opportuno per prepararsi al Regno dei Cieli, poi è chiusa la porta ed è troppo tardi.

L’olio in ebraico è “shoemoen”  e ricorda l’olio santo dell’unzione del Messia, il vero sposo della parabola.
Le stesse lettere ricordano la parola “shemonoeh”  cioè il numero otto che porta il pensiero all’ottavo giorno, il primo, quello eterno che verrà con la pienezza del Regno alla fine di questa creazione.
Di queste dieci vergini, cinque, dunque, sono definite sagge e cinque stolte.
Sono queste idee di saggio e di stolto che si trovano spesso nell’Antico Testamento e il potenziale di queste parole in quei libri esplicitato è da tenere presente in pieno quando si commentano i Vangeli, perché in quella cultura affondano le loro radici.

Saggio e stolto in ebraico sono “chakam”  e “nabal” .
Saggio “chakam”  è colui che “si attiene in modo stretto  al retto vivere ” e stolto “nabal” , tenuto conto che “bal”  è anche usato per la negazione non, è chi ha “l’energia  negativa “, insomma in lui “l’energia Abita  del serpente “, vale a dire di colui, ricordato nel “midrash” della caduta di Genesi 3, che portò l’uomo tutta al fatale errore di una scelta contraria alla volontà di Dio.

La prima volta che nella Bibbia è usata la parola stolto è nel libro del Deuteronomio 32,5-7: “Peccarono contro di lui i figli degeneri, generazione tortuosa e perversa. Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? Non è lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito?”

Lo stesso libro del Deuteronomio, al capitolo 4,5-7 aveva detto del popolo che rispetta le leggi del Signore: “Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore mio Dio mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque e le metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente.”

Saggio e intelligente, quindi, è chi ascolta e mette in pratica la parola del Signore.
Le stolte, perciò, debbono andare a cercare di comprare olio da chi ce l’ha, cioè dagli annunciatori delle parole del Signore, dagli apostoli e discepoli della Chiesa di Gesù.

 

ATTESA DEL MESSIAultima modifica: 2017-05-24T19:38:19+00:00da mikeplato
Reposta per primo quest’articolo

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.