IL PRIMO UOMO, FIGLIO DI DIO

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Di Alessandro Conti Puorger

Il libro della Genesi, il “Ber’eshit”, la prima parte del rotolo della Torah o Legge, testo origine e fondamento delle Sacre Scritture giudeo-cristiane, della Tenak ebraica e della Bibbia cristiana, sin dalle prime pagine propone che Dio ha voluto l’uomo “‘Adam” come l’eccellenza del proprio operare creando proprio questi quale chiave di volta del regno minerale, vegetale e animale.

Il racconto si sviluppa in 31 versetti e 31 è il valore somma delle lettere ebraiche di Dio “‘el” = ( = 30) + ( = 1) = 31.

Tutti i versetti, salvo il primo che inizia con la lettera “bet” di “Ber’eshit”, cominciano con la lettera ebraica “waw” che in pratica è un bastone, un collegamento, come a significare che tutti gli eventi narrati da quel capitolo sono atti strettamente conseguenti per arrivare al risultato finale che è proprio l’uomo.
“‘Adam ” è veramente il vertice della creazione; insomma, il mondo è stato creato per l’umanità.

Il testo al capitolo 1 nel presentare quello che è definito il primo racconto della creazione fa, infatti, intravedere per “‘Adam” un distinguo di comportamento da parte di Dio nel momento iniziale dell’uomo rispetto alle altre creature.

Il Talmud in Bereshit Rabbà VIII 5 fa notare che in tale racconto al termine di ogni atto creativo è detto “Dio vide che era cosa buona”, ma a conclusione del sesto giorno, in cui fu creato l’uomo, versetto 31, è scritto che la cosa fu “molto buona” e “molto” ha le lettere “m’od” sono le stesse “mem” = , alef , dalet con cui è scritto ‘Adam il nome del primo uomo.

Questo essere, l’uomo, maschio e femmina, fu deciso e realizzato da Dio in modo particolare a suo “modello”, come traducono gli ebrei quella che noi chiamiamo “immagine”.
Il testo al capitolo 1 nel presentare quello che è definito il primo racconto della creazione fa, infatti, intravedere per l’uomo un qualcosa di particolare rispetto alla creazione delle altre creature:

Genesi 1,26 – “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza…”
Genesi 1,27 – “Dio creò l’uomo a sua immagine; immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò.”
Qui, il Dio è Genesi 1,27 “‘Elohim” , una forma plurale di “‘el” come pare attestare la finale di parola plurale e come i traduttori poi fanno intendere di recepire col declinare al plurale il verbo fare con quel “facciamo”.
“‘Elohim” perciò è da considerare essere il nome dell’assemblea celeste di IHWH detti dei o divini, gli angeli più importanti.

Sono questi da ritenere essere il consiglio della corona presieduto dal Re stesso IHWH come in un regno terreno, alla stregua che vi fossero vari ministeri ad esempio della giustizia, della grazia o misericordia con i vari esperti e consiglieri capi delle schiere angeliche e, tra questi, senz’altro c’era anche Satana come suggerisce il libro di Giobbe 1,6-12 e 2,1-7.

È stato commentato nell’ebraismo che Dio nel creare s’è comportato proprio come avrebbe fatto un re di carne e di sangue che prima avrebbe costruito un palazzo, poi l’avrebbe abbellito con ogni decorazione e solo dopo avrebbe invitato i suoi ospiti, nella fattispecie la prima coppia umana “‘adam”.
Per contro nel trattato Sanhedrin 38 a-b del Talmud i rabbini per non far inorgoglire Adamo dicono che fu creato alla vigilia del Sabato della creazione, dopo tutte le altre creature, perché i pagani non avessero a dire che l’uomo aveva collaborato con Dio alla creazione del mondo e perché, quando l’uomo s’inorgoglisce abbia a tener presente che il lombrico della terra, l’infimo degli animali, l’ha preceduto.
Dal punto di vista terreno questo Adamo, la prima coppia, non aveva né padre né madre e parlando in termini umani è giusto considerarlo “figlio di Dio” come del resto autorevolmente conclude il Vangelo di Luca quando presenta la genealogia di Gesù “…figlio di Adamo, figlio di Dio.” (Luca 3.38)

Il testo di Genesi 1 con quel plurale di Dio pare non temere di poter far incorrere nell’errore di pensare che vi siano più dei e non un solo Dio.

In Bereshit Rabbà Rabbì Shemuel ben Nahman, in nome di Rabbì Jonatan diceva: “Quando Moshé scriveva la Torah, arrivò al versetto in cui è detto ‘facciamo l’uomo’; si rivolse allora a Dio dicendo ‘Padrone del Mondo, perché dai pretesto agli eretici?’ e Dio Scrivi, Moshé, e chi vuol sbagliare sbagli”.

Ovviamente tra questi eretici, secondo il Talmud, sarebbero da annoverare anche quelli della setta dei cristiani con la loro fede nella SS. Trinità; “Il rabbino Meir chiama i libri dei Minim Aven Gilaion (volumi iniqui) perché li chiamano Vangeli”. (Schabbath 116a)

Rabbì Shlomò ben Itzchac nel suo commento alla Torah in Bereshit Rabbà VIII, 8, dice: “È vero che qualcuno leggendo ‘facciamo l’uomo’ potrà pensare che vi siano state molteplici divinità creatrici, ma, consultandosi con gli angeli Dio voleva insegnare qualcosa di molto importante, la virtù della modestia. Dio stesso, infatti, a rischio di indurre in errore ha preferito esprimersi così per insegnare che il più grande deve domandare il parere del più piccolo prima di imporgli un capo. L’insegnamento morale precede e prevale anche sull’insegnamento teologico”.

Quel dire “Facciamo l’uomo” fa intuire che nel portare alla luce l’uomo fu una decisione di tutta la Provvidenza Divina.
Per i cristiani ovviamente tutta la SS. Trinità era consenziente.

Fu comunque chiesto il parere dei consiglieri della corona (Midrash Tankhuma’ Shemot 18 – Talmud Sanhedrin 18b) e dicono che il Nome, “Hashem” (modo per ricordare Dio per evitare, leggendo, di pronunciare il Tetragramma Sacro ineffabile IHWH) facendo così insegnò che bisogna sempre consultare altre persone prima di intraprendere grandi opere, e Adamo era veramente la finalità ultima di tutta la creazione che aveva intrapreso il Consiglio della Corona.

Nella tradizione rabbinica si parla però dell’opposizione alla creazione dell’uomo da parte di vari angeli, tra cui ci fu certamente Lucifero.

A proposito di tale ipotetica discussione tra alcuni angeli e il Signore si legge nel Talmud che Rabbì Shimon diceva: «Quando il Santo, benedetto egli sia, s’accinse a creare l’uomo, gli angeli del servizio divino si divisero in schiere. Alcuni dicevano “Si crei”, altri dicevano “Non si crei”. Com’è scritto “La misericordia e la verità si incontrarono, e la carità e la pace si baciarono.” (Salmo 85,11) La misericordia diceva, “Si crei, perché sarà misericordioso.” La verità diceva, “Non si crei, perché sarà tutto falsità.” La carità diceva “Si crei, perché è destinato a fare opere di bene.” La pace diceva “Non si crei, perché sarà tutto liti.” Allora che cosa fece il Santo, benedetto egli sia? Prese la verità e la gettò a terra. Gli angeli del servizio divino dissero al Santo, benedetto egli sia: Ma tu disprezzi il tuo stesso sigillo (La verità è il Sigillo di Dio). Si rialzi la verità dalla terra com’è detto Germogli la verità dalla terra (Salmo 85,12).»

Quel “Prese la verità e la gettò a terra” del suddetto “midrash” m’ha fatto pensare alla parola ebraica usata per verità “‘oemoet” ed effettivamente secondo i Vangeli Gesù è la verità , “l’Unigenito un uomo ” e fu mandato in terra, perché un uomo veramente integro finalmente ci fosse e meritasse per tutti.

Rabbì Hunàh, in Bereshit Rabbà VIII, 5, conclude: “…mentre gli angeli erano occupati a discutere tra loro il Santo, benedetto egli sia… si rivolse a loro e disse: Di che cosa discutete, l’uomo è già stato creato”.

Da qui il mio “midrash” “Tempo-eternità”.
Il Maimonide, ossia Rabbi Moshe ben Maimon detto Rambam, nel XII secolo Nella sua Guida ai Perplessi, cap. I pp. 1-2, nega che Dio possa avere una forma corporea simile a quella dell’uomo ed è sua opinione che immagine “tselem”, modello per gli ebrei, e somiglianza “demut”, si riferiscono alle capacità intellettuali dell’uomo.
L’idea cristiana invece e che quella è proprio profezia dell’incarnazione di Dio stesso nel Messia, Gesù di Nazaret, che a immagine “tselem” “scenderà dal Potente tra i viventi ” e per “demut” il suo “sangue porterà dalla croce “.

Vediamo ora come il capitolo Genesi 2 al versetto 7 descrive la creazione dell’uomo: “il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.”

Quel plasmò li usato è Ove è il radicale classico del verbo ebraico usato per i vasai che modellano la creta.
Dio creò la prima coppia di umani, l’uomo, l’Adam , facendola allegoricamente con le proprie mani come un vasaio terreno avrebbe prodotto un vaso di terracotta, prendendo polvere della terra impastata con acqua e la cosse col fuoco del suo Spirito Santo, acqua “maim” e fuoco “‘esh” che tratteggiano proprio a dire che l’origine dell’uomo è il cielo “shemaim” .

A tale situazione fanno riferimento le parole di San Paolo quando dice: “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi.” (2Corinzi 4,6.7)

Il fatto che Dio pose in “‘Adam” il suo Santo Spirito s’evince così da quel testo:
“soffiò nelle sue narici” “ippach be’appaim” ove si vedono graficamente le bocche di Dio e dell’uomo; infatti, Dio fu con la bocca a chiudere dentro le narici di lui , che cosa?
“un alito di vita” “nishmat chaiim” e è “alito, soffio, respiro” e anche “spirito”.
Per vita è usato un termine “chaiim” che suggerisce e fa pensare a un plurale duale di vita “chai” , quasi a far intuire la possibilità di una vita doppia, quindi implicherebbe la risurrezione.
Le lettere di “nishmat” poi dicono “con l’energia del Nome (di Dio) lo segnò “, ossia in “‘Adam” c’è l’energia inalienabile di Dio che solo Lui può togliere o sospendere “l’energia per risorgere dai morti .”

Questo soffio di Dio è il suo Spirito, il “ruach” che nell’uomo nel “corpo portò a chiudere ” ed essendo Dio “Santo” (Levitico 11,44.45; 19,1; 20,26; 21,8) “qadosh” nella coppia “‘Adam” essendoci la “nishmat” c’è lo Spirito Santo, ossia l’energia di Dio che oltre che terrestre lo rende celeste, onde quel “‘Adam” cammina sulla terra, ma la sua energia viene dal cielo.

“e l’uomo divenne un essere vivente” ossia “vaihi ha’adam lenoefoesh chaiiah” così nell’uomo ci fu il “noefoesh” , il respiro detto anima, manifestazione di una vita nella carne “energia che la bocca accende ” il respiro caldo che manifesta un essere vivente che però hanno anche gli animali.

È, quindi, l’uomo, lo “‘Adam ” primigenio, un essere particolare, diverso dagli animali; il testo, infatti, pone proprio in evidenza che nell’uomo oltre al respiro c’è proprio il soffio divino che gli animali non hanno.
“‘Adam ” ha due anime, l’animale e quella propria del Nome di Dio onde l’uomo è creatura per il “noefoesh” e figlio di Dio se conserva la “nishmat”.

Il grande amore di Dio aveva superato ogni umana ragionevolezza affidando a tale essere che aveva voluto con la propria stessa prerogativa, la libertà.
Del resto se non gliela avesse concessa la libertà Dio non avrebbe potuto asserire che “‘Adam” era a sua immagine o modello.
Dio unì in matrimonio i due, il maschio e la femmina, alla sua presenza.
Un patto a tre (Genesi 2,21-24), non un patto solo tra i due come si fa in generale nel mondo, ma a tre i due tra loro e Dio stesso prima sintesi perfetta di amore per Dio e per l’altro, la colonna dell’esistenza.
La discendenza di quella prima coppia sarebbe stata una progenie santa che si sarebbe moltiplicata in tutta la terra.
Quell’alleanza fu rotta dalla coppia “‘Adam”, tentata da una figura angelica che prese la forma di serpente, evidentemente contraria al disegno del Creatore, e divenne intollerante e non riconobbe più Dio come proprio padre, perché, aderendo al suggerito dal serpente, ritenne che Dio non lo amasse.

Come il figliol prodigo della parabola in Luca 15,11-32, “‘Adam” pretese la propria autonomia e il Padre pur sapendo cosa sarebbe capitato al figlio non volle opporsi alla sua decisione proprio per la condizione di essere libero che intendeva creare, ma si pose in vigilante attesa per soccorrerlo alla bisogna.

La decisione dell’uomo di fare a meno di Dio fu sancita da quella coppia col mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male che le era stato comandato, come fa un didascalo col discepolo, di non mangiare per non morire; infatti, non si può fare un’unica cosa di tutto , ma occorre distinguere prima di ingurgitare, altrimenti si rischia la morte.
Dio maledisse il serpente (Genesi 3,14) e profetizzò: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. (Genesi 3,15)
Il verbo usato è dallo stesso radicale Ove = che è in Giobbe 9,17 e nel Salmo 130,11 e sta per “attaccherà, insidierà”.

Si delinea così la presenza di due stirpi, una del serpente e una della “donna” futura, che certo non è Eva, da cui nascerà una nuova stirpe, in quanto i verbi sono al futuro, la stirpe che schiaccerà il serpente.
Pare sia da concludere che la stirpe di Adamo di fatto è da annoverare in quella del serpente finché verrà la nuova Eva, il che dovrebbe essere chiaro che la figliolanza con Dio di fatto era stata persa.
Nella profezia non si parla di uomo che contribuisca all’evento, cioè la stirpe nuova verrà tutta da una Donna, e il pensiero va a quel “Come è possibile? Non conosco uomo” (Luca 1,34) che poi dirà Maria di Nazaret.
Questa Donna, si scopre con i Vangeli, sarà Madre del Messia e Madre di tutti i coeredi di Cristo.
Dio, oltre alle pene giornaliere, a risultato della loro scelta palesò alla donna e all’uomo l’evento della morte: “…tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Genesi 3,19)

L’uomo era stato posto da Dio nel Giardino Terrestre, il Gan Eden, luogo riservato in cui ricevere da Dio l’insegnamento che l’avrebbe portato al pieno discernimento, in definitiva una scuola di vita.
Dio dovette aprirgli cioè la porta di casa e lasciarlo libero in Genesi 3,22-23): “Il Signore Dio disse allora: Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre! Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto.”

Là, al centro del giardino, come riferisce Genesi 2,9, c’era anche “l’albero della vita” “e’tz hachaiim” e, quando abbiamo parlato in Genesi 2,7 dello “alito di vita” “nishmat chaiim” e soffiato da Dio nell’uomo abbiamo notato che quel fa pensare a un plurale duale di vita “chai” quasi a far intuire la possibilità di un rinnovamento, di un duplicarsi all’occorrenza della vita.
Il mangiare di quell’albero di cui non era proibito avrebbe fornito alla coppia “‘Adam” la possibilità di un’altra vita, quindi, le garantiva l’eternità, onde se mangiato dall’uomo nel peccato avrebbe sancito la perenne divisione dell’uomo da Dio, ossia dal Padre e questo non lo voleva permettere per amore del figlio che aveva creato. Si può smettere di amare un figlio?

Si trova nel libro del profeta Isaia 49,14-16: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me.”

Il Signore, preso atto dell’intromissione straniera a Lui ribelle, non poté scegliere di buttare il bambino con l’acqua sporca e scelse la via della pazienza.
Lo Spirito Santo, ospite dolce dell’anima, che Dio Padre aveva posto nell’uomo, per non restare inquinato, s’era allontanato perché era entrato nel cuore uno spirito maligno con i suoi peccati, i sette spiriti compagni.
Dio però non restò impotente, scelse la misericordia nei confronti dell’uomo e l’intransigenza per l’angelo ribelle che aveva provocato la ribellione, la prigionia e la schiavitù dell’uomo e usò il tempo come medicina.
L’angelo ribelle non avrebbe preso più energia da Dio, perciò avrebbe avuto vita limitata, infatti, l’unica fonte di vita poteva trovarla ormai solo negli uomini e negli animali da cui, come una pianta parassita, avrebbe attinto alla loro limitata energia del “noefoesh” .

A questo punto il “nofoesh” per la presenza dell’angelo superbo assume anche un altro aspetto, come suggeriscono le lettere, se si legge come + ove in Giobbe 35,15 è tradotto in vari modo sia come superbo, arrogante, insolente, iniquità, delitto, quindi, “energia del superbo “.
L’unico modo che avrebbe provocato la fine dello spirito ribelle nell’uomo, perciò, sarebbe stata la morte dell’uomo stesso.
Secondo la giustizia occorreva che l’uomo morisse, ma non per sempre.
Per la misericordia doveva invece vivere se si fosse pentito e occorreva che vi fosse chiara la richiesta di perdono da parte dell’uomo.
Nel contempo, per soddisfare la giustizia, occorreva una pena di riparazione.
Il Signore avrebbe preparato una storia di salvezza che per svolgersi avrebbe comportato un tempo.
Perché l’uomo non potesse più rimanere per sempre aggredito dall’essere parassita occorreva congelare la situazione, raccogliere il soffio vitale dell’uomo al suo morire, conservarlo da Dio nello “She’ol” per poi risorgerlo quando, alla pienezza dei tempi, si fosse realizzata la condizione che un primo uomo meritasse la risurrezione.
Questo “She’ol” perciò è una situazione di sospensione della vita in attesa dell’evento divino della risurrezione finale; infatti, le lettere di “She’ol” suggeriscono il pensiero che è quella la condizione di chi “la resurrezione desidera – aspira ()del Potente “.

IL PRIMO UOMO, FIGLIO DI DIOultima modifica: 2017-05-24T19:18:39+00:00da mikeplato
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