TEOLOGIA COMPARATA

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1.2 ESPERIENZA E CONOSCENZA DI DIO

1.2.1. L’ESPERIENZA DI “DIO”

* La conoscenza, anche di Dio, deve basarsi sull’esperienza

* Presenza di Dio percezione della presenza di Dio

* Ex-perire. Pathos e mathos. Uomo-&-mondo: storicità. Mai con-chiusa: parzialità, apertura

— Esperienza indiretta — Esperienza diretta

— Esperienze frammentarie nelle quali risplende l’Esperienza: Situazioni di apertura

  esperienza della propria individualità: io sono unico e irripetibile

  esperienza dell’ordine / del disordine, in sé e nel mondo

  esperienza dell’aiuto che viene dall’altro /dall’alto

  esperienza dell’incomprensibilità della vita: il carattere transitorio delle realtà

  gioia / dolore / angoscia / conforto/ fedeltà / noia / creatività / morte

  1. Agostino: «e il nostro cuore è inquieto…»: aspirazione all’infinito

L’uomo come tale è apertura al mistero. L’uomo è colui che interroga la propria realtà.

  l’orizzonte dell’uomo è un mistero, che è fondamento della sua esperienza

  Mistero ( enigma): armonia di contrasto, ambivalenza: mysterium tremendum fascinosum…ma ambiguo…

  Possiamo dare un nome a questo mistero?

1.2.2. CONOSCENZA DI DIO

Conoscere = esperienza + astrazione concettuale + dimostrazione.

Dimostrare Dio = invito motivato a credere nella libertà

È POSSIBILE UNA CONOSCENZA “RAZIONALE” DI DIO?

Sal 14,1

Lo stolto pensa: Dio non esiste.

Sap 13,1-5

[1] Davvero stolti per natura tutti gli uomini / che vivevano nell’ignoranza di Dio, / e dai beni visibili non riconobbero colui che è, / non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere. [2] Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile / o la volta stellata o l’acqua impetuosa o le luci del cielo / considerarono come dèi, reggitori del mondo. / [3] Se stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi, / pensino quanto è superiore il loro Signore, / perché li ha creati lo stesso autore della bellezza. / [4] Se sono colpiti dalla loro potenza e attività, / pensino quanto è più potente colui che li ha formati. [5] Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature / per analogia si conosce l’autore.

Rom 1,19

[19] Poiché ciò che è noto di Dio è loro manifesto in loro: [20] infatti dopo la creazione del mondo Dio manifestò ad essi le sue proprietà invisibili, come la sua eterna potenza e divinità, che si rendono visibili all’intelligenza mediante le opere da lui fatte. E così essi sono inescusabili, [21] poiché, avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio né gli resero grazie, ma i loro ragionamenti divennero vuoti e la loro coscienza stolta si ottenebrò. [22] Ritenendosi sapienti, divennero sciocchi, [23] e scambiarono la gloria di Dio incorruttibile con le sembianze di uomo incorruttibile, di volatili, di quadrupedi, di serpenti.

Tra il naturale e il soprannaturale, tra ragione e fede non vi è assoluta discontinuità.

Vaticano I, Dei Filius, 24.4.1870

  cap. I Dio creatore di tutto

DS 3001 L’unico Dio è creatore di cielo e terra

[can. 1: contro chi nega l’esistenza di Dio].

[can. 3: contro il panteismo: «una e unica è la sostanza di Dio e di tutte le cose»].

DS 3002 Ha creato non per bisogno, ma liberamente, per manifestare la sua perfezione

[can. 2: contro il materialismo].

DS 3003 Ciò che ha creato, Dio lo governa con la provvidenza

  cap. II La Rivelazione

DS 3004 Dio può essere conosciuto con certezza dalle cose create, attraverso il lume naturale della ragione.

Tuttavia ha voluto fare conoscere sé e la sua volontà attraverso una via soprannaturale: il Figlio incarnato.

[can. 1: contro chi nega la possibiltà della teologia naturale].

[can. 2: contro il deismo].

[can. 3: contro il razionalismo].

DS 3005 La rivelazione non era in sé necessaria, ma in vista dell’ordinazione soprannaturale dell’uomo a partecipare di beni che superano l’intelligenza umana.

DS 3006 Scrittura e Tradizioni.

DS 3007 Interpretazione.

  cap. III La fede

DS 3008 Siamo tenuti a prestare a Dio che si rivela il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà nella fede: la fede trascende la ragione e ne chiede la subordinazione.

La fede è l’inizio dell’umana salvezza, una virtù soprannaturale con la quale, con l’aiuto della grazia di Dio, crediamo che son vere le cose che ci ha rivelato

  NON per la verità intrinseca percepità col lume della ragione naturale

  MA per l’autorità di Dio che si rivela, che non può né ingannare né ingannarsi.

[cann. 1s: contro l’autonomia della ragione: “Dio non può comandare la fede”].

DS 3009 Miracoli e profezie: segni della rivelazione certissimi e adatti all’intelligenza di tutti

[can. 3: contro il fideismo: «bisogna credere solo per una mozione interna»].

[can. 4: contro l’agnosticismo e il mitologismo].

DS 3010 Nessuno può credere senza l’illuminazione e l’ispirazione dello Spirito Santo: la fede è un dono soprannaturale, attinente alla salvezza. Con la fede l’uomo presta libera obbedienza a Dio, consentendo e cooperando alla sua grazia.

La fede non coincide con la carità, rimanendo la prima anche in assenza della seconda.

[cf. Orange, 3.7.529, can. 7: occorre il lume dello Spirito santo, non basta il lume della ragione, per attingere la salvezza].

DS 3011 Oggetto della fede sono le cose contenute in verbo Dei scripto vel tradito e quelle che la chiesa propone tamquam divinitus revelata con giudizio solenne o col magistero universale e ordinario.

DS 3012 È necessaria averla, per piacere a Dio; è necessario perseverarvi.

DS 3013 ARGOMENTI ESTERNI La chiesa stessa –veluti signum levatum in nationibus– «è perpetuo motivo di credibilità e testimonio della sua missione divina».

DS 3014 ARGOMENTI INTERNI Dio dona la sua grazia a coloro che sono nell’errore, illuminandoli internamente. C’è però differenza tra chi segue il cattolicesimo e chi segue un’altra religione.

  cap. IV Fede e ragione

DS 3015 C’è un doppio ordine di conoscenza: soprannaturale e naturale

      principio        oggetto

per mezzo della ragione naturale  ciò che è alla portata della ragione

per mezzo della fede divina i misteri di Dio, inconoscibili senza rivelazione

DS 3016 Il ruolo della ragione è:

  – sviluppare l’analogia, in base a ciò che conosce naturalmente

  – cogliere il nesso dei misteri fra loro e con il fine ultimo dell’uomo.

  (MA sulla terra siamo pellegrini: un velo rimane).

DS 3017 Non v’è opposizione fede-ragione lo stesso Dio è autore della rivelazione

                                        ha creato la ragione umana.

DS 3018 Fede e ragione possono reciprocamente sostenersi:

  * la ragione dimostra i fondamenti della fede e coltiva la scienza delle cose divine

  * la fede libera la ragione dagli errori e la istruisce

  ( utilità delle scienze umane).

I segni

  — sono validi come manifestazione dell’evento della rivelazione

  — sono necessari, tranne che per esperienze interiori privilegiate

  — non dimostrano il fatto della rivelazione, né vogliono costringere a credere

  — ma garantiscono la credibilità di ciò che vien esposto, la conformità alla ragione

Concilio Vaticano I: NO al razionalismo (la ragione è tanto forte da rendere l’uomo del tutto autonomo), NO al fideismo (Dio si può conoscere solo attraverso la fede).

Dio può essere conosciuto con certezza dalle cose create, attraverso il lume naturale della ragione.

Tuttavia ha voluto fare conoscere sé e la sua volontà attraverso una via soprannaturale: il Figlio incarnato”.

di Dio è possibile una conoscenza

*** UNA “CONOSCENZA”

Sulle generali: in senso molto ampio. Non è una demonstratio (matematico-oggettivo), ma cognoscere (qualcosa di ‘personale’).

  *** PER ANALOGIA

analogia = uguaglianza + diversità: es. il pane e Giovanni sono ‘buoni’: si predica di due soggetti un medesimo attributo in senso in parte comune e in parte diverso.

  Concilio Lateranense IV: (DS 806) «tra Creatore e creatura non si può notare una somiglianza tale che non si debba poi osservare una dissomiglianza ancora maggiore»

  TEOLOGIA NEGATIVA: di Dio si può dire soprattutto ciò che non è: in-visibile, in-corporeo, in-finito, ecc. È una ‘dotta ignoranza’, un sapere di non sapere.

  Dionigi Pseudo-Aeropagita: «in ordine a Dio, le negazioni sono vere, le affermazioni sono insufficienti»

  1. affermazione: dal finito all’infinito, dagli effetti creati si risale al Creatore [catafatica]
  2. negazione: il nostro linguaggio, il nostro modo di esprimerci è finito [apofatica]
  3. sovraeminenza: cè il buono finito à c’è il buono infinito: le perfezioni finite devono essere attribuite a Dio in modo insuperabile

  *** COL LUME «NATURALE»

Quale ‘natura’? Quale uomo: esistenziale naturale o soprannaturale?

  *** È POSSIBILE

Non si dice nulla sulla possibilità che tutto questo effettivamente avvenga: assolta la quaestio iuris non la quaestio facti: quanti ci sono arrivati? molti, pochi, nessuno?

È l’apertura fondamentale della ragione a Dio

Cf. Dei Verbum, 6.

Più decisiva dell’analogia entis, vale l’analogia fidei

Gv 1,18: «Dio nessuno l’ha mai visto: / proprio il Figlio unigenito, / che è nel seno del Padre, / lui l’ha rivelato».

1.2.3. LE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO

  1. PROVA COSMOLOGICA

— Il cosmo: la sua esistenza, il suo ordine, la sua bellezza, la sua caducità.

— Aristotele, S. Tommaso: non si può risalire all’infinito tra gli anelli della catena: ci dev’essere un ‘super-anello’, la causa prima, Dio.

* movimento: tutto ciò che si muove è messo in moto da un altro motore immobile.

  1. fisico corruzione-generazione

         altra qualità

         altra posizione

         altra quantità

  1. metafisico dalla potenza all’atto

* causalità: nessuno è causa di se stesso causa prima non causata.

1 c. materiale: ciò di cui (ex quo) è fatta una cosa: il bronzo rispetto alla statua

2 c. formale: ciò per cui (quo) è fatta una cosa

3 c. efficiente: ciò da cui (a quo) deriva una cosa

4 c. finale: ciò in vista di cui (cuius gratia) si fa una cosa

  1 e 2 sono cause intrinseche all’effetto; 3 e 4 sono estrinseche (ne restano fuori)

* contingenza: ogni cosa esiste condizionata da altre, in senso graduato essere necessario, non condizionato, assoluto.

* gerarchia dell’essere: le cose sono più o meno belle, buone, ecc. massimo della perfezione, criterio del più/meno.

* finalità: ogni cosa agisce secondo un ordine e una finalità, anche nel campo del non-intelligente una Intelligenza superiore e libera ha posto l’ordine e la finalità.

[– A. Einstein, W. Heisenberg, C.F. von Weizsäcker: nella natura ci sono delle leggi, che l’uomo riconosce e applica. Quest’ordine non deriva dall’uomo. Come l’uomo con il suo spirito fa progetti ordinati, così dev’esserci uno Spirito che ha progettato ordinatamente la natura, e la rende intelligibile allo spirito umano].

[– M. Heidegger: perché esiste qualcosa anziché niente? Stupore! Pur contingente, l’essere è (limitatamente) necessario: in quanto è, non può non essere. L’essere limitato (creato) si spiega alla luce dell’essere assoluto (Dio)].

* Dio è il fondamento in-fondato libertà dalla dipendenza da ogni realtà limitata.

SCHEMA I – esperienza

         II – qual è il fondamento e la meta delle esperienze?

         III – et hoc omnes nominant Deum: il Dio di omnes, il Dio della ragione

CONTESTO: filosofia & teologia formano un unico contesto scientifico: ragione e fede arrivano per vie diverse alla stessa meta.

ONTOTEOLOGIA: Dio fondamento ultimo dell’essere: Dio a partire dal mondo

 

  1. PROVA ONTOLOGICA

 Si dimostra Dio a partire dal mondo? Dio deve essere dimostrato a partire da Dio

 Dio a partire da Dio: non si parte dal mondo per affermare Dio ma da Dio per affermare il mondo

Anselmo d’Aosta, La teologia monastica (uso passivo delle auctoritates)- La teologia “razionale” di Anselmo: fides quaerens intellectum

Monologion (Exemplum meditandi de rationibus fidei): cinque argomenti: discorso sul Creatore a partire dagli effetti

Proslogion (Fides quaerens intellectum): un solo argomento

  «Dio è l’id quo maius cogitari nequit – id quo maius nihil cogitari potest».

  Ciò di cui non si può pensare il maggiore

  Ciò che è maggiore di quello che si può pensare

  Dunque esiste necessariamente, perché altrimenti – se non fosse esistente – gli sarebbe superiore ciò che esiste, e non sarebbe più l’id quo maius.

  Non è un concetto come gli altri, solo che si trova al sommo della gerarchia… Nel pensiero irrompe una verità, che viene posta da Dio nell’uomo affinché l’uomo lo cerchi.

  L’idea di Dio include in sé l’essere.

(-Bonaventura, Cartesio, Hegel)

  MA [Gaunilone] tra piano logico e piano ontologico non c’è passaggio necessario: ciò che è nella mia testa non è necessariamente nella realtà. Dal concetto di Dio come id quo maius, non si può dedurre che egli effettivamente esista nella realtà: esiste nella mia mente così, ma come dire che esiste anche nella realtà così?

  # Questa non è un’idea come le altre: NELLA impostazione platonico-agostiniana (Cf. = idealismo), pensiero ed essere non sono sganciati, il pensiero è una forma di partecipazione all’essere e di comprensione dell’essere: noi conosciamo perché Dio ci partecipa la sua conoscenza: c’è un a-priori nella nostra conoscenza, conosciamo perché –prima- c’è Dio che ce lo permette (diverso nell’approccio aristotelico-tomista, la conoscenza è a-posteriori, a partire dall’incontro deisensi con la realtà, non a partire da un qualcosa di preesistente).

 

  1. PROVA STORICA

Cicerone: Dappertutto e da sempre nella storia dell’umanità si è creduto nella esistenza degli dei: dunque si tratta di un’idea innata

 

  1. PROVA ANTROPOLOGICA

*** Il cuore dell’uomo (Agostino): Dio è la verità primordiale, Dio è fine e compimento dell’uomo

*** La coscienza dell’uomo (Kant)Dio è un postulato della ragion pratica, possibilità e garante dello sforzo morale dell’uomo e della felicità che vi è connessa

*** Approccio trascendentale (Rahner) L’uomo sperimenta dentro di sé lo scarto fra ideale e realtà. L’uomo non è chi vorrebbe essere.

  Perché protestiamo? Se fossimo fatti per il limite, non ce ne rammaricheremmo: un canarino & una tigre in gabbia

  Superiamo il limite nel momento in cui lo avvertiamo come tale [esperienza trascendentale, sottesa ad ogni altra esperienza].

  LIBERTÀ siamo chianati a realizzarci nella libertà. Ma la libertà – a fronte di tanti condizionamenti – è un’aspirazione più che un dato effettivo. Che cosa mi dà il coraggio di credere alla libertà?

  AMORE desiderio del bene: qual è il bene

  soffriamo il limite perché siamo fatti per l’assoluto

SONO INVITI MOTIVATI A CREDERE

Credere in Dio non è contrario alle esigenze della ragione: nell’uomo c’è un’apertura fondamentale a Dio

 

VALE LA PENA DI FARE TEOLOGIA “RAZIONALE”?

AT Gen, 1; 2. Sap 13; Sal 14

Il mondo è metafora del Regno, Dio è colto nella natura e nella storia

   Romani: la creazione, la coscienza… i pagani possono conoscere Dio

   Gv: L’uomo anela alla salvezza e ne ha comprensione: Logos endiathetos-prophorikos

BB C’è una teologia naturale già nella BB, non ‘sistematica’, ma c’è: tra l’ordine della slavezza e l’ordine della creazione c’è continuità

PP 1. via cosmologica

  1. via psicologica

SC Gratia supponit naturam – Fides supponit rationem

VAT I La fede è obsequium rationi consentaneum

VAT II + prospettiva storico-salvifica

         GS 19-22

         DH 14

# La fede è nell’uomo, non esiste in astratto ma è un actus humanus: c’è una INCULTURAZIONE che esige una fondamentazione razionale

# La fede va comunicata universalmente: 1Pt 3,15: deve cercare la TRASMISSIONE mediante l’aggancio con la ragione che è una radice comune a tutti gli uomini

# La fede si motiva da sola, ma ha una sua RAGIONEVOLEZZA: la teologia razionale ha il compito di dimostrare (non la fede, ma) la conformità della fede alle esigenze della ragione

 tra realtà creata e realtà della salvezza non c’è contraddizione

   la fede un vedere dentro e al di là: è dare senso

  1. L’APPROCCIO RELIGIOSO

2.1. CHE COS’È UNA RELIGIONE

 2.1.1. MORFOLOGIA

Religio  religare   religere (- negligere): prestare una scupolosa attenzione, riverenze e timore dinanzi al sacro

 praticare il culto agli dei: religiones sono i culti

Trekseia, latreia – din

* Il concetto è proprio della cultura occidentale: ciò che è della religione per l’occidente, non lo è altrove

* Tratto comune: al di là e al di fuori del mondo della vita quotidiana c’è un’altra realtà, una «potenza», da cui l’uomo dipende, con cui l’uomo si mette in relazione: religione è il rapporto con questa realtà: Tommaso d’Aquino: «Religio proprie importat odinem ad Deum» (STh II-II, q. 81, a. 1)

  1. riconoscimento dell’esistenza del Divino, comunque percepito
  2. riconoscimento della dipendenza da questa realtà

          nell’essere, in quanto creati

          nell’agire, in quanto ci sono delle leggi

          nel benessere, in quanto ci sono premi e castighi

  1. sforzo di attirarsi la benevolenza del Divino con la preghiera, il culto e i sacrifici

          compiuti personalmente

          compiuti per mezzo di sacerdoti

  1. contatto con il mysterium fascinosum et tremendum: timore-amore-desiderio

2.1.2.   PERCHÈ L’UOMO È RELIGIOSO?

  Esperienza della fragilità e vulnerabilità: l’uomo cerca un aiuto presso la Potenza

  Esperienza della natura esistente e grandiosa: l’uomo si stupisce, dietro le cose c’è la Potenza

  Esperienza della sofferenza, del male, della morte. La morte c’è, ma c’è anche l’aspirazione a vivere: dopo la morte c’è un Qualche posto di felicità

  Esperienza del vuoto, della mancanza di senso, dell’inquietudine: nessuna realtà terrestre riesce a colmare le sue aspirazioni, solo l’Infinito può riempirlo

  Esperienza della chiamata alla ricerca ed all’incontro

2.1.3. IL CRISTIANESIMO È UNA RELIGIONE?

In origine i cristiani prendono nettamente le distanze dalla religione pagana e vengono qualificati come “atei”.

Il cristianesimo non è un sentimento religioso «dal basso», ma è una grazia «dallalto», una rivelazione: una fede

  Preghiera al Padre, per fare la sua volontà (Mc 14,36)

  Culto    offerta di sé (Rom 12,1; Eb 13,15-16)

  Sacrificio  la croce di Cristo: farne “memoria” (Lc 22,19)

  Sacro    Niente tabù (cose, luoghi, persone…): desacralizzato tutto.

   Desacralizzato Dio: è il Dio-con-noi-in-modo-umano

   Desacralizzato il sacredozio: non più hiereis ma presbiteri ed episcopi: Gesù è sacerdote, ma in modo unico e irripetibile

   Desacralizzato il luoghi sacri (At 17,25; Gv 4,22-23)

   Desacralizzato il tempo, i cibi, ecc.

   [Nello stesso tempo ha rcionsacrato tutto, nella incarnazione]

Nel corso del tempo, ha assunto una forma religiosa, strutturandosi con dottrina, templi, riti, ecc.: è (Agostino) la vera religione. È un tradimento? C’è contrasto tra fede (dono dall’alto) e religione (sforzo dal basso)?

  1. barth: La fede cristiana – nel movimento dell’incarnazione – è capace di assumere e redimere tutti gli elementi sani dell’umanità.

  # Sola fides… pessimismo protestante.

  La grazia opera dappertutto: non bisogna coltivare prevenzioni negative.

  La fede deve incarnarsi nella storia, deve farsi cultura, struttura, sacramento: occoroono alla fede delle «forme religiose»

  Il cristianesimo è una fede, qualcosa di soprannaturale, da Dio; ma in quanto si incarna in forme storiche, è anche una religione, attingendo alla natura. È una religione per le forme, ma ha un contenuto soprannaturale, rivelato.

  Fenomenologia analoga, contenuti diversi.

2.2. LE GRANDI RELIGIONI CONTEMPORANEE

2.2.1. L’AFRICA:RELIGIONI AFRICANE TRADIZIONALI

La religione africana tradizionale èancora una realtà quotidiana e dinamica, un fatto culturale, a cui l’Africano fa comunque riferimento, quale che sia la sua religione elettiva. È un elemento della cultura, cioè dei mezzi con i quali l’uomo si organizza per vivere. È legata qualificatamente al territorio e al tipo di vita che vi si conduce.

LA NOZIONE DELLA VITA

Il cosmo è una realtà organizzata in cui circola la vita, specie nell’individuo, nella famiglia, nel clan. Il cosmo manda messaggi.

L’uomo creca di mettersi in comunicazione con le sorgenti della vita.

Fonte assoluta della vita è Dio, chiave del cosmo

IL DIO DELLA RELIGIONE AFRICANA

  Nomi teofori, invocazioni spontanee e rituali, proverbi: Il Totalemnte Altro La Forza infinita   Il Creatore e Ordinatore. È presente e assente

LA MEDIAZIONE DELLE POTENZE INVISIBILI

GLI ANTENATI

  Il mondo degli antenati è vivo, specie all’interno del clan. Essi possono fare da protettori ed intermediari.

  Mezzi: sogni, malesseri. Luoghi: pietra, stele.

Occorrono certi requisiti per essere “antenati”

GLI SPIRITI E I GENI

Legati alle attività umane e ai fenomeni naturali.

Una gerarchia, con la vertice un «eroe civilizzatore»: antenati storici, o personificazione di forze della natura

2.2.2. L’ASIA- L’INDIA: L’INDUISMO

Hindu abitanti sulle sponde del fiume Indus

Un grande mosaico. Non c’è un’autorità centrale per definire i limiti di ortodossia. Longevità, vitalità. Contenuto dottrinale definibile.

LE SCRITTURE SACRE

  Rivelazione (sruti)

  Veda (quattro: Rig-, Yajur-, Sama-, Atharva-): verità eterne ed infallibili

            [non ci sono messaggi divini]

    Samhita o mantra (2000-1000 aC: in onore di divinità)

    Brahmana (1000-800 aC: testi liturgici su cerimonie sacre)

    Upanisad (800-300 aC; parte filosofico-mistica)

    [Atman e Brahman si identificano: non c’è dialogo tra Dio e uomo]

  Tradizione (smrti)

  Ä due epopee (Ramayana e Mahabharata), il “Cantico del Signore” (Bhagavad-gita [Krishna, avatar di Vishnu, si rivela come colui che ama gli uomini e chiede di esserne riamato con la bakhti-devozione]), i codici legali (Dharma-sastra), i testi mitologici spirituali (Purana), ecc.

DIO SECONDO L’INDUISMO

  Varie intuizioni, collegate, reinterpretate, semplici o profondissime

* Politeismo

* Monoteismo: la realtà suprema è una, che i saggi chiamano con diversi nomi

* Upanisad: L’Essere Supremo (Brahman o Atman) è auto-esistente, l’origine e il fine, dinanzi a lui le parole recedono (apofatismo)

  (katafatismo) è Sat-cit-ananda, tri-unità di Esistenza-Conoscenza-Felicità: inseparabili ed indistinti

  È una persona? Secondo la maggioranza, il Brahman è la suprema Persona, piena di attributi buoni.

  Ramanuja: «Conosciamo dalle scritture che esite una Suprema Persona la cui natura è assoluta felicità e bontà, che è totalmente opposta ad ogni male, che è la causa della conservazione, della dissoluzione del mondo, che è diversa in natura da tutti gli esseri, che è onnisciente, che con il suo pensiero e volere effettua i suoi propositi, che è un mare di misericorsdia, a cui non vi è alcuno di uguale o supeiore, ed è il Supremo Brahman»

* Nella religiosità popolare, figure divine trasmettono la fiducia: Siva, Visnu, la Dea Madre Kali.

* Avatara: incarnazione divina, Dio scende ripetutamente in forma visibile. Visnu si incarana in Rama e Krishna. Più che una incarnazione una ierofania. Non è centrale (Pesce, Tartaruga, Cinghiale, Uomo-leone, Nano, Parasurama, Rama, Krishna, Buddha, Kalki).

IL MONDO

Emanazione da Dio

Ciclo continuo di conservazione e dissoluzione.

Scopo della creazione è offrire l’occasione di scontare i debiti delle vite passate.

Sacralità: immanenza divina rende il cosmo un immenso tempio, ogni creatura merita rispetto.

Occorre praticare l’ahimsa, la non violenza, l’amore universale.

L’UOMO: LA REINCARNAZIONE DELLE ANIME

L’uomo è un’anima spirituale , la cuio incorporazione è dovuta ai due presupposti dell’avidya e del karma (come il peccato originale)

AVIDYA “ignoranza”, potenza di male che oscura e appesantisce l’anima.

KARMA “azione”, retribuzione, ognuno ha il frutto di ciò che ha seminato

Per saldare il debito, una vita non basta, occorrono incarnazioni ripetute dell’anima, anche in forme subumane

(Causa del male è la responsabilità delle vite precedenti)

  Gli ideali della vita

   Purusartha

     liberazione eterna dell’anima (moksa)

     beni suffcienti (artha)

     piaceri per essere contento (kama)

     in conformità all’ordine religioso e morale (dharma)

   Varna-asrama-dharma

     Sistema sociale delle caste

     Qauttro gradi di spiritualità

     Quattro stati di vita studi sacri: formazione

                   vita familiare: esperienza

                   vita eremitica: penitenza ed auto-disciplina

                   monaco solitario: contemplazione

  Il cammino spirituale: Yoga

  • Via della concentrazione (Raia-yoga)

       preparazione etica – preparazione morale – posizione stabile e gradevole del corpo – espirazione ritmica – dominio dei sensi – concentrazione – contemplazione – assorbimento

  • Via della sapienza (Jnanayoga)

       identificazione tra l’Atman (il sé) e il Brahman (l’Essere Supremo): illusorietà della propria identità e del mondo fenomenico

       un guru introduce all’ascolto, alla riflessione, alla realizzazione interna

       il guru consegna un mantra o formula sacra: l’anima si identifica nel Brahman

  • Via della devozione amorosa verso Dio (Bahkti-yoga)

       Pratica del nome di Dio, o di una formula sacra: sintonizzarsi-su

       A dare efficacia è la grazia (prasada)

Arya Samaj  tradizionalista e intollerante

   Ramakrishna aperto e progressista. (Ma niente proselitismo, sennò…)

BUDDHISMO

Buddha

L’illuminato, il Risvegliato

DHAMMA La dottrina per giungere al Nirvana

  Quattro nobili verità:

   circa il dolore: impermanenza- irrealtà del sé – dolore

   circa l’origine del dolore: ignoranza – desiderio

   circa la soppressione del dolore: giungere al nirvana, liberazione definitiva

  circa l’ottuplice sentiero: retta fede – retta decisione – retta parola e retta a zione – retta vita – retto sforzo – retta attenzione – retta concentrazione

SANGHA La comunità monastica: uomini e donne (+laici)

CANONE Tre Canestri

              della disciplina: regole per la vita monastica

              dei detti testuali: l’insegnamento del Buddha

              del riferimento al Dhamma: approfondimento dottrinale

SCUOLE BUDDHISTE

  • Theravada, «dottrina degli anziani» (Sri Lanka, Birmania, tailandia, Cambogia)

     Buddha è solo un uomo storico, un maestro

     Monaco-centrismo

     Ideale: colui che ha raggiunto il nirvana da sé e per sé

     Via è la meditazione

  • Mahayama, «Grande veicolo»

     Buddha è una figura divina: corpo del Dharma – corpo della beatitudine – corpo della trasformazione

     Laico-centrismo

     Ideale: bodhisattva: colui che aiuta a raggiungere il nirvana

     Via: la compassione

  • Vajrayana, «veicolo del diamante o del fulmine»

     Ideale è il Siddha, l’armonizzato dentro e intorno a sé

     Versione buddhista del tantrismo (mantra, simboli, gesti, guru)

TAOISMO – CONFUCIANESIMO

SHINTOISMO

EBRAISMO

ISLAM

Sottomissione fiduciosa e Colui che è Creatore, Provvidente, Giudice

Progetto socio-politico – Progetto-religioso-spirituale

PAROLA-CORANO

Non è semplicemnete un libro ispirato scritto da un autore umano, ma Parola divina dettata a Maometto. Non è autorivelazione di Allah, che rimane, imperscutabile, ma comunicazione della sua volontà in materia di culto, fede, morale

Analogie con la BB, ma anche divergenze. (Cristiani e ebrei hanno manipolato i testi sacri).

Abbondanza di commentari.

PROFETA-MAOMETTO

Suggello dei profeti.

Sentenze, detti e fatti raccolti nella ‘tradizione’ (sunna).

COMUNITÀ-UMMA

Comunità transnazionale: Arabo – Iraniano e afgano – Turco – Ex-sovietico – Balcanico – Cinese – Indo-pakistano – Sud-est asiatico – Africano

 

I SEI ARTICOLI DEL CREDO

  1. Credere in Dio (Allah)

Dotato di tutti gli attributi di perfezione: «99 bei nomi»

           attributi essenziali, che negano imperfezione

           attributi concettuali (aggiungono un concetto all’essenza)

           attributi dell’atto divino (nei rapporti con le creature)

Misericordioso – Unico – Trascendente – Onnipotente

  1. Credere negli angeli

Esseri spirituali, sono messaggeri o custodi. satana è il grande ribelle

  1. Credere nei libri

Dio ha fatto scendere la Torah, i Salmi, l’Evangelo, il Corano: ma questo abroga quelli.

  1. Credere nei profeti e nei messaggeri (Cor 6,83-86)

   Emergono Mosè – Gesù – Maometto, i quali attuano successivamente Abramo

  1. Credere nell’ultimo Giorno e nella Vita ultima

Il paradiso è un luogo di piaceri umani, corporali e spirituali.

La visione di Dio è concessa per breve tempo solo ad alcuni beati; ma non è unione.

L’inferno tocca a chi ha infranto il monoteismo, dando a Dio un socio.

  1. Credere nella predestinazione

Tutti gli atti umani, liberi e necessari, si realizzano per volontà dell’Onnipotente, eternamente predeciso (Cor 35,8).

 

I CINQUE PILASTRI DEL CULTO

  1. Preghiera rituale

Cinque volte al giorno (alba, mezzogiorno, metà pomeriggio, tramonto, inizio della notte), dopo il richiamo del muezzin, dopo le abluzioni, verso la Mecca, realizzando la rak‘a (liturgia precisa e immutabile che dura cinque minuti). Da soli, ma il Venerdì a mezzogiorno alla moschea, sotto la guida dell’imam che tiene anche l’omelia.

  1. Elemosina legale

10% a favore della comunità.

  1. Digiuno di Ramadan

Dalla prima luce dell’alba fino al tramonto, astenersi da tutto (le notti un quasi-carnevale).

  1. Pellegrinaggio

Una volta nella vita, se dispone dei mezzi sufficienti

[5. Professare la fede musulmana]

[6. Difenderla con lo sforzo].

Ma oltre al culto, occorre una vita moralmente impegnata

I Sufi cercano, attraverso la rinuncia e l’abbandono in Dio, cercano di arrivare ad una più intima comunione con Dio: Rabi’a, al-Hallaj, al-Gazali. Ne sono nate numerose ‘confraternite’ religiose

LA SPECIFICITÀ DEL CRISTIANESIMO

In concreto, non esiste la religione, ma le religioni, con differenze ancor maggiori delle somiglianze. Diversità nella concezione del Trascendente, ma diversità anche negli elementi comuni (es. la preghiera).

  • Specificità relativa
  1. Storicità: ce ne è noto il fondatore.
  2. Universalità: tende ad incarnarsi in ogni cultura.
  3. Rivelata: non è semplice frutto di saggezza umana
  4. Escatologicità: concezione del tempo non circolare ma lineare
  • Specificità assoluta
  1. La Trinità: se ne può dimostrare la non-assurdità, ma non dedurlo razionalmente.

  * Monoteismo sì, ma non ‘solitario’, bensì ‘trinitario’.

  * Un Dio personale.

  * Un Dio che è il Padre di Gesù e nostro.

  [ Trimurti Shiva con tre volti, Brahma-Vishnu-Shiva…: tre divinità o tre aspetti diversi della stessa divinità].

  1. L’incarnazione: una Persona divina (la seconda), che ha assunto in eterno la natura umana. Non un uomo divinizzato, ma un Dio fatto carne.

  * Gesù di Nazareth, a partire dalla sua identità ontologica, è il Maestro e Salvatore.

  [Gli avatara sono passeggeri].

[[ La santità del cristianesimo non implica la santità dei cristiani sopra i credenti delle altre confessioni ]]

 

TEOLOGIA CRISTIANA DELLE RELIGIONI

I – ecclesiocentrismo

II – cristocentrismo esclusivo

              inclusivo

III – teocentrismo

I – salvezza ß chiesa ß Cristo (Kraemer, Feeney, Barth: fuori di Cristo, Dio è solo un idolo)

   “”La Chiesa ha un ruolo di mediazione costitutiva

   “”La Chiesa ha una mediazione di segno e testimonianza: Parola e sacramenti solo per i cristiani

   e la volontà di salvezza universale?

III – niente unicità a Cristo

     “provvisoriamente, per dialogare” (Knitter)

     “definitivamente (Race, Hick): ‘rivoluzione copernicana’: centro è Dio, non Cristo, tutte le religioni hanno come centro Dio, tutte sono uguali: l’universalità di Cristo è solo nella profondità del suo messaggio.

   e le religioni non monoteiste?

II – Cristo è il salvatore assoluto, il teocentrismo cristiano dev’essere cristocentrico

  • Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi (1Tm 2,4). Volontà ‘universale’ ed ‘efficace’ di ‘salvezza’, cioè di ammissione alla comunione piena con Lui.
  • Tale disegno si realizza in Cristo, l’unico Mediatore, e non vi è altro nome nel quale (At 4,12).
  • La salvezza si compie nella Chiesa, in quanto questa dipende da Cristo e dallo Spirito

  – la salvezza si compie dentro una comunità, con mezzi visibili, in cui vi è la pienezza: extra Ecclesiam nulla salus

  (Fulgenzio da Ruspe: pagani-ebrei-scismatici: separarsi consapevolemnte dalla Chiesa è separarsi da Cristo. Lat IV: contro quelli che si sono separati volontariamente. Firenze: anche ai pagani e agli ebrei non aggregati alla chiesa prima di morire e separatisi volontariamente).

  (NO chi non sta dentro la Chiesa ma non si salva, MA chi si salva sta dentro la Chiesa, anche se non vi rientra in senso istituzionale.

  • È necessaria la fede soprannaturale, dono di Dio, risposta dell’uomo a Dio che si rivela in Cristo: oscura, implicita, ma viva nell’adesione alla coscienza.

r COME DIO SALVA QUELLI CHE NON SONO NELLA CHIESA?

 «Nel modo che Dio sa» lo Spirito mette in contatto col mistero pasquale: LG 16, LG 22

  BB: Dio si interessa dei gentili

  BB, PP: ma le religioni sono idolatria: [cf. contesto di persecuzione; cf. Giustino e gli spermata tou Logou].

«Il modo che Dio sa, sono le religioni»

 – Hanno valori positivi, veri e santi (NAe 2): semi gettati da Dio.

 – Hanno dottrine e riti che veicolano i valori, in modo quasi sacramentale

— sono opera dell’uomo, ma non solo di ordine naturale

— la Chiesa è via ordinaria e perfetta, ma possono esserci vie straordinarie e imperfette

— la differenza non è solo di grado, ma di essenza, per quanto unica sia la grazia

— la Chiesa ha comunque un posto unico

C’È RIVELAZIONE NELLE SCRITTURE DELLE ALTRE RELIGIONI?

La Rivelazione cristiana è specifica per:

  – storicità (DV 2: eventis verbisque): dati ed interpreti qualificati

  – progressività: mediante eventi incompleti per sé e aperti al futuro

  – Gesù è la rivelazione assoluta e definitiva

  – unicità (DV 4: nessun altra rivelazione pubblica)

C’è ispirazione nei libri sacri delle altre religioni?

 Lo Spirito santo soffia dove vuole – Il Verbo agiva anche prima dell’incarnazione – il carisma profetico non è del solo popolo ebraico – i libri sacri sono stati strumenti di grazia e salvezza: lo Spirito santo ha parlato anche per mezzo dei santi pagani

 Maometto? non è il “suggello dei profeti”, ma il Corano contiene verità capaci di alimentare la vita di moltitudini.

 Sono preparazioni all’incontro con Cristo.

2.2. I NUOVI MOVIMENTI RELIGIOSI

 L’uomo scettico – ateismo

L’uomo inquieto: i nuovi movimenti religiosi

TIPOLOGIA

  1. Cristo sì, Chiesa no

  Rifiutata la Chiesa come mediazione di salvezza

  Sette con retroterra cristiano (post-protestanti): Testimoni di Geova, Mormoni

  1. Dio sì, Cristo no

  Rifiutato il ruolo di Cristo come unico salvatore

  Riscoperta delle religioni euromediterranee arcaiche

  Contromissioni delle religioni orientali, da India, Cina, Tibet

  1. Religione sì, Dio no

  Si rifiuta Dio, o almeno Dio come persona e come distinto dal mondo

  Panteisti – o concentrati sull’uomo e sul suo potenziale

  “Religioni”, ma si parla poco di Dio: Scientology

  “Psicoterapie”

  1. Sacro sì, religione no

  Rifiuto della religione come sistema legato a dottrine e istituzioni

  New Age

 

RITORNI

  della magia

   Magia popolare – Esoterismo – Nuovi movimenti magici

   La salvezza è conquistata mediante il rito, i gesti, ecc.: kratofania

  dello gnosticismo

   La salvezza si consegue attraverso il possesso di determinate consoscenze

   Dualismo… monismo panteista: esiste solo l’Uno di cui il resto è scintille

   La salvezza non è dono, ma è conquistata con la conoscenza: sofiofania

 

NELLA NUOVA RELIGIOSITà

Credenza nella reincarnazione

Messaggi dall’aldilà

Apparizioni, veggenti, guaritori

   autenticità ß la Chiesa giudica la rivelazione o viceversa?

 

2.2.1. I PRINCIPALI NUOVI MOVIMENTI

  • HARE KRISHNA «Società internazionale per la coscienza di Krishna»

Movimento bakhti del secolo XV-XVI: Caiatanya: amore e consacrazione totale a K.

1896: Swami Prabhupada

– La saggezza è nel Bhagavad-gita e nel Bhagavad-Purana

– Cuore di tutto è la bhakti, devozione a Krishna

– Pratiche:

  – recita/canto dei nomi di Krishna, per inondarne il mondo

  – sobrietà nel cibo (vegetarianesimo), nella bevanda, nel divertimento, nel sesso

  – cambiamento del nome, affidamento ad un maestro, cintura sacra, servizio nel tempio

  – recita del japa di 108 perle, sedici volte al giorno, con i nomi di Krishna

  • MEDITAZIONE TRASCENDENTALE

** L’Essere è uno solo, e sta a fondamento di tutto il reale

** Il pensiero è vicino all’essere e deve solo raccogliersi, per capirsi come parte dell’intero

**** La meditazione è il modo per arrivare all’essere

Maharishi Maesh Yogi, La scienza dell’essere e l’arte di vivere; Commento al Bhagavas-gita.

Una ricerca del Brahman-Atman.

  1. Meccanica di meditazione di venti minuti.
  2. Recitazione del mantra.
  • GLI ARANCIONI DI BHAGWAN SHREE RAJNEESH

* L’esistenza è Dio: dilatazione della coscienza non verso l’io, ma verso Dio che sta a fondamento di ogni realtà.

* Divenire consapevoli. Senti che esisti: apertura sul reale

* Nella meditazione e nel silenzio ci siaccorge che c’è solo il tempo presente

* Giocare e danzare la vita

* Aver fiducia nel maestro e sottomettersi a lui

* L’unico peccato è l’ego

* Saper vivere sempre nella ricerca e nel dubbio

PRATICHE

  Portare vestiti del colore del sole che sorge; il mala di 108 perle con la foto di R.; usare il nuovo nome; meditazione; preghiera mattuttina e preghiera serale alla presenza del maestro. Lavoro. Feste.

  • DIANETICS. LA CHIESA DI SCIENTOLOGY
  1. Ron Hubbard, Dianetics. Scienza moderna della salute mentale.

* Finalità dell’uomo è sopravvivere, in quattro dinamiche (io, sesso, gruppo, genere umano)

* Mente analitica: mende che sa ordinare i dati percettivi

  mente reattiva, risposta improvvisata ad una situazioned i pericolo, causa degli ‘engrammi’, risposte non necessariamente correlate alle provocazioni. Chi ne ha è aberrato, chi non ne ha è clear.

* Terapia è l’auditing.

Scientology. I fondamenti del pensiero.

* Riferimento alle vite passate

* Otto dinamiche

* Elettrometro

* Thetan: uno spirito descitto però con categorie fisiche

* Dio, Infinito: un prolungamento illimitato della metria e dell’energia, un assoluto intramondano.

 Buddhismo: terapia dell’infelicità – raggiungimento della chiarezza – silenzio su Dio.

 religione come sfondo di una visione del mondo a carattere tecnico scientifico.

  • LA CHIESA UNIFICAZIONISTA DI SUN MYUNG MOON «Associazione spirituale per l’unificazione del mondo cristiano»

* Influsso della dottrina confuciana dello yin e dello yang

* Una chiesa che unifichi tutte le religioni

* Importanza della famiglia

* Il Signore del secondo avvento

  • NEW AGE

Stiamo per entrare in una nuova era, l’era dell’Aquario

Niente strutture né gerarchie: un metanetwork

Non c’è una dottrina, perché non esiste la verità e tutto è relativo

Radici

– spiritualità alternative  interesse per le religioni non cristiane – cristianesimo esoterico – spiritismo – occultismo – neopaganesimo – Ufo – astrologia

– terapie alternative     medicina olistica – movimento vegetariano – psicologie alternative – movimento della recovery

– organizzazioni sociali alternative  comuni – ecologia profonda – nuova politica

Principi

– Non c’è verità, ognuno ha la sua

– Tutte le religioni sono uguali, e non serve a niente la religione della Domenica – trasformare le attività della vita quotidiana – salvezza istantanea, benessere

– Dio interdipendente col mondo, che è interdipendente con Dio (panteismo, gnosticismo)

– Uomo: «noi siamo Dio»: Dio è interno, è il potere spirituale che è in noi, rispetto al quale è co-creatore

– Cristo  A. La scintilla interiore che è dentro ciascuno di noi, scintilla dell’uniotà ultima, il Cristo cosmico che è l’Io-sono di ogni creatura B. Gesù di Nazareth è colui che ha realizzato in modo sovraeminente il Cristo cosmico    C. Cristo futuro, maestro universale che deve venire: Cristo-Maytreia

– Morale A. Coscienza planetaria (ecologia profonda)

  1. Compassione (The Hundredth Monkey)

QUATTRO PILASTRI

  1. L’universo non è una macchina, ma un organismo vivente, e tutti formiamo una famiglia: monismo-panteismo
  2. Yin e Yang: comunione

Non cristianesimo: divisione (troppo peso al sé, alla responsabilità)

III. L’io conscio è immerso nell’oceano dell’inconscio collettivo (miti e leggende). Il sé profondo coincide con Dio. Dio è la parte più profonda di noi (Intuizione – esperienza – reicarnazione). (Rebirth – Channeling).

  1. Astrologia: Toro – Ariete – Pesci – Acquario

Luoghi

  L’eroe esteriore ed interiore: parte per l’avventura e torna indietro con un messaggio

  Walk-In, esseri che entrano camminando

  Enneagramma: stella aperta a nove punte, per classificare i tipi umani

Simpatizzanti

Richard Rohr , Matthew Fox

l  Incompatibilità

– Relativismo: non «ciò che è buono è vero», ma «ciò che è vero è buono»

– La fede non è una vaga forma di esperienza di sé, ma risposta ad una trascendenza

– Confusione tra Dio e uomo/mondo. Dio e l’uomo sono liberi e distinti: così possono amarsi.

– La preghiera non è introspezione ma stare alla presenza per entrare nella Sua volontà: cristologica, trinitaria, ecclesiale

– L’uomo è buono, ma da solo non ce la fa: ha bisogno della grazia, della redenzione.

– La sofferenza e la morte ci sono

– I metodi sono discutibili

SFIDE DAI NUOVI MOVIMENTI RELIGIOSI

Felicità (antropologico)  [¹ Salvezza (teologico)]

Esperienza vera

Positività del corpo, in ogni dimensione

Accordo tra religione e scienza

Esaltazione dell’io e della coscienza

Iper-ecumenismo

  • Voglia di unità e di guarigione
  • Io sono del tutto unico
  • Qualcuno che mi accompagni
  • Prospettive per il futuro
  • Far parte di una compagnia, che sia la mia casa

3.1. IL DIO DI ISRAELE

r CARATTERI GENERALI DELLA RIVELAZIONE

Non si tratta di un approccio filosofico, ma storico. La fede di Israele si fonda sull’esperienza degli interventi personali di Dio nella storia della salvezza, a partire dalla quale si riflette teologicamente: Colui che mi ha salvato deve essere anche colui che ha creato tutte le cose e mi darà esistenza eterna.

  1. Concretezza Impegno personale di Dio verso il suo popolo: dagli atteggiamenti di Dio per noi, comprendo gli attributi di Dio in sé.
  2. Progressività

III. Dinamicità attraverso le opere

  1. Gratuità

LE TAPPE DELLA STORIA DI ISRAELE

  1. Età premonarchica, in cui tribù e gruppi di tribù non sono ancora uniti in uno stato monarchico.
  2. Età preprofetica, in cui i problemi sono quelli della legittimità di una dinastia o di un dinasta.

III. Età profetica, con Amos, Osea, e i profeti dell’VIII sec.

  1. Età deuteronomistica, successiva alla caduta del regno del Nord (722 aC).
  2. Età postesilica, dopo la caduta di gerusalemme (587 a.C.).

LE TAPPE DELLA COMPRENSIONE DI DIO COME UNICO

  • Monolatria dei patriarchi: ogni tribù e popolo ha il suo Dio, e Israele non è politeista
  • Mono-jahwismo: la potenza di JHWH è tale che in pratica gli altri dèi sono un nulla
  • Monoteismo pratico: gli altri dèi sono inefficaci

          teoretico: esiste solo un Dio.

1  IL DIO DI ABRAMO, DI ISACCO E DI GIACOBBE

 L’ELEZIONE E L’ALLEANZA (1850 a.C.)

 L’uomo Abramo e la sua storia

Amorrei, Hurriti, Hittiti, Filistei, in migrazione verso la mezzaluna fertile.

Aramei.

Abramo. Ur – Carran – Sichem – Betel – Negheb – Egitto – Betel – Ebron.

L’unificazione dei regni amorrei in Mesopotamia tendeva ad imporre a tutti il dio protettore dell’impero, Marduk: alla ricerca della libertà, in fedeltà alla tradizione del clan, Abramo parte.

In questa scelta di libertà, comprende che Dio lo chiama a dipendere totalemte da lui, in quanto rimane la fonte della benedizione e della vita per Abramo, che può così abbandonare altre strutture protettive.

— Obbiettivo: un terreno per il pascolo e un clan numeroso — // il possesso di un paese in cui insediarsi stabilmente.

— L’itinerario di fede, a contatto con la prova e la sofferenza: Ismaele: conflitto nel clan – Isacco: l’adempimento di probabili tradizionali convinzioni religiose mette in pericolo la promessa di vita di Dio. Abramo comprende che la vita si riceve come un dono, affidandosi completamente a Dio – Lot: solo la fedeltà a Dio libera dalla morte.

Dio nell’esperienza di Abramo, Isacco e Giacobbe

Gen 12-36

  Dio che chiama a uscire, a camminare: incontrato sulle vie dei nomadi nel deserto

  Dio che dialoga: due partners entrano in comunicazione

  Un Dio personale, vivente e amico dell’uomo, di quest’uomo concreto

  Promette: si impegna per il futuro: Gen 17,1-8

[1]Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. [2] Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto». [3]Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: [4] «Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. [5] Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò.[6]E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re. [7]Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. [8]Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio».

  Rimane misterioso e trascendente: Gen 32,25-31

[23]Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. [24]Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. [25]Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. [26]Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. [27]Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». [28]Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». [29]Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». [30]Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. [31]Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». [32]Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca. [33]Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

MONOLATRIA  nomadi e seminomadi tendono a legarsi ad una sola divinità. Anche Abramo dà culto ad un solo Dio fra tanti, radicalizzando la sua fede

  Dio non rivela un nome nuovo, ad Abramo, ma gli affida una promessa. Il nome ’El diventa il Dio della elezione personale e gratuita. NON è una nuova idea su Dio o sulla sua natura, Ma la scoperta di una

              — libera volontà di Dio a favore dell’uomo

   e quella di una — libera accettazione umana nella fede.

2   IL DIO DI MOSÈ (1250 a. C.): L’ESODO E L’ALLEANZA

—   è il Dio dei Padri

—   è il Dio che suscita il processo mediante il quale Israele diventa un popolo

Primi secoli del II millennio: migrazioni di gruppi seminomadi in Egitto. Habiru (“ebrei”) è lo stato sociale dell’ospite straniero: poveri uomini a cui Dio rivolge il suo sguardo di salvatore. XVII secolo aC: immigrano ebrei in Egitto (non tutti) e diventano servi statali.

[1700-1560: governano i semiti Hiksos]  // L’oppressione diventa esagerata, si concepisce l’abbandono dell’Egitto: 1280-1230

L’uomo Mosé e la sua storia

Cultura ebraica ed egiziana. + Necessità di fuggire nel deserto

  1. sicurezza del dominio politico-religioso dell’Egitto
  2. precarietà di vita disumanizzante di un popolo oppresso
  3. primitiva libertà del pastore seminomade

Dio nell’esperienza di Mosé

  1. LA LOTTA PER USCIRE DALL’EGITTO

Lotta per (1) convincere il popolo a rischiare e (2) convincere la corte a lasciare. [L’intervento di Dio non scavalca la responsabilità umana, ma si inserisce negli sforzi per capire e decidere, nel misterioso scambio tra l’offerta divina di aiuto e la risposta responsabile dell’uomo]. [La piaghe, segni ambivalenti: fatto eccezionale o intervento di Dio: interpellano l’uomo, ma ne sollecitano l’interpretazione]

B: IL PASSAGGIO DEL MARE

  1. LA CELEBRAZIONE DELLA PASQUA

   Dio promette la vita vera e costruisce gli Israeiliti in popolo.

  1. LA PEREGRINAZIONE NEL DESERTO

   (Sinai ed esodo due esperienze inizialmente distinte e poi fuse?)

Impreparati ad affrontare la vita nel deserto, mancano di fede, e mormorano. Incontrano però occasioni di nutrimento e di orientamento. Dio suscita l’abilità ed il coraggio degli uomini, facendo scoprire nei beni disposti sul cammino la sua volontà di salvezza.

  1. L’ALLEANZA AL SINAI

Su una santa montagna, Israele prende coscienza della strettissima relazione che JHWH instaura col popolo, grazie ad una libera e gratuita autorivelazione che viene interpretata nella categoria dell’alleanza.

   STRUTTURA DELL’ALLEANZA (cf. Esodo 20)

  1. preamboli con i titoli del re che stipula
  2. prologo storico: benefici del re a favore del vassallo
  3. stipulazione, con clausole da rispettare
  4. deposizione del trattato in un santuario
  5. lista degli dèi chiamati a testimoni
  6. benedizioni/maledizioni in caso di osservanza/inosservanza

   CONTENUTO DELL’ALLEANZA

  Es 20,1-11

  — nessun altro Dio di fronte a JHWH (monoteismo pratico)

  — comando di non farsi immagini (novità assoluta):

       trascendenza di JHWH

       evitare confusioni

  — seconda tavola: interesse per l’uomo (dal 4° al 10°): il legame con Dio è garanzia di buona vita tra gli uomini

  — gelosia, misericordia, fedeltà

   CULTO

Legge – Tenda – Arca/Tempio

Rito di aspersione col sangue – banchetto sacro con i settanta anziani (Es 24,1-11)

  1. SCOPERTA DI DIO Mosé comprende che Dio non sta dalla parte dei potenti ma dalla parte degli oppressi. Il Dio dei padri è il Dio vero, che conosce la situazione degli Israeliti, è attento al loro grido di oppressi, li invita a ritornare nella loro primitiva condizione di popolo del deserto.
  2. SCOPERTA DI SE STESSO Mosé è inviato a trasmettere a tutto il popolo la sua riscoperta del Dio dei Padri. Esodo, evento teologico (JHWH manifesta il proprio volto come Dio onnipotente e liberatore) e antropologico (statuisce la dignità del singolo uomo, costruisce la fraternità e la libertà fra gli Israeliti).

Mono-jahwismo

  Il Dio degli Israeliti è superiore alle divinità egiziane. Esistono dunque molti dèi ma JHWH è l’unico sul quale fare affidamento, l’unico al quale valga la pena di rendere culto. [Anche Amenophis IV – Achenaton (1370-1353) incentivò l’unico culto al Sole/Aton. Dopo la sua morte questa riforma finì nel nulla. Ma il suo Dio è la sintesi di tutte le forze vitali del mondo, è un Dio intramondano. Mosé può aver meditato la sua linea, ma] JHWH è trascendente, è superiore al mondo, è di un’altra sostanza: monoteismo pratico.

  • La stabilità dell’essere divino è il fondamento della stabilità della alleanza e dell’intervento a favore dell’uomo.
  • La unicità lo rende inimitabilmente efficace, più degli dèi egiziani.
  • La trascendenza rispetto al tempo e allo spazio.

   Dio è totalmente altro dalla storia

   Dio è indipendente dai luoghi: sarà ‘ovunque’ e ‘sempre’ il Dio del suo popolo.

  • Non è un Dio del passato, ma del presente e del futuro, sul quale Israele può fare affidamento per la lioberazione dall’Egitto, e per la terra di Canaan.
  • Rimane però in lui una sovrana misteriosità: Es 33,17-23: Mosè ha parlato con Dio faccia a faccia, ma sa che non si può vedere il suo volto senza morire.

 

IL DIO DEI RE E DEI PROFETI (1000 a. C.)

1Re 19,8-14: interiorizzazione dell’idea di Dio: Dio viene liberato dai fenomeni cosmici con i quali non può più essere confuso, né uragano, né terremoto, né fuoco: una presenza concreta ed immateriale

  1. LA GLORIA NEL TEMPIO

Gloria – kabod

Espressione della santità e della presenza di Dio in mezzo al popolo

Esodo    Es 13,21-22: colonna di nube, colonna di fuoco

         Es 24,15-17: nube e fuoco: Dio è presenza reale di guida

Salomone (970-931 aC), costruito il tempio: 1Re 8,10-13.22-23.27-29): in forma trascendente/“vuota”, abita in mezzo al popolo

Shekhinah (da shakhan: dimorare, riposare, attendere… nel tempio e fuori)

Isaia (740) Is 6,1-5

Ezechiele (”) Ez 1,4-5.26-28

            trono, splendore: siamo nel divino: Dio è trascendente

            sembiante umano: Dio è vicino all’uomo

Daniele: “il Figlio dell’Uomo” (Dn 7,13-14)

*** GLORIA è la manifestazione della santità di Dio che si rende presente come salvatore: riempie tutto di sé e tutto vuole trasfigurare

  1. JHWH L’UNICO E IL CREATORE

Affermarsi deciso del monojahwismo, grazie ai profeti

  • 1 Elia (IX sec), 1Re 18,17-40: sfida tra Elia e i sacerdoti di Baal sul Carmelo

       Dinanzi al pericolo di sincretismo con gli dèi cananei, la pratica inefficacia di questi ne dimostra la inconsistenza

  • 2 Tradizione deuteronominsta (riforme religiose di Giosia, 621)

  Dt 6,4-5.14-15: JHWH è unico: lo Shemà

  Dt 4,32-40: JHWH è Dio, e nessuno fuori di lui: non semplicemente Elohim ma ha Elohim, il Dio, l’Unico

  • 3 Esilio e post-esilio: JHWH sembra soccombere dinanzia agli dèi degli altri popoli, che spadroneggiano, e viene riaffermato che solo JHWH è vivo, e gli dei delle geni sono soltanto nullità: ***affermazione anche teorica del monoteismo

   Deutero-Isaia (Babilonia, pima dell’editto liberatore di Ciro, 583): Is 40-45

  Is 40,18-23

  Is 41,21-24

  Is 44,6-11

   ***dunque JHWH è anche il Creatore

       non la conseguenza di una lotta fra dèi ecc., ma il frutto di un atto libero

       bara è verbo solo per la creazione da parte di Dio: non v’è nulla di analogo

(dal nulla, un po’ più tardi, II sec: 2Mac 7,28)

  1. JHWH SI COMUNICA NELLO SPIRITO E PROMETTE IL MESSIA

La Parola esprime ciò che Dio vuole comunciare, lo Spirito dà la vita

Is 11,12; 42,1: lo Spirito riposerà specialemnte sul Messia

correnti messianiche regale

                   profetica

                   sacerdotale

  1. JHWH È SPOSO E PADRE

PADRE

SPOSO

   Osea (800 aC): la ricerca da Osea della moglie prostituitasi è simbolo dell’amore di JHWH per Israele

   Geremia: 2,2; 3,1-5

   Ezechiele 16,1-15

   Deutero-Isaia 54,5-8

   Trito-Isaia 62,2-5

   Gen 1,26: la reciprocità tra l’uomo e la donna richiama quella tra JHWH e popolo

   //Cantico dei cantici (V o IV sec)

  1. SERVO SOFFERENTE E IL PATHOS DI JHWH

*** Servo di JHWH

Is 42,1-4; 49,1-6; 50,4-11; 52,13-53,12

Un mediatore profetico, alla cui missione in qualche modo Dio prende parte

DIO NELL’INSEGNAMENTO DEI SAPIENTI

  1. GIOBBE

Già Geremia si sente sedotto e abbandonato da JHWH: Ger 20,7.9

Anche Giobbe patisce il silenzio di Dio: qual è l’immagine di Dio? (Gb 19,25-27). Ma nella sofferenza, Giobbe nonostante tutto ha fiducia nel Dio della vita (Gb 19,25-27). Alla domanda di comprensione, si oppone l’incomprensibilità di Dio (Gb 42,2-6)

  1. QOELET

III sec. La vanità del tutto indirizza verso la fede in cui troneggia il mistero del piano divino sull’uomo: Qo 11,5.

  1. PROVERBI E SAPIENZA

I sec. Parola – Legge – Sapienza

IL DIO DELL’APOCALITTICA

II sec. Nonostante tutte le apparenze, JHWH è Singore del cosmo e della storia, tiene – misteriosamente – in mano le redini degli eventi

  Daniele 7,9-10,13-14

// Non solo dentro la storia, anche al di là della storia

// I morti risorgeranno, perché JHWH è il Dio di tutti, e chiama per il tempo e per l’eternità: Dn 12,13; 12,2-3; 2Mac 7,9.11; 14,46)

IN SINTESI

  1. Monolatria
  2. Monojahwismo

Shemà:

Dt 6,4: [4]Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. [5]Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. [6]Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; [7]li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. [8]Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi [9]e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

  1. Monotesimo teorico (VIII sec.)

Corrente deuteronomistica

Dt 4,39: «Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra e non ve n’è altro»

Elia (850 a. C.)

1Re 18,39, insulti ai baal

Deutero-Isaia (550 circa): solo JHWH è Dio e ciò che è ritenuto tale è nulla

«Fuori di me non c’è altro Dio; Dio giusto e salvatore non c’è fuori di me»: 42,51.

«Ecco tutti costoro sono niente; nulla sono le opere loro, vento e vuoto i loro idoli»: 41,29.

3.2.1 I NOMI DI DIO

Il nome nella cultura biblica: Adamo impone un nome agli animali (Gen 2,19s); Davide (2Sam 12,28); le donne (Is 4,1). Nella magia, chi pronuncia il nome dell’entità, lo costringe a manifestarsi e lo usa [cf. Giacobbe].

Il nome di Dio esprime la vicinanza di Dio, che certo aiuterà il suo popolo

la trascendenza: è santo come Dio, e non va manipolato

precetti per disciplinare il nome di Dio e preservarlo dalla profanazione

’El

(Radice semitica): il re o padre degli dei, o gli dèi nel loro insieme

(1) = potenza, gloria maestà, Deus fortis

usato in senso personale: El di tuo padre (Gen 26,24), El dei vostri padri (Es 3,13), El di Abramo (Gen 24,12.27; novità nell’uso da parte di Abramo: il Dio della elezione personale e gratuita), El di Isacco (Gen 46,1.3).

   NON un Dio locale, legato ad un luogo sacro

   MA un Dio dalla potenza illimitata, che si trova dov’è l’uomo, se questi se ne fa incontrare

(2) = mettere accanto a El un aggettivo che lo specifichi

     El Elyon (Dio Altissimo, Gn 14,19-22)

     El Sadday (Dio onnipotente [shadad] o della montagna [shadu], Gn 17,1)

     El Olam (Dio che c’è dall’eternità, Gn 21,23

   – le aggiunte indicano l’ineguaguabilità divina, per cui non bastano gli aggettivi

(3) = un Dio personale, che non è chiuso nel ciclo di un eterno ritorno, ma accompagna l’uomo nella traiettoria della storia

(4) = trasformare nel plurale Elohìm: il plurale indica la potenza e l’eccellenza: Egli raccoglie in sé tutte le caratteristiche divine: Dt 4,35

   – il termine prediletto per indicare Dio, nella fonte E.

   [PP: anticipazione della fede trinitaria? sì se denota che Dio è al di là dei nostri concetti di singolare e plurale, è radicalmente Uno, ma sfugge ad ogni categoria di numero e quantità]

Adonai

Adon = Signore, dominatore

  Dio ha creato il suo popolo (Sal 100,3), e ne è il legittimo condottiero

  Dio ha creato il cielo e la terra

  È il Dio degli dèi (Sal 136,3): racchiude quanto di più prezioso si possa dire

 

JHWH

  – L’unico nome del quale la stessa BB dia una esegesi

  – Sin dall’inizio è un nome proprio

  – Il più frequente (6800 vv.), l’archetipo della rivelazione divina

  – ’Ehjeh asher ’ehjeh

** Origine

Già presente in forma arcaica presso i Madianiti e i Keniti. Forma arcaica del verbo essere [hajah]: esistere concretamente, vivere

** Novità

Es 6,2: «Io sono JHWH Sono apparso ad abramo, Isacco e Giacobbe come El-Shaddai, ma col mio nome non mi sono manifestato a loro»

** Pronuncia

Dal II sec (Maccabei) si smette di pronunciarlo, e si legge Adonai (Signore mio; gr. Kyrios ha Hashem (il nome). Se ne dimentica la pronuncia vocalica e dalla trascrizione masoretica vien fuori Jehova (la pronuncia corrente viene dai samaritani).

** Significato

— Roveto ardente. Dio è fuoco che distrugge, è potenza, è trascendenza.

Il roveto parla. Dio ha una personalità, e vuole entrare in dialogo con l’uomo.

“” è una risposta negativa alla domanda: poiché cooscere il nome è esercitare un potere sulla persona, bisogna rinunciare a conoscere il nome di Dio

“” definizione metafisica: Dio è l’ipsum esse subsistens, l’atto puro di essere: ego sum qui sum

contesto: Dio interviene per liberare il suo popolo e allearsi con lui.

«Io sono colui che sono e sarò con te» «sarò io ciò che sono io»

«Io sono colui che è e sarà con te per liberarti, perché pienamente e stabilmente Io sono colui che è»: Dio è colui che libera il suo popolo dalla schiavitù

Dio è il plurinominabile, è al di là della capacità umana di comprenderlo e disporne

Ha tratti personali: avendo un nome non è Qualcosa, ma Qualcuno

Dio è sovraeminente e salvatore

3.2.2. GLI ATTEGGIAMENTI DI JHWH

EMET

  FEDELTÀ, PISTIS – VERITÀ, ALETHEIA

Non la greca adaequatio rei et intellectus, ma la solidità di qualcosa a cui appoggiarsi. Lealtà che permane e resiste a tutto. Dio è colui a cui l’uomo può appoggiarsi, perché è verace e fedele.

Radice ’mn: stabilità del parlare e del decidere di Dio – Perciò l’uomo puo appoggiarsi in Dio.

— Dichiara la verità e non mentisce.

— Manterrà la promessa dei beni.

[La speranza non è tensione verso un bene futuro ed incerto, ma un’anticipazione della futura presa di possesso].

«Amen»: = è salda ed io vi credo!

Ap 3,14: Gesù è l’Amen, il testimone fedele e verace.

Gen 24,27; 32,11.

Es 34,6: «Il Signore passò davanti a lui proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, ricco di grazia e di fedeltà».

Dt 7,9: «Riconoscete che il Signore vostro è Dio, il Dio fedele che mantiene la sua alleanza e benevolenza per mille generazioni».

Dt 32,4: «Egli è la Roccia, perfetta è l’opera sua, tutte le sue vie sono giustizia, è un Dio verace e senza malizia, egli è giusto e retto».

SEDEQ

  GIUSTIZIA, DIKAIOSYNE

Non la giustizia per cui ad ognuno deve essere dato ciò che gli spetta. Anzi (cf. gli operai della ultima ora) Dio nella sua libertà è sganciato dalla corrispondenza fra doni e meriti umani (e ci conviene che sia così).

Non è ciò che Dio deve all’uomo, MA ciò che Dio deve a se stesso.

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, che credono e desiderano l’adempimento delle promesse divine. Nonostante le apparenze contrarie, Dio condurrà a termine il suo disegno.

[Ma naturalmente l’uomo deve dare al suo fratello ciò che gli spetta, di conseguenza].

Radice sdq: Dio si mantiene fedele alla sua alleanza, è il Dio “ideale”

HESED

Pietà, eleoV

Grazia, ca’riV,

Eros: lo slancio dell’imperfetto verso il perfetto, per cercarvi il compimento: (‘egoistico’) il povero va verso il ricco

Agape: slancio verso l’altro alla ricerca dell’altrui bene: (‘altruistico’) il ricco va verso il povero

Hesed: non un sentimento, ma un’azione, un impegno con cui si costituisce un legame di alleanza e di comunione dei beni, che obbliga alla mutua assistenza. Tale è l’alleanza tra il popolo e JHWH: l’uno conta sull’altro

— Simboli familiari

  PADRE: Os 11,1ss. «quando Israele era giovinetto, io l’ho amato, e dall’Egitto ho chiamato mio figlio… Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano… Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia»

  MADRE: Is 49,14 «Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si diemntica forse una mamma del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai»

  SPOSO E SPOSA: Os 2,21-22 «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia (Sedeq) e nel diritto, nella benevolenza (hesed) e nell’amore, ti fidanzerò a me nella fedeltà (emet) e tu conoscerai il Signore».

Unilateralità

  È l’amore dell’alleanza, che implica diseguaglianza tra gli stipulatori.

Gelosia – Ira

  Dio non sopporta che sia dato ad altri l’amore che spetta solamente a lui.

 

3.2.3. GLI ATTRIBUTI DI JHWH

CONNOTAZIONI ECONOMICHE n Eternità (Dio è presente e attivo attraverso tutta la storia), Onniscienza (Dio conosce perfettamente l’indegnità di israele all’alleanza, eppure la stipula e vi rimane fedele gratuitamente), Onnipotenza (Dio è libero rispetto alla risposta di Israele)

L’ATTRIBUTO ESSENZIALE n Santità- qadosh

Nozione comune a tutte le religioni: “separato”: un oggetto di culto, o l’essere divino stesso.

— Santità è la realtà suprema di Dio. (Cf. le situazioni di apertura).

  La filosofia dice che Dio non è nulla di ciò che è l’uomo – aspetto negativo

  aspetto positivo – la assoluta trascendenza di Dio è vissuta come santità.

NELL’ORDINE DELL’ESSERE

In lui l’essere si manifesta in tutta la sua intensità, e l’uomo ne rimane schiacciato.

Is 36 [1]Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. [2]Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. [3]Proclamavano l’uno all’altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria». [4]Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo.

NELL’ORDINE DEL VALORE

Dio non è solo la pienezza dell’essere, ma anche la pienezza del bene e di ogni altra perfezione.

Al suo cospetto, l’uomo sperimenta la propria inconsistenza e peccaminosità, e si china in adorazione.

  [5]E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». [6]Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. [7]Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato».

  [8]Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!». [9]Egli disse: «Và e riferisci a questo popolo:…

La vera adorazione, il vero culto, però, implicano la conversione dell’uomo:

Is 1 [11]«Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero?» dice il Signore. «Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. [12]Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri? [13]Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. [14]I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. [15]Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. [16]Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, [17]imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».

  Dinanzi a lui, l’uomo anzitutto arretra (cf Pietro dinanzi a Gesù dopo la pesca miracolosa): sente di essere incompatibile con Dio (il peccato lo sentono i santi, non i peccatori) e brama la purificazione.

  Il Dio santo brucia l’uomo, non distruggendo, ma purificando il suo essere.

— Dio è trascendenza e misteriosità

— Dio è perfezione morale assoluta

* Dio saràil sempre santo: rivelato e sempre inaccessibile, autocomunicantesi ma sempre trascendente.

 

3.2.4 FORME DI PRESENZA DIVINA

Dio è trascendente e immanente al tempo stesso

  • L’arca dell’alleanza, che accompagna Israele nell’Esodo
  • La colonna di nube di giorno
  • La colonna di fuoco di notte
  • La tenda, (shekinah)
  • Il nome, tanto trascendente da essere impronunciabile
  • La gloria manifestazione della soprannaturale maestà di JHWH

 nella creazione: Is 6,3 «santo tre volte… tutta la terra è pienza della sua gloria»

 nella storia della liberazione di Israele: Es 14,4 «io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli egiziani sapranno che io sono il Signore»

   nella bellezza del tempio: Sal 26,8 «Signore, amo la casa dove dimori e il luogo dove abita la tua gloria»

  Si può ammirarla, ma ciò non significa che si veda Dio: Es 33,18-23, si vede la gloria, ma non il volto. Ez 1,1ss (il Figlio dell’uomo).

  È un invito a riconoscere la pienezza di vita di Dio e a lodarlo: «Benedetto il suo nome glorioso per sempre, della sua gloria sia piena tutta la terra» (Sal 72,19).

Malak – l’angelo di JHWH

Nel deserto, è il messaggero ed il soccoritore (Es 14,19). Opera come condottiero e protettore dei timorati di Dio, specialmente dei profeti (Gen 24,7.40; 1Re 19,5ss; 2Re 1,3.15). Talvolta è anche Angelo di sciagura o di castigo (2Sam 24,16; 2Re 19,35s), o Giudice (2Sam 14,7).

In alcuni racconti non si può adeguatamente distinguere da Dio stesso, e nell’apparire e nel modo di parlare è rivestito dell’apparire e del modo di parlare di JHWH: Gen 16,9.13; 31,11; 48,15s). Modo rispettoso di non nominare Dio direttamente.

Gen 18,1-5

Esigenza di gettare un ponte tra il Dio trascendente ed incomprensibile ed il dio che si manifesta nel fenomenico. Il Totalmente Altro può comunicarsi ripetutamente e farsi familiare. L’Angelo è accostabile come un uomo e sfuggente come uno spirito, vicino e lontano.

* Dio è in un certo modo nel suo mistero

* Dio è vicino al suo popolo

(// sostituito dal ruah)..

Parola – dabar -logos

– Alla parola pronunciata con decisione energica si attribuisce un potere di produrre effetti, una permanenza nella realtà maggiore all’ambito della sua fisicità sonora.

– JHWH è attivo ed agisce nel suo popolo specialmente attraverso la sua parola

** aspetto dialettico: denotare l’essenza del designato e trasmetterlo.

**   aspetto dinamico: intimo potere d’azione che entra in relazione con l’esterno.

  1. PAROLA PRESCRITTIVA il comandamento con cui Dio si rivela, manifesta la sua volontà al popolo che elegge liberamente e costituisce in popolo

  Es 34: le “dieci parole” sono il fondamento di tutti i doveri morali della vita e dell’alleanza di Israele

  «Il Signore disse a Mosè: “scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un’alleanza con te e con Israele”. Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane e senza bere acqua. Il Signore scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole» (34,27).

  Es 34,6: «Il Signore, il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà»

  Dt 4,23: il Signore manifesta la sua gloria nella parola.

Una parola sovratemporale e valida per tutte le generazioni

  1. PAROLA PROFETICA Una parola del momento storico

   Udita o vista mentre scende dal cielo

   Rivolta al profeta, lo soverchia, e lo trasforma in bocca di JHWH

  Ger 15 «[19] Ha risposto allora il Signore:«Se tu ritornerai a me, io ti riprenderò e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi torneranno a te, mentre tu non dovrai tornare a loro, [20] ed io, per questo popolo, ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti. Oracolo del Signore».

   Il profeta non ha alcun potere sulla Parola, è la Parola che lo domina

  Ger 20 «[9] Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».

   Lì dove c’è la parola profetica, JHWH stesso è all’opera, annunciando, guidando, sanando, giudicando.

   Agisce infallibilmente anche se viene contraddetta

  1. PAROLA CREATRICE

   Ordine per l’entrata in esistenza: Gen 1,3: Dio parla, e le cose prendono vita

   Ordine per la conservazione in esistenza: Gb 37,16ss; Sal 147,15

   È la prima e fondamentale opera di salvezza: Gen 1: esodo dal caos al cosmo

  1. Sempre più decisa è la personificazione

Is 55: « [9]Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. [10]Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, [11]così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.

Sapienza – hokma – sophia

¹ sophia, sapientia, sapienza

= campo morale e pratico della vita, non aspetto teorico e speculativo: abilità manuale – scaltrezza nella vita quotidiana – perfezione morale – potere spirituale del giudice che domina e scruta la vita concreta.

  È una proprietà divina, espressa specialmente nella creazione. (La sapienza umana, sia pratico-manuale, sia morale-religiosa, sta nell’imitare ed uniformarsi alla volontà divina. Salomone era piuttosto un potente pratico-giudiziario).

  La più sublime delle creature, creata all’inizio della sua attività:

Pr 8,22-31[22] Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d’allora. [23] Dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra. [24] Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; [25] prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata. [26] Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, né le prime zolle del mondo; [27] quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso; [28] quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso; [29] quando stabiliva al mare i suoi limiti, sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; quando disponeva le fondamenta della terra, [30] allora io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante; [31] dilettandomi sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo.

  Inni alla Sapienza: Prov 1,20-33; 8; 9,1-6; Gb 28; Prov 8-9..

Sap, 7,22-8,1: [22]in essa c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, [23]libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. [24]La sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. [25]E` un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. [26]E` un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà [27]sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età, entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. [28]nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza. [29]essa in realtà… è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; [30]a questa, infatti, succede la notte,ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere. [CAP 8] [1]Essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa.

  Accentuatissima personificazione! Solo una personificazione letteraria, o anche un’entità distinta? Non è certamente un’ipostasi, ma gode di un alto grado di autonomia in stretta dipendenza da Dio.

Spirito – ruah – pneuma

Chiaro, esplicito presentimento della tripersonalità di Dio nell’AT?

Non c’è che una personificazione letteraria approssimativa.

Tra di loro sono intercambiabili. E sono intercambiabili anche con Dio…

No, non c’è un preannuncio della trinitarietà, ma la percezione della incredibile vitalità di dio, di cui l’uomo è solo una copia sbiadita. La ricchezza e pienezza di Dio. La sua trascendenza ed immanenza.

Il NT è davvero una novità.

3.2. Il Dio di Gesù

  • Diffcile alla teologia del Gesù pre-pasquale nella sua genuinità: c’è la mediazione della teologia della Chiesa
  • C’è, nella teo-logia di Gesù, sia una continuità, sia una discontinuità.

 

3.2.1 IL MESSAGGIO SU DIO NEI VANGELI

 

DIO NEL VANGELO DI MARCO

Mc 14,61-64

In che cosa sta la bestemmia? perché viene detto non bugiardo, ma blasfemo?

  NON per la rivendicazione della messianicità ad un uomo (qualcuno doveva pur esserlo), MA per [l’auto-rivendicazione, anziché lasciar fare a Dio] e per la rivendicazione a quest’uomo Gesù:

  innalza troppo quest’uomo o abbassa troppo Dio

  tratti indegni del Messia

  tratti indegni di Dio stesso, per conseguenza: assenza di trionfo escatologico, umiliazione, sofferenza: un altro volto di Dio.

Cf. grido sulla croce: proprio quando è consegnato alla sofferenza più drammatica, Gesù si affida al Padre suo amatissimo, all’Abbà: spogliazione di tutte le immagini di Messia e di Dio.

  

IL DIO DI GESÙ NEL VANGELO DI MATTEO

Il vocabolario

qeos – un uso normale: «Il Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe» (Mt 22,32) «il Dio di Israele» (Mt 15,31), «il Dio vivente» (Mt 16,16).

kurioV 17 vv. al Padre, 60 volte a Gesù

pathr o ouranioV formula caratteristica di Matteo «il Padre vostro che è nei cieli»

  1. uso ebraico di non nominare direttamente Dio, per rispetto al suo nome

   non in rapporto al cielo come dimora di Dio

       o al dominio sulle potenze celesti ostili

   ma in rapporto alla relazione con Gesù («mio») o con i discepoli («vostro», «tuo»)

Le sentenze di Gesù

Mt 12,50: «chi è mia madre, chi sono i miei fratelli…»

Mt 16,27: «

Mt 20,23b

Mt 11,25-27: preghiera di benedizione

              nascondere-rivelare

              sapienti/intelligenti-piccoli

              Padre, Signore del cielo e della terra

              ho Patèr

              una nuova immagine di Dio, partire dalla relazione di Gesù

Le parabole di Gesù

Mt 13,40-43   – la zizzania il male e il bene nell’unico campo

                   a partire dal punto di vista concreto della comunità

                   il giudizio di Dio (affidato al Figlio dell’uomo)

Mt 13,40-43   la rete  solo alla fine i cattivi saranno separati dai buoni

* per quanto è aperto e tollerante il tempo presente, severo ed ineludibile sarà il giudizio futuro

Mt 22,11-13   – il banchetto nuziale

  incoerente l’estensione ampia dell’invito con la severità del giudizio finale?

* prospettiva parenetica: mettere in guardia dal rischio di una falsa sicurezza

Mt 18,34-35   il re che condona ed il servo spietato

Mt 25,11-12   le dieci vergini

Mt 25,24-30   i tre servi

* a fuoco il gruppo o la figura negativa per stimolare l’impegno

Mt 25,34b assise del giudizio finale

* gratuità dell’iniziativa salvifica di Dio, cui deve corrispondere l’impegno dei cristiani

Mt 20,1ss   gli operai delle varie ore

            contrasto fra la fase della chiamata e la fase della paga

* Dio è libero di disporre dei propri beni oltre l’orizzonte della giustiza contrattuale, perché agisce in base ad un principio di bontà

Mt 12,34-35   l’uomo buono trae le cose buone dal suo cuore

* Dio, Padre buono che dona liberamente e gratuitamente i suoi beni, modello da imitare

Mt 21,28-32   il padre e i due figli

Mt 21,28-32   vignaioli omicidi

Mt 22, 1-14   banchetto nuziale

* non conta conoscere in astratto la volontà di Dio, bisogna attuarla

Da una preoccupazione parenetica, attraverso una piattaforma cristologica, il messaggio su Dio

(1) PADRE UNICO Dio è il Padre, nei cieli o celeste

     Non solo l’eco di una fraseologia giudaica, ma l’esito di una riflessione che è cristologica. A lui si deve una adesione fiduciosa e incondizionata. Solo a lui sulla terra si può attribuire il nome ‘padre’, perché l’unico padre è quello nei cieli.

(2) BUONO Il Padre ha un’iniziativa gratuita e benigna.

     Creatore benefico, dona cose buone ai suoi figli. Vuole anche rivelare il suo disegno di salvezza, e si china sui piccoli, scegliendoli come destinatari. La gratuità della sua iniziativa benefica si estende a tutti senza distinzione.

(3) MISERICORDIOSO  Egli è misericordioso.

     ‘Misericordia io voglio, non sacrifici’ condensa tutto il messaggio biblico.

A partire dalla volontà del Padre celeste, che si prende cura dei piccoli e perdona senza limiti, si forma un progetto di comunità di fratelli riconciliati e concordi.

IL DIO DI GESÙ NEL VANGELO DI LUCA

Le parabole di Lc 15

  1. Il pastore
  2. La casalinga

* Gioia di Dio  NON per l’offerta MA per l’accoglienza del perdono

            NON la ricerca o il ritrovamento

            MA il plusvalore attribuito dal proprietario a ciò che è perduto

 

  1. Il padre e i due figli
  2. Il padre vive unito ai suoi figli nella stessa casa
  3. Il padre accetta di dividere tra i due figli [giuridicamente possibile? qui entrano in gioco gli aspetti relazionali ed umani]. Il padre desidera che la relazione sia fondata sulla libertà.

III. Decadimento del figlio in lontananza dal padre: morale, economico, fisico, relazionale e religioso.

III. Ritorno del figlio. Conversione? Uno stratagemma opportunista per intenerire il padre, sotto la spinta della necessità.

  1. Il padre ritorna in scena

   vede il figlio: non lo aveva mai dimenticato, gli era sempre stato presente

   gli corre incontro: nel movimenti di compassione, dimentica anche la propria dignità.

   lo abbraccia e lo bacia ripetutamente: segno della riconciliazione e del perdono

  • L’iniziativa dell’incontro e della riappacificazione sono totalòemnte nelòle mani del padre: tutto è accaduto senza che il figlio pronunciasse alcuna parola di pentimento.

   ordini dati in fretta: desiderio intenso di vedere il figlio in una nuova condizione.

   veste migliore: onore quasi fosse il primo della casa

   anello al dito: potere sui beni della casa

   calzari. per l’uomo libero, non per lo schiavo.

   vitello ingrassato: reintegrazione del figlio alla mensa familiare

   invito a gioire

  • il padre non ha detto alcuna parola al figlio, ha espresso tutto in gesti.
  1. Il padre riprende l’iniziativa nei confronti del figlio maggiore

   il f.m. non usa mai la parola ‘padre’ una distorta concezione del padre gli impedisce di (1) accogliere la nuova paternità che gli è svelata e (2) la nuova fraternità che gli è richiesta.

o Una paternità che rispetta la libertà, perché nella libertà è possibile una relazione autentica – che si fa presente al figlio e lo attende – che corre incontro per primo assumendo l’iniziativa – che perdona delicatamente e esenza rimproveri, restituendo la dignità perduta – che gioisce, fa festa e invita a far festa: Dio è così, e così agisce in Gesù [su questo sfondo teologico, si innesta il contesto ecclesiologico ebrei-gentili].

La parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14)

  Il fariseo non è un orgoglioso: tutto egli ricapitola nella preghiera di berakhot, dunque tutto a Dio riconduce.

  Il pubblicano non è un umile, quanto un disperato.

C’è però il «questo» (11b, 14a): nel separarsi dal pubblicano, il fariseo vuole separare da lui anche Dio, legando Dio al proprio personale rifiuto dei peccatori. Perciò il fariseo non è giustificato.

  — profilo kerygmatico: proclamazione della incondizionata misericordia di Dio verso i peccatori.

  — profilo parenetico: decidersi per l’immagine di Dio proposta da Gesù e per le scelte che ne conseguono.

Negli Atti degli apostoli

(1) Dio è colui che guida la storia della salvezza

Non predeterminazione necessaristica degli eventi, ma fedeltà di Dio alle sue promesse.

(2) Dio attua la salvezza in Gesù

At 13,23 attività profetica

       attività taumaturgica

       [no morte]

       resurrezione

       esaltazione

(3) Il Dio di Gesù ed il Dio universale della creazione

At 17,22-31

DIO PADRE DI GESÙ NEL VANGELO DI GIOVANNI

HO THEÒS

32 volte

(1) al genitivo, indica l’origine divina di alcune realtà misteriose, rivelate da Gesù: il Figlio, gli angeli, l’acqua viva, il pane del cielo, le parole, la gloria… Se l’uomo accoglie con fede queste realtà rivelate, riceve la vita nuova (zohè) diversa dall vita naturale (psychè).

(2) Gv 8: l’autenticità della fede in Dio sta nel credere nel Figlio: chi lo rifiuta ha per padre il diavolo.

(3) Dio è colui che sta all’origine di Gesù e della sua dottrina, essendone uscito.

(4) Dio è colui che ha glorificato e glorificherà il FdU, che ne è il testimone.

(5) Dio è spirito.

HO PATÈR

126 vv. (109 sulle labbra di Gesù): il nome per eccellenza

(1) AL GENITIVO (6,38-40)

Gesù è colui che cerca e ama la volontà del Padre, e il compimento delle sue opere manifesta la sua origine e missione divina

(2) IN CONTESTO POLEMICO (Gv 5-10)

– Il P è colui con cui Gesù ha uguaglianza e dipendenza assoluta nell’operare (5,17-19) e nel volere (5,30)

– Il Padre dà al Figlio le azioni sue proprie (5,20-26)

– Il Padre è testimone del Figlio (5,36-45)

– Il Padre dona il Figlio agli uomini e gli uomini al Figlio (6,27-65)

– Il Padre di Gesù è rifiutato perché non è conosciuto (8,16-42)

– Il Padre onora il Figlio (8,49-54)

– La conoscenza e l’amore reciproco tra Padre e Figlio e in relazione all’opera salvifica (10,15-18)

– L’unità del Figlio col Padre e la loro mutua immanenza (10,29-38)

*** Il Dio che rivela Gesù è diverso da quello degli avversari: o lo si accetta per come si rivela nel Figlio, o lo si respinge

[(3) IL FIGLIO OBBEDIENTE, ASCOLTATO E GLORIFICATO (11,41; 12,26-28)]

(4) NEL MOMENTO DELL’ADDIO (14-17)

– La rivelazione attuale del Padre in Gesù (14,6-13)

– La rivelazione futura del Padre (14,16-23)

– La rivelazione ultima del mistero di Dio nel Paraclito (14,26-31)

– Il Padre agricoltore e Gesù sua vigna eletta (15,1-16)

– L’odio per il Padre coinvolge Gesù e la sua comunità; ma interviene il paraclito (15,23; 16,4a)

– Il processo al mondo mediante il Paraclito

– La preghiera di Gesù al padre (17,1-26)

(5) DIO PADRE È SPIRITO (4,21.23-24)

Dio trascende lo spazio e il tempo: santità che trascende anche le concezioni dell’uomo su Dio

 HO PÈMPSAS

Colui che è all’origine della missione di Gesù. Mediante il Figlio, l’inaccessibile si fa accessibile, da trascendente si fa vicino.

– L’opera della fede è credere in colui che ha mandato il Figlio (5,24; 12,44-45), e credere nel Figlio è anche credere in colui che lo ha mandato.

– Colui che ha mandato Gesù è verace e veritiero (7,28; 8,26).

 IL DIO INACCESSIBILE SI RENDE ACCESSIBILE IN GESù

In Gv, Gesù è centrale ma non finale. Finale è dio Padre che ha mandato il Figlio.

Come si rapportano cerntro e fine? Che volto di Dio ha rivelato Gesù in Gv?

– Nelle controversie la rivelazione del Padre si contrappone ad altre concezioni di Dio.

Nei discorsi d’addio Gesù rivela un mistero di Dio, che sconvolge.

Nei testi in cui compare ‘theòs’ Dio è confermato trascendente, eppure si rende accessibile.

Un Dio diverso da quello della tradizione consolidata

  diverso dalla concezione apocalittica (a) alcuni privilegiati hanno ricevuto visioni e rivelazioni straordinarie; (b) alla fine della storia Dio manifesterà la sua potenza salvifica e punitrice, annientando i nemici. (a)* Gesù è l’unico rivelatore di Dio; (b)* Dio non è un vendicatore, e se l’uomo si perde è solo perché rifiuta la salvezza.

  diverso dal dio locale  (Già Ger 7 e 26) (a) Garizim, Gerusalemme… (a)* Dio non è legato magicamente al tempio. Dio è spirituale e fedele alle sue promesse. Lo spazio nel quale incontrarlo e adorarlo è Gesù, attraverso una vita moralmente impegnata.

  diverso dal dio nazionale (Gv 8,31-59). (a) La sicurezza magica, e non etica, nel Dio nazionale. (b) sicurezza in un passato assolutizzato senza disponibilità alla conversione ed alla novità. (a-b)* Dio non è proprietà privata di nessuno e di nessuna nazione. Non è disponibile, ma bisogna rendersi a lui disponibili nella conversione.

— Dio è un padre che vuole solo salvare e non condannare il mondo.

— Il Dio spirito si fa accessibile in Spirito e verità, nello spazio creato da Gesù.

— Egli libera dal peccato e da ogni falsa sicurezza, richiedendo la decisione di fede e di amore.

Una concezione sconvolgente di Dio

Il desiderio di ‘vedere’ Dio. No religioni misteriche o mistiche: l’icona del Padre è Gesù.

— Nell’amore di Gesù si fa carne l’amore stesso del Padre, che ama dello stesso amore umile e a servizio dell’uomo.

— Il Padre ama il Figlio, chiedendogli di andare tra gli uomini. Gesù risponde con un maore obbediente. Nella vita della comunità, chiamata a ricalcare l’esempio del maestro, terrà le veci di Gesù l’altro Paraclito. Dio comunione d’amore, e l’unità è salvaguardata dall’assoluta dipendenza del Figlio e dello Spirito dal Padre.

— Questo mistero si rende però accessibile solo agli amici, in un’atmosfera di amicizia, fondata sulla fede e sull’amore per Gesù e concretizzata nella pratica dei suoi comandamenti: circolarità tra credere e conoscere, circolarità tra l’amore di Gesù e lamore dei discepoli.

Dio P F e S è accessibile solo all’uomo cui viene donata una nuova vita, nella fede e nello Spirito.

Non la via esoterico-mistica, non la via razionale, ma la via personale è l’accesso a Gesù: sia accede a Dio facendosi figli nel Figlio, grazie all’opera che compie lo Spirito santo. Quest’uomo rinnovato può accedere a Dio.

verità – vita – amore

Parlare di Dio

GESÙ NEL SUO RAPPORTO CON DIO

  Come si esprime in Gesù la coscienza di questa relazione speciale con Dio? Che cosa percepiva della sua identità? Gesù sapeva di essere Dio?

o I TITOLI

  MESSIA Gesù ha accettato se usato da altri il titolo messianico [Mc 8,29: confessione di fede di Pietro a Cesarea; Mc 14,61-62: Gesù nel processo davanti al Sinedrio], ma si è astenuto dall’usarlo spontaneamente. Perché? Per le implicanze politiche che questo avrebbe avuto; e lui non voleva essere un Messia politico.

  PROFETA ESCATOLOGICO neppure

  • SERVO SOFFERENTE Is 42-53: tutto agli antipodi del messia trionfante

  FIGLIO DELL’UOMO ogni uomo è figlio dell’uomo (è solo nei detti in cui Gesù parla di se stesso)? è un altro? è Dan 7?

  FIGLIO DI DIO la figliolanza metaforica del re davidico, di Israele, dei giusti….: insufficiente! Ma c’è un sovrappiù ontologico:

   Mc 11,27 (l’inno di giubilo)

   Mc 13,32: nessuno, neppure il Figlio, solo il Padre conosce il tempo del giudizio

   Mt 21,37 (i vignaioli omicidi): un rispetto per il ‘figlio’

  • siamo oltre quello che il titolo veterotestamentario era in grado di contenere

L’ANNUNCIO DEL REGNO

  Gesù predica il regno di Dio: «Il tempo è compiuto» (Mc 1,15)

  Gesù conferma con segni che con la sua predicazione il Regno è giunto: «se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito, il Regno è giunto» (Mt 12,28).

  Nella predicazione, nei miracoli, negli atteggiamenti di Gesù verso i poveri, gli emarginati e i peccatori, si compie il disegno stesso del Padre. La misericordia di Gesù è la misericordia di Dio.

  Dio è al centro del messaggio. Ma tra messaggio e messaggero vi è un legame speciale.

L’INSEGNAMENTO

  Un’autorità singolare, che supera quella di un qualsiasi rabbi

   ineffabile familiarità con Dio

   autobasileia: Amen! Ma io vi dico!

IL DIRITTO DI PERDONARE

ABBA

  Questo modo di rivolgersi a Dio era sconosciuto, se non in genere nel giudaismo palestinese, senz’altro nella preghiera.

  Rispecchia un ipsissimum verbum Iesu, perché è stato conservato nell’originale aramaico: Mc 14,36: consapevolezza di una vicinanza inaudita che per essere espressa necessitava di un linguaggio inaudito.

  (Forse anche nel paternoster di Lc la formula iniziale Padre è un’eco dell’Abba)

  • Gesù sapeva di essere Dio? MEGLIO: Gesù aveva una coscienza filiale! Gesù sapeva di essere in un rapporto con il Padre che non era quello di una qualsiasi altra creatura.
  • Gesù si è mai definito Dio? NO, perché THEOS era JHWH, e Gesù non è l’incarnazione del Padre, ma del Figlio.

  PERÒ si è definito nella sua ineffabile relazione filiale, con lentezza e gradualità, data la sua assoluta novità e l’assenza di un retroscena biblico in grado di rendere intelligibile questa assoluta rivelazione.

 

GESÙ IL FIGLIO, NELLA CRISTOLOGIA DEL NUOVO TESTAMENTO

  • Cristologia palestinese — il già della risurrezione

                   — il non ancora della parusia (Marana tha)

  Mc 14,62: la esaltazione di Gesù è unita alla sua futura venuta sulle nubi del cielo

o DAL CRISTO RISORTO AL VERBO INCARNATO

  • IL KERYGMA APOSTOLICO: GESÙ È IL RISORTO

  1Cor 15,3-7: [3]Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, [4]fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, [5]e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. [6]In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. [7]Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. [8]Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.

  Rom 1,3-4: [3]riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, [4]costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore.

   carne e spirito sono le due tappe dell’evento Cristo.

  1Tim 3,16. +…

  discorsi missionari di pietro e paolo ai giudei (è il primissimo; mentre solo dopo si sono rivolti ai gentili: At 14,15-18; 17,22-31).

  At 2,14-39: [14]Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così:

[22]«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, [23]dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. [24]Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. [32]Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. [33]Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. [34]Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice: Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, [35]finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi. [36]Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!».

– Non è l’affermazione di una persona umana, ma un partire dall’umanità, prima che dalla divinità.

– “Costituito”, cioè entrato nella pienezza del suo potere messianico

  PASQUALE (non dalla preesistenza)

  DAL BASSO (Cristo, Kyrios)

  SOTERIOLOGICA (FdD ha valore messianico, non ontologico)

  • VERSO LA PREESISTENZA: GESÙ È IL PREESISTENTE

  Questo Gesù che è risorto, chi era, già prima?

  (a) TRASFIGURAZIONE

  (b) BATTESIMO

  (c) NASCITA VERGINALE

  Gesù viene da Dio, sin dalla nascita e lungo la sua vita, ma questa divinità si è manifestata già prima: non un uomo divinizzato, ma un Dio fatto uomo.

Rom 1,3-4: [3]riguardo al Figlio suo,

             nato dalla stirpe di Davide

             secondo la carne,

          [4]costituito Figlio di Dio con potenza

            secondo lo Spirito di santificazione

             mediante la risurrezione dai morti,

           Gesù Cristo, nostro Signore.

  *DAL BASSO – *DALL’ALTO

  *PASQUALE – *PREESISTENZA

  *SOTERIOLOGICA – *ONTOLOGICA

Fil 2,6-11; Ef 2,14-16; Col 1,15-20; 1Tm 3,16; Eb 1,3; 1Pt 3,18-20.

Fulcro è l’intronizzazione di Cristo quale dominatore del mondo

  • GESÙ È IL FIGLIO ETERNO: DALLA ESCATOLOGIA ALLA PROTOLOGIA

Dalla Pasqua-Pentecoste, attraverso il Gesù storico, verso l’ontologia.

  Gv 1.1-18

Secondo fulcro è il primo mutamento dal mondo celeste alla dimora sulla terra.

  *AT…Logos = dabar + logos filoniano come principio di intelligibilità del reale

     Verbo con funzioni di ‘creatore’, ‘luce’, ‘giudizio’, ‘rivelatore’

  *NT + Monoghenes! (non semplicemente protothokos)

  *L’ESSERE INSIEME DEL PADRE E DEL FIGLIO

  *DALL’ALTO

¦ Il circolo ermeneutico è completo

[C’è immanenza? C’è economia, ma questa è in parallelo con l’immanenza. Tra funzione ed ontologia c’è rapporto necessario]

APPLICAZIONE A GESÙ DI PREROGATIVE DI JHWH

Applicate al Cristo, le prerogative di Dio indicano la sua divinità

  • Tempio. Mc 14: predetta la distruzione del tempio

         Mt 12,6: qui c’è più del tempio

         Gv 2,13: parlava del tempio del suo corpo

  • Gloria Eb 1,3: Cristo è l’irradiazione della gloria del Padre

         Tt 2,13s: Gesù è la gloria del nostro grande Dio

         Gv 1,14: noi vedemmo la sua gloria

  Pl: la gloria nell’umanità risorta di Gesù.

  Gv: la gloria che egli è, genitivo epesegetico: egli è la pienezza della presenza del Padre in mezzo agli uomini.

  • Shekinah Mt 18,20: la pienezza dell’essere-con-noi di Dio
  • Nome At 5,41: invocare il nome di Gesù, oltraggiati per il nome di Gesù.
  • Immagine visibile del Dio invisibile (Col 1,15).
  • Io-Sono, in senso assoluto: Gv 8,58, prima che Abramo fosse, Io-Sono: Es 3,14.
  • Logos – Dabar
  • Sapienza nella cristologia di Pl: Col 2,3; 1Cor 1,24
  • Grazia
  • Verità
  • Giustizia 1Cor 1,30: Gesù è per noi sapienza, giustizia, santificazione, redenzione
  • Amen (Ap): il «sì» detto da Dio all’umanità

LO SPIRITO SANTO

  1. LO SPIRITO SANTO NELL’ANTICO TESTAMENTO

Ruah Pneuma soffio, alito, aria, vento, anima (378 vv.)

 il nostro ‘spirito’ non è traduzione adeguata (= ‘immateriale’)

  cosmologico: il vento, il soffio dell’aria

  antropologico: forza viva presente nell’uomo, sede della conoscenza e dei sentimenti

  teologico: forza di vita di Dio, per la quale egli agisce e fa agire, sul piano esterno e sul piano interiore

  • spirito, una forza, un’energia, il principio di animazione del corpo
  • carne, realtà terrena caratterizzata dalla debolezza e caducità: «L’Egiziano è un uomo e non un dio, i suoi cavalli sono carne e non spirito» (Is 31, 3).

Spirito  di intelligenza, di sapienza, di gelosia; cattivo (1Sam 16,14).; di Dio, (= Dio: Is 40,13, ribellarsi e contristare lo spirito di Dio).

  1. LO SPIRITO È DATORE DI VITA

Nella creazione aleggia sulle acque (fonte P)

            viene insufflato nel protoplasto (fonte E)

  1. LO SPIRITO CONDUCE IL POPOLO, SUSCITANDO GUIDE

  — GLI EROI E I GIUDICI

Giud 6,34: «Lo Spirito del Signore investì Gedeone»

Giud 13,25: Sansone.

  — I PROFETI

   Isaia nella tempesta e nella tribolazione, annuncia un avvenire di speranza: l’Emmanuele ad Acaz, il nuovo Davide, il nuovo Adamo,

  • il discendente davidico ideale

  Is 11,1-5: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse.

        Su di lui si poserà lo spirito del Signore,

        spirito di sapienza e di intelligenza

        spirito di consiglio e di fortezza

        spirito di conoscenza e di timore del Signore»

  poserà cf. 2Re 2,15. Non occasionalmente (come prima), ma stabilmente.

  4 volte  quattro venti, punti cardinali… non si disperdono, ma si raccolgono sul virgulto di Iesse

  sapienza e discernimento  (non è descritto in sé ma dagli effetti)

   sapienza = facoltà di trattare con competenza i problemi quotidiani

   discernimento = intelligenza della situazione, per prendere la decisione giusta

   retta amministrazione del regno, cura per il benessere del popolo

  consiglio e fortezza

  = capacità di inventare abili progetti

  = vigore per porli in esecuzione

  doti belliche, con applicazione pacifica

  conoscenza e timore di Dio

  = riconoscimento del dominio supremo di Dio, obbedienza amorosa

  = rispetto, riverenza, amore verso Dio

[TM: 11, 3a: e il suo gustare il profumo nel timore di Dio] [LXX: “timore di Dio” = pietà]

  Il Messia avrà tutte le virtù possedute dai grandi personaggi della storia di Israele.

  • il carismatico predicatore del mondo pagano

  Is 42,1: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito si di lui». [Ciro o il Messia?]

  Spirito è la potenza di Dio, ed anche il pensiero, il volere, il modo di sentire di Dio

  (lo spirito di Dio non si confonde con lo spirito dell’uomo)

  Un nuovo esodo, guidato dal nuovo Mosè

  Una missione universale.

  Uno stile di mitezza, ‘medicale’

Is 60-61. 61,1s: «Lo spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a porte il lieto annunzio ai miseri» – Lc 4,21: «oggi questa scrittura si è adempiuta».

Il messia, da re, diventa profeta e servo.

  1. LO SPIRITO È PRINCIPIO DI COMUNIONE TRA DIO E L’UOMO

  Ezechiele

Ez 36,25-27: « [23]Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. [24]Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. [25]Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; [26]vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. [27]Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. [28]Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

  Cuore nuovo- cuore di carne – cuore di pietra

  Cuore è il motore dell’uomo

  spirito nuovo – mio spirito

Tutto sarà rinnovato. Una forza orientata al compimento dei precetti con cui è possibile vivere. Ciò rende possibile una nuova alleanza. Non è un fine, ma il mezzo per la comunione con il Vivente, attraverso la Legge.

Ez 37,3-5.10: « [1]La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; [2]mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. [3]Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». [4]Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. [5]Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. [6]Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: Saprete che io sono il Signore». [7]Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. [8]Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro. [9]Egli aggiunse: «Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell’uomo e annunzia allo spirito: Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano». [10]Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato».

  Dio crea grazie allo spirito un nuovo popolo, purificato e obbediente a Dio.

  Gioele: il dono escatologico sarà esteso a tutti i popoli

Gl 3,1-2: «Dopo questo io effonderò il mio Spirito su ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie, i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sopra le schiave in quei giorni effonderò il mio spirito».

  • Affinità con la SAPIENZA (Sap 1, 6-7) (per i PP, una prefigurazione dello Spirito non del Figlio)
  • L’OLIO, che facilita il combattimento.
  • Lo spirito è principio dell’autocomunicazione di Dio all’uomo: Dio con noi, Dio per noi. La sua sottigliezza e purezza gli permettono di insinuarsi dappertutto.
  1. LO SPIRITO SANTO NELLA VITA DEL SIGNORE

NELLA VITA

Lc 4,18 (l’omelia nella sinagoga di Nazareth) e At 10,38 (discorso di Pietro a Cornelio: «Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù). Gesù è stato unto per portare la salvezza e lo Spirito ha sempre guidato la sua vita:

  • lo SS guida Gesù nel deserto (Mc 1,12).
  • lo Spirito guida Gesù nella missione redentrice

  Mt 12,28: gli esorcismi sono compiuti per mezzo del «dito di Dio»

  Mc 3,28: la bestemmia contro lo SS (ci si può ingannare su Gesù, a causa della condizione kenotica della sua incarnazione, ma non sullo Spirito e sugli effetti).

  Lc 4,17; Lc 10,21: il giubilo nello Spirito.

  Mc 13,11: promessa del Gesù prepasquale: non preoccupatevi di cosa dire: parla lo Spirito Santo.

  • Eb 9,14: Gesù si è offerto al P con uno Spirito eterno.
  • Rom 1,3-4: kata pneuma mediante la risurrezione

NELLA CONCEZIONE E NEL BATTESIMO

  BATTESIMO

Gesù viene consacrato   Colui su cui riposa lo Spirito

                 Colui che agirà grazie allo Spirito

                 Colui che, glorificato e divenuto Signore, elargirà lo Spirito

  NO una chiamata esterna, come per i profeti o Paolo

  Sì una dichiarazione che risuona nella coscienza di Gesù: Gesù prende pienamente coscienza di essere ciò che egli è. [L’unione ipostatica non altera l’interezza dell’umanità].

     Figlio – Servo – Agnello

  UNZIONE profetica in vista dell’annuncio

Ma Gesù non ha “iniziato” ad essere il Messia con il Battesimo. Già dal concepimento egli era fatto uomo per opera dello Spirito. La santificazione dell’umanità di Gesù viene compiuta dall’unione ipostatica e dall’effusione dello Spirito: due momenti successivi non cronologicamente, ma logicamente.

Nella storia della Chiesa, la presenza dello Spirito nella vita di Gesù e in particolare il momento dell’Unzione non è stato chiaro fin dall’inizio.

Gregorio Nazianzeno, o Jeologos, diceva che “Cristo è l’Unto a causa della sua divinità e umanità […]; colui che unge [Dio] è chiamato uomo e l’Unto [cioè l’umanità assunta da Gesù] è fatto Dio”. Il Cristo che unge, in altre parole, è il Logos stesso che assume l’umanità ungendola divinamente in Gesù.

L’unzione dell’umanità è la categoria teologica che esprime la santificazione che l’umanità riceve a causa dell’unione ipostatica del Verbo con il Padre. Ma lo Spirito Santo come entra in rapporto con Gesù? Il NT dà grande risalto al Battesimo: lo Spirito scende su Gesù mentre si avvicina alle rive del Giordano (Mc 1, 9-11 e par.); Gv è ancora più esplicito nel riferire la testimonianza di Giovanni Battista (Gv 1, 32-34). Il discorso della sinagoga di Nazareth riferisce che “Lo Spirito del Signore è su Gesù che ha consacrato con l’unzione” (Lc 4, 18). Cfr. anche At 4, 27; 10, 38.

Ma quando è avvenuta l’unzione del Signore? Nel Giordano come sembrano riferire i testi biblici o già nell’incarnazione, come fa capire Gregorio Nazianzeno? E’ innegabile, del resto, che nella visione del Padre della Chiesa, lo Spirito abbia uno spazio sicuramente minimo. La Scrittura, invece, testimonia che Gesù è stato investito dall’azione dello Spirito ed è cresciuto umanamente sotto l’azione di essa.

Agostino, nel De Trinitate (cap. XV), propone una riflessione fondamentale: è assolutamente impossibile pensare che lo Spirito Santo sia sceso su Gesù solamente all’età di 30 anni! Gesù possedeva sicuramente lo Spirito fin dall’inizio della sua vita terrena; il Battesimo è la manifestazione di ciò che era fin dall’inizio. L’unione ipostatica assume il momento dell’unzione.

Il dibattito proseguì per tutta la storia della teologia. Segnaliamo due interventi a nostro giudizio esemplari:
– Tommaso (S Th III, 6, a.6; III, 34, a.1): la santificazione dell’umanità di Cristo è avvenuta “senza” l’Unzione dello Spirito, perché la Grazia dello Spirito lo ha raggiunto e colmato già prima dell’Incarnazione.
– Scheeben (XVIII sec.) che ne “I misteri del cristianesimo”, dice “l’Unzione di Cristo altro non è che tutta la pienezza della divinità del Logos”.

Per capire questo allontanamento della teologia dei Padri (e poi dei Dottori della Chiesa) dal semplice dato neotestamentario del Battesimo nel Giordano [attestazione multipla!], occorre ricordare il contesto di lotta alle eresie in cui si ragionava agli albori del Cristianesimo. Adozionismo e arianesimo costrinsero i teologi a distinguere e precisare con speculazioni a volte apparentemente forzate, il racconto evangelico che si prestava ad interpretazioni errate, quale per esempio quella che vedeva in Gesù un uomo elevato a Dio adottivamente attraverso l’infusione dello Spirito. In conseguenza di ciò si afferma a più riprese che Gesù è Dio in ogni istante della sua vita.

Per contro, non dobbiamo dimenticare l’interezza del dato neotestamentario. Mc 3, 29: la bestemmia contro lo Spirito è l’unico peccato che l’infinita misericordia di Dio sembra faticare a perdonare! La presenza dello Spirito nella vita di Gesù è evidente: cfr. l’episodio delle tentazioni.

4.1.2. Il contributo di Mühlen: Gesù ha sempre posseduto la pienezza dello Spirito Santo; il Battesimo lo rende più cosciente della propria Missione.

La sua preoccupazione di partenza è ecclesiologica. Egli sottolinea come si sia assistito ad una grande attenzione sul tema dell’Incarnazione, provocando una dimenticanza della categoria dell’Unzione.

Spieghiamo meglio: la Chiesa, prima del Vaticano II, era vista come “continuazione dell’Incarnazione”; si considerava cioè, in maniera analogica il rapporto fra le due nature (umana e divina) unite in Cristo e il rapporto che unisce il Corpo della Chiesa al suo Spirito (= “Spirito di Cristo”). Gli elementi dell’analogia possono essere individuati nelle seguenti azioni dello Spirito:
– unisce l’umanità a Cristo al quale lo Spirito è intrinsecamente unito (tanto che è “Spirito di Cristo”)
– attualizza in eterno l’evento salvifico dell’Incarnazione, in modo analogico, (sacramenti, Parola…).

L’Incarnazione, però, è un evento irripetibile e strettamente legato alla persona del figlio; sembrava quindi eccessivo ragionare in termini analogici per la Chiesa. Muhlen, allora, propone quest’altra pista di riflessione: Gesù Cristo, oltre ad essere Uno è anche Unto da uno Spirito attraverso il quale Gesù si è donato alla Chiesa donando ad essa lo Spirito stesso. Mühlen, quindi, propone che l’elemento della continuità Gesù – Chiesa, non stia nell’Incarnazione, ma nell’Unzione che garantisce anche l’irripetibilità di Cristo. Lo Spirito è l’elemento di unificazione fra noi e il Cristo.

“Gesù unto dallo Spirito Santo”; al proposito nel Vangelo troviamo una differenziazione cronologica (e “geografica”): l’Incarnazione avviene nel seno di Maria, mentre l’unzione è sulle rive del Giordano; i Vangeli sono chiarissimi su questo. Ma la dimensione cronologica non deve necessariamente coincidere con la dimensione logica: la teologia rifiuta una sequenzialità fra incarnazione e unzione, come se prima Gesù si fosse incarnato e poi avesse ricevuto su di sé lo Spirito. Gesù si è incarnato e quindi è stato investito dallo Spirito. La successione non è temporale, ma è logica [ed è analogicamente ripreso dalla teologia neotestamentaria che lo differenzia nella narrazione anche temporalmente].

Il merito di questa impostazione teologica è quello di aver ricuperato armonicamente il contenuto biblico e la riflessione patristica. Rimangono ancora aperti i problemi fondamentali: perché il NT separa così nettamente fra Betlemme e il Giordano? Lo Spirito scende dal cielo: è quindi dono del Padre e non del Logos? Cfr. Lc 4, 14; 4, 18; At 4, 27; 10, 38.

4.1.3. Il contributo di Congar: fin dal primo istante Gesù possiede lo Spirito Santo, ma durante la sua vita lo possiede in accenti diversi (Incarnazione, Missione, Risurrezione)

Cfr. “Per una cristologia pneumatica” e “La Parola e il soffio”.

Gesù si incarna attraverso lo Spirito Santo, ma agisce attraverso lo Spirito Santo solo dopo gli avvenimenti del Giordano. L’opera di Dio è storica; Dio assume la storicità; la vita di Gesù è allora un susseguirsi di eventi che si modificano nella progressione; le tappe storiche della vita di Gesù di Nazareth sono sempre eventi autocomunicativi di Dio a Gesù e in Gesù di Nazareth, mediante lo Spirito Santo.
In altre parole: Gesù nell’Incarnazione ha già lo Spirito Santo, ma nel battesimo avviene una nuova comunicazione dello Spirito stesso che fa “diventare” Gesù “Messia” (CristoV!)

(Cfr. Basilio Magno). Gesù non è adottato da Dio! E’ ontologicamente Figlio di Dio, Tempio dello Spirito per unzione; ma guidati dall’intenzione di rispettare le tappe dell’oikonomia e il NT, Congar propone di vedere prima nel Battesimo e poi nella Risurrezione l’attuazione della potenza dello Spirito Santo in Gesù costituito (e non solo dichiarato) dapprima Messia e poi Salvatore.

Sintetizzando, potremmo dire che Congar da un lato tenta di rimanere maggiormente legato alla base biblica e dall’altro sviluppa la distinzione posta da Muhlen fra unione ipostatica e unzione.

4.1.4. Il contributo di Balthasar: la taxiV, l’Ordo

Gesù è colui sul quale agisce lo Spirito. Balthasar afferma che la taxiV, l’ordo, delle Persone della Trinità non può essere alterato: Padre e Figlio e Spirito Santo.

Spesso però il NT adotta quella che egli definisce una “inversione trinitaria”. Nell’economia chenotica, cioè, si produce un’inversione nell’ordine: durante la vita di Gesù abbiamo il Padre e Spirito e Figlio. Il “terzo”, infatti, agisce su Maria per generare il “secondo”: la terza persona agisce sulla seconda. In questo modo l’umanità di Gesù è riempita pienamente dallo Spirito. L’Incarnazione e l’Unzione vengono a coincidere nel tempo, nel seno di Maria.

Durante l’evento Gesù, inoltre, Figlio e Spirito agiscono sempre insieme, garantendo sempre la struttura trinitaria: è il Padre, infatti che possiede sempre l’iniziativa. Lo Spirito Santo è il mediatore della volontà del Padre in Gesù Cristo; Egli porta Gesù verso il Padre, per la re-inversione trinitaria finale, nella quale il Figlio glorificato nella sua obbedienza d’Amore potrà effondere lo Spirito (il “Suo” Spirito) sugli uomini per la loro salvezza.

Anche il Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica risente di queste discussioni. Cfr. 438, a riguardo del vocabolo Cristo, l’Unto, dove si cita Ireneo; oppure 453: “Gesù è Cristo perché Dio Padre lo unse nello Spirito” (At 10, 38). Se poi approfondiamo la parte relativa al sacramento del Battesimo (453) troviamo che “nel Giordano, lo Spirito Santo che Gesù possedeva fin dall’inizio, si posò su di Lui…”
D’altra parte, cfr. anche 536: il Battesimo di Gesù è l’accettazione della sua missione di servo sofferente.

4.2. La presenza dello Spirito Santo coincide e si esaurisce nell’Unzione?

Secondo Lc 1, 35, lo Spirito Santo scende direttamente su Maria e quindi, già nell’Incarnazione Gesù è “santificato” dallo Spirito. Si tratta di un testo che non ha tutta la ricchezza degli altri sul tema dell’unzione e della missione. Gesù, in altre parole, nel momento dell’Incarnazione è già “Santo” (Schürmann), ma non ancora pienamente “abilitato” alla sua missione messianica (cfr. Lc 4: “per questo ho ricevuto l’Unzione”).

I Padri (prima di Ario) hanno insistito molto sull’Unzione che dà alla Chiesa motivo della sua esistenza e la continuità con il suo fondatore.

Ignazio di Antiochia: lettura allegorica dell’unzione di Betania, nella versione di Cristo come “capo” della Chiesa tutta unta; Betania e il Giordano sono strettamente collegate: due manifestazioni della comunicazione dell’Incarnazione da Gesù alla Chiesa.

Giustino: i doni dello Spirito riposano dopo la venuta di colui dopo il quale i doni si sono interrotti verso i giudei. Solo attraverso Gesù, infatti, è possibile ricevere il dono dello Spirito Santo.

Ireneo: Gesù ha assunto la carne (attivo) ed è stato unto dal Padre (passivo): sic Jesus Christus factus est. Gesù non è stato unto secondo la divinità (non ne avrebbe avuto bisogno), ma secondo l’umanità. L’Unzione è per la missione: annunciare il Regno e insieme comunicare quello stesso Spirito da cui Gesù era stato unto nella sua umanità. Noi abbiamo ricevuto la salvezza in virtù della sovrabbondanza della sua unzione. Filiazione – Unzione – Manifestazione: la Filiazione è accompagnata dal dono (Rom 1, 3-4: “costituito Figlio di Dio, in potenza secondo lo Spirito di Santità”). “Cristo”, infatti, è un nome trinitario.

Al pari di Ireneo, Basilio e Ambrogio: lo Spirito è dato al momento dell’Incarnazione (contro subordinazionisti e adozionisti, docetisti e modalisti), in chiara prospettiva trinitaria: Dio che unge, il Figlio che è Unto, lo Spirito Santo che è Unzione.

Atanasio: assumiamolo come rappresentante di una chiara teologia “dell’Unzione”. Parafrasando Giovanni, “Io santifico me stesso perché anche loro siano santificati nella Verità”. La sottolineatura cristologica cominciava a far cadere in minor luce la prospettiva “Paterna” e quindi trinitaria

La teologia della Chiesa, quindi, identifica in Gesù da una parte il Verbo preesistente e dall’altra Colui sul quale agisce lo Spirito; Il Figlio è Colui sul quale il Padre invia lo Spirito affinché esso sia comunicato per la salvezza di ogni uomo. Gesù Cristo è più correttamente Gesù il Cristo.

  1. LO SPIRITO SANTO NEL NUOVO TESTAMENTO

3.1. L’OPERA LUCANA

  • Lo Spirito è il principio dinamico della testimonianza che assicura l’espansione della Chiesa. PENTECOSTE

  Festa della mietitura, del dono della Legge al Sinai. Cristo è il nuovo Santuario, lo Spirito è la nuova legge. Universalizzazione. Tutti ascoltano nella propria lingua: lo Spirito entra in ciascun uomo e popolo, senza ledere le caratteristiche di alcuno.

  • Attualizza e diffonde la salvezza acquisita nel Cristo e per il Cristo.. Il Cristo trasmette ai suoi apostoli l’assistenza dello Spirito che aveva ricevuto nel Giordano.

ALTRE PENTECOSTI   Gerusalemme (2; 4,25-31); in Samaria (8,14-17); con Cornelio e a Cesarea, lanciando la missione (10,44-48; 11,15-17); a Efeso (19,1-6).

REG. il battesimo precede il dono dello Spirito.

ECZ. Cornelio: lo Spirito ha un’iniziativa assoluta.

       At   Pl

intervento dello Spirito nello sviluppo esterno

          in ogni membro interiormente

l’azione carismatica è constatabile da tutti

          è oggetto di fede, non tutti ne hanno esperienza

il Cristo manda lo Spirito ai discepoli per realizzare la sua opera

          lo Spirito realizza nei singoli cristiani il loro essere in Cristo

  • ¨ Personalità dello Spirito?

Non è semplicemente il VT, in cui Dio “dà” il suo soffio, poiché talora lo Spirito agisce lui stesso.. Vi è così in progresso verso la personalizzazione dello Pneuma, che è oltre la semplice personificazione letteraria. Gli sono attribuiti interventi determinati, ed è soggetto diverso da JHWH, ma non si parla di distinzione. Non è ancora Cost 381.

3.2. L’OPERA PAOLINA

146 vv. di cui 117 nelle grandi lettere dell’inizio.

o Il Vangelo è legato all’evento Cristo, che è legato allo Spirito: Rm 1,3-4 «Il Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide kata sarka, costituito Figlio con potenza kata pneuma mediante la risurrezione dai morti».

o Il dono dello Spirito porta a compimento l’antica promessa ad Abramo nell’economia della fede e non della legge: Gal 3,14 «[La croce] perché in Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede». In Gesù, il discendente di Abramo, anche noi diventiamo figli.

o L’adempimento della promessa viene da Dio, ma giunge ai pagani mediante la predicazione che suscita la fede: 1Cor 2,4-5 «La mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio».

o Mediante la fede ed il battesimo, il cristiano inizia la vita nello Spirito e per lo Spirito. Rom 8, 14-17 «–».

La nostra eredità è escatologica. e lo Spirito è la nostra caparra (2Cor 5,5; 2,21-22).

L’anticipo va però fatto fruttificare: Camminare secondo lo Spirito (Gal 5,16-17)

  Frutti della carne e dello Spirito: Gal 5

  Pregare nello Spirito: Rom 8,26: «viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede per noi con gemiti inesprimibili». NO una sostituzione all’uomo, ma la comunicazione di un dinamismo, di un’energia all’uomo, che è comunque lui a pregare.

[Dio tutto in tutti: 1 Cor 15-28].

o Lo Spirito edifica la Chiesa: 1Cor 12,13 «Noi tutti siamo battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo». 1Cor 12.

  MINISTERI E CARISMI

  — l’apostoloil profeta

  — i carismi  (1) distribuiti dallo Spirito secondo la sua volontà

          (2) differenti (varie liste, non esaustive)

          (3) per il bene comune e l’edificazione della Chiesa

          (4) al di sopra vi è la carità

LO PNEUMA E CRISTO

– Lo Spirito è tutto relativo al Cristo: 1Cor 12,3 «nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire ‘Gesù è anatema’, così nessuno può dire ‘Gesù è il Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo».

– Molti effetti vengono attribuiti indifferentemente allo Pneuma o a Cristo, o li uniscono nello stesso enunciato: 1Cor 6,11; 12,13; Rom 9,1.

  • Rom 1,3-4
  • 1Cor 15,45 «Il primo uomo Adamo divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita»
  • Rom 8,11 «E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi»
  • At 2,32-33 «Questo Gesù Dio lo ha risuscitato. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal padre lo Spirito santo che egli aveva promesso, lo ha effuso…»

prospettiva escatologica § 1Cor 15,28 «E quando tutto gli sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti».

— Gesù Figlio nella sua umanità glorificata e la via e la meta, ma è lo Spirito che compie la glorificazione. 2Cor 3,16-17 «Quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto [dagli occhi dei discepoli di Mosè]. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà».

   “ lo Spirito è il Signore”

   “ Gesù è fatto di Spirito come sua sostanza”

   # Noi proviamo o esperimentiamo il Signore Gesù come Spirito. Ciò che noi sperimentiamo come Spirito è in realtà il Signore Gesù glorificato. Si descrive la sua forma di esistenza, la forza con la quale egli si incontra nella sua comunità. Gesù glorificato esiste ed agisce nella sfera escatologica e divina dello Spirito. Il Signore glorificato e lo Spirito compiono la stessa opera, nella dualità del loro ruolo.

PERSONALITÀ DELLO SPIRITO?

In Pl, lo Spirito non è semplicemente una forza, ma Dio stesso in quanto è comunicato, presente e attivo: lo Spirito è Dio come amore attivo in noi. È anche qualificato come persona?

  — scruta le profondità di Dio (1Cor 2,10s)

  — è inviato nei nostri cuori (Gal 4,6)

  — testimonia nel nostro Spirito che siamo figli di Dio ((Rom 8,16)

  — grida in noi “Abbà, Padre” (Gal 4,6)

  — interviene per noi davanti a Dio (Rom 8,26)

  • chi compie tali azioni deve essere un soggetto libero e personale

  — distribuisce doni “come vuole” (1Cor 12,11)

  — inabita nei fedeli (1Cor 3,16)

  — è per noi dono (Rom 5,5), non come oggetto, ma come qualcuno che dona

  — nello Spirito, Dio dona se stesso (1Ts 4,8)

  — cf. formule ternarie, che equiparano lo Spirito al Kyrios e all’ho Theos.

Lo Spirito è il principio di comunicazione e comunione tra noi e Dio, tra noi tutti, poiché lo Spirito è sempre e solo uno e lo stesso

3.3. L’OPERA GIOVANNEA

3.3.1. Gesù è colui che dà lo Spirito

Gesù ha lo Spirito: Gv 3,34, colui che proferisce le parole di Dio, dà lo Spirito senza misura.

Con Nicodemo, Gv 3,5-6.8: nascere dallo Spirito, il battesimo cristiano fa nascere dall’alto, da Dio.

Con la samaritana, Gv 4,13-14: l’acqua viva per la vita eterna.

Nel tempio, Gv 7,37-39 [Non c’era ancora lo Spirito = (anti, cf. 6,63; 14,17) il dono dello Spirito è proprio dei tempi messianici, ed è fatto da Gesù glorificato, innalzato nella sua condizione di Kyrios].

Tra la croce e la gloria:

  • Mt 27,50: rese lo spirito; Mc 15,37, Lc 23,46: spirò) Gv 19,30 «inclinando la testa, emise lo spiirto». Gesù soffia su Maria e Giovanni, la Chiesa ai piedi della croce. Non è ancora Gv 20,22, ma nella duplicità prospettica di Gv è un’attuazione di 7,39 e 16,5-7. Gesù rende l’ultimo respiro e attraverso la morte volontariamente accettata, consegna lo Spirito ai suoi discepoli.
  • Il colpo di lancia al petto di Gesù (Gv 19,34) ne fa scaturire sangue e acqua. Da Acqua? Spirito? 7,38-39? [Petto, pleura – seno, koilia] Da Tertulliano in poi, dal costato di Cristo nuovo Adamo, nasce la Chiesa nuova Eva, fondata su battesimo ed eucaristia.
  • Promessa di un altro Paraclito.
  • Il dono pasquale dello Spirito ai Dieci (Tommaso è assente) Gv 20,21-23. Non è ancora l’equivalente della Pentecoste, Gesù non è ancora pienamente glorificato, perché si trattiene con i discepoli ancora un poco. Non vi è comunicazione secondo Gv 14 e 16. Lo Spirito non viene donato in quanto persona (manca l’articolo davanti a pneuma), ma come forza corrispondente alla missione comunicata.

 

3.3.2 L’altro Paraclito

Paraklètos Difensore, aiuto, consolatore, assistente, avvocato, patrono, consigliere.

Nei discorsi di addio

  14,15-17, promessa di un altro Paraclito

  14,26, egli insegnerà e ricorderà

  15,26-27, testimonierà per Gesù

  16,7-11, stabilirà la colpevolezza del mondo

  16,13-15, porterà i discepoli alla pienezza della verità

il rapporto del Paraclito

     con il padre

Il Padre lo donerà (14,16)

Il Padre lo invierà nel nome di Gesù (14,26)

Lo Spirito “esce” dal Padre (15,26)

Lo Spirito prenderà ciò che è di Gesù, ma anche del Padre (16,14s)

LO SPIRITO SANTO NEL NUOVO TESTAMENTO

LO SPIRITO SANTO NELL’OPERA LUCANA

  1. MANIFESTAZIONI DELLO SPIRITO IN LINEA CON L’A.T.
  2. lo Spirito profetico
  3. lo Spirito conduce la storia della salvezza
  4. MANIFESTAZIONI DELLO SPIRITO DI TIPO NUOVO
  5. l’effusione della Pentecoste
  6. l’animazione della testimonianza
  7. il battesimo nell’acqua e nello Spirito
  8. modalità della presenza dello Spirito

In sintesi: lo Spirito in san Luca

LO SPIRITO SANTO NELL’OPERA PAOLINA

  1. LA FEDE NELLO SPIRITO PRIMA DI PAOLO
  2. IL SIGNORE E LO SPIRITO
  3. lo Spirito di Dio in relazione con la risurrezzione del Cristo
  4. il dono dello Spirito ai credenti
  5. lo Spirito del Cristo
  6. azione del Cristo e azione dello Spirito
  7. LO SPIRITO E LA CHIESA
  8. il dono dello Spirito alla Chiesa
  9. la Chiesa e i ministeri
  10. LO SPIRITO E IL CREDENTE
  11. la comunione escatologica tra Dio e l’uomo
  12. lo Spirito e la vocazione cultuale del credente
  13. lo Spirito e il comportamento escatologico del credente

pIn sintesi: la pneumatologia paolina

LO SPIRITO SANTO NELL’OPERA GIOVANNEA

  1. DENOMINAZIONI GIOVANNEE DELLO SPIRITO
  2. IL FIGLIO E LO SPIRITO
  3. i racconti
  4. i discorsi
  5. abbozzi trinitari
  6. LO SPIRITO E I CREDENTI
  7. la comunicazione dello Spirito ai credenti
  8. l’opera dello Spirito

LO SPIRITO SANTO NELL’OPERA LUCANA

 

  1. MANIFESTAZIONI DELLO SPIRITO IN LINEA CON L’A.T.
  2. lo Spirito profetico

In Lc 1-2 c’è una moltiplicazione delle manifestazioni profetiche.

In At 2,17-18 (in dipendenza da Gioele, precedentemente citato, e da Num 11,29 “fossero tutti profeti nel mio popolo”), nasce (A) un profetismo generalizzato.

Il tema rimane però isolato, rispetto ai più numerosi esempi di (B) un profetismo riservato a singoli personaggi: Agabo (At 11,27-28), Filippo (8,39-40), le figlie di Filippo (21,9), Paolo (13,9-11; 20,23), membri regolarmente riconosciuti (13,1; 15,32).

  1. lo Spirito conduce la storia della salvezza

Ha animato Giovanni il Battista, Maria, Gesù. Spinge alla missione Filippo (8,29), Pietro (10,19-20), Branaba e Saulo (13,2.4), Paolo (16,6-10).

  1. MANIFESTAZIONI DELLO SPIRITO DI TIPO NUOVO
  2. l’effusione della Pentecoste

Il giorno di Pasqua il risorto manda ad attendere la ‘forza dall’alto’. Nel cinquantesimo giorno, memoriale del dono della legge, si adempie la promessa di Gioele 2,17. Scopo della effusione è la missione universale della Chiesa.

  NON è la reinversione di Babele, perché non avviene il ripristino dell’unicità della lingua, ma l’intelligibilità del vangelo in tutte le lingue. PIUTTOSTO, sullo sfondo vi è un’interpretazione popolare della rivelazione di Dio sul Sinai (Es 19,16): Dio interviene nel rumore e nel fuoco e «la fiamma divenne una parola articolata nel linguaggio familiare agli uditori» (Filone).

  1. l’animazione della testimonianza

Lo Spirito dà il coraggio di confessare pubblicamente la fede. At 2,12 ss, Pietro di fronte ai beffeggiatori.

  1. il battesimo nell’acqua e nello Spirito

  At 2,38: «convertitevi, ognuno venga battezzato nell’acqua per il perdono dei peccati, e riceverete lo Spirito santo». Ma lo Spirito non dovrebbe rimpiazzare l’acqua?. Di fatto entrambi vengono combinati, per il legame che in Israele (cf. Qumran) esisteva tra acqua e Spirito.

  Reg: battesimo prima dello Spirito. Ecz: Spirito e poi battesimo: i pagani a Cesarea (10,44-48), i Samaritani*** (8,17), i discepoli*** del Battista a d Efeso (19,6).

— *** si indica un’imposizione delle mani: è solo un gesto dimostrativo dell’autorità e dell’integrazione nel popolo, non un modello liturgico.

— «battezzare nello Spirito»: dunque l’effusione dello Spirito è sempre stata in collegamento con il battesimo d’acqua.

— Altre pentecosti.

  1. modalità della presenza dello Spirito

13,5: erano ripieni: imperfetto di durata: una condizione permanente

4,31: furno ripieni: passato storico di azione: un dono rinno9vabile

— se è “dall’alto”, è sempre un dono, ed è impossibile appropriarsene, rimane sempre un dono attuale.

. glossolalia (10,46; 19,6; 8,17-18)

. nessuna manifestazione speciale, se non la franchezza ed il coraggio nel confessare la fede.

p In sintesi: lo Spirito in san Luca

Sino a Giovanni battista – qualifica i profetie gli eroi

Gesù è l’unico depositario dello Spirito

A partire dalla Chiesa lo Spirito anima l’azione missionaria nella storia della salvezza

NESSO cristologia – pneumatologia – ecclesiologia

 Personalità? Nello Spirito, Dio prende possesso dell’umanità, investendola con la propria energia divina. È ancora lo SS al modo dell’Antico Testamento.

 

LO SPIRITO SANTO NELL’OPERA PAOLINA

 

  1. DA DOVE NASCE LA CONOSCENZA DELLO SPIRITO?

Dialogo pendolare tra esperienza e Scrittura. La Chiesa è il popolo messianico in cui è vivo il dono escatologicvo cdello Spirito: «non lo sapete?» (1Cor 3,16).

LUOGHI DI ESPERIENZA DELLO SPIRITO

  1. stupore per una predicazione che suscita la fede: lo spirito dà la potenza (1Cor 2,4-5).
  2. culto della comunità radunata alla presenza del Signore vivente: lo Spirito mette ion comunicazione con Dio ed ispira la profezia (1Cor 14,1.3.24-25), la preghiera (1Cor 14,15-17), l’acclamazione di fede (1Cor 12,3.9).
  3. individdualmente, il credente sa che la preghiera gli è suscitata dallo Spirito (Gal 4,6; Rom 8,15.26-27) e sa si essere abitato dallo Spirito (1Cor 6,19).

 

  1. LO SPIRITO IN RAPPORTO AL CRISTO
  2. lo Spirito di Dio in relazione con la risurrezione del Cristo

Rom 1,3-4: formula pre-paolina, (giudeo-cristiana).

   Due tappe della storia della salvezza.

   katà: valore temporale, causale, strumentale.

   Cf. Is 11,1-2.

   Cf. Ez 37,1-14: «nato dalla stirpe di Davide in virtù della natura,costituito Figlio di Dio con potenza in virtù dello Spirito santo, per mezzo della risurrezione dai morti».

Rom 8,11: la potenza della risurrezione dello Spirito è garantita dalla risurrezione del Cristo.

1Cor 15,45: l’ultimo Adamo, il Cristo, è un «soffio che fa vivere»

  Contrapposizione tra due economie: Adamo – morte, Cristo – vita (Adamo protoplasto con un soffio vivente dentro)

NON la risurrezione del Cristo in dipendenza dallo Spirito. MA la risurrezione dei cristiani, operata dallo Spirito, in dipendenza dalla risurrezione del Cristo. Maggiore peso alla cristologia.

  1. il dono dello Spirito ai credenti

Proviene da Dio, piuttosto che da Cristo (2Cor 1,22; 5,5; Gal 4,6; 1Tess 4,8). Pneumatologia e cristologia hanno un significato distinto.

  1. lo Spirito del Cristo

. ‘Spirito di Dio, Spirito santo, Spirito’

. ‘Spirito del Cristo’: Rom 8,9; Gal 4,6; Fil 1,19; 2Cor 3,17.

  1. azione del Cristo e azione dello Spirito

Le espressioni in Cristo e nello Spirito appaiono intercambiabili.

   «Il Signore è lo Spirito» (2Cor 3,17)

‘Signore’: Dio o Cristo? ‘È’?

2Cor 3,16: Cf Es 34,34. Kyrios è il Cristo.

6-8: antitesi tra lettera e Spirito, poi ripresa al tema della gloria velata o rivelata.

?? Comunque, non vi è identità ontologica tra Gesù glorificato e lo Spirito.

   Formule ternarie

2Cor 1,21-22

Gal 4,4-6

1Cor 12,4-6

2Cor 13,13

  • Cristo e lo Spirito sono associati, ma lo Spirito non si identifica con l’essere o con la potenza del risorto.

 

  1. LO SPIRITO IN RAPPORTO ALLA CHIESA
  2. il dono dello Spirito alla Chiesa

La Chiesa, in quanto popolo messianico, è dotata dello Spirito.

Gal 3,14; 1Cor 3,16; 1Cor 12,12-13: corpo radunato in unità dall’unico pneuma.

Gal 4,4-6: non si evoca – come del resto altrove – una Pentecoste sui Dodici. Ma forse non ha avuto occasione di prendere in considerazione la cosa.

  1. la Chiesa e i ministeri

1Cor 12-14: i credenti sono dei ‘santuari’

  i carismi sono il segno della generosità e libertà di Dio (Rom 12) o dello Spirito (1Cor 12,4-11) nella distribuzione dei doni e ministeri all’assemblea. [Non ha dunque senso appelaarsi a Paolo per la contrapposizione con l’istituzione].

  la profezia è grosso modo la nostra predicazione.

  la glossolalia è una lode rivolta a Dio in un linguaggio estatico misterioso.

 

  1. LO SPIRITO IN RAPPORTO AL SINGOLO CREDENTE
  2. la comunione escatologica tra Dio e l’uomo

L’autorità dello Spirito non è in un faccia a faccia, ma in un’associazione esistenziale. Cf. Ez 36,26s. Pur restando distinto dall’uomo, lo Spirito di Dio è percepito come uno spirito umano nuovo. C’è immanenza nella trascendenza.

I credenti sono spirituali (1Cor 2,13-15) ma i corpi lo diventeranno con la risurrezione (1Cor 15,42-46).

  La carne è una potenza negativa che resiste allo Spirito (Gal 5,16-17).

  Ma lo Spirito è una realtà radicale: Rom 8. È primizia (Rom 8,23), caparra (2Cor 1,22; 5,5).

  1. lo Spirito e la vocazione cultuale del credente

Il corpo dei credenti è un santuario (1Cor 6,16). [Il corpo è l’esistenza concreta dell’uomo nel mondo. Con il corpo si rende culto a Dio: Rom 12,1]

Lo Spirito del Figlio suscita la preghiera al padre nei nostri cuori (Gal 4,6).

Rom 8,26-27: l’uomo è incapace di pregare bene, e lo Spirito suscita un’espressione non verbalizzabile dell’anelito ad una liberazione escatologica. Solidarizza con tutti i santi (27) e con l’intera creazione (22).

Ma deve comunque trovare un’espressione intelligibile (cf 1Cor 14,2.6).

  1. lo Spirito e il comportamento escatologico del credente

Il credente è stimolato a vivere in una prospettiva escatologica.

  È UNA GRAZIA DONATA DALLO SPIRITO.

Una adozione a figli (Gal 4,4-7), e guida i credenti (Rom 8,14).

Lo Spiritoè presente nel cuore e nel corpo, producendo santità (1Tess 4,7-8), giustizia (1Cor 6,11), e vita (Rom 8,2.6.10), ed altri frutti escatologici: Gal 5,22-23: lista indicariva non esauriente.

  È L’OBBEDIENZA AD UN’AUTORITÀ  Da essere soggetto alla schiavitù della «carne», che è soggetta ad una legge di peccato (Rom 7,25; Gal 5,24; Rom 8,7).

  da tale obbedienza scaturisce la libertà (Rom 8), sebbene anche dopo la liberazione i credenti rimangano esposti alla minaccia della carne. Gal 5,25: «viviamo (indicativo) sotto l’impulso, quindi ci sottomettiamo (imperativo)»

In sintesi: la pneumatologia paolina

— Lo Spirito è l’animatore della vita quotidiana: cf. Ez 36,26-27.

Ma non sono esclusi i doni spettacolari, da valutare però non secondo i criteri pagani ma secondo il criterio cristiano del Cristo-carità e della edificazione della Chiesa (1Cor 12-14).

— Non si interessa tanto all’essenza dello Spirto quanto ai suoi effetti

  – garantisce la presenza di Dio (1Cor 3,16-17)

  – suggella l’unità di tutti, indipendentemente dallo statuto sociale o dalla razza (1Cor 12,13)

  – anima la vita comunitaria (1Cor 12,4-11)

  – suscita l’agape (Gal 5,22-25).

  – come soffio, penetra nel cuore dell’uomo, instaurando una comunicazione di Dio con l’uomo che apre all’uomo la comunione con Dio. (Rom 8,16)

Contro il legalismo giudaizzante lo Spirito conduce ad un’obbedienza immediata, che sopprime le antiche mediazioni rituali e morali.

Contro l’entusiamo paganeggiante si rafforza il legame storico con l’ebvento Cristo e con la Chiesa comunità concreta.

PERSONALITÀ DELLO SPIRITO?

In Pl, lo Spirito non è semplicemente una forza, ma Dio stesso in quanto è comunicato, presente e attivo: lo Spirito è Dio come amore attivo in noi.

È anche qualificato come persona?

  — scruta le profondità di Dio (1Cor 2,10s)

  — è inviato nei nostri cuori (Gal 4,6)

  — testimonia nel nostro Spirito che siamo figli di Dio ((Rom 8,16)

  — grida in noi “Abbà, Padre” (Gal 4,6)

  — interviene per noi davanti a Dio (Rom 8,26)

  • chi compie tali azioni deve essere un soggetto libero e personale

  — distribuisce doni “come vuole” (1Cor 12,11)

  — inabita nei fedeli (1Cor 3,16)

  — è per noi dono (Rom 5,5), non come oggetto, ma come qualcuno che dona

  — nello Spirito, Dio dona se stesso (1Ts 4,8)

  — cf. formule ternarie, che equiparano lo Spirito al Kyrios e all’ho Theos.

Sono forti indicazioni nel senso della personalità, ma occorre attendere Gv.

Lo Spirito è il principio di comunicazione e comunione tra noi e Dio, tra noi tutti, poiché lo Spirito è sempre e solo uno e lo stesso

LO SPIRITO SANTO NELL’OPERA GIOVANNEA

  1. DENOMINAZIONI GIOVANNEE DELLO SPIRITO

Pneuma (15 vv.)

Spirito santo (3 vv.)

Spiirto di verità (3 vv.)

Paraclito (4 vv.)

  1. IL FIGLIO E LO SPIRITO
  2. i racconti

Nell’incarnazione del Verbo, lo Spirito non viene affatto menzionato. Però se ne fa menzione – e reinterpretazione nel battesimo: su Gesù lo Spirito discende e riposa.

Nel corso del minsietro non si fa poi più menzione al ruolo dello Spirito.

19,30 dono costitutivo dello Spirito ad un gruppo rappresentativo del popolo escatologico Alla morte Gesù trasmette lo Spirito. Presso la croce c’è un gruppetto di fedeli. A questi, che egli rende la sua famiglia, egli trasemtte lo Spirito, affinché non rimangano orfani.

20,19-23 lo Spirito è comunicato comepotenza in vista di una testimonianza coraggiosa. Come in At 2, qui è il Figlio che investe i dicepoli di una missione che ha come scopo quello di prolungare la sua. [cf Mt 28,16-20; Lc 24,36-49].

(a chi è dato il potere? ad un gruppo di discepoli deliberatamente indistinto, quindi all’intera comunità, non solo ai Dieci)

  1. i discorsi

lo Spirito e le parole del Figlio  3,34: a differenza dei profeti, che lo ricevevano in misura differente, l’inviato riceve lo Spirito senza misura.

6,63: le parole di Gesù introducono nel mondo della carne lo Spirito e la vita dall’alto.

lo Spirito promesso ai credenti dal Figlio

7,33-39: Fiumi d’acqua viva sgorgheranno…

     19,30 (sangue e acqua) realizza la promessa

     Cf Sir 24,30-31: l’assetato diventa fonte straordinariamente abbondante e potente grazie al donoi dello Spirito xche gli farà il crociofisso.

  Comunque si tratta di una promessa dello Spirito fatta a Gesù dai discepoli già prima della morte.

(«non c’era lo Spirito perché Gesù non era stato glorificato»)

14,16 – 14,26 – 15,26 -16,7: lo Spirito è promesso perché dovrà sostituyire il Figlio, in modo anzi vantaggioso, così da compensare la rottura della morte (16,7; 14,16b). Lo Spiirto non aggiunge nulla, ma attualizza la presenza del Figlio ed il suo insegnamento. Ecco perché non c’è motivo che l’Altro Paraclito intervenga finchè c’è il primo Paraclito.

il Figlio e il dono dello Spirito Cesura tra 14 e 15.

In ante-cesura lo Spirito è mandato dal Padre, in linea con la tradizione veterostestamentaria, ma dietyro domanda o in nome del Figlio (14,16.26)

In post-cesura l’origine dello Spiirto rimane sempre dal Padre, ma è lo stesso Figlio che lo comunica (15,26), nell’effusine che ne viene nella corce e nella risurrezione.

  1. abbozzi trinitari

Anche qui interessa il ruolo, ma nella mentalità biblica il ruolo definisce l’identità.

«Dio è Spirito» (4,24). Non è una definizione dell’essenza di Dio, ma la dichiarazione che ora, cioè dopo Gesù, Dio si fa conoscere come un Dio «dall’alto».

Lo Spirito (cf dialogo con Nicodemo) si rende presente misteriosamente, come il soffio del vento.

«In Spirito e verità», cioè non teoricamente ma nello Spirito santo e nel Figlio-verità.

  1. LO SPIRITO E I CREDENTI
  2. la comunicazione dello Spirito ai credenti

3,5: il battesimo è il luogo per la comunicazione dello Spiirto.

nel contesto della rivendicazione al cristianesimo della pratica battistiana (3,22-30; 4,1-2).

Cf anche 4,13-14 (l’acqua che io darò diventerà sorgente…)

  1. l’opera dello Spirito

NO manifestazioni di entusiasmo, o esorcismo o guarigioni. TUTTO sta nella comunicazione della verità e della vita.

 Spirito della verità (14,17; 15,26; 16,13).

  Rivela la verità tutta intera (16,13): cioè rivela il Figlio e le sue parole (15,26; 14,26) e per suo tramite il Padre (16,13-15). Non è una ‘gnosi’, ma è l’iniziazione ad una relazione di fiducia, una ‘conoscenza nel segno dell’ingresso in una relazione interpersonale.

 Spirito della vita, (cui si giunge attraverso la conoscenza della verità), Direttamente (6,63a) o attreverso le parole del Figlio (6,63b).

 Spirito che interviene nel processo tra Dio e il mondo: 16,8-11

Fa da ‘avvocato’ e rivela la gravità della posta in gioco. La colpa e di non credere al Figlio che garantisce la vittoria del diritto e la condanna del tiranno. Anche qui si tratta di un servire l’opera del Figlio. E di un servizio ai cristiani, che potrebbero risultare indifesi nel processo.

Personalità dello Spirito?

  Gv 14,16-17: un altro Paraclito

  Gv 14,26: vi insegnerà ogni cosa

  Gv 15,26-27: mi renderà testimonianza

  Gv 16,5-15: se non vado, non viene

parallelismo tra le azioni del Cristo e dello Spirito.

termine ‘paraclito’: avvocato che difende la causa di chi è ingiustamente accusato.

è l’altro Paraclito: uno presso il Padre, uno nel mondo.

trasferimento dal genere neutro (tò) al genere maschile (hò)

   14,17: M & N    tò…hò

   14,26: M & N    hò parakeltos…tò pneuma…ekeinos

   15,26: M & N    hò parakletos, hon… tò pneuma…hò, ekeinos

   16,13: M!   ekèinos! solo il maschile.

   [Spirito principio femminile?]

IN SINTESI

Identità dello Spirito… Difficile!

A partire dalla cristologia…

A partire dalla ecclesiologia…

A partire dalla esperienza…

A partire dalla esegesi… (ma che dire dello Spirito presso le altre tradizioni?)

p Un asse comune

Spiirto di profezia che proclama il Cristo (Lc), Spirito animatore di una vita nuova in Cristo (Pl), Spirtio di verità che apre alla conoscenza attuale del Figlio (Gv), l’effusione dello Spirito è comunque la grazia escatologica, che dipende dall’opera messianica del Cristo, ed ha uno sbocco ecclesiologico.

  Lo Spirito è Dio stesso in qunato entra nell’esistenza della comunità intera ed in quella degli individui come un soggetto distinto, anzi come il soggetto: colui che parla o fa parlare (Lc), colui che guida (Pl), colui che convince (Pl).

  In alcuni monùmenti di ‘entusiasmo’ lo Spirito invade l’intimo del credente, ma ordinariamente non lo obnubilano, ma costituendo l’uomo come un soggetto responsdabile nella relazione con Dio, coniugando libertà di risposta e sottomissione alla presenza.

TESTI TRINITARI NEL NUOVO TESTAMENTO

 

ALLA RADICE DEI SIMBOLI

  Una funzione confessante

  Una funzione dottrinale

LE CONFESSIONI DI FEDE NEL NUOVO TESTAMENTO

 

  1. PRIMO MODELLO CRISTOLOGICO: IL NOME DI GESÙ + UN TITOLO

   «Gesù è il Signore» (Rm 10,9; Fil 2,11; 1Cor 12,3)

   «Gesù è il Cristo» (At 18,5.28; 1Gv 2,22)

   «Gesù è il Figlio di Dio» (At 8,36-38)

Degli slogans, forse di provenienza liturgica.

Significativi: cf. Cesare è il Signore… Gesù ha preso potere in cielo, in terra e negli inferi. Cf. “Anatema al Cristo” nelle persecuzioni.

Si combinano: “Nostro Signore Gesù Cristo” (Col 3,1; Ef 3,11).

 

  1. SECONDO MODELLO CRISTOLOGICO: IL KERYGMA
  2. Gesù, uomo accreditato da Dio, ucciso, ma risuscitato da Dio

  Pt   At 2,14-39; 3,12-12; 4,9-15; 5,29-32; 10,34-43

  Pl   At 13,16-41

  1. 1Cor 15,3-5 croce-risurrezione

  Fil 2,6-11 schema abbassamento-innalzamento

  Rom 1,3-4; 1Pt 3,18 katà sarka – katà pneuma

  1. MODELLO BINARIO: DIO IL PADRE – CRISTO

Elencati secondo l’ordine, e ad ognuno un ruolo nella storia della salvezza:

1Cor 8,6 un solo Dio – un solo Cristo

1Tm 2,5-6.6,13

[Formule per il kerygma ai giudei]

Manca lo Spirito Santo ß sono formule catechetiche e non liturgiche o battesimali. Lo Spirito santo – per i primi cristiani – non è tanto l’oggetto di un insegnamento quanto colui nella cui potenza si muove la fede in Gesù: «Nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito santo» (1Cor 12,3)

  1. MODELLO TERNARIO: PADRE – FIGLIO – SPIRITO

Formule enumerative ‘ternarie’ (più che trinitarie)

  1. 1Cor 12,4-6

Paolo invita ad ordinare i carismi in una cornice trinitaria. L’abbondanza disorinetante dei doni dello Spirito (siamo a Corinto…) non deve disgregare ma portare alla comunione. Vi sono ripetizioni nell’elenco: non ha preoccupazioni giuridiche, ma è l’eco della percezione trinitaria paolina, già abbastanza sviluippata da essere base per una catechesi ecclesiastica. sarebbe bastato attribuire tutto allo Spirito e invece tutta la filigrana è trinitaria.

  Anche qui la liturgicità implica una ridondanza retorica.

   Ef 4,4-6

   2Ts 2,13-14

   Gal 4,6

   Tt 3,4-7

   Eb 10,29

   dallo Spirito al Padre

   2Cor 13,13

Espansione di formule omologhe composte di un solo elemento (Rom 16,20), dovuta ad esigenze di maggiore insistenza e solennità. Il (2) membro è commento al (1), ed il (3) allude alle manifestazioni del Pneuma nel culto. Le formule liturgiche prediligono soluzioni enfatiche, ma non sono molto precise ‘logicamente’.

Il culto cristiano è possibile solo nello Spirito.

In Cristo si rivela l’amore del Padre che, nello Spirito santo è la vita della comunità ecclesiale.

  • Dio, il Kyrios e il Pneuma hanno un ruolo preciso nell’annuncio di Cristo ß hanno un maniera fissa di essere ciatati.
  1. Mt 28,19-20
  • In origine il battesimo è amministrato nel nome di Gesù (At 2,38; 8,16; 10,48; 22,16): il battezzato è così inserito nell’atto redentivo operato da Gesù

  Un arricchimento dell’insegnamento originario nel nome di Gesù, con la figliolanza che rimanda a Dio e al concetto di paternità, e con il dono dello Spirito.

  Non si tratta dunque di due prospettive contrastanti, ma del rapporto che c’è tra bocciolo e fiore. La fede è trinitaria sin dall’inizio, la confessione lo diventa successivamente.

  • Determinante in questa evoluzione la narrazione evangelica del battesimo di Gesù, che è presentato in prospettiva trinitaria. Non è quindi una predilezione giudaica per le triadi, ma la conseguenza di una riflessione originaria sull’articolazione triadica.
  • Non è ancora una fede nella tripersonalità e nella parità dei Tre, ma una fede nel Dio che si era rivelato nel Figlio e come caparra dell’adozione aveva donato lo Spirito.

Sono testi funzionali, che indicano cioè la storia della salvezza, non l’immanenza. [Su un piano ontologico, riguardo a Cristo, si lanciano Col 1,13-19; Eb 1,1-4)]

Non è autentica 1Gv 5,7-8: dove compare TRE, che sono UNO. Si tratta di un inciso del V secolo

Non troviamo grandi ardimenti speculativi, ma il rioflesso di un’esperienza intyenza. La Trinità non è un problema teorico, ma un evento pratico, e con implicazioni pratiche

Rilettura trinitaria degli eventi

  Morte, Annunciazione, Battesimo, ecc.

MISTERO TRINITARIO

Dio si rivela e si autocomunica come un solo Dio (una sola natura) in tre Persone (Padre – Figlio – Spirito)

     uguali in divinità

     distinte nel loro essere tre persone, tre relazioni sussistenti, tre sussistenze della stessa natura divina.

I Tre possiedono l’unica natura, ma ciascuno a modo proprio:

     il Padre la possiede come Principio e fonte del suo Verbo, che da lui è generato perfettamente uguale a lui.

     il Figlio la possiede come Verbo generato dal Padre.

     lo Spirito la possiede come ‘spirato’ dal Padre e dal Figlio, cioè come comunione di unità e di amore tra i due, come Amore reciproco, come Noi sussistente.

La Uni-Trinità è conosciuta soltanto per rivelazione. Dio ce lo comunica, ma ciò è totalmente oltre ogni possibilità della ragione umana. Poiché Dio attesta di sé così, così è.

     La ragione non può dedurre, né comprendere nella sua essenza intima e profonda. Può però dimostrare la non-assurdità e la non-contraddittorietà, e la fecondità per la vita dell’archetipo trinitario.

     Comprendere può solo l’amore, poiché Dio stesso è amore.

IL CRISTIANESIMO È MONOTEISMO NON SOLITARIO MA TRINITARIO

A differenza del monoteismo yahvista ebraico, e del monoteismo mussulmano, per il quale l’unico peccato che la misericordia di Allah non potrà perdonare è quello di avergli ‘associato’ qualcuno.

IL DIO CRISTIANO È UN DIO PERSONALE

     Non è un Qualcosa ma un Qualcuno.

     Non è il Brahman-Atman, o il Sé profondo… È un Tu col quale l’io umano può allacciare un dialogo, nella comunione che non implica mai la confusione.

     Il Dio cristiano ci chiama dentro di sé: figli nel Figlio, per l’opera dello Spirito, a contemplare il Padre: Abbà.

    Padre.

     In altre religioni del Mediterraneo e della Mesopotamia, gli uomini hanno origine da Dio per generazione. Padre-creatore-conservatore.

     Presso gli ebrei, Dio è padre per il popolo d’Israele (Dt 32,6; Is 63,16; 64,7), o per il solo re (2Sam 7,14; Sal 68,6), mai di un singolo, o dell’intera umanità.

     Nel cristianesimo questo è invece il nome che Gesù ha sulle labbra e mette sulle labbra dei suoi discepoli.

     Dio è Padre con la miserciordia (Lc 6,36), la bontà (Mt 5,45), la provvidenza (Mt 6,8), il perdono (Mc 11,25), i doni del tempo messianico (Mt 7,11), il regno (Lc 12,32).

     Non è solo una paternità morale, ma una una cooptazione in una vita divina: Dio è amore, unione interpersonale Dio-uomo.

     [Tra i nomi di Allah, nel Corano, non c’è ‘Padre’].

L’INCARNAZIONE

Gesù è la Seconda persona della Trinità, ed ha assuntyo una natura umana, in modo non transitorio ma premanete. Veramente Dio, e veramente uomo.

     Per la sua identità ontologica, Gesù non è uno dei tanti maestri, ma l’unico Rivelatore e salvatore: il Dio-con-noi-in-modo-umano.

     [I quattro modelli di teologia cristiana delle religioni].

  1. L’APORIA PERMANENTE DELLA TEOLOGIA TRINITARIA

La Trinità è un mistero di fede, qualcosa di assolutamente indeducibile e inderivabile.. La rivelazione non dissolve il suo carattere misterioso, cioè non irrazionale ma eccedente le possibilità dell’umana ragione.

   Come l’unità aasoluta di Dio con la reale distinzione delle persone?

   Come l’uguaglianza delle persone con la dipendenza di origine di P2 da P1 e di P3 da P1 e P2?

  Come l’essere eterno di Dio ed il suo eterno divenire attraverso generazione e spirazione?

Dio è inconoscibile nella sua essenza e nelle sue intime relazioni.

VESTIGIA DELLA TRINITÀ NEL MONDO?

Sole-raggio-fiamma

Fonte-fiume-canale

Radice-tronco-frutto

Misura-numero-peso (Sap 11,20)

Mens-notitia-amor (Gen 1,28)

Non sono prove, ma illustrazioni a partire dalla confessione di fede.

Non la trinità a partire dal mondo, ma il mondo a partire dalla Trinità

L’unico vestigium Trinitatis è Gesù di Nazaret.

LO SVILUPPO DEL DOGMA TRINITARIO NEI PADRI

Il dogma rappresenta nella storia della teologia la risposta al bisogno di esplicitare e sviluppare (mai di sostituire!) il kerygma neotestamentario. I tre nomi vengono uniti nel NT, nell’opera della salvezza. Anche nell’opera creatrice, il Figlio è mediatore della Creazione. Il passaggio che abbiamo conosciuto è dal livello storico salvifico ad un livello speculativo. “Padre e Figlio e Spirito Santo”: cosa significa? Un soggetto personale o tre? In che senso “Dio”? In che modo Figlio e Spirito partecipano dell’unico Dio? Come l’uomo Gesù di Nazareth può essere accreditato di preesistenza e natura divina?

 

  1. I – II secolo: i Padri Apostolici e gli Apologeti

Percorriamo i passi più significativi (tra quelli in nostro possesso) della riflessione immediatamente post – neotestamentaria. Non sono vere e proprie speculazioni sistematiche, ma accenni alla dottrina trinitaria usata in contesti storico salvifici.

 

1.1. I Padri Apostolici

1.1.1. Il pastore di Erma: la bellissima confusione

Lo prendiamo come esempio di bellissima confusione tra Padre e Figlio e Spirito Santo, tra preesistenza e creazione, tra incarnazione e esaltazione e croce, etc…

Cfr. cap. 6, similitudo 5: “Allo Spirito Santo, che è preesistente, che ha fatto tutta la Creazione, Dio lo ha fatto abitare nel corpo di carne che Lui ha voluto. Però, questa carne in cui abitava lo Spirito Santo, ha servito bene lo Spirito, camminando in santità e purezza, senza macchiare allo stesso Spirito. Come avesse dunque portato una condotta eccellente… così prende come consigliere il suo Figlio e gli angeli gloriosi… “

Si tratta di una confusione che ha le sue radici nella lettura stessa delle lettere di Paolo, specie se confrontate con i Vangeli, quando il linguaggio era ancora equivoco. Ad es.: in 1 Cor 1, 21 per “DunamiV Qeou” ci si riferisce al Cristo, mentre in Lc 1, 35 lo stesso vocabolo è invece riferito allo Spirito. La [parziale] chiarezza del nostro linguaggio è frutto di secoli di discussione che hanno in Erma solo un primo inizio. Pensiamo solo ai problemi interpretativi di Gv 4, 24: “Dio è Spirito”.

 

1.1.2. Clemente Romano

Ci riferiamo soprattutto alla sua famosissima lettera ai Corinzi, scritta con grande [o presupposta] autorità “papale”. Clemente presenta una formula trinitaria in chiara chiave storico salvifica, con alcune sfumature interessanti. Le divisioni nella comunità cristiana – egli afferma – sono inutili poiché abbiamo “un unico Dio, un solo Cristo e un solo Spirito di Grazia effuso come dono”. In Clemente Romano (come in Paolo), la Trinità è misura di Unità.

Interessante è notare che la figura del Padre, che nel NT era sempre esplicitamente il “Padre di Gesù” e solo indirettamente il “Padre in quanto Creatore del mondo”, nei primi secoli vede accentuarsi il proprio aspetto di Creatore; la bontà di Dio e la sua paternità sono viste in rapporto intimo nella Creazione; anche in Clemente, il Padre è “Creatore di tutte le cose per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo”.

Lo Spirito Santo parla nei profeti, negli apostoli e negli evangelisti. Clemente sottolinea molto la presenza dello Spirito nella vita della Chiesa; in aprticolare, l’azione dello Spirito nell’ìstituzione della gerarchia. E’ lo stesso Spirito che ispira le predicazioni (quindi anche le sue lettere, sembra dire).

Clemente, infine, per quanto riguarda Gesù Figlio di Dio, ne afferma la sua preesistenza alla propria Incarnazione. Lo Spirito Santo già parlava su Gesù; non ne consegue direttamente la nozione di “eternità”.

 

1.1.3. Ignazio di Antiochia

Come in Clemente è dal contesto dell’Unità della Chiesa che sorge la riflessione trinitaria. La gerarchia della Chiesa appare come elemento naturale (e voluto da Dio) della storia salvifica e [secondo un approccio abbastanza pericoloso?] riflesso della Trinità economica.

Nella sua lettera agli Efesini al cap. 9, Ignazio afferma che la Chiesa è un edificio progettato da Dio Padre, le cui pietre vive sono innalzate mediante l’“argano” costituito dalla croce di Cristo attraverso le “corde che legano ad esso” dello Spirito. In altre parole, è nella nostra costituzione di cristiani l’essere vocati dal Padre, innalzati con la croce del Cristo e aiutati dallo Spirito. La Trinità è sempre pensata in chiave salvifica.

Un primo germe della riflessione “ontologica” si ha nella descrizione della “processione” (o “fuoriuscita”) del Logos dal Padre: Gesù Cristo è la Parola di Dio uscita dal silenzio. E’ il Logos che esce e si realizza nella Creazione, compiacendo il Padre. Ricordiamo comunque, che siamo sempre nel campo della ricerca: il rapporto (eterno) fra Padre e Figlio è qualcosa che si va delineando, al pari dell’idea dell’“appartenenza” dello Spirito, della sua presenza nell’Incarnazione e nell’Unzione di Gesù.

Nella 2 Clemente (che è un apocrifo) abbiamo l’affermazione esplicita “parliamo di Gesù come di Dio”..

 

1.1.4. Lo Pseudo-Barnaba

L’autore della lettera di Barnaba può essere considerato il primo interprete trinitario di Gn 1, 26: “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”; è il Padre che parla al Figlio (successivamente si dirà “lo dice al Figlio e allo Spirito”). E’ chiaro quindi che il Figlio è preesistente in quanto compartecipe della Creazione. Per quanto riguarda lo Spirito la riflessione è ancora oscura: si dice che lo Spirito proviene dall’abbondante fonte del Signore; allusione battesimale? E’ probabile.

 

1.1.5. La Didaché

Ricordiamo solo la presenza per due volte nel cap. 7 della formula battesimale così come la troviamo in Mt 28. Nulla di più. Fuori dalle formule battesimali c’è poco o nulla da dire sullo Spirito per tutto il periodo dei padri apostolici.

Riassumendo questo primissimo periodo della Chiesa, potremmo dire che ci sono alcune formule triadiche; il collegamento Padre – Figlio è sicuramente la relazione più forte; lo Spirito è visto in relazione all’attività profetica o è comunuqe strettamente legato all’attività di Gesù; probabilmente è dato anche a noi nel Battesimo.

 

1.2. Gli Apologeti: la teologia del Logos

L’ispirazione principale è quella della teologia giovannea (Gv 1, 1). Il vocabolo in sé, presentava un duplice utilizzo, identificando un duplice (e vasto) campo semantico a seconda del contesto in cui era utilizzato. In area filosofica, soprattutto stoica, era chiamato con questo nome il principio regolatore del mondo, del kosmoV. In area cristiana questo vocabolo viene assunto dai cristiani che vi identificano la persona divina mediante la quale fu creato il mondo e quindi Gesù di Nazareth detto il Cristo. Altri significati di Logos possono essere: “Mente”, “Ragione”, “Parola”, “Verbo”…

 

1.2.1. Giustino: il Logos spermatikoV e la generazione “mentale” del Verbo

Secondo il filosofo pagano convertito al cristianesimo, là dove c’è un barlume di Verità , si trova una scintilla dell’unica Ragione, dell’Unico Dio. Ma chi è questo Logos? Come si rapporta nei confronti di JHWH o del Dio Padre del NT? Sono queste le domande da cui scaturiranno le prime riflessioni trinitarie.

Anche in Giustino, il Padre è “il Creatore” dell’universo. Accanto al Padre troviamo il Figlio preesistente. Attraverso il Figlio è per noi possibile seguire l’Unico Dio ingenerato. Il Figlio è in sé preesistente come Dio, mentre è generato dalla Vergine in quanto uomo pur senza nulla perdere in questa generazione del suo originale essere Dio. Giustino suggerisce quindi un’identificazione Logos – Figlio di Dio.

Ma l’idea di “Figlio” suggerisce anche una differenza rispetto al Padre: il Figlio è infatti generato, mentre il Padre è Dio ingenerato. “Logos” suggerisce anche l’idea di “Mente”; per Giustino, quindi, non è errato dire che il Logos è sì generato, ma generato mentalmente. Sta in questa idea il contributo più grande (in positivo e in negativo) dato da Giustino alla storia del dogma trinitario.

Generazione che è strettamente legata all’idea di Creazione: la preesistenza, infatti, fino a Nicea (o almeno fino ad Origene) non è intesa ab aeterno, ma come istante immediato alla Creazione dell’universo. In altre parole: Dio ha generato il Figlio nel momento in cui ha voluto creare il mondo attraverso il Figlio stesso. Giustino parla (a proposito della generazione) di una DunamiV Logikh al servizio della volontà del Padre, quindi non di una generazione paragonabile a quella animale o umana. (Dobbiamo sempre intendere “generazione” come analoga a “figliazione”).

Come spiegare questa generazione? Giustino lo fa introducendo alcune metafore che hanno segnato la storia del dogma fino ad oggi. Luce da Luce: non un semplice raggio di sole, che fuoriesce dal sole e rimane in qualche modo dipendente da esso, ma realtà completamente “indipendente”, “dotata di una “personalità” propria (anche se non per questo necessariamente diversa in modo sostanziale).

Anche Giustino, parlando del Figlio, utilizza QeoV senza l’articolo; QeoV generato da o QeoV: la riflessione è ancora imperfetta e confusa; il Figlio non è detto un “secondo Dio”, ma indubbiamente il linguaggio tradisce un certo subordinazionismo. Da segnalare anche l’assenza di una riflessione centrata sull’importanza dello Spirito: il Logos è colui che dà senso all’universo, ma dello Spirito e della sua “essenza” non si dice molto. Lo Spirito esiste, ispira (per es. l’attività profetica), ed è collegato a Cristo.

Interessante è il fatto che nella 1 Apologia (13), la formula Padre e Figlio e Spirito Santo non è utilizzata solo in contesto battesimale, ma con essa si fa riferimento all’Eucarestia e alla complessità della storia salvifica. Nello sviluppo del dogma vedremo come anche le formule liturgiche e il loro progresso hanno avuto un’importanza fondamentale (pensiamo solo all’uso dei Simboli conciliari).

Nella stessa Apologia, abbiamo la presenza singolare dell’elemento angelico (cap. 60) in una struttura incipientemente trinitaria, ma va ricordato che Gesù era stato appena chiamato “il Signore degli Angeli”. Ivi, lo Spirito è nominato dopo gli angeli, ma questo non comporta direttamente che essi siano superiori allo Spirito. 

1.2.2. Taziano

Gesù non è un altro Dio, non è nemmeno un secondo Dio o un Dio minore. Taziano afferma che “Dio esiste fin dall’inizio”, ma anche che “all’inizio era il Logos” (Gv 1, 1).

In Dio è presente ogni potenza del visibile e dell’invisibile. Il Logos quindi esisteva in Dio e tutto è stato fatto da Dio mediante la processione del Logos che era già esistente in Dio. Secondo Taziano, il Logos è identificabile con la Volontà stessa di Dio; in questo senso il Verbo è l’opera primogenita del Padre. E’ il principio del mondo, generato non per divisione, ma per partecipazione. Anche Taziano recupera la metafora della fiaccola (Luce da Luce) utilizzata da Giustino. Dio Figlio procede dallo Spirito del Padre che lo ha generato. Per questo Genesi afferma che il Logos in sé ad immagine del Padre, ha fatto l’uomo a “loro” immagine.

Sintetizzando, Taziano parla del Logos come mediatore della Creazione e partecipe della natura spirituale del Padre. Verbo e Spirito sembrano coincidere.

 

1.2.3. Atenagora (1): il Figlio è la DunamiV del Padre

Introduce (almeno un poco) lo Spirito Santo nella struttura trinitaria e nella riflessione su di essa. Abbiamo visto negli autori precedenti come sia frequente l’accostamento terminologico Dio – Spirito – DunamiV. Il Figlio di Dio, in particolare, è il Verbo del Padre perché secondo Lui e mediante Lui tutto è stato fatto (categoria della mediazione creatrice). Il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre mediante l’Unità e la Potenza (DunamiV) dello Spirito.

Il passo avanti di Atenagora è proprio questo: prima che il Verbo fosse generato (per la Creazione), era già in qualche modo [Spirito?] esistente in Dio (in quanto essere razionale e quindi non privo di Logos): sembrerebbe una velata allusione al Logos immanente. Cfr., la figura della Sapienza nell’AT: essa è unita al Figlio in quanto che Lui è Intelligenza, Verbo, Sapienza (sojia) del Padre..

 

1.2.4. Teofilo (1): il Logos endiaJetoV e il Logos projorikoV

Il Verbo è sempre immanente nel cuoredi Dio (endiaJetoV kardia Qeou), perché prima di creare era già suo consigliere, sua mente, suo pensiero. E quando Dio ha voluto fare quanto aveva deliberato, ha generato questo Verbo proferendolo (projorikoV), pronunciandolo, emettendolo come primogenito di tutta la Creazione, non svuotandosi del Suo Verbo, ma generandolo e parlando sempre con il Verbo. Dire che il Verbo era presso Dio (Gv 1,1) sembra far riferimento al Logos endiaJetoV; Gv 1, 3, invece sembra riferirsi al Logos projorikoV.

A Teofilo dobbiamo la terminologia tecnica usata ancor oggi per definire i due momenti del Verbo (cfr. Ad Autolicum, II, 22): endiaJetoV (immanente) e projorikoV (proferito, “prolatizio” [come si dice nello schema iniziale di Ladaria]). Attenzione: la distinzione non è fra preesistenza e incarnazione umana, ma ambedue i momenti sono da considerarsi nella preesistenza; l’Incarnazione qui non è direttamente interessata.

 

1.2.3. Atenagora (2): la TaxiV

Lo Spirito Santo è “emanazione” di Dio che poi torna a Lui, come il raggio di sole (Giustino aveva già mostrato il limite di questa metafora, parlando però del Figlio).

Padre e Figlio e Spirito Santo mostrano la loro DunamiV nell’Unità e la loro distinzione nel loro ordine (TaxiV): è questa l’idea fondamentale di Atenagora. Ordine che non è semplicemente formale nelle nostre espressioni verbali, ma che è interno alla Trinità stessa: è il Figlio che viene dal Padre e non viceversa! Si tratta di un problema fondamentale che viene posto con sufficiente chiarezza per la prima volta. Come Padre e Figlio e Spirito Santo sono un’Unità e a quale livello sono invece distinti? Risponde Atenagora: sono uniti secondo la loro DunamiV e distinti per la loro TaxiV: il Figlio è intelligenza, Verbo del Padre; lo Spirito è emanazione come luce di fuoco. Importante: per Atenagora l’ordine potrebbe anche cambiare. [!]

 

1.2.4. Teofilo (2): TriaV

E’ stato anche il primo ad utilizzare la parola TriaV, che in latino sarà “Trinitas” (Tertulliano). “I tre giorni che precedono la creazione dei luminari [?] sono simboli della Trinità, cioè di Dio, del suo Verbo e della sua Sapienza”. Interessante è notare che per Teofilo (come per Ireneo), la Sapienza è lo Spirito e non il Figlio.

 

 

  1. I Secoli II e III

La Grande Chiesa conosce la parentesi e le provocazioni del fenomeno gnostico; nascono le interpretazioni adozioniste e modaliste (Sabellio si trova a Roma fra il 215 e il 217; Praxea e Noeto): l’errore fondamentale è la negazione della distinzione interna all’unico Dio: secondo questi eretici sarebbe il Padre ad incarnarsi sotto la forma di Figlio (Patripassianesimo). Analizzeremo tre figure fondamentali di questi secoli per l’ortodossia.

 

2.1. Ireneo di Lione

E’ tra i primi a trasmetterci formule di fede chiaramente trinitarie (siamo alla fine del II secolo). Un esempio: “un solo Dio Padre e un solo Verbo e un solo Spirito e una sola Salvezza per coloro che credono in Lui”.

Notiamo che i testi trinitari più belli di sant’Ireneo sono sempre inseriti in contesti storico salvifici: lo Spirito Santo porta gli uomini al Figlio mediante il quale è possibile la comunione con il Padre (appare l’idea dominante dell’ascesa a Dio). Il Padre è “comandante”, il Figlio è “ministrante” (servitore) del Padre e servitore dell’uomo, lo Spirito è “nutriente” l’uomo, nel senso che lo fa crescere fino a portarlo alla perfezione. La Trinità, in Ireneo, si manifesta sempre nel cammino di salvezza, sia che si parta dall’alto, sia che si parta dal basso.

Figlio e Spirito sono “le mani di Dio”, ma non nel senso della loro identità di Demiurghi (“secondi dei”), alla maniera degli Gnostici. E’ Dio che ha creato direttamente l’uomo (e questo spiega l’immensa dignità dell’uomo) non attraverso un Demiurgo esterno a Sé, ma attraverso le “mani” che Egli ha in Se Stesso: il Figlio e lo Spirito Santo.

Riguardo al Figlio, che è JeoV, Ireneo non si interessa delle speculazioni apologetiche del Logos: nessuno può dire cosa sia accaduto prima della creazione (logos immanente, logos prolatizio…). Ireneo ci parla poco della generazione del Logos, cos’ come della generazione umana. Al proposito, è da notare il riferimento che Ireneo fa al passo di Is 53, 8 nella versione dei LXX: “chi potrà mai raccontare la sua generazione?” (che nella traduzione CEI dall’originale ebraico dice: “chi si affliggerà per la sua sorte?”). Sarà una citazione molto utilizzata nei primi secoli della Chiesa.

Per quanto riguarda Ireneo, è difficile azzardare se abbia veramente pensato ad una generazione ab aeterno (egli afferma che la generazione è sa sempre, cioè da quando c’è tempo, perché la generazione è in funzione della creazione); sicuramente nei suoi scritti il Verbo è QeoV, mentre solo il Padre è o QeoV. Sempre a livello di linguaggio, Ireneo rifiutò nettamente “omoousioV” credendolo troppo materialista e gnostico. Di fatto, anche Ireneo è accusabile di subordinazionismo, come tutti i teologi (anche ortodossi) fino a Nicea, quando si comincerà quel lungo cammino di chiarificazione del linguaggio (e del contenuto) teologico.

In Ireneo è caratteristica propria dello Spirito Santo che l’uomo sia assimilato a Dio. Una curiosità: abbiamo visto come fino ad ora la figura della Sapienza sia stata appropriata spesso al Figlio; per Ireneo, come per Teofilo Antiocheno, la Sapienza è lo Spirito Santo. Lo Spirito è eterno in quanto è capace di dare la vita eterna al corpo; fabricatio e dispositio si riferiscono al Figlio e allo Spirito come differenza nel loro essere al servizio del Padre. Con l’assimilazione dell’uomo a Dio, lo Spirito perfeziona in un ordine operativo l’opera del Verbo.

Secondo padre Orbe, Ireneo è anche uno dei primi teologi che ha messo in luce le caratteristiche femminili dello Spirito (Ruah): in particolare egli recupera lo schema Adamo ed Eva [vedi libro di O’Donnell]. C’è una relazione fra la creazione di Eva e la processione dello Spirito a partire dal Logos: è una processione non generativa.

Interessante è comunque la centratura soteriologica di tutta la descrizione trinitaria: il Figlio è colui che dà lo Spirito attraverso due momenti: nella Creazione e per filiazione. Rimane chiara sempre in Ireneo la consapevolezza della dinamica trinitaria.

 

2.2. Tertulliano

Comincia con questo grande pensatore africano il vocabolario teologico (e soprattutto trinitario) della latinità. E’ il primo ad utilizzare “Trinità”.

Di grande interesse è soprattutto l’opera apologetica “Adversus Praxeam”. Prassea (o Praxea) è un modalista, cioè ritiene che Figlio e Spirito siano semplici “modi di comprendere” (aspetti) dell’unico Dio che è il Padre: non c’è differenziazione personale nella vita divina (il patripassianesimo, in particolare, rappresentò una corrente molto forte nell’ambiente modalista).

Di fronte ai modalisti, Tertulliano afferma: noi crediamo in un solo Dio nella conoscenza economica di cui noi godiamo. “Economia” in Tertulliano è la “spiegazione naturale dell’essenza divina” (che, non va dimenticato, per questi autori è sempre orientata all’economia salvifica: la spiegazione naturale è la spiegazione che viene fuori in vista dell’economia salvifica). Per Tertulliano, quindi, la distinzione personale è “economica” [e quindi immanente!] Questa economia, infatti, è il fatto che c’è un Figlio dell’Unico Dio, Sua Parola, incarnato e Risorto; e che c’è lo Spirito Santo.

Non possiamo negare che l’idea della taxiV ha avuto sicuramente ampio sviluppo già all’interno dello gnosticismo, ma il passo in avanti compiuto da Tertulliano è fondamentale (oltre che perfettamente ortodosso per l’epoca):

“C’è unità di sostanza (substantia) ma si deve custodire quell’economia (vedi sopra) che dispone l’Unità (Unitas) nella Trinità (Trinitas) che prescrive che siano tre: il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo”.

Oppure un altro testo diventato emblematico:

“ Tres sunt

  non statu (per il modo di essere) sed gradu (per la gradualità)

  non substantia (che è una) sed forma

  non potestate (la dunamiV!)  sed specie (per l’aspetto)”

Schematizzando:

  Unus status substantia potestas

     da cui

  Tres gradus formae species

Tertulliano utilizzò molte metafore divenute poi celebri sia nel mondo latino sia nel mondo greco per esprimere la Trinità nell’Unità (oltre alla celebre lumen ex lumine che fu già di Ireneo): frutto – albero – radice; canale – fiume – fonte; scintilla – raggio – sole.

Per la prima volta, poi, i Tre sono chiamati “personae”. Il significato di questo termine è ancora molto debole nella riflessione di Tertulliano, non indica ancora un soggetto, quanto piuttosto è da intendersi nel senso figurativo, dell’immagine che rappresenta.. Ma indubbiamente, pensando anche all’uso quotidiano in Roma (dove gli schiavi non erano “personae”), è stato il primo ad utilizzare quel vocabolo che, nato in teologia, avrà prima all’interno e poi all’esterno uno sviluppo incredibile.

I limiti della teologia di Tertulliano sono concentrati in un certo subordinazionismo (la differenza di “grado” fra le persone!). Secondo l’africano, infatti, uno solo è Dio Padre, tutta la sostanza divina; il Figlio è una “portio” (nel senso di partecipazione) divina ma comunque di una certa inferiorità (Gv 14, 28); sullo Spirito Santo non troviamo alcun riferimento esplicito, ma ciò è una conferma implicita di una ulteriore differenza di grado. Secondo Tertulliano, del resto, Dio è sempre stato “Dio”, ma solo ad un certo punto “Padre” e “Signore”.

Seguendo queste premesse, Tertulliano abbandona la prudenza di un Ireneo e sviluppa una teologia del Logos molto radicale. Dio contempla se stesso dall’eternità, e nel momento in cui pensa che può creare, il Logos di Dio è ancora in Lui ed è il modello della Creazione (la Sapienza creata all’inizio di tutto), poi volendo creare emette il Verbo (Gen 1, 2-3: la luce è Gesù, attraverso il quale Dio creerà tutte le cose). E’ nel momento in cui Dio emette il Logos che diventa Padre. Il Figlio stesso è Dio, ma diverso da Lui; è sostanza del Padre, è divino, ma è Figlio. Lo Spirito Santo è il tertium nomen divinitatis es tertium gradus maiestatis, la natura divina posseduta dal Padre e dal Figlio (Gv 4, 24). Dal Padre e dal Figlio, infatti, viene lo Spirito Santo, chiamato “Munus” (dono) perché comunicato agli uomini da parte del Padre, mediante il Figlio (ricordiamo le mtafore utilizzate per esprimere la Trinità nell’Unità).

Riassumendo la teologia di Tertulliano, possiamo tracciarne lo schema intorno a questi punti:

lo schema trinitario “unus et tres”;

Dio “diventa” Padre nel momento in cui comunica al Figlio la sua identità,

cioè il suo Spirito (che resta sempre un grado inferiore), “portio” della substantia divina al pari del Figlio (con la differenza che lo Spirito viene da Padre e Figlio, mentre il Figlio viene dal Padre);

il Figlio partecipa (in un grado inferiore) della divinità;

la preoccupazione di garantire l’unità senza sminuire la distinzione; l’avversario principale è infatti Prassea, un modalista, e perciò Tertulliano bada bene a non cadere nell’accusa più facile: triteismo;

fondamentale è l’interpretazione di Gv 10: il Padre ed io siamo aliud (la stessa cosa) e non alius (lo stesso)!

al pari dell’economia della creazione, anche l’economia divina ha “un inizio”.

 

2.3. Origene ( + 250)

Leggermente posteriore a Tertulliano, spesso considerato già autore del III secolo. Analizziamo in particolare il testo esemplare contenuto nell’opera “In Johannem”, II 2, 18 (vedi fotocopia).

Origene affronta qui il modalismo e la negazione della divinità di Gesù. “Bisogna dire loro che il Dio in Sé (autoJeoV) [il Padre?] è il solo vero Dio”. Tutto ciò che è divinizzato per partecipazione alla Sua divinità (e per primo il Cristo), non è o QeoV, ma QeoV. Anche se, indubbiamente, il Figlio è il primo (prototokoV) a partecipare della divinità del Padre.

Chiaramente c’è differenza grande tra il nostro modo di partecipazione e quello di Gesù, ma c’è ancor più grande differenza tra il Figlio e il Padre, perché solo il Padre è autoJeoV. Notiamo come lo Spirito Santo sia completamente assente dal discorso.

A partire dalle ultime affermazioni del testo, soprattutto se estrapolate dal contesto, si potrebbe muovere ad Origene l’accusa di subordinazionismo. Ma non fermiamoci ad una lettura superficiale. Tutti hanno pensato fino ad Origene al Logos emanato in vista della Creazione; Origene invece dice: se Dio voleva creare non era necessario che si servisse di un mediatore divino; ossia: per la mediazione creatrice non era necessario che il Logos fosse Dio (in quanto poteva avere sussistenza personale senza per questo essere Dio). E’ invece necessario che il mediatore fosse Dio per portare a termine la missione di divinizzazione dell’uomo: ecco lo scopo che guidò il Padre ad emanare il proprio Verbo. Per Origene, quindi, la processione del Logos ha ancora senso per la Creazione, ma soprattutto in quanto essa è orientata alla partecipazione degli uomini alla divinità del Dio autoJeoV.

Rispetto a Tertulliano, si pone una differenza molto più netta fra il Padre e il Figlio che è collocato “quasi” fra le creature. “Figlio e Spirito Santo non sono paragonabili agli esseri creati […] ma sono a loro volta superati dal Padre, di altrettanto e di più ancora di quanto Figlio e Spirito non superino gli altri esseri”. La differenza è così posta come intratrinitaria; in Tertulliano era principale la preoccupazione dell’Unità nella distinzione. In Origene è il contrario.
Origene, infatti, è anche il primo che parla della generazione ab aeterno del Verbo. Dio è da sempre Padre perché da sempre lo splendore della luce è inseparabile dalla luce stessa. E’ per questo che si parla in Origene di un subordinazionismo intratrinitario: non c’è un momento in cui Dio è da solo, eppure Figlio e Spirito sono solo QeoV.

Possiamo allora dire che Origene è stato il primo a sciogliere il legame Incarnazione – Creazione? No, anche se il legame è più complessivamente analizzato inserendo il termine della divinizzazione come scopo della Creazione. rigene dice anche che poiché Dio è eterno, le cose sono in Lui intenzionalmente, se non realmente. Ossia: la Creazione è eterna nell’intenzione del Padre, ed è quindi anche eterno questo Logos che è già generato mediatore della creazione e della divinizzazione.

Schematizzando:

la generazione del Logos è ab aeterno (Dio è sempre stato Padre; il Figlio, inteso come Dio, procede dalla mente paterna; in quanto persona, procede dalla volontà del Padre);

è sempre stato Padre perché da sempre ha l’intenzione di comunicare e divinizzare;

la processione è eterna ma insieme profondamente legata all’economia salvifica.

La Sapienza di Dio è quindi senza principio e senza fine. Anche in Origene, processione e economia sono ancora pienamente inseriti nella gratuità della volontà divina. Quando Gn 1, 1 dice “creò il cielo e la terra”, viene indicata una creazione intenzionale che poi ha un’esecuzione nel tempo di ciò che fin dal primo istante era nella mente del Padre. Così, “nel principio” è interpretato da Origene come “nel Salvatore”. Il Figlio è la volontà del Padre: per questo Dio è costantemente rivolto al Dio Uno. “Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio”; solo così Egli può rimanere Figlio (QeoV): contemplando il Padre (o AutoJeoV).

L’unità del Padre e del Figlio in Tertulliano era chiara, si trattava di una unità “di sostanza”, “di Spirito”. Origene si rivela molto più incerto, è un punto che sembra interessarlo meno. Qualche critico sostiene che Origene sia arrivato a sostenere una differenza di ousia fondata sulla diversa upostasiV (intesa come “sussistenza, persona”) del Figlio rispetto al Padre. In realtà Origene non specifica mai questo punto, ma ne parla sempre in termini piuttosto vaghi, evidenziando quell’equivocità terminologica che arriverà fino a Nicea e poi Calcedonia.

Anche per Origene, lo Spirito viene dal Padre attraverso il Figlio, ed è interessante che egli fondi questa osservazione a partire da Gv 1, 3 (“tutto fu fatto per mezzo di Lui [il Verbo] e nulla fu fatto senza di Lui di ciò che è stato fatto”): anche se lo Spirito è diverso dalle altre “creature” (“facta”) perché si tratta di una generazione eterna. “Crediamo che esistano tre ipostasi, di cui il Padre è l’unica ingenerata, mentre riteniamo che lo Spirito Santo abbia una posizione di preminenza in vista della sua eternità e che sia il primo della Creazione avvenuta attraverso il Figlio e che sia JeoV come il Figlio”, anche se con meno importanza.

Ancora: in Tertulliano abbiamo tantissimi testi trinitari, mentre in Origene quello sopracitato è uno dei pochi, in cui è inoltre evidenziata la distinzione più che l’unità delle persone.

In conclusione ricordiamo anche che Tertulliano è considerato un esponente della teologia “occidentale” e Origene della teologia “orientale”. Senza volerne fare delle caricature, evidenziamo quindi una certa tendenza che porterà un ambiente verso gli errori monofisiti e modalisti e l’altro ambiente verso l’arianesimo. Si tratta di due approcci che manifestano fin d’ora la necessaria complementarità. Cfr. al proposito la polemica fra i due Dionigi (d’Alessandria e di Roma): DS 112 ss.

  1. Ario e Nicea

Gesù il Cristo, “creatura” perfetta ma non “fatto” come le altre cose fatte; creato prima dei tempi, nato prima dei secoli ma né eterno né co-eterno né increato. Queste erano le principali conclusioni a cui erano giunti all’inizio del IV secolo anche molti Padri ortodossi, allo scopo di garantire l’unicità del Dio Uno dell’AT.

3.1. Ario: il figlio è “creatura”, infatti ha sofferto

Ario arriverà su questa linea a sostenere che il Figlio non possiede la stessa ousia del Padre (cfr. il sinodo di Antiochia contro Paolo di Samosata), perché ciò significherebbe negare l’indipendenza del Figlio [la “personalità”, se ho capito bene]. Ma per Ario, cosa significava esattamente “generare”? I Padri lo hanno quasi sempre inteso in senso mentale; Ario, invece, quando il Figlio viene chiamato “generato”, mette in rilievo il problema dell’origine, ontologia e cronologica: poiché non si possono avere due “ingenerati”, il Figlio non procede direttamente dalla piena sostanza del Padre e la sua “generazione” libera e volontaria è quindi “creazione”. Ario respinge ogni tipo di derivazione che possa sembrare “animale”, rifiuta “portio”, rifiuta essenza ed emanazione, rifiuta anche sostanza comune; rifiuta infine anche la proposizione ek, perché indicherebbe “materialità”. Gli apologeti, al contrario, vedevano nella “generazione” una “comunicazione di essere” molto maggiore rispetto alla semplice creazione dal nulla.

Accenniamo al problema di Apollinare: il Logos è inteso a sostituzione dell’anima in Cristo. Nel 381 avremo la condanna esplicita dell’apollinarismo. Ario vive, opera e predica almeno 70 anni prima; nell’ambiente teologico non si nega l’anima umana di Cristo, ma sicuramente si trascura di parlarne; anche Ario.Il problema che nasce da questa “dimenticanza” è il seguente: se il Logos sostituisce l’anima, chi è il protagonista della passione, visto che Dio è in Sé impassibile? Ario prende le mosse da queste considerazioni per dire che, avendo Gesù sofferto, era necessariamente creatura. (E’ esemplarmente rovesciata la tesi di von Harnack: non i dogmi, ma le eresie come quella ariana erano il vero tentativo di ellenizzare il cristianesimo! Il Demiurgo, l’Uno in senso plotiniano, le Monadi gnostiche altro non erano che tentativi di sfuggire la follia dell’Incarnazione).

Ario portava con sé un vasto campionario di citazioni scritturistiche interpretate a proprio favore (Mc 10, 18 più un vasto assortimento giovanneo…) senza contare i testi della passione riguardo la sofferenza del Figlio.

Una prima risposta ad Ario sarà portata dal vescovo Alessandro che parlerà di generazione ab aeterno, e di generazione comunque inspiegabile e inenarrabile. Padre e Figlio stanno come Luce da Luce (Giustino), il secondo generato per volere del primo (Origene); curiosamente, Alessandro userà contro Ario una citazione da Gv 14, 28 che già aveva usato Tertulliano: se è più grande, significa che è comparabile a Dio e che quindi è Dio.

Lezione del 5 aprile

3.2. Analisi della definizione di Nicea 325

Cfr. DS 125. Le note sono a margine.

Il primo articolo non pone grandi problemi di accettazione neppure da parte di Ario: “un solo Padre” (e poi “un solo Signore”) è citazione esplicita dalla lettera ai Corinzi.

gennhJenta: per adesso è semplicemente “generato”, senza chiarire quell’equivocità di fondo che aveva dato il via alla polemica ariana.

monogene: citazione tratta da Giovanni, spiegata dal toutestin successivo

ekthousian: ousia letteralmente è traducibile con “essenza”, “ciò per cui qualcosa è”. A Nicea   (e anche negli anni immediatamente successivi) non si attribuisce al vocabolo un si- gnificato univoco. Qui è utilizzato per precisare il gennhJenta nel senso di “da ciò per cui il Padre è”. L’accusa principale che sarà mossa a questo punto sarà quella di   aver utilizzato una metafora troppo “naturale”, “materiale”, non ostante già Eusebio   avesse tentato di insistere sul fatto che i Padri intendessero piuttosto una generazione “spirituale”, “mentale”…

Jeon ek Jeou: questa affermazione così posta, senza articolo, poteva essere accettata da tutti se estrapolata dal contesto successivo che invece la determina più precisamente.

jwV ek jwtoV: la metafora è tipicamente giustiniana, preferita allo “splendore della luce” di Orige- ne che tradiva un moderato subordinazionismo.

alhJinon ek alhJinou:  “vero da vero”, in un climax di affermazioni che porterà al “consustanziale”.

gennhJenta ou poihJenta:   “generato [ma] non creato”; è la precisazione che mostrava l’inaccettabilità delle dottrine ariane. Si introduce la seguente diffe- renziazione: la “generazione” che dà l’essere al Figlio è diversa dal modo con cui vengono ad esistere le altre cose (anche Ario poteva accettare questo)

omousion tw patri:   è in questo punto l’origine delle lotte di tutto il secolo IV. Come capire il senso di quell’omoV? “Uguale”? “Lo stesso?” Cioè: noi possiamo condide-  rarci omousioi gli uni gli altri in quanto partecipi dell’unica natura umana; ma se due di noi sono “due uomini”, allora Padre e Figlio, omousioi per la stessa natura divina, sono da considerarsi due dei! E’ evidente che la de-  finizione nicena non va letta in questo modo.

Il linguaggio teologico è sempre linguaggio analogico! Non possiamo utiliz- zarlo in modo indifferenziato per gli uomini e per Dio.

Da dove viene omousion? Quale è la storia di questo vocabolo? La preferenza per il termine è stata storicamente occidentale, “monarchiana”   (Tertulliano?), soprattutto in contrapposizione alle upostaseiV distinte   dalla scuola alessandrina (Origene?).

Non va dimenticato, nel secolo scorso, il pericolo dell’eresia sabelliana, secondo la quale non vi era distinzione personale tra Padre e Figlio e Spirito in quanto ognuno ha la stessa natura. Nel 268, ad Antiochia, gli eretici sconfitti si erano difesi utilizzando lo stesso aggettivo che sarà poi proposto a Nicea.

Sono da ricercare anche in queste memorie i motivi del grande sospetto con   cui molto Padri accolsero omousioV.

Comune all’oriente e all’occidente, in definitiva, poteva essere considerata l’interpretazione di “uguale natura”. Nicea, cioè, intese dire che il Figlio è Dio come il Padre; la modalità dell’unione “intratrinitaria” non interessava e   non era stata posta al centro della discussione. Conferma di questa interpre- tazione, sono le stesse traduzioni moderne; la CEI propone “della stessa sostanza”. Sarà poi Calcedonia a occuparsi dei fondamenti dell’unità e della   distinzione introducendo la distinzione fra ousia e upostasiV

* Apriamo una parentesi sull’utilizzo di un vocabolo “filosofico” o comunque non biblico, in un documento ufficiale della Chiesa. Rifiutiamo l’accusa moderna (von Harnack, per esempio) di essere di fronte all’inizio di un’ellenizzazione del cristianesimo! Nicea, al contrario, rappresenta la de-ellenizzazione del cristianesimo. Concetti, infatti, come incarnazione, umanità di Dio e consustanzialità, erano inconcepibili dalla mentalità “greca” (sia platonica che stoica); tanto che Ario tenterà di aggirarli introducendo l’idea di un Logos non pienamente Dio. A Nicea, invece, l’uomo Gesù di Nazareth è dichiarato “consustanziale” a Dio Padre.[Riflettendo a posteriori, non potremmo avanzare l’ipotesi che il linguaggio, le parole stesse, sono state investite e “convertite” dal mistero della Rivelazione?]

“E nello Spirito Santo”: il terzo articolo non viene sviluppato, ma semplicemente agganciato al se- condo. E’ comunque fondamentale che esso ci sia.

Osservando le affermazioni degli anatematismi, si può verificare l’accettazione pressocché generale della “generatio ab aeterno”.

Upostaseis h ousia: sono ancora vocaboli intesi come sinonimi e lo resteranno almeno fino ai Cappadoci.

3.3. Commento al contenuto del simbolo niceno

Assistiamo alla implicita apertura alla dottrina trinitaria vera e propria, grazie soprattutto all’abbandono di quel subordinazionismo moderato che indirettamente viene colpito dalla polemica antiariana (Ilario e Atanasio).

Importantissima è l’affermazione del “Figlio come il Padre”. Il Figlio non è una creatura, ma esiste dall’eternità in virtù della sua consustanzialità (cfr. gli anatematismi). Ammettiamo pure che il significato positivo di queste affermazioni non era ancora univoco, ma certamente non era equivoco cosa esse intendessero al negativo. [Non siamo di fronte ad una definizione chiara, ma ad un sentiero che si sta delineando]

3.4. Le fazioni del dopo-Nicea

omousiani (o niceni):  spesso senza far di “omoousios” un termine privilegiato, spesso senza fornirne   una spiegazione esplicita, ne fanno un uso riflettente il pensiero niceno   (Atanasio, Ireneo…)

omoiousiani (imprecisamente denominati semi-ariani): preferiscono omoioV (“simile”) a omoV, giudicato troppo sabelliano; oggi è una posizione non più accettata, ma è innegabile il ruolo giocato da questa corrente per sconfiggere l’eresia   ariana.

omei:   non interessa loro la questione, in quanto ousia non è termine biblico; ammettono che il Figlio è simile o uguale al Padre, ma non si soffermano sulla questione (in realtà negando   tacitamente la divinità piena del Figlio)

anomei (gli ariani, per esempio): il Figlio non è né omoV al Padre, e neppure omoioV; il grande ano- meo sarà Eunomeo, avversario dei Cappadoci.

  1. Gli sviluppi di Nicea nel secolo IV

4.1. Atanasio

Assumiamolo come esemplare della “corrente orientale”.

Egli utilizzerà moltissimo l’immagine dello splendore della luce. Se Origene fu considerato il grande teologo della generazione ab aeterno legata alla creazione del mondo (perché così era nella volontà economico-salvifica), Atanasio scioglie il legame generazione-creazione: la generazione ab aeterno non è in funzione della creazione del mondo, ma appartiene alla natura divina, e non solo alla sua volontà.

Contra Arianos 3, 61: “Il suo proprio Verbo è generato per natura senza decisione, perché è in Lui [in Cristo] che il Padre fa tutto ciò che decide”. Altrove Atanasio dirà che la generazione non può essere prodotto della decisione al pari del nostro avere le mani che non è frutto della nostra volontà. E’ nel Figlio che il Padre decide tutto. “Non c’è decisione previa, semplicemente perché non esiste un momento previo”. Ciò non ostante, in Dio non possiamo applicare le nozioni di libertà e necessità nello stesso modo con cui le applichiamo a noi. “Necessario alla sua natura”, infatti non significa in Dio che sia contro la sua volontà o non sia frutto della sua libertà. Sta in queste affermazioni la grande ricchezza e il grande contributo dato da Atanasio alla teologia successiva.

Dopo Nicea, “il Figlio viene dall’ousia del Padre”. Per Atanasio ciò significa che il Figlio viene dal Padre e il Figlio è Dio. Scandagliare il mistero della loro unità in termini tecnici non interessa ad Atanasio, quanto piuttosto la vera e completa divinità del Figlio; il Figlio è veramente tale e non solo “di adozione”, perché solo se il Figlio è pienamente Dio noi possiamo essere salvati. Se il Figlio non fosse vero Dio, infatti, come l’uomo potrebbe essere veramente divinizzato (e quindi salvato)? Non è possibile all’uomo da solo (ma nemmeno agli angeli da soli!) salvarsi, ma occorre l’intervento del Verbo (immagine “reale” e non solo somiglianza) di Dio. La salvezza, infatti, può venire solo da Dio e da nessuna altra creatura.

Atanasio è anche uno dei primi teologi che osa affermare lo Spirito omoV del Figlio e del Padre, e di conseguenza la sua realtà di divinizzatore e di Dio. Atanasio propone un parallelismo di rapporti fra Padre – Figlio e Figlio – Spirito: se il Figlio non è meno Dio che il Padre, lo Spirito non può essere meno Dio che il Figlio! Tutti e tre intervengono all’inizio del mondo distinguendo fra: “dal quale” (il Padre), “mediante il quale” (il Figlio), “nel quale” (lo Spirito), provengono tutte le cose.

Sintetizzando, possiamo dire che Atanasio è un grande pensatore della divinità del Figlio (che viene dal Padre, unica fonte) più che dell’Unità. Egli difese con forza la consustanzialità del Figlio, anche se non precisa la distinzione tra upostasiV e ousia.

4.2. Ilario di Poitiers

Lo assumiamo come contraltare di Atanasio e rappresentante della “corrente occidentale”.

Ilario è l’autore di una stupenda definizione di paternità. Egli insiste anche sul fatto che il Figlio ha una certa entità, non è solo “Verbo di”. Partendo da queste considerazioni, egli si sofferma molto su “Lumen ex Lumine” e abbandona tutte le altre metafore di matrice tertulliana. Anche se non possiamo entrare con certezza e chiarezza nella dinamica generativa, Ilario è convinto che i nomi indichino ciò che realmente è (generazione, non creazione!); Padre quindi indica il Padre e Figlio il Figlio. [Ma era un genio!]

Spieghiamolo meglio con le sue parole. “Il Padre è colui che non è che Padre […] gli uomini diventano genitori, Dio no, poiché Egli è da sempre Padre e costitutivamente e integralmente Padre”.

“Padre totalmente, significa che ha dato tutto al Figlio”. Ecco l’uguaglianza del Figlio a partire dall’idea della paternità divina: se il Padre non desse tutto di Sé non potrebbe essere il Padre del Figlio. “Non può essere tutto chi è solo una parte, ma chi partecipa del perfetto è perfetto”. Analizzando la seconda parte di questa affermazione, capiamo come per Atanasio, la radice di ogni divinità è nel Padre, o QeoV. Infatti, “la natura divina è semplicissima […quindi] Dio la può dare in semplicità”. Viene affermato che “Dio non è composto”, in quanto perfetto, ma questo suo vivere “tutto interamente” gli permette di donare questa natura come Egli la possiede: non c’è diversità di natura fra Padre e Figlio. Il Padre si comunica (ossia comunica la propria natura) come è (come la possiede).

Il fondamento di tutti questi discorsi sta nel concepire ultimamente la paternità come Amore. “Dio in ogni momento non può che essere Amore”. La paternità è donazione di sé non “per necessità di natura”, ma per Amore. “Chi ama non invidia e chi è Padre lo è completamente” (quindi dandosi completamente). Ilario pone un’uguaglianza fra Amore – donazione di Sé – Paternità.

E se il Padre è così grande perché tutto dà, il Figlio non è inferiore in quanto tutto riceve. Chi riceve non è da considerarsi come minore di colui che dà. Questo è evidente nel momento della generazione eterna, ed è manifestato in modo definitivo e ultimo nella Risurrezione (il Padre “fa Figlio” Gesù anche in quanto uomo: l’umanità perfetta è tale perché inserita pienamente nella divinità). Anche in quanto uomo, quindi, Gesù non è da meno del Padre, ricevendo tutto ciò che il Padre è.

LA teologia dello Spirito in Ilario è molto ricca sul piano storico salvifico, anche se poco chiara nei suoi riflessi trinitri. Lo Spirito appare unito al Padre e al Figlio nella formula battesimale: “ci comandò di battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; cioè nella confessione dell’Autore di tutte le cose, dell’Unigenito per cui tutto è stato creato e nel dono”. Ritorneremo successivamente sull’importanza di questa definizione di Spirito come “Dono”.

4.3. Riassunto delle idee dei secoli III – prima metà IV

Il subordinazionismo ecclesiastico in teologia è presente anche tra gli autori ortodossi fino a Nicea. Per rispondere alle estreme conseguenze portate da Ario, Nicea si ritrova a fondare gli inizi della dottrina trinitaria: il Figlio è Dio come il Padre; il Figlio non è un secondo Dio; il Figlio riceve dal Padre la sua natura. Dopo Nicea, conseguentemente, si scioglie il legame generazione – creazione, giustificando il rapporto Padre e Figlio nell’ottica della Paternità vista come Donazione e Amore.

Lezione del 7 aprile

I problemi ancora da chiarire rimangono ancora parecchi e grande ruolo giocheranno nel secolo seguente i padri cappadoci riflettendo su:

* unità e distinzione delle persone trinitarie

* inserimento (non solo formale) dello Spirito Santo nella teologia trinitaria

  1. I Padri cappadoci

Consideriamo come “padri cappadoci” tre grandi figure del cristianesimo orientale del IV secolo, legate tra loro da rapporti di parentela e amicizia.

^Basilio di Cesarea (o Magno)

^Gregorio di Nazianzo, grande amico di Basilio

^ Gregorio di Nissa, fratello più giovane di Basilio

Vissero più o meno nella seconda metà del IV secolo; Basilio morì prima del concilio di Costantinopoli del 381, mentre Gregorio di Nazianzo morì poco dopo il concilio, dopo essersi dimesso da patriarca della città sede imperiale.

5.1. La teologia trinitaria dei cappadoci

Loro grande avversario sarà quell’Eunomio che partendo dalla definizione di Dio come “Ingenerato”, sostenne che il Figlio, in quanto generato, non è Dio (si parla di arianesimo della seconda generazione).

5.1.1. Basilio Magno

Basilio risponderà a questa posizione, distinguendo fra ciò che si dice direttamente di Dio e ciò che si dice del rapporto mutuo fra le persone.

“Generato”, infatti, lo diciamo di un uomo o di un animale o di una pianta; lo diciamo anche di Gesù, ma non parliamo per questo della sua ousia o della sua jusiV, essendo la “generazione” comune a molte cose e non solo a Dio. “Generato” indica solo il rapporto di uno con l’altro e non dice esplicitamente della sostanza. Dire “Ingenerato”, quindi non significa affermare una ousia, ma è negare un rapporto (ricordiamo che ousia e jusiV sono considerati ancora come concetti equivalenti).

Ci sono proprietà distintive del Padre e del Figlio che si considerano della stessa ousia, che è posseduta in maniera diversa da soggetti diversi. Generato e ingenerato sono così da intendersi come proprietà distintive della stessa sostanza.

Le peculiarità personali divine non interrompono l’unica sostanza. Padre e Figlio non sono nomi che stanno ad indicare la sostanza, ma le proprietà dell’unica realtà che è Dio, di cui noi non potremo mai definire l’ousia nella sua interezza. Dobbiamo perciò ben comprendere l’utilizzo di alcune nostre parole oscure, consci della difficoltà estrema di avvicinarci al Mistero.

(Agostino fonderà la sua dottrina trinitaria su queste affermazioni di Basilio). In Dio, abbiamo un aspetto comune costituito dal Padre che comunica tutta la sua divinità al Figlio e allo Spirito, facendo sì che i 3 abbiano la stessa ousia/jusis/natura/substantia. Ma abbiamo anche un aspetto distintivo dato dalle proprietà appartenenti alle upostaseiV: mia ousia en treiV upostasaiV.
Quali allora le proprietà personali? Propria dell’upostasiV del Padre è la paternità, del Figlio è la filiazione, dello Spirito è la “santificazione”, il potere di santificare. I Cappadoci chiamano le diverse proprietà idiwmata.

Attenzione: lo schema basiliano non prevede una ousia divina dalla quale “provengono” o “distinguiamo” tre persone, ma il Padre è sempre l’unica fonte dell’unica e comune ousia delle tre upostaseiV. Filosoficamente parlando, Basilio presenta una ontologia manifestantesi nell’azione economica. [chissà se qualcuno gliel’ha mai detto?]

5.1.2. Gregorio di Nazianzo

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono la stessa ousia e sono omousioi: per la prima volta dopo Nicea viene esplicitamente posta la perfetta uguaglianza anche interna fra i 3.

Le differenti idiwmata, secondo il Nazianzeno sono: il Padre è Ingenerato, il Figlio è Generato (secondo un principio logico e mai cronologico) mentre il proprium dello Spirito Santo sta già nell’interno della vita divina: procede dal Padre senza essere mai stato generato. E’ un’idea ancora vaga e lo resterà per parecchio tempo ancora, ma è interessante l’introduzione del termine “procedere” (“processione”): un “venire da” che non coincide con la generazione. Il richiamo è a Gv 15, 26.

Gregorio raccoglie da Basilio il tema del rapporto Padre da sempre – Figlio da sempre. Padre e Figlio non indicano un’essenza, ma una specie di azione, il rapporto fra i due soggetti che condividono (comunicano) la stessa ousia. Nell’Oratione 31, leggiamo: “il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo […] non confusa (cfr. uno dei 4 avverbi calcedonesi) la distinzione delle tre ipostasi nell’unica ousia e nell’unica dignità della divinità. “Il Figlio non è il Padre,perché il Padre è uno solo, ma è la stessa cosa (e non “lo stesso”! Cfr. Gv 10, 30) che è il Padre. Né lo Spirito è il Figlio per il fatto che proviene da Dio, perché uno solo è l’Unigenito, ma è la stessa cosa che è il Figlio. I 3 sono un solo essere quanto alla natura divina e il solo essere è 3 in quanto alle proprietà”.
Pur nella complessità e nella ancora oscurità di queste affermazioni, siamo in grado di cogliere il grande cambiamento rispetto all’equivalenza ousia – upostasiV di Nicea.

5.1.3. Gregorio di Nissa

L’originalità del Nisseno ci mostra, per contro, l’estrema povertà e limitatezza del linguaggio umano su Dio. E’ un platonico di formazione. “Noi diciamo tre uomini quando abbiamo di fronte per esempio Pietro, Paolo e Giovanni. Tutti e tre hanno però in comune la stessa natura umana”, che è qualcosa di molto profondo tanto da poter dire che, in fondo, esiste un solo uomo. L’analogia tenta di spiegare la Trinità, ma risulta senza dubbio stridente.

Più interessante si rivela la riflessione seguente: “Iniziata dal Padre, realizzata dal Figlio, e perfezionata dallo Spirito”, l’unità d’essenza nella Trinità si conferma e manifesta nell’unità d’azione all’interno della storia della salvezza. I Tre sono uniti in azione e volontà, vogliono e fanno lo stesso.

Gregorio di Nissa recupera ancora le metafore triadiche tertullianee e aggiunge quella del profumo.

5.2. La riflessione dei cappadoci sullo Spirito Santo

Verso il 360 appaiono sulla scena del dibattito teologico i macedoniani (dall’eretico Macedonio) o pneumatomacoi (i “nemici dello Spirito”): essi sostenevano che lo Spirito non è Dio e quindi non può essere adorato, ma “in lui” Dio è adorato (Gv 4, 24). Si scontrarono dapprima con Atanasio (cfr. lettere a Zerapione) e poi con Basilio (che scrisse tra l’altro una bellissima opera, il De Spirito Sancto): “lo Spirito Santo è Dio, nominato giustamente accanto a Padre e Figlio, in quanto creatore e santificatore”.

Lezione dell’8 aprile

5.2.1. Lo Spirito Santo è Dio?

E’ unito al Padre e al Figlio nelle Scritture, sempre invocato nelle formule battesimali, unito al Padre e al Figlio nell’opera di creazione e santificazione. Basilio parte da queste affermazioni per dire che se deifica non può che essere Dio. (La salvezza era identificata con la deificazione e i cappadoci furono maestri dell’aplicazione di questa categoria).

Basilio, nel De Spirito 9, afferma che colui che è toccato dallo Spirito Santo, è come specchio di un sole: illuminato, illumina tutto d’intorno (ovviamente se è purificato). Grazie all’azione dello Spirito, gli uomini “spirituali” possono adempiere ogni loro desiderio (“diventano come Dio”). Il senso di quest’idea non è che l’uomo sia confuso con Dio, ma evidenziare la sua partecipazione piena di figlio adottivo alla vita divina: questa è l’azione dello Spirito Santo.

Nonostante la chiarezza del procedimento speculativo, Basilio sembra non avere il coraggio di toccare la vetta; nei suoi scritti, infatti, non troviamo mai l’affermazione “lo Spirito Santo è Dio”, ma abbondanti riferimenti al fatto che lo Spirito “deifica”, partecipa di Dio”…

Basilio è interessante anche per l’analisi delle preposizioni applicate allo Spirito. Gli pneumatomacoi dicevano “nello Spirito”, per mostrare l’inferiorità della terza persona rispetto al Padre. Basilio impunga il NT e mostra come le tradizionali appropriazioni (“dal Padre” [ek], “mediante il Figlio” [dia], “nello Spirito” [en]), non siano esclusive; si trova infatti anche “nel Figlio” o “mediante il Padre”… Le preposizioni applicate alle tre persone non mostrano nel NT un uso necessario, ma anzi mostrano l’uguaglianza dei tre; Basilio conclude quindi che la dossologia “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito” (come continuiamo a dire a tutt’oggi) non è per nulla inferiore (o addirittura è preferibile) al “Gloria al Padre mediante il Figlio nello Spirito”.

Gregorio di Nazianzo dirà esplicitamente che lo Spirito Santo è omousioV al Padre dal quale viene. (Hanno la stessa ousia coloro che sussistono in modo indipendente). Egli non accetterà di buon grado la mancanza del termine omousioV nel concilio di Costantinopoli e, precedentemente, litigherà anche con il suo amico Basilio per la troppa “diplomazia” nella sua teologia mancante di un’affermazione esplicita della divinità della terza persona.

Anche in Gregorio di Nazianzo è importante la linea storico-salvifica: dalla ricchezza dell’azione all’identità. Nell’Oratione 31 è presente un magnifico passaggio sulla continuità dell’azione dello Spirito dall’AT al NT.

5.2.2. Da dove proviene lo Spirito Santo?

Non siamo ancora al grosso problema (dei secoli successivi) cosiddetto del “filioque”, ma è ugualmente molto interessante analizzare come i padri cappadoci abbiano impostato il problema dell’origine dello Spirito.

Tertulliano e Origene avevano messo mano per primi al problema; Tertulliano aveva messo in luce l’estrema unità attraverso le formule triadiche (radici – tronco – rami, canale – fiume – fonte…), mentre Origene “subordinava” leggermente lo Spirito definendolo primo “factum” attraverso il Figlio dal Padre, anche se il suo essere “factum” era ab aeterno e in modo molto diverso da quello degli altri esseri; per Origene, infatti, lo Spirito è colui che dà consistenza ai doni fatti dal Padre agli uomini mediante il Figlio.

Atanasio aveva visto un rapporto fra le due diadi Padre/Figlio e Figlio/Spirito: tutta l’upostasiV del Figlio era impegnata nel “venir fuori” dello Spirito. Abbiamo visto però la fatica e l’equivocità nel trovare una parola che si colocasse al parallelo della generazione. Alcuni hanno detto “viene [procede?] dal Padre”.

Basilio è il primo che affronta il problema in modo diretto: se è generato dal Padre, perché non è un altro Figlio? Lo Spirito viene ek tou Jeou come il Figlio, ma non è generato come il Figlio; si parla piuttosto analogicamente del “soffio” della bocca di Dio, ma è una immagine che si applicava già al Logos, poi identificato con il Figlio.

Gregorio di Nazianzo è il primo ad utilizzare (da Gv 15, 26) la formula “processione (ekporeuesiV) dal Padre” in senso tecnico. Gv usa il verbo, il Nazianzeno ne fa un sostantivo. “In quanto procede dal Padre, non è creatura, e in quanto non generato non è il Figlio; ma in quanto intermedio fra Ingenerato e Generato è Dio” [oddio, la precisione non è estrema, però….] In seguito, per giustificare la difficoltà d’espressione Gregorio affermerà: “se tu mi spiegherai cos’è “ingenerato”, io ti dirò cosa Filiazione e Processione significano” [eh va bene, non si può neanche scherzare…]

Sono idee che già affondano le radici in Ilario di Poitiers, ma che trovano in Gregorio di Nazianzo quella legittimazione e quel linguaggio tecnico che già il Nisseno utilizzerà con tranquillità.

* Riassunto delle riflessioni fondamentali emerse dall’analisi della breve storia del dogma compiuta fino a questo punto

Padri Apostolici

Si incontrano testi più triadici che trinitari; si parla di Padre e Figlio e Spirito uniti più che di una Trinità in sé. (Interessante è il fare della Trinità il modello della Chiesa, idea riscontrata in Clemente Romano e Ignazio di Antiochia). Si inizia (forse) una certa speculazione sull’origine del Figlio; la sua pre-esistenza è praticamente già affermata.

Padri Apologeti

Gli autori della cosiddetta “teologia del Logos” (Giustino e Teofilo soprattutto). Distinzione fra logos endiaJetoV e logos projorikoV (non ancora incarnato!). Il punto debole della teologia trinitaria era l’insistere nel legame fra Filiazione e Incarnazione. Assistiamo all’inizio di una speculazione sullo Spirito Santo (Atenagora), anche se ad un livello ancora molto debole.

Secolo III: Ireneo, Tertulliano e Origene

Ireneo:   autore di interessantissimi testi trinitari in dinamica storico-salvifica; Padre e Figlio e Spirito Santo sono riconosciuti profondamente uniti nelle professioni di fede; Figlio e Spirito vengono chiamati “mani di Dio”, ma si rifiuta nettamente l’idea di un Demiurgo alla maniera gnostica; Figlio e Spirito sono divini; respinge la speculazione sulla generazione del Figlio.

Tertulliano: il grande creatore del vocabolario teologico latino; il primo a dire “Trinitas”; il primo a porre una riflessione esplicita sull’unità e sulla distinzione trinitaria (Tres sunt non… sed…); “persona” è ancora un termine vago; la generazione del Logos è vista ancora in funzione della creazione; inventore di metafore e analogie trinitarie usate a lungo; l’unità divina è utilizzata come spiegazione della monarchia nell’economia, usata non solo per spiegare le relazioni ad extra, ma anche ad intra.

Origene:  introduce la categoria della generazione “ab aeterno”; da sempre il Figlio esiste, anche se ancora in vista della creazione; come Ireneo e Tertulliano, tradisce ancora un certo subordinazionismo: il Figlio è un po’ inferiore al Padre come lo Spirito lo è nei confronti del Figlio; viene detto “subordinazionismo moderato” in quanto non si arriva a negare la divinità del Figlio, come fece invece Ario.

Dopo Nicea

Si chiarisce il rapporto fra Padre e Figlio (Atanasio e Ilario). Si combattono le ultime resistenze della crisi ariana; si ribadisce e si sviluppa la scelta della consustanzialità: il Figlio è come il Padre. Interessante è lo sviluppo della paternità nella riflessione di Ilario: la Paternità come Donazione di Sè e come Amore.

I Cappadoci

Incorporazione della rilessione sullo Spirito nella riflessione su Dio trino. Allo Spirito viene attribuito lo stesso titolo del Padre e del Figlio. Ampie e importanti formulazioni trinitarie; una su tutte: mia jusiV en treiV upostasaiV. Il fondamento dell’unità e della distinzione trinitaria comincia ad avere un linguaggio tecnico.

Lezione del 26 aprile

  1. Il concilio di Costantinopoli

Cfr. DS 150. Note a margine. Ricordiamo a mo’ di premessa, che a Nicea, ousia e upostasiV erano considerati sinonimi, mentre per i cappadoci erano profondamente diversificati.
Per molti versi, Costantinopoli 381 è considerato teologicamente il “completamento” di Nicea, soprattutto per quanto riguarda l’articolo sullo Spirito Santo.

6.1. Analisi del testo del Simbolo costantinopolitano

“Un solo Dio” e “un solo Signore”: ancora una volta 1 Cor 8, 6.

“Prima di tutti i secoli”: è una novità rispetto a Nicea; sparisce l’inciso: “cioè della stessa sostanza del Padre”.

Per quanto riguarda la dizione “Dio da Dio”, riscontriamo l’esistenza di un problema di critica testuale, ma non influenzerà in modo determinante la nostra riflessione.

Nell’articolo su Gesù Cristo, vengono aggiunti la nascita da Maria e dallo Spirito Santo (esplicitata rispetto a Nicea) e gli accenni escatologici.

Riguardo a questi ultimi va detto che nel mezzo c’era stato Marcello d’Ancira (Ankara): totalmente anti ariano, pensava che (secondo 1 Cor 15, 24-28: Gesù consegnerà il Regno al Padre e Dio sarà tutto in tutte le cose), dopo l’economia salvifica Figlio e Spirito Santo saranno riassorbiti dal Padre; ne conseguiva che la Trinità dura solo nell’oikonomia, ma non appartiene all’essere di Dio. Non si trattava di un modalismo radicale, ma ne condivideva certamente le esigenze e i presupposti fondamentali.
Per contrastare queste idee eretiche, molti sinodi locali del IV avevano già ribadito che la regalità di Gesù non era destinata a scomparire. Costantinopoli riprende queste idee e le legittima ufficialmente.

“Noi crediamo nello Spirito Santo”: si tratta di un evidente rinforzamento di Nicea. Non viene detto “un solo” Spirito (come per il Padre e per il Figlio), ma si tratta di una differenza che non va sopravvalutata. “Signore e datore di vita” sono espressioni molto probabilmente mutuate rispettivamente da 2 Cor 3, 17 e Gv 6, 63 (quest’ultima è addirittura posta sulle labbra di Gesù); è interessante notare come nel NT gli stessi appellativi siano riferiti anche a Gesù (1 Cor 15, 45).

To ex tou patron ekporeuomenon: la fonte diretta di quest’espressione è Gv 15, 26; non si tratta di una citazione letterale, ma anche la differenza è interessante: Gv utilizza la preposizione para, mentre il concilio utilizzerà ek indicante ugualmente moto da luogo, ma in un senso più profondo. Studieremo a suo tempo il problema del “filioque” (il fatto cioè della provenienza dello Spirito anche dal Figlio), ma sottolineiamo come Costantinopoli non menzioni la seconda persona! Occorre comunque precisare che ek tou patroV era molto probabilmente un modo per esprimere la divinità dello Spirito Santo e non si trattava di una definizione della vita intratrinitaria (per lo meno dogmaticamente esplicitato).
Già Gregorio di Nazianzo aveva distinto fra processione e generazione, ispirandosi sempre allo stesso passo di Gv. In 1 Cor 2, 12, è ancora più esplicito il richiamo: lo Spirito è infatti detto ek tou Jeou.

“Che con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”: ricordiamo l’influsso diretto di Basilio (in particolare la sua riflessione sulle preposizioni nella dossologia del Gloria). Su questo punto, Gregorio di Nazianzo si irriterà per la mancata dichiarazione esplicita della consustanzialità dello Spirito al Padre e al Figlio. A Costantinopoli 381, infatti, si parla di “isotimia” (“uguaglianza di onore”), ma non (ancora) di consustanzialità.

6.2. La storia dell’interpretazione del concilio

Costantinopoli non è mai stato interpretato come l’aggiunta o la rettifica parziale di ciò che a Nicea era e non era stato detto; Costantinopoli è sempre stato visto (in particolare dai suoi contemporanei) come la ratifica di Nicea. Purtroppo non possediamo più il Tomus che il concilio scrisse per spiegare più dettagliatamente il senso e gli intenti della sintetica formulazione simbolica.

A proposito del Simbolo, se Nicea è stata conosciuta proprio in virtù del suo “prodotto”, Costantinopoli non è portatore del proprio simbolo almeno fino a Calcedonia 451, quando per la prima volta (!) si parlerà del “simbolo di Costantinopoli”. Per ragioni solo intuibili ma non accertabili, per i 70 anni seguenti non si parlò mai del simbolo del 2° concilio (che è lo stesso da noi proclamato in ogni messa domenicale!)

Sottolineiamo come l’aggettivo omousioV a Nicea era stato introdotto dalla corrente “occidentale” prevalentemente “monarchiana”; dopo la riflessione dei Cappadoci, la parola viene indirizzata da “uguale sostanza” a “la stessa sostanza”: si sta chiarendo lentamente come h ousia sia il criterio di unità.

  1. Sviluppi successivi a Costantinopoli 381

Decidiamo per esigenze didattiche di posticipare al capitolo seguente l’esposizione diretta sul pensiero di sant’Agostino.

Papa Damaso convocò, l’anno successivo il concilio, un sinodo a Roma per chiarire le istanze trinitarie, invitando anche tutti gli orientali; il mondo teologico dell’oriente disertò in massa il sinodo romano e inviò una lettera comunque molto interessante in cui si legge che quando diciamo Padre e Figlio e Spirito Santo, intendiamo “una sola ousia del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Assistiamo come l’ampliamento pratico dell’omousioV alla persona dello Spirito sia esplicito appena un anno dopo la formulazione dogmatica.

Cfr. DS 152 ss: la proposizione di papa Damaso (soprattutto 172-173); è interessante come vengano elencati un’ampia serie di criteri di unità fra le persone della Trinità, ma non venga menzionata l’unica ousia; per contro, si parla chiaramente di treiV upostaseiV.

Cfr. DS 421 ss: il concilio Costantinopolitano II sulla volontà umana di Cristo. L’affermazione iniziale è molto interessante: mian Jeothta en trisin upostasesin. La formula è poi considerabile come divisa in due parti: nella prima abbiamo una descrizione astratta della Trinità consustanziale in 3 persone, nella seconda la dinamica salvifica.

Cfr. anche nello studio personale [se ti ritieni uno studente volenteroso e dedito alle tue sudate carte e riesci a dormire un paio di ore per notte…] il Concilio di Lione (1274), DS 851 ss; il Concilio di Firenze (1439), DS 1300 ss; in particolare 1330 ss su cui probabilmente torneremo più avanti.

LA TEOLOGIA TRINITARIA DI SANT’AGOSTINO

GR    La divinità del F e dello S è in rapporto al P, che dona tutta intera la sua divinità, tutta la natura divina: «Dio è il Padre, ho theos». Parte dal Padre e dalla tripersonalità. In una sua radicalizzazione può condurre al triteismo.

Dio è sempre insieme P-F-S: «Dio è la Trinità, la Trinità è il solo Dio, ho theos è la Trinità». Parte dalll’unità essenziale per poi cogliere la tripersonalità. Dio, infatti, è trino, ma non triplice. Ogni persona è pericoreticamente nell’altra, quindi, essendo un solo Dio, alla unità di essere ad intra segue anche l’unità di agire ad extra, così che tutta l’attività nella storia della salvezza è da attribuire in senso proprio al Deus-Trinitas, salva l’appropriazione di alcuni momenti dell’economia salvifica. La sua radicalizzazione è il modalismo.

Le RELAZIONI in Dio non sono un accidente, come nell’uomo, ma – a motivo della semplicità divina – sono le stesse persone. Le persone non hanno una relazione ma sono la relazione, ed ogni relazione (in senso particolare) coincide con l’essere (assoluto) e si distingue solo relativamente. Il P è in se stesso Dio, ma è P in riferimento al F; così il F è in se stesso Dio, ma F rispetto al P; lo stesso vale per lo Spirito. I tre sono dunque uguali in divinità, e non v’è chi sia più grande dell’altro, né la Trinità è più grande dei tre associatamente considerati.

  OK la salvaguardia effettiva dell’unità .   KO la dimensione relazionale, infatti Agostino usa solo forzatamente il termine persona: «non ut illud dicetur, sed ne taceretur».

Le VESTIGIA TRINITATIS sono nell’intero universo, ma specialmente nell’uomo, e nella parte spirituale dell’uomo.

res l’oggetto.

  visio la sua rappresentazione sensibile nella mente.

  intentio vel voluntas l’atto con cui lo spirito vi si concentra (DTrin 11,2,2-5)

 A partire dalla natura razionale, dalla mens dell’uomo, che è la parte che meglio riflette Dio, a immagine del quale siamo fatti.

  —  esse – essere

  — nosse – conoscere

  — posse – volere

à  – lo spirito

    – la conoscenza di sé

    – l’amore di sé

à  memoria – la conoscenza latente che lo spirito ha di sé.

    intelligentia – l’autopercezione dello spirito alla luce delle rationes eterne.

    voluntas – volontà o amore di sé per cui tutto il processo della conoscenza si mette in moto.

à lo spirito in quanto si ricorda di Dio – lo conosce – lo ama. (DTrin 10,11,17-18).

  • Comunque sono solo immagini, rispetto alla realtà intratrinitaria di Dio, e ci sono più dissomiglianze che somiglianze.
  • Poi, si intellegis, non est Deus: non sono modi di comprendere, ma di scrutare la non-assurdità.
  • L’aggancio al dato biblico c’è solo per il Logos, ma secondo un’esegesi fragile.
  • C’è poco ritmo storico-salvifico. Forse perché Agostino conobbe la Trionità prima del Cristo, mediante i neoplatonici. Oppure perché il De Trinitate è trattato autonomo rispetto alla cristologia.
  • Basi teologiche per l’elaborazione del Filioque.
  • Influsso su tutta la teologia successiva

I-IV    Indicare meglio il contenuto del dogma

V-VII discussione della terminologia tecnica (relazione, essenza, persona)

VIII    transizione

IX-XV far capire meglio l’aequalitas tra le persone nell’unica divinità, a partire dalle analogie psicologiche

Libro I

Per comprendere qualcosa della luce di Dio, occorre purificarsi e credere.

 P F S non sono tre dei, ma un solo Dio. I Tre sono inseparabili nelle loro azioni ad extra, ma alcune azioni dalla Scrittura sono attribuite ad una sola delle Persone (la voce al Padre, l’incarnazione al Figlio, la colomba allo Spirito Santo).

  Quale la differenza tra la generazione del Figlio e la processione dello Spirito?

 Quando la Scrittura dice F < P, intende riferirsi all’incarnazione.

    Quando dice F = P, intende riferirsi alla natura divina.

  Talora la Scrittura dice di una sola Persona, ma per intenderle tutte e tre, nell’unità sostanziale.

Libro II

a- testi che dicono F < P

b- testi che dicono F = P

 c- testi un po’ ambigui, che dicono l’origine eterna del F dal P

MISSIONI

  Nel mondo, ogni Persona c’è da sempre insieme alle altre. La missione è una relazione nuova della Persona con la creatura cui è mandata: non è mutazione né inferiorità rispetto a chi manda, ma manifestazione nel mondo, una teofania

MISSIONE DEL FIGLIO           n MISSIONE DELLO SPIRITO SANTO

– nascere da una donna              – manifestarsi in colomba e lingue di fuoco

– unione personale alla natura umana      – senza unione personale

– unione durevole                     – senza unione durevole

– unione beatificante                   – senza unione beatificante

La natura umana di Cristo è opera di tutta la Trinità, ma è unita alla sola persona del Figlio e solo lui manifesta. (Così come la colomba manifesta solo lo Spirito).

TEOFANIE   ad Adamo    il Padre

             ad Abramo tutta la Trinità, in quanto Dio unico, senza distinzione di persone

             roveto ?

             nube e fuoco ?

             Sinai ? lo Spirito santo? il dorso divino è la carne di Cristo.

             Daniele  il Padre

la natura divina è invisibile, ma ognuno dei tre può manifestarsi in segni

Libro III

Dio si manifesta attraverso segni e miracoli. Tutto è operato da lui, anche quando spiriti (buoni o cattivi) ottengono da Dio il permesso di agire sulle ragioni seminali. Il ruolo degli angeli nelle teofanie.

Libro IV

Cristo è unico mediatore e redentore. Luce, unità. Morto e risorto. Vittima di valore infinito. tale è lo scopo della sua missione.

 Ogni missione implica dipendenza di colui che è mandato da colui che manda

  Essa indica l’origine eterna, cioè la processione di una Persona dall’altra in rapporto ad un effetto prodotto in una creatura

Dio è sempre presente dappertutto ® la missione denota una presenza nuova, una nuova attività

la missione rispecchia, continua nel tempo la processione intradivina

 sono mandati F e S, non il P

 possono inviare il P e il F, non lo S

 nessuna persona può inviare se stessa

 MISSIONE VISIBILE              MISSIONE INVISIBILE

    unione di una persona invisibile      senza manifestazioni sensibili:

    con una forma visibile                solo un effetto spirituale

    (incarnazione, lingue di fuoco)         per santificare le anime

Missione NO disuguaglianza, perché denota l’origine eterna, e l’origine non è ¹

la Trinità opera inseparabilmente, ma non può manifestarsi inseparabilmente a causa dei limiti della creatura attraverso la quale deve manifestarsi (così come noi, sebbene i Tre siano unum, non possiamo pronunciare contemporaneamente i loro nomi).

il F si è manifestato ad opera degli angeli anche prima dell’incarnazione, ma la missione incomincia solo con l’incarnazione

lo S era dato ed agiva anche prima di Cristo, ma la sua missione incomincia solo dopo l’incarnazione

Libro V

  In Dio non vi è accidente: ciò che in noi sarebbe accidentale (es. l’azione), in lui è sostanza (Dio non ha azione, ma è azione).

  In Dio non vi è accidente, ma non tutto quello che si predica di Dio si predica secondo la categoria della sostanza. P – F – S si predicano secondo la relazione. Le relazioni sono sostanziali e non accidentali, perché non sono mutevoli; ma non si dicono della sostanza.

Dunque in Dio nulla ha un significato accidentale, perché in lui non vi è accidente, e tuttavia non tutto ciò che di lui si predica, si predica secondo la sostanza. Nelle cose create e mutevoli, ciò che non si predica in senso sostanziale, non può venir predicato che in senso accidentale. […] Ma in Dio nulla si predica in senso accidentale, perché in lui nulla vi è di mutevole; e tuttavia non tutto ciò che si predica, si predica in senso sostanziale. Infatti si parla a volte di Dio secondo la relazione; così il Padre dice relazione al Figlio e il Figlio al padre, e questa relazione non è accidente, perché l’uno è sempre Padre, l’altro sempre Figlio. […] Poiché il Padre non è chiamato Padre se non perché ha un Figlio ed il Figlio non è chiamato Figlio se non perché ha un Padre, queste non sono determinazioni che riguardano la sostanza. […] Queste sono denominazioni che riguardano la relazione e non sono di ordine accidentale, perché ciò che si chiama Padre e ciò che si chiama Figlio è eterno e immutabile. Ecco perché, sebbene non sia la stessa cosa essere Padre ed essere Figlio, tuttavia la sostanza non è diversa, perché questi appellativi non appartengono all’ordine della sostanza, ma della relazione. (5, 5, 6 [241]).

  Es. La relazione P-F: indica distinzione, ma non disuguaglianza, perché la distinzione non supera la relazione e non tocca la sostanza. Il F è = al P in senso assoluto e sostanziale.

ogni denominazione di tipo relativo designa una sola persona

  e non alla Trinità insieme considerata

ogni denominazione di tipo assoluto (sostanziale) si applica alla singola persona

  & alla Trinità al singolare

Es. lo Spirito Santo

    la denominazione utilizzabile anche per P e F suggerirebbe che lo S è la comunicazione personificata di entrambi

    la denominazione ‘dono di Dio’ lo conferma

Libro VI

Contro gli Ariani, le tre Persone sono perfettamente uguali. Es. il Figlio è potenza e sapienza, ma anche il Padre lo è: il P è sapiente per la sapienza che ha generato, il F è sapiente in quanto è la sapienza del P Ü ogni attributo assoluto non si applica all’uno senza l’altro: ogni nome che manifesta la sostanza li concerne entrambi e sono propri delle Persone solo i nomi relativi.

Se la sostanza è identica e semplice, le tre Persone sono perfettamente uguali.

Le tre Persone sono mutuamente immanenti Ü Dio è trino, ma non triplice.

Il P viene chiamato Dio dalla Scrittura, ma solo per appropriazione, perché Dio si può dire in senso proprio anche del F e dello S.

Gli attributi essenziali non sono proprietà di uno dei Tre, ma appropriazioni.

Un’essenza, tre persone. Ma sono termini ‘provvisori’.

Libro VIII

Reg: unità delle Persone senza confusione, distinzione senza ineguaglianza.

L’anima è creata ad immagine della Trinità: ricorda – comprende – ama sé.

                                  ricorda – comprende – ama Dio.

La verità, la bontà, la giustizia e l’amore sono in noi, ma provengono da Dio: vediamo Dio in esse.

Dio è amore, ogni vero amore proviene da Dio, l’amore ci fa conoscere Dio.

L’AMORE: 1. colui che ama, 2. ciò che è amato, 3. l’amore.

Libro IX

Per amarsi, lo spirito deve conoscersi: 1. spirito, 2. conoscenza, 3. amore.

(Lo spirito consce bene quando giudica a partire dalle ragioni eterne).

Lo spirito genera un verbo, se ne compiace nell’amore.

Lo spirito genera, il verbo è generato, l’amore procede da entrambi.

(L’amore non è generato, perché l’amore procede dalla conoscnza, ma come un peso, un movimento verso la cosa).

 

Libro X

Quando si conosce una cosa, la si ama (altrimenti la si ignorerebbe).

LO SPIRITO: 1. memoria, 2. intelligenza, 3. volontà: una sola realtà.

Libro XI

Immagini della Trinità.

Vestigia della Trinità nell’uomo esteriore.

PERCEPIRE: 1. forma dell’oggetto percepito, 2. forma impressa nel senso, 3. volontà che fissa il senso sull’oggetto.

RICORDARE: 1. forma impressa nella memoria, 2. visione interiore dello spirito, 3. volontà che tiene lo sguardo dello spirito fisso sulla forma impressa nella memoria.

[forma del corpo percepito Ü forma nel senso di chi percepisce Ü forma nella memoria Ü forma nel pensiero]

Libro XII

L’immagine di Dio nella parte superiore (contemplazione delle cose eterne) dello spirito, non in quella inferiore (azione sulle cose temporali).

Il peccato.

Scienza & Sapienza

«Alla sapienza appartiene la conoscenza intellettiva delle cose eterne, alla scienza invece la conoscenza razionale delle cose temporali» [499].

«Haec est sapientiae et scientiae recta distinctio, ut ad sapientiam pertineat aeternarum rerum cognitio intellectualis; ad scientiam vero, temporalium rerum cognitio rationalis» [12, 15, 25; 498]

 

Libro XIII

La felicità: ottenere un bene in modo stabile: l’immortalità.

La fede: come arrivare all’immortalità: Cristo.

«Itane defuit Deus modus alius quo liberaret homines a miseria mortalitatis huius, ut unigeniutum Filium Dei sibi coaeternum, hominem fieri vellet, induendo humanam animam et carnem, mortalemque factum mortem perpeti?» parum est sic refellere, ut istum modum quo nos per Mediatorem Dei et hominum hominem Christum Iesum Deus liberare dignatur, asseramus bonum et divinae congruum dignitati; verum etiam ut ostendamus non alium modum possibilem Deo defuisse, cuius potestati cuncta aequaliter subiacent; sed sanandae nostrae miseriae convenientiorem modum alium non fuisse, nec esse oportuisse (13, 10, 13 [528]) (cf. 10, 17, 22 – 18, 23; De agone christiano 11, 12) [qui si incomincia ad usare il vocabolario della convenienza/non-obbligatorietà perché c’è lo sfondo dei diritti del diavolo, e si vuole evitare l’idea di un debito da parte di Dio]

INCARNAZIONE

  1. impedisce di disperare della beatitudine.
  2. vince il diavolo non per la via della potenza ma della giustizia.
  3. la croce ci giustifica nel sangue di Cristo.
  4. mostra all’uomo il suo livello tra le realtà create.

Libro XIV

14, 4, 6

n GRANDEZZA DELL’UOMO

L’uomo è naturalmente capax di Dio, cioè è capace di essere elevato fino alla contemplazione immediata della Trinità: un mutabile aperto all’Immutabile.

n IMMAGINE DI DIO

L’immagine di Dio è tale capacità, impressa indelebilmente nella sostanza immortale dello spirito, naturalmente capace di conoscere Dio.

GIUSTIFICAZIONE

Non crea, ma restaura l’immagine divina, che il peccato ha deturpato ma non distrutto.

Lo spirito è immagine di Dio, perché è capace di Dio, in quanto lo ricorda – comprende – ama.

Libro XV

Il verbo mentale nell’uomo è simile per certi aspetti al Verbo divino; dissimile per altri.

Conviene farsi guidare dalla fede, e pregare.

CONCETTI FONDAMENTALI DELLA DOTTRINA TRINITARIA

MISSIONE PROCESSIONE ETERNA

— del F ad opera del P (Gv 3,17)                  * visibile

— dello SS ad opera del P (Gv 14,26) e del F (Gv 15,26)   * invisibile ma esperibile

scopo      la presenza di F e S nel mondo e nella storia

fondamento origine di F e S da P e P/F

PROCESSIONE RAPPORTO DI ORIGINE ETERNA

GENERAZIONE del F dal P processione del verbo interiore nell’atto del conoscere

PROCESSIONE/SPIRAZIONE (Gv 15,26) dello SS dal P (principaliter) e dal F (in un modo donato dal P)     essere-al-di-fuori-di-sé nell’amore

RELAZIONE ESSERE RIFERITO AD UN ALTRO

— dal P al F GENERAZIONE ATTIVA / PATERNITÀ

— dal F al P GENERAZIONE PASSIVA / FIGLIOLANZA

[– dal P+F allo SS  SPIRAZIONE ATTIVA (= 1/2)]

— dallo SS al P+F SPIRAZIONE PASSIVA

** sono realtà relazionali in Dio le distinzioni non riguardano la sostanza ma le relazioni

DS 1330: «in Deo omnia sunt unum ubi non obviat relationum oppositio»

    in Dio le distinzioni sono relazioni:

    in Dio la realtà ultima non è la sostanza = l’essere-in-sé,

    ma la relazione = l’essere-dall’altro/l’essere-per-l’altro

[ nell’uomo la sostanza non è solo l’essere-dall’altro/per-sé ma anche l’essere-in-sè]

       semplicità e perfezione divine in Dio sostanza & relazione non diverse ma coincidenti: Dio è relazione ed esiste solo in relazioni immanenti: Dio è amore che si dona: LA SOSTANZA DI DIO È RELAZIONE occorre che le relazioni siano reali, non solo di pensiero, espressione reale della divina persona le relazione è orientata ad un fine che è realmente diverso dalla sostanza.

NATURA principium quo: ciò per cui la natura esiste ed agisce

PERSONA principium quod: supporto intimo dell’intero essere e agire, irriducibile ad una altra: NATURAE RATIONALIS INDIVIDUA SUBSTANTIA (Boezio)

  NATURAE RATIONALIS INCOMMUNICABILIS EXSISTENTIA – SUBSISTENTIA (Riccardo di S.V.)

  in Dio le persone sono RELAZIONI SUSSISTENTI

Anselmo: la relazione fonda la sussistenza (a° natura… modalismo)

Tommaso d’Aquino.: le persone fondano la relazione (in senso logico, non cronologico: a° ipostasi, non natura)

  l’unica sostanza divina sussiste in triplice modo

      principium quo principium quod

   unica coscienza sostenuta da un triplice supporto

  le persone sono identiche all’unico essere&coscienza

  esse scaturiscono dagli atti spirituali della coscienza e dell’amore

        c’è una relazione spirituale che non può essere priva di coscienza

  la personalità sta nella relazionalità, nell’interpersonalità

  anche in Dio le persone stanno in / sono dialogo: relazioni reciproche ma non interscambiabili: DIO&UOMO: IO-TU-NOI

 

PROPRIETÀ delle persone (idiomata)- NOZIONI, note distintive (gnorismata)

(= relazioni)

es innascibilitas del P:   OR proprietà fondamentale del P, Dio è pura origine e dono

        OCC è proprietà, ma non quella che costituisce la sua persona

APPROPRIAZIONI a tutte le tre persone, ma attribuibili ad una per affinità con le proprietà

es Potenza-Sapienza-Amore

Si tratta di una nozione sviluppata soprattutto nel medio evo, nella quale l’Unità divina è molto sottolineata. Tommaso fu uno dei primi (e dei più precisi) a mostrare come alcune qualità vengono attribuite più ad una persona divina che ad un’altra: Dio Padre è l’Onnipotente, Dio Figlio è la Sapienza… anche se è ribadito da tutti che l’azione autocomunicativa ad extra è sempre dell’Unico Dio.

Ricordiamo ancora una volta il limite del nostro linguaggio che tenta di esprimere in modo analogico che l’Amore di Dio rispecchia in un certo senso ciò che Dio è (ad intra). [Non ho capito molto bene cosa intendesse in questo punto…] Anche il figlio e lo Spirito, infatti, sono onnipotenti, ma la caratteristica dell’onnipotenza è manifestazione più diretta della paternità divina.

La teologia moderna (e soprattutto contemporanea) non negherà la necessità delle appropriazioni, ma ne farà un uso molto più sfumato: i rapporti propri delle singole persone sono evidentemente molti più di quanto si credesse, poiché Dio agisce sempre come Trino e sempre rivolto all’irripetibilità di ciascuna persona umana; ne è un esempio la considerazione della preghiera “Padre Nostro”: oggi nessuno più la considererebbe un’appropriazione, mentre solo 50 anni fa era l’inverso, quando ogni azione divina ad extra era considerata di fatto tale. Non solo appopriazioni, ma anche vere caratteristiche (e doni) personali propri.

PERICORESI compenetrazione reciproca delle persone divine

[Gv 10,30: io e il Padre siamo una cosa sola]

Ilario: Altro dall’Altro, Altro nell’Altro

(Gregorio Naz.: a° per le due nature di Cristo) (Giovanni Dam.: b° per la Trinità)

Firenze DS 1331: Propter hanc unitatem Pater totus est in Filio, totus in Spiritu Sancto; Filius totus est in Patre, totus in Spiritu Sancto; Spiritus Sanctus totus est in Patre, totus in Filio.

Bonaventura circumsessio compenetrazione dinamica OR a° vincolo fra le tre persone

Tommaso circuminsessio interconnessione più statica OCC a° unica sostanza, qiuete

l’unità e l’autonomia crescono in proporzione diretta

La “mutua inabitazione” (pericorhsiV, circumsessio, circumincessio o circuminsessio)

“Il Padre è in me e io sono nel Padre” (Gv 14, 9 ss). Dio non è solo “con” altre persone, ma è “nelle” altre persone. Padre e Figlio e Spirito non sono solo accanto, ma uno nell’altro; si tratta del tentativo linguistico di esprimere l’intensità massima della comunione. Ilario di Poitiers aveva già affermato che non è nell’uno qualcosa di più dell’altro: tutto è perfetto nel Padre e tutto è perfetto nel Figlio. Colui in cui abita Dio è una natura che non può essere diversa da se stesso. La comunione divina è esprimibile in un “essere in”. Cfr. DS 1331, Concilio di Firenze, nel decreto Pro Iacobitis: “Pater est totus in Filius et totus in Spirito Sancto…” e noi siamo chiamati a partecipare di questo essere divino (Balthasar diceva: per il fatto che siano ugualmente Dio come il Padre). Cfr. Gv 17, 21: la preghiera sacerdotale.

SUL CONCETTO DI PERSONA IN TEOLOGIA TRINITARIA

La Formula Tradizionale  mia physis en treis hypostasein è dovuta ai Cappadoci.

ª Ma ci sono ambiguità tra latino e greco: hypostasissubstantia persona-prosopon…

ª I filosofi greci non avevano mai dovuto distinguere, perché NELL’UOMO dovunque c’è una natura c’è anche una persona, cioè una natura individuale. Però IN DIO non è così, perché lì dove c’è una sola natura ci sono tre persone.

ª COSTANTINOPOLI II (DS 421) stabilisce a prevenzione di ogni equivoco la regola terminologica:    natura =  physis =     housia =  substantia

           persona = hypostasis = prosopon

IL CONCETTO TRADIZIONALE

Unità di essere à unità di coscienza (non ci sono tre coscienze in Dio; ma non significa che non ci siano tre centri di coscienza e di attività)

L’unico essere divino con l’unica coscienza (principium quo) sussiste in triplice modo (principium quod).

IL CONCETTO DI “PERSONA” IN TEOLOGIA

 

La storia del termine: da Tertulliano a Riccardo di san Vittore

Il primo ad utilizzare questo concetto, come abbiamo visto, è stato TERTULLIANO, per cui “persona” = “soggetto”; (in particolare, ricordiamo la sensibilità prettamente “giuridica” dell’autore latino).

In Dio c’è un livello di pluralità di essere che noi chiamiamo “persone”.

I CAPPADOCI, esponenti della corrente orientale dei primi secoli, hanno avuto il merito di creare quella formula terminologica fondamentale: mia jusiV en treiV upostasaiV. I latini, successivamente, traducono ousia (considerandola sinonimo di jusiV), con substantia, termine che darà luogo anche a molti fraintendimenti.

 AGOSTINO è consapevole che questo linguaggio è applicato in maniera analoga; ma non si possono applicare allo stesso modo gli stessi termini agli uomini e a Dio. Egli, tuttavia, assume il termine persona come criterio di distinzione nell’Unità. In particolare egli sottolineerà che tutto ciò che in Dio si dice ad se non accetta pluralità di sorta; tutto ciò che in Dio è relativo (ad aliquid), fonda la pluralità. Il relativo, nel linguaggio si esprime sempre con un genitivo: il Padre del Figlio, il Figlio del Padre, il Dono di Colui che dona.

In questo modo, però, quando applichiamo questo principio alle persone divine, non possiamo dire che il Padre è persona del Figlio o viceversa! Il problema quindi rimane: la relazione è ad aliquid, ma l’essere persona è utilizzato in Dio 3 volte senza necessariamente porlo in relazione (Il Padre è persona. Il Figlio è persona. Lo Spirito è persona).

Le tre persone sono quindi relazionate in quanto Padre e Figlio e Spirito Santo, ma non in quanto persone, perché persona “dicitur ad se et non ad aliquid”! Siamo di fronte ad un’aporia, una strada senza uscita, davanti alla quale Agostino non procede oltre, ma si arresta.

 

BOEZIO tenta una via d’uscita all’aporia agostiniana proponendo quella che diventerà la definizione classica di persona: “Sostanza individua di natura razionale”. (Interessante è notare come la definizione nasca in un ambito cristologico). La sostanza individuale designa l’irripetibilità; il tentativo è comunque quello di esprimere non “cosa è”, ma “chi è”.

 

RICCARDO DI SAN VITTORE parte dalla definizione di Boezio, ma non la applica a Dio in modo diretto. La definizione di persona in Dio deve necessariamente essere distinta da quella utilizzata per gli uomini. Riccardo propone “natura rationalis incommunicabili existentia”. La novità sta proprio in quell’”ex-sistere”, “stare (esistere) da”, “procedere da”.

Le tre persone non si distinguono perciò per il “sistere”, ma per l’“ex”, il punto d’origine: il Padre “sistet” da nessuno, il Figlio dal Padre, lo Spirito dal Padre e dal Figlio (sempre secondo l’Amore).
In Dio possiamo distinguere un’Unità iuxta modo essendi, e una distinzione iuxta modo exsistendi.
Riccardo, poi, riprende il tema delle processioni per l’Amore (e non solo per vie esclusivamente intellettuali): cfr. ciò che abbiamo già detto a proposito dell’esatto numero “tre” nella dinamica persona (i tre modi possibili di amare).

Nella Trinità (e analogicamente nei rapporti umani?), possiamo affermare che ogni persona ama (o è amata) secondo l’ex-sistere. “Qualibet persona est amor suus).

Detto in altre parole: le modalità d’Amore presenti in Dio determinano le persone (ricordando quanto detto prima sulla definizione di “persona”). L’irripetibilità di ciascuno è il modo di amare di ciascuno. Il tipo di Amore determina il tipo di persona. Noi possiamo imitare l’Amore delle tre persone divine assumendole come modello di perfezione.

San Tommaso d’Aquino

Anche Tommaso accetta la definizione di Boezio, pur se con alcune precisazioni non indifferenti, ma nel complesso non decisamente incisive sul nostro discorso. Egli, in particolare, porta avanti il problema del rapporto fra relazione – persone – essenza divina.

Dio è Trino; la Trinità dipende dalle processioni e dalle relazioni; anche l’autorità di Agostino ci mostra “tre persone relativamente”. Tommaso, allora, insinua questa domanda: se la distinzione è data dalle relazioni, e la distinzione in Dio Trino è a livello delle persone, è questa relazione essa stessa la persona?

Nella “persona” troviamo un minimo comune per tutti gli esseri (uomini, angeli…) ben individuato da Boezio. Ma ci sono anche alcuni elementi specifici che sono propri ad esempio della definizione “persona umana” e non di altri tipi di persona: la persona umana è tale solo in presenza di un corpo (che gli angeli, pur essendo creature personali non hanno!).

C’è quindi una distinzione reale tra “persona”, “persona umana” e “persona divina”, anche nella loro definizione.

“Persona” è ciò che distingue, individua. In Dio, le persone sono ciò che “crea” la distinzione, la pluralità. Le relazioni, in particolare, sono la causa di questa distinzione intradivina.

Se la persona è ciò che è distinto per relazione, allora in Dio “persona” coincide con “relazione”!

Cfr. un testo molto importante, S Th 29, a. 4, centro del corpus: “…Dio Padre è la Paternità divina” (e quindi non è prima Dio e poi Padre), “Dio Figlio è la Filiazione divina…”.

Senza tema di forzare troppo l’interpretazione, Tommaso sembra indicarci come la relazione sia sussistente nella natura divina, come sia l’essenza divina.

La riflessione di Tommaso può apparire come un astratto costrutto intellettuale, ma a ben vedere esso è molto di più. Questo ragionamento di rivela come in Dio le relazioni che distinguono (e uniscono allo stesso tempo) sono le persone. Il principio di Unità e quello di distinzione è sempre lo stesso.

Unità e distinzione in Dio coincidono. Dio non prima è e poi si comunica, ma l’essere stesso è comunicazione, è rapporto, è Amore.

Parlando in questi termini, il problema del rapporto fra Unità e distinzione è un problema “solo nostro”, che non sussiste in Dio, nel quale l’identità più profonda coincide con la donazione totale nel distinto da Sé. La Creazione stessa non è un “bisogno” di Dio, ma essa scaturisce da questa sua essenza comunicativa ad intra. Il senso stesso dell’autocomunicazione divina ad extra è manifestazione della propria pienezza sovrabbondante.

Ci muoviamo sempre all’interno della associazione “paternità – donazione – Dio”, come “essenza “e non come “appartenenza”.

Sottolineiamo altresì come in Tommaso la relazione è un proprium della persona divina (e non necessariamente della persona umana). Il salto della filosofia (e della teologia) personalista, sarà di molti secoli successivo. [Nessuno è perfetto…]

Necessità però un chiarimento: parlando della “relazione divina”, affermiamo chiaramente l’esistenza del rapporto reciproco di Paternità – Filiazione e di quello di Spirazione –

Spirazione passiva (Proces-sione); di fronte a 4 relazioni, dovremo supporre 4 persone? No, poiché la spirazione attiva non è di una persona (non è una relazione sussistente), appartenendo al Padre e al Figlio.

Dio non è solo, ma è comunione: ecco alfine la peculiarità del monoteismo cristiano.

E, soprattutto, Dio non è comunione in quanto esistono gli angeli o i santi, ma poiché ha in Sé qualcuno della stessa natura. Tutta questa astrazione che trova in Tommaso la grande guida, è confermata (o nasce?) dalla manifestazione ricevuta da noi uomini nella Trinità economica: Gesù è puro referente (relativo) al Padre: è questo il messaggio più esplicito del NT.

A corollario di quanto già detto, aggiungiamo che la distinzione delle persone divine è reale, in quanto è reale la “contrapposizione” delle relazioni. E’ inevitabile (e giusto) dare alle persone divine i nomi di Padre e Figlio e Spirito Santo, in quanto espressioni delle relazioni che sono il loro essere persone.

La teologia moderna e contemporanea: gli sviluppi del concetto di persona e i modelli di teologia trinitaria

Il termine ha subito una grandissima evoluzione di significati nel mondo moderno: autocoscienza, libertà, capacità di decisione, centro di azione, centro di responsabilità… Ai tempi di Agostino e di Tommaso, il termine era molto più “metafisico” e molto meno “psicologico” (in senso moderno). In particolare, oggi la nozione di persona si è arricchita della stretta connessione fra relazione ed essenza umana (unione che Tommaso riservava esplicitamente alla sola persona divina).

Un grosso problema della psicologia contemporanea, che interessa direttamente anche la nostra questione, è stabilire se nasca prima “io” o prima “tu”.

Da questo punto di vista, scopriamo come antropologia e teologia trinitaria siano in “pericoresi”.

Anche per questo, forse, certi grandi teologi provano un certo riserbo nell’utilizzo del termine in teologia trinitaria: se persona è applicato a Dio partendo dal linguaggio quotidiano, il rischio di cadere nel triteismo sembrerebbe molto alto.

Karl Barth: 3 “modi di essere”

Dio in un’Unità indistruttibile:

è lo stesso Dio che (secondo sia l’AT che il NT) si rivela,

è lo stesso evento della Rivelazione,

è l’azione di Dio nell’uomo.

In queste tre asserzioni, possiamo riconoscere parallelamente Padre e Figlio e Spirito Santo. Barth è un autore che insiste moltissimo sull’Unità; allo stesso tempo però, predica lo stesso Dio 3 volte diverso: anche la diversità è fondata nell’Unità.

Dio è tre “modi di essere”. Il Dio che si rivela nelle sacre Scritture è Uno in tre modi diversi (e propri) che sussistono nelle loro mutue relazioni. Egli è il Signore, cioè il Tu che entra in contatto con l’io umano. Il Dio Trino è il Tu divino. Il battesimo, del resto, si impartisce “nel nome” del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, e non “nei nomi di…”. Dio è la ripetizione trina, è tre volte “Io”, e solo in questa ripetizione è il Dio Uno. non tre personalità, non 3 io, ma 3 volte l’unico Io che diventa Tu per l’io uomo.

Sempre a livello terminologico, in Dio tutto appartiene all’Egli e mai all’Esso…

… Dio, cioè, è sempre un soggetto e mai una cosa; la sua unicità è comunione e mai isolamento, include e non esclude la distinzione. La differenza è situata nell’economia delle 3 persone.

A questo punto, Barth propone l’espressione “modo di essere”; non vuole essere sostitutiva di “persona”, ma suo giusto complemento o se si vuole, giusta e necessaria sottolineatura di un significato che il termine “persona” (o l’evoluzione del suo significato) ha trascurato.

Dio è l’Uno in questi 3 modi di essere ed è Dio personale in tre modi. “Persona”, al contrario, secondo lo sviluppo psicologico nel senso di “autopossessione”, porta facilmente all’affermazione di 3 persone = 3 dei. Per evitare di dire “tre centri di sussistenza”, quindi, Barth propone “tre modi di essere” dell’Unico Dio.

Riprendendo i temi fondamentali della teologia occidentale, Barth ribadisce che le persone divine sono diverse nelle relazioni mutue; esse sono cioè, “relativamente” diverse; sono diverse nella corrispondenza; in questo si fonda l’Unità.

La differenza non sta, quindi, per più o meno di divinità, ma per i rapporti di origine. Il modo di essere Dio Figlio viene dal modo di essere Dio Padre e il modo di essere Dio Spirito viene dal modo di essere Dio Padre e dal modo di essere Dio Figlio.

Barth, inoltre, parla di “repetitio aeternitatis in aeternitate” in questi 3 modi di essere uno nell’altro e uno con l’altro. Anche in questi casi, siamo sempre di fronte alla libertà di Dio.

Attenzione: Barth non è un modalista, in quanto parla sempre di distinzioni intrinseche in Dio e non solo “apparenti”. “Padre e Figlio e Spirito” non è estraneo all’essenza di Dio, ma Dio è “Padre e Figlio e Spirito Santo”.

“Dio è Padre nella Creazione perché prima è Padre nella sua essenza in quanto Padre del Figlio”.

* Le principali critiche rivolte all’impostazione di Barth

I rilievi fondamentali partono dal fatto che Barth sembra applicare all’Unità di Dio il concetto di persona così come lo concepisce la filosofia moderna (o solo una parte di essa, come afferma Moltmann quando rimprovera Barth di non tenere in sufficiente considerazione il contributo dei filosofi personalisti). Barth intende sempre per “persona” ciò che la psicologia moderna chiama “io”.

Ma l’Unità dell’essenza divina formulata dalla teologia classica partiva da un campo diverso di quello prettamente psicologico.

In secondo luogo, “persona” non è mai stato assunto come criterio di Unità, ma come criterio di distinzione! Un Dio singolarmente personale ha sicuramente chiare radici veterotestamentarie, ma tutta la riflessione ecclesiale ha chiamato “persona” ciò che distingue in Dio.

Lo spostamento operato da Barth è quindi duplice: da “persona” in senso classico si è passati al senso moderno (in modo incompleto?); da elemento di distinzione a elemento di Unità.

Per amore di giustizia, occorre però anche ricordare che l’espressione “modo di essere” era cara a Basilio Magno. Nonostante questo, la proposta di Barth non è riuscita nel suo intento; un autore tra i più critici verso queste idee sarà J. Moltmann.

 

Karl Rahner: 3 “modi di sussistenza”

Egli propone un cambiamento non solo terminologico rispetto a Barth; questi non parla esplicitamente della relazione io-tu a livello intratrinitario (parlando abbondantemente della relazione io-tu fra uomo e Dio); Rahner, invece, arriva a negarne l’esistenza intratrinitaria.

Sull’approccio di Rahner al mistero trinitario, cfr. Mysterium Salutis e quanto detto nel secondo capitolo sull’Axiom: Dio esiste da sempre nell’autocomunicazione del Figlio e nell’autocomunicazione dello Spirito Santo (per Rahner, autocomunicazione = processione). Analogicamente possiamo anche parlare della Grazia come autocomunicazione del Padre al mondo.
Dio, esistendo, non “ha bisogno” di fuoriuscire da Sé, ma nel momento in cui decide di farlo, lo “deve” fare come Egli è: ecco il Figlio, principio intrinseco di Rivelazione, di comunicazione oggettiva (l’Incarnazione è il proprio del Figlio); ecco lo Spirito, principio di attualizzazione e universalizzazione (il fare è il proprio dello Spirito). Il modo di autocomunicazione di Figlio e Spirito non si potrebbe cambiare.

Ma se Dio si vuole comunicare all’essere umano, deve farlo come Egli è (nella sua essenza divina), e deve anche tener conto di come egli (l’essere umano) è.

L’uomo è un essere che è vincolato ad un origine (1), che si trova e riceve il suo essere in una storia (2) ed è portato verso la libertà / Verità / conoscenza (3).

Accanto a questa triadica dimensione, se ne trova un’altra: l’uomo è un essere che sì riceve l’essere, ma anche lo accetta (a); che sì è nella storia, ma che punta alla trascendenza (b); che sì punta alla libertà,

ma che risponde nell’Amore (c).

Figlio e Spirito Santo rispondono a queste due dimensioni fondamentali: il Figlio è storico, oggetto “ricevuto”, originario, Verità; lo Spirito dal canto suo spinge al futuro, alla trascendenza, è la condizione stessa di possibilità di accettazione (e non solo passiva) dell’offerta d’Amore. Possiamo agostinianamente dire, quindi, che le autocomunicazioni “convengono” all’identità divina.

Gli effetti stessi di questa duplice autocomunicazione sono differenti: nel Figlio “dà luogo” all’umanità di Cristo, nello Spirito è trasformazione interna dell’uomo (l’opera della Grazia).

Nel Dio Uno, quindi, c’è una distinzione interna fra il sussistere dell’Origine, quello rivelato nel Vangelo e quello ricevuto nell’Amore. Dio comunica se stesso e perciò comunica anche la Distinzione e l’Unità. L’autocomunicazione crea la distinzione. La comunicazione è la stessa differenza tra le relazioni che si corrispondono mutue.

* Le principali critiche rivolte all’impostazione di Rahner sono più o meno le stesse rivolte a Barth.

[Sia O’Donnell che Kasper, nei loro libri ne aggiungono un’altra di aspetto tipicamente pastorale: se è difficile pregare una “persona divina”, come pregare un “modo di sussistenza”?]

La difesa e il recupero del termine “persona”

Di fronte a questa linea che tenta la sostituzione del termine persona, la teologia (soprattutto cattolica) ha recuperato l’analogia “sociale” già molto sviluppata in Riccardo di san Vittore (il tema del con-dilectus, per esempio) e che era stata bloccata storicamente dalle critiche di Agostino, per il quale la pluralità delle persone umane non poteva essere un termine analogico adeguato per la Trinità. Il punto di partenza corrisponde con quell’io-tu intradivino di cui già accennavamo prima.

  1. MÜHLEN propone un interessante riflessione a partire dai semplici pronomi personali attribuiti alle persone divine. “Noi” è comunemente riconosciuto come il plurale della prima persona; in realtà “noi” è la comunione non di io + io, ma di io + tu. Io non può essere plurale da solo, e noi è conseguentemente il plurale della comunione fra la prima e la seconda persona.

Analogicamente, il Padre è Io, il Figlio è Tu, lo Spirito Santo è Noi in quanto comunione di Io e Tu. La critica successiva ha giustamente evidenziato come in realtà io e tu siano intercambiabili: tutte e tre le persone divine sono io. E’ comunque interessante l’identificazione dell’Unione come proprio dello Spirito.

RATZINGER, partendo dal concetto di Parola (Logos), mostra come fin da prima dei secoli, Dio è l’Essere dia – logico, è il Vivente nella Parola e quindi il Vivente nel rapporto Io –

Tu che fonda la Parola. L’Amore, inoltre, è proprio dell’unione dialogica. Ratzinger, quindi, partendo dall’approccio psicologico (Parola), tenta una teologia trinitaria che tiene in buona considerazione anche l’aspetto sociale (dialogo).

  1. U. von Balthasar: la fecondità matrimoniale

Balthasar introduce, accanto al tema del dialogo (lo Spirito come il “noi”, l’eterno dialogo d’Amore tra Padre e Figlio), un’analogia che Mühlen ha solo accennato: la fecondità matrimoniale (che egli dice aver mutuato dagli scritti di Scheeben). L’imago trinitatis diventa in questo modo “superiore” all’analogia dell’io, che rimane in un certo senso “chiusa”; in secondo luogo, si arricchisce il tema del dilectus/condilectus perché mentre il co-amato è un idea per così dire “dal di fuori” (è un’affermazione vera ma che affonda le sue radici in una almeno apparente astrazione che la perfezione dell’amore sia l’amare insieme), la fecondità è invece un elemento interno all’Amore, connaturale ad esso: nella fecondità matrimoniale (così come la conosciamo analogicamente nel linguaggio umano), l’Amore è il frutto stesso dell’Amore.

  1. Moltmann: la Trinità in fieri

Moltmann evidenzia le difficoltà delle linee sostenute da Barth e Rahner (vedi le due critiche fondamentali già menzionate). In particolare: come è possibile 3 io, senza un tu?

Moltmann analizza come l’idea della sostanza non sia biblica e come , filosoficamente parlando, dia adito o a un soggetto assoluto o a un elemento perfettamente neutro. Bisogna cercare una nozione ulteriore per esprimere l’Unità: Moltmann fa un uso molto forte di “pericoresi”, la mutua inabitazione di cui abbiamo già precisato. Moltmann parla di mutua correlazione nel “processo” non di “unità”, ma di “unificazione”. La prospettiva è chiaramente dinamica. L’Unità concepita da Moltmann è aperta, “unificata”: Dio possiede distinzioni personali (che sono e devono essere personali e non “modi di essere”!). Non si presuppone un’essenza, ma l’unificazione della Tri-Unità di Padre / Figlio / Spirito è data senza essere fondata “nella sostanza”.

Le persone sono in un rapporto che presuppone le persone, e le persone unite (unificate) per relazione; la relazione, a sua volta presuppone la persona e non c’è persona senza relazione: si tratta di un collegamento persona-relazione di tipo genetico. (Il problema che si può sollevare immediatamente è il seguente: la Trinità può davvero essere considerata come il risultato di un processo?

Ne riparleremo più avanti) Moltmann prosegue sostenendo che dall’idea della pericoresi, si possono conseguire una svariata serie di conseguenze etiche, sociali e politiche: la Trinità è immagine e obiettivo sociale.

Il problema è quello già accennato: questa “Trinità che si fa” è a livello economico o immanente? Moltmann elimina questa distinzione, in quanto la Trinità è il processo di autocomunicazione dell’essere divino. Secondo la dottrina dell’axiom rahneriano, la Trinità immanente sarebbe “necessaria”, mentre la trinità economica sarebbe “libera, gratuita”; la Trinità economica “serve” a manifestare la gratuita dell’azione di Dio ad extra. Moltmann contesta questa distinzione in quanto libertà e necessità in Dio coincidono: libertà e necessità in Dio sono Uno nell’Amore e non c’è quindi distinzione fra economia e immanenza.

Secondo Moltmann, poiché occorre pensare Dio temporalmente e storicamente in questo processo di Tri-Unificazione, la distinzione possibile per noi sarebbe tra Trinità “all’origine” e Trinità “nella vita economica”. Dio, del resto, è aperto al Creato, al Tempo, alla Storia. La Trinità diventa allora un problema escatologico: la piena comunione fra le tre persone si realizzerà alla fine quando anche il contributo dell’uomo “completerà” la perfetta comunione d’Amore di e in Dio già anticipata e manifestata in Cristo.

Moltmann propone una provocante concezione “aperta” dell’Unità di Dio.

Ma pur apprezzando il desiderio di legare profondamente Dio e il mondo, non possiamo altresì esimerci dal dubitare della mancata salvaguardia della libertà e trascendenza divine.

Da dove viene la Trinità, se è un processo escatologico? Tutte e tre le persone sono originali? Allora le persone prima esistono e poi sono in relazione? E’ pienamente corretto parlare di Tre che “vanno verso l’Uno” (1 Cor 15, 28)? Cfr. anche le critiche a Moltmann esposte a proposito della sua teologia della croce.

 

Unità e Distinzione, la Tri-Unità: questo è il problema

Lonergan e Kasper, nelle loro opere, hanno il merito comune di aver molto insistito sul fatto che dire “3 persone” non significa necessariamente affermare tre centri d’azione indipendenti. Essi insistono sull’uso di “persona”, arricchito sia dai significati della psicologia moderna (come Barth e Rahner), ma anche dalla filosofia personalistica e dallo stesso cammino della teologia trinitaria (come Moltmann). “Persona” è individuato non solo nella distinzione, ma anche nel rapporto: persona è la responsabile dell’esistenza non solo di fronte ma anche nel rapporto con l’altro. “Io” e “in relazione” non sono termini aggiunti o giustapposti, ma identici.

“Nella Trinità abbiamo tre soggetti mutuamente consapevoli in forza dell’unica e stessa coscienza. [Siamo di fronte a] 3 soggetti che possiedono in modo diverso la stessa autocoscienza. 3 soggetti che si capiscono in profonda comunione” (Kasper). “Subiecta conscientia per unam coscientiam” (Lonergan).

Ne consegue che il “noi” umano risulta estremamente povero di fronte al “noi” divino, nel quale non abbiamo lo scioglimento del rapporto io-tu, ma l’unificazione della distinzione senza per questo farla venire meno. Diciamo di tre io o di 3 reciproci io-tu che formano un noi profondissimo nella stessa autocoscienza. 3 Persone non individuate in modo assoluto, ma che si trovano nella condizione di “tutto ciò che è mio è tuo”. Tutto; anche la distinzione io-tu.
In un certo senso, potremmo dire che l’unica distinzione che viene cancellata è quella di “mio-tuo”.

La pluralità nella Trinità non è quindi un fattore di limitazione, perché la natura stessa è l’autocomunicazione personale. Ognuno è personalmente libero nella totale autocomunicazione della stessa coscienza infinita. Non 3 coscienze, allora, ma 1 perfetta Unità d’Amore; parliamo di coscienza di persona e non di sostanza.

L’“io” divino è l’“io” proprio di questa comunione unitaria e allo stesso tempo di ogni distinta persona. Parliamo della stessa coscienza esercitata da ciascuno nella comunione con gli altri due.

Allo stesso tempo, la Uni-Trinità non è un punto di arrivo, ma una realtà che crea lo spazio per aprirsi e abbracciare il mondo (e l’uomo in particolare). Dio, manifestandosi ad extra, resta coerente con il suo profondo modo di essere. Il fatto stesso della sua intrinseca libertà è garanzia di questa coerenza. Ancora una volta siamo di fronte al mistero della Trinità economica che ci porta realmente, veramente e totalmente alla Trinità immanente

TEOLOGIA COMPARATAultima modifica: 2017-09-03T22:22:36+00:00da mikeplato
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