06/07/2009
Lo Sciamanesimo (intervista)
1 Professor Zolla, il tema dello sciamanesimo attraversa la sua opera come un elemento costante di interesse e di polarizzazione di significati. Quali sono state le tappe di tale ricerca?
Ho conosciuto queste indagini grazie al grande trattato di Mircea Eliade sullo sciamanesimo: in tale opera non si parla degli sciamanesimi più importanti dell'Asia, come quelli birmani, coreani o giapponesi, ma in essa venne presentato il mondo sciamanico come un tutto. Tale idea di unità non risale a Eliade, ma a Herder che, all'inizio dell'Ottocento, scoprì l'importanza dello sciamanesimo come stato primordiale dell'umanità e quindi cominciò a parlare dell'unità del mondo sciamanico. Ma la dimostrazione particolareggiata di questa grande unità la fornì soltanto Eliade che fonda tale idea di unità sull'esperienza avuta in India, dove assimilò perfettamente la metafisica tradizionale, trovando l'ancoraggio dal quale partire per intendere a fondo lo sciamanesimo.
Una delle principali fonti sullo sciamanesimo è costituita dai testi russi; vanno anche menzionati, nella letteratura americana, il notevole materiale rappresentato dai volumi della Smithsonian Institution che raccolgono le indagini fatte nelle varie tribù, a partire dalla fine dell'Ottocento fino ai giorni nostri. Oltre che indagini scientifiche, antropologiche, ogni ricerca racchiude anche una storia umana: ci furono infatti grandi esploratori che dedicarono la loro vita allo studio dei Pellerossa e, grazie a loro, possediamo valide testimonianze di grandi sciamani, i quali esposero tutte le loro esperienze a questi esploratori. La letteratura a disposizione oramai è sconfinata.
Lo studio critico dello sciamanesimo cominciò alla fine del Settecento, quando importanti ricercatori tedeschi andarono in Russia a studiare gli sciamani; al tempo stesso, l'idea dello sciamanesimo si diffuse anche tra i grandi autori inglesi. Coleridge fu uno dei primi a parlare di una «seduta sciamanica» in ambito eschimese, in The destiny of nations, dove descrive accuratamente l'esperienza di uno sciamano che penetra, immaginativamente, nelle profondità del mare e lì scopre la dea che si ravvia i capelli, tormentati dai peccati degli uomini, riesce a sfuggire ai mostri che l'inseguono.
Lo studio dello sciamanesimo si è diffuso molto lentamente: per più di un secolo si è diffuso adeguatamente, fino a culminare nell'opera di Eliade.
Successivamente se ne appropriò l'etnologia, che si concentrò sulla distinzione tra possessione e viaggio sciamanico. La psiche occidentale si costruì una difesa dallo sciamanesimo per non doverne riconoscere l'ampiezza, il significato; si difese dall'attrazione dello sciamanesimo, dalla facoltà di utilizzare in pieno la fantasia. La fantasia europea era una parte della psiche corrotta, diminuita, disprezzata, mentre nello sciamanesimo la fantasia è la guida alla quale ci si affida per conoscere i grandi misteri dell'esistenza.
Ci fu il tentativo di considerare gli sciamani dei depravati, dei pervertiti, chiudendoli così in un manicomio: basti pensare che l'uomo che si dedicava allo sciamanesimo spesso era un omosessuale, tanto che in Siberia si diceva: «La sciamana mangia lo sciamano». Quindi si provò a collocare nella bolgia dedicata agli omosessuali dal sistema morale europeo tutta l'esperienza sciamanica; ci fu la categoria della schizofrenia, entro cui confinare lo sciamanesimo; si tentò anche di associarlo a malattie particolarissime, come il latah dei Malesi, caratterizzata dalla perdita della personalità.
Per lo più l'antropologia attuale è guarita da questa «malattia infantile» ed accetta che lo sciamano non è un menomato mentale, ma è il più capace della tribù: non è necessariamente il capo, ma è chi guida la mente della tribù.
2 In cosa consiste lo sciamanesimo coreano?
Quello coreano non è uno sciamanesimo perfettamente libero perché ha subito una persecuzione che risale più o meno all'anno Mille, con l'introduzione del Buddhismo in Corea. Il Buddhismo era ovviamente avverso allo sciamanesimo, perché l'ideale sciamanico consiste in un richiamo alla bella vita, mentre il Buddhismo invita a riconoscere la vita come dolorosa e a basarsi su questa constatazione per trascenderla. Ci fu poi la lunga parentesi confuciana della Corea, dalla metà del secolo XIV fino agli inizi del Novecento sotto un'unica dinastia, la quale impose l'ideologia confuciana, ponendo in primo piano la società e i suoi bisogni e sottomettendo l'uomo con una serie di rituali che lo conformavano alle esigenze sociali. Per tale società lo sciamanesimo rappresentava uno scandalo, ma, sopravvisse, anche se maledetto ed escluso dal centro della vita sociale. Il popolo non volle mai disfarsene, tanto più che ci furono anche imperatrici sedotte da sciamane. Nella Corea del Nord il regime comunista lo ha represso, almeno alla vista; lo sciamanesimo, infatti, ha continuato a vivere adottando una mitologia nuova; non è un caso che fra le attuali figure della visione sciamanica coreana figuri anche il generale cinese dalle molte vittorie, personaggio abbastanza recente rispetto alle origini, probabilmente tunguse, dello sciamanesimo locale.
L'attuale modello di cerimonia sciamanica è articolato in dodici parti, nel corso delle quali la sciamana sale lungo una scalinata, che dal mondo umano va verso i cieli, in una serie di fasi durante le quali si cambia di abiti: prima indossa il costume comune, poi si veste da generale cinese, poi indossa altri abiti ancora e infine perviene all'alto dei cieli, dove incontra il dio della vita e della vitalità, accompagnato dalla sua tigre: lì ottiene ciò che desidera. Quindi scende in altre dodici fasi. Ho provato a sovrapporre tali fasi a quelle dello zodiaco locale e mi sembra che coincidano abbastanza, dimostrando come questa cerimonia sia il riassunto di tutte le possibilità che la vita offre. Tale cerimonia rappresenta un'esperienza totale, nella quale la sciamana vive tutte le parti possibili e improvvisa una serie di poesie deliziose, basate su un testo fondamentale, sul quale divaga, a seconda di come la cerimonia procede.
Queste sciamane sono dunque poetesse, cantanti e grandi acrobate, in quanto danzano in vario modo per rappresentare la loro ascesa e per entrare in trance: in un certo senso, sono anche delle grandi guaritrici, perché qualunque malattia si offra alla loro attenzione, riescono a sanarla modificando l'immaginazione, i sentimenti, l'interiorità del malato, rendendolo partecipe del rito. Così come il malato partecipa del rito, allo stesso modo si partecipa di quel grande spettacolo che ritorna alle origini del cosmo e ripropone l'origine dell'anno. La sciamana, fra l'altro, per guarire, insegue l'anima, allontanatasi dal malato, in tutti gli anfratti dell'al di là, fino a riprenderla. Oppure rievoca gli spiriti del padre e della madre del malato, quindi li impersona, trasformandosi in loro. La guarigione sciamanica, dunque, guarisce fino alle fibre che per prime hanno vibrato alla vita, alle fibre del fanciullino che in ognuno si nasconde.
3 Nelle sue opere Lei sembra guardare in modo particolare all'archetipo del matrimonio dello sciamano con gli esseri soprannaturali e seguirne le specificazioni, le forme assunte nella storia della cultura. Potrebbe tratteggiare i passaggi più salienti dell'incarnazione di questo archetipo nella storia della cultura?
È fondamentale comprendere che lo sciamanesimo non è limitato al mondo rappresentato da Eliade nel suo grande trattato. Lo sciamanesimo è presente anche nei Vangeli: allorché il Cristo guarisce gli indemoniati, partecipa a un'azione di tipo sciamanico. Mi sembra, dunque, molto strano che dei popoli che credono di basarsi sui Vangeli, non abbiano dimestichezza con la vita sciamanica, la quale non dimostra altro che questa facoltà di risanamento, di esorcismo. Anche la Grecia, che è il punto dal quale si fa partire la cultura occidentale, era un paese sciamanico: i grandi eroi orfici della Grecia, infatti, non erano altro che sciamani; anche l'intellezione della tragedia greca è impossibile se non ci si immedesima con esperienze di tipo sciamanico. Si prenda, per esempio, il caso di Cassandra: responsabile di non aver voluto un figlio da Apollo, aveva avuto l'esperienza tipica della sciamana, ossia sposare un dio, tuttavia non aveva ceduto interamente a lui. Pertanto ritengo che senza tener presente le esperienze sciamaniche, non sia possibile comprendere chi fosse effettivamente Cassandra.
Come per il caso di Cassandra, nell'interpretare altri fenomeni si è trascurato spesso uno dei princìpi fondamentali dello sciamanesimo: quale lo sciamano, per acquistare la sua potenza, l'uso pieno della sua fantasia, deve avere un'esperienza particolare, un'esperienza erotica con la divinità. Quindi lo sciamano deve diventare l'amante della Grande Dea. Ma come fa a ottenere tale risultato? Tutti sognano di avere rapporti erotici: lo sciamano non è altro che una persona in grado di organizzare questo istinto fondamentale dell'uomo per costruire, plasmare, una grande avventura. Lo sciamano cheyenne, per esempio, si proietta in una caverna del monte cosmico e lì viene a contatto con la Grande Dea, la quale è capace di produrre abbondanza, di dare tutti i benefici all'umanità. Soltanto seducendola, egli raggiunge il suo fine.
Quella dello sciamano è un'esperienza fondamentale, che può essere rappresentata da un amore passeggero o addirittura, come succede in molti popoli, da un matrimonio. Per esempio, tale genere di matrimoni è una parte essenziale della vita vudù; allo stesso modo, in molti popoli della Nigeria e del Togo è comune l'idea che il sacerdote sia colui che è sposato alla dea, o addirittura colui che, a un certo punto, si immedesima con la dea, cominciando a vestirsi da donna.
4 Cosa accadde con l'avvento del Cristianesimo? Quanto la visione teologica totalizzante trasformò l'immaginario umano?
Il grande avvio della fantasia cristiana ebbe luogo in Egitto grazie ai primi eremiti rifugiatisi nel deserto. Tra di loro, infatti, ci fu un eremita, il quale ebbe una visione di tipo sciamanico, nella quale superò tutte le difficoltà sciamaniche, proiettate in veste di peccato, pervenire infine alla suprema potenza, conferitagli dal dio cristiano o dalle divinità inferiori del Cristianesimo, ovvero i vari santi, spiriti e angeli. Questa fu l'origine della fantasia cristiana, che poi alimentò tutta la grande mistica.
Pertanto ritengo che nel Cristianesimo ci fu una trasformazione della denominazione degli eventi, non una trasformazione degli eventi sciamanici stessi, anche perché tutte le grandi esperienze mistiche si rifecero a questo paradigma.
5 Nelle sue opere dichiara di rinvenire dei forti tratti sciamanici nella letteratura cortese europea. Ciò appare assai significativo proprio perché le semplici interpretazioni in termini di letterature comparate non arrivano a rendere conto di un fenomeno così complesso, che crea un gioco di richiami tra culture dichiaratamente diverse, come quella europea e quella islamica. Ma quale fu l'origine di tale letteratura?
Per rispondere a questa domanda, è possibile partire dal Corano, o meglio dal rapporto che ebbe il Profeta con gli abitanti de La Mecca, i quali avevano un culto per alcune dee con le quali amoreggiavano secondo gli schemi di un rapporto puramente sciamanico. Maometto si oppose a questo culto, detto dei jinn, sostituendolo con il suo. Egli dunque disse ai Meccani, per distoglierli da questo culto, che se avessero rinunciato subito ad avere rapporti erotici con i jinn, nell'al di là avrebbero ottenuto molto di più, ovvero le huri, le compagne deliziose, sempre vergini, di chi si è comportato piamente nella vita.
Questo discorso diede origine a una serie di conseguenze: nell'Islam i primi Sufi, o esoteristi, cominciarono a pensare che le huri potessero anche essere percepite, in qualche maniera, in vita; ne cominciarono una sorta di culto, anche se in veste islamica, finché ci fu la grande esperienza di Ibn Arabi il quale, durante il suo pellegrinaggio a La Mecca, incontrò prima una deliziosa fanciulla di Isfahan che lo fece innamorare e assurgere al massimo dell'esperienza mistica. Successivamente incontrò un giovinetto che lo portò a un'esperienza ancora più profonda. Questa è la base da cui partì tutta l'esperienza trovadorica europea.
A tal proposito vale la pena ricordare che i poeti dello Stil Novo si chiamavano fra loro «donne» come, d'altra parte, chi aveva un rapporto con una Grande Dea, a un certo punto si trasformava in lei. Il fatto che si chiamassero «donne» era dunque l'indicazione di un'esperienza precisa: Dante, Cavalcanti e Guinizelli avevano fra loro un rapporto di comunicazione atto a informare del grado che ciascuno aveva raggiunto. In altre parole, si trattava di scambi fra «donne» su esperienze rarissime, difficili da esprimere con le metafore comuni e che, pertanto, solo raramente furono espresse chiaramente. Per esempio ne La vita nova ci sono pagine straordinarie, nelle quali Dante spiega, in termini che potrebbero essere proprio quelli di uno sciamano, la sua elevazione alla conoscenza di Beatrice. Ma chi era mai Beatrice? Le ricerche su quale donna di carne e ossa della Firenze dei tempi di Dante si potesse far coincidere con Beatrice sono abbastanza inutili, poiché essa rappresentava la Somma Dea, cioè la figlia del fondatore dell'universo. Quindi Beatrice ebbe esattamente la funzione della Grande Dea delle religioni primitive e non fu una figura che Dante trasse dalla teologia cattolica.
6 La Dama come «eterno femminino» sembra emergere nel Romanticismo tedesco con una sua rilevanza. In particolare Lei, ne L'amante invisibile, parla dell'incarnazione dell'«eterno femminino» in Goethe. In quale opera Goethe fece un esplicito riferimento a tale tema?
Goethe nascose i propri convincimenti esoterici nelle sue opere, salvo che nel Wilhelm Meister dove ne fece una spiegazione totale, completa. È straordinario come in questo romanzo, che sembra realistico, all'improvviso Wilhelm, il protagonista, si innamori di una donna che è al di là dei pianeti. Goethe, dunque, mentre sembra presentare la descrizione di un essere femminile vero e proprio, estremamente elevato, come un angelo sollevato al di là della sfera planetaria, in realtà sta enunciando, in modo molto semplice e preciso, una esperienza sciamanica, ovvero la scoperta della donna che è al di là delle influenze planetarie e che si trova verso stelle come Sirio e Aldebaran.
Quindi all'interno di tale opera compare quella visione dell'«eterno femminino», altrove incarnato da Beatrice o da Laura, all'origine della grande poesia europea.
7 Nella modernità sembrano rarefarsi le tracce più vitali dello sciamanesimo. Cosa ha determinato questa sorta di depotenziamento dell'archetipo?
Potrei rispondere che sono state le fiamme che hanno avvolto Giordano Bruno, che fu il massimo teorico della fantasia e dell'uso della fantasia come metodo per allenare la memoria. Non è un caso che oggi i suoi libri sulla memoria non si comprendano a pieno, risultano molto difficili. Dunque è possibile considerare Giordano Bruno come l'ultimo a essersi occupato di questa utilizzazione della fantasia, di questo irrobustimento della fantasia finalizzato all'accrescimento della memoria per ottenere una conoscenza più profonda. Pertanto è all'inizio del Seicento che comincia a cedere la fantasia europea. È possibile considerare il Tasso come l'ultimo grande poeta epico dell'Europa, poiché con esso si vede morire tutto l'insieme dei prodotti della fantasia che un tempo rallegravano la vita. La nostra attuale fantasia non ha nulla in comune con quella di un qualunque seguace del vudù di Haiti: la nostra fantasia non riesce nemmeno più ad affrescare una chiesa.
Di contro, la fantasia sciamanica riesce a ordinare il cosmo evocando un archetipo fondamentale, quale l'ascesa di una montagna, l'entrata in una caverna e la scoperta, in fondo alla caverna, della Grande Dama che concede la vita. Questo è uno degli schemi più antichi, più diffusi, che è possibile trovare in tutti i popoli. Laddove si trasforma la scena, non cambia nulla del sostrato. Un'altra storia prototipica è rappresentata dallo sciamano che si immerge nel mare fino alle massime profondità e, in un anfratto della costa, entra in una caverna dove incontra la divinità, principio della vita e fondamento dell'esistenza. In altre storie, invece della salita o della discesa, vi è la grande traversata del deserto e l'arrivo nell'oasi dove domina la Grande Dea dell'Atlantide.
Quindi tutte le possibilità sono aperte, ma in realtà è unica la storia: l'attraversamento di un percorso accidentato, la perdita di tutte le vesti e, infine, l'arrivo nudi alla meta e la lotta per avere l'accesso alla fonte della verità e della vita.
8 Perché nell'esperienza sciamanica le dimensioni della guarigione e della cura assumono un'importanza fondativa?
L'esperienza sciamanica è sempre terapeutica nel senso che, riconducendo l'uomo alle scene fondamentali, permette a questo di acquistare una visione complessiva della realtà e quindi di superare quell'angustia che ha determinato la malattia. Oggi, in certi paesi dell'America Latina, dove la tradizione sciamanica ancora sopravvive, lo sciamano viene chiamato a risolvere quei casi disperati che nessun medico riesce a guarire: è interessante notare il fatto che, ancora oggi, qualche volta tali sciamani riescano a trasformare il malato.
Inoltre, un tempo, la funzione terapeutica dello sciamano era concepita come un tutt'uno con la funzione poetica, con la funzione musicale e con la funzione, in genere, teatrale: un tempo non si facevano distinzioni, dunque l'arte doveva guarire. Un'arte che non era in grado di guarire era considerata inutile, era considerata come uno scialo di immagini che non rispondeva a nessun fine. Quindi la domanda non è tanto come mai lo sciamano si protende alla cura, ma come si fa a produrre arte senza intendere come suo fine la guarigione.
9 Oggi si tenta in qualche modo di riattingere alla cura sciamanica, anche da parte dell'etnopsichiatria. Lei ritiene possibile un attingimento del genere o lo considera solo uno sforzo inutile?
Personalmente non credo a questo attingimento. Io vidi nascere tale movimento in America, negli anni Ottanta. Ogni volta che facevo una conferenza di argomento sciamanico, tutti mi parlavano dell'ultimo libro di Harner, ma rimanevo esterrefatto perché essi parlavano di esperienze di studio, non di possibilità reali. Scoprii che già allora c'erano vari centri i quali spedivano, in contrassegno, le maracas e tutti gli strumenti utili per immedesimarsi con un'esperienza sciamanica, quale che fosse. Inoltre Harner diffondeva lo sciamanesimo delle tribù venezuelane o brasiliane. Quindi c'era la pratica di scavare dentro la terra per arrivare al mondo soprannaturale, oppure la pratica di volare nei cieli, per librarsi fino al mondo sovraceleste. Di fatto oggi lo sciamanesimo è una delle tante religioni americane perché alcuni hanno portato in America gli sciamani degli Huicholes del Messico, mentre altri hanno inventato altre forme.
Personalmente non credo che qualcuno oggi possa immettersi in un mondo sciamanico, tuttavia non posso nemmeno escluderne la possibilità in senso assoluto. Ciò che vidi in America mi parve puerile, ma questa che sembra una debolezza degli Americani, in realtà rappresenta l'inizio di una grande forza. Per ora credo che sia soprattutto una fonte di guadagni per chi riesce a simulare di essere uno sciamano: quindi tanti Indiani d'America e tanti Messicani probabilmente stanno ingannando il popolo più labile e più facile da incantare.
Esiste tuttavia una rivista molto importante, lo Shaman's drum di San Francisco che rappresenta uno strumento, secondo me, indispensabile: si tratta di un mensile straordinario che porta qualche testimonianza di esperienze sciamaniche dimenticate, tratte dalla letteratura passata o attuale.
10 Ne L'amante invisibile Lei delinea una sorta di pedagogia della visionarietà, auspicando un possibile ritorno di attenzione al piano dei sogni, delle visioni. Lei parla di una traduzione delle conoscenze scientifiche in una griglia mitica: cosa intende con ciò?
Prospettavo la possibilità che qualcuno potesse avere una forza della fantasia così agguerrita da riuscire a costruire un sistema di metafore attorno alle verità scientifiche ultime, quali, per esempio, la fisica quantistica. Di fatto, coloro i quali non conoscono la matematica in modo abbastanza profondo, non sanno nulla della fisica quantistica. Dunque un matematico potrebbe ideare qualche metafora con la quale fornire un piccolo aiuto a trasportare la mente su quel piano.
In genere nelle scuole si insegna soltanto il sistema metaforico congegnato attorno alle verità tradizionali. Perché non inventare, con superba forza, tutte le metafore necessarie, evitando di limitarsi a quelle puramente pedagogiche attualmente in uso, allestendo un grande dramma, come usavano fare gli sciamani?
17:40 Scritto da mikeplato in Elemire Zolla e le sue riflessioni | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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L'Androgino Ermetico
(di Elemire Zolla)
Ermete Trismegisto, il leggendario fondatore dell’alchimia, addita il mistero primordiale della natura, il principio del fuoco, che avvolge nella sua quadruplice fiamma gli opposti essenziali: sole e luna, maschio e femmina, zolfo e mercurio , che danno luogo all’unità androgina in ogni atto di concezione e nascita in natura. Essi circondano la terra concentrando su di essa le influenze astrali, e nel centro della terra si combinano in un triangolo, o piuttosto, tridimensionalmente, in una piramide, che è la forma del cristallo di sale (sia dei sali marini, sia degli allumi minerali, femminili). Il lato destro del triangolo corrisponde al principio sulfureo maschile, il lato sinistro al principio mercuriale femminile e la base del triangolo al principio salino. La figura contenuta all’interno allude alla quadratura del cerchio, simbolo dell’androginia. La progressione va perciò dal triangolo al quadrato e infine al cerchio. La natura opera nello stesso modo in tutti e tre i regni, quello aereo, quello vegetale e animale, e quello minerale, perché in ciascuno di essi l’armonia deriva dallo stesso accoppiamento di opposti, dalla stessa congiunzione dei principi solare e lunare . La congiunzione può essere raffigurata da un serpente (la natura) con la testa di leone (che divora il fuoco e la putrefazione) e la coda a forma di testa d’aquila (volatilità), nell’atto di estrarre da se stesso l’invisibile e impalpabile rugiada interna che dà compattezza agli elementi più sottili del corpo. In essa è racchiuso il potere del sole e della luna, che il serpente stringe fra le sue spire .
Il processo è triplice. Esso inizia con una fase androgina embrionale che, nel caso dei metalli, corrisponde all’impregnazione di un terreno nitroso e salino da una parte di un vapore corrosivo e acre (Zolfo e Mercurio). I due principi vengono raccolti insieme dalla luce solare che penetra nel terreno sotto forma di rugiada. La stessa rugiada che nutre la vita delle piante attiva questo processo di volatilità sotterranea. Il prodotto è detto "materia prima", o "Rebis", o "Androgino di Fuoco" (poiché entrambi i principi sono acri e brucianti), o "Adamo" (poiché entrambi sono il principio primo della generazione nel mondo minerale).
Isaac Newton preferiva chiamarlo "Caos". Paracelso, scherzando, lo chiamava l’"Albero-con-la-Mela" o "Seme Ragazza (sale) e Polpa Ragazzo (zolfo)" (il re e la regina accanto all’albero). La polpa col tempo marcirà o brucerà, per essere infine ricreata della sostanza della Ragazza (le lune). La radice di questo processo viene spesso indicata come il Drago Velenoso. Nell’Androgino vediamo una nuvola di teste caprine, dalle cui barbe si innalzano un ragazzo e una ragazza che si avvolgono a spirale intorno alle gambe dello stesso. Tale significato simbolico viene associato alla capra in India, dove la parola aja ("capra" in sanscrito) significa anche "non ancora nato" e dunque "natura" (che sottoterra è fetida e ribollente).
Perché non è possibile identificare questa sostanza con un unico nome? Perché essa non è necessariamente cinabro, o antimonio solforato, o alcun’altra sostanza in quanto tale. Cercare l’equivalente chimico dell’Androgino di Fuoco è dar la caccia ai fantasmi. L’androgino è una situazione globale, che "accade" quando il principio della luce, del sole e della luna, viene catturato da un terreno aspro e velenoso e comincia a fermentare. Nella seconda fase entrano in opera i vapori di salnitro, che corrodono e affinano l’androgino. L’androgino ora gonfia la terra e soffia via i vapori che l’hanno penetrata, purificandoli nel corso del processo e rendendoli fluidi. Questa fase viene detta il "bagno dell’androgino" o della coppia regale. Essa è seguita dalla terza e ultima fase, in cui dal marasma emerge una pasta vitrea e viscosa, detta la "Pietra dei Filosofi", o la "Perla", o l’"Occhio del Pesce", o il "Primo Magnete", perché attrae dal terreno circostante tutto ciò di cui abbisogna.
Gli alchimisti danno alla sostanza che compatta i principi femminile e maschile in natura il nome di "resina", e ritengono che essa sia la forma energizzata del principio sulfureo. August Strindberg, nel suo trattato Antibarbarus (Berlino, 1894), descrive come individuare la resina nella trementina, nella guttaperca, nello zolfo comune riscaldato in una padella, e nell’oro nascente. La resina è semplicemente la dimostrazione di una perfetta amalgamazione dell’androgino, che dà luogo alla pura essenza fluida dell’oro (non si tratta dell’oro comune, che non è altro che la traccia nella materia inerte di una perfetta amalgamazione resinosa androgina). La figura tratta da Urbigerus mostra la sostanza androgina a sinistra nella sua prima fase, e a destra nella sua seconda fase dopo un bagno in quella che sembra essere resina che cola da un buco dell’albero (l’analogo dell’albero della vita nel mondo dei metalli). Il buco dell’albero può essere rappresentato anche come un leone verde che morde il sole, specialmente quando l’opera di trasformazione è compiuta sul regulus di antimonio. I vapori dell’androgino vengono raccolti allo stato fluido da una fornace in cui sono riprodotte le condizioni della seconda fase. Il processo è raffigurato da un uomo fiammeggiante (il minerale) e da una donna che addita il leone e il sole simbolici, e paragona l’estrazione dei fluidi all’ascesa della linfa in un albero.
La terza fase può essere rappresentata dalla nuova sostanza che riposa in grembo alla madre, da un embrione che gonfia il ventre dell’androgino dopo le abluzioni della seconda fase , o da un figlio androgino .
Si fornisce un’immagine globale della visione alchemica dell’operato della natura, sotto forma di due processi principali: a sinistra la calcinazione dei corpi e a destra la distillazione delle essenze (anime e spiriti). Ciò vale per tutti i regni naturali, ma è particolarmente facile da illustrare nel caso di una pianta. Gli oli eterici sono l’anima solare (zolfo) della pianta, l’alcol ne è lo spirito lunare (Mercurius). Questi due principi sono mostrati come maschio e femmina che entrano nella caverna di Ermes accompagnati dai loro leoni. La pianta viene schiacciata, gli oli vengono separati e gli spiriti vengono distillati in una storta (il pellicano). I vapori che s’innalzano sono rappresentati da un’aquila in volo verso il cielo, che li porta negli artigli come mondo dell’anima e mondo dello spirito. Nell’alto dei cieli, nella fase finale dell’opera, essi si fondono e formano la Colomba dell’amore perfetto.
Alla sinistra dell’albero della vita, il residuo oscuro della pianta, che resta sul fondo dell’alambicco (il corvo), viene cotto dal fuoco di marte, U, finché perde il proprio carattere plumbeo (il segno di Saturno W) e acquista una sfumatura di stagno (il segno di Giove V) il colore argenteo della cenere (il cigno bianco). Le ceneri sono trattate con resine e fuoco, finché il loro sale libera la propria "umidità radicale" (come avviene per le ceneri usate nella produzione del vetro). Questa è rappresentata dal pavone con la coda costellata di occhi, e in maniera ancor più appropriata dalla Fenice, che si nutre di resine e si brucia per poter rinascere. La Fenice risorge dalle proprie ceneri portando negli artigli due mondi (la terra e il fuoco del processo) e, nella fase finale che ha luogo nell’alto dei cieli, diviene il puro agnello del sacrificio. Qui il corpo calcinato (la Fenice morta) viene saturato dalla tintura fluida (la Colomba morta), finché le due essenze si fondono nella Pietra della Pianta (la Pietra Filosofale), che è la pianta nella sua forma più pura ed essenziale. Shakespeare scrisse una poesia su questo tema, The Phoenix and the Turtle (La Fenice e la Colomba), in onore dei due uccelli morti e divenuti un’unica essenza.
Un disegno indiano allude all’eterno processo di androginizzazione vivificante che avviene nell’atmosfera, mostrandoci il congiungimento a mezz’aria dell’acqua e del fuoco. Secondo l’alchimia, l’umidità terrestre, sospesa nell’aria e impregnata dei raggi della luna, si scioglie nei raggi del sole dando vita a due essenze androgine sottili: Mercurius, l’essenza delle trasmutazioni, e il sale, agente della fissazione. Insieme, dopo aver dato vita alle piante sotto forma di rugiada, esse penetrano nella terra, dove diventano il seme dei metalli. Vale la pena di notare che il fuoco e l’acqua nel disegno hanno otto braccia: la fusione può avvenire solo tramite un doppio incrocio. In una società stabile i matrimoni incrociati fra cugini tendono ad essere istituzionalizzati, e corrispondono al passaggio di un’affermazione superficiale dell’androginia a una più radicale e totale. Ciò spiega forse anche perché l’anomalia dei gemelli siamesi ermafroditi, con i loro doppi organi sessuali in ordine scambiato, non è del tutto sgradevole all’occhio.
Anche l’immagine rinascimentale dell’androginizzazione c’insegna la fusione tramite incrocio . La reciproca bramosia dei due opposti (simboleggiata dal cane) genera una spirale (rappresentata dalle spire del serpente, dalla catena tirata in direzioni opposte dai due cupidi e dal motivo delle viti avvolte sui loro sostegni nello sfondo). Ciò è possibile perché, mentre la spinta solare, raffigurata dai piedi alati dell’uomo, mantiene il maschio contratto nello sforzo (a ciò allude l’uccello con le ali chiuse che la donna innalza sopra la sua testa), la donna diviene volatile (com’è indicato dall’uccello con le ali spiegate che l’uomo regge sopra la testa di lei). La fusione androgina s’innalza a spirale solo in presenza di correnti incrociate, proprio come avviene per l’effettivo chiasma dei nervi ottici nel cervello. C. G. Jung ha sottolineato che in ogni intimo incontro fra un uomo e una donna vi è sempre uno scambio incrociato, che coinvolge l’uomo e la sua anima femminile, Anima, da una parte, e la donna e la sua anima maschile, Animus, dall’altra.
La Brhadaranyaka Upanishad (IV.3.21) dice che "come nelle braccia di una donna amata perdiamo ogni distinzione fra l’esterno e l’interno, così l’essere umano (purusha) abbracciato dall’assoluto onniscente (prajnatmana) è soddisfatto in ogni suo desiderio (kama); solo il desiderio dell’assoluto persiste, ogni altro sparisce, così come sparisce ogni dolore".
La rappresentazione simbolica del matrimonio in Picta poesis di Barthélemy Aneau ci mostra quanto queste idee fossero vive nel Rinascimento europeo. Il marito e la moglie sono uniti da un nodo d’amore e si fondono nell’albero della vita, che è rappresentato anche dalla croce che essi formano con le braccia (Mosè e il satiro, sullo sfondo, rappresentano forse il controllo e gli impulsi, la Legge e la Natura). D. Cheney ha notato che la scena assomiglia all’incontro fra Amoret e il marito (che ci ricordano Salmacide ed Ermafrodito) in La regina delle fate di Edmund Spenser (libro III, ed. 1590). Britomart li osserva, "per metà invidioso della loro beatitudine" e "molto toccato dai loro spiriti gentili": per metà Mosè approvante, per metà satiro adocchiante, ovvero, nel linguaggio di Spenser, in parte devoto di Diana, in parte donna tentata da Venere.
La fusione perfetta era simboleggiata dall’amore fra Ermes e Afrodite , dal quale nacque Ermafrodito. Michael Mayer commenta la stampa dicendo che Ermafrodito corrisponde al Parnaso, la montagna dalla doppia vetta dove Apollo soggiorna con le Muse e attraverso la quale passa l’asse del mondo. Ciò suggerisce la colonna vertebrale dell’Uomo Cosmico e il serpente Kundalini che snoda in essa le sue spire. Queste correlazioni fra unione sessuale ed essenza del cosmo in Occidente sono evocate solo tramite velate allusioni in trattati alchemici, come appunto quello di Mayer, ma nei templi dell’induismo esse erano insegnate apertamente.
Su un’incisione , Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, indica un androgino che regge una Y. Alberto, ci dice il testo, rappresenta qui la suprema autorità sia spirituale sia temporale. La Y, come insegna Filone, è simbolo del Verbo che penetra l’essenza di tutti gli esseri. Gli gnostici Naasseni insegnarono che esso rappresenta l’intima natura dell’essere, che è insieme maschile e femminile e, in quanto tale, eterna.
Il globo di Khunrath rappresenta simbolicamente gli insegnamenti fondamentali dell’alchimia. Centro ed essenza della terra è il Caos, che qui appare come androgino (Rebis) che combina contrazione ed espansione, femminile e maschile in una spirale unificata. Esso è la forza creatrice della realtà. Gli opposti vengono agganciati e messi in movimento dall’essenza della luce, che prende la forma del principio della Salinità, di una bruciante acredine nelle viscere della terra. La spirale dell’androgino attivato produce la "Coda di Pavone" o "Arcobaleno": materia fecondata ed energizzata, pronta a generare il seme dei corpi minerali e vegetali.
L’applicazione pratica di questa teoria viene suggerita dall’immagine dell’androgino sul fuoco . La materia prima androgina del regno minerale giace in uno stato di latenza, sotto un sole eclissato e una luna nuova. Per risvegliarsi e crescere, per ricevere i raggi invisibili del sole e della luna, e per trasformarsi in un seme minerale, l’androgino richiede il fuoco della fermentazione. Questo è il precetto generale. Nell’effettiva preparazione dei farmaci alchemici ciò significa che due sostanze opposte, come il mercurio e lo zolfo, devono venir saturate con certi succhi e poi macinate fino a formare una polvere nera e fine. Tale polvere viene racchiusa in un vaso sigillato e riscaldata a fuoco lento finché fermenta. In questa stampa i corpi congiunti rappresentano le due sostanze, l’oscurità che li circonda è il vaso alchemico, la graticola il "calore di fermentazione" necessario perché la trasformazione possa avvenire. Ancora oggi è possibile vedere questo processo in atto in ogni laboratorio per la produzione di medicine ayurvediche in India. Gli addetti praticano di quando in quando un’apertura nel recipiente per esaminare il grado di trasformazione delle sostanze in esso contenute, indicato dai cambiamenti di colore. Nei testi alchemici occidentali questa fase del processo è simboleggiata dalla Coda di Pavone che si dispiega sopra l’androgino. Per il mistico, ciò che accade nel recipiente sigillato è la Genesi stessa in scala ridotta. Il processo fu visualizzato in questi termini da Jacob Boehmen in Von der Gnadenwahl (1623): "Adamo, rivestito della suprema Gloria, né uomo né donna, bensì entrambi, temperato con entrambe le tinture, sia come Matrice Celeste nel fuoco procreatore dell’amore, sia come Mascolinità affine al fuoco essenziale" (5:35).
Il processo alchemico di fusione tramite fermentazione è qui rappresentato da un re e una regina che giacciono fianco a fianco, con le loro anime che si librano sopra i corpi nudi . Il fine del processo è lo stesso che si proponevano le coppie di asceti del cristianesimo primitivo: liberare i principi che animano l’essere umano tramite fermentazione e fusione dei corpi sottili.
La materia prima androgina è rappresentata sopra un’urna, le cui quattro sezioni rappresentano i quattro elementi. Le ali ne denotano l’incipiente volatilità, dovuta alla reazione che coinvolge l’energia solare, centripeta, e l’energia lunare, centrifuga (il re e la regina), in un processo spirale di fermentazione. Riassumendo il simbolismo del disegno: i principi solare Q e lunare R, compenetrandosi sopra la croce degli elementi + , formano il segno di Mercurio S con le ali della volatilità rivolte verso l’alto.
Le illustrazioni dei testi alchemici ci indicano come gli alchimisti interpretassero l’operato segreto della natura. Questo va dalla fase di ingiallimento (citrinitas) della materia prima alchemica o Uovo Filosofico al regulus ("reuccio") di antimonio. Il regulus è il metallo purificato per riduzione, che si deposita sul fondo del crogiolo. Il regulus stellare di antimonio è noto per la facilità con cui si combina con l’oro. Il disegno alchemico ne riproduce la struttura, associandola allo spirito dell’oro che anima il regulus a livello sottile, rappresentato dai movimenti del serpente. La forma a stella del regulus di antimonio evoca la stella Regulus, situata nel cuore della costellazione del Leone. È perciò forse l’antimonio il leone, il re dei metalli?
Isaac Newton lavorò con il regulus di antimonio, confidando che esso contenesse un forte principio sulfureo, lo Zolfo Filosofico. Lo mescolò con l’argento, ottenendo una massa plumbea che egli ritenne essere una materia prima androgina. A questa massa aggiunse mercurio, affinché estraesse dall’aria Mercurius, lo spirito liberamente fluttuante di ogni trasmutazione.
Newton si attenne scrupolosamente alle criptiche istruzioni dei testi: "dovrai passare attraverso il ferro", "il ferro era presente nel minerale grezzo originario", "dovrai usare un magnete". Mediante una coppa di antimonio è possibile preparare un farmaco in quantità illimitata, semplicemente versando acqua nella coppa: l’antimonio, come un magnete, s’impregna delle influenze libere, vivificanti dell’aria. "Dovrai usare del piombo": Newton ottenne un Piombo Filosofico. Quando alla fine mescolò dell’oro al suo preparato, all’interno dei vasi sigillati posti sulla fiamma vide alberi ramificarsi, apparire e scomparire, e divampare colori iridescenti, che nel disegno alchemico sono rappresentati dai movimenti circolari del serpente.
B.J.T. Dobbs (The Foundations of Newton’s Alchemy, or the Hunting of the Greene Lyon, Cambridge/New York, 1975) spiega l’esperienza di Newton dicendo che egli vide formarsi e dissolversi "composti intermetallici instabili". Gli alchimisti invece avrebbero descritto la stessa esperienza dicendo che Newton aveva lavato l’Androgino di Fuoco, il quale dispiegò quindi il suo "arcobaleno" o "Coda di Pavone".
Unità: la nascita e il serpente
William Blake diede voce a una tradizione diffusa e particolarmente viva presso gli alchimisti, immaginando che la materia visibile sia preceduta da una fermentazione invisibile, nel corso della quale il principio maschile della luce e del tempo ruota come una "spada fiammeggiante" entro il velo di neve e ghiaccio del principio femminile, che rappresenta l’essenza dello spazio. Il gelido velo o la solida crosta dell’aspetto femminile della materia primordiale costituisce l’aspetto visibile del reale, l’illusione cosmica o maya. Tutto ciò può essere rappresentato come un uovo, il cui tuorlo corrisponde al principio maschile del sole e del tempo (che altro non è che l’ombra gettata dal sole su un quadrante), mentre l’albume e il guscio visibile corrispondono al principio femminile dello spazio. Nel disegno alchemico l’uovo diventa il globo, l’albume la polpa vegetale, il tuorlo il sole, raffigurato qui come la testa maschile dell’androgino, i cui piedi femminili sono immersi nell’elemento acqua, in fondo alla valle, o utero, situata fra le due colline del fuoco (la salamandra) e dell’aria (le aquile). L’Uomo Cosmico appare come il bambino, replica del globo androgino .
La stampa di Blake tratta da For the Children: The Gates of Paradise (Per i bambini: le Porte del Paradiso), ci mostra l’Uomo Cosmico o Uomo Eterno come Eros alato che esce dal guscio dell’uovo, riecheggiando la tradizione greca che vede in Eros il dio dell’origine della vita . Blake gli mette in bocca queste parole:
"I rent the Veil where the Dead dwell:
When weary Man enters his Cave
He meets his Savior in the Grave.
Some find a Female Garment there,
And some a Male, woven with care".
"Io squarcio il Velo che avvolge i Morti:
lo stanco Uomo, entrando nella sua Caverna
incontra il suo Salvatore nella Tomba.
Colà alcuni trovano un Abito Femminile,
altri un Abito Maschile, tessuti con cura".
L’incontro con due serpenti accoppiati è presso molti popoli il più favorevole degli auguri. Nel mito di Tiresia un tale incontro segna l’inizio del destino di androgino e veggente del protagonista. Nello yoga e nel tantrismo il motivo dei serpenti allacciati rappresenta il perfetto equilibrio delle energie interne. Formicolii della spina dorsale, serpenti eretti e falli in erezione sono fenomeni imparentati fra di loro. Una nota acuta produce un brivido lungo la spina dorsale; e una melodia che si snoda a spirale, suonata da un flauto, ritmata da un tamburo o ballata da agili e leggiadre membra, fa alzare sia i serpenti sia i falli. La particolare e completa estasi dell’androginia è simboleggiata dal caduceo che, in quanto rappresentazione dell’accoppiamento di serpenti, denota la corrispondenza, sezione per sezione, dell’essere androgino con il cosmo.
Nella tradizione occidentale, Giordano Bruno, in De immenso et innumerabili (VI,5), descrive la compenetrazione di serpenti accoppiati come emblema dell’amplesso fra il Sole-Dioniso e la Terra-Cerere. I raggi solari, egli dice, penetrano nell’utero dell’umidità terrestre per raggiungere eternamente il femore stesso della madre cosmica. Il femore è l’osso con cui si fanno i flauti.
Entrare in rapporto con questo nucleo della vita cosmica è il fine dell’adepto, sia come alchimista sia come mistico. L’adepto s’identifica con Mercurio, il fluido principio androgino della realtà. Mercurio dapprima è assopito e si astrae dal mondo della veglia per sognare i giusti sogni . Il suo corpo sottile emerge dal suo inguine come un caduceo (indicazione anche del sonno REM, in cui si producono erezioni). Sopra di lui aleggia il principio della luce e del calore. Nella fase successiva lo vediamo incoronato, con il caduceo perpendicolarmente eretto che va a toccare il centro del cuore, dove il sole e la luna si congiungono androginamente. Un piede poggia sulla terra, l’altro sul fuoco. Nella terza immagine la trasformazione è compiuta: Mercurio è ora il perfetto androgino e regge il globo imperiale nella mano sinistra e il caduceo nella destra. Il caduceo è ora esternato e conferisce armonia non solo all’uomo interiore, ma anche al mondo esterno. Saturno e la Luna, Giove e Mercurio, Marte e Venere si fondono finalmente l’uno nell’altro e tutti insieme in un’unità, e Mercurio li porta, come un mazzo di fiori, dentro le viscere della terra, dove diverranno le anime rispettivamente del piombo e dell’argento, dello stagno e del mercurio, del ferro e del rame, formando una spirale che culmina nell’oro solare .
Il Mercurio di Agostino di Duccio ci appare all’apice del suo potere. I dettagli di questa immagine devono essere stati suggeriti dagli ermetici che si erano raccolti alla corte di Sigismondo Malatesta. Le stelle sullo sfondo alludono all’armonia delle sfere; il bastone magico guida le anime nella discesa e nella risalita dalle profondità della terra; il gallo della vigilanza è appollaiato sul piede sinistro; il cappello conico della magia s’innalza verso il cielo sul capo dell’androgino, e le nubi che gli fluttuano intorno alle ginocchia suggeriscono, come ha osservato Adrian Stokes (The Stones of Rimini) il moto elicoidale di un vortice che s’innalza. Il piede destro, maschile, poggia sulla roccia con cui è possibile accendere il fuoco, mentre il piede sinistro, femminile, è immerso nelle femminili acque.
La saggezza, in greco sophia, rappresenta il legame fra l’Unità Divina e gli archetipi ideali della Creazione. Certi teologi russi hanno ravvisato in Santa Sofia la Quarta Persona di Dio. Come esperienza di vita, in tutta la storia del cristianesimo, dai primi gnostici ai recenti sofianisti russi, Sofia rappresenta lo struggente desiderio di una pace e di una grazia oltremondane, simile, secondo il tradizionale paragone degli gnostici, all’indefinibile nostalgia provata dal figlio di un re che vive, ignaro delle sue origini, in povertà. Teologicamente Sofia è lo specchio di Dio e, nel contempo, lo specchio della pura consapevolezza per gli uomini. Essa è femmina in rapporto a Dio, ma androgino in rapporto all’umanità. Vladimir Solovev, il grande sofianista russo dell’Ottocento che evocò Sofia come sfida allo Spirito dell’Umanità del pensiero positivista, vedeva la mascolinità di Sofia manifestarsi in Gesù e la sua femminilità in Maria.
L’immagine di Sofia compare a Novgorod nel Mille, ma può forse provenire da Bisanzio. Il suo aspetto infuocato deriva forse dalle descrizioni dell’Arcangelo Purpureo della Suprema Illuminazione contenute negli scritti dei neoplatonici persiani. Nella mano sinistra tiene il caduceo e con la mano destra si stringe al seno una pergamena contenente i segreti esoterici. Alla sua destra è la Vergine incinta del Bambino, alla sua sinistra san Giovanni Battista. Questi due assistenti, i due canali che trasmettono la sua influenza al livello della effettiva manifestazione, sottolineano entrambi la trascendenza delle divisioni sessuali .
L’androgino, o Rebis alchemica, è alato come Sofia ed è in tal senso una personificazione della saggezza cosmica. Un’ala è rossa e l’altra bianca, a indicare gli spiriti dell’oro e dell’argento, del sole e della luna, del sangue e del latte del corpo vivente della natura. Indossa un abito nero bordato di giallo, che suggerisce il nero della materia prima androgina in cui tuttavia sono presenti in potenza le correnti della vita metallica aurea. Il verde del paesaggio è il prodotto della mescolanza dei colori di Rebis. Egli/ella regge con la mano destra un cristallo, in cui i suoi colori appaiono in successione convergente al centro, dove va collocato l’uovo o seme minerale che l’Androgino porta nella mano sinistra, lunare. Secondo la teoria alchemica, lo spirito lunare agirà nell’uovo, provocando la putrefazione della calce spenta della terra, fino ad attivare in essa il nucleo solare latente che risorgerà allora in un corpo cristallino vivo e capace di crescita, così come l’acredine del fuoco provoca la putrefazione delle morte ceneri e della sabbia in un fluido vivente che diviene infine vetro
17:36 Scritto da mikeplato in Elemire Zolla e le sue riflessioni | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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La Luce secondo Zolla
La domanda è fra le più sconvolgenti, perché a volerla portare fino in fondo, si deve giungere a trovare il nucleo della luce in uno splendore nero, anteriore al fulgore solare. Una torsione che molte menti non vorranno mai compiere. Tanto che sulla luce le idee sono quasi sempre confuse e contraddittorie. Esaminiamo ciò che sulla luce si è pensato in Israele. La Genesi fa operare un Dio che all'inizio, per prima cosa crea la luce di contro alla tenebra e la trova buona. Compare così la prima coppia di opposti che lottando suscitano la realtà, ma essi sono anteriori alla luce che noi vediamo, poiché il sole sarà creato soltanto al quarto giorno del Genesi. Dunque la luce primordiale è anteriore a quella visibile, la tenebra primordiale anteriore a quella che ci aggredisce e circonda la notte. La coppia lucetenebre sarebbe, alla luce della Qabbalah tarda di Sfat, il primo segno che Dio ha cominciato a ritrarsi su se stesso, lasciando uno spazio libero teso tra luce e buio. La Qabbalah dirà che l'azione emanativa di Dio nel mondo si può anche denotare come un'azione restrittiva che apre il mondo all'essere lungo due linee distinte, una di luce, che ìrraggia via via sapienza, misericordia, vittoria, un'altra opposta, di luce soverchiante, acciecante, che sembra nera, fatta via via di conoscenza, violenza, gloria. A questo punto per il pio l'opposizione fra tenebra e luce diventa apparente. La meditazione cabbalistica si concentrò sul fuoco che arde un legno e distinse nella vampa la parte inferiore, la radice nera che sta aggrappata al legname e lo divora per poi espandersi in un bagliore rosso, il colore dei crepuscoli accesi, e infine affinarsi dal giallo al bianco, quando scompare, diventa invisibile, ma bruciante. Su questo spettacolo meraviglioso i cabbalisti hanno meditato nel secoli. Nella pratica ebraica c'è una grande festa della luce che cade al Natale dei popoli circostanti in Europa, il genetliaco del sole che fu poi attribuito al Cristo. Gli Ebrei la chiamano festa della dedicazione, e non si concentrano sulle linfe che ora salgono nei tronchi degli alberi, ma sul fatto che quando Mosè dedicò l'altare a Dio vi scese dai cieli una luce che deflagrò. Per celebrarla si accendono candelabri o lampade e sotto la loro luce nulla di profano si deve compiere.
Radicalmente diversa fu la concezione della luce fra i cristiani. Davvero non si vede come possa conciliarsi il dettato del Vangelo di Giovanni col Genesi. Per l'Ebreo Dio come potenza creatrice pose i cieli e la terra informe, una distesa di acque tenebrose su cui aleggiava lo spirito divino, quindi separò luce da tenebra, giorno da notte. Il Dio di San Giovanni è consustanziale alla "parola", grazie alla quale tutto fu fatto all'inizio e "in" essa era la vita che fu luce agli uomini e che le tenebre mai hanno ricevuto. 1
teorici cristiani ne ricaveranno che Dio fosse trino, composto di un Figlio e di uno Spirito oltre che di se medesimo quale Padre. La luce gli è intrinseca, non è dunque creata. Fra l'ebraismo ed il cristianesimo c'è un contrasto violento, il Dio di Israele crea la luce primordiale, anteriore al Sole, il Dio trino dei cristiani ha in sé la luce come suo carattere essenziale. Alla fine del lungo esercizio di conciliazione fra San Giovanni e Genesi la meditazione cristiana culmina nel Paradiso perduto di John Milton. Il poema incomincia descrivendo l'inferno dove sono precipitati gli angeli ribelli, un carcere orrendo, una vasta fornace le cui fiamme tuttavia non spandono luce, ma diffondono una "oscurità visibile". Che significa l'ossimoro? Forse qualcosa di simile all'oscurità in cui si orientano i pipistrelli vaganti con i loro radar nella notte? E' un'oscurità angosciata, la visione non vi si accende, le fronde non ne traggono la loro verzura. Dopo i due primi canti, il terzo invece si apre con un'esclamazione di festa, un'esplosione di luce: Hail holy light: Salve sacra luce! La luce primordiale è sacra, primogenita, direbbe un seguace del Genesi ebraico, ma un cristiano tenderebbe invece a vederla come un raggio coeterno dell'Ewrno, poiché Dio è luce. Milton non osa decidere, la luce primordiale per lui è of heavenfirst-born, primogenita del cielo, come aveva detto Roberto Grossatesta nel Medioevo: la prima forma corporea, ma potrebbe anche essere of th'Eternal co-eternal beam, raggio coeterno dell'Eterno, come si può già leggere nella Sapienza, dove Dio è chiamato luce eterna. Dopo aver proposto le due tesi contraddittorie, Milton fa una domanda curiosa, May I express the unbIamed? Posso esprimere ciò che non è incolpato? E' un modo di domandarsi se possa esprimere Dio e il primo atto creativo. 0 è anche un modo di suggerire che soltanto l'incolpato si può esprimere? Continua il canto disteso sulla luce: "Dio è luce e fin dall'eternità ha sempre dimorato nella luce inaccessibile, effusione brillante di brillante essenza increata. 0 si preferisce sentir parlare di una corrente eterea la cui sorgiva è indescrivibile? Prima del sole, prima dei cieli tu luce fosti e alla voce di Dio avvolgesti come di un mantello il mondo delle acque scure e profonde che sorse, strappata al vuoto infinito e informe". Credo sia lecito e giusto affermare che la melodia maestosa di Milton copre una confusione, sommerge nella sua piena lirica il contrasto insanabile del Genesi e del Vangelo giovanneo.
All'inizio delle riflessioni cristiane apparve un testo sublime, la Teologia mistica dello Pseudo Dionigi l'Aeropagita e fu assunta tra i documenti fondamentali, da essa presero l'avvio le innumerevoli meditazioni mistiche sulla luce nei secoli. Parte da Dio come Trinità, cui si rivolge però col rigore di un metafisico ebreo, dicendo: "Tu sei aldilà dell'essere, del divino, del bene". Ci costringe così in apertura ad un regresso aldiqua di questi concetti sui quali siamo fondati; sbarazzati dei quali, dobbiamo dire di trovarci dinanzi al nulla. Se siamo in grado di reggere a queste spoliazioni, ci troveremo in una caligine lucente, in un
silenzio parlante. Lo Pseudo Dionigi dà per attinta questa condizione iniziatica e aggiunge:" Quanto più fitta è la tenebra, tanto più risplende e altamente irraggia; quanto più è impalpabile e invisibile, tanto più inonda di mirabili splendori le menti senza sguardo per le cose sensibili". Si propone qui un'idea di Dio come caligine raggiante, posta aldisopra dell'essere, né anima, né spirito, né parola, né pensiero. Ma portandoci a questo livello, lo Pseudo Dionigì non sta forse tradendo il testo giovanneo? Se Dio non è parola, se non è luce, che rapporto avrà mai con quel Dio consustanziato di parola e di luce? In realtà il Dio dello Pseudo Dionigi sfugge alle parole, alle nozioni, non è tenebra e non è luce, semmai è tenebra lucente, luce nera. Lo Pseudo Dionigi conclude: Trecisiamo infine quest'ultima cosa, né affermazione né negazione sono degne di Lui. Che anzi, sia che si possa affermare, sia che si possa negare, noi nulla affermiamo o neghiamo di Lui". Come dirà verso la fine della Scolastica Nicola di Autrecourt, 'Uo è" e 'Uo non è" esprimono lo stesso significabile, alterando soltanto i significanti ('V', "non é"). Quale assurdo, a questa altezza metafisica, parlare della luce di Dio! Eppure perfino della luce nera ben pochi mistici nei secoli osarono mai parlare. Fu interessante nella Cristianità la sopravvivenza di una nozione di luce ereditata dall'esoterismo antico: la luce sarebbe il quinto elemento dopo terra, aria, acqua, fuoco e avrebbe un carattere seminale, procreativo e compaginante, servirebbe a connettere l'anima al corpo. Questa luce che è seme, etere, forza connettiva sarebbe sepolta nella materia, da cui l'alchimia si sforza di estrarla. Roberto Grossatesta ne approfondi il concetto: la luce illuminante è un punto inesteso, ma emana e forma una sfera, per poi n'tornare nella sua inestensione, le cose del mondo sono materia che partecipa a questa prima forma esemplare in vario modo e gradatamente. Dalla sapienza antica giungeva la dottrina platonica, che faceva precedere la luce visibile da quella intelligibile, che i neoplatonici facevano coincidere con l'uno. Da questo promana la luce solare, come lume da lume. Il mondo antico insegnava dunque a orecchie non sempre aperte che anteriore alla luce che illumina il mondo esiste una luce mentale, nera.
Ma per intendere il pensiero occidentale sulla luce occorre andare dietro al pensiero greco, esplorare i detti dei libri sacri iranici, impostati sull'idea che da un re sacro emani una luce abbagliante che fa tutt'uno col suo destino glorioso, con la sua qualità di vincitore, una luce che fa trionfare, come la futura Nìke greca, dominare, come il futuro Michele cristiano, fa vedere tutto ciò che nel mondo accade. Non è la luce che scende dal sole o dalla luna, questa emana direttamente dal cuore del sovrano e gli circonda la testa, si chiama xvar na parola legata a hvar, sole. Ritroviamo la stessa radice indoeuropea suel nel sanserito, nella parola svar, e nell'India troviamo la spiegazione più accurata della luce e della sua genesi. Esiste una luce visibile, che irraggia il giorno, ma esiste una luce
più fina, che proviene dalla mente stessa e delinea le figure dei sogni notturni. Questa è la luce più intrinseca all'uomo, anteriore all'esterna. Se la realtà visibile è un'illusione, un sogno, la sua luce sarà meno reale di quella dei sogni veri e propri. La Brihadaranyaka Upanishad (IV 111) spiega che l'intelletto emana l'essenza della luce come puro fulgorejyotih e in essa sta l'essere, atman. A distanza di millenni queste riflessioni ci appaiono ancor più evidenti: sappiamo che onde (un'esigua frazione dello spettro elettromagnetico) lambiscono il cervello, che le trasforma in immagini. Fuor della mente esistono soltanto queste onde minime che registriamo sulla retina, ma la luce proviene da noi. Sicché la luce che traccia le figure del sogno è anteriore ontologicamente alla luce che delinea la realtà della veglia. La luminescenza del sogno è la prima forma della luce. Al sommo si deve porre l'intelletto puro o lume nero, che si esprime proiettando il lume dei sogni prima e poi la luce diurna esteriore. La Kena Upanishad dice che l'essere creatore, brahamn è un lampo, un batter di palpebre. Nella Brihadaranyaka Upanishad il re discorre con un sapiente ed estrae nel più semplice dei modi la dottrina della luce. "Qual è la luce che muove l'uomo?", domanda, e il saggio risponde prima il sole, e quando esso manchi, la luna e quando anch'essa manchi, un fuoco acceso. Ma senza nessuno di questi lumi esterni e visibili, da che cosa sarà mosso l'uomo? Da un discorso che gli dia luce. E quando non ci sia nemmeno un discorso? liuomo si reggerà nel buio e nel silenzio, mercè il suo semplice essere, che è la luce coinvolta nei soffi che lo reggono, emananti dal cuore dove la luce cova nascosta (IV, 3, 1-7). Una luce nera. Ancor prima di queste dimostrazioni filosofiche c'era stata la verità vedica, espressa in forme mitiche, ma profonde e ancor oggi vive nei riti quotidiani dei fedeli indù. Giorno e notte erano vedicamente due aspetti del cosmo, che si unificavano nell'Androgino o Torovacca, l'Intermedio che fu emanato dalla voce divina. Il cosmo è retto da una colonna che si esprime col nome di Aum e nella forma della luce come occhio e fuoco uniti. Nome e forma sono due principi che reggono ogni realtà. Meditando sul nome Aum si comprenderà dunque il significato della luce. 1 trattati di meditazione insegneranno questo esercizio: ci si concentri sul proprio cuore immaginandolo come un loto inclinato. Si opererà su questa forma, sollevandola, e quindi guardandole dentro. Dovrà emergere dal suo cuore la luce. Si vedrà al centro la lettera A, il disco solare, la veglia; approfondendo la lettera U, il disco lunare, il sogno; approfondendo ancora la lettera M, il sonno senza sogni. Ma chi medita a fondo procede aldilà di questa triade, fino a quella che si è chiamata una catalessi, una consapevolezza nel sonno, uno stato di liberazione e nel loto del cuore si dovrà vedere il vago mormorio, l'estinguersi della M, la luce nera. Costante ritroviamo la scoperta di questa luce nera aldisotto dei fulgori diurni nella tradizione greca, in quella indù, ma anche nella filosofia persiana, dove nei secoli si è svolta con precisione incantevole e Henry Corbin la seppe esporre ad un Occidente ignaro e confuso.
E' come se la xvar nah dei tempi zoroastriani si trasmettesse ai filosofi dell'epoca islamica: Qotboddiri Shirazi chiarnerà xvar nah la luce che dalle Intelligenze immateriali scende nell'anima mercè gli esercizi spirituali svolti con la volontà ferrea di attingere i piani soprannaturali dell'essere. Questa luce attinta nella meditazione è un elisir, è il nimbo dei re antichi, è la folgore divina. La tradizione islamica era fondata su un raptus coranico ìntorno alla luce, alla sura XXIV: "Dio è la luce dei cieli e della terra e si rassomiglia la sua luce a una nicchia in cui è una lampada e la lampada è in un cristallo ed il cristallo è come una stella lucente e arde la lampada dell'olio di un albero benedetto né orientale, né occidentale, il cui olio per poco non brilla anche se nessun fuoco lo tocchi. E' luce su luce".
Al Ghazali scrisse un sublime trattatello su questo passo, interpretando la nicchìa come la sensibilità dell'uomo, la lampada come lo spirito profetico e il fuoco come lo spirito divino, mentre Dio soltanto è in se stesso luce. Quando questa luce scende nel cuore sfolgora la lampada. Il cristallo è l'immaginazione, che va purificata e corretta finchè diventi pura trasparenza immaginale degli archetipi. I: albero è lo spirito ragionante e l'olio che se ne trae è lo spirito profetico. Impregnato da Plotino, Al Gliazali afferma che la parola luce data a cosa diversa da Dìo è una pura metafora senza realtà. Ma la prima accezione, volgare, dì luce designa ciò che è visibile e rende visibili altre cose, come sole, luna, fuochi; la seconda accezione, propria di chi abbia elevatezza, designa la facoltà visiva. Ma cè una terza accezione, la più veridica, per cui la luce è la facoltà intellettuale, che tutto vede. U occhio merita la parola luce più della luce, l'intelletto ancor più dell'occhio (e luce è Dio!). Forse fu Sohrawardi il filosofo che ne seppe parlare con la massima precisione e poesia, specie nel Racconto dell'arcangelo imporporato. "Dov'è la fonte di vitaT' Egli si domanda, e risponde: - Mettiti i sandali di Elia profeta e avviati fiducioso là dove si ha piena coscìenza della tenebra. Quando di tenebra sarai tutto circondato e serrato, quando sarai confitto nella notte, avrai fatto il primo passo. Seguiranno stupefazioni e strazi, poichè da questo punto di vista la realtà si capovolge. Ma alla fine attingerai la fonte e lì scorgerai il lume. Non scappare, ma bagnati ìn quella luce, Dopo non potrai più essere colpito o insudiciato. Immergiti in quella luce e dirai: "Dinanzi a me le letture si allontanano Presso di me i sensi si aguzzano". Si potrebbe recitare anche un altro passo di Sohrawardi: "Eleva la salmodia della luce, Soccorri il popolo della luce, guida la luce alla lucC. Infinito tema è questo della cerca nella tenebra. Lo riprese Najmí Kobrá, Egli esorta a chiudere gli occhi e a vedere così la luce. Dice: Tuoi vedere, ma l'oscurità della tua natura ti sta così addosso che ti impedisce la vista interiore. Se vuoi vedere la luce tenendo gli occhi serrati, comincia con l'allontanare o diminuire qualcosa nella tua natura". Occorre lottare nel farlo, salmodiando, finchè si vedrà la nube nera del male diventar rossa e infine sbianchire. Alla fine sfolgora una luce verde, la luce smeraldina della conoscenza, emanante dal cuore. E' la stessa luce d'origine cordiale di cui ci parla il buddhismo himalayano, concretandola in una figura di fanciulla sfolgorante, la Tara verde, traghettatrice verso la liberazione. Un allievo di Kobrá, Najm Rázi (nato nel 1256) parlò più a lungo dei colori accesi nella vista interiore. Prima è il bianco dell'abbandono, poi il giallo della preghiera, il turchino della benevolenza, il verde dell'anima pacificata. E' forse lo stesso verde dì cui parlava come termine ultimo dell'ascesa Kobrá; ma Rázi aggiunge dopo di esso la luce glauca della certezza e la rossa dell'intelletto attivo, divino. Infine giunge alla luce nera, alla settima tappa, la suprema, dell'amore estatico, al fondo entusiasta e urlante dell'anima. Nera è la maestà che incendia e annienta, dìce Rázi, la suprema teurgia, l'aldilà dei sei colori, della bellezza, il sublime che fa esistere, in cui pullula la fonte della vita. Lahiji nel Roseto del mistero insiste sull'annientamento di noi stessi che avviene nel nero smagliante, nella notte fonda e abbagliante, nel mezzogiorno tenebroso. Sarà superfluo citare le notti mistiche dell'Europa secentesca, che propongono la stessa verità: dal nero assoluto sprigiona ogni luce, prima del sogno, quindi della realtà. Per raggiungere questo luogo spirituale supremo, occorre fare un viaggio pericoloso. Osò parlarne con la massima precisione Ibn 'Arabi, dicendo che per farlo si deve diventare animali: spogliarsi della ragione umana e ridursi alla percezione della fiera, soltanto a questo patto si avrà la visione degli archetipi supremi. In Ibn 'Arabi è consegnato ad una pagina delicata e sottile il messaggio ripetuto con costanza in tutte le civiltà sciamaniche. E' un messaggio che s'intreccia a quello che ci arriva dagli sciamani Iglulik del Labrador, che, Rasmussen riferisce, si isolavano nella tenebra in attesa che la luce erompesse dal loro interno, e sapevan tramutarsi nelle varie belve della loro terra e del loro mare. E' lo stesso messaggio che ci lasciano i romitì tibetani sequestrati ìn stanze buie in attesa dì scordare la differenza tra tenebra e luce, concentrandosi sulla luce emanante dalle proprie viscere. Lo stesso messaggio infine emerge dai maestri taoisti, intenti a far fiorire fl loro addome, a farlo accendere di lumi. Così essi interpretavano il detto di Lao zi:"Riempi il ventre e svuota il cuore", Visitavano nella fantasia paradisi dove gli alberi di vita e le acque cristallline fornivano cibo e bevanda da tramutare il nero ventre in mille luci, assorbivano gli effluvi degli astri, finché il fegato produceva un ragazzo vestito dì verde, legato agli occhi; il cuore, legato al sangue, un ragazzo vestito di rosso; i polmoni ed il naso un ragazzo vestito di bianco; la milza legata a digestione ed escrezione un ragazzo vestito di giallo; la cistifellea legata al vigore dei soffi un ragazzo vestito di ogni tinta, un arlecchino; i reni infine, al fondo del corpo, un ragazzo vestito di nero. 1 maestri taoisti insegnavano anche ad assorbire i raggi del sole, facendoli scendere nei piedi e salire alla testa, fino a restame
arrossati in volto, simili ad un astro. 0 facevano scendere il soffio solare del cuore, salire quello lunare dei reni e li fondevano insieme.
Abbiamo colto cenni al culto della luce nell'occidente diviso tra la tradizione ebraica e la cristiana e poi nei vari mondi, il persiano, l'ìndù, il cinese. Dovunque emergono delle verità universali, da tutti riconosciute per poco che la mente abbia meditato a fondo. La luce è un'illusione, sia l'esteriore, che ogni crepuscolo ci toglie in un bagliore rossastro, sia l'interiore che disegna le immagini del sogno e della meditazione profonda nella mente. Ma se si accetta la tenebra totale e ci si immerge in essa, si vedrà finalmente la sua luce nella fonte della vita, dice l'immaginoso Persiano. In parole diverse ripetono unanimi questa sequela gli sciamani, i sapientì ìndù e i maestri platonici.
17:29 Scritto da mikeplato in Elemire Zolla e le sue riflessioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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