02/11/2010
OM LA SILLABA SACRA
di Carla Zocchi
La Māndūkya upanishad presenta la sillaba sacra OM, analizzandone le componenti ed offre la possibilità di lettura in chiave essoterica, esoterica e segreta. Le upanishad conosciute sono 108, di esse una decina appartengono al gruppo delle “grandi upanishad”. Shankara ebbe occasione di affermare che la Māndūkya contiene la quintessenza di tutte le altre upanishad ma, per comprendere nella sua completezza la filosofia che vi è insegnata, occorre avere condotto indagini nella totalità del pensiero indiano d’altri tempi. Il testo della Māndūkya è molto breve; comprende infatti soltanto dodici sūtra. Il tema ivi sviluppato porta a conoscere, oppure forse a riconoscere, l’identità dell’Ātman individuale con il Brahman-Ātman universale. Questa dottrina, detta dell’advaita, della non-dualità, trova la sua più profonda espressione nella filosofia di Shankara. La Māndūkya upanishad ha dato luogo ad una delle opere più importanti della filosofia indiana: le Kārikā di Gaudapāda, vissuto all’inizio dell’ottavo secolo. Quest’opera si compone di quattro capitoli: la Māndūkya è inglobata nel primo.
Māndūkya upanishad
1) Harih è OM! La sillaba OM è il tutto. La sua spiegazione è: ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà. Invero tutto è la sillaba OM. Tutto ciò che è al di là dei tre tempi, anche quello è la sillaba OM.
2) Poiché tutto questo è veramente Brahman, proprio Ātman è Brahman. Questo Ātman ha quattro parti (comprende quattro stati).
3) Il primo quarto è “vaishvānara”, il quale corrisponde allo stato di veglia “jāgaritasthāna”. La sua conoscenza è rivolta all’esterno, è fruitore delle cose grossolane.
4) Il secondo quarto è “taijasa”, luminoso, il quale corrisponde allo stato di sogno “svapnasthāna”, la cui conoscenza è rivolta all’interno e fa l’esperienza delle cose sottili.
5) Il terzo quarto è “prājña”, il quale corrisponde allo stato di sonno profondo “sushuptasthāna”, in cui non si ha più alcun desiderio, non si vede alcun sogno. È diventato un blocco di conoscenza globale, consiste soltanto di beatitudine (ānanda), in verità fruisce della beatitudine; ha per bocca il pensiero.
6) Costui è il Signore di tutte le cose, è onniscente, è il reggitore interiore, è la matrice di tutto; infatti è l’origine e la fine delle creature.
7) Pensano sia il quarto stato ciò che non ha né conoscenza interiore né conoscenza esteriore, non ha la conoscenza di ambedue, non la conoscenza globale, né conoscenza e non conoscenza contemporaneamente. Esso è non visibile, non avvicinabile, inaccessibile, inafferrabile, non definibile, impensabile, innominabile. La sua essenza è l’esperienza del suo proprio sé. È colui che pone fine alla diversità; è pacifico, benevolo, senza dualità. Questo è l’Ātman e come tale deve essere conosciuto.
8) Questo Ātman in relazione ai fonemi è omkara, la sillaba OM. Gli elementi (le lettere) sono i quarti e questi sono: la lettera A, la lettera U, la lettera M.
9) Vaishvānara, lo stato di veglia, è la lettera A. È così chiamato per il fatto che è il primo, e tutto può penetrare. Colui che così conosce vede tutti i suoi desideri esauditi e diventa il primo.
10) Taijasa, lo stato di sogno, è la lettera U in ragione della sua superiorità e per la sua posizione intermedia. Egli innalza infatti la continuità della sua conoscenza, diventa equanime, esente dalle differenze. Per colui che così conosce, non c’è nella sua famiglia nessuno che non conosca Brahman.
11) Prājña, lo stato di sonno profondo, è la lettera M. È così chiamato perché è creazione e assorbimento. Colui che così conosce diviene lui stesso la creazione e il totale assorbimento.
12) Il quarto stato, privo di elementi, inavvicinabile, che pone termine alla diversità, che possiede la beata non-dualità, è la sillaba OM, l’Ātman, il sé. Chiunque così conosca penetra nell’Ātman indifferenziato con l’Ātman individuale.
BIBLIOGRAFIA:
A. Maisonneuve, Mān%d%ūkya upanishad et Kārikā de Gaud%apāda, Paris. Radhakrishan, Filosofia indiana, Einaudi, Torino. Della Casa C., Upanishad vediche, Tea 1988. C. Zocchi, “Riflessioni…”, Rivista Italiana di Teosofia, marzo 1989.
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IL GAYATRI MANTRA degli INDUISTI
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OM GAN GANAPATAYE NAMAHA
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IL MANTRA DI SHIVA, IL DISTRUTTORE DELLA TRIMURTI INDUISTA
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MANTRA DEL BUDDHA AVALOKITESHVARA
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namo ratnatryaye namah aryajnana sagar vairocana vyuharajaya tathagatayah arhate samyaksambuddhayah;
namah sarva tathagatebhyah arhatebhyah samyaksambuddhebhyah;
namah arya avaoliketshvaraya bodhisattvayah mahasattvayah mahakarunikakayah;
tadyatha: om dhara dhara dhiri dhiri dhuru dhuru itiye vitiye cale cale pracale pracale kusume kusumvaraye ili mili cetam jvalam apnaye svaha.
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QUESTO E' UNO SPLENDIDO RICHIAMO ALLA PREGHIERA (SALAT) DA PARTE DI UN MUEZZIN. ALL'INIZIO LA DICHIARAZIONE FONDAMENTALE CHE NON C'è ALTRO DIO ALL'INFUORI DI DIO (LAH ILLAH ILLAH ALLAH), DICHIARAZIONE CHE PRENDE LE MOSSE DALLO SHEMA ISRAEL EBRAICO, OVE E' DETTO CHE DIO E' UNO
LA ILAHA ILLALLAH
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QUESTO E' LO SHEMA' ISRAEL (DEUTERONOMIO 6:4), IL MANTRA PIU POTENTE DELLA TRADIZIONE OCCIDENTALE. PER CHI LO SAPPIA USARE, E' L'ARMA TOTALE CONTRO TUTTE LE FORZE DEL MALE
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