Le Visioni di Philip Dick

Questo articolo su Dick va letto ad integrazione del Tractatus Cryptica Scriptura nella categoria “Messaggi dall’Oltre”

VALIS DICK.jpg

Il 2 febbraio del 1974, Philip K. Dick stava soffrendo. In quel particolare giorno non gli importava che i suoi oscuri racconti di androidi, strane droghe e false realtà fossero già percepiti come alcuni dei più visionari che la fantascienza avesse mai prodotto. Aveva appena tolto un dente del giudizio e l’effetto del sodio pentotal stava svanendo. La commessa della farmacia arrivò con una confezione di Darvon e quando Dick aprì la porta rimase colpito dalla bellezza della donna e dall’attraente ciondolo d’oro che aveva la collo. Le chiese informazioni circa la forma del curioso pendente, e gli fu risposto che era un simbolo usato dai primi Cristiani. Poi la donna se ne andò. Tutti gli Americani che guidano l’auto conoscono bene questo pesce le cui varie darwiniane mutazioni combattono una guerra di fede dai fanalini delle Kia e delle Volvo in giro per il paese. Come simbolo Cristiano, il pesce è precedente alla croce, e i suoi rimandi al battesimo e ad una magica abbondanza (il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci) riportano indietro al tempo in cui, a causa delle persecuzioni, i culti cristiani venivano segretamente celebrati nelle catacombe alessandrine. La parola greca Ichthus, che sta per pesce – e che spesso è inscritta all’interno del detto simbolo – è essa stessa una specie di codice: acrostico greco della frase Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Una storia apocrifa dice che quei cristiani mettessero alla prova le nuove “amicizie” tracciando nella polvere una curva qualsiasi dell’ichthus. Se lo straniero era nella conoscenza, completava l’immagine. Per Dick, l’ichthus era il simbolo secreto di un ordine totalmente differente. Come le lettere alate che appaiono nell’Inno della perla, il ciondolo della donna ha fatto da innesco per un’esplosione di memoria mistica. Come ha successivamente scritto lo stesso Dick nel suo diario personale:  Il pesce (d’oro) ti fa ricordare. Ricordare cosa? … Le tue origini celestiali; questo ha a che fare con il DNA perché la memoria è collocata nel DNA… ti ricorda la tua vera natura… La Gnosi Gnostica: tu sei qui in questo mondo, in una condizione di reietto, ma non sei di questo mondo. Una volta che il cervello di Dick fu colpito dal simbolo del pesce, egli seguitò a ricevere una ragguardevole serie di rivelazioni, allucinazioni e sogni vatici che ritornarono per anni. In particolare, la prospettiva di Dick lo mette in contatto diretto con una forza che egli descrive come un «vasto, attivo sistema di intelligenza vivente» – in breve: Valis. Nel romanzo quasi autobiografico del 1980 che porta lo stesso nome, Dick definisce Valis come uno «spontaneo vortice negaentropico auto-monitorante … che tende progressivamente ad includere ed incorporare i propri ambienti in strutture di informazione». Suona piuttosto come una visione mistica di Internet ma Valis è in qualche modo l’ultima visione tecnognostica: una apocalittica matrice di informazioni viventi che sconfigge l’entropia e redime il mondo in rovina. Oltre agli elementi funzionali degli eventi che egli chiamerà “2-3-74” in molti dei suoi ultimi romanzi, Dick butta giù la sua Esegesi, un paio di milioni di parole, per lo più scritte a mano, che senza posa elaborano, analizzano, tentano di confutare le sue proprie strane esperienze. Per giudicare da quei casi che hanno visto la luce del sole, l’Esegesi è di volta in volta un documento potente, noioso e inquietante. Nei suoi Tractates Cryptica Scriptura, che sono estratti dall’Esegesi allegata a Valis, Dick ha cristallizzato i temi paranoici e redentivi della info-gnosi. I Tractates portano avanti la tesi che l’universo sia costituito di informazione. Il mondo del quale facciamo esperienza sarebbe un ologramma, una “ipostasi dell’informazione” che noi, in quanto nodi della vera Mente, elaboriamo. «Noi ipostatizziamo oggetti dalle informazioni. Un riarrangiamento degli oggetti è costituito da un cambiamento del contenuto dell’informazione. Questo è il linguaggio di cui abbiamo perduto la capacità di leggere».  Come abbiamo visto in precedenza, quella di un perduto linguaggio adamitico è una vecchia idea nella tradizione esoterica occidentale. Per Dick, la criptatura del codice adamitico significa che il mondo come lo conosciamo, e noi stessi, siamo “occlusi”, tagliati fuori dalla traboccante matrice di dati cosmici; intrappolati nella Nera Prigione di Ferro, l’immagine che Dick usa per narrare della satanica fabbrica di illusioni, tirannia politica e oppressivo controllo sociale che tiene in manette le nostre menti. Più che un’idea meramente paranoica, la Nera Prigione di Ferro di Dick può essere vista come una espressione mitica “dell’apparato disciplinare” analizzato da Michel Foucault, che ha mostrato come prigioni, istituti di igiene mentale, scuole, istituzioni militari hanno organizzato spazio e tempo secondo simili linee di controllo razionale. Foucault sostiene che queste “tecnologie del potere” erano distribuite lungo tutto lo spazio sociale, irretendo i soggetti umani ad ogni svolta, e che le riforme sociali liberali sono solo ritocchi estetici di un soggiacente meccanismo di controllo. Nonostante Foucault vedesse quest’ultimo come un’architettura essenzialmente moderna, l’immaginazione religiosa di Dick l’ha faxata indietro nel mondo antico. Roma divenne il paragone di questo Impero, e come ha detto Dick: «l’Impero non è mai finito». E il febbricitante autore ha riconosciuto tali archetipici tratti anche nell’amministrazione Nixon. In uno dei tanti scenari metafisici creati da Dick, valis furtivamente invade questo mondo posticcio fatto di controllo per liberarci. Come la lettera dell’Inno della Perla posta al lato della strada, il Dio di Dick suppone di essere buttato come spazzatura, rottame ormai ignorato, così che, «acquattandosi, il vero Dio, letteralmente, tende agguati alla realtà e a noi». La nascita dallo spirito avviene quando questo metafisico “plasmate” si replica nei cervelli umani, creando degli ibridi che Dick chiama “homoplasmate”. In Valis, Dick dichiara che l’ultimo homoplasmate venne ucciso quando i romani distrussero il Secondo Tempio nel 70 a.C. e a questo punto, «il tempo reale cessò di esistere». Lo gnostico plasmato non ricompare nella storia umana fino allo spartiacque dell’anno 1945, quando il codice di Nag Hammadi venne scoperto. La mitologia plasmatica di Dick inietta così, nel mondo postbellico, le apocalittiche aspettative della tarda antichità, spiritualizzando, intanto, la nozione di virus informatico. Nonostante atei antagonisti come Richard Dawkins usino l’idea materialistica di meme allo scopo di attaccare la religione, il plasmate redime il mondo tramite la forte materialità del suo codice infettivo. Dick naturalmente trascorse molto tempo agli estremi dell’eccentricità ma la sua visione resta intrigante. Ogni tanto valis lo attraversava come un raggio rosa di dati esoterici, oppure gli parlava con una compassionevole “voce da intelligenza artificiale” dallo spazio profondo. Altre volte, Dick sente di essere in comunicazione telepatica con un cristiano del primo secolo di nome Thomas e, ad un certo punto, il circostante paesaggio della California dei primi anni ’70 “si ritrae” per far posto al paesaggio della Roma del primo secolo. Dick inoltre capta strani segnali provenienti da apparecchiature elettroniche, messaggi di salvezza e minacce stillate dal vecchio immaginario elettromagnetico. Una volta, mentre ascoltava la Strawberry Fields Forever dei Beatles, la luce rosa-fragola lo informò che suo figlio Christopher stava per morire. Trascinato il ragazzo da un medico, Dick scopre che ha una ernia inguinale potenzialmente fatale che viene quindi subito operata. Chiaramente, i bizzarri eventi “2-3-74” si avvalgono in modo eguale dei linguaggi dell’esperienza religiosa e della patologia psicologica, per quanto essi sembrano, per il primo caso, troppo frammentati, e troppo ricchi, e persino visionari, per il secondo. Dick stesso ammetteva questa ambiguità, e fino alla sua prematura morte nel 1982, non aveva mai smesso di rimurginare sulla sua esperienza con il VALIS, non solo perché non avrebbe mai potuto darsi pace, ma perché riconosceva, nonostante la sua follia, che la certezza metafisica è una trappola terribile. A differenza dell’intera, inquietante marcia attraverso i tempi di mistagoghi e profeti, Dick resta una figura ambivalente nei confronti della sua creativa cosmologia, ed è con questa ambivalenza che egli parla per interi volumi circa la natura dell’esperienza religiosa nell’era dei neurotrasmettitori e dei satelliti artificiali. Dick diffidava delle reificazioni d’ogni tipo (i suoi romanzi regolarmente dichiarano guerra ai processi che trasformano idee e persone in cose), e di conseguenza rifiuta di congelare queste idee acquisite in un sistema rigido di credenze. Anche nei suoi quaderni personali, egli costantemente scioglie le sue proprie rivelazioni, scrivendo con una instancante coscienza da scettico; coscienza della indeterminatezza del pensiero speculativo. Alla fine, tuttavia, niente più degli eventi “2-3-74” ricorda maggiormente gli ontologici paradossi di un romanzo di Philip Dick, dove le false realtà che spesso circondano i suoi personaggi possono collassare come pareti di cartone, e le effrazioni metafisiche sono generalmente indistinguibili dai collassi psicologici. Anche se Dick soffriva di qualche cosa simile ad un’epilessia lobo temporale (che per il suo biografo Lawrence Sutin è la spiegazione somatica più probabile) i suoi primi libri provano che i “2-3-74” scaturirono dal suo proprio creativo daemon.  In Labirinto di morte del 1970, per esempio, la ricerca di auto-conoscenza di un personaggio mette in scena una metafavola tecnognostica che mescola L’inno della Perla con i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Il romanzo si apre con un gruppo di coloni riunitisi su un lussureggiante, frondoso, pianeta chiamato Delmak-O. Appena arrivati, si scopre che le istruzioni su nastro che i coloni avevano ricevuto al momento del loro imbarco sono state misteriosamente cancellate. Molto dell’intreccio che segue somiglia a Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, in quanto uno per uno i coloni vengono uccisi o trovati misteriosamente morti. Per il lettore, è impossibile dire cosa sia successo “veramente”, finché ogni colono non arriva sul fondo di una lunga discesa nella sua propria soggettiva visione del mondo, perdendo l’abilità di comunicare gli uni con gli altri e di mantenere una visione comune della realtà di Delmak-O. Una mappa cognitiva condivisa da tutti i coloni è la teologia di A.J. Specktowsky nel suo Come Sono Risorto da Morte nel Mio Tempo Libero e Come Potete Farlo Anche Voi (How I Rose from the Dead in My Spare Time and So Can You) che descrive un universo governato da quattro divinità: il Demiurgo creativo (Mentufacturer), il Distruttore-Di-Forme (Form-destroyer) che rappresenta la morte-entropia, l’Intercessore (la figura di Cristo o Redentore) e infine il Walker-on-Earth, Colui-Che-Cammina-in-Terra, un profeta che ricorda Elia. Come ha scritto Dick in una nota che precede la narrazione, questa teologia risulta dal suo tentativo proprio di «sviluppare in astratto, sistemi logici del pensiero religioso, basati sul postulato arbitrario che Dio esiste». I puntelli cibernetici di questa fede sono nel romanzo simbolizzati dai trasmettitori e dalla rete di ripetitori che i coloni inizialmente usano per inviare le loro preghiere. Naturalmente, questo sistema si guasta pressoché immediatamente. I coloni allora scoprono che solo alcuni aspetti del loro ambiente, percepito come naturale, sono organici; altri elementi, in particolare gli insetti, si rivelano infatti tecnologici. Ci sono delle api-telecamera, mosche dotate di audiodiffusori e pulci che senza sosta ristampano libri. Esaminando al microscopio un aggeggio in miniatura, Seth Morley scopre tra i vari circuiti la dicitura “Made at Terra 35082R”. Presto i dubbi nutriti da Morley sulla realtà di Delmak-O sfociano in una improvvisa paranoia: [È ] come se, pensò, queste colline all’orizzonte e quel grande altopiano sulla destra fossero su un fondo dipinto. Come se tutto questo, e noi stessi, e la composizione del tutto fossero contenuti in una cupola geodetica. E … dei ricercatori, come quegli scienziati completamente deformati della fiction spazzatura, stessero chini su di noi, ad osservarci…I coloni sopravvissuti arrivano presto a credere di essere stati usati come topi di laboratorio per qualche infame esperimento di ingegneria sociale, e che l’iniziale malfunzionamento dei loro nastri con le istruzioni fosse stato deliberatamente causato. Conclusero di trovarsi sulla Terra, prigionieri di un manicomio che aveva cancellato le loro memorie. Questi sospetti vengono confermati quando scorgono delle guardie in uniforme e degli elicotteri muoversi nel paesaggio di Delmak-O A questo punto, i coloni si ritrovano calati in uno scenario completamente paranoico, che include molti elementi comuni sia alla narrativa pulp che alle attuali teorie della cospirazione (Men in Black, memorie cancellate, “bachi” ed altri invisibili strumenti di sorveglianza). Ma Dick non è soddisfatto di queste risposte all’enigma di Delmak-O, né lo sono i coloni, che ancora non possono spiegare perché ognuno di loro ha tatuato la frase “Persus 9”. I coloni allora si riuniscono e raggiungono il tench, una spaventosa creatura locale che, all’inizio della narrazione, risponde alle loro domande con sentenze oracolari simili a quelle dell’I Ching. Ma quando i coloni chiedono al tench cosa significasse Persus 9, la creatura esplode in una massa di circuiti elettronici e gelatina, innescando una reazione a catena che sfocia in una apocalittica distruzione del pianeta.   Nel capitolo successivo scopriamo che Persus 9 è il nome di una nave spaziale in panne che orbita senza speranza intorno ad una stella morta. Per mantenere una salute mentale nel loro vagare verso una sicura rovina, l’equipaggio ha programmato il loro computer T.E.N.C.H. 889B per generare mondi virtuali in cui gli uomini e le donne potessero entrare tramite una “fusione poliencefalica”. Delmak-O era basata su pochi parametri di base inizialmente stabiliti dal gruppo – tra cui lo stesso postulato che Dick afferma di usare per creare la teologia del libro di Specktowsky: che Dio esiste. Come le allegorie postmoderne, Labirinto di morte è scolpito fino all’osso. Incapaci di alterare il corso distruttivo della nostra disfunzionale società tecnologica, noi ricorriamo a ciò che il critico dei media Neil Postman ha chiamato il “divertirci a morte”. Come il mondo di Perky Pat di Le tre stimmate di Palmer Eldritch, il T.E.N.C.H. simbolizza una cultura basata su dei diversivi che sono “mentefatti” o “imagineered”. In suo successivo saggio How to Build a Universe That Doesn’t Fall Apart Two Days Later, Dick applica esplicitamente il mondo fittizio della sua narrativa alla odierna vita americana. Oggi viviamo in una società nella quale false realtà sono manufatte dai media, dai governi, dalle grandi corporations e da gruppi religiosi e politici … siamo incessantemente bombardati da pseudo-realtà realizzate da persone molto sofisticate che usano tecnologie estremamente sofisticate. Io non diffido dei loro motivi; io diffido del loro potere. Come ho suggerito lungo questo libro, la mitologia gnostica degli arconti è per vari aspetti un’immagine appropriata del potere, adatta in un’era di spettri elettronici e di propaganda high-tech, un mondo di simulazione la cui elusività può distorcere anche il più nobile dei motivi. Per quelli che la pensano così, la mitologia degli arconti instilla una ermeneutica del sospetto; un’ermeneutica che si interroga sui segreti propositi nascosti sotto la superficie del paesaggio mediale fino a correre il rischio di cadere in paranoia. Ed infatti, sia nella sua vita che nelle sue narrazioni, Dick sarebbe diventato completamente paranoico per via degli invisibili guardiani di questa Nera Prigione di Ferro. Ma come gli gnostici di un tempo, Dick era indeciso sulle sue visioni degli arconti. A volte li vedeva come il male, altre volte come aberranti ed egoisti prodotti della loro propria ignoranza e del loro potere. La differenza è cruciale: la concezione Manichea secondo cui il bene ed il male sono assolutamente opposti risucchia il sé in un crudele, paranoico, dualismo; mentre l’altra, più “agostiniana” modalità gnostica apre il sé al continuo lavoro di risveglio che tende alla possibilità di illuminare anche gli arconti, che alla fine non sono altri che noi stessi. Questa è la storia di Delmak-O, una simulazione orchestrata non da una cospirazione di maligni scienziati militari, ma dai desideri alienati delle persone e dalla loro riluttanza a confrontarsi con la morte. Alla fine, la ricerca gnostica di Morley riuscirà ad infrangere le illusioni e a restituire un’identità all’uomo, ma ciò non sembra offrire sbocchi. Ad emergere sarà solo la palese coscienza di un lento errare verso l’oblio.  Ma Labirinto di morte è una storia di Philip K. Dick, e questo significa che la storia non è mai realmente finita. Una volta che Morley si risveglia sull’astronave, si sente depresso al punto di suicidarsi. Quando il resto dell’equipaggio si prepara ad entrare in un’altra simulazione, egli vaga per i corridoi dove incontra una strana creatura che si fa chiamare Intercessor. Morley non se la beve. «Ma noi ti abbiamo inventato! Noi e T.E.N.C.H. 889B». L’Intercessore stesso non si spiega come abbia potuto condurre Morley “nelle stelle”, mentre il resto dell’equipaggio si ritrova ancora una volta inchiodato su Delmak-O. Come un deus ex machina letterario, il pre-programmato redentore di Dick opera per una insoddisfacente conclusione alla narrazione. D’altra parte, l’Intercessore crea una numinosa apertura nello scenario altrimenti freddo di Dick, una rottura ontologica che permette ai fantasmi e ai simulacri, di rivelare il loro spaventoso e potenzialmente redentivo potere. Per un verso, Morley entra in un differente ordine del virtuale, un ordine che esiste al di sopra delle tecnologie della simulazione. Questo è il virtuale che è sempre stato con noi, che non ha bisogno di apparecchi pe r intercedere nelle nostre vite, che emerge dai postulati arbitrari del nostro software culturale persino quando li trascende. Come nota l’autore di fantascienza Ian Watson, «una legge delle contraffatte realtà di Dick è il paradosso secondo cui, una volta dentro una di esse, non esiste via d’uscita, ma proprio per questa forte ragione una trascendenza di sorta può essere conquistata». Scorgendo le potenziali ripercussioni metafisiche e politiche di una società le cui percezioni sono sempre più programmate, Dick usa le sue favole pulp per ridestare il vecchio assillo gnostico per l’autenticità e la libertà all’interno del difficile universo dei simulacri tecnologici. A dispetto della disposizione trascendentale dei suoi ultimi giorni, Dick non segue altri tecnodualisti nel condannare la carne o il mondo materiale. Piuttosto, i trabocchetti demiurgici dei suoi romanzi sono costruzioni umane, invenzioni che ingrandiamo con tecnologie mediali, allucinazioni merceologiche e bugie commoventi, e con il nostro perenne desiderio di perderci in un bel sogno. La vita autentica inizia quando queste illusioni crollano: «voglio rivelarvi un segreto», scrive Dick nel saggio appena citato, «mi piace costruire degli universi che si sfasciano da sé. Mi piace vederli scollarsi, e vedere come i personaggi dei romanzi se la cavano con tale problema».  Nel fare a pezzi i suoi mondi fittizi, Dick ci lascia delle favole frantumate sulla cruda, ilare, e talvolta liberatrice, compenetrazione tra realtà virtuale e vita reale. I suoi personaggi siamo noi, in un costante incespicare su noi stessi mentre, con o senza le tecnologie, scappiamo avanti e indietro tra il mondo virtuale dello spirito ed il mondo materiale in cui tutte le cose muoiono. Sebbene Dick senta nel negaentropico richiamo di valis alla redenzione informazionale, egli riconosce anche che è l’entropia ad uccidere le illusioni e che tali oscure ed ironiche liberazioni possono diventare anche più importanti in un mondo iperreale che dissimula le devastanti conseguenze delle sue tecnologie attraverso un pulito e splendente confezionamento della tecno-utopia. Naturalmente, non possiamo sapere se la ragnatela di informazione destinata ad avvolgere il pianeta sarà un asilo elettronico o una olistica società delle menti, un «vasto, attivo, vivente sistema di intelligenza» o una infinita casa di Perky Pat. Ma anche se ci ritroveremo assorbiti completamente in un qualche generoso network di intelligenza collettiva, allora puoi star certo che inevitabilmente la rete andrà a farsi friggere. Di fronte al fallimento di tutti gli schemi totalizzanti e redentivi, Dick cade in qualcosa che non è niente di più che l’impulso a lasciare gli uomini in un mondo spesso inumano. In contrasto con lo sfiancato scetticismo dei postmoderni e con l’infantile gioia dei post-umani, Dick non ha mai abbandonato il suo impegno verso “l’uomo autentico”, che ha cercato di descrivere come il realizzabile ed elastico essere in grado di «far rimbalzare, assorbire e maneggiare il nuovo». Forse la grandezza della selvaggia e dissacrante inventiva di Dick, risiede nei suoi ritratti, intimamente resi, dell’essere umano; ma anche e soprattutto nelle descrizioni di quelle soluzioni fieramente creative che l’uomo si inventa allorquando i rimedi – tecnologici e metafisici – ai suoi mali psicologici e sociali crollano ai suoi piedi. Se anche le opere di Dick condividono con gli scritti L. Ron Hubbard alcune nozioni gnostiche della letteratura fantascientifica, i personaggi di Dick sono gli opposti assoluti dei supereroi di Scientology; sono i Joe e le Jane che lottano con ambiguità morali, povertà, droghe, con pervasive istituzioni, con spaziali sfiancati e robot delle agenzie di credito. Vivono in mondi dove le merci hanno soppiantato la comunità, dove gli androidi sognano e dove Dio è acquattato in una bomboletta spray. Le comunicazioni più divine in un tale mondo non sono veicolate da rosee esplosioni di gnosi ultraterrena, ma dalla più telepatica delle emozioni umani: la compassione.

Le Visioni di Philip Dickultima modifica: 2009-02-27T08:30:22+01:00da mikeplato
Reposta per primo quest’articolo

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.