IL POTERE DEL SILENZIO (TESTO INTEGRALE)

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Carlos Castaneda

IL POTERE DEL SILENZIO

Traduzione di FRANCESCA BANDEL DRAGONE

Biblioteca Universale Rizzoli

INDICE:

Prefazione

Introduzione

  1. I  LE MANIFESTAZIONI DELLO SPIRITO

    Il primo nocciolo astratto L’impeccabilità del nagual Elias

  2. II  IL TOCCO DELLO SPIRITO

    L’astratto
    L’ultima seduzione del nagual Julian

  3. III  LO STRATAGEMMA DELLO SPIRITO

    La ripulitura dell’anello di collegamento I quattro modi dell’agguato

  4. IV  LA DISCESA DELLO SPIRITO

    Vedere lo spirito
    Il balzo del pensiero Spostare il punto d’unione Il luogo della non pietà

  5. V  LE ESIGENZE DELL’INTENTO Infrangere lo specchio del riflesso di se Il biglietto per l’impeccabilità
  6. VI  LA MANOVRÀBILITA DELL’INTENTO Il terzo punto

    I due ponti a direzione obbligata L’aspetto dell’intento

SOMMARIO

Prefazione

I miei libri sono il resoconto veritiero del metodo d’insegnamento adottato da don Juan Matus, uno sciamano indio del Messico, per aiutarmi a comprendere il mondo della magia. In questo senso, i miei libri sono il resoconto di un processo in fieri, che per me diventa sempre più chiaro con lo scorrer del tempo.

Ci vogliono anni di esercizio per apprendere a muoverci con intelligenza nel mondo della vita di ogni giorno. Il nostro insegnamento – sia di semplici argomentazioni, sia di soggetti formali – é rigoroso perché la conoscenza che cerchiamo di impartire è molto complessa. Gli stessi criteri si applicano nel mondo degli stregoni: la loro scuola, che si fonda su insegnamenti orali e manipolazioni della consapevolezza, benché diversa dalla nostra, è altrettanto rigorosa perché la loro conoscenza è altrettanto – se non più – complessa.

Introduzione

In diverse occasioni don Juan tentò di dare un nome alla sua conoscenza, a mio beneficio. A suo parere il termine più adatto era nagualismo, anche se un po’ oscuro. Dire semplicemente «conoscenza» rendeva tutto troppo vago, e chiamarla “negromanzia” era spregiativo. «La padronanza dell’intento» era troppo astratto e «la ricerca della libertà totale» troppo lungo e metaforico. Alla fine, non riuscendo a trovare un lemma più appropriato, la chiamò “magia”, pur ammettendo una certa inaccuratezza.

Nel corso degli anni egli mi aveva fornito varie definizioni della magia, ma aveva sostenuto che le definizioni cambiano con il crescere della conoscenza. Verso la fine del mio apprendistato, mi sentii in grado di apprezzare una definizione più chiara, così gli posi la domanda ancora una volta.

«Dal punto di vista dell’uomo comune» disse don Juan «la magia è un insieme di sciocchezze, oppure uno spaventoso mistero che travalica la sua comprensione. E qui non sbaglia – non perché sia una verità assoluta, ma perché l’uomo comune non ha l’energia sufficiente per trattare con la magia.»

Fece un attimo di pausa, prima di continuare. «Gli esseri umani nascono con una quantità di energia limitata,» proseguì don Juan «un’energia spiegata sistematicamente a partire dal momento della nascita, in modo da essere usata con il maggior vantaggio dalla modalità del tempo.»

«Cosa intendi per «modalità del tempo»?» chiesi io.

«La modalità del tempo è il fascio preciso dei campi d’energia recepiti» mi rispose. «Credo che la percezione umana sia cambiata nel tempo. Il tempo reale decide il modo; il tempo decide quale fascio preciso di campi d’energia sarà usato, scegliendolo tra una quantità incalcolabile. Tutta l’energia a nostra disposizione viene assorbita dal contatto con la modalità del tempo – quei pochi, scelti campi di energia – non lasciandoci nulla che possa esserci di aiuto a usare un qualsiasi altro campo di energia.»

Con un impercettibile inarcare delle sopracciglia mi spronava a considerare il tutto.

«Ecco cosa intendo quando dico che all’uomo comune manca l’energia necessaria per aver a che fare con la magia» continuò. «Se usa solo l’energia che ha, non può percepire i mondi creati dagli stregoni. Gli stregoni, infatti, per farlo, si servono di un insieme di campi di energia che di solito non sono usati. Naturalmente,

se l’uomo comune intende percepire quei mondi e comprendere la percezione dei maestri dell’occulto, deve per forza usare lo stesso insieme usato da quelli, e ciò non è materialmente possibile, in quanto egli ha già spiegato tutta la sua energia.»

S’interruppe, quasi cercasse la parola più appropriata a esprimere il concetto.

«Mettiamola così» riprese. «Non è tanto che si apprenda la magia col tempo, quanto che si apprenda ad accumulare energia. Questa energia ti metterà in grado di maneggiare alcuni campi di energia che al momento ti sono inaccessibili. La magia è dunque l’abilità di usare campi di energia non necessari per la percezione del mondo di tutti i giorni, che noi conosciamo. La magia è uno stato di consapevolezza. E’ l’abilità di concepire qualcosa che sfugge alla percezione ordinaria.

«Quel che ti ho mostrato,» continuò don Juan «tutto ciò che ho sottoposto alla tua attenzione, non era che un accorgimento per convincerti che c’è più di quanto appaia a un primo sguardo. Non c’è bisogno che venga qualcuno a insegnarci la magia, perché in realtà non c’è nulla da imparare. Occorre solo che un maestro ci convinca dell’incalcolabile potere che abbiamo sulla punta delle dita. Che strano paradosso! Ogni guerriero sulla via della conoscenza crede, una volta o l’altra, di star acquisendo cognizioni magiche, ma tutto quello che fa è lasciarsi convincere del potere nascosto dentro di sé, che riuscirà a raggiungere.»

«E’ quel che stai facendo con me, don Juan? Mi stai convincendo?»

«Proprio così. Sto cercando di convincerti che puoi raggiungerlo, quel potere. Ci sono passato anch’io. Ed ero duro da convincere, come te ora.»

«Una volta raggiunto, cosa ne facciamo esattamente, don Juan?»

«Nulla. Una volta raggiunto, esso si servirà per conto suo dei campi di energia che sono a nostra disposizione, ma inaccessibili. Questa è magia, come ho già detto. Allora cominciamo a vedere – cioè, a percepire – qualcos’altro, non immaginario, ma reale e concreto. Così cominciamo a conoscere senza dover usare le parole. Quel che ognuno di noi fa con l’accresciuta percezione, con quella conoscenza silenziosa, dipende dal carattere individuale.»

In una diversa occasione, mi diede una spiegazione di altro genere. Stavamo discutendo di tutt’altro quando, di punto in bianco, cambiò argomento e cominciò a raccontarmi una barzelletta. Rise, e con mano leggera mi diede dei colpetti sulla schiena, fra le scapole, quasi fosse affetto da grande timidezza e ritenesse molto sfacciato da parte sua toccarmi. La mia reazione nervosa lo fece ridacchiare.

«Come sei sensibile» disse, scherzando, e mi assestò una pacca sulla schiena con maggior forza.

Mi ronzarono le orecchie. Per un istante mi mancò il fiato, quasi mi avesse colpito ai polmoni. Respiravo con grande fatica, eppure, dopo aver tossito più volte, come soffocando, le mie vie nasali si aprirono e mi ritrovai a fare dei respiri profondi, rasserenanti. Provavo una tale sensazione di benessere che non me la presi affatto con lui per il colpo che mi aveva dato, benché fosse stato forte e inaspettato.

Poi don Juan iniziò una spiegazione davvero notevole. In termini chiari e concisi mi fornì una definizione più precisa della magia.

Ero entrato in un meraviglioso stato di consapevolezza! Avevo una lucidità di mente tale che riuscii a comprendere e assimilare tutto quello che don Juan stava

dicendo. Diceva che nell’universo c’era una forza indescrivibile e smisurata che gli stregoni chiamavano intento, e che in assoluto tutto quel che esiste nell’intero cosmo è unito all’intento da un anello di collegamento. Gli stregoni o guerrieri, come li chiamava lui, si dedicavano a discutere, capire e utilizzare quell’anello di collegamento. Erano particolarmente occupati a liberarlo dagli stordimenti provocati dalle ordinarie preoccupazioni della vita quotidiana. La magia a questo livello poteva definirsi come il procedimento di ripulitura del proprio anello di collegamento con l’intento. Don Juan sottolineò che era molto difficile capire e imparare a praticare questo “procedimento di ripulitura”. Per questo gli stregoni dividevano il loro insegnamento in due categorie. Una comprendeva le lezioni per lo stato di consapevolezza della vita di ogni giorno, nelle quali il procedimento si presentava sotto alterate spoglie. L’altra comprendeva le lezioni per gli stati di consapevolezza intensa, come quello che stavo sperimentando al momento, nelle quali gli stregoni raggiungevano la conoscenza direttamente dall’intento, senza fastidiosi interventi della lingua parlata.

Don Juan spiegò che, usando la consapevolezza intensa per migliaia di anni di lotte dolorose, gli stregoni avevano acquisito una comprensione specifica dell’intento, e che avevano trasmesso questi nuclei di conoscenza diretta di generazione in generazione, fino al presente. Disse che era compito della magia prendere questa conoscenza, all’apparenza incomprensibile, e renderla comprensibile ai livelli di consapevolezza della vita di ogni giorno.

Dopo mi chiarì il ruolo della guida nella vita degli stregoni. Mi spiegò che una guida era chiamata “nagual” e che il nagual era una persona, uomo o donna, con un’energia straordinaria, un maestro dotato di sobrietà, resistenza, fermezza, che i veggenti vedevano come una sfera luminosa formata da quattro comparti, simili a quattro globi luminosi pressati l’uno contro l’altro. Grazie a questa straordinaria energia, i nagual erano intermediari. La loro energia permetteva loro di incanalare pace, armonia, allegria e conoscenza direttamente dalla fonte, dall’intento, e di trasmetterle ai loro compagni. I nagual avevano la responsabilità di fornire ciò che gli stregoni chiamavano “la possibilità minima”, la consapevolezza del proprio collegamento con l’intento.

Gli dissi che la mia mente afferrava tutto quello che lui mi stava spiegando e che l’unica parte della sua spiegazione ancora poco chiara era perché mai fossero necessarie due categorie di insegnamento. Riuscivo a capire con facilità tutto ciò che diceva del suo mondo, mentre egli me l’aveva descritto come un processo irto di difficoltà.

«Ti ci vorrà tutta la vita per ricordare quanto hai appreso oggi» affermò «perché si trattava nella quasi totalità di conoscenza silenziosa. Fra qualche istante avrai dimenticato tutto. E questo uno degli insondabili misteri della percezione.»

Don Juan allora mi fece cambiare livelli di consapevolezza, dandomi un colpetto sul lato sinistro, proprio all’estremo della gabbia toracica. All’istante persi la straordinaria chiarezza di mente, e non fui in grado di ricordare di averla mai avuta…

Don Juan in persona mi assegnò il compito di scrivere sui presupposti della stregoneria. Una volta, come per caso, agli inizi del mio apprendistato, mi aveva suggerito di scrivere per utilizzare tutti gli appunti che avevo continuato a prendere. Avevo accumulato risme su risme di annotazioni, senza mai riflettere su cosa ne avrei fatto.

Ritenni assurda la sua proposta perché non ero uno scrittore.

«Certo che non sei uno scrittore. Così dovrai ricorrere alla magia. Per prima cosa, dovrai visualizzare le tue esperienze, come se le stessi vivendo un’altra volta, e poi dovrai vedere il testo nel tuo sogno. Per te scrivere non sarà un esercizio letterario, ma una pratica di magia.»

Ho scritto così sui presupposti delle arti magiche proprio come mi aveva spiegato don Juan nel corso delle sue lezioni.

Nel suo schema di insegnamento, che era stato sviluppato dagli stregoni dei tempi antichi, c’erano due categorie. Una, chiamata “insegnamenti per il lato destro”, si svolgeva nello stato di consapevolezza normale. L’altra, chiamata “insegnamenti per il lato sinistro”, era messa in pratica solo in stati di consapevolezza intensa.

Le due categorie permettevano ai maestri di avviare i loro adepti in tre campi di specializzazione: la padronanza della consapevolezza, l’arte dell’agguato, la padronanza dell’intento. Questi tre campi di specializzazione sono le tre incognite che uno stregone si trova ad affrontare nella sua ricerca della conoscenza.

La padronanza della consapevolezza è l’enigma della mente; la perplessità che gli stregoni provano di fronte al mistero e all’estensione stupefacenti della consapevolezza e della percezione.

L’arte dell’agguato è l’enigma del cuore, il dubbio che assale gli stregoni quando scoprono due cose: la prima, che il mondo ci appare inalterabilmente obiettivo e reale grazie alle peculiarità della consapevolezza e della percezione; la seconda, che se vengono in gioco diverse peculiarità di percezione, cambiano nel mondo proprio quelle cose che sembrano obiettive e reali in modo tanto inalterabile.

La padronanza dell’intento è l’enigma dello spirito, o il paradosso dell’astratto – pensieri e azioni dello stregone proiettati al di là della nostra condizione umana.

L’insegnamento di don Juan sull’arte dell’agguato e sulla padronanza dell’intento dipendevano dai suoi insegnamenti della padronanza della consapevolezza che era la base delle sue lezioni e consisteva delle seguenti premesse fondamentali:

  1. L’universo è un infinito agglomerato di campi di energia, che somigliano a fili di luminosità.
  2. Questi campi di energia, chiamati emanazioni dell’Aquila, s’irradiano da una fonte di proporzioni inimmaginabili, chiamata metaforicamente l’Aquila.
  3. Gli esseri umani sono composti anche loro di un incalcolabile numero degli stessi filiformi campi di energia. Queste emanazioni dell’Aquila formano un agglomerato che si manifesta come un globo di luce con braccia laterali, grande quanto una persona, simile a un gigantesco uovo luminoso.
  1. Solo una parte piccolissima dei campi di energia all’interno di questo globo luminoso sono illuminati da un punto di intenso splendore situato sulla superficie dell’uovo.
  2. La percezione si realizza quando i campi di energia del piccolo gruppo situato intorno al punto d’intenso splendore estendono la propria luce per illuminare identici campi di energia all’esterno dell’uovo. Poiché gli unici campi di energia percettibili sono quelli illuminati dal punto di intenso splendore, quel punto viene chiamato “il punto dove si mette insieme la percezione” o, semplicemente, “il punto di unione”
  3. Il punto di unione si può spostare dalla sua posizione abituale sulla superficie del globo luminoso in un’altra, all’interno o all’esterno. Poiché la luminosità del punto di unione può far risplendere qualsiasi campo di energia con cui venga a contatto, ogni volta che si sposta in una nuova posizione illumina immediatamente nuovi campi di energia, rendendoli percettibili. Questa percezione si chiama vedere.
  4. Quando il punto di unione si sposta, rende possibile la percezione di un mondo del tutto diverso, altrettanto obiettivo e reale di quello che percepiamo di solito. Gli stregoni vanno in quell’altro mondo per attingervi energia, potere, soluzioni a problemi generali e particolari, o per trovarsi di fronte all’inimmaginabile.
  5. L’intento è la forza diffusa che ci mette in grado di percepire. Noi non acquistiamo consapevolezza perché percepiamo, bensì riusciamo a percepire in conseguenza dell’intrusione e del peso dell’intento.
  6. Gli stregoni tendono a raggiungere lo stato di consapevolezza totale per sperimentare tutte le possibilità di percezione che ha l’uomo. Questo stato di consapevolezza implica perfino una morte alternativa.

Un livello di conoscenza pratica faceva parte dell’insegnamento per la padronanza della consapevolezza. A quel livello pratico don Juan m’insegnò i procedimenti necessari a spostare il punto di unione. I due grandi sistemi escogitati dai veggenti stregoni dei tempi antichi per ottenere lo scopo erano: il sognare, cioè il controllo e l’utilizzazione dei sogni, e l’agguato, cioè il controllo del comportamento.

Spostare il proprio punto di unione era una manovra essenziale che ogni stregone era obbligato ad apprendere. Alcuni di loro, i nagual, imparavano anche a farlo per gli altri. Riuscivano a spostare il punto di unione dalla sua collocazione abituale dandogli direttamente un colpo secco con la mano. Chi lo riceveva, lo sentiva come una pacca sulla scapola destra – benché il corpo non fosse mai neanche sfiorato – e ne risultava uno stato di consapevolezza intensa.

Osservando la tradizione, don Juan effettuò la parte più importante e più drammatica delle sue lezioni, gli insegnamenti per il lato sinistro, esclusivamente in questi stati di consapevolezza intensa. Per la loro straordinaria qualità, don Juan mi chiese di non discuterne con altri finché non avessimo concluso tutto quello che comprendeva lo schema d’insegnamento dello stregone. Non mi fu difficile accettare quella richiesta. In quegli eccezionali stati di consapevolezza le mie capacità di

comprendere le istruzioni si accrescevano incredibilmente, ma nello stesso tempo le mie capacità di descrivere o ricordare s’indebolivano. In quegli stati io agivo con sicurezza e abilità ma non ricordavo nulla di quello che avevo fatto una volta tornato nella mia consapevolezza normale.

Mi ci vollero anni prima di riuscire a effettuare la cruciale trasformazione da consapevolezza intensa a semplice memoria. La ragione e il buon senso ritardarono questo momento perché si scontravano brutalmente con l’assurda, impensabile realtà della consapevolezza intensa e della conoscenza diretta. Per anni la confusione conoscitiva che ne derivava mi costrinse a evitare il problema non pensandoci.

Tutto quello che ho scritto sul mio apprendistato stregonesco finora non è stato altro che il resoconto delle lezioni di don Juan sulla padronanza della consapevolezza. Non ho ancora descritto l’arte dell’agguato o la padronanza dell’intento.

Don Juan m’insegnò i loro princìpi e le loro applicazioni con l’aiuto di due suoi compagni: uno stregone di nome Vicente Medrano e un altro di nome Silvio Manuel, ma qualsiasi cosa io abbia appreso dalle loro lezioni è ancora avvolto in ciò che don Juan chiamava le complicazioni della consapevolezza intensa. Finora non sono riuscito a scrivere e neanche a pensare coerentemente sull’arte dell’agguato e la padronanza dell’intento. Ho sbagliato a considerarli argomenti per la memoria e per il ricordo normale. Lo sono, ma al tempo stesso non lo sono. Per porre fine a questa contraddizione non ho discusso gli argomenti in via diretta – cosa virtualmente impossibile – ma li ho trattati per via indiretta tramite il tema conclusivo dell’insegnamento di don Juan: le storie degli antichi maestri dell’occulto.

Egli mi raccontò quelle storie per evidenziare quello che definiva il nocciolo astratto delle sue lezioni, ma io non fui in grado di afferrare la natura di quei noccioli astratti nonostante le sue esaurienti spiegazioni che, ora lo so, miravano più ad aprirmi la mente che a spiegare alcunché in modo razionale. Il suo modo di parlare mi fece credere per molti anni che le sue spiegazioni dei noccioli astratti fossero come dissertazioni accademiche, e tutto quello che fui capace di fare, considerate le circostanze, fu di dare per scontate le sue spiegazioni. Divennero parte della mia tacita accettazione del suo insegnamento, ma senza una stima completa da parte mia, che era invece essenziale alla loro comprensione.

Don Juan mi presentò tre gruppi di sei noccioli astratti ciascuno, a un livello di complessità crescente. In questo volume mi sono occupato del primo gruppo che è composto dei seguenti noccioli astratti: le manifestazioni dello spirito, il tocco dello spirito, lo stratagemma dello spirito, la discesa dello spirito, le esigenze dell’intento e la manovrabilità dell’intento.

Il potere del silenzio

I
Le manifestazioni dello spirito

Il primo nocciolo astratto

Don Juan soleva raccontarmi, quando erano pertinenti, brevi aneddoti sugli stregoni della sua famiglia, specie a proposito del suo maestro, il nagual Julian. Non erano racconti veri e propri, ma descrizioni dei comportamenti di quegli stregoni e degli aspetti delle loro personalità, ognuna intesa a chiarire un argomento specifico nel mio apprendistato.

Avevo sentito gli stessi aneddoti dagli altri quindici stregoni che componevano il seguito di don Juan, ma nessuna delle loro relazioni era riuscita a darmi un’immagine chiara di coloro che descriveva. Poiché non c’era modo di persuadere don Juan a fornirmi ulteriori notizie su quegli stregoni, mi ero rassegnato all’idea di non conoscere mai a fondo nulla su di loro.

Un pomeriggio don Juan, mentre ci trovavamo sulle montagne del Messico meridionale, dopo avermi illustrato più ampiamente le complicazioni della padronanza della consapevolezza, pronunciò una frase che mi lasciò molto perplesso.

«Penso sia arrivato il momento di parlare degli stregoni del nostro passato» disse.

Don Juan mi spiegò che dovevo cominciare a trarre conclusioni basate su un’analisi sistematica del passato, conclusioni riguardanti sia il mondo delle faccende quotidiane sia il mondo degli stregoni. «Gli stregoni mantengono legami vitali con il loro passato. Non intendo il loro passato personale. Per loro, il passato è quello che hanno fatto altri stregoni in tempi ormai trascorsi. Così quel che noi faremo adesso è esaminare quel passato.

«Anche l’uomo comune rivisita il passato, ma si tratta per lo più del suo passato personale, e lo fa per ragioni personali. Gli stregoni fanno proprio l’opposto, interrogano il passato per ottenere un punto di riferimento.»

«Ma non è quello che facciamo tutti? Guardare al passato per avere un punto di riferimento?»

«No!» rispose con enfasi. «L’uomo comune si misura sul passato, sia sul suo passato personale, sia sulla passata conoscenza del suo tempo, per trovare giustificazioni alla propria condotta presente o futura o per stabilire un modello per se stesso. Solo gli stregoni cercano davvero un punto di riferimento nel passato.»

«Forse, don Juan, le cose mi sarebbero più chiare se mi dicessi che cos’é, per uno stregone, un punto di riferimento.»

«Per gli stregoni, stabilire un punto di riferimento equivale a una possibilità di esaminare l’intento» rispose. «Che è esattamente lo scopo di questo conclusivo argomento di studio. E nulla può offrire agli stregoni uno sguardo migliore all’intento quanto l’analizzare i racconti di altri stregoni che cercano di capire quella stessa forza.»

Mi spiegò che gli stregoni della sua famiglia prestavano molta attenzione al fondamentale ordine astratto della loro conoscenza.

«Nella stregoneria ci sono ventuno noccioli astratti» proseguì don Juan. «E poi, basati su quei noccioli astratti, ci sono decine e decine di storie stregonesche sui nagual del nostro lignaggio che lottano per comprendere lo spirito. E’ tempo di renderti edotto dei noccioli astratti e delle storie della stregoneria.»

Mi aspettavo che don Juan cominciasse a raccontare, ma lui cambiò argomento e tornò alle spiegazioni della consapevolezza.

«Un momento,» protestai «e le storie della stregoneria? Non dovevi raccontarmele?»

«Ma certamente» replicò. «Non si tratta però di storie che si possono narrare come favole. Devi rifletterci sopra a fondo e poi ripensarle – riviverle, diciamo.»

Ci fu un lungo silenzio. Mi feci guardingo per timore che, insistendo a chiedergli di raccontarmi quegli aneddoti, potessi andare incontro a qualcosa di cui mi sarei rammaricato più tardi. Ma la curiosità prevalse sul buon senso.

«Allora, su, cominciamo!» brontolai.

Don Juan sorrise maliziosamente, certo afferrando il succo dei miei pensieri. Si alzò e mi fece segno di seguirlo. Eravamo seduti su alcuni massi privi di vegetazione, in fondo a una gola. Si era a metà pomeriggio. Il cielo era cupo e nuvoloso. In alto, sulle cime delle montagne verso oriente, incombeva bassa una nuvolaglia plumbea e greve d’ pioggia. Al confronto, le nuvole alte in direzione sud facevano sembrare terso il cielo. Poco prima era piovuto molto, ma poi la pioggia sembrava fosse andata a nascondersi lasciandosi dietro solo una minaccia.

Avrei dovuto essere gelato fino alle ossa, perché faceva molto freddo. Invece avevo caldo. Stringendo un sasso che don Juan mi aveva fatto tenere in mano, mi accorsi che questa sensazione di calore a temperature quasi polari mi era familiare, eppure mi stupiva ogni volta. Quando ero sul punto di congelare, don Juan mi faceva afferrare un ramo o mi dava un sasso da stringere o m’infilava una manciata di foglie sotto la camicia, sulla punta dello sterno: bastava questo a fare alzare la mia temperatura corporea.

Avevo cercato, senza alcun successo, di ricreare da solo gli effetti dei suoi interventi. Egli mi disse che non erano i suoi interventi ma il suo silenzio interiore a tenermi caldo e che i rami, i sassi e le foglie erano meri sotterfugi per intrappolare la mia attenzione e mantenerla a fuoco.

In fretta, salimmo lungo gli scoscesi fianchi della montagna fino a raggiungere una cornice rocciosa proprio in vetta. Ci trovavamo ai piedi di una catena più alta. Dalla cornice rocciosa vedevo che la nebbia stava iniziando a coprire da sud il

fondovalle ai nostri piedi. Ciuffi di nuvole basse incombevano su di noi, scivolando dai picchi verde-neri alti a occidente. Dopo la pioggia, sotto una cupa nuvolaglia, la valle e i monti a est e a sud sembravano avvolti in una cappa di silenzio verde-nero.

«Ecco il posto ideale per far quattro chiacchiere» disse don Juan, sedendosi sul pavimento roccioso di una caverna nascosta e poco profonda.

La caverna era grande da potercisi sedere fianco a fianco. Sfioravamo il soffitto con la testa e appoggiavamo comodamente la schiena contro la superficie curva della parete rocciosa. Pareva che fosse stata scavata su misura per noi due.

Notai un altro particolare strano: quando ero in piedi sulla cornice vedevo l’intera vallata e le catene montuose a est e a sud, ma quando mi sedevo ero chiuso fra le rocce. Eppure la cornice era piana e a livello con il pavimento della caverna.

Stavo per far notare questo effetto a don Juan, ma lui mi precedette.

«Questa caverna è opera dell’uomo. La cornice è in pendenza, ma l’occhio non registra l’inclinazione.»

«Chi ha scavato questa grotta, don Juan?»

«Gli antichi stregoni. Migliaia di anni fa, forse. Una delle peculiarità di questa caverna è che animali, insetti e anche uomini ne stanno lontano. Pare che gli antichi stregoni l’abbiano infusa di un’aura magica che fa sentire a disagio ogni essere vivente.»

Tuttavia io mi ci sentivo stranamente e irrazionalmente sicuro e felice. Un senso di appagamento fisico mi faceva fremere in tutto il corpo. Provavo una gradevolissima, deliziosa sensazione allo stomaco, come se mi titillassero le fibre nervose.

«Io non mi sento affatto a disagio» osservai.

«Neanch’io» disse lui «ma vuol solo dire che tu e io non siamo molto lontani per temperamento da quei vecchi stregoni del passato; e ciò mi preoccupa moltissimo.»

Avevo paura a spingermi oltre sull’argomento, così aspettai che parlasse lui.

«La prima storia di stregoneria che ti racconterò si chiama “Le manifestazioni dello spirito”» cominciò don Juan «ma non farti ingannare dal titolo. Si tratta solo del primo nocciolo astratto intorno a cui è strutturata la prima storia di stregoneria.

«Quel primo nocciolo astratto è una storia in sé» proseguì. «C’era una volta un uomo, dice la storia, un uomo comune senza alcun attributo speciale. Come chiunque altro, era un condotto per lo spirito. E, in virtù di quello, come ogni altro, egli era parte dello spirito, parte dell’astratto. Ma non lo sapeva. Il mondo lo teneva così occupato che gli mancava il tempo e l’inclinazione per esaminare davvero la faccenda.

«Lo spirito cercò, inutilmente, di rivelare la loro connessione. Usando una voce interiore, lo spirito svelava i suoi segreti, ma l’uomo era incapace di comprendere le rivelazioni. Naturalmente sentiva la voce dal profondo, ma credeva si trattasse dei suoi stessi sentimenti, dei suoi stessi pensieri.

«Lo spirito, per scuoterlo dal suo torpore, gli offrì tre segni, tre successive manifestazioni. Gli attraversò la strada fisicamente, nella maniera più ovvia, ma l’uomo pensava solo a se stesso, immemore di ogni altra cosa.»

Don Juan s’interruppe e mi guardò come faceva sempre quando si aspettava commenti o domande da parte mia. Io non avevo nulla da dire. Non capivo a quale conclusione volesse arrivare.

«Ti ho appena descritto il primo nocciolo astratto. continuò lui. «La sola cosa che potrei ancora aggiungere è che lo spirito, visto che l’uomo continuava a non voler capire, fu costretto a usare uno stratagemma. E l’inganno divenne l’essenza della via dello stregone. Ma questa è un’altra storia.»

Don Juan mi spiegò che gli stregoni ritenevano che questo nocciolo astratto fosse il piano degli avvenimenti, o un disegno ricorrente ogni volta che l’intento indicava qualcosa di particolarmente importante. I noccioli astratti, quindi, erano il progetto di catene complete di eventi.

Mi assicurò che con mezzi al di là di ogni comprensione, ogni particolare di ogni nocciolo astratto si ripresentava a ogni apprendista nagual. Inoltre mi assicurò di aver assistito l’intento a coinvolgermi in tutti i noccioli astratti della stregoneria, proprio come il suo benefattore, il nagual Julian, e tutti i nagual prima di lui avevano coinvolto i loro apprendisti. Il processo attraverso il quale ogni apprendista nagual incontrava i noccioli astratti creava una serie di relazioni intrecciate attorno a quei noccioli astratti, incorporando i particolari dettagli della personalità e delle circostanze di ogni apprendista.

Per esempio, mi disse che io avevo una storia personale sulle manifestazioni dello spirito, lui aveva la sua e il suo benefattore un’altra ancora, come pure il nagual che lo aveva preceduto, e così via.

«Qual è la mia storia sulle manifestazioni dello spirito?» chiesi, piuttosto sconcertato.

«Se c’è un guerriero conscio delle proprie storie, questo guerriero sei tu» mi rispose. «In fondo, te ne occupi da anni nei tuoi libri. Ma non hai notato i noccioli astratti perché sei un uomo pratico: fai tutto al solo scopo di affinare il tuo senso pratico. Benché tu conosca le tue storie fino alla nausea, non avevi la minima idea che contenessero un nocciolo astratto. Perciò, spesso, tutto quello che faccio ti appare una bizzarra attività realistica: insegnare stregoneria a un allievo riluttante e per lo più stupido. Fino a quando considererai la cosa in questi termini, ti sfuggiranno i noccioli astratti.»

«Mi devi perdonare, don Juan,» replicai «ma le tue dichiarazioni creano in me una grande confusione. Cosa stai dicendo?»

«Sto cercando di introdurre le storie di stregoneria come argomento di discussione» rispose. «Non ti ho mai parlato specificamente di questo argomento perché per tradizione lo si lascia nascosto. E’ l’ultimo artifizio dello spirito. Si dice che il momento in cui l’apprendista comprende i noccioli astratti equivale alla posa della pietra che corona e suggella una piramide.»

Si stava facendo buio e sembrava che minacciasse ancora di piovere. Pensavo con preoccupazione che se il vento avesse soffiato da est verso ovest quando fosse venuto a piovere, in quella caverna ci saremmo infradiciati. Ero certo che don Juan lo sapesse, ma sembrava ignorarlo.

«Non pioverà di nuovo fino a domani mattina» disse.

Sentendo che veniva data una risposta a un mio pensiero interiore, ebbi un involontario soprassalto e sbattei la testa contro la volta della caverna. Il botto fu più forte del dolore che sentivo.

Don Juan si sbellicava dalle risa. Dopo un po’ la testa cominciò a farmi male davvero e dovetti massaggiarmela.

«La tua compagnia è per me tanto divertente quanto deve essere stata la mia per il mio benefattore» osservò e riprese ancora a ridere.

Rimanemmo zitti per qualche minuto. Intorno a me c’era un silenzio minaccioso. Mi sembrava di sentir frusciare le nuvole basse mentre scendevano verso di noi dall’alto dei monti. Poi mi accorsi che si trattava del soffio di una lieve brezza. Dalla mia posizione, sul fondo della caverna, sembrava un mormorìo di voci umane.

«Ebbi la fortuna incredibile di avere due nagual come maestri,» disse don Juan, e spezzò l’incantesimo con cui il vento mi teneva stretto in quel momento «uno naturalmente era il mio benefattore, il nagual Julian, e l’altro era il suo benefattore, il nagual Elìas. Il mio fu un caso unico.»

«Perché il tuo fu un caso unico?» chiesi io.

«Perché per generazioni intere i nagual hanno raccolto i propri adepti molti anni dopo che i loro maestri avevano lasciato questo mondo» spiegò. «Con l’eccezione del mio benefattore. Io divenni apprendista del nagual Julian otto anni prima che il suo benefattore lasciasse il mondo. Ebbi otto anni di grazia. Fu la fortuna maggiore che potesse capitarmi, poiché ebbi l’opportunità di avere due insegnanti di temperamento opposto. Fu come essere allevato da un padre potente e da un nonno ancora più potente che non la pensano allo stesso modo. In una situazione del genere, vince sempre il nonno. Così, io sono in tutto e per tutto il prodotto degli insegnamenti del nagual Elìas. Ero più vicino a lui non solo come carattere ma anche come aspetto. Direi che gli debbo la mia messa a punto. Tuttavia, il grosso del lavoro che mi trasformò da creatura miserabile in impeccabile guerriero lo devo al mio benefattore, il nagual Julian.»

«Com’era fisicamente, il nagual Julian?»

«Sai che ancora oggi mi è difficile visualizzarlo?» rispose don Juan. «So che sembra assurdo, ma secondo le necessità o le circostanze poteva essere giovane o vecchio, piacente o brutto, debole ed effemminato oppure forte e virile, grasso o snello, di media statura o bassissimo.»

«Vuoi dire che era un attore e interpretava ruoli diversi, ricorrendo a trucchi e a materiale scenico?»

«No, non c’erano trucchi e lui non era un semplice attore. Grande attore lo era, certo, per conto suo, ma era tutta un’altra storia. Era capace di trasformarsi e diventare tutti quei tipi diametralmente opposti. Da grande attore, non aveva difficoltà a esprimere le più minute peculiarità di comportamento che rendono reale ogni singolo essere. Potremmo dire che si sentiva a suo agio in ogni cambiamento di essere come lo sei tu quando ti cambi d’abito.»

Gli chiesi avidamente di parlarmi ancora delle trasformazioni del suo benefattore. Mi disse che qualcuno gli aveva insegnato il sistema per provocare tali

trasformazioni, ma per potermi dare ulteriori spiegazioni si sarebbe trovato costretto a far coincidere due storie diverse.

«Che aspetto aveva il nagual Julian quando non si trasformava?. gli domandai.

«Diciamo che prima di diventare nagual era molto asciutto e muscoloso. Aveva capelli neri folti e ondulati, naso lungo e sottile, denti candidi, grandi e forti, viso ovale, mascella pronunciata e vividi occhi marrone scuro. Era alto circa un metro e settanta. Non era indio e neanche un messicano di pelle scura, ma non aveva neppure l’incarnato degli anglosassoni. Anzi la sua carnagione non assomigliava a nessun’altra, specie negli ultimi anni, quando la sua camaleontica epidermide si trasformava in continuazione da scura a molto chiara e a scura di nuovo. Quando lo vidi per la prima volta era un vecchio di pelle appena appena scura; poi, con il passare del tempo, diventò un giovane di pelle chiara, forse solo di qualche anno maggiore di me. Io allora avevo vent’anni.

«Ma se i cambiamenti del suo aspetto esteriore erano stupefacenti,» proseguì don Juan «i cambiamenti di umore e di comportamento che accompagnavano ogni trasformazione lo erano ancora di più. Per esempio, quando era un giovanotto grassottello era allegro e sensuale. Quando era un vecchietto rinsecchito era meschino e vendicativo. Quando era un obeso decrepito era il più grande imbecille sulla faccia dell’universo.»

«Ma non era mai se stesso?» chiesi.

«Non nel modo in cui io sono me stesso» replicò lui. «Poiché non sono interessato alle trasformazioni, io sono sempre lo stesso. Ma lui non era affatto come me.»

Don Juan mi guardò come se stesse valutando la mia forza interiore. Sorrise, scosse il capo e scoppiò in una sonora risata.

«Che c’è da ridere, don Juan?» gli domandai.

«Il fatto è che tu sei ancora troppo rigido e pudibondo per apprezzare pienamente la natura delle trasformazioni del mio benefattore e il loro fine totale» rispose. «Spero solo che, quando te ne parlerò, non divenga per te un’ossessione morbosa.»

Per qualche motivo mi sentii improvvisamente a disagio e dovetti cambiare argomento.

«Perché i nagual sono chiamati “benefattori” e non semplicemente maestri?» chiesi con un certo nervosismo.

«Quello di chiamare il nagual benefattore è un gesto da parte degli adepti» rispose don Juan. «Un nagual crea nei suoi discepoli un senso di riconoscenza sconvolgente. Dopo tutto, il nagual li forma e li guida in campi al di là dell’immaginazione.»

Commentai che, a mio parere, l’insegnare era l’atto più grande e più altruistico che un individuo potesse fare per un altro.

«Secondo te, insegnare equivale a parlare di modelli» disse. «Per uno stregone insegnare è quello che il nagual fa per i suoi apprendisti. Per loro egli utilizza la forza prevalente nell’universo: l’intento – la forza che muta e riordina le cose o le mantiene così come sono. Il nagual formula e poi guida le conseguenze che quella forza può

avere sui suoi adepti. Senza l’intervento formatore del nagual sull’intento gli apprendisti non conoscerebbero il senso del meraviglioso, del magico. I suoi discepoli, invece di intraprendere un viaggio alla scoperta dell’occulto, imparerebbero semplicemente il mestiere del guaritore, del negromante, del ciarlatano, del rabdomante e simili.»

«Mi puoi spiegare l’intento?» chiesi.
«L’unico modo di conoscere l’intento» rispose «é conoscerlo direttamente

tramite una connessione vivente che c’è tra l’intento e tutti gli esseri sensibili. Gli stregoni chiamano l’intento l’indescrivibile, lo spirito, l’astratto, il nagual. Il nome che io sceglierei è nagual, ma coinciderebbe con il nome del capo, del benefattore, che è anche detto nagual, così ho optato per spirito, intento, l’astratto.»

Don Juan s’interruppe bruscamente e mi raccomandò di starmene un po’ zitto a riflettere su quanto mi aveva detto. Intanto si era fatto buio. Il silenzio era così profondo che, invece di conciliarmi il sopore, mi provocava tensione. Non riuscivo a tenere in ordine i miei pensieri. Cercavo di concentrare l’attenzione su quanto mi aveva detto, ma invece pensavo a tutt’altro, finché infine mi addormentai.

L’impeccabilità del nagual Elìas

Non avevo modo di calcolare quanto avessi dormito in quella caverna. La voce di don Juan mi scosse e mi svegliai. Mi stava dicendo che la prima storia di stregoneria sulle manifestazioni dello spirito era il resoconto del rapporto fra l’intento e il nagual, la storia di come lo spirito avesse lanciato un’esca per il nagual, possibile discepolo, e di come il nagual avesse dovuto valutare quell’esca prima di decidere se accettarla o respingerla.

Nella caverna era molto buio e il ristretto spazio era limitativo. Di norma, un posto così angusto mi avrebbe fatto venire la claustrofobia, ma la caverna continuava a esercitare su di me un’azione calmante, scacciando ogni senso di fastidio. Inoltre, la conformazione della caverna assorbiva l’eco delle parole di don Juan.

Don Juan mi spiegò che ogni gesto degli stregoni, specie dei nagual, era effettuato o per rafforzare il loro legame con l’intento o per rispondere a una provocazione del legame stesso. Gli stregoni, e i nagual in modo particolare, dovevano perciò essere sempre attivamente attenti alle manifestazioni dello spirito. Tali manifestazioni erano chiamate gesti dello spirito o, in modo più semplice, indicazioni, presagi.

Mi ripeté una storia che mi aveva già raccontato, la storia di come aveva incontrato il suo benefattore, il nagual Julian.

Don Juan era stato indotto da due tipi poco raccomandabili, con un trucco, ad accettare un impiego in una fattoria isolata. Uno dei due, il capo fattore di quell’hacienda, si era impossessato di don Juan, riducendolo in pratica alla schiavitù.

Disperato e senza altre vie di scampo, don Juan era fuggito. Il violento capo fattore l’aveva inseguito e raggiunto in una strada di campagna dove gli aveva sparato al petto, dandolo per morto.

Don Juan era rimasto privo di sensi sulla strada, rischiando di morire dissanguato, quando era sopraggiunto il nagual Julian. Con la sua arte di guaritore, aveva fermato l’emorragia e, portato don Juan ancora svenuto a casa sua, l’aveva curato e guarito.

Le indicazioni che lo spirito aveva dato al nagual Julian a proposito di don Juan erano state due. La prima, una breve folata di vento che aveva sollevato un mulinello

di polvere sulla strada a un paio di metri dal suo corpo. La seconda fu il pensiero che gli era passato per la mente un attimo prima di sentire il colpo di pistola a breve distanza: era tempo di avere un apprendista nagual. Un attimo dopo, lo spirito gli aveva dato infine un altro segnale quando, mentre lui correva a ripararsi, si era scontrato con lo sparatore mettendolo in fuga, impedendogli forse così di sparare ancora a don Juan. Scontrarsi con qualcuno era il tipo di errore che nessuno stregone, tanto più un nagual, poteva mai fare.

Il nagual Julian aveva immediatamente valutato l’opportunità che gli si presentava. Quando vide don Juan capi la ragione delle manifestazioni dello spirito: era un uomo doppio, perfetto candidato per diventare il suo apprendista nagual.

Questa storia provocò in me un acuto interesse razionale. Volevo sapere se gli stregoni potessero interpretare un presagio in modo erroneo. Don Juan mi rispose che, benché la mia domanda sembrasse perfettamente legittima, era però fuori luogo, come la maggior parte delle mie domande, perché io le formulavo partendo dalle mie esperienze nel mondo della vita quotidiana. Di conseguenza erano sempre basate su procedure sperimentate, passi da seguire e regole di precisione, ma non avevano nulla a che vedere con i presupposti della magia. Mi fece notare quello che non andava nel mio modo di ragionare: io non includevo mai le mie esperienze nel mondo degli stregoni.

Ribattei che ben poche delle mie esperienze nel mondo degli stregoni avevano una certa continuità e quindi non potevo usarle nella mia attuale vita di ogni giorno. Pochissime volte, e solo quando ero in un profondo stato di consapevolezza intensa, avevo ricordato tutto. Al livello di consapevolezza intensa che raggiungevo di solito, l’unica esperienza che avesse continuità fra passato e presente era quella di conoscere lui.

Mi disse con voce tagliente che io ero più che capace di sostenere le discussioni con gli stregoni in quanto avevo sperimentato le premesse della magia nel mio stato di consapevolezza normale. In tono più urbano aggiunse che la consapevolezza intensa non rivelava tutto fino a quando non si fosse completata la conoscenza dell’intensa struttura della stregoneria.

Poi rispose alla mia domanda se gli stregoni potessero interpretare i presagi in modo errato. Mi spiegò che quando uno stregone interpretava un presagio ne penetrava il significato esatto senza avere la minima idea di come facesse a saperlo. Era questo uno degli effetti stupefacenti dell’anello che collegava all’intento. Gli stregoni riuscivano a conoscere le cose direttamente. Le loro certezze dipendevano dalla forza e dalla chiarezza dell’anello di collegamento.

Quel che noi chiamiamo intuizione, non è che l’attivazione del nostro collegamento con l’intento e poiché gli stregoni continuano ad analizzare con cautela e a rafforzare quell’anello, si può ben dire che intuiscono tutto e accuratamente e senza sbagliare. Divinare i presagi è un luogo comune per i maestri dell’occulto – gli errori ci sono solo quando sentimenti personali si frappongono annebbiando l’anello di collegamento con l’intento degli stregoni. In ogni altro caso, la loro conoscenza diretta è del tutto accurata e funzionale.

Restammo per un po’ in silenzio.

Di punto in bianco mi disse: «Ti voglio raccontare qualcosa sul nagual Elìas e le manifestazioni dello spirito. Lo spirito si manifesta a uno stregone, specie a un nagual, a ogni cambiamento. Tuttavia, questo non è tutta la verità. Tutta la verità è che lo spirito si rivela a ognuno con la stessa intensità e consistenza, ma solo gli stregoni, e i nagual in modo particolare, sono in sintonia con tali rivelazioni.»

Don Juan cominciò il suo racconto. Disse che il nagual Elìas un giorno stava cavalcando verso la città e percorreva una scorciatoia attraverso un campo di granturco quando d’improvviso il cavallo ebbe uno scarto, impaurito dal volo radente e rapido di un falco che, in picchiata, aveva mancato solo di pochi centimetri il cappello di paglia del nagual. Questi era sceso immediatamente da cavallo, cominciando a guardarsi intorno. Aveva scorto un giovanotto dall’aspetto strano, tra le alte stoppie secche del granturco. Indossava un abito scuro di un certo pregio e sembrava forestiero. Il nagual Elìas era abituato a vedere nei campi i contadini o i proprietari, ma non aveva mai visto uno di città, vestito con eleganza, camminare attraverso i campi con tanta evidente noncuranza per il proprio costoso abbigliamento.

Il nagual legò il cavallo e si avvicinò al giovane. Aveva riconosciuto come ovvie manifestazioni dello spirito sia il volo del falco sia la tenuta dell’uomo, e non poteva disinteressarsene. Arrivò molto vicino al giovane e vide quel che stava accadendo: egli stava inseguendo una contadinella che correva davanti a lui a qualche metro di distanza, sfuggendogli ridendo.

La contraddizione saltava all’occhio del nagual: i due che se la spassavano nel campo di granturco erano male assortiti. Secondo il nagual il giovane doveva essere figlio di qualche proprietario terriero e la ragazza una servetta della casa. Si sentiva imbarazzato di stare a osservarli ed era sul punto di girarsi e andarsene quando il falco calò di nuovo sul campo, sfiorando stavolta il capo del giovanotto. Il falco spaventò i due che si fermarono e guardarono in su, cercando di prevedere il prossimo volo. Il nagual notò che l’uomo era slanciato e di bell’aspetto, con occhi vivaci e incantatori.

Poi i due si stancarono di osservare il falco e tornarono ai loro giochi. L’uomo afferrò la donna, l’abbracciò e dolcemente la fece sdraiare a terra. Ma invece di cercare di fare l’amore con lei, come pensava il nagual, si tolse gli abiti e le si pavoneggiò davanti, tutto nudo.

Lei non chiuse pudicamente gli occhi, né gridò per il timore o imbarazzo. Ridacchiava, affascinata dalla strana esibizione dell’uomo nudo che le ballonzolava intorno come un satiro, sghignazzando e facendo gesti osceni. Alla fine, sopraffatta da quello spettacolo, diede in grida selvagge, si alzò e si abbandonò nelle braccia del giovane.

Don Juan disse che il nagual Elìas gli aveva confessato che le indicazioni dello spirito in quella occasione erano state davvero sconcertanti. Era più che evidente che si trattava di un pazzo, altrimenti, sapendo quanto fossero protettivi i contadini nei confronti delle loro donne, non avrebbe pensato di sedurre una contadinella in pieno giorno, a pochi metri dalla strada – nudo, per giunta!

Don Juan scoppiò a ridere e mi spiegò che a quei tempi togliersi i vestiti e aver rapporti sessuali alla luce del giorno in un posto così, voleva dire essere pazzi o benedetti dallo spirito. Aggiunse che quello che l’uomo aveva fatto non è affatto straordinario oggigiorno, ma allora, quasi cent’anni fa, la gente era infinitamente più inibita.

Dal momento in cui il nagual Elìas aveva posto gli occhi su quel tipo, tutte le sue azioni lo avevano convinto che il giovanotto era nello stesso tempo pazzo e benedetto dallo spirito. Egli temeva che sopraggiungessero dei contadini e, infuriati, lo linciassero sul posto. Ma non passò nessuno. Gli pareva che il tempo fosse stato sospeso.

Dopo aver fatto l’amore, l’uomo si rivestì, prese un fazzoletto di tasca, si spolverò meticolosamente le scarpe e, sempre continuando a fare promesse mirabolanti alla ragazza, se ne andò per la sua strada. Il nagual Elìas lo seguì per parecchi giorni e scoprì che si chiamava Julian e faceva l’attore.

Il nagual lo vide abbastanza sulle scene per accorgersi che l’attore aveva un grande carisma. Il pubblico, specie quello femminile, lo idolatrava, ed egli non si faceva scrupolo di sedurre le sue ammiratrici usando quel suo fascino carismatico. Poiché il nagual lo seguiva a ogni passo, poté vedere più di una volta la sua tecnica di seduzione, basata sull’esibirsi nudo alle sue fan adoranti non appena queste rimanessero sole con lui. Dopo, non gli restava che attendere la resa delle donne, stordite dalla sua esibizione. La tecnica pareva estremamente efficace. Il nagual doveva ammettere che l’attore aveva grande successo in tutto, con una eccezione. Era ammalato senza speranza. Il nagual aveva visto l’ombra della morte che lo seguiva dovunque.

Don Juan mi spiegò di nuovo una cosa che mi aveva detto anni prima – la nostra morte era una macchia nera proprio dietro la spalla sinistra. Disse che gli stregoni sapevano quando una persona stava per morire perché potevano vedere la macchia scura che diventava un’ombra fluttuante dell’identica forma e dimensione della persona cui apparteneva.

Poiché riconosceva la presenza imminente della morte, il nagual era profondamente perplesso. Si chiedeva come mai lo spirito stesse scegliendo una persona tanto malata. Gli avevano insegnato che, allo stato naturale, prevaleva la sostituzione, non la guarigione. E il nagual dubitava di possedere l’abilità o la forza di guarire quel giovane o di resistere all’ombra nera della morte. Dubitava persino di riuscire a scoprire perché lo spirito avesse coinvolto lui nell’ostentare uno spreco così ovvio.

Il nagual non poteva fare altro che restare con l’attore, seguirlo negli spostamenti e attendere l’opportunità di vedere a profondità maggiore. Don Juan spiegò che la prima reazione di un nagual, di fronte alle manifestazioni dello spirito, era vedere le persone interessate. Il nagual Elìas era stato molto attento a vedere le persone interessate. Il nagual Elias era stato molto attento a vedere l’uomo non appena gli aveva messo gli occhi addosso. Aveva anche visto la contadina che faceva parte della manifestazione dello spirito, ma non aveva visto nulla che, a suo giudizio, potesse garantire l’ostentazione dello spirito.

Mentre assisteva a un’altra seduzione, però, l’abilità di vedere del nagual acquistò una nuova profondità. Questa volta l’ammiratrice adorante era la figlia di un ricco proprietario terriero e fin dall’inizio aveva avuto lei il controllo della situazione. Il nagual aveva scoperto il loro appuntamento perché aveva sentito che lei sfidava l’attore a incontrarla il giorno dopo. Il nagual si era nascosto sull’altro lato della strada quando la giovane donna, all’alba dell’indomani, era uscita da casa sua e, invece di andare alla prima messa, era andata all’appuntamento con l’attore. Questi la stava aspettando e lei lo aveva persuaso a seguirlo nei campi. Lui sembrava esitare, lei lo aveva beffeggiato con il suo sarcasmo e non gli aveva permesso di tirarsi indietro.

Mentre il nagual li osservava sgattaiolare via, ebbe l’assoluta convinzione che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa che nessuno dei protagonisti si aspettava. Vide che l’ombra nera dell’attore era diventata il doppio della sua statura. Da una misteriosa fissità dello sguardo della giovane donna, il nagual dedusse che anche lei sentiva per intuito l’ombra nera della morte. L’attore appariva preoccupato, non rideva come di consueto in altre simili occasioni.

I due camminarono per un bel pezzo. A un certo punto si accorsero che il nagual li seguiva, ma lui finse subito di essere occupato a lavorare la terra come uno dei tanti braccianti del luogo. Così la coppia si tranquillizzò e il nagual poté avvicinarsi di più.

Poi venne il momento in cui l’attore si tolse gli abiti mostrandosi nudo alla ragazza, ma questa invece di illanguidirsi e cadergli fra le braccia come tutte le precedenti conquiste, cominciò a picchiarlo. Lo prese a calci e pugni, spietatamente, pestandogli i piedi scalzi, facendolo gridare dal dolore.

Il nagual sapeva che l’uomo non aveva minacciato in alcun modo la ragazza, né le aveva fatto alcun male. Non l’aveva sfiorata neanche con un dito: era stata lei sola ad alzare le mani, lui cercava solo di parare i colpi, insistendo pervicacemente nei suoi tentativi di seduzione, esibendole, pero senza troppo entusiasmo, i genitali.

Il nagual era pervaso in egual misura da disgusto e ammirazione. Sapeva che l’attore era un inguaribile libertino, ma con altrettanta semplicità avvertiva che c’era in lui qualcosa di eccezionale, benché rivoltante. Lo sconcertava vedere che l’anello di collegamento dell’attore con lo spirito era straordinariamente nitido.

Infine la lotta si concluse. La donna smise di picchiare l’attore e, invece di scappar via, gli si arrese e, sdraiandosi, gli disse che poteva fare di lei quel che voleva.

Il nagual osservò che l’uomo era così esausto da sembrare quasi privo di sensi. Eppure, nonostante il suo stato, continuò, completando la sua seduzione.

Mentre rifletteva sulla grande resistenza e forza di volontà di quell’inutile individuo, il nagual sorrideva, quando gli giunse un urlo della donna e l’attore cominciò a boccheggiare. Il nagual vide l’ombra nera che colpiva l’attore: scese come una spada, penetrando con millimetrica precisione nella fessura.

A questo punto don Juan fece una digressione per approfondire qualcosa che aveva spiegato prima. Mi aveva descritto la fessura, un’apertura nel nostro uovo luminoso all’altezza dell’ombelico, dove la forza della morte colpiva senza posa. Quello che don Juan mi spiegò adesso fu che quando la morte colpisce persone sane

il colpo somiglia a un pugno, ma quando colpisce gli agonizzanti somiglia a un affondo vibrato da una spada.

Così il nagual seppe con certezza che l’attore era bell’e spacciato e che la sua morte automaticamente poneva fine al proprio interesse nei disegni dello spirito. Non ci sarebbero stati altri piani: la morte livellava tutto.

Uscì dal suo nascondiglio e si apprestava ad andarsene quando qualcosa lo fece esitare. Fu la calma della ragazza. Con grande disinvoltura stava infilandosi quei pochi indumenti che s’era tolta e fischiettava fuori tono, come se non fosse successo niente.

Allora il nagual vide che, distendendosi per accettare la presenza della morte, il corpo dell’uomo aveva liberato un velo protettivo, rivelando la sua vera natura. Era un uomo doppio dalle incredibili risorse, capace di creare uno schermo protettivo o mimetico – uno stregone naturale, il candidato perfetto per diventare apprendista di un nagual, se non ci fosse stata quell’ombra nera della morte.

Il nagual fu tutto sconcertato a quella vista. Comprese allora i disegni dello spirito ma non arrivava a capire come un uomo così inutile potesse entrare negli schemi degli stregoni.

La donna nel frattempo si era rialzata e, senza neanche uno sguardo per l’uomo, il cui corpo si contorceva negli spasimi dell’agonia, se ne era andata via.

Il nagual vide allora la sua luminosità e si accorse che la sua estrema aggressività era il risultato di un grandissimo flusso di energia superflua. Si convinse che, se non avesse posto a buon fine quell’energia, ne sarebbe stata sopraffatta, e avrebbe patito indicibili sventure.

Mentre il nagual osservava l’indifferenza con cui la ragazza se ne stava andando, si accorse che lo spirito gli aveva dato un’altra manifestazione. Doveva essere calmo, distaccato. Poi considerò che non aveva niente da perdere e decise di intervenire per puro gusto. Proprio da vero nagual decise di affrontare l’impossibile, con lo spirito come unico testimone.

Don Juan commentò che ci volevano casi come quello per provare se un nagual era autentico o no. I nagual prendono decisioni. Sprezzanti delle conseguenze, essi intraprendono o decidono di non intraprendere un’azione. Gli impostori ponderano e poi si bloccano. Il nagual Elìas, una volta presa una decisione, si accostò con calma al morente e fece la prima cosa che il corpo, non la mente, lo spinse a fare: colpì il punto di unione dell’uomo per farlo entrare in uno stato di consapevolezza intensa. Lo colpì freneticamente più volte, finché il suo punto di unione non si mosse. Con l’aiuto della stessa forza della morte, i colpi del nagual mandarono il punto di unione dove la morte non importava più, così l’uomo smise di morire.

Nel momento in cui l’attore riprese a respirare, il nagual si rese conto del grado delle sue responsabilità. Se l’uomo doveva respingere la forza della sua morte, era indispensabile che rimanesse in uno stato di consapevolezza intensa fino a quando la morte non fosse stata allontanata. Il suo notevole deterioramento fisico rendeva impossibile trasportarlo via di là, se non a rischio della vita. Il nagual fece l’unica cosa possibile in simili circostanze, gli costruì intorno una capanna e per tre mesi accudì l’attore, del tutto immobilizzato.

Invece di ascoltare semplicemente, i miei pensieri razionali ebbero la meglio e così io volli sapere come aveva potuto il nagual Elìas costruire una capanna sul terreno di qualcun altro. Conoscevo bene l’attaccamento alla proprietà della gente di campagna e le complicazioni che ne potevano derivare.

Don Juan ammise di aver posto anche lui la medesima domanda. E il nagual Elias aveva detto che lo spirito stesso l’aveva reso possibile, come per tutto quello che il nagual recepiva, purché seguisse le manifestazioni dello spirito.

La prima cosa che il nagual fece, non appena l’attore tornò a respirare normalmente, fu inseguire la giovane donna. Aveva un ruolo importante nella manifestazione dello spirito. La raggiunse non molto lontano da dove giaceva l’attore, vivo per miracolo. Invece di parlarle delle condizioni fisiche dell’uomo e cercare di convincerla ad aiutarlo, il nagual si assunse la responsabilità assoluta delle proprie azioni e balzò su di lei come un leone, colpendo il suo punto d’unione con grande forza. Sia lei sia l’attore erano in grado di sopportare colpi per la vita o per la morte. Il punto d’unione della donna si spostò, ma iniziò a muoversi in modo strano, una volta libero.

Il nagual portò la ragazza là dove giaceva l’attore, e passò l’intera giornata a cercare di impedire che lei perdesse la testa e l’uomo la vita.

Quando fu sicuro di avere un controllo sufficiente, si recò dal padre della ragazza e gli disse che sua figlia doveva essere stata colpita da un fulmine che le aveva fatto perdere temporaneamente la ragione. Condusse il padre là dove era la ragazza e affermò che il giovane, chiunque egli fosse, aveva fatto scaricare sul proprio corpo tutta la potenza del fulmine, salvando così la ragazza da morte certa, ma facendosi male al punto da non poter essere trasportato altrove.

Il padre riconoscente aiutò il nagual a costruire una capanna per l’uomo che gli aveva salvato la figlia e in tre mesi il nagual compì l’impossibile: guarì il giovane.

Quando giunse il momento della partenza del nagual, il suo senso di responsabilità e il suo dovere l’obbligarono a mettere in guardia la ragazza contro quella sua eccessiva energia e le dannose conseguenze che avrebbe potuto avere per la sua vita e il suo benessere, chiedendole di entrare nel mondo della stregoneria, unico baluardo contro la sua forza autolesionista.

La donna non rispose. E il nagual Elìas fu costretto a dirle quel che ogni nagual aveva detto nel tempo a ogni probabile adepto: che gli stregoni si riferiscono alla stregoneria come fosse un uccello magico e misterioso che ha interrotto per un attimo il suo volo per dare all’uomo una speranza, uno scopo; che gli stregoni vivono sotto le ali di quell’uccello – che loro chiamano l’uccello della saggezza, l’uccello della libertà – e che lo nutrono con la loro dedizione e impeccabilità. Le spiegò che gli stregoni sapevano che il volo dell’uccello della libertà seguiva sempre una linea retta poiché non era in grado di compiere una curva, di girare e tornare indietro; l’uccello della libertà poteva fare solo due cose, portare gli stregoni con sé o lasciarseli dietro.

Il nagual Elìas non poté parlare nello stesso modo al giovane attore, ancora mortalmente ammalato. Il giovane non aveva molta scelta. Comunque lo avvertì che, se ci teneva a guarire, doveva seguire in tutto e per tutto il nagual. L’attore accettò le condizioni all’istante.

Il giorno in cui il nagual Elìas e l’attore iniziarono il cammino per ritornarsene a casa, la ragazza aveva atteso in silenzio al limite della città. Non aveva bagagli, neanche un cesto. Sembrava venuta solo a dire addio. Il nagual continuò a camminare senza guardarla ma l’attore, che era in barella, si protese per salutarla. Lei rise e senza parlare si accodò al gruppo. Non aveva dubbi e non le creava difficoltà lasciarsi dietro tutto. Aveva capito benissimo che non le si sarebbe più presentata un’altra occasione e che l’uccello della libertà, se non prendeva con sé gli stregoni, li abbandonava alla loro sorte.

Don Juan fece notare che non c’era di che meravigliarsi. La forza della personalità del nagual era tale da renderlo in pratica irresistibile e il nagual Elias aveva scosso profondamente quei due. Ogni giorno per tre mesi, con la sua interazione, aveva reso loro familiare la sua consistenza, il suo distacco, la sua obiettività. I due erano stati incantati dalla sua sobrietà e, più di ogni altra cosa, dalla totale dedizione manifestata nei loro riguardi. Con il suo esempio e le sue azioni il nagual Elias aveva fornito loro un’ampia panoramica sul mondo della stregoneria, che offriva sostegno e nutrimento ma esigeva anche molto. Era un mondo che ammetteva pochissimi errori.

Don Juan mi rammentò qualcosa che mi aveva ripetuto spesso ma a cui ero sempre riuscito a non pensare. Mi disse che non dovevo dimenticare nemmeno per un istante che l’uccello della libertà aveva poca pazienza con gli indecisi e quando volava via non tornava più.

L’agghiacciante sonorità della sua voce trasformò l’ambiente circostante, fino a un attimo prima buio e tranquillo, rendendolo saturo d’immediatezza.

Don Juan fece tornare la serena oscurità con la medesima solerzia con cui aveva sollecitato l’immediatezza. Mi batté leggermente sul braccio.

«Quella donna era così potente da riuscire a danzare in cerchio intorno a chiunque. Il suo nome era Talìa.»

II
Il tocco dello spirito

L’astratto

Facemmo ritorno alla casa di don Juan alle prime ore del mattino. Impiegammo parecchio tempo a scendere dalla montagna, soprattutto perché io avevo paura di mettere un piede in fallo nell’oscurità e precipitare nel burrone, e don Juan doveva continuare a fermarsi per riprendere fiato dopo aver riso di me.

Ero completamente esausto ma non riuscivo ad addormentarmi. Prima di mezzogiorno cominciò a piovere. Il forte scroscio dell’acquazzone sulle tegole del tetto invece di farmi assopire rimosse ogni traccia di sonnolenza.

Mi alzai e andai a cercare don Juan. Lo trovai che dormicchiava su una seggiola. Nel momento in cui mi avvicinai era già ben sveglio. Gli augurai il buon giorno.

«Pare che tu non abbia problemi ad addormentarti» aggiunsi.

«Quando sei impaurito o sconvolto, non cercare di dormire sdraiato» disse, evitando di guardarmi. «Dormi seduto su una sedia comoda come ho fatto io.»

Una volta mi aveva suggerito, per dare al corpo un riposo ristoratore, di dormire a lungo a pancia in giù con la testa girata a sinistra e i piedi fuori dalla sponda del letto. Per evitare di sentir freddo, mi aveva raccomandato di mettermi sulle spalle un cuscino morbido, lasciando scoperto il collo, e di portare calze pesanti o tenere addirittura le scarpe.

La prima volta che sentii la sua proposta pensai che stesse scherzando, ma in seguito dovetti ricredermi. Dormire in quella posizione mi faceva riposare molto bene. Quando gli feci notare questi straordinari risultati, mi consigliò di seguire alla lettera quanto mi proponeva senza darmi la pena di credergli o non credergli.

Accennai allora a don Juan che avrebbe potuto dirmi di dormire seduto la sera prima. Gli spiegai che la causa della mia insonnia, oltre alla grande stanchezza, era una strana apprensione per quel che mi aveva detto nella caverna dello stregone.

«Piantala!» esclamò. «Hai già visto e sentito cose molto più sconvolgenti senza perdere un minuto di sonno. C’è qualcos’altro che ti preoccupa.»

Per un istante pensai che mi accusasse di non essere sincero con lui sul motivo della mia vera preoccupazione. Cominciai a spiegargli, ma lui continuò a parlare come se non avessi neanche aperto bocca.

«Ieri sera hai affermato categoricamente che la caverna non ti metteva a disagio» disse. «Invece, a quanto pare, era vero il contrario. Ieri sera non ho approfondito l’argomento perché aspettavo di osservare le tue reazioni.»

Don Juan spiegò che la caverna era stata progettata dagli stregoni in tempi antichi con funzione di catalizzatore. La forma era stata concepita e attentamente strutturata perché ci fosse posto per due persone, per due campi di energia. Secondo la teoria degli stregoni, la natura della roccia e il modo in cui era stata tagliata permetteva ai due corpi, alle due uova luminose, di collegare strettamente la loro energia.

«Ti ho portato di proposito in quella caverna» continuò «non perché il posto mi piaccia – non mi piace, infatti – ma perché fu creata come strumento per spingere l’apprendista in uno stato di consapevolezza intensa. Ma sfortunatamente, mentre aiuta da un lato, dall’altro confonde le questioni. Gli antichi stregoni non erano portati alla riflessione. Propendevano per l’azione.»

«Dici sempre che il tuo benefattore era così» feci.

«E’ una mia esagerazione,» rispose lui «come quando dico che sei stupido. Il mio benefattore era un nagual moderno – volto alla ricerca della libertà – ma prediligeva l’azione ai pensieri. Tu sei un nagual moderno – interessato alla stessa ricerca, ma tu hai una grande propensione per le devianze della ragione.»

Quel suo paragone doveva sembrargli molto buffo; le sue risate riecheggiarono nella stanza vuota.

Quando riportai la conversazione sull’argomento della caverna, finse di non sentire. Capivo che stava fingendo dallo scintillìo dei suoi occhi e dal suo modo di sorridere.

«Ieri sera ti ho di proposito descritto il primo nocciolo astratto» disse «nella speranza che, riflettendo sul mio modo di comportarmi con te in tutti questi anni, ti saresti fatto un’idea sugli altri noccioli. Sei stato con me a lungo, ormai, e mi conosci molto bene. In ogni minuto del nostro sodalizio ho cercato di impostare pensieri e azioni sui modelli dei noccioli astratti.

«La storia del nagual Elìas è un’altra faccenda. Benché sembri una storia sulla gente, è una storia sull’intento. L’intento crea degli edifici dinanzi a noi e ci invita a entrarvi. E’ così che gli stregoni comprendono quanto accade loro intorno.»

Don Juan mi ricordò quanto avessi sempre insistito nel tentativo di scoprire l’ordine occulto in tutto quello che lui mi diceva. Pensai che mi stesse criticando perché cercavo di trasformare qualsiasi suo insegnamento in un problema sociologico. Cominciai a dirgli che sotto la sua influenza il mio modo di vedere era cambiato. Mi interruppe e sorrise.

«Non riesci davvero a pensare bene» sospirò. «Io voglio che tu capisca l’ordine occulto di quanto ti insegno. Ho delle obiezioni per quello che tu ritieni sia l’ordine occulto. Per te vuol dire procedure segrete o una coerenza nascosta. Per me, due cose: sia l’edificio costruito dall’intento in un lampo e posto dinanzi a noi per farci entrare, sia i segnali che ci manda perché non ci si smarrisca una volta dentro.

«Come puoi vedere, la storia del nagual Elìas non era solo un elenco di dettagli che, l’uno dopo l’altro, formavano un fatto» proseguì. «Al di sotto di tutto c’era l’edificio dell’intento. E la storia voleva darti un’idea di com’erano i nagual di una volta, in modo che tu potessi riconoscere quel che facevano per adattare pensieri e azioni agli edifici dell’intento.»

Ci fu un prolungato silenzio. Io non avevo nulla da dire, ma piuttosto che lasciar morire la conversazione, me ne uscii con la prima cosa che mi passò per la mente. Dissi che da quanto avevo seguito sul nagual Elìas, mi ero fatto di lui un’idea molto positiva. Provavo simpatia per il nagual Elias ma, per motivi sconosciuti, tutto quello che mi aveva raccontato del nagual Julian, invece, mi dava fastidio.

La sola menzione del mio disagio deliziò don Juan oltre ogni dire. Dovette alzarsi dalla sedia per non soffocare dalle risa. Mi mise un braccio sulla spalla e mi spiegò che noi amiamo oppure odiamo chi è un riflesso di noi stessi.

Uno sciocco imbarazzo m’impedì ancora una volta di chiedergli cosa intendesse dire. Don Juan, accortosi ovviamente del mio stato d’animo, continuò a ridere. Alla fne aggiunse che il nagual Julian era come un bambino la cui sobrietà e moderazione provenivano sempre dall’esterno. Non aveva alcuna disciplina interiore, a parte il tirocinio come apprendista in stregoneria.

Provai un irrazionale impulso difensivo. Precisai a don Juan che la mia disciplina scaturiva dal profondo.

«Ma certo!» mi rispose, condiscendente. «Non puoi pretendere di essere proprio come lui.» E ricominciò a ridere.

A volte don Juan mi esasperava talmente che mi veniva voglia di urlare. Ma il mio stato d’animo non durava, scompariva cosi in fretta che subito appariva all’orizzonte un’altra preoccupazione. Chiesi a don Juan se fosse possibile che io fossi entrato in uno stato di consapevolezza intensa senza esserne conscio. O ero forse rimasto così per giorni interi?

«A questo punto tu entri in stato di consapevolezza intensa per conto tuo» disse. «La consapevolezza intensa è un mistero solo per la nostra ragione. Nella pratica è molto semplice. Come per qualsiasi altra cosa, noi complichiamo tutto cercando di rendere razionale l’immensità che ci circonda.»

Mi fece notare che avrei dovuto pensare al nocciolo astratto che lui mi aveva dato invece di perdermi in inutili disquisizioni sulla mia persona.

Gli risposi che ero stato a rifletterci tutta la mattina ed ero giunto alla conclusione che il tema metaforico della storia era sulle manifestazioni dello spirito. Quel che non riuscivo a discernere, tuttavia, era il nocciolo astratto di cui lui parlava. Doveva trattarsi di qualcosa non enunciato.

«Te lo ripeto,» continuò, come fosse un insegnante che fa fare gli esercizi ai suoi scolaretti «nelle storie di stregoneria il primo nocciolo astratto si chiama “manifestazioni dello spirito”. Ovvio, ciò che gli stregoni riconoscono come nocciolo astratto è qualcosa che al momento ti sfugge. Quella parte che ti sfugge, è nota agli stregoni come l’edificio dell’intento, o la voce silenziosa dello spirito, o l’ulteriore sistemazione dell’astratto.»

Dissi che, per quanto ne sapessi io, ulteriore voleva dire qualcosa non rivelata apertamente, come ad esempio “ulteriore motivo”. Egli replicò che in questo caso ulteriore voleva dire di più, voleva dire conoscenza senza parole, al di là della nostra immediata comprensione – specie della mia. Mi concesse che la comprensione cui egli si riferiva era al di là delle mie disposizioni del momento, ma non oltre le mie possibilità estreme.

«Se i noccioli astratti esulano dalla mia comprensione, a che pro ne parliamo?» gli domandai.

«La regola insegna che i noccioli astratti e le storie della stregoneria devono essere enunciati a questo punto. E un giorno l’ulteriore sistemazione dell’astratto, cioè la conoscenza senza parole o l’edificio dell’intento inerente alle storie, ti sarà rivelato per il tramite delle storie stesse.»

Non riuscivo ancora a capire.

«L’ulteriore sistemazione dell’astratto non è meramente l’ordine in cui i noccioli astratti ti furono presentati» mi spiegò «o quello che hanno in comune, e nemmeno l’intreccio che li unisce. Piuttosto, serve a conoscere direttamente l’astratto, senza l’intervento del linguaggio.»

In silenzio mi scrutò da capo a piedi, con l’ovvio proposito di vedermi.
«Non ti è ancora chiaro» esclamò.
Ebbe un gesto d’impazienza, quasi d’ira, come fosse seccato per la mia ottusità.

Ciò mi dava da pensare, perché don Juan non era solito esprimere malcontento psicologico.

«Non ha nulla a che vedere con te o le tue azioni» mi rispose quando gli chiesi se l’avessi irritato o deluso. «Mi è passato qualcosa per la mente quando ti ho visto. C’è un particolare nel tuo uovo luminoso per cui gli antichi stregoni avrebbero fatto follie!»

«Dimmi di che si tratta» gli domandai.

«Torneremo su questi argomenti un’altra volta. Nel frattempo, continuiamo con l’elemento che ci muove: l’astratto. L’elemento senza cui non esisterebbe una via del guerriero, né guerrieri alla ricerca della conoscenza.»

Disse che le difficoltà in cui mi dibattevo non gli erano nuove. Anche lui le aveva attraversate per capire l’ulteriore ordine dell’astratto. E, se non avesse avuto la mano amica del nagual Elìas, sarebbe finito proprio come il suo benefattore, tutto azione, e capacità d’intendere ridotta al minimo.

Per cambiare argomento gli chiesi: «Com’era il nagual Elìas?».

«Non assomigliava in nulla al suo discepolo. Era un indio. Molto scuro e massiccio. Aveva lineamenti tagliati con l’accetta, bocca grande, naso pronunciato, occhi piccoli e neri, folta chioma corvina senza neanche un filo grigio. Più basso nel nagual Julian, aveva mani e piedi grandi. Era molto umile e molto saggio, ma non era brillante. A paragone del mio benefattore, era noioso. Se ne stava sempre da solo, a ponzare. Il nagual Julian diceva scherzando che il suo maestro dispensava saggezza a tonnellate. Alle sue spalle lo chiamava nagual Tonnellaggio.

«Non ho mai capito il motivo dei suoi scherzi» proseguì don Juan. «Per me il nagual Elìas era come un soffio di aria fresca. Mi spiegava tutto con infinita pazienza, proprio come faccio io con te, ma forse con qualcosina in più. Non la chiamerei compassione, ma piuttosto empatia. I guerrieri sono incapaci di sentire compassione, in quanto non provano più alcuna pietà per se stessi.
Senza la forza propulsiva dell’autocommiserazione, la compassione non ha più senso.»

«Vuoi dire, don Juan, che un guerriero per se stesso è tutto?»

«Direi di sì. Per un guerriero, tutto comincia e finisce in se stesso.Tuttavia il suo contatto con l’astratto gli fa superare il suo senso di presunzione. Il suo io diviene astratto e impersonale.

«Il nagual Elìas senti che le nostre vite e le nostre personalità erano molto affini»» continuò don Juan. «Per questo motivo si senti obbligato ad aiutarmi. Io non provo la stessa affinità con te, cosi credo di considerarti in modo molto simile a quello in cui mi considerava il nagual Julian.»

Don Juan raccontò che il nagual Elìas lo prese sotto la sua ala protettrice dal primissimo giorno del suo arrivo alla casa del benefattore per il periodo di apprendistato. Il nagual cominciò a spiegargli quanto stava accadendo durante il suo apprendistato senza badare se don Juan fosse in grado di capire. La sua sollecitazione in aiuto di don Juan era cosi intensa da farlo considerare in pratica suo prigioniero. In questo modo lo protesse dai violenti assalti del nagual Julian.

«All’inizio solevo restare sempre in casa del nagual Elìas» aggiunse don Juan. «E mi piaceva. In casa del mio benefattore ero sempre all’erta, vigile, timoroso di quel che avrebbe potuto capitarmi. Ma in casa del nagual Elìas mi sentivo sicuro, a mio agio.

«IL mio benefattore mi tormentava senza pietà. Io non riuscivo a capire perché mi tormentasse tanto. Credevo che fosse completamente pazzo.»

Don Juan disse che il nagual Elìas era un indio dello Stato di Oaxaca, cresciuto alla scuola di un altro nagual di nome Rosendo, nativo della stessa zona. Il nagual Elìas, secondo don Juan, era un tipo molto conservatore che teneva al proprio riserbo. Era guaritore e stregone noto non solo a Oaxaca ma in tutto il Messico meridionale ma, nonostante la sua professione e notorietà, viveva in completo isolamento al limite opposto del paese, nel Messico settentrionale.

Don Juan smise di parlare. Inarcando le sopracciglia, mi fissò con uno sguardo interrogativo. Tutto quel che volevo era che continuasse il suo racconto.

«Ogni volta che a parer mio tu dovresti pormi delle domande, non me ne fai mai. Sono certo che tu mi hai sentito affermare che il nagual Elìas era un notissimo stregone che aveva contatti quotidiani con la gente del Messico meridionale e allo stesso tempo faceva l’eremita nel Messico settentrionale. Tutto questo non suscita la tua curiosità?»

Mi sentii un abisso di stupidità. Gli dissi che, mentre mi raccontava quelle cose, mi era passato per la mente che quel tipo doveva avere grandi difficoltà a fare il pendolare.

Don Juan rise e, visto che mi aveva fatto notare il problema, gli chiesi come se la cavasse il nagual Elìas.

«IL sogno è l’aereo a reazione degli sciamani» disse. «Il nagual Elìas era un sognatore, mentre il mio benefattore era esperto nell’arte dell’agguato. Era capace di creare e proiettare quello che gli stregoni chiamano il corpo sognante o l’altro, e poteva essere contemporaneamente in due luoghi lontani fra loro. Con il suo corpo sognante poteva continuare a fare lo stregone e con quello naturale a fare l’eremita.»»

Gli precisai che mi sorprendeva di riuscire ad accettare così facilmente il presupposto che il nagual Elìas avesse l’abilità di proiettare un’immagine solida e

tridimensionale di sé eppure, nonostante ce la mettessi tutta, non riuscivo a recepire la spiegazione dei noccioli astratti.

Don Juan affermò che io riuscivo ad accettare l’idea della doppia vita del nagual Elìas perché lo spirito stava apportando ritocchi conclusivi alla mia capacità di percezione. Esplosi in un fuoco di fila di proteste per quella sua frase sibillina.

«Non è affatto sibillina» replicò. «E’ l’enunciazione di un fatto. Potresti dire che al momento si tratta di un fatto incomprensibile, ma il momento cambierà.»

Prima che potessi replicare, ricominciò a parlare del nagual Elìas. Disse che aveva una mente avida di sapere e anche una grande manualità. Nei suoi viaggi da sognatore vedeva molti oggetti che poi riproduceva in legno e ferro battuto. Don Juan mi assicurò che erano di fattura squisita, bellissimi e inquietanti.

«Ma gli originali, cos’erano?» domandai.

«Non c’è modo di saperlo» rispose don Juan. «Devi tener presente che, poiché era indio, il nagual Elìas si comportava nei suoi viaggi di sogno come un animale selvatico in cerca di preda. Un animale non si fa mai vedere in giro quando ci sono segni di attività, aspetta che non ci sia nessuno per uscire. Il nagual Elìas, sognatore solitario, visitò, diciamo così, il deposito di rottami dell’infinito, quando non c’era nessuno. E copiò tutto quel che aveva visto, ma non seppe mai a cosa servissero quegli oggetti o quale origine avessero.»

Ancora una volta accettai senza difficoltà quanto mi aveva detto. La cosa non mi parve affatto inverosimile. Stavo per fare un’osservazione quando m’interruppe con un muover di sopracciglia e continuò a parlare del nagual Elìas.

«Stare da lui era per me allo stesso tempo gioia impareggiabile e fonte di uno strano senso di colpa. Mi annoiavo da morire, e non perché il nagual Elìas fosse noioso, ma perché il nagual Julian non aveva pari e rovinava tutti per sempre.»

«Ma credevo che ti sentissi a tuo agio in casa del nagual Elìas» gli dissi.

«Certo, ed era quella la causa del mio senso di colpa e del mio problema immaginario. Come te, mi piaceva arrovellarmi. Credo che all’inizio trovassi pace in compagnia del nagual Elìas ma in seguito, quando compresi meglio il nagual Julian, lo seguii per la sua strada.»

Mi spiegò che la casa del nagual Elìas aveva sul fronte una veranda aperta e protetta da una tettoia, dove egli aveva una fucina, un banco da falegname e degli attrezzi. La casa stessa era di mattoni crudi, con un tetto di tegole, e consisteva di un’unica grande stanza con il pavimento di terra battuta dov’egli abitava con cinque donne veggenti, sue mogli nella realtà. C’erano anche quattro uomini, stregoni veggenti del suo seguito, che abitavano in certe casette intorno alla sua. Erano tutti indios provenienti da diverse parti del paese, emigrati nel Messico settentrionale.

«Il nagual Elìas aveva grande rispetto per l’energia sessuale» disse don Juan. «Riteneva che ci fosse stata data perché la usassimo nel sogno. Credeva che il sogno fosse caduto in disuso perché poteva sconvolgere il precario equilibrio mentale delle persone sensibili.

«Io ti ho insegnato a sognare come lui aveva insegnato a me» proseguì. «Mi aveva detto che mentre noi sognamo il punto d’unione si sposta lentamente e in modo molto naturale. L’equilibrio mentale sta solo nel fissare il punto di unione in un posto

tradizionalmente convenuto. Se i sogni fanno spostare questo punto e si usa il sogno per controllare quel movimento naturale e per sognare è necessaria l’energia sessuale, il risultato può talvolta essere disastroso quando questa energia si esaurisce in rapporti sessuali e non nel sognare. Allora i sognatori spostano alla cieca il loro punto d’unione e perdono la testa.»

«Cosa stai cercando di dirmi, don Juan?» gli chiesi, perché sentii che l’argomento del sognare era entrato nella nostra conversazione per vie traverse.

«Tu sei un sognatore» disse. «Se non fai attenzione alla tua energia sessuale dovrai rassegnarti all’idea degli incontrollabili spostamenti del tuo punto d’unione. Un attimo fa ti meravigliavi delle tue reazioni. Sai, il tuo punto d’unione si muove piuttosto stranamente perché la tua energia sessuale non è equilibrata.»

Pronunciai alcune stupide frasi fuori luogo sulla vita sessuale del maschio adulto.

«La nostra energia sessuale governa il sognare» spiegò. «Il nagual Elìas mi insegnò – e io l’ho insegnato a te – che con l’energia sessuale o fai l’amore o sogni, non ci sono alternative. IL motivo per cui tocco questo tasto è che tu stai incontrando grandi difficoltà a muovere il tuo punto d’unione per afferrare il nostro ultimo argomento: l’astratto.

«Anche a me capitò la stessa cosa» continuò don Juan. «Solo quando la mia energia sessuale si distaccò dal mondo tutto andò a posto. E’ la regola per i sognatori. Per i maestri dell’agguato vale l’opposto. IL mio benefattore si potrebbe definire addirittura un libertino, sia come uomo comune, sia come nagual.»

Don Juan parve sul punto di rivelarmi le imprese del suo benefattore, ma naturalmente cambiò idea. Scosse il capo e affermò che io ero troppo rigido per rivelazioni del genere.

Io non insistetti. Lui disse che il nagual Elìas aveva la sobrietà che solo i sognatori acquistavano dopo inenarrabili lotte con se stessi. Egli aveva usato la propria sobrietà per tuffarsi nell’impresa di rispondere alle domande di don Juan.

«Il nagual Elìas mi spiegò che la mia difficoltà a capire lo spirito era identica a quella provata da lui» continuò don Juan. «Egli pensava che ci fossero due problematiche diverse: la prima, il bisogno di capire indirettamente cos’é lo spirito, e la seconda di capire lo spirito direttamente.

«Tu ti trovi in difficoltà con la prima. Quando avrai capito cos’è lo spirito, la seconda si risolverà automaticamente, e viceversa. Se lo spirito ti parla, con le sue parole silenti, saprai con certezza e subito cos’é.»

Disse che il nagual Elìas credeva che la difficoltà fosse costituita dalla nostra riluttanza ad accettare l’idea che la conoscenza potrebbe esistere senza parole che la spieghino.

«Non ho alcuna difficoltà ad accettare questo.»

«Accettare non è altrettanto facile come dire di accettare»» disse don Juan. «Il nagual Elìas soleva ricordarmi che tutta l’umanità si è allontanata dall’astratto, benché una volta dovessimo essergli molto vicino. Doveva essere il nostro maggior sostegno, la nostra forza propulsiva. Poi dev’essere accaduto qualcosa che ce ne ha distaccati, e ora non riusciamo a riaccostarci. Egli era solito affermare che un apprendista impiega

anni interi per riuscire a tornare all’astratto, cioè a sapere che la conoscenza e il linguaggio possono esistere indipendentemente l’uno dall’altra.»

Don Juan ripeté che il punto cruciale della nostra difficoltà nel tornare all’astratto era il rifiuto di accettare il concetto di una conoscenza senza parole e perfino senza pensieri.

Stavo per accusarlo di dire delle sciocchezze quando provai la forte sensazione che mi mancava qualcosa e che quanto lui aveva detto rivestiva per me un’importanza fondamentale. Stava davvero tentando di comunicarmi qualcosa, qualcosa che forse io non ero in grado di afferrare, o che non poteva essere espresso nella sua totalità.

«La conoscenza e il linguaggio sono separati» ripeté a bassa voce.
E io stavo quasi per dire: «Lo so», come se davvero lo sapessi, ma mi trattenni. «Ti ho detto che non esiste un modo di parlare dello spirito,» proseguì «perché

lo spirito si può solo sperimentare.Gli stregoni cercano di spiegare questa condizione quando affermano che lo spirito non si può vedere o sentire, ma è sempre presente e aleggia su di noi. Talvolta si presenta a qualcuno di noi, ma per lo più sembra indifferente.»

Me ne stetti zitto e lui continuò nella spiegazione. Disse che per molti aspetti lo spirito era una sorta di animale selvaggio. Teneva le distanze fino a quando qualcosa non lo attirava allo scoperto. Allora lo spirito si manifestava.

Sollevai l’obiezione che lo spirito non era un’entità o una presenza e quindi, non essendo concreto, come si faceva ad attirarlo?

«E’ il tuo problema» rispose «perché tu consideri solo la tua idea di ciò che è astratto. Per esempio, l’essenza interiore dell’uomo, o il principio fondamentale, per te sono cose astratte. O forse qualcosa un po’ meno vago come il carattere, la volontà, il coraggio, la dignità, l’onore. Lo spirito, naturalmente, si può descrivere con ognuno di questi termini. Ed ecco quel che crea la confusione: lo spirito è insieme tutti questi termini e nessuno.»

Aggiunse che quelle che io consideravo astrazioni erano o gli opposti di tutte le cose pratiche di cui riuscivo a pensare, oppure cose che secondo me non avevano esistenza concreta.

«Mentre per uno stregone un astratto è qualcosa che non ha paralleli nella condizione umana.»

«Ma sono la stessa cosa!» urlai io. «Non vedi che stiamo parlando tutti e due della stessa cosa?»

«No» insisté lui. «Per uno stregone, lo spirito è un astratto semplicemente perché egli conosce senza parole e anche senza pensiero. E un astratto perché egli non riesce a concepire quello che è lo spirito. Eppure, senza la benché minima possibilità o voglia di capirlo, uno stregone manipola lo spirito. Lo riconosce, lo alletta, gli fa cenno di avvicinarsi, impara a conoscerlo, lo esprime con i propri atti.»

Scossi la testa, disperato. Non riuscivo a vedere la differenza.

«Tu hai frainteso perché io ho usato il termine “astratto” per definire lo spirito» disse. «Per te gli astratti sono parole che descrivono stati d’intuizione. Un esempio è la parola “spirito”, che non definisce la ragione o un’esperienza pragmatica e che, naturalmente, non serve che a solleticare la tua immaginazione.»

Ero furibondo con don Juan. Gli diedi del caparbio e lui mi rise in faccia. Mi suggerì di pensare all’asserzione che la conoscenza potesse essere indipendente dal linguaggio, senza preoccuparmi di capirla, e forse avrei visto la luce.

«Considera questo» disse. «Per te non è stato importante conoscere me. Il giorno in cui ti ho conosciuto, tu hai conosciuto l’astratto. Ma poiché non potevi parlarne, non lo notasti. Gli stregoni conoscono l’astratto senza pensarci e senza vederlo, né toccarlo, né sentire la sua presenza.»

Restai zitto, perché non mi piaceva battibeccare con lui. A volte pensavo che facesse apposta a essere astruso. Ma don Juan sembrava divertirsi molto.

L’ultima seduzione del nagual Julian

Nel patio della casa di don Juan si stava tranquilli come nel chiostro di un convento. C’erano numerosi grandi alberi da frutta piantati uno a ridosso dell’altro che sembravano regolare la temperatura e assorbire ogni rumore. Quando ero venuto qui per la prima volta avevo fatto osservazioni molto critiche sul modo illogico secondo cui erano stati piantati gli alberi: io avrei concesso loro più spazio. La sua risposta era stata che quegli alberi non erano di sua proprietà, che erano alberi guerrieri liberi e indipendenti che si erano aggregati al suo seguito di guerrieri, e che i miei appunti – che si applicavano ad alberi normali – erano quindi irrilevanti.

La sua risposta mi era sembrata metaforica. Quel che ignoravo era che don Juan voleva dire alla lettera quello che diceva. Don Juan e io eravamo seduti su due poltroncine di vimini di fronte agli alberi e gli alberi erano tutti carichi di frutta. Io feci notare che non solo era una bella vista, ma anche un fatto estremamente curioso poiché si era fuori stagione.

«C’è una storia molto interessante in proposito» ammise. «Come sai, questi alberi sono guerrieri del mio seguito. Stanno fruttificando ora perché tutti i componenti del mio seguito hanno chiacchierato, esprimendo i propri sentimenti sul nostro viaggio conclusivo, qui dinanzi a loro, e gli alberi ora sanno che quando ci imbarcheremo nel nostro ultimo viaggio verranno con noi.»

Lo guardai stupefatto.

«Non posso lasciarli qui» mi spiegò. «Anch’essi sono guerrieri. Hanno condiviso la sorte del seguito del nagual e sanno quello che provo per loro. IL punto di unione si trova molto in basso nel loro enorme guscio luminoso e ciò permette loro di conoscere i nostri sentimenti; per esempio quelli che proviamo adesso discutendo il mio ultimo viaggio.»

Rimasi in silenzio, perché non volevo indugiare su quell’argomento. Don Juan parlò e fece svanire il mio malumore.

«Il secondo nocciolo astratto delle storie di stregoneria si chiama il tocco dello spirito» disse. «Il primo nocciolo, le manifestazioni dello spirito, è l’edificio che l’intento costruisce e pone dinanzi a uno stregone, invitandolo poi a entrare. E’ l’edificio dell’intento visto dallo stregone. Il tocco dello spirito è lo stesso edificio visto da un principiante che è stato invitato – o, piuttosto, costretto – a entrare.

«Questo secondo nocciolo astratto potrebbe essere una storia a sé stante. La storia dice che lo spirito, dopo essersi manifestato a quel tipo di cui abbiamo parlato,

senza aver ottenuto alcuna reazione, gli tese una trappola. Un ultimo sotterfugio, non perché fosse un uomo speciale, ma perché l’indecifrabile catena di eventi dello spirito rese disponibile proprio lui nel momento in cui lo spirito bussò alla porta.

«Non c’è bisogno di dire che tutto ciò che lo spirito rivelò a quell’uomo, secondo lui non aveva senso. Infatti, andava contro tutto quello che sapeva, tutto quello che era. L’uomo, naturalmente, rifiutò subito e senza possibili fraintendimenti di aver a che fare con lo spirito. Non dava retta a simili idiozie, lui. Non era stupido, lui. Ne risultò uno stallo totale.

«Posso dire che questa è una storia sciocca» continuò. «Posso dire di averti dato il trastullo per chi è a disagio per il silenzio dell’astratto.»

Mi osservò con attenzione un attimo e poi sorrise.

«A te piacciono le parole» fece, in tono accusatorio. «La sola idea della conoscenza silenziosa ti fa paura. Ma le storie, per stupide che siano, ti deliziano, ti danno sicurezza.»

Aveva un sorriso così malizioso che non potei fare a meno di ridere.

Allora lui mi rammentò che io avevo già ascoltato il resoconto dettagliato della prima volta che lo spirito aveva bussato alla sua porta. Sul momento non riuscii a immaginare di cosa stesse parlando.

«Mentre giacevo morente per la pistolettata» mi spiegò «non si avvicinò solo il mio benefattore. Anche lo spirito mi trovò e bussò alla mia porta, quel giorno. Il mio benefattore capì che si trovava lì per far da canale allo spirito. Senza l’intervento dello spirito, l’incontro con il mio benefattore non avrebbe significato nulla.»

Disse che un nagual può far da tramite solo dopo che lo spirito abbia manifestato la propria disponibilità – o in modo appena percettibile o con ordini precisi. Non era così possibile che un nagual si scegliesse gli apprendisti di propria iniziativa, o secondo suoi calcoli. Ma non appena la volontà dello spirito veniva rivelata attraverso i presagi, il nagual non lasciava nulla d’intentato per accontentarla.

«Dopo l’esperienza di una vita» continuò «gli stregoni e i nagual in particolare sanno se lo spirito li sta invitando a entrare nell’edificio che fa bella mostra dinanzi a loro. Hanno imparato a disciplinare i loro anelli di collegamento con l’intento. Così sono sempre preavvertiti, sanno sempre quel che lo spirito ha in serbo per loro.»

Don Juan disse che il progresso sul cammino dello stregone era in generale drastico e aveva come scopo di rendere funzionante l’anello di collegamento. Quello dell’uomo comune è praticamente inutilizzabile, e gli stregoni cominciano con un anello che è inutile perché non risponde volontariamente.

Mi fece osservare che per rivitalizzare quell’anello gli stregoni avevano bisogno di molta e rigorosa determinazione – di un particolare stato d’animo chiamato intento inflessibile. La parte più difficile dell’apprendistato di uno stregone era accettare che il nagual fosse l’unico essere capace di fornire l’intento inflessibile.

Ribattei che non riuscivo a scorgere la difficoltà.

«L’apprendista è chi si affanna a ripulire e far rivivere il proprio anello di collegamento con lo spirito» mi spiegò. «Una volta vivificato l’anello, non è più apprendista, ma fino a quel momento per andare avanti ha bisogno di una grande determinazione che, naturalmente, non ha. Così, lascia che alla fermezza pensi il

nagual e, per far questo, deve cedere la propria individualità. E’ quella la parte più difficile.»

Mi fece ricordare una cosa che mi aveva ripetuto spesso: che i volontari non sono ben accetti nel mondo della stregoneria in quanto hanno già una determinazione personale che rende loro difficile l’abbandono della propria individualità. Se il mondo della stregoneria esigeva idee e azioni contrarie alle intenzioni dei volontari, questi si rifiutavano semplicemente di cambiare.

«Far rivivere l’anello di un apprendista, per uno stregone, è l’impegno più stimolante e ricco di interesse» continuò don Juan «e anche una delle sue preoccupazioni maggiori. A seconda della personalità dell’apprendista, i disegni dello spirito sono di una semplicità sublime o della più labirintica complessità.»

Don Juan mi assicurò che, nonostante potessi aver pensato il contrario, il mio apprendistato non era stato così oneroso per lui come doveva essere stato il suo per il suo benefattore. Ammise che io avevo un minimo di autodisciplina che tornava molto utile, mentre lui non ne aveva avuta affatto. A sua volta, il suo benefattore ne aveva avuta forse ancora meno.

«La differenza si nota nelle manifestazioni dello spirito» continuò. «In alcuni casi si discernono appena; nel mio caso, furono ordini. Mi avevano sparato. Dalla ferita al petto stava sgorgando sangue. Il mio benefattore dovette agire con rapidità e precisione, esattamente come aveva dovuto fare con lui il suo benefattore. Gli stregoni sanno che più l’ordine è difficile, più sarà difficile il discepolo.»

Don Juan mi spiegò che uno degli aspetti più vantaggiosi del suo sodalizio con due nagual era di poter sentire le stesse storie da due punti di vista opposti. Per esempio, la storia sul nagual Elìas e le manifestazioni dello spirito, nell’ottica dell’apprendista, era la storia del difficile tocco dello spirito alla porta del suo benefattore.

«Tutto quel che riguardava il mio benefattore era molto difficile» disse, cominciando a ridere. «Quando aveva ventiquattro anni, lo spirito non si limitò a bussare alla sua porta ma quasi la buttò giù.»

Disse che, per la verità, la storia era iniziata anni prima, quando il suo benefattore era un bell’adolescente di buona famiglia a Città del Messico. Era sano, istruito, attraente e aveva una personalità carismatica. Le donne s’innamoravano di lui a prima vista. Ma era un narcisista sfrenato, che badava soltanto a ciò che gli dava immediata gratificazione.

Don Juan precisò che, con quella personalità e con il tipo di educazione ricevuta – era l’unico figlio maschio di una vedova facoltosa che, insieme a quattro adoranti sorelle, lo viziava a non finire – non avrebbe potuto comportarsi altrimenti. Si abbandonava a ogni scorrettezza che gli veniva in mente. Anche fra quelli della sua risma era considerato un amorale che viveva solo per fare tutto quello che era considerato moralmente sbagliato.

A lungo andare, i suoi eccessi lo indebolirono nel fisico e si ammalò gravemente di tubercolosi – la terribile malattia del tempo. Ma la sua infermità, invece di costituire un freno, gli provocò una scatenata sensualità. Poiché non aveva un’ombra

di autocontrollo, si diede a orge e gozzoviglie e la sua salute deteriorò fino a ridurlo al lumicino.

La giustezza del vecchio adagio secondo cui le disgrazie non vengono mai sole apparve allora al benefattore di don Juan. Mentre la sua salute peggiorava, gli morì la madre, sua sola fonte di sostentamento e unico suo freno. Gli lasciò una considerevole eredità che gli avrebbe permesso di vivere più che adeguatamente ma, sconsiderato com’era, spese in pochi mesi fino all’ultimo centesimo. Non avendo una professione o un mestiere su cui contare, doveva arrangiarsi per vivere.

Senza denaro non aveva più amici e anche le donne che una volta lo avevano amato gli girarono le spalle. Per la prima volta in vita sua si trovò di fronte la dura realtà. Visto anche il suo stato di salute, quella avrebbe dovuto essere la fine, ma lui era testardo e decise di guadagnarsi da vivere lavorando.

Tuttavia non si potevano cambiare di punto in bianco le sue dissolute abitudini e si trovò così costretto a cercare lavoro nell’unico luogo dove si sentiva a suo agio, il teatro. I suoi titoli di merito erano: essere un gigione nato e aver passato la maggior parte dei suoi giorni – da adulto – in compagnia di attrici. Si unì a una troupe teatrale e se ne andò in province lontane dal suo usuale giro di amici e conoscenti e divenne un attore molto intenso, l’eroe malato di consunzione di lavori teatrali a sfondo religioso o morale.

Don Juan mi fece rilevare la strana ironia che aveva sempre distinto la vita del suo benefattore: un perfetto reprobo, morente in conseguenza della sua vita dissoluta, ed eccolo lì a interpretare ruoli di mistici e santi. In una rappresentazione della Passione durante la Settimana Santa fece persino la parte di Gesù.

La sua salute resisté per tutta una tournée negli Stati settentrionali. Poi, nella città di Durango, accaddero due cose: la sua vita giunse al termine e lo spirito bussò alla sua porta.

La morte e il tocco dello spirito vennero contemporaneamente in pieno giorno, in aperta campagna. La morte lo colse mentre seduceva una ragazza. Era già molto debole e quel giorno aveva abusato delle proprie forze. La giovane donna, forte e vivace e terribilmente infatuata di lui, lo aveva fatto camminare fino a un posto isolato, lontanissimo, promettendo di far l’amore con lui. Poi, una volta lì, aveva respinto le sue avances per ore e quando infine si era arresa lui era completamente esausto e tossiva così forte che respirava a stento.

Nell’ultimo scoppio di passione, provò una fitta dolorosa alla spalla. Gli sembrava che gli stessero dilaniando il petto e un convulso di tosse lo fece vomitare; non riusciva più a controllarsi. Ma, cercando il piacere a tutti i costi continuò a far l’amore finché la morte non sopraggiunse sotto forma di un’emorragia. Fu allora che fece il suo ingresso lo spirito, portato da un indio che veniva in suo soccorso. L’attore aveva in precedenza notato che l’indio li stava seguendo, ma non vi aveva prestato molta attenzione, concentrato com’era a sedurre la ragazza.

Vedeva la ragazza come in un sogno. Non era spaventata e non aveva perso la padronanza di sé: con calma si era rivestita dandosi poi alla fuga con la rapidità della lepre inseguita dai cani.

Vide anche l’indio che si precipitava verso di lui, lo vide darsi da fare per cercare di metterlo a sedere. Lo sentì farfugliare idiozie. Lo sentì mentre balbettando parole incomprensibili in una lingua sconosciuta si vincolava allo spirito. Poi l’indio in fretta gli si pose ritto alle spalle e gli diede un sonoro colpo sulla schiena.

Con molta razionalità, l’uomo agonizzante pensò che l’indio stava cercando di sbloccare il grumo di sangue o di ucciderlo.

Mentre l’indio continuava ad assestargli colpi sulle spalle, l’attore morente ebbe la certezza che si trattasse del marito o dell’amante della donna e che stava cercando di assassinarlo. Ma, scorgendo gli occhi insolitamente brillanti di quell’uomo, cambiò parere; si rese conto che era semplicemente pazzo e non aveva alcun legame con la donna. Con l’ultimo sprazzo di conoscenza, l’attore concentrò l’attenzione su quanto quello andava bofonchiando. L’indio diceva che il potere dell’uomo era incalcolabile, che la morte esisteva solo perché la si decideva con l’intento al momento della nascita e che l’intento della morte si poteva sospendere facendo cambiare posizione al punto d’unione.

Allora si convinse che l’indio era completamente pazzo. Il moribondo valutò quella situazione, talmente teatrale – morire per mano di un indio che borbottava parole senza sénso – che si ripromise di recitare la parte sino all’amara conclusione e di non morire per l’emorragia o per i colpi, ma di morire dal ridere. E rise fino alla morte.

Don Juan mi fece notare che il suo benefattore non poteva assolutamente aver preso sul serio quell’indio. Nessuno avrebbe potuto prendere sul serio un tipo così, specie un futuro apprendista che non si era certo offerto volontario per il difficile compito di stregone.

Dopo, don Juan disse di avermi dato diverse versioni dei compiti dello stregone. Aggiunse che non sarebbe stato presuntuoso da parte sua svelare che, dal punto di vista dello spirito, la mansione consisteva nel ripulire il nostro anello l di collegamento con lui. L’edificio che l’intento ci esibisce dinanzi é, dunque, una stanza di compensazione in cui non troviamo tanto i procedimenti di ripulitura del nostro anello di collegamento, quanto la conoscenza silenziosa che permette lo svolgimento di tale processo. Senza quella conoscenza silenziosa non funzionerebbe alcun processo e noi proveremmo solo una indefinita sensazione di bisogno.

Spiegò che gli avvenimenti scatenati dagli stregoni come risultato della conoscenza silenziosa erano così semplici eppure così astratti che gli stregoni avevano deciso tanto tempo fa di parlarne solo in termini simbolici. Le manifestazioni e il tocco dello spirito ne erano due esempi.

Don Juan sottolineò che, per esempio, una descrizione di quanto avvenuto nel primo incontro fra un nagual e un possibile adepto, dal punto di vista dello stregone, sarebbe assolutamente incomprensibile. Sarebbe sciocco spiegare che il nagual, in virtù dell’esperienza di una vita, stava concentrando la sua seconda attenzione, cioè la consapevolezza intensa acquistata con l’esercizio della stregoneria, su qualcosa che noi non potevamo immaginare: il suo invisibile collegamento con un indefinibile astratto. Lo faceva per enfatizzare e chiarire l’invisibile collegamento di qualcun altro con quell’indefinibile astratto.

Egli fece notare che ciascuno di noi era tenuto lontano dalla conoscenza silenziosa con barriere naturali, particolari per ogni individuo, e che la più inespugnabile delle mie barriere era l’impulso a mascherare il mio autocompiacimento come indipendenza.

Lo sfidai a darmi un esempio concreto. Gli rammentai che una volta mi aveva avvisato che una diffusa tattica di discussione mirava a sollevare critiche generiche che non si potessero supportare con esempi concreti.

Don Juan mi guardò soddisfatto.

«In passato ero solito darti piante di potere» disse. «Da principio ti arrampicavi sugli specchi per convincerti che quello che stavi provando erano allucinazioni. Poi pretendevi che fossero allucinazioni speciali.Ricordo che ti prendevo in giro perché insistevi a chiamarle esperienze allucinatorie didattiche.»

Affermò che il mio bisogno di dimostrare la mia illusoria indipendenza mi costringeva in una posizione da cui non potevo accettare quello che lui mi aveva detto stava accadendo, benché fosse quello che già sapevo silenziosamente per conto mio. Sapevo che stava usando piante di potere, e quel poco aiuto che esse davano, per farmi entrare in stati di consapevolezza intensa parziali o temporanei, facendo muovere il mio punto d’unione dalla sua posizione abituale.

«Tu hai usato la tua barriera d’indipendenza per superare quell’ostruzione» proseguì. «La stessa barriera ha continuato a funzionare fino a oggi, così tu provi ancora quel senso di vaga angoscia, forse non così accentuata. La questione ora é: come stai sistemando le tue conclusioni, in modo che le tue esperienze correnti entrino nel tuo schema di autocompiacimento?»

Confessai che l’unico modo di mantenere la mia indipendenza era di non pensare affatto alle mie esperienze.

La poderosa risata di don Juan rischiò di farlo cadere dalla poltroncina di vimini. Si alzò e fece quattro passi lì intorno per riprendere fiato. Tornò a sedersi e si ricompose. Spinse indietro la seggiola e accavallò le gambe.

Disse che noi, come uomini comuni, non sapevamo e non avremmo mai saputo che era qualcosa di incredibilmente reale e funzionale – il nostro anello di collegamento con l’intento – a darci la nostra atavica preoccupazione per il fato. Asserì che, durante le nostre vite attive, non avremmo mai avuto l’opportunità di andare oltre il livello della mera preoccupazione perché da un’infinità di tempo la stasi degli affari quotidiani ci aveva resi indolenti. Solo quando le nostre vite si erano quasi concluse, la nostra preoccupazione per il fato cominciava ad assumere un altro carattere. Cominciava a svegliarsi per vedere attraverso la nebbia degli affari quotidiani. Sfortunatamente, questo risveglio veniva sempre insieme alla perdita di energia causata dalla vecchiaia, quando non avevamo più la forza per tramutare la nostra preoccupazione in una scoperta pragmatica e positiva. A questo punto, non ci restava altro che un’angoscia amorfa ma penetrante, un rimpianto per qual cosa non descrivibile, una livida rabbia per l’occasione perduta.

«Mi piacciono le poesie per molti motivi» disse «uno dei quali è che comprendono lo stato d’animo dei guerrieri e spiegano quello che va oltre ogni spiegazione.»

Ammise che i poeti erano acutamente consapevoli del nostro anello di collegamento con lo spirito, ma lo erano per pura intuizione e non, come succedeva agli stregoni, in modo deliberato e pragmatico.

«I poeti non hanno nessuna conoscenza dello spirito, di prima mano» proseguì. «Ecco perché le loro poesie non possono centrare perfettamente i veri gesti per lo spirito. Però si avvicinano abbastanza.»

Prese uno dei miei libri di poesie da una seggiola accanto a lui, era una raccolta di Juan Ramòn Jiménez. L’aprì dove aveva messo un segnalibro, me lo passò e mi fece segno di leggere.

Sono io stanotte a camminare
nella mia camera o forse il mendico che s’aggirava furtivo nel mio giardino all’imbrunire?

Mi guardo intorno
e trovo che tutto
è lo stesso e non è lo stesso… Era spalancata la finestra? Non mi ero già addormentato?

Non era verde-tenero il giardino?… Il cielo era azzurro terso…
E ci sono nuvole
e soffia il vento

e il giardino è cupo e malinconico.

I miei capelli erano neri; credo… ero vestito di grigio…
E sono grigi i miei capelli…
e sono vestito di nero…

E’ questo il mio passo?
Questa voce, che prende suono dentro di me, ha i ritmi della mia voce di una volta?
Sono io o sono il mendico
che s’aggirava furtivo nel mio giardino all’imbrunire?

Mi guardo intorno… Ci sono nuvole e soffia il vento… Il giardino è cupo e malinconico…

Io vengo e vado… Non è vero che mi ero già addormentato?
I miei capelli sono grigi… E tutto

è lo stesso e non è lo stesso…

Rilessi la poesia fra me e colsi lo stato d’animo d’impotenza e di smarrimento dell’autore. Chiesi a don Juan se provava anche lui le stesse sensazioni.

«Credo che il poeta senta il peso degli anni e l’ansia che deriva da una simile scoperta» disse don Juan. «Ma questo è solo una parte. L’altra, quella che interessa me, è che il poeta, benché non muova mai il punto d’unione, intuisce che c’è in gioco qualcosa di straordinario. Intuisce con buona certezza che c’è qualche fattore non nominato, terribile per la sua semplicità, che determina il nostro destino.»

III
Lo stratagemma dello spirito

La ripulitura dell’anello di collegamento

Il sole non si era ancora levato dietro i monti a oriente ma la giornata era già torrida. Quando fummo arrivati ai primi ripidi pendii, a un paio di miglia dal limitare della città, don Juan si fermò, spostandosi sul ciglio della strada lastricata. Si mise seduto accanto ad alcuni enormi massi che erano stati fatti saltare dal fianco della montagna con la dinamite durante la costruzione della strada e mi fece cenno di unirmi a lui. Di solito ci fermavamo lì a chiacchierare o a riposarci prima di salire sulle alture vicine. Don Juan mi annunciò che questo viaggio sarebbe stato lungo e avremmo potuto rimanere giorni e giorni sulle montagne.

«Parleremo ora del terzo nocciolo astratto» mi disse. «E’ chiamato lo stratagemma dello spirito, o l’astuzia dell’astratto, o l’agguato a se stesso, o la ripulitura dell’anello.»

Mi sorprese la varietà dei nomi, ma non parlai. Aspettai che riprendesse la spiegazione.

«Anche stavolta, come per il primo e il secondo nocciolo,» continuò «potrebbe essere una storia a sé. La storia narra che, dopo aver bussato senza alcun successo alla porta dell’uomo di cui abbiamo parlato, lo spirito usò il solo mezzo a sua disposizione, l’astuzia. Dopotutto, lo spirito aveva risolto in precedenza altre situazioni di stallo con uno stratagemma. E l’apprendistato magico si rivelò per quel che in realtà é: una via di artifizi e sotterfugi.

«La storia dice che lo spirito circui quell’uomo facendolo passare in continuazione da un livello di consapevolezza all’altro per fargli vedere come risparmiare l’energia per rafforzare il suo anello di collegamento.»

Don Juan mi spiegò che se avessimo situato la sua storia in un contesto moderno avremmo avuto il caso del nagual, il tramite vivente dello spirito, che ripeteva la struttura di questo nocciolo astratto e ricorreva all’artifizio e al sotterfugio per poter insegnare.

All’improvviso balzò in piedi e si avviò verso la catena di montagne. Lo seguii e iniziammo così la nostra scalata, l’uno accanto all’altro.

Nel tardo pomeriggio raggiungemmo la vetta della montagna più alta. Anche a quell’altezza faceva ancora un gran caldo. Avevamo seguito per tutto il giorno una traccia quasi invisibile. Arrivammo infine a una piccola radura, un antico appostamento di vedetta che dominava il Nord e l’Occidente.

Ci sedemmo lì e don Juan tornò sull’argomento delle storie di stregoneria. Disse che ora conoscevo la storia dell’intento manifestatosi al nagual Elìas e quella dello spirito che aveva bussato alla porta del nagual Julian. E sapevo come lui aveva incontrato lo spirito e certo non potevo dimenticare come l’avevo incontrato io. Tutte queste storie, asseriva lui, avevano la stessa struttura, cambiavano solo i personaggi. Ogni storia era una tragicommedia astratta con un interprete astratto, l’intento, e due attori umani, il nagual e il suo apprendista. La sceneggiatura era il nocciolo astratto.

Pensai di aver finalmente capito quel che voleva dire, ma non riuscivo a spiegare esattamente neanche a me stesso cos’era quello che capivo, né riuscivo a spiegarlo a don Juan. Quando cercai di dar parole ai miei pensieri mi ritrovai a balbettare.

A don Juan parve di riconoscere il mio stato d’animo. Mi suggerì di distendermi e ascoltare. Mi annunciò che la sua prossima storia sarebbe stata sul processo di portare un apprendista nel mondo dello spirito, un processo che gli stregoni chiamavano lo stratagemma dello spirito o la ripulitura dell’anello di collegamento con l’intento.

«Ti ho già raccontato come il nagual Julian mi portò a casa sua dopo che mi avevano sparato, curandomi la ferita finché non fui guarito» continuò don Juan. «Ma non ti ho detto come ripulì il mio anello di collegamento e mi insegnò a tendere l’agguato a me stesso.

«La prima cosa che un nagual fa al suo futuro apprendista è raggirarlo. Dare, cioè, uno scossone al suo anello di collegamento con lo spirito. Ci sono due modi per farlo. Uno per vie semi-normali, come ho fatto io con te, e l’altro con sistemi di autentica stregoneria, come fece il mio benefattore con me.»

Don Juan mi ripeté ancora come il suo benefattore avesse convinto i curiosi che si erano adunati sulla strada che il giovane ferito fosse suo figlio. Poi aveva ingaggiato alcuni fra i presenti perché trasportassero a casa sua – dietro pagamento – don Juan privo di sensi per lo shock e la perdita di sangue. Di lì a qualche giorno don Juan si era risvegliato, trovandosi accudito da un vecchietto gentile e dalla sua grassa moglie.

Il vecchio disse di chiamarsi Belisario; sua moglie era una guaritrice famosa e insieme stavano curando la sua ferita. Don Juan disse loro di non aver denaro e Belisario propose di riparlarne a guarigione avvenuta, quando avrebbero potuto concordare in qualche modo un pagamento.

Di nuovo don Juan ripeté che si era sentito molto confuso, una sensazione non nuova per lui. Era un indio di vent’anni, forte e spericolato, senza cervello, senza alcuna istruzione e con un pessimo carattere. Non sapeva cosa fosse la gratitudine. Pensava che il vecchio fosse stato gentile ad aiutarlo, ma, una volta rimarginatasi la ferita, aveva tutte le intenzioni di svignarsela nel cuore della notte.

Quando fu quasi del tutto guarito, e stava preparandosi alla fuga, il vecchio e inerme Belisario lo portò in una stanza e, farfugliando e sospirando, gli rivelò che la casa nella quale si trovavano apparteneva a un uomo mostruoso che teneva prigionieri lui e sua moglie. Chiese a don Juan di aiutarli a riconquistare la libertà, di farli fuggire dal loro carceriere e tormentatore. Prima che don Juan potesse rispondere, si precipitò nella stanza – come se fosse stato lì a origliare dietro la porta –

un mostruoso individuo con la faccia da pesce, che pareva uscito da un racconto dell’orrore. Era di un color grigio-verdastro, aveva un solo occhio piantato al centro della fronte ed era grande quanto una casa. Avanzò verso don Juan sibilando come un serpente pronto a sbranarlo, e gli provocò un tale spavento da farlo svenire.

«Il suo modo di darmi uno scossone all’anello di collegamento con lo spirito fu grandioso» rise. «Il mio benefattore, naturalmente, mi aveva fatto entrare nello stato di consapevolezza intensa prima che arrivasse il mostro, così ciò che io in realtà vidi in forma di mostruosa creatura era quel che gli stregoni chiamano un essere inorganico, un campo di energia informe.»

Mi raccontò di conoscere innumerevoli casi in cui la diabolicità del suo benefattore aveva creato situazioni ridicolmente imbarazzanti per tutti i suoi apprendisti, in particolar modo per lui, don Juan, in quanto il suo rigore, la sua serietà lo rendevano il soggetto ideale per scherzi istruttivi. Aggiunse, ripensandoci, che naturalmente questi tiri birboni divertivano immensamente il suo benefattore.

«Tu credi che io rida di te – e lo faccio – ma è nulla se paragonato a come lui rideva di me» continuò don Juan. «Il mio diabolico benefattore aveva imparato a piangere per nascondere le risate. Non potrai mai immaginare quanto piangesse all’inizio del mio apprendistato.»

Proseguendo la storia, don Juan dichiarò che la sua vita non era più stata la stessa dopo lo shock causatogli dall’aver visto quell’essere mostruoso. Ci avrebbe pensato il suo benefattore. Don Juan mi spiegò che, quando un nagual ha assuefatto il suo futuro discepolo – specie il suo apprendista nagual – all’inganno, deve far di tutto per assicurarsene la complicità. Questa complicità poteva essere di due tipi: o il futuro adepto era tanto disciplinato e in sintonia che bastava solo la sua decisione di servire il nagual, come nel caso della giovane Talìa; oppure il futuro adepto era un individuo poco o affatto disciplinato, e in questo caso un nagual doveva dedicare tempo e grande impegno per convincerlo.

Nel caso di don Juan, poiché era un contadino giovane, sfrenato e senza un briciolo di cervello, il processo per farlo abboccare all’amo ebbe sviluppi bizzarri.

Appena dopo il primo scossone, il benefattore gliene assestò subito un altro, mostrandogli la sua abilità: un giorno assunse l’aspetto di un giovanotto. Don Juan non riusciva a concepire tale trasformazione se non come un esempio dell’arte di un attore consumato.

«Ma come riusciva a operare quei cambiamenti?» chiesi.

«Era allo stesso tempo mago e artista» rispose don Juan. «La sua magia stava nel trasformarsi spostando il suo punto d’unione in una posizione dalla quale si potevano effettuare tutti i cambiamenti desiderati. E la sua arte stava nella perfezione di tali trasformazioni.»

«Non comprendo bene quanto mi stai dicendo» feci.

Don Juan disse che la percezione è il cardine di tutto quello che l’uomo é, oppure fa, e che è regolata dal dislocamento del punto d’unione. Per questo, se quel punto cambiava posizione, la sua percezione del mondo cambiava di conseguenza. Lo stregone che conosceva esattamente dove collocare il proprio punto d’unione poteva diventare tutto quello che voleva.

«L’abilità di spostare il punto d’unione del nagual Julian era tale che egli riusciva a ottenere le trasformazioni più astruse» continuò don Juan. «Quando uno sciamano diventa un corvo, per esempio, è senz’altro una memorabile impresa che comporta un grande, e quindi pesante, spostamento del punto d’unione. Tuttavia, farlo muovere fino ad assumere l’aspetto di un grassone o di un vecchio richiede modifiche estremamente minuziose e la più approfondita conoscenza della natura umana.»

«Preferirei evitare di parlare o di pensare a quelle cose come fossero dei fatti» commentai.

Don Juan rise come se avessi detto la più buffa facezia immaginabile.

«C’era un motivo dietro le trasformazioni del tuo benefattore?» domandai. «O lo faceva per puro divertimento?»

«Non essere sciocco. I guerrieri non fanno mai nulla per puro divertimento» disse. «Le sue trasformazioni erano strategiche. Erano dettate dal bisogno, come la sua trasformazione da vecchio a giovane. Di tanto in tanto si verificavano conseguenze comiche, ma quella è un’altra faccenda.»

Gli rammentai che in precedenza gli avevo chiesto come aveva imparato il suo benefattore a trasformarsi. Allora mi aveva risposto che aveva un maestro, ma non mi aveva voluto confidare chi fosse.

«Uno stregone molto misterioso, nostro protetto, fu suo maestro» rispose laconico don Juan.

«Di quale misterioso stregone si tratta?» chiesi.
«Lo sfidante della morte» rispose, lanciandomi uno sguardo interrogativo.
Per tutti gli stregoni del seguito di don Juan, lo sfidante della morte era un

personaggio molto vivido. Secondo loro, lo sfidante della morte era uno sciamano dei tempi antichi. Era riuscito a sopravvivere fino al giorno d’oggi, manipolando il suo punto d’unione, e facendolo spostare con movimenti particolari fino a posti particolari all’interno del campo di energia. Tali manovre avevano fatto sì che persistessero ancora la sua consapevolezza e la sua forza vitale.

Don Juan mi aveva detto dell’accordo che i veggenti del suo lignaggio avevano raggiunto, secoli prima, con lo sfidante della morte. Egli portava loro doni in cambio di energia vitale. In virtù di quest’accordo, quelli lo consideravano un loro protetto e lo chiamavano “il pigionante”.

Don Juan aveva spiegato che gli stregoni dei tempi antichi erano molto bravi a far muovere il proprio punto d’unione. Facendo questo, avevano scoperto cose straordinarie sulla percezione, ma anche quanto fosse facile perdersi nelle aberrazioni. Per donJuan la situazione dello sfidante della morte era un esempio classico di aberrazione.

Don Juan era solito ripetere che se il punto d’unione era mosso da qualcuno che non solo vedeva ma aveva energia sufficiente a fargli cambiare posizione, il punto stesso scivolava, all’interno dell’uovo luminoso, in qualsivoglia direzione fosse spinto. La sua luce bastava a illuminare i sottilissimi campi di energia che toccava. La percezione del mondo che ne risultava era altrettanto completa della nostra normale percezione della vita d’ogni giorno, ma non era la stessa; di conseguenza la moderazione era decisiva ai fini dello spostamento del punto d’unione.

Continuando la sua storia, don Juan disse che presto si era abituato a considerare il vecchio che gli aveva salvato la vita come un giovanotto travestito da vecchio. Ma un giorno il giovane diventò nuovamente il vecchio Belisario che don Juan aveva conosciuto la prima volta. Lui e la donna che don Juan riteneva fosse sua moglie fecero i bagagli e due uomini sorridenti sbucarono dal nulla con una fila di muli.

Don Juan rideva, quasi stesse assaporando la sua storia. Raccontò che, mentre i mulattieri caricavano le bestie, Belisario lo aveva tirato in disparte facendogli notare che lui e sua moglie si erano travestiti di nuovo: lui da vecchio e la sua bellissima moglie da india grassa e irascibile.

«Ero così giovane e stupido che solo l’ovvio aveva valore per me» continuò don Juan. «Appena un paio di giorni prima avevo assistito alla sua incredibile metamorfosi da debole settantenne a robusto venticinquenne e credetti che la vecchiaia fosse solo un travestimento. Anche sua moglie da grassa india bisbetica era diventata una giovane donna snella e molto attraente. La donna, naturalmente, non si era trasformata come il mio benefattore: lui aveva solo scambiato le donne. Avrei potuto vedere tutto, allora, ma la saggezza ci perviene sempre a fatica e con il contagocce.»

Don Juan disse che il vecchio gli aveva assicurato che la ferita era guarita, nonostante egli non si sentisse ancora perfettamente bene. Poi il vecchio l’aveva abbracciato e con voce sinceramente triste gli aveva mormorato che il mostro aveva trovato don Juan cosi simpatico da volerlo tenere come servitore, lasciando lui e sua moglie liberi dai vincoli.

«Gli avrei riso in faccia» fece don Juan «se non fosse stato per un profondo ringhio animale e un tremendo bailamme provenienti dalle stanze del mostro.»

Gli occhi di don Juan brillavano di allegria interiore. Avrei voluto restare serio, ma non potei fare a meno di ridere anch’io.

Belisario, accortosi della paura di don Juan, si era profuso in mille scuse per il capovolgimento del destino che aveva liberato lui e imprigionato don Juan. Aveva fatto schioccare la lingua in segno di disgusto imprecando contro il mostro. Aveva le lacrime agli occhi nell’elencare tutti i lavori ingrati che il mostro esigeva quotidianamente. E, quando don Juan aveva protestato, gli aveva confidato a bassa voce che non c’era alcun modo di sfuggire al mostro, perché la sua conoscenza della stregoneria era senza pari.

Don Juan aveva chiesto a Belisario di suggerirgli una linea d’azione e quello si era dilungato a spiegargli che i piani d’azione erano opportuni solo se si aveva a che fare con gente di ordinaria umanità. Nel contesto umano, noi pianifichiamo e macchiniamo e, a seconda della fortuna, oltre che dell’astuzia e dell’impegno da parte nostra, possiamo raggiungere il successo. Ma di fronte all’ignoto, e particolarmente nella situazione di don Juan, la sola speranza di sopravvivere stava nel sottomettersi e capire.

Belisario aveva confessato a don Juan, in un sussurro appena percettibile, che sarebbe fuggito nello Stato di Durango per apprendere la stregoneria ed essere certo che il mostro non l’avrebbe inseguito. Aveva chiesto a don Juan se non avesse mai

pensato ad apprendere le arti occulte. Don Juan, inorridito al solo pensiero, aveva risposto di non voler avere niente a che fare con le streghe.

Don Juan si teneva la pancia dalle risa e riconobbe che lo divertiva il pensiero di quanto dovesse essere piaciuta al suo benefattore quella loro interazione. Specie quando, travolto da una frenesia di terrore e collera, aveva rifiutato l’invito a imparare le arti magiche dicendo: «Sono indio, io. Sono nato per odiare e temere le streghe».

Belisario aveva scambiato uno sguardo con la moglie, il corpo scosso dai singhiozzi. Don Juan si era accorto che piangeva in silenzio, chiaramente offeso per il rifiuto. Sua moglie aveva dovuto sostenerlo finché non si era ripreso.

Quando Belisario e la moglie stavano allontanandosi, lui si era girato e aveva dato a don Juan un ultimo consiglio. Gli aveva detto che il mostro odiava le donne e don Juan avrebbe dovuto stare attento, e cercare un sostituto nella speranza che potesse piacere al mostro. Ma non avrebbe dovuto farsi vane illusioni perché sarebbero passati anni prima di riuscire a muovere un passo fuori di casa. Il mostro amava assicurarsi che i suoi schiavi fossero fedeli o almeno ubbidienti.

Don Juan non aveva più resistito. Era crollato e si era messo a piangere, dicendo a Belisario che nessuno poteva ridurlo in schiavitù, piuttosto si sarebbe ucciso. Il vecchio era rimasto molto impressionato da quell’esplosione di sentimenti e aveva confessato di aver avuto la stessa idea ma, ahimé, il mostro riusciva a leggergli nel pensiero e gli aveva impedito di suicidarsi tutte le volte che lui aveva tentato.

Belisario si era anche offerto di nuovo di portare con sé don Juan a Durango per apprendere la stregoneria. A suo parere, restava l’unica soluzione possibile. Don Juan gli aveva risposto che ciò sarebbe equivalso a cadere dalla padella nella brace. Belisario aveva cominciato a piangere forte, abbracciando don Juan. Aveva maledetto il momento in cui gli aveva salvato la vita, giurando che non avrebbe mai immaginato di scambiare posto con lui. Si era soffiato il naso é, guardando don Juan con gli occhi rossi, aveva detto: «Travestirsi è l’unico modo per sopravvivere. Se non ti comporti bene, il mostro può rubarti l’anima e tramutarti in un idiota che lo serve e basta. Peccato che io non abbia tempo per insegnarti a recitare». E poi aveva pianto ancora più forte.

Don Juan, soffocato dalle lacrime, gli aveva chiesto di suggerirgli come avrebbe potuto camuffarsi. Belisario gli aveva risposto che il mostro aveva una vista pessima e gli aveva raccomandato di provare a indossare varie vesti, come gli consigliava la sua stessa immaginazione. Dopotutto, aveva parecchi anni davanti a sé per provare i travestimenti. Aveva abbracciato don Juan sulla soglia, sempre piangendo. Sua moglie aveva sfiorato timidamente la mano di don Juan, e poi i due se ne erano andati.

«Nella mia vita non ho mai provato, né prima né dopo, tanto terrore e tanta disperazione» disse don Juan. «Il mostro sbatacchiava cose in giro nella casa, come se mi stesse aspettando con impazienza. Io restavo seduto accanto alla porta, gemendo come un cane. Alla fine vomita. per la paura.»

Don Juan era rimasto seduto per ore incapace di muoversi. Non osava andarsene ma non osava nemmeno entrare in casa. Non sarebbe esagerato affermare che stava per morire quando vide, sull’altro lato della strada, Belisario che agitava

freneticamente le braccia cercando di attirare la sua attenzione. Solo a vederlo di ritorno, don Juan provò un immediato sollievo. Belisario si era accovacciato accanto al marciapiede e osservava attentamente la casa. Fece segno a don Juan di non muoversi.

Dopo un tempo penosamente lungo, Belisario strisciò carponi per qualche metro verso don Juan e poi si acquattò di nuovo, rimanendo immobile. Sempre procedendo carponi, giunse a fianco di don Juan. Gli ci vollero ore. Molta gente era passata nei paraggi, ma sembrava che nessuno avesse notato la disperazione di don Juan e lo strano modo di comportarsi del vecchio. Quando i due furono fianco a fianco, Belisario sussurrò che non gli era parso giusto abbandonare don Juan come un cane legato al palo. La moglie aveva fatto obiezioni, ma lui era tornato per cercare di liberarlo. Dopotutto, era merito di don Juan se aveva riconquistato la libertà.

Con tono imperioso e a voce bassissima chiese a don Juan se fosse disposto a fare qualsiasi cosa pur di scappare. Don Juan rispose che era pronto a tutto. Furtivo, Belisario gli porse un fagotto di indumenti e poi gli espose per sommi capi il suo piano.

Don Juan doveva andare nella parte della casa più lontana dalle stanze del mostro e cambiarsi lentamente gli abiti, togliendosi un capo alla volta, a cominciare dal cappello per finire con le scarpe. Poi doveva infilare tutti i suoi abiti su una sagoma di legno, una specie di manichino che avrebbe messo insieme in fretta e bene non appena entrato in casa.

La seconda fase del piano prevedeva che don Juan si travestisse nell’unico modo che potesse ingannare il mostro, indossando i vestiti contenuti nel fagotto.

Don Juan corse in casa e preparò tutto. Costruì una specie di spaventapasseri con alcuni pali che trovò sul retro della casa, si spogliò e mise gli indumenti addosso al pupazzo. Ma, disfacendo il fagotto, ebbe una scioccante sorpresa: conteneva abiti da donna!

«Mi sentii stupido e sperduto» disse don Juan «e stavo già per rimettermi le mie cose quando udii gli inumani grugniti di quell’essere mostruoso. Io ero stato educato nel disprezzo delle donne, credendo che il loro unico scopo fosse servire gli uomini. Indossare vestiti da donna, per me, equivaleva a diventare donna. Ma la mia paura del mostro era cosi intensa da farmi chiudere gli occhi e indossare quei fottuti vestiti.»

Guardai don Juan, immaginandomelo vestito da donna. Era una cosa troppo ridicola e, contro la mia stessa volontà, scoppiai in una fragorosa sghignazzata.

Don Juan disse che Belisario, in attesa sull’altro lato della strada, vedendolo scoppiò in un pianto dirotto. Piangendo, guidò don Juan verso la periferia della città dove sua moglie li stava aspettando con i due mulattieri. Uno di loro chiese a Belisario se stava conducendo quella strana ragazza per venderla a un bordello. Il vecchio singhiozzava così forte che sembrava fosse lì lì per svenire. I giovani mulattieri non sapevano cosa fare, ma la moglie, invece di rattristarsi, cominciò a sganasciarsi dalle risa. E don Juan non riusciva a capire perché.

Il gruppo cominciò a muoversi al buio. Presero a inoltrarsi per sentieri poco battuti, dirigendosi di buon passo verso nord. Belisario non parlava molto. Sembrava terrorizzato, sotto l’incubo di un pericolo incombente. Sua moglie litigava sempre con

lui, rimpiangendo di aver perso l’occasione di ritornare liberi per portarsi dietro don Juan. Belisario le ordinò di non parlarne più per timore che i mulattieri potessero scoprire il travestimento di don Juan. Per precauzione consigliò a don Juan, visto che non riusciva a comportarsi da donna in modo convincente, di fare la parte della ragazza un po’ tocca.

In capo a pochi giorni, i timori di don Juan si ridussero di molto. Infatti divenne così tranquillo da non ricordare nemmeno più di aver avuto paura. Se non fosse stato per le vesti che indossava, avrebbe detto che si era trattato solo di un brutto sogno.

Portare abiti femminili in quelle condizioni comportava, naturalmente, una serie di drastici cambiamenti. La moglie di Belisario, con grande impegno, insegnò a don Juan tutte le arti muliebri: don Juan l’aiutò a cucinare, a lavare i panni, a raccogliere legna da ardere. Belisario rase a zero i capelli di don Juan e gli unse il cuoio capelluto con un unguento dall’odore acre, dicendo ai mulattieri che la ragazza aveva preso i pidocchi. Don Juan disse che in fondo non era difficile per lui passare per ragazza, poiché era ancora imberbe, ma era scontento di sé e di tutta quella gente e, soprattutto, del suo destino. Finire vestito da donna a sbrigare le faccende domestiche andava al di là della sua capacità di sopportazione.

Un giorno ne ebbe abbastanza. I mulattieri furono la classica goccia che fa traboccare il vaso. I due esigevano che quella strana ragazza li accudisse in tutto e per tutto. Don Juan confessò che doveva anche stare sempre in guardia perché quelli allungavano le mani.

Mi sentii costretto a porre una domanda.
«Erano in combutta con il tuo benefattore, quei due mulattieri?» domandai. «No» mi rispose, e scoppiò in una sonora risata. «Erano solo due simpatiche

persone cadute temporaneamente in suo potere. Aveva preso a nolo i loro muli per trasportare piante medicinali e poi aveva detto ai due che li avrebbe pagati profumatamente se lo avessero aiutato a rapire una ragazza.»

Ero strabiliato dalla portata delle azioni del nagual Julian. E, immaginando don Juan che respingeva i pesanti approcci dei due, mi spanciai dalle risate.

Don Juan continuò il suo racconto. Mi riferi di aver detto in tono aspro al vecchio che la mascherata era durata anche troppo, e quei due si prendevano delle libertà. Belisario, con tono disinvolto, gli aveva consigliato di essere più comprensivo: gli uomini, lo sapeva, erano fatti cosi, e aveva ricominciato a piangere, sconcertando del tutto don Juan, che si era ritrovato a difendere strenuamente le donne.

Il proprio impegno nella causa delle donne lo spaventò. Disse a Belisario che avrebbe fatto una fine peggiore in quel modo che se fosse rimasto schiavo del mostro. L’agitazione di don Juan crebbe vedendo che il vecchio non riusciva a frenare le lacrime e blaterava stupidaggini: la vita era bella, il prezzo che si pagava per viverla era una l bazzecola, il mostro avrebbe divorato l’anima di don Juan senza neanche permettergli di suicidarsi. «Civetta con i mulattieri» gli consigliò in tono conciliante. «Sono zotici e primitivi. Vogliono solo scherzare, cosi, quando ti danno una gomitata, rispondi con uno spintone. E fatti toccare le gambe: che te ne importa?» E di nuovo pianse come una fontana. Don Juan gli chiese perché piangesse cosi.

«Perché sei la persona giusta per tutto questo» gli rispose, con il corpo squassato dalla forza dei singhiozzi.

Don Juan lo ringraziò per la sua bontà e per tutto il disturbo che si era procurato occupandosi di lui. Confidò a Belisario che ora si sentiva sicuro e voleva andarsene.

«L’arte dell’agguato vuol dire imparare a conoscere tutte le particolari stranezze del proprio travestimento» disse Belisario, senza prestare attenzione a quel che don Juan gli andava dicendo. «E conoscerle cosi bene che nessuno si deve accorgere che sei travestito. Per questo devi essere spietato, astuto, paziente e gentile.»

Don Juan non aveva idea di cosa stesse parlando Belisario. Invece di cercare di scoprirlo, gli chiese dei vestiti da uomo. Belisario fu molto comprensivo, diede a don Juan abiti smessi e qualche pesos. Gli promise che il suo travestimento sarebbe sempre stato li a sua disposizione in caso ne avesse avuto bisogno, e insisté con veemenza perché andasse con lui a Durango per apprendere le arti magiche e liberarsi per sempre dal mostro. Don Juan disse di no, ringraziandolo. Così Belisario lo salutò e gli diede parecchie pacche sulle spalle, con forza considerevole.

Don Juan si cambiò gli abiti e chiese a Belisario informazioni sulla via da prendere. Quello gli rispose che se don Juan avesse seguito il sentiero a nord, prima o poi sarebbe arrivato al paese più vicino. Disse che le loro strade avrebbero anche potuto incrociarsi di nuovo, poiché tutti e due andavano nella stessa direzione: lontano dal mostro.

Don Juan filò via, lesto come una lepre, finalmente libero. Doveva percorrere quattro o cinque miglia prima d’incontrare tracce umane. Sapeva di essere vicino a un paese e pensò che forse avrebbe potuto trovarvi lavoro fino a quando non avesse deciso dove andare. Si mise seduto per riposarsi un momento, prevedendo le normali difficoltà che un forestiero avrebbe incontrato in un piccolo paese sperduto, quando con la coda dell’occhio notò un movimento nei cespugli ai bordi della mulattiera. Si sentì osservato. Il terrore s’impadronì così completamente di lui da farlo balzare in piedi e precipitare in fuga verso il paese, ma il mostro gli balzò addosso con un tuffo improvviso per ghermirlo al collo. Lo mancò per un pelo. Don Juan urlò come non aveva mai urlato prima in vita sua, ma ebbe ancora abbastanza presenza di spirito per fare dietro-front e tornare di corsa nella direzione da cui era venuto.

Mentre don Juan cercava scampo nella fuga, il mostro gli correva dietro, calpestando i cespugli, a qualche metro di distanza. Don Juan disse che era stato il rumore più spaventoso che avesse mai sentito. Alla fine, vide da lontano i muli che procedevano lentamente e chiese aiuto urlando.

Belisario riconobbe don Juan e corse verso di lui, mostrando grande spavento. Gli gettò il fagotto con gli abiti femminili, gridando: «Corri come una donna, sciocco!».

Don Juan dovette ammettere di non sapere come avesse avuto la prontezza di mettersi a correre come una donna, ma ci era riuscito. Il mostro smise d’inseguirlo, e Belisario gli ordinò di cambiarsi in fretta mentre lui teneva a bada il mostro.

Don Juan si unì alla moglie di Belisario e ai mulattieri sorridenti, senza guardare in faccia nessuno. Svoltarono e presero altri sentieri. Per giorni nessuno parlò, poi Belisario cominciò a impartirgli lezioni quotidiane. Spiegò a don Juan che le donne

indie avevano molto senso pratico e andavano subito al nocciolo delle cose, ma erano anche molto timide e quando erano provocate mostravano segni di paura sbattendo le palpebre, stringendo le labbra e allargando le narici. Questi segni s’accompagnavano a una grande testardaggine e a timidi risolini.

Costrinse don Juan a far pratica delle sue arti muliebri in ogni paese che attraversavano. Don Juan pensava seriamente che gli stesse insegnando a fare l’attore. Ma Belisario insisteva a ripetergli che gli stava insegnando l’arte dell’agguato. Disse a don Juan che l’agguato era un’arte applical bile a tutto, e che c’erano quattro gradi di apprendimento: la spietatezza, l’astuzia, la pazienza e la gentilezza.

Ancora una volta mi sentii costretto a interrompere il suo racconto.
«Ma l’agguato non s’insegna in stato di consapevolezza intensa?» domandai. «Certo» rispose sogghignando. «Ma devi capire che per taluni uomini vestirsi da

donna serve a entrare nella consapevolezza intensa. Infatti è un mezzo più efficace che non spostare il punto di unione, ma molto difficile da organizzare.»

Don Juan disse che il suo benefattore lo faceva esercitare quotidianamente nei quattro gradi di apprendimento dell’agguato e insisteva perché don Juan comprendesse che la spietatezza non dovesse essere ferocia, l’astuzia non dovesse essere crudeltà, la pazienza non dovesse essere negligenza e la gentilezza non dovesse essere stupidità.

Gli insegnò che quei quattro stadi dovevano essere praticati e perfezionati finché non fossero tanto armoniosi da passare inosservati. Egli credeva che le donne fossero naturali maestre dell’agguato. La sua convinzione era così forte da fargli sostenere che solo se travestito da donna un uomo poteva apprendere veramente l’arte dell’agguato.

«Andai con lui in ogni mercato di ogni paese che attraversammo, e contrattai con tutti» proseguì don Juan. «Il mio benefattore se ne stava in disparte a guardarmi. «Sii spietato ma affascinante” soleva ripetermi. «Sii astuto ma simpatico. Sii paziente ma solerte. Sii gentile ma letale. Solo le donne ci riescono. Se un uomo si comporta così, è effemminato!”»

Quasi ad accertarsi che don Juan non sgarrasse, di tanto in tanto il mostro faceva capolino. Don Juan lo scorse che vagava per i campi. Gli capitava più sovente di vederlo dopo che Belisario gli aveva massaggiato vigorosamente la schiena, per alleviargli – asseriva – un’acuta fitta nervosa al collo. Don Juan rideva, dicendo che non immaginava neanche che lo si manipolasse per farlo entrare nello stato di consapevolezza intensa.

«Impiegammo un mese per arrivare nella città di Durango» disse don Juan. «Durante quel mese, ebbi una breve esemplificazione dei quattro modi dell’agguato. A dire il vero, non mi cambiò molto, ma mi diede l’occasione di farmi un’idea generale di com’era essere donna.»

I quattro modi dell’agguato

Don Juan mi disse di starmene seduto in quell’antico posto d’osservazione e di usare l’attrazione terrestre per far muovere il mio punto d’unione e ricordare altri stati di consapevolezza intensa nei quali lui mi aveva insegnato l’arte dell’agguato.

«In questi ultimi giorni, ti ho menzionato parecchie volte i quattro modi dell’agguato» proseguì. «Ho menzionato la spietatezza, l’astuzia, la pazienza e la gentilezza, con la speranza che tu potessi ricordare quanto ti insegnavo in proposito. Sarebbe splendido se tu usassi questi quattro modi come scorta che ti inducesse a un ricordo totale.»

Stette zitto, mi parve, per lunghissimi istanti. Poi disse qualcosa che mi sorprese, anche se non avrebbe dovuto. Affermò che mi aveva insegnato i quattro modi dell’agguato nel Messico settentrionale, con l’aiuto di Vicente Medrano e Silvio Manuel. Non si dilungò sull’argomento, ma lasciò che le sue parole penetrassero a fondo nella mia mente. Cercai di ricordare, ma alla fine vi rinunciai e avrei voluto gridare che non avrei potuto certo ricordare quello che non era mai accaduto.

Mentre cercavo di dar voce alla mia protesta, ansiosi pensieri cominciarono a passarmi per la testa. Sapevo che don Juan non aveva pronunciato quelle parole solo per infastidirmi. Come mi capitava ogniqualvolta mi si chiedeva di ricordare la consapevolezza intensa, divenni tremendamente conscio che non esisteva una vera continuità degli avvenimenti che avevo vissuto sotto la sua guida. Quegli avvenimenti non erano legati gli uni agli altri, come quelli della mia vita quotidiana, in una sequenza lineare. Era praticamente possibile che avesse ragione: nel mondo di don Juan, non si poteva esser certi di nulla.

Cercai di esprimere i miei dubbi ma lui rifiutò di ascoltare e mi spinse a ricordare. Intanto si era fatto buio e si era levato il vento, ma io non sentivo freddo. Don Juan mi aveva dato un sasso piatto da posare sullo sterno. La mia consapevolezza era acutamente tesa a cogliere tutto quello che mi accadeva intorno. Sentii uno strattone improvviso, né esterno né interiore, come se qualcuno stesse tirando con insistenza una parte non identificabile di me stesso. D’improvviso, cominciai a ricordare con abbagliante chiarezza una riunione avvenuta molti anni prima. Ricordavo persone e fatti così nitidamente che la cosa mi faceva spavento. Provai un brivido.

Dissi tutto a don Juan, che non parve colpito o preoccupato. Mi stimolò a non arrendermi a timori mentali o fisici.

Il mio ricordo era così fenomenale che mi sembrava di rivivere quell’esperienza. Don Juan rimase zitto, senza nemmeno guardarmi. Io mi sentivo stordito. La sensazione di stordimento passò lentamente.

Ripetei le stesse cose che dicevo sempre a don Juan quando ricordavo un avvenimento non in sequenza lineare.

«Come può essere, don Juan? Come posso aver dimenticato tutto?»
E lui riaffermava le stesse cose di sempre.
«Questo tipo di ricordo o di dimenticanza non ha nulla a che vedere con la

normale memoria» mi assicurò. «E’ collegato con il movimento del punto d’unione.» Affermava che, nonostante io avessi la conoscenza completa di quello che era l’intento, non ero ancora padrone di quella conoscenza. Sapere quello che era l’intento voleva dire che si era in grado, in ogni momento, di spiegare quella conoscenza o farne uso. Un nagual, per la forza della sua posizione, era obbligato a padroneggiare

così la propria conoscenza.
«Cosa hai ricordato?» mi domandò.
«La prima volta che mi hai parlato dei quattro modi dell’agguato».
Qualche processo, inspiegabile in termini della mia normale consapevolezza del

mondo, aveva liberato un ricordo che un minuto prima non c’era. Tornava la memoria di un’intera serie di fatti.

Proprio quando stavo andandomene dalla casa di don Juan, a Sonora, egli mi aveva chiesto di incontrarlo, di lì a una settimana, verso mezzogiorno, oltre il confine americano, a Nogales, in Arizona, alla stazione degli autobus Greyhound.

Arrivai con circa un’ora di anticipo. Era fermo accanto alla porta. Lo salutai e lui non rispose, ma mi tirò da parte frettolosamente e mi sussurrò di togliermi le mani di tasca. Ero ammutolito dalla sorpresa. Lui non mi diede il tempo di parlare, ma aggiunse che avevo la patta aperta e, si vedeva, ero sessualmente eccitato in modo vergognoso.

La velocità con cui mi precipitai a coprirmi fu fenomenale. Quando m’accorsi che s’era trattato solo di un volgare scherzo, ci trovavamo già in strada. Don Juan stava ridendo, dandomi ripetute e forti pacche sulla schiena, come per far risaltare lo scherzo. D’improvviso mi trovai in uno stato di consapevolezza intensa.

Entrammo in un caffè e ci sedemmo a un tavolo. La mia mente era così chiara che volevo guardare tutto, vedere l’essenza delle cose.

«Non sprecare energia!» mi ordinò don Juan con voce grave. «Ti ho portato qui per vedere se riesci a mangiare quando il tuo punto d’unione si è mosso. Non cercare di fare altro.»

Ma poi un uomo si sedette al tavolo di fronte a me, e la mia attenzione fu tutta intrappolata da lui.

«Muovi gli occhi circolarmente» comandò don Juan. «Non guardare quell’uomo!»

Mi riusciva impossibile smettere di fissare quell’uomo. Ero irritato dalle pretese di don Juan.

«Cosa vedi?» sentii che mi chiedeva.

Stavo vedendo un bozzolo luminoso fatto di ali trasparenti che si avvolgevano sul bozzolo stesso. Le ali si spiegavano, battevano per un attimo, si staccavano, cadevano ed erano rimpiazzate da nuove ali che ripetevano lo stesso processo.

Don Juan, spavaldo, girò la mia sedia fino a quando non fui con la faccia contro il muro.

«Che spreco» disse, sospirando forte, dopo che gli ebbi descritto quello che avevo visto. «Hai esaurito quasi tutta la tua energia. Frenati. Un guerriero ha bisogno di mettere a fuoco le cose. A chi vuoi che importino le ali di un bozzolo luminoso?»

Dichiarò che la consapevolezza intensa era come un trampolino, da cui si poteva saltare nell’infinito. Mi fece notare più e più volte, con insistenza, che quando il punto di unione si spostava, o si ricollocava in una posizione vicinissima a quella abituale, o continuava a spostarsi nell’infinito.

«La gente non immagina neanche lo strano potere che portiamo dentro di noi» continuò. «In questo momento, per esempio, tu hai i mezzi per raggiungere l’infinito. Se continuerai con il tuo inutile comportamento, potresti riuscire a spingere il tuo punto di unione oltre una certa soglia da cui non si fa ritorno.»

Compresi ciò di cui stava parlando, o piuttosto ebbi la netta sensazione di trovarmi sull’orlo di un abisso: se mi fossi appena sporto in avanti, sarei precipitato giù.

«Il tuo punto d’unione si è spostato nella consapevolezza intensa» continuò «perché ti ho prestato la mia energia.» Mangiammo in silenzio, cibo semplice. Don Juan non mi permise di bere té o caffè.

«Quando usi la mia energia» precisò «non sei nel tuo tempo, ma nel mio. E io bevo acqua.»

Mentre tornavamo alla macchina, provai un senso di nausea. Barcollai, e perdetti quasi l’equilibrio. Avevo una sensazione simile a quella che si prova quando si mettono gli occhiali per la prima volta.

«Non perdere l’autocontrollo» fece don Juan sorridendo. «Là dove stiamo andando, dovrai essere estremamente preciso.» Mi disse di guidare oltre il confine internazionale fino alla città gemella di Nogales, in Messico. Mentre ero al volante, mi dava istruzioni su quale strada prendere, quando girare a destra o a sinistra, quale velocità tenere.

«Conosco questa zona» osservai, piuttosto seccato. «Dimmi dove vuoi andare e ti ci porterò. Come un tassista.»

«O.K.» disse. «Portami al 1573 di Viale del Cielo.»

Non conoscevo il Viale del Cielo, né sapevo se una strada con quel nome esistesse o meno. A dire il vero, avevo il dubbio che avesse inventato quel nome solo per mettermi in imbarazzo. Me ne stetti zitto. C’era un lampo beffardo in quegli occhi scintillanti.

«L’egocentrismo è realmente un tiranno» osservò. «Dobbiamo impegnarci senza tregua per detronizzarlo.» Continuò a darmi direzioni da seguire. Alla fine mi chiese di fermarmi davanti a una casa a un piano, color beige chiaro, situata su un terreno d’angolo, in una zona bene.

Qualcosa nella casa attrasse immediatamente la mia attenzione: uno spesso strato di ghiaia color ocra che le girava tutt’intorno. Il solido portoncino, i telai delle finestre e tutte le finiture erano dello stesso color ocra della ghiaia. Tutte le finestre visibili avevano le veneziane abbassate. Da quanto si vedeva, era una tipica abitazione suburbana della media borghesia.

Uscimmo dalla macchina. Don Juan mi precedeva. Non bussò e non aprì con una chiave ma, quando vi fummo davanti, l’uscio si aprì scivolando silenzioso su cardini ben oleati – da solo, per quel che potevo vedere.

Don Juan entrò rapido, senza invitarmi. Io lo seguii, semplicemente. Ero curioso di scoprire chi avesse aperto la porta da dentro, ma non c’era nessuno.

All’interno della casa si provava un gran senso di sollievo. Non c’erano quadri alle pareti lisce, scrupolosamente pulite. Non c’erano lampadari o scaffali pieni di libri. Un pavimento in cotto, dai riflessi dorati, faceva un piacevole contrasto con le pareti bianco-panna. Ci trovavamo in un ingresso piccolo e stretto che dava in uno spazioso soggiorno dall’alto soffitto, con un gran camino di mattoni. Era per metà vuoto, ma accanto al camino, in semicerchio, c’erano alcuni mobili costosi: al centro due grandi divani beige, con ai lati due poltrone rivestite di tessuto dello stesso colore. In mezzo, un pesante tavolinetto basso, rotondo, di solida quercia. A giudicare da quel che c’era nella casa, chi ci viveva aveva mezzi, ma abitudini frugali. E chiaramente amava sedersi accanto al fuoco.

Seduti in poltrona c’erano due uomini sui cinquantacinque anni. Quando noi entrammo si alzarono. Uno era indio, l’altro ispano-americano. Don Juan mi presentò prima l’indio, che mi si trovava più vicino.

«Ecco Silvio Manuel» mi disse don Juan. «E’ lo stregone più potente e pericoloso del mio gruppo, e anche il più misterioso.»

Silvio Manuel pareva uscito da un affresco maya. Aveva l’incarnato chiaro, quasi giallo. Pensai che sembrava cinese. Aveva occhi obliqui, grandi, neri, scintillanti, ma senza la piega epicantica. Non aveva la barba, e i capelli corvini erano spruzzati di grigio qua e là. Aveva zigomi alti, un grosso naso aquilino e labbra carnose. Alto un metro e settanta circa, era magro e asciutto, e indossava un camiciotto giallo, calzoni marrone e una giacca beige leggera. Dai vestiti e dalle maniere sembrava messicano.

Sorrisi, e gli porsi la mano, ma Silvio Manuel non me la strinse. Fece appena un cenno col capo.

«E questi è Vicente Medrano» disse don Juan, rivolgendosi all’altro uomo. «E’ il più vecchio e il più competente dei miei compagni. Il più vecchio non per l’età ma perché fu il primo discepolo del mio benefattore.»

Anche Vicente fece solo un cenno con il capo come Silvio Manuel, senza dire una parola.

Era poco più alto di Silvio Manuel, ma altrettanto magro. Aveva una carnagione un po’ più rosea, e barba e baffi ben tagliati. Di lineamenti minuti, aveva naso delicato e ben modellato, bocca piccola, labbra sottili. Le sopracciglia scure e cespugliose facevano contrasto con la barba e i capelli brizzolati. Aveva brillanti occhi marroni, ridenti nonostante la sua espressione aggrottata.

Era vestito in modo piuttosto formale, con un abito verde marcio e una camicia sportiva aperta sul collo. Sembrava messicano anche lui. Per me, era il padrone di casa.

In confronto ai due, don Juan sembrava un peone indio. Il suo cappello di paglia, le sue scarpe scalcagnate, i consunti calzoni kaki, la vecchia camicia a scacchi erano quelli di un giardiniere o di un manovale.

A vederli tutti e tre insieme, avevo l’impressione che don Juan fosse camuffato. Mi sembrava, con un’immagine militare, che don Juan fosse il comandante in capo di un’operazione clandestina, un ufficiale che non riusciva a nascondere gli anni di comando, nonostante ce la mettesse proprio tutta.

Avevo anche la sensazione che avessero tutti all’incirca la stessa età, e benché don Juan sembrasse il più anziano, lo si sarebbe detto il più forte.

«Penso sappiate già che Carlos è il peggior permissivista che io abbia mai incontrato» affermò don Juan con espressione serissima. «Peggiore perfino del mio benefattore. Vi garantisco che se c’è qualcuno che prende sul serio il permissivismo è lui.»

Risi, ma nessun altro rise con me. I due mi osservavano con uno strano scintillìo nello sguardo.

«Certo che farete un trio memorabile» continuò don Juan. «Il più vecchio e più competente, il più potente e più pericoloso, e il più permissivo con se stesso.»

Non risero neanche allora. Continuarono a scrutarmi fino a farmi sentire a disagio. Allora Vicente ruppe il silenzio.

«Non so perché tu l’abbia fatto entrare in casa» disse in tono secco e tagliente. «Non ci serve affatto. Sbattilo nel cortile sul retro.»

«E legalo» aggiunse Silvio Manuel.

Don Juan si volse a me. «Su, muoviti» disse con voce pacata, indicando con un rapido cenno del capo il retro della casa.

Fu più che evidente che non ero entrato nelle simpatie dei due. Non sapevo cosa dire. Ero decisamente irritato e offeso, ma quelle sensazioni erano in qualche maniera smussate dallo stato di consapevolezza intensa in cui mi trovavo.

Andammo nel cortile sul retro. Con grande disinvoltura don Juan prese un legaccio di cuoio e me lo passò intorno al collo in un baleno. I suoi gesti furono così rapidi e agili che un secondo dopo, prima ancora che potessi rendermi conto di quanto stava accadendo, mi ritrovai legato per il collo, come un cane, a uno dei due pilastri di calcestruzzo che sostenevano la pesante copertura del portico posteriore.

Don Juan dondolava il capo da sinistra a destra in un gesto di rassegnazione o incredulità, e se ne tornò in casa quando io cominciai a urlargli di slegarmi. Il laccio era talmente stretto intorno alla gola che mi impediva di gridare come avrei voluto.

Non riuscivo a credere a quello che mi stava capitando. Controllando la mia ira, cercai di disfare il nodo che mi serrava il collo, ma era così compatto che i fili di cuoio sembravano incollati. Mi spezzai le unghie tentando di allentarli.

In un attacco di collera incontrollabile, ululai come un animale impotente. Poi afferrai il laccio, me lo attorcigliai agli avambracci e, puntando i piedi contro il pilastro di calcestruzzo, tirai con tutte le mie forze. Il cuoio era troppo resistente per i

miei muscoli. Provavo umiliazione e paura. Il terrore mi portò un attimo di sobrietà, e mi resi conto di essermi lasciato ingannare dalla falsa aria di ragionevolezza di don Juan.

Valutai la situazione quanto più obiettivamente potei, e non vidi altra via di scampo se non quella di recidere quella specie di guinzaglio. Presi a strofinarlo freneticamente contro lo spigolo aguzzo del pilastro. Se fossi riuscito a tagliarlo prima che qualcuno di loro tornasse, avrei potuto precipitarmi alla macchina e prendere il largo per non tornare mai più.

Sbuffando e sudando, continuai a sfregare il cuoio finché non l’ebbi consumato quasi del tutto. Allora puntai di nuovo i piedi contro il pilastro, avvolsi il legaccio agli avambracci e tirai con disperazione finché non si strappò, scaraventandomi di nuovo dentro la casa.

Mentre cadevo all’indietro, superando la porta aperta, don Juan, Vicente e Silvio Mannel, in piedi al centro della stanza, applaudirono.

«Che rientro drammatico» osservò Vicente, aiutandomi a rialzarmi. «Mi avevi tratto in inganno. Non ti immaginavo capace di simili escandescenze.»

Don Juan mi si accostò e disfece il nodo, liberandomi il collo dalla striscia di cuoio che lo stringeva. Tremavo dalla paura, dalla tensione, dalla stizza. Balbettando, chiesi a don Juan perché mi stesse tormentando in quel modo. Tutti e tre scoppiarono a ridere e mi sembrarono allora tutt’altro che minacciosi.

«Volevamo metterti alla prova e scoprire che tipo d’uomo sei veramente» disse don Juan.

Mi guidò verso uno dei divani e con garbo mi invitò a sedermi. Vicente e Silvio Manuel sedettero in poltrona, don Juan si sedette di fronte a me, sull’altro divano.

Ridacchiai nervosamente, senza più apprensioni per la mia situazione o per don Juan e i suoi amici. Tutti e tre mi guardavano con aperta curiosità. Vicente non smetteva di sorridere, benché cercasse con ogni sforzo di apparire serio. Silvio Mannel scuoteva ritmicamente la testa, guardandomi. Aveva lo sguardo sfuocato, ma fisso su di me.

«Ti abbiamo legato» proseguì don Juan «perché volevamo sapere se sei dolce o paziente o spietato o astuto. Abbiamo appurato che non sei nulla di tutto questo. Sei piuttosto un permissivo, un indulgente verso te stesso in modo incredibile, proprio come avevo detto io.

«Indulgente alla violenza, non ti sei neanche accorto che quel terribile nodo intorno al collo era fasullo. Si apre a pressione, con un bottone automatico. Lo ha fatto Vicente, per fare uno scherzo agli amici.»

«Hai tirato il laccio con violenza perché non sei certo dolce» sentenziò Silvio Manuel.

Rimasero tutti zitti per un po’, poi cominciarono a ridere.

«Non sei né spietato, né astuto» continuò don Juan. «Se lo fossi, avresti aperto i bottoni automatici e te ne saresti andato portandoti via un pregevole guinzaglio di cuoio. E non sei nemmeno paziente. Se lo fossi, avresti pianto e ti saresti lamentato finché non ti fossi accorto che c’era un paio di cesoie vicino al muro, con le quali avresti potuto tagliare il laccio in due secondi, evitandoti il dolore e lo sforzo.

«Quindi non ti si può insegnare a essere violento, oppure ottuso. Lo sei già. Ma puoi imparare a essere spietato, astuto, paziente e dolce.»

Don Juan mi spiegò che la spietatezza, l’astuzia, la pazienza e la dolcezza sono l’essenza dell’agguato. Sono le basi che devono essere insegnate per gradi, attenti e meticolosi, insieme a tutte le loro ramificazioni.

Stava chiaramente rivolgendosi a me, ma parlava guardando Vicente e Silvio Manuel, che ascoltavano con estrema attenzione, annuendo di tanto in tanto in segno di assenso.

Mi fece notare più volte che insegnare l’arte dell’agguato era una delle imprese più difficili per uno stregone. Ripeté con insistenza che, qualsiasi cosa facessero per insegnarmi l’agguato, e nonostante io credessi il contrario, era l’impeccabilità che dettava ogni loro azione.

«Non dubitare, sappiamo quello che facciamo. Il nostro benefattore, il nagual Julian, ci ha pensato lui» disse don Juan e i tre proruppero in una risata così fragorosa da farmi sentire a disagio. Non sapevo cosa pensare.

Don Juan ripeté quanto fosse importante considerare che, a un osservatore, potesse sembrare malvagio il comportamento degli stregoni, mentre in realtà era sempre impeccabile.

«Come ti accorgi della differenza, se sei tu il destinatario?» chiesi io.

«La gente compie cattiverie per trarre vantaggi personali» rispose. «Gli stregoni, però, hanno una motivazione ulteriore per le proprie azioni che non ha nulla a che vedere con i vantaggi personali. Il loro divertimento non conta come vantaggio. E’ piuttosto una condizione del loro carattere. L’uomo comune agisce solo se c’è occasione di profitto. I guerrieri dicono di agire non per il profitto, ma per lo spirito.»

Indugiai a riflettere. Agire senza considerare il vantaggio era proprio un concetto estraneo, per me. Ero cresciuto nella speranza e nell’attesa di un qualche genere di ricompensa per tutto quello che facevo.

Don Juan doveva aver preso il mio silenzio, la mia serenità, per scetticismo. Rise e guardò i suoi due compagni.

«Prendi noi quattro, per esempio» continuò. «Tu, proprio tu, credi di aver investito in questa situazione, e che alla fine ne trarrai profitto. Se ti irriti con noi o se noi ti deludiamo, puoi fare delle cattiverie per renderci la pariglia. Noi, al contrario, non pensiamo affatto a vantaggi personali. Le nostre azioni sono dettate dall’impeccabilità, non possiamo adirarci o sentirci delusi per quello che fai.»

Don Juan sorrise e mi precisò che dal momento del nostro incontro alla stazione degli autobus, quel lontano giorno, tutto quello che mi aveva fatto era stato dettato dall’impeccabilità, anche se poteva non sembrare affatto così. Mi spiegò che per aiutarmi a entrare in stato di consapevolezza intensa aveva dovuto cogliermi alla sprovvista: per quel motivo mi aveva detto che avevo la patta aperta.

«Era un modo per darti uno scossone» disse con un ghigno. «Noi siamo indios primitivi, così tutti i nostri scossoni sono piuttosto rozzi. Più il guerriero è sofisticato, maggiore è la raffinatezza e l’elaborazione delle sue scosse. Ma devo ammettere che ci siamo divertiti molto con la nostra rozzezza, specie quando ti abbiamo legato per il collo, come un cane.»

Tutti e tre mi fecero un largo sorriso e poi risero piano, come se in casa ci fosse qualcun altro e loro non volessero disturbarlo.

A voce bassissima, don Juan disse che, poiché mi trovavo in stato di consapevolezza intensa, potevo capire prima e meglio quanto stava per dirmi sulla padronanza dell’agguato e dell’intento. Ne parlava come della gloria culminante per sciamani vecchi e nuovi, a cui si pensava oggi proprio come si era pensato migliaia di anni prima. Diceva che l’agguato era l’inizio di tutto, e che prima di tentare qualsiasi cosa sulla via del guerriero, i guerrieri dovevano apprendere quell’arte e, dopo, l’arte dell’intento. Solo allora avrebbero potuto muovere a volontà il punto d’unione.

Sapevo esattamente di cosa stesse parlando. Senza sapere come, conoscevo quel che poteva avvenire muovendo il punto d’unione. Ma non avevo le parole per spiegare questa mia conoscenza. Cercai disperatamente di comunicare loro quello che sapevo. Risero dei miei insuccessi e mi persuasero a provare di nuovo.

«Ti piacerebbe se parlassi io per te?» mi chiese don Juan. «Forse riuscirei a trovare proprio quelle parole che tu vorresti usare ma non puoi.»

Dalla sua espressione, capii che stava sul serio chiedendo il mio permesso. Trovai la situazione così incongruente che cominciai a ridere.

Don Juan, mostrando grande pazienza, pose una seconda volta la sua domanda, e io ebbi un altro attacco di risa. I loro volti sorpresi e preoccupati mi rivelavano che la mia reazione era per loro incomprensibile. Don Juan si alzò e annunciò che io ero troppo stanco ed era tempo ch’io tornassi al mondo delle faccende quotidiane.

«Aspetta, aspetta» supplicai. «Sto bene. Trovo solo buffo che tu mi chieda il permesso.»

«Devo chiedere il tuo permesso» disse don Juan «perché sei l’unico che possa autorizzare le parole chiuse dentro di te a venir fuori. Credo di aver sbagliato nel supporre che tu capissi di più. Le parole sono tremendamente potenti e importanti e sono la magica proprietà di chiunque le possegga.

«Gli stregoni hanno una regola empirica: dicono che più profondo lo spostamento del punto d’unione, più forte la sensazione di possedere la conoscenza, ma non le parole per estrinsecarla. A volte, il punto d’unione delle persone comuni si può spostare senza una causa precisa e senza che loro se ne accorgano; gli si blocca solo la lingua e diventano confusi ed evasivi.»

Vicente lo interruppe proponendo che io mi fermassi un po’ di più con loro. Don Juan si dichiarò d’accordo e si voltò per mettersi di fronte a me.

«Il primo principio in assoluto dell’arte dell’agguato è che il guerriero ponga l’agguato a se stesso, e lo faccia spietatamente, con astuzia, pazienza e dolcezza.»

Avrei voluto mettermi a ridere, ma non me ne lasciò il tempo. Con toni succinti, definì l’agguato come l’arte di usare il comportamento in nuovi modi per scopi specifici. Disse che il normale comportamento umano nel mondo della vita di ogni giorno era pura routine. Ogni comportamento che si distaccava dalla routine provocava un effetto insolito sul nostro essere totale. Quell’effetto insolito era quello che cercavano gli stregoni, poiché era cumulativo.

Mi spiegò che gli stregoni veggenti dei tempi antichi, con la loro veggenza, avevano notato per primi che un comportamento insolito produceva un tremito nel

punto di unione. Presto scoprirono che, se questo comportamento fuori dalla norma si teneva sistematicamente e si pilotava con saggezza, faceva alla fine spostare il punto d’unione.

«La vera sfida per quei veggenti» continuò don Juan «fu di trovare un sistema di comportamento che non fosse meschino o capriccioso, ma combinasse la moralità e il senso estetico che distinguono gli sciamani veggenti ai comuni stregoni.»

Smise di parlare e tutti presero a guardarmi, quasi cercassero nei miei occhi o sul mio viso i segni della stanchezza.

«Chiunque riesca a spostare il proprio punto d’unione in una posizione nuova è uno sciamano» proseguì don Juan. «Da quella nuova posizione, egli può compiere ogni sorta di azione, buona o cattiva, nei confronti del genere umano. Fare lo stregone equivale perciò a fare il ciabattino o il fornaio. Lo sciamano veggente mira ad andare oltre quel limite, e per farlo ha bisogno di moralità e bellezza.»

Accennò che per gli stregoni l’agguato era la base su cui si fondava ogni altra loro azione.

«Alcuni trovano da ridire sul termine agguato» proseguì «ma fu scelto quel nome perché sottintende un che di furtivo.

«Si chiama anche l’arte del furto, ma quel termine è altrettanto infelice. Noi, con il nostro temperamento non-militante, la chiamiamo l’arte della follia controllata. Tu puoi chiamarla come meglio ti aggrada. Noi, tuttavia, continueremo a chiamarla l’arte dell’agguato perché è più semplice, come soleva dire il mio benefattore, parlare di esperto dell’agguato che non, astrusamente, di fattore di controllata follia.»

Alla menzione del loro benefattore risero come bambini.

Lo capivo perfettamente. Non avevo domande o dubbi. Tutt’al più, avevo la sensazione di dovermi afferrare a ogni singola parola enunciata da don Juan per ancorarmi, oppure i miei pensieri sarebbero corsi avanti e l’avrebbero sorpassato.

Notai che il mio sguardo seguiva fisso il movimento delle sue labbra, mentre le mie orecchie erano intente al suono delle sue parole. Ma una volta consapevole di ciò, non riuscii più a stargli dietro. La mia concentrazione si era interrotta. Don Juan continuava a parlare, ma io non stavo a sentire. Elucubravo sull’inconcepibile possibilità di vivere permanentemente in stato di consapevolezza intensa. Mi chiedevo quale sarebbe stato il valore di sopravvivenza. Si sarebbe forse riusciti a giudicare meglio le situazioni? Si sarebbe stati più svegli dell’uomo comune, o forse più intelligenti?

Don Juan all’improvviso smise di parlare e mi domandò a cosa stessi pensando.

«Ah, tu sei tanto pratico» commentò dopo che gli ebbi raccontato le mie fantasticherie. «Credevo che nello stato di consapevolezza intensa il tuo temperamento sarebbe stato più artistico, più mistico.»

Don Juan si volse a Vicente e gli chiese di rispondere alla mia domanda. Vicente si schiarì la voce e si asciugò le mani strofinandosele sul fondo dei calzoni. Provai la netta sensazione che avesse paura del pubblico. Mi faceva pena. I miei pensieri presero a vorticare. Sentendolo balbettare, mi si accese un ricordo nella mente – l’immagine che avevo sempre avuto della timidezza di mio padre, della sua paura della gente. Ma prima che io avessi tempo di arrendermi a quell’immagine, gli occhi

di Vicente si accesero di una nuova, strana luminosità interna. Mi fece una smorfia comicamente seria e poi parlò con autorità, in tono professionale.

«Per rispondere alla tua domanda» esordì «non c’è alcun valore di sopravvivenza nello stato di consapevolezza intensa, altrimenti l’intera razza umana vi si trasferirebbe. Da quel lato siamo sicuri, perché è tanto difficile entrarvi. Tuttavia, c’è sempre la remota possibilità che un uomo comune possa riuscirci. Se ce la fa, di solito riesce a confondersi, qualche volta irreparabilmente.»

I tre esplosero in una risata.

«Gli stregoni affermano che la consapevolezza intensa è il portale dell’intento» disse don Juan. «E l’usano come tale. Pensaci un attimo.»

Adesso ero io a fissarli a occhi sgranati, l’uno dopo l’altro. Avevo la bocca spalancata e sentivo che se l’avessi tenuta così avrei, alla fine, compreso l’enigma. Chiusi gli occhi, e mi venne la risposta. La sentii, non la pensai. Però non riuscivo a tradurla in parole, per quanta fatica facessi.

«Su, su,» mi consolò don Juan «hai ottenuto tutto da solo un’altra risposta da stregone, ma non hai ancora energia sufficiente per schiacciarla e ridurla in parole.»

Quello che provavo non era solo l’impossibilità a dar voce ai miei pensieri. Era come rivivere qualcosa che avevo dimenticato da secoli: non sapere cosa sentivo perché non avevo ancora imparato a parlare e quindi mi mancavano i mezzi per tradurre le mie sensazioni in pensieri.

«Pensare e dire esattamente quello che vuoi dire, richiede indicibili quantità di energia» asserì don Juan, inserendosi con prepotenza nelle mie sensazioni.

La forza delle mie elucubrazioni era stata così intensa da farmi dimenticare ciò che le aveva provocate. Stupefatto, guardavo don Juan con occhi sbarrati e gli confessai che non avevo la minima idea di quanto si era detto o fatto, loro o io, un momento prima. Rammentavo l’episodio del laccio di cuoio e quello che don Juan mi aveva detto subito dopo, ma non riuscivo a ricordare le sensazioni che mi avevano invaso solo un attimo prima.

«Sei sulla strada sbagliata» mi ammonì don Juan. «Stai cercando di riportare alla memoria i pensieri, come fai di solito, ma qui la situazione è diversa. Un secondo fa avevo la straordinaria sensazione di conoscere qualcosa di molto particolare. Tali sensazioni non si possono rievocare usando la memoria. Per richiamarle devi usare l’intento.»

Si volse verso Silvio Manuel, che si era sdraiato in poltrona allungando i piedi sotto il tavolinetto. Silvio Manuel mi guardava fisso. Aveva occhi neri come due lucidi pezzetti di ossidiana. Senza muovere un muscolo emise uno stridìo, come certi uccelli.

«Intento!!» urlò. «Intento!! Intento!!»

A ogni grido la voce gli diventava sempre più inumana e stridente. Mi si rizzarono i capelli e mi venne la pelle d’oca. Tuttavia la mia mente, invece di mettere a fuoco la paura che stavo provando, tornò direttamente alla sensazione che avevo avuto. Ma prima che potessi assaporarla completamente, la sensazione s’allargò e scoppiò in qualcos’altro. Capii allora non solo perché la consapevolezza intensa era il portale dell’intento, ma anche cos’era l’intento. E, soprattutto, capii perché quella

conoscenza non si poteva esprimere a parole. Quella conoscenza era a disposizione di tutti. Era lì, si poteva sentire, usare, ma non spiegare. Si poteva raggiungerla cambiando livelli di consapevolezza, e quindi la consapevolezza intensa era una porta d’accesso. Ma anche questo accesso non era spiegabile. Si poteva solo farne uso.

Un’altra cognizione mi si aggiunse quel giorno, senza alcuna sollecitazione esterna: la conoscenza naturale dell’intento era disponibile a chiunque, ma il comando era nelle mani di chi la espletava fino in fondo. A quel punto ero stanco oltre ogni dire, e di conseguenza le mie reazioni furono pesantemente condizionate dalla mia educazione cattolica. Per un attimo credetti che l’intento fosse Dio.

Ne parlai a don Juan, Vicente e Silvio Manuel, e quelli risero. Vicente, sempre nel suo tono professorale, disse che era impossibile che fosse Dio perché l’intento era una forza che non si poteva descrivere e tanto meno rappresentare.

«Non essere presuntuoso» mi raccomandò don Juan, severo. «Non cercare di far congetture sulla base della tua prima e unica esperienza. Aspetta finché non avrai il controllo della tua conoscenza, e poi deciderai di che si tratta.»

Ricordare i quattro modi dell’agguato mi stancò mortalmente. La conseguenza peggiore fu che piombai nella più totale indifferenza. Non mi sarebbe affatto importato se una morte improvvisa avesse colto me o don Juan. Non m’importava di rimanere lì a dormire o intraprendere nel buio pesto il viaggio di ritorno.

Don Juan fu molto comprensivo. Mi prese per mano e mi guidò, come fossi cieco, fino a una grande roccia, facendomi sedere di schiena a quel massiccio supporto. Mi raccomandò di lasciare che il sonno naturale mi riportasse in uno stato di consapevolezza normale.

IV
La discesa dello spirito

Vedere lo spirito

Dopo aver fatto colazione piuttosto tardi, don Juan mi annunciò, mentre eravamo ancora a tavola, che noi due avremmo passato la notte nell’antro dello stregone e pertanto dovevamo avviarci. Asserì che era necessario che io mi ci sedessi di nuovo, nell’oscurità più totale, per far sì che la formazione rocciosa e l’intento dello stregone potessero spostare il mio punto d’unione.

Feci per alzarmi dalla sedia ma lui mi fermò. Mi disse che prima voleva spiegarmi qualcosa. Si stiracchiò allungando i piedi su una seggiola, poi si appoggiò allo schienale, in posizione comoda e rilassata.

«Vedendoti nei minimi particolari» fece don Juan «noto sempre di più quanto tu e il mio benefattore siete simili.»

Provai un senso di minaccia e non lo feci continuare. Gli dissi che non riuscivo a immaginare quali fossero queste somiglianze, ma se davvero ne esistevano – una possibilità che non consideravo rassicurante – avrei apprezzato che me ne parlasse in modo che io potessi correggerle o evitarle.

Don Juan rise tanto che gli vennero le lacrime.

«Una delle somiglianze è che, quando tu agisci, agisci molto bene,» disse «ma quando pensi, commetti spesso errori. Anche il mio benefattore era così. Non pensava troppo bene.»

Ero sul punto di difendermi, sostenendo che non c’era nulla di sbagliato nel mio modo di pensare, quando afferrai un lampo di malizia nel suo sguardo. Mi bloccai all’istante. Don Juan notò il cambiamento in me e rise con una certa sorpresa. Forse aveva previsto la reazione opposta.

«Ecco, per esempio, tu hai difficoltà a comprendere lo spirito solo quando ci pensi»» proseguì con un sorriso di rimprovero. «Quando agisci, invece, lo spirito ti si rivela con facilità. Il mio benefattore era così.

«Prima di andare alla caverna, voglio raccontarti qualcosa sul mio benefattore e il quarto nocciolo astratto.

«Gli stregoni credono che fino all’attimo esatto della discesa dello spirito ognuno di noi se ne possa allontanare, e dopo invece no.»

Don Juan s’interruppe apposta per stimolarmi, con un guizzo delle sopracciglia, a considerare quello che mi stava dicendo.

«Il quarto nocciolo astratto è il grande rigoglio della discesa dello spirito» proseguì. «Il quarto nocciolo astratto è un atto rivelatore. E lo spirito che si rivela a

noi. Gli sciamani dicono che lo spirito tende l’agguato e poi piomba su di noi, sue prede. Dicono anche che la discesa dello spirito non è mai palese. Accade davvero, eppure sembra che non sia accaduta mai.»

Divenni molto nervoso. Il tono della voce di don Juan mi dava la sensazione che mi stesse preparando una sorpresa da un momento all’altro.

Mi domandò se mi ricordavo il momento in cui lo spirito era disceso su di me, suggellando la mia imperitura fedeltà all’astratto.

Io non avevo proprio idea di cosa stesse parlando.

«C’è una soglia che, una volta oltrepassata, non permette di tornare più indietro» disse. «Di solito, dall’istante in cui lo spirito bussa, passano anni prima che un apprendista raggiunga la soglia. Tuttavia qualche volta si tocca la soglia immediatamente. Ne è esempio il caso del mio benefattore.»

Don Juan raccontò che ogni sciamano dovrebbe avere un preciso ricordo di quando ha attraversato quella soglia, in modo da poter rammentare a se stesso il nuovo stato del proprio potenziale percettivo. Mi spiegò che non occorreva essere apprendisti stregoni per arrivare a quella soglia, e che l’unica differenza tra un uomo comune e uno sciamano, in questo caso, stava in quello che l’uno o l’altro enfatizzava. L’uomo di magia pone l’enfasi sul varcare la soglia e usa questo ricordo come punto di riferimento. L’uomo comune non oltrepassa la soglia e fa del suo meglio per dimenticare tutto sull’argomento.

Gli dissi che non condividevo il suo punto di vista, poiché non accettavo che ci fosse solo una soglia da attraversare.

Don Juan levò lo sguardo al cielo, costernato, e scosse il capo a indicare la propria disperazione. Io continuai con la mia argomentazione, non per dissentire da lui, ma per chiarire alcune cose che avevo in mente. Tuttavia persi presto tutto il mio impeto e d’un tratto ebbi la sensazione di stare scivolando in un tunnel.

«Gli stregoni asseriscono che il quarto nocciolo astratto accade quando lo spirito spezza le nostre catene del riflesso di sé» disse. «E meraviglioso spezzare le nostre catene, ma anche molto indesiderabile, perché nessuno vuole essere libero.»

La sensazione di star scivolando lungo un tunnel durò ancora un attimo e poi tutto divenne chiaro. Cominciai a ridere. Strane intuizioni che avevo dentro si trasformavano in un’esplosione di risate.

Don Juan sembrava leggermi il pensiero come fosse un libro aperto.

«Che sensazione assurda, accorgersi che tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che diciamo dipende dalla posizione del punto d’unione» commentò.

Era esattamente quello che stavo pensando io, ed era per quello che ridevo.

«Io so che in questo momento il tuo punto d’unione s’è spostato» proseguì «e così hai capito il segreto delle nostre catene. Ci tengono prigionieri, ma costringendoci a star fermi nei nostri confortevoli posti di riflesso di sé ci difendono dai violenti attacchi dell’ignoto.»

Stavo godendomi uno di quei preziosi momenti nei quali tutto quello che riguardava il mondo della magia mi appariva d’una trasparenza cristallina. Riuscivo a capire tutto.

«Una volta spezzate le nostre catene» continuò don Juan «noi non siamo più legati ai problemi del mondo di ogni giorno. Continuiamo a stare nel mondo della quotidianità ma non ne facciamo più parte. Per farne parte dovremmo dividere le preoccupazioni della gente e senza catene non ci riusciamo.»

Don Juan disse che secondo il nagual Elìas noi, gente normale, ci distinguiamo perché accomunati da una spada metaforica incombente: le preoccupazioni del nostro riflesso di sé. Con questa spada ci feriamo e sanguiniamo, ed è compito delle nostre catene del riflesso di sé darci la sensazione di sanguinare insieme, di avere in comune qualcosa di meraviglioso: la nostra umanità. Ma a un più attento esame, scopriamo che stiamo sanguinando da soli, che nulla ci unisce, che non facciamo che trastullarci con il nostro maneggevole, irreale riflesso di sé, creato da noi stessi.

«Gli stregoni non sono più nel mondo del quotidiano» proseguì don Juan «perché non sono più preda del proprio riflesso di sé.»

Don Juan cominciò allora la storia del suo benefattore e della discesa dello spirito. Mi spiegò che la storia era cominciata appena lo spirito aveva bussato alla porta del giovane attore.

Lo interruppi per chiedergli perché continuasse a usare le parole “giovane uomo” o “giovane attore” riferendosi al nagual Julian.

«All’epoca in cui si svolgevano i fatti non era nagual,» rispose don Juan «era un giovane attore. Nel mio racconto non posso chiamarlo Julian, perché per me lui è sempre il nagual Julian o il benefattore. In segno di deferenza per tutta una vita di impeccabilità, un nagual è sempre chiamato nagual.»

Don Juan andò avanti con la sua storia. Disse che il nagual Elìas aveva impedito la morte del giovane attore facendolo passare nello stato di consapevolezza intensa; solo dopo molte ore il giovane aveva ripreso i sensi. Il nagual Elìas non gli rivelò il suo vero nome, ma si presentò come un guaritore di mestiere che si era trovato per caso sulla scena di una tragedia in cui due persone avevano corso pericolo di morte. Dicendo così indicava la ragazza, Talìa, distesa al suolo. Il giovane fu sorpreso di vedersela svenuta accanto. Ricordava di averla vista correre via. Trasalì sentendo il vecchio guaritore spiegare che senza dubbio Dio aveva punito Talìa dei suoi peccati, colpendola col fulmine e facendole perdere la ragione.

«Ma come ci potrebbero essere i fulmini se non piove nemmeno?» chiese il giovane attore con un filo di voce, che si udiva a stento. Lo irritò sentire il vecchio indio rispondere che la volontà di Dio non si poteva mettere in discussione.

Ancora una volta interruppi don Juan. Ero curioso di sapere se la giovane Talìa avesse davvero smarrito la ragione. Mi fece ricordare che il nagual Elìas aveva dato un colpo notevole al suo punto d’unione: non aveva perduto la ragione, ma in conseguenza del colpo scivolava dentro e fuori lo stato di consapevolezza intensa, con serio pericolo per la sua salute. Dopo una lotta sovrumana, tuttavia, il nagual Elìas l’aiutò a stabilizzare il punto di unione, così lei entrò per sempre nello stato di consapevolezza intensa.

Don Juan mi fece notare l’abilità delle donne con certi colpi maestri: riescono a mantenere per sempre una posizione nuova del loro punto d’unione. Talìa non aveva

uguali. Appena spezzate le catene, aveva compreso subito tutto e cooperato con il nagual.

Don Juan, raccontando la sua storia, disse che il nagual Elìas – esperto non solo nel sognare ma anche nell’arte dell’agguato – aveva visto che il giovane attore era viziato e pieno di sé, ma era duro e insensibile solo in apparenza. Il nagual sapeva che se avesse tirato fuori il concetto di Dio, peccato e castigo, il sentimento religioso del giovane avrebbe fatto crollare quell’atteggiamento cinico.

A sentir menzionare il giudizio divino, la “facciata” dell’attore cominciò a sgretolarsi. Si accingeva a esprimere rimorso, ma il nagual lo interruppe subito facendogli notare che, quando la morte e cosi vicina, sono ormai inutili i sensi di colpa.

Il giovane attore ascoltava attentamente, ma, benché si sentisse molto male, non credeva di essere davvero in pericolo di morte. Pensava che la debolezza, lo svenimento fossero stati provocati dall’emorragia.

Come se gli avesse letto nel pensiero, il nagual gli spiegò che quelle sue idee ottimistiche erano fuori luogo, che l’aver perduto tanto sangue gli sarebbe stato fatale se non fosse stato per un tappo che lui, come guaritore, aveva formato.

«Quando ti diedi un colpo sulla schiena, inserii un tappo per fermare la tua forza vitale che stava defluendo via» precisò il nagual allo scettico giovane. «Senza quel freno, l’inevitabile processo che portava alla tua morte avrebbe continuato. Se tu non mi credi, te lo proverò rimuovendo il tappo con un altro colpo.»

Mentre pronunciava queste parole, il nagual Elìas diede un colpetto sul lato destro della gabbia toracica del giovane attore. Questi immediatamente si sentì soffocare e cominciò a vomitare. Perdeva moltissimo sangue dalla bocca e non riusciva ad arrestare la tosse. Un’altra pacca sulla spalla pose fine al dolore straziante e al vomito, ma non servì a placare il terrore e il giovane svenne.

Quando il giovane attore riprese conoscenza, il nagual gli disse: «Per il momento, posso controllare la tua morte, ma dipenderà da te, dalla fedeltà con cui ubbidirai a tutto quello che ti dirò di fare, se continuerò a controllarla».

Il nagual disse che le sue prime richieste al giovane erano state l’immobilità totale e il silenzio. Se non voleva che il tappo saltasse, aveva aggiunto il nagual, avrebbe dovuto comportarsi come se avesse perso la capacità di muoversi e di parlare. Un gesto, una parola soltanto, sarebbero bastati a farlo tornare in punto di morte, riavviando il processo.

Il giovane attore non era abituato a ubbidire a proposte o a richieste. Ebbe un moto di stizza. Mentre stava per dar voce alle sue proteste, l’intenso dolore e le convulsioni ripresero.

«Tieni duro e io ti guarirò» promise il nagual. «Agisci da quel debole, corrotto imbecille che sei, e morirai.»

L’attore, un giovane orgoglioso, fu scioccato dall’insulto. Nessuno l’aveva mai chiamato imbecille debole e corrotto. Voleva reagire rabbiosamente ma il dolore che provava era così atroce da non permettergli di reagire a quell’ignomima.

«Se vuoi che allevii il tuo dolore, devi ubbidirmi ciecamente» disse il nagual all’attore con freddezza. «Fammi un cenno col capo. Sappi, comunque, che se tu

cambiassi idea e agissi da quell’idiota svergognato che sei, ti leverei all’istante il tappo e ti lascerei morire.»

Con l’ultimo rimasuglio di forza l’attore annuì, acconsentendo. Il nagual gli diede una pacca sulla spalla e il dolore svanì. Ma insieme all’atroce dolore, svanì anche qualcos’altro; la nebbia che gli avvolgeva la mente. Allora il giovane attore seppe tutto, ma senza capire niente. Il nagual gli si presentò di nuovo, dicendogli di chiamarsi Elìas e di essere il nagual. E l’attore seppe ciò che significava tutto quello.

Il nagual Elìas volse allora la propria attenzione a Talia, semisvenuta. Le accostò la bocca all’orecchio sinistro, bisbigliandole ordini per interrompere lo strano spostamento del suo punto d’unione. Acquietò le sue paure raccontandole con tono sommesso le storie di stregoni che avevano avuto esperienze simili alle sue. Quando si fu calmata, le si presentò come il nagual Elìas, sciamano; dopo sperimentò su di lei l’impresa più difficile di tutta la stregoneria quella di far spostare il punto d’unione oltre la sfera del mondo che conosciamo.

Don Juan mi fece notare che gli sciamani più consumati erano capaci di muoversi al di là del mondo che conosciamo, ma le persone inesperte no. Il nagual Elias sosteneva che di solito non si sarebbe sognato di tentare un’impresa del genere, ma quel giorno era stato spinto da qualcosa che superava la sua conoscenza e la sua volontà. La manovra tuttavia, riuscì. Talia andò oltre il mondo noto e tornò indietro senza aver subìto danni.

Poi il nagual Elìas ebbe un’altra visione. Si sedette tra i due, stesi per terra – l’attore era nudo, coperto solo dal mantello da cavallo del nagual Elìas – e riesaminò tutta la situazione. Disse loro che tutti e due, per un insieme di circostanze, erano caduti nella trappola tesa dallo spirito stesso. Lui, il nagual, era la parte attiva di quella trappola, poiché, incontrandoli in quelle condizioni, era stato costretto a diventare loro temporaneo protettore e a usare la propria scienza magica per aiutarli. Come protettore temporaneo, era suo dovere avvisarli che stavano per raggiungere una soglia unica; e che stava a loro, individualmente o insieme, conquistare quella soglia mostrando disposizione agli slanci ma non all’avventatezza, alle attenzioni ma non all’indulgenza. Non intendeva aggiungere niente altro, nel timore di confonderli o di influenzare le loro decisioni. Sentiva che se mai avessero dovuto attraversare quella soglia, l’aiuto da parte sua doveva limitarsi al minimo.

Così il nagual li lasciò soli in quel luogo isolato, e si recò nella città per disporre che fossero portate loro erbe medicinali, stuoie e coperte. Secondo la sua idea, in tale solitudine avrebbero raggiunto e attraversato quella soglia.

A lungo i due giovani rimasero distesi l’uno accanto all’altro, ciascuno immerso nei propri pensieri. Lo spostamento dei rispettivi punti d’unione voleva dire che potevano pensare con più profondità del solito, ma anche che si preoccupavano, riflettevano e avevano paura in misura altrettanto maggiore.

Poiché Talìa era in grado di parlare, ed era anche un po’ più in forze, ruppe il silenzio per prima e chiese al giovane attore se avesse paura. Lui le rispose annuendo. Lei provò un grande compassione per lui, si tolse uno scialle di dosso, glielo mise sulle spalle e poi gli prese una mano fra le sue.

Il giovane non osava esprimere a parole quello che provava. Il terrore che, se avesse parlato, gli si sarebbe riacutizzato il dolore, era troppo profondo e intenso. Avrebbe voluto chiederle scusa, dirle che il suo unico rimpianto era di averle fatto male e che non gli importava di essere in punto di morte – tanto sapeva con certezza che non sarebbe stato in grado di superare quel giorno.

I pensieri di Talìa erano dello stesso tenore. Disse che anche lei aveva un solo rimpianto, quello di averlo respinto con troppa foga, portandolo sull’orlo della tomba. Ora si sentiva molto tranquilla, in pace con se stessa, sensazione che non le era affatto familiare, agitata com’era sempre stata, spinta da quella sua grande forza. Gli confessò che anche la sua morte era vicina, e lei era felice che tutto si sarebbe concluso quel giorno.

IL giovane attore, sentendo che Talìa aveva espresso le stesse cose che lui stava pensando, provò un brivido. In un impeto di energia, si sollevò mettendosi seduto. Non provava dolori e non aveva attacchi di tosse. Respirò a pieni polmoni, come non ricordava di aver mai fatto prima. Afferrò la mano della ragazza e presero a conversare senza pronunciare parola.

Don Juan disse che in quel momento lo spirito scese in loro e videro. Erano entrambi profondamente cattolici e nella descrizione che fecero al nagual Elìas parlarono di una visione paradisiaca, dove tutto era vivido, intriso di luce. Videro un mondo di scene miracolose.

Quando il nagual ritornò, erano tutti e due esausti ma incolumi. Talìa aveva perso i sensi, ma il giovane attore era riuscito a restare cosciente con uno sforzo enorme di autocontrollo. Insistette per bisbigliare qualcosa all’orecchio del nagual.

«Abbiamo visto il Paradiso» mormorò, con le lacrime che gli rotolavano lungo le gote.

«Avete visto ben altro» ribatté il nagual Elìas. «Avete visto lo spirito!»

Don Juan spiegò che, naturalmente, poiché la discesa dello spirito è sempre misteriosa, Talìa e il giovane attore non avevano potuto serbare quella visione. L’avevano dimenticata, come chiunque altro. L’unicità della loro esperienza era che, senza alcuna pratica precedente e senza esserne consapevoli, avevano sognato insieme e avevano visto lo spirito. Raggiungere tutto questo con tanta facilità era per loro straordinario.

«Quei due erano veramente le creature più notevoli che io avessi mai conosciuto» aggiunse don Juan.

Io, naturalmente, desideravo sapere di più sul loro conto, ma don Juan non mi voleva viziare. Disse che questo era tutto quel che c’era da sapere sul suo benefattore e sul quarto nocciolo astratto.

Parve ricordarsi qualcosa che non mi aveva detto e scoppiò in una risata fragorosa. Poi mi diede dei colpetti sulla schiena e mi informò che era ora di incamminarsi verso la caverna.

Quando arrivammo allo spuntone roccioso era quasi buio. Don Juan si sedette nella stessa posizione della prima volta. Stava alla mia destra, a contatto di spalla. Mi parve che entrasse subito in un profondo stato di rilassatezza che mi costrinse

all’immobilità totale e al silenzio. Non riuscivo nemmeno a sentirlo respirare. Chiusi gli occhi, ma con una gomitata lui mi costrinse a tenerli aperti.

Quando fu completamente buio, un’immensa fatica cominciò a provocarmi irritazione e prurito agli occhi. Alla fine abbandonai ogni resistenza e fui attratto nel più profondo e più cupo sonno che avessi mai provato. Sì, non ero del tutto addormentato. Potevo sentire intorno a me una cappa scura e spessa. Avevo la sensazione interamente fisica di procedere a fatica nell’oscurità che mi circondava. Poi all’improvviso tutto divenne rossastro, poi arancione, poi d’un bianco accecante, come una potentissima luce al neon. Gradualmente misi a fuoco lo sguardo finché non mi vidi seduto accanto a don Juan, nella stessa posizione, ma non più nella caverna. Ci trovavamo in cima a una montagna con vista su una splendida pianura, circondata in lontananza da una catena di monti. Questa meravigliosa prateria era immersa in uno splendore che emanava, come raggi di luce, dalla terra stessa. Dovunque guardassi, scorgevo forme familiari: rocce, colline, fiumi, foreste, canyon, trasformati e resi più intensi da quella vibrazione, da quella luce interna. Quello splendore che era così gradevole ai miei occhi scaturiva anche dal mio essere.

“Il tuo punto d’unione s’è mosso” parve dirmi don Juan.

Le parole non avevano suono, tuttavia sapevo quello che mi aveva appena detto. La mia reazione razionale fu di cercare di spiegare a me stesso che di certo io lo avevo udito come se lui avesse parlato nel vuoto, forse perché le mie orecchie erano state temporaneamente chiuse.

“Le tue orecchie sono a posto. Siamo in un diverso stato di consapevolezza” mi sembrò che don Juan mi dicesse ancora.

Non riuscivo a parlare. Sentivo che il torpore di un sonno profondo mi impediva di pronunciare anche una sola parola, ma sentivo anche l’animazione delle mie ore di veglia.

“Che succede?” pensai.

“La caverna ha fatto spostare il tuo punto d’unione” pensò don Juan, e io sentii i suoi pensieri quasi fossero parole mie, dette a me stesso.

Ebbi la sensazione che mi si comandasse qualcosa non espressa neanche nei pensieri. Mi si ordinava di guardare di nuovo la prateria.

Mentre fissavo quel panorama meraviglioso, da tutto quello che si trovava laggiù cominciarono a radiare filamenti di luce. Dapprima fu come un’esplosione di un numero infinito di brevi fibre, poi queste fibre divennero lunghi fili sottilissimi di luminosità, radunati insieme in raggi di luce vibrante che raggiungevano l’infinito. Non c’era veramente altro modo in cui io potessi dare un significato a quanto stavo vedendo o potessi descriverlo se non come filamenti di luce vibrante. Questi filamenti non erano mescolati o intrecciati insieme. Benché spuntassero e continuassero a spuntare in ogni direzione, uno era staccato dall’altro anche se uniti inestricabilmente a fasci.

“Stai vedendo le emanazioni dell’Aquila e la forza che le tiene separate e le lega insieme” pensò don Juan.

Nell’istante in cui captai il suo pensiero, i filamenti di luce parvero consumare ogni mia energia. Fui sopraffatto dalla stanchezza, che cancellò la mia visione e mi fece sprofondare nel buio.

Quando ritrovai me stesso, mi sentivo attorno qualcosa talmente familiare che – benché non riuscissi a stabilire cosa fosse – mi parve di essere tornato nello stato di consapevolezza normale. Don Juan stava dormendo al mio fianco, sfiorandomi la spalla con la sua.

Poi mi resi conto che il buio intorno a noi era così fitto che non riuscivo neanche a vedermi le mani. Secondo una mia ipotesi, la nebbia doveva essere salita oltre il bordo roccioso, riempiendo la caverna. O forse si trattava di quelle nuvole basse che scendono dalle vette più alte in ogni notte di pioggia, come una valanga silenziosa. Tuttavia, nonostante la totale oscurità, mi accorsi in qualche modo che don Juan aveva spalancato gli occhi non appena io avevo riacquistato consapevolezza, anche se non mi guardava. Subito compresi che vedere lui non era una conseguenza dell’effetto della luce sulla retina, ma piuttosto una sensazione corporea.

Ero così assorto a osservare don Juan senza usare gli occhi che non stavo facendo attenzione a quello che mi andava dicendo. Infine, smise di parlare e girò la testa verso di me come volesse guardarmi dritto negli occhi.

Tossicchiò un paio di volte per schiarirsi la gola e cominciò a parlare a voce bassissima. Disse che il suo benefattore era solito venire in quella caverna abbastanza spesso, sia con lui sia con altri discepoli, ma più spesso da solo. In quella caverna il benefattore vedeva la stessa pianura che avevamo visto noi, una visione che gli aveva dato l’idea di descrivere lo spirito come il flusso delle cose.

Don Juan ripeté che il suo benefattore non era un gran pensatore. Se lo fosse stato, si sarebbe accorto in un attimo che quello che aveva visto e descritto come il flusso delle cose era l’intento, la forza che permea ogni cosa. Don Juan aggiunse che se mai il suo benefattore si era accorto della reale natura del suo vedere, non l’aveva mai saputo. Credeva invece di aver visto il flusso delle cose, ed era vero, ma non come l’intendeva lui.

Don Juan ne parlava con tanta enfasi che io volevo chiedergli quale fosse la differenza, ma non riuscivo a parlare. Mi sembrava di avere la gola congelata. Restammo seduti, immobili, in silenzio per ore intere, eppure non mi sentivo scomodo. Non sentivo i muscoli tirati, le gambe non mi si addormentavano, la schiena non mi faceva male.

Quando riprese a parlare, non notai neanche la transizione e subito mi abbandonai all’ascolto della sua voce. Era un suono melodico e ritmico che proveniva dalla totale oscurità che mi circondava.

Mi disse che in quel momento io non mi trovavo in stato di consapevolezza normale, ma neanche in quello di consapevolezza intensa. Ero sospeso in una stasi, nel buio della nonpercezione. Il mio punto d’unione si era allontanato dalla percezione del mondo di tutti i giorni, ma non si era allontanato abbastanza per toccare e accendere un fascio completamente nuovo di campi di energia. Per essere più esatti, ero finito tra due possibilità percettive. Questa via di mezzo, questa stasi

della percezione, l’avevo raggiunta per l’influsso della caverna, guidato a sua volta dall’intento degli stregoni che l’avevano scavata.

Don Juan mi chiese di prestare molta attenzione a quanto stava per dire. Migliaia di anni prima, raccontò, grazie al vedere, gli sciamani si accorsero che la Terra era sensibile e che la sua consapevolezza poteva influenzare quella degli umani. Cercarono di trovare un modo per usare l’influenza della Terra sulla consapevolezza umana e scoprirono che alcune caverne si prestavano in modo eccezionale. Don Juan disse che la ricerca delle caverne divenne, per quegli stregoni, quasi un lavoro a tempo pieno e che, grazie ai loro sforzi, si riuscì a scoprire una varietà di usi per una varietà di tipi di caverne. Aggiunse che, dopo tutto quel lavoro, l’unico risultato utile per noi era questa particolare caverna e la sua capacità di spostare il punto di unione fino a fargli toccare il ristagno della percezione.

Mentre don Juan parlava, ebbi l’inquietante sensazione che qualcosa mi si stesse chiarendo nella mente. Qualcosa stava incanalando la mia consapevolezza in un passaggio lungo e stretto. Ogni pensiero appena accennato, ogni sensazione superflua della mia consapevolezza normale era schiacciata fuori.

Don Juan sapeva benissimo quel che mi stava accadendo. Disse che ora avremmo potuto parlare più facilmente e la nostra conversazione avrebbe avuto argomenti più profondi.

In quel momento mi ricordai decine di cose che mi aveva spiegato prima. Seppi, per esempio, che stavo sognando. In realtà, ero profondamente addormentato, eppure ero del tutto consapevole di me, attraverso la seconda attenzione – la controparte della mia attenzione normale. Ero sicuro di stare dormendo per una sensazione del corpo, oltre a una deduzione razionale basata sulle dichiarazioni rilasciate in passato da don Juan. Avevo appena visto le emanazioni dell’Aquila e don Juan aveva detto che era impossibile che gli sciamani sopportassero la vista prolungata delle emanazioni dell’Aquila se non sognando, e per ciò dovevo star sognando.

Don Juan aveva spiegato che l’universo era costituito da campi di energia che sfidano ogni descrizione o esame. Aveva detto che assomigliavano a filamenti di luce normale, tranne che la luce pareva senza vita se paragonata alle emanazioni dell’Aquila che trasudavano consapevolezza. Prima di quella notte non ero mai riuscito a vederle abbastanza a lungo, ma erano davvero fatte di luce viva. Don Juan mi aveva ripetuto in passato che la mia conoscenza, il mio controllo dell’intento, non erano adeguati a sopportare l’impatto di quella vista. Mi aveva spiegato che la percezione normale si verificava quando l’intento, che era energia pura, accendeva una parte dei filamenti luminosi all’interno del nostro bozzolo e, nello stesso tempo, illuminava una lunga porzione degli stessi filamenti luminosi che si estendevano all’infinito fuori del nostro bozzolo. Una percezione straordinaria, il vedere, si verificava quando, per la forza dell’intento, si ricaricava e s’accendeva un diverso fascio di campi d’energia. Aveva detto che, quando un numero cruciale di campi d’energia si fossero accesi all’interno del bozzolo luminoso, uno stregone sarebbe stato in grado di vederla.

In un’altra occasione don Juan aveva riferito i modi di pensare razionali degli sciamani primitivi. Mi disse che tramite il vedere, si accorsero che la consapevolezza

c’era quando i campi di energia all’interno dei nostri bozzoli luminosi erano allineati con gli stessi campi d’energia all’esterno. E credettero di aver scoperto che l’allineamento fosse la fonte della consapevolezza.

A un esame più attento, però, apparve evidente che quello che loro chiamavano allineamento delle emanazioni dell’Aquila non spiegava interamente quel che loro vedevano. Avevano notato che solo una porzione molto piccola del totale dei filamenti luminosi, all’interno del bozzolo, si caricava di energia, mentre il resto rimaneva inalterato. Vedere quei pochi filamenti carichi di energia aveva creato una falsa scoperta. I filamenti non avevano bisogno di essere allineati per accendersi, perché quelli all’interno del bozzolo erano uguali a quelli all’esterno. Ciò che li caricava di energia era decisamente una forza indipendente. Sentirono che non potevano continuare a chiamarla consapevolezza, come avevano fatto fino ad allora, perché la consapevolezza era lo splendore dei campi di energia che si accendevano. Così la forza che accendeva i campi fu chiamata volontà.

Don Juan aveva detto che quando il loro vedere era diventato ancora più sofisticato ed efficace, si erano accorti che la volontà era la forza che teneva separate le emanazioni dell’Aquila ed era responsabile non solo della nostra consapevolezza ma di ogni componente dell’universo. Videro che questa forza aveva la consapevolezza totale e scaturiva da quegli stessi campi di energia che formavano l’universo. Decisero allora che intento era più approfondito di volontà. Alla lunga, tuttavia, il nome risultò svantaggioso perché non manifestava la sua straordinaria importanza né la vivente connessione che aveva con le componenti dell’universo.

Don Juan aveva asserito che il nostro grande errore collettivo era di vivere le nostre esistenze senza tenere in alcun conto quella connessione. L’operosità delle nostre esistenze, e poi spietati interessi, preoccupazioni, speranze, trustrazioni e paure avevano la precedenza e, vivendo alla giornata, non ci si accorgeva di essere legati a tutto il resto.

Don Juan aveva esternato la propria convinzione che l’idea cristiana della cacciata dall’Eden pareva un’allegoria della perdita della nostra conoscenza silenziosa, la conoscenza dell’intento. La magia era un ritorno ai primordi, un ritorno al Paradiso.

Restammo seduti nella caverna, in silenzio totale, forse per ore, o forse solo per alcuni istanti. D’improvviso don Juan cominciò a parlare e l’inatteso suono della sua voce mi diede sui nervi. Non afferrai quello che diceva. Mi schiarii la voce e gli chiesi di ripetere quanto aveva detto, e quell’atto mi strappò bruscamente alle mie riflessioni. Mi accorsi subito che l’oscurità interna non era più così impenetrabile. Ora riuscivo a parlare. Sentivo di essere tornato allo stato di consapevolezza normale.

Con voce molto pacata, don Juan mi disse che per la prima volta nella mia vita avevo visto lo spirito, la forza che regge l’universo. Mi fece notare che l’intento non era qual cosa da usare, o comandare, o spostare di qua e di là, ma pure si poteva usarlo, comandarlo o spostarlo a seconda dei propri desideri. Questa contraddizione era l’essenza della magia. Generazioni intere di stregoni avevano sofferto infinite pene fisiche e morali per non essere riusciti a comprenderlo. I moderni nagual, nello sforzo di evitare questo pesante pedaggio di sofferenza, avevano sviluppato un codice

di comportamento chiamato la via del guerriero, o l’azione impeccabile, che preparava gli stregoni accrescendone la sobrietà e la ponderazione.

Don Juan mi spiegò che una volta, in un remoto passato, gli stregoni erano profondamente interessati all’anello di collegamento generale che unisce l’intento a tutto. E, concentrando la propria seconda attenzione su quell’anello, acquistarono non solo la conoscenza diretta ma anche l’abilità di manipolare tale conoscenza ed effettuare azioni strabilianti. Però non acquisirono la forza d’animo necessaria per amministrare tutto quel potere.

Così, giudiziosamente, gli stregoni decisero di focalizzare la seconda attenzione solo sull’anello di collegamento delle creature che possedevano la consapevolezza. Ciò includeva quindi tutti gli esseri organici e tutti quelli che loro definivano esseri inorganici o alleati, descrivendoli come entità provviste di consapevolezza ma senza la vita che intendiamo noi. Anche questa soluzione però non ebbe successo, poiché non riuscì a portar loro la saggezza.

Nel successivo adattamento, gli stregoni concentrarono la propria attenzione solo sull’anello che collega gli esseri umani all’intento. Il risultato finale fu molto simile al precedente.

Gli sciamani più equilibrati cercarono poi un adattamento conclusivo. Ognuno di loro si sarebbe occupato solo del proprio collegamento individuale. Ma questo si dimostrò ugualmente inefficace.

Don Juan disse che, benché ci fossero differenze notevoli tra quelle quattro aree d’interesse, avevano tutte la stessa forza di corruzione. Così ebbe luogo un compromesso finale e gli sciamani s’interessarono solo della capacità che l’anello di collegamento individuale con l’intento aveva di liberarli perché accendessero il fuoco dal profondo.

Asserì che tutti gli stregoni dei tempi moderni dovevano lottare furiosamente per conquistare l’equilibrio mentale. Un nagual doveva lottare con particolare forza in quanto aveva un potere maggiore, un dominio più ampio sui campi di energia che determinano la percezione, e più allenamento e familiarità con le complicazioni della conoscenza silenziosa, che non era altro che il contatto diretto con l’intento.

Esaminata così, la stregoneria diviene un tentativo di ristabilire la nostra conoscenza dell’intento e riguadagnarne l’uso senza soccombere per sua causa. E i noccioli astratti delle storie di stregoneria sono sfumature della percezione, gradi del nostro esser consapevoli dell’intento.

Compresi la spiegazione di don Juan in chiari termini. Ma più comprendevo e più chiare diventavano le sue dichiarazioni, maggiore diventava il mio senso di abbandono e sconforto. A un certo punto, pensai sinceramente di suicidarmi lì sui due piedi. Mi sentivo dannato. Ormai vicino alle lacrime, dissi a don Juan che non c’era ragione di continuare nella sua spiegazione in quanto sapevo che avrei presto perduto la mia limpidezza di giudizio e, una volta tornato nel mio stato normale di consapevolezza, non avrei assolutamente ricordato di aver visto o sentito niente. La mia coscienza terrena mi avrebbe imposto le ripetitive abitudini di una vita intera e la ragionevole prevedibilità della sua logica. Ecco perché mi sentivo dannato. Gli confidai che il mio destino mi offendeva.

Don Juan mi rispose che perfino nella mia consapevolezza intensa io abbondavo di ripetizioni, e periodicamente insistevo ad annoiarlo descrivendogli i miei attacchi di depressione nei quali mi sentivo inutile. Disse che se avessi dovuto fallire, avrei dovuto lottare e non chiedere scusa o autocommiserarmi. Aggiunse che non aveva importanza quale fosse il nostro destino particolare, purché noi lo affrontassimo con totale abbandono.

Le sue parole mi diedero una felicità paradisiaca. Ripetei più volte, mentre le lacrime m’inondavano le guance che ero d’accordo con lui. Provavo una felicità così profonda che temevo di perdere il controllo del mio sistema nervoso. Chiamai a raccolta tutte le mie forze a fare argine e sentii l’effetto rasserenante dei miei freni mentali. Ma mentre accadeva questo, la limpidezza della mia mente cominciò a diminuire. Lottai in silenzio, cercando di essere meno sobrio e al tempo stesso meno nervoso. Don Juan non fece alcun rumore e mi lasciò stare.

Quando riuscii a ristabilire il mio equilibrio, era quasi l’alba. Don Juan si alzò, si stiracchiò levando le braccia sul capo e tese i muscoli facendo crocchiare le giunture. Mi aiutò ad alzarmi e commentò che avevo passato una notte molto edificante, avevo provato che cos’era lo spirito ed ero riuscito a radunare forze recondite per conseguire un certo scopo. In superficie, equivaleva a calmare il mio nervosismo, ma a un livello più profondo si era trattato di uno spostamento del mio punto d’unione molto ben riuscito, operato dalla mia volontà.

Con un cenno m’indicò che era tempo di prendere la via del ritorno.

Il balzo del pensiero

Entrammo a casa sua verso le sette di mattina, giusto in tempo per far colazione. Avevo fame ma non mi sentivo stanco. Eravamo usciti dalla caverna all’alba per scendere a valle. Don Juan, invece di seguire la via più diretta, aveva fatto un gran giro che ci aveva portati lungo il corso del fiume, dicendo che avevamo bisogno di schiarirci le idee prima di tornare a casa.

Gli avevo risposto che era molto gentile a esprimersi così, visto che ero solo io ad avere le idee confuse, ma aveva replicato che non si trattava di cortesia bensì di esperienza di guerriero. Un guerriero, mi spiegò, era costantemente in guardia contro la grossolanità del comportamento umano. Un guerriero era magico e spietato, un dissidente con gusti e modi estremamente raffinati, che in questo mondo aveva il compito di affilare i propri lati taglienti, pur celandoli in modo che nessuno fosse in grado di sospettare la sua spietatezza.

Dopo colazione pensai che sarebbe stato bene dormire un po’, ma don Juan asserì che non avevo tempo da sprecare. Disse che avrei perso anche troppo presto quella poca chiarezza che ancora mi rimaneva e se mi fossi addormentato l’avrei perduta del tutto.

«Non ci vuole un genio per capire quanto sia difficile parlare dell’intento» aggiunse rapidamente, squadrandomi da capo a piedi. «Ma questa dichiarazione non vuol dire nulla. E’ il motivo per cui gli sciamani si affidano invece alle storie di stregoneria, sperando che un giorno il nocciolo astratto delle storie significhi qualcosa per chi ascolta.»

Io comprendevo quello che stava dicendo ma non riuscivo ancora a concepire cosa fosse un nocciolo astratto o che senso avrebbe dovuto avere per me. Tentai di concentrarmi su quell’argomento. Fui sottoposto a un vero fuoco di fila di pensieri. Mi passarono veloci per la mente innumerevoli immagini, senza lasciarmi il tempo di pensare a nessuna di loro. Non potei rallentare un attimo, neanche per riconoscerle. Infine fui sopraffatto dall’ira e battei un pugno sul tavolo con forza.

Don Juan era scosso dalle risa, da capo a piedi.

«Fa’ come hai fatto la notte scorsa» mi fece, strizzandomi un occhio. «Datti una rallentata.»

La frustrazione mi rese aggressivo. Subito me ne uscii» con argomentazioni prive di senso, ma poi mi accorsi delI mio errore e mi scusai per la mia mancanza di controllo.

«Non scusarti. Devo dirti che la conoscenza che tu cerchi adesso va ben oltre le tue possibilità. I noccioli astratti delle storie di magia ora non ti dicono nulla. Più tardi anni più tardi, dico – potranno avere per te un significato perfettamente logico.»

Pregai don Juan di non lasciarmi all’oscuro, di discutere dei noccioli astratti. Non mi era affatto chiaro cosa volesse farne. Assicurai che lo stato di consapevolezza intensa in cui mi trovavo avrebbe potuto aiutarmi parecchio a farmi capire quello che diceva. Lo pregai di fare presto, in quanto non potevo garantirgli per quanto tempo sarei rimasto in quello stato. Gli spiegai che presto sarei tornato allo stato normale e sarei diventato più stupido di quanto non fossi in quel momento. Lo dissi quasi per scherzo. La sua risata mi fece capire che l’aveva presa così, ma io fui molto colpito dalle mie stesse parole. Mi venne addosso una terribile malinconia.

Don Juan mi prese gentilmente per un braccio, mi fece sedere in una comoda poltrona, poi si sedette di fronte a me. Mi guardò fisso negli occhi e per un attimo non riuscii a spezzare la forza del suo sguardo.

«Gli sciamani tendono continui agguati a se stessi» disse con tono rassicurante, quasi cercasse di calmarmi col suono della sua voce.

Volevo dire che il mio nervosismo era passato e che forse me l’aveva provocato la mancanza di sonno, ma non mi lasciò proferire parola.

Mi assicurò di avermi già insegnato tutto quello che c’era da imparare sull’agguato, ma io non l’avevo ancora recuperato dal profondo della consapevolezza intensa dove l’avevo immagazzinato. Gli confessai di provare la sgradevole sensazione di essere in trappola. Sentivo che c’era qualcosa dentro di me, qualcosa che mi faceva sbattere le porte e prendere a calci i tavoli, qualcosa che mi frustrava, rendendomi irascibile.

«La sensazione di essere in trappola la prova ogni comune mortale» disse. «E un ricordo del nostro rapporto con l’intento. Per gli sciamani questa sensazione è anche più acuta, proprio perché mirano a sensibilizzare il loro anello di collegamento fino a farlo funzionare a volontà.

«Quando l’anello di collegamento è sottoposto a un’eccessiva pressione, gli stregoni l’attenuano tendendo agguati a se stessi.»

«Non riesco ancora a capire quel che tu intenda per agguato» osservai. «Ma credo di sapere, a un certo livello, cosa vuol dire.»

«Allora cercherò di chiarire quello che sei. L’agguato è un procedimento estremamente semplice. E un comportamento speciale che segue alcuni principi. L’agguato è un comportamento riservato, furtivo, ingannevole, inteso a dare uno scossone. Quando si tende l’agguato a se stessi ci si scuote usando il proprio comportamento con astuzia e spietatezza.»

Mi spiegò che quando la consapevolezza di uno sciamano era soffocata dal peso della propria immissione percettiva, come stava accadendo a me, il migliore, o forse perfino l’unico, rimedio stava nell’usare l’idea della morte per provocare lo scossone dell’agguato.

«Pertanto, l’idea della morte ha un’eccezionale importanza nella vita di uno stregone» continuò don Juan. «Ti ho fatto vedere innumerevoli cose sulla morte per convincerti che è la conoscenza dell’imminente e inevitabile fine a darci la sobrietà.

L’errore più grave per noi uomini comuni è adagiarci in un senso d’immortalità. Come se credessimo che, non pensando alla morte, potremmo riuscire a liberarcene.»

«Però, don Juan, devi convenire che il non pensare alla morte ci libera almeno dall’angoscia della fine.»

«Sì, serve a quello scopo» concesse. «Ma è uno scopo meschino per l’uomo comune, e una caricatura per gli stregoni. Senza idee chiare sulla morte non c’è ordine, sobrietà, bellezza. Gli sciamani cercano di acquistare questa facoltà cruciale perché li aiuti a realizzare al livello più profondo possibile di non avere alcuna garanzia che la vita possa continuare oltre quel momento. Una tale constatazione dà agli sciamani il coraggio di essere pazienti pur nell’attività, il coraggio di essere acquiescenti senza cadere nella stupidità.»

Don Juan mi guardò fisso. Sorrise e scosse il capo.

«Sì» proseguì. «L’idea della morte è la sola cosa che possa infondere coraggio agli stregoni. Strano, vero? Dà loro il coraggio di essere astuti senza farsene un vanto e soprattutto dà loro il coraggio di essere spietati senza presunzione.»

Sorrise ancora e mi diede di gomito. Gli dissi che io ero assolutamente pietrificato all’idea di morire, che ci pensavo in continuazione ma certamente non m’infondeva coraggio e neppure mi spronava all’azione. Mi rendeva solo cinico e mi faceva sprofondare in crisi di cupa malinconia.

«Il tuo problema è molto semplice. Sei facile preda delle ossessioni. Ti ho appena raccontato che gli sciamani tendono agguati a se stessi per spezzare il potere delle proprie ossessioni. Ci sono molti modi di tendere agguati a se stesso. Se non vuoi usare l’idea della tua morte, usa le poesie che mi hai letto.»

«Come hai detto, scusa?»

«Ti ho detto che ci sono diverse ragioni per cui mi piacciono le poesie. Io le uso per tendere agguati a me stesso. Mi servono a darmi uno scossone. Io ascolto, e mentre tu leggi, blocco il mio dialogo interno e lascio che il mio silenzio dal profondo acquisti slancio. Poi la combinazione poesia e silenzio provocano lo scossone.»

Mi spiegò che, inconsapevolmente, i poeti anelano al mondo magico. Poiché non sono maghi alla ricerca del sapere, quel desiderio è tutto ciò che hanno.

«Vediamo se recepisci quanto ti sto dicendo» aggiunse, porgendomi una raccolta di versi di José Gorostiza.

Aprii il volume dov’era il segnalibro e lui mi indicò la poesia che gli piaceva.

.. questo incessante ostinato morire, questa morte vivente,
che ti uccide, oh Dio,
nel tuo rigoroso lavoro,

nelle rose, nelle pietre,
nelle stelle indomabili
e nella carne che brucia
come un falò acceso da un canto, un sogno,

un colore che salta agli occhi.

… e tu, proprio tu,
forse sei morto lunghe eternità laggiù,
a nostra insaputa,
noi residui; briciole, ceneri di te,
tu, che sei ancora presente
come una stella falsata dalla sua stessa luce, una luce vuota senza stella
che giunge fino a noi
celando
la sua catastrofe infinita.

«Udendo queste parole» disse don Juan quando ebbi terminato la lettura «sento che quell’uomo sta vedendo l’essenza delle cose e io riesco a vedere con lui. Non m’importa l’argomento della poesia. M’importa solo il sentimento che il desiderio del poeta provoca in me. Faccio mio il suo desiderio e insieme faccio mia la bellezza. Mi stupisco che lui, da vero guerriero, ne distribuisca a piene mani agli osservatori ricettivi, tenendo per sé solo il desiderio. Questo scossone, questo colpo di bellezza, è l’agguato.»

Ero molto commosso. La spiegazione di don Juan aveva toccato una corda strana dentro di me.

«Vuoi forse dire, don Juan, che la morte è il solo vero nemico che abbiamo?» gli chiesi un attimo dopo.

«No» rispose con convinzione. «La morte non ci è ostile, nonostante le apparenze. La morte non è annientatrice, nonostante noi la pensiamo così.»

«Ma allora cos’è, se non è la nostra distruttrice?» domandai.

«Gli stregoni dicono che la morte è il nostro unico, degno avversario» replicò. «La morte è il nostro sfidante. Noi, maestri dell’occulto o comuni mortali, nasciamo per accettare questa sfida. I maghi lo sanno, gli uomini comuni no.»

«Secondo me, don Juan, è la vita a sfidarci, non la morte.»

«La vita è il sistema tramite cui la morte ci sfida» disse lui. «La morte è la forza attiva. La vita è l’arena. E in quell’arena ci sono solo due contendenti alla volta: noi stessi e la morte. »

«A mio avviso, gli sfidanti siamo noi, esseri umani» osservai.

«Niente affatto» ribatté. «Noi siamo passivi. Rifletti. Se noi ci muoviamo, lo facciamo solo quando sentiamo l’incalzare della morte. E la morte a segnare il tempo per le nostre azioni e i nostri sentimenti, a spingerci implacabilmente fino a quando noi non cediamo e lei vince la partita, o finché, superando ogni cosa, siamo noi a sconfiggerla.

«Gli sciamani sconfiggono la morte e la morte riconosce la propria sconfitta lasciandoli andare liberi da ulteriori sfide.»

«Vuoi forse dire che gli sciamani diventano immortali?»
«No, non vuoi dire questo» replicò. «La morte smette di sfidarli, tutto qui.»

«Ma che cosa significa, don Juan?» gli domandai.
«Vuoi dire che il pensiero ha fatto un balzo nell’inconcepibile.»
«Che cos’è il balzo del pensiero nell’inconcepibile?» domandai io, cercando di

non sembrare ostile. «Il problema èche tu e io non diamo lo stesso significato alle parole.»

«Non sei sincero» m’interruppe don Juan. «Tu comprendi quello che io voglio dire. E solo una messinscena che tu mi chieda la spiegazione razionale del “balzo del pensiero nell’inconcepibile”. Tu sai con esattezza cos’è.»

«No che non lo so.»

Ma poi mi accorsi di sapere, o piuttosto di intuire quello che voleva dire. C’era una parte di me che riusciva a trascendere la mia razionalità e capiva e spiegava, oltre il livello metaforico, il balzo del pensiero nell’inconcepibile. Il problema era che parte di me non era abbastanza forte da emergere a volontà.

Dissi tutto questo a don Juan che rise, commentando che la mia consapevolezza era come uno yo-yo. A volte raggiungeva un livello elevato e il mio giudizio era acuto, mentre altre volte precipitava e io diventavo un idiota razionale. Ma per lo più si manteneva sospesa a una mezz’altezza mediocre, dove non ero né carne né pesce.

«Un balzo del pensiero nell’inconcepibile»» mi spiegò con aria di rassegnazione «é la discesa dello spirito; l’atto di spezzare le nostre barriere percettive. E’ il momento in cui la percezione umana raggiunge i propri limiti. Gli stregoni praticano l’arte di mandare esploratori che vanno in avanscoperta per saggiare i limiti della nostra percezione. Un altro motivo, questo, per cui mi piacciono le poesie. Sono i miei esploratori in avanscoperta. Ma, come ti ho detto prima, i poeti non sanno con la stessa precisione degli stregoni quello che gli esploratori riescono a fare.»

Sull’imbrunire, don Juan mi comunicò che avevamo molte cose da discutere, e mi propose di andare a fare una passeggiata. Mi trovavo in uno stato d’animo particolare. Avevo già notato in me una strana indifferenza che andava e veniva. Dapprima avevo pensato che fosse la fatica a ottenebrarmi la mente, ma il pensiero restava limpido come cristallo di rocca. Così mi convinsi che il mio strano distacco era conseguente al mio spostamento nella consapevolezza intensa.

Uscimmo dalla casa e facemmo quattro passi in piazza. Feci subito domande sulla mia indifferenza a don Juan, prima che gli si presentasse la possibilità di cominciare con qualcos’altro. Lui me lo spiegò come uno spostamento di energia. Mi disse che poiché si liberava l’energia usata di solito per mantenere fissa la posizione del punto di unione, automaticamente si focalizzava su quell’anello di collegamento. Mi assicurò che non c’erano tecniche o espedienti grazie a cui uno stregone potesse apprendere in anticipo a muovere l’energia da un posto all’altro. Si trattava piuttosto di uno spostamento immediato che si verificava una volta raggiunto un certo livello di abilità.

Gli chiesi cosa fosse questo livello di abilità. La comprensione pura, mi rispose. Per raggiungere quell’immediato spostamento di energia, era necessario un collegamento chiaro con l’intento e per ottenere un collegamento chiaro occorreva intenderlo tramite la comprensione pura.

Naturalmente volli che mi spiegasse la comprensione pura. Rise e si sedette su una panchina.

«Ti dirò alcune cose fondamentali sugli stregoni e sulle loro arti magiche» proseguì. «Qualcosa sul balzo del loro pensiero nell’inconcepibile.»

Disse che alcuni stregoni erano veri narratori. Raccontare storie per loro non equivaleva solo all’avanscoperta per saggiare i limiti percettivi, ma alla via verso la perfezione, il potere, lo spirito. Rimase in silenzio per un attimo, ovviamente cercando l’esempio appropriato. Poi mi ricordò che gli indios Yaqui avevano una serie di avvenimenti storici che chiamavano “i dati memorabili”. Io sapevo che i dati memorabili erano tradizioni orali della loro storia patria, durante le guerre contro gli invasori del territorio nazionale: gli spagnoli prima, i messicani poi. Don Juan, egli stesso uno Yaqui, dichiarava enfaticamente che i dati memorabili erano le storie delle sconfitte e della disintegrazione di un popolo.

«Allora cosa penseresti» mi chiese «come uomo di cultura, se un narratore stregone prendesse un episodio dai dati memorabili – diciamo, per esempio, quello di Calixto Muni – e cambiasse il finale così che, invece di descrivere Calixto Muni trascinato e squartato dai boia spagnoli, come accadde nella realtà, raccontasse la favola di Calixto Muni, il ribelle vittorioso che riuscì a liberare il suo popolo?»

Conoscevo la storia di Calixto Muni. Era un indio Yaqui che, secondo i dati memorabili, era stato per molti anni imbarcato su una nave pirata nel mar dei Caraibi per apprendere le strategie di guerra. Poi, appena fatto ritorno nella natia Sonora, era riuscito a organizzare una sollevazione contro gli spagnoli e a dichiarare una guerra d’indipendenza, con il solo risultato di essere tradito, catturato e giustiziato.

Con molta insistenza don Juan mi convinse a esprimere il mio parere. Gli dissi che, secondo me, un cambiamento nel senso da lui descritto era stato fatto per motivi psicologici, o per una specie di augurio speranzoso da parte dello sciamano narratore. O forse era un modo personale, idiosincratico, per alleviare le frustrazioni. Aggiunsi che avrei potuto quasi definire questo sciamano un vero patriota, in quanto incapace di accettare un’amara sconfitta.

Don Juan rise fin quasi a soffocare.
«Ma non si tratta di un solo stregone narratore» replicò. «Tutti lo fanno.» «Allora è un espediente avallato socialmente per esprimere lo speranzoso

desiderio di un’intera società» controbattei. «Un modo socialmente accettato di scaricare uno stress psicologico sulla collettività.»

«La tua argomentazione è ben espressa, convincente e ragionevole» commentò. «Ma poiché il tuo spirito è morto, non puoi vedere le pecche della tua teoria.»

Mi fissò quasi a convincermi di capire quel che mi stava dicendo. Io non aggiunsi altro e qualsiasi cosa avessi detto mi avrebbe fatto sembrare bisbetico.

«Lo stregone narratore che cambia il finale del “resoconto”, lo fa sotto la direzione e gli auspici dello spirito» disse. «Poiché è in grado di manipolare la propria connessione con l’intento, egli riesce a cambiare le cose. Lo stregone narratore segnala il suo intento a farlo togliendosi il cappello, mettendolo a terra e girandolo in senso antiorario per 360°. Sotto gli auspici dello spirito, quella semplice

azione lo fa sprofondare nello spirito stesso. Così egli ha permesso al proprio pensiero il balzo nell’inconcepibile.»

Don Juan alzò il braccio sulla testa, indicando per un istante il cielo sull’orizzonte.

«Poiché la sua comprensione pura è in avanscoperta per esplorare quell’immensità laggiù» proseguì don Juan «lo stregone narratore sa, senz’ombra di dubbio, che in qualche luogo e in qualche modo, nell’infinito, lo spirito è sceso proprio in quell’istante. Calixto Muni è vittorioso. Ha liberato il suo popolo. Il suo fine ha trasceso la sua persona.»

Spostare il punto d’unione

Un paio di giorni dopo, don Juan e io facemmo una gita in montagna. A metà strada, sulle colline pedemontane, ci sedemmo a riposare. Don Juan aveva già deciso quello stesso giorno di trovare un ambiente adatto per spiegarmi alcuni aspetti intricati della padronanza della consapevolezza. Di solito, preferiva andare sui monti verso occidente, più vicini. Questa volta, invece, scelse le cime orientali. Erano molto più alte e più distanti. A me parvero più minacciose, più scure e più massicce, ma non avrei saputo dire se si trattava di una mia impressione o se invece avevo assorbito quel che don Juan provava per queste montagne.

Aprii lo zaino. Me lo avevano preparato le veggenti del gruppo di don Juan e scoprii che mi ci avevano messo del formaggio. Provai un po’ di contrarietà in quanto, pur piacendomi, il formaggio mi provocava certi disturbi. Ma non riuscivo a rifiutarlo ogniqualvolta ce n’era.

Don Juan me l’aveva fatto notare come una vera e propria debolezza, prendendomi in giro. Dapprima avevo provato imbarazzo, ma poi avevo notato che quando non c’era formaggio non ne sentivo la mancanza. Però con quei mattacchioni del gruppo di don Juan non avevo scampo: mi mettevano sempre un bel pezzo di formaggio nello zaino, e io naturalmente finivo sempre per mangiarlo.

«Finiscilo tutto in una volta» mi consigliò don Juan con uno scintillìo malizioso nello sguardo. «Così non ci devi pensare più.»

Forse influenzato dalla sua proposta, provai l’intenso desiderio di divorare tutto il pezzo. Don Juan rise tanto da farmi sospettare che ancora una volta fosse d’accordo con il suo gruppo per farmi un tiro mancino.

In tono molto più serio, mi propose di passare la notte sulle colline, prendendo due o tre giorni per arrivare alle vette più alte. Mi dichiarai d’accordo con lui.

Con tono casuale, don Juan mi chiese se mi fosse tornato in mente qualcosa sui quattro modi dell’agguato. Ammisi di aver tentato di ricordare, ma la memoria mi era mancata.

«Non rammenti che ti avevo insegnato la natura della spietatezza?» mi domandò. «La spietatezza, contrapposta all’autocommiserazione?»

Non riuscivo a ricordare. Don Juan parve considerare cosa dirmi dopo. Poi smise. Gli si abbassarono gli angoli della bocca, a esprimere un’impotenza fasulla. Si strinse nelle spalle, si alzò e percorse in fretta un breve tratto fino a una piccola radura in cima a una collina.

«Tutti gli stregoni sono spietati» osservò, mentre ci sedevamo su un terreno piano. «Ma questo lo sai. Abbiamo discusso a lungo questo concetto.»

Dopo un silenzio prolungato, disse che avremmo continuato a discutere i noccioli astratti delle storie di stregoneria, ma che aveva intenzione di parlarne sempre meno perché si avvicinava il momento in cui sarebbe stato mio compito scoprirli, lasciando che mi rivelassero il loro significato.

«Come ti ho già detto, il quarto nocciolo astratto delle storie di stregoneria si chiama la discesa dello spirito o l’effetto dell’intento. La storia ci tramanda che, perché i misteri della stregoneria si rivelassero all’uomo in discussione, fu necessario che lo spirito scendesse su di lui. Lo spirito scelse un momento in cui quel tale era distratto, non sulle difensive, e, mostrando assoluta mancanza di pietà, agendo solo di presenza, fece sI che il punto d’unione dell’uomo si spostasse in una posizione specifica. Questo punto da allora in poi fu noto agli stregoni come il luogo della non pietà. Così la spietatezza divenne il principio primo della stregoneria.

«Il primo principio non dev’essere confuso con il primo effetto dell’apprendistato nella stregoneria, che è il cambiamento dalla consapevolezza normale a quella intensa.»

«Non capisco quello che stai cercando di spiegarmi» mi lamentai.

«Quello che intendo dire è che, a quanto pare, la prima cosa che in realtà accade a un apprendista stregone è lo spostamento del proprio punto d’unione. Così, per l’apprendista è più che naturale dedurre che sia questo il primo principio della stregoneria. Ma non è vero. Il primo principio è la spietatezza. Noi ne abbiamo discusso altre volte. Ora sto solo cercando di farti ricordare.»

In tutta onestà avrei potuto dirgli che non avevo la benché minima idea di cosa stesse parlando, ma nello stesso tempo provavo la strana sensazione di saperlo.

Lui mi stimolò: «Fatti tornare in mente il ricordo della prima volta in cui ti insegnai la spietatezza. Il ricordo è collegato allo spostamento del punto d’unione».

Attese un po’ per vedere se seguivo il suo suggerimento. Poiché era ovvio che non ero in grado di farlo, continuò la sua spiegazione. Disse che, per quanto misterioso fosse lo spostamento nello stato di consapevolezza intensa, per renderlo possibile era necessaria solo la presenza dello spirito.

Osservai che, o quel giorno le sue dichiarazioni erano estremamente oscure, o io ero un perfetto idiota, poiché non riuscivo affatto a seguire il filo del suo pensiero. Egli replicò in tono fermo che la mia confusione non era importante, e ribadì che l’unica cosa di reale importanza era ch’io capissi come il solo contatto con lo spirito potesse provocare qualsiasi movimento del punto d’unione.

«Ti ho detto che il nagual è il condotto dello spirito» continuò. «Poiché passa una vita a ridefinire impeccabilmente l’anello che lo collega all’intento, e poiché ha più energia di un uomo comune, può lasciare che lo spirito si esprima attraverso di lui. Così, la prima cosa che gli apprendisti stregoni provano è un mutamento nel livello di consapevolezza, un mutamento operato dalla mera presenza del nagual. E quello che io voglio tu sappia è che in realtà non c’è alcuna procedura specifica per far muovere il punto d’unione. Lo spirito tocca l’apprendista e il suo punto d’unione si sposta. Punto e basta.»

Gli replicai che le sue asserzioni mi preoccupavano perché erano in contraddizione con quanto avevo dolorosamente imparato ad accettare attraverso le

mie esperienze personali: che la consapevolezza intensa era conseguibile in quanto manovra complessa, benché inspiegabile, effettuata da don Juan, con cui egli manipolava la mia percezione. In tutti gli anni della nostra frequentazione, egli mi aveva sempre fatto entrare in stato di consapevolezza intensa dandomi una pacca sulla spalla. Gli feci notare questa contraddizione.

Mi rispose che darmi una pacca sulla spalla era più uno stratagemma per catturare la mia attenzione e allontanare ogni dubbio dalla mia mente che non una vera e propria manovra per manipolare la mia percezione. Lo chiamava un semplice stratagemma, in carattere con la sua moderazione personale. Ma, disse, e non stava certo scherzando, ero fortunato a essere un tipo semplice, non dedito a comportamenti strani. Altrimenti, invece di semplici stratagemmi, avrei dovuto subire bizzarri rituali prima di poter scacciare ogni dubbio dalla mente per far sì che lo spirito facesse muovere il mio punto d’unione.

«Quello che dobbiamo fare perché la magia abbia una salda presa su di noi, è bandire ogni dubbio dalle nostre menti» disse. «Una volta banditi i dubbi, tutto è possibile.»

Mi ricordò un avvenimento cui avevo assistito qualche mese prima, a Città del Messico, che avevo trovato incomprensibile fino a quando non me lo aveva spiegato lui, usando il paradigma magico.

Si trattava di un’operazione chirurgica eseguita da una famosa guaritrice paranormale. Il paziente era un mio amico. La donna per operarlo era entrata in una trance estremamente drammatica.

Potei vederla aprire con un coltello da cucina la cavità addominale nella regione ombelicale, rimuovere il fogato malato, lavarlo in un secchio colmo di alcol e poi rimetterlo a posto, chiudendo con la semplice pressione delle mani il taglio che non aveva sanguinato.

Parecchie persone assistevano all’operazione nella stanza semibuia. Alcuni sembravano osservatori interessati, come me. Altri sembravano aiutanti della guaritrice.

Dopo l’operazione parlai brevemente con tre degli osservatori. Tutti e tre mi confermarono di aver visto quello che avevo visto io. Quando parlai al mio amico, il paziente, egli mi riferì che per lui l’operazione era equivalsa a un dolore sordo e continuo allo stomaco e a un senso di bruciore sul lato destro.

Avevo raccontato tutto questo a don Juan, azzardando perfino una spiegazione cinica. Gli avevo detto che la semioscurità dell’ambiente, secondo me, era ideale per ogni genere di gioco di prestigio, come ad esempio la vista di interiora e organi estratti dalla cavità addominale e lavati nell’alcol. Lo shock emotivo provocato dalla drammatica trance della guaritrice – sulla cui autenticità nutrivo altri dubbi – aveva aiutato a creare un’atmosfera di fede quasi religiosa.

Don Juan mi fece subito notare che la mia era una opinione cinica e non una spiegazione cinica, in quanto non spiegava il fatto che il mio amico era guarito davvero. Don Juan mi spiegò che tutto s’incentrava sulla capacità che la guaritrice aveva di spostare il punto d’unione di tutti i presenti. L’unico stratagemma – se

stratagemma si poteva chiamare – era che il numero dei presenti nella stanza non doveva essere più alto di quanto lei riuscisse a controllare.

La trance e la teatralità dei gesti erano per lui o accorgimenti ben calcolati dalla guaritrice per catturare l’attenzione di tutti i presenti, o manovre inconsce dettate dallo stesso spirito. In ogni caso, erano i mezzi più acconci con cui la guaritrice poteva mettere insieme l’unità di pensiero necessaria a rimuovere il dubbio dalla mente dei presenti, forzandoli a entrare in stato di consapevolezza intensa.

Quando aveva inciso il corpo con un coltellaccio da cucina estraendo gli organi interni, non si era trattato d’un gioco di prestigio, aveva insistito don Juan. Si era trattato di un fatto reale che oltrepassava il mondo del giudizio quotidiano, in quanto era accaduto in stato di consapevolezza intensa.

Avevo chiesto a don Juan come avesse potuto la guaritrice spostare il punto d’unione di quelle persone senza toccarle. La risposta era stata che il potere della guaritrice, dono o stupenda conquista che fosse, stava nel servire da condotto dello spirito. Era stato lo spirito, aveva detto, e non la guaritrice, a spostare quei punti d’unione.

«Ti spiegai allora, benché tu non capissi nemmeno una parola,» proseguì don Juan «che l’arte e il potere della guaritrice stavano nell’allontanare ogni dubbio dalla mente dei presenti. Facendo questo, lei mise lo spirito in grado di spostare i loro punti d’unione. Una volta avvenuto ciò, tutto era possibile. Si era ormai entrati nel mondo in cui i miracoli sono ordinaria amministrazione.»

Disse con grande enfasi che la guaritrice doveva certo essere anche una maga, e che se avessi fatto lo sforzo di ricordare l’operazione, avrei anche ricordato che lei era stata spietata con la gente nella stanza, specie con il paziente.

Gli ripetei quello che rammentavo di quell’episodio. Il livello e il tono della voce della guaritrice, piana e femminile, quando lei era in trance diventava, con sensazionale trasformazione, una profonda e roca voce maschile. Quella voce annunciava che lo spirito di un antico guerriero precolombiano aveva preso possesso del corpo della guaritrice. Una volta fatto l’annuncio, il comportamento della guaritrice cambiò moltissimo. Era posseduta. Era ovviamente molto sicura di sé e procedeva all’operazione con assoluta fermezza e determinazione.

«Io preferisco la parola “spietatezza” a “fermezza” e “determinazione”» osservò don Juan, e proseguì. «Quella guaritrice doveva essere spietata per creare l’ambiente adatto per l’intervento dello spirito.»

Egli affermava che avvenimenti difficili da spiegare, come quell’operazione, erano in realtà molto semplici. Venivano resi difficili dalla nostra insistenza a pensare. Se noi non avessimo pensato, tutto si sarebbe sistemato al suo posto.

«Ma questo è proprio assurdo, don Juan!» esclamai, e lo credevo davvero.

Gli ricordai che lui stesso richiedeva che tutti i suoi apprendisti pensassero molto e aveva criticato il proprio maestro perché non era un buon pensatore.

«Certo che insisto perché chi mi sta intorno pensi con chiarezza» disse. «E spiego, a chiunque voglia ascoltarmi, che l’unico modo di pensare con chiarezza è

non pensare affatto. Ero convinto che tu avessi capito questa contraddizione degli stregoni.»

Protestai a gran voce per l’oscurità di quella dichiarazione. Scoppiò a ridere e mi prese in giro per la mia fissazione a difendermi. Poi mi spiegò di nuovo che per gli stregoni esistevano due modi di pensare. Uno era il pensare medio, giorno per giorno, regolato dalla posizione normale del punto d’unione. Era un pensare confuso, che non rispondeva veramente ai suoi bisogni e lasciava una grande caligine nella mente. L’altro era il pensare preciso. Era funzionale, economico e lasciava pochissime cose senza spiegazione. Don Juan aggiunse che per far prevalere questo tipo di pensiero si doveva spostare il punto d’unione o almeno interrompere il pensare giorno per giorno, perché il punto d’unione potesse spostarsi. Questa l’apparente contraddizione, che in verità non era affatto una contraddizione.

«Voglio che riporti alla memoria qualcosa che hai fatto in passato. Voglio che ricordi un movimento speciale del tuo punto d’unione. E per far questo, devi smettere di pensare nel modo in cui pensi di norma. Allora l’altro modo di pensare, quello che io definisco pensare chiaro, avrà il sopravvento e ti farà ricordare.»

«Ma come faccio a smettere di pensare?» chiesi, benché sapessi quello che mi avrebbe risposto.

«Usando l’intento per muovere il tuo punto d’unione» replicò. «L’intento si chiama con lo sguardo.»

Dissi a don Juan che nella mia mente si alternavano sprazzi di tremenda lucidità, nei quali tutto era perfettamente chiaro, e momenti di profonda fatica mentale, nei quali non riuscivo a comprendere quello che mi stava dicendo. Cercò di tranquillizzarmi, spiegandomi che la mia instabilità era provocata da una leggera fluttuazione del mio punto d’unione, che non si era fissato nella nuova posizione raggiunta qualche anno prima. La fluttuazione era il risultato di residui sensi di autocommiserazione.

«Di quale nuova posizione si tratta, don Juan?» chiesi.

«Anni fa – ed è quanto voglio che tu ricordi – il tuo punto d’unione raggiunse il luogo della non pietà» rispose.

«Come hai detto?»

«Il luogo della non pietà è il centro della spietatezza. Ma questo tu lo sai. Ora, però, fintanto che non ti torna in mente, diciamo che la spietatezza, essendo una posizione specifica del punto d’unione, si vede negli occhi degli stregoni. E come un velo scintillante che li ricopre. Gli occhi degli stregoni brillano, e più sono lucenti più spietato è lo stregone. In questo momento i tuoi occhi sono opachi.»

Mi spiegò che quando il punto d’unione si muoveva fino al luogo della non pietà, gli occhi cominciavano a scintillare. Quanto più salda era la presa del punto d’unione nella sua nuova posizione, tanto più gli occhi lucevano.

«Cerca di richiamare alla mente quello che già sai in proposito» mi fece.
Rimase zitto un attimo, poi parlò senza guardarmi.
«Richiamare alla mente non è lo stesso di ricordare» continuò. «Ricordare è

imposto da un tipo di pensiero quotidiano, mentre il richiamare è dettato dallo spostamento del punto d’unione. La ricapitolazione delle proprie vite che gli stregoni

compiono è la chiave per far muovere i punti d’unione. Gli stregoni cominciano la ricapitolazione pensando, ricordando le azioni più importanti delle loro vite. Dal mero pensiero passano alla presenza fisica sul luogo dell’accadimento. Quando riescono a fare questo – a trovarsi di persona dove il fatto accade – vuol dire che hanno spostato il proprio punto d’unione nel posto preciso dov’era quando il fatto in questione aveva avuto luogo. Far tornare l’accadimento totale manovrando il punto d’unione costituisce l’arte del richiamare degli stregoni.»

Mi guardò fisso per un attimo, quasi ad assicurarsi che lo stessi ascoltando.

«I nostri punti d’unione si spostano di continuo impercettibilmente. Gli stregoni credono che per far muovere i loro punti d’unione in punti determinati occorra servirsi dell’intento. Poiché non c’è modo di sapere cos’é l’intento, gli stregoni lasciano che siano gli occhi a chiamarlo.»

«Tutto ciò mi è assolutamente incomprensibile» dissi.

Don Juan intrecciò le mani dietro la testa e si sdraiò per terra. Feci anch’io lo stesso. Restammo in silenzio per molto tempo. Il vento faceva correre le nuvole. Il loro movimento mi dava quasi il capogiro. Quella sensazione si tramutò all’improvviso in un familiare senso di angoscia.

Ogni volta che mi trovavo con don Juan provavo, specie in momenti di riposo e quiete, un terribile senso di disperazione – un desiderio di qualcosa che non ero in grado di descrivere. Quando ero solo o con altra gente, non cadevo mai in preda a questa sensazione. Don Juan mi aveva spiegato che quel che sentivo e interpretavo come desiderio era invece l’improvviso movimento del mio punto d’unione.

Quando don Juan cominciò a parlare, il suono della sua voce mi fece trasalire e balzai a sedere.

«Devi farti tornare in mente la prima volta che i tuoi occhi brillarono perché fu allora che per la prima volta il tuo punto d’unione raggiunse il luogo della non pietà. La spietatezza s’impossessò di te allora. La spietatezza fa brillare gli occhi degli stregoni, e quello scintillìo ammicca all’intento. Ogni luogo in cui si sposti il loro punto d’unione è indicato da un particolare scintillìo degli occhi. Poiché i loro occhi hanno una memoria propria, possono richiamare il ricordo di ogni luogo semplicemente richiamando il particolare scintillìo associato a quel luogo.»

Mi spiegò che gli stregoni enfatizzano tanto lo scintillìo dei loro occhi e il proprio sguardo, perché gli occhi sono direttamente collegati all’intento. Per quanto contraddittorio possa sembrare, la verità è che gli occhi sono legati solo superficialmente al mondo della vita di ogni giorno. Il legame più profondo è con l’astratto. Non riuscivo a concepire come i miei occhi potessero serbare quel genere d’informazione, e lo dissi. La risposta di don Juan fu che le possibilità dell’uomo sono così vaste e misteriose che gli stregoni, invece di dedicarvi i propri pensieri, avevano scelto di esplorarle, senza speranza di riuscire mai a capirle.

Gli chiesi se anche gli occhi di un uomo comune fossero toccati dall’intento.

«Certo!» esclamò. «E tu sai tutto. Ma lo sai a una tale profondità che è una conoscenza silenziosa. Non hai abbastanza energia per spiegarlo neanche a te stesso.

«L’uomo comune sa la stessa cosa dei suoi occhi, ma possiede ancor meno energia di te. Gli unici vantaggi che gli stregoni possono avere sugli uomini comuni è che hanno immagazzinato energia, e ciò equivale a un più preciso, più chiaro anello di collegamento con l’intento. Naturalmente vuol dire anche che possono ricordare a volontà, usando lo scintillìo degli occhi per spostare i loro punti d’unione.»

Don Juan smise di parlare e mi fissò. Io sentii con chiarezza che i suoi occhi mi guidavano, spingendo e tirando qualcosa di indefinito dentro di me. Non potevo staccarmi dal suo sguardo. La sua concentrazione era così intensa da provocarmi una sensazione fisica: mi sembrava di essere in una fornace. E, all’improvviso, mi stavo guardando dentro. Era una sensazione simile a un confuso sogno a occhi aperti, ma accompagnato da un’eccezionale consapevolezza di me e un’assenza di pensieri. Tremendamente consapevole, mi stavo guardando dentro, nel nulla.

Con uno sforzo titanico, mi strappai da tutto questo e mi alzai.
«Cosa mi hai fatto, don Juan?»
«Talvolta sei assolutamente insopportabile. Il tuo sciupìo è irritante. Il tuo punto

d’unione era proprio nella posizione più vantaggiosa per riportare alla mente tutto quello che avessi voluto, e cosa hai fatto? Hai lasciato andare tutto per chiedermi che cosa ti avevo fatto io!»

Rimase zitto per un attimo, poi sorrise e tornò a sedersi.

«Ma in fondo, l’essere seccante è la tua più grande dote» aggiunse. «E allora, perché dovrei lagnarmene?»

Scoppiammo tutti e due in una sonora risata. Era il nostro lessico familiare.

Anni prima, ero stato profondamente confuso e commosso dal grande impegno di don Juan, teso a salvarmi. Non riuscivo a immaginare perché mi dimostrasse tanta gentilezza. Era chiaro che nella sua esistenza non aveva affatto bisogno di me. Era ovvio che non stava facendo investimenti su di me. Ma avevo appreso, da dolorose esperienze di vita, che non c’era nulla di gratuito; il non riuscire a scorgere quale sarebbe stata la ricompensa di don Juan mi metteva molto a disagio.

Un giorno gli chiesi di punto in bianco, con accenti di gran cinismo, quale vantaggio traesse dalla mia frequentazione. Gli confessai che non ero riuscito a indovinarlo.

«Niente che tu possa capire» rispose lui.

La sua risposta mi irritò. In tono bellicoso gli dissi che non ero stupido e che poteva almeno tentare di spiegarmelo.

«Be’, diciamo allora che, benché saresti in grado di capirlo, non sarebbe certo di tuo gradimento» osservò, con il sorriso consueto di quando mi provocava. «Sai, a dire il vero io vorrei risparmiarti.»

Avevo abboccato, così insistetti perché mi spiegasse quel che voleva dire.

«Sei sicuro di voler sapere la verità?» mi chiese, sapendo che non avrei mai risposto di no, neanche a rischio della vita.

«Certo che voglio sapere cos’é che mi stai facendo ciondolare sotto il naso» feci, tagliente.

Cominciò a ridere, neanche gli avessi raccontato una barzelletta; più rideva, più mi seccavo.

«Non vedo cosa ci sia da ridere.»

«A volte non si dovrebbe toccare la verità di fondo» disse. «La verità di fondo è una gran pila di cose, una pietra angolare. Se noi guardiamo bene il blocco di base, i risultati potrebbero non piacerci. Io preferisco evitare che questo succeda.»

Rise di nuovo. I suoi occhi, scintillanti di malizia, parvero istigarmi ad approfondire l’argomento. Così insistetti ancora per sapere di cosa stava parlando. Cercai di sembrare calmo ma ostinato.

«D’accordo, se è questo che vuoi» disse con l’aria di chi è stato travolto dalla richiesta. «Prima di tutto, devo ricordarti che ciò che faccio per te è gratis. Non mi devi nulla. Con te sono stato impeccabile, lo sai. E sai anche che la mia impeccabilità con te non è un investimento. Non ti sto preparando perché ti prenda cura di me quando sarò troppo debole per badare a me stesso. Ma dalla nostra frequentazione ricavo qualcosa d’incalcolabile valore, una sorta di premio per aver trattato in modo impeccabile quel blocco di base che ho menzionato E quel che ricavo è proprio ciò che non capirai o non ti piacerà.»

Si fermò scrutandomi, con un diabolico scintillìo nello sguardo.
«Parlamene, don Juan!» esclamai, irritato con la sua tattica dilatoria.
«Voglio che ti sia ben chiaro che io ti sto raccontando tutto dietro tua insistenza»

precisò, sempre sorridendo.
Fece un’altra pausa. A quel punto ero furibondo.
«Se mi giudichi da come mi sono comportato con te, dovrai ammettere che sono

stato il massimo della pazienza e della perseveranza. Quello che tu non sai è che, a questo scopo, ho dovuto lottare per raggiungere l’impeccabilità come non avevo mai lottato prima. Per poter passare il tempo con te, ho dovuto trasformare me stesso quotidianamente, ponendomi freni con sforzi durissimi.»

Don Juan aveva ragione. Quello che mi aveva detto non mi era piaciuto. Cercai di non perdere la faccia e me ne uscii con una battuta sarcastica.

«Suvvia, don Juan, non sono poi così malvagio!»
La mia voce mi suonava stranamente innaturale.
«Sì, invece, che sei così malvagio» disse con espressione seria. «Sei meschino,

sprecone, testardo, opprimente, irascibile, presuntuoso. Sei musone, goffo e ingrato. Hai un’inesauribile tendenza all’autocommiserazione. Ma il difetto peggiore è che sei oltremodo vanaglorioso e non hai proprio nulla di cui vantarti.

«Con tutta sincerità, potrei affermare che la tua sola presenza mi fa vomitare.»

Volevo arrabbiarmi. Volevo protestare, lamentarmi perché non aveva il diritto di parlarmi così, ma non riuscii a profferir parola. Ero distrutto. Mi sentivo intontito.

La mia espressione, nell’udire quella fondamentale verità, dev’essere stata impagabile, tanto da far scoppiare don Juan in risate omeriche che, secondo me, rischiavano di farlo soffocare:

«Te l’avevo detto che non ti sarebbe piaciuto e non l’avresti capito. I motivi dei guerrieri sono molto semplici, ma la loro astuzia estrema. E’ raro che il guerriero abbia una genuina occasione di essere impeccabile nonostante i suoi sentimenti di fondo. Tu mi hai fornito questa opportunità così unica. L’atto di dare gratis e in modo

impeccabile mi ringiovanisce e rinnova la meraviglia. Quanto ottengo dalla nostra frequentazione è per me davvero di valore incalcolabile. Ti sono debitore.»

Guardandomi, aveva gli occhi lucidi, ma senza traccia di malizia.

Don Juan cominciò a spiegare quel che aveva fatto.

«Sono il nagual, ho spostato il tuo punto d’unione con lo scintillìo dei miei occhi» disse, come se niente fosse. «Gli occhi del nagual possono farlo. Non è difficile. Dopotutto, gli occhi di tutti gli esseri umani possono spostare il punto d’unione altrui, specie se hanno gli occhi focalizzati sull’intento. In condizioni normali, tuttavia, gli occhi della gente sono focalizzati sul mondo, in cerca di cibo… di riparo…»

Mi diede un colpo sulla spalla.
«In cerca di amore» aggiunse, e scoppiò in una gran risata.
Don Juan mi prendeva sempre in giro perché andavo “in cerca di amore”. Non

aveva dimenticato una risposta un po’ ingenua che gli avevo dato quando mi aveva chiesto cosa cercassi attivamente nella vita. Aveva tentato di portarmi ad ammettere di non avere una meta precisa, ed era scoppiato in una fragorosa risata quando avevo risposto che ero in cerca di amore.

«Un buon cacciatore ipnotizza la preda con gli occhi» proseguì. «Col suo sguardo sposta il punto d’unione della preda, ma continua ad avere gli occhi sul mondo, in cerca di cibo.»

Gli chiesi se gli stregoni potessero ipnotizzare la gente col loro sguardo. Ridacchiò, dicendo che quel che volevo sapere veramente era se potessi ipnotizzare le donne, nonostante i miei occhi fossero focalizzati sul mondo in cerca di amore. Serio, aggiunse che la valvola di sicurezza degli stregoni era che – una volta focalizzati gli occhi sull’intento non erano più interessati a ipnotizzare nessuno.

«Ma» continuò «perché gli stregoni possano usare lo scintillìo degli occhi per spostare il proprio punto d’unione o quello altrui, devono essere spietati. Cioè devono conoscere quella particolare posizione del punto d’unione detto il luogo della non pietà. Questo vale specialmente per i nagual.»

Raccontò che ogni nagual sviluppava un tipo di spietatezza particolare solo a lui. Prese il mio caso come esempio e disse che, per la mia instabile configurazione naturale, apparivo ai veggenti come una sfera di luminosità non composta da quattro globi compressi in uno – la struttura solita dei nagual – ma come una composta da solo tre globi compressi. Questa configurazione mi faceva automaticamente nascondere la mia spietatezza dietro una maschera d’indulgenza e di trascuratezza.

«I nagual sono molto fuorvianti» proseguì don Juan.

«Danno sempre l’impressione di essere quel che non sono, e lo fanno con tale perfezione che chiunque, perfino chi li conosce meglio, crede alla loro mascherata.»

«Io non capisco, don Juan, come tu possa affermare che io mi sia mascherato» protestai.

«Ti spacci per un tipo indulgente, calmo e rilassato. Dai l’impressione di essere generoso, di essere molto compassionevole. E tutti sono convinti della tua autenticità. Sarebbero disposti a giurare che sei proprio così.»

«Ma io sono così!»
Don Juan si piegò in due dal ridere.
La direzione che aveva preso la nostra conversazione non era di mio

gradimento. Volevo rimettere le cose a posto. Protestai con veemenza che ero sincero in tutto quello che facevo e lo sfidai a portarmi un esempio del contrario. Lui disse che io trattavo tutti forzatamente con ingiustificata generosità, dando a tutti la falsa impressione di apertura e disponibilità. Risposi che io avevo un carattere aperto. Rise ribattendo che, se fosse stato così, perché mai avrei dovuto chiedere, senza esprimermi con parole, alla gente con cui trattavo, di fare attenzione perché li stavo ingannando? Lo provava il fatto che quando non si accorgevano della mia tattica e prendevano per buona la mia pseudo-negligenza, io usavo con loro proprio quella fredda spietatezza che stavo cercando di mascherare.

I suoi commenti mi fecero piombare nella disperazione, perché non potevo controbattere. Rimasi zitto. Non volevo far vedere quanto fossi addolorato. Mi stavo chiedendo cosa avrei dovuto fare, quando lui si alzò e fece per allontanarsi. Lo fermai afferrandolo per la manica. Fu un gesto istintivo da parte mia che fece trasalire me e ridere lui. Si sedette di nuovo con un’espressione sorpresa.

«Non intendevo essere sgarbato» dissi «ma devo assolutamente saperne di più sull’argomento. Mi turba.»

«Fa’ muovere il tuo punto d’unione» sollecitò lui. «Abbiamo discusso in precedenza della spietatezza. Fattelo tornare in mente!»

Mi osservava sinceramente speranzoso, benché avesse visto che non riuscivo a ricordare nulla, e così continuò a parlare degli schemi di spietatezza dei nagual. Spiegò che il suo metodo consisteva nel sottoporre la gente a un turbine di obblighi e rifiuti, celati da finta comprensione e ragionevolezza.

«E tutte le spiegazioni che mi hai dato?» chiesi. «Non sono il risultato di una ragionevolezza genuina e del desiderio di aiutarmi a capire?»

«No» replicò. «Sono il risultato della mia spietatezza.» Sostenni con foga che il mio desiderio di capire era genuino. Mi diede una pacca sulla spalla spiegandomi che il mio desiderio di capire era genuino ma la mia generosità non lo era. Disse che i nagual mascheravano la propria spietatezza automaticamente, anche contro la loro stessa volontà.

Mentre ascoltavo la sua spiegazione provai in qualche angolo della memoria la strana sensazione di aver approfondito ampiamente, in un certo momento, il concetto di spietatezza.

«lo non sono un uomo razionale» continuò, guardandomi negli occhi. «Lo sembro soltanto perché la mia maschera è molto efficace. Quel che tu vedi come ragionevolezza è la mia mancanza di pietà, perché la spietatezza è questo: una totale assenza di pietà.

«Nel tuo caso, poiché tu mascheri la tua mancanza di pietà con la generosità, sembri sereno, aperto. Ma in realtà sei generoso come io sono ragionevole. Siamo tutti e due impostori. Abbiamo perfezionato l’arte di nascondere il fatto che non proviamo nessuna pietà.»

Affermò che la assoluta carenza di pietà del suo benefattore era nascosta dietro la facciata del buontempone tollerante, che non poteva fare a meno di prendersi gioco di tutti coloro con cui veniva in contatto.

«La maschera del mio benefattore era quella dell’uomo felice e beato, senza alcuna preoccupazione» continuò don Juan. «Ma sotto sotto, come tutti i nagual, era gelido come il vento del Nord.»

«Ma tu non sei freddo, don Juan!» protestai, sincero.

«Come no!» insisté lui. «E’ l’efficacia della mia maschera a darti l’impressione di calore.»

Continuò a spiegarmi che la maschera del nagual Elìas consisteva di una bizantina cura dei dettagli e di una grande accuratezza, che davano la falsa impressione di attenzione e compiutezza.

Prese a descrivermi il comportamento del nagual. Mentre parlava continuava a guardarmi. Forse perché mi osservava così attentamente, io non riuscivo a concentrarmi affatto su quanto andava dicendo. Feci un ultimo sforzo per raccogliere i miei pensieri.

Mi fissò un attimo e poi riprese a spiegare la spietatezza, ma io non avevo più bisogno della sua spiegazione. Gli dissi che avevo richiamato alla memoria quello che lui voleva: la prima volta che i miei occhi avevano scintillato. Nei primi tempi del mio apprendistato ero riuscito – da solo – a cambiare livello di consapevolezza. Il mio punto d’unione aveva raggiunto la posizione chiamata il luogo della non pietà.

Il luogo della non pietà

Don Juan mi disse che non c’era bisogno di parlare dei dettagli, almeno non in quel momento, perché le parole servivano solo a indurre al ricordo. Appena spostato il punto d’unione, si riviveva tutto quello che era trascorso. Mi disse anche che il miglior modo per assicurarsi il ricordo totale era passeggiare.

Così tutti e due ci alzammo e procedemmo lentamente e in silenzio, seguendo un sentiero montagnoso, finché non mi fu tornato in mente tutto.

Ci trovavamo con la macchina nei paraggi di Guaymas, nel Messico settentrionale, provenienti da Nogales in Arizona, quando mi accorsi chiaramente che don Juan non stava bene. Nell’ultima ora, o giù di lì, era stato insolitamente cupo e silenzioso. Non ci avevo fatto molto caso, ma ora all’improvviso il corpo gli si contrasse senza più controllo, il mento si piegò a toccare il petto come se i muscoli del collo non potessero più reggere il peso della testa.

«Ti è venuto il mal d’auto, don Juan?» gli domandai, subito preoccupato.
Non mi rispose. Respirava con la bocca.
Nella prima parte del nostro viaggio, che durava ormai da parecchie ore, era

stato bene. Avevamo chiacchierato di tutto. Quando ci eravamo fermati a far benzina a Santa Ana s’era stiracchiato allungando le braccia contro il tetto della macchina, per sciogliere i muscoli della spalla.

«Don Juan, cos’hai?»

Avevo i crampi allo stomaco per l’ansia. A testa in giù, lui bofonchiò di voler andare in un particolare ristorante e con voce esitante e strascicata mi diede precise istruzioni per arrivarci.

Parcheggiai in una strada laterale, a un isolato dal ristorante. Mentre aprivo la portiera dalla mia parte, egli rimase attaccato al mio braccio con presa ferrea. A fatica, con il mio aiuto, si trascinò fuori dalla macchina. Quando fu sul marciapiede, si attaccò alle mie spalle con tutt’e due le mani per raddrizzarsi. In un inquietante silenzio, strisciammo fino al fatiscente edificio dov’era il ristorante.

Don Juan s’appoggiava al mio braccio con tutto il suo peso. Aveva il respiro così affannato e tremava in modo così allarmante che mi prese il panico. Inciampai e dovetti appoggiarmi al muro per impedire che cadessimo tutti e due sul marciapiede. Ero talmente preoccupato da non riuscire a pensare. Gli guardai gli occhi. Erano opachi, privi dell’abituale scintillìo.

Entrammo goffamente nel ristorante e un solerte cameriere si precipitò verso di noi, quasi a un segnale, per aiutare don Juan.

«Come sta oggi?» gli urlò in un orecchio.

Praticamente lo portò di peso dalla porta al tavolo, lo fece sedere e poi scomparve.

«Ti conosce, don Juan?» gli chiesi quando ci fummo seduti.

Senza guardarmi, mormorò qualcosa di inintelligibile. Mi alzai e andai in cucina a cercare l’indaffarato cameriere.

«Lei conosce il vecchio che è con me?» gli domandai quando riuscii a bloccarlo.

«Certo che lo conosco!» esclamò con l’aria di chi ha a malapena la pazienza per rispondere a una sola domanda. «E il vecchio che soffre di apoplessia.»

Quella dichiarazione mi chiarì le cose. Capii allora che don Juan aveva avuto un leggero colpo apoplettico durante il viaggio. Non avrei potuto far nulla per evitarlo, ma mi sentii impotente e pieno di apprensione. La sensazione che il peggio non fosse ancora passato mi faceva star male.

Tornai al tavolo e mi sedetti in silenzio. All’improvviso arrivò il cameriere con due piatti di gamberetti e due grandi tazze di brodo di tartaruga. Pensai che il ristorante servisse solo gamberetti e brodo di tartaruga, oppure che don Juan mangiasse sempre le stesse cose quando ci veniva.

Il cameriere parlava a don Juan a voce così alta che lo si sentiva nonostante il cicaleccio dei clienti.

«Spero che tutto sia di suo gradimento!» urlò. «Se ha bisogno di me, deve solo alzare un braccio. Verrò immediatamente.»

Don Juan fece un cenno affermativo col capo e il cameriere se ne andò, dopo aver dato a don Juan un colpetto affettuoso sulla spalla.

Don Juan mangiò con voracità, sorridendo tra sé e sé di tanto in tanto. Io ero in una tale apprensione che il solo pensiero del cibo mi dava la nausea. Ma poi toccai una soglia di ansietà familiare e quanto più mi preoccupavo, tanto più mi veniva fame. Assaggiai il cibo e lo trovai incredibilmente squisito.

Dopo aver mangiato mi sentii un po’ meglio, ma la situazione non era cambiata, né la mia ansia diminuiva.

Quando don Juan ebbe finito di mangiare, alzò un braccio ritto sul capo. In un attimo il cameriere arrivò e mi porse il conto.

Pagai e lui aiutò don Juan ad alzarsi. Lo guidò sottobraccio fino all’uscita del locale, anzi fin sulla strada, salutandolo con grande effusione.

Ritornammo alla macchina, rifacendo lo stesso laborioso percorso dell’andata, con don Juan che si fermava a riprendere fiato ogni due passi, affannato, e sempre pesantemente appoggiato al mio braccio. Il cameriere rimase sulla soglia come per assicurarsi che non lo facessi cadere. Don Juan impiegò due o tre minuti per entrare in macchina.

«Dimmi, don Juan, cosa posso fare per aiutarti?» supplicai.

«Inverti la marcia» ordinò con un balbettìo che studiva a stento. «Voglio andare dall’altra parte della città, al magazzino. Anche lì mi conoscono. Sono miei amici.»

Gli dissi che non avevo idea di quale magazzino stesse parlando. Farfugliò qualcosa d’incoerente ed ebbe una crisi. Pestò i piedi sul fondo della macchina, fece il broncio e la saliva gli sgocciolò sulla camicia. Poi sembrò avere un attimo di lucidità.

Vederlo lottare per mettere ordine nei propri pensieri mi rese estremamente nervoso. Alla fine riusà a darmi le istruzioni per arrivare al magazzino.

Ero al massimo del disagio. Temevo che il colpo subìto da don Juan fosse più serio di quanto pensassi. Volevo liberarmi di lui, consegnarlo alla famiglia o ai suoi amici, ma non sapevo chi fossero. Non sapevo cos’altro fare. Feci un’inversione a U e guidai fino al magazzino, che a sentir lui si trovava all’altro capo della città.

Mi chiesi se non mi convenisse tornare al ristorante per chiedere al cameriere se lui conoscesse la famiglia di don Juan. Speravo che magari qualcuno al magazzino lo conoscesse. Più pensavo alla mia situazione, più mi facevo pena. Don Juan era finito. Avevo la tragica sensazione d’una grave perdita, della sorte avversa. Mi sarebbe mancato, ma il dolore per la sua perdita era cancellato dalla grande seccatura di averlo sul gobbo in quelle condizioni.

Guidai per un’ora circa, cercando il magazzino. Non riuscii a trovarlo. Don Juan riconobbe che poteva essersi sbagliato e il magazzino era forse in un’altra città. A quel punto ero distrutto dalla stanchezza e non sapevo proprio come andare avanti.

Nello stato di consapevolezza normale provavo sempre la strana sensazione di sapere sul suo conto più di quanto mi dicesse la ragione. Ora, con l’incombere del suo deterioramento mentale, ero certo, ma senza sapere perché, che i suoi amici lo stessero aspettando in qualche angolo del Messico, benché non sapessi dove.

La mia stanchezza non era solo fisica. Era un misto di preoccupazione e senso di colpa. Mi preoccupava vedermi accollato un debole vecchio che, per quel che ne sapevo io, poteva anche essere in pericolo di morte. E mi sentivo colpevole per la mia mancanza di lealtà nei suoi riguardi.

Parcheggiai la macchina sul lungomare. Don Juan impiegò quasi dieci minuti per uscire dall’auto. Ci avviammo a piedi verso l’oceano ma, mentre ci avvicinavamo, don Juan ebbe uno scarto, come un mulo, e rifiutò di proseguire. Mormorò che l’acqua della Baia di Guaymas lo terrorizzava.

Si girò e mi condusse verso la piazza principale: uno spiazzo polveroso dove non c’erano nemmeno le panchine. Don Juan si sedette sul cordolo del marciapiede. Passò un camion per la pulizia delle strade, con le spazzole che ruotavano ma senza spruzzare acqua. La nuvola di polvere mi fece tossire.

Ero così seccato dalla situazione che per un attimo mi passò per la mente l’idea di lasciarlo lì seduto. Provai vergogna di aver avuto un pensiero del genere e diedi delle pacche sulla schiena a don Juan.

«Devi sforzarti di indicarmi dove posso portarti» dissi piano. «Dove vuoi che vada?»

«Voglio che vada all’inferno!» replicò con voce stridula e irritante.

Sentendolo parlare così, ebbi il sospetto che don Juan non avesse avuto un colpo apoplettico ma qualche altro disturbo cerebrale che l’avesse fatto impazzire e diventare violento.

Si alzò di scatto, allontanandosi da me. Notai quanto apparisse fragile. Era invecchiato in poche ore. Il suo vigore naturale era scomparso e quello che vedevo davanti a me era un uomo terribilmente vecchio e debole.

Corsi a dargli un mano. Un’ondata di immensa pietà mi avvolse: mi vidi vecchio e debole, appena in grado di camminare. Era intollerabile. Stavo lì lì per piangere, non per don Juan ma per me stesso. Gli presi il braccio facendogli la silenziosa promessa che avrei badato a lui a qualsiasi costo.

Perduto in una fantasticheria di autocommiserazione, fui stordito da un ceffone in pieno viso. Prima che mi riavessi dalla sorpresa, don Juan mi colpì di nuovo alla nuca. Era ritto dinanzi a me, fremente di collera. Aveva la bocca semiaperta e tremava senza controllo.

«Chi sei?» urlò con voce innaturale.
Si volse verso un gruppetto di curiosi che stera subito formato.
«Non so chi sia quest’uomo» disse, rivolto a loro. «Aiutatemi. Sono un vecchio

indio solo. Lui è uno straniero e vuole uccidermi. Lo fanno, ai vecchi indigeni, li uccidono per divertirsi.»

Serpeggiò un mormorìo di disapprovazione. Parecchi robusti giovanotti mi guardavano minacciosi.

«Ma che vuoi fare, don Juan?» gli chiesi, a voce alta. Volevo assicurarti che lo conoscevo.

«Io non ti conosco!» gridò lui. «Lasciami in pace!»

Si rivolse alla folla chiedendo aiuto. Voleva che mi tenessero finché non fosse arrivata la polizia.

«Prendetelo!» insisteva. «Vi prego, qualcuno chiami le guardie. Loro sapranno cosa fare di questo tipo.»

Ebbi una visione d’un carcere messicano. Nessuno avrebbe saputo dov’ero finito. All’idea che sarebbero trascorsi mesi prima che qualcuno notasse la mia assenza, reagli con velocità diabolica. Diedi un calcio al primo giovanotto che mi si avvicinava e mi lanciai in una pazza fuga. Correvo per salvare la pelle. Numerosi giovani m’inseguivano.

Mentre mi precipitavo verso la strada principale, mi venne in mente che in una cittadina come Guaymas guardie che pattugliavano a piedi ce n’erano dovunque. Al momento non se ne vedevano e per evitare d’incontrarne una entrai nel primo negozio che trovai. Finsi di cercare delle curiosità locali.

I giovani che mi stavano dando la caccia proseguirono la loro corsa rumorosa. Io escogitai un rapido piano: comprare quante più cose potevo. Contavo d’esser preso per un turista dalla gente del negozio. Poi avrei chiesto a qualcuno di darmi una mano a portare tutti i pacchi in macchina.

Mi ci volle un bel po’ a scegliere quel che volevo. Diedi una mancia a un ragazzo del negozio perché mi aiutasse con i pacchi ma, avvicinandomi alla macchina, notai che don Juan era ritto accanto alla vettura, ancora circondato dalla gente. Stava parlando con un poliziotto che prendeva appunti.

Tutto inutile. Il mio piano era saltato. Non c’era modo di arrivare alla macchina. Dissi al ragazzo di posare i miei pacchi sul marciapiede, aggiungendo che un mio amico sarebbe passato di lì a poco per portarmi in albergo. Il ragazzo mi lasciò e io rimasi nascosto dietro i pacchi che tenevo davanti al viso, coperto alla vista di don Juan e di chi lo circondava.

Scorsi il poliziotto che controllava la mia targa californiana. Ciò mi convinse che ero definitivamente spacciato. L’accusa del vecchio pazzo era troppo pesante, e il fatto che mi fossi dato alla fuga avrebbe aggravato la mia colpa agli occhi di qualsiasi poliziotto. Inoltre, avrei scommesso che, pur di arrestare un turista, un poliziotto sarebbe passato sopra alla verità.

Per circa un’ora rimasi nel vano d’una porta. Il poliziotto se ne andò, ma i curiosi restarono intorno a don Juan che urlava agitando le braccia come uno spiritato. Ero troppo lontano per sentire quello che diceva, ma potevo facilmente immaginare il succo delle sua grida rapide e nervose.

Avevo un disperato bisogno di un altro piano. Pensai di registrarmi in un albergo aspettando un paio di giorni prima di avventurarmi a prendere la macchina. Pensai di tornare al negozio e farmi chiamare un taxi, ma non avevo mai preso un taxi a Guaymas e non sapevo se ce ne fossero. Il mio piano morì sul nascere al pensiero che, se la polizia locale fosse stata appena competente e avesse preso sul serio le denunce di don Juan, avrebbe controllato gli alberghi. Forse quel poliziotto era andato via proprio per questo.

Un’altra alternativa che mi passò per la mente fu di andare alla stazione degli autobus e salire su uno diretto a una qualsiasi città sul confine. O su uno che andasse in una direzione qualunque. Ma abbandonai immediatamente quell’idea: ero certo che don Juan avesse dato il mio nome al poliziotto e probabilmente la centrale aveva allertato le compagnie degli autobus.

La mia mente sprofondò nel panico più totale. Feci respiri brevi e rapidi per calmare i nervi.

Notai allora che il capannello intorno a don Juan cominciava a disperdersi. La guardia tornò con un collega e tutti e due si allontanarono, camminando lentamente verso la fine della strada. In quel momento provai un improvviso stimolo incontrollabile, come se il corpo mi si fosse staccato dal cervello. Mi avvicinai alla macchina con tutti i miei pacchi. Senza la minima traccia di paura o preoccupazione, aprii il baule, vi misi dentro i pacchi e poi aprii la portiera dalla parte del volante. Don Juan era accanto alla macchina, sul marciapiede, e mi guardava, distratto. Lo fissai con una freddezza che prima non conoscevo. Non avevo mai provato un sentimento simile in tutta la mia vita. Non era odio, quello che provavo, neanche ira. Non ero neppure seccato con lui. Quello che provavo non era nemmeno rassegnazione o pazienza. Era piuttosto una gelida indifferenza, una terribile mancanza di pietà. In quell’istante non m’importava assolutamente nulla di quanto poteva accadere a don Juan o a me stesso.

Don Juan si diede una scrollata, come fa un cane dopo una nuotata per togliersi l’acqua di dosso. Allora, quasi che tutto fosse stato un brutto sogno, divenne di nuovo l’uomo che conoscevo. Rivoltò rapido la giacca che era double, nera da un lato e beige dall’altro. Ora l’indossava dal lato nero. Gettò il cappello di paglia nella macchina e si pettinò con cura. Tirò fuori il colletto della camicia su quello della giacca, acquistando subito un’aria più giovane. Senza dire una parola, mi aiutò a mettere il resto dei pacchi nella macchina.

Quando le due guardie tornarono di corsa verso di noi, suonando i fischietti, attirati dal rumore degli sportelli prima aperti e poi richiusi, don Juan si precipitò loro incontro molto agilmente. Li ascoltò con attenzione, assicurando loro che non avevano di che preoccuparsi. Spiegò che dovevano essersi imbattuti in suo padre, un vecchio indio pieno di acciacchi che soffriva di disturbi mentali. Mentre parlava, apriva e chiudeva le portiere, come se stesse controllando le serrature. Spostò i pacchi dal baule al sedile posteriore. La sua agilità, la sua forza giovanile erano l’opposto dei movimenti del vecchio di alcuni minuti prima. Sapevo che stava recitando a beneficio del poliziotto che lo aveva visto prima. Se fossi stato lui, non avrei avuto dubbi che chi mi stava davanti in quel momento era il figlio di quel vecchio indio un po’ suonato.

Don Juan diede loro il nome del ristorante dove suo padre era conosciuto e poi, spudoratamente, li pagò.

Io non mi curai di dire nulla ai poliziotti. Qualcosa mi faceva sentire duro, freddo, efficiente, di poche parole.

Salimmo in macchina in silenzio. Le guardie non tentarono di chiedermi niente. Sembravano troppo stanche per farlo. Partimmo.

«Che scena hai messo su, don Juan?» gli chiesi, e mi sorprese la freddezza del mio tono.

«Era la prima lezione di spietatezza» rispose.

Mi fece notare che mentre ci dirigevamo verso Guaymas mi aveva avvisato dell’approssimarsi delle lezioni di spietatezza.

Ammisi che non avevo prestato troppa attenzione perché avevo pensato si trattasse di una normale conversazione per rompere la monotonia del viaggio.

«Non parlo mai solo per fare conversazione» replicò con accenti severi. «Dovresti saperlo, ormai. Quanto ho fatto questo pomeriggio, l’ho fatto per creare la situazione più adatta a farti spostare il punto d’unione nella posizione precisa in cui la pietà scompare, nota come il luogo della non pietà.

«Il problema che i nagual devono risolvere» proseguì «é che il luogo della non pietà dev’essere raggiunto col minimo d’aiuto. Lo stregone prepara la scena, ma è l’apprendista a far muovere il punto d’unione.

«Oggi tu l’hai fatto. Io ti ho aiutato, forse un po’ troppo teatralmente, spostando il mio punto d’unione in una posizione particolare che mi rendeva un vecchio debole e imprevedibile. Non stavo solo recitando la parte del fragile vecchietto, lo ero veramente.»

Il malizioso scintillìo del suo sguardo mi diceva che stava divertendosi un mondo.

«Non che fosse proprio necessario agire in quel modo» continuò. «Avrei potuto darti istruzioni su come spostare il tuo punto d’unione senza infierire, ma non ho saputo resistere. Poiché un simile evento non si sarebbe ripetuto un’altra volta, volevo sapere se ero in grado o no di agire, in una certa misura, come il mio benefattore. Credimi, ho sorpreso me stesso almeno quanto devo aver sorpreso te.»

Mi sentivo incredibilmente a mio agio. Non avevo problemi ad accettare quel che andava dicendomi, e senza porre domande, perché capivo tutto senza bisogno delle sue spiegazioni.

Poi lui menzionò qualcosa che io sapevo già ma non riuscivo a esprimere a parole perché non sarei stato in grado di trovare quelle più appropriate a descriverlo. Disse che tutto ciò che i nagual facevano era una conseguenza del movimento dei loro punti d’unione e che quei movimenti erano regolati dalla quantità di energia che gli stregoni avevano a loro disposizione.

Accennai a don Juan che sapevo tutto ciò e molto di più. Egli mi fece notare che in ogni essere umano c’è un gigantesco e oscuro lago di conoscenza silenziosa che ognuno di noi può intuire. Mi disse che io potevo intuire forse con un briciolo di chiarezza in più dell’uomo comune, per il mio coinvolgimento nella via del guerriero. Poi aggiunse che gli stregoni erano gli unici sulla terra ad andare deliberatamente oltre il livello intuitivo, esercitandosi a fare due cose trascendentali: primo, concepire l’esistenza del punto d’unione, secondo, far muovere il punto d’unione.

Sottolineò più volte che la conoscenza più sofisticata in possesso degli stregoni era quella del nostro potenziale come esseri percettivi, e che il contenuto della percezione dipendeva dalla posizione del punto d’unione.

A quel punto io cominciai a provare una difficoltà unica a concentrarmi su quello che lui stava dicendo, non perché fossi distratto o stanco, ma perché la mia mente aveva cominciato per proprio conto ad anticipare le sue parole. Era come se una sconosciuta parte del mio io fosse dentro di me, cercando invano di trovare le parole giuste per dar voce a un pensiero.

Mentre don Juan parlava, io potevo prevedere come avrebbe espresso i miei taciti pensieri. Ero emozionato nel notare che la sua scelta di parole era sempre migliore di quella che sarebbe stata la mia. Ma anticipare le sue parole diminuiva anche la mia concentrazione.

Di scatto mi fermai su un lato della strada. E proprio lì, per la prima volta in vita mia, ebbi netta la visione del dualismo che era in me. Nel mio essere si trovavano due parti, ovviamente separate. Una era estremamente vecchia, disinvolta, indifferente; era pesante, oscura e collegata a tutto. Si godeva le cose senza aspettarsi nulla. L’altra parte di me era leggera, nuova, vaporosa, agitata. Era nervosa, veloce. Le importava di sé perché era insicura e non si godeva nulla semplicemente perché le mancava la capacità di collegarsi a qualcosa. Era sola, vulnerabile in superficie. Era la parte con cui io guardavo il mondo.

Deliberatamente guardai intorno con quella parte. Dovunque guardassi vedevo grandi estensioni di terreno coltivato. E l’insicura, vaporosa e interessata parte di me si trovò combattuta fra l’orgoglio per l’operosità dell’uomo e la tristezza alla vista del vecchio stupendo deserto di Sonora trasformato in un’ordinata serie di solchi e di piante addomesticate.

La parte di me vecchia, oscura e pesante non era interessata e le due parti accesero un dibattito: la parte vaporosa voleva che la parte pesante prendesse interesse, mentre la parte pesante voleva che l’altra smettesse di preoccuparsi e se la godesse.

«Perché ti sei fermato?» chiese don Juan.

La sua voce produsse una reazione, ma sarebbe inesatto dire che fui io a reagire. Il suono della sua voce sembrò solidificare la parte vaporosa e d’improvviso fui di nuovo riconoscibile nel mio aspetto.

Descrissi a don Juan come avessi appena avuta la concreta manifestazione del mio dualismo. Mentre iniziavo a spiegarla in termini della posizione del punto d’unione, perdetti la solidità. La parte vaporosa ridiventò come era stata quando avevo notato per la prima volta il mio dualismo, e di nuovo seppi quel che don Juan stava spiegando.

Egli diceva che quando il punto d’unione si muove e raggiunge il luogo della non pietà, la posizione della razionalità e del senso pratico s’indebolisce. La sensazione d’una parte più vecchia, oscura e silenziosa era una visione degli antecedenti della ragione.

«So esattamente quello che stai dicendo. So moltissime cose, ma non riesco a parlare di quello che so. Non so come cominciare.»

«Te ne ho già accennato» ribatté lui. «Quello che stai sperimentando e chiami dualismo è la visione che hai da una posizione diversa dal tuo punto d’unione. Da quella posizione tu puoi sentire la parte più vecchia dell’uomo, e ciò che la parte più vecchia dell’uomo conosce si chiama conoscenza silenziosa. E’ una conoscenza che tu non puoi ancora esprimere con parole.»

«Perché no?»

«In quanto, per darle voce, è necessario che tu abbia e usi una smisurata quantità d’energia» rispose. «In questo momento non hai tanta energia da sprecare.

«La conoscenza silenziosa è qualcosa che noi tutti abbiamo» proseguì. «E’ qualcosa che ha completa padronanza di tutto e sa tutto. Ma non può pensare, e perciò non può parlare di quello che sa.

«Gli sciamani credono che quando l’uomo s’accorse di sapere, e volle essere consapevole di quanto conosceva, perse la visione di quel che conosceva. Questa conoscenza silenziosa, che tu non riesci a descrivere, non è altro che l’intento, naturalmente – lo spirito, l’astratto. L’errore dell’uomo stava nel volerlo conoscere direttamente, nello stesso modo in cui conosceva la vita di tutti i giorni. Quanto più lui voleva, tanto più la cosa diventava effimera.»

«Ma don Juan, cosa vuol dire tutto questo in parole povere?» domandai.

«Vuol dire che l’uomo rinunciò alla conoscenza silenziosa per il mondo della ragione» replicò. «Più egli s’attacca al mondo della ragione, più effimero diviene l’intento.»

Avviai la macchina e proseguimmo il viaggio in silenzio. Don Juan non cercò di darmi indicazioni sulla via da seguire o su come guidare, come spesso faceva per esasperare la mia presunzione. Non avevo le idee chiare sulla meta del viaggio, eppure qualcosa dentro di me sapeva. Lasciai che quella parte prendesse il sopravvento.

A tarda notte arrivammo alla grande casa che il gruppo degli stregoni al seguito di don Juan possedeva in una zona rurale dello Stato di Sinaloa, nel Messico nord-

occidentale. Mi sembrava che il viaggio fosse stato brevissimo. Non riuscivo a ricordarmene i particolari, tutto quel che sapevo era che non avevamo parlato.

La casa sembrava vuota. Non c’era alcun segno che fosse abitata. Sapevo tuttavia che c’erano gli amici di don Juan. Potevo sentirne la presenza senza bisogno di dover davvero vederli.

Don Juan accese alcune lampade a cherosene e ci sedemmo a un solido tavolo. Sembrava che don Juan stesse preparandosi a mangiare. Mi chiedevo cosa dire o fare, quando una donna entrò silenziosamente e posò un grande piatto di cibarie sul tavolo. Non mi aspettavo il suo arrivo e quando lei sbucò dal buio nella luce, come se si fosse materializzata dal nulla, involontariamente restai senza fiato.

«Non aver paura, sono Carmela» disse lei, e scomparve, di nuovo ingoiata dal buio.

Ero rimasto con la bocca aperta a metà grido. Don Juan rise così fragorosamente che tutti nella casa, pensai, dovevano averlo sentito. M’aspettavo che venissero, ma non comparve nessuno.

Cercai di mangiare, ma non avevo fame. Cominciai a pensare alla donna. Non la conoscevo. Cioè, l’avrei saputa identificare all’incirca, ma non riuscivo a tirar fuori il ricordo di lei dalla nebbia che oscurava i miei pensieri. Lottai per schiarirmi la mente, ma sentii che ciò richiedeva troppa energia e vi rinunciai.

Non appena ebbi smesso di pensare a lei, cominciai a sentirmi stordito da una strana ansia. Sulle prime credetti che la cupa casa massiccia e il silenzio che la circondava fossero deprimenti. A quel punto la mia ansia aveva raggiunto proporzioni incredibili, subito dopo aver sentito il debole abbaiare di cani in lontananza. Per un attimo pensai che il corpo stesse per scoppiarmi. Don Juan intervenne rapido. Si precipitò dov’ero seduto io e mi batté sulla schiena fino a farla crocchiare. La pressione sul dorso mi diede immediato sollievo.

Quando mi fui calmato, mi accorsi che, con l’ansia che mi aveva divorato, avevo perso la nitida sensazione di sapere tutto. Non potevo più anticipare come si sarebbe espresso don Juan per dare voce a quello che io già sapevo.

Don Juan cominciò allora una spiegazione davvero strana.

Prima disse che l’origine dell’ansia che stera impadronita di me con la rapidità del fuoco stava nell’improvviso spostamento del mio punto d’unione provocato dall’inattesa apparizione di Carmela e dall’inevitabile sforzo per spostare il punto d’unione in una posizione da cui poterla identificare completamente.

Mi consigliò di abituarmi ad attacchi ricorrenti dello stesso tipo d’ansia, perché il mio punto d’unione avrebbe continuato a muoversi.

«Ogni movimento del punto d’unione somiglia alla morte. Tutti i nostri collegamenti interni vengono staccati e poi riattaccati di nuovo a una fonte di potere ancora maggiore. Quell’amplificazione di energia si sente come un’ansia straziante.»

«Che cosa devo fare quando accade tutto questo?» domandai.

«Nulla» rispose. «Solo aspettare. L’esplosione di energia passerà. Sarebbe rischioso non sapere quel che ti succede, ma una volta che lo sai, un vero pericolo non esiste.»

Poi parlò dell’uomo dei tempi passati. Disse che l’uomo antico sapeva, nel modo più diretto, cosa fare e come farlo nel migliore dei modi. Ma, poiché agiva così bene, cominciò a sviluppare un senso di solipsismo che gli diede la sensazione di poter predire e programmare le azioni che era solito fare. E così comparve l’idea di un “sé” individuale; un sé individuale che cominciò a dettare la natura e la portata delle azioni dell’uomo.

Man mano che la sensazione di un sé individuale diventava più forte, l’uomo perdette la sua naturale connessione con la conoscenza silenziosa. L’uomo moderno, erede di quello sviluppo, si trova perciò senza più speranze, talmente staccato dalla fonte di ogni cosa da non poter far altro che esprimere la propria disperazione in atti cinici e violenti di autodistruzione. Don Juan asseriva che il cinismo e la disperazione dell’uomo scaturivano da quel poco di conoscenza silenziosa che gli era rimasta e che provocava due cose: dava all’uomo un saggio di quel che in antico era il suo legame con la fonte di ogni cosa, e poi gli faceva sentire che per lui non c’era speranza di pace, di soddisfazione, di successo senza quel legame.

Pensavo di aver colto don Juan in contraddizione. Gli feci notare come una volta mi avesse detto che la guerra era lo stato naturale per un guerriero, e la pace un’anomalia.

«E’ esatto» riconobbe. «Ma per un guerriero, la guerra non vuol dire atti di stupidità individuale o collettiva, o di violenza gratuita. Per un guerriero, la guerra è la lotta totale contro quel sé individuale che ha privato l’uomo del proprio potere.»

Don Juan disse che era tempo di approfondire l’analisi della spietatezza – la base fondamentale più importante nella stregoneria. Mi spiegò che gli sciamani avevano scoperto che ogni movimento del punto d’unione corrispondeva a un moto di distacco dall’eccessivo interesse per quel sé individuale che era il marchio dell’uomo moderno. Proseguì dicendo che gli stregoni credevano che fosse la posizione del punto d’unione a fare dell’uomo moderno un egoista omicida, un essere totalmente assorbito dalla narcisistica immagine di sé. Perduta la speranza di poter mai tornare alla fonte di ogni cosa, l’uomo cercava consolazione nel suo solipsismo. E, facendo questo, riusciva a fissare il suo punto d’unione nella posizione giusta per perpetuare l’immagine di sé. Si poteva perciò affermare con sicurezza che ogni spostamento del punto d’unione dalla sua posizione abituale corrispondeva a uno spostamento dal riflesso di sé dell’uomo e dalla concomitante presunzione.

Don Juan descrisse la presunzione come la forza generata dall’immagine di sé dell’uomo. Ripeté più volte che è quella forza a tenere fissato il punto d’unione nella posizione attuale. Per questo motivo l’ambizione unica di chi si comporta da guerriero è detronizzare la presunzione. E ogni azione degli sciamani è tesa a conseguire questo scopo.

Mi spiegò che gli stregoni avevano strappato la maschera alla presunzione scoprendo che in realtà si trattava di autocommiserazione vestita con panni altrui.

«Non sembra possibile, ma è proprio così» affermò. «L’autocommiserazione è la vera nemica, la fonte di tutte le sventure dell’uomo. Senza una certa pietà per se stesso, l’uomo non potrebbe permettersi di essere presuntuoso com’é. Tuttavia, una volta ingranata, la forza della presunzione sviluppa il proprio slancio. Ed è questa

natura all’apparenza così indipendente della presunzione a darle la falsa impressione di pregio.»

La sua spiegazione, che in condizioni normali avrei trovato incomprensibile, mi sembrò del tutto convincente, ma per la dualità che ancora persisteva in me mi parve un po’ semplicistica. Sembrava che don Juan avesse diretto pensieri e parole verso un bersaglio ben preciso. E quel bersaglio ero io, nello stato di consapevolezza normale.

Egli proseguì nella sua spiegazione, dicendo che gli stregoni sono assolutamente convinti che spostando il nostro punto d’unione dalla posizione abituale raggiungiamo una condizione che potrebbe definirsi di spietatezza. Gli stregoni sapevano, tramite le loro pratiche, che, non appena si sposta il punto d’unione, crolla la presunzione. Senza la posizione abituale dei punti d’unione, l’immagine di sé non può più essere sostenuta. E senza la pesante enfasi su quell’immagine di sé, si perde l’autocommiserazione e con essa la presunzione Hanno quindi ragione gli stregoni a dire che la presunzione non è che autocommiserazione travestita.

Poi prese in esame la mia esperienza di quel pomeriggio, analizzandola un passo dopo l’altro. Dichiarò che un nagual, nelle sue funzioni di capo o di maestro, deve comportarsi nel modo più efficiente e al tempo stesso più impeccabile. Poiché non gli è possibile pianificare razionalmente il corso delle sue azioni, il nagual lascia sempre che lo spirito decida il proprio corso. Per esempio, mi disse che non aveva preparato alcun piano d’azione fino a quando lo spirito non gli diede l’indicazione nelle prime ore del mattino, mentre facevamo colazione a Nogales. Mi esortò a richiamare alla memoria quanto era accaduto e a dirgli cosa riuscivo a ricordare.

Mi ricordavo che durante la colazione avevo provato un grande imbarazzo perché don Juan s’era preso gioco di me.

«Pensa alla cameriera» m’incitò don Juan.
«Di lei ricordo solo che fu villana» dissi.
«Ma che cosa fece?» insisté lui. «Che cosa fece mentre aspettava le nostre

ordinazioni?»
Dopo un attimo di pausa, ricordai che s’era trattato di una giovane

dall’espressione dura che mi aveva lanciato il menù e se n’era rimasta lì impalata, quasi sfiorandomi, chiedendomi senza profferir verbo di sbrigarmi a ordinare.

Mentre aspettava, battendo con impazienza il suo piedone sul pavimento, si era tirati su i lunghi capelli neri al sommo del capo, fermandoli con delle forcine. Il cambiamento era stato notevole, sembrava più attraente, più matura. Fui davvero conquistato dalla sua metamorfosi, grazie alla quale passai perfino sopra alle sue pessime maniere.

«Quello era il segno» disse don Juan. «Durezza e trasformazione furono le indicazioni dello spirito.»

Affermò che la sua prima azione della giornata, come nagual, consisteva nel farmi conoscere le sue intenzioni. A quello scopo mi informò in termini molto chiari, anche se con modi subdoli, che stava per darmi una lezione di spietatezza.

«Ricordi adesso?» mi domandò. «Parlai con la cameriera e con la vecchia signora del tavolo accanto.»

Così guidato da lui mi ricordai che don Juan aveva praticamente flirtato con la vecchia signora e la cameriera screanzata. Aveva chiacchierato a lungo con loro mentre io mangiavo facendo battute sceme sugli illeciti e le corruzioni del governo e raccontando barzellette sui contadini che vanno in città. Poi avevo chiesto alla cameriera se fosse americana. Lei aveva risposto di no, ridendo. Don Juan aveva detto che andava benissimo, perché io ero un amerindio messicano in cerca d’amore e, visto che c’ero, avrei potuto cominciare subito, dopo aver consumato una colazione tanto succulenta.

Le donne avevano riso. Pensai che ridessero per il mio imbarazzo. Don Juan, tutto serio, spiegò che ero venuto in Messico per cercare moglie. Chiese loro se conoscessero una ragazza seria, modesta e casta che volesse maritarsi, e che non guardasse per il sottile sulla bellezza dello sposo. Asseriva di parlare a mio nome.

Le donne continuavano a farsi grandi risate. Io ero sinceramente mortificato. Don Juan si rivolse alla cameriera, chiedendole se volesse sposarmi. Lei rispose di essere già fidanzata. Mi sembrava che lei stesse prendendo sul serio le parole di don Juan.

«Perché non lascia parlare lui?» chiese a don Juan la vecchia signora.
«Perché ha un disturbo del linguaggio. E’ molto balbuziente.»
La cameriera fece notare che avevo parlato in modo normale quando avevo fatto

l’ordinazione.
«Oh, che attenta osservatrice!» esclamò don Juan. «Lui riesce a parlare come gli

altri solo quando ordina da mangiare. Gli ho detto tante volte che se vuole imparare a esprimersi normalmente deve essere spietato. L’ho portato qui per dargli alcune lezioni di spietatezza.»

«Poveretto!» disse la signora anziana.

«Be’, faremmo bene ad avviarci se vogliamo trovargli l’amore oggi» fece don Juan, alzandosi e preparandosi ad andarsene.

«Dice sul serio, a proposito del matrimonio?» chiese la giovane cameriera a don Juan.

«Ci può scommettere» rispose lui. «Voglio aiutarlo a trovare quel che fa al caso suo, in modo che possa varcare il confine per andare nel luogo della non pietà.»

Ritenni che don Juan stesse chiamando luogo della non pietà il matrimonio o gli Stati Uniti. Risi per la metafora e per un attimo balbettai terribilmente, spaventando le donne e provocando le risa isteriche di don Juan.

«Era imperativo che io ti manifestassi allora le mie intenzioni» disse don Juan continuando la sua spiegazione. «Lo feci, ma tu, secondo copione, non vi prestasti la minima attenzione.»

Spiegò che dal momento in cui lo spirito si era manifestato, ogni passo fu portato a compimento con estrema facilità. Il mio punto d’unione raggiunse il luogo della non pietà quando, per lo shock della sua trasformazione, fu costretto ad abbandonare il luogo abituale del riflesso di sé.

«La posizione del riflesso di sé» proseguì don Juan «costringe il punto d’unione a mettere insieme un mondo di finta compassione, ma di crudeltà ed egocentrismo fin

troppo reali. In quel modo i soli sentimenti reali sono quelli che convengono a chi li prova.

«Per uno stregone, la spietatezza non è crudeltà. La spietatezza è l’opposto dell’autocommiserazione o della presunzione. La spietatezza è sobrietà.»

V
Le esigenze dell’intento

Infrangere lo specchio del riflesso di sé

Passammo la notte nel luogo dove avevo richiamato alla mente la mia esperienza a Guaymas. Durante la notte, poiché il mio punto d’unione era arrendevole, don Juan mi aiutò a raggiungere nuove posizioni che immediatamente si trasformavano in non-memorie sfocate.

Il giorno dopo ero incapace di ricordare quello che era successo o quanto avevo percepito; ciononostante provavo l’acuta sensazione di avere avuto esperienze bizzarre. Don Juan, pur rifiutando di darmi il minimo cenno su quel che avevo fatto, ammise che il mio punto d’unione s’era spostato più di quanto non avesse sperato. L’unico suo commento era stato che forse un giorno avrei rammentato tutto.

Verso mezzogiorno riprendemmo la nostra scalata verso la vetta. Camminammo in silenzio e senza fermarci fino al tardo pomeriggio. Mentre superavamo lentamente una cresta montagnosa abbastanza ripida, don Juan all’improvviso parlò. Non capii nulla di quanto andava dicendo. Lui lo ripeté finché non mi accorsi che voleva fermarsi su un’ampia cornice, visibile dal punto dov’eravamo. Mi stava spiegando che lì saremmo stati al riparo dal vento, grazie ai massi tondeggianti e ai folti e grandi cespugli.

«Secondo te, qual è il punto migliore della cornice per starci seduti tutta la notte?» mi domandò.

Un po’ prima, mentre salivamo, avevo notato quella cornice, che si scorgeva appena. Sembrava una macchia scura sul fronte della montagna. Avevo capito cos’era a una rapida occhiata. Ora che don Juan chiedeva il mio parere, individuai una macchia d’oscurità ancora maggiore, quasi nera, nella parte più a sud della cornice. La cupa cornice e quella parte quasi nera al suo interno non mi davano alcuna sensazione di paura o d’ansia. Sentivo che quella cornice mi piaceva. E ancor di più mi piaceva la sua parte oscura.

«Quel punto laggiù è molto oscuro ma mi piace» dissi, quando raggiungemmo la cornice.

Fu d’accordo con me che era quello il punto migliore per passarci la notte seduti. Aggiunse che era un posto con uno speciale livello d’energia e che anche a lui piaceva molto la sua gradevole oscurità.

Ci dirigemmo verso alcune rocce sporgenti. Don Juan liberò la zona accanto ai massi tondeggianti e ci sedemmo appoggiandovi le spalle contro.

Gli dissi che da un lato ritenevo fosse stata una fortunata casualità l’aver scelto proprio quel luogo, ma dall’altro non potevo ignorare d’averlo scorto con i miei occhi.

«Non direi che tu l’abbia visto solo con gli occhi. E’ stato appena un po’ più complicato.»

«Che vuoi dire con ciò, don Juan?»

«Voglio dire che tu hai possibilità di cui non ti rendi ancora conto» replicò. «Poiché sei piuttosto sbadato, puoi pensare che tutto quello che scorgi è semplicemente comune percezione sensoriale.»

Disse che se dubitavo delle sue parole, lui mi sfidava a scendere di nuovo ai piedi della montagna per confermare quel che lui mi stava dicendo. Prevedeva che mi sarebbe stato impossibile vedere il costone scuro solo guardandolo.

Dichiarai con veemenza che non avevo alcun motivo di dubitare di quel che diceva, e non sarei sceso dalla montagna.

Lui insisté perché tornassimo a valle. Pensai che lo facesse solo per prendermi in giro, ma mi innervosii quando mi venne in mente che forse parlava sul serio. Scoppiò in una risata tanto fragorosa da togliergli il fiato.

Osservò che tutti gli animali sapevano individuare le zone con livelli speciali di energia che si trovavano nei pressi. La maggior parte degli animali ne era spaventata e le evitava, a eccezione del puma e del coyote che si sdraiavano a riposare e perfino a dormire, quando capitavano in zone del genere. Però solo gli sciamani cercavano deliberatamente quei posti per gli effetti che avevano.

Gli chiesi quali fossero questi effetti, e lui mi spiegò che da essi emanavano impercettibili cariche di energia rinvigorente. Aggiunse che gli uomini comuni che vivevano in ambienti naturali potevano trovare quelle zone anche se rimanevano inconsapevoli di averle trovate e non s’accorgevano dei loro effetti.

«Come fanno a sapere di averle trovate?» chiesi.

«Non lo sanno mai» rispose. «Gli sciamani che osservano chi cammina per i sentieri, notano subito che si stancano e si fermano sempre proprio sul punto dov’è presente un livello positivo di energia. Mentre, se attraversano un’area con un flusso di energia dannoso, diventano tesi e precipitosi. Se gli chiedi perché si comportano così, ti risponderanno che hanno attraversato quella zona a precipizio perché si sentivano pieni di energia. Nella realtà è l’opposto – l’unico luogo che fornisce loro energia è quello in cui si sentono stanchi.»

Disse che i nagual sono in grado di individuare queste zone perché ricevono in tutto il corpo piccole scariche di energia quando sono nei paraggi. L’accresciuta energia derivata dalla riduzione del riflesso di sé dà ai loro sensi un più ampio raggio di percezione.

«Ho cercato di farti capire che l’unica via d’azione proficua, sia per gli sciamani sia per l’uomo comune, sta nel limitare il proprio coinvolgimento all’immagine di sé» continuò. «Il nagual e i suoi discepoli mirano a infrangere lo specchio del riflesso di sé.»

Aggiunse che ogni apprendista era un caso a sé e che il nagual doveva lasciare che lo spirito decidesse sui dettagli.

«Ognuno di noi ha un diverso grado di attaccamento al riflesso di sé» continuò. «E quell’attaccamento si sente come un bisogno. Per esempio, prima che io percorressi il cammino della conoscenza, la mia vita era un bisogno senza fine. E

anni dopo che il nagual Julian mi aveva preso sotto la sua ala protettrice, sentivo ancora tutti quei bisogni, anzi, di più.

«Ma ci sono esempi di persone, stregoni o gente comune, che non hanno bisogno di nessuno. Traggono la pace, l’armonia, l’allegria, la conoscenza direttamente dallo spirito. Non hanno bisogno di intermediari, loro. Per te e per me è diverso. Sono io il tuo intermediario e il nagual Julian era il mio. Gli intermediari, oltre a fornire un minimo di occasione – la consapevolezza dell’intento – aiutano a infrangere gli specchi del riflesso di sé.

«L’unico aiuto concreto che tu ricevi da me è che io attacco il tuo riflesso di sé. Se non fosse per quello, staresti sprecando il tuo tempo. E’ questo l’unico vero aiuto che hai mai ricevuto da me.»

«Don Juan, nella mia vita tu mi hai insegnato più di chiunque altro» protestai.

«Ti ho insegnato ogni genere di cose per intrappolare la tua attenzione. Ma tu potresti giurare che quegli insegnamenti sono stati la parte più importante. Non è così. L’apprendimento conta pochissimo. Quello che conta davvero, insistono gli stregoni, è spostare il punto d’unione. E quello spostamento, come tu ben sai, dipende da una maggiore energia e non dagli insegnamenti.»

Poi fece una dichiarazione incongrua. Disse che qualunque essere umano che seguisse una determinata e semplice sequenza di azioni, potrebbe imparare a spostare il proprio punto d’unione.

Gli feci notare che si stava contraddicendo. Per me, una sequenza di azioni voleva dire apprendimento, voleva dire comportamenti.

«Nel mondo della stregoneria ci sono soltanto contraddizioni di termini» rispose. «Nella pratica non ci sono contraddizioni. La sequenza di azioni di cui parlo scaturisce dalla consapevolezza. Per divenire consapevole di quella sequenza serve un nagual. Ecco perché ho detto che il nagual offre un minimo d’occasione, ma quel minimo d’occasione non è l’insegnamento, del genere che t’insegna a far funzionare una macchina. Il minimo d’occasione consiste nell’essere resi consapevoli dello spirito.»

Mi spiegò che la particolare sequenza che aveva in mente richiedeva di essere consapevoli che la presunzione è la forza che tiene fermo il punto d’unione. Quando si riduce la presunzione, l’energia che essa richiedeva viene risparmiata e si accumula per fare da trampolino al lancio automatico e non premeditato del punto d’unione in un viaggio oltre l’immaginazione.

Una volta spostato il punto d’unione, il movimento stesso comporta il distacco dal riflesso di sé e questo, a sua volta, assicura un nitido anello di collegamento con lo spirito. Don Juan osservò che, dopotutto, era stato proprio il riflesso di sé a staccare per primo l’uomo dallo spirito.

«Come ti ho già detto» proseguì «la stregoneria è un viaggio di ritorno. Torniamo vittoriosi allo spirito, dopo essere scesi all’inferno. E dall’inferno portiamo dei trofei. La comprensione è uno di questi.»

Gli dissi che la sua sequenza sembrava felicissima e semplicissima a parole, ma quando io avevo cercato di metterla in pratica l’avevo trovata addirittura l’opposto della facilità e della semplicità.

«La nostra difficoltà in questa semplice progressione è che la maggior parte di noi non è disposta ad accettare che ci serve così poco per andare avanti. Siamo attrezzati a esigere istruzione, insegnamenti, guide, maestri. E quando ci si dice che non ne abbiamo bisogno, non ci crediamo. Diventiamo nervosi, poi diffidenti, e infine irati e delusi. Se abbiamo bisogno di aiuto non è nel metodo ma nell’enfasi. Se qualcuno ci fa notare che è necessario ridurre la nostra presunzione, ecco, quello è un aiuto vero.

«Gli sciamani dicono che non dovremmo aver bisogno di nessuno per convincerci che il mondo è infinitamente più complesso delle nostre più folli immaginazioni. Allora, perché siamo così dipendenti? Perché desideriamo che qualcuno ci guidi quando possiamo fare da soli? Che domanda, eh?»

Don Juan non aggiunse altro. Ovviamente, voleva che ponderassi quella domanda, ma io avevo altre preoccupazioni per la mente. Rammentandomi quelle cose, aveva minato certe basi che io credevo incrollabili, e avevo un disperato bisogno che me le ridefinisse. Ruppi il lungo silenzio ed espressi la mia preoccupazione. Gli dissi che ero giunto a ritenere possibile dimenticare interi episodi, dall’inizio alla fine, se questi si erano verificati in stato di consapevolezza intensa. Fino a quel giorno avevo ricordato in toto qualsiasi cosa avessi fatto sotto la sua guida in stato di consapevolezza normale. Eppure, nella mia mente non era mai esistito l’episodio della nostra colazione a Nogales finché non me lo aveva fatto richiamare lui. E quell’episodio doveva necessariamente aver avuto luogo nel mondo delle faccende di ogni giorno.

«Stai dimenticando qualcosa d’essenziale» mi disse. «La presenza del nagual basta a spostare il punto d’unione. Finora ti ho compiaciuto con il colpo del nagual. Il colpo fra le scapole che ti ho sempre dato era un contentino. Serviva a rimuovere i tuoi dubbi. Gli sciamani usano il contatto fisico per stimolare il corpo: non fa nulla, ma dà fiducia all’apprendista che viene manipolato»

«Allora, chi ha spostato il punto d’unione, don Juan?» domandai.
«Lo spirito» mi rispose, col tono di chi sta per perdere la pazienza.
Parve riprendere il controllo, sorrise e scosse il capo in un gesto di

rassegnazione.
«Per me è difficile da digerire» commentai. «La mia mente è governata dal

principio di causa ed effetto.»
Ebbe uno dei suoi soliti attacchi di inspiegabili risate inspiegabili dal mio punto

di vista, naturalmente. Dovevo avere l’aria seccata. Lui mi posò una mano sulla spalla.

«Rido di frequente così perché tu sei pazzo» disse. «La risposta a tutto quel che mi chiedi ce l’hai proprio lì, davanti a te, e non la vedi. Credo che la pazzia sia la tua maledizione.»

Aveva gli occhi così brillanti, così completamente folli e maliziosi che finii per scoppiare a ridere anch’io.

«Ho insistito fino all’esaurimento a dirti che non ci sono procedure nella stregoneria» continuò. «Non metodi, non gradi. L’unica cosa importante è lo

spostamento del punto d’unione e non vi è procedimento che possa provocarlo. E’ un effetto che accade da solo.»

Mi diede un colpetto, come per raddrizzarmi la schiena, e poi mi scrutò, guardandomi dritto negli occhi. La mia attenzione si concentrò sulle sue parole.

«Vediamo come te la cavi con questo» disse. «Ho appena detto che il movimento del punto d’unione accade da solo. Ma ho anche detto che la presenza del nagual fa muovere il punto d’unione del suo apprendista e che il modo in cui il nagual maschera la propria spietatezza agevola o intralcia questo movimento. Come la risolveresti, questa contraddizione?»

Gli confessai che ero stato sul punto di chiedergli una spiegazione in proposito, poiché mi ero accorto della contraddizione, ma che non ero capace neanche di cominciare a pensare di risolverla. Io non ero sciamano di professione.

«E cosa sei, allora?» mi domandò.

«Sono uno studioso di antropologia che sta cercando di capire cosa fanno gli sciamani» risposi io.

La mia dichiarazione non era del tutto sincera, ma non era neanche una bugia. Don Juan rise senza ritegno.
«E’ troppo tardi, ormai» fece. «Il tuo punto d’unione s’è già spostato. Ed è

proprio questo movimento che rende sciamani.»
Affermò che ciò che sembrava una contraddizione in realtà erano le due facce di

una stessa medaglia. Il nagual induce il punto d’unione a muoversi, aiutando a infrangere lo specchio del riflesso di sé. Ma è tutto quel che il nagual può fare. Chi fa veramente muovere è lo spirito, l’astratto; qualcosa che non si può vedere o sentire; qualcosa che non sembra esistere, eppure c’é. Per questo motivo, gli stregoni riferiscono che il punto d’unione si sposta da solo. Oppure dicono che è il nagual a farlo muovere. Il nagual, essendo il condotto dell’Aquila, può esprimerlo tramite le proprie azioni.

Guardai don Juan interrogativamente.

«Il nagual sposta il punto d’unione, eppure non è lui in persona a effettuare quello spostamento» continuò don Juan. «O forse sarebbe più appropriato dire che lo spirito si esprime secondo l’impeccabilità del nagual. Lo spirito può far muovere il punto d’unione con la sola presenza di un nagual impeccabile.»

Disse che aveva voluto chiarire quel punto perché, se fosse stato capito male, avrebbe potuto riportare un nagual alla presunzione e quindi alla distruzione.

Cambiò argomento e disse che, poiché lo spirito non aveva una consistenza percettibile, gli stregoni preferivano trattare con istanze e maniere precise con cui possono infrangere lo specchio del riflesso di sé.

Don Juan osservò che in questo campo era importante accorgersi del valore pratico delle diverse maniere usate dai nagual per mascherare la propria spietatezza. Affermò che la mia maschera di generosità, per esempio, andava bene nei rapporti di basso livello, ma era inutile per infrangere il riflesso di sé perché mi costringeva a esigere una decisione quasi impossibile. Io pretendevo che si lanciassero nel mondo della stregoneria senza nessuna preparazione.

«Una decisione come questa va preparata» continuò. «E per prepararla va bene qualsiasi maschera che copra la spietatezza del nagual, tranne quella della generosità.»

I suoi commenti alla mia condotta rinnovarono il mio terribile senso di colpa, forse perché volevo credere disperatamente di essere realmente generoso. Mi assicurò che non avevo nulla di cui vergognarmi e che l’unico effetto indesiderabile era che la mia pseudo-generosità diventasse una frode vera e propria.

A questo proposito, disse, benché somigliassi per molti aspetti al suo benefattore, la mia maschera di generosità era troppo cruda, troppo ovvia perché avesse qualche valore per me, quale maestro. Una maschera di ragionevolezza, come la sua, tuttavia, era molto efficace a creare l’atmosfera propizia allo spostamento del punto d’unione. I suoi discepoli credevano ciecamente alla sua pseudo- ragionevolezza. Infatti, ne traevano tale ispirazione da rendergli facile indurli con l’inganno a sottoporsi a qualsiasi sforzo.

«Quanto ti capitò quel giorno a Guaymas era un esempio di come la spietatezza mascherata del nagual infrange il riflesso di sé» proseguì. «La mia maschera fu la tua rovina. Tu, come tutti intorno a me, del resto, credesti alla mia ragionevolezza. E, naturalmente, pretendevi soprattutto la continuità di tale ragionevolezza.

«Quando mi presentai a te non solo con il comportamento di un debole vecchietto ma anche con l’aspetto di un vecchietto, la tua mente s’arrampicò sugli specchi sforzandosi di rimettere in sesto la mia continuità e il tuo riflesso di sé. E così dicesti a te stesso che dovevo aver avuto un colpo apoplettico.

«Infine, quando divenne impossibile credere alla continuità della mia ragionevolezza, il tuo specchio cominciò a incrinarsi. Da quel momento in poi, lo spostamento del tuo punto d’unione fu solo questione di tempo. L’unica incertezza era se avrebbe o no raggiunto il luogo della non pietà.»

Dovevo essere sembrato scettico a don Juan, perché mi spiegò che il mondo del nostro riflesso di sé o della nostra mente era molto poco consistente ed era tenuto insieme da alcune idee chiave che servivano come ordine fondamentale. Quando quelle idee venivano a mancare, l’ordine di base smetteva di funzionare.

«Quali sono le idee chiave, don Juan?» chiesi.

«Nel tuo caso, in quella situazione particolare, come nel caso del pubblico di quella guaritrice di cui abbiamo parlato, l’idea chiave era la continuità.»

«Cos’è la continuità?» gli domandai.

«L’idea che siamo un unico blocco» rispose. «Nelle nostre menti, quello che regge il nostro mondo è la certezza della nostra immutabilità. Noi possiamo accettare che si possa modificare il nostro comportamento, che si possano modificare le nostre reazioni, le nostre opinioni, ma l’idea che noi siamo malleabili fino al punto di cambiare aspetto, fino al punto di essere qualcun altro, non fa parte dell’ordine fondamentale del nostro riflesso di sé. Ogni volta che uno sciamano interrompe quell’ordine, il mondo della ragione si ferma.»

Intendevo chiedergli se rompere la continuità di un individuo era sufficiente a fare spostare il punto d’unione. Egli parve intuire la mia domanda e disse che quella

rottura era solo un palliativo. Ciò che serviva a spostare il punto d’unione era la spietatezza del nagual.

Poi paragonò le sue scene di quel pomeriggio a Guaymas con le azioni della guaritrice che avevamo discusso in precedenza. Disse che la guaritrice aveva spezzato il riflesso di sé dei presenti con una serie di azioni che non trovavano equivalenti nella loro vita d’ogni giorno. La drammatica possessione dello spirito, il cambiamento delle voci, lo squartare il corpo del paziente. Appena spezzata la continuità dell’idea di sé, i punti d’unione erano pronti a essere spostati.

Mi rammentò di avermi descritto in passato il concetto di fermare il mondo. Mi aveva detto che, per gli stregoni, fermare il mondo era necessario quanto per me leggere e scrivere. Consisteva nell’introdurre un elemento dissonante nel tessuto del comportamento quotidiano allo scopo di arrestare il flusso degli accadimenti ordinari, di solito uniforme, accadimenti catalogati nella nostra mente dalla ragione.

L’elemento dissonante era chiamato “non-fare”, o l’opposto di fare. “Fare” era tutto ciò che faceva parte di un tutto di cui noi avevamo un resoconto conoscitivo. “Non-fare” era un elemento che non faceva parte di quel tutto già studiato.

«Gli stregoni, esperti nell’arte dell’agguato, comprendono alla perfezione la natura umana» disse. «Comprendono, per esempio, che gli esseri umani sono creature d’inventario. Conoscere nei dettagli un particolare inventario fa di un uomo uno studioso o un esperto in quel campo.

«Gli stregoni sanno che quando l’inventario di una persona comune è inadeguato, o quella persona amplia il proprio inventario, o il suo mondo del riflesso di sé crolla. La persona comune è disposta a incorporare nuove componenti nel proprio inventario, se esse non contraddicono l’ordine fondamentale. Se lo contraddicono, la mente di quell’individuo ha un collasso. L’inventario è la mente. Gli stregoni contano su questo quando tentano di infrangere lo specchio del riflesso di sé.»

Egli mi spiegò che quel giorno aveva scelto con grande attenzione il fondale della sua scena per spezzare la mia continuità. Si era trasformato lentamente, fino a diventare davvero un debole vecchio, e poi, per aumentare la rottura della continuità, mi aveva condotto in un ristorante dov’era conosciuto come vecchio.

Lo interruppi. Mi ero accorto di una contraddizione che non avevo notato prima. Allora lui mi aveva detto che il motivo della sua trasformazione era stata la curiosità di sapere com’era la vecchiaia. L’occasione era propizia e irripetibile. Io avevo inteso da quella dichiarazione che non era mai stato vecchio prima. Eppure al ristorante lo conoscevano come un fragile vecchio, soggetto a colpi apoplettici.

«La spietatezza del nagual ha molti aspetti» disse. «E’ come un attrezzo che si adatta a molti usi. La spietatezza è uno stato dell’essere. E’ un livello d’intento che il nagual raggiunge.

«Il nagual lo usa per provocare il movimento del suo punto d’unione o di quelli dei suoi discepoli. Oppure lo usa per l’agguato. Iniziai quella giornata come esperto dell’agguato, fingendo di essere vecchio, e la terminai come vero, fragile vecchietto. La mia spietatezza, controllata dai miei occhi, aveva fatto spostare il mio punto d’unione.

«Benché fossi stato molte volte in quel ristorante sotto le sembianze di un vecchio malaticcio, avevo usato l’arte dell’agguato, recitando la parte del vecchio. Mai prima di allora il mio punto d’unione si era spostato fino alla precisa posizione della senilità.»

Spiegò che non appena aveva espresso l’intento di essere vecchio, gli occhi avevano perso il loro splendore e io l’avevo immediatamente notato. La preoccupazione mi si leggeva in viso. La scomparsa del luccichìo dello sguardo era una conseguenza dell’aver manovrato con gli occhi l’intento nella posizione di un vecchio. Mentre il suo punto d’unione raggiungeva quella posizione, egli riuscì a invecchiare nell’aspetto, nel comportamento e nei sentimenti.

Gli chiesi di chiarirmi il concetto di esprimere l’intento con gli occhi. Avevo una debole idea di averlo recepito, eppure non riuscivo a formulare neanche a me stesso quello che sapevo.

«L’unico modo di parlarne è dire che l’intento è espresso con lo sguardo. So che è così. Eppure, proprio come te, non riesco a definire con precisione che cosa so. Gli stregoni risolvono questa particolare difficoltà accettando qualcosa di molto ovvio: gli essere umani sono infinitamente più complessi e misteriosi della nostra più sfrenata immaginazione.»

Insistei dicendo che non aveva fatto luce per niente sull’argomento.

«Tutto quello che posso dire è che lo fanno gli occhi» affermò in tono tagliente. «Non so come, ma è opera loro. Attirano l’intento con un loro indefinibile non so che, qualcosa nello scintillìo dello sguardo. Gli stregoni dicono che l’intento si sente con gli occhi e non con la ragione.»

Si rifiutò di aggiungere altro e tornò a spiegare il mio ricordo. Disse che, non appena il suo punto d’unione avesse raggiunto la particolare posizione che lo rendeva davvero vecchio, i dubbi sarebbero stati completamente fugati dalla mia mente. Ma poiché io mi piccavo di essere ultra-razionale, avevo fatto subito del mio meglio per togliere significato a quella trasformazione.

«Ti ho ripetuto migliaia di volte che essere troppo razionale è un handicap. Gli esseri umani hanno un senso della magia molto profondo. Noi facciamo parte del misterioso. La razionalità è solo una vernice superficiale. Se grattiamo quella superficie, sotto troviamo uno stregone. Tuttavia alcuni di noi hanno grandi difficoltà ad arrivare sotto lo strato superficiale, mentre altri lo fanno con facilità estrema. Tu e io siamo molto simili a questo riguardo. Tutti e due dobbiamo sudar sangue prima di liberarci del riflesso di sé.»

Gli spiegai che, per me, mantenere la mia razionalità era sempre stata una questione vitale. E ancora di più lo era quando si trattava delle mie esperienze nel suo mondo.

Egli osservò che quel giorno a Guaymas la mia razionalità lo aveva messo a dura prova. Dal primo momento aveva dovuto usare ogni freccia al suo arco per scalzarla. A quello scopo aveva iniziato mettendomi le mani sulle spalle con forza e trascinandomi quasi a terra col suo peso. Quella brusca manovra fisica aveva dato una prima scossa al mio corpo e, insieme alla paura provocata dalla sua mancanza di continuità, aveva smontato la mia razionalità.

«Ma smontarla non fu sufficiente» continuò don Juan. «Io sapevo che per far arrivare il tuo punto d’unione nel luogo della non pietà dovevo rompere ogni avanzo della mia continuità. Fu allora che diventai davvero senile e ti feci girare tutta la città e poi alla fine mi arrabbiai e ti presi a schiaffi.

«Tu eri scioccato, ma stavi per riaverti quando diedi al tuo specchio del riflesso di sé quello che ritenevo il colpo di grazia. Urlai come un invasato. Non mi aspettavo che te la battessi. Mi ero dimenticato delle tue reazioni inconsulte.»

Disse che nonostante la mia tattica di guarigione immediata il mio punto d’unione aveva raggiunto il luogo della non pietà quando io avevo perso le staffe per il suo comportamento senile. O forse era avvenuto il contrario: avevo perso le staffe perché il mio punto d’unione aveva raggiunto il luogo della non pietà. Ma in fondo non importava, quel che contava era che il mio punto d’unione fosse arrivato lì.

Il mio atteggiamento era allora radicalmente cambiato. Ero diventato freddo, calcolatore, indifferente alla mia sicurezza personale.

Chiesi a don Juan se avesse visto tutto ciò. Non mi sembrava di avergliene parlato. Mi rispose che per sapere tutto quello che provavo non doveva fare altro che analizzare i propri sentimenti e ricordare le proprie esigenze.

Mi fece notare che il mio punto d’unione si era stabilizzato nella nuova posizione quando egli era ritornato normale. A quel punto la mia convinzione sulla sua normale continuità aveva sofferto tali scosse che la continuità stessa non serviva più da forza coesiva. Fu in quel momento che, dalla sua nuova posizione, il mio punto d’unione mi permise di costruire un altro tipo di continuità, che io espressi in termini di una durezza strana e distaccata – una durezza divenuta da allora in poi il mio normale modo di comportarmi.

«La continuità è così importante nella nostra esistenza che, se si spezza, si ripara sempre all’istante» continuò. «Nel caso degli stregoni, tuttavia, la continuità non è più la stessa una volta che il punto d’unione abbia raggiunto il luogo della non pietà.

«Poiché tu sei lento per natura, non ti sei ancora accorto che da quel giorno a Guaymas sei diventato – tra l’altro – capace di accettare ogni sorta di discontinuità, così come appare – dopo un ovvio accenno di opposizione da parte della tua razionalità.»

Gli occhi brillavano d’ilarità.

«Fu in quello stesso giorno che acquisisti la tua spietatezza mascherata» proseguì. «La tua maschera non era ancora ben sviluppata com’è adesso, certo, ma allora tu avesti i primi rudimenti di quella che sarebbe diventata la tua maschera di generosità.»

Cercai di protestare. Non mi andava l’idea di una spietatezza mascherata, comunque lui la presentasse.

«Non usare la tua maschera con me» disse, ridendo. «Serbala per qualcuno che non ti conosca.»

Mi spinse a cercare di rammentare nei dettagli il momento in cui mi si era presentata la maschera.

«Non appena ti sentisti calare addosso quella furia gelida» proseguì «dovesti mascherarla. Tu non ci scherzasti sopra, come avrebbe fatto il mio benefattore. Non

cercasti di ragionarci su, come avrei fatto io. Non fingesti di esserne incuriosito, come avrebbe fatto il nagual Elìas. Quelle sono le tre maschere di nagual che conosco. Che facesti allora? Te ne andasti con calma verso la tua macchina e desti la metà dei tuoi pacchi a chi stava aiutandoti a portarli.»

Fino a quel momento non mi ero ricordato che qualcuno mi avesse veramente aiutato a portare i pacchi. Dissi a don Juan che avevo visto delle luci che mi ballavano davanti agli occhi e avevo pensato di essere sull’orlo di uno svenimento provocato dalla mia fredda collera.

«Non stavi per svenire» rispose don Juan. «Stavi per entrare in uno stato di sogno, stavi per vedere lo spirito, tutto da solo, come Talìa e il mio benefattore.»

Dissi a don Juan che non era stata la generosità a farmi dar via i pacchi, ma la mia collera gelida. Dovevo fare qualcosa per calmarmi e quella fu la prima cosa cui pensai.

«Ma è proprio quello che ti ho appena detto. La tua generosità non è affatto genuina» replicò lui, cominciando a ridere al mio sbigottimento.

Il biglietto per l’impeccabilità

Mentre don Juan parlava dell’infrangere lo specchio del riflesso di sé, si era fatto buio. Gli dissi che ero stanco morto e che avremmo fatto meglio a sospendere il resto della gita per tornarcene a casa, ma lui asserì che dovevamo usare ogni minuto a nostra disposizione per ripetere le storie di stregoneria o richiamare alla mente il passato facendo spostare il punto d’unione quante più volte possibile.

Mi sentivo incline alle lamentele. Lamentai che uno stato di estrema stanchezza come quello in cui mi trovavo poteva solo generare incertezza e mancanza di convinzione.

«La tua ignoranza è data per scontata» replicò don Juan in tono del tutto naturale. «In fondo, hai a che fare con un nuovo tipo di continuità. Ci vuol tempo per abituarcisi. I guerrieri trascorrono anni in un limbo in cui non sono né uomini comuni né sciamani.»

«Che cosa accade alla fine?» domandai. «Scelgono loro?»

«No, non hanno scelta» rispose lui. «Tutti si rendono conto di quello che già sono: stregoni. La difficoltà è che lo specchio del riflesso di sé è potentissimo e lascia andare le sue vittime solo dopo una lotta feroce.»

Smise di parlare e sembrò sprofondare nei suoi pensieri. Il corpo assunse una rigidità che gli avevo visto in passato ogniqualvolta era assorto in ciò che io chiamavo sogni a occhi aperti, ma che lui descriveva come momenti in cui il suo punto d’unione si era spostato ed egli era riuscito a rammentare.

«Ti racconterò la storia dello stregone e del biglietto per l’impeccabilità» disse d’un tratto, dopo circa trenta minuti di assoluto silenzio. «Ti racconterà la storia della mia morte.»

Cominciò a raccontare quello che gli era capitato dopo essere arrivato a Durango, ancora travestito da donna, dopo un lungo mese di viaggio attraverso il Messico centrale. Disse che il vecchio Belisario lo aveva portato direttamente in un’hacienda per nasconderlo da quell’individuo mostruoso che gli dava la caccia.

Appena arrivato, don Juan si era presentato a tutti gli abitanti della casa, con un gesto piuttosto audace per uno di natura introversa come lui. C’erano sette stupende ragazze e uno strano individuo poco socievole che non pronunciò neanche una parola. Don Juan divertì le ragazze con la sua interpretazione del mostro che tentava di catturarlo. Soprattutto, furono deliziate dal suo travestimento e dal modo in cui l’aveva ottenuto. Non si stancavano di fargli ripetere i particolari del suo viaggio e ognuna gli dava consigli su come perfezionare quanto aveva appreso durante il lungo

cammino. Ciò che sorprendeva don Juan era la loro calma, la loro sicurezza, per lui incredibili!

Le sette donne erano splendide e lo facevano sentire felice. Gli piacevano e si fidava di loro. Loro lo trattavano con rispetto e considerazione, ma qualcosa nei loro occhi gli diceva che dietro quelle affascinanti facciate esisteva una terrificante freddezza, un’indifferenza che non sarebbe mai riuscito a penetrare.

Pensò che quelle belle donne forti, per essere così disinvolte e prive di formalismi, dovessero essere di facili costumi, eppure gli era evidente che non lo erano.

Don Juan fu lasciato libero di esplorare la proprietà da solo. Fu colpito dalla magione imponente e dai terreni. Non aveva mai visto nulla di simile. Era un’antica casa coloniale circondata da un alto muro di cinta. All’interno c’erano balconi pieni di piante fiorite e patii con grandi alberi da frutta che davano ombra, intimità e quiete.

C’erano stanze ampie e al pianterreno portici ariosi tutt’intorno ai patii. Al piano superiore c’erano misteriose camere da letto, nelle quali non gli fu permesso di metter piede.

Durante i giorni che seguirono, don Juan si stupì dell’interesse profondo che le donne manifestavano per il suo benessere. Facevano di tutto per lui, sembravano pendere dalle sue labbra. Nessuno era mai stato così gentile con lui prima, ma al tempo stesso lui non si era mai sentito così solo. Era sempre in compagnia delle bellissime e strane donne, eppure non era stato mai più solitario.

Don Juan credeva che la sensazione di solitudine derivasse dalla sua incapacità di predire il comportamento delle donne o di conoscere i loro veri sentimenti. Sapeva solo quello che loro stesse gli avevano detto.

Alcuni giorni dopo il suo arrivo, la donna che sembrava il capo gli diede abiti da uomo nuovi di zecca dicendogli che il travestimento da donna non era più necessario perché, chiunque fosse il mostro, non se ne vedeva neanche l’ombra. Gli comunicò che era libero di andarsene quando più gli piacesse.

Don Juan chiese di vedere Belisario, che non aveva più incontrato dal giorno del suo arrivo. La donna gli disse che Belisario se ne era andato, lasciando però detto che don Juan poteva rimanere nella casa finché avesse voluto – ma solo se era in pericolo.

Don Juan dichiarò di essere in pericolo di morte. Nei pochissimi giorni trascorsi nella tenuta, aveva visto costantemente il mostro che si aggirava furtivo nei campi coltivati che circondavano la casa. La donna non gli credette e gli disse, senza peli sulla lingua, che era un imbroglione e che fingeva di vedere mostri per farsi ospitare. Gli disse che la loro casa non era posto per oziosi e aggiunse che loro erano persone serie che lavoravano sodo e non potevano permettersi di mantenere uno scroccone.

Don Juan si sentì insultato e abbandonò la casa di gran carriera, ma quando scorse il mostro che si nascondeva dietro i cespugli ornamentali del viale d’accesso, la paura prese subito il posto dell’ira.

Si precipitò di nuovo in casa e supplicò la donna di farlo restare. Promise di lavorare come peone senza paga se solo gli avessero permesso di rimanere nell’hacienda.

Lei fu d’accordo, a patto che don Juan accettasse due condizioni: non domandare mai nulla e fare esattamente come gli veniva ordinato senza mai chiedere spiegazioni. Lo avvertì che se avessse trasgredito queste regole avrebbe rischiato la permanenza in quella casa.

«Rimasi in quella casa praticamente contro la mia volontà» continuò don Juan. «Non mi andava di accettare le sue condizioni, ma sapevo che il mostro era lì fuori. In casa ero al sicuro. Sapevo che quel mostruoso individuo si fermava sempre presso un confine invisibile che circondava la casa, a una distanza di circa cento metri. All’interno di quel limite ero al sicuro. Per quel che potevo capire, ci doveva essere qualcosa in quella casa che teneva lontano il mostro, e questo era tutto ciò che mi interessava.

«Mi accorsi anche che, quando c’era qualcuno di casa con me, il mostro non si faceva mai vedere.»

Dopo qualche settimana senza alcun cambiamento nella situazione, riapparve il giovane che secondo don Juan aveva vissuto nella casa del mostro mascherato da vecchio Belisario. Egli disse a don Juan di essere appena arrivato, di chiamarsi Julian e di essere il proprietario della tenuta.

Naturalmente don Juan gli chiese del suo travestimento; il giovane però, guardandolo dritto negli occhi, negò tutto senza la minima esitazione.

«Come puoi startene qui, a casa mia, a dirmi tali sciocchezze?» urlò a don Juan. «Ma per chi mi prendi?»

«Ma… tu sei Belisario, no?» insisté don Juan.

«No» rispose il giovane. «Belisario è vecchio. Io sono Julian e sono giovane, non vedi?»

Don Juan ammise umilmente che non era del tutto convinto che si fosse trattato di una mascherata, ma subito s’accorse di quanto fosse assurda la sua dichiarazione. Se essere vecchio non era una mascherata, allora era una trasformazione e questo era ancora più assurdo.

La confusione di don Juan cresceva di momento in momento. Chiese del mostro e il giovane replicò che non aveva la minima idea di che mostro stesse parlando. Ammetteva che don Juan dovesse aver avuto paura di qualcosa, altrimenti il vecchio Belisario non gli avrebbe dato rifugio, ma quale che fosse il motivo che don Juan avesse di nascondersi erano affari suoi.

Don Juan fu mortificato dalla freddezza del tono e delle maniere del suo ospite. Rischiando la sua ira, gli rammentò che si erano già conosciuti. Il suo ospite gli rispose che non l’aveva mai visto prima di allora, ma che stava rispettando i desideri di Belisario perché se ne sentiva obbligato.

Il giovane aggiunse di non essere solo il proprietario della casa ma anche il responsabile di tutti i suoi abitanti, incluso don Juan che, nascondendosi fra quelle mura, si era messo sotto la loro tutela. Se la sistemazione non gli fosse garbata, era libero di andarsene, rischiando di finire dal mostro che nessun altro era in grado di vedere.

Prima di decidere in un senso o nell’altro, don Juan pensò saggiamente di chiedere cosa implicasse essere sotto la tutela di quelle mura.

Il giovane portò don Juan in una parte dell’edificio ancora in costruzione, dicendogli che simboleggiava la sua stessa vita, le sue stesse azioni, essendo ancora incompiuta. La costruzione era ancora in corso, ma rischiava di non essere mai portata a termine.

«Tu sei uno degli elementi di quella costruzione incompleta» disse a don Juan. «Diciamo che sei la trave che dovrà reggere il tetto. Finché non l’avranno installata e non vi avranno posato sopra il tetto, non potremo sapere se resisterà al peso. Il capo carpentiere assicura che ce la farà, e io sono il capo carpentiere.»

La spiegazione metaforica non soddisfece don Juan, che voleva sapere cosa si aspettassero da lui come lavoro manuale.

Il giovane tentò un’altra via: «Io sono un nagual» spiegò. «Porto la libertà. Sono il capo di chi sta in questa casa. Tu stai in questa casa e quindi, ti piaccia o no, ne fai parte.»

Don Juan non capiva ancora, ma cominciò a dubitare della propria sicurezza, considerata l’evidente follia di quell’uomo. Era così preoccupato di questo inatteso sviluppo che non si curò neanche dell’uso del ternine nagual. Sapeva che nagual voleva dire stregone, eppure non gli riusciva di afferrare completamente il senso delle parole del nagual Julian. O forse in qualche modo l’aveva capito anche se non con la parte consapevole della sua mente.

Il giovane fissò don Juan un istante e poi disse che da quel momento avrebbe avuto il compito di fargli da valletto e assistente. Non avrebbe ricevuto alcuna paga, ma solo vitto e alloggio di prim’ordine. Di tanto in tanto gli sarebbero stati affidati altri lavoretti che richiedevano speciali attenzioni. Avrebbe potuto eseguirli lui o affidarli ad altri, ma ne sarebbe stato comunque responsabile, ricevendo come compenso piccole somme di denaro da depositare su un conto a suo nome, custodito dai componenti della casa. Così, se mai avesse voluto andarsene, ci sarebbe stato un gruzzoletto per sopperire ai suoi bisogni.

Il giovane evidenziò che don Juan non doveva affatto considerarsi prigioniero, ma che, se fosse rimasto, avrebbe dovuto lavorare. E, più importanti ancora del lavoro, erano le tre regole da osservare: doveva sforzarsi seriamente di imparare tutto quel che gli insegnavano le donne; doveva tenere un comportamento esemplare con tutti i componenti della casa, il che voleva dire che avrebbe dovuto controllare in ogni momento della giornata condotta e atteggiamento nei loro confronti. E, quando si rivolgeva a lui, preciso che nella conversazione doveva dargli del nagual e, riferendosi a lui, chiamarlo nagual Julian.

Don Juan accettò quelle condizioni a denti stretti, ma benché sprofondasse all’istante nella sua abituale misantropia e tetraggine, apprese in fretta il suo compito. Quel che non capiva era ciò che gli si chiedeva come condotta e atteggiamento. Pur non avendo nulla di concreto su cui basarsi, aveva la netta sensazione che gli mentissero e lo sfruttassero.

La sua misantropia prese il sopravvento, divenne sempre più cupo e non rivolgeva quasi più la parola a nessuno.

Fu allora che il nagual riunì tutti gli abitanti della casa e spiegò che, benché avesse bisogno di un assistente, si sarebbe rimesso alle loro decisioni. Se a loro non

piaceva il comportamento cupo e poco gradevole del suo nuovo aiuto, avevano il diritto di dirlo. Se la maggioranza avesse disapprovato il comportamento di don Juan, questi avrebbe dovuto andarsene e affrontare l’ignoto che l’attendeva fuori, il rischio di un mostro, reale o immaginario.

Poi il nagual Julian aveva portato tutti davanti alla casa, sfidando don Juan a far vedere loro quel mostro. Don Juan lo aveva indicato ma nessun altro oltre a lui era riuscito a vederlo. Don Juan era corso freneticamente da uno all’altro, insistendo che il mostro c’era, supplicandoli di aiutarlo, ma tutti avevano ignorato i suoi appelli, definendolo pazzo.

Fu allora che il nagual Julian mise ai voti il destino di don Juan. Il tipo poco socievole preferì non votare. Scrollò le spalle e si allontanò. Tutte le donne furono contrarie a un’ulteriore permanenza di don Juan, sostenendo che era troppo immusonito e irascibile. Nella foga della discussione, tuttavia, il nagual Julian cambiò radicalmente posizione, prendendo le difese di don Juan. Lasciò intendere che forse le donne potevano sbagliare, che forse il giovane non era pazzo e forse vedeva davvero un mostro. Disse che forse il suo malumore era conseguenza delle preoccupazioni. Si scatenò un acceso litigio, gli animi si scaldarono e le donne presero a urlare contro il nagual.

Don Juan li sentiva litigare ma ormai gli era indifferente. Sapeva che lo avrebbero cacciato e che quel mostruoso individuo l’avrebbe catturato e fatto schiavo. Nella sua assoluta impotenza scoppiò a piangere.

La sua disperazione e le sue lacrime commossero alcune delle donne incollerite. La loro leader avanzò un’altra proposta: un periodo di prova di tre settimane, durante il quale ogni azione e atteggiamento di don Juan sarebbe stata giudicata quotidianamente da tutte loro. Avvertì don Juan che se ci fosse stata una sola lamentela in quel periodo sarebbe stato cacciato per sempre.

Don Juan mi riferì che il nagual lo prese in disparte con fare paterno e cominciò a istillargli una dose di paura. Gli sussurrò che sapeva per certo che il mostro non solo esisteva ma gironzolava nella tenuta. Ciononostante, per alcuni precedenti accordi con le donne, accordi che non poteva divulgare, non gli era permesso rivelare loro quel che sapeva. Esortò don Juan ad abbandonare la sua misantropia e a fingere di essere l’opposto.

«Fingi di essere felice e soddisfatto» disse a don Juan. «Se non ti comporti così, le donne ti manderanno via. Una simile prospettiva dovrebbe bastare a spaventarti. Usa quella paura come una reale forza propulsiva. E’ l’unica cosa che tu abbia.»

Ogni esitazione o ripensamento che don Juan potesse avere furono scacciati all’istante alla vista del mostro. Mentre aspettava con impazienza sul confine invisibile, sembrava consapevole di quanto fosse precaria la posizione di don Juan. Era come se il mostro avesse una fame spaventosa e attendesse con ansia un pasto a base di leccornie.

Il nagual Julian raddoppiò la dose di paura, andando più a fondo.

«Se fossi in te mi comporterei come un angelo. Farei tutto ciò che quelle donne vogliono, pur di rimanere lontano da quella bestia infernale.»

«Ma allora tu lo vedi il mostro?» chiese don Juan.

«Certo che lo vedo» rispose lui. «E vedo anche che se tu te ne vai, o se le donne ti mandano via, il mostro ti catturerà e ti metterà in catene. Quello sì, che ti farà cambiare atteggiamento. Gli schiavi non hanno altra scelta se non quella di comportarsi bene con i loro padroni. Dicono che il dolore inflitto da un mostro del genere sia inimmaginabile.»

Don Juan sapeva che la sua unica speranza stava nel rendersi il più simpatico possibile. La paura di diventare preda di quel mostruoso individuo era davvero una potente forza psicologica.

Don Juan mi disse che per qualche stramberia della sua natura era villano solo con le donne; non si era mai comportato male alla presenza del nagual Julian. Per qualche motivo che don Juan non riusciva a spiegarsi, nella sua mente il nagual non era qualcuno che egli potesse tentare di colpire, consciamente o inconsciamente.

L’altro componente del gruppo, l’uomo poco socievole, per don Juan non contava. Se n’era formata un’opinione quando l’aveva conosciuto la prima volta e non gli dava importanza. Lo riteneva un debole indolente, sopraffatto da quelle bellissime donne. In seguito, quando fu più consapevole della personalità del nagual, seppe che l’uomo era messo completamente in ombra dallo scintillìo altrui.

Man mano che il tempo passava, le doti di comando e autorità nel gruppo apparvero chiare a don Juan. Fu sorpreso e al tempo stesso lieto di accorgersi che nessuno era migliore o più importante degli altri. Alcuni eseguivano funzioni che altri erano incapaci di compiere, ma ciò non li rendeva superiori, solo diversi. Tuttavia la decisione finale spettava automaticamente al nagual Julian e sembrava che egli provasse grande piacere a esprimere le sue decisioni sotto forma di scherzi atroci che giocava a tutti.

Tra loro c’era anche una donna misteriosa, che gli altri chiamavano Talìa, la donna nagual. Nessuno spiegò a don Juan chi fosse, o cosa volesse dire essere la donna nagual. Però gli fecero capire a chiare lettere che si trattava di una delle sette. Tutti parlavano talmente di lei che la curiosità di don Juan divenne acutissima. Fece tante di quelle domande che la leader delle donne gli disse che gli avrebbe insegnato a leggere e scrivere, in modo che poi potesse fare miglior uso delle sue capacità deduttive. Aggiunse che avrebbe dovuto imparare a scrivere e a prendere appunti invece di affidare tutto alla memoria. Così avrebbe accumulato una enorme collezione di notizie su Talìa, notizie che avrebbe dovuto leggere e studiare finché non fosse risaltata la verità.

Forse anticipando la risposta cinica che egli aveva in mente, lei osservò che, benché potesse sembrare un’impresa assurda, scoprire chi fosse Talìa era uno dei compiti più difficili e gratificanti che si potessero affrontare.

Quella, disse, era la parte divertente. Poi aggiunse in tono più serio che don Juan doveva per forza imparare a tenere la contabilità per poter aiutare il nagual ad amministrare la tenuta.

Iniziò a dargli lezioni giornaliere e in capo a un anno don Juan aveva fatto tali e tanto rapidi progressi da riuscire a leggere, scrivere e tenere i libri contabili.

Era andato tutto liscio come l’olio, così che egli non aveva notato i propri cambiamenti, il più notevole dei quali era un senso di distacco. Per quanto lo

riguardava, aveva ancora l’impressione che in casa non accadesse nulla semplicemente perché non si identificava ancora con il gruppo dei suoi abitanti. Essi erano specchi che non davano riflesso.

«Rimasi rifugiato in quella casa per quasi tre anni» proseguì don Juan. «In quel periodo mi accadde una innumerevole quantità di cose, ma io non le ritenni davvero importanti. O, almeno, diciamo che avevo scelto di considerarle non importanti. Ero convinto che tutto quello che avevo fatto in tre anni era stato starmene nascosto, tremare di paura e lavorare come un mulo.»

Don Juan rise e mi disse che a un certo punto, su proposta del nagual Julian, aveva accettato d’imparare la stregoneria in modo da liberarsi dal terrore che lo divorava ogni volta che vedeva il mostro di guardia. Ma benché il nagual Julian gli parlasse moltissimo, sembrava più interessato a fargli scherzi. Così riteneva fosse esatto dire che non aveva imparato nulla di sia pur lontanamente connesso alla stregoneria solo perché sembrava che nessuno in quella casa conoscesse o praticasse le arti magiche.

Un giorno, tuttavia, si trovò a camminare con passo risoluto, ma indipendentemente dalla sua volontà, verso quell’invisibile confine che teneva a bada il mostro. Il terribile individuo era lì, come al solito, a tener d’occhio la casa. Ma quel giorno, invece di tornare indietro di corsa a cercare rifugio all’interno della casa, don Juan continuò a camminare. Un potente impeto d’energia lo faceva andare avanti, sprezzante del pericolo.

Una sensazione di totale distacco gli permetteva di fronteggiare il mostro che lo aveva terrorizzato per tanti anni. Don Juan si aspettava che gli balzasse addosso, azzannandolo alla gola, ma quel pensiero non lo terrorizzava più. Da pochi centimetri di distanza, guardò fisso il mostro per un attimo e poi attraversò quel confine. E il mostro non lo attaccò, come don Juan aveva sempre temuto, ma divenne sfocato. Perdette i contorni e si trasformò in biancore lattiginoso, una chiazza di bruma visibile a stento.

Don Juan avanzò verso la nebbiolina ed essa retrocedette come impaurita. Inseguì la chiazza di bruma per i campi, finché fu certo che del mostro non rimaneva nulla. Seppe allora che non c’era mai stato un mostro, ma non riusciva ancora a spiegarsi quali fossero state le sue paure. Aveva la vaga sensazione che, benché sapesse esattamente cosa fosse, qualcosa gli impediva di pensarci. Subito pensò che quel mascalzone del nagual Julian sapeva certo la verità su quanto stava accadendo. Don Juan era pronto a scommettere che forse si trattava di uno dei suoi orridi scherzi.

Prima di parlargli, don Juan si concesse il piacere di camminare da solo per tutta la tenuta. Non era mai stato capace di farlo prima. Quando aveva avuto bisogno di recarsi al di là del confine invisibile, era sempre stato accompagnato da qualcuno di casa. Ciò aveva posto un serio limite ai suoi movimenti. Le due altre volte che aveva tentato di spostarsi senza scorta, aveva rischiato la morte per mano di quell’essere mostruoso.

Pieno di un insolito vigore, don Juan entrò in casa ma, invece di celebrare la sua nuova libertà, il suo potere, chiamò a raccolta tutti gli abitanti della casa e irosamente

chiese loro il motivo di tante bugie. Li accusò di averlo fatto lavorare come uno schiavo giocando sul suo terrore per un mostro inesistente.

Le donne risero come se avesse raccontato la più divertente delle barzellette! Solo il nagual Julian sembrò pentito, specie quando don Juan, con voce incrinata dal risentimento, descrisse i tre anni vissuti in perenne terrore. Il nagual Julian si commosse e scoppiò in lacrime, mentre don Juan esigeva delle scuse per la vergognosa maniera in cui era stato sfruttato.

«Ma noi ti dicemmo che il mostro non esisteva» disse una delle donne.
Don Juan fissò furibondo il nagual Julian, che si fece remissivo.
«Lui sapeva che il mostro esisteva» urlò don Juan, puntando un dito accusatore

verso il nagual.
Ma nello stesso tempo era consapevole di star dicendo sciocchezze, perché il

nagual Julian all’inizio gli aveva detto che il mostro non esisteva.
«Il mostro non esisteva» si corresse don Juan, tremando di collera. «Era uno dei

tuoi scherzi.»
IL nagual Julian, piangendo come una fontana, si scusò con don Juan, mentre le

donne sghignazzavano rumorosamente. Don Juan non le aveva mai viste ridere tanto. «Hai sempre saputo che non c’era mai stato un mostro. Mi hai ingannato» continuò ad accusare il nagual Julian che, a testa bassa e con occhi lacrimosi, ammise

la sua colpa.
«Ti ho mentito, certo» farfugliò. «Il mostro non c’è mai stato. Ciò che tu vedevi

sotto forma di mostro era solo una carica di energia. La tua paura la tramutava in un essere mostruoso.»

«Tu mi hai detto che il mostro mi avrebbe divorato. Come hai potuto mentirmi così?» gli gridò don Juan.

«Intendevo che lo avrebbe fatto simbolicamente» rispose a bassa voce il nagual Julian. «Il tuo vero nemico è la stupidità. In questo momento corri il mortale pericolo di essere divorato da quel mostro.»

Don Juan urlò che non doveva più sopportare frasi idiote e insisté perché gli confermassero che non esistevano più limiti alla sua libertà di movimento e che poteva quindi andarsene.

«Sei libero di andartene quando vuoi» disse il nagual Julian.
«Posso andarmene subito?» chiese don Juan.
«Se lo desideri.»
«Sicuro, voglio lasciare questo miserabile posto e questa miserabile accolita di

bugiardi che ci abita» sbottò don Juan.
Il nagual Julian ordinò che gli fosse versato tutto il dovuto e con occhi

scintillanti gli augurò felicità, prosperità e saggezza.
Le donne non vollero salutarlo e lo guardarono fisso finché egli non abbassò il

capo per evitare i loro occhi ardenti.
Don Juan si mise il denaro in tasca e uscì senza voltarsi, lieto che i suoi tormenti

fossero finiti. Il mondo esterno era per lui tutto un punto interrogativo. Ne aveva voglia. In quella casa ne era stato tenuto lontano. Era giovane e forte, aveva soldi in tasca e voglia di vivere.

Li lasciò senza dire neanche grazie. La sua collera, costretta così a lungo dalla paura, poteva finalmente venir fuori. Aveva cominciato a provar simpatia per loro – e ora si sentiva tradito. Voleva scappare via, il più lontano possibile da quel posto.

In città fece il primo incontro sgradevole. Viaggiare era molto difficile e costoso. Gli dissero che, se voleva lasciare subito la città, non avrebbe potuto scegliere la destinazione ma avrebbe dovuto attendere mulattieri disposti a portarlo. Qualche giorno più tardi partì con un mulattiere fidato alla volta del porto di Mazatlàn.

«Benché allora avessi solo ventitré anni» raccontò don Juan «sentivo di aver vissuto una vita piena. L’unica esperienza che mi mancava erano i rapporti sessuali. Il nagual Julian mi aveva detto che il fatto che io non fossi mai stato con una donna mi dava forza e resistenza e che egli aveva poco tempo per innalzare le mie barricate, i miei protettori silenziosi.»

«Cos’è un protettore silenzioso, don Juan?»

«E un salvagente» rispose. «Un protettore silenzioso è una carica d’inspiegabile energia che viene a un guerriero quando tutto il resto non va.

«Il mio benefattore sapeva quale direzione avrebbe preso la mia vita quando non sarei stato più sotto la sua influenza. Così cercò di darmi quante più opzioni di sciamani fosse possibile. Quelle opzioni di sciamani dovevano essere i miei protettori silenziosi.»

«Cosa sono le opzioni degli sciamani?» domandai.

«Posizioni del punto d’unione,» rispose lui «l’infinito numero di posizioni che il punto d’unione può raggiungere. In ognuno di quegli spostamenti, profondi o superficiali che siano, uno stregone può rafforzare la propria continuità.»

Ripeté ancora che tutto quel che aveva sperimentato sia con il suo benefattore sia sotto la sua guida era il risultato di uno spostamento, minimo o consistente, del suo punto d’unione. Il suo benefattore gli aveva fatto sperimentare innumerevoli opzioni di sciamani, più di quante sarebbero normalmente necessarie, poiché sapeva che il destino di don Juan l’avrebbe obbligato a spiegare cos’erano gli stregoni e cosa facevano.

«L’effetto di quegli spostamenti del punto d’unione è cumulativo» continuò. «Grava su di te, sia che tu lo capisca o no. L’accumulo mi favorì, alla fine.

«Subito dopo essere venuto in contatto con il nagual, il mio punto d’unione si spostò così profondamente che fui in grado di vedere. Vidi un campo di energia in forma di mostro. E il punto d’unione continuò a spostarsi finché io non vidi il mostro per quel che era in realtà: un campo di energia. Ero riuscito a vedere, e non lo sapevo. Pensavo di non aver fatto nulla, di non aver imparato nulla. Ero stupido oltre ogni dire.»

«Eri troppo giovane, don Juan. Non avresti potuto fare altrimenti.»

Rise, e stava per rispondere quando parve cambiare idea. Si strinse nelle spalle e proseguì col suo racconto.

Don Juan mi disse che quando arrivò a Mazatlàn era ormai un esperto mulattiere e gli fu offerto un lavoro fisso per condurre una carovana di muli. Era molto soddisfatto di quella sistemazione e l’idea di coprire il percorso tra Durango e

Mazatlàn gli faceva molto piacere. Tuttavia c’erano due cose che lo assillavano: primo, che non era ancora andato con una donna, e secondo, un desiderio forte e inspiegabile di spingersi verso il Nord. Non sapeva perché: sapeva solo che da qualche parte, a nord, qualcosa lo stava aspettando. La sensazione continuò talmente forte che alla fine fu costretto a rifiutare la sicurezza di un lavoro stabile in modo da intraprendere un viaggio diretto a nord.

La sua notevole forza e una nuova e inspiegabile astuzia gli permisero di trovar lavoro perfino dove non ne esisteva, ed egli percorse, sempre lavorando, la lunga strada verso nord, fino allo Stato di Sinaloa. Li il suo viaggio si concluse. Conobbe una giovane donna, anche lei india Yaqui, vedova di un creditore di don Juan.

Tentò di ripagare il suo debito aiutando la vedova e i suoi bambini e, senza accorgersene, fece la parte di marito e di padre.

Le nuove responsabilità posero un grave fardello sulle sue spalle. Perdette la propria libertà di movimento e perfino il desiderio di continuare il viaggio verso nord. Si sentiva però compensato per quella perdita dal profondo affetto che provava per la donna e per i suoi bambini.

«Provai momenti di grande felicità come marito e come padre» disse don Juan. «Ma fu in quei momenti che notai per la prima volta qualcosa di terribilmente sbagliato. Mi accorsi che stavo perdendo il senso di distacco, di indifferenza, che avevo acquistato durante il mio soggiorno in casa del nagual Julian. Ora mi sorprendevo a identificarmi con la gente che mi stava intorno.»

Don Juan mi raccontò che gli ci volle più o meno un anno di continuo logorio per perdere ogni traccia della nuova personalità che aveva acquisito a casa del nagual. Aveva cominciato con un affetto profondo ma distaccato per la donna e i suoi bambini. Quest’affetto distaccato gli permetteva di giocare il ruolo di marito e di padre con piacere e slancio. Con il passar del tempo, il suo affetto distaccato si tramutò in una passione disperata che gli fece perdere tutta l’efficienza.

Sparito il senso di distacco, che gli aveva dato il potere di amare, provava solo desideri terreni, disperazione, scoramento, i tratti salienti del mondo della vita quotidiana. Anche la sua intraprendenza era scomparsa. Negli anni trascorsi in casa del nagual aveva acquistato un dinamismo che gli era stato molto utile quando se n’era andato per conto suo.

Ma il dolore più straziante era sapere che la sua forza fisica si era esaurita. Senza soffrire di alcun vero malanno, un giorno era rimasto completamente paralizzato. Non provava dolore e non aveva paura. Fu come se il suo corpo avesse capito che egli avrebbe ottenuto la pace e la quiete di cui aveva un bisogno tanto disperato solo se avesse smesso di muoversi.

Mentre giaceva a letto impotente, non faceva altro che pensare. Così giunse a convincersi che il suo fallimento dipendeva dal non aver avuto uno scopo astratto. Sapeva che le persone a casa del nagual erano straordinarie perché cercavano la libertà come scopo astratto. Non capiva che cosa fosse la libertà, ma sapeva che era l’opposto dei suoi bisogni concreti.

La mancanza di uno scopo astratto lo aveva reso così debole e inefficiente che non riusciva a salvare la sua famiglia adottiva dalla loro abissale povertà. Anzi, loro

l’avevano riportato alla stessa indigenza, tristezza e disperazione che lui aveva provato prima di incontrare il nagual.

Mentre passava in rassegna la propria vita, si accorse che solo durante gli anni trascorsi con il nagual non era stato povero e non aveva avuto bisogni concreti. La povertà era lo stato della vita che lo aveva reclamato quando i bisogni concreti l’avevano sopraffatto.

Per la prima volta da quando gli avevano sparato addosso, tanti anni prima, don Juan capì appieno che il nagual Julian era davvero il nagual, il capo e il suo benefattore. Capì ciò che il suo benefattore gli aveva voluto dire avvertendolo che non c’era libertà senza l’intervento del nagual. Ora nella mente di don Juan non esistevano più dubbi che il benefattore e tutti i componenti del gruppo fossero stregoni, ma quel che don Juan comprese con la più dolorosa chiarezza fu di aver gettato via l’occasione di stare con loro.

Quando il peso della sua impotenza fisica gli parve non più sopportabile, la paralisi cessò misteriosamente come era cominciata. Un giorno, con tutta naturalezza, si alzò e andò a lavorare. Però la sua sorte non migliorava e riusciva a malapena a sopravvivere.

Passò un altro anno. Egli non raggiunse l’agiatezza ma riuscì, al di là di ogni sua aspettativa, a compiere un riesame totale della propria vita. Comprese perché amava e non poteva lasciare quei bambini e perché non poteva restare con loro, e perché non riusciva ad agire né in un modo né in un altro.

Don Juan si accorse di essere in un vicolo cieco e che morire da guerriero era l’unica azione coerente con quanto aveva appreso nella casa del suo benefattore.Così, ogni notte, dopo una frustrante giornata di difficoltà e di inutile travaglio, attendeva paziente che giungesse la morte.

Era talmente convinto di morire che la donna e i bambini aspettavano con lui e per solidarietà volevano morire anche loro. Notte dopo notte, sedevano tutti e quattro perfettamente immobili e ricapitolavano le loro vite aspettando di morire.

Don Juan li aveva ammoniti con le stesse parole che il suo benefattore aveva usato per ammonire lui.

«Non bisogna desiderarla,» aveva detto il suo benefattore «solo aspettare che arrivi. Non si deve cercare d’immaginare com’é, solo esser pronti a farsi prendere dalla sua scia.»

Il tempo trascorso in tanta tranquillità li fortificò mentalmente, ma fisicamente i loro corpi emaciati rivelavano la sconfitta.

Tuttavia un giorno don Juan pensò che la sua sorte stesse per cambiare. Aveva trovato un lavoro stagionale con una squadra di braccianti per la mietitura, ma lo spirito aveva altri programmi per lui. Un paio di giorni dall’inizio dei lavori, qualcuno gli rubò il cappello. Gli era impossibile comprarsene un altro, ma doveva averlo per poter lavorare sotto il sole cocente.

Si confezionò una specie di copricapo protettivo con qualche straccio e una manciata di paglia. Gli altri cominciarono a ridere, prendendolo in giro. Lui li ignorò. Paragonato alla vita delle tre persone che dipendevano dal suo lavoro, il proprio

aspetto gli importava ben poco. Ma quelli non smettevano: urlarono e risero tanto che il caposquadra, per ristabilire l’ordine, licenziò don Juan.

Una rabbia selvaggia annientò il senso di sobrietà e di prudenza di don Juan. Sapeva che gli era stato fatto un torto. La ragione morale stava dalla sua parte. Lanciò un grido acutissimo, raggelante, afferrò uno dei braccianti e lo alzò di peso, con l’intenzione di spezzargli la spina dorsale. Poi, però, pensò ai suoi bambini affamati. Pensò ai loro corpicini così disciplinati, seduti accanto a lui una notte dopo l’altra in attesa della morte. Mise giù quell’uomo e s’allontanò.

Don Juan mi disse che si era seduto sul limitare del campo da mietere e tutta la disperazione che gli si era accumulata dentro alla fne era esplosa. Una rabbia silenziosa, non rivolta contro gli uomini che gli stavano intorno, ma contro se stesso. Si sfogò finché la sua ira non fu completamente esaurita.

«Me ne stavo seduto lì, sotto gli occhi di tutta quella gente, e cominciai a piangere» continuò don Juan. «Loro mi guardavano come se fossi pazzo, e lo ero veramente, ma non mi importava. Nulla m’importava più, ormai.

«Al caposquadra facevo pena e mi si avvicinò per darmi conforto. Pensava che stessi piangendo per me e non avrebbe certo potuto sapere che stavo piangendo per lo spirito.»

Don Juan spiegò che, dopo che la sua collera si fu placata, un protettore silenzioso era andato da lui sotto forma di inspiegabile carica di energia, lasciandolo con la netta sensazione dell’imminenza della morte. Sapeva che non avrebbe avuto il tempo di rivedere ancora la sua famiglia adottiva. Chiese loro scusa ad alta voce per non aver avuto la forza e la saggezza necessarie per liberarli dal loro inferno terrestre.

I braccianti continuarono a ridere di lui, sfottendolo. Ma li udiva appena. Le lacrime gli gonfiavano il petto ed egli si rivolse allo spirito, ringraziandolo per averlo posto sulla via del nagual, offrendogli l’immeritata occasione di essere libero. Sentì le sghignazzate degli uomini che non capivano, sentì i loro insulti e le loro urla, quasi scaturissero dal suo io più profondo. Avevano il diritto di insolentirlo e vessarlo, era stato alle regole dell’eternità e non se. ne era accorto.

«Capii quanto avesse avuto ragione il mio benefattore» disse don Juan. «La mia stupidità era un mostro e mi aveva già divorato. Nell’istante in cui ebbi quel pensiero, seppi che qualsiasi cosa avessi detto o fatto sarebbe stata inutile. Avevo perduto la mia occasione. Ora stavo solo facendo il pagliaccio per quegli uomini. Lo spirito non si sarebbe certo curato della mia disperazione. Eravamo in troppi, con i nostri meschini inferni personali provocati dalla nostra stupidità, perché lo spirito potesse prestarci attenzione.

«M’inginocchiai rivolto a sud-est. Ringraziai di nuovo il mio benefattore e confessai allo spirito la mia vergogna. Mi l vergognavo profondamente. E con l’ultimo fiato che mi restava diedi l’addio a un mondo che avrebbe potuto essere magnifico se fossi stato saggio. Allora sopraggiunse un’enorme onda. Prima fu solo una sensazione, poi la sentii e infine la vidi venire verso di me da sud-est, oltre i campi. Mi sopraffece e mi coprì con la sua oscurità. La luce della mia vita non c’era più. Il mio inferno era finito. Ero finalmente morto! Ero finalmente libero!»

La storia di don Juan mi sconvolse. Egli ignorò i miei tentativi di parlarne. Disse che ne avremmo discusso a tempo e luogo. Invece mi chiese di continuare con quello che eravamo venuti a fare: chiarire la padronanza della consapevolezza.

Un paio di giorni dopo, mentre scendevamo dalle montagne, prese d’improvviso a riparlare della sua storia. Ci eravamo seduti a riposare, ma, a dire il vero, ero stato io a fermarmi per riprendere fiato. Don Juan non ne aveva certo bisogno.

«La lotta degli stregoni per la sicurezza è la lotta più drammatica che ci sia. E dolorosa e costosa. Molte, moltissime volte è addirittura costata loro la vita.»

Mi spiegò che ogni stregone doveva invalidare la continuità della vecchia esistenza per avere la completa sicurezza delle sue azioni o della sua posizione nel mondo della stregoneria o per riuscire a utilizzare intelligentemente la sua nuova continuità. Solo allora le sue azioni potevano avere la necessaria sicurezza di fortificare ed equilibrare l’esilità e l’instabilità della sua nuova continuità.

«I veggenti sciamani dei tempi moderni chiamano questo processo di invalidazione il biglietto per l’impeccabilità, oppure la morte simbolica ma finale dello stregone» disse don Juan. «In quel campo di Sinaloa ebbi il mio biglietto per l’impeccabilità. Morii lì. La mia continuità tanto fragile mi costò la vita.»

«Ma moristi veramente, don Juan, o svenisti soltanto?» chiesi, cercando di non sembrare cinico.

«Io morii in quel campo. Sentivo che la mia consapevolezza mi abbandonava, scivolando verso l’Aquila. Ma poiché avevo ricapitolato impeccabilmente la mia vita, l’Aquila non mi ingoiò, mi sputò via. Il mio corpo era morto in quel campo, quindi l’Aquila non mi lasciò entrare nella libertà. Fu come se mi dicesse di tornare indietro e provare ancora un’altra volta.

«Superai i picchi dell’oscurità e ridiscesi alla luce della Terra. Mi ritrovai poi in una tomba poco profonda al limitare del campo, coperto di sassi e terriccio.»

Don Juan disse che seppe subito cosa fare. Dopo essersi scavato una via d’uscita, risistemò la tomba in modo che sembrasse che il cadavere vi fosse ancora, e poi scappò via furtivo. Si sentiva forte e deciso. Sapeva di dover tornare alla casa del suo benefattore, ma prima di intraprendere il viaggio di ritorno voleva rivedere i suoi per spiegare che era uno stregone e non poteva restare con loro per quel motivo. Voleva informarli che la sua rovina l’aveva provocata il non sapere che gli stregoni non possono mai fare un ponte per unirsi alla gente del mondo. Solo la gente comune, se vuole, può fare un ponte per unirsi agli stregoni.

«Tornai a casa» continuò don Juan «ma era vuota. I vicini, impressionati, mi fecero sapere che i braccianti erano arrivati prima di me con la notizia della mia morte improvvisa e mia moglie e i bambini se ne erano andati.»

«Quant’é durata la tua morte, don Juan?» domandai.
«Un intero giorno, pare.»
Sulle labbra gli aleggiava un sorriso e gli occhi somigliavano a pezzi di

scintillante ossidiana. Stava osservando le mie reazioni, in attesa dei miei commenti. «Che ne fu della tua famiglia, don Juan?» chiesi.
«Ah, la domanda dell’uomo assennato!» osservò. «Per un attimo ho pensato che

mi avresti chiesto particolari della mia morte»!

Confessai che ero stato sul punto di farlo, ma sapendo che lui vedeva la mia domanda mentre la stavo formulando con la mente, avevo chiesto qualcos’altro, per spirito di contraddizione. Non mi pareva una barzelletta, ma lo feci ridere.

«La mia famiglia scomparve quel giorno» disse. «Mia moglie sarebbe riuscita a cavarsela, abituata com’era a dure condizioni di vita. Poiché stavo attendendo la morte, lei credette che avessi avuto quel che desideravo. Non aveva nulla da fare in quel luogo, così se ne era andata.

«I bambini mi mancavano, ma mi consolai pensando che non era destino che io fossi con loro. Però, gli stregoni hanno una strana inclinazione: vivono esclusivamente nel chiaroscuro d’un sentimento meglio descritto dalla congiunzione “eppure…” Quando tutto crolla intorno a loro, gli stregoni ammettono che la situazione è terribile, e poi immediatamente si rifugiano nel chiaroscuro di un “eppure…”

«Anch’io lo feci con i miei sentimenti per quei bambini e per la donna. Con grande disciplina – specie da parte del bambino più grandicello – avevano ricapitolato le loro vite con me. Solo lo spirito avrebbe potuto decidere la fine di quell’affetto.»

Mi rammentò di avermi insegnato come si comportano i guerrieri in condizioni simili Facevano del loro meglio e poi, senza rimorsi o rimpianti, si rilassavano e lasciavano che lo spirito decidesse il risultato.

«Quale fu la decisione dello spirito, don Juan?» domandai.

Mi scrutò senza rispondermi. Sapevo che era perfettamente consapevole del motivo della mia domanda. Avevo provato un affetto simile e una simile perdita.

«La decisione dello spirito è un’altra essenza fondamentale. Le storie di stregoneria le sono costruite tutt’intorno. Parleremo di quella particolare decisione quando arriveremo a discutere quell’essenza fondamentale.

«Ora, non c’era una domanda che volevi farmi a proposito della mia morte?»

«Se credevano che fossi morto, perché la fossa poco profonda?» domandai. «Perché non ti scavarono una fossa vera e non ti ci seppellirono?»

«Questa è più da par tuo» disse ridendo. «Mi posi anch’io la stessa domanda e mi accorsi che tutti quei braccianti erano religiosi Io ero cristiano e i cristiani non sono sepolti a quel modo. Penso che loro si aspettassero che la mia famiglia sarebbe andata a chiedere il corpo per dargli adeguata sepoltura. Ma la mia famiglia non si presentò affatto.»

«Andasti a cercarli, don Juan?»

«No, gli stregoni non vanno mai in cerca di nessuno» replicò. «E io ero un stregone. Avevo pagato con la vita l’errore di non sapere di essere uno stregone e che gli stregoni non si uniscono mai a nessuno.

«Da quel giorno in poi ho accettato solo la compagnia o l’affetto di individui o guerrieri morti come me»

Don Juan disse di essere tornato alla casa dei suo benefattore, dove tutti seppero subito quel che aveva scoperto e lo trattarono come se non se ne fosse mai andato.

Il nagual Julian notò che per la sua natura particolare don Juan aveva impiegato molto a morire.

«Il mio benefattore affermò che il biglietto per la libertà di uno stregone era la sua morte» continuò don Juan. «Disse che anche lui aveva pagato con la vita quel biglietto per la libertà, come pure tutti gli altri occupanti della casa. Ora eravamo eguali nella nostra condizione di defunti.»

«Sono morto anch’io, don Juan?» chiesi.

«Sì che sei morto. Il grande artificio degli stregoni, però, sta nell’essere consapevoli della propria morte. Il loro biglietto per l’impeccabilità dev’essere avvolto nella consapevolezza. Cosi avvolto, dicono gli stregoni, il biglietto rimane nuovo di zecca.

«Per sessant’anni ho conservato nuovo di zecca il mio.»

VI
La manovrabilità dell’intento

Il terzo punto

Don Juan portava spesso me e il resto dei suoi discepoli a far brevi gite sulla vicina catena montagnosa occidentale. Questa volta partimmo all’alba e riprendemmo la strada del ritorno nel tardo pomeriggio. Avevo scelto di camminare accanto a don Juan. Stargli vicino mi tranquillizzava e mi rilassava, mentre stare con i suoi briosi apprendisti produceva sempre in me l’effetto opposto, mi faceva sentire molto stanco.

Mentre scendevamo tutti dalle vette, don Juan e io ci fermammo prima di arrivare in pianura. Un attacco di profonda malinconia mi piombò addosso con tale forza e velocità che non potei fare altro che sedermi. Poi, seguendo il suggerimento di don Juan, mi distesi bocconi su un masso rotondo.

Gli altri apprendisti si presero gioco di me e continuarono il cammino. Sentii che le loro risa e urla si affievolivano per la distanza. Don Juan insisteva perché mi rilassassi e facessi assestare il mio punto d’unione, che secondo lui si era mosso con improvvisa rapidità, nella nuova posizione.

«Non preoccuparti» mi consigliò. «Tra breve sentirai una specie di strattone o una pacca sulla schiena, come se qualcuno ti avesse toccato. Poi starai bene.»

Lo starmene lì sdraiato immobile su quel masso, aspettando di sentire un colpo sulla schiena, mi provocò spontanei ricordi così intensi e nitidi da non farmi neanche notare la pacca che stavo aspettando.Ero tuttavia certo che me l’avessero data, perché la mia malinconia era presto scomparsa.

Descrissi velocemente a don Juan quanto mi era tornato in mente. Mi suggerì di restare sul masso e di spostare il punto d’unione nella posizione esatta in cui si trovava quando avevo vissuto l’avvenimento che avevo ricordato.

«Fa’ attenzione ai dettagli» m’avvertì.

Era accaduto molti anni prima. Don Juan e io ci trovavamo allora nello stato di Chibuahua, nell’altopiano desertico del Messico settentrionale. Ero solito recarmici con lui perché era una zona ricca delle erbe medicinali che lui raccoglieva. Inoltre la zona mi interessava enormemente dal punto di vista antropologico. Da poco gli archeologi vi avevano trovato resti di un grosso centro di commerci preistorico. Supponevano che il luogo, situato strategicamente in un crocevia naturale, fosse stato l’epicentro di traffici lungo una via commerciale che univa l’America sud-occidentale al Messico meridionale e al Centroamerica.

Le poche volte che ero stato su quell’altopiano desertico mi ero sempre più convinto che gli archeologi avevano ragione a pensare che quello fosse un passaggio naturale. Io, logico, avevo catechizzato don Juan sull’influenza di quel passaggio

nella distribuzione preistorica di caratteristiche culturali nel continente nord- americano. In quel periodo ero molto interessato a spiegare la stregoneria presente fra gli indios dell’America sud-occidentale, del Messico e del Centroamerica come un sistema di credenze che si era trasmesso lungo le strade commerciali e che era servito a creare, a un certo livello astratto, una sorta di panindianismo precolombiano.

Don Juan, naturalmente, sghignazzava a più non posso ogni volta che gli esponevo le mie teorie.

L’episodio che avevo ricordato era iniziato a metà pomeriggio. Dopo aver raccolto due sacchetti di rarissime erbe medicinali, don Juan e io facemmo una sosta, sedendoci su due grandi massi. Prima che tornassimo là dove avevo lasciato la macchina, don Juan insisté a parlarmi dell’arte dell’agguato. Disse che quell’ambiente era il più adatto per spiegarmene le complicazioni, ma che per capirle dovevo prima entrare in stato di consapevolezza intensa.

Gli chiesi di spiegarmi prima, ancora una volta, quello che veramente era la consapevolezza intensa.

Mostrando grande pazienza, don Juan parlò della consapevolezza intensa in termini del movimento del punto d’unione. Mentre continuava a parlare, io notai l’assurdità della mia richiesta: sapevo già tutto quello che mi stava dicendo. Osservai che non avevo davvero bisogno che mi si spiegasse nulla, ma lui disse che le spiegazioni non erano mai sprecate perché erano stampate in noi per uso immediato o procrastinato o per aiutarci a preparare la via per raggiungere la conoscenza silenziosa.

Quando gli chiesi di parlarmi della conoscenza silenziosa più in dettaglio, mi rispose subito che la conoscenza silenziosa era una posizione generale del punto d’unione, che secoli prima era stata la posizione normale; poi, per ragioni che sarebbe stato impossibile determinare, il punto d’unione dell’uomo stera spostato da quella collocazione specifica adottandone una nuova chiamata “ragione”.

Don Juan mi faceva notare che non tutti gli esseri umani rappresentavano questa posizione. I punti d’unione della maggior parte di noi non erano messi nella posizione esatta della ragione, ma nelle immediate vicinanze. Era accaduta la stessa cosa con la conoscenza silenziosa: nemmeno allora i punti d’unione di tutti gli esseri umani erano esattamente in quella posizione.

Aggiunse anche che “il luogo della non pietà”, un’altra posizione del punto d’unione, era il precursore della conoscenza silenziosa, e che un’altra posizione ancora del punto d’unione, “il luogo della sollecitudine”, era il precursore della ragione.

Non trovavo nulla di oscuro in quelle enigmatiche espressioni. Per me erano ovvie. Capivo tutto quello che diceva, mentre aspettavo che il suo solito colpetto fra le scapole mi facesse entrare nello stato di consapevolezza intensa. Ma il colpo tardava a venire e io continuavo a capire quello che lui stava dicendo senza accorgermi veramente di capire qualcosa. Quel sentirmi a mio agio e dare tutto per scontato, proprio della mia consapevolezza normale, rimase in me e io non dubitai della mia capacità di comprensione.

Don Juan mi guardò fisso e mi raccomandò di stare bocconi su di un masso rotondo, con braccia e gambe divaricate come un ranocchio.

Me ne stetti lì disteso per circa dieci minuti, completamente rilassato, quasi assopito, finché non fui strappato di soprassalto al mio torpore da un ringhiare, prolungato e penetrante. Sollevai il capo, guardai in su e mi si rizzarono i capelli per lo spavento. Un gigantesco giaguaro scuro era acquattato su un masso a neanche tre metri da me, sovrastante proprio il posto dov’era seduto don Juan. Il giaguaro, mostrando le zanne, mi fissava con occhi di fuoco, e sembrava pronto a balzarmi addosso.

«Non muoverti!» mi sibilò piano don Juan. «E non guardarlo negli occhi. Fissagli il naso e non sbattere le palpebre. La tua vita è nel tuo sguardo.»

Feci quello che mi ordinava. Il giaguaro e io ci fissammo per un attimo finché don Juan non spezzò l’impasse lanciando il cappello come un frisbee in testa al giaguaro. Questi balzò all’indietro per non farsi colpire e don Juan emise un fischio forte, sostenuto e sibilante. Poi urlò con quanto fiato aveva in gola e batté le mani due o tre volte. Sembravano colpi di fucile un po’ attutiti.

Don Juan mi fece segno di scendere dal masso e unirmi a lui. Tutti e due urlammo e battemmo le mani finché don Juan decise che avevamo cacciato via il giaguaro, spaventandolo.

Tremavo in tutto il corpo, eppure non avevo paura. Confidai a don Juan che quel che mi aveva spaventato di più non era stato il ringhio improvviso del felino o il suo sguardo, ma la certezza che il giaguaro fosse stato a guardarmi un bel po’ prima che io lo sentissi e alzassi la testa.

Don Juan non disse una parola su quell’esperienza. Era profondamente assorto nei suoi pensieri. Quando feci per chiedergli se avesse visto il giaguaro prima di me, mi fece un gesto imperioso per zittirmi. Mi diede l’impressione che si sentisse a disagio o fosse un po’ confuso.

Dopo un attimo di silenzio, don Juan mi fece cenno di cominciare a camminare. Lui procedeva davanti; ci allontanammo dalle rocce, zigzagando di buon passo nel sottobosco.

Circa mezz’ora più tardi raggiungemmo una radura e ci fermammo un momento a riposare. Non avevamo scambiato neanche una parola e io ero ansioso di sapere cosa stesse pensando lui.

«Perché camminiamo a zig-zag?» domandai. «Non sarebbe meglio andare in linea retta e più velocemente?»

«No» rispose con enfasi. «Non servirebbe a niente. E’ un giaguaro maschio, quello. Ha fame e ci inseguirà.»

«Un motivo in più per mettere le ali ai piedi» insistetti.

«Non è facile» replicò lui. «Quel giaguaro non è appesantito dalla ragione. Saprà esattamente cosa fare per prenderci. E, come è certo che ti sto parlando, leggerà i nostri pensieri.»

«Cosa vuol dire, il giaguaro che legge i nostri pensieri?» chiesi.

«E non in senso metaforico» precisò. «Dicevo sul serio. Animali grossi come quello hanno la capacità di leggere i pensieri. Non indovinare, ma conoscere direttamente ogni cosa.»

Tutto allarmato domandai: «Cosa dobbiamo fare, allora?».

«Dovremmo diventare meno razionali e cercare di vincere la nostra battaglia rendendogli impossibile leggere i nostri pensieri.»

«Come potrebbe aiutarci l’essere meno razionali?» gli chiesi.

«La ragione ci fa scegliere quello che sembra più efficace alla mente» disse. «Per esempio, la ragione ti ha già detto di correre il più velocemente possibile in linea retta. Quel che la tua ragione non ha considerato è che noi dovremmo correre per sei miglia prima di poterci mettere al sicuro nella tua macchina. E il giaguaro corre più veloce di noi ci taglierebbe la strada, aspettando nel luogo più propizio per saltarci addosso.

«Procedere a zig-zag è una scelta migliore, anche se meno razionale.»
«Come sai che è migliore, don Juan?» chiesi.
«Lo so perché la mia connessione con lo spirito è molto chiara» replicò. «Cioè,

il mio punto d’unione è nella posizione della conoscenza silenziosa. Di là posso vedere che si tratta di un giaguaro che ha fame, ma non ha mai mangiato esseri umani. Ed è sconcertato dal nostro modo di agire. Se adesso procediamo a zig-zag, dovrà fare uno sforzo per precederci.»

«Abbiamo altre alternative allo zigzagare?»

«Solo alternative razionali. E non abbiamo l’attrezzatura necessaria per appoggiarle. Per esempio, potremmo andare su un’altura, ma avremmo bisogno di un fucile per difenderci.

«Dobbiamo tenerci allo stesso livello del giaguaro. Le sue scelte sono dettate dalla conoscenza silenziosa. Noi dobbiamo fare quello che ci dice la conoscenza silenziosa, per quanto possa sembrare irrazionale.»

Cominciò a correre a zig-zag. Io lo seguivo molto da vicino, ma non avevo nessuna fiducia che correndo così ci saremmo salvati. Avevo una reazione ritardata di panico. Mi ossessionava il pensiero dell’oscura sagoma incombente di quel gattone.

Il chaparral desertico consisteva di alti e sparuti cespugli distanti l’uno dall’altro un paio di metri circa. Le limitate precipitazioni del deserto non permettevano la crescita di piante con fitto fogliame o di un ricco sottobosco. Eppure l’effetto visivo del chaparral era di una boscaglia fitta e impenetrabile.

Don Juan si muoveva con straordinaria agilità e io lo seguivo come meglio potevo. Mi suggerì di guardare dove mettevo i piedi e fare meno rumore. Disse che il rumore dei rami che si spezzavano sotto i miei passi mi tradiva sfacciatamente.

Feci molta attenzione per cercare di camminare nelle orme di don Juan per evitare di spezzare rami secchi. Zigzagammo così per un centinaio di metri prima che io scorgessi l’enorme massa scura del giaguaro a non più di una trentina di metri dietro di me.

Urlai a gola spiegata. Senza fermarsi, don Juan si girò abbastanza in fretta per veder scomparire il grosso felino dalla nostra vista. Don Juan emise un altro fischio penetrante, continuando a battere le mani per imitare il suono di fucilate attutite.

A voce molto bassa affermò che i gatti non amano andare in salita, così noi dovevamo attraversare a gran velocità l’ampia e profonda gola che si trovava a pochi metri da me, sulla destra.

Diede il via e ci lanciammo in mezzo ai cespugli alla massima velocità. Scivolammo giù lungo un fianco del burrone, raggiungemmo il fondo e risalimmo per l’altro versante. Da lì avevamo una buona vista del declivio, del fondo della gola e del pianoro dov’eravamo prima. Don Juan bisbigliò che il giaguaro stava seguendo la nostra traccia e che se fossimo stati fortunati l’avremmo visto precipitarsi fino in fondo al burrone sulle nostre piste.

Guardando fisso sotto di noi aspettai con ansia di veder apparire l’animale, ma non lo vidi. Stavo cominciando a pensare che forse era scappato via quando udii il terrificante ruggito del bestione nella boscaglia alle nostre spalle. Rabbrividii nell’accorgermi che don Juan aveva avuto ragione. Per essere arrivato dov’era, il giaguaro doveva aver letto i nostri pensieri, attraversando la gola prima di noi.

Senza dire una parola, don Juan cominciò a correre a una velocità spaventosa. Gli andai dietro e proseguimmo per un pezzo, sempre a zig-zag. Quando ci fermammo per riposare, ero completamente senza fiato.

Il timore di essere inseguito dal giaguaro non mi aveva impedito di ammirare la stupenda forma fisica di don Juan. Aveva corso come un giovanotto. Avevo cominciato a dirgli che mi aveva ricordato qualcuno che, nella mia infanzia, mi aveva colpito per la grande abilità nella corsa, ma mi fece cenno di smettere di parlare. Ascoltava con grande attenzione, e ascoltai anch’io.

Sentii un lieve fruscìo nel sottobosco, proprio davanti a noi, e poi per un istante, a neanche cinquanta metri di distanza, fu visibile la nera sagoma del giaguaro.

Don Juan si strinse nelle spalle e fece un gesto in direzione dell’animale.

«Sembra che non riusciamo a levarcelo di torno» disse, con tono di rassegnazione. «Camminiamo con calma, come se facessimo una bella passeggiata nel parco, e raccontami la storia della tua infanzia. E il tempo giusto e l’ambiente adatto per farlo. Un giaguaro ci dà la caccia e tu ricordi il passato: il perfetto non-fare per essere inseguiti da un giaguaro.»

Rise sonoramente. Ma quando gli dissi che avevo perduto ogni voglia di raccontargli l’aneddoto, si piegò in due dalle risate.

«Ora mi stai castigando per non aver voluto ascoltarti, vero?» domandò.

E io, ovviamente, cominciai a difendermi. Gli replicai che le ‘sue accuse erano chiaramente assurde. Io avevo davvero perduto il filo del racconto.

«Se uno stregone non ha boria, se ne infischia di aver perduto il filo» disse, con una luce maliziosa nello sguardo. «Visto che non ti è rimasta neanche un po’ di presunzione, dovresti raccontarla adesso, la tua storia. Raccontala allo spirito, al giaguaro e a me, come se non avessi perso il filo per niente.»

Volevo dirgli che non mi andava di ubbidire ai suoi desideri perché la storia era troppo sciocca e l’ambiente opprimente. Volevo scegliere lo sfondo adatto, in un altro momento, come faceva lui per i suoi racconti.

Prima di dar voce alle mie opinioni, lui mi rispose.

«Sia il giaguaro sia io leggiamo i pensieri» disse sorridendo. «Se io scelgo luogo e tempo per le mie storie di stregoneria, è perché fanno parte dell’insegnamento e voglio ricavarne il massimo effetto.»

Mi fece cenno di cominciare a camminare. Camminavamo tranquilli, fianco a fianco. Gli confessai che avevo ammirato la sua falcata e la sua resistenza e che c’era un po’ di presunzione in fondo alla mia ammirazione perché mi consideravo un buon corridore. Poi gli raccontai l’aneddoto della mia infanzia che mi ero rammentato vedendolo correre così bene.

Gli dissi che da ragazzo giocavo a calcio e correvo molto bene. Infatti ero talmente agile e veloce che pensavo di poter commettere impunemente qualsiasi marachella perché sarei riuscito a lasciare indietro chiunque avesse cercato di prendermi, specie i vecchi poliziotti che pattugliavano a piedi le strade della mia città natale. Se avessi spaccato il vetro di un lampione o cose del genere, tutto quel che dovevo fare era darmi alla fuga e me la sarei cavata.

Ma un giorno, senza che io lo sapessi, i vecchi poliziotti furono rimpiazzati da agenti più giovani, allenati militarmente. Giunse il fatale momento in cui mandai in frantumi la vetrina di un negozio e corsi via, fiducioso che la velocità fosse il mio salvacondotto. Un giovane poliziotto si diede al mio inseguimento. Corsi come non avevo mai corso prima, ma inutilmente. L’agente, che era un formidabile centrattacco nella squadra di calcio della polizia, aveva più velocità e forza di quanta potesse averne il mio corpo di ragazzo decenne. Mi afferrò e mi riportò a calci fino al negozio con la vetrina spaccata. Contava ad alta voce tutti i calci, come se si stesse allenando allo stadio. Non mi fece male ma mi s’inaridì la gola dalla paura. Tuttavia la mia cocente umiliazione fu attenuata dall’ammirazione, tipica in un ragazzino della mia età, per la bravura e il talento del calciatore.

Confidai a don Juan che quel giorno avevo provato la stessa sensazione con lui. Era in grado di correre più velocemente di me, nonostante la differenza di età e la mia propensione per le fughe veloci.

Gli dissi anche che per anni avevo avuto un sogno frequente, in cui correvo così bene che il giovane poliziotto non riusciva ad acciuffarmi.

«La tua storia è più importante di quanto pensassi» fu il commento di don Juan. «Credevo si trattasse di sculacciate materne.»

Il modo in cui enfatizzò le parole resero la frase molto buffa e canzonatoria. Aggiunse che a volte era lo spirito, e non la nostra ragione, a decidere delle nostre storie. Questa era una di quelle volte. Lo spirito aveva fatto scattare questa particolare storiella nella mia mente, certo perché la storia riguardava la mia indistruttibile presunzione. Disse che la torcia della collera e dell’umiliazione aveva bruciato in me per anni e i miei sensi di fallimento e di depressione erano ancora intatti.

«Uno psicologo ci sguazzerebbe con la tua storia nel contesto attuale» continuò. «Nella tua mente mi devo identificare con il giovane poliziotto che distrusse la tua idea di invincibilità.»

Ora che l’aveva menzionata lui, dovevo ammettere che l’avevo avuta, quella sensazione, benché non ci avessi mai pensato consciamente e men che meno l’avessi espressa a parole.

Camminammo in silenzio. Ero rimasto così colpito dalla sua analogia da dimenticare del tutto il giaguaro in agguato, finché un selvaggio ululato non mi ricordò la nostra situazione.

Don Juan mi consigliò di saltare sui lunghi rami bassi dei cespugli e, scuotendoli con forza, spezzarne un paio facendoli andare su e giù, per farne una specie di lunga scopa. Anche lui fece lo stesso. Correndo, le usavamo per sollevare una nuvola di polvere, agitando e smuovendo il terreno secco e sabbioso.

«Questo dovrebbe preoccupare il giaguaro» disse quando sostammo di nuovo per riprendere fiato. «Ci restano ancora poche ore di luce. Di notte il giaguaro è imbattibile, così faremmo meglio a cominciare a correre direttamente verso quelle alture rocciose.»

Mi indicò alcune colline, verso sud, lontane circa mezzo miglio.

«Noi dobbiamo andare verso est» affermai. «Quelle colline sono troppo a sud. Se andiamo in quella direzione, non arriveremo mai alla macchina.»

«Oggi, comunque, alla macchina non ci arriviamo» ribatté con calma. «E forse nemmeno domani. Chi può dirci se ci arriveremo mai?»

Sentii il morso della paura, ma poi scese su di me una strana pace. Dissi a don Juan che se la morte doveva cogliermi in quella boscaglia desolata, speravo almeno fosse indolore.

«Non preoccuparti. La morte è dolorosa solo quando viene nel proprio letto, per malattia. Quando si combatte per la vita, non si sente dolore. Se si prova qualcosa, è solo esultanza.»

Disse che una delle differenze più drammatiche fra gli uomini comuni e gli stregoni stava nel modo in cui li prendeva la morte. Solo con gli stregoni-guerrieri la morte era tenera e gentile; anche se feriti gravemente, non provavano alcun dolore. E, più straordinario ancora, la morte stessa si teneva in sospeso fino a quando lo stregone ne avesse bisogno.

«La differenza maggiore fra un uomo comune e uno stregone è che uno stregone comanda la morte con la propria velocità» proseguì don Juan. «Così il giaguaro non mangerà me, mangerà te perché tu non hai la velocità per fermare la tua morte.»

Poi elucubrò sulle tortuosità delle idee di velocità e morte degli stregoni. Asserì che nel mondo della vita quotidiana la nostra parola o le nostre decisioni si possono cambiare molto facilmente. Nel nostro mondo, l’unica cosa irrevocabile è la morte. Nel mondo della stregoneria, d’altro canto, la morte normale può essere annullata ma la parola dello stregone no. Nel mondo della stregoneria le decisioni non si possono cambiare o modificare. Una volta prese, restano immutabili in eterno.

Gli dissi che le sue dichiarazioni, benché solenni, non riuscivano a convincermi che si potesse revocare la morte, così lui mi spiegò ancora una volta quel che mi aveva spiegato prima. Disse che per un veggente gli esseri umani erano delle masse luminose oblunghe o sferiche, formate da innumerevoli campi di energia statici eppur vibranti, e che solo gli stregoni erano capaci di indurre il movimento in quelle sfere di luminosità statica. In un millisecondo potevano spostare il punto d’unione in ogni angolo della massa luminosa. Quel movimento e la velocità con cui è effettuato comportava un istantaneo spostamento nella percezione di un altro universo

totalmente diverso. Oppure, potevano spostare il punto d’unione senza fermarsi, attraverso tutti i loro campi di energia luminosa. La forza creata da questo movimento era così intensa da consumare all’istante tutta intera la loro massa luminosa.

Aggiunse che se in quel preciso momento una frana fosse precipitata su di noi schiacciandoci, egli sarebbe riuscito a cancellare il normale effetto di una morte accidentale. Ma usando la velocità con cui il suo punto d’unione si muoveva di solito, avrebbe potuto cambiare universo o farsi bruciare dal profondo in una frazione di secondo. Io, dal canto mio, sarei morto di una morte normale, schiacciato dalla frana, perché il mio punto d’unione non aveva la velocità per tirarmi fuori.

Dissi che mi sembrava che gli stregoni avessero appena scoperto una maniera alternativa di morire che non equivaleva a cancellare la morte. E lui mi rispose che tutto quel che aveva detto era che gli stregoni comandavano la propria morte. Morivano solo quando era necessario.

Benché non dubitassi di quanto stava dicendo, continuai a fargli domande, quasi come in un gioco. Ma mentre lui parlava, pensieri e ricordi disancorati di altri universi percepibili stavano formandosi nella mia mente, come su uno schermo.

Feci notare a don Juan che stavo pensando cose strane. Rise e mi raccomandò di stare accanto al giaguaro perché era così reale che poteva solo essere una vera rappresentazione dello spirito.

L’idea di quanto fosse reale quella belva mi metteva i brividi. «Non sarebbe meglio se cambiassimo direzione, invece di andare diritto verso le colline?» domandai.

Speravo di creare una certa confusione nel giaguaro, con un cambiamento inatteso.

«E’ troppo tardi per cambiare direzione» affermò don Juan. «Il giaguaro sa già che non abbiamo altro posto dove andare oltre le colline.»

«Ma non può essere vero, don Juan!» esclamai.
«Perché no?»
Risposi che, anche se potevo testimoniare l’abilità dell’animale di essere un

balzo avanti a noi, non riuscivo proprio ad accettare che il giaguaro riuscisse a leggere i nostri pensieri e potesse sapere dove volevamo andare.

«Il tuo errore sta nel pensare al potere del giaguaro nei termini della tua capacità di afferrare le cose» replicò. «Lui non può pensare. Sa solamente.»

Don Juan disse che la nostra manovra di sollevare polvere era servita a confondere il giaguaro dandogli un’informazione sensoriale su qualcosa che non ci serviva. Non avremmo potuto sviluppare un vero sentimento per sollevare la polvere, anche se ne fossero dipese le nostre vite.

«Veramente, non capisco cosa stai dicendo» mi lagnai.

La tensione stava esigendo da me il suo tributo: mi era molto difficile concentrarmi.

Don Juan mi spiegò che i sentimenti umani erano come correnti di aria fredda o calda, che una bestia poteva avvertire con facilità. Noi eravamo gli emittenti, il giaguaro il ricevente. Qualsiasi sentimento provassimo, sarebbe arrivato al giaguaro. O meglio, il giaguaro riusciva a leggere qualsiasi sentimento che avesse per noi una

certa utilità. Nel caso dell’operazione di sollevare polvere, il nostro pensiero in proposito era talmente fuori dal comune che poteva solo creare il vuoto nel ricevente.

«Un’altra manovra che la conoscenza silenziosa potrebbe ordinarci, sarebbe quella di prendere a calci la terra» disse don Juan.

Mi guardò per un attimo, come se aspettasse una mia reazione.

«Adesso cammineremo con grande calma» proseguì. «E tu scalcerai la terra in aria come se fossi un gigante alto tre metri.»

Dovevo avere un’espressione molto stupida perché don Juan fu agitato da grandi risate.

«Solleva nugoli di polvere con i piedi,» mi ordinò «sentiti enorme e massiccio.»

Provai e immediatamente ebbi un senso di imponenza. In tono scherzoso osservai che il suo potere di suggestione era incredibile e mi sentivo davvero gigantesco e feroce. Mi assicurò che il mio senso delle dimensioni non era prodotto dalla suggestione ma dallo spostamento del mio punto d’unione.

Raccontò che gli uomini dell’antichità erano entrati nella leggenda perché dalla conoscenza silenziosa avevano appreso del potere che si poteva ottenere spostando il punto d’unione. In scala ridotta, gli stregoni avevano ricatturato quell’antico potere. Muovendo il punto d’unione riuscivano a manipolare le sensazioni e a cambiare le cose. Io stavo cambiando le cose sentendomi grosso e violento. I sentimenti trattati così prendevano il nome di intento.

«Il tuo punto d’unione si è già mosso un bel po’» continuò. «Nella posizione attuale puoi perdere quanto hai acquisito o far andare il tuo punto d’unione ben oltre.» Disse che quasi tutti gli esseri umani in condizioni di vita normali avevano

avuto, chi prima chi dopo, l’opportunità di liberarsi dai vincoli delle convenzioni. Puntualizzò che non intendeva riferirsi alle convenzioni sociali ma a quelle che limitavano le nostre percezioni. Un momento di euforia sarebbe bastato per far muovere il nostro punto d’unione e infrangere le convenzioni. E così pure un momento di paura, di malessere, d’ira o di dolore. Ma di solito, ogni volta che si aveva l’occasione di spostare il punto d’unione, si provava paura. Entrava in gioco tutto il nostro retroterra religioso, accademico e sociale, che ci avrebbe assicurato un sicuro ritorno nel gregge della normalità con il ritorno del nostro punto d’unione nella posizione richiesta dalla vita quotidiana.

Mi spiegò che tutti i maestri mistici e spirituali che io conoscevo avevano fatto così: i loro punti d’unione si erano spostati, per disciplina o per caso, fino a una certa posizione e poi erano tornati alla normalità con un ricordo che durava tutta la vita.

«Puoi essere un bravo ragazzo, molto pio,» continua «dimenticando il movimento iniziale del tuo punto d’unione. O puoi spingerti oltre i limiti della ragionevolezza. Tu sei ancora dentro questi limiti.»

Sapevo di cosa stesse parlando eppure c’era una strana esitazione in me che mi faceva vacillare.

Don Juan portò avanti le sue argomentazioni. Disse che l’uomo comune, incapace di trovare energia percettiva al di là dei limiti del quotidiano, chiamava il regno della percezione straordinaria stregoneria, magia opera del demonio, e l’evitava senza approfondire l’esame.

«Ma tu non puoi più farlo» proseguì don Juan. «Tu non sei religioso e sei troppo curioso per scartare qualcosa troppo facilmente. L’unica cosa che potrebbe fermarti sarebbe la vigliaccheria.

«Tramuta tutto in ciò che è veramente: l’astratto, lo spirito, il nagual. Non c’è stregoneria, né il male, né il diavolo. C’è solo la percezione.»

Lo capii. Ma non avrei saputo dire quello che lui voleva facessi.

Guardai don Juan, cercando di trovare le parole più adatte. Mi sembrava di essere entrato in una disposizione d’animo molto funzionale e non intendevo sprecare una sola parola.

«Sii gigantesco!» mi ordinò con un sorriso. «Liberati della ragione!»

Allora seppi con esattezza quello che voleva dire. Seppi che avrei potuto accrescere l’intensità delle mie sensazioni di misura e ferocia fino a diventare un vero gigante che dominava su tutti i cespugli e vedeva ogni cosa intorno.

Cercai di dar voce ai miei pensieri ma vi rinunciai subito. Mi accorsi che don Juan sapeva tutto quel che stavo pensando e, ovviamente, molto, molto di più.

E poi mi accadde qualcosa di straordinario. Le mie facoltà cerebrali cessarono di funzionare. Sentii come se una coperta mi avesse letteralmente avvolto, oscurando i miei pensieri. Mi liberai della ragione con l’abbandono di chi non ha un problema al mondo. Ero convinto che se volevo allontanare quella soffocante coperta non dovevo fare altro che provare la sensazione di trapassarla.

In quello stato, sentii che qualcosa mi spingeva, mi faceva andare, mi faceva spostare fisicamente da un posto all’altro. In me non c’era traccia di stanchezza. La velocità e la facilità con cui potevo muovermi mi rendevano euforico.

Non mi sembrava di camminare ma nemmeno di volare, mi sentivo piuttosto trasportato senza alcuna difficoltà. I miei movimenti diventavano meccanici e sgraziati solo quando cercavo di volger loro il mio pensiero. Quando invece me li godevo senza pensarci, entravo in un incredibile stato di euforia fisica senza precedenti. Se mai avevo avuto un esempio di quel genere di felicità fisica nella mia vita, doveva essere stato così fugace da non aver lasciato in me alcun ricordo. Eppure, provando quell’estasi, ebbi una sensazione di vago riconoscimento, come per qualcosa una volta familiare e poi dimenticata.

L’esaltazione di muovermi nel chaparral era così intensa che tutto il resto non esisteva più. Per me c’erano solo quei momenti di estrema esaltazione e poi quelli durante quali restavo immobile davanti al chaparral.

Ma ancora più inspiegabile era la sensazione di essere sospeso sopra i cespugli che avevo avuto dall’istante in cui mi avevano fatto muovere.

A un certo punto vidi nettamente la sagoma del giaguaro davanti a me. Stava correndo velocissimo. Sentii che stava cercando di evitare le spine dei cactus, faceva molta attenzione ai propri passi.

Provai un travolgente desiderio d’inseguirlo e spaventarlo fino a fargli abbandonare ogni precauzione. Sapevo che si sarebbe punto con le spine. Nella mia mente silenziosa scaturì un pensiero – pensai che il giaguaro sarebbe stato più pericoloso se irritato dalle spine. Fu come se qualcuno mi svegliasse da un sogno.

Quando m’accorsi che riuscivo di nuovo a pensare, riattivate le mie funzioni cerebrali, mi trovai ai piedi di una catena di collinette rocciose. Mi guardai intorno. Don Juan era poco lontano: sembrava esausto, era pallido e aveva il respiro affrettato.

«Che cos’è successo, don Juan?» chiesi, dopo essermi schiarito la voce roca. «Dimmelo tu, quel che è successo» boccheggiò affannato, tra un respiro e l’altro. Gli dissi quel che avevo provato. Poi mi accorsi che col mio sguardo potevo

scorgere direttamente la cima della montagna. C’era ancora pochissima luce, e questo voleva dire che avevo corso, o camminato, per più di due ore.

Chiesi a don Juan di spiegarmi la differenza di tempo. Mi disse che il mio punto d’unione si era spostato oltre il luogo della non pietà fino a quello della conoscenza silenziosa, ma che ancora mi mancava l’energia per manipolarlo da solo. Per far ciò avrei dovuto avere energia sufficiente per muovermi a piacere tra la ragione e la conoscenza silenziosa. Aggiunse che se uno stregone avesse avuto bisogno di spostarsi per una questione di vitale importanza, avrebbe potuto fluttuare tra la ragione e la conoscenza silenziosa.

Le sue conclusioni sul mio caso erano che, vista la serietà della situazione, avevo lasciato che lo spirito spostasse il mio punto d’unione. Come risultato, ero entrato nella conoscenza silenziosa Naturalmente, il raggio della mia percezione s’era ampliato dandomi così la sensazione dell’altezza, di sovrastare i cespugli.

A quell’epoca, per la mia esperienza accademica, ero molto interessato alla convalida per consenso. Gli posi la domanda di prammatica in quei giorni.

«Se qualcuno della facoltà di antropologia dell’UCLA fosse stato lì a guardare, mi avrebbe visto come un gigante che batteva la boscaglia?»

«Davvero non lo so» rispose don Juan. «Il modo di scoprirlo sarebbe spostare il tuo punto d’unione quando sei nella facoltà di antropologia.»

«Ho tentato. Ma non accade mai nulla. Devo per forza averti vicino perché succeda qualcosa.»

«Allora non hai mai corso un pericolo mortale» disse. «In quel caso avresti spostato il tuo punto d’unione da solo.»

«Ma la gente vedrebbe quello che vedo io quando il mio punto d’unione si muove?» insistetti.

«No, perché il loro punto d’unione non sarà nella stessa posizione del tuo» replicò.

«Allora, don Juan, l’ho forse sognato, il giaguaro?» chiesi. «E accaduto tutto solo nella mia mente?»

«Non proprio. Quel gattone è vero. Tu hai percorso miglia e miglia e non sei nemmeno stanco. Se hai ancora dubbi, guardati le scarpe. Sono piene di spine di cactus. Così ti muovesti davvero, dominando i cespugli, e nello stesso tempo non ti muovesti. Dipende dal fatto che il punto d’unione sia nella posizione della ragione o in quella della conoscenza silenziosa.»

Capivo tutto quel che stava dicendo mentre lo diceva, ma non ne avrei saputo ripetere nulla, se avessi voluto. Né avrei potuto determinare che cosa era quel che sapevo o perché quel che lui diceva aveva tanto significato per me.

Il ringhio del giaguaro mi riportò alla realtà del pericolo incombente. Di sfuggita scorsi la massa scura del giaguaro che saliva agilmente a una trentina di metri circa da noi, sulla destra.

«Che faremo, don Juan?» domandai, sapendo che anche lui aveva visto muoversi l’animale davanti a noi.

«Continueremo a salire fino alla vetta e vi cercheremo rifugio» rispose con calma.

Poi aggiunse, come se non avesse un pensiero al mondo, che io avevo sprecato tempo prezioso indulgendo nel piacere di levarmi al di sopra dei cespugli. Invece di dirigermi verso la sicurezza delle colline che lui mi aveva indicato, io me ne ero andato verso le montagne più alte, a oriente.

«Dobbiamo raggiungere quel pendìo prima del giaguaro o non avremo scampo» disse, indicandomi una parete quasi verticale, proprio in cima alla montagna.

Mi volsi a destra e vidi il giaguaro che balzava di roccia in roccia, decisamente cercando di venire verso di noi per tagliarci la strada.

«Andiamo, don Juan!» urlai, in preda al nervosismo.

Don Juan sorrise. Sembrava gli piacessero la mia paura, la mia impazienza. Ci muovevamo il più rapidamente possibile, continuando a salire. Io cercavo di non badare alla forma scura del giaguaro che appariva di tanto in tanto, sempre sulla destra, un po’ davanti a noi.

Raggiungemmo la base del declivio tutti e tre contemporaneamente, il giaguaro una ventina di metri più a destra. Fece un balzo cercando di dare la scalata alla parete scoscesa, ma non ci riuscì. Il muro di roccia era troppo ripido.

Don Juan mi urlò di non sprecare tempo a contemplare il giaguaro perché si sarebbe lanciato su di noi non appena avesse rinunciato ai tentativi di scalata. Don Juan non aveva ancora finito di parlare che il giaguaro attaccò.

Non ci fu tempo per altri incitamenti. M’inerpicai per la parete rocciosa, seguito da don Juan. L’acuto grido dell’animale frustrato era appena sotto il tallone del mio piede destro. La forza propellente della paura mi fece volare sullo strapiombo come fossi stato una mosca.

Giunsi in vetta prima di don Juan, che stera fermato a ridere.

Al sicuro in cima allo sperone roccioso, ebbi più tempo di pensare a quel che era successo. Don Juan non volle discutere nulla. Sosteneva che a quello stadio del mio sviluppo ogni movimento del mio punto d’unione avrebbe continuato a essere un mistero. All’inizio del mio apprendistato, disse, era mio compito conservare le conquiste fatte più che cercare di spiegarmele ragionandoci sopra – a un certo punto avrei capito tutto.

Gli rivelai che avevo capito tutto in quel momento. Ma egli fu inflessibile e ripeté che dovevo riuscire a spiegare la conoscenza a me stesso prima di poter pretendere di aver capito tutto. Insisté a dirmi che per poter capire un movimento del mio punto d’unione avrei avuto bisogno di energia per fluttuare dal luogo della ragione a quello della conoscenza silenziosa.

Rimase in silenzio per un pezzo, percorrendo rapido il mio corpo con sguardo attento. Poi parve prendere una decisione, sorrise e riprese a parlare.

«Oggi hai raggiunto il luogo della conoscenza silenziosa» mi disse in tono deciso.

Mi spiegò che quel pomeriggio il mio punto d’unione si era mosso da solo, senza il mio intervento. Manipolando la mia sensazione di essere gigantesco avevo ottenuto lo spostamento usando l’intento, e facendo questo il mio punto d’unione aveva raggiunto la posizione della conoscenza silenziosa.

Ero molto curioso di sentire come avrebbe interpretato la mia esperienza don Juan. Dichiarò che un modo di parlare della percezione conquistata nel luogo della conoscenza silenziosa era chiamarla “qui e qui”. Mi spiegò che quando gli avevo detto che mi ero sentito giganteggiare sopra il chaparral desertico, avrei dovuto aggiungere che avevo visto il terreno e le cime dei cespugli nello stesso momento; oppure che ero stato contemporaneamente al mio posto e in quello del giaguaro, e così avevo potuto notare con quanta attenzione procedesse per evitare le spine di cactus. In altre parole, invece di percepire il normale qua e là, io avevo percepito “qui e qui”.

Le sue osservazioni mi fecero paura. Aveva ragione lui. Io non gli avevo menzionato, e non avevo neanche ammesso con me stesso, di essere stato in due posti contemporaneamente. Non avrei osato pensare in quei termini se non ci fossero stati quei suoi commenti.

Mi ripeté che avevo bisogno di più tempo e più energia per comprendere tutto. Ero troppo inesperto; avevo ancora bisogno di molto controllo. Per esempio, mentre mi libravo sopra i cespugli, egli aveva dovuto far fluttuare molto rapidamente il proprio punto d’unione fra i luoghi della ragione e della conoscenza silenziosa per prendersi cura di me. Ecco perché era esausto.

«Spiegami una cosa» dissi, mettendo alla prova la sua ragionevolezza. «Quel giaguaro era più strano di quanto tu non voglia ammettere, vero? I giaguari non fanno parte della fauna di questa zona. I puma sì, ma non i giaguari. Come lo spieghi?»

Prima di rispondere si aggrottò in volto, facendosi di colpo molto serio.

«Credo che questo particolare giaguaro confermi le tue teorie antropologiche» sostenne in tono solenne. «Ovviamente, il giaguaro stava percorrendo la famosa strada commerciale che collega Chihuahua al Centroamerica.»

Don Juan rideva così forte che le sue risate riecheggiavano per le montagne. Quell’eco mi infastidì, come mi aveva infastidito il giaguaro. Non era l’eco in sé a darmi &stidio, ma il fatto che io non avessi mai sentito l’eco di notte. L’eco, nella mia mente, era associata solo alla luce del giorno.

Avevo impiegato parecchie ore per rammentare tutti i dettagli della mia esperienza con il giaguaro. In quel tempo don Juan non mi aveva parlato, si era semplicemente seduto appoggiandosi con la schiena contro una roccia, e si era addormentato. Dopo un po’ non notai più che c’era e alla fine mi addormentai.

Mi svegliai per un dolore alla mascella. Avevo dormito con una guancia schiacciata contro una pietra. Non appena aprii gli occhi, cercai di scivolare giù dal masso su cui ero sdraiato ma persi l’equilibrio e caddi rumorosamente. Don Juan sbucò da un cespuglio in tempo per farsi una gran risata.

Si stava facendo tardi e io mi chiesi ad alta voce se saremmo riusciti a scendere a valle prima di notte. Don Juan non parve preoccuparsi. Venne a sedersi accanto a me.

Gli chiesi se volesse sentire i particolari del mio ricordo. Per lui andava bene, però non mi pose nessuna domanda. Pensai che stesse lasciando a me l’iniziativa, così gli dissi che c’erano tre punti nel mio ricordo che avevano per me un’importanza particolare. Uno, quando lui aveva parlato della conoscenza silenziosa; un altro, quando avevo fatto spostare il mio punto d’unione usando l’intento; e l’ultimo, quando ero entrato in stato di consapevolezza intensa senza richiedere un colpo fra le scapole.

«Il tuo risultato migliore è stato riuscire a muovere il punto d’unione con l’intento» disse don Juan. «Ma i risultati sono qualcosa di personale: sono necessari ma non costituiscono la parte più importante. Non è il residuo quello cui ambiscono gli stregoni.»

Credevo di sapere cosa volesse. Gli precisai che non avevo del tutto dimenticato l’avvenimento. Quel che mi era rimasto, nel mio stato di consapevolezza normale, era che un puma – poiché io rifiutavo l’idea del giaguaro – ci aveva inseguiti costringendoci a rifugiarci in vetta a una montagna e che don Juan mi aveva chiesto se mi ero sentito offeso dall’assalto del grosso felino. L’avevo assicurato che era assurdo che potessi sentirmi offeso, ed egli mi aveva detto che dovevo reagire allo stesso modo agli assalti degli uomini. Dovevo proteggermi o sparire dalla loro strada, ma senza sentirmi moralmente offeso.

«Non è questo il residuo che intendo» disse ridendo. «L’idea dell’astratto, lo spirito, è quello l’unico residuo importante. L’idea del sé personale non ha proprio nessun valore. Tu metti ancora per primo te stesso e i tuoi sentimenti personali. Ogni volta che ne ho avuto l’occasione, ti ho fatto notare il bisogno dell’astratto. Tu hai creduto sempre che io mi riferissi al pensare in modo astratto. No. Astrarsi significa rendersi disponibile allo spirito recependolo consapevolmente.»

Affermò che una delle cose più drammatiche della condizione umana è la macabra connessione fra stupidità e riflesso di sé.

Fu la stupidità a costringerci a scartare tutto quello che non fosse conforme alle attese del nostro riflesso di sé. Per esempio, come uomini comuni, non vedemmo la componente più importante della conoscenza a disposizione degli esseri umani: l’esistenza del punto d’unione e il fatto che potesse spostarsi.

«Per un uomo razionale è impensabile che ci possa essere un invisibile punto in cui converga la percezione» continuò. «E ancora più impensabile che tale punto non sia nel cervello, come ci si potrebbe vagamente aspettare se si potesse mai ammettere l’idea della sua esistenza.»

Aggiunse che il fatto che l’uomo razionale si tenesse aggrappato con tenacia all’immagine di sé ne confermava l’abissale ignoranza. Egli ignorava per esempio che la stregoneria non era incantesimi e parole magiche, ma la libertà di percepire non solo il mondo che si dava per scontato ma quant’altro ancora fosse umanamente possibile.

«Ecco dove la stupidità dell’uomo comune è più pericolosa» continuò. «Egli teme la stregoneria. Trema alla possibilità della libertà, che è lì a portata di mano. Si

chiama il terzo punto, e si può raggiungere con la stessa facilità con cui si può far spostare il punto d’unione.»

«Ma tu stesso mi hai detto che far muovere il punto d’unione è così difficile da rappresentare una vera conquista» ribattei.

«Certo» mi rassicurò. «E’ un’altra contraddizione degli sciamani: è difficilissimo, ma allo stesso tempo è la cosa più semplice del mondo. Ti ho già detto che una febbre alta può spostare il punto d’unione. E così la fame, la paura l’amore, l’odio e il misticismo, e anche l’intento inflessibile che è il metodo preferito dagli stregoni.»

Gli chiesi di spiegarmi di nuovo cosa fosse l’intento inflessibile. Mi disse che era una specie di facoltà di perseguire un unico scopo che hanno gli esseri umani; un’intenzione puntigliosamente ben definita e non revocata da contrastanti interessi o desideri; l’intento inflessibile era anche la forza che si generava quando il punto d’unione era mantenuto fisso in una posizione diversa dalla solita.

Don Juan fece poi una distinzione significativa – che mi era sfuggita in tutti questi anni – tra movimento e spostamento del punto d’unione. Un movimento era un profondo cambiamento di posizione, tanto radicale che il punto d’unione poteva perfino raggiungere altre fasce d’energia all’interno della nostra complessiva massa luminosa dei campi d’energia. Ogni fascia di energia rappresentava un universo completamente diverso da percepire. Invece lo spostamento era un piccolo movimento all’interno della fascia dei campi di energia che noi percepivamo come il mondo della vita di ogni giorno.

Egli continuò a dire che gli stregoni consideravano l’intento inflessibile come il catalizzatore che provocava le loro decisioni irrevocabili, o come l’opposto: le loro decisioni irrevocabili erano il catalizzatore che spingeva i loro punti d’unione nelle nuove posizioni, le quali a loro volta generavano l’intento inflessibile.

Dovevo apparire molto perplesso: don Juan rise dicendo che cercare di rendere logiche le descrizioni metafisiche degli sciamani era inutile come cercare di rendere logica la conoscenza silenziosa. Aggiunse che la difficoltà con le parole consisteva nel fatto che ogni tentativo di chiarire le descrizioni degli sciamani non faceva che renderle più confuse.

Lo sollecitai a cercare di chiarirle in qualunque modo potesse. Sostenni che qualsiasi cosa lui dicesse, per esempio sul terzo punto, l’avrebbe solo potuto chiarire, perché, sebbene io sapessi tutto in proposito, era ancora molto confuso.

«Il mondo della vita di ogni giorno consiste di due punti di riferimento» precisò. «Per esempio noi abbiamo qua e là, dentro e fuori, sopra e sotto, buono e cattivo, eccetera eccetera. Così, a rigore, la nostra percezione delle nostre vite è bidimensionale. Nulla di quanto percepiamo delle nostre azioni ha qualche profondità.»

Protestai dicendo che stava mescolando livelli. Gli dissi che potevo accettare la sua definizione della percezione come la capacità degli esseri umani di comprendere con i propri sensi campi di energia scelti dai propri punti d’unione – una definizione molto “tirata” per i miei standard accademici, ma che al momento mi sembrava valida. Tuttavia non riuscivo a immaginare quale potesse essere la profondità di

quello che noi facevamo. Sostenevo che era possibile che lui parlasse di interpretazioni-elaborazioni delle nostre percezioni fondamentali.

«Uno stregone percepisce le proprie azioni con profondità» disse. «Le sue azioni sono tridimensionali, per lui. Hanno un terzo punto di riferimento.»

«Come può esistere un terzo punto di riferimento?» chiesi con una sfumatura d’irritazione.

«I nostri punti di riferimento sono ottenuti soprattutto dal nostro senso della percezione. I nostri sensi percepiscono e differenziano quel che per noi è immediato da quello che non lo é. Usando quella distinzione fondamentale, deduciamo il resto.

«Per raggiungere il terzo punto di riferimento dobbiamo percepire due luoghi in una sola volta.»

Il mio richiamare alla memoria mi aveva provocato uno strano stato d’animo – come se avessi vissuto quell’esperienza solo qualche minuto prima. Fui improvvisamente consapevole di qualcosa che non avevo notato in precedenza. Sotto la supervisione di don Juan, avevo sperimentato già due volte quella percezione divisa, ma questa era la prima volta che c’ero riuscito da solo.

Pensando a quel mio rammentare mi resi conto anche che la mia esperienza sensoriale era più complessa di quanto non avessi creduto prima. Nel periodo di tempo in cui avevo giganteggiato librandomi sulla boscaglia ero stato conscio – sia pure senza parole o pensieri – che l’essere in due luoghi, o “qui e qui” come aveva detto don Juan, rendeva la mia percezione immediata e completa in tutti e due i luoghi. Ma ero anche stato conscio che la mia doppia percezione non aveva la chiarezza totale della mia percezione normale.

Don Juan mi spiegò che la percezione normale aveva un asse. “Qui e là” erano le zone esterne di quell’asse, e noi eravamo parziali quanto alla chiarezza del “qui”. Disse che nella percezione normale, solo “qui” si percepiva all’istante e in modo diretto e completo. Il suo termine di riferimento gemello, “là”, mancava di immediatezza. Era arguito, dedotto, previsto, perEmo presunto, ma non appreso direttamente con tutti i sensi. Quando noi percepivamo due luoghi contemporaneamente si perdeva la chiarezza totale ma si guadagnava la percezione immediata del “là”.

«Ma allora, don Juan, avevo ragione a descrivere la percezione come la parte più importante della mia esperienza» esclamai.

«No, avevi torto» fece lui. «Quel che tu provasti fu vitale per te perché ti aprì la strada verso la conoscenza silenziosa, ma la cosa più importante fu il giaguaro. Quel giaguaro fu, in verità, una manifestazione dello spirito.

«Quel gattone sbucò dal nulla, inosservato. E avrebbe potuto farci fuori senza problemi. Quel giaguaro era espressione di magia. Senza di lui non ci sarebbe stata l’euforia, la lezione, la comprensione.»

«Ma era un giaguaro vero?» chiesi.
«Certo, in carne e ossa!»
Don Juan osservò che per un uomo comune il grosso felino avrebbe

rappresentato una stranezza terrificante. Un uomo comune sarebbe stato in difficoltà per spiegare in termini razionali cosa ci faceva un giaguaro a Chihuahua, tanto

lontano dalla giungla tropicale. Ma uno stregone, grazie al suo anello di collegamento con l’intento, vedeva il giaguaro come un mezzo verso la percezione – non una stranezza, ma fonte di rispetto e timore reverenziale.

C’erano molte cose che volevo chiedergli, e tuttavia conoscevo le risposte prima ancora di articolare le domande. Seguii per un po’ il filo delle mie stesse domande e risposte, finché non mi accorsi che non importava che conoscessi silenziosamente le risposte; per avere valore, le risposte dovevano essere espresse con parole.

Feci la prima domanda che mi venne in mente: chiesi a don Juan di spiegarmi quella che sembrava una contraddizione. Egli aveva asserito che solo lo spirito poteva muovere il punto d’unione. Ma dopo aver detto che i miei sentimenti, trasformati in intento, avevano mosso il mio punto d’unione.

«Solo gli stregoni possono trasformare i propri sentimenti in intento» disse. «L’intento è lo spirito, così è lo spirito che muove i punti d’unione.

«La parte fuorviante di tutto questo è che io sto dicendo che solo gli stregoni sanno dello spirito, che l’intento è dominio esclusivo degli stregoni. Ciò non è vero affatto, ma è la situazione nel regno della normalità. La condizione vera è che gli stregoni sono più consapevoli dell’uomo comune del loro legame con lo spirito e cercano di manipolarlo. Questo è tutto. Te l’ho già detto, l’anello di collegamento con l’intento è la caratteristica universale condivisa da tutto ciò che esiste.»

Due o tre volte don Juan sembrò sul punto di aggiungere qualcosa. Esitò, apparentemente cercando di scegliere le parole. Alla fine spiegò che essere in due posti contemporaneamente era una pietra miliare che gli stregoni usavano per segnare il momento in cui il punto d’unione raggiungeva il luogo della conoscenza silenziosa. Il movimento libero del punto d’unione, se ottenuto con mezzi propri, era chiamato percezione divisa.

Egli mi assicurò che, coerentemente, ogni nagual faceva tutto quanto in suo potere per incoraggiare il movimento libero dei punti d’unione dei suoi apprendisti. Questo sforzo totale era enigmaticamente denominato “allungarsi fino a raggiungere il terzo punto”.

«L’aspetto più difficile della conoscenza del nagual» proseguì don Juan «e certo la parte cruciale del suo compito, è quella di allungarsi fino a raggiungere il terzo punto. Il nagual usa l’intento per il movimento libero, e lo spirito offre al nagual i mezzi per realizzarlo. Non mi sono mai servito dell’intento per cose del genere finché non sei arrivato tu. Per questo non avevo mai apprezzato pienamente il ciclopico sforzo del mio benefattore quando aveva usato l’intento per me.

«Per quanto sia difficile per un nagual servirsi dell’intento per il movimento libero dei suoi apprendisti» continuò don Juan «non è nulla a paragone della difficoltà che essi incontrano per capire quello che fa il nagual. Considera la fatica che fai tu! La stessa cosa accadde a me. Per lo più, io finivo col credere che gli scherzi dello spirito fossero semplicemente opera del nagual Julian!

«Più tardi mi resi conto che dovevo a lui la vita e tutto il mio benessere. Ora so che gli debbo molto di più. Poiché non posso neanche cominciare a descrivere quello che veramente gli devo, preferisco dire che mi rigirò fino a quando non ebbi un terzo punto di riferimento.

«Il terzo punto di riferimento è la libertà di percezione; è l’intento; è lo spirito; il balzo del pensiero nel miracoloso; l’atto di allungarsi oltre i nostri limiti raggiungendo l’inconcepibile.»

I due ponti a direzione obbligata

Don Juan e io eravamo seduti al tavolo della sua cucina. Era mattina presto. Eravamo appena ritornati dalla montagna, dove avevamo passato la notte dopo che io avevo richiamato alla mente la mia esperienza con il giaguaro. Rammentare la mia percezione divisa mi aveva messo in uno stato di euforia che don Juan aveva usato, come al solito, per farmi sprofondare in ulteriori esperienze sensoriali che ora non riuscivo a ricordare. La mia euforia, comunque, non si era spenta.

«Scoprire la possibilità di essere in due luoghi allo stesso tempo è molto stimolante per la nostra mente» disse. «Poiché la nostra mente è la nostra razionalità, e la nostra razionalità il nostro riflesso di sé, tutto quello che va oltre il nostro riflesso di sé ci ripugna o ci affascina, a seconda di che tipo di persona siamo.»

Mi guardò fisso e poi sorrise, come se avesse appena scoperto qualcosa di nuovo.

«Oppure ci ripugna e ci affascina in egual misura» aggiunse «e questo sembra essere il caso di noi due.»

Gli spiegai che per me non si trattava di ripugnanza o attrazione per la mia esperienza, ma del terrore per l’ampiezza delle possibilità della percezione divisa.

«Non dico di non credere di essermi trovato in due posti diversi contemporaneamente» dissi. «Non posso negare la mia esperienza, eppure credo di esserne così terrorizzato che la mia mente rifiuta di accettarlo come fatto.»

«Tu e io siamo il tipo di persona che è ossessionato da cose del genere e poi dimentica tutto sull’argomento» osservò ridendo. «Tu e io siamo proprio molto simili.»

Adesso ero io a ridere. Sapevo che stava prendendomi in giro, eppure dal suo aspetto emanava una tale sincerità che volli credere dicesse il vero.

Gli dissi che tra i suoi discepoli ero l’unico ad aver imparato a non prendere troppo sul serio le sue dichiarazioni di eguaglianza con noi. L’avevo visto in azione, e gli avevo sentito esclamare nel tono più sincero a ciascuno degli apprendisti: «Tu e io siamo così stupidi. Ci somigliamo tanto!». E io ero rimasto ogni volta sconcertato, rendendomi conto che tutti gli credevano.

«Tu non sei come nessuno di noi, don Juan. Tu sei uno specchio che non riflette le nostre immagini. Tu sei oltre la nostra portata.»

«Ciò di cui sei testimone é il risultato di una battaglia di tutta una vita» disse. «Quello che vedi è uno stregone che ha finalmente appreso a seguire i piani dello spirito, ma questo è tutto.

«Ti ho descritto in molti modi i diversi stadi attraverso cui passa il guerriero lungo la via della conoscenza» proseguì. «Per il suo collegamento con l’intento un guerriero attraversa quattro stadi. Il primo è quando ha un anello arrugginito, inaffidabile con l’intento. Il secondo è quando riesce a pulirlo. Il terzo è quando riesce a manipolarlo, e il quarto quando riesce ad accettare i piani dell’astratto.»

Don Juan insisteva a dire che i risultati da lui ottenuti non lo rendevano intrinsecamente diverso. Accrescevano solo le sue risorse: così non faceva battute quando diceva a me o agli altri apprendisti di essere proprio come noi.

«Capisco esattamente quel che stai passando» continuò. «Quando rido di te, in realtà rido al ricordo di me nelle tue condizioni. Anch’io mi aggrappavo al mondo della vita di ogni giorno, mi aggrappavo con le unghie e con i denti. Tutto mi diceva di lasciarmi andare, ma io non ce la facevo. Proprio come te, implicitamente mi fidavo della mia mente e non avevo alcuna ragione per farlo. Non ero più un uomo comune.

«Il mio problema di allora è il tuo problema d’oggi. L’impeto del mondo d’ogni giorno mi trasportò e io continuai ad agire come un uomo comune. Rimasi disperatamente attaccato alle fragili strutture razionali. Non fare lo stesso.»

«Io non mi attacco a nessuna struttura, sono loro che si attaccano a me» dissi, e la mia frase lo fece ridere.

Replicai che lo capivo perfettamente ma che, per quanto ci provassi con tutte le mie forze, non riuscivo ad andare avanti come uno stregone avrebbe dovuto.

Osservò che il mio svantaggio nel mondo della stregoneria dipendeva dalla poca familiarità che ne avevo. In quel mondo dovevo rapportarmi con ogni cosa in un mondo nuovo, che era infinitamente più difficile perché aveva pochissimo a che fare con la mia continuità della vita di ogni giorno.

Per lui i problemi specifici degli stregoni erano due: uno, l’impossibilità di ristabilire una continuità interrotta, l’altro l’impossibilità di usare la continuità dettata dalla nuova posizione dei loro punti d’unione. La nuova continuità è sempre troppo tenue, troppo instabile, e non offre agli stregoni la sicurezza di cui hanno bisogno per funzionare come se fossero nel mondo della vita d’ogni giorno.

«Come risolvono questo problema gli stregoni?» chiesi.

«Nessuno di noi risolve nulla» rispose. «O lo risolve lo spirito per noi, o non lo risolve affatto. Se lo risolve, uno stregone si ritrova ad agire nel mondo della stregoneria, ma senza sapere come. E’ questo il motivo per cui ho insistito con te dal primo giorno che l’impeccabilità è tutto quel che conta. Uno stregone vive una vita impeccabile e ciò sembra attirare la soluzione. Perché? Non lo sa nessuno.»

Don Juan restò in silenzio per un attimo. Poi, come se glielo avessi espresso a parole, fece un’osservazione su qualcosa che stavo pensando. Pensavo che l’impeccabilità mi faceva sempre venire in mente la moralità religiosa.

«L’impeccabilità, come ti ho detto tante e tante volte, non è la moralità» disse. «Le assomiglia soltanto. L’impeccabilità è semplicemente il miglior uso del nostro livello di energia. Certo, esige frugalità, sollecitudine, semplicità, innocenza; e, soprattutto, esige mancanza del riflesso di sé. Tutto questo sembra un manuale di vita monastica, ma non lo é.

«Gli stregoni dicono che per comandare lo spirito, e con questo intendo comandare il movimento del punto d’unione, c’è bisogno di energia. L’unica a conservare energia per noi è la nostra impeccabilità.»

Don Juan rilevò che non occorre essere studiosi di stregoneria per muovere il proprio punto d’unione. Talvolta, per circostanze naturali anche se drammatiche, come guerra, privazioni, stress, fatica, dolore, impotenza, i punti d’unione degli uomini subiscono movimenti profondi. Se gli uomini che si trovano in circostanze simili fossero capaci di adottare l’ideologia di uno stregone riuscirebbero a massimizzare il movimento naturale senza problemi. E cercherebbero e troverebbero cose straordinarie, invece di fare ciò che fanno gli uomini in tali circostanze: desiderare spasmodicamente il ritorno alla normalità.

«Quando un movimento del punto d’unione è massimizzato» continuò ««sia l’uomo comune sia l’apprendista di stregoneria diventano stregoni, perché massimizzando quel movimento la continuità è irreparabilmente spezzata.»

«Come si porta al massimo quel movimento? chiesi.

«Riducendo il riflesso di sé» rispose. «La vera difficoltà non è muovere il punto d’unione o spezzare la propria continuità. La vera difficoltà è avere energia. Se si ha energia, una volta mosso il punto di unione, non si ha più alcuna difficoltà, neanche con l’inconcepibile.»

Don Juan mi spiegò che il guaio dell’uomo è che egli intuisce le proprie risorse nascoste ma non osa utilizzarle. E’ questa la ragione per cui gli stregoni dicono che la condizione dell’uomo è un contrappunto fra la sua stupidità e la sua ignoranza. Disse che l’uomo ha bisogno, ora più che mai, che gli insegnino nuove idee che hanno a che fare esclusivamente con il suo mondo interiore – idee di stregoneria, non idee sul sociale; idee riguardanti l’uomo di fronte all’ignoto, di fronte alla morte. Ora, più di qualsiasi altra cosa, egli ha bisogno che gli si insegnino i segreti del punto d’unione.

Senza perdersi in preliminari e senza indugiare in pensieri, don Juan allora prese a raccontarmi una storia di stregoneria. Per un anno intero era stato l’unica persona giovane nella casa del nagual Julian. Era così completamente egocentrico da non notare neanche che all’inizio del suo secondo anno il benefattore aveva portato a vivere nella casa tre giovanotti e quattro giovani donne. Per quel che concerneva don Juan, quelle sette persone, arrivate una alla volta nell’arco di due o tre mesi, erano semplicemente dei servitori e non avevano nessuna importanza. Uno dei giovanotti fu persino nominato suo assistente.

Don Juan era convinto che il nagual Julian li avesse attirati con qualche lusinga, inducendoli a lavorare per lui senza alcun salario. Gli avrebbero fatto pena, non fosse stato per la fiducia cieca che avevano nel nagual Julian e per quel malsano attaccamento che provavano per qualsiasi persona o cosa di quella casa.

Gli sembrava che fossero degli schiavi e che egli non avesse nulla da dire loro. Tuttavia fu costretto a coltivarne l’amicizia e a dar loro consigli, non perché lo desiderasse ma perché lo pretese il nagual come parte del suo lavoro. Quando si rivolsero a lui per consigli, fu inorridito dalla cruda drammaticità delle loro esistenze.

Si congratulò con se stesso segretamente perché stava meglio di loro. Si sentiva davvero più intelligente di tutti loro messi insieme. Si vantava di riuscire a leggere

attraverso le manovre del nagual, anche se non poteva ancora pretendere di capire. Rideva quando quelli tentavano di rendersi utili. Li considerava servili e diceva loro apertamente che erano sfruttati senza pietà da un esperto tiranno.

Ma ciò che lo faceva andare su tutte le furie era che tutte e quattro le ragazze avevano una tremenda passione per il nagual Julian e si sarebbero fatte in quattro per fargli piacere. Don Juan cercava conforto nel lavoro e vi si immergeva per dimenticare le sue ire, oppure leggeva per ore filate i libri che il nagual Julian aveva in casa. Leggere divenne la sua passione. Quando leggeva, tutti sapevano che non dovevano disturbarlo, tranne il nagual Julian, che sembrava provar gusto a non lasciarlo mai in pace. Continuava a insistere perché don Juan facesse amicizia con i giovani e le ragazze. Gli diceva che tutti, don Juan compreso, erano suoi apprendisti stregoni. Don Juan era convinto che il nagual Julian non sapesse nulla di magia, ma gli dava corda assecondandolo, e ascoltandolo senza mai credergli.

Il nagual Julian non era affatto turbato dalla mancanza di fiducia di don Juan. Egli si comportava proprio come se don Juan gli credesse e riuniva tutti gli apprendisti insieme per impartire le sue lezioni. Periodicamente li portava tutti sulle vicine montagne a fare escursioni che duravano tutta la notte. Durante quasi tutte queste escursioni, il nagual li lasciava soli e abbandonati su quelle aspre montagne, affidandoli a don Juan.

La base logica per quelle gite era che nella solitudine e nella desolazione avrebbero scoperto lo spirito. Ma non lo scoprirono mai, almeno non in un modo che don Juan potesse capire. Tuttavia il nagual Julian insisteva così tanto sull’importanza di conoscere lo spirito che don Juan aveva l’ossessione di sapere cosa fosse lo spirito.

Durante una di quelle escursioni notturne, il nagual Julian spinse don Juan a inseguire lo spirito, anche senza comprenderlo.

«Logico, intendeva l’unica cosa cui potesse riferirsi un nagual: il movimento del punto d’unione» disse don Juan. «Ma usò le parole in un modo che, secondo lui, avrebbero avuto un senso per me: insegui lo spirito!

«Pensai che stesse dicendo sciocchezze. A quel tempo avevo già formato le mie opinioni e credenze ed ero convinto che lo spirito fosse ciò che va sotto il nome di carattere, volontà, fegato, forza. E credevo di non dover andarne in cerca, poiché avevo già tutto.

«Il nagual insisteva che lo spirito era indefinibile, che non si poteva neanche sentirlo e tanto meno parlarne. Si poteva solo cercare di attirarlo, riconoscendone l’esistenza. Io ribattei con parole molto simili alle tue: non si può allettare qualcosa che non esiste.»

Don Juan disse che aveva discusso così a lungo con il nagual che questi alla fine gli aveva promesso di fronte a tutti gli abitanti della casa che in un unico colpo gli avrebbe mostrato non solo cos’era lo spirito, ma come definirlo. Gli aveva anche promesso di organizzare una festa grandiosa, invitando anche i vicini, per celebrare la lezione di don Juan.

Don Juan ricordava che in quei giorni precedenti la Rivoluzione messicana il nagual Julian e le sette donne del suo gruppo si spacciavano per i ricchi proprietari di una grande hacienda. Nessuno dubitò mai di quell’immagine, specie di quella del

nagual Julian, un ricco e piacente proprietario terriero che aveva messo in disparte la propria seria determinazione a intraprendere la carriera ecclesiastica per prendersi cura delle sette sorelle zitelle.

Un giorno, nella stagione delle piogge, il nagual Julian annunciò che, non appena le precipitazioni fossero cessate, avrebbe organizzato la grande festa che aveva promesso a don Juan. Una domenica pomeriggio portò tutti quelli di casa sulle rive del fiume in piena per le pesanti piogge. Il nagual Julian era in sella al suo cavallo, mentre don Juan gli stava rispettosamente dietro, come d’abitudine, nel caso che incontrassero qualcuno dei vicini; per quel che loro sapevano, don Juan era il cameriere personale del padrone.

Per il picnic, il nagual scelse un posto situato su un’altura lungo le rive del fiume. Le donne avevano preparato cibo e bevande, e il nagual aveva perfino fatto venire un gruppo di musicisti dalla città. Era una grande festa che includeva i peones dell’hacienda, i vicini e anche quelli che, trovandosi a passare di là, si erano avvicinati per unirsi al divertimento.

Tutti mangiarono e bevvero a sazietà. Il nagual ballò con tutte, cantò e recitò poesie. Raccontò barzellette e, con l’aiuto di alcune ragazze, allestì scenette comiche che divertirono tutti.

A un dato momento il nagual Julian chiese se qualcuno dei presenti, specie tra gli apprendisti, volesse condividere la lezione di don Juan. Tutti dissero di no, ben consapevoli delle dure tattiche del nagual. Allora egli chiese a don Juan se fosse ben sicuro di voler scoprire quel che era lo spirito.

Don Juan non poté dire di no. Non poté proprio tirarsi indietro. Dichiarò di essere pronto come non mai. IL nagual lo guidò fino all’argine del fiume ribollente e lo fece inginocchiare. Poi cominciò un lungo incantesimo nel quale invocava il potere del vento e delle montagne e chiedeva al potere del fiume di consigliare don Juan.

Il suo incantesimo, benché significativo, aveva espressioni così irriverenti da suscitare l’ilarità generale. Quando ebbe finito, egli chiese a don Juan di alzarsi a occhi chiusi. Poi lo prese in braccio come fosse un bambino, e lo scaraventò nelle acque impetuose, urlando: «Per amor di Dio, non odiare il fiume!».

Raccontare l’incidente provocò in don Juan risate a crepapelle. Forse in altre circostanze l’avrei trovato comico anch’io. Stavolta invece la storia mi scombussolò moltissimo.

«Avreste dovuto vedere le facce di quelle persone» continuò don Juan. «Intravidi fuggevolmente il loro sbigottimento mentre volavo in aria verso il fiume. Nessuno aveva previsto che quel diabolico nagual avrebbe fatto una cosa del genere.»

Don Juan disse che aveva pensato di essere giunto alla fine dei suoi giorni. Non era un buon nuotatore, e mentre precipitava sul fondo del fiume imprecò contro se stesso per aver permesso che si verificasse tutto ciò. Era così rabbioso che non ebbe il tempo di avere paura. Tutto quello a cui poteva pensare era la sua decisione di non farsi fregare in quel fottuto fiume da quel fottuto individuo.

Toccò il fondo con i piedi e si diede una spinta all’insù. Non era un fiume profondo, ma la piena l’aveva allargato moltissimo. La corrente era rapida e lo

trascinava con sé mentre lui resisteva nuotando, cercando di non farsi sommergere dalle acque impetuose.

La corrente lo trascinò per un pezzo. Mentre veniva trascinato e faceva ogni sforzo per non soccombere, entrò in uno stato d’animo strano. Conosceva il proprio difetto: era molto irascibile e la sua ira repressa gli faceva odiare chiunque gli fosse intorno. Ma non poteva odiare il fiume, né mostrare impazienza o preoccuparsi, come faceva di solito con tutto e con tutti. Tutto quello che poteva fare era seguire la corrente.

Don Juan sosteneva che già quella constatazione e l’acquiescenza da essa provocata aveva capovolto la situazione e lui sperimentò un movimento libero del suo punto d’unione. D’improvviso, senza essere per nulla consapevole di quanto accadeva, invece di essere travolto dalle acque vorticose, don Juan si sentì correre lungo la riva. Stava correndo così veloce che non aveva tempo di pensare. Una forza tremenda lo tirava, facendogli superare massi e tronchi caduti come se non ci fossero.

Dopo aver corso così alla disperata per un bel po’, don Juan osò dare un rapido sguardo alle impetuose acque rossastre e si vide trascinato con violenza a testa in giù dalla corrente. Nulla della sua esperienza precedente l’aveva preparato a un momento simile. Seppe allora, senza coinvolgere i processi mentali, di essere in due posti nello stesso tempo. E in uno di questi, le rapide del fiume, era debole e impotente.

Ogni sua energia si concentrò nel cercare di salvarsi.

Senza pensarci, cominciò a muoversi obliquamente dall’argine. Ci vollero forza e determinazione per avanzare un centimetro alla volta. Gli sembrava di star trascinando un albero. Andava così adagio che gli ci volle un’eternità per fare pochi metri.

Lo sforzo fu troppo, per lui. Di colpo non stava più correndo, ma precipitando in un pozzo profondo. Quando arrivò giù nell’acqua, la temperatura gelida lo fece urlare. E si trovò di nuovo nel fiume, trascinato dalla corrente. Il suo terrore nel ritrovarsi nelle acque tumultuose fu così intenso che riusciva solo a desiderare con tutte le forze di essere sulla riva, al sicuro. E immediatamente fu di nuovo lì che correva a rotta di collo, parallelo al fiume anche se a una certa distanza.

Mentre correva, guardò le acque turbinose e vide se stesso che lottava per restare a galla. Voleva urlare un ordine, voleva comandare a se stesso di nuotare in diagonale, ma non aveva voce. La sua angoscia per quella parte di sé che era nell’acqua lo opprimeva. Gli faceva da ponte fra i due Juan Matus. Si ritrovò all’istante ancora una volta in acqua, a nuotare obliquamente verso la riva.

L’incredibile sensazione di alternarsi fra due luoghi fu sufficiente a sradicare la sua paura. Non gli importava più del suo destino. Alternava liberamente nuotare nel fiume a correre sull’argine. Ma qualsiasi cosa facesse, si spostava costantemente sulla sinistra, correndo via dal fiume o nuotando verso la riva sinistra.

Circa cinque miglia più a valle uscì dal fiume, sulla riva sinistra. Dovette aspettare li, riparandosi fra i cespugli, per più di una settimana. Aspettava che le acque si abbassassero in modo da poter passare a guado dall’altra parte, ma aspettava anche che si placasse la sua paura in modo da poter riprendere la propria interezza.

Don Juan accennò che la forte e prolungata emozione di lottare per la vita aveva fatto sì che il suo punto d’unione si muovesse diritto fino al luogo della conoscenza silenziosa. Poiché non aveva mai fatto attenzione a quel che il nagual Julian gli aveva detto sul punto d’unione, egli non aveva alcuna idea su cosa gli stesse capitando. Era terrorizzato al pensiero di non ritornare più normale. Ma mentre esplorava la sua percezione divisa, ne scoprì il lato pratico e gli piacque. Rimase doppio per giorni. Poteva essere completamente l’uno o l’altro, o tutti e due nello stesso tempo. Quando era entrambi, tutto diventava sfocato e nessuna delle due creature era reale, così lasciò perdere quell’alternativa. Ma il poter essere l’uno o l’altro gli aprì inconcepibili possibilità.

Mentre si rimetteva fra i cespugli, appurò che una della sue nature era più flessibile dell’altra e poteva percorrere grandi distanze in un batter d’occhio, e trovare da mangiare o un ottimo angolo per nascondersi. Fu questa creatura che andò una volta a casa del nagual per vedere se si stavano preoccupando per la sua sorte.

Sentì che i giovani piangevano per lui e la cosa lo sorprese. Avrebbe continuato a guardarli all’infinito, poiché gli piaceva l’idea di scoprire quel che pensavano di lui, ma il nagual Julian lo colse in flagrante e lo fece smettere.

Fu quella l’unica volta in cui ebbe davvero paura del nagual. Don Juan sentì che gli ordinava di piantarla con quell’idiozia. Gli apparve all’improvviso, sotto forma di un enorme oggetto a forma di campana, pesantissimo e fortissimo, nero come la pece, che lo afferrò. Don Juan non sapeva che fosse il nagual ad afferrarlo, ma si sentì malissimo. Provava acute fitte nervose allo stomaco e all’inguine.

«Mi ritrovai subito seduto sull’argine» disse don Juan ridendo.

«Mi alzai, guadai il fiume da poco tornato alla normalità e mi avviai verso casa.»

Fece una pausa, chiedendomi poi cosa pensassi della sua storia. Gli risposi che mi aveva fatto un’impressione enorme.

«Avresti potuto annegare, in quel fiume!» dissi, quasi urlando. «Che brutalità, farti una cosa del genere! Il nagual Julian doveva essere pazzo!»

«Aspetta un attimo» protestò don Juan. ««Il nagual Julian era diabolico, ma non pazzo. Fece quel che doveva fare nel suo ruolo di nagual e maestro. E’ vero che avrei potuto morire, ma è un rischio che dobbiamo correre tutti. Anche tu avresti potuto facilmente finire divorato dal giaguaro o morire per una qualsiasi delle cose che ti ho fatto fare. Il nagual Julian era coraggioso e autorevole e affrontava tutto direttamente. Con lui non si girava intorno a un argomento, si parlava con franchezza, senza mezzi termini.»

Insistetti che, per quanto preziosa potesse essere una lezione, mi sembrava che i metodi del nagual Julian fossero comunque eccessivi e bizzarri. Dovetti ammettere con don Juan che tutto quel che avevo sentito sul nagual Julian mi aveva dato talmente fastidio che mi ero fatto di lui un’idea molto negativa.

«Penso che tu abbia paura che uno di questi giorni io ti scaraventi nel fiume o ti faccia indossare abiti da donna» affermò, cominciando a ridere. «Ecco perché tu non approvi l’operato del nagual Julian.»

Riconobbi che aveva ragione ed egli mi assicurò di non avere nessuna intenzione di imitare i metodi del suo benefattore perché non erano adatti a lui, in quanto era sicuramente spietato come il nagual Julian, ma non altrettanto pratico.

«A quell’epoca» continuò don Juan «io non apprezzavo la sua arte e certo non gradivo quel che mi faceva, ma adesso ogni volta che ci penso lo ammiro sempre di più per il modo eccezionale e diretto con cui mi piazzò nella posizione della conoscenza silenziosa.»

Don Juan disse che per l’enormità di quanto aveva appena passato aveva dimenticato completamente il mostro. Aveva camminato da solo fin quasi alla soglia della casa del nagual Julian, ma poi aveva cambiato idea e si era recato invece dal nagual Elìas a cercar conforto. E fu il nagual Elìas a spiegargli la profonda consistenza delle azioni del nagual Julian.

Il nagual Elìas aveva contenuto a stento la propria emozione nel sentire il racconto di don Juan. In tono entusiastico aveva spiegato a don Juan che il suo benefattore era grande maestro nell’arte dell’agguato, sempre a caccia di praticità, nella ricerca continua di visioni e soluzioni pragmatiche. Il suo comportamento quel giorno giù al fiume era stato un capolavoro dell’agguato. Aveva manipolato e coinvolto tutti. Perfino il fiume sembrava ai suoi ordini.

Il nagual Elìas sosteneva che, mentre don Juan era trascinato dalla corrente e lottava contro la morte, il fiume lo aveva aiutato a capire cos’era lo spirito. Grazie a quella comprensione, don Juan ebbe l’opportunità di entrare direttamente nella conoscenza silenziosa.

Don Juan disse che, essendo un giovane inesperto, aveva ascoltato il nagual Elìas senza capire una parola, ma era stato vinto da sincera ammirazione per l’intensità del nagual.

Per prima cosa, il nagual Elìas aveva spiegato a don Juan che nell’agguato il suono e il significato delle parole avevano una grandissima importanza. Le parole erano le chiavi che i maestri dell’agguato usavano per aprire tutto ciò che era chiuso e per questo dovevano dichiarare i loro scopi prima di tentare di ottenerli. Ma non potevano rivelare i loro fini reali all’inizio e quindi dovevano usare attentamente le parole per nascondere l’azione principale.

Il nagual Elìas chiamava quest’azione svegliare l’intento. Spiegò a don Juan che il nagual Julian aveva svegliato l’intento affermando davanti a tutti quelli di casa che avrebbe fatto vedere a don Juan, in un colpo solo, cos’era lo spirito e come definirlo. Ciò era una vera assurdità, in quanto il nagual Julian sapeva che non c’era modo di definire lo spirito. In realtà, quel che stava cercando di fare era mettere don Juan nella posizione della conoscenza silenziosa.

Dopo aver fatto quella dichiarazione che celava il suo vero proposito, il nagual Julian adunò quante più persone riuscì, facendone cosi suoi consapevoli o inconsapevoli complici. Tutti conoscevano la sua mira dichiarata, ma nemmeno uno sapeva quel che aveva realmente in animo di fare.

La convinzione del nagual Elìas di riuscire a scuotere don Juan da quella impossibile posizione di ribellione e indifferenza totali era completamente sbagliata.

Eppure, con pazienza, il nagual Elìas continuò a spiegargli che, mentre aveva lottato contro la corrente del fiume, aveva raggiunto il terzo punto.

Il vecchio nagual spiegò che la posizione della conoscenza silenziosa si chiamava terzo punto perché, per arrivarci, si doveva passare dal secondo punto, il luogo della non pietà.

Il punto d’unione di don Juan aveva acquistato la fluidità sufficiente a farlo sdoppiare, permettendogli di essere sia nel luogo della ragione sia in quello della conoscenza silenziosa, alternativamente o allo stesso tempo.

Il nagual precisò a don Juan che aveva ottenuto un magnifico risultato e lo abbracciò come fosse un bambino. Non riusciva a smettere di parlare del modo in cui don Juan – nonostante non sapesse nulla – o forse proprio perché non sapeva nulla – aveva trasferito la sua energia totale da un posto all’altro. Per il nagual questo significava che il punto d’unione aveva una fluidità naturale, estremamente favorevole.

Disse a don Juan che ogni essere umano aveva la capacità di produrre quella fluidità, tuttavia la maggior parte la immagazzinava e non la usava mai, tranne nelle rare occasioni provocate dagli stessi stregoni, come l’esperienza che lui aveva appena fatto, o in drammatiche circostanze naturali come una lotta fra la vita e la morte.

Don Juan ascoltava, ipnotizzato dal suono della voce del vecchio nagual. Quando stava attento riusciva a seguire tutto quello che egli diceva, come non era mai riuscito a fare con il nagual Julian.

Il vecchio nagual continuò a spiegargli che l’umanità era al primo punto, la ragione, ma che non tutti i punti d’unione di tutti gli esseri umani erano esattamente sulla posizione della ragione. Coloro che si trovavano in quella esatta posizione erano i veri capi dell’umanità. Il più delle volte si trattava di sconosciuti il cui talento era l’esercizio della ragione.

Il nagual aggiunse che c’era stato un altro periodo in cui l’umanità s’era trovata al terzo punto, che, naturalmente, allora era il primo. Ma, dopo, l’umanità stera spostata al luogo della ragione.

Quando la conoscenza silenziosa era stata il primo punto, aveva prevalso quella condizione. Neanche allora i punti d’unione di tutti si erano trovati in quella posizione. Ciò significava che i veri capi dell’umanità erano stati sempre quegli esseri umani il cui punto d’unione si trovava al punto esatto della ragione o della conoscenza silenziosa. Il vecchio nagual disse a don Juan che il resto dell’umanità faceva solo da pubblico. Ai giorni nostri, erano coloro che amavano la ragione. Nel passato, erano stati quelli che avevano prediletto la conoscenza silenziosa, che avevano ammirato e cantato odi agli eroi di tuttte due le posizioni.

Il nagual dichiarò che l’umanità aveva trascorso la maggior parte della sua storia nella posizione della conoscenza silenziosa, e che questo spiegava il nostro intenso desiderio.

Don Juan chiese al vecchio nagual che cosa stesse facendo con esattezza a lui il nagual Julian. La sua domanda suonava più matura e intelligente di quel che in realtà non fosse. Il nagual Elìas rispose in termini per lui completamente inintelligibili a quell’epoca. Disse che il nagual Julian stava allenando don Juan, attirando il suo

punto d’unione nella posizione della ragione, in modo che potesse essere un pensatore e non un componente di quel pubblico semplice ma emotivamente caricato che amava le sistematiche opere della ragione. E nello stesso tempo lo stava addestrando a essere uno stregone davvero astratto, e non solo parte di un pubblico morboso e ignorante di appassionati dell’ignoto.

Il nagual Elìas assicurò don Juan che solo un essere umano che fosse un modello di razionalità poteva muovere facilmente il proprio punto d’unione e diventare un modello di conoscenza silenziosa. Solo coloro che si trovavano con esattezza in una posizione o nell’altra potevano scorgere chiaramente la posizione diversa, ed era stato così che era nata l’età della ragione. La posizione della ragione era chiara, vista dalla posizione della conoscenza silenziosa.

Il vecchio nagual disse a don Juan che il ponte a direzione obbligata che andava dalla conoscenza silenziosa alla ragione si chiamava “preoccupazione”. Cioè l’interesse che gli onesti uomini della conoscenza silenziosa avevano per l’origine di quel che conoscevano. E l’altro ponte a direzione obbligata che andava dalla ragione alla conoscenza silenziosa si chiamava “comprensione pura”. Cioè l’agnizione che svelava all’uomo di ragione come la ragione fosse solo un’isola in uno sconfinato arcipelago.

Il nagual aggiunse che un essere umano che avesse operanti tutti e due i ponti doveva essere uno stregone in diretto contatto con lo spirito, la forza vitale che rendeva possibili tutt’e due le posizioni. Egli fece notare a don Juan che tutto quel che il nagual Julian aveva fatto quel giorno al fiume non era stato che una messinscena, non per il pubblico degli umani ma per lo spirito, la forza che lo stava guardando. Aveva saltellato e scherzato con trasporto facendo divertire tutti, specie il potere cui si stava rivolgendo.

Don Juan riferì che il nagual Elias gli aveva assicurato che lo spirito ascoltava solo quando chi gli parlava lo faceva a gesti. E gesti non sta per cenni o movimenti del corpo, ma per atti di puro slancio, di generosità, di arguzia. Come gesto per lo spirito, gli stregoni rivelano il meglio di sé per offrirlo in silenzio all’astratto.

L’aspetto dell’intento

Don Juan avrebbe voluto fare un’altra escursione in montagna con me prima che me ne tornassi a casa, ma non vi riuscimmo. Mi chiese invece di portarlo in macchina in città, perché doveva incontrare qualcuno.

Durante il percorso parlò di tutto fuorché dell’intento. Fu un vero sollievo.

Nel pomeriggio, dopo che ebbe sbrigato i suoi affari, ci sedemmo sulla sua panchina preferita, nella piazza. Non c’era nessuno. Io ero stanco e assonnato ma poi, proprio inaspettatamente, mi rianimai. Avevo la mente limpida come cristallo di rocca.

Don Juan notò immediatamente il cambiamento e rise della mia sorpresa. Mi pescò un pensiero nella testa, o forse fui io a pescarne uno dalla sua.

«Se pensi alla vita in termini di ore invece che di anni, le nostre esistenze sono molto lunghe» disse lui. «Anche se pensi in termini di giorni, la vita è ancora interminabile.»

Era proprio quello che stavo pensando.

Mi rivelò che gli stregoni contavano le proprie vite in ore e che in un’ora era possibile vivere in intensità l’equivalente di una vita normale. Questa intensità è un vantaggio quando si tratta di immagazzinare informazioni sul movimento del punto d’unione.

Gli domandai di spiegarmi questo dettagliatamente. Molto tempo prima, poiché era cosi scomodo prendere appunti delle nostre conversazioni, mi aveva raccomandato di tenere tutte le informazioni che ottenevo sul mondo della stregoneria ordinate per bene ma non sulla carta o in mente, ma nel movimento del mio punto d’unione.

«Il punto d’unione, con il movimento più infinitesimale, crea isole di percezione completamente distaccate» disse don Juan. «Vi si possono immagazzinare informazioni sotto forma di esperienze nella complessità della consapevolezza.»

«Ma come si possono immagazzinare informazioni in qualcosa di così vago?» chiesi.

«La mente è ugualmente vaga, eppure tu ne hai fiducia perché ti è familiare» ribatté. «Non hai ancora la stessa familiarità con il movimento del punto d’unione, ma è all’incirca lo stesso.»

«Quel che volevo dire é: come si immagazzinano le informazioni» insistetti io.

«Le informazioni si immagazzinano nell’esperienza stessa» mi spiegò. «In seguito, quando uno stregone muove il suo punto d’unione fino al posto esatto in cui

era prima, rivive l’esperienza totale. Questo rammentare degli stregoni è la maniera di riavere tutte le informazioni immagazzinate nel movimento del punto d’unione.

«L’intensità è un risultato automatico del movimento del punto d’unione» continuò. «Per esempio, tu stai vivendo questi momenti con più intensità della norma, cosi, a esser più esatti, stai immagazzinando intensità. Un giorno rivivrai questi momenti facendo tornare il tuo punto d’unione nella posizione precisa in cui si trova adesso. E cosi che gli sciamani immagazzinano informazioni.»

Gli intensi ricordi che avevo avuto negli ultimi giorni trascorsi mi erano tornati in mente senza alcun processo mentale di cui fossi conscio.

«Come si può riuscire a rammentare volontariamente?» chiesi.

«L’intensità, essendo un aspetto dell’intento, è collegata per natura allo scintillio degli occhi degli stregoni» mi spiegò. «Per ricordare quelle distaccate isole di percezione, gli stregoni devono usare l’intento per il particolare brillio associato a qualsiasi luogo dove vogliano tornare. Ma questo te l’ho già spiegato.»

Dovevo proprio sembrare perplesso. Don Juan mi guardò con espressione seria. Aprii due o tre volte la bocca per fargli domande, ma non riuscii a formulare i miei pensieri.

«In poche ore uno sciamano può vivere l’equivalente di una vita normale» disse don Juan «perché il suo grado d’intensità è più alto della norma. Il suo punto d’unione, spostandosi in una posizione non familiare, prende più energia del solito. Quel flusso aggiunto di energia si chiama intensità.»

Capii quel che stava dicendo con estrema chiarezza, e la mia razionalità barcollò all’impatto con la tremenda implicazione.

Don Juan mi guardò fisso e poi mi consigliò di diffidare da una reazione che angustiava tipicamente gli stregoni: frustrante desiderio di spiegare l’esperienza magica con parole convincenti e ben ragionate.

«L’esperienza dello stregone è cosi fuori dalla norma» prosegui don Juan «che gli stregoni la considerano un esercizio intellettuale e l’usano per tendere agguati a se stessi. La loro carta vincente come maestri dell’agguato, però, è che restano ben consape oli che siamo dei percettivi e che la percezione ha più possibilità di quante possa concepirne la mente.»

Come unico commento, espressi la mia apprensione per le possibilità fuori dalla norma della umana consapevolezza.

«Per proteggersi da quell’immensità gli stregoni imparano a mantenere una perfetta fusione di spietatezza, astuzia, pazienza e dolcezza. Queste quattro basi sono mescolate insieme in modo inestricabile. Gli stregoni le coltivano con l’intento. Esse sono, naturalmente, posizioni del punto d’unione.»

Prosegui dicendo che ogni azione degli stregoni era governata per definizione da questi quattro principi. Cosi, a rigore, ogni azione di ogni stregone è voluta nel pensiero e nella realizzazione e ha la specifica unione delle quattro basi dell’agguato.

«Gli stregoni usano i quattro modi dell’agguato come guide» continuò. «Sono quattro diverse forme mentali quattro diversi tipi di intensità che gli stregoni possono usare per indurre i loro punti di unione a muoversi verso posizioni particolari.»

Parve improvvisamente seccato. Gli chiesi se lo avesse infastidito la mia insistenza nell’avanzare ipotesi.

«Sto considerando che la nostra razionalità ci pone fra l’incudine e il martello» osservò. «Abbiamo tendenza a ponderare, a indagare, a scoprire. E non è possibile far questo nell’ambito della stregoneria. La stregoneria è l’arte di raggiungere il luogo della conoscenza silenziosa, e la conoscenza silenziosa non si può discutere razionalmente. Si può solo sperimentarla.»

Sorrise, con gli occhi che gli brillavano come due stelle. Disse che gli stregoni, nello sforzo di proteggersi dall’effetto travolgente della conoscenza silenziosa, avevano sviluppato l’arte dell’agguato. Essa fa muovere il punto d’unione poco per volta ma in modo costante, dando cosi agli stregoni tempo e quindi possibilità di rafforzarsi.

«Nell’arte dell’agguato» proseguì don Juan «c’è una tecnica molto usata dagli stregoni: la follia controllata. Essi affermano che la follia controllata è l’unico modo che hanno per trattare con se stessi – nel loro stato di accentuata consapevolezza e percezione – e con qualunque persona o cosa nel mondo della quotidianità.»

Don Juan aveva spiegato la follia controllata come l’arte del raggiro controllato o l’arte di fingere di essere completamente immersi in qualcosa a portata di mano – e fingere tanto bene che nessuno potesse vedere la differenza tra vero e falso. La follia controllata non è un vero e proprio inganno, mi aveva detto, ma un mezzo sofisticato e artistico di essere separati da tutto pur restando parte integrale di tutto.

«La follia controllata è un’arte» continuò don Juan. «Un’arte molto noiosa, difficile da apprendere. Molti stregoni non riescono a sopportarla, non perché ci sia in quell’arte qualcosa di male, ma perché richiede molta energia nel praticarla.»

Don Juan ammise di praticarla coscienziosamente, benché non fosse proprio entusiasta di farlo, forse perché il suo benefattore ne era stato un grande esperto. O forse perché la sua personalità – che secondo lui era tortuosa e meschina – non aveva affatto l’agilità necessaria a praticare la follia controllata.

Lo guardai con sorpresa. Smise di parlare e mi fissò con quei suoi occhi maliziosi.

«Quando ci accostiamo alla stregoneria, la nostra personalità è già formata» disse, e si strinse nelle spalle per indicare rassegnazione «e tutto quello che possiamo fare è praticare la follia controllata e ridere di noi stessi.»

In uno slancio di empatia, gli dissi che per me non era affatto meschino e tortuoso.

«Ma è la mia personalità di fondo» insisté lui.
E io insistetti che non lo era.
«I maestri dell’agguato che praticano la follia controllata credono che, per

quanto concerne la personalità, tutta la razza umana si divide in tre categorie.» Sorrise come faceva tutte le volte che mi provocava.

«Ma è assurdo!» protestai io. «Il comportamento umano è troppo complesso per essere diviso così semplicemente.»

«I maestri dell’agguato dicono che non siamo così complessi come pensiamo e che tutti apparteniamo a una delle tre categorie.»

Risi, nervoso. Di solito avrei preso la sua dichiarazione come uno scherzo, ma stavolta, con la mente così limpida e i pensieri così acuti, sentii che parlava proprio seriamente.

««Dici sul serio?» gli chiesi, con quanta più gentilezza potei.
«Come no!» rispose, cominciando a ridere.
Le sue risa mi fecero rilassare un po’, ed egli cominciò a spiegarmi il sistema di

classificazione. Disse che le persone della prima classe sono perfetti segretari, assistenti, colleghi. Hanno personalità molto fluide, ma la loro fluidità non arricchisce.

Tuttavia sono servizievoli, interessati, amanti della casa, pieni di risorse entro certi limiti, spiritosi, beneducati, teneri, delicati. In altre parole, la gente migliore che si possa trovare, ma con un enorme difetto: non riescono a funzionare da soli, hanno sempre bisogno di qualcuno che li diriga. Sotto una direzione, per quanto possa essere dura o antagonistica, rendono benissimo. Da soli non ce la fanno.

Le persone della seconda classe non sono affatto simpatiche. Sono meschine, vendicative, invidiose, gelose, egoiste. Parlano solo di sé e di solito chiedono che gli altri si uniformino al proprio livello. Prendono sempre loro l’iniziativa, anche se non si sentono a proprio agio. Sono perennemente impacciati in ogni situazione e non si rilassano mai. Sono insicuri e sempre insoddisfatti, e più si sentono insicuri, più diventano scortesi. Il loro fatale difetto è che ammazzerebbero chiunque per amor del potere.

Nella terza categoria ci sono quelli che non sono simpatici ma nemmeno odiosi. Non sono servi di nessuno ma neanche si impongono a nessuno, sono piuttosto degli indifferenti. Hanno un’alta idea di se stessi derivata solo da sogni a occhi aperti e da pii desideri. Se si distinguono per qualcosa è perché sono sempre in attesa che qualcosa succeda. Attendono di essere scoperti e conquistati e hanno una grande abilità a creare l’illusione di avere in serbo grandi cose, che promettono sempre di offrire: in realtà ciò non avviene perché non ne hanno la capacità.

Don Juan mi precisò che lui, ovviamente apparteneva alla seconda classe. Mi chiese poi di classificarmi e con una certa riluttanza suggerii che potevo essere una combinazione delle tre.

«Non rifilarmi quell’idiozia della combinazione» mi disse, ancora ridendo. «Noi siamo creature semplici, ognuno di noi appartiene a uno solo dei tre tipi. Secondo me, tu appartieni alla seconda classe. I maestri dell’agguato li chiamano peti.»

Presi a protestare che il suo schema di classificazione era avvilente, ma mi fermai proprio mentre stavo per abbandonarmi a una lunga tirata. Invece gli feci notare che, se davvero c’erano solo tre tipi di caratteri, tutti eravamo bloccati a vita in una delle tre categorie, senza speranza di mutamento o riscatto.

Convenne che era proprio così, ma restava una via di recupero. Gli stregoni avevano appreso molto tempo prima che solo il nostro riflesso di sé personale cadeva in una delle categorie.

«Il nostro problema è che noi ci prendiamo sul serio» disse.

«A qualsiasi categoria appartenga la nostra immagine di sé, importa solo per la nostra presunzione. Se non fossimo presuntuosi, le categorie non importerebbero affatto.

«Sarò sempre un peto» continuò, scosso in tutto il corpo dalle risate. «E anche tu. Ma ora io sono un peto che non si prende sul serio, a differenza di te.»

Ero indignato. Volevo discutere con lui, ma non riuscii a mettere insieme l’energia necessaria.

Nella piazza vuota la risonanza della sua risata aveva del soprannaturale.

Egli cambiò argomento, poi, passando in rapido esame i noccioli fondamentali che aveva discusso con me: le manifestazioni dello spirito, il tocco dello spirito, lo stratagemma dello spirito, la discesa dello spirito, le esigenze dell’intento e la manovrabilità dell’intento. Me li ripeteva come se stesse offrendo alla mia memoria l’occasione di ricordarli bene tutti. Dopo, mi riassunse per sommi capi tutto quello che mi aveva detto in proposito. Fu come se deliberatamente mi stesse facendo immagazzinare tutte quelle informazioni approfittando dell’intensità del momento.

Osservai che i noccioli fondamentali rappresentavano ancora per me un mistero. Avevo forti dubbi sulla mia capacità di comprensione e mi dava l’impressione che stesse per accantonare quell’argomento, mentre io non ne avevo afferrato affatto il significato.

Ripetei che dovevo fargli altre domande sui noccioli astratti.
Parve valutare quello che stavo dicendo, poi scosse lentamente il capo.
«Questo soggetto era molto difficile anche per me. E anch’io facevo molte

domande. Forse io ero un po’ più egocentrico di te. E molto villano. L’unico modo di far domande che conoscessi, era trovar da ridire su tutto. Anche tu sei piuttosto aggressivo, come inquisitore, e alla fine, naturalmente, tu e io diamo altrettanto fastidio, ma per motivi diversi.»

Ci fu solo un’altra cosa che don Juan aggiunse alla nostra discussione sui noccioli fondamentali prima di cambiare argomento: che si rivelavano con grande lentezza avanzando e ritirandosi in modo strano, irregolare.

«Non ripeterò mai abbastanza spesso che ogni uomo il cui punto d’unione si muove, può muoverlo ancora» cominciò. «E l’unico motivo per avere un maestro è perché continui a spronarci senza pietà. Altrimenti la nostra reazione naturale sarebbe quella di fermarsi a congratularci con noi stessi per aver coperto tanto terreno.»

Disse che entrambi eravamo ottimi esempi della odiosa tendenza di prendersela comoda. Il suo benefattore, per fortuna, da quel grande maestro dell’agguato che era, non lo aveva risparmiato.

Don Juan raccontò che nel corso delle loro escursioni notturne nella zona desertica il nagual Julian gli aveva tenuto lunghe lezioni particolareggiate sulla natura della presunzione e sul movimento del punto d’unione. Per il nagual Julian, la presunzione era un mostro dalle tremila teste, che si poteva affrontare e distruggere in tre maniere. La prima era mozzare le teste una a una; la seconda era raggiungere quel misterioso stato d’essere chiamato il luogo della non pietà, che distruggeva la presunzione affamandola lentamente; e la terza era di pagare con la propria morte simbolica l’immediato annientamento del mostro dalle tremila teste.

Il nagual Julian raccomandava la terza alternativa, ma disse a don Juan che avrebbe potuto considerarsi fortunato se avesse avuto la possibilità di scegliere. Perché di solito era lo spirito a determinare in quale direzione dovesse andare uno stregone, ed era dovere dello stregone seguirla.

Don Juan precisò che, come lui aveva guidato me, il suo benefattore aveva guidato lui a tagliare le tremila teste della presunzione, una a una, ma che i risultati erano stati piuttosto diversi. Mentre io avevo risposto molto bene, lui non aveva risposto.

«La mia era una condizione particolare» proseguì. «Dal momento in cui il mio benefattore mi vide, disteso per terra con una ferita d’arma da fuoco al petto, seppe che ero io il nuovo nagual. Egli agì di conseguenza e fece muovere il mio punto d’unione non appena il mio stato di salute lo permise. E io vidi con grande facilità un campo di energia sotto l’aspetto di quell’uomo mostruoso. Ma questa impresa ostacolò ogni ulteriore movimento del mio punto d’unione, invece di agevolarlo come avrebbe dovuto. E mentre i punti d’unione degli altri apprendisti si muovevano regolarmente, il mio restò fisso al livello a cui poteva vedere il mostro.

«Ma il tuo benefattore non ti disse quello che stava accadendo?» chiesi, sconcertato dalla inutile complicazione.

«Il mio benefattore non credeva che la conoscenza si potesse passare di mano in mano. Riteneva che la conoscenza impartita così mancasse di efficacia. non c’era nel momento del bisogno. Invece, se la conoscenza era solo suggerita, la persona interessata avrebbe potuto escogitare il modo di pretenderla.»

Don Juan disse che la differenza tra il suo insegnamento e quello del suo benefattore era che lui credeva nella libertà di scelta e il suo benefattore no.

«Ma il maestro del tuo benefattore, il nagual Elias, non ti disse quel che stava accadendo?» insistetti io.

«Cercò» rispose don Juan sospirando «ma io ero davvero impossibile. Sapevo tutto ciò. Lasciavo che i due mi assordassero con i loro discorsi ma non prestavo mai attenzione a quel che dicevano.»

Per superare quell’impasse, il nagual Julian aveva deciso di costringere don Juan a effettuare un movimento libero del suo punto d’unione ancora una volta, ma in modo diverso.

Lo interruppi per chiedere se ciò era accaduto prima o dopo la sua esperienza al fiume. Le storie di don Juan infatti non seguivano l’ordine cronologico, come mi sarebbe piaciuto.

«Accadde parecchi mesi dopo. E non credere nemmeno per un istante che solo perché avevo provato quella percezione divisa io fossi davvero cambiato, che fossi più saggio o più sobrio. Nulla del genere.

«Considera il tuo caso» proseguì. «Io non solo ho rotto la tua continuità più volte, ma l’ho ridotta in brandelli, e guardati un po’: ti comporti ancora come fossi integro. E’ il risultato supremo della magia, opera dell’intento.

«Anch’io ero così. Per un po’ barcollavo sotto l’impatto di quanto stavo provando, e poi dimenticavo e riannodavo gli estremi recisi come se nulla fosse

successo. Ecco perché il mio benefattore credeva che noi saremmo cambiati solo morendo.»

Tornando alla sua storia, don Juan disse che il nagual si servì di Tulio, quella persona poco socievole che faceva parte del gruppo, per impartire un ulteriore devastante colpo alla sua continuità psicologica.

Don Juan disse che tutti gli apprendisti, compreso lui, non si erano mai trovati d’accordo su niente tranne che nel ritenere Tulio un ometto di una arroganza spregevole. Lo odiavano tutti perché Tulio li evitava o li ignorava sdegnosamente. Li trattava con tale disprezzo che loro si sentivano nullità. Erano tutti convinti che Tulio non parlasse mai con loro perché non aveva nulla da dire, e che la sua caratteristica saliente, quello spocchioso distacco, fosse una copertura per la sua timidezza.

Eppure, nonostante il suo sgradevole carattere, Tulio esercitava, con disappunto di tutti gli apprendisti, un’influenza irragionevole su tutta la casa, specie sul nagual Julian, che stravedeva per lui.

Una mattina il nagual Julian aveva mandato tutti gli apprendisti in città per l’intera giornata a far commissioni. L’unico rimasto in casa, oltre agli anziani, era don Juan.

Verso mezzogiorno il nagual Julian si era diretto verso lo studio per sbrigare la contabilità quotidiana. Mentre stava entrando aveva chiesto a don Juan col tono più naturale del mondo di aiutarlo a fare i conti.

Don Juan aveva cominciato a controllare le ricevute e presto si era accorto che per continuare aveva bisogno di alcune informazioni che Tulio, il sovrintendente della proprietà, aveva, e si era dimenticato di annotare.

Il nagual Julian era decisamente irritato dalla disattenzione di Tulio, e ciò fece piacere a don Juan. Il nagual gli ordinò con impazienza di cercare Tulio, che era fuori nei campi a sorvegliare i lavoranti, e di chiedergli di venire nello studio. Don Juan, gongolante, fece di corsa il mezzo miglio che lo separava dai campi, accompagnato naturalmente da un lavorante per proteggerlo dal mostro.

Trovò Tulio che, come sempre, sorvegliava i braccianti da una certa distanza. Don Juan aveva notato che Tulio detestava il contatto diretto con la gente ed effettuava sempre le sue sorveglianze da lontano.

Con voce dura e modi esageratamente imperiosi, don Juan chiese a Tulio di andare con lui in casa perché il nagual aveva bisogno dei suoi servigi. Tulio, con voce appena udibile, rispose che al momento era troppo occupato ma che di lì a un’ora circa sarebbe stato libero e sarebbe andato dal nagual.

Don Juan aveva insistito, pur sapendo che Tulio non si sarebbe degnato di stare a discutere con lui ma l’avrebbe licenziato con un cenno del capo. Fu scioccato quando Tulio cominciò a vomitargli addosso un’oscenità dopo l’altra, urlando. La scena non era affatto in carattere con Tulio e perfino i braccianti smisero di lavorare e si guardarono l’un l’altro interrogativamente. Don Juan era certo che non avessero mai sentito Tulio alzar la voce e men che meno abbaiar parolacce. La sua sorpresa fu tale da provocargli un riso nervoso che rese Tulio furibondo. Arrivò a tirare un sasso contro l’atterrito don Juan, che scappò via.

Con la sua guardia del corpo, don Juan tornò di corsa a casa. Sulla soglia dell’ingresso principale trovò Tulio che stava parlando tranquillamente con alcune donne, ridendo. Come d’abitudine, volse il capo ignorando don Juan, che cominciò a criticarlo aspramente perché se ne stava lì a chiacchierare mentre il nagual lo voleva nel suo studio. Tulio e le donne fissarono don Juan come se fosse impazzito.

Ma Tulio quel giorno era diverso dal solito. Gridò immediatamente a don Juan di chiudere la sua boccaccia e di badare agli stramaledetti affari suoi. Accusò sfacciatamente don Juan di volerlo mettere in cattiva luce con il nagual.

Le donne mostrarono il loro costernato affanno e guardarono don Juan con riprovazione. Cercarono di placare Tulio. Don Juan ordinò a Tulio di andare nello studio del nagual per spiegargli i conti. Tulio gli rispose di andare all’inferno.

Don Juan tremava dalla collera. Il semplicissimo compito di chiedere i conti era diventato un incubo. Controllò le proprie emozioni. Le donne lo stavano osservando con attenzione, e questo lo fece infuriare ancora di più. In silenzio si precipitò verso lo studio del nagual, mentre Tulio e le donne riprendevano a chiacchierare e a ridere.

La sorpresa di don Juan fu completa quando, entrando nello studio, vi trovò Tulio che, seduto alla scrivania del nagual, era tutto assorto nei suoi conteggi. Don Juan, con uno sforzo enorme, controllò la sua ira. Sorrise a Tulio. Non aveva più bisogno di affrontarlo, perché aveva improvvisamente capito che il nagual Julian stava usando Tulio per mettere lui alla prova e vedere se perdeva le staffe. Non gli avrebbe dato quella soddisfazione.

Senza alzare gli occhi dai conti Tulio gli disse che, se cercava il nagual, l’avrebbe trovato all’altro capo della casa.

Don Juan corse all’altro capo della casa e trovò il nagual che passeggiava lento per il patio con a fianco Tulio. Il nagual sembrava impegnato in conversazione con Tulio. Questi gli diede garbatamente di gomito, annunciandogli a bassa voce che c’era il suo assistente.

Il nagual, con tono più che naturale, spiegò a don Juan tutto quel che c’era da sapere sulla contabilità controversa cui si erano dedicati. Fu una spiegazione lunga, dettagliata e completa. Poi aggiunse che tutto quel che don Juan doveva fare era portare il libro mastro dello studio, in modo da registrare la nuova voce e farla firmare a Tulio.

Don Juan non riusciva a comprendere quel che stava accadendo. La spiegazione dettagliata e il tono naturale del nagual avevano portato ogni cosa nel mondo degli affari terreni. Tulio con impazienza ordinò a don Juan di fare in fretta a prendere il registro perché lui aveva da fare. C’era bisogno di lui da un’altra parte.

A quel punto don Juan si era rassegnato a fare il clown. Intuiva che il nagual stava architettando qualcosa: aveva negli occhi quello strano sguardo che don Juan associava sempre ai suoi scherzi tremendi. Inoltre Tulio aveva parlato più quel giorno che non in tutti e due gli anni durante i quali don Juan era stato in quella casa.

Senza dire una parola, don Juan tornò allo studio. Come prevedeva, Tulio era già lì, seduto sullo spigolo della scrivania, in attesa impaziente di don Juan, battendo ritmicamente i tacchi degli stivali sul pavimento. Aveva in mano il libro mastro che don Juan cercava, glielo porse e poi gli disse di far presto.

Nonostante se l’aspettasse, don Juan era stupefatto. Guardò Tulio a occhi sgranati e l’altro andò su tutte le furie e cominciò a insultarlo. Don Juan dovette lottare con se stesso per non esplodere. Continuò a ripetere che si trattava solo di un test attitudinale. Si vedeva già fuori dalla casa se non avesse superato la prova.

Nel bel mezzo di questo bailamme era ancora capace di chiedersi come facesse Tulio a essere così veloce da arrivare sempre prima di lui.

Don Juan certo prevedeva di trovare Tulio ad attenderlo insieme al nagual, eppure quando lo vide, benché non sorpreso, fu incredulo. Aveva attraversato la casa di volata, seguendo il percorso più breve. Tulio non avrebbe potuto assolutamente correre più velocemente di lui. Per giunta, se Tulio avesse corso, avrebbe dovuto correre al suo fianco.

Il nagual Julian prese il registro della contabilità dalle mani di don Juan, con aria indifferente. Fece la registrazione e Tulio la firmò. Poi continuarono a parlare di conti, ignorando don Juan che aveva gli occhi fissi su Tulio. Don Juan voleva scoprire a che razza di esame lo avesse sottoposto. Doveva essere un test attitudinale, pensò. Dopotutto, in quella casa, il suo comportamento era sempre stato oggetto di discussione.

Il nagual disse a don Juan che poteva andare, perché voleva restare solo con Tulio per parlare d’affari. Don Juan andò subito a cercare le donne per sentire che cosa avrebbero detto di questa strana situazione. Ma non aveva percorso neanche tre metri che ne incontrò due insieme a Tulio, in animata conversazione. Li vide prima che loro vedessero lui, così tornò di corsa dal nagual. Tulio era ancora lì, che chiacchierava con lui.

Un incredibile sospetto gli attraversò la mente: Tulio era assorto con la contabilità e non mostrò di accorgersi della presenza di don Juan. Don Juan gli chiese cosa stesse accadendo, ma Tulio questa volta si comportò secondo il suo solito: non degnò don Juan di una parola o di uno sguardo.

In quel momento don Juan ebbe un altro pensiero inconcepibile. Si precipitò alle stalle, sellò due cavalli e chiese alla sua guardia del corpo del mattino di accompagnarlo di nuovo. Si recarono al galoppo là dove avevano trovato Tulio prima: era esattamente dove lo avevano lasciato. Non parlò a don Juan. Fece spallucce e girò il capo quando don Juan gli rivolse delle domande.

Don Juan e il suo compagno ritornarono alla casa; egli lasciò l’uomo a occuparsi dei cavalli e si precipitò dentro. Tulio stava pranzando con le donne. E Tulio stava anche chiacchierando con il nagual. E Tulio stava anche lavorando alla contabilità.

Don Juan si sedette. Aveva i sudori freddi per la paura. Sapeva che il nagual Julian lo stava mettendo alla prova con uno dei suoi terribili scherzi. Rifletté che gli si presentavano tre soluzioni: avrebbe potuto comportarsi come se non stesse accadendo nulla di straordinario, avrebbe potuto scoprire da solo di quale prova si trattasse, o, visto che il nagual gli aveva impresso bene in mente che lui era lì per spiegare qualsiasi cosa don Juan gli chiedesse, avrebbe potuto presentarsi al nagual e chiedere chiarimenti.

Decise per questa terza soluzione. Andò dal nagual e gli chiese di spiegargli cosa gli stavano facendo. Il nagual era solo e stava ancora controllando i conti. Mise

da parte il libro mastro e sorrise a don Juan. Gli disse che i ventuno non-fare che aveva insegnato a don Juan erano i mezzi con cui mozzare le tremila teste della presunzione, ma che quei mezzi non si erano dimostrati per nulla efficaci con don Juan. Così stava provando il secondo metodo per distruggere la presunzione, il che voleva dire mettere don Juan nello stato di essere chiamato il luogo della non pietà.

Don Juan si convinse che il nagual Julian era completamente pazzo. Sentendolo parlare di non-fare e di mostri con tremila teste o di luoghi della non pietà ne ebbe quasi compassione.

Con molta calma il nagual Julian pregò don Juan di recarsi nel capannone che serviva da deposito sul retro della casa, chiedendo a Tulio di uscire.

Don Juan sospirò e fece del suo meglio per non scoppiaa ridere. I metodi del nagual erano troppo ovvi: don Juan sapeva che il nagual voleva continuare la prova, usando Tulio.

Don Juan interruppe il racconto e mi chiese cosa pensassi del comportamento di Tulio. Risposi che, per quel che conoscevo del mondo della stregoneria, avrei detto che Tulio era uno stregone che stava muovendo il proprio punto d’unione in un modo estremamente sofisticato per dare a don Juan l’impressione di essere in quattro posti contemporaneamente.

«Così, cosa pensi che abbia trovato in quel capannone?» domandò don Juan, con un sorriso sardonico.

«Direi che tu potresti aver trovato Tulio o nessuno» replicai.

«Se fosse stato così non avrei subìto nessuno shock alla mia continuità» disse don Juan.

Cercai di immaginare cose bizzarre e suggerii che forse aveva trovato il corpo sognante di Tulio. Ricordai a don Juan che lui stesso aveva fatto a me qualcosa di simile con uno del suo seguito di stregoni.

«No» ribatté lui. «Ciò che trovai io era uno scherzo che non aveva equivalenti nella realtà. Eppure non era bizzarro né fuori dal mondo. Cosa credi che fosse?»

Dissi a don Juan che odiavo gli indovinelli. Aggiunsi che con tutte le bizzarrie che mi aveva fatto provare, le uniche cose che riuscivo a immaginare erano ulteriori stranezze; Visto però che non si trattava di cose bizzarre, rinunciavo a indovinare.

«Quando entrai nel capannone ero pronto a scoprire che c’era nascosto Tulio» disse don Juan. «Ero sicuro che l’altra parte del test sarebbe consistita in un irritante gioco di nascondino. Tulio mi avrebbe fatto impazzire acquattandosi all’interno del capannone.

«Ma non accadde nulla di quello cui mi ero preparato. Entrai nel capannone e vi trovai quattro Tulios.»

«Cosa intendi per quattro Tulios?» domandai.

«C’erano quattro uomini in quel capannone. E tutti e quattro erano Tulio. Puoi immaginare la mia sorpresa! Tutti e quattro erano seduti nell’identica posizione, a gambe incrociate. Mi stavano aspettando. Io li guardai e corsi via sbraitando.

«Il mio benefattore mi tenne fermo per terra, appena fuori dalla porta.E allora, davvero inorridito, vidi che i quattro Tulios uscivano dal capannone dirigendosi verso di me. Urlai e urlai, mentre loro mi beccavano con le loro dure dita come uccellacci

da preda all’attacco. Continuai a urlare finché non sentii che in me cedeva qualcosa ed entrai in uno stato di suprema indifferenza. Non avevo mai provato nulla di tanto straordinario Scostai i Tulios e mi rialzai. Mi stavano solo facendo il solletico. Andai direttamente dal nagual e gli chiesi di spiegarmi quei quattro uomini.»

Quello che il nagual Julian aveva spiegato a don Juan era che quei quattro erano esempi dell’arte dell’agguato. I nomi li aveva inventati il loro maestro, il nagual Elìas, che, come esercizio di follia controllata, aveva preso i numerali spagnoli, uno, dos, tres, cuatro e li aveva aggiunti al nome Tulio, ottenendo così Tuliùno, Tuliòdo, Tulìtre e Tulìcuatro.

Il nagual Julian li presentò uno alla volta a don Juan. I quattro erano in piedi, allineati. Don Juan era di fronte a loro e fece un cenno col capo; a turno ognuno ricambiò il cenno. Il nagual disse che i quattro erano maestri dell’agguato di talento così straordinario, come don Juan aveva appena confermato, da rendere inutile ogni elogio. I Tulios erano il trionfo del nagual Elìas; erano l’essenza della discrezione. Con la loro grande esperienza dell’agguato, solo uno di loro esisteva ai fini pratici. Benché la gente li vedesse e avesse a che fare con loro ogni giorno, nessuno oltre i componenti della casa sapeva che c’erano quattro Tulios.

Don Juan comprese con perfetta chiarezza tutto ciò che il nagual Julian andava dicendo sui quattro uomini. Per l’insolita chiarezza, seppe di avere raggiunto il luogo della non pietà. E capì, da solo, che il luogo della non pietà era un posizione del punto d’unione, una posizione che rendeva inoperante l’autocommiserazione. Ma don Juan apprese anche che la sua saggezza, il suo discernimento erano estremamente transitori. Il suo punto d’unione sarebbe inevitabilmente tornato al luogo di partenza.

Quando il nagual chiese a don Juan se avesse domande da porgli, si accorse che avrebbe fatto meglio ad ascoltare attentamente la spiegazione del nagual invece di speculare sulla propria prescienza.

Don Juan voleva sapere come facevano i Tulios a dare l’impressione di essere una persona sola. Era estremamente curioso perché, osservandoli insieme, si era accorto che essi non erano poi tanto simili. Avevano gli stessi vestiti, e più o meno la stessa statura, età e conformazione, ma la loro somiglianza finiva lì. Eppure, anche mentre li guardava, avrebbe potuto giurare che si trattava di un unico e solo Tulio.

Il nagual Julian spiegò che l’occhio umano era abituato a mettere a fuoco solo i punti salienti di qualsiasi cosa, e che quei punti salienti erano già noti in precedenza. Così l’arte dei maestri dell’agguato consisteva nel creare un’impressione presentando i punti di loro scelta, punti che secondo loro non potevano assolutamente passare inosservati. Rinforzando ad arte certe impressioni, i maestri dell’agguato riuscivano a creare in chi guardava la convinzione incontestabile di quanto i loro occhi avevano visto.

Il nagual Julian disse che quando don Juan era arrivato indossando abiti da donna, le donne del suo gruppo si erano divertite e avevano riso apertamente. Ma l’uomo che era con loro, e che era Tulìtre, offrì immediatamente a don Juan la prima impressione – Tulio. Si girò a mezzo per nascondere la faccia, scrollò le spalle sdegnoso, come se tutto ciò lo annoiasse e se ne andò a ridere come un matto per

conto suo, mentre le donne aiutavano a consolidare quella prima impressione mostrandosi apprensive, quasi seccate, per l’asocialità di quell’individuo.

Da quel momento in poi, qualsiasi Tulio si fosse trovato vicino a don Juan, non avrebbe fatto che rafforzare l’impressione, perfezionandola ulteriormente finché gli occhi di don Juan non vedevano niente oltre quello che veniva loro offerto.

Tuliùno allora parlò e disse che avevano impiegato circa tre mesi in azioni attente e consistenti per rendere don Juan cieco a tutto tranne che a quello verso cui loro lo pilotavano. Dopo tre mesi la cecità era così accentuata che i Tulios non erano più stati tanto cauti. In casa si comportavano normalmente: avevano perfino smesso di vestirsi allo stesso modo e don Juan non aveva notato la differenza.

Quando si portavano a casa altri apprendisti, però, i Tulios dovevano ricominciare tutto da capo. Questa volta la sfida era difficile perché c’erano molti apprendisti, ed erano astuti.

Don Juan chiese a Tuliùno dell’aspetto di Tulio. Tuliùno rispose che il nagual Elias sosteneva che l’aspetto era l’essenza della follia controllata e che i maestri dell’agguato lo creavano con l’intento, invece di crearlo con l’aiuto di supporti scenici. Questi creavano aspetti artificiali che sembravano falsi agli occhi. In questo rispetto, usare l’intento per l’aspetto era un esercizio esclusivo per i maestri dell’agguato.

Dopo parlò Tulitre. Spiegò che le apparenze erano sollecitate dallo spirito. Erano chieste e richieste con forza; non furono mai inventate razionalmente. L’aspetto di Tulio dovette essere chiamato dallo spirito. Per facilitare l’operazione, il nagual Elias mise tutti e quattro gli uomini in un piccolissimo deposito fuori mano e lì lo spirito parlò loro. Disse che prima dovevano usare l’intento per ottenere l’omogeneità. Dopo quattro settimane di isolamento totale, l’omogeneità arrivò.

Il nagual Elìas precisò che l’intento li aveva fusi insieme e che essi avevano acquisito la certezza che la loro individualità non sarebbe stata scoperta. Ora dovevano chiamare l’aspetto che sarebbe stato visto da chi li avrebbe guardati. E si diedero da fare, affidando all’intento l’aspetto dei Tulios che don Juan aveva visto. Dovettero lavorare sodo per perfezionarlo. Sotto la direzione del loro maestro, si concentrarono sui dettagli che lo avrebbero reso perfetto. I quattro Tulios diedero a don Juan una dimostrazione dei tratti salienti di Tulio che erano: gesti molto accentuati di sdegno e arroganza; improvvisi volger del capo verso destra, come per collera; piegamenti del torso, come per nascondere il viso con la spalla sinistra; movimenti rabbiosi di una mano sugli occhi, come per scostare i capelli dalla fronte; il passo d’una persona agile e impaziente, troppo nervosa per decidere in quale direzione andare.

Don Juan ammise che quei dettagli comportamentali e molti altri avevano reso Tulio un tipo indimenticabile. Tanto indimenticabile che per proiettare l’immagine di Tulio su don Juan e sugli altri apprendisti come su uno schermo, uno qualsiasi dei quattro non doveva fare altro che insinuare una caratteristica, e don Juan e gli apprendisti avrebbero automaticamente fornito il resto.

Don Juan disse che per la forte consistenza del materiale di presentazione Tulio era un essere disgustoso per lui e per gli altri, ma nello stesso tempo, se avessero

scavato nel profondo di se stessi, avrebbero dovuto riconoscere che Tulio tornava sempre in mente. Era agile, misterioso e, intenzionalmente o no, dava l’impressione dì essere un fantasma.

Don Juan chiese a Tuliùno come avessero fatto a chiamare l’intento. Tuliùno spiegò che i maestri dell’agguato chiamavano l’intento ad alta voce. Di solito lo si chiamava da una stanza piccola, buia e isolata. Si metteva sul tavolo nero una candela con la fiamma a pochi centimetri dagli occhi; poi si pronunciava a bassa voce la parola intento, molto nitidamente, ripetendola con attenzione tante volte quante si riteneva necessario. Il tono della voce saliva o calava senza un pensiero particolare.

Tuliùno fece notare che la parte indispensabile della cerimonia per chiamare l’intento era la totale concentrazione sul motivo. Nel loro caso il motivo era l’omogeneità di tutti e quattro e l’aspetto di Tulio. Dopo essere stati fusi dall’intento, impiegarono ancora un paio d’anni per raggiungere la certezza che la loro omogeneità e l’aspetto di Tulio sarebbero stati realtà per chi li avesse osservati.

Chiesi a don Juan cosa pensava del loro modo di chiamare l’intento. Mi rispose che il suo benefattore, come pure il nagual Elias, era più incline al rituale di quanto non lo fosse lui, e per questo preferivano candele, sgabuzzini e tavoli neri.

Casualmente osservai che anch’io ero molto attratto dal rituale, che mi sembrava essenziale per concentrarsi. Don Juan prese sul serio le mie parole. Disse di aver visto che il mio corpo, come campo di energia, aveva un particolare che, per sua conoscenza, tutti gli stregoni dei tempi antichi avevano avuto, ed era avidamente ricercato negli altri: una zona brillante in basso a destra nel bozzolo luminoso. Quello splendore era associato all’intraprendenza e a una propensione alla morbosità. Gli stregoni cupi di quei tempi si compiacevano di imbrigliare quell’ambito particolare attaccandolo al lato oscuro dell’uomo.

«Allora c’è un lato malvagio nell’uomo» affermai giubilante. «Lo neghi sempre. Sostieni sempre che la malvagità non esiste, che esiste solo il potere.»

Fui io stesso sorpreso dal mio scatto. In un attimo tutta la mia educazione cattolica si metteva all’opera su di me e il Principe delle Tenebre incombeva gigantesco.

Don Juan rise finché non gli mancò il fiato e cominciò a tossire.

«Ma certo che c’è un lato buio in noi» disse. «Noi uccidiamo senza pietà, no? Mettiamo la gente al rogo in nome di Dio. Ci distruggiamo; cancelliamo la vita sul nostro pianeta, distruggiamo la Terra. E poi indossiamo la tonaca e Dio ci parla direttamente. E cosa ci dice Dio? Ci dice che dobbiamo essere bravi o lui ci castigherà. Il Signore ci minaccia da secoli e non succede niente. Non perché noi siamo cattivi, ma perché siamo stupidi. L’uomo ha un lato buio, sì, e si chiama stupidità.»

Non aggiunsi altro ma applaudii in silenzio e pensai con piacere che don Juan aveva una grande dialettica. Era riuscito un’altra volta a volgere contro di me le mie stesse parole.

Dopo un attimo di pausa, don Juan mi spiegò che nella stessa misura in cui il rituale costringeva l’uomo comune a costruire enormi cattedrali che erano monumenti alla presunzione, esso costringeva gli stregoni a costruire edifici di morbosità e

ossessione. Come risultato, ogni nagual aveva il dovere di guidare la consapevolezza in modo da farla volare verso l’astratto, libera da privilegi e ipoteche.

«Cosa intendi per privilegi e ipoteche, don Juan?» domandai.

«Il rituale può intrappolare la nostra attenzione meglio di qualsiasi altra cosa, ma comporta anche un prezzo altissimo. Quell’altissimo prezzo è la morbosità; e la morbosità può avere pesanti privilegi e ipoteche sulla nostra consapevolezza.»

Don Juan disse che la consapevolezza umana era come un’immensa casa popolata di fantasmi. La consapevolezza della vita di ogni giorno era come essere sigillati per tutta la vita in una stanza di quella immensa casa. Noi si entrava in quella stanza da un’apertura magica, la nascita, e si usciva da un’altra magica apertura, la morte.

Gli stregoni, tuttavia, erano capaci di trovare ancora un’altra apertura ed erano in grado di uscire da quella stanza sigillata quando erano ancora in vita. Una conquista stupenda. Ma l’impresa più sorprendente era che, una volta usciti da quella stanza sigillata, scegliessero la libertà. Sceglievano di abbandonare quella casa immensa invece di perdersi in altre sue parti.

La morbosità era l’antitesi dell’impulso di energia di cui aveva bisogno la consapevolezza per raggiungere la libertà. La morbosità faceva perdere la strada agli stregoni, che finivano intrappolati nelle intricate, buie e poco frequentate stradine dell’ignoto.

Chiesi a don Juan se ci fosse morbosità nei Tulios.

«La stranezza non è morbosità» rispose. «I Tulios erano attori istruiti dallo stesso spirito.»

«Per quale motivo il nagual Elìas educò i Tulios a quel modo?» domandai.

Don Juan mi scrutò con attenzione e rise fragorosamente. In quell’istante si accesero le luci nella piazza. Egli si alzò dalla sua panchina preferita, lisciandola col palmo della mano, come se fosse un cagnolino.

«La libertà» disse. «Voleva che fossero liberi dalla convenzione percettiva. E insegnò loro a essere artisti. L’agguato è un’arte. Per uno stregone, poiché non è un mecenate né un mercante d’arte, l’unica cosa importante di un’opera d’arte è la sua realizzazione.»

Eravamo in piedi accanto alla panchina e guardavamo la folla che passeggiava in su e in giù nella sera. La storia dei quattro Tulios mi aveva lasciato addosso un certo presentimento. Don Juan mi propose di tornarmene a casa; il lungo viaggio in macchina fino a Los Angeles avrebbe dato un po’ di tregua al mio punto d’unione dopo tutto il movimento degli ultimi giorni.

«La compagnia del nagual è molto faticosa» proseguì. «Produce una stanchezza strana e può persino essere nociva.»

Lo rassicurai dicendogli che non ero affatto stanco e che la sua compagnia era per me tutt’altro che nociva. Per me, invece, era come una droga – non riuscivo più a farne a meno. Poteva sembrare adulazione, ma ero sincero.

Facemmo tre o quattro volte il giro della piazza, nel più completo silenzio.

«Va’ a casa e rifletti sui noccioli fondamentali delle storie di stregoneria»’ mi disse don Juan con una nota conclusiva nella voce. «O meglio, non pensarci, ma fa’ muovere il tuo punto d’unione verso il luogo della conoscenza silenziosa. Muovere il punto d’unione è tutto, ma non significa nulla se non si tratta di un movimento sobrio e controllato. Così chiudi la porta del riflesso di sé. Sii impeccabile e avrai l’energia per raggiungere il luogo della conoscenza silenziosa.»

IL POTERE DEL SILENZIO (TESTO INTEGRALE)ultima modifica: 2009-12-22T14:08:00+01:00da mikeplato
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One Response

  1. julianrosenberg
    at |

    ho avuto a che fare personalmente tempo fa con i capi della cleargreen corporation ,la società che gestisce l’eredità spirituale di castaneda e vi posso dire che l’impressione è stata pessima.scopiazzano qua e la i concetti del taoismo (tao=intento) e il chi gong (tensegrità).la stessa carol tiggs ha riconosciuto di aver imparato l’agopuntura entrando in contatto con ambienti taoisti. ho visto gente pagare un occhio della testa i corsi di tensegrità …e sentirsi insegnare che non esiste ne reincarnazione ne riti esoterici;questi sarebbero stati aboliti …i veri sciamani messicani si spanciano dalle risate sentendo queste cose.quando si chiede agli adepti chi di loro è in grado di viaggiare in altri mondi rispondono tutti che solo i capi possono e intanto i capi solo si arricchiscono!!!

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