IL PADRE NOSTRO. INTERPRETAZIONE A PIU’ LIVELLI

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di Dario Chioli

da http://www.superzeko.net/doc_dariochioli_saggistica/DarioChioliCommentariAlPadreNostro.html

 

“Padre nostro”

Páter hemôn

Con questo affermiamo la nostra estraneità al mondo profano, una nostra diversa parentela.

Nel mattino dell’anima, quando ci si risveglia estranei ai falsi valori che ci hanno finora reso ottusi, in cui sentiamo la necessità di estirpare da noi stessi le radici del miraggio, ci volgiamo verso il cielo, simbolo macrocosmico della nostra profondità, e chiamiamo a lungo, con disperazione del tempo e speranza d’eternità, la nostra Origine.

Padre” perché si esce dal mondo terreno attraverso il mondo celeste alla ricerca della causa suprema, che è padre del mondo terreno in quanto lo genera. Si abbandona l’io profano, l’attenzione fluisce dalla mente al cuore, l’energia trapassa dallo sviamento all’intenzione, i pensieri fratelli dell’io vengono lasciati in disparte e se ne cerca l’avo, il padre velato dal mondo onirico della veglia. È questi un padre regale assai, che si manifesta attraversando molteplici veli come repressore del mondo della mente, come risveglio dei dormienti e incitatore alla guerra interiore.

Nostro” sia perché dev’esserci solidarietà tra i viandanti che percorrono la strada dell’anima sia perché l’uomo stesso vive l’esperienza di una molteplicità di io, di punti di vista che Dio solo, in quanto Unico e centro dell’anima, può riunificare.

“che sei nei cieli”

ho en toîs ouranoîs·

I cieli sono ciò che non è qui nella terra del nostro io, ciò che è al di sopra o all’interno dell’io, dove si cela il profondo lume nascosto il cui svelamento trasforma e dissolve l’io. E i cieli sono in questo senso più d’uno, perché l’ascesa, talvolta improvvisa, è per altro verso graduale. Ogni ricchezza perduta è un nuovo cielo. Ogni conoscenza dimenticata è un nuovo canto dell’uccello dell’anima. Offri sull’altare il tuo io, e da tale altare risalirai verso l’infinito, per vie successive di spoliazione dal mondo e conquista della libertà.

Cieli” sono i cieli dell’anima, verso cui l’uomo si volge, più o meno cieco, nella sua molteplicità non ancora riunificata, i cieli dunque per cui si sposta l’attenzione del cuore a mano a mano che si raffina.

Dal punto di vista dell’uomo ordinario, i cieli indicano semplicemente il segreto che giace in quelle che lui identifica come ultime profondità; ma dal punto di vista più preciso di chi tale segreto ha raggiunto, esso consiste nel Fiat originario che, nella sua armonica discesa al mondo, definisce innumerevoli cieli, di cui taluni adatti all’essere terreno.

Nell’esperienza concreta del mistico e del sapiente, poi, si tratta anche di cieli che hanno relazione con la natura dei suoi organi fisici e delle sue facoltà psichiche, in cui le capacità di tali organi e facoltà si esaltano e raffinano, di modo che il mondo profano viene in parte abbandonato e l’anima fruisce d’un’aria più tersa del consueto, d’un’intuizione più sottile, d’una libertà più profonda, ma soprattutto d’un amore e d’un’armonia che la pacificano.

Tali cieli sono stati indicati e descritti in tanti modi, l’accesso ad essi è stato indicato in svariati centri sottili, (3) sono stati identificati molteplici luoghi e paesaggi segreti, in cui esisterebbero gemme magiche d’innumerevoli facoltà meravigliose. Ma la vera meraviglia sta essenzialmente in questo, che allo sguardo limpido si mostri la realtà, all’orecchio puro il suono originario, al cuore libero la direzione degli eventi che lo concernono. Un ladro che prenda e fugga fors’anche conseguirà qualche potere più o meno strano; ma per chi prosegue la ricerca il prodigio è nella spoliazione dal mondo profano e dalla stanchezza di chi ad esso appartiene.

“sia santificato il tuo nome;”

Hagiasthéto tò ónomá sou·

Sia cioè fatto un lume costante, un altare su cui continuamente arda il fuoco sacro, all’interno del nostro essere, al centro della nostra consapevolezza. Sempre, in ogni situazione di gioia e dolore, conseguimento e distrazione, sia presente, immortale, il ricordo del fine immortale, la memore presenza di fronte al cammino che ci porta a Dio.

Gli antichi, allorché si spostavano, portavano con sé i Penati, le statuette degli avi e gli oggetti di culto, ciò che giustificava la loro qualità di clan, di famiglia, di popolo. Egualmente chi si sposta per i cieli verso Dio deve portare con sé quel che può: il suo nulla, in cui Dio si manifesta; il suo vuoto, che l’eternità riempie.

Questo segreto dobbiamo chiamarlo come possiamo, ed è l’unico nome di Dio che sappiamo, quello che concerne tutto il nostro essere; esso dunque consideriamo sacro, perché unica guida sui cammini dell’anima.

Quando non si sa dove si è, si richiami il Nome tramite il proprio interiore vuoto. Così, nello spogliamento dal profano, il luogo dove stiamo verrà consacrato come stazione del viaggio verso l’eternità, in tal modo che noi dobbiamo gran rispetto a questo Nome meraviglioso e mai lo dobbiamo interpretare come qualcosa di personale. Ben folle è infatti colui che, dopo esser riuscito, nonostante ogni difficoltà, a trasportare con sé per il lungo viaggio verso la patria lontana il proprio altare, arrivando infine in un paese straniero, anziché proseguire il viaggio abbandona il proprio culto per quello del paese. Sostituirà il suo Nome, l’unico che lo può condurre, con inutili fantasie di potere e di saggezza che fonderanno uno dei regni dell’altra parte. (4)

Che il vuoto, il deserto delle cose terrene, la spoliazione dal mondo profano siano necessari al Nome, si vede anche dalla tradizione ebraica in cui, perlomeno in un certo periodo, il Nome per eccellenza, ha-Shem, il Tetragramma YHWH la cui pronuncia esatta è perlomeno incerta, (5) veniva pronunciato soltanto una volta all’anno dal Sommo Sacerdote dentro il Santo dei Santi del Tempio, che proprio col suo vuoto (nulla intus deum effigie vacuam sedem et inania arcana, secondo Tacito, Hist. V, 9) sconcertò nel 63 avanti l’era volgare il sacrilego Pompeo che vi era entrato con la spada in mano.

“venga il tuo regno;”

eltháto he basileía sou·

La Presenza di Dio s’instauri sempre più nel nostro essere, sempre più distruggendo l’io profano, i sentimenti coatti, la spessa scorza della morte. A poco a poco la Regalità di Dio, la sua santa Potenza e Presenza si sostituiscano all’ottusità delle potenze d’illusione dell’altra parte, regno del mondo profano e della dilatazione dell’io.

Quando l’altare resta consacrato e il Nome viene rispettato senza pronunciarlo invano, allora si ha il Regno di Dio, Basilèia, la sefirà (6) Malkhùth (Regno) inabitata dalla Shekhinà, la Presenza del Materno Spirito di Dio, Rùach haqqòdesh, (7) la Grazia nel Tempio, Cristo nella Gerusalemme celeste.

Tutto il vivere dell’uomo che venera il Nome è esso stesso Regno divino, Basilèia. Lo conducono infatti leggi che l’uomo ordinario non può assolutamente intendere, pur se di ciò s’illude. L’anima poi, cercando l’intento di Dio, a poco a poco porta l’uomo ad assimilarsi a Dio stesso quale sua immagine.

Inoltre la Shekhinà, Presenza divina, meravigliosamente si manifesta là dove due o tre o più sono riuniti nel Nome di Dio, dov’egli fluisce dal segreto vuoto dell’uno al segreto vuoto dell’altro. Ecco allora s’instaura come un luogo nello spazio e nel tempo e lì la Madre si fa presente.

In tal modo regalmente si trasfigura la realtà di quel luogo e momento. Malkhùth, la Regalità, scende nel mondo allorché il mondo si ricorda di essa, che ne è in verità la natura profonda. Invocare l’avvento del Regno è cercare la fine dell’illusione, del male che viene dall’altra parte, di modo che questa venga a costituire la materia con cui s’edifica la città celeste, sia nell’anima del singolo che nell’unione di tutti i fedeli della verità.

“sia fatta la tua volontà,”

genethéto thélemá sou,

La nostra attenzione sia rivolta non alla follia dell’io profano ma alla Presenza divina, in virtù della quale le cose si svolgono per disegni imponderabili ma limpidi; la complessità della morte si sciolga nella semplicità dell’eterno.

Cerchiamo dentro di noi non già la folla degli impulsi, ma il gesto d’amore interiore tramite cui s’attua la volontà di Dio.

La volontà di Dio è espressa nella creazione del mondo, dobbiamo pertanto essere ciò che siamo, affermando la realtà come luce che dissolve l’oscurità, volontà divina che dissolvendola unifica la volontà dei nostri molteplici io la cui frammentazione è il luogo onirico dell’altra parte.

“come in cielo così in terra.”

hos en ouranôi kaì epì gê

La volontà divina si attui sia nella sensazione interiore, nella solitudine traboccante di nostalgia per il mondo divino, come anche nel mondo terreno dell’io, dove gli impulsi vengono a poco a poco ridotti, eliminati, asserviti a un fine sempre più prossimo all’Unità. Così vengono cancellati i nuclei d’oscurità e di egocentrismo sia dalla sensazione interna che dal comportamento. E così sempre più liberamente filtra la Presenza divina attraverso l’anima.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano,”

Tòn árton hemôn tòn epioúsion dòs hemîn sémeron·

Il quale nostro pane è quello che ci trasforma da bruti in specchi divini, la Grazia e Presenza divine che forzano le nostre barriere. Per il ponte di una pur piccola, impacciata, quasi inconscia preghiera, infinite potenze vengono alla nostra volta. E se l’attenzione si volge a Dio, egli si volge a noi e ci mantiene vivi nel corpo e nell’anima. E il nostro io profano viene man mano trasformato in luce e nutrimento del nostro essere interiore.

“e rimetti a noi i nostri debiti”

kaì áfes hemîn  tà ofeilémata hemôn,

Dio, Pietra Filosofale del mondo, trasforma la morte in vita. Con la sua Presenza i nostri mali li trasforma in energie che possiamo usare a nostro vantaggio.

Il timore deve essere quello di non usare a sufficienza della sua Grazia, di non chiedere abbastanza là dove si deve chiedere. Vivo deve essere tale timore; a un Re, che non gli vengano chieste grazie suona come un atto di sconfessione.

E più è forte la speranza, maggiore l’amore, tanto più chiedendo si otterrà. Chiediamo a Dio dunque di condividere la sua regalità, di vivere nella sua divinità, ma soprattutto chiediamogli di inoltrarci nella sua unicità.

“come noi li rimettiamo ai nostri debitori,”

hos kaì hemeîs afékamen toîs ofeilétais hemôn,

Ciò che chiediamo, dobbiamo peraltro essere disposti a dare, secondo le nostre possibilità. La Presenza divina deve, tramite noi, comunicarsi al mondo, alla natura, agli uomini e donne che conosciamo. Se luce vogliamo, luce dobbiamo dare. Se vogliamo bere dal calice dell’immortalità, dobbiamo volerlo condividere con chi persegue il medesimo scopo. Perché tutto è Uno, ed una è la creazione di Dio, di colui che dona la sua propria Presenza.

Se Dio trasforma in luce la nostra notte, anche noi cerchiamo nell’altrui notte il seme della luce.

“e non ci indurre in tentazione,”

kaì mè eisenégkeis hemâs eis peirasmón,

Ben potente è la tentazione. Spesso, pur essendo noi destinati all’eternità, il mondo profano ci vorrebbe costringere ad impadronirci del poco che ci è finora stato donato per farcene uno strumento di potere nei confronti degli altri. Così accadde al ministro d’un gran re, a cui fu data una grossa cifra perché amministrasse una regione del regno. Questi però preferì utilizzarla per costruirsi un castello, predisporre un esercito e proclamarsi re a sua volta. Regnò per qualche tempo, poi però il gran re venne e lo spazzò via. Le sue migliaia di soldati s’arresero senza combattere, i suoi servi lo tradirono. Egli stesso impazzì quando scoprì che prima che ponesse in atto il suo tradimento il re l’aveva nominato proprio erede.

“ma liberaci dal male.”

allà rhûsai hemâs apò toû poneroû.

Infine, ben lievitato e ben cotto, il pane viene tolto dal forno e divorato. Così anche il nostro io, trasformato da potenza di tenebra in forza di luce, possa infine sostentare il nostro essere e indicarci il nostro seggio nel mondo divino.

Ciò ch’era morte, Dio, Pietra Filosofale del tutto, lo muti in vita. L’anima, a mo’ di farfalla, esca in volo dal bozzolo del mondo terreno verso il cielo della risurrezione.

Sorga infine nel nostro cuore l’immortale eterno Iddio, il sole che dissolve le ombre dell’altra parte, l’ospite del Tempio della nostra anima, il Signore della resurrezione di ciò ch’era scomparso.

 

Sintesi

 

[9b] Padre nostro

Usciamo dal microcosmo terreno

che sei nei cieli,

nel macrocosmo celeste dell’anima

[9c] sia santificato il tuo nome;

sacrificando il nostro io profano.

[10a] venga il tuo regno;

Entriamo quindi per tale via nel Regno di Dio, nella città divina dell’anima, centrata sull’altare sacrificale

[10b] sia fatta la tua volontà,

e qui, nel sacrificio della nostra volontà terrena, che era retta dalle potenze dell’altra parte, siamo resi partecipi della volontà divina

[10c] come in cielo così in terra.

sia nel cielo della vita invisibile che nella manifestazione dell’invisibile nella vita visibile.

[11] Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

In tal modo ci nutre il pane della cottura e trasformazione del mondo e dell’io profani in luce di consapevolezza

[12a] e rimetti a noi i nostri debiti

e si trasformano le nostre attività profane in occasioni di illuminazione

[12b] come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

in modo che anche noi possiamo ricercare e svelare nell’altrui inconsapevolezza il germe di luce.

[13a] e non ci indurre in tentazione,

Ma ricordiamoci che la luce non è nostra,

[13b] ma liberaci dal male.

splende solo se non la tratteniamo.

 

Indicazioni pratiche

Di’: Padre dentro di te come se chiamassi attraverso le stelle ciò che sta di là da esse, dietro le montagne chi non vedi, la luce da dentro il buio più fitto. Ma non dev’esservi nulla di esaltato, di sentimentale in ciò; la forza dev’essere tutta nell’intensità, nella proiezione del cuore di là dalla mente. L’esaltazione è infatti espansione nell’io e dell’io; l’intensità invece è penetrazione nel sé che s’attua a partire dalla concentrazione delle forze nel cuore.

Padre! è un richiamo del sé a te e di te al sé.

Di’: nostro quando hai lanciato il tuo richiamo, perché ti si facciano appresso e tu ti faccia appresso a tutti coloro e tutto ciò che non appartiene all’altra parte, tutto ciò che può sussistere nella luce; tutti coloro con cui percorri la stessa strada.

Di’: nostro come chi rifiuti di parlare ancora una lingua straniera, quella dell’altra parte, ma solo voglia parlare l’armoniosa chiara lingua del suo popolo, dei fedeli della verità.

Di’: nostro per esiliare da te le potenze dell’altra parte, nutrite della tua ignoranza, costituite dal tuo offuscamento, regni d’ombra da cui ora te n’esci, sveglio come il principe che ha sognato d’essere schiavo ma infine ricorda d’essere di stirpe regale.

Di’: nostro con l’amore profondo di chi vuole accompagnarsi ed essere di aiuto a tutti coloro che gli sono amici, affini, parenti, che vuol combattere la giusta guerra per distruggere la loro e la propria infedeltà.

Nostro è il Padre perché questa è la nostra natura, disconoscendo la quale, rapinati delle nostre potenze dall’altra parte, giacciamo nel profondo sonno.

Nostro è respingere tutto ciò e tutti coloro che accampano diritti su di noi, che cercano di condizionarci, di legarci con catene costituite dalle nostre stesse potenze.

Di’: che sei nei cieli intendendo che così sai, perché così hai conosciuto, perché già molti messaggi ti sono giunti che così t’hanno insegnato, di modo che tu realmente avverti che nell’oscurità attraverso la quale mandi il tuo richiamo vi sono oasi e un cammino percorribile. La madre dei miraggi, la mente, te ne può distogliere solo se ti scordi del tuo fine. Ma: “mi si paralizzi la destra se mai di te mi scorderò, Gerusalemme” (Salmo 137,5). E in effetti la destra, dov’è il cuore del sapiente (Qoheleth 10,2), non è accessibile all’obnubilato, il cui cuore sta alla sinistra. Infatti chi non cerca la strada dei cieli si dirige secondo le potenze del sangue, della vita fisica, il cui centro di gravità è il cuore fisico. Il ricordo di Dio viene però a costituire un centro di gravità diverso, il cuore della destra, (8) e nel contrasto dei due centri di gravità viene ricostruita la strada ch’era andata perduta, la strada verso la Gerusalemme celeste.

Di’: sia santificato il tuo nome immergendoti del tutto nella santità del tuo fine, lasciando in disparte il tuo io, come chi attonito non ha parole di fronte a un prodigio. Fatto sacro il nome tuo implica la mente silente di fronte all’incommensurabile, il sacrificio di tutte le potenze dell’io il cui sussistere è impossibile di fronte all’Unico.

Se dunque dicendo sia santificato l’attenzione tua è nel cuore, non importa quel che faccia la mente: il nome viene santificato. Può talvolta esser più facile se si è soli in un luogo tranquillo, ma non sempre questo è necessario e non sempre serve. Perché la santificazione del nome non è opera d’un momento, della decisione d’un istante, di una deliberazione mentale che tra mezz’ora potrà essere disdetta, ma è l’effetto dell’armonizzazione della propria vita e della propria mente con i toni del cuore della destra.

Sia santificato fa appello a tutto ciò che di santo contiene la storia dell’universo, a cui però accedi solo tramite quanto di santo contiene la storia tua.

Il nome tuo è la strada tracciata che va da te a Dio, ritrovarla significa percorrerla. Essa fa appello a ciò che di te è immortale; il resto va distrutto: la distruzione di ciò che in te c’è di profano è l’olocausto, è la santificazione. Se questo poi ti fa paura, il tuo timore non conta nulla, perché da un lato lo stolto, che avrebbe ragione di temere, non può temere ciò che ignora; d’altro lato se tu temi vuol dire che non ignori e qualcosa di te è comunque destinato a sussistere: “il timor di Dio è il principio della Sapienza” (Proverbi 1,7), ed è la sapienza che fa vivere.

Di’: venga il tuo regno rievocando o almeno ricordando l’esperienza dell’armonia universale, quando nell’anima e tra le cose la pace regna. Sappi intravedere questa pace tra le nebbie dell’agitazione della mente, in modo che essa venga comunque percepita, sia pure come sotto un velo e per quello che ti parrà un brevissimo istante. Ma questo istante è eternità, e tutto il resto del tempo, che ti pare così ingombrante, non è nulla. Per quel solo istante le potenze del regno si manifestano, quel momento è anzi già il loro manifestarsi; ma esse non si manifestano alla mente, bensì all’integrale tuo essere, in modo che non sempre la loro presenza viene testimoniata alla tua attenzione superficiale. La Gerusalemme celeste è già presente, sei tu che ne fuggi in continuazione; allorché avrai smesso di fuggirne, ti parrà ciò che è sempre stato: che sei in quanto t’abita la Presenza dell’Altissimo. Le potenze dell’altra parte non sono che il tuo ed altrui fuggire da Gerusalemme: potenze della paralisi che conferiscono alla mente poteri abnormi ed ingannevoli.

Venga il tuo regno è chiedere la discesa della gloria dal cielo entro il cuore attraverso la strada aperta dalla santificazione del nome: dalla sommità del capo attraversando tutte le membra, il calore mistico purifica e distrugge le impurità; l’emozione si acuisce e tramite essa, nel nodo della gola si manifesta la Presenza.

Di’: sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra riconoscendo che di essa è costituito il regno. Ogni intervento della mente profana è un ostacolo, perché la mente classifica, mentre il reale è sempre unico ed irripetibile: eterna creazione, splendore del possibile.

Di’ sia fatta ecc. come Mosè, che alzava le mani e il popolo d’Israele vinceva, le abbassava e perdeva (Esodo 17,11). Per vincere dovette tenerle sempre su con l’aiuto dei suoi compagni, a invocare che venisse fatta la volontà di Dio. Alza dunque sia la tua destra che la tua sinistra, sia il cielo che la terra, sia il corpo che l’anima; che Dio tramite la destra si manifesti anche nella sinistra, attraverso il cielo purifichi la terra, mediante la propria volontà tolga le impurità dalla mente e dal corpo, a te ed ai tuoi compagni di cammino.

Venuto il Regno, comunque, la volontà di Dio viene fatta di certo, essendo questa l’effetto di quello. Consiste in ciò: quando l’emozione è santificata, nessuna emozione profana può sussistere e far da velo alla volontà divina; la mente, soggiacendo all’emozione, tace a sua volta. Ogni desiderio è rivolto alla volontà divina, che è riconosciuta come il sovrano balsamo cui si deve l’immortalità. La vita viene pertanto trasformata, il centro di gravità spostato dalla terra al cielo; essendo pura questa connessione gerarchica, l’impurità svanisce.

Sia fatta la tua volontà comprende già cielo e terra, destra e sinistra. Siccome in cielo anche in terra viene specificato per ricordare che la terra non può venir dimenticata, ma è il luogo del nostro impegno, e la volontà divina, mentre illumina l’interiore, ha riflessi sul comportamento: la terra è il tramite per cui i compagni si incontrano, il luogo della Trasfigurazione e dell’Ultima Cena ed è pertanto oggetto di trasmutazione anch’essa.

Sia fatta la tua volontà è volto all’Immanifesto; cielo e terra è volto al manifesto, rispettandone la gerarchia: come (a somiglianza de) il cielo, così (conseguentemente) la terra. Prima l’uno poi, da questo, l’altra. Da Dio l’anima; da questa il corpo. Perché ricordiamoci che Gesù è risorto col corpo.

Sia fatta la tua volontà è il nodo della gola, il centro dell’emozione che accompagna la nascita della vita. Cielo è il luogo delle potenze di vita. Terra il luogo del nostro nutrimento.

Di’: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, ovvero di domani, ovvero necessario o anche necessario alla nostra essenza, sovrasostanziale (tante sono le possibili traduzioni del termine greco epioúsion), intendendo che la ragione del nostro esistere è lo stesso che il nostro compito e destino; dobbiamo essere per ciò che dobbiamo fare. E dobbiamo fare pane, nutrire la luce; levare all’altra parte le crudità dell’ombra e cuocere al fuoco mistico le scorze, le qelippòth, (9) per ricavarne i germi di luce prigionieri, con cui viene cotto il pane della rivelazione, edificato il Tempio della Verità. E rammentiamo che non v’è luogo dove vi sia più pane, in ebraico lechem, che a Beth-lèchem, la Casa del Pane, dove nasce Gesù, il Messia che raccoglie le luci sperdute nelle tenebre. Tale pane di luce va spezzato e diviso tra i Convitati, perché è da questa condivisione che nasce il dramma arcano che si conclude nella resurrezione.

Che il pane sia quello quotidiano, o quello di domani, o quello sovrasostanziale poco muta; non si può distinguere il pane fisico da quello spirituale: convergente è il fine di tutto ciò che nutre. Lo chiediamo oggi, in questo mondo, in questo corpo, con questa mente. Lo chiediamo oggi, perché è adesso che ci volgiamo all’eterno, e questo momento presente, quest’oggi in cui questo facciamo, è già domani nella nostra speranza, è già domani se questo è realmente il nostro intento.

Di’: rimetti a noi i nostri debiti siccome anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, con la coscienza che a noi non compete il giudizio, ma solo di rimettere i debiti, e che solo in tal modo ci saranno rimessi i nostri.

Debiti è tutto quanto abbiamo fatto in favore dell’altra parte, tutta la disarmonia che abbiamo introdotto. E solo chi vede il lato illusorio di ciò può liberarsene, nel contempo liberandosi del giudizio. Chi giudica infatti è satana e a satana risponde, in quanto divide ciò che è unito (satàn vuole dire “avversario”), sdoppia l’androgino del mondo, e così facendo è sempre condannato, perché non vi è risanamento nella divisione, non salvezza nella separazione.

Con la remissione dei debiti intendiamo dunque di non più giudicare i nostri compagni, di modo che anche noi possiamo non essere più feriti dalle risonanze psichiche, fisiche, emotive delle loro valutazioni. Se controlliamo le passioni esacerbate, e rifiutiamo di consentire ai giudizi che ci ispirano, per un po’ esse ci tormenteranno ma poi si allevieranno con beneficio nostro e dei nostri compagni.

Cerchiamo dunque di non colpire, per non essere a nostra volta colpiti dalle menzogne dell’altra parte.

Questo è l’unico compito che il “Padre nostro” ci impone, l’unico suo passo in cui il soggetto attivo siamo noi: rimetti a noi… così come anche noi rimettiamo. Dice così come (hos kaì), non cosicché; la nostra azione infatti deve precedere, in quanto noi abbiamo già ora frequentemente la concreta possibilità di riconoscere la sofferenza del nostro prossimo per analogia con la nostra e perciò di limitarla. Questo rientra nel campo delle nostre facoltà, e dobbiamo farlo. Senza di ciò, il Tempio per noi non verrà edificato mai, sempre verrà rovinato ancora una volta.

Di’: non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male intendendo come è difficile il viaggio, impossibile per chi viaggi senza nocchiero divino, drammatico per chi non sappia uscire dalla melma del proprio io: l’argilla e il fango con cui avrebbe potuto costruire i mattoni della propria casa rimarranno argilla e fango.

Un brivido scuote chiunque rammenti i giorni in cui le ombre offuscavano del tutto la sua anima: fango dello stagno immoto dell’altra parte, chi ci ha fatto uscire alla luce compiendo un tale prodigio, ci mantenga la sua presenza e ci preservi dalla follia, perché le follie di chi ha veduto qualcosa sono peggiori di quelle dell’ignorante.

Non ci indurre in tentazione, perché ve ne sono di particolarmente forti, in cui tutto il mondo pare fare perno su una nostra debolezza, in seguito a qualche nostro errore, specialmente se ci ostiniamo nell’erigerci a giudici. Allora le potenze del caos, da noi messe in moto, liberano tutta la loro seduzione, giovandosi per questo fine di tutto ciò che abbiamo appreso e in cui crediamo di fondare la nostra sicurezza.

Liberaci dal male, dal maligno, dal nostro io cioè che ci fa schiavi, o il nostro io dalla sua schiavitù, affinché ritrovi le sue funzioni di specchio del cuore, con tutte le potenze umane riunificate e vivificate dalla presenza di Dio.

Liberaci dal male, da ogni male, da ogni manifestazione maligna, separativa, causa di errore e sofferenza, perché possiamo infine riconoscerci immortali nel nostro corpo glorioso di risurrezione insieme ai nostri compagni, con cui abbiamo condiviso il vino della Presenza e il pane della Luce nella prima e ultima Cena del mondo.

 

Lode a Dio Signore dei mondi

 

 

TRASCRIZIONI FONETICHE DAL GRECO

Secondo la pronuncia erasmiana [antica] Secondo la pronuncia reuchliniana [moderna]

9-b

Pàter hemòn ho en tòis  uranòis:

Pàter imòn o en dìs uranìs:

9-c

Haghiasthéto tò onomà su;

Ajiasthìto tò onomà su;

10-a

elthàto he basilèia su;

elthàto i vasilìa su;

10-b

ghenethéto tò thelemà su,

jenithìto tò thelimà su,

10-c

hos en uranò kài epì ghés.

os en uranò kjé epì jìs.

11

Tòn àrton hemòn tòn epiùsion dòs hemìn sémeron;

Tòn àrton imòn tòn epiùsion dhòs imìn sìmeron

12-a

kài àfes hemìn tà ofeilémata hemòn,

ghjé àfes imìn dà ofilìmata imòn,

12-b

hos kài hemèis afékamen tòis ofeilètais hemòn;

os kjé imìs afìkamen dìs ofilètes imòn;

13-a

kài mé eisenènkes hemàs eis peirasmòn,

ghjé mì isenènghis imàs is pirasmòn

13-b

allà rüsai hemàs apò tu ponerù.

alà rise imàs apò tù ponirù

 

VERSIONI DELLA VULGATA DI SAN GIROLAMO E DI MARTIN LUTERO

Latina (Vulgata) Tedesca (di Martin Lutero)

9-b

Pater noster, qui es in caelis,

Unser Vater in dem Himmel!

9-c

sanctificetur nomen tuum.

Dein Name werde geheiligt.

10-a

Adveniat regnum tuum.

Dein Reich komme.

10-b

Fiat voluntas tua,

Dein Wille geschehe

10-c

sicut in caelo, et in terra.

auf Erden wie im Himmel.

11

Panem nostrum supersubstantialem da nobis hodie.

Unser täglich Brot gib uns heute.

12-a

Et dimitte nobis debita nostra,

Und vergib uns unsere Schulden,

12-b

sicut et nos dimittimus debitoribus nostris.

wie wir unsern Schuldigern vergeben.

13-a

Et ne nos inducas in tentationem;

Und führe uns nicht in Versuchung,

13-b

Sed libera nos a malo.

sondern erlöse uns von dem Übel.

 

VERSIONI ITALIANE

 

Cattolica (della Conferenza Episcopale Italiana)

Protestante (di Giovanni Luzzi)

9-b

Padre nostro che sei nei cieli

Padre nostro che sei nei cieli

9-c

sia santificato il tuo nome;

sia santificato il tuo nome;

10-a

venga il tuo regno;

venga il tuo regno;

10-b

sia fatta la tua volontà,

sia fatta la tua volontà

10-c

come in cielo così in terra.

anche in terra com’è fatta nel cielo.

11

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

Dacci oggi il nostro pane cotidiano;

12-a

e rimetti a noi i nostri debiti

e rimettici i nostri debiti

12-b

come noi li rimettiamo ai nostri debitori, come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori;

13-a

e non ci indurre in tentazione,

e non ci esporre alla tentazione,

13-b

ma liberaci dal male.

ma liberaci dal maligno.

 

 

Note

(1) La stesura di questo testo è in parte dovuta alle sollecitazioni del mio amico Luigi Ruga, al quale pertanto lo dedico.

(2) Del «Padre nostro» ci sono state tramandate due versioni, una più breve nel Vangelo di Luca (cap. 11, 2b-4), ed una più lunga nel Vangelo di Matteo (cap. 6, 9b-13). Non differiscono di molto; ho scelto quella di Matteo perché dovrebbe essere più antica ed è quella utilizzata più comunemente nella preghiera e nella liturgia.

Essendo stato identificato nel 1972 da padre José O’Callaghan nel papiro 7Q5 di Qumràn, databile intorno al 50 d.C., un frammento del Vangelo di Marco, sembra ormai evidente che perlomeno tale Vangelo e di conseguenza quello di Matteo, che la tradizione cristiana ha sempre ritenuto precedente, non risalgono ad epoca posteriore.

Non essendo questo lavoro di natura filologica, uso per il commento la traduzione attualmente più corrente in Italia, quella cattolica della CEI, riportando in appendice per chi vi fosse interessato anche il testo greco, la versione latina della Vulgata di San Girolamo, quella tedesca di Martin Lutero, quella italiana del valdese Giovanni Luzzi e due versioni in ebraico, l’una di Franz Delitzsch e l’altra di Isaac Salkinson e Christian-David Ginsburg. Queste ultime, essendo tra l’altro molto simili, sono particolarmente interessanti, in quanto la lingua originaria del «Padre Nostro» doveva per forza essere o l’ebraico o l’aramaico, sicché è probabile che il testo ottenuto in esse assomigli parecchio alle parole effettivamente pronunciate da Gesù.

Per comodità del lettore non del tutto digiuno di greco, nella prima parte ho riportato per ogni segmento di testo, insieme alla traduzione, anche la trascrizione dell’originale greco, per la quale ho dovuto però adattarmi allo standard ASCII, di modo che rendo la lunghezza delle vocali con una sottolineatura e lo iota sottoscritto con una i in pedice.

(3) Cfr. per esempio i cakra nello Yoga tantrico indù e buddhista.

(4) Con tale espressione la tradizione ebraica indica il mondo dell’illusione, del male, della simulazione ipocrita del bene.

(5) Nella pratica religiosa odierna gli ebrei non lo pronunciano, ma leggono perlopiù ’Adonày, “mio Signore”, mentre i filologi, sulla base di antiche trascrizioni, leggono Yahwè. Di tale lettura non si può però essere del tutto sicuri, e certo non si sa come, con quali intonazioni ed intenzioni, il Tetragramma venisse pronunciato. Tradizioni esoteriche in merito forse esistono ancora in ambito ebraico, ma è difficile valutarne l’importanza se non se ne sa praticamente nulla.

(6) Con il termine «sefirà» (plurale sefiròth), alla lettera “enumerazione”, si indica nella tradizione ebraica ognuna delle dieci qualità divine mediante cui avviene tanto la genesi del mondo che quella dell’uomo che l’interiore palingenesi. Di esse «Malkhùth», “Regno” o “Regalità”, detta altresì «Shekhinà», “Presenza”,  è la decima.

(7) «Rùach», Spirito, in ebraico è femminile, e pertanto risulta di genere femminile anche «Rùach haqqòdesh», lo Spirito Santo.

(8) Di tale cuore “della destra” parlava spesso Râmana Mahârshi.

(9) Plurale di «qelippà», “scorza” o “guscio”, sorta di «sefirà» dell’altra parte, qualità dunque che non già come quella crea, libera e rigenera, bensì limita, asserve e distrugge.

IL PADRE NOSTRO. INTERPRETAZIONE A PIU’ LIVELLIultima modifica: 2010-02-23T19:17:00+01:00da mikeplato
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2 Responses

  1. holly tiranni
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  2. holly tiranni
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