LA SANTA COLLERA

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di Dario Chioli

da http://www.superzeko.net/doc_dariochioli_saggistica/DarioChioliLaSantaCollera.html

 

La collera come umore

La parola “collera” viene, tramite il latino cholera, dal greco cholé (il greco choléra indica la malattia), e designa in primo luogo la “bile” , “umore” corporeo che si è sempre ritenuto particolarmente collegato alle facoltà irascibili. Dice a tal proposito nel XIII secolo la Regola sanitaria salernitanaDe cholericis, trad. Fulvio Gherli): «La Colera è un umore che conviene / All’Uomo impetuoso… / di natura fallace, ed iracondo». (1) Dei cosiddetti “umori” parla diffusamente per primo Ippocrate (circa 460-370 av.C.), ponendone tre: “sangue”, “flegma”, “bile”. Tale triade trova parziale riscontro in quella dei dosha dell’Ayurveda (la medicina tradizionale indiana, i cui testi fondamentali risalirebbero ai primi secoli d.C.), sennonché in essa al posto del “sangue” c’è il “vento”. (2) Lo stesso si ha nella medicina tibetana (3) e mongola, (4) che originano da quella indiana. Vedremo poi peraltro che al “sangue” viene fatto corrispondere l’elemento “aria”, per cui il contrasto è molto relativo. Korvin Krasinski ipotizza inoltre un’analogia tra la terna mongola “aria-fiele-muco” e la terna alchemica “mercurio-zolfo-sale” (del “sale” però non si parlava in alchimia prima di Paracelso), nel qual caso è interessante notare che al “fiele” (sinonimo di “bile” o “collera”) corrisponde lo “zolfo” alchemico. Della “bile”, in epoca probabilmente successiva ad Ippocrate, si distinsero in Occidente due tipi: la bile gialla, e la bile nera (bilis atra, o bilis nigra, in greco melancholía, in ital. “atrabile”, “malinconia”, “umor nero”), dal che originò la classificazione, giunta fino a noi, dei quattro temperamenti umani: “sanguigno”; “flemmatico” o “linfatico”; “bilioso” o “collerico”; “melancolico” o “atrabiliare” o “ipocondriaco”. Così si esprime al riguardo la già citata Regola sanitaria salernitana (LXXXIX, De quatuor humoribus corporis):

Nel corpo umano quattro sono gli umori,
Sangue, collera, flemma ed atrabile;
All’atrabil la terra corrisponde,
L’acqua alla flemma, e l’aer puro al sangue,
E la forza del fuoco alla bil flava.
(5)

Ora, già Alcmeone di Crotone (VI sec. av.C.), che fu per quanto ci risulta il primo greco ad occuparsi e scrivere estesamente di medicina, affermava che «la salute è l’armonica mescolanza delle qualità». (6) Laddove dunque una di esse troppo predomini o s’indebolisca, la salute cessa e subentra la malattia.

 

La digestione dei pensieri pesanti

Quel che vale per il corpo vale spesso anche per lo spirito. Ora, l’indulgere alla collera è in tutte le tradizioni ritenuto uno dei principali ostacoli per la crescita spirituale; ovunque si afferma l’effetto ottundente dell’irascibilità. Così facendo però si rischia di sottovalutare un aspetto della collera che, lungi dal danneggiare, è invece di grande ausilio, e ne giustifica pienamente l’esistenza, dimostrando che tale qualità, per quanto possa apparire negativa, è in realtà originariamente positiva. La collera è infatti utile alla “digestione dei cibi pesanti”, così in campo fisico come in campo spirituale: è l’unico strumento atto a farci superare certe difficoltà interiori, certi blocchi mentali causati da noi stessi o da altri che altrimenti ci spingerebbero alla disperazione. A tal proposito affermava per esempio Boulenger, canonico di Arras: «Non sempre l’ira è illecita: se uno vi si abbandona quando conviene, contro chi conviene e nella debita misura, essa è un giusto sdegno». (7) Similmente, a quanto riporta Martin Buber, così si esprimeva il maestro hasidico Rabbi Pinhàs di Korez (morto nel 1791): «Da quando ho vinto l’ira la tengo in tasca. Se ne ho bisogno, la tiro fuori». (8) E sul bisogno che si può avere dell’ira, spiegava Esichio:  «L’irascibilità è per natura rovinosa e se viene mossa contro pensieri dei demoni, li rovina e li distrugge, ma se, d’altra parte, si turba contro uomini, rovina così anche i buoni pensieri in noi. Allora: l’irascibilità è rovinosa nei confronti dei pensieri d’ogni genere, sia cattivi sia eventualmente buoni. Infatti è arma e arco preparatoci da Dio». (9) Tale facoltà può dunque distruggere i pensieri, impedire con un’operazione violenta le ossessioni mentali che talvolta ci assillano, permettendoci di trasformarle e assimilarle, esattamente come la bile ci permette di assimilare i grassi. Questo suo utilizzo trova un parallelo di un certo interesse con la pratica tibetana del gcod (pron. ciöd).

 

Il gcod

In tale pratica si deve fare quattro volte offerta del proprio corpo: dapprima, «trasformato in ambrosia», alle Tre Gemme (Buddha, Dharma, Samgha), poi, «trasformato in un giardino, in cibi, vesti, in cose desiderabili», alle divinità protettrici, quindi in pasto e infine in totale sacrificio ai demoni. (10) «Nella pratica l’indirizzo gcod si propone di recidere (gcod) completamente il processo intellettivo (rnam rtog) che causa la dicotomia del mondo apparente, perché presuppone un soggetto pensante e un oggetto pensato, cioè un atto intellettivo, e quindi è origine di ogni egotismo… Senza eliminare questo processo non è possibile realizzare lo stato dell’Essere puro; l’indirizzo gcod vuol estirpare il processo discorsivo alla radice». (11) La facoltà irascibile correttamente intesa ed il gcod hanno dunque in comune di recidere i legami che ci vincolano al mondo dell’apparenza, alle forze centrifughe demoniche. Tali forze, attratte per fini illuminativi mediante il gcod o “digerite e assimilate” dal “giusto sdegno”, cessano di fare ostacolo, ed anzi coadiuvano nel processo di disidentificazione dalle forme. Il processo può sembrare molto differente perché nel gcod il soggetto deve rimanere impassibile, in ciò consistendo propriamente tale pratica, mentre nelle manifestazioni della collera il soggetto sembra venire addirittura trascinato. Chiari esempi di questi due atteggiamenti si possono vedere da un lato nel Buddha o in Gesù, che impassibili resistono agli inconcludenti assalti di Mara o alle tentazioni di Satana, e d’altro lato nello stesso Gesù, quando sdegnato rovescia i banchetti dei cambiavalute e dei mercanti nel Tempio, o nelle invocazioni rivolte dai buddhisti alle divinità terrifiche perché proteggano il Dharma. La differenza sembra notevole, ma è d’immagine, non di sostanza. Infatti la distinzione tra soggetto azione ed oggetto è in queste situazioni come sempre totalmente illusoria. In ambedue le circostanze si vede infatti all’opera una forza violenta e distruttrice, che però concorre a determinare effetti positivi e sorge in quanto sono state volontariamente messe in atto condizioni che portano necessariamente alla sua insurrezione. È del resto chiarissimo negli insegnamenti buddhisti di tutte le tendenze che le forze demoniache, comunque si manifestino, nascono dall’illusione, e che pertanto la lotta contro di esse può essere esterna solo simbolicamente, non essendovi in realtà alcuna dicotomia tra interno ed esterno. E d’altra parte anche per i monaci cristiani del deserto non vi era reale differenza tra dèmoni e passioni, la loro ascesi essendo rivolta indistintamente a padroneggiare ambedue.

 

I tiepidi e le «divinità che bevono sangue»

Ora, che dire dei tiepidi di tutte le religioni, che mai non provano emozioni forti, e, lungi dal preoccuparsene, si ritengono perciò giusti ed equilibrati? Si può rispondere loro con il Vangelo: «Non crediate ch’io sia venuto a portare la pace sulla terra; io non son venuto a portare la pace, ma la spada» Matteo, 10, 34). Dice Anagarika Govinda: «Il salto dell’abisso che si apre fra la nostra superficiale coscienza intellettuale e la intuitiva, sovrapersonale coscienza profonda è rappresentato dalla estatica danza delle ‘divinità che bevono sangue’ abbracciate dalle Dakini. L’impulso ispiratore delle Dakini ci guiderà dal protetto, ma ristretto, recinto del cerchio della nostra illusoria personalità e del nostro abituale modo di pensare, fino a che non avremo valicato i confini di questo cerchio e del nostro io nella spinta estatica verso la realizzazione della totalità». (12) Non diversa è, nel sufismo, l’intenzione del jihad al-akbar, ovvero della “guerra santa maggiore”, rivolta contro il proprio io, e di conseguenza anche contro i limiti e la separatività che questo ci vuole imporre. Si cerca per questa via di assimilare la propria alla divina intenzione. Ora, se tale assimilazione riesce, nulla può più ostacolare l’intenzione del sufi. Essa si adempirà inevitabilmente, e qualunque cosa dovesse frapporsi verrà eliminata, a dispetto delle apparenze anche più scoraggianti.

 

Il mantra PHAT

Scarsa arrendevolezza emerge anche nel Mantrayana. Per fare un esempio, uno dei mantra più noti, PHAT, vien detto astrabija, ovvero “seme-arma”, il suo suono ricorda il suono di un’esplosione, ed è usato tanto da indù che da buddhisti come mantra offensivo, (13) per stornare le influenze avverse e rimuovere gli ostacoli. (14) Tutto ciò ha evidentemente rapporti anche con la magia, in cui però, quando il fine è impuro, troppo spesso il padrone diviene servitore, autoimprigionandosi in mondi d’illusione mediante i dèmoni da lui stesso creati. È impossibile tuttavia fissare confini certi tra la magia e la taumaturgia che torna così spesso nella biografia dei santi di tutte le tradizioni: le procedure possono essere pressoché identiche. Esistono magie senza rituali e miracoli ritualizzati, e molte cose ancora che sfuggono alle classificazioni della mente ordinaria. Quel che fa la diversità non è un’etichetta o una definizione, ma soltanto l’intento. Se dunque il mantra viene utilizzato per fini secondari, e non per rendere agevole il cammino verso l’illuminazione, allora, non essendovi più un intento distruttore di forme, le forme create dal mago si insediano nella sua mente. Per costui dunque l’esplosione del mantra PHAT, non scaturendo più da una necessità di libertà interiore ma soltanto da una specie di inflazione psichica, non può operare alcuna importante metamorfosi, allo stesso modo che l’incontrollata esplosione di collera del profano non può distruggere alcuna illusione, propria o altrui, mentre lo può la collera intenzionale e purificatrice del saggio.

 

La santa collera

Credo che ogni persona che davvero indaghi nel silenzio della propria interiorità abbia potuto sperimentare come la preghiera o la meditazione dischiudano talvolta porte impreviste, addirittura creandole ex novo in situazioni che parevano del tutto chiuse. Ho constatato questo direttamente ed ho conosciuto negli anni un buon numero di persone che anch’esse lo hanno sperimentato. Il mistico infatti, quando sembrano prevalere l’oscurità, l’ingiustizia, un insanabile disagio, quando paiono inevitabili l’offesa alla verità, lo scandalo dell’ipocrisia, non s’arrende. Raccoltosi in sé (mystikós viene da myo, “mi chiudo, sto silenzioso”), dalle profondità del suo cuore, spontanea o deliberatamente evocata, emerge invece, verso se stesso, verso il mondo, la “santa collera”, a cui il mondo ordinario delle forme non può in alcun modo resistere. Se davvero ne vale la pena e gli compete, allora in lui si compie, mercè lo sdegno sacro, qualcosa di simile al “gcod”: spontaneamente ed inevitabilmente egli rinuncia a se stesso, a tutte le proprie forme fisiche e psichiche, si offre in sacrificio per la verità, si fa amore nel suo senso più alto, e «l’amore è forte come la morte» dice il Cantico dei Cantici (8, 6). Egli si dispone sull’altare sacrificale, sale nella bilancia sul piatto della giustizia anche se tutto il mondo pare essere sull’altro, poiché sa con certezza che l’amore è verità e che, come affermano gli indù, «la verità invero è vittoriosa» (satyam eva jayate). Diceva perciò Rabbi Hanoch di Alexander (morto nel 1870) che i mistici (chasidìm) «sono combattenti». (15) I mistici infatti non s’arrendono facilmente; anzi, al mondo dell’oscurità, al samsara, non s’arrendono proprio mai. Poco arrendevoli dunque, santi e illuminati utilizzarono spesso la “santa collera” per aggirare le illusioni del mondo. Essi, infatti, manifestarono, furono e sono la Verità stessa, inoffuscata, impartecipe d’ogni declino, che sempre torna, perché sempre è presente, fulcro d’ogni essere, realtà soggiacente ad ogni illusione. Tale essendo la loro natura, la collera altro non è, per essi, che il fuoco del giudizio che separa tale eterna verità dalla menzogna, ma che altresì, mediante una alchemica trasformazione, può distogliere dall’ombra per portare alla luce. A tal proposito diceva Johan Georg Gichtel (1638-1710): «La Collera di Dio penetra nel tuo corpo e nella tua anima attraverso la Sua Negazione e prova sin dalle tue radici se sei stabile in Gesù ma, se vede che non può sradicare Gesù dal tuo cuore, ben presto si arrenderà e più non eserciterà la sua pressione. Allora spunterà nel tuo cuore l’aurora di Gesù, essa TRASMUTERA’ la Collera in grande Misericordia e ti auguro, caro lettore, di provare e gioire di quella sapidità di cui non posso dire a parole». (16) La collera porta dunque alla misericordia chi resiste alla sua prova, con essa purificandosi. E la misericordia è tutt’uno con la compassione, che fu l’unico movente del Buddha nell’esporre il Dharma. Per tutti il discorso è simile: il mondo della forma ordinaria a un certo punto necessariamente finisce per opprimere il mistico, e tale oppressione determina l’insorgere in lui di una potenza non ordinaria di trasformazione (Shakti, Spirito Santo), di una potenza che non si può adattare alla forma, essendo di questa distruttrice. Questa potenza può essere allora identificata con la “santa collera”. Tale santa collera, che infine ricollega la manifestazione individuale (atti, parole, pensieri) all’intento fondamentale illuminativo (bodhicitta), può condurre alla rinascita interiore, all’inverarsi di questa più di tutte intima speranza.

 

[24.VII.1997; pubblicato su L’Età dell’Acquario, n. 110, luglio/agosto 1998]

 

 


(1) La Regola sanitaria salernitana, Newton Compton, Roma, 1993, trad. Fulvio Gherli.

(2) Cfr. Antonella Comba, La medicina indiana (Ayurveda), Promolibri, Torino, 1991, pp. 78-79.

(3) Cfr. Theodore Burang, L’arte di guarire nella medicina tibetana, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1976, p. 9.

(4) Cfr. Cyrill Korvin Krasinski, Microcosmo e macrocosmo nella storia delle religioni, Rusconi, Milano, 1973, p. 42.

(5) La Regola sanitaria salernitana, cit.

(6) Hermann Diels e Walter Kranz, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Laterza, Bari, 1981, p. 244.

(7) A. Boulenger, La dottrina cattolica, SEI, Torino, 1952, vol. II, n. 271, p. 186.

(8) Martin Buber, I racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano, 1979, p. 171.

(9) La Filocalia, Gribaudi, Torino, 1982, vol. I, p. 236. Il testo da cui è tratta la citazione è attribuito dalla Filocalia a Esichio Presbitero, morto nel 433, ma i curatori spiegano esserne invece autore un più tardo Esichio Sinaita.

(10) Cfr. Giuseppe Tucci, Le religioni del Tibet, Ed. Mediterranee, Roma, 1976, pp. 121-127.

(11) Tucci, cit., p. 122.

(12) Lama Anagarika Govinda, I fondamenti del misticismo tibetano secondo gli insegnamenti esoterici del grande mantra OM MANI PADME HUM, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1972, p. 198.

(13) Cfr. Agehananda Bharati, La tradizione tantrica, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1977, p. 96.

(14) Cfr. Lama Anagarika Govinda, cit., p. 194.

(15) Buber, cit., p. 650.

(16) Johan Georg Gichtel, Theosophia Practica, Breve Introduzione e Istruzione sui tre Principi e i tre Mondi nell’Uomo, a c. Maurizio Barracano, Ed. Mediterranee, Roma, 1982, p. 72.

LA SANTA COLLERAultima modifica: 2010-02-24T13:59:00+01:00da mikeplato
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