LE TOLEDOT YESHUA

 

PER QUESTO GLI EBREI SONO STATI ABBANDONATI


DA MELKIZEDEK. LO IRRISERO SUL GOLGOTA E


HANNO CONTINUATO A FARLO ANCHE DOPO. NON


COSI’ L’ISLAM CHE CONSIDERA YESHUA IL


SAYDDNA, IL SIGILLO DELLA SANTITA’ UNIVERSALE


(non della profezia, sigillo che spetta a Muhammad)

 

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Le Toledòt Yesu (תולדות ישו) sono “una serie di racconti non


codificati di matrice ebraica su Gesù e sul primo


Cristianesimo, una sorta di antivangelo a uso interno,


ironico, dissacrante, sarcastico”. 

 

I nuclei originali di questi racconti, che inizialmente furono


trasmessi in forma orale, sono antichissimi (II secolo?) e


connessi probabilmente alle prime polemiche tra ebrei e


cristiani, testimoniate già negli Atti degli Apostoli, 13.


Alcune accuse, che compaiono nelle Toledòt, si ritrovano


anche in scritti di Giustino, Celso, Origene, Tertulliano e


sembrano attestate anche dal Talmud. Si suppone che i


racconti siano stati posti in forma scritta fra il IV e il VI


secolo, se non più tardi. Le Toledòt si diffusero, sia pure in


versioni differenziate, in tutta l’Europa e nel Medio Oriente


(Yemen, Irak, Persia) e ne sopravvivono un centinaio di


redazioni. La lingua originaria era forse l’aramaico, ma la


maggioranza dei manoscritti sono in ebraico, con versioni


più tarde in arabo, giudeo-persiano, giudeo-tedesco


(Yiddish) e giudeo-spagnolo (Ladino). Le diverse redazioni


vengono normalmente ripartite in tre gruppi, definiti dal


nome di colui, che nel racconto giudica Gesù: Pilato, il re


Erode o la regina Elena di Adiabene. Nelle Toledòt


compaiono affermazioni correlate alla narrazione


evangelica (fra parentesi le contrapposizioni):



Gesù è figlio di Giuseppe e Maria (ma il legittimo sposo di


Maria si chiamava Giovanni);



Nasce a Betlemme;



Incontra i Dottori (mostrando poco rispetto);



Pretende di essere nato da una vergine e di essere figlio di


Dio (ma in realtà è nato da un rapporto adulterino con una


donna mestruata);



Compie miracoli, cammina sull’acqua, risuscita un morto e


guarisce un lebbroso (utilizza come strumento di magia il


nome impronunciabile di Dio; nome che ha rubato nel



tempio);



Manda in visibilio i giudei ed entra in Gerusalemme sul


dorso di un asino;



Applica a sé molte profezie bibliche (Isaia 7,14; Zaccaria


9,9; Salmi 2 e 110);



Fu tradito da Giuda Iscariota, frustato e incoronato di


spine;



Gli fu dato da bere aceto, morì in occasione della Pasqua e


fu sepolto prima dell’inizio del sabato;



I suoi dodici apostoli raccontarono che era risorto (ma il


cadavere era stato nascosto dal giardiniere).

 

Queste somiglianze e contrapposizioni suggeriscono che le



Toledòt Yesu siano una parodia dei vangeli scritta molto


dopo gli eventi e perciò priva di qualsiasi contenuto storico.


Alcuni studiosi, tuttavia, hanno scelto di credere


all’autenticità del racconto al punto di affermare che Gesù


sarebbe effettivamente stato un personaggio ebraico vissuto


un secolo prima di Cristo. L’iniziatore di questa tesi è stato


il teosofo G.R.S. Mead.

 

Il testo delle Toledòt, scritto in ebraico, rimase di fatto


inaccessibile per secoli alla maggior parte dei dotti non


ebrei. La prima versione in latino delle Toledòt, tratta da


un testo molto simile a quella contenuta nel Manoscritto di


Strasburgo, fu redatta nel 1278 da Raimondo Martí. La


traduzione di Martí fu inserita da Porchetus Salvagus nel


suo Victoria (Porcheti) adversus impios Hebraeos (circa


1303). La Victoria fu edita a stampa nel 1520 e letta da


Martin Lutero, che attaccò violentemente le Toledot Yesu e


gli ebrei nel suo pamphlet Vom Shem Hamphoras und vom


Geschlecht Christi (1543) .



La edizione a stampa del testo ebraico, dal titolo Sepher


toldos Jeschut e basata su una delle redazioni più ampie, è


dovuta al protestante Johann Wagenseil, che definì il


racconto nefandum et abominabilem libellum…cacatum a


Satana. Il testo e la sua confutazione furono pubblicati nel


secondo tomo della Tela ignea Satanae. Hoc est arcani et


horribiles Judaeorum adversum Christum Deum et


Christianam Religionem libri anekdotoi (Friburgo, 1681). Il


primo tomo è interamente dedicato al Carmen memoriale


del rabbino Yom Tov Lipmann-Mulhausen (la versione


abbreviata e in versi del’anonimo Liber Nizachon “vetus”


in cui viene confutata la religione cristiana); il secondo


tomo contiene anche gli atti di due dispute fra rabbini e


teologi cristiani e il Chissuk Emuna (“La fede rafforzata”) di


Isaac Troki.Poco dopo, nel 1705, un testo ebraico


leggermente diverso fu pubblicato anche in Olanda con


traduzione latina, note e confutazioni del pastore


protestante svizzero Giangiacomo Huldrich (1683 – 1731). Il


titolo di questa edizione è Sepher toledot Jesco. Nel 1902 lo


studioso ebreo Samuel Krauss utilizzò nove manoscritti, di


cui due completi (quello di Strasburgo e quello di Vienne),


per produrre un’edizione critica.

 

 

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Il primo esplicito e dettagliato resoconto di una versione


ebraica sacrilega delle vicende di Gesù risale al IX secolo


ed è dovuto all’arcivescovo di Lione Agobardo (778-840).


Delle Toledòt parlano anche il suo successore Amolone


(841-852), nel suo Liber Contra Iudaeos, e Rabano Mauro,


arcivescovo di Magonza (Contra Iudaeos, 847),


testimoniando che la notizia delle Toledòt e del loro


contenuto offensivo si stava diffondendo ampiamente,


suscitando violenta indignazione fra i cristiani e


diventando stimolo e pretesto di persecuzioni violente. Il


contenuto delle Toledòt, perlopiù denunciato agli


inquisitori da ebrei convertiti, è probabilmente la causa


principale delle cosiddette Controversie sul Talmud con il


loro contorno di roghi di libri ebraici. La prima di queste


ebbe luogo a Parigi nel 1250 (si veda: Impia Judaeorum


perfidia). Ancora fra il 1509 e il 1520 ebbe luogo in


Germania (con interventi anche dell’imperatore e del papa)


un’accesa controversia sulla confisca e distruzione dei libri


ebraici blasfemi. Da un lato la fazione guidata dal


macellaio Johannes Pfefferkorn, un ebreo convertito, e da


Jakob van Hoogstraten, priore dei domenicani di Colonia e


dall’altro gli umanisti tedeschi, guidati da Johannes


Reuchlin. Mentre i primi auspicavano una confisca


generalizzata di ogni libro ebraico, Reuchlin mise in


evidenza che i libri veramenti blasfemi erano pochi e di


scarsa rilevanza anche per i giudei stessi: fra questi


appunto il Toledòt Yeshu e il Liber Nizachon. Il 29 maggio


1554 la bolla Cum sicut nuper di papa Giulio III chiarì che


dovevano essere confiscati e bruciati solo i libri blasfemi


(“Omnes et singuli libri in quibus Jesu Salvatoris nostri,


quod Jeshui Hanozri dicitur, cum blasphemia aut alias


ignominiose nominatur”), mentre proibiva ogni molestia


degli ebrei per il possesso di qualunque altro libro.

 

 

 

l Presentazione

 



Secondo una convinzione comunemente diffusa tra i


cristiani dei nostri giorni, il testo fondamentale sui cui


poggia l’odierno ebraismo sarebbecostituito dall’Antico


Testamento, e in particolare dalla Toràh, ossia dai primi


cinque Libri della Bibbia che contengono la Legge mosaica.


In realtà, uno studio anche superficiale di questa religione


rivelerebbe come tale convinzione sia errata e lontana dalla


verità. Per il fedele della sinagoga, infatti, il testo essenziale


cui attingere per conoscere le norme da seguire e diventare


un pio ebreo è il Talmud (dall’ebraico lamad, che significa


«apprendimento», «dottrina, ammaestramento»). Per


quanto ciò possa sembrare strano, l’ebraismo post-cristiano


– quello cioè sviluppatosi dopo l’avvento del cristianesimo –


ritiene che la Bibbia, al contrario del Talmud, sia un testo


incompleto e di scarsa importanza. Ma cos’è esattamente


il Talmud? Trattasi di un’ampia raccolta di insegnamenti


rabbinici che va dal I secolo a. C. al V sec. d. C.


Il Talmud consta di due raccolte: la Mishnàh, la più antica, e


la Ghemarà, la più recente. I maestri della Mishnàh abbracciano


cinque o sei generazioni per un totale di centocinquanta


autori. La prima edizione della Mishnàh, commentata


dall’ebreo spagnolo Mosé Maimonide (1135-1204) venne


stampata a Napoli nel 1492.

 

 

TalmudMosè Maimonide

 

Ma a dispetto delle altre religioni che cercano in tutti i


modi di diffondere e far conoscere i loro testi sacri,


l’ebraismo ha sempre cercato di occultare il suo libro


fondamentale, fino a minacciare di scomunica, o nei casi


più gravi di morte, chi ne avesse rivelato il contenuto ai


non-ebrei. Nel XVII secolo questo incomprensibile


atteggiamento di totale chiusura verso l’esterno richiamò


l’attenzione di molti studiosi cristiani (Wagenseil, Rohling,


i due Buxtorf, Eisenmenger, Bartolocci, Imbonati,


Pfefferkorn, ecc…) che hanno cercato di carpire il motivo di


tale segretezza. Lo studio di questo testo – che altro non è


che un codice di comportamento – condotto da questi


profondi conoscitori dell’ebraico portò ad una prima


importante scoperta: il rigido regime di separazione dagli


altri popoli che vige presso gli ebrei trae le sue origini 


dall’insegnamento talmudico relativo ai non-ebrei, e in


particolare ai cristiani. In effetti, il primo dato che emerse


dalla lettura dei diversi trattati che compongono questo


libro (Iore DeaOrac sciaim,Scioscen ammispat, ecc…) è che, in virtù della


sua Alleanza con Yahwéh, l’ebreo si considera come una


specie di superuomo, superiore a tutti gli altri suoi simili,


una sorta di semidio con diritto di dominio su tutte le altre


nazioni. Tuttavia, ciò che impressionò maggiormente questi


studiosi cristiani durante la lettura dei vari trattati fu


l’ossessiva istigazione del lettore all’odio verso Gesù Cristo


(ritenuto un falso messia, un mago e quanto di peggio si


possa immaginare) e verso i Suoi seguaci (considerati alla


stregua di pagani idolatri da evitare o da sterminare).


Temendo che la rivelazione delle maledizioni e degli


insulti contro il cristianesimo contenuti nel Talmud scatenasse


violente reazioni contro gli israeliti sparsi in tutto il mondo,


i rabbini, riuniti in sinodo in Polonia, corsero ai ripari e


diramarono un decreto che conteneva le seguenti


istruzioni: «Poiché abbiamo saputo, come tutti i figli d’Israele, che molti cristiani


cercano d’approfondire la lingua nella quale i nostri libri sono scritti, vi intimiamo, sotto pena



di incorrere nella scomunica maggiore […] di togliere dalle nuove edizioni della Mishnàh e


dalla Ghemarà quanto si riferisce alle azioni di Gesù di Nazaret». Ecco dunque


spiegato il motivo per cui le recenti traduzioni


del Talmud (messe in vendita anche presso le librerie


cattoliche) non contengono nemmeno uno dei passi che


troverete citati dall’Autore in questo libretto. Nonostante


questa cortina fumogena eretta dai giudei attorno al loro


testo sacro, l’Autore del presente studio, Mons. Justinas


Bonaventura Pranaitis (1861-1917) 1, riuscì verso la fine del XIX


secolo scorso a venire in possesso di molti trattati originali


in cui le maledizioni e gli improperi contro Cristo e i


cristiani non erano stati amputati. Nel 1892, con il


titolo Christianus in Talmude Iudeorum, sive Rabbinicæ doctrinæ de Christianis


secreta («I cristiani nel Talmud, ossia la dottrina rabbinica


segreta sui cristiani»), usciva la più completa e più accurata


raccolta di massime talmudiche che sia mai stata


pubblicata e che oggi vi ripresentiamo non certo per


fomentare nel lettore volgari pulsioni antisemite, così aliene


dallo spirito che anima le pagine del Vangelo, ma perché i


cristiani tornino a operare per la conversione degli ebrei e a


pregare secondo le intenzioni della Chiesa, così


chiaramente espresse nella veneranda liturgia preconciliare


del Venerdì Santo: «Affinché Dio, nostro Signore, tolga il velo dai loro cuori ed


essi conoscano Gesù Cristo […] e siano strappati alle loro tenebre».

 

 

PARTE PRIMA

LA DOTTRINA DEL TALMUD  SUI CRISTIANI

 

 

Nella prima parte di questo libro, vedremo quali sono gli


insegnamenti del Talmud sull’Autore della religione cristiana,


Gesù Cristo; nella seconda, quello che esso prescrive circa i


Suoi seguaci.

 

 

CAPITOLO I


GESÙ CRISTO NEL TALMUD

 

Molte sono le cose che si possono leggere nei diversi libri


talmudici sull’origine di Gesù Cristo e sulla Sua vita, morte


e dottrina. Tuttavia, bisogna avvertire che non sempre e


dovunque Egli viene chiamato con lo stesso nome, ma con


altri diversi quali «quell’uomo», «un tale», «il figlio del


fabbro», «l’appeso», ecc…

 

 

l I nomi attribuiti a Gesù Cristo

 

 

– Il vero nome di Gesù Cristo in ebraico è Iesciua Annostriossia «Gesù Nazareno»



Gesù viene chiamato Notsri dagli ebrei per via della città di


Nazareth nella quale fu educato; per cui anche i cristiani


nel Talmud sono chiamati notsrim. Poiché la voce Iesciua, che


significa «salvezza», designa il Salvatore, di rado il nome


di Gesù si incontra scritto per esteso nei libri ebraici 2, ma


quasi sempre e ovunque si legge con l’abbreviazione Iesciu,


nome che viene letto dagli ebrei con malizia, come se fosse


originato dalle lettere iniziali delle tre parole Immasc’ Sciemo


Veziecro«Siano distrutti il suo nome e la sua memoria» 3.

 

 

– Nel TalmudGesù Cristo viene chiamato oto isc, ovvero «quelluomo», vale a


dire «noto a tutti»



Nel trattato Aboda zara 6 a si legge: «Cristiano (è chiamato) colui che


segue l’erronea dottrina di quell’uomo, il quale comanda che si consideri festivo il primo


giorno dopo il sabato, e cioè che si santifichi il primo giorno dopo il sabato».

 

 

– Più semplicementeGesù Cristo viene chiamato peloni, cioè «quel tale»


Nello Sciaghigà 4 b., si legge «Maria […] madre di quel tale», così come


viene denominata nello Sciabbat, 104 b. Vedremo ben presto


come questa Maria altri non sia che la Madre di Gesù


Cristo.

 

 

– Con disprezzo, Cristo viene chiamato anche naggar bar naggar 4, ovvero il


«fabbro» o il «figlio del fabbro»; o anche ben sciarasc’ètsim, ossia


il «figlio del falegname» 5.

 

Aboda zaraSciabbat

 

– Inoltre, gli ebrei lo chiamano talui, cioè «lappeso»


Rabbi Samuel, figlio di Meir, nell’Ilcot acum di Mosè Maimonide,


avverte subito che il giorno festivo di Natale e quello della


Pasqua dei cristiani sono proibiti agli ebrei perché vengono


celebrati «per il fatto che egli fu appeso» 6Rabbi Aben Esdra (1092-1167),


nelCommentario al Libro della Genesi (Gn 27, 39), chiama talui colui la cui


immagine l’Imperatore Costantino il Grande (280-337) pose


nell’insegna: «Ai tempi di Costantino, che cambiò la religione e pose sul suo vessillo


l’immagine dell’appeso».

 

 

l La vita di Gesù Cristo

 

Il Talmud insegna che Gesù era impuro e figlio di donna


mestruata 7, che aveva l’anima di Esaù ed era stolto,


prestigiatore, seduttore e idolatra. Fu crocifisso, sepolto


nell’inferno e divenne l’idolo dei suoi seguaci.

 

 

– Gesù Cristo era bastardo e figlio di donna mestruata



Nel trattato Callà 1 b. (18 b.), viene narrata questa storia: «Un


giorno, mentre alcuni vecchi sedevano davanti alla porta della città, si presentarono loro due


adolescenti, uno dei quali aveva il capo coperto e l’altro l’aveva lasciato scoperto. Di


quell’adolescente che aveva scoperto il capo, Rabbi Eliezer disse che era un “mamzer”, cioè un


impuro“. Rabbi Ieosciua disse che egli era “ben niddà”, ovvero che era stato concepito da


una donna mestruata. Rabbi Achiba, invece, affermò che egli non soltanto era impuro, ma


anche figlio di donna mestruata. Poiché gli astanti domandarono a Rabbi Achiba il motivo di


tale contraddizione verso i suoi colleghi, egli rispose loro che avrebbe confermato quanto


aveva asserito. Andò quindi dalla madre di questo fanciullo, e avendola trovata al mercato


intenta a vendere legumi, le disse: “Figlia mia, se tu mi vorrai rispondere con tutta verità a ciò


che sto per domandarti, io ti prometto di fare tutto il possibile perché tu abbia a godere


dell’esistenza anche nell’altra vita”. E poiché ella chiedeva che l’altro confermasse con un


giuramento quanto aveva promesso, Rabbi Achiba giurò, ma soltanto con le labbra, perché in


cuor suo rese subito vano il giuramento. Dopodiché, Rabbi Achiba domandò: “Dimmi: chi è


tuo figlio”? Ella rispose: “Quando celebrai le mie nozze mi trovavo nel periodo delle


mestruazioni, per cui mio marito si allontanò da me. Ma il mio compare si unì a me e da


questo amplesso nacque questo mio figlio”. Da ciò risultò chiaro che questo fanciullo era non


soltanto impuro, ma anche figlio di donna mestruata. A questa dimostrazione tutti gli astanti


esclamarono: “Grande fu Rabbi Achiba quando corresse i suoi dottori”. E subito aggiunsero:


“Benedetto il Signore Dio d’Israele che rivelò il suo arcano a Rabbi Achiba, figlio di


Giuseppe”». Come gli ebrei applichino questo passo a Gesù


Cristo e a Maria SS.ma lo dimostra chiaramente il loro


libro Toldoth Iesciu, che in ebraico significa «Origini di Gesù»,


dove, quasi con le stesse parole, è narrata la nascita del


nostro Salvatore 8. Sempre in questo senso un’altra


narrazione è data nel Sanhedrin 67 a«Fra tutti coloro che, per aver


contravvenuto alla legge, sono ritenuti rei di morte, solo verso questi ultimi 9 essi procedono,


per l’accertamento delle loro colpe, servendosi di insidie. E quali insidie preparano?


Predispongono una stanza interna illuminata da una candela, e collocano testimoni in


un’anticamera, in modo che essi possano vedere il tentatore e udirne le parole, ma non questi


quelli. Colui che era stato dapprima circuito dal tentatore improvvisamente domanda a


quest’ultimo: “Ti prego: ripetimi qui in segreto, ciò che prima mi hai detto”. Se l’altro


aderisce, subito il tentato gli chiede: “In che modo abbandoneremo il Signore nostro che è


nei cieli e serviremo gli idoli”? Se a queste parole il tentatore si converte o ha comunque


resipiscenze, bene; ma se invece esclama: “Ecco il nostro dovere; ecco quello che dobbiamo


fare in tutto e per tutto”, allora i testimoni che sono nella stanza esterna e che hanno


ascoltato tutto, subito lo conducano in giudizio e lo lapidino. Così fecero al figlio di “stada”


(“meretrice”) in Lud, e lo crocifissero la sera di Pasqua. Questo figlio di “stada”


(“meretrice”) dev’essere inoltre considerato figlio di “pandira”. Poiché disse Rabbi Sciasda: “Il


marito di sua madre, “stada pandira”, è Pafo, figlio di Giuda 10Ma io aggiungo che sua


madre è stata la meretrice Maria di Magdala, cioè quella tale acconciatrice di teste femminili, la


quale, come dicono nel Pumbaditano, si allontanò da suo marito”». Ciò equivale a


dire che anche Maria SS.ma veniva chiamata stada, cioè «meretrice»,


perché, secondo i Pumbaditani, aveva tradito il marito con


adulterio. Simili cose si possono leggere nel Talmud di


Gerusalemme 11 e in Maimonide 12. Per quanto riguarda


quella Maria di cui è fatta sopra menzione, di essa si dice


nel trattato Sciaghigà 4 b«Trovandosi un giorno Rabbi Bibai presso l’Angelo della


morte gli disse: “Va, e portami qui Maria acconciatrice di capelli muliebri” (che equivale a dire:


“Va, e uccidila”). L’Angelo andò e gli portò Maria acconciatrice di fanciulli (vale a dire un’altra


Maria)». Una glossa marginale illustra così questo passo: «Questa


storia di Maria acconciatrice di capelli muliebri accadde sotto la seconda casa. Ella fu quindi la


madre di N. (“peloni”), come si legge nel trattato Sciabbat» (fol. 104 b).


Nondimeno, nello Sciabbat questo episodio viene così


riportato: «Disse Rabbi Eliezer ai sapienti: “Non fu forse il figlio di “stada” (“meretrice”) a


fare uscire le arti magiche dall’Egitto per mezzo di un taglio nella propria carne”? Essi


risposero: “Egli fu stolto, e non si chiede l’approvazione degli stolti. Il figlio di “stada”, il


figlio di “pandira”…», come sopra nelSanhedrin 67 a». Tale magia,


operata dal figlio di stada, viene così spiegata nel libro Bet


Jacob, f. 127 a: «Prima di uscire dall’Egitto, i Magi investigarono minuziosamente


dappertutto che non trafugassero l’arte magica per mezzo di qualche scritto, in modo che la


potessero poi insegnare agli altri popoli. Perciò, egli escogitò un nuovo sistema, e fu quello di


scrivere l’arte magica sulla pelle o d’includervela sotto. La ferita, non appena sanata, non


l’avrebbe certamente lasciata scoprire» 13«Da tutto ciò – dice Johannes


Buxtorf (1564-1629) 14 – si può capire in modo non troppo oscuro chi mai sia stato


“ben stada” (“il figlio della meretrice”) o chi mai, esaminati tutti i punti, per lui debba


intendersi. Comunque, molte considerazioni dimostrano che nonostante i rabbini nelle


addizioni talmudiche si sforzino di dichiarare che essi non vogliono riferirsi a Gesù Nazareno e


cerchino di coprire la loro malizia, tuttavia la frode si viene subito a scoprire poiché appare


manifesto che essi, nello scrivere tali cose, non vogliono altro intendere e scrivere che di Lui.


Infatti: in primo luogo, egli è chiamato anche ben pandira. E che così fosse chiamato da loro


Gesù Nazareno appare evidente anche in altri punti nel Talmud 15, dove si fà espressa


menzione di “Gesù, figlio di pandira”. Anche San Giovanni Damasceno (675-750) 16 nella


genealogia di Cristo menziona le parole “pantheræ” e “bar pantheræ”. In secondo luogo,


questa “stada” (“meretrice”) si dice che fosse Maria, e questa Maria viene anche detta madre di


“peloni”, di N., e con questa espressione si vuole senza dubbio identificare Gesù Cristo. Gli


ebrei, infatti, usano mascherare il Suo nome perché si vergognano di pronunciarlo. Se fossero


a nostra portata di mano i manoscritti originali, la cosa sarebbe chiaramente provata. Appare


dunque evidente che anche questo fu uno dei nomi attribuito alla Madre di Gesù Nazareno. In


terzo luogo, Egli viene chiamato “seduttore del popolo”. E che per tale fosse ritenuto Cristo


dagli ebrei, lo attesta il Vangelo stesso 17, mentre gli scritti odierni confermano che anche


oggi gli israeliti lo considerano come tale 18. In quarto luogo, si dice che fosse chiamato


l'”appeso”; in ciò è chiaro il riferimento alla crocifissione di Gesù Cristo, specialmente se si


aggiunge la circostanza di tempo – la sera di Pasqua – la quale si accorda con il tempo della


crocifissione di Nostro Signore. Nel Sanhedrin 43 a., così essi scrivono: “La sera di Pasqua


crocifissero Gesù”. In quinto luogo, perché nel Talmud di Gerusalemme si parla di due


discepoli dei sapienti posti come vedette e come testimoni, e quindi prodotti contro di Lui.


Ciò deve riferirsi a quei due falsi testimoni dei quali fanno menzione gli evangelisti San


Matteo 19 e San Luca 20. In sesto luogo, perché del medesimo “ben stada” scrivono che in


un taglio della propria carne egli trafugò le arti magiche dall’Egitto. Qualcosa di simile


riferiscono a proposito di Gesù Cristo nel velenosissimo libro “Toldoth Iesciu”. In settimo


luogo, e in questo si accorda anche il periodo di tempo, perché si dice che questo “ben


stada” sia vissuto ai giorni di Pappo, figlio di Ieuda, il quale fu contemporaneo di Rabbi


Achiba. Achiba, inoltre, visse al tempo dell’Ascensione di Cristo e oltre. Anche Maria si dice


che sia vissuta sotto il secondo tempio. Sommando le cose, risulta chiaro a tutti come in


questi passi gli ebrei, in modo subdolo e blasfemo, vogliano intendere sotto il nome di figlio


di “stada” non altro che il nome “figlio di Maria”, ossia Gesù Cristo. Il fatto che a queste


interpretazioni si oppongano altre circostanze non significa nulla. Ciò non è nuovo nei libri dei


giudei, poiché essi cercano di mascherare la verità ai cristiani con l’inganno» 21.

 

 

– Inoltre, «nei libri più segreti che cercano di non far cadere facilmente nelle mani dei


cristiani, gli ebrei dicono che lo spirito di Esaù è passato in Gesù Cristo, il quale è stato


tanto empio quanto Esaù stesso» 22.

 

– Da qualcuno Egli viene chiamato anche stolto e


demente 23«Dissero i Sapienti ad Eliezaro: “Stolto fu il figlio di “stada” (“meretrice”) e


non si chiede l’approvazione degli stolti”».

 

 

– Gesù Cristo era un prestigiatore e praticava le arti magiche



Nel nefando libro Toldot Yeschu, il nostro Salvatore viene


sacrilegalmente bestemmiato con queste parole: «Disse Gesù: “Non


hanno forse così profetizzato di me Isaia e Davide miei proavi? Il Signore mi disse: “Tu sei mio


figlio; oggi ti ho generato” 24. Così in altro passo: “Disse il Signore al mio Signore: “Siedi alla


mia destra” 25. Ora io salirò verso il Padre mio che sta nei cieli e siederò alla sua destra e


questo voi vedrete con i vostri occhi; ma tu Giuda 26 non riuscirai mai ad elevarti fino a Lui”.


Pronunciò quindi Gesù il gran nome di Dio (IHWH), ed ecco che subito si levò un gran vento


che lo sollevò fra il cielo e la terra. Anche Giuda pronunciò quel nome e anche lui fu sollevato


dal vento tra il cielo e la terra. In questo modo, entrambi volteggiavano nell’aria davanti allo


stupore di tutti gli astanti. Allora Giuda, pronunciato nuovamente il nome divino, afferrò Gesù


cercando di precipitarlo a terra. E Gesù, allo stesso modo di Giuda, cercava di precipitare


l’altro. Così l’uno e l’altro, alternatamente, si colluttavano. Vedendo allora Giuda di non


poterla avere vinta, orinò sopra Gesù e così, essendosi resi immondi, caddero entrambi a


terra e non poterono più pronunciare il nome divino prima di essersi purificati».


Davvero non so se siano degni di misericordia piuttosto che


di odio quelli che prestano fede a simili menzogne




fabbricate dal demonio in persona 27. In un altro passo


dello stesso libro, viene narrato come nel Santuario vi fosse


una pietra che il Patriarca Giacobbe aveva spalmato


d’olio 28. In questa pietra erano scritte le lettere del


tetragramma IHVH 29 e tutti gli studiosi israeliti sostenevano


che la pronuncia di questo nome avrebbe devastato il


mondo. Perciò, deliberarono che nessuno potesse


comprenderlo, e misero due cani legati a due colonne di


ferro davanti al Santuario. Se mai qualcuno avesse


interpretato il valore di quelle lettere, nell’atto di uscire dal


Santuario, atterrito dall’abbaiare dei cani, avrebbe


completamente perduto la memoria di esse. «Venne Gesù, entrò nel


Santuario, interpretò il valore di quelle lettere, le scrisse su una pergamena, tagliò un lembo di


carne dal proprio femore e ve la nascose; quindi, pronunciato il nome divino, la pelle si


richiuse» 30.

 

 

– Gesù Cristo era idolatra



Nel trattato Sanhedrin 103 a., le parole del Salmo 91, versetto


10 «e la piaga non si avvicinerà al tuo tabernacolo», sono così spiegate: «Perché


non vi sia tuo figlio o il tuo discepolo il quale cosparga di troppo sale, e troppo salando


corrompa pubblicamente il suo cibo, come Gesù Nazareno». Bruciare il cibo o


cospargerlo con troppo sale o troppo condimento viene


proverbialmente detto di chi corrompe i suoi costumi, devia


dalla sua strada e macchia il suo buon nome; in una parola,


di colui il quale passa all’eresia e all’idolatria


diffondendole e difendendole pubblicamente 31.

 


– Gesù Cristo era un tentatore


Nello stesso Sanhedrin 107 b. si legge: «Disse Mar: “Gesù corruppe, tentò e perse Israele“».

 

– Gesù fu crocifisso


Già sopra abbiamo visto come Egli abbia scontato con una


morte ignominiosa la pena della sua empietà e dei suoi


delitti, essendo stato appeso al patibolo della Croce la sera


di Pasqua.

 


– Gesù Cristo fu sepolto nellinferno


Lo Zohar 282 b. dice come Gesù sia perito come una bestia e sia stato


sepolto fra le bestie«Mucchio di sporcizie […] su cui sono stati gettati i cani morti e gli


asini morti, e dove sono sepolti i figli di Esaù (i cristiani) e quelli di Ismaele (i


musulmani); ivi sono sepolti anche Gesù e Maometto, incirconcisi e


immondi, carogne di cani» 32.

 


Trattato SanhedrinZohar

 

– Dopo la Sua morte, Gesù Cristo fu venerato come Dio dai Suoi seguaci

 

George Elia Edzard, nel libro Aboda zara 32 riferisce le seguenti


parole del commentatore dell’Ilcot acum 5. 3. di Maimonide: «In



molti punti del Talmud si fa menzione di Gesù Nazareno e dei suoi seguaci. Nessuno all’infuori


di lui è riconosciuto come Dio dai gentili». Nel libro Scizzuc Emunà (parte I, cap.


36) si legge 33«Da questo passo (Zc 12, 10) i cristiani traggono argomento per


confermare la propria fede dicendo: “Ecco, testimonia il profeta che nei secoli futuri si


lamenteranno i giudei, lacrimeranno e piangeranno per avere crocifisso e ucciso il Messia


mandato loro, Gesù Nazareno, eterno come Uomo e come Dio; e ciò lo esprimono con queste


parole: “E volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto e piangeranno sopra di lui


come si piange l’unico figlio”». Nell’Ilcot melachim, IX, 4 34, Maimonide si


sforza di dimostrare quanto grandemente si ingannino i


cristiani che venerano Gesù. «Se tutto ciò che fece si compì felicemente 35,


se costruì nel giusto luogo il Santuario e raccolse i dispersi figli di Israele, Egli è veramente il


Messia. Ma se fino ad oggi ciò non gli è riuscito, o se fu ucciso, è chiaro che egli non era il


Messia che la Legge ci comandò di sperare. Egli, in verità, è simile a tutti i Re morti della


Casa di Davide, integri e giusti, i quali Dio Santo Benedetto non fece nascere ad altro fine se


non per illuminare i molti, così come è detto: “E quelli che avranno capito trascineranno gli


altri a purificarsi, a purgarsi e a rendersi candidi fino al momento 36 della fine”. Anche Daniele, in precedenza, con queste parole 37 profetizzò di Gesù Nazareno che si riteneva di


essere il Cristo e per sentenza del Sinedrio fu ucciso: “E i figli dei distruttori del tuo popolo


saranno elevati affinché appaiano saldi e invece precipiteranno”. Esiste avvenimento che sia di


maggiore importanza? Questo fu il detto di tutti i Profeti: “Gesù Cristo libererà Israele e lo


salverà e raccoglierà gli scacciati suoi figli e confermerà le loro leggi”. Mentre invece


quello (Gesù) fu tratto in causa per aver voluto uccidere di spada Israele, disperdere le sue


reliquie e umiliarle; e ciò perché mutasse la Legge e la maggior parte degli uomini fosse


sedotta a servire un altro Dio. In verità, a nessun uomo è dato di conoscere i pensieri del


Creatore, poiché non sono le stesse le sue strade e le nostre, i suoi e i nostri consigli.


Certamente tutte le istituzioni di Gesù Nazareno e degli israeliti che vennero dopo di lui ad


altro non sono rivolte se non a spianare la strada al Messia Re e perché tutto il mondo si


prepari a servire il Signore così come è detto: “Allora volgerò ai popoli il puro labbro affinché


tutti invochino il nome di Dio venerandolo universalmente” 38. E allora? Già tutto il mondo è


pieno della parola di Cristo, e della Legge e delle dottrine, e si diffondono parole di lode a Lui


nelle lontane isole e fra molti popoli, chi velato nel cuore e chi nella carne; ed essi parlano e


comunicano fra loro di queste cose che sovvertono la Legge, e mentre alcuni dicono che i


suoi insegnamenti furono veri, ma poi cessarono di esserlo, altri aggiungono che vi sono in


queste cose non pochi misteri. Il Messia Re è venuto e ha rivelato gli arcani. Ma quando


veramente fosse giunto il Messia, e le sue dottrine avessero prosperato ed egli fosse stato


innalzato ed esaltato, tutti si sarebbero convertiti e conoscerebbero che le cose che accaddero


furono false e vane».

 

 

– Il crocifisso e lEucarestia sono idoli


Nel trattato Aboda zara 21 a., Tosef., leggiamo: «È necessario che studiamo


su quale fondamento debbano basarsi in questi tempi gli uomini quando vendono o affittano


case ai gentili a scopo di abitazione. Vi sono alcuni che pensano illecita la vendita o l’affitto


per il fatto che nel Tosefta è scritto: “Nessuno darà in affitto la sua casa al gentile, sia in terra


d’Israele che fuori, perché è chiaro che egli vi porta dentro l’idolo”. Nondimeno, è lecito


affittare loro stalle, magazzini e botteghe, nonostante sia noto che in questi luoghi


introdurranno i loro idoli. La ragione è chiara: perché si distingue fra il luogo nel quale l’idolo


viene introdotto in modo che abbia sede stabile, e il luogo nel quale viene introdotto, ma non


con sede fissa. Da qui la liceità della cosa. Ora, i gentili fra i quali viviamo non introducono


nelle loro case l’idolo in modo che vi abbia fissa dimora, ma soltanto quando vi si trovi un


morto o qualcuno sia in agonia; anzi, nemmeno in questi casi essi compiono funzioni


religiose. Date queste circostanze, vendere od affittare case è lecito». Altrettanto


dice non meno chiaramente Rabbi Ascer nel suo commentario


ad Aboda zara 83 d:«Oggi che i gentili non usano introdurre l’idolo nelle loro case se


non quando uno di loro giace ammalato, è lecito affittarle». Lo stesso Rabbi Ascer,


nel medesimo libro, poco più sopra (83 b) dice: «Oggi, essi usano


bruciare incenso all’idolo». Tutte queste cose e molte altre simili ad


esse, ci tolgono ogni dubbio sul fatto che i rabbini quando


parlavano degli idoli dei gentili, tra i quali essi vivevano a


quei tempi in cui non esistevano idolatri, non avevano


dinanzi agli occhi se non l’idolo dei cristiani, venerato o


nelle specie eucaristiche o nell’immagine della croce.

 


– Nota sulla croce


Nella letteratura ebraica non si trova il nome che designa


direttamente la croce dei cristiani. La croce T, cui venivano


appesi i condannati alla pena capitale, presso i fenici e gli


ebrei si chiamava tau. Questo nome e questo simbolo


vennero poi accolti nell’alfabeto degli ebrei, dai greci e dai


romani. Ma tra gli ebrei la croce, venerata con tanto onore


dai cristiani, viene chiamata in diversi modi:

  • Tsurat attalui: «figura dell’appeso» 39;

  • Elil: «vanità», «idolo»;

  • Tselem: «immagine». Per questo motivo, anche i crociferi,

  • nei libri degli ebrei, sono chiamati tsalmerim;

  • Sceti veereb: «ordito e trama»; nome derivato dall’arte tessile;

  • Cocab: «stella», per i raggi che si diramano dalle parti;

  • Pesila: «scultura», cioè «idolo scolpito».

Qualunque sia il nome con il quale essi la chiamano, si


deve sempre intendere in senso di idolo o di cosa


grandemente esecranda. L’Orac sciaim, 113, 8 afferma: «Se si


presenterà un cristiano che ha in mano la stella a un giudeo intento nella preghiera e il giudeo


sia al punto della sua orazione in cui è il momento di inchinarsi, egli non si inchinerà. È lecito


in questo caso che il suo cuore sia diretto in cielo verso Dio, affinché non sembri che egli sia


inchinato dinanzi a quell’immagine». Lo Iore dea 150, 2 dice : «Se per caso, al


cospetto dell’idolo si sia confitta una spina nel piede di un ebreo, o gli sia caduta una


moneta, egli non si curverà per togliersi la spina o per raccogliere il denaro, affinché non


sembri che cada in adorazione dell’idolo; sieda piuttosto o volti le spalle all’idolo e si estragga


la spina». Poiché simile diversivo non può essere utilizzato


dall’ebreo senza rischio, viene data una regola sul come ci


si debba comportare in tali occasioni. Dice lo Iore dea 150,


3. Agà 40«Davanti ai principî o ai sacerdoti che hanno sopra le vesti la croce o che ne


portano sul petto l’immagine, come è abitudine di coloro che comandano, non è lecito


curvarsi o togliersi il copricapo. Curerà tuttavia l’ebreo di negare questo onore senza che


nessuno si accorga del diniego. Per esempio, gettando a terra delle monete o alzandosi in


piedi prima che arrivino i cristiani. In tal modo, si scoprirà e si inchinerà prima del loro


arrivo». Gli ebrei distinguono la croce che si venera dalla


croce che si porta al collo in memoria di qualche avvenimento o per semplice ornamento. La prima la ritengono idolo, la seconda no. Afferma Iore dea 141, 1. Agà:«L’immagine della croce dinanzi alla quale si inchinano i cristiani, dev’essere ritenuta come un idolo e non è lecito usarne prima di distruggerla; invece, la croce pendente dal collo per ricordo, non dev’essere considerata un idolo; quindi, è lecito usarne senza distruggerla. Il segno della croce fatto con le mani con il quale i cristiani sono soliti segnarsi, viene chiamato in lingua ebraica “movimento delle dita di qua e di là”» 41.

 

l La dottrina di Gesù Cristo

 

Un seduttore e un idolatra come Gesù Cristo non poté insegnare altro se non l’errore e l’eresia, impossibili da praticare e da osservare.

 

– Gesù Cristo insegnò lerrore

L’Aboda zara 6 a. Tosefot sentenzia: «Nazareno è chiamato chi segue l’errore di colui il quale comanda di santificare il primo giorno dopo il sabato».

 

– Gesù Cristo insegnò leresia Nello stesso libro Idolatria (cap. I, 17 a. Tosefot), si parla dell’eresia di Giacomo. Che questo Giacomo altro non sia se non l’Apostolo di Gesù Cristo, lo si deduce da alcune parole riferite poco più sotto. In Aboda zara 27 b. si legge infatti: «Giacomo secanita, uno dei discepoli di Gesù, com’è detto nel capitolo primo…». Giacomo non predicava la propria dottrina, ma quella di Gesù Cristo.

 

– La Legge di Cristo è impossibile da osservare

L’autore del libro Nizzascion 42, circa tale espressione argomenta nel modo seguente: «I cristiani hanno questa legge: “Se un ebreo ti percuote una guancia, porgigli l’altra; in nessun caso dovrai restituirgli la percossa”» 43. Al cap. VI, v. 27, dello stesso libro è detto: «”Amate i vostri nemici; beneficate i vostri avversari, benedite coloro che vi esecrano, pregate per coloro che vi usano violenza; a chi ti dà uno schiaffo su di una guancia, porgigli l’altra. A chi ti porta via la toga, senza contrastare dagli anche la camicia…”. Ciò si può leggere anche presso il Vangelo di Matteo (Mt 5, 39). Ma non mi è mai accaduto di vedere dei cristiani comportarsi in tale maniera. E perfino lo stesso Gesù non si comportò nel modo che aveva insegnato agli altri. Ecco quello che troviamo presso il Vangelo di Giovanni (Gv 18, 22), dov’è detto che avendogli un tale dato uno schiaffo, Egli non gli porse affatto l’altra guancia per essere nuovamente colpito, ma, dopo il primo colpo, emozionato gli disse: “Perché mi percuoti”? Si può leggere negli Atti degli Apostoli (At 23, 3): “Avendo il Pontefice ordinato di percuotere la guancia di Paolo, questi non porse affatto l’altra guancia, ma imprecando rispose: “Dio possa percuotere te…”. Dunque, questo modo di fare è un argomento a loro sfavore e distrugge i fondamenti della loro religione, mentre essi millantano che è cosa facile osservare la legge di Gesù Cristo. Se dunque Paolo, che dev’essere considerato quasi al pari di Gesù diffusore della dottrina, non fu in condizione di obbedire al suo precetto, chi degli altri che credono in Lui mi potrà convincere»? All’autore, nelle cui mani erano i Vangeli e gli Atti degli Apostoli, non poteva sfuggire il vero senso nel quale Gesù aveva comandato di porgere l’altra guancia a chi su di una fosse stato percosso; come pure non può sfuggire il vero significato delle Sue parole là dove dice 44«Se la tua mano ti dà scandalo, tagliala […]. E se il tuo piede ti dà scandalo, taglialo […]. E se il tuo occhio ti dà scandalo, cavatelo». Peraltro, nessuno, sia pur poco versato in Sacra Scrittura, pensò mai di prendere alla lettera questi precetti. È dunque con somma malizia e somma ignoranza dell’indole dei tempi nei quali visse su questa terra il nostro Salvatore che gli ebrei, spesso e volentieri anche oggi, traggono occasioni da questi passi dei Vangeli per alterare la dottrina di Gesù 45.

 

CAPITOLO II
I CRISTIANI

 

In questo capitolo tratteremo questi tre argomenti:

  • Con quali nomi vengono chiamati i cristiani nel Talmud;

  • Chi sono i cristiani secondo la dottrina degli ebrei;

  • Cosa dice il Talmud del culto divino dei cristiani;

  • I nomi dei cristiani nel Talmud.

Così come nella nostra lingua i cristiani derivano il loro nome da quello di Gesù Cristo, allo stesso modo, nella lingua talmudica, essi, da Gesù
Nazareno, sono chiamati notsrim 46. Inoltre, essi sono chiamati con tutti quei nomi con i quali nel Talmud sono designati i non-ebrei, come: aboda zaraacum, obde elilimminimnocrimedomamme aarezgoimapicorosimcutim e tanti altri.

 

– Aboda zara

Parola che significa «culto straniero» o «idolatria». In tal modo è chiamato anche il trattato talmudico sull’idolatria. Da qui, il termine obdè aboda zara, ovvero «cultori di idolatria». Che le parole aboda zara significhino veramente «culto idolatrico», frutto di grande contaminazione per coloro che a tale pratica si dedicano, appare manifesto nello stesso Talmud. Nel trattato Aboda zara 3 a., Nimrod viene addotto come testimone che Abramo non era stato cultore di idoli: «Venga Nimrod e faccia testimonianza che Abramo non fu servo di “aboda zara”». Certo è che ai tempi di Abramo non esisteva un culto straniero, né degli ismaeliti, né dei nazareni, ma soltanto il vero culto di Dio e l’idolatria. Lo stesso si dice nello Sciabbat 82 a.: «Dice Rabbi Achiba: “Da dove sappiamo che “aboda zara” contamina coloro che lo praticano come può contaminare una donna immonda? Perché è detto (Is 30, 22): “E allontanerai da te quelle cose così come si allontana un’immonda donna mestruata. E le dirai: fuori di qui”». Nel primo emistichio del medesimo versetto 22 si fà menzione degli idoli d’oro e d’argento 47. Che anche i cristiani siano per gli ebrei aboda zara lo dimostra chiaramente il sapientissimo Maimonide. Leggiamo infatti in Aboda zara 78 c. Perusc’«E sappi che questa genia di cristiani, che errano dopo la venuta di Gesù, sebbene la loro dottrina sia varia e diversa, sono tutti cultori dell'”aboda zara”».

 

– Acum

Questa voce è composta dalle lettere iniziali delle parole Obdè Cocabim U Mazzolat 48, ossia «adoratori delle stelle e dei pianeti». Così un tempo gli ebrei chiamavano i goim, ritenendoli privi di ogni cognizione del vero Dio. Da molti passi dei libri degli ebrei, e specialmente dallo Sciulsian aruc, traspare chiaramente che la voce acum designa i cristiani. Nell’Orac scixim 113, 8., vengono chiamati acum coloro che venerano la croce. Nello Iore dea 148, 5, 12 sono chiamati adoratori delle stelle e dei pianeti coloro che celebrano la festività di Natale e, otto giorni dopo, quella di Capodanno. «Perciò, se si manda un dono ad un “acum” al tempo dell’ottavo giorno dopo il Natale, giorno da essi chiamato Capodanno…».

 

– Obdé elilimovvero «servi degli idoli»

Questo nome ha il medesimo significato del precedente (acum). Spesso con questo nome sono chiamati i non-ebrei. Ad esempio, nell’Orac sicaim 215, 5 è detto: «Non siano pronunciate parole di benedizione sopra gli aromi che appartengono ai servi degli idoli». Tuttavia, nel tempo in cui fu pubblicato lo Sciulscian aruc non vi erano acum, i «cultori di stelle e di pianeti», né «servi degli idoli» se non fra coloro presso i quali vivevano sempre gli stessi ebrei. Così si esprime l’autore del commentario allo Sciulc. aruc, intitolato Maghen Abraham, il rabbino Calissense, morto in Polonia nel 1775, nella nota nº 8 al paragrafo 244 dell’Orac sciai, laddove permette all’ebreo di compiere il lavoro nel giorno di sabato con l’aiuto dell’acum«Nella nostra città si discute circa il prezzo per rimunerare gli adoratori delle stelle e dei pianeti, i quali spazzino le vie e le piazze e continuino il lavoro anche il giorno di sabato» 49.

 

– Minim, ossia «eretici»

Nel Talmud vengono chiamati minim anche quegli eretici che possiedono i libri detti Vangeli. Dice lo Sciabbat 116 a.: «Rabbi Meir chiama i libri dei “minim” “aven ghilaion” (“volumi di iniquità“) per il fatto che essi li chiamano Vangeli».

 

– Edom, cioè «idumei»

Rabbi Aben Esdra, laddove ci dice che l’Imperatore Costantino mutò religione e pose nel vessillo l’immagine dell’«appeso», aggiunge queste parole: «Perciò Roma è chiamata il Regno degli idumei»Rabbi Besciai, nel Cad acchemasc’ fol. 20 a., in Isaia (Is 66, 17), così si esprime: «Si chiamano “edomiti” coloro che usano muovere le dita di qua e di là» (cioè coloro che si fanno il segno della croce). Lo stesso Rabbi Besciai, dopo le seguenti parole di Isaia, estratte dal passo già citato, «i quali mangiano carne suina», aggiunge: «Questi edomiti…». Rabbi Chimisci invece dice: «Questi cristiani…». Rabbi Abarbinel, nell’opera Masmia Iesciua 36 d., scrive: «Nazareni sono i romani, figli di Edom».

 

– Goi, ovvero la «gente» o il «popolo»

Gli ebrei definiscono goi anche un uomo singolo, un «gentile»; goià è detta la donna del gentile. Con questo nome sono talvolta chiamati anche gli israeliti, anche se molto raramente 50. Molto spesso invece lo si usa per identificare i non-ebrei, gli idolatri. Nei libri degli ebrei che trattano dell’idolatria 51, molte volte con il vocabolo goim sono chiamati i cultori degli idoli. Per questa ragione, nelle più recenti edizioni del Talmud 52 questa voce viene evitata ad arte e al suo posto si usano altre denominazioni per i non-ebrei. Oggi, tutti quelli che hanno dimestichezza con loro, sanno che con il nome goim si vuole, in lingua ebraica, identificare i cristiani. Non lo negano nemmeno gli stessi ebrei. Tuttavia, essi nei loro libri scritti in volgare cercano di dimostrare di non attribuire nulla di male o di offensivo a questo termine 53. Ma a dire il vero, appare manifesto il contrario nei libri scritti in lingua ebraica. Nello Scioscen Ammispat 34, 22, ad esempio, il vocabolo goi viene usato per significare «misura di cattiveria»: «I traditori, gli epicurei e gli apostati sono anche peggiori dei “goim”».

 

L’immagine blasfema di una Madonna con la testa di mucca (!) è apparsa sul numero di maggio del 1997 della rivista scientifica ebraica GalileoPadre IliyasAwdah, parroco della comunità latina nella città di Raynah, nel distretto di Nazareth, ha commentato questa immagine dicendo che essa «tradisce una mentalità che vede negli ebrei il popolo eletto di Dio e negli altri degli stranieri di cui non si devono rispettare sentimenti e sensibilità […]. Se la cosa avesse avuto a che fare con un’offesa agli ebrei tutti avrebbero rumoreggiato e sarebbero ricominciate grida e discorsi sull’antisemitismo, e ci sarebbe stato chiesto di prosternarci per espiare» (cfr. Al-Quds, Gerusalemme, del 5 luglio 1997, pag. 1s).

 

– Nocrim, ossia «forestieri» o «estranei»

Con questo nome viene designato chiunque non sia ebreo, e quindi anche i cristiani.

 

– Ammè aarez, ovvero i «popoli della terra» o gli «ignoranti». Alcuni dicono 54 che con questo nome non siano designate persone forestiere ed estranee ad Israele, ma soltanto gli uomini rozzi e incolti. Ma viceversa, ci sono alcuni testi i quali non lasciano alcun dubbio circa tale significato. Nella Sacra Scrittura (Esd 10, 2) è detto: «Noi abbiamo prevaricato contro il nostro Dio e abbiamo sposato mogli straniere (“nocriot”) che appartenevano ai popoli della terra». Dal libro Zohar I, 25 a., appare evidente che la definizione «popoli della terra» denota anche gli idolatri. «Popoli della terra», od obdé aboda zara (gli «idolatri») 55.

 

– Basar vedam, ossia «carne e sangue», vale a dire gli uomini carnali, creature destinate alla perdizione, e quindi prive di qualsiasi comunione con Dio. Che i cristiani siano chiamati basar vedam risulta chiaro dal libro delle preghiere: «Colui che vede un saggio o un erudito cristiano dica: “Benedetto tu sia o Signore, Re dell’Universo, che hai elargito la tua sapienza alla carne e al sangue”». Allo stesso modo, in un’altra preghiera nella quale viene scongiurato Dio affinché restituisca al più presto possibile il Regno di Davide e mandi il Profeta Elia e il Messia, e allontani per sempre la prigionia, essi chiedono di non essere costretti alla povertà per non dovere accettare regali dalla carne e dal sangue o istituire con essi scambi o essere stipendiati 56.

 

– Apicorosim, ossia «epicurei»

Sono così chiamati tutti coloro che non osservano i precetti di Dio e giudicano le cose della fede secondo il proprio beneplacito. Questo nome si riferisce non soltanto agli stranieri, ma anche agli stessi ebrei 57. Quindi, a maggior ragione esso viene riferito ai cristiani.

 

– Cutim, ovvero «samaritani»

Dal momento che oggi i samaritani non esistono più, mentre nei più recenti libri degli ebrei si fà spesso menzione dei cosiddetti cutei, chi potrebbe dubitare che con questo nome essi non vogliano intendere i cristiani? Peraltro, a proposito dei nomi con i quali sono chiamati i non-israeliti, bisogna soprattutto osservare questo, e cioè che gli scrittori ebrei adoperano questi nomi promiscuamente e senza discriminazione quando trattano lo stesso argomento esprimendosi quasi con le stesse parole. Ad esempio: nel trattato Aboda zara 25 b., viene usato il nome goim. Nello Sciulsan aruc, nella parte Iore dea 153, 2., viene invece usato acum. Il Cheritut 5 b. usa goim; lo Iebammot 61 a. usa nocrim; il Ghittin 45 b. usa nocri; l’Orac sciaim 3 c, 1. usa acum; l’Aboda zara 2 a., usa obdé elilim; ilThosef usa goim; l’Obdé aboda zara e lo Scioscen ammispat 388, 15. (edizione veneziana), usano cutim, mentre l’edizione slava usa acum. E qui gli esempi si potrebbero moltiplicare. Maimonide, nel suo libro sull’idolatria, chiama senza alcuna discriminazione gli idolatri goimacumobdé cocabimobdé elilim, ecc…

 

 

l Chi sono i cristiani secondo la dottrina talmudica?

 

Nel capitolo precedente, abbiamo visto in che considerazione gli ebrei tengano l’Autore della religione cristiana e quanto si adoperino affinché il Suo Nome sia detestato. Nessuno dopo di ciò si aspetterà che essi abbiano migliore opinione di coloro che essi considerano caduti nell’errore dopo Gesù Nazareno. Tra le cose abominevoli niente è più abominevole di ciò che essi pensano e dicono dei cristiani. Essi li chiamano: idolatri, pessimi uomini, assai peggiori dei musulmani, omicidi, puttanieri, animali impuri, contaminati come lo sterco, indegni di essere chiamati uomini, bestie in forma umana, vere bestie, buoi e asini, porci, cani, peggiori dei cani. Dicono anche che essi si propagano come le bestie, che sono di origine diabolica, che le loro anime derivano dal diavolo, e che al diavolo nell’inferno ritorneranno dopo la morte; perfino il cadavere di un cristiano non dev’essere distinto dalla carogna di una bestia scannata.

 

– I cristiani sono idolatri

Siccome i cristiani seguono la dottrina di «quell’uomo», che per gli ebrei era un seduttore e un idolatra, e lo adorano come Dio, è chiarissimo che essi devono essere chiamati con il vero nome di idolatri, non dissimili da coloro con i quali gli ebrei abitavano prima della nascita di Gesù Cristo e che avevano avuto il precetto di sterminare in ogni modo. Ciò è chiaramente provato dai nomi con i quali sono chiamati i cristiani, nonché dalle evidentissime parole di Maimonide, le quali dimostrano che tutti coloro i quali recano il nome di cristiani, altro non sono se non idolatri. Ma anche i libri ebraici di edizione più recente che trattano ai nostri giorni «degli adoratori delle stelle e dei pianeti», dei «samaritani», degli «epicurei», ecc…, non vogliono significare altro con queste parole se non i cristiani. Infatti, i musulmani ovunque sono chiamati con il nome di «ismaeliti» e non con quello di idolatri.

 

– I cristiani sono peggiori dei musulmani

Nell’Ilcot macalot asavorot (cap. IX) 58, Maimonide dice: «Non è lecito bere il vino del proselita avventizio quale è colui che, come già dicemmo, pratica i sette precetti dei figli di Noè 59. È tuttavia concesso trarre un certo vantaggio dal suo vino. Ed è permesso soltanto lasciarlo, ma non portarlo presso di lui. In questa maniera bisogna comportarsi con tutti i gentili che non sono idolatri come gli ismaeliti. Non è lecito bere il loro vino. È permesso invece all’ebreo trarne comunque vantaggio. E in ciò convengono tutti i più eccellenti rabbini. Ma essendo i cristiani idolatri, dal loro vino non è lecito ricavare alcun vantaggio».

 

– I cristiani sono omicidi

Dice l’Aboda zara 22 a.: «L’ebreo non si accompagnerà ai gentili, essendo essi sospetti d’aver sparso sangue». Lo stesso in Iore dea 153, 2: «L’israelita non si accompagnerà con il cristiano (“acum”) essendo esso sospetto d’aver sparso sangue». L’Aboda zara 25 b. dice: «I rabbini insegnarono: “Se un israelita dovrà camminare per strada con un cristiano (“goi”) ponga quest’ultimo dal suo lato destro» 60. Rabbi Ismael, figlio di Rabbi Ioscianan, nipote di Beruca, soggiunge: «Se il cristiano (“goi”) ha al fianco la spada, ponetelo al lato destro 61. Se egli porta un bastone, ponetelo al lato sinistro 62. Se dovete salire dei gradini e scendere per un luogo in pendenza non stia l’ebreo sotto e il cristiano (“goi”) sopra, ma l’israelita sopra e il cristiano (“goi”) sotto, né l’ebreo dovrà piegarsi davanti a lui per non toccare accidentalmente con la propria testa il cranio dell’altro. Se infine il cristiano domandi dove vada, l’ebreo dovrà indicargli una strada molto più lunga, come si regolò Giacobbe padre nostro con l’empio Esaù dicendo: “Fino a che io arriverò dal mio signore nel Seir” 63; e subito nello stesso passo viene detto: “Giacobbe invece partì per il Sucot”». Nell’Orac sciaim 20, 2. È scritto: «Non bisogna vendere al cristiano (“acum”) un’uniforme ufficiale (“talit”) affinché questi, capitato per caso ad incontrarsi per strada con un ebreo non lo uccida. È anche vietato scambiare o prestare un’uniforme al cristiano se non per breve tempo, in modo che non ci sia nulla da temere».

 

– I cristiani sono puttanieri e praticano la bestialità

L’Aboda zara 15 b. afferma: «Non bisogna porre nelle stalle dei cristiani (“goim”) bestie di sesso maschile con gli uomini, né bestie di sesso femminile con le donne. Tanto meno è lecito porre nelle loro stalle bestie di sesso femminile presso gli uomini o di sesso maschile presso le donne. Non è neanche lecito affidare le greggi ai loro pastori, né unirsi a loro, né affidare loro i fanciulli perché imparino da essi le lettere o un mestiere». La ragione per la quale non è lecito porre bestie nelle stalle dei gentili, né unirsi con loro, viene spiegata nello stesso trattato poco dopo. Afferma l’Aboda zara 22 a.: «Non bisogna porre bestie nelle stalle dei cristiani (“goim”) essendo questi sospetti di coito con gli animali, né si deve unire una donna con loro, sospetti come sono di concupiscenza». Inoltre, la ragione precisa per la quale non è lecito porre bestie di sesso femminile presso le donne, viene spiegata nello stesso foglio 22 b.: «Perché è noto che i gentili quando vanno nelle case del loro vicino per sedurre le mogli altrui, e non le trovano in casa, copulano con le bestie. Non solo, ma anche quando trovano in casa la moglie del loro vicino copulano anche con le bestie. Poiché sono loro più gradite le bestie israelitiche che non le proprie donne». Per la medesima ragione non è lecito affidare bestie a pastori, né fanciulli a precettori cristiani.

 

– I cristiani sono immondi

I cristiani (goim) sono chiamati nel Talmud immondi per un duplice motivo: sia perché essi mangiano cose immonde, sia perché non sono stati purificati dal peccato originale presso il Monte Sinai. Dice lo Sciabbat 145 b: «Perché i cristiani sono immondi? Perché mangiano cose abominevoli e vili». Lo stesso si afferma in Aboda zara 22 b: «Perché i cristiani sono immondi? Perché non furono purificati al Monte Sinai. Poiché quando il serpente giacque con Eva la insozzò. Cessò il peccato per gli ebrei che furono purificati al Monte Sinai, ma non per i cristiani che non erano andati presso il Monte».

 

– I cristiani sono simili allo sterco

Dice l’Orac sciaim 55, 20: «Quando siano in uno stesso luogo dieci ebrei in orazione e pronuncino le parole “caddisc'” o “chedoscià”, chiunque non appartenga alla loro religione può rispondere “amen”. Alcuni rabbini tuttavia aggiungono: “Purché non vi sia lì vicino né sterco, né cristiani». Aggiunge lo Iore dea 198, 48. Agà: «Le donne ebree devono aver cura, quando escono dal bagno, di incontrare una loro amica e non una cosa immonda o un cristiano. In questo secondo caso, se la donna israelita vuole essere veramente purificata si deve nuovamente lavare». È degno di nota l’elenco delle cose immonde nel Biur etib, commentario allo Sciulsc. In questo stesso passo l’Aruc afferma: «La donna dovrà lavarsi di nuovo se ha visto cose immonde, come: cani, asini, popolo della terra, cristiani, cammelli 64, scrofe, cavalli o lebbrosi».

 

Nel dicembre del 2008 ha avuto luogo a Tel Aviv ilLove Day Sex Festival, una manifestazione di tre giorni segnata da diverse esibizioni come quella in fotografia: un uomo crocifisso (una chiara allusione blasfema a Cristo) con due donne seminude che ballano lascivamente con grosse croci al collo.

 

– I cristiani non sono uomini, ma sono simili alle bestie

Nel Cheriut 6 b. (pag. 78) è scritto: «Dice la dottrina dei rabbini: “Colui che sparge l’olio dell’unzione sopra la bestia, sopra il cristiano e sopra i morti è libero dalla pena”. Quanto alla bestia ciò è vero, poiché essa non è un uomo» 65. Ma ungendo un cristiano come può dirsi di essere libero dalla pena essendo egli stesso un uomo? Nient’affatto, poiché è scritto 66«Voi o gregge mio, o gregge del mio pascolo, siete uomini. Voi siete chiamati uomini, non i cristiani”» 67. Nel trattato Maccot 7 b. si parla del reo di omicidio: «Tranne il caso nel quale un ebreo volendo uccidere una bestia uccida un uomo o volendo uccidere un cristiano uccida un israelita». Afferma l’Orac sciaim 225, 10: «Chi abbia veduto belle creature sebbene siano cristiani o bestie […] dica: “Benedetto tu o Signore Dio nostro Re dell’Universo nel cui mondo sono tali cose”».

 

– I cristiani sono diversi dalle bestie soltanto nellaspetto

Dice il Midrasc’ Talpiot, fol. 255 d. 68«Dio li creò in forma di uomini in onore d’Israele, poiché i cristiani non furono creati ad altro fine se non a quello di servire gli ebrei giorno e notte, né mai dev’essere loro concesso riposo e cessino da simile servizio. Sconviene al figlio del re (l’israelita; N.d.A.) che lo servano vere bestie, ma è conveniente che lo servano bestie in forma umana». A questo proposito, si può riportare ciò che si legge nell’Orac sciaim 376, a: «Se si spargerà la lebbra fra i porci, bisognerà digiunare e dolersi, perché i loro intestini sono simili a quelli dei figli degli uomini; quanto maggiormente ci si dovrà dolere se la lebbra imperverserà fra i cristiani (“acum”)» 69.

 

– I cristiani sono bestie

Afferma lo Zohar II, 64 b: «I popoli adoratori di quegli idoli che si chiamano bue ed asino secondo quanto è scritto: “Io ebbi il bue e l’asino”». Osserva Rabbi Besciai, al cap. I del libro Cad acchemasc, che comincia con la parola ghèulà, ossia «redenzione», nel punto del Salmo 80, versetto 14: «”Ed essa fu consumata dal cinghiale selvatico”. La lettera “ain” è sospesa, perché così sono gli adoratori di colui che fu appeso» 70. Questo autore vuole con la locuzione «cinghiale selvatico» intendere i cristiani perché questi mangiano i porci, e come porci devastarono la vigna d’Israele, la città di Gerusalemme, e perché la lettera ain, nella succitata voce, è come sospesa nella parola, quasi a significare che in tal modo sono sospesi gli adoratori di Gesù Cristo appeso alla croce. Mordacità ebraica! 71. Così si esprime Rabbi Edels, nel Chetubot 110 b. 31: «Il salmista paragona il cristiano allimmonda scrofa selvatica».

 

l sottotitolo del film sull’Olocausto Schindler’s List  (Universal 1993), diretto dal famoso regista ebreo americano Steven Spielberg, è una frase estratta dalTalmud (Sanhedrin, 37 a) che direbbe: «Chiunque salva una vita umana è come se avesse salvato il mondo intero». In realtà, il Talmud, che considera i goim non come esseri umani, ma come bestie, si esprime in modo ben diverso. Per sincerarsene è sufficiente dare uno sguardo all’home page sulla rete dell’associazione ebraica Jews For Judaism («Ebrei per il giudaismo»), dov’è riportata la stessa frase, ma un po’ diversa: «Whoever saves a single Jewish soulis as if he saved an entire world» («Chiunque salva una sola vita ebraica è come se avesse salvato un mondo intero»). Viene da chiedersi chi sia veramente razzista…

 

– I cristiani sono peggiori delle bestie

Rabbi Schlomo Iarci (Rasci), celeberrimo commentatore ebreo, spiegando la Legge di Mosè (Dt 14, 21) circa la proibizione di mangiare le carni di carogne dilaniate dalle bestie, ma della facoltà di darle allo straniero, o di venderle agli estranei, oppure, secondo ilLibro dell’Esodo (Es 22, 30), di gettarle ai cani, nelle ultime parole «e gettatele ai cani» così si esprime: «Perché egli è come un cane. Bisognerà forse intendere la parola “cane” nel vero senso? Nient’affatto. Dice il testo parlando della carogna: “Vendila allo straniero”; tanto maggiormente ciò varrà per le carni dilaniate dalle bestie, dalle quali, tuttavia, è lecito trarre vantaggio. Stando così le cose, perché la Scrittura dice “le getterai al cane”? Per farti sapere che il cane è più onorevole del cristiano» 72.

 

– I cristiani si riproducono come le bestie

Dice il Sanhedrin 74 b. Tosefot: «Il coito del cristiano è come il coito della bestia». Aggiunge il Chetubot 3 b. Tosefot«Il suo seme (del “goi”) dev’essere stimato come il seme di una bestia». Da cui si può arguire che i matrimoni dei cristiani non devono essere considerati veri matrimoni. Dice il Chidduscin 68 a.: «Da dove trarremo noi tale verità? Dice Rabbi Una: “Leggi; restate qui con l’asino, cioè con il popolo simile all’asino”. Da queste parole appare manifesto che essi non sono capaci di contrarre matrimonio». Ancora inEben aezer 44, 8: «Se il giudeo contrae matrimonio con una cristiana o con una serva, esso è nullo non essendo essi capaci di contrarre matrimonio; similmente, se un cristiano o un servo sposerà un’ebrea il matrimonio è nullo». Aggiunge lo Zohar II, 64 b.: «Dice Rabbi Abba: “Se soltanto gli idolatri copulassero, il mondo (degli uomini) non potrebbe sussistere. Da ciò siamo avvertiti che l’ebreo non deve lasciare alcun luogo a questi pessimi ladroni, Poiché se costoro si riproducessero maggiormente sarebbe impossibile esistere a causa di essi, dal cui fianco si origina una figliolanza che si chiama “cane”».

 

– I cristiani sono figli del diavolo

Afferma lo Zohar I, 28 b.: «E il serpente era il più furbo di tutte le bestie del campo 73 […]. “Più furbo” per compiere il male. “Fra tutte le bestie”, cioè fra tutti i popoli idolatri della terra. Poiché questi sono figli dell’antico serpente che sedusse Eva» 74. Il fatto che i cristiani non siano circoncisi, è un ottimo argomento per gli ebrei per considerarli di stirpe diabolica; infatti, il prepuzio dei non-ebrei impedisce che i prepuziati vengano chiamati figli di Dio Onnipotente. Poiché con la circoncisione viene segnato e completato il nome di Dio «Sciaddai» sulla carne dell’ebreo circonciso. Nelle narici infatti è rappresentata la lettera «c»; nel braccio la lettera «d»; nella circoncisione la lettera «y». Quindi, nelle genti non circoncise, quali sono i cristiani, appaiono solamente le due lettere «dc», che significano sced, ossia «diavolo». Essi sono dunque i figli di sced, cioè figli del diavolo 75.

 

– Le anime dei cristiani sono empie e immonde

La dottrina degli ebrei insegna che Dio Benedetto creò una duplice natura; quella buona e quella cattiva. Un doppio ceppo: il puro e l’immondo. Da questo ceppo immondo che essi chiamano chelifà, ovvero «corteccia», «pelle» o «crosta rognosa», dicono provenire le anime dei cristiani. Dice lo Zohar I, 131 a.: «Gli altri popoli idolatri, fintanto che sono in vita, insudiciano perché le loro anime provengono dal ceppo immondo». Conferma l’Emec ammelec 23 d. 76«Le anime degli empi provengono dal “chelifà”, che si chiama anche morte e ombra di morte». Che questo ceppo immondo sia di origine sinistra e che appunto da esso provengano le anime dei cristiani, appare dallo Zohar I, 46 b, 47 a.: «E Dio creò ogni anima vivente e incedente, cioè gli israeliti, perché essi sono i figli dell’Altissimo e le loro anime sante promanano da Lui. Qual’è invece l’origine delle anime di tutte le altre genti idolatre? Dice Rabbi Eliezer che esse provengono dal lato sinistro, che rende immonde le loro anime e per questo sono tutte sozze e sporcano coloro che le avvicinano».

 

– Dopo la morte le anime dei cristiani discendono allinferno

Insegnano i sapienti che Abramo siede alla porta della geenna (l’«inferno») per impedirne l’accesso ai circoncisi. Tutti i prepuziati discendono invece all’inferno. Insegna infatti il Rosc’ ascianac 17 a.: «Gli eretici, i traditori e gli epicurei discendono all’inferno».

 

– I corpi dei cristiani morti sono solo carogne

I corpi dei cristiani dopo la morte sono chiamati con l’odioso nome di pegarim, nome che nel sacro codice viene spesso usato per identificare i cadaveri degli empi o delle bestie, e mai per denominare i morti in grazia, i quali sono viceversa chiamati metim 77. Perciò, il Sciulsan aruc ci insegna che tanto vale parlare del morto cristiano come di una carogna. Dice lo Iore dea 377, 1.: «Per i servi o le serve morte non si dicano parole di consolazione ai loro padroni, ma soltanto: “Dio ti ricompensi del danno che soffri”, così come diciamo ad un uomo quando gli sia morto un bue o un asino». Allo stesso modo, non devono essere evitati per sette giorni, come insegna la Legge di Mosè, coloro che seppelliscono un cristiano, perché essi non hanno sepolto un uomo, e seppellire una bestia non comporta contaminazione. Insegna lo Iebammot 61 a.: «Coloro che seppelliscono un cristiano non si contaminano verso Dio, poiché è detto: “Voi, o gregge mio, o gregge del mio pascolo, siete uomini; voi siete chiamati uomini, non il cristiano».

 

l Il culto divino dei cristiani

 

Siccome per gli ebrei i cristiani sono come i pagani, ogni loro culto è considerato idolatrico. I loro sacerdoti sono chiamati «sacerdoti di Baal»; i loro templi «case di fatuità e di idolatria»; ogni loro paramento, calici e i libri sacri sono per essi strumenti di idolatria; le loro preghiere pubbliche e private sono peccati che offendono Dio, e le loro feste giorni inutili.

 

– I sacerdoti

Di coloro che amministrano il culto divino dei cristiani, i sacerdoti, parla il Talmud come di ministri idolatrici e baalitici e li chiama comarim 78, ossia «aruspici» 79 e galascim, cioè «chiericuti», a causa della chierica che portano sul capo, specialmente quando si tratta di monaci. Dice l’Aboda zara 14 b. Tosefot«È proibito vendere agli aruspici i libri profani che possono occorrere per compiere fatui riti nella casa idolatrica. Chi lo fà pecca contro la Legge che vieta di porre impedimenti al cieco. È anche proibito venderli al cristiano (“goi”) laico, perché certamente costui si affretterà a darli o a venderli ai sacerdoti».

 

– Le chiese

A seconda dei casi, il luogo del culto cristiano viene chiamato:

  • Bet tiflà, ovvero «casa di fatuità» 80 e «di insulsaggine», invece di bet tefilà, ossia «casa di preghiera»;

  • Bet aboda zara, cioè «casa dellidolatria»;

  • Bet atturaf scel letsim, ovvero «casa della turpitudine» o «del disprezzo» 81.

Dice infatti l’Aboda zara 78 d. Perusc’ Maimon«E ti sia noto che è indubbiamente proibito dalla Legge passare per una strada cristiana nella quale vi è la fatuità, cioè la casa dell’idolatria, e tanto meno abitarvi. È in forza dei nostri peccati che noi oggi siamo sottomessi a loro e abitiamo oppressi nella loro terra. Poiché si compie in noi ciò che è detto 82: “E qui onorerete dèi stranieri, fatti dalla mano degli uomini con la pietra e con il legno”. Se dunque è necessario che noi ci comportiamo nel modo suddetto verso la città cristiana, a maggior ragione così dobbiamo comportarci verso la sede dell’idolatria, la quale se non ci è nemmeno concesso di vedere, tanto meno ci sarà concesso di entrarvi. E non soltanto entrarvi, ma neanche avvicinarci alla chiesa se non in qualche caso». Conferma lo Iore dea 142, 10.: «È vietato all’ebreo stare all’ombra della casa idolatrica, sia all’interno che all’esterno per lo spazio di quattro cubiti dinanzi alla porta principale. Non è vietata invece l’ombra retrostante la chiesa. E nemmeno è proibita l’ombra interna se la chiesa sorge in un luogo dove prima c’era una via pubblica e, dopo che fu sottratta alla comunità, vi fu edificata una casa idolatrica. Sempre strada dev’essere considerata. Se invece dov’è stata edificata una casa degli idoli è stata aperta una strada, non è lecito passarvi. Alcuni, tuttavia, lo vietano in entrambi i casi». Inoltre, non è lecito all’ebreo né ascoltare la musica, né ammirare le bellezze delle chiese. Insegna lo Iore dea 142, 15.: «È proibito ascoltare la musica del culto idolatrico, guardare le fattezze degli idoli, le immagini scolpite o dipinte, nonché gli stessi edifici ecclesiastici, poiché anche per mezzo degli occhi si può essere contagiati dal male dell’idolatria». Allo stesso modo, non è lecito all’ebreo possedere edifici vicino alla chiesa, né restaurare vecchi edifici di suo possesso. Dice lo Iore dea, 143, 1.: «Se crollerà una casa attaccata alla casa degli idoli dei cristiani, non è lecito ricostruirla. Cosa si dovrà fare? In tal caso, il giudeo si deve allontanare e ricostruirla, e riempire lo spazio interposto di sterco e di spine, affinché non rimanga spazio per ampliare la casa idolatrica».

 

13 giugno 2011 (*): le telecamere di sorveglianza del Santuario del Primato di San Pietro, sulle sponde del Lago di Galilea, riprendono uno spettacolo orribile: piccoli ebrei ortodossi sputano sulla Croce di Gerusalemme posta sul portone del luogo sacro. Ecco come vengono educati al rispetto e alla tolleranza i giovani israeliani…

 

(*) Il filmato di questo evento è disponibile alla pagina web

http://www.youtube.com/watch?v=s71S5ez7508

 

Sarà quindi opportuno riferire dal libro Nizzascion 83 ciò che ha dichiarato a proposito di una chiesa cristiana un certo Rabbi Chelonimo, al quale l’Imperatore Enrico III il Nero (1017-1056) diede il permesso di esprimere liberamente il suo parere circa la Basilica di Spira da lui costruita da poco. «Accadde una volta in Spira che l’Imperatore Enrico il Nero, uomo perfido, dopo che ebbe finito di costruire la fabbrica di quel baratro 84 informe in Spira, comandò di chiamare Rabbi Chelonimo, al quale disse: “Di grazia, che cos’è lo splendore del tempio di Salomone a proposito del quale sono stati scritti tanti volumi, di fronte a questa Basilica che ho costruito”? Chelonimo rispose: “Signore, se mi concedi libertà di parlare, e con giuramento mi confermi che io potrò impunemente dire quello che penso, io parlerò”. Gli rispose l’Imperatore: “Faccio pegno di fede per l’amore della verità che mi possiede e per la somma dell’Impero che io reggo, che non ti accadrà alcun male”. Allora l’ebreo disse: “Se si sommassero tutte le spese che hai sostenuto, e tutto l’oro e l’argento che si conserva nei tuoi forzieri, ciò non sarebbe tuttavia sufficiente nemmeno a remunerare gli operai, gli artigiani e i capimastri che adoperò Salomone per l’edificazione del tempio. Poiché è scritto 85: “Salomone aveva 70.000 caricatori e 80.000 marmisti”. E nel Libro delle Cronache 86 sta scritto: “Tremilaseicento uomini erano preposti a tenere indietro il popolo”. Occorsero otto anni soltanto per le fondamenta del tempio, quanti non sono occorsi a te per innalzare dalle fondamenta questa voragine. Una volta che il tempio fu costruito e completato da Salomone, ascolta quello che testimonia la Scrittura 87: “I sacerdoti non potevano rimanere a compiere il loro ministero a causa di quella nube di cui la gloria di Dio aveva riempito la Sua stessa casa”. Ma se invece qui fosse caricato un asino di luridissime immondizie e fosse introdotto in questa voragine, ne uscirebbe illeso”! A queste parole, l’Imperatore Enrico rispose: “Se io non avessi giurato di salvarti la vita, comanderei subito che ti mozzassero il capo”».

 

– I calici

Dei calici che sono adoperati per il rito sacrificale della Messa essi parlano come di vasi nei quali si somministrano all’idolo cose immonde. Insegna Moses Cozzensis nell’Ilcot aboda zara 10 b. 48: «I calici che l’ebreo compra dopo che il cristiano li ha rotti e gettati, non debbono essere venduti nuovamente a loro perché il sacerdote baalitico se ne serve per compiere riti fatui allidolo».

 

– I libri dei cristiani

Nel Talmud, i libri dei cristiani sono chiamati sifre minim, ossia «libri eretici», o anche sifre debet abidan, ovvero «libri della casa di perdizione» 88, e specialmente quando nel Talmud si parla dei Vangeli. Dice infatti loSciabbat 116 a. Tosefot«Rabbi Meir chiama i libri degli eretici “aaven ghilaion” (“volumi di iniquità“) appunto perché i cristiani chiamano i loro libri “Vangeli”». Rabbi Ioscianan, inoltre, nello stesso libro, li chiama aavon ghilaion, e cioè «libri inutili». Lo Sciulscian aruc di Cracovia dà la seguente spiegazione a queste parole ebraiche Aaven nictab al agghilaion«Vanità (o “iniquità”) 89 scritta nel libro». Annota il Buxtorf: «In un manoscritto di Aruc ho letto queste parole ebraiche: “Sceccher nictab al ghilaion”, ossia “menzogna scritta nel libro”». Tutti i talmudisti sono unanimi nel dire che i libri dei cristiani devono essere distrutti. Non sono invece tutti d’accordo sul da farsi a proposito del nome di Dio che molto spesso in essi è scritto. Dice lo Sciabbat 116 a.: «Se per caso hanno preso fuoco in giorno di sabato gli orli dei nostri libri, e quelli del libro degli eretici, non debbono essere liberati dal fuoco. Afferma Rabbi Iose: “Nei giorni di lavoro bisogna estrarre i nomi divini dai libri dei cristiani e nasconderli; quel che avanza sia dato alle fiamme”. Ma Rabbi Tarfon invece disse: “Possa io sopravvivere ai figli miei se non appena mi saranno venuti fra le mani i libri dei cristiani non li brucerò con tutti i nomi divini che essi contengono. E se qualcuno si troverà in pericolo di morte o perché inseguito da un sicario o perché attaccato da un serpente, dovrà rifugiarsi piuttosto in un tempio pagano che in una di queste chiese, poiché i cristiani lottano consapevolmente contro la verità, mentre i pagani lo fanno incoscientemente”» 90.

 

– Le preghiere cristiane

Gli ebrei chiamano le preghiere dei cristiani non tefillà, ma, cambiata la punteggiatura e inseritovi uno iod, le chiamano con il nome di tiflà, parola che significa «insulsaggine», «fatuità», «peccato» o «trasgressione».

 

– Le festività cristiane

I giorni festivi di coloro che seguono Gesù Cristo, e fra questi principalmente la domenica, sono chiamati dagli ebrei iom ed, ovvero «giorno di morte», «di perdizione», «di infortunio», «di disgrazia», o più semplicemente iom notsri, vale a dire «giorni dei cristiani». Che la parola ed debba essere interpretata rettamente «giorno rovinoso» o «sfortunato», appare chiaramente dalla Ghemara e dalle glosse di Maimonide e di Bartenora 91 nell’Aboda zara 2 a.: «”Edeem” sono le feste dei gentili perché sta scritto 92: “Prossimo è il giorno “edam”, e cioè della loro perdizione». Nello stesso luogo, la parola tabra, ossia «frattura», si dice essere equivalente. Insegna infatti Maimonide (ad. C. I. fol. 2 a. Aboda zara 78 c.): «Con la voce “edeem” viene denominata la vanità dei cristiani (“goim”) e anche il nome ignominioso dei loro giorni festivi, i quali non devono essere onorati con il nome di festivo (“moedim”) non essendo in verità se non giorni di pura vanità». Lo stesso insegna Bartenora: «La parola “edeem” è la denominazione ignominiosa delle loro feste e delle loro solennità». Che con questo nome si chiamino le festività dei cristiani, si deduce anche dal testo delle annotazioni marginali al Tosefot. Afferma l’Aboda zara 6 a.: «Il giorno della rovina, cioè il giorno Nazareno deve ritenersi proibito così come gli altri giorni rovinosi dei cristiani». Sono anche ricordate con il proprio nome alcune feste dei cristiani come quella della Natività di Gesù Cristo e della Pasqua. Mosè Miccozzi 93, al testo Aboda zara appena ricordato annota: «Dichiara Rabbi Samuele nel nome di Salomone Iarci che sono in primo luogo proibiti i giorni della natività (“nithal”) e della pasqua (“chesasc'”), giorni particolarmente rovinosi dei cristiani e principali della loro religione». Queste cose si leggono anche nelle interpretazioni dell’Ilcot acum di Maimonide C. IX 55: «In queste parole, Rabbi Samuele, figlio di Meir, per bocca di Rabbi Salomone Iarci riferisce che in primo luogo le feste di natale (“nithal”) e di pasqua (“chesasc'”) devono essere proibite perché esse si celebrano in onore di colui che fu appeso». L’indizio chiaro dell’empietà ebraica sta nella stessa nomenclatura di queste feste. Poiché il giorno della Natività di Gesù Cristo, che qualche volta scrivono adoperando la lettera tav dove la parola ebraica nithal, spesse volte scrivono invece adoperando la lettera tet, e lo chiamano nital (senza la «h»). Inoltre, lo chiamano anche con la voce latina Natalis, ma corrotta in modo che sia chiaro agli ebrei che essa deriva dalla radice natal, che significa «strappo» o «estirpazione». Stimano nome indegno la Pasqua dei cristiani e la chiamano Pesasc’; qui le lettere phe sono sostituite dalle lettere cof, con l’inserimento di uno iod onde allontanarle maggiormente dal significato genuino. La chiamano anche chetsasc’ o chesasc’. Ad entrambi i nomi si deve dare significato di «velenosità». Infatti, nella parola chetsasc’ le prime due lettere sono estratte dalla radice catsà, che significa «tagliò» o «amputò». Con la parola chesasch si allude invece al termine simile chesa, che può significare o «legno» o «patibolo», e ciò perché il giorno di Pasqua viene celebrato in memoria della Resurrezione dopo la morte in croce di Gesù Cristo, che essi chiamano con il nome talui, ovverosia l’«appeso».

 

Sopra: a sinistra, la comica ebrea statunitense Sarah Silverman mostra divertita una tavoletta magnetica con cui è possibile vestire Gesù crocifisso da diavolo, da donna, da ballerina, ecc… Nel 2005, questa attrice ha portato in tour uno spettacolo dal titolo Jesus Is MagicGesù è magico»), dal quale è stato ricavato un DVD (vedi copertina a destra), un vero concentrato di volgarità che non risparmia nemmeno i bambini. Durante lo show (intorno al 72º minuto), la Silverman (che ha una sorella rabbina femminista) parla dell’uccisione di Cristo in questi termini: «Spero che siano stati proprio gli ebrei ad uccidere CristoLo rifareiczo, lo rifarei in questo istante»!

 

Uno spezzone di questo show con sottotitoli in italiano è presente alla pagina

http://www.youtube.com/watch?v=nHfTeaXmsLA

 

Sarah Silvermann – Jesus Is Magic

 

 

 

seconda parte è

 

 

NOTE

 

1 Mons. Pranaitis era un prete cattolico lituano docente di Teologia e di lingua ebraica all’Accademia Ecclesiastica e Imperiale della Chiesa cattolica di San Pietroburgo, in Russia. Originario del Turkestan, egli intervenne come perito nel corso di un processo tenutosi a Kiev contro l’ebreo Manachil Mandel Tavie Beilis, accusato di omicidio rituale. Da quanto risulta, egli fu una delle prime vittime della sanguinaria Rivoluzione bolscevica di ottobre del 1917.

2 Come, ad esempio, nel Maiene Iesciua, fol. 66 b.

3 «Parlando fra loro, i giudei non dicono Iesciu, ma Iisciu, avvicinandosi di più al significato di maledizione contenuto in questa parola. Parlando della cosa alcuni anni fa con un ebreo, questi mi disse che quella parola non si può spiegare soltanto nel modo già detto, ma anche con le parole “Iesciu sceccher” (“menzogna”) e “utoebà” (“abominazione”). Chi non rifuggirà con tutto il cuore da queste infamie? Eppure esse vengono pronunciate da quei circoncisi senza che nessun cristiano se ne possa accorgere. Quest’ebreo visse in Francoforte e nell’Hannover dove morì nel 1616. Svelandomi tale orrendo significato era scossa la sua stessa fede ebraica, tanto che egli non era affatto alieno dalla fede cristiana, a proposito della quale si intrattenne spesso con me e con DD. Amando Polano b.m.. Voglio spiegare, in fretta e di passaggio, altri due arcani della Cabala ebraica che si riferiscono a questo nome. È noto che molto spesso nelle Sacre Scritture gli israeliti sono avvertiti di non adorare “Eloè Neccar”, cioè il dio o gli dèi stranieri. Ma cosa significa “Eloè Neccar”? Secondo la Numerologia della Ghematria, le lettere di queste parole valgono il numero 316; e altrettanto vale la parola “Iesciu”. Ciò si può rilevare dal libro “Abrat rocchel”, verso la fine. Essi, quindi, insegnano che quando Dio impedisce il culto degli altri dèi stranieri è come se impedisse il culto di Iesciu. Che malizia da serpente! L’altro segreto lo ha scoperto da molto tempo Antonio Margarita nel libro intitolato “La fede e la religione dei giudei”. Nel testo di alcune orazioni ebraiche vi è una preghiera che comincia con la parola “Alenù”. Nel corso di questa preghiera vi erano alcune parole una volta chiaramente espresse, ma poi, per paura dei cristiani, omesse. Al loro posto fu lasciato un debito spazio affinché i ragazzi o i sempliciotti fossero avvertiti che mancava qualche cosa. Le parole omesse sono queste: “Ammistasciavin Ieebel varic umitpallelim lelo ioscia”, e cioè “Quelli che curvandosi rendono omaggio alla vanità e all’inanità e adorano colui che non potrà salvarli”. Nonostante queste parole siano rivolte agli idoli in genere, tuttavia esse sono nascostamente riferite a Gesù Cristo, cui gli ebrei attribuiscono i titoli che abbiamo già detto, poiché, ripetiamo, la parola “qyrw” secondo la Ghematria equivale al numero 316, come la parola “Iesciu”. Non appena essi si accorsero che i cristiani avevano capito, omisero queste parole nelle loro edizioni. Peraltro, ho con me un antico esemplare nel quale esse erano scritte e le ho trovate anche scritte a penna in altri libri ebraici. Credo che da ciò sia abbastanza chiaro che cosa voglia ottenere questa stolida gente con la corruzione di questo nome salvifico. Sperimenteranno eternamente vendicatore Colui, la gloria del cui nome eterno essi, per quanto possono, cercano di distruggere» (cfr J. Buxtorf, De Abreviaturis Hebraicis, 1640).

4 Cfr. Aboda Zara 50 b.

5 Nel libro Scizzuc Emunà; cit. in J. C. Wagenseil, Sota, Aldtorfi Noricum 1674, pag. 1123.

6 Ibid., pag. 1123.5; vedi anche J. Buxtorf, Lexicon ChaldaicumTalmudicum et Rabbinicum, Basilea 1640.

7 Secondo la Legge di Mosè (Lv 15, 19-33), durante il periodo mestruale, lo sposo non poteva avere rapporti con la sposa, per cui un figlio concepito in questo periodo era considerato impuro.

8 Vedi J. Buxtorf, Synagoga Judaica, cap. VIII, pag. 133.

9 Si parla dei tentatori, ossia di coloro che cercano di convertire gli altri ad un culto straniero e idolatra.

10 Cioè, come si ha nella glossa, viene qui chiamato ben stada secondo il nome del padre e non secondo quello della madre, sebbene fosse impuro.

11 Cfr. Sanhedrin, cap. VII verso la fine, e Iebammot, ultimo capitolo.

12 Cfr. Ilcot Acum V. 3, 4, 5.

13 Su questo argomento si può leggere più ampiamente nel libro Toldoth Iesciu, come vedremo trattando di Gesù «prestigiatore».

14 Cfr. J. Buxtorf, Lexicon Chaldaicum.

15 Cfr. Talmud di Gerusalemme, Aboda Zara, cap. II e Sciabb. cap. XIV Bet Iacob 127 a.

16 Lib. IV.

17 Mt 27, 63.

18 Cfr. Sanhedrin 107 b.

19 Mt 26, 60-61.

20 Lc 20, 20.

21 Non manca di ciò espressa confessione degli ebrei stessi. Ad esempio, nel libro Sefer lusciasin 9 b. si dice: «I rabbini ingannavano sempre i nazareni dicendo loro che quel Gesù di cui parla il Talmud non è lo stesso Gesù dei cristiani. Essi, per altro, si perdonavano tale menzogna per amore della pace» (cfr. A. Rohling, Die Polemik und das Manschenopfer des Rabbinismus, Paderborn 1883, pag. 14).

22 Cfr. J. Buxtorf, Synagoga Judaica, pag. 205; Lexicon Chaldaicum.

23 Cfr. Sciabbat 104 b.

24 Sl 2, 7.

25 Sl 110, 1.

26 Si dice che vi sia stato un certo Giuda, emulo di Gesù, nel compiere i miracoli.

27 Cfr. J. C. Wagenseil, op. cit., pag. 1049.

28 Gn 28.

29 Nessuno sa in qual modo si debba leggere questo nome dell’Altissimo. Soltanto questo è certo: che esso non ha mai avuto il suono di Geova, come comunemente viene pronunciato. Infatti, le vocali sottoscritte a questo tetragramma, sono le parole del nome Adonai, ed è proprio questo il modo nel quale gli ebrei leggono IHVH. In segno di somma reverenza, non è mai scritto nei loro libri integralmente (tranne che nella Sacra Scrittura), ma viene scritto Asciem («Nome»).

30 Cfr. J. Buxtorf, Synagoga Judaica.

31 «Che pratica pubblicamente l’idolatria», come spiega Gerson nel Lexicon Chaldaicum di Buxtorf.

32 In Synagoga Judaica di Johannes Buxtorf (cap. III, pag. 75) si legge: «Chi si è comportato in questo modo (vale a dire che non avrà prestato fede cieca alla dottrina dei rabbini), si aspetti terribili supplizi nell’inferno com’è stabilito secondo la sanzione del diritto talmudico nel Trattato dei Ripudi (Ghitt. c. 5), con queste parole: “Disse Mar: “Chiunque motteggia le parole dei sapienti sarà gettato all’inferno nello Zoà, bollente di sterco”». Pena la quale – inorridisco a dirlo – essi scrivono bestemmiando, essere riservata nella Geenna al nostro Salvatore Gesù Cristo, il cui nome sia benedetto nei secoli dei secoli, perché non seguì le tradizioni, gli statuti, le leggi e i precetti dei padri, ma li respinse e li disprezzò. Questa pena è ripetuta nel trattato talmudico Erubin (pag. 22, col. 1), e più ampiamente e dettagliatamente viene riferita nel Memorat Ammaor («Candelabro della luce») a pag. 32, e chiaramente poi nel Bet Iacob («Casa di Giacobbe»). É tuttavia omessa nel Talmud basileense insieme a molte altre cose contro Gesù Cristo e la religione cristiana.

33 A Vienna, nel 1889, nel trascrivere i passi da questo libro, tralasciai di annotare il numero delle pagine.

34 Cfr. J. C. Wagenseil, op. cit., pag. 69.

35 Ibid., pag. 346.

36 Dn 11, 35.

37 Dn 11, 14.

38 Sof, 3, 9.

39 Cfr. Aben Esdra, in Gn 27, 39.

40 In ebraico, la parola agà significa «meditazione», «dottrina» o «esempio».

41 Cfr. Cad Acchem, 20 a.

42 Cfr. J. C. Wagenseil, op. cit., pag. 822.

43 Lc 6, 29.

44 Mc 9, 42 e ss.

45 «Però se oggi io dessi un ceffone sulla guancia destra al pio Predicatore di Corte Stoecker, capo degli antisemiti, mi permetto di dubitare che egli possederebbe tanta abnegazione cristiana da mettere a mia disposizione anche la sua guancia sinistra» (cfr. K. Lippe, L’ebreo talmudico davanti al Collegio di tre giudici cattolico-protestante-ortodosso, pag. 16, Ed. 1884).

46 Vedi Effemeridi ebraiche contemporaneeAmeliz (Pietroburgo) e Atsefirà (Varsavia).

47 «Allora troverete impuri gli idoli ricoperti d’argento e le immagini rivestite d’oro, li rigetterete come un oggetto immondo e direte: “Fuori di qui”»!

48 Oppure aboda, che in ebraico significa «culto».

49 «Questi ebrei polacchi da cento anni a questa parte devono aver fatto venire i loro spazzini dal fondo dell’Asia forse per ferrovia» (cfr. J. Ecker, Der Judenspiegel im Lichte der Wahrheit, Paderborn 1884, pag. 17).

50 Ad esempio in Gn 12, 2; Es 19, 6; Is 1, 4.

51 Vedi il trattato Aboda zara, o l’Ilcot acum di Maimonide, ecc…

52 Ad esempio, in quella di Varsavia del 1863.

53 L’espressione goi definisce nella lingua ebraica l’individuo appartenente ad un’altra razza; goim vuole dire «razza» o «nazione», e perciò nulla di offensivo. (cfr. Israëlita, nº 48 a, 1891).

54 Cfr. F. Delitzsch, Schachmatt den Blutlügnern, Ed. 1883, pag. 41.

55 Giustamente quindi Buxtorf, nel suo Lexicon Chaldaicum (col. 1626), alle parole ammè aarez attribuisce il significato di «gentili»; il che non trova l’approvazione del prof. Delitzsch, il quale stima doversi abolire tale lezione nello stesso passo.

56 Cfr. J. Buxtorf, Synagoga Judaica, cap. 12, pagg. 257, 263.

57 Esempio di ciò fornirono all’inizio di quest’anno 1892 gli ebrei di Varsavia che definirono il censore del giornale Atseflrà come apicores, ossia «epicureo», perché aveva osato affermare che non tutto quanto è contenuto nel Talmud dev’essere ritenuto santo e degno d’autorità.

58 Cfr. G. E. Edzard, Tractatus talmudici “Aboda zara”, Amburgo 1705.

59 I proseliti possono essere di due specie. I primi sono chiamati gherè tsedec, ossia «proseliti di giustizia», e sono coloro che abbracciano la religione ebraica non soltanto nel suo culto esterno, ma per intima convinzione religiosa e accesi dalla gloria di Dio; gli altri, gherè tosciab, sono detti «proseliti avventizi» o «proseliti abitanti» o «noachiti». Questi ultimi non si fanno circoncidere, né battezzare, e osservano soltanto alcune leggi; ad esempio, i precetti dati ai figli da Noè, vale a dire:

– sui giudizi;

– sulla benedizione;

– sul fuggire l’idolatria;

– sulla fornicazione;

– sullo spargimento di sangue;

– sulla rapina;

– sul divieto di prelevare un arto da un animale vivo (Sanhedrin, 56 a).

60 Affinché possa con la mano destra frustrare più agevolmente le intenzioni omicide, se per caso il cristiano volesse percuoterlo.

61 Affinché la mano destra dell’ebreo sia più vicina alla spada del cristiano e possa, se quello tenti di impugnarla, più facilmente impedirglielo.

62 Affinché sia più vicino alla mano destra del cristiano con la quale egli regge il bastone e possa con la mano sinistra parare più velocemente i colpi.

63 Gn 33, 14-17.

64 Nell’edizione di Vilnius, del 1873, la parola «cammello» è omessa non essendo solito fra noi l’uso di tale animale. Non così le parole «popolo della terra» e acum.

65 Lo stesso vale quando si tratta di un cadavere.

66 Ez 34, 31.

67 Confronta con Iebamm. 61 a; Baba mezia 114 b; Sciabbat. 150 a.

68 Edizione di Varsavia del 1875.

69 Nel Taanit 21, 6 si legge: «Quanto maggiormente, quindi, se la peste serpeggerà fra i “nocrim” che sono simili agli israeliti».

70 In effetti, nel testo ebraico corrispondente si nota che la lettera «u» (ain) non è in linea con le altre, ed è quasi sospesa.

71 Cfr. J. Buxtorf, Synagoga Judaica.

72 Cfr. A. Rohling, op. cit., pag. 11.

73 Gn 3, 1.

74 L’antico serpente, progenitore dei cristiani, cioè il diavolo in forma di serpente che sedusse Eva, viene chiamato «Sammael» (Gb 28, 7). Maimonide scrive nel More, lib. II, cap. 30, che Sammaele, postosi a cavallo dell’antico serpente, sedusse Eva. É chiamato anche «Angelo della Morte» (Gn 3, 6), «capo delle congreghe dei maligni»(Sciaare orà, XVII, fol. 1), «Sammaele empio, principe di tutti i diavoli» (Debbarim rabba 208 c). Rabbi Besciai lo chiama anche «Sammaele l’empio, principe di Roma».

75 Cfr. J. Buxtorf, Synagoga Judaica, pag. 88.

76 Dall’esemplare della Biblioteca Cesarea pubblicato a Pietroburgo.

77 Cfr. Aboda zara 21 a. Tosef.; Cherit 6 b.

78 2 Re 23, 5; Os 10, 5; Zeph., I, 4.

79 Gli aruspici erano quei sacerdoti pagani, etruschi e romani, che praticavano la divinazione basandosi sull’osservazione delle viscere delle vittime offerte in sacrificio agli dèi.

80 Secondo J. C. Wagenseil (op. cit., pag. 497), Buxtorf non ha spiegato abbastanza la voce tiflà attribuendogli anche il significato di «fatuità» o «insulsaggine». Questa denominazione della chiesa cristiana, secondo lui, ha anche il significato di «lupanare» o «bordello».

81 Così nel libro Sefer zerubbabel, Ed. Costantinopolitana; cit. in J. Buxtorf, Synagoga Judaica.

82 Dt 4, 28.

83 Cfr. J. C. Wagenseil, op. cit., pag. 498.

84 In nota, J. C. Wagenseil ha aggiunto questa osservazione: «Si accenna a quel celebre tempio che in tedesco è chiamato “thum”. Guarda fino a che punto questo impostore gioca con le parole: al posto di “thum”, egli usa la parola ebraica “tehom”, che significa “abisso”».

85 3 Re 5, 15.

86 3 Re 2, 17.

87 2 Cr 5, 14.

88 Cfr. G. E. Edzard, op. cit.

89 Così è chiamata presso gli ebrei la scuola dei cristiani.

90 Cfr. J. Buxtorf, Synagoga Judaica.

91 Cfr. G. E. Edzard, op. cit.

92 Dt 32, 35.

93 Cfr. G. E. Edzard, op. cit.

LE TOLEDOT YESHUAultima modifica: 2013-06-08T22:14:00+02:00da mikeplato
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