CARLO ENZO E L’ESEGESI BIBLICA IRREGOLARE

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«Papa Luciani mi stroncò in maniera terribile. Era il 1970. Tenni una lezione biblica sulla secolarizzazione. E dissi che non andava intesa come una riduzione della chiesa alla condizione laica né come un allontanamento dal sacro. Ma al contrario la secolarizzazione era la realizzazione totale del progetto». (Enzo Carlo)

Parla Carlo Enzo, professore ed esegeta, che racconta i suoi tormentati rapporti con la Chiesa

Rileggere la bibbia

di Antonio Gnoli (la Repubblica, 28.12.2012)

Carlo Enzo è una figura tra le più irregolari del mondo cattolico. Emarginato da quando, più di quarant’anni fa, il Patriarca di Venezia Albino Luciani – che sarebbe diventato Papa – gli impose il silenzio dell’insegnamento. Oggi Enzo ha 85 anni. È uomo carico di pathos. Un sapiente che per tutta la vita si è interrogato sulla Bibbia offrendo una sua personalissima interpretazione che ha stupito e affascinato alcuni e messo in grande allarme le gerarchie cattoliche. Il risultato sono cinque volumi di commento (altri tre, conclusivi, sono in preparazione) pubblicati da Mimesis. «I miei occhi non mi aiutano più tanto bene. Dopo un intervento, che ha toccato i nervi ottici, sono quasi interamente cieco. Leggo grazie a una luce speciale che ingrandisce i caratteri. Ora sto lavorando alla terza riscrittura dell’ultima parte del Vangelo di Matteo», dice con passione. Enzo vive in un punto molto bello di Venezia, nella Canonica di San Marcuola che la Curia gli ha conservato. Qui, in un appartamento pieno di libri, lavora uno dei grandi biblisti del nostro tempo.

Carlo Enzo è un sacerdote, raffinatissimo e puntiglioso esegeta di 85 anni, docente di Scienze  Bibliche e di Storia della Filosofia Medievale, autore di molti testi, che ha avuto il merito (secondo alcuni) o l’insopportabile ardire (secondo altri) di studiare il Tanakh (cioè la Bibbia ebraica composta dai cinque libri della Torah più i ventuno libri profetici ed i tredici degli Agiografi) con un metodo interpretativo strettamente filologico, ma di filologia prettamente biblica, secondo la tradizione ebraica dell’indagine midrashica (cioè la ricerca del significato più profondo del testo “secondo un suo codice di rimandi e di significati interni” alla scrittura stessa). Il che lo ha portato – per dirla brevemente – fuori dal seminato. Cioè ben fuori dalla strada maestra della lettura dogmatica imposta da Santa Madre Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana che pretende di dirci che cosa c’è davvero scritto nei testi antichi. Cioè che cosa dobbiamo credere secondo la parola di Dio che sarebbe scritta in quei testi e che loro – ma solo loro – affermano di poter interpretare. Potere sublime e inebriante che li ha portati, nei secoli, alle più ineffabili nefandezze. Poi arriva uno come Enzo l’esegeta che dice “no, non c’è scritto quello che dite voi” e allora gli si toglie il microfono (sembra incredibile, ma è un episodio realmente accaduto durante una lezione quando il Patriarca di Venezia lì presente – il futuro Papa Luciani, di breve pontificato – gli tolse la parola bruscamente esclamando “sono cose pazzesche!”). Poi lo si ostracizza per un quarantennio facendo calare su di lui una cappa di soffocante silenzio; il classico “tu non esisti”, che è pur sempre meglio dell’abituale rogo di qualche secolo fa, ma che consiste tuttavia in un pesante fardello da sopportare per uno studioso che ha dedicato la vita allo studio degli antichi testi. Insomma, che avrà detto mai di così terribile da meritare gli strali della nuova Inquisizione? “Qualcosa che si discosta da tutto quello che siamo abituati ad aspettarci da una esegesi, anche da quelle più ‘nuove’ o ‘rivoluzionarie’”, come scrive Màdera; qualcosa che “smonta ogni valenza cosmologica o naturalistica” delle Sacre Scritture. Vale a dire che la Bibbia non parla affatto della Creazione del mondo “dal nulla” (come peraltro già ci aveva spiegato Gershom Scholem alcuni decenni fa) né di un Dio unico e assoluto (come ci raccontano i reperti archeologici databili al V sec. a.C. in cui si inneggia con disarmante semplicità a Jahvè e alla sua “compagna” Anat); e non parla, se non per metafora, della cacciata di Adamo dal giardino nell’Eden, racconto favolistico già presente nella mitologia sumerica duemila anni prima di quella biblica. Qui si parla invece, nelle intenzioni degli estensori biblici (secondo l’interpretazione data da Enzo), di “un uomo chiamato a educare la sua natura umana”. In altre parole non c’è, nella Bibbia, nemmeno il ‘peccato originale’ (“interpretazione tarda” la definisce l’autore) perché “Adamo inizia il suo cammino che è polvere e deve farsi per prova ed errori. E questi ultimi non sono imputabili al peccato originale”. Ma l’architettura concettuale cristiana si fonda invece proprio sulla colpa di Adamo che si trasmetterebbe di generazione in generazione, macchiando l’anima di ogni singolo nuovo nato e corrompendo così la natura spirituale dell’intera umanità. Da questa colpa ontologica che contraddistingue l’umano nel suo rapporto con il divino, deriverebbe la necessità categorica della Redenzione; quindi di un Redentore e – per la valenza “assoluta” della colpa – la necessità che l’Assoluto stesso intervenga tramite l’Incarnazione.Tutta la struttura ideologica dell’occidente cristianizzato si fonda insomma su questa pietra angolare del peccato d’origine che, ci dice Carlo Enzo, “non esiste”. Duemila anni di cultura cristiana si fondano su un testo che, in realtà, dice altro.  Ci sarebbe da rimanere allibiti se non fosse che, effettivamente, pur senza arrivare alle acutissime vette di ricerca filologica proposte dallo studioso veneziano, un dubbio ce l’avevamo anche noi da tempo. Per il semplice fatto che il libro della Genesi – dopo la trasgressione di Adamo e l’omicido di Caino – in immediata sequenza ci racconta che Dio si accorge delle peccaminosità e corruzione dell’umanità e decide di intervenire nella storia con il Diluvio Universale; che c’è anche nella versione in italiano che conosciamo, con tanto di imprimatur della CEI. Cioè lavò via l’acqua sporca dell’umanità corrotta salvando però il bambino dell’uomo “giusto”: quel Noè che, evidentemente, non aveva ereditato né la colpa di Adamo né la cattiveria di Caino. E con l’umanità successiva Dio stabilisce perciò la sua Alleanza (che non è l’alleanza con il popolo ebraico, quella viene dopo), simbolizzata dall’arcobaleno apparso fra le nubi alla fine del diluvio. Perché mai dunque, per duemila anni ogni neonato è stato battezzato per lavargli via la colpa di Adamo che gli macchiava l’anima se quel bambino in realtà non poteva che essere altro che un discendente del buon Noè? Perché mai la natura umana per venti secoli è stata considerata originariamente peccaminosa e corrotta? Possibile che Dio sia stato un pasticcione totalmente incapace che quando decide di intervenire nella Storia fa un disastro epocale (biblico, è il caso di dirlo) senza riuscire a risolvere il problema che voleva affrontare? Ebbene sì. Il dogmatismo cristiano, affermando che la corruzione ha resistito al diluvio, sembra proprio dire questo (salvo poi parlare di ‘onnipotenza’ divina) e il nostro antico dubbio oggi viene confermato da un raffinatissimo esegeta che ci dice che il “peccato originale” non esiste; è un’interpretazione tarda di qualcuno che ha voluto scoprire nel testo quello che la sua mente contorta e perversa ci voleva scoprire: la natura umana è originariamente peccaminosa, siamo tutti peccatori. Lo disse il Paolo di Tarso dell’Epistola ai Romani, ben prima dell’Agostino indicato dal nostro biblista, ma questo è forse un piccolo disaccordo con lui relativamente poco importante. Così gli ebrei, che hanno conservato per duemila anni la ‘loro’ lettura della Torah, hanno vissuto per la maggior parte all’interno dei confini della Cristianità, resistendo al Cristianesimo e alle deformazioni interpretative delle loro Scritture; e resistendo in particolare all’ideologia del peccato originale, affermando al contrario che l’essere umano nasce senza macchia. Lo afferma anche il biblista di Venezia in un suo libro, “Il progetto di mondo e di uomo delle generazioni di Israele. Genesi 1-4“, citando un passo talmudico: “Felice l’uomo la cui ora della morte somiglia a quella della nascita: così come nasce senza peccato possa anche morire senza peccato”. A Carlo Enzo è stato, per queste sue interpretazioni, riservato un sadico ostracismo durato decenni; quello che si serba per chi rifiuta di chiudere gli occhi e pretende sempre di conoscere.

Secondo Carlo,il mondo di YHWH  poi trova piena realizzazione con un Adamo di nome Gesù, colui che dimostra come un mondo di giusti sia realizzabile su pilastri come la libertà (mettersi a servizio liberamente), la fratellanza, la uguaglianza, la solidarietà. Parole abusate, svuotate, manipolate dagli uomini che vivono senza Adamah, ma che nella letturadi cui Carlo dà la chiave sono pilastri, assieme a coerenza, reciprocità, inderogabilità,responsabilità, di un mondo possibile, di un mondo migliore dove ogni uomo, per libera scelta,può  essere quell’Adamo progettato dagli Elohim. Le radici della generazione di Gesù Cristo affondano nel “cammino adamico” della terra di Israele. Quest’idea è scandita da una serie di generazioni che aprono questo Vangelo. L’Adamo è l’uomo di YHWH e del suo mondo, destinato a crescere nella nazione di Israele, coltivando la conoscenza del suo Dio. Genesi narra la generazione del popolo di Israele, il Vangelo di Matteo la generazione di Gesù Cristo che con la prima generazione si pone in continuità.  Di questa seconda generazione ricordiamo alcuni punti essenziali. Innanzitutto, il significato della parola generare. Nell’uso quotidiano generare significa concepire, partorire, crescere un figlio. Qui si tratta di un generare adamico, far crescere un figlio a YHWH da parte di Israele, nella comprensione della legge, far nascere un discepolo. Si racconta, dunque, in questo Vangelo come Gesù sia diventato adamo, cosa abbia fatto per diventarlo, in modo così pieno e completo che YHWH lo ha considerato “un figlio suo”.  Il testo, con la genealogia di Gesù, non si sofferma sulla nascita biologica, ma sul fatto che Maria genera un adamo, Gesù, nello stesso modo in cui avevano generato Tamar, Rachab, Rebecca, Ruth e Sara che generarono degli adamo per Israele. Un adamo? Cosa si intende con questa parola? Ricordiamo la frase di Genesi: “Faremo un adamo in nostra immagine, a somiglianza nostra [e tale che gli altri uomini vedano noi in lui, sia somiglianza viva con il Dio]” e per questo si dice che è a sua immagine: un adamo è un uomo che nel progetto di YHWH rende visibile il Dio davanti alle genti, uno che starà davanti e guiderà le genti, farà diventare adamo le genti che non lo sono ancora, farà fruttificare la terra, porterà a pienezza il progetto di YHWH.  Chi è Giuseppe in questo contesto della generazione di Gesù? Giuseppe è una figura tradizionalmente enigmantica, il cui ruolo è sempre stato difficile da interpretare. E’ sposo di Maria, di una donna che ha in grembo lo Spirito di YHWH fin da bambina, fin che era nella sua casa e accudiva il tempio, mangiava dell’albero della conoscenza, e Maria genera un adamo per lo spirito di YHWH come lo hanno generato altre donne che abbiamo incontrato nel vecchio testamento. Non si tratta di nascita nella carne. Rebecca e Sara vivevano con il loro sposo ma erano sterili, non erano in grado di generare degli adamo; e YHWH fa loro generare un adamo per Israele.  Giuseppe ha con Maria una vita maritale, e generano nella carne. La capacità di generare un adamo è tuttavia esclusivamente di Maria. Essa deriva a Maria dalla familiarità nella conoscenza della parola di Dio; Maria è ripiena dello spirito di YHWH, ha in sè la pienezza delle virtù e dei doni di YHWH. Giuseppe fatica a comprendere la condizione di Maria, che appare poco spiegabile ai suoi occhi, e tuttavia si rallegra e accetta che Maria, ripiena di Spirito, abbia in grembo la capacità di generare un adamo senza la sua partecipazione. Egli non la ripudia, ma accoglie, prende con se la scelta di Maria. Questa differenza con le precedenti generazioni in qualche modo enfatizza e rimarca la novità della generazione di Gesù rispetto alle generazioni degli adamo che lo hanno preceduto.  Questo esempio, nella sua brevità, a noi sembra renda chiare alcune cose importanti.  In Genesi non si descrive la creazione del primo uomo, ma dell’adamo, l’uomo o le genti che porteranno a compimento il progetto della terra. Il progetto di YHWH è un progetto in divenire, che ha compimento nella storia; generare, nel contesto di questo progetto, significa avere riguardo a chi porta il progetto verso il suo compimento. Così anche in Matteo non si parla della nascita di Gesù nella carne; Maria è colei che, familiare con la legge e la volontà di YHWH, riesce a far si che un uomo sia generato in adamo, diventi adamo nell’ambito del progetto, mettendosi in continuità con le generazioni del vecchio testamento. Gesù è un adamo grande, tanto grande che si può parlare di un figlio di YHWH.  Si tratta di una interpreatzione che appiana, a nostro parere, molte difficoltà cui questi testi ci hanno sempre posto di fronte e li illumina di una luce nuova. Scompare la creazione “dei cieli e della terra” come ci è stata insegnata, creazione dal nulla, scompaiono il peccato di origine, il mistero e la verginità nel loro significato della carne, mentre si apre la interpretazione al divenire di un progetto di YHWH, che si svolge nella storia e trova li il suo progredire. Scompare Giuseppe che pensa di ripudiare Maria, per un Giuseppe che porta a compimento la scelta di Maria e la sostiene in questo difficile cammino.  Solo una bella interpretazione? L’autore è un biblista attento e deriva questa sua analisi da una grande attenzione filologica ai testi e dalla conoscenza dell’ebraico e del greco biblici, della Torah, del Talmud, dei Midrash e di altra letteratura ebraica.  Il vecchio testamento è scritto prevalentemente in ebraico, ma si fa di frequente riferimento alla versione in greco, detta dei LXX. Il nuovo testamento è stato tramandato in greco e le traduzioni che noi abbiamo risentono della logica e della cultura classica, ma si pensa che i vangeli non siano stati scritti in greco. Origene parla esplicitamente di un Vangelo di Matteo scritto in ebraico e anche San Girolamo testimonia l’esistenza di una primitiva versione ebraica di questo testo, anche se non abbiamo frammenti in ebraico od aramaico dei Vangeli e del resto del Nuovo Testamento. Una analisi linguistica tuttavia conferma questa tesi: una analisi del greco presente in quei testi mostra l’esistenza di un evidente sostrato semitico, in particolare ebraico. Il testo greco derivava da un testo ebraico, tradotto molto fedelmente. Se ne ha la verifica nel fatto che molti semitismi presenti nel testo greco acquistano significato solo in lingua ebraica; a volte si tratta di parole, a volte del modo in cui sono costruite le frasi, a volte di assonanze e così via. Tutto questo apre un problema relativo alla collocazione culturale del racconto, problema che sempre si presenta passando da una lingua ad un’altra e interpretando; si tratta di problemi non nuovi e diversi studiosi se ne sono a lungo occupati.  Ad esempio, rifacendoci a quanto appena detto, alla radice della impostazione che ci propone l’autore c’e’ il diverso significato di creazione e generazione. Genesi è scritto in ebraico e le parole creazione e generazione vengono, anche nel linguaggio corrente, a volte assunte come sinonimi. Ma se la creazione viene rivestita di un significato tolemaico, esprime la metafisica greca, significa un creare dal nulla da parte di una divinità, la prospettiva cambia completamente; diventa davvero molto forte la differenza con generare, nel senso di elaborare per un popolo un nuovo modello di esistenza. Per capire dunque si deve anche conoscere la mentalità dell’ebraismo perchè la lingua è permeata dalla identità del popolo che la parla e bisogna capire i riferimenti, i contesti che sono molto ma molto diversi dai riferimenti e i contesti classici.  Un modo per comprendere il significato dei testi è allora leggere la bibbia con la bibbia, ricercare cioè con pazienza il significato delle parole nello stesso testo biblico. Non è un cammino semplice ma è quello che Carlo Enzo ci propone e che mette alla radice della sua interpretazione. Alla fine, faticosa, di questa lettura molte verità che davamo per scontate vengono riscoperte in una luce nuova, che ci chiama all’impegno nella storia per la costruzione del regno di Dio.

Dove è nato?

«A Burano, un’isola vicina a Venezia. Passai un’infanzia felice. Mio padre era soffiatore di vetro. La nostra vita, tranquilla. A otto anni cominciai a leggere la Bibbia ai miei fratelli».

Immagino che fosse ai suoi occhi di adolescente un insieme di storie avventurose.

«Era l’aspetto che mi interessava meno. Leggevo la Bibbia in una vecchia traduzione che avevamo in casa. E già allora intravedevo alcuni problemi».

Di che natura?

«Intuivo che il testo era stato appesantito dai commenti, dalle interpretazioni, dal tono favolistico».

È fatale che un testo così importante per la storia dell’Occidente si sia arricchito di letture nate anche da scuole differenti.

«Negli anni ho capito che bisognava liberarsi da quella ramificata ermeneutica che si sovrappone e avvolge il testo sacro, e ho cercato di scoprire cosa esso nasconde. La mia idea era di ritornare al midrash».

Ossia?

«Per dirla in modo semplice a una lettura delle Scritture attraverso le Scritture».

È un po’ quello che si prefiggeva Spinoza con il suo Trattato Teologico-politico.

«E che gli creò rilevanti problemi, tra cui l’accusa di ateismo. Midrash significa “ricercare”. È la spiegazione che gli antichi Maestri ricavavano dal Tanakh, che è il nome dato da Israele alla raccolta dei suoi libri sacri, i quali comprendono la Torah, ossia i cinque libri della Legge, tra cui Genesi; i 21 libri dei Profeti; e i tredici libri Agiografi, tra cui Salmi, Giobbe, Cantico e Qohelet».

In che misura Tanakh differisce dalla Bibbia cattolica?

«In modo sensibile. Intanto Tanakh è esclusivamente un codice di vita, attraverso il quale il popolo ebraico prova a diventare moralmente grande. Cioè passa dalla polvere all’anima vivente. Ma c’è un punto ulteriore: Tanakh è un testo mascherato. Perché così hanno voluto i sapienti che lo composero».

Si spieghi meglio.

«Il contenuto non doveva essere conosciuto dai popoli circostanti. Di qui l’invenzione di un genere letterario che nascondesse la vera sostanza agli estranei e la rivelasse solo al popolo ebraico».

Ci sta dicendo che la Bibbia ha uno strato esteriore che maschera una verità più profonda? Ma perché escludere gli altri popoli dalla corretta conoscenza del testo sacro?

«Perché quel testo veniva considerato Elohim del popolo».

Quindi parola di Dio.

«Non esattamente. Perché nella cultura ebraica la parola Dio non esiste. Esiste invece la parola “Elohim” che faceva tutt’uno con il popolo. Ma ogni popolo della Mezzaluna fertile aveva il proprio Elohim».

Verrebbe meno l’idea cardine secondo cui nell’Antico Testamento c’è un Dio non solo unico, ma assoluto.

«Questo accade in una fase successiva. Quando finisce con il prevalere la maschera, ossia una lettura deviata della Bibbia, favolistica, irreale».

Ci faccia un esempio.

«È sufficiente aprire Genesi. Ci siamo abituati a leggerli come la storia di un Dio che in sei giorni crea l’universo. Ma quando il popolo ebraico nasce, l’universo c’è già e quel popolo non ha assolutamente intenzione di rifondare l’universo. È una questione anche di buon senso. Che cos’è l’Elohim della Torah se non il popolo stesso che si è dato la sua costituzione, le sue leggi, i suoi imperativi morali? ».

Quindi il racconto della creazione non riguarda né l’uomo né la natura?

«Creazione qui non significa creare dal nulla, come appunto potrebbe fare un Dio. Creare è progettare un mondo nuovo, un uomo nuovo».

Sta seppellendo la teoria creazionistica.

«La Bibbia non dice come è fatto il Cielo, ma come ci si va. Anche quando ci si riferisce all’uomo non si intende una figura in generale ma l’uomo-Adamo che è diverso dall’uomo greco, romano, babilonese».

Ma “Adamo” è lo stesso che viene scacciato dall’Eden?

«Questo è il lato favolistico, irreale, la maschera. In realtà l’uomo biblico si chiama Adamo perché coltiva l’adamah, ossia è un uomo chiamato a educare la sua natura umana».

Che cosa è l’“adamah” di cui lei parla: la purezza, la predisposizione al sacro, o cosa?

«Nel linguaggio comune “adamah” è la terra fertile, la terra rossa che il Nilo riversa. Nel linguaggio biblico indica la peculiarità di quest’uomo che cerca una chiave morale per stare al mondo».

E la questione del peccato originale?

«Non esiste. Il peccato originale è un’interpretazione tarda, avanzata da Agostino. In ebraico la parola “peccato” significa più omissione di fare qualcosa di buono che offesa al Dio per aver fatto qualcosa di sbagliato. Adamo inizia il suo cammino che è polvere e deve farsi per prova ed errori. E questi ultimi non sono imputabili al peccato originale, ma dipendono dal fatto che Adamo non è un Elohim».

Lei dice “polvere”, ma Adamo nasce dalla polvere, nasce in qualche modo dal nulla.

«Torna la maschera. “Polvere” vuole dire che Adamo all’inizio è un essere inconsistente e l’Elohim soffia in lui non lo spirito, ma l’anelito di vita, cioè la volontà per fare questo percorso, questa crescita».

Quello che lei dice è fuori dal modo in cui l’Occidente ha recepito il testo sacro.

«Certo, perché la logica occidentale parte da Dio che crea il mondo. La logica ebraica parte dall’Elohim del periodo sapienziale, ma prima ancora parte da Abramo. Concretamente parte da colui che viene considerato il padre del popolo che ha il suo Elohim».

Ma dire che ogni popolo ha il suo Elohim non significa limitarne l’assoluto?

«L’obiezione avrebbe senso se traducessimo “Elohim” con “Theos”, giacché Theos è l’assoluto. Ma l’Elohim non è l’assoluto».

La sua lettura l’ha messa in urto con la Chiesa?

«Su di me è sceso un silenzio che dura da decenni».

Lei è stato docente di scienze bibliche?

«Insegnai a lungo. Fu negli anni Cinquanta che l’allora Patriarca di Venezia Angelo Roncalli mi mandò a Roma a studiare. Lavorai con il cardinal Urbani e con il mio maestro Alonso Schökel, poi venne Luciani, la mia croce e delizia».

Avverto dell’ironia.

«Mi stroncò in maniera terribile. Era il 1970. Tenni una lezione biblica sulla secolarizzazione. E dissi che non andava intesa come una riduzione della chiesa alla condizione laica né come un allontanamento dal sacro. Ma al contrario la secolarizzazione era la realizzazione totale del progetto».

E Luciani la stroncò?

«Quando dissi: tutto questo è scritto in Apocalisse 21 ossia che tutto si concluderà, perché quando scenderà la Gerusalemme celeste non ci sarà più né Chiesa né sacerdozio e l’Elohim sarà tutto in tutti, mi portò via il microfono dicendo: sono cose pazzesche».

Era il Cardinale a dirlo.

«Era il Patriarca di Venezia e aggiunse: se avete domande da fare rivolgetevi a me, il professore non deve più parlare e non parlai più».

Ha provato a ricomporre quella frattura?

«Qualche giorno dopo andai da lui e gli dissi: mi dia lei una regola di esegesi biblica. E lui mi rispose: prenda una buona traduzione, per esempio quella della scuola di Gerusalemme: i passi facili li spiega, quelli difficili li salta. A quel punto replicai che non me la sentivo più di insegnare. Non volevo imbrogliare né lui né tanto meno chi mi ascoltava».

Su cosa sta lavorando?

«Sul bacio di Giuda».

Torna, è il caso di dire, il tema del tradimento.

«È un altro dei grandi equivoci filologici».

CARLO ENZO E L’ESEGESI BIBLICA IRREGOLAREultima modifica: 2016-10-22T10:40:27+02:00da mikeplato
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