IL MALE SECONDO STANISLAS DE GUAITA

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E’ noto che nel primo Supremo Consiglio dell’Ordine Martinista figurava il Fr::: Stanislas de Guaita, esoterista di primissimo ordine mancato purtroppo assai giovane. Di famiglia nobile di antica origine italiana, il marchese de Guaita visse la parte decisiva della sua breve esistenza a Parigi, in un appartamento al numero 20 di Rue Trudaine, divenuto presto noto agli esoteristi e agli occultisti del tempo. In pochi anni, riuscì con perseveranza a creare una biblioteca personale di scienze occulte e tradizionali ineguagliata. La sua riservatezza, tratto tipico di quest’uomo aristocratico, mite e gentile, era acuita dall’oggetto dei suoi studi, e nonostante ciò, con pazienza egli riceveva ed incontrava fratelli di diversi Ordini iniziatici, e quasi naturalmente intorno a lui si formò una ristretta cerchia di discepoli.

Morì come detto giovanissimo, all’età di trentasei anni, sufficienti comunque a dare alle stampe numerosi volumi ed articoli di alto valore iniziatico e a ricoprire il ruolo di fondatore e Gran Maestro dell’Ordine Cabbalistico della R+C, da cui sarebbero transitati i Maestri più noti dell’occultismo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo: Papus, Oswald Wirth, Marc Haven, Victor Blanchard, Sédir, Téder, Péladan e – circa mezzo secolo dopo – quel Constant Chevillon trucidato dai nazisti per essersi rifiutato di rivelare, in cambio della vita, i nomi degli appartenenti al Martinismo ed alla R+C.

In vita de Guaita fu accusato di tutto: magia nera, negromanzia, fatture… al contrario de Guaita e gli altri “compagni della ierofania” sempre furono convinti sostenitori della Luce, al punto da combattere le forze che sostenevano la tenebra, particolarmente attive nella Parigi di fine ‘800. Uno degli scopi precipui dei R+C era infatti: «la rovina degli adepti della magia nera»[1], da attuarsi attraverso il battesimo della Luce ossia la messa a nudo delle loro malefatte, sia pure senza divulgare i loro nomi profani. Tale sorte toccò ad un certo Boullan, seguace di E. Vintras, che ne “Il tempio di satana” venne letteralmente sbugiardato, anche se solo col suo nome controiniziatico di Jean-Baptiste. Quando poi Boullan morì, Huysmans che lo aveva conosciuto e ne era stato in un certo senso traviato, dichiarò che la sua morte era da imputarsi ad un maleficio di de Guaita. Il nostro R+C ottenne peraltro un’equa riparazione attraverso scuse scritte, evitando così una composizione “a mezzo spada”[2].

Oswald Wirth così lo ricorda: «le nature solari s’incarnano soltanto con reticenza e per un periodo di tempo limitato. Come Raffaello e Mozart, de Guaita doveva morire giovane […] il Maestro ispiratore, per me non è mai morto. Il suo pensiero resta il mio: con lui e grazie a lui, io aspiro ad iniziarmi al segreto delle cose». Sèdir, per indole più legato a Papus e a Maitre Philippe, così lo descrive: «Ebbene, Stanislas de Guaita, era, per diritto di nascita, il cervello potente, la volontà reale davanti al quale tremano e spariscono tutte le voluttà del Grande Serpente. Infatti, tutto il suo lavoro fu consacrato a definire ed illuminare, per mettere un giorno a nudo l’essenza, la natura e la biologia di questa forza misteriosa nel suo aspetto radicale».

La sua forza interiore fu tale che, avendo intuito l’intima essenza del male, ne scrisse a fondo allo scopo di farne comprendere agli esoteristi la ripugnante natura, ed esortandoli a meglio opporsi ad esso. “Alla Soglia del Mistero” fu il suo primo libro, ma è con “Il Serpente della Genesi” che egli indaga a fondo nelle scienze occulte al servizio della controiniziazione: questa sua opera, tripartita ne “Il tempio di satana”, “La chiave della magia nera” ed “Il problema del male”, è rimasta purtroppo incompiuta. La morte precoce di de Guaita, dopo una lunga malattia, gli impedì infatti di scrivere “Il problema del male”, le cui linee generali aveva già impostato nei suoi diari. Nell’approccio sintetico che ci siamo imposti, cercheremo qui di tratteggiare quantomeno i motivi dominanti del pensiero di de Guaita, che risente in modo particolare dell’influenza di Fabre d’Olivet ed Eliphas Levi.

  1. La bestemmia dei due assoluti.

Il primo errore concettuale che de Guaita si sforza di rettificare, assolutamente drammatico per le sue conseguenze, è quello commesso da coloro che nel Bene e nel Male vedono due principi coeterni, condannati per sempre alla lotta; questo, in effetti, è vero solo nell’ottica della manifestazione, come insegna il simbolo delle due colonne importato nel Martinismo dalla tradizione massonica. «Luce ed ombra sono le due eterne vie del mondo», come afferma Zoroastro, e la loro alternanza è la vita stessa dell’universo, poiché introduce una differenziazione in ciò che per sua natura sarebbe uniforme. Epperò trattasi di una situazione temporanea, poiché il principio oscuro è tendenzialmente recessivo: anzi, tutto sommato esso non deriva che da una “contrazione” della Luce, che vela in parte se stessa dato che «L’Unità, Fratello mio, nulla può produrre che per opposizione a se stessa»[3]. Lo stesso Fil. Inc. mette in guardia contro il rischio di attribuire al principio cattivo valore equivalente (sia pure opposto) a quello buono[4].

De Guaita vede nel simbolo della lotta tra Dei e Titani (ovvero Deva e Asura) una conferma dell’esistenza di un unico principio, che gradua se stesso per dare vita al gioco cosmico: egli scrive che «nella lotta misteriosamente rappresentata in questo profondo simbolo [cioè quella tra dei e giganti], il Bene ha trionfato perché esso è l’ordine, la norma, l’armonia, in una parola perché è il BENE; e che la causa necessaria, assolutamente prevedibile, la quale, rendendo il Male accidentale e transitorio, lo consacra al futuro annientamento, consiste nel fatto che questo rappresenta il disordine, l’arbitrio, l’anarchia e che si chiama, appunto, il MALE. […] Non si potrà negare l’esistenza del Male (quanto alla sua essenza è un’altra cosa). La sua manifestazione nell’Universo è sicuramente al di fuori di ogni dubbio, come quella del freddo in inverno e dell’ombra durante la notte. Ma viene la luce e l’ombra svanirà, viene il calore e il freddo passerà: poiché l’ombra ed il freddo non sono dotati che di un’esistenza privativa; essi mancano d’essenza propria essendo delle negazioni. Altrettanto è del male, transitorio, accidentale, contingente.

Attribuire un’esistenza al male, significa rifiutare un’esistenza al bene; sostenere il principio del Male significa contestare il principio del Bene, affermare l’esistenza propria del Diavolo, quale assoluto male, significa negare Dio. Infine, sostenere la coesistenza di due assoluti contrapposti, significa proferire una bestemmia in religione e una semplice assurdità in filosofia»[5].

  1. Esiste il diavolo?

Se quindi, come si è sostenuto, la credenza in una esistenza autonoma del male è figlia di ignoranza metafisica, quello che tradizionalmente viene raffigurato con la testa di capro non è altro che un concetto vitalizzato, un aborto della fantasia umana che tenta di personificare un concetto che in realtà è impersonale, cieco e addirittura malleabile per l’uomo che, per usare il gergo di Martinez de Pasqually, è stato reintegrato nelle sue primitive potestà e virtù. Nell’esoterismo dell’epoca, questo concetto era come noto simboleggiato dalla stella fiammeggiante, che quando ha la punta in su «è l’emblema dell’Uomo in tutta la forza della sua Volontà libera, capace di dominare le passioni quando l’Intelligenza domina la materia»[6] mentre con la punta in giù diventa la sagoma del capro, in una sorta di delirante oggettivazione dell’incubo passionale e sensuale.

Osservando che il termine “Shatan” viene nominato solo nei Numeri ed ha unicamente il significato di “contro” (in latino “adversus”), de Guaita getta un formidabile raggio di luce sulla questione: «Siccome satana non poteva essere, crediamo di averlo già detto, che il prototipo del nulla e della vanità odiosa, ne consegue che la caratteristica del suo dominio, l’impronta della sua presenza, la sua firma morale, insomma, presenti tutti i segni distintivi del non-essere, della miseria e dell’invidia»[7].

Peraltro, «a forza di evocare il rozzo personaggio, gli imbecilli o i furfanti che lo immaginano sotto questo aspetto tradizionale […] hanno a poco a poco realizzato il loro sogno in astrale. Aggiungiamo che ogni volta che un nuovo goeta fa appello all’immagine orrenda, evocandola con tutta l’energia creatrice della fede e l’urlo delle passioni malvagie al loro parossismo; non soltanto l’immagine gli appare, ma egli aggiunge anche all’abbozzo fluidico un nuovo tratto di vigore e definisce l’esistenza del mostro, nutrendolo della propria sostanza iperfisica. […] Irridiamo il livido simulacro che si ritrae davanti ad un soffio d’aria, si dissolve al minimo sforzo della volontà umana, e che un lampo d’intelligenza fulmina! No, questo babau non è che una larva, tra molte altre![8]». Le larve infatti sono in un certo senso «i missionari di Nahash. Rivaleggiando in inconsistenza con questo Essere formidabile, esse partecipano della sua natura ambigua – illusoria e tuttavia reale – intermedia tra il cosciente e l’incosciente, ondegiante e scintillante dall’essere al non essere»[9].

Rimandando al prossimo paragrafo per l’analisi sommaria di Nahash, osserviamo in quali termini  de Guaita si rivolge alla larva demoniaca: «tu hai un’unica giustificazione, o principe delle tenebre; il fatto che non esisti affatto! […] non sei, perlomeno, un essere cosciente: negazione astratta dell’Essere assoluto, tu hai come unica realtà psichica e volontaria quella che ti attribuisce ogni individuo perverso in cui ti incarni»[10].

  1. La natura del “serpente”.

Orbene, se come affermava de Guaita non esiste il diavolo – né come potere cosciente, né tantomeno come mostro dalla lingua biforcuta e dal piede caprino, ma solo come forza semicosciente eppure “forte di ogni forza” – resta da capire che cosa egli intendesse per Nahash, termine ebraico tradotto nella Vulgata con la dizione (secondo noi molto felice) di “serpente”. Come in altre occasioni, de Guaita si abbevera volentieri alla dottrina di Fabre d’Olivet, che presenta vari spunti d’interesse: «Nahash caratterizza propriamente quel sentimento interiore e profondo che lega l’essere alla sua stessa esistenza individuale, e che gli fa desiderare ardentemente di conservarla e di estenderla. Questo nome, che ho reso con quello di “attrazione originaria”, è stato sfortunatamente tradotto nella versione degli ellenisti con quello di serpente; ma non ha mai avuto questo significato, neppure nel linguaggio più volgare. L’ebraico ha due o tre parole, completamente diverse da quella, per designare un serpente.

Nahash è piuttosto, se posso esprimermi così, quell’egoismo radicale che porta l’essere a mettersi al centro e rapportare tutto a lui. Mosè dice che questo sentimento fu la passione travolgente dell’animalità elementare, la molla segreta o il fermento che Dio donò alla natura […] Così, secondo lo spirito del Sepher e della vera dottrina di Mosè, Nahash harim non sarà affatto un essere distinto […] bensì un impulso centrale dato alla materia, una molla nascosta, un fermento agente nella profondità delle cose»[11].

Siamo così passati da una visione manichea del Male personificato ad una metafisica un po’ meccanicistica, dove non vi è spazio per la ribellione di un Lucifero o di spiriti prevaricatori. Resta solo la Luce astrale, sul cui stampo e sotto la cui influenza si modella l’universo fisico, e l’egoismo primordiale che ha portato alla caduta di Adamo. «In un primo senso esoterico, esso [cioè il diavolo] è la Luce astrale, questo fluido implacabile che governa gli istinti; questo universale dispensatore della vita elementare, agente fatale della nascita e della morte […] Questo essere iperfisico – non cosciente dunque irresponsabile – domina da signore sullo stregone, mentre al mago obbedisce da servitore. […] occorre a tutti i costi rendersene signore se non si vuole diventare la vittima delle grandi correnti che si muovono in esso secondo leggi invariabili.

In un senso esoterico superiore, il Serpente simboleggia l’egoismo primordiale, questa misteriosa attrattiva del SE’ verso il SE’ che costituisce il principio medesimo della divisione: forza la quale, sollecitando ogni essere a isolarsi dalla unità originaria per centrarsi e compiacersi nel suo proprio IO, ha causato la caduta di Adamo[12]».

Dov’è allora il potere che ostacola la Luce? «Ovunque, dove le tenebre pesanti della negazione, offuscando la intelligenza dell’Uomo, aboliscono in lui la vita spirituale e possono annullare quel senso interiore che permette l’intuizione del Divino e il presentimento dell’Eterno, in verità satana è là sotto il suo aspetto metafisico: l’errore. Ovunque, ove la perversità corrode le anime sventurate fino a dissolvere gli intimi legami di solidarietà che le uniscono l’una all’altra; ovunque, dove lo scetticismo deprava le coscienze fino a confondere in esse le nozioni del giusto e dell’ingiusto; in verità satana è là sotto il suo aspetto psichico: l’egoismo. Ovunque, infine, ove la libera volontà dell’Uomo, inducendo la Natura (questo specchio del Divino) con le più spaventevoli menzogne e con la forza a rinnegare la gloria del suo archetipo Celeste, sostituendo la discordanza arbitraria delle cattive volontà individuali alla saggia armonia delle leggi generali; in verità satana è là sotto il suo aspetto sensibile: la bruttezza. […] E’ sempre il profilo infame di satana riflesso nei tre mondi del pensiero, del sentimento, dello spirito»[13].

  1. La Grande Opera di Reintegrazione.

Il problema dell’egoismo primordiale, che de Guaita aveva delienato nei suoi tratti essenziali già nel suo celebre “discorso iniziatico”, viene in sostanza ripreso a più riprese, fornendo ai cercatori una lettura lontanissima da quella usuale negli ambienti exoterici, dove si racconta di rettili parlanti e frutti pericolosi. «Invece di vivere felice nella sostanza materna della Natura divina e nell’Unità del Verbo – Adamo, incitato da Nahash (l’egoismo), volle conoscere ed afferrare la Natura in se stessa (nella sua essenza radicale, anteriore al lambire divino generatore dell’Essere, in ciò che Böhme chiama “sua radice tenebrosa”: in una parola, nella sua matrice prima della fecondazione). Conoscere quest’esistenza occulta, antecedente al luminoso farsi elemento; questo perno della vita possibile che vorrebbe essere, ma non è: tale è la confusa ambizione di Adamo – Eloha.

Egli si immerge imprudentemene in questo baratro, vi cerca luce, vita autonoma ed onnipotente; ma non vi trova che tenebre angosciose, bramose e sempre deluse, tormento sterile, sforzo cieco… Egli s’immerge in un nulla avido d’essere, che aspira la sua vita e di cui egli diviene la larva divorata incessantemente. Ma la provvidenza, intelligenza superiore della Natura, ha previsto questa lugubre possibilità: essa lancia un raggio creatore nell’abisso […] e lo salva»[14]. Come insegna lo stesso Fil. Inc., la caduta di Adamo si arresta allo stato della materia grossolana, la quale gli impedisce di sprofondare più in basso ed anzi è per lui un punto di appoggio per la risalita. «Così nacque la materia che fu ben presto elaborata dallo Spirito e l’Universo concreto prese una vita ascendente che risale dalla pietra fino alla cristallizzazione, fino all’uomo suscettibile di pensare, di pregare, di assentire all’intelligenza e di consacrarsi al suo simile!»[15]. Eccoci dunque sul cammino della Reintegrazione.

Non tutti sono Uomini di Desiderio: negli ambienti cd. iniziatici, al contrario vi è un gran numero di pseudo-iniziati – vere comparse del mondo dello Spirito, fuochi di paglia oppure tiepidi irrimediabili – e più controiniziati di quanto si pensi. Non si tratta sempre di individui che hanno votato la loro volontà al male; non di rado sono essi stessi vittime di antiche insicurezze, che inevitabilmente li portano ad essere di volta in volta vittime delle loro larve oppure carnefici dei Fratelli più miti, che vengono vampirizzati. I controiniziati autentici – cioè i servi del proprio ego, eventualmente personificato in un diavoletto di gusto medievale – sono grazie al G:::A:::D:::M::: individui che hanno una polarità opposta alla nostra, ed è quindi raro che li si frequenti.

Esiste, peraltro, a fianco dello stregone, il buon solitario (il nono arcano dei Tarocchi), che da buon Silenzioso Incognito lavora senza posa per sé e per il prossimo, conscio che «l’Universale Adamo è un Tutto omogeneo, un Essere vivente di cui siamo gli atomi organici e le cellule costitutive»[16]. Non è futile, alla fine di questa breve ricognizione sull’opera di de Guaita, ascoltare dalla sua viva voce qual è la Via che egli traccia per giungere all’Adeptato.

Il buon solitario è dunque l’iniziato «che mira volentieri più in alto che non ad un commercio con gli spiriti, anche con le gerarchie più gloriose. Preferendo in generale la pratica dell’Estasi a quella delle Magie cerimoniali, non si attarda molto nei riti evocatori se non nel suo periodo di sperimentazione. Si citano nondimeno delle eccezioni illustri; ma la via non è affatto senza pericolo… reintegrazione, da quaggiù, del sottomultiplo umano nell’unità divina: ecco dunque la più grande opera dell’adeptato. È lì l’ambizione del buon solitario»[17]. È evidentemente una via eroica, che richiede indole guerriera, un continuo sforzo catartico sui tre piani, una grande capacità di interiorizzazione e di disinteressato servizio al prossimo.

Come uomini che vivono nel mondo – ma che pure non sono del mondo – ci interessa infatti soprattutto la reintegrazione in senso attivo, che «equivale ad una conquista positiva del Cielo, ad una violazione dell’elemento celeste e del suo spirito collettivo[18] […] L’estasi attiva ha due gradi. Nel primo, l’Adepto penetra nell’essenza stessa della Natura eterna, che gli comunica in maniera diretta, senza simboli, la Verità-Luce. Al secondo grado egli può anche comunicare con lo Spirito puro, che lo rapisce nel Cielo ineffabile degli archetipi divini; in questo caso vi è in lui una trasfusione della Divinità–pensiero che diventa nella sua intelligenza umanità–pensante, per l’effetto di un’alchimia intima, d’una trasmutazione formidabile e inconcepibile»[19]. Come a dire che il primo grado dell’estasi mette in contatto con l’intelligenza cristica, immanente nella creazione; il secondo mette in contatto diretto con la Divinità, di cui l’uomo si riscopre essere un pensiero.

«L’opera capitale dell’iniziazione si riassume dunque, se così piace, nell’arte di diventare artificialmente un genio; con questa differenza nondimeno, che il genio naturale dà l’ispirazione in determinati momenti, più o meno frequentemente; mentre il genio acquisito è, nella sua più alta forma, la facoltà di forzare l’ispirazione e di comunicare col Grande ignoto tutte le singole volte che lo si desideri […] Così il perfetto adepto in India ssume il titolo di Yogi cioè: unito in Dio»[20].

Discorso Iniziatico 3° Grado – Stanislas De Guaita

Sei stato successivamente rivestito dei tre gradi gerarchici del nostro Ordine: ti salutiamo S:::I.::: e quando avrai trascritto e meditato i nostri quaderni, diventerai Iniziatore a tua volta. Nelle tue mani fedeli verrà affidata un’importante missione: ti incomberà l’incarico, ma anche l’onore, di formare un gruppo, di cui sarai davanti alla tua coscienza e davanti all’umanità Divina, il Padre intellettuale e all’occorrenza il Tutore morale. Purché infiammato di un autentico amore per i fratelli umani tu non cerchi mai di dissolvere i legami di solidarietà che ti collegano strettamente al Regno Umano considerato nella sua sintesi; sei di una religione suprema e veramente universale, in quanto è lei che si manifesta e s’impone (multiforme, è vero, ma essenzialmente identica a se stessa), sotto i veli di tutti i culti exoterici d’Occidente come d’Oriente. Psicologo, dai a questo sentimento il nome che vorrai: Amore, Solidarietà, Altruismo, Fratellanza, Carità. Economista o Filosofo, chiamalo tendenza al Socialismo, se vuoi, o Collettivismo o Comunismo… Le parole non sono nulla. Onoralo, Mistico, sotto il nome di Madre Divina o di Spirito Santo. Ma chiunque tu sia, non dimenticare che in tutte le religioni realmente vere e profonde, ossia basate sull’Esoterismo, la messa in opera di questo sentimento è il primo insegnamento, capitale, essenziale di questo stesso Essoterismo.
* * *
Perseguimento sincero e disinteressato del Vero, ecco ciò che il tuo Spirito deve a se stesso fraterna mansuetudine verso gli altri uomini, ecco cosa il tuo Cuore deve al prossimo. Accettati questi due doveri, il nostro Ordine non pretende di prescrivertene altri, quantomeno in modo imperativo. Nessun ulteriore dogma filosofico o religioso è imposto alla tua fede. In quanto alla dottrina di cui abbiamo riassunto per te i principi essenziali, ti preghiamo soltanto di meditarla a volontà e senza partito preso. E’ soltanto con la persuasione che la Verità tradizionale vuole conquistarti alla sua causa. Abbiamo aperto ai tuoi occhi i sigilli del Libro; ma spetta a te compitare prima la Lettera, poi penetrare lo Spirito dei misteri che questo libro racchiude. Ti abbiamo iniziato: il ruolo dei tuoi Iniziatori deve limitarsi a questo. Se perverrai per conto tuo alla comprensione degli Arcani, meriterai il titolo di adepto; ma tieni ben presente questo: è invano che i più grandi maestri potranno rivelarti le supreme formule della scienza e del potere magico; la Verità Occulta non la si potrebbe trasmettere a parole: ciascuno deve evocarla, crearla e svilupparla in se. Tu sei Initiatus: colui che altri hanno messo sulla via; sforzati di diventare Adeptus: colui che ha conquistato la Scienza attraverso se stesso; in sostanza il figlio delle proprie opere.
Il nostro Ordine, come ti ho detto, limita le sue pretese alla speranza di fecondare i terreni fertili, seminando ovunque il buon seme: gli insegnamenti dei S:::I::: sono precisi, ma elementari. Sia che il programma ulteriore basti alla tua ambizione, sia che il tuo destino ti spinga un giorno alla soglia del tempio misterioso dove splende da secoli il luminoso deposito dell’Esoterismo Occidentale, ascolta le ultime parole dei tuoi fratelli incogniti: possano esse germogliare nel tuo spirito e fruttificare nella tua anima.
* * *
Ti assicuro che puoi trovarvi il criterium infallibile dell’occultismo e che la Chiave di volta della sintesi esoterica è proprio là, e non altrove. Ma a cosa serve insistere, se puoi capire e vuoi credere? In caso contrario, perché insistere ancora? Sei assolutamente libero di prendere quello che mi rimane da dire come un’allegoria mistica o come una favola letteraria priva di importanza, o anche come un’audace impostura. Tu sei libero, ma Ascolta. Germogli o imputridisca il seme, seminerò!
* * *
In principio, alla radice dell’Essere, c’è l’Assoluto. L’Assoluto – che le religioni chiamano Dio – non si può concepire, e chi pretende di definirlo snatura la sua nozione, assegnandogli dei limiti: “Un Dio definito è un Dio finito” ha detto Eliphas Levi. Ma da questo insondabile Assoluto emana eternamente la Diade androgina, costituita da due principi indissolubilmente uniti: lo spirito e Vivificatore ZOLFO e l’Anima vivente universale MERCURIO. Il mistero della loro unione costituisce il Grande Arcano del Verbo. Ebbene, il Verbo è l’uomo collettivo considerato nella sua sintesi divina, prima della sua disintegrazione. E’ l’Adamo Celeste prima della Caduta, prima che questo Essere Universale si sia modalizzato, passando dall’Unità al Numero; dall’Assoluto al Relativo; dalla collettività all’Individualismo; dall’Infinito allo Spazio e dall’Eternità al Tempo. Circa la caduta di Adamo, ecco qualche nozione dell’insegnamento tradizionale: Incitati da un impulso interiore di cui dobbiamo qui tacere la natura essenziale, impulso che Mosè chiama NAHASH, e che definiremo, se vuoi, la sete egoistica dell’esistenza individuale, un gran numero di Verbi frammentari, coscienze potenziali vagamente risvegliate a guisa di emanazione in seno al Verbo Assoluto, si separarono da quel Verbo che li conteneva. Si distaccarono infimi sottomultipli dall’Unità-madre che li aveva generati. Semplici raggi di quel sole occulto, dardeggiarono all’infinito nelle tenebre della loro individualità, che desideravano indipendente da qualsiasi principio anteriore, in una parola, autonomo. Ma siccome il raggio luminoso non esiste che di un’esistenza relativa, rispetto alla fonte che l’ha prodotto, questi verbi egualmente relativi, spogli del principio autodivino e spogli di luce propria si oscuravano man mano che si allontanavano dal Verbo assoluto. Caddero nella materia, menzogna della sostanza in delirio di obiettività, nella materia, che è al Non-Essere ciò che lo spirito è all’Essere; scesero fino all’esistenza elementare, fino all’animalità, fino al vegetale, fino al minerale. Così nacque la materia che fu ben presto elaborata dallo Spirito e l’Universo concreto prese una vita ascendente che risale dalla pietra fino alla cristallizzazione, fino all’uomo suscettibile di pensare, di pregare, di assentire all’intelligenza e di consacrarsi al suo simile! Questa ripercussione sensibile dello Spirito prigioniero, sublimando le forme progressive della Materia e della Vita per tentare di uscire dalla sua prigione – la Scienza contemporanea lo constata e lo studia sotto il nome di Evoluzione. L’Evoluzione è l’universale Redenzione dello Spirito. Evolvendo, lo Spirito risale. Ma prima di risalire, essendo lo Spirito è disceso; è quella che chiamiamo l’Involuzione. Come il sottomultiplo verbale si è fermato ad un certo punto della sua caduta? Quale forza gli ha permesso di ritornare sui propri passi? Come la coscienza intorpidita dalla sua divinità collettiva si è infine risvegliata in lui sotto il nome ancora imperfetto della Socialità? Tanti altri misteri che non possiamo neppure affrontare qui, e di cui saprai acquisire la conoscenza, se la Provvidenza è con te. Mi fermo, Ma ti abbiamo portato piuttosto lontano sulla via; eccoti munito di una bussola occulta che ti permetterà se non di non smarrirti mai, quantomeno di ritrovare sempre la dritta via.
* * *
Questi pochi dati sono precisi circa la “grande questione” del destino umano, a te la cura di dedurne il resto e dare al problema la sua soluzione. Ma comprendi bene, fratello mio, che l’Altruismo è la sola via che conduca alla meta unica e finale – voglio dire alla reintegrazione dei sottomultipli nell’Unità Divina-; la sola dottrina che ne fornisca il mezzo, che è la lacerazione delle pastoie materiali, per l’ascensione, attraverso le gerarchie superiori, verso l’astro centrale della rigenerazione e della pace. Non dimenticare mai che l’Universale Adamo è un Tutto omogeneo, un Essere vivente di cui siamo gli atomi organici e le cellule costitutive. Viviamo tutti gli uni negli altri, gli uni attraverso gli altri; e quand’anche fossimo individualmente salvati (per parlare il linguaggio cristiano), non cesseremmo di soffrire e di lottare fino a quando tutti i nostri fratelli non saranno salvati come noi! L’Egoismo intelligente conclude dunque come ha concluso la scienza tradizionale: la fratellanza universale non è un’illusione: è un dato di fatto. Chi lavora per gli altri lavora per se. Chi uccide o ferisce il suo prossimo si ferisce o si uccide; chi lo oltraggia, insulta se stesso. Che questi termini mistici non ti spaventino; l’alta dottrina non ha nulla di arbitrario: siamo i matematici dell’ontologia, gli algebrici della metafisica.
Ricordati figlio della Terra, che la grande ambizione deve essere quella di riconquistare l’Eden zodiacale da cui non avresti mai dovuto discendere, e di rientrare infine nell’Ineffabile Unità, al di fuori della quale non sei niente, ed in seno alla quale troverai dopo tanto operare e tanti tormenti quella pace celeste, quel sonno cosciente che gli Indù conoscono con il nome di Nirvana: la suprema beatitudine dell’Onniscienza in Dio.

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Note:

[1] Cfr. S. de Guaita, Cenni su due società segrete, tradotto e adattato dal Fr. Uriel, A::: I:::.

[2] Cfr. V.E. Michelet, I compagni della Ierofania, Firenze Libri, pp. 30 ss.

[3] Teder, Rituale dell’Ordine Martinista, secondo grado.

[4] Si veda L.C. de Saint Martin, Degli errori e della verità, Ed. Conoscenza, Partizione I.

[5] S. de Guaita, Il tempio di satana, Atanòr, p. 52.

[6] Teder, Rituale dell’Ordine Martinista, terzo grado.

[7] S. de Guaita, Il tempio di satana, cit., p. 87.

[8] S. de Guaita, La chiave della magia nera, Rebis, p. 46.

[9] S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit. p. 76.

[10] S. de Guaita, Il tempio di satana, passim.

[11] A. Fabre d’Olivet, Cain, citato in S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit., p. 56.

[12] S. de Guaita, Il tempio di satana, cit., pp. 22-23.

[13] S. de Guaita, Il tempio di satana, cit., pp. 45-46

[14] S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit., p. 16.

[15] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, Rebis, pp. 129 ss.

[16] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, loc. ult. cit.

[17] S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit., p. 82.

[18] «Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud»  (Mt 11,12).

[19] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, cit., pp. 144-145.

[20] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, cit., pp. 139-140.

 

IL MALE SECONDO STANISLAS DE GUAITAultima modifica: 2016-12-19T17:30:51+01:00da mikeplato
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