LA PREDESTINAZIONE NELLA BIBBIA E NELLA STORIA

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Introduzione

La Predestinazione nella Bibbia occupa un posto poco ampio, vi sono allusioni ma non una vera e propria dottrina organicamente elaborata. Nell’Antico Testamento essa è pressoché inesistente, anche nella predicazione profetica; è assente nei Vangeli, ma è sviluppata solo nella predicazione apostolica, in particolare quella dell’apostolo Paolo.

L’elezione di Israele

La coscienza della predestinazione nasce in Israele nel contesto del pensiero dell’elezione. L’elezione è una delle realtà centrali dell’Antico Testamento: Dio ha scelto il popolo di Israele fra gli altri popoli per farne il suo popolo. Questa scelta divina è avvenuta prima ancora della sua esistenza storica nella persona di Abramo e, al momento dell’uscita dall’Egitto, per mezzo di Mosè chiamato da Dio a questa missione.

Non ci sono motivazioni addotte alla scelta di Dio, l’unica è che l’elezione ha come fondamento Dio stesso, la sua sovrana libertà di agire come vuole.

«Io vi ho amati», dice il Signore; «e voi dite: “In che modo ci hai amati?”. Esaù non era forse fratello di Giacobbe?» dice il Signore;eppure io ho amato Giacobbe» (Malachia 1,2).

Nel bene e nel male, Israele ha coscienza della sua elezione. Sa che la sua esistenza dipende da questa libera scelta che Dio ha fatto. Però nell’Antico Testamento, Dio non è presentato come un potere assoluto che decide e impone la sua volontà. Gli scrittori biblici hanno piena coscienza che “elezione” non significa potere, ma amore. Nello scegliere il popolo di Israele come popolo suo, Dio ha voluto esprimere il carattere gratuito della sua misericordia e la sua bontà. Perciò Israele si considera «am Yahweh», cioè popolo di Dio, un popolo santo così come lo definisce Esodo 19,5-6:

«Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa».

Dunque l’elezione di Israele è in funzione dell’umanità intera, non si tratta di un rinchiudersi nei limiti di un nazionalismo religioso, ma di un segno che Dio pone nella storia in vista delle nazioni. Così Dio stesso affida ad Abramo questa vocazione e missione:

Il Signore  disse ad Abramo: «Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,1-3).

In questo senso, l’essere «am Yahweh», popolo di Dio significa essere suo ebed (suo servo). Israele quindi è il servo del Signore chiamato ad una vocazione.

Israele rifletterà spesso sul senso della sua elezione e non  di rado ne fraintenderà il senso, i profeti lotteranno contro la sufficienza che la teologia (malintesa) dell’elezione generava nel popolo che tendeva di trasformarla in sicurezza.

La più frequente immagine dell’elezione è quella dell’unione coniugale, utilizzata per la prima volta da Osea (2,18-23):

Quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada, la guerra, e li farò riposare al sicuro. Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore. Quel giorno avverrà che io ti risponderò», dice il Signore: «risponderò al cielo, ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà al grano, al vino, all’olio, e questi risponderanno a Izreel. Io lo seminerò per me in questa terra, e avrò compassione di Lo-Ruama; e dirò a Lo-Ammi: “Tu sei mio popolo!” ed egli mi risponderà: “Mio Dio!”».

Il matrimonio diventa parabola della scelta compiuta da Dio nei confronti di Israele, ma è anche parabola dei rapporti di fedeltà tra il popolo e Dio.

L’apocalittica e il futuro

A partire dal III sec. a.C. l’identità religiosa di Israele è minacciata da influenze culturali del mondo greco e una vera e propria persecuzione si abbatte su Israele durante il regno di Antioco IV Epifane (176-164 a.C.). In questo periodo di crisi e di smarrimento non compaiono grandi profeti a indicare la via da seguire, ma manoscritti anonimi di un genere particolare:le apocalissi.

La teologia apocalittica tiene conto della realtà di persecuzione e di sofferenza, è pessimista riguardo alla realtà storica che è concepita come il regno del male e che va verso la sconfitta, la distruzione totale per giungere al momento in cui il presente mondo verrà distrutto per far posto a quello nuovo: questa è la vittoria di Dio.

Diversamente dalla teologia precedente, nella teologia apocalittica i credenti non sono coloro che accolgono la Parola di Dio, ma sono destinati a entrare nel nuovo mondo, questi diventano gli eletti; Dio, ha scritto il loro nome nel libro della vita. Qui l’elezione subisce una trasformazione, non indica più la scelta di Dio per Israele come suo popolo, ma designa la raccolta di alcuni individui destinati a essere gli eletti.

L’elezione non si attua in questo mondo mediante la liberazione di Dio, ma si colloca nel nuovo mondo futuro, non riguarda la storia, ma l’eternità, non questa vita, ma la salvezza eterna.

L’apostolo Paolo

La teologia apocalittica ha influenzato la visione del mondo giudaico fino agli anni 70 d.C. Gesù stesso, nella sua predicazione e annuncio del Regno di Dio usa termini e immagini della teologia giudaica e dell’apocalittica come per esempio «tenebre di fuori», «il ladro nella notte», «lo stagno di fuoco», «segni dei tempi», «età presente», il cielo e la terra che devono «passare» o la «venuta del Figlio dell’uomo» ecc…

Gesù non annunzia soltanto il Regno, ma lo promette; il tempo della sua predicazione è il tempo del ravvedimento e della fede in lui. In questa nuova impostazione non c’è posto per un gruppo di «predestinati», come nella teologia apocalittica. Gesù parla a tutti; l’annunzio del Regno fa esplodere tutti gli schemi e i raggruppamenti religiosi, sovverte categorie umane e ripropone il tema della grazia di Dio in termini nuovi.

La comunità primitiva ha la coscienza di avere vissuto una esperienza fondamentale nell’incontro con Gesù e che questa esperienza non è finita, non è stata cioè una parentesi chiusa che lascia la vita riprendere il suo corso.

I credenti della chiesa primitiva si autodefiniscono «santi»«chiamati»«popolo di Dio» senza per questo diventare una setta giudaica, contrariamente a quanto accaduto con la comunità di Qumran o ai seguaci di Giovanni Battista; non si rinchiudono nelle mura dei monasteri e neppure si ripiegano su se stessi preoccupati della fine del mondo. Ai credenti primitivi interessa non tanto il nuovo mondo che deve venire, ma Gesù Cristo e la comunione con lui. Alla comunità cristiana interessa il «vivere in Cristo» non tanto l’essere inclusi nel numero degli eletti. In effetti questi credenti credono che si è eletti soltanto se si è in Cristo. Al centro del loro interesse, gli apostoli hanno posto la fede in Cristo non la predestinazione; il problema della predestinazione va considerato nell’ambito della fede in Cristo.

Relativamente alla parola predestinare (pro-orizio) menzioniamo alcuni testi biblici. Il primo:

Udito ciò, essi alzarono concordi la voce a Dio, e dissero: «Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi; Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele, per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero. (Atti 4,24. 27-28).

Il secondo testo si trova nella I lettera ai Corinzi dove Paolo definisce la sua predicazione in questi termini:

 Tuttavia, a quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo mondo né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati; ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Corinzi 2,6-8).

Il terzo testo è in Romani 8,28-30:

Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati.

Il quarto è in Efesini 1,4-12:

In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d’intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

La predestinazione qui non viene trattata come problema a sé, ma è menzionata nel corso di un ragionamento generale. Ciò significa che gli apostoli non hanno considerato la predestinazione uno degli elementi centrali del loro messaggio; essi hanno ereditato dall’Antico Testamento il concetto e l’hanno integrato nell’annuncio cristiano. Non è dunque la predestinazione che spiega il messaggio evangelico, ma è il messaggio evangelico che dà senso alla predestinazione.

Bisogna dire che i verbi: preconoscere, predestinare, chiamare, giustificare… non indicano delle scelte compiute da Dio in ordine cronologico, non dicono cioè che Dio ha preconosciuto uno e successivamente, dopo qualche tempo, lo ha eletto e poi giustificato ecc…, in realtà questi verbi sono sinonimi che indicano l’insieme della salvezza come opera di Dio. La preposizione “pre” sta semplicemente ad indicare che Dio compie un’opera che anticipa il mio agire e il mio comportamento, che avviene prima e a cui non posso far altro che rispondere.

Per l’apostolo Paolo, le «sofferenze del tempo presente» (Rom. 8,18) e le tribolazioni non sono altro che i segni dell’avvento del Regno. I credenti sono destinati alla gloria, cioè alla nuova realtà del Regno, sono destinati alla comunione con Dio, ma la caratteristica fondamentale importante è un’altra, è quella di assumere su di sé l’immagine di Cristo. Il significato di tutto è che Dio ha amato i suoi figli, li ha salvati in Cristo e li condurrà, oltre la crisi attuale (le sofferenze del tempo presente), nel suo Regno.

Il testo agli Efesini è un’esaltazione dell’opera di salvezza compiuta da Dio in Cristo, il termine finale di questa opera non è espresso con la parola «gloria» come in Romani, ma con un verbo “raccogliere sotto un solo capo” (Efesini 1,10) che significaricondurre ad un solo principio, o riassumere: Cristo sarà, al termine della storia, la verità in cui tutte le cose trovano il proprio senso: gli ideali, le speranze, i pensieri…

In Efesini il contesto non è quello dell’esortazione e della speranza, ma della lode e della riconoscenza. Anche nella lettera agli Efesini la predestinazione non è un tema generico che indica una dipendenza dell’essere umano da Dio, ma è pensiero collegato a Cristo e alla sua opera.

Pelagio e Agostino

Siamo nel V secolo, Agostino è vescovo africano Pelagio, monaco inglese. Pela- gio, dà importanza alla responsabilità e al ruolo della libertà del cristiano, svuota così di significato l’elezione, la predestinazione e la grazia stessa. Per Pelagio l’uo- mo sarebbe capace di operare il bene e riconosce alla natura umana una concezio- ne ottimistica, per lui la predestinazione si riduce al fatto che Dio conosce antici- patamente i meriti che ognuno potrà vantare per garantirsi la salvezza. La maggio- re delle grazie che Dio ha dato, è per lui il libero arbitrio.

Agostino prende posizione contro le tesi di Pelagio e afferma:
– che il peccato è e rimarrà una realtà definitiva dell’essere umano;
– che la salvezza è data soltanto per i meriti di Cristo e non quelli umani;
– che la grazia di Dio è data senza condizioni, senza, cioè, meriti;
– che l’amore di Dio è rivolto all’umanità gratuitamente e senza meriti;
– che Dio ha scelto noi, nel suo amore infinito, prima che noi avessimo la fede. Agostino era molto paolino, anche se ne rivede la teologia. In Paolo, la predesti- nazione era un protendersi verso il futuro della fede, ora diventa una questione te- ologica, non più una espressione della fede che riguarda la comunità dei credenti che vive e cammina verso il Regno di Dio attraverso le prove e la sua testimo- nianza, ma una questione che riguarda Dio in sé; una espressione di speranza di- venta espressione di una volontà divina astratta; non è più messaggio, ma dottrina. Da annuncio di grazia, la predestinazione diventa oggetto di speculazione.

Gli scolastici

Ufficialmente la chiesa riconobbe le idee pelagiane come eretiche, e anche se le idee agostiniane avevano vinto, tuttavia il popolo visse la sua fede in modo pela- giano, si preoccupò cioè di trovare delle garanzie per la propria salvezza attraver- so i meriti. Credere diventò sempre più sinonimo di accettare definizioni teologi- che, dogmi, verità astratte.

Per la scolastica l’interesse della dottrina della predestinazione si concentrò su due punti: sulla relazione fra la prescienza di Dio su tutto ciò che accade e libera vo- lontà dell’uomo.
Tommaso d’Aquino accoglie il merito come presupposto predeterminato per la beatitudine eterna.

Ad un certo punto ci si rende conto di una schizofrenia teologica fra la volontà di Dio assoluta, inconoscibile e le opere dell’uomo. Ciò ebbe come conseguenza che la predestinazione sparì dalla coscienza della chiesa e si ridusse a pura specula- zione filosofica.

Dopo essere stata un messaggio di grazia, la predestinazione diventò con Agostino un problema di riflessione, poi filosofia pura, una sorta di meccanismo incom- prensibile senza nessun collegamento con la vita e la fede. Bisognerà attendere il XVI secolo che riprenderà il problema attraverso la Riforma protestante.

Il servo arbitrio

Agli inizi del XVI secolo il tema della predestinazione torna in primo piano e so- no i riformatori protestanti a riproporlo.

Zwingli

Zwingli appare il più tradizionale. Secondo lui, Dio determina ogni cosa che accade e attua ogni cosa in base alla sua prescienza. La predestinazione è rivelazione della bontà di Dio e diventa realtà per gli eletti nel sacrificio di Cristo. La fede è solo con- seguenza dell’elezione, però vi può anche essere elezione senza fede. Come? Zwingli risponde che possono esserci uomini predestinati che non giungeranno mai a saperlo. Zwingli fa l’esempio dei filosofi pre-cristiani, grandi moralisti, e domanda perché mai dovrebbero essere tutti dannati. Piuttosto preferisce credere che potrebbero essere stati predestinati al Regno senza averlo conosciuto. Ovviamente questa argomentazione demoliva dalle fondamenta il sistema sacra- mentale cattolico. Se l’elezione è indipendente dalla fede questo significa che la risposta dell’uomo non può condizionare Dio e le opere non possono ottenere la grazia. La chiesa non ha dunque potere sacramentale, non dispone della grazia e i sacramenti sono simboli della grazia, non strumenti per comunicarla. Dunque per Zwingli la fede non è garanzia di elezione, ma solo conseguenza.

Lutero

Lutero affronta il problema in modo del tutto diverso. Per lui, la predestinazione è molto più che una dottrina, è una verità vissuta concretamente nella propria esi- stenza. Lutero, partendo dal suo dramma interiore relativo alla salvezza e alla co- scienza del proprio peccato, attua una grande revisione della teologia cristiana.

La riflessione parte da una dibattito aperto da Erasmo, esponente cattolico della cultura umanista, che interviene nel 1525 con uno scritto sul problema della sal- vezza per fede o per opere prendendo posizione contro le tesi di Lutero. Nel suo trattato sul tema del “libero arbitrio” egli afferma che la volontà dell’uomo, vizia- ta dal peccato originale, può essere opportunamente orientata in modo da poter fa- re il bene; la grazia di Dio aiuta a portare a buon fine l’azione umana. Sostiene che nella Bibbia, Dio si rivolge a noi con esortazioni e divieti invitandoci a compiere la sua volontà; se ne deve dedurre che siamo in grado di compierla.

Così si esprime Erasmo:

Il ruolo dell’uomo è quello di pregare Dio con assiduità onde ci accordi il suo Spirito e ne ac- cresca l’influsso in noi; rendergli grazie se abbiamo potuto fare qualcosa di bene, adorare in tutto la sua potenza, ammirare la sua grandezza e amare ovunque la sua bontà.. Ma quando sento dire che il merito umano è talmente nullo che tutte le opere, anche quelle della gente per bene, non sono altro che peccato, che la nostra volontà non può nulla di più di quel che può l’argilla nelle mani del vasaio… il mio spirito prova grande inquietudine. Come si può parlare così spesso di ricompensa se non c’è merito? Perché comparire davanti al giudice supremo se tutto si compie in noi per pura necessità e non già secondo il nostro libero arbitrio?

Lutero risponde che l’uomo che ci propone Erasmo, quell’individuo ragionevole che sceglie tra il bene e il male è un mito, un sogno. Lutero afferma che la condi- zione umana non è la libertà di scegliere, è la schiavitù del peccato. Ciò di cui l’uomo ha bisogno non è l’aiuto a fare il bene, ma è la liberazione dal peccato. L’uomo è in partenza determinato dalla sua natura peccatrice, non ha ar- bitrio, possibilità di scelta, ma solo impotenza a fare il bene e volontà a fare il ma- le. Scrive Lutero:

Noi parliamo di un solo arbitrio che presso tutti gli uomini è sempre impotente, non è altro che terra e, come terra, si indurisce sempre di più e diventa sempre più irta di spine, così il libero arbitrio diventa sempre peggiore sia che lo indurisca la clemenza del sole, sia che lo rammollisca una burrasca di pioggia… Insomma siamo sotto il dominio del dio di questo mondo e senza il soccorso e lo Spirito di Dio vero siamo tenuti da lui prigionieri…

Facciamo così il volere si Satana di nostra volontà e di buon grado…, ma se sopravviene Uno più forte che vince Satana e ci porta via da noi siamo di nuovo servi ma per lo Spirito e in modo tale che facciamo volentieri ciò che il vincitore vuole.

Tutto ciò è molto paradossale, ma è molto luterano. Il problema per l’uomo non è, dunque, fare scelte oculate, ma essere salvato. Il credente non è un uomo libero aiutato a esercitare con saggezza il proprio discernimento, ma è un uomo liberato dalla schiavitù del peccato. Cosa è infatti la salvezza? È forse un miglioramento della nostra condizione umana? No affatto, è un accogliere l’annunzio della sal- vezza compiuta unicamente da Cristo e da nessun altro. Paolo afferma, in Romani 3, che «noi siamo salvati senza le opere della legge». Perciò Lutero scrive:

Questa piccola parola «senza»… sopprime le opere moralmente buone, la giustizia morale, ogni preparazione alla grazia…
Non c’è merito… tutti quelli che sono giustificati lo sono gratuitamente e ciò deve essere attribuito alla sola grazia di Dio.

Se la giustizia è data gratuitamente, il Regno di Dio e la vita eterna sono anche dati gratui- tamente. Dov’è dunque lo sforzo? Dove lo zelo? Dove le opere del libero arbitrio?

Lutero non parla esplicitamente di predestinazione, ma si muove sul confronto Legge-Evangelo che è un pensiero di tipo predestinario. In un caso però, il termi- ne compare sotto la sua penna, egli parla di onnipotenza e prescienza di Dio esprimendo la sua visione della predestinazione. Per Lutero, Dio è potere assoluto, è lui che decide il destino dell’uomo e sa cosa contiene il futuro, non nel senso che prevede quello che farà l’uomo, ma nel senso che lo vuole. Questa immagine di Dio come essere onnipotente la cui volontà è decreto assoluto e insindacabile non è tipica della teologia luterana, fa parte della teologia tradizionale agostiniana.

Questa volontà non bisogna indagarla, ma adorarla con timore e tremore, come il mistero più venerabile della maestà divina, mistero riservato a Dio solo e interdetto agli uomini.

Lutero però modifica la teologia tradizionale quando contrappone alla volontà as- soluta di Dio non l’impegno dell’uomo, ma Gesù Cristo.

Non si deve cominciare a discutere riguardo alla segreta volontà della maestà…
La ragione non si deve occupare a sondare questi misteri…
Si occupi invece del Dio incarnato o, per parlare come Paolo, del Cristo crocifisso.

La predestinazione sottolinea agli occhi di Lutero un solo concetto: Dio agisce nella sua piena libertà e noi non ne possiamo disporre, non solo non ne dispone l’i- stituzione ecclesiastica, ma neppure il singolo credente con tutto il suo impegno di fede e vita. Non possiamo determinare Dio con le nostre azioni, è lui che ci de- termina con la sua azione, ma la sua azione non è un mistero, è il dono di Gesù Cristo. Lutero sintetizza così il suo pensiero:

Non vorrei che mi fosse dato il libero arbitrio o che a mia disposizione fosse lasciato alcun- ché, con cui poter tendere alla salvezza, non solo perché non avrei la capacità di resistere e conservarlo, ma perché io sarei costretto a travagliarmi continuamente nell’incertezza: infatti la mia coscienza mai potrebbe conseguire una tranquilla certezza di quanto dovesse fare per soddisfare Dio…

Ma ora, poiché Dio ha assunto su di sé la mia salvezza, escludendola dal mio arbitrio, e ha promesso di salvarmi non a motivo delle mie opere, ma per la sua grazia e misericordia, io sono tranquillo e sicuro che Egli mi sarà fedele e non mentirà. Nessuna avversità potrà pie- garlo a strapparmi a Lui.

Per la forza del libero arbitrio non sarebbe preservato nessuno, ma saremmo tutti dannati, dal primo all’ultimo. Noi siamo dunque tranquilli e sicuri di piacere a Dio, non per merito delle nostre opere, ma per il favore della misericordia da Lui promessaci, e, anche se avremo fatto meno del dovuto o agito male, siamo certi che Egli non ci imputerà questo, ma ci perdo-nerà e correggerà paternamente.

Lutero non approfondì ulteriormente il tema della predestinazione. La sua fede trovò piena espressione in una serena fiducia nell’opera di Cristo e nella sua mise- ricordia; la sovranità di Dio diventò per lui una pacata certezza di salvezza nella comunione con il Signore.

Calvino: Dio agisce, l’uomo crede

I caratteri peculiari della teologia di Calvino non si concentrano esclusivamente nel problema della predestinazione come molti sostengono, ma Calvino accentua la regalità di Cristo, l’opera dello Spirito Santo, la santificazione della vita cristiana e, più di tutti, la sovranità di Dio e del carattere assoluto della sua opera.

Calvino sostiene:

«Non saremo mai così chiaramente persuasi che la fonte della nostra salvezza è la misericordia di Dio, finché la sua elezione eterna non ci sia anch’essa chiara; essa infatti è il termine di riferimento per valutare la grazia di Dio».

Per Calvino, la predestinazione è la coscienza dell’elezione divina che diventa garanzia di salvezza, ma anchevocazione. Se Dio ha preso in mano la vita dei suoi figli, nessuno può arrestare l’opera che egli sta compiendo.

Bisogna ricordare che Calvino è un avvocato, cresciuto nel mondo delle leggi e non in Convento come Lutero. Per Calvino la fede non si deve solo vivere a livello di convinzione personale, ma inquadrare, definire in termini oggettivi.

Nella sua Istituzione Cristiana del 1536, Calvino accenna soltanto alla predestinazione nel paragrafo che riguarda la chiesa. Molti credenti che avevano abbandonato la chiesa romana e che si domandavano se erano ancora nel popolo di Dio o no, Calvino risponde:

«La chiesa è il popolo degli eletti di Dio, non può dunque perire. La sua salvezza è connessa con l’elezione di Dio. Coloro che Dio elegge li affida alla custodia del figlio suo Gesù Cristo… possono certo cadere e peccare, ma non possono essere perduti».

Non è dunque l’istituzione ecclesiastica che garantisce la salvezza, ma la grazia di Dio. In questo senso, la predestinazione qui indica soltanto la certezza della salvezza. Essa dipende da Dio e non da noi, è perciò sicura perché Dio non viene meno alle sue promesse.

Calvino riprenderà l’argomento nel 1537 nel suo Catechismo. Qui egli dice:

«La Parola di Dio invita tutti ad essere partecipi di Cristo, ma molti accecati e induriti dell’incredulità disprezzano la grazia di Dio. Perciò di Cristo gioiscono solo i credenti che lo ricevono… non lo respingono… In questa diversità di atteggiamenti si deve cogliere il profondo segreto della volontà di Dio. Il seme di Dio infatti mette radici e porta frutto solo in coloro che il Signore ha predestinati ad essere figli suoi… Per tutti gli altri… la predicazione della verità non può essere che odore di morte a morte (II Cor. 2,16). Perché il Signore usa verso gli uni misericordia ed esercita verso gli altri il rigore del suo giudizio? Il motivo di questo lo conosce lui solo… Gli eletti sono oggetto della sua misericordia, e i reprobi della sua ira comunque giusta».

Qui si pone però una domanda: Chi crede e chi respinge l’annuncio della salvezza agisce in base alla propria volontà? Lutero aveva risposto di no; agiamo mossi dalla nostra natura peccaminosa, siamo legati al peccato, l’alternativa della fede è possibile solo nell’azione dello Spirito.

Ma se Dio è responsabile di tutto, questo significa che l’uomo è innocente.

Nella rielaborazione del 1539 dell’Istituzione Cristiana, Calvino dedica un ampio capitolo alla predestinazione. L’elezione dei credenti non è arbitrio divino, ma è in coerenza con tutta la sua opera di salvezza. Egli scrive:

«Il fatto di credere in Gesù Cristo non è frutto di una nostra iniziativa, né deriva dal fatto che la nostra intelligenza risulti così profonda ed acuta da intendere la sapienza celeste contenuta nell’Evangelo; è invece frutto di una grazia divina … che vince la nostra natura. Il problema aperto è questo: tale grazia è comune a tutti oppure no? La Sacra Scrittura afferma che Dio dà il suo Spirito Santo a chi vuole e queste persone sono illuminate dal Figlio suo… dunque l’origine della fede deve essere cercata più in alto, in una motivazione più nascosta, e cioè nell’elezione di Dio, gratuita, in base alla quale egli elegge a salvezza coloro che vuole».

Questa tesi è confutata sulla base di Efesini 1,4-5. Da questo testo risulta chiaramente che la fede è dono di Dio che deriva dalla scelta da lui compiuta prima della creazione.

«Da una parte stanno le opere, dall’altra il proponimento di Dio… la deliberazione che ha preso scegliendoci per sé senza alcun riferimento a ciò che è in noi e senza essere attratto o mosso a nostro favore da qualcosa di nostro. È dunque chiaro che la fede deriva unicamente dall’elezione di Dio, dal fatto cioè che egli illumina coloro che aveva scelto per sua grazia prima della creazione del mondo».

Dal testo di Romani 8,28-29 Calvino può dire:

«Si parla di “proponimento di Dio… egli infatti chiama anche gli increduli, ma questa vocazione non è sufficiente a convertirli. Non tocca il loro cuore… quando ci chiama però secondo il suo proponimento e ci conduce a sé questo deriva dal fatto che Dio ci ha eletti».

Poi, Calvino, prende in esame anche Romani 9,10ss e conclude:

«Dio ci ha eletti, non solo prima che lo conoscessimo, ma prima che il mondo fosse creato e ci ha eletti gratuitamente in virtù della sua bontà e senza cercare altre motivazioni; egli ha preso tale deliberazione in se stesso e dobbiamo prenderne coscienza»

Rendere gloria a Dio è il senso della dottrina della predestinazione, perché questo avvenga occorre che l’uomo sia «domato» nel suo orgoglio e presunzione di essere soggetto responsabile della propria salvezza, di poterne disporre e di poterla realizzare.

«Dio vuole mettere alla prova la nostra umiltà. È vero che la Scrittura mira a questo, ma non vi è dottrina più atta di questa a condurre gli uomini all’umiltà per il fatto che ci fa prendere coscienza che Dio ci ha eletti per sua bontà gratuita e in base unicamente al suo beneplacido».

Ma se Dio ci elegge, perché non lo fa con tutti? Calvino si appella alla maestà di Dio che è inconoscibile.

In realtà, Calvino non avrebbe mai voluto inoltrarsi all’interno del tema della predestinazione che arrivò a definire decretum horribile. Non avrebbe mai voluto entrare in un labirinto in cui avrebbe potuto non più uscirne, essere in pericolo di cadere in errore. Ma doveva farlo perché si avvicinava nella cultura europea un nuovo spirito che lo spaventava enormemente. Si trattava della nuova concezione dell’essere umano che prende in mano il proprio destino. Questo pensiero introduceva un malinteso e cioè che la salvezza dipenda dalla nostra libertà e non dalla decisione di Dio, che i singoli individui decidano con il proprio arbitrio una delle due sorti: alcuni credono all’Evangelo e altri rimangono increduli. Il malinteso si annidava nel credere che la salvezza non è dovuta all’elezione gratuita di Dio o al suo misterioso decreto, ma soltanto alla decisione privata di ciascuno.

Calvino reagì energicamente sostenendo che in noi non troviamo nessuna certezza della nostra elezione. Fu proprio il malinteso dell’autodeterminazione delle persone rispetto alla salvezza o alla dannazione che costrinse Calvino a parlare della «eterna predestinazione di Dio».

Calvino iniziava a capire che nella modernità si preparava una ricerca di autonomia degli esseri umani che era anche pretesa emancipazione di fronte a Dio. Ma il compito della teologia cristiana, per Calvino era quello di accentuare l’iniziativa di Dio nel rapporto con gli esseri umani. Infatti, non è l’essere umano a precedere la grazia, ma è questa a precedere sempre l’essere umano.

Sia per Lutero che per Calvino, la predestinazione è il superamento di tutti i dubbi e le incertezze nell’affermazione che ogni iniziativa per la salvezza appartiene solo a Dio, Egli agisce, l’uomo crede. Da ora in poi la predestinazione non sarà la dottrina che dice chi è Dio, ma ne inquadra l’onnipotenza e la grandezza. Essa diventa un fatto di coscienza, più che questione  teologica.

Karl Barth: Dio sceglie di amare

 Karl Barth tratta il tema dell’«elezione gratuita» nel volume II/2 della sua Dogmatica ecclesiale. Tratta il tema dellapredestinazione non più in riferimento alla salvezza, come si era fatto dalla Riforma in poi, ma lo inserisce nel capitolo suDio, dopo la Trinità e prima della creazione. Per Barth, l’elezione è un problema che riguarda Dio e non l’uomo. Ritiene sia un errore credere che la dottrina della predestinazione sia la dottrina dei predestinati, anziché la dottrina di Dio che «predestina»; Barth ritiene sia un errore fare della predestinazione una dottrina antropologica perché la ritiene solo teologica.

Per Barth, parlare dell’elezione di Dio come di un essere supremo che elegge in virtù della sua libertà, significa parlare nondel Dio biblico; l’elezione non è infatti la decisione oscura, insindacabile di una divinità misteriosa che resta avvolta nell’oscurità, ma è l’atto di amore di Dio che riconcilia con sé l’umanità.

«La dottrina dell’elezione deve insegnarci anzitutto che Dio ha scelto di volgersi verso la sua creatura, decidendo di essere per lei un amico e un benefattore. Questa è la sostanza dell’elezione. L’annunzio di questa decisione divina è dunque, una buona novella…»

L’elezione quindi esprime il mistero di Dio nella sua realtà più profonda, esprime il fatto che Dio può qualificarsi soltanto come colui che ama e che elegge.

La scelta di Dio fondamentale consiste nell’essere liberamente ciò che è: amore, non per sé… Dio sceglie di amare, liberamente… per essere amato lui stesso, liberamente, volontariamente dalla sua creatura.

Dio è quindi amore e grazia, parlare dell’amore di Dio e della riconciliazione significa però parlare di Gesù Cristo, egli rappresenta la garanzia della nostra elezione.

La predestinazione divina è l’elezione di Gesù Cristo… Nel termine elezione sono contenuti due fatti: eleggere ed essere eletto. Parlare di Gesù Cristo, implica parlare di una doppia realtà: Gesù vero Dio e vero uomo. Questo significa che… il dogma della predestinazione deve essere definito mediante queste due tesi: Gesù Cristo è Dio che elegge, Gesù Cristo è l’uomo eletto.

In quanto Dio, Gesù Cristo ha una funzione attiva: quella di eleggere…

In quanto uomo, Gesù Cristo ha una funzione passiva: quella di essere eletto… è il Figlio di Dio eletto nella sua unità con l’uomo per adempiere il patto di Dio con l’uomo…

Gesù Cristo ci fa conoscere e ci rappresenta la nostra elezione: ci rivela che la nostra elezione è compiuta da lui in virtù della sua volontà.

Noi conosciamo Dio solo in Cristo, non ci sono altri modi in cui Dio si sia rivelato a noi. Gesù, dunque, è colui che elegge.

Gesù è però anche l’uomo eletto. Lo è anzitutto perché ha risposto all’elezione divina, questo dimostra che l’opera di Dio non è meccanicaautoritaria, ma richiede una nostra risposta. Ogni nostra risposta alla vocazione e all’elezione è l’eco della risposta obbediente che Gesù ha dato. Nella vita di Gesù è stata manifestata non solo la grazia divina, ma anche la condanna sul peccato.

Gesù non è eletto in sé, ma per noi tutti, non in favore suo ma dell’uomo.

Dio condanna, ma a portare la sua sentenza non è l’uomo peccatore bensì Cristo, cioè Dio stesso.

Per Karl Barth, tutto, nella fede cristiana, non può che essere ricollegato a Gesù Cristo. Dunque nella rivelazione di Gesù Cristo il mistero diventa trasparente, diventa messaggio; la predestinazione non è un rebus da risolvere, ma è un annunzio da accogliere.

Il duplice aspetto della rivelazione

Esiste certo un duplice aspetto della rivelazione di Dio: la grazia e il giudizio, la salvezza e la condanna, ma questi due aspetti non sono oggettivati in due categorie di uomini; i «salvati» e i «dannati». L’amore e la giustizia di Dio sono presenti, reali, attivi, ma uniti in Gesù Cristo; egli è l’uomo eletto, ma anche l’uomo reietto, è colui in cui si è manifestata la grazia e nello stesso tempo è colui in cui si è attuata la condanna.

Giustamente si è sempre visto nella predestinazione un duplice aspetto e si è parlato di elezione e condanna, di salvezza e perdizione, di vita e d morte; possiamo dire che nell’elezione di Gesù Cristo, Dio ha destinato il , cioè la vita, la salvezza all’uomo e ha riservato per sé il NO, cioè la condanna e la morte.

La predestinazione di Cristo, e di conseguenza la nostra in lui, diventa vocazione a vivere, a credere, a rispondere alla chiamata dell’amore di Dio. Per Barth l’elezione non concerne in primo luogo il singolo individuo, ma la comunità.

La comunità non è eletta per se stessa…, è stata scelta nel mondo per rendergli il servizio di cui ha maggiormente bisogno: la testimonianza a  Gesù Cristo.

La predestinazione è una dottrina che espone un pensiero limite. Innanzitutto esprime sempre, in modo inequivocabile lasignoria di Dio e la libertà del suo intervento nella storia. È pensiero limite nel senso che porta il ragionamento all’estremo, esclude le mezze tinte, non tiene conto delle sfumature, non è conciliante, ma radicale.

Come abbiamo visto finora, la predestinazione non è sempre stata letta ed espressa allo stesso modo. In Agostino si tratta della salvezza di un nucleo credente dalla massa di perduti, in Calvino è l’incrollabile certezza della presenza attiva di Dio, in Barth è la centralità della persona di Gesù Cristo.

Si può dunque affermare che non esiste una dottrina della predestinazione in sé, sempre eguale, statica, che si trasmette di generazione in generazione; esiste invece una impostazione del discorso cristiano che deve essere ripreso e reimpostato ad ogni generazione.

Predestinazione e rivelazione

 Una impostazione cristiana del problema

Che significa per i credenti di oggi parlare della predestinazione? Come esprimerla in termini comprensibili alla nostra fede?

Per proseguire la nostra riflessione, innanzitutto bisogna sostenere la seguente tesi:

La predestinazione non è un problema filosofico,

ma una espressione di vita religiosa.

Il problema non si risolve in termini di ragionamento e di logica. Con la logica ci siamo immessi in un dilemma senza soluzione: se la predestinazione è una scelta divina assoluta, l’uomo non è libero di scegliere e diventa un burattino nelle mani di Dio. Al contrario, se ammettiamo la libertà decisionale dell’uomo ci troviamo a negare l’onnipotenza di Dio dal momento che l’uomo deciderebbe anche contro la divina volontà.

Destino e fatalismo

Un grosso equivoco sta alla base della seguente concezione comune: il termine «pre-destinazione» è identificato con l’idea del destino.

Seconda tesi:

La predestinazione esprime un pensiero religioso assolutamente diverso da quello del destino.

Che cos’è il destino? «Il susseguirsi degli eventi considerato come predeterminato, immutabile e indipendente dalla volontà umana». Una sorta di filosofia dell’inevitabile, di un susseguirsi meccanico degli eventi della vita in cui l’uomo non ha alcuna influenza.

Negli antichi, greci e latini, il destino è inteso come «sorte», l’insieme delle esperienze e degli avvenimenti che caratterizzano la nostra vita. La raffigurazione ingenua della vita venne profondamente trasformata quando entrò nell’uso comune una nuova parola: il fatoil destino, la Tyche dei greci, il Fatum dei latini.

Un ruolo determinante in questa evoluzione l’ebbero le religioni orientali con il loro elemento caratteristico dell’astronomia. I Caldei hanno, per primi, concepito l’idea di una necessità inflessibile che domina l’universo, osservando la legge immutabile che regolava il movimento dei corpi celesti.

La Fortuna, la Tyche, venne divinizzata e considerata la padrona dei mortali e degli immortali (gli dèi) a cui non si poteva opporre alcuna resistenza. Il destino divenne perfino superiore agli dèi stessi. Negli astri sta scritto il destino della vita di ognuno, il principio imposto dall’astrologia fu quello del fatalismo. Man mano che l’idea della fatalità si impose e si diffuse, il peso di questa teoria disperante oppresse sempre più le coscienze.

L’uomo si sentì dominato da forze cieche che lo trascinavano con quella stessa incapacità a resistergli con cui facevano muovere le sfere celesti.

Questa reazione al peso del destino trovò nell’antichità espressioni diverse. Non è un caso che, con l’affermarsi deldestino, cresca anche, nel primo secolo a.C., la diffusione delle sètte, riti, misteri che garantivano una liberazione dal peso del destino e dalle sue ferree leggi.

Il termine «salvezza» entra in questo tempo nell’uso ad indicare la possibilità di sottrarsi al condizionamento della propria vita e morte in virtù dell’intervento di un dio salvatore, cioè liberatore. La superstizione si affianca alla religione con il diffondersi degli amuleti, oroscopi e riti magici.

La predestinazione nel quadro della rivelazione

Terza tesi:

La predestinazione è una specifica espressione della fede cristiana che va collocata nel quadro della rivelazione biblica.

Sul tema dell’elezione, abbiamo riscontrato in Paolo l’idea guida dell’atto di amore di Dio, atto di grazia verso il suo popolo. Il concetto è quello di una scelta libera di Dio:è una scelta gratuita, senza condizioni, senza spiegazioni da parte di Dio.

La predestinazione non è una proiezione verso il futuro, verso la fine del mondo, ma è attuale nell’oggi; la predestinazione va riferita all’opera di Cristo e alla persona di Cristo stesso.

Il legame fra predestinazione e Gesù Cristo deve condizionare in modo assoluto il problema. Tutto quello che si può dire dell’elezione deve essere visto in chiave cristologica.

Soggetto dell’elezione è Dio. La predestinazione non è la decisione oscura, impenetrabile di una divinità che non rivela i suoi intendimenti. Dunque ci sono due modi intendere la questione: una è costituita dalla libertà dell’amore di Dio, l’altra  dall’arbitraria decisione di una onnipotenza allo stato puro.

Quest’ultima presenta Dio come un tiranno capriccioso, non il Dio della grazia, ma il detentore di un potere che si adora nel terrore.

Ma non è necessario fare di Dio un mistero di tenebre impenetrabili.

Il Dio che ci elegge e ci predestina non è una divinità misteriosa, ma è il Dio che ha rivelato il suo programma di vita e di libertà nell’opera di Gesù Cristo, quel Dio che la prima comunità di discepoli ha chiamato Padre. Si tratta del Dio delleparabole evangeliche che conosce tutto di noi (anche il numero dei capelli) e fa alzare il suo sole ogni mattina e si ricorda dell’ultimo bambino, quello è il Dio della predestinazione.

Ogni qualvolta la teologia cristiana ha dimenticato questo si è smarrita nei labirinti tenebrosi.

Certo il Dio di Gesù Cristo sceglie, e nella sua scelta è libero e sovrano, ma cosa esprime questa scelta? Ogni nostro incontro, ogni dialogo, ogni dono è, nella sua sostanza, frutto di una scelta, di una elezione, è espressione di una libertà che è amore.

Ogni comunicazione che stabilisco con un altro uomo è un gesto di scelta gratuito; questo gesto di Dio si chiama elezione o predestinazione.

La Predestinazione come grazia storia e annuncio

 La grazia nella storia

L’idea di predestinazione come sorta di teatro delle marionette, in cui Dio dal cielo fa ballare gli umani come burattini, può essere superata solo con il riferimento alla grazia di Dio.

La teologia cattolica ha cercato di correggere questa idea errata di Dio introducendo il pensiero della libertà dell’essere umano. Ha spiegato che Dio non è un burattinaio perché le sue decisioni sono relativizzate dalle scelte dei credenti, ma così facendo ha creduto di risolvere il problema dei due estremismi: i pelagiani da un lato e i riformati dall’altro. In realtà non è combinando la volontà di Dio con quella umana che si esprime il carattere dialettico della predestinazione, essa invece va inquadrata come una espressione della relazione d’amore di Dio.

Il momento dell’elezione

La centralità di Cristo non può scomparire. Non si può parlare di predestinazione senza parlare di Cristo. Infatti, noi sappiamo di essere eletti da Dio e amati solo all’interno dell’opera di Gesù Cristo; senza Cristo questo non potrebbe accadere. Gesù è la rivelazione di Dio, egli è «la via, la verità e la vita» anche per quanto riguarda il mistero della nostra elezione.

Gesù Cristo è il riferimento dei credenti, in lui abbiamo la certezza di essere nelle mani di Dio, di avere la garanzia della nostra esistenza e la comunione con lui. Perciò l’apostolo Paolo può dire: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione…?».

Per Karl Barth, tutto ciò non significa che noi possiamo vedere, in Gesù, rappresentato l’amore di Dio; noi non vediamo in Cristo la prova dell’amore e della misericordia di Dio, ma è la persona stessa di Gesù che racchiude il mistero della predestinazione. Cristo non è solo lo specchio su cui vedere riflesso il disegno di Dio; Cristo è colui in cui tutto avviene, è colui in cui ogni decisione è presa e attuata; è Cristo stesso la decisione, l’unica, eterna.

In sostanza, non vi sono livelli diversi: Dio da una parte e Gesù dall’altra; non vi è cioè la volontà di Dio che elegge l’uomo e poi Gesù che annuncia questa elezione. Gesù non è solo colui che porta una comunicazione da parte di Dio, non è il messaggero della predestinazione. Gesù è l’autore della predestinazione, egli è la possibilità, la garanzia, il fine. Senza Gesù Cristo non ci sarebbe né elezione, né predestinazione; l’uomo cercherebbe ancora il senso della sua vita nella sottomissione al destino e  nella superstizione.

In genere, il problema della predestinazione è posto in termini individuali: è in gioco la volontà di Dio e la mia persona, lamia salvezza o la mia dannazione: sarò eletto o dannato? È cioè il mio destino che diventa il centro della questione, il punto focale del problema. In realtà la salvezza, perciò la predestinazione, non è un problema individuale, ma universale, non è una scelta di singoli, ma un piano generale, un programma realizzato nella storia. Per questo la predicazione degli apostoli mantiene il concetto di “elezione” presente nell’Antico Testamento.

Questo significa che la predestinazione, in primo luogo, non va considerata come il fatto che Dio sceglie dei singoli individui, ma come il fatto che Dio offre all’umanità il perdono e la salvezza.

La realtà della predestinazione

La predestinazione spesso la si intende come il fatto di essere destinati alla salvezza o alla dannazione eterna.

In realtà i testi di Romani 8 ed Efesini 1 esprimono un concetto diverso e cioè che la realtà a cui siamo destinati non è un generico destino dopo la morte, una sorta di grazia proiettata nell’eternità, ma altro; infatti è detto così:

«Predestinati ad essere conformi all’immagine del suo figlio, onde sia il primogenito fra molti fratelli» (Romani 8,29).

«Avendoci predestinati ad essere adottati per mezzo di Gesù Cristo, come suoi figli» (Efesini 1,5)

In questi testi, Gesù viene presentato come il termine finale dell’elezione; la predestinazione di cui siamo oggetto mira a renderci fratelli in Cristo, cioè a essere sua «immagine».

Dobbiamo domandarci in che cosa consiste questa «immagine». Calvino riteneva che Gesù Cristo viene proposto alla nostra imitazione, noi dobbiamo diventare come Cristo assumendo la vocazione del discepolato che comporta disciplina, rinuncia e martirio, sottometterci a portare la croce.

Ma il concetto dell’immagine di Cristo è più profondo.

Il dio di questo mondo ha accecato le menti [degli increduli], affinché non risplenda loro la luce del vangelo della gloria di Cristo, che è l’immagine di Dio (II Corinzi 4,4).

Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura (Colossesi 1,13-15).

Nella teologia di Paolo, Gesù non è mai visto in sé e per sé, ma sempre in riferimento a noi, alla salvezza, perciò il fatto che egli sia definito come immagine di Dio, coinvolge anche i credenti.

Karl Barth dice:

Dio ha fatto e voluto gli uomini a sua immagine, cioè all’immagine del Figlio suo. Dall’eternità ha pensato agli uomini così come dall’eternità ha voluto dinanzi a sé l’immagine del proprio Figlio, ed è questo che ha determinato la loro esistenza nel tempo. In virtù dell’amore con cui egli ama il Figlio suo, gli uomini sono predestinati ad essere suoi figli.

Vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato (Colossesi 3,10).

E come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste (1 Corinzi 15,49).

In questi testi è evidente che l’uomo, tratto dalla terra, è terreno, mentre Cristo è «celeste», del cielo. Cristo è l’uomo della rivelazione. I credenti sono immagine di Adamo perché umani, ma sono immagine di Cristo perché integrati nel piano di salvezza di Dio. In questo modo essi possono essere rinnovati fino a riprendere l’immagine originaria dell’uomo, come Dio l’ha voluta. Diventare immagine di Cristo significa essere destinati a diventare uomini nuovi in Cristo.

In questo modo, i cristiani diventano partecipi dell’immagine di Dio apparsa in Cristo, è così che prendono la “forma di Cristo”.

All’uomo peccatore, immagine di Dio offuscata dal peccato, Dio contrappone una nuova creatura in cui la sua immagine è ricomposta; al vecchio uomo egli contrappone l’uomo nuovo.

Questa è la scelta di Dio, di una nuova umanità, questo è il nostro destino.

La predestinazione come storia

Dunque lo scopo della predestinazione è permettere che l’immagine di Dio, offuscata dal peccato, sia ricomposta nel nuovo uomo che può rispecchiarsi in Gesù Cristo.

Ma quando l’apostolo Paolo parla di questa immagine di Cristo a cui siamo destinati, pensa al tempo presente, storico o all’eternità?

Per Paolo il problema non si pone, perché non vi è alternativa tra presente e futuro: la vita del presente è già un’anticipazione, una prefigurazione al tempo della comunione con Dio. Per Paolo, noi siamo chiamati, qui e ora, in questa vita, a realizzare questa immagine. La piena umanità è ciò che deve emergere dalla nostra realtà di persone umane, fin da ora nel nostro tempo.

Così, la predestinazione non è un avvenimento che si colloca nella preistoria quando ancora non c’era nulla, ma nella storia umana. Non è neppure un destino ultraterreno, ma una realtà da vivere nel presente. In Cristo, oggi il nostro destino si realizza. Esso riguarda le nostre scelte e le nostre impostazioni di vita, più che al futuro lontano, guarda all’oggi.

La predestinazione esprime il nostro essere, ma soprattutto il nostro dover essere. Da una parte vi è la decisione di Dio, la scelta di Dio, dall’altra vi è tutta la realtà da costruire, c’è l’immagine di Cristo che deve essere attuata, c’è un cammino di vita sul quale camminare. In questo senso, la predestinazione è una dottrina «pratica» e non speculativa, riguarda la vita di ogni giorno. È la soluzione all’incertezza del domani, al dubbio della propria vita, agli interrogativi della propria capacità di perseverare nella prova. La predestinazione ha insegnato a vivere e a operare perché, spostando su Dio la certezza dell’elezione, ha dato ai credenti la libertà di fare guardando, così, al futuro.

La predestinazione come annunzio

La predestinazione è grazia di Dio che dà senso alla mia vita. È un messaggio che si accoglie e che si vive. È annunzio non filosofia. Questo significa che nella predicazione si può percepire la realtà della predestinazione.

È l’annuncio dell’Evangelo che cambia la mia vita provocando in me la fede. La coscienza della mia elezione, della mia salvezza, nasce dal messaggio della Parola di Dio. Per questo, nelle chiese protestanti, la predicazione è stata collocata al centro della vita cristiana, in sostituzione del sacramento. Una coscientizzazione sul problema della salvezza non può avvenire mediante il gesto sacramentale che è muto anche se comunica, secondo la dottrina cattolica, la grazia; questo può essere fatto solo dall’annuncio esplicito.

La predestinazione non è una teoria sul governo del mondo da parte di Dio, ma è una interpretazione di ciò che io sonoquando ascolto l’Evangelo. Nell’ascolto io sono eletto (Conzelmann).

Devo ricevere l’annunzio di chi sono io, come sono, qual è la realtà della mia esistenza, il mio «destino». Però, l’annunzio e l’ascolto sono momenti distinti, fra predicazione e fede c’è un passaggio che si può esprimere in termini biblici:predestinazione ed elezione.

«Predestinazione» esprime l’aspetto oggettivo della grazia, mette in luce il fatto che la mia umanità è determinata dalla scelta di Dio, compiuta prima di ogni mia scelta.

«Elezione» sottolinea l’aspetto soggettivo: sono eletto nel momento in cui questa realtà mi coinvolge, si rivolge a me: quando prendo coscienza della mia predestinazione e l’accetto essa diventa per me elezione. La predestinazione non è un possesso, è grazia di Dio che deve essermi costantemente annunziata; deve essere riscoperta ogni giorno, nell’impegno di vita, nella santificazione.

L’oggetto della predestinazione

Chi sono gli eletti? Sono solo i credenti o tutti?

Il non eletto è un reprobo, un condannato?

No, il reprobo è soltanto Gesù Cristo, in quanto è il solo uomo su cui si sia effettuato il giudizio di condanna divino, è il condannato per i peccati; la reiezione esiste, è il giudizio di Dio, la condanna, la maledizione, il rifiuto da parte di Dio di accettare il peccato umano.

Predestinati sono tutti gli uomini in quanto la salvezza è stata annunziata a tutti, ma eletti sono coloro che ne hanno preso coscienza. I non eletti sono coloro che sono stati predestinati, ma non ancora eletti, che non hanno, cioè, ancora preso coscienza della propria destinazione, che non hanno ancora scoperto di essere destinati a diventare immagine di Gesù Cristo.

La predicazione è dunque il solo mezzo per comunicare e rinnovare l’elezione.

Come può accadere però che, malgrado la predicazione, vi siano persone che non accolgono la loro elezione?

Questo è il problema della fede, dello Spirito Santo, non della predestinazione. L’incredulo non è uno che non crede, ma uno che non crede ancora; la possibilità di scoprire il messaggio dell’Evangelo resta aperta dinanzi a lui fino il termine della sua vita.

La dialettica non è fra due categorie di uomini: eletti-reietti, ma è nella storia fra eletti e non ancora eletti.

LA PREDESTINAZIONE NELLA BIBBIA E NELLA STORIAultima modifica: 2017-01-24T20:41:29+01:00da mikeplato
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