La Matrix di Bostrom

di Mike Plato

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Nel 2003, il filosofo svedese Nick Bostrom scriveva l’articolo Vivete in una Simulazione? (Philosophical Quarterly). Bostrom ha fatto frequenti apparizioni su diversi media, occupandosi soprattutto di tematiche pertinenti al transumanesimo e ad argomenti ad esso collegati quali la clonazione, l’intelligenza artificiale, la superintelligenza, la possibilità di trasferimento della coscienza su supporti tecnologici, le nanotecnologie e le tesi sulla realtà simulata. È noto in particolare per essere sostenitore di una tesi secondo la quale sarebbero probabilisticamente rilevanti le probabilità che la specie umana viva all’interno di una realtà simulata, creata da eventuali esseri intelligenti al di fuori di essa. Questa tesi, descritta e dimostrata ampiamente nell’articolo citato, può essere vista come una comune ipotesi scettica portata ai limiti estremi del ragionamento, tuttavia gli argomenti portati da Bostrom a favore della sua possibilità sembrano originali nel panorama filosofico occidentale. L’idea che la realtà nella quale viviamo sia una sorta di illusione o allucinazione collettiva è in realtà molto antica, e con diverse sfumature concettuali ha attraversato più volte il mondo culturale sia filosoficoche religioso umano tanto in Occidente quanto in Oriente. In Occidente, questa tesi trova un suo primo esponente storico in Platone con il mito della caverna, descritto ne La Repubblica, mito da legare assolutamente con la caverna omerica di Odissea in cui si infilano Ulisse e i suoi. Il pericolo non è solo la caverna in sè, ovvero l’illusione cosmica, ma ancor più chi al suo interno la fa da padrone: nel caso specifico, il Ciclope mangiauomini. Ma in entrambi, gli uomini sono intrappolati e urge esodarne, come gli israeliti dall’Egitto, simbolo dell’illusione cosmica per gli gnostici. Nel mito platonico, la caverna sarebbe l’universo materiale che proietta l’ombra delle idee eterne, l’ombra della verità. Alle spalle dei prigionieri è acceso un enorme fuoco e, tra il fuoco ed i prigionieri, corre una strada rialzata. Lungo questa strada è stato eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attrarrebbe l’attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un’eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro. Mentre un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall’infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, animali, piante e persone reali. Di fatto, una moderna sala cinematografica sembra essere proprio una rappresentazione concreta della caverna platonica: sala oscura, fonte di luce che proietta le ombre delle idee, prigionieri voltati verso lo schermo-muro. L’analisi di Platone volge persino verso un modello bodhisattvico. Egli afferma che un liberato dalla Caverna può pure provare compassione compassione per i suoi fratelli ancora dormienti e soggiogati dall’illusione, e può decidere di ritornare nella caverna, riprendendosi col tempo la consapevolezza e aiutando gli altri a liberarsi. Ma dice Platone, conoscendo bene l’archetipo: “e chi tentasse di liberarli e di portarli su, se mai potessero afferrarlo con le loro mani, non lo ucciderebbero?”. Per dirla alla Bostrom, l’uomo comprende di essere in una simulazione, ritorna al mondo vero, poi decide di rientrare nella simulazione, dimenticando ma poi rimembrando, e tentando di aiutare chi può. Plotino, il più celebre dei neoplatonici, in Enneadi II,5,5 afferma che “la materia è un fantasma in atto, unamenzogna in atto, una vera menzogna o meglio il reale non-essere”. Pur non raggiungendo le estremizzazioni degli gnostici, con cui era in polemica, Plotino finiva per avvicinarsi alle loro posizioni affermando, seppur in modo gentile, che la materia è il male, ma non perchè essa trattenga le anime. Successivamente sarà il neoplatonico Porfirio (232 a.C.) a trattare il tema attraverso l’opera L’Antro delle Ninfe, ovvero l’universo delle anime addormentate nella materia: il mondo della generazione, il divenire. Ma l’Antro è anche luogo sacro, perchè qui le anime possono e devono ridestarsi aderendo all’intelletto divino. Fin qui i neoplatonici, che rimangono ancora legati al classico principio greco “Dio e il Mondo”, pur non giungendo a dire “Dio è il mondo” come vorrebbe certa filosofia buonista newage attuale. Il Corpo Ermetico (Pimandro e Asclepio soprattutto), la bibbia dell’Ermetismo alessandrino, si pone a mezza via tra il neoplatonismo e lo gnosticismo. L’ermetismo afferma che la Luce è verità, e la materia (la Natura) è illusione. La Natura attira a sè il primo Uomo, lo abbraccia e lo porta in sè, facendolo cadere. In questo modo, l’uomo assume doppia natura: mortale nel corpo, immortale nel Nous, ma nel complesso si fa schiavo di Heimarmene (Universo della Necessità), il modo in cui gli ermetisti definivano la Matrix di Bostrom. In un motivo comune a certi catechismi gnostici presenti in particolare nelle Apocalissi, il Pimandro insegna che il decaduto può salvarsi ascendendo per le sette sfere planetarie (gli Arconti della gnosi), rilasciando ad ognuna di esse le vesti ricevute in discesa. Egli rientra in Dio e diviene Dio. Naturalmente, una simile visione suggerisce una natura illusoria della realtà materiale, in contrapposizione alla natura immortale dell’uomo. Il concetto di Heimarmene, inteso come “realtà necessitata”, allude ad una rigida programmazione delle anime nella materia nonché dell’ambientazione in cui queste anime cadute vengono ad agire. In sostanza, Heimarmene può certamente essere assimilata ad una rigida programmazione simulata di natura informatico-matematica. Gli gnostici, e per certi versi anche i protocristiani, faranno un passo in più: diranno che il mondo è il male, che la materia è inganno ancor più che illusione di per sè (il che implica il sospetto di subcreatori che generino per interesse una realtà simulata), e che il Dio più alto è totalmente estraneo al regno degli Arconti planetari-universali. Per la Magia rinascimentale, il mondo è pura immaginazione. Schopenhauer, invece, riprende da Kant i concetti di fenomeno e noumeno, e dal Buddhismo il concetto di Illusione. Il fenomeno è il prodotto della nostra coscienza, è il mondo come ci appare; mentre il noumeno è la cosa in sé, fondamento ed essenza vera del mondo. Il fenomeno materiale è dunque per Schopenhauer solo parvenza, illusione, sogno: tra noi e la vera realtà è come se vi fosse uno schermo che ce la fa vedere distorta e non come essa è veramente: il velo di Maya di cui parla la filosofia indiana, alla quale Schopenhauer spesso si rifà, pur cogliendone e accettandone solo l’aspetto pessimistico. Il neo-gnosticoe scrittore di sci-fiction Philip Dick, giungerà a definire questo universo: “Nera Prigione di Ferro” o “Impero”. E nel punto 14 del suo Tractatus Cryptica Scriptura, Dick, senza volerlo, si lega a Bostrom: «L’universo è informazione e noi tutti siamo stazionari all’interno di esso, non tridimensionali e non nello spazio o nel tempo. L’informazione a noi fornita la ipostatizziamo come mondo fenomenico ». In sostanza, Dick allude all’universo sensibile (spaziotempo) come ad una simulazione informatica. La fisica quantistica, già da inizio novecento, scopre che il mattone della materia è una vibrazione, un’onda; che la materia è solo pura percezione, ma non esiste. In Oriente, in particolare nella riflessione filosofica tradizionale indiana, l’ipotesi che la realtà sia una proiezione della mente è presente nella sua più estrema rappresentazione nella filosofia dell’Advaita Vedanta, e trae origine dalla speculazione psicologica, cosmogonica e teologica sulle Upanishad indù. Le speculazioni induiste contrapponevano nettamente il Purusha (l’uomo essenza, la verità) alla Prakrti (la Natura materiale, illusiva).

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La teoria della simulazione di Bostrom non tiene conto del valore simbolico della realtà, e non ha alcuna implicazione teologica. Si limita a descrivere la sua possibile natura di simulazione su un piano prospettico-scientifico. Bostrom sostiene che ci sarebbero ragioni empiriche per le quali l’ipotesi simulazione potrebbe avere validità. Se è possibile simulare virtualmente interi pianeti popolati o addirittura interi universi per mezzo di un computer, ipotizzando esseri intelligenti e dotati di coscienza che popolino questi mondi virtuali, allora il numero di tali simulazioni, verosimilmente create da una qualsiasi civiltà che sia sufficientemente avanzata, rende estremamente probabile statisticamente il fatto che noi esseri umani stiamo effettivamente vivendo all’interno di una realtà simulata. Involontariamente, Bostrom applica il noto principio ermetico del “come nel piccolo così nel grande, come nel visibile così nell’invisibile”. È importante tenere conto che gli argomenti portati da Bostrom, a favore di una probabile simulazione di realtà all’interno della quale vivremmo, non presuppongono necessariamente che anche le coscienze degli esseri viventi programmatori non siano anch’esse parte della presunta “illusione”, e che non ne siano persino dominatori. Peraltro, tali argomenti ammetterebbero una situazione non dissimile da quanto accade nel film Matrix ove, pur essendo gli esseri umani oggettivamente reali, questi si trovano a vivere, agire e muoversi all’interno di un universo costruito attraverso una simulazione virtuale di realtà che tuttavia essi ritengono vera, oggettiva e concreta nella percezione che hanno di essa attraverso i propri sensi. Sul piano logico, non è peraltro preclusa a priori la possibilità da parte di esseri intelligenti viventi all’interno della simulazione, accorgersi di eventuali falle, errori di programmazione informatica o anomalie all’interno della stessa. Ma scendiamo nel dettaglio della costruzione del filosofo svedese. Bostrom introduce la sua ipotesi sostenendo che almeno una delle seguenti proposizioni è vera: 1) nessuna civiltà raggiungerà mai un livello di maturità tecnologica in grado di creare realtà simulate; 2) nessuna civiltà che abbia raggiunto uno status tecnologico sufficientemente avanzato produrrà una realtà simulata pur potendolo fare, per una qualsiasi ragione, come l’uso della potenza di calcolo per compiti diversi dalla simulazione virtuale, oppure per considerazioni di ordine etico, ritenendo ad esempio immorale l’utilizzo di soggetti tenuti “prigionieri” all’interno di realtà simulate ecc.; 3) tutti i soggetti con il nostro genere di esperienze stanno vivendo all’interno di una simulazione in atto. Determinando così il seguente teorema: “Se si pensa che gli argomenti (1) e (2) siano entrambi probabilisticamente falsi, si dovrebbe allora accettare come altamente probabile l’argomento (3)”. Molte opere di fantascienza, e alcune previsioni di tecnici e futurologi seri, prevedono che in futuro saranno disponibili enormi quantità di potenza di calcolo. Una cosa che le generazioni successive potrebbero fare con i loro computer super-potenti è eseguire simulazioni dettagliate di segmenti di storia passata. Allora potrebbe essere che la stragrande maggioranza delle menti come la nostra non appartengano alla razza umana originale, ma piuttosto alle persone simulate dai discendenti della razza originale. È quindi possibile sostenere che, se questo fosse il caso, stiamo probabilmente vivendo tra menti simulate piuttosto che tra quelle biologiche originali.

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Pertanto, se non pensiamo di vivere in una simulazione al computer, non siamo capaci di credere che avremo discendenti che genereranno tali simulazioni dei loro antenati. Bo strom afferma che la mente non dipenda dalla materia carnale, ma che possa essere replicata da un sistema computazionale estremamente potente. Si può anche pensare che l’indipendenza dal substrato fisico non sia un’ipotesi reale, tuttavia è reale il fatto che un computer dalle gigantesche capacità di calcolo possa replicare il funzionamento della mente, con i suoi milioni di calcoli: possa cioè generare una coscienza. Al nostro attuale stadio di sviluppo tecnologico, non abbiamo né hardware sufficientemente potente né il software necessario per creare la mente conscia nei computer. Ma è possibile ipotizzare che se il progresso tecnologico non accenni a diminuire, allora finiremo per superare queste carenze. Questo, tuttavia, non influenza l’ipotesi “viviamo in una simulazione”. Non è affatto un problema di tempo. L’argomento “simulazione” funziona altrettanto bene anche se occorrano centinaia di migliaia di anni per raggiungere una fase “post-umana” della civiltà, fase in cui l’umanità potrebbe aver acquisito la maggior parte delle capacità tecnologiche necessarie per creare complessissimi ambienti simulati abitati da esseri senzienti, governati da una rete complessa di leggi fisiche. Tale fase matura dello sviluppo tecnologico permetterà persino di generare un universo in computer enormemente potenti. E sarà necessario ricreare anche un mondo microscopico fino al subatomico, affinchè i simulati si illudano di vivere in un universo senza fine, nel macro e nel micro. Al fine di ottenere una simulazione realistica dell’esperienza umana, è necessario molto meno, ovvero solo ciò che è necessario per garantire che gli umani simulati, che interagiscono in modi normali umani con il loro ambiente simulato, non si accorgano di eventuali irregolarità. La verosimiglianza è necessaria per rendere il tutto molto credibile. Si può ipotizzare che un simulatore postumano avrebbe sufficiente potenza di calcolo per tenere traccia dei dettagli dello stato delle credenze in tutti i cervelli umani in ogni momento. Pertanto, se si osserva che un essere umano stia per fare un’osservazione del mondo microscopico, si potrebbe riempire in modo sufficientemente dettagliato la sua osservazione virtuale in base alle necessità e ingannarlo. Se si verifica un errore, il regista della simulazione (chi la controlla) potrebbe facilmente modificare gli stati di qualsiasi cervello diventati improvvisamente consapevoli di un’anomalia prima che ciò rovini la simulazione. In alternativa, il regista potrebbe saltare indietro di alcuni secondi e rieseguire la simulazione in modo da evitare il problema. Resta fermo che il principale costo computazionale nel creare simulazioni che sono indistinguibili dalla realtà fisica risieda nel simulare cervelli organici fino al livello neuronale o sub-neuronale. Al momento è difficile ipotizzare quale vincoli potrà avere la potenza di calcolo a disposizione di civiltà postumane. Ancora privi di una “teoria del tutto”, non possiamo escludere la possibilità che fenomeni fisici nuovi, non presenti nelle teorie fisiche attuali, possano essere utilizzati per superare tali vincoli. Occorre in ogni caso conoscere bene le leggi fisiche dell’universo, nel micro e nel macro, per poterle poi replicare. Una sempre maggiore esperienza con la realtà virtuale offrirà una migliore comprensione delle esigenze di calcolo per rendere tali mondi realistici ai loro visitatori (gli esseri simulati). È qui che, a parere di chi scrive, risulta evidente il limite del modello Bostrom: il filosofo svedese ipotizza che una civiltà fisica posta in un universo fisico possa imitare la propria realtà emulandola in un computer. Nei sistemi spirituali tradizionali, le creazioni sono sempre generate da un piano superiore di realtà e da un Essere o da esseri posti su un superiore grado di realtà ontologica e vibrazionale. Invece, l’ipotesi dello svedese è completamente orizzontale. Tuttavia, Bostrom dice una verità allorchè afferma: «se ci fosse una sostanziale probabilità che la nostra civiltà possa mai arrivare alla fase postumana ed eseguire simulazioni di realtà, allora potremmo mai dire che non viviamo in un tale simulazione se la civiltà simulante è già giunta a quella fase e abbia creato una simulazione, la nostra, che vive in un passato?». Bostromammette comunque che da parte di una civiltà post umana possa sorgere, in un futuro, disinteresse nella gestione delle realtà simulate e quindi nella creazione di nuove. Ma evidentemente Bostrom non ha visto il film “Il 13 piano”, ove l’interesse dei simulatori nel gestire queste simulazione sta nel fatto di poter trasferire la coscienza in un avatar e vivere come un Dio con possibilità infinite. Eppure uno dei campi di indagine di Bostrom è anche il trasfert di coscienza. Ma è in altro punto che Bostrom sembra aver visto quel film. Potrebbe essere possibile per le civiltà simulate diventare postumane. Esse possono quindi a loro volta creare una propria simulazione su potenti computer costruiti nel loro universo.

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La visione di Bostrom, seppur inserita all’interno di una visione scientifica-tecnologica per così dire di prospettiva, non è una novità. Essa ha un carattere tecnologico, e non teologico. Prevede non un Dio o degli Dei del piano di sopra che generano una realtà fittizia, ma una società avanzata a sufficienza per generare un universo fatto di bit e abitato da simulacri elettronici. Ho già scritto che nell’antichità, da Platone ai Vedantini fino agli gnostici, gli antichi saggi sapessero che il mondo sensibile è fittizio. Ma, prima di Bostrom, sul tema si sono sbizzarriti gli scrittori di fantascienza (con conseguente riflesso nel Cinema). I visionari della letteratura fantascientifica, a torto ritenuta minore, devono molto al filosofo del XVIII secolo George Berkeley, l’idealista, il quale aveva intuito che la realtà sensibile fosse un enorme simulacro: “nulla puà essere più evidente dell’esistenza di Dio, ossia di uno Spirito che è intimamente presente nelle nostre menti e produce in esse tutte le varie idee o sensazioni che continuamente ci impressionano”. Quindi per Berkeley, il mondo materiale non ha una realtà oggettiva. È solo un mondo proiettato dall’interno della coscienza. L’uomo crede di vedere, toccare, sentire, gustare, ma in realtà l’intero gioco si sta svolgendo nella sua mente. Il mondo si rivela come una mia idea, e poi come un’idea di Dio che Dio stesso imprime nella mia e in altre menti. Questo Dio Berkeleyano sembra essere l’archetipo di gran parte delle divinità fantascientifiche, a tal punto che lo scrittore Philip Dick, proprio riferendosi alle idee di Berkeley, nel romanzo L’Uomo del gioco a premi, comprende che le “parole”, che indicano i concetti, sono molto più importanti degli oggetti cui esse si riferiscono, perchè l’oggetto non è reale mentre la parola si riferisce all’idea che causa quell’oggetto: “la sostanza è un’illusione, e le parole sono più concrete degli oggetti che rappresentano”. La realtà-simulacro era un’ossessione per Dick, a tal punto da condurlo alla stesura dei Tractates Cryptica Scriptura inseriti nel romanzo di compimento “Valis”, ove sostiene che questa realtà è semplice “informazione”. Echi berkeleyani si trovano anche ne I Riti dell’Infinito di Michael Moorcock ove uno dei protagonisti esclama: “siamo tutti idee, o le nostre o quelle di qualcun altro. Io sono un’idea nelle loro menti, e sono la stessa idea nella mia mente”. Ma è certamente l’autore William Gibson, col suo Cyberspazio, ad avvicinarsi maggiormente al modello di Bostrom, già dal 1984. Per Cyberspazio si intende un universo sintetico, generato al computer, in cui un soggetto può essere proiettato e muoversi come si muove nel mondo reale. Ho scritto “si avvicina” a Bostrom, ma non è la stessa idea, perchè se da una parte Bostrom sostiene che una civiltà reale crei un universo virtuale con unità virtuali, nel cyberspazio di Gibson sono gli stessi esseri umani ad entrare nella realtà elettronica. A mio parere, l’ipotesi della realtà simulata di Bostrom non regge. Se fossimo solo bit in una simulazione elettronica, saremmo esseri totalmente illusori, inesistenti. Le rivelazioni invece ci dicono che una parte di noi (pshiche e soma) è illusoria e caduca, ma nell’interiore pulsa qualcosa di eterno, un’altra parte di noi. Ciò significa che, se pur questa realtà sia simulata, dovremmo però ammettere che qualcosa di reale vi è caduto. Dico questo perchè, se in noi non vi fosse qualcosa che viene da un’oltre, sarebbe impossibile intuire l’illusione della realtà, perchè quella parte sa che essa è illusoria. Se fossimo solo virtuali, privi di quella ontologia sottile che conosce l’inganno della realtà cd. fenomenica, saremmo semplici programmi e non avremmo alcuna possibilità di capire in che scenario ci muoviamo e siamo. E se anche una qualche unità programmata, per un caso particolare, maturasse la capacità di intuirlo, il gestore della simulazione farebbe presto a cancellarla (ovvero ucciderla nella realtà simulata), o cancellarne la memoria oppure riprogrammarla, eliminando l’anomalia. Invece assistiamo ad un fenomeno strano e pesristente di molti individui che nel corso degli ultimi 4 millenni si sono sforzati di farci capire in che mondo fittizio viviamo dopo averne avuto percezione. E poichè il fenomeno continua, dovremmo ammettere due ipotesi alternative: 1) il gestore della simulazione non riesce a controllare tutto; 2) alcuni di noi non sono semplici e pure unità programmate, e il nucleo ontologico pulsante viene da una realtà persino superiore al gestore o ai gestori della programmazione. Allora sorgerebbe una domanda: per quale motivo la simulazione? Per semplice diletto dei programmatori (costruttori) ? Per esperimento? Oppure la simulazione tende ad intrappolare altre ontologie, facendovele precipitare al suo interno, e confondendole in mezzo ad una massa di unità virtuali programmate, al solo scopo di ingannarle, facendo credere loro di essere ciò che in realtà non sono? E per quale motovo farebbero questo se non per vendetta, invidia o predazione energetica o tutte quste cose insieme? Partiamo da un punto: ci viene detto che la materia è energia; ci viene detto che mangiamo cibo per nutrirci; ci viene detto che il cibo è materia che viene demolita e trasformata in energia. Ma se vivessimo in una simulazione, questa trasformazione sarebbe illusoria. In sostanza, la simulazione ci farebbe credere che mangiando cibo fittizio ci sentiremmo fittiziamente sazi e energeticamente ricaricati. Se mangio una mela, in realtà mi illudo di mangiare una mela, e mi illudo di riceverne sazietà. Una mela simulata non potrà mai nutrire nessuno, non importa da quanti pixel è fatta. Ma allora, perchè gli gnostici alludevano all’uomo come cibo di altre entità? Perchè rivelavano che l’anima è nutrimento degli Arconti (i veri Signori della Simulazione)? Ciò vuol dire che esiste un’energia fittizia che proviene dalla materia (che è maja, illusione), e una reale energia che viene prodotta da processi mentali e emotivi. Ma questo implica che l’uomo non sia una semplice unità elettro-virtuale, ma è dotata di un’ontologia superiore alla materia, un’ontologia a diversi gradi di vibrazione, che è capace di generare una qualche forma di energia tutt’altro che virtuale. E questo spiegherebbe l’interesse di creare una simulazione di questo tipo, ammettendo la simulazione. Quindi l’ipotesi di Bostrom mostra il suo limite nella sua orizzontalità. L’ipotesi di Bostrom non ha implicazioni verticali, per dirla in modo biblico non prevede una scala gerarchica vibrazionale, non esiste un Dio del piano di sopra, che sia un Demiurgo o un Dio cd. buono. Resta un’ipotesi materiale perchè altri esseri carnei evoluti avrebbero generato questa simulazione in cui le unità programmate credono di essere carnee in un universo materiale. L’ipotesi di Bostrom non mette in conto che gli stessi programmatori della simulazione possano essere a loro volta simulati. E se così fosse, cadrebbe l’ipotesi di Bostrom dell’ntervento immediato dei programmatori allorchè gli esseri della simulazioni siano in procinto , come noi, di generare una propria realtà virtuale. Se i programmatori sono riusciti a farlo, a dispetto dei loro stessi programmatori, perchè non anche noi ? L’ipotesi Bostrom pecca nel ritenere virtuale non solo l’intera realtà materiale ma anche la coscienza. Al contrario, se Berkeley aveva ragione, è la coscienza ad avere una sua dignità ontologica ed è la coscienza la causa della realtà, poichè sono le idee delle cose ad essere causa, e non un computer, un hardware ed un software da qualche parte. Se fossimo in toto virtuali, non vi sarebbe alcun regno di Dio dentro di noi. Noi non viviamo in una simulazione, ma viviamo in un’illusione generata dalla nostra stessa coscienza, per motivi ancora ignoti resa incapace di percepire ulteriori e più grani regni dell’essere e relativi campi di frequenza. Bostrom non ha ben compreso il modello della Caverna platonica, ove la realtà esteriore è mera proiezione, anche se Platone è vago nell’indicare chi sia il proiezionista.

La Matrix di Bostromultima modifica: 2017-12-13T20:15:41+01:00da mikeplato
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