IL BUSHIDO

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di Katkumyo Kanno

1 Cos’è il bushido

Non è molto facile spiegare ciò che implica il bushido a chi non conosce bene il Giappone.

Il bushido viene spesso paragonato alla cavalleria europea: è in parte vero, dato che vi sono tanti punti comuni tra loro. Ogni bushi – “guerriero” – possiede un territorio; sostiene la famiglia e i sudditi con la gestione di esso; mantiene e allarga la propria terra con la forza militare. La sua professione consiste nella difesa e nel rafforzamento del potere territoriale in continue battaglie. Possiamo ritenere che il bushi e il cavaliere hanno in comune la natura battagliera e feudale.
Ammettiamo però che si scorgono differenze tra i due. Per prima cosa il sommo valore del bushi non si riscontra in una religione, come il cattolicesimo per il cavaliere, bensì nel Sé, nell’io. In secondo luogo, il bushi è un feudatario, mai un nobile. In Giappone corrispondono ai nobili quelli che servono la corte di Kyoto: sono appartenenti alla classe kuge, definiti oppositori al rango del bushi, buke, in vari sensi. Infine, per quanto riguarda la concezione della donna: per i cavalieri europei la donna è considerata “amata”, come oggetto di venerazione e di passione amorosa, mentre per i bushi la donna rappresenta niente altro che la famiglia. Questi ultimi realizzano una comunità di guerrieri, in cui le donne occupano una parte imprescindibile.
In origine i bushi nascono da un potere indipendente, come custodi dei feudi in campagna, posseduti dai nobili residenti in capitale. Nella storia giapponese troviamo la figura originaria del bushi in coloro che governano la terra con la propria forza e creano un mondo autentico del Sé, non dipendente da alcuna autorità.

2 II mondo dei bushi

La storia del bushi è lunga: la sua figura compare per la prima volta nella metà del decimo secolo (nella piena epoca Heian). Dei quei tempi rimangono solamente documenti rilasciati dai nobili e dai monaci di Kyoto, nei quali i bushi vengono raffigurati, come se fossero orti , “demoni”, qualcosa di misterioso e di orribile. I bushi si instaurano in campagna e formano una rete indipendente di persone; anche se si inseriscono nei ranghi più bassi, rispetto ai nobili, possiedono un potere economico che gli permette di arruolare sudditi e di acquistare armi e cavalli. In combattimento ammazzano senza ritegno e rimediano a tutti i costi danni subiti da loro compagni. Quotidianamente si dedicano alla caccia (questo serve anche come esercizio militare), per compiere a più riprese uccisioni di esseri viventi. Nel buddhismo l’uccisione costituisce uno dei peccati principali: i bushi quindi sono ritenuti peccaminosi. Un nobile potente del decimo secolo, Fujiwara-no-Michinaga (966-1027), descrive nel suo diario un capobanda del bushi, come «abile omicida».
Nel dodicesimo secolo, con l’indebolimento delle forze militari e poliziesche della corte, i bushi vengono utilizzati da famiglie imperiali e nobili nei loro conflitti di potere. Verso la seconda metà dello stesso secolo, il governo non regge più senza l’apporto dei bushi; le bande armate private arrivano infine al potere politico. Ciò significa che da questo momenti nasce un sistema politico doppio: della corte di Kyoto e del bushi la cui figura più influente, divenuta ora shogun,instaura il bakufu o “governo della tenda” (il centro del comando) per tenere sotto ordine tutto il paese.
Lo shogun è originariamente un titolo di comando militare delegato dalla corte imperiale. Il bushi nominato shogun formalmente occupa un semplice posto di funzionario nella corte (di rango molto basso rispetto ai ministri), ma in realtà sorge come supremo dittatore sopra numerosi gruppi privati del bushi. Il governo militare è giustificato dal potere ufficiale della corte, mentre i bushi guidati dallo shogun rimangono di fatto suoi sudditi privati.
Dopo la fondazione del bakufu continuano ininterrottamente le lotte tra gruppi difetti del bushi, dovute a problemi territoriali. Per seicento anni, dall’undicesimo al diciassettesimo secolo, le battaglie restano all’ordine del giorno. I bushi conducono per scelta una vita senza appoggiarsi alla legge, né alla polizia, e mantengono da sé famiglie e terreni loro: questi secoli di guerre civili sono tempi in cui i bushi sono gli unici protagonisti.
Il cosiddetto bushidò è il sapere del bushi, formato durante il periodo trascorso tra le guerre. Il suo fondamento consiste nella sapienza e nella morale del vivere dei bushi, guerrieri privati in campi di battaglia a favore della comunità (goke). In poche parole, il bushidò è il modo di vivere, la maniera di pensare e di agire del guerriero.
Nel tardo Quattrocento il Giappone affronta la guerra civile più grande della sua storia. A partire della guerra di Ónin, causata da un conflitto di interessi sulla successori dello shogun, tante altre guerre sono da essa scoppiate consecutivamente, e il vortice bellico travolge tutto il paese: inizia, per così dire, il periodo dei regni combattenti, il Sengoku Jidai. I trattati quali Kòyó gunkan eHagakure hanno come modelli i bushi che vissero durante quell’epoca: l’ideale del bushidò si basa sul modo di vivere praticato in quel periodo specifico.
Chi ha vinto alla fine dell’epoca delle guerre civili è Tokugawa Ieyasu, chiamato “il miglior arciere della via di Tòkaidò”: instaura il bakufu a Edo e sconfigge l’ultimo oppositore Toyotomi Hideyori nel 1615. Da quel momento fino alla caduta del governo nel 1868 e all’abolizione del rango del bushi nel 1871, si sviluppa un periodo di pace senza guerre, durato 250 anni. All’inizio di questa epoca si incomincia a mettere per iscritto il pensiero del bushidò, mai argomentato fino ad allora: è così rilasciata la maggior parte dei testi che leggiamo nei nostri tempi.
Col passare del tempo pacifico, tuttavia, il pensiero e la vita effettiva del bushi subiscono mutamenti. La professionalità del bushi consiste originariamente nel combattere, mentre nei tempi di pace le forze militari restano di poca utilità, anzi diventano ingombranti. Le competenze richieste sono ormai quelle politico-governative e burocratico – amministrative. I bushi, divenuti governatori, cercano di definire di nuovo le proprie funzioni adeguandosi ai tempi, basandosi sul confucianesimo importato dalla Cina. Secondo una nuova tesi, i bushi non sono più guerrieri “barbari”, ma devono essere moralisti (shitaifu) che realizzano un buon governo e una morale in questo mondo. Vengono così reinterpretati il modo di vivere e i codici di comportamento. Il confucianesimo sostiene originariamente una morale che definisce le regole gerarchiche nella famiglia e nella comunità e presenta caratteri applicabili al pensiero dei bushi che vivono per goke, “famiglie private”. Quello che rimane nell’immaginario dei giapponesi d’oggi è il cosiddetto shidò coperto dalla morale confuciana e fermentato nell’Epoca di Edo.
Lo shido è un pensiero dei bushi emerso durante tale periodo, nella seconda parte della loro storia. Non è dissimile al bushidò originario, generato sui campi di battaglia, per diversi aspetti: la mentalità con cui familiarizzarsi alla morte. Dall’altro si discosta dalle origini in maniera paradossale: ad esempio, abbandonare il signore malvagio o meno. Comunque sia, lo shidó è stato stabilito come fondamento per l’educazione dei figli del bushi nell’Epoca di Edo. Anche nei tempi contemporanei i discendenti dei bushi si sono formati secondo l’idea dello shidò. Il celebre volume Bushidò di Nitobe Inazò (1862-1933) presenta come base lo shido nato sotto l’influenza confuciana in un periodo pacifico, senza trattare i pensieri dei combattenti vissuti in un mondo pieno di guerre e di confusioni. Nitobe, inoltre, interpreta lo shidó legandolo al cristianesimo: egli intende mostrare che nel Giappone – allora ritenuto come un paese incivile – esistesse una morale fondata sull’universale. Per questo motivo l’autore ha preso in prestito il bushidò come concetto di base.

3 I concetti del Do

II termine composto bushidò consta di due componenti: bushi e dò. Nella tradizione giapponese il dò indica uno stato ideale, ovvero un processo che ci porta ad esso.
Dò significa originariamente strada: il senso figurativo del dò è dedotto metaforicamente dall’immagine della strada. In quest’ultima, quindi, si scorgono due aspetti fondamentali.
In primo luogo il dò rappresenta il fondamento su cui l’uomo sorge, quindi l’appoggio con cui vivere.
Immaginiamo una scena in cui tante persone stanno su un’ampia strada. Ciascuna di queste rimane a piedi sul proprio fondamento; nessuno vola nell’aria. Ogni uomo conduce la propria vita sull’unica strada universale: il dò è l’appoggio di tutti.
Il fondamento di ciascuno, allo stesso tempo, è individuale e non si sovrappone su quello di un altro. L’uomo si appoggia alla propria strada, mentre esiste l’unica strada universale ed essa è personalizzata a un singolo uomo. Questo concetto è rappresentato sin dagli antichi tempi nell’espressione “seguire la strada”.
In questa maniera il dò funge da radice per ogni uomo, in altri termini, da “dimora” del senso della vita.
In secondo luogo il do, essendo strada, ci da un’immagine del processo attraverso cui arriviamo in un posto. Ciascuno di noi, basandosi sul proprio appoggio, cammina verso un dato punto: è una metafora della vita secondo l’antica mentalità giapponese.
Un appoggio, mai scambiabile con qualche altro, deve essere unico e personale. Ogni uomo si impegna a raffinarlo in tutta la sua vita. La strada è unica per ciascuno di noi. L’uomo va avanti fino all’estremità della strada. Il santo cinese Confucio descrive questa immagine in una frase diffusa anche tra i giapponesi: «La mia via è percorsa da un unico principio» ( I dialoghi, 4-15; trad. di Edoarda Masi) .
Ognuno va avanti sulla propria strada, eppure non sono tanti quelli che hanno consapevolezza su quale strada stia davanti a loro. Sin dall’età antica i giapponesi chiamano questo tipo di coscienzakakugo, ovvero determinazione.
Individuare la propria strada e praticarla fino alla fine: questi costituiscono concetti fondamentali del dò. La strada varia a seconda della persona: comunque sia la modalità di procedere, ogni strada occupa una parte della Strada universale. Perciò, qualunque essa sia, se un uomo sceglie un determinato modo di vivere, questo diventa una strada dignitosa. Poniamo un caso: se una persona si identifica coll’essere cuoco (siamo prossimi all’idea di vocazione), e si impegna a raggiungere un piatto ideale, lui si trova già sul dò della cucina.
In generale il dò si stabilisce, quando si fìssa l’assioma “io sono X”, nel momento in cui si concepisce questo X con coscienza. Può essere non solo una professione, ma qualsiasi cosa che si possa scegliere. La definizione dell’X desta la coscienza del dò. Perciò la consapevolezza – “io sono bushi” – da vita al bushidò.
Tale consapevolezza orienta la vita di chi ha compiuto la decisione. Se qualcuno dice “io sono bushi”, lui non può immaginarsi di essere un bushi di poco conto. Diventare un bushi magnifico deve essere per lui lo scopo della vita, il piacere della vita e la radice della dignità. Lui non eviterà mai lo sforzo con cui essere un bushi esemplare. Il bushidò non è niente altro che un insieme degli impegni che uno impone a sé per realizzarsi.
L’ideale del bushidò si trova nel diventare un bushi eccelso. Allora come sarà un bushi ideale? Naturalmente è uno che vince la battaglia. Il bushidò è una ricerca della forza.

4 I valori ricercati dal bushi

II lavoro del bushi consiste nel combattere le battaglie; nonostante questo, i bushi non combattono per le battaglie in sé. Non come per i mercenari o i cosiddetti yojinbó che “vendono” la loro bravura marziale per vivere, i bushi combattono per motivi specifici: mantenere e allargare il proprio territorio, e sostenere e proteggere la famiglia. La differenza più notevole con i cosiddetti “artisti marziali” (ovvero gli “strateghi”) si trova nell’identità dei bushi che mantengono se stessi e la propria comunità con i combattimenti.
I bushi sono guerrieri che hanno sulle proprie spalle la comunità: più grandi la famiglia e la terra sono, più forti diventano. In altri termini, possiamo dire che la minima capacità richiesta è quellache serve a difendere e mantenere la propria moglie e i propri figli.
La forza di un bushi viene attestata da un fatto inequivocabile: vincere le battaglie. Questo comporta l’onore (mei) di essere un forte bushi e il guadagno pratico (ri) di una prosperità materiale. I due elementi devono corrispondere ai valori autentici – effettiva forza e abilità – del bushi. La ricerca della forza nel bushido si concretizza in quella dell’insieme del meì-ri. 
Vi sono diverse virtù riferite a proposito del bushido: tutte, più o meno, nelle loro radici sono legate alla forza nel vincere le battaglie.
Eccellere nella forza fisica e nell’arte marziale va ritenuto chiaramente come elemento primario. Gli insegnamenti redatti dagli shògun Tokugawa per i feudatari nel trattato Bukesyohatto citano nell’incipit: esercitarsi nel do dell’arco e dell’equitazione. D’altro canto il “nuovo” bushido secondo Nitobe addita la “pace” come ideale e si differenzia dal senso originario e reale del bushi. Comunque ragioni questo insigne illuminista, il bushido è esattamente un pensiero che afferma la forza marziale.
D’altronde, non è detto che solo con l’abilità fisica e materiale nasca un bushi forte. Benché ci siano reggimenti consistenti, senza la saggezza nel gestirli, non servono a nulla. Oppure, un bushi, pur essendo esperto di arti marziali, se è codardo, non sarà mai funzionale nei campi di battaglia. Siccome il combattimento fa parte della vita in ogni età, sono necessarie disposizioni mentali quali la prudenza e la progettualità, insomma il controllo del Sé.
Per raggiungere la vera forza, sono imprescindibili, non solo quella fisica, ma anche l’intelligenza e l’agilità mentale. Nelle guerre durate intere generazioni i bushi hanno scoperto sia le forze concrete che quelle metafisiche, e si sono impegnati ad appropriarsene con sforzo.
Tutto sommato anche gli elementi “morali” nel bushido sono nati e cresciuti nei campi di battaglia.
Noto per la celebre frase «Il cosiddetto bushido si trova nel morire», Hagakure presenta un brano in cui si dice che la “lealtà” chùko emerge automaticamente dal “morire pazzi” shinìguruiII chu rappresenta il rapporto gerarchico tra sovrano e vassallo e il ko quello tra padre e figlio; ambedue derivano dalla morale confuciana. Nel confucianesimo interpretato nel periodo Tokugawa è il rapporto gerarchico tra cielo e terra a costituire il principio fondamentale del cosmo. Su tutte le cose si instaura un rapporto gerarchico: questo sistema vige anche nel mondo umano. Si riteneva che il chu e il ko fossero una morale del rapporto interpersonale che si trova in continuità con le regole della natura.
Anche nel mondo dei bushi questi due precetti fungono da morale fondamentale. Il bushido diHagakure da importanza alla lealtà, ma non ha come sfondo filosofico il confucianesimo. Essa è una morale che si basa sui campi di battaglia: il termine stesso non è niente altro che un concetto applicato per spiegare la morale dei combattenti.
Nella società di oggi, dove si dà per scontata la mentalità individualistica, si tende semplicemente a immaginare che questa morale costringa ad una obbedienza automatica solo per il fatto che vi sia un signore o un padre: si manifesta qui una devozione totale e assoluta senza avere la coscienza di sé. Tale immagine non corrisponde al vero senso della lealtà: in generale una morale, differentemente dalla legge accompagnata da una costrizione esterna, è valida solo quando un uomo si comanda da sé e si sottomette attivamente. La lealtà automatica sembra simile al chuko, ma in realtà non ha consistenza: la lealtà in Hagakure non è mai di natura dipendente.
Il chùkó nei campi di battaglia intendeva originariamente un fatto semplice: combattere nelle battaglie fino alla fine con un’unica guida e formazione. In altre parole, condurre una guerra senza tradire il proprio ordine.
Siccome i bushi sono guerrieri, le relazioni interpersonali devono essere interpretate secondo quelle che nascono solo fra coloro che combattono insieme. Il signore e il suddito si legano attraverso i combattimenti: il signore, non manager né direttore, prende il comando. Anche nella famiglia appartenente alla comunità dei combattenti, il padre, non come quello della società civile, è prima di tutto comandante in battaglia. Nel loro mondo, per questo, il chù e il  si manifestano in un corpo unico. Il rapporto leale è paragonabile a quello della famiglia degli artigiani: il padre non rappresenta un legame di sangue, ma figura come maestro di un dato mestiere. Nel campo del dò tradizionale, il padre è predecessore esperto, maestro: è la stessa logica nel caso dei bushi.
Ora il bushi deve confrontarsi con un altro bushi, B. Ciascuna parte convoca i bushi vicini per formare uno schieramento. I bushi raccolti stipulano un patto, oppure fanno una promessa per quella battaglia specifica. Questa promessa significa il chù nel senso originario; se questi sono parenti, possiamo citare il kó. Naturalmente i bushi vicini possono decidere arbitrariamente di sottomettersi a uno dei due. Di conseguenza, se la guerra procede contro la propria bandiera, possono discostarsi dal proprio comando. Gli antichi documenti, infatti, comunicano che in molti scontri di grandi dimensioni, con decine di migliaia di combattenti, una volta che una formazione comincia ad andare in svantaggio, si scioglie all’improvviso e restano soltanto il comandante e i suoi più leali sudditi e parenti.
In una battaglia svantaggiosa come questa, restano comunque alcuni bushi che combattono fino alla fine, cioè “compiono il chù”: questi non scappano, e dato che sono dotati di coraggio e di forza, combattono fino alla fine senza abbandonare il proprio signore , per lasciare una prova della propria forza.
Il chùkó, allora, attesta la forza di un bushi: quando lui desidera essere forte, nasce la morale delchùkó. Il “pazzo morire” che troviamo in Hagakure richiama una battaglia in cui i guerrieri combattono in svantaggio, senza avere la possibilità di tornarne vivi. La frase – dal “morire pazzi” deriva il chùkó – intende significare che la morale del bushi germoglia automaticamente dalla ricerca della forza in vere battaglie. Le virtù del bushido non nascono mai nella vita quotidiana, ma vengono scoperte e affermate durante i combattimenti, in prossimità della morte.

5 La morale che nasce dalla forza

In poche parole, ripetiamo, i fondamenti dei valori e delle virtù del bushido sono costituiti dalla vera forza. Essa si svela e si afferma in casi estremi: battaglie in svantaggio o morte sul campo. «Il cosiddetto bushido si trova nel morire», questa frase prevede proprio questo fatto. Il bushido è una morale che emerge nelle situazioni estreme in cui la vera forza viene messa alla prova.
La stessa logica vale per qualsiasi virtù rilevata nel bushido. Facciamo un esempio.
Nel periodo Tokugawa, è la sincerità (makoto ) a rappresentare il principio fondamentale della morale. Anche i bushi adottano questo concetto: gli appartenenti allo Shinsengumi una banda di aspiranti al ritorno dello shogunato – incidono l’ideogramma makoto sul loro stemma; Yoshida Shòin (1830-1859), che esercitò un’immensa influenza sui bushi dell’ultimissimo periodo Edo, tiene cara la parola shisei “completa sincerità”. Il makoto , ancora oggi ha un peso notevole sul mondo del do.
L’origine di tale principio risale a Chuyó, uno dei testi più importanti del confucianesimo: il suo senso primario ricorda la legge di identità (A = A). Le applicazioni del concetto di identità permettono varie significati: il cielo e la terra restano invariati; si concordano la parola e la pratica, ovvero il pensiero e l’azione (cioè non mentire); ci si comporta con onestà; si vive senza decoro, così come si è.
Il bushido prevede la morale della sincerità: comunque sia l’insegnamento del confucianesimo, questa virtù è richiesta nella vita del guerriero. La battaglia non è metafisica, né concettuale, bensì reale: un fatto vero. Vivere come un guerriero non potrà mai essere sostenuto da parole o da concetti; implica collocarsi nel mondo di fatti veri, di cose così come sono. In un campo di battaglia affidarsi ad un’ipotesi o a una previsione ci porta direttamente alla morte. Quando la vita viene messa in gioco, l’unica cosa credibile è il fatto visibile e palpabile. Nel combattimento in corso, non contano mille soldati che arriveranno domani, ma quei cento che sono presenti in quel momento.
È un’abitudine credere solo nel fatto vero: come si legge nel trattato Koyógunkan del primo Seicento, l’eccellente sovrano Takeda Shingen (1521-1573) chiede sempre una prova oggettiva in tutte le cose. Per mostrare la bravura e la forza di un bushi, non occorrono logiche né spiegazioni, ma il fatto che questi ha sconfitto l’antagonista. I fatti nudi e crudi – uno è uno, zero è zero – servono come principi per ogni giudizio di valore. I bushi detestano l’ipocrisia e l’enfasi – mostrare uno come se fosse più di uno, o il contrario – poiché le accomunano ai modi di pensare e di agire comuni ai commercianti e alle donne. Un eminente bushi deve realizzare un merito, evidente a tutti, e godere di fama e di profitto. Il mondo della sincerità, dove uno è uguale a uno, si identifica perfettamente con quello in cui i bushi vivono.
I proverbi come «Il bushi non ha un pretesto» o «Per un combattente è vietato dire bugie» vengono ritenuti come virtù supreme: ciò si deve al mondo reale di cose così come sono, popolato fondamentalmente dai bushi. Questo mondo, pertanto, si concretizza sul campo di battaglia, in cui vincere significa vivere, perdere comporta morire, dove esiste solo uno o zero.

6 Estetica del bushido

I codici e la morale del bushido, comunque sembrino nobili, risalgono tutti a campi sanguinosi: questo vale anche al suo senso della bellezza e alla sua estetica.
I guerrieri, da un canto, sono coloro che osservano. Il maestro di spada Miyamoto Musashi (1584-1645) argomenta l’importanza di guardare attentamente lo stato dell’avversario. Osservare in maniera esauriente l’altro, poi se stessi: ciò va messo in pratica come atto incontestabile e sentito, a costo della vita, intuire le mosse dell’altro e scoprire i suoi punti deboli. La capacità alta o bassa del vedere richiama direttamente il Sé del combattente. Quando uno guarda l’altro, allo stesso tempo anche l’altro guarda il primo,e se l’altro scopre in anticipo la distrazione o un punto debole di cui il primo non è conscio, tutto finirà in una sconfitta di questi.
Nel mondo in cui si compete nell’ osservare, si rimane attenti a ogni dettaglio della vita quotidiana. La forza (capacità) del vedere si raffigura come vittoria in tempo di guerra e in bellezza della forma in tempo di pace.
Uno dei quattro maggiori vassalli di tokugawa Ieyasu, Honda Tadakatsu (1548-1610), consiglia di essere esperti dia biti e accessori al momento di accedere al bushido. Un bushi dai capelli malacconci e dall’odore fetido non può essere di grande valore, al di là del fatto che sia bravo con la spada. La bellezza della forma non è mai solo decoro, bensì un indice per valutare la cura del vedere: è una manifestazione della forza stessa necessaria per vincere la battaglia.
La metafora della bellezza dei fiori di ciliegio, come si suol dire, ha logica simile: sin dalle epoche antiche, i bushi ammirano come segno di coraggio la bellezza dei fiori che stanno per cadere. Il coraggio, isagyosa , si riassume nella bellezza della mossa.
Il combattere, essendo un atto, ha una forma e una mossa (un movimento). Dall’essere precisi nella forma e nella mossa risulta che l’azione è stata compiuta perfettamente e senza eccessi. I movimenti non tempestivi –ad esempio non poter fare un passo avanti nel momento giusto o non poter colpire quando è opportuno- non riguardano affatto un bushi eccelso. Le mosse radicate sulla forza devono essere fluide e corrette, fatte al momento giusto. Il coraggio indica originariamente una mossa che non faccia sfuggire la tempestività; in senso figurato, il coraggio si raffina in concetti morali come morire quando si deve morire, o assumersi la responsabilità senza pretesti.
I movimenti che catturano l’istante giusto hanno in sé una bellezza, ma non quella artificiale e superficiale. La bellezza amata dai bushi è sempre quella nata dalla forza efficace, appartiene alla forma, a gesti razionali e ben strutturati.

IL BUSHIDOultima modifica: 2018-05-23T15:04:56+02:00da mikeplato
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