DAL RAMO DI JESSE

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di Alessandro Conti Puorger

LA “FAMIGLIA” DEI CRISTIANI
I cristiani, come gli ebrei, oltre che in un unico Dio che per amore ha creato l’universo e tutte le creature esistenti e ha stipulato con loro un’alleanza speciale dopo il dono di una particolare rivelazione che si legge nelle Sacre Scritture a seguito del quale sono state scritte le prime, a partire da XXXII secoli or sono, professano pure la fede nel Verbo, ossia nella Parola di Dio, ma rispetto ai fratelli ebrei, credono che è scesa nella carne e si è fatta uomo oltre XX secoli fa.
Questi, l’Unigenito di Dio, appunto, per amore e per non negare la libertà alla Sua creatura, si è lasciato uccidere una volta per tutti dai peccati degli uomini di tutto il mondo e di tutti i tempi, ma vinta la morte con il corpo risorto si è assiso quale primogenito dell’umanità, alla destra di Dio, ha perdonato tutti regalando a chi crede in Lui il divino Spirito Santo per cui i battezzati nel Suo Santo Nome nascono a vita nuova come suoi fratelli e godono della sua stessa eredità, la vita eterna nel Regno dei Cieli.
Quell’uomo – Dio per i cristiani è Gesù di Nazaret, nato per opera dello Spirito Santo nel matrimonio di una coppia eletta di ebrei, Giuseppe e Maria.
Gesù insomma fu un ebreo vissuto in Palestina nel I secolo della nuova era che, dopo essere stato condannato ingiustamente dai suoi correligionari e dai romani, nella Pasqua del 30 d.C. fu fatto crocifiggere da Ponzio Pilato, prefetto romano della Giudea.

Tutto ciò è avvenuto storicamente sotto l’ombra di profezie scritte nelle antiche Sacre Scritture ebraiche che tra le pieghe fanno intravedere la venuta del Messia, un liberatore inviato da Dio all’umanità decaduta a causa del male che in essa si vede operare con i danni che l’affliggono.

Il profeta Isaia, vissuto in Giuda nell’VIII secolo a.C., con “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.” (Isaia 1,1) profetizzò che il Messia sarebbe venuto dalla stirpe di Iesse, padre di Davide, il re ormai morto da oltre 200 anni.
Iesse è “Ishei” o “Ishai” e di per sé ha un nome profetico, infatti le lettere dicono che da lui ci “sarà un dono “.
In 1Cronache 2,13 si trova anche scritto come “‘Ishai” e in questa forma fa intravedere che “un uomo è “, ma anche “dell’Unico ci sarà il dono “; guardando poi ai fatti della storia interpretata dai cristiani proprio Dio che si farà uomo sarà il dono che viene da Iesse.

Del resto profetizzò il Signore stesso a Natan in favore di quel Davide “Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno… La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre”. (1Samuele 7,12.16)

Gesù, come evidenziano i Vangeli di Matteo e di Luca, infatti, tramite Maria e Giuseppe, è un discendente della famiglia di re Davide vissuto tra il 1040 e il 970 a.C., re di tutto Israele per 7 anni ad Ebron e per 33 in Gerusalemme, figlio di Iesse di Betlemme della tribù di Giuda.

I cristiani, grazie al battesimo, essendo neonati alla realtà divina, appartengono nello spirito alla Santa Famiglia di Nazaret, quindi, sono figli di Maria e fratelli di Gesù Cristo, loro Signore che da Lui ricevono nella Chiesa, icona della Madre di Dio, la stessa carne e lo stesso sangue offerti da Lui come vero cibo e bevanda di divinità; sono in definitiva appartenenti al nuovo Israele, comunque della tribù di Giuda, facenti parte dell’albero nato dal germoglio e dal virgulto che era collegato al tronco di Iesse.

Nel I secolo dell’era moderna, circa XX secoli fa, infatti, dal ceppo dell’ebraismo spuntò un germoglio che si trasformò in un virgulto che per varie vicende e incomprensioni fu reciso e trapiantato si che i due alberi – ebraismo e cristianesimo – al primo sguardo, ormai appaiono indipendenti e diversi tra loro, il che è vero solo in parte.
Il terreno da cui sono nati è lo stesso e pescano entrambi lo stesso alimento. E Le radici e il tronco sono stati i medesimi.
Passa in loro la stessa linfa, lo spirito circolante nei testi della Torah e quanto da essa derivato ossia quello che anima le Sacre Scritture ebraiche; infatti, dopo l’evento della separazione quelle rimasero valide per entrambi gli alberi, eppure il risultato che c’è pervenuto è che allora non si riconobbero come veri fratelli e si respinsero.
Eppure, entrambi, fino a un certo momento attendevano la primavera di uno stesso evento, poi accadde un qualcosa che una parte interpretò come rivelazione, ma l’altra non comprese nello stesso modo e rifiutò in pratica l’interpretazione dei fatti dell’altra e la definì impropria e anomala.

Ora l’identità ebraica include caratteristiche etniche, culturali e religiose.
Secondo l'”halakhah”, l’ebreo di nascita deve essere nato da madre ebrea, in quanto la sola accettazione dei principi e pratiche dell’ebraismo non rende ebrea la persona; coloro che sono nati ebrei o che sono convertiti secondo le regole dell’ortodossia, non perdono la loro condizione se cessano di essere osservanti.
Con il battesimo i cristiani si riconoscono rinati a nuova vita come figli di Maria madre di Gesù, quindi sotto tale aspetto potrebbero proprio definirsi ebrei.
Ecco che per quanto storicamente avvenuto senza animosità occorre aprire un serio confronto inteso a una più profonda conoscenza aiutati dalla lettura di quel comune patrimonio costituito dalla Sacre Scritture, proprio seguendo quei testi nei loro aspetti che anticamente ritengo non fossero nascosti.

Nel proseguimento del presente articolo cerco di presentare il mio parere circa il tentare anche letture nuove di passi controversi per le due posizioni.
È dal 1996 che ho verificato la ormai per me reale possibilità di estrarre pagine di secondo livello criptate sull’epopea del Cristo dalle Sacre Scritture, pagine di cui ho riportato l’indicazione per reperirle nell’ Indice dei tanti articoli che ho presentato in questo mio Sito.
Qualcosa del genere è un supporto utile nel confronto visto che il modus operandi che propongo non può essere escluso a priori come modo di possibile lettura tipo “al tikrei” che adottano i tradizionalisti ebrei e di cui poi parlerò e aiuta a comprendere come di fatto vari Sacerdoti e Rabbi del I Secolo d.C.
potessero aderire al cristianesimo senza pensare di abiurare alla loro fede.

Riporta, infatti, il libro degli “Atti degli apostoli” in 6,7 che dopo la loro predicazione: “…la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.”

Del resto nella costituzione “Dei Verbum” del 18-11-1965 del Concilio Vaticano II si raccomanda agli studiosi d’avvalersi di tutti gli strumenti di ricerca che storia, archeologia – anche i geroglifici aggiungo io e il simbolismo delle lettere ebraiche – e la critica letteraria mettono a disposizione per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, tenendo conto dei modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo.

MOSÈ PERSONAGGIO O UN MITO
Comincio con il dire che è dibattuta la seguente questione: Mosè, il profeta per eccellenza dell’ebraismo, è stato un personaggio realmente esistito o è una figura opportunamente costruita nell’ambito di un mito?
Tale dilemma ovviamente non si pone per gli aderenti all’ebraismo ortodosso per i quali Mosè è un ebreo, autore ispirato dei cinque libri della Torah, vissuto tra il XIV e il XIII secolo a.C. che Dio utilizzò per trarre fuori il popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto.

Fu lui l’autore di quegli scritti sacri, detti “ha-Torah” “la Torah” , un unico rotolo in 5 parti, Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, il cui testo odierno, praticamente non variato da almeno XXII secoli come risulta provato dai ritrovamenti di Qumran, è formato complessivamente di 304.805 lettere ebraiche.

Per l’ebraismo fu proprio lui, Mosè, l’autore del primo nocciolo di quei testi che contengono la parte scritta della rivelazione originaria che come raccontano quelle scritture, ricevette in due volte 40 giorni e 40 notti sul Sinai ove colloquiava faccia a faccia col Signore e da cui ebbe direttamente le Tavole con le Dieci Parole o Comandamenti, tavole del patto di alleanza con Dio.
È, infatti, ritenuto che tale rivelazione fu da lui riportata in forma scritta in un primitivo testo e in forma orale a profeti eletti della sua scuola; infatti, non fu certo lui a riportare in quel testo gli eventi della propria morte.
È, quindi, anche da ritenere che quel primo nocciolo, per mano dei Re di Giuda e dei Sacerdoti che manutenevano il testo sacro, ha ricevuto rivisitazioni e apporti attribuiti dalla tradizione comunque alla stessa scuola di Mosè in quanto sviluppo della medesima rivelazione.
È certo poi che l’ultima edizione dopo di cui la Torah fu stabilizzata è quella rivisitata ai tempi di Esdra e Neemia ossia nel V secolo a.C..

Alcuni storici, da un secolo e mezzo a questa parte, in mancanza di certe tracce storiche, non curanti della tradizione di quel popolo che studia quei testi nelle scuole e in università rabbiniche o “Yeshivah Gadol” da almeno XXVI secoli, hanno aperto la disputa sull’autenticità del personaggio Mosè, come poi del resto hanno fatto pure per quella di Gesù e, pur se sono stati portati in spiegazione molteplici argomenti, anche negli ultimi decenni c’è chi è tornato a sollevare dubbi.
I credenti cristiani però non hanno dubbi sulla figura di Mosè come gli ebrei su quella di Gesù, perché i fedeli di entrambi tali “credi” sanno bene quanto sia forte la tradizione orale in campo biblico che sta dietro a tutta la formazione delle Sacre Scritture e come è propria di quella tradizione l’arte di utilizzare per la ricerca teologica ed etica la forma del “midrash” e della parabola in racconti a sfondo allegorici indotti comunque da eventi reali ricordati e trasmessi appunto per via orale di padre in figlio, metodo capace di superare i secoli e le lacune della storia scritta che invece non può che appoggiarsi su reperti che possono anche essere andati perduti.
Del resto i cristiani, che credono appunto in Gesù, non trovano nei Vangeli che ne riportano gli insegnamenti alcun dubbio da parte del grande “Rabbi” Gesù sull’esistenza del personaggio storico Mosè, come pure gli ebrei nel Talmud non sollevano dubbi sull’esistenza storica di Gesù pur se Questi viene presentate sotto angolature che risentono di una diatriba allora in corso, ma che non ne nega l’esistenza.
Vi sono poi storici che sono perplessi davanti ai miracoli della Bibbia e considerano alcuni racconti essere solo delle pie forzature, ma invero non cadono nella prevenzione intellettuale di quelli più radicali che relegano nel mito quei personaggi.
È vero non sono stati trovati, finora, documenti che ci parlano di Mosè nell’epoca in cui si dice sia vissuto, ma è anche vero che:

  • non abbiamo a disposizioni gli archivi dei faraoni Ramseti, quando gli ebrei lavoravano per costruire la città di Pi-Ramses;
  • quanto riferito al riguardo dalla Bibbia non presenta sbavature storiche rispetto alle vicende note della storia egizia e cananea.

E vero anche che non sono stati trovati documenti che confermano la fuoriuscita massiva tutta in un colpo degli ebrei dall’Egitto che riporta la Bibbia, ma a tale riguardo è da considerare che le Sacre Scritture che ci sono pervenute sono testi dalle mille sfaccettature che sì, riguardano fatti visti con gli occhi di un fedele, descritti con l’intento di mostrare i segni e prodigi fatti da Dio, ma sostanzialmente poggiano su fatti realmente avvenuti.
I fatti dell’Esodo cioè non sono pura cronaca storica, ma storia religiosa che interpreta e colloca i fatti nel disegno intessuto da Dio che progressivamente si rivela e si fa conoscere.
Al riguardo, infatti, è da ricordare che l’Egitto fu una potente calamita che attraeva popoli del medio oriente di etnie indoeuropee e semitiche come gli Hyksos, che invasero il Basso Egitto nel XVIII secolo a.C. e in più secoli si susseguirono ondate di afflusso e riflusso anche di tribù semite nomadi e di genti cananee.
Ci fu così un esodo continuo di esuli dall’Egitto a partire dalla cacciata dei re pastori con i loro seguiti, gli esili provocati da Akhenaton nei riguardi dei più contrari alla sua visione monoteistica, poi degli stessi seguaci di quel re “eretico”, infine pure fughe in massa di schiavi, specie di Habiru da cui forse il termine “Ebrei”, insieme di tribù semitiche nomadi che vivevano ai margini del territorio egiziano ritenuti dagli egizi stranieri attratti dalle ricchezze d’Egitto, alcuni accolti come lavoratori saltuari e spesso respinti nelle zone desertiche dove si davano al brigantaggio.
La presenza di ebrei, scacciati, fuggiti dall’Egitto è comunque attestata proprio nel tempo attribuito all’esodo dalla stele di Merenptah, il faraone successore di Ramses II sulla cui iscrizione elogiativa del re, tra i popoli vinti compare anche un gruppo denominato Israele.

In questo via vai di esuli non si possono escludere “fughe” di un consistente gruppo dall’Egitto verso l’Asia che costituì il nocciolo duro che formò poi una nazione in Canaan sotto la guida di un Mosè il cui nome in ebraico “Mosheh” vuol dire uno “che trae fuori”, come del resto spiega la Bibbia stessa in Esodo 2,10.
Anche le singole lettere con i loro intrinseci significati grafici suggeriscono per Mosè “dalle acque sorge fuori “.

Dice il libro dell’Esodo in 12,37s che: “Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e greggi e armenti in mandrie molto grandi.”

Questi seicentomila sommati alle donne ai bambini e agli altri fuoriusciti con le mandrie al seguito, certamente sono una massa insostenibile da tenere unita e foraggiare per quaranta anni in deserto, il che porta a considerare meglio quel numero che in ebraico è stato indicato come:

  • “shesh” sei
  • “me’ot” centinaia
  • “‘eloef” di migliaia .

In definitiva, il testo esalta il miracolo, che pur c’è stato di un popolo schiavo sfuggito da un popolo potentissimo che lo schiavizzava.

È da tener presente che le 22 lettere ebraiche oltre che segni alfabetici solo consonanti che divengono fonemi con aggiunta di vocali non indicate nei testi originari (inserite nella Tenak o Bibbia ebraica solo alcuni secoli dopo Cristo quando la diaspora cominciava a far perdere l’uso di una lettura tradizionale) sono anche numeri e immagini per cui leggere quei testi da una traduzione solo come gli usuali altri libri può trarre in inganno.

Ad esempio “ha-Torah” “la Torah” ha anche il valore del numero:

  • se si considera l’articolo ( = 5) + ( = 200) + ( = 6) + ( = 400) + ( = 5) = 616
  • se non si considera l’articolo ( = 5) + ( = 200) + ( = 6) + ( = 400) = 611

A questo punto il numero delle lettere della Torah che abbiamo visto essere 304.805 per il doppio aspetto che possono assumere quelle lettere hanno un valore complessivo almeno di 2×304.805 = 609.610 numero che a meno delle migliaia che si può leggere “Dio parla ” è come il valore numerico della stessa Torah.
Quel numero 600.000, insomma, guarda caso è praticamente il doppio del numero delle lettere che costituiscono la Torah come a ricordare di sommare alla rivelazione scritta quella orale e che si possono avere rivelazioni a più livelli.
Quel numero poi ricorda un 600 e un 1000 che a questo punto sono da ritenere numeri allusivi.

Quelle Sacre Scritture o Testi Sacri scritti con le lettere ebraiche sono, infatti, un corpo vivo in cui circola uno “spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi” (Sapienza 7,22s) che presenta vari aspetti, che una traduzione, che è solo una fotografia di quel corpo, non può esautorarne la descrizione, in quanto, il significato vero forse va preso sotto un’altra prospettiva tanto più che le lettere ebraiche hanno anche dei significati grafici intrinseci e possono dar luogo a significati criptici.

È da tener presente che le 22 lettere ebraiche oltre che segni alfabetici solo consonantici che divengono fonemi con aggiunta di vocali non indicate nei testi originari (inserite nella Tenak o Bibbia ebraica solo alcuni secoli dopo Cristo quando la diaspora cominciava a far perdere l’uso di una lettura tradizionale) sono anche numeri e immagini per cui leggere quei testi da una traduzione solo come gli usuali altri libri può trarre in inganno.
Per accedere a quei Sacri Testi occorre un’iniziazione un vero battesimo nelle lettere ebraiche!
L’affrontare quei testi senza un retroterra d’iniziazione è come uno che anziché ritenere quei testi una persona viva da incontrare li considera un corpo su cui fare un’autopsia.

Nachmanide Moses, mistico spagnolo ebreo (1194-1270 d.C.), commentatore biblico, disse: “Noi possediamo una tradizione autentica secondo cui la Torah è formata dai Nomi di Dio. Le parole che vi leggiamo possono essere infatti anche suddivise in modo completamente diverso, componendo Nomi… L’affermazione per cui la Torah fu scritta in origine con fuoco nero su fuoco bianco, ci conferma nell’opinione che la sua stesura avvenne con tratto continuo e senza suddivisioni in parole, cosa che permise di leggerla sia come una sequenza di Nomi, sia, nel modo tradizionale, come un resoconto storico ed un insieme di comandamenti divini. Ma Egli la ricevette anche, nello stesso tempo, sotto forma di trasmissione orale, come lettura di una sequenza di Nomi.”, ammette così che la Torah orale ricevuta da Mosè è anche un testo interno alla Torah scritta e ciò, fu oggetto di ricerca della Cabbalah, (Vedi: G. Scoolem, “Il nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio”) che non ha trovato messaggi, ma solo spunti mistici.

Rendendomi conto di negative reazioni all’idea di avvicinare testi sacri ad approcci che non operano nei limiti dell’usuale razionalità, mi proposi d’operare con la massima obiettività, evitando vie esoteriche.

Al riguardo Marc-Alain Ouakn in “Le Dieci Parole” argomenta che: “Una tradizione sostiene che Mosè scrisse tutta la Torah dalla prima all’ultima riga senza alcuna parola compiuta, come un susseguirsi ininterrotto di lettere. Ciò viene chiamata ‘Torah Hashem’, la Torah di Dio. È come una sorta di nome unico di Dio… È come una scrittura prima delle parole, senza interruzione, punteggiatura, senza ritmo, senza il minimo spazio bianco. La scrittura fluisce senza interruzioni dalla bet, prima lettera della Torah, fino alla lamed, l’ultima lettera. È un in-finito non-senso.”

Che l’originale ebraico delle Sacre Scritture abbia peculiarità intraducibili nelle altre lingue, si deduce anche dal “midrash ” tratto da Megillah 9, in cui si parla di come la Bibbia fu fatta tradurre in greco da Tolomeo II (Filadelfo – 308-247 a.C. “La lettera di Aristea” 150-100 a.C. narra come nel III secolo a.C. fu tradotta la Bibbia in greco).

Racconta che ai 72 traduttori mandati da Gerusalemme “il Santissimo – sia gloria a lui – diede nel loro cuore un medesimo pensiero acciocché tutti concordassero in un identico progetto di versione… Dopo 72 giorni le traduzioni… tutte concordavano tra loro in modo sorprendente, parola per parola, insieme con tutte le omissioni e le aggiunte; così sorse la traduzione dei 72, insomma dei 70, detta Septuaginta” da cui si deduce che quel re credeva d’avere la Bibbia degli ebrei in greco, invece aveva solo un progetto di versione con omissioni ed aggiunte, confermando l’idea dei mistici dell’ebraismo e dei rabbini, i quali affermano che il testo in ebraico è importante e, senza i segni originali, si perde un peculiare aspetto e si ha solo un’impronta dell’originale.

Il Talmud ‘Eruvin 13b dice: “La Torah ha settanta volti; queste e quelle sono le parole del Dio vivente”; perciò la Torah per gli ebrei non è un testo fisso, ma è lasciata libera la possibilità di più interpretazioni.

“Una tecnica esegetica usata dai rabbini nel Talmud (tradizione orale del I secolo a.C. – I secolo d.C.) per dare al testo non vocalizzato della Bibbia una diversa vocalizzazione o una diversa forma ortografica rispetto alla forma usuale è ‘al tikrei non leggere. L’uso dell’‘al tikrei non esclude in ogni caso la lettura originaria del testo e, perciò, si può più correttamente definire come non leggere questo passo solo in modo usuale, ma anche in altro modo. Questo procedimento permette così una nuova interpretazione, perfino quando le leggi della grammatica e della sintassi rendono necessaria la sola lettura tradizionale. L’uso di questa tecnica trae origine dal versetto: ‘Dio ha detto questo una volta, ma io ho ascoltato questo due volte.’ (j 62,12) e cioè che le parole della Bibbia si prestano a significati diversi di quello tradizionale.”
(Dizionario di usi e leggende Ebraiche di Alan Unterman-Laterza)

Si trova nel libro del profeta Isaia 29,11s “Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non posso, perché è sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non so leggere” che conferma la possibilità di due tipi di lettura, che per avere risultato efficace accanto alla usuale presenta la necessità anche della lettura di un “sigillato”.

Stante questo brano che poi riprenderemo, nasce la necessità di decriptare le pagine della Torah che, ne consegue, possono presentare enigmi in quanto i testi sono prodotti con una mentalità enigmistica, connessa con gli egizi, visto che le lettere usate sono interpretabili anche come numeri e icone (vedi: Edipo e la Sfinge).

Ecco che ormai dal 1996 ho concretizzato un mio metodo “al tikrei” che apre ad una delle letture possibili, in stretta corrispondenza biunivoca col testo è con regole sempre rispettate.
È mio uso utilizzare i significati grafici delle lettere ebraiche per aprire parole e ottenere significati di secondo livello versetti delle sacre scritture decriptandoli con le regole di “Parlano le lettere” e al proposito si vedano:

Al riguardo, prendiamo proprio la parola “ha-Torah” che significa “l’insegnamento”, “l’istruzione” nome con cui sono definiti dall’ebraismo i libri che la tradizione attribuisce a Mosè.
In quel termine oltre all’articolo nella parola si rinviene una e una assieme alla lettera che numericamente è pari a 400 e alla lettera che come valore numerico è pari a 200.
Dal punto di vista grafico le lettere e stanno a indicare un corpo completo – intero e le lettere e un portare fuori .
A questo punto il rebus enigmistico della parola Torah risulta indicare che Dio un “intero ha portato un corpo – popolo fuori “… ha fatto nascere… ha fatto uscire… dall’Egitto… gli ha aperto le acque.
La parola poi che in ebraico indica mille, una miriade è che significa anche “istruire ammaestrare”.

Quei seicentomila allora ecco che suggeriscono il messaggio che c’è tutto un popolo ammaestrato dall’insegnamento della Torah, non solo i fuoriusciti di quel momento, ma tutto il futuro Israele o popolo di Dio, anche quelli che dovevano nascere dai quei fuoriusciti sono di fatto stati in quel cammino dell’Esodo con Mosè.

Questa è proprio la conclusione a cui perviene l’ebreo Paolo di Tarso, apostolo di Cristo, in 1Corinzi 10,1-4 “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo.”

Proviamo ancora a leggere con l’uso delle lettere come immagini quanto abbiamo trovato in ebraico in Esodo 12,37 per i seicentomila che abbiamo visto scritto come “shesh me’ot ‘eloef” e si ottengono questi due pensieri:

  • “del 6° (giorno della creazione) per i viventi l’Unico portò la fine , Dio riparlò “, ossia Dio che nel sesto giorno aveva smesso di parlare con l’uomo ricominciò a parlare tramite Mosè con quel popolo di fuoriusciti… era iniziato il periodo ultimo ancora attuale del settimo giorno;
  • “li illuminò il Nome (ove = ) con segni Dio riparlò “.

Dopo gli accenni di cui sopra spero si comprende come la questione assume una rilevanza molto superiore all’esito della disputa iniziale su Mosè, e faccia intravedere come sia importante passare all’interesse di investigare a fondo quei Sacri Testi che presentano una sapienza nascosta che certamente supera il personaggio Mosè e implica la questione fondamentale dell’uomo: c’è Dio e la mia vita ha un senso?

CERCARE GESÙ IN MOSÈ
In definitiva il cristianesimo è nato in seno al giudaismo del I secolo.
Gesù di Nazaret, il Messia, uomo e Dio creduto dai cristiani, è un figlio del popolo d’Israele come lo sono i Dodici che scelse per iniziare la predicazione che in un primo momento si rivolse solo agli ebrei e ai proseliti.
Le sue radici ebraiche sono attestate in modo chiaro nei 4 Vangeli canonici – Matteo, Marco, Luca, Giovanni – e negli scritti del Nuovo Testamento.
Al riguardo, basta andare a guardare il numero di citazioni che si trovano in particolare in ciascuno di quei quattro Vangeli e nel libro degli “Atti degli Apostoli”, estratte dai libri della Bibbia ebraica, da loro detta Tanak e Antico Testamento dai cristiani.
Scorrendo i testi dei Vangeli, vi si trovano i seguenti versetti brani dell’Antico Testamento.

126 citazioni nei sinottici:

  • Matteo 1,23; 2,6.15.18; 3,3; 4,4.6.7.10.15.16; 5,27.31.33.38.43; 8,17; 9,36; 11,35.36; 11,10.29; 12,7.18.19.20; 13,14.15.32.35.42.50; 15,4.8.9; 16,27; 19,4.5; 19,7.18.19; 21,5.9.13.16.42; 22,24.32.37.44; 23,39; 24,29.30.31.38.64; 27,9.19; 27,35.43.46.
  • Marco 1,2.3; 4,12.32; 6,34; 7,6.7.10; 8,18; 9,48; 10,6.7.8.19; 11,9.10.17; 12,10.11.19.26.29.30.32.33.36; 13,14.24.25.26; 14,27.62; 15,24.34.
  • Luca 1,15; 2,23.24; 3,4.5.6; 4,10.11.12.18.19; 7,22.27; 8,10; 10,27; 12,53; 13,19.27.35; 18,20; 19,38.46; 20,17.28.37.42.43; 21,26; 21,27; 22,37; 23,30.

Nel Vangelo di Giovanni, tali citazioni sono ormai rare e precisamente in 1,23.51; 2,17; 6,31; 12,13.15.38.40; 13,18; 16,25; 19,24.36.37.

In definitiva, la frequenza di quei versetti nei singoli Vangeli è in calare:

  • 61 per Matteo;
  • 34 per Marco;
  • 31 per Luca;
  • 13 per Giovanni.

La frequenza maggiore è in Matteo, in quanto, scrive principalmente per i giudei, infatti, la tradizione indica che fosse in aramaico una sua prima edizione non pervenutaci.
Il fatto che nel Vangelo di Giovanni, il più tardivo dei 4 canonici, le citazioni dell’Antico Testamento sono poche conferma che man mano il “kerigma” di Cristo è portato alle nazioni pagane, si diradano le citazioni stesse.
(Vedi: “Vangeli, profezie attuate dal Cristo“)

Per quanto riguarda il libro degli Atti in ben 50 versetti vi sono citazioni dell’Antico Testamento:

1,20; 2,17.18.19.20.21.25.26.27.28.34.35; 3,13.22.25; 4,24.25.26; 7,3.5.6.7.18.27.28.32.33.34.35.37.40.42.43.49.50; 8,32.33; 13,33.34.35.41.47; 14,15; 15,16.17.18; 23,5; 28,26.27.

Tutte quelle citazioni mostrano l’intensa ricerca delle profezie sul Cristo, il Messia, ricerca intrapresa sin dalla prima ora dai discepoli di Gesù di Nazaret nei testi delle Sacre Scritture ebraiche.
Il che dimostra che vi erano anche dei cultori delle Scritture tra i discepoli che presto investigando in quelle cercarono di far comprendere ai fratelli provenienti dall’ebraismo come quanto l’evento salvifico della venuta nella carne del “Giusto” il Figlio di Dio da loro attestato era annunciato dai profeti e dalla Torah stessa come è narrato nell’episodio della lapidazione del diacono Stefano in Atti 7,51-53.

Del resto, nell’episodio detto “dei discepoli di Emmaus” l’evangelista Luca segnala come Gesù stesso risorto “cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.” (Luca 24,27)

Ora, le profezie esplicite nella Torah sul tema del Messia, accolte dalla generalità dell’ebraismo, lette nei testi secondo i criteri usuali, sono però poche, e non assicurano a tutti loro che il Messia non sia solo un uomo eletto da Dio e non dotato di natura divina e quelle dei profeti, specie derivanti dai canti sul Servo di IHWH di Isaia, sono discusse nella loro interpretazione da parte degli ebrei stessi.
Gli evangelisti conoscevano chiaramente tale problematica e cercarono di rintuzzare registrando i numerosi incontri con i Sadducei in cui Gesù contesta le loro interpretazioni rigide sui testi scritti e sulla loro assenza di fede sulla risurrezione che, di fatto, peraltro sembra poco trovare radice nei testi canonici ebraici delle Sacre Scritture, eppure era opinione diffusa tra i farisei che evidentemente leggevano quei sacri testi in modo diverso dai sadducei stessi.
I Vangeli riportano in più occasioni le dichiarazioni con autorità di Gesù sull’esistenza di profezie nascoste nell’Antico Testamento che sono con Lui attuate se ben scrutate come in:

  • Matteo 5,17-18 – “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.”
  • Giovanni 5,39 – “Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza.”

Ebbe poi a dire ai giudei suoi contemporanei che non gli credevano: “…vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?” (Giovanni 5,45-47)

Gesù chiede ai giudei cercatemiscrutando” negli scritti del profeta Mosè quindi nella Torah e più in generale proprio nelle loro Sacre Scritture.
Il verbo “scrutare” in ebraico ha il radicale usato nei suoi vari tempi 27 volte nei testi dell’Antico Testamento e i significati grafici di quelle lettere implicano l’impegnarsi “nel nascosto versare la testa “, ossia un cercare con attenzione proprio anche con le stesse lettere visto che neanche una iota si perderà come abbiamo visto accenna Matteo 5,18.
Tali profezie dovevano essere note, come il fatto che il Messia avrebbe sofferto come il Giusto servo di IHWH e, quale evento che avrebbe attuato il Messia atteso, Gesù annuncia la sua passione in:

  • Matteo 16,21; 17,22.23; 20,17-19;
  • Marco 8,31; 9,31; 10,32-34;
  • Luca 9,22; 9,43,44; 18,31-34.

In particolare in questo ultimo annuncio dice di guardare agli scritti dei profeti “Poi prese con sé i Dodici e disse loro: Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà. Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto.” (Luca 18,31-34)

Per cogliere l’attenzione dei cultori della parola di quei tempi, che tanta influenza avevano sul popolo ebraico e sui proseliti, gli evangelisti li chiamano a scrutare le scritture e le lettere degli antichi testi ove in modo esteso si trovano le profezie sul Messia per decriptazione, come del resto i contemporanei usavano anche leggere i testi delle scritture del codice biblico ebraico.
Vi sono, infatti, i riferimenti alle Scritture da Gesù asseriti, non si trovano con la sola lettura usuale della Bibbia, anche se l’autorità di Lui afferma che ci sono e capita di cercare nelle Bibbie commentate riferimenti, ma le note tacciono ed i riferimenti di Gesù alle profezie od alle promesse compiute restano velati. Al riguardo riporto di seguito una serie di versetti che ho raccolto:

  • Matteo 22,29Marco 12,24 – Gesù rispose: Siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio.
  • Matteo 26,56 – Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture…
  • Marco 14,49 – Ogni giorno ero in mezzo a voi ad insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!
  • Giovanni 7,38 – Colui che crede in me, come dice la Scrittura: Dal suo seno sgorgheranno fiumi d’acqua viva.
  • Giovanni 17,12 – Quando ero con loro, io li ho conservati nel tuo Nome che mi hai dato e li ho custoditi e nessuno è andato perduto, eccetto il figlio della perdizione, onde si adempisse la Scrittura.
  • Atti 1,16 – Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di David riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù.
  • 1Corinzi 15,3-4 – Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati “secondo le Scritture“, e che fu sepolto e risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture.

“Secondo le Scritture”! Quali Scritture?
I commentatori tacciono.
Queste scritture non erano certo i Vangeli, appena coevi e anche più tardivi della 1Corinzi, scritta nel 57 d.C..

Graf Reventlow Henning “Storia dell’interpretazione biblica” (Piemme) a proposito di 1Corinzi 15,3-5 osserva: “Questa asserzione contenuta nella citazione paolina, ha suscitato negli esegeti non pochi problemi… Il riferimento non è un passo specifico – si parla delle Scritture al plurale -, ma a tutto il canone vetero testamentario, che è chiamato in causa come testimone della morte di Gesù e del suo risuscitamento. In questo modo si chiarisce un punto determinante: la giovane Chiesa è decisa a non lasciare al giudaismo le Sacre Scritture tramandate, ma ad interpretarle rapportandole all’evento Cristo.”

Le numerose citazioni riportate nei Vangeli di sacri scritti dell’Antico Testamento, alcune volte anche ridondanti, servono a consentire al lettore proprio di accedere al testo completo con i segni originari, indipendentemente dalla lingua con cui sono scritti i Vangeli, testo che letto in modo esplicito o in modo implicito (per decriptazione) profetizza motiva e conferma l’evento di cui sono stati testimoni o che riportano gli stessi evangelisti.
Con la progressiva estensione dell’annuncio cui segue la crescita del grappolo delle comunità cristiane più lontane dall’ebraismo, quindi, accade che queste meno conoscono l’Antico Testamento, onde diviene meno pressante da parte degli Evangelisti riportare citazioni dei versetti degli antichi Sacri Testi, infatti, se poi il lettore diventerà un seguace senz’altro in lui nascerà il desiderio di accedere in qualche modo alle Sacre Scritture originarie per conoscere di più sul proprio Signore.
Ecco che i cristiani, sin dagli inizi attinsero alle sacre Scritture ebraiche e credettero che in esse circolasse lo spirito profetico della Parola di Dio che si fa carne e la Chiesa li accolse come ispirati da Dio tutti quei sacri scritti contenuti sia nella Bibbia ebraica che nella Bibbia greca.

Quei testi San Paolo in 2Corinzi 3,14-16 li chiamò Antico Testamento, infatti parlando dei figli d’Israele di allora scrive “Ma le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto.”

San Paolo si riferiva alla narrazione in Esodo 34,32-35 che riferisce: “Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai. Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con lui.”

Questo racconto sottende che quanto riportato per iscritto è quanto riferito da Mosè con un velo sul viso, quindi il succo che se ne può trarre è che anche quello scritto è velato.

La parola usata per “velo” dal libro dell’Esodo in quell’episodio è “masvoeh”, dal radicale per “sciogliere” usato ad es. nel Salmo 147,18.
Da quel radicale viene anche “massah” “prova”, per cui quegli scritti vanno sciolti e messi a prova onde la loro “vita piena portare ad aprire “.

Il fatto che dopo la diaspora seguita alle guerre giudaiche la ermeneutica e l’esegesi biblica per la corretta interpretazione dei testi sacri fu portata avanti prevalentemente sulla bibbia in greco ha fatto perdere i vantaggi connessi all’aspetto dei significati grafici delle lettere ebraiche dimezzando in un certo senso il potenziale insito nelle Scritture in ebraico e aramaico.
Dal libro di Geremia ove in 31,31 si dice di una “nuova alleanza” e nei Settanta in greco di “Nuovo Testamento” “kainē diathēkē” dalla Chiesa nei primi secoli furono così chiamati gli scritti che esprimono la fede nel Cristo incarnato secondo le previsioni profetiche dell’Antico Testamento, allora ancora vive in tutte le sue possibili letture da intendere questo non come Testamento superato, ma come attuato in tutte le sue profezie.

CERCARE MOSÈ IN GESÙ
Si farebbe confusione se si considerasse che la Torah essere solo l’insieme delle prescrizioni e dei decreti che pur vi si trovano, ma è molto di più.
Sono libri profetici e soprattutto vi circola lo Spirito Santo che spande i suoi doni anche alla semplice lettura e meditazione, tanto che il relativo rotolo nell’ebraismo è incoronato e rivestito con un mantello e portato addirittura in processione come fosse una persona nel giorno della “Simchat Torah” o “Festa della Torah”.
Gesù, peraltro, in più occasioni discute alcune prescrizioni della Torah per portarle al senso che Lui propone qualebautentico, come se in essa fossero stati introdotti anche dei precetti solo “umani”.

Il che è messo in evidenza quando Gesù, citando il profeta Isaia 29,13, in Matteo 15,7-9, dice: “Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini.”

Del resto i fratelli ebrei non si devono considerare offesi se il “profeta” Gesù li incalza con durezza come d’altronde facevano con loro i profeti nei Sacri testi.
Qui di seguito ecco solo alcune delle fondamentali critiche portate da Gesù a prescrizioni della Torah come se, appunto, gli uomini che ne avevano avuto accesso, oltre Mosè, quali re e sacerdoti del regno del sud fossero intervenuti sui testi forzando in alcuni brani l’autentico volere divino:

  • contesta in Matteo 5,27ss l’atto di ripudio della moglie che si trova nella Torah e afferma che la deroga c’è solo ad opera di Mosè, ma è contrario al pensiero di Dio, infatti, in 19,8-9 confermò, “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”.
  • s’oppone in Matteo 5,33-37 al giurare per il cielo e per Dio previsto come possibile nella Torah e in Matteo 5,38s s’oppone alla norma della vendetta, “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente…”
  • In Matteo 19,10s rende di fatto puri tutti gli alimenti che il Levitico 11 propone come immondi, “Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo.”
  • contesta poi il lapidare, quindi, il mettere a morte per ordine di Dio come si evince chiaramente dall’episodio dell’adultera (Giovanni 8,1-11) il che è da estendere a tutte le prescrizioni di morte previste nella Torah, ed è da ritenere che quelle prescrizioni intendono solo asserire che il soggetto “sarebbe” passibile di morte per il suo peccato;
  • interpreta in modo estensivo il comandamento Levitico 19,18, “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” e allarga il concetto de i “figli del tuo popolo” anche ai nemici, essendo figli d’Adamo, potenzialmente tutti e non solo Israele chiamati a entrare nel Popolo di Dio, infatti
  • in Matteo 5,43ss precisa: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste.”

Il dare compimento della Torah che Gesù dice di produrre è perlomeno duplice, riporta agli autentici comandamenti e attua l’annuncio contenuto nella Torah dell’avvento del Messia.
In modo esplicito sul Messia, peraltro, nella Torah è detto:

  • Genesi 3,15 – “E io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la tua stirpe. Questa ti schiaccerà la testa, e tu le insidierai il calcagno.”
  • Genesi 49,10 – “Non sarà tolto lo scettro di Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà Lui (Shiloh) cui è dovuta l’obbedienza dei popoli.”
  • Numeri 24,17-19 – “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino; una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele…” e quella “stella da Giacobbe” sarà il Messia secondo i Targum aramaici “Io lo vedo; ma non ora, io lo contemplo ma non da vicino; quando un re sorgerà da Giacobbe e il Messia promesso da Israele, Egli sconfiggerà i principi di Moab, e regnerà sui figli di tutti i popoli.” (Targum Jonathan Targum Onkelos)
  • Deuteronomio 18,15.18 – “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un Profeta pari a me. A lui darete ascolto…” e “Io susciterò loro un Profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò”. E Targum Jonathan osserva “Il Signore tuo Dio susciterà in mezzo a te un profeta per mezzo dello Spirito Santo che mi sarà pari… un profeta susciterò fra i tuoi fratelli, per mezzo dello Spirito Santo.” (Santala, p. 58)

I Vangeli, dal più antico, forse il Vangelo per gli ebrei, ossia la prima edizione di Matteo, all’ultimo in ordine di tempo, quello di Giovanni, si propongono di rendere universale l’annuncio di Cristo.

Il Vangelo di Matteo, scritto essenzialmente per gli ebrei, tende in 3,8s a inculcare in questi, orgogliosi dell’elezione a popolo di Dio, di produrre “…frutti degni di conversione” e, chiarisce “non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre.”

Con la “Buona Notizia”, oltre la conversione, propone loro di riconoscere fratelli tutti i popoli aventi diritto alla stessa figliolanza.
I successivi Vangeli, di Marco e Luca, si rivolgono ormai anche e forse soprattutto ai proseliti e ai pagani di lingua romana e greca, fatto ormai in essere al tempo dell’edizione del Vangelo di Giovanni.

Al riguardo, in tale Vangelo è da ricordare l’episodio seguente che segnala obiettivo del Cristo era proprio allargare la Buona Notizia agli altri popoli, infatti: “Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli domandarono: Signore, vogliamo vedere Gesù. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato.” (Giovanni 12,20-23)

Il Vangelo di Giovanni, insomma, pare così dare ormai per scontato l’avverarsi per la Chiesa di Cristo di quell’auspicata universalità.

ERMENEUTICA ED ESEGESI DEI GIUDEO-CRISTIANI
(Da “Il cristianesimo di fronte ad una Bibbia segreta“) Dopo l’evento Pasquale (aprile del 30 d.C.) della risurrezione del crocifisso Gesù un’attività importante dei più colti discepoli della prima ora provenienti dall’ebraismo, alla luce della realtà del Risorto, fu di cercare di rendere palesi le profezie relative a Cristo ed alla sua vita, alla nascita, all’infanzia del divino bambino, alla predicazione ed alla risurrezione che, pur se esistenti in qualche modo nelle Scritture, erano di fatto velate e non comprensibili al primo loro approccio.

Puech Charles-Henri, in “Storia delle religioni” (Laterza) scrive: “…i missionari dovettero trasformarsi in teologi e apologeti, ripiegarsi sui testi biblici, definire la loro fede di fronte alle diverse tendenze del giudaismo: si trattava di uno sforzo intenso di riflessione… riuscì in capo a mezzo secolo a imporre le proprie convinzioni teologiche ed ecclesiologiche in gran parte grazie a una serie di circostanze esterne; essa, infatti, era stata costretta dall’irrigidirsi del giudaismo, dopo la caduta di Gerusalemme nel 70, a prendere coscienza della propria indipendenza nei confronti della religione sorella.”

Circa quell’irrigidirsi è da ricordare l’uccisione del Vescovo Giacomo e del diacono Stefano tanto che sulla distruzione di Gerusalemme Eusebio (XXIII 19) concorda, col parere di Giuseppe Flavio il quale non dubitò che “Tutto ciò avvenne perché fosse vendicato Giacomo, il Giusto: egli era fratello di Gesù, chiamato il Cristo, e, sebbene giustissimo, i Giudei l’uccisero.” (Ant. Giud. XX, 197, 199, 203 – Eusebio XXIII 19)

L’ebraismo in quegli anni fu scosso, infatti, dalla figura di Gesù di Nazaret; di lui l’ebreo Flavio Giuseppe (37-103 d.C.), testimone autorevole di quel I secolo, dice: “In quel tempo visse Gesù, uomo sapiente – se lo si può dire uomo (anche se il testo può essere stato oggetto di manomissioni). Egli operò azioni degne di ammirazione e fu maestro di coloro che accolgono con gioia la verità. Attrasse a sé molti Giudei e pagani. E quando su accusa di molti dei nostri notabili, Pilato lo condannò alla morte di croce, quelli che lo avevano amato non fuggirono, e la loro stirpe, che da lui trae il nome di cristiani, non è venuta meno fino ai nostri giorni.” (“Antichità giudaiche”, XVIII 3,3), ma che viene anche dibattuto se non trattasi di una glossa aggiunta postuma da cristiani.

La messianicità del Cristo fu l’oggetto della predicazione come risulta dai ripetuti richiami negli Atti degli Apostoli (2,36; 3,18-20; 5,42; 8,5.12; 9,22; 17,3; 18,28; 24,24; 26,23), sempre con riferimento alle scritture e ciò era fatto con più intensità nei riguardi degli ebrei, dei più sapienti e di chi doveva proseguire la corretta tradizione.
Riporto ad esempio quanto in “Recognitiones di Pseudo Clemente” (Capitolo I 74) ove San Pietro dice a Clemente, che sarà poi suo successore a Roma: “Ti ho anche aperto la mente al significato più nascosto di tutta la Legge scritta, capitolo per capitolo, quando c’era bisogno di farlo, senza tenerti nascosti i vantaggi della tradizione.”

C’è, poi, tutta una tensione ed un alone profetico sui giorni dalla nascita di Gesù fino al suo battesimo con episodi che si trovano soltanto in Matteo ed in Luca con testi che non hanno quella concordanza assoluta usuale dei sinottici.
Al riguardo nella sua “Storia dell’interpretazione biblica” (Piemme 99) Graf Reventlow Henning osserva:

  • “Il prologo del Vangelo di Matteo, con i racconti dell’infanzia di Gesù, ha sollevato per l’indagine scientifica non pochi enigmi. Poiché di nessuno degli episodi narrati si può dimostrare la storicità, e poiché lo stile è leggendario, occorre postulare dietro ad essi un’interpretazione teologica di Matteo, oppure la comunità cristiana, qualora Matteo abbia preso questi racconti dalla tradizione orale.”
  • E sul come in tali brani evangelici l’evangelista tratta le citazioni che inserisce nel testo: “Gli esegeti sono sconcertati… ‘Sarà detto Nazareno‘. A quanto pare nemmeno Matteo sapeva da dove proveniva la frase, poiché qui parla al plurale: ‘Quanto è stato detto dai profeti‘. Da confrontare con questo passo sono i versetti 21,4s e 27,9, due citazioni del libro di Zaccaria, una delle quali è introdotta senza indicazione del nome del profeta…”

Questi Vangeli raccontano fatti che tendono a dimostrare come tali eventi, così come si sono svolti, avevano stretta connessione con le attese promanate dalle Scritture, mentre Marco che va al sodo per l’annuncio ai pagani, inizia il proprio Vangelo dal battesimo di Gesù.
Attraverso, però, la lettura col metodo dei segni dei brani dell’Antico Testamento che i Vangeli stessi riportano in concomitanza agli eventi che raccontano, quegli episodi risultano invece profetizzati con particolari.

Gli ebrei che non divennero cristiani non ritenevano Gesù il Messia, perché non aveva liberato Israele dai romani, né aveva ricevuto l’unzione con l’olio sacro dei re o dei sacerdoti, quindi per loro era un privato cittadino crocifisso dai Romani e che portava ad insegnamenti non ortodossi.
Una prova che fosse il Messia poteva esserci solo se i segni da lui compiuti fossero profetizzati nella Torah e nelle Sacre Scritture; da qui la necessità dei primi discepoli di approfondita ricerca in queste e la scelta del racconto nei Vangeli di episodi collegabili a profezie.
La perduta cognizione d’una lettura per decriptazione alla lunga può essere stata una causa d’incomunicabilità tra ebraismo e cristianesimo, pur se provenienti dalle stesse Scritture; infatti, il solo testo esterno non fu in grado di rispondere all’insieme del sentire.
Ecco che gli ebrei, ormai in diaspora si strinsero in rigida differenziazione dalla già ritenuta setta cristiana, in quanto il trapelare di profezie dal testo esterno del Canone non risultava per loro da solo sufficiente, mentre, l’estese profezie interne, se lette almeno con il metodo “al tikrei” non avrebbero retto alla realtà del compimento della promessa in Gesù di Nazaret.
Per contro, in campo Cristiano nel I secolo d.C. i cultori della parola provenienti dall’ebraismo della chiesa “ex circumcisione” che avevano tali nozioni le hanno riversate nei Vangeli, ma poi il successo tra i pagani, con l’afflusso delle masse di catecumeni ed il concomitante uso del greco, del latino e delle lingue locali, rese possibile che il metodo cadesse in dimenticanza nella Grande Chiesa.
I pagani erano interessati all’annuncio degli apostoli della risurrezione del Cristo e non era più essenziale convincerli del compimento di tutte le profezie ebraiche e poi, era impossibile far loro compiere l’intera iniziazione alle scritture sul tema del Messia e sulla rivelazione tutta intera.
Questo metodo è da ritenere che nel I – II secolo d.C. sia rimasto nella ristretta cerchia dei più sapienti delle comunità giudeo-cristiane, comunità, sempre più marginali nella realtà ecclesiale cristiana.
Ireneo (Adv. Haer. 1,7,4.) ed Origene (S Chr 147,245.275) difesero il simbolismo delle lettere, dei numeri, della croce, del Nome.
Vari furono gli elementi del simbolismo giudeo-cristiano (Emanuele Testa, “La fede della Chiesa madre di Gerusalemme” – Ed Dehoniane):

  • l’uso della “lingua sacra”;
  • “numeri sacri”;
  • l’impressione di sigilli, detti “sfhragis” (alberi, aratri, barche) per indicare che il segnato apparteneva al proprio gruppo;
  • la frequenza di “nomina sacra”, di Dio e di Cristo;

Nell’applicare tali elementi furono usate regole note anche ai rabbini, quali:

Dice Emanuele Testa: “I Giudei convertiti al cristianesimo fecero germogliare questi semi biblici già fecondati nella mistica rabbinica. Per questo si studiò la natura delle singole lettere (Ps. Tom. 6,3), la loro forma, i loro angoli, i loro segmenti (Ps. Mt 31,2) e si scrissero veri trattati sull’intero alfabeto… ebraico.” (Vedi Eusebio in Praep. Ev. 10,5; Esichio, o Attanasio, o Ephraim – De Titul. Ps. 144; Girolamo, Epist. XXX, Ad Paulam; Giuseppe, Hypomnestikon 1,26).

S. Girolamo nella lettera 30 spiega a Paola la sacralità dell’alfabeto ebraico (PL 22,441-5) e, per consolare Eustachio della morte della madre, si accinge a tradurre le lettere mistiche di Pacomio (PL 23,66-106).

Leggo in Bagatti nel libro “All’origine della Chiesa” (III.6) che S. Girolamo: “per fare il lavoro di traduzione aveva approfittato dell’occasione che gli si presentava di avere fra mano non solo le lettere inviategli da Silvano prete di Alessandria, ma anche di trovare un aiuto nel sacerdote Leonzio che le portava, probabilmente esperto in questo genere di linguaggio… Pacomio ed i suoi intimi ritenevano queste lettere come una rivelazione angelica, ma comunque erano dei mezzi mnemonici giudicati adatti a raggiungere l’unione con Dio”.

Eusebio riporta discussioni basate su parole ebraiche:

  • quella sul valore e significato delle lettere riferito nella “Praeparatio evangelica” (PG 21, 787-90);
  • sulle 4 lettere che compongono il nome di Dio (PG 22, 387s e 677s);
  • sulla spiegazione su “Iah” applicata a Cristo secondo il salmo 67 (PG 23, 685s);
  • nel salmo 108,10 (1331s) sulla frase “Moab è il bacino per lavarmi” dice “Mi ricordo d’aver ascoltato un ebreo che mi dette questa spiegazione sotto segreto: che cioè si doveva capire misticamente la generazione di Cristo secondo la carne.”

Ho allora voluto vedere bene quel versetto:

Salmi 108,10“Moab è il catino per lavarmi, sull’idumea getterò i miei sandali, sulla Filistea canterò vittoria.”




“Tra i viventi lo portò il Padre in pienezza . Si lanciò () in un corpo a chiudersi giù . Fu dall’alto in un uomo . In una donna () il Potente fu la rettitudine a inviare . Dall’alto fu dello Altissimo il soffio potente ad accenderla completamente . Venne () nel corpo a portarsi in vista di agire .”

Tra i viventi lo portò il Padre in pienezza. Si lanciò in un corpo a chiudersi giù. Fu dall’alto in un uomo. In una donna il Potente fu la rettitudine a inviare. Dall’alto fu dell’Altissimo il soffio potente ad accenderla, completamente. Venne nel corpo a portarsi in vista di agire.

Queste è un’ulteriore prove a favore della lettura con i segni.
Nel Cristianesimo dei primi secoli poi si trova l’affermazione che la Legge, i Profeti e i Salmi contengono il mistero del Cristo in:

Kerygma Petri: “Noi aprimmo i libri dei profeti che avevamo; i quali nominano Gesù Cristo in parte mediante parabole, in parte mediante enigmi, in parte in maniera garantita e con parole chiare; vi trovammo la sua venuta, la morte e la croce e tutte le altre pene che gli infissero i Giudei, e la risurrezione e l’ascensione al cielo, prima della restaurazione a Gerusalemme, come tutte cose erano state scritte, che cosa egli doveva patire e che cosa dopo di lui doveva accadere.” (Clem. Al. Strom VI 15, 128, 1)

Il che conferma che oltre le profezie che si leggono direttamente dal testo esterno in parte in maniera garantita e con parole chiare altre s’ottengono mediante parabole ed enigmi; e negli enigmi entra la traduzione coi segni.

Epistola di Barnaba: Secondo cui le Scritture contengono misteri e parabole (6,10), prevedono gli accadimenti del Cristo in figure che sono state scritte, ma nello Spirito (13,5) e in altri brani riporta che nelle Sacre Scritture si debbono guardare i “tipi” ed al riguardo dice Graf Reventlow: “Sebbene Barnaba in questo contesto utilizzi più volte il termine ‘tipo’ (7,3.7.10.11; confr. anche 8,1; 12,2.5.6.9; 13,5) , questo metodo s’avvicina maggiormente all’allegoria. Si parla di tipologia quando i tipi hanno anch’essi un loro significato storico, e non è questo il caso.” Cioè la parola “tipo” non ha in Barnaba il senso esclusivo dato successivamente dagli esegeti sulla base di quanto era loro noto; gli esegeti, infatti, non hanno mai pensato d’utilizzare “tipi” nel senso stretto della parola, cioè di lettura per lettere, come poi evidenzierò per altri successivi testi e quindi l’idea d’una lettura per decriptazione non è loro venuta in mente.

Pistis Sophia: Dichiara che la forza operante nei profeti dell’Antico Testamento aveva parlato con tipi e misteri; ma quella forza era lo spirito di Cristo, che nel Signore risorto offre ora con parole chiare la soluzione degli enigmi del passato. (A.Krugerud, “Die Hymnen der Pistis Sophia”, Oslo 1967)

Giustino: Per quest’autore il disegno di Dio è stato rivelato nelle scritture in modo oscuro, per volontà stessa dei profeti, che hanno fatto intenzionalmente ricorso a parabole e tipi. (Dial XC 2) Velato era soprattutto l’annuncio del mistero di Cristo mostrato in parabole e annunciato in forma segreta (Dial CXV 1) e dice che: noi Cristiani non potremmo comprendere le rivelazioni contenute nelle Scritture, se per volere di Colui che ha voluto le rivelazioni non avessimo ricevuto la grazia di comprendere. (Dial CXIX 1)

Ippolito: Per quest’autore vale quanto detto per Giustino.
Per la parola “tipi” usano quindi non solo i “tipi” come avvicinamenti a due personaggi o a due situazioni per una comune proprietà, ma anche lettere in senso stretto che sono appunto il mezzo da seguire per arrivare alla profezia, garantite dalla parola di Gesù che dice: “In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge.” (Matteo. 5,18) e “…scrutate le Scritture… ebbene sono proprio esse che mi rendono testimonianza.” (Giovanni 5,39)

Manlio Simonetti ed Emanuela Prinzivalli nel testo “Storia della letteratura cristiana antica” (Piemme 99), circa “il Dialogo col giudeo Trifone” (forse un rabbino), evidenziano in Giustino una ” distinzione tra “typoi” e “logoi” che implica un importante criterio ermeneutico per l’interpretazione allegorica della Scrittura: le parti narrative della scrittura sono; secondo lui “typoi“, cioè trattano di fatti realmente accaduti che, a un secondo livello di lettura, contengono la prefigurazione di fatti futuri, i logoi, invece sono le profezie il cui unico livello di lettura e cristologico perché si compiono appunto in Cristo.”

Anche per Ippolito (martirizzato nel 235 d.C.) è fatto lo stesso discorso: “Nelle parti storiche narrative i typoi si sovrappongono come secondo livello di lettura, senza negare la validità della lettera, nelle parti profetiche invece il livello interpretativo è unico e cristologico, perché Ippolito non ammette l’inveramento delle profezie su Israele.”

Evidentemente qui gli autori intendono “typoi” in modo simile all’interpretazione allegorica (che ho accennato per Barnaba) – come ad esempio Adamo è “il tipo, la figura di colui che doveva venire” (Romani 5,14) e non in senso stretto, perché non immaginano fino in fondo cosa nasconde il mondo di un “secondo livello di lettura” e, così facendo non appare loro che gli antichi e primi scrutatori giudeocristiani facessero decriptazioni dei segni ebraici.
Solo con i giudei era possibile, infatti, parlare di ciò, mentre quell’uso non era possibile con la maggior parte dei primi cristiani soprattutto quelli provenienti dai proseliti di lingua greca (Eusebio, Praep. Ev. 10,5; Isidoro di Siviglia, Etymol 9,1 3) e latina.

L’intero alfabeto fu usato per simboleggiare la potenza di Cristo; già nell’Apocalisse (21,6 e 21,13) sono riferite a Cristo le parole “Io sono l’alfa e l’omega, principio e fine”; quindi = uno, inizio, principio e = fine, e nel libro “Alle origini della Chiesa” (Libreria Editrice Vaticana 1981) di Bellarmino Bagatti è riportato un episodio su Gesù mandato a scuola e che confonde il maestro, estratto dalla “Lettera agli apostoli” (160 d.C.) e dal “Vangelo dell’Infanzia” dello pseudo Tommaso che dice: “Il precettore cominciò ad insegnargli l’alfabeto e Gesù gli disse: ‘Prima dammi una spiegazione dell’Alef ‘, ma quegli non seppe dargliela; ciò viene così a sottolineare, come dice il Bagatti, che “si deve attribuire a Gesù una dottrina ermetica sul valore delle lettere“.

Che agli inizi vi fossero tentativi d’esegesi oggi non adottati risulta chiaro dalla considerazione d’Ireneo contro gli gnostici: “Ed essi cercano di addurre prove non soltanto dai vangeli e dagli scritti dell’Apostolo (Paolo), travisandone di sana pianta l’interpretazione e dando spiegazioni false, ma anche dalla Legge e dai Profeti. Infatti, poiché molte cose sono dette in parabole e allegorie e possono essere forzata in molte direzioni diverse, con la loro interpretazione essi le adattano alle loro invenzioni e per giunta lo fanno in maniera ingannevole.” (I,3.6) dal quale sembra uscire un cenno di critica ad una prassi contemporanea o pregressa, oggi desueta e/o non nota, quando eseguita con mentalità volutamente distorta.

Il testo della Scrittura poi costituiva un problema notevole.
I manoscritti. ad esempio, che aveva a disposizione Origene (185-254 d.C.) – i codici dei Settanta usati nella sua Chiesa – erano in parte lacunosi e il loro senso era spesso oscuro e volle confrontarli con il testo originale ebraico “apprese la lingua ebraica” (Eusebio HE VI,16) ed i metodi esegetici dei rabbini da un ebreo palestinese passato al cristianesimo ed emigrato ad Alessandria e racconta (PG 13,800), ad esempio, che per sincerarsi del significato della lettera Tau = aveva interrogato tre ebrei di cui uno “che credeva in Cristo” che gli dette la risposta aspettata, cioè che il Tau = simboleggia la croce; più tardi diede avvio a un’opera con la quale fondò in pratica la critica testuale della Bibbia.

Accostò sinotticamente in quattro colonne (la “Tetrapla”) il testo originale ebraico dell’Antico Testamento (trascritto in lettere greche), la Settanta e altre due traduzioni greche (più tardi furono aggiunte altre due colonne con altre due traduzioni in greco – la “Hexapla”).
L’obiettivo però era solo il miglioramento della Settanta nella cui colonna segnò aggiunte e omissioni rispetto al testo originario.

Origene dice: “Il Primo e l’Ultimo è il Salvatore… Perché ci sono le lettere di Dio, come vi sono realmente – i santi conoscendole affermano di leggerle nelle Tavole celesti – sono (lettere) nozionali, divise in parti minute cioè alfa e così di seguito fino ad omega, che è il Figlio di Dio. Il quale è anche Principio e Fine”.

(PG 14,82s) e Bagatti nel libro “All’origine della Chiesa” (VIII. 1) asserisce: “Per esprimere il concetto di Gesù inizio e fine di tutte le cose, invece di restringersi alle sole due lettere estreme si può scrivere anche l’alfabeto completo o almeno l’inizio, perché nella mente degli antichi ogni lettera aveva il suo valore intrinseco”.

Ho trovato sulla rivista ebraica Shabbat Shalom N°131/2004 questo pensiero tratto dal libro “365 meditations of the Rebbe” che evidenzia la tensione sulle lettere ebraiche e in particolare lettera “‘Alef” scrive: «La condizione del mondo attuale si chiama “golah”, mentre la condizione in cui si troverà presto si chiama “gheulah”. Le due parole sono uguali, ma in mezzo a “gheulah” c’è una “‘alef'”. Alef significa padrone ma anche uno. Perché la “golah” diventi “gheulah”, dobbiamo solo rivelare la “Alèf”, il solo padrone dell’universo che si cela nelle creazioni del nostro mondo attuale. … Non siamo noi a dover essere portati fuori dall’esilio; piuttosto, è l’esilio a dover essere portato fuori di noi.»

Gli esegeti, del II e III secolo non potevano applicare il metodo delle lettere anche ai testi tradotti della Bibbia dei Settanta e poi alla Vulgata, gli unici usati, in quanto, com’è ovvio, quei testi non potevano dare i frutti che si conseguono con l’originale grazie ai segni ebraici; invero al riguardo in Bagatti, in “Alle origini della Chiesa” (III.6) ho trovato: “Secondo alcuni studiosi, ma negato da altri, il vescovo Melitone di Sardi in Asia Minore, sarebbe venuto a Gerusalemme per procurarsi delle Bibbie traslitterate, cioè ebraiche con lettere greche, per la lettura nelle chiese. Se lo fu in realtà, tale lavoro doveva essere stato fatto dai giudeo-cristiani.”

L’attività relativa fu poi più portata sul piano omiletico, in quanto, le tematiche fondanti erano da estendere ad una massa incolta; perciò i tentativi dei primi secoli si rivolsero più ai numeri sacri (Vedi ad esempio lettere di Pacomio e scritti di Ireneo da Marco il Diacono, in Ireneo Advr. Haer. 1,15) e la ricerca della lettura dei segni venne a cessare.

Anche Girolamo (331-420 d.C.) prese lezioni d’ebraico da un convertito e dopo un periodo tra i monaci ascetici del deserto della Calcide intraprese la traduzione del testo ebraico onde arrivare ad un testo (Vulgata) in latino, ma rimase sempre un convinto assertore dell'”hebraica veritas”, cioè del testo originale ebraico.
Girolamo mosse obiezioni sulla Settanta (che non fu una traduzione profetica nelle 72 celle separate, ma in una unica sala – Apologia contro Rufino II, 25) e propose l’idea d’adottare il testo originale ebraico; ciò trovò un portavoce in Agostino, timoroso che la Vulgata potesse essere accolta come divisione tra Oriente ed occidente (Vedi: Lettere 28 = 56 di Girolamo e 71 = 104 in Girolamo).

Girolamo, che “faticò per imparare una lingua straniera affinché gli ebrei la smettano di attaccare la Chiesa sulla base della scorrettezza dei suoi scritti”, fece notare come le citazioni dei Vangeli provengono prevalentemente dal testo ebraico, “che anche il Signore usa e dal quale i discepoli attingono esempi” e ciò conforta e dà sostegno ulteriore all’idea sviluppata in altra parte del mio lavoro di decriptare quei versetti richiamati nei Vangeli.
Nel tempo pur tuttavia la sua Vulgata s’affermò in quanto per la prima volta la Chiesa disponeva d’un testo incomparabilmente più vicino alla traduzione tradizionale del testo ebraico rispetto alla Settanta tanto che nel Concilio di Trento fu riconosciuta come Bibbia ufficiale del Cattolicesimo.
Nel contempo Lutero aveva prodotto dal testo ebraico la sua traduzione in tedesco e ironia della sorte la Volgata rappresentò la traduzione ecclesiastica irrigidita alla stregua che la Settanta così appariva a Girolamo che produsse la Vulgata.
Nel Dei Verbum 21 del Concilio Vaticano II si legge: “…i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre lettere”, che sembra conservare traccia dell’antico pensiero.
Sant’Agostino in “Enarratio in Psalmos” scrive: “Ricordatevi che uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Sacra Scrittura ed uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tutti gli scrittori santi, il quale essendo in principio Dio presso Dio, non conosce sillabazione perché è fuori dal tempo”.

Cioè pur non sapendo ormai, perché tutto però è miracolosamente rimasto perché si dia la dovuta importanza alle lettere originali!
Più ci s’allontana dall’origine, più si perde traccia di questo tipo d’investigazione basata sull’attento esame delle lettere del testo canonico ebraico in quanto la Chiesa si stava portando su un tipo d’esegesi più consono per la massa dei nuovi adepti.
Perciò, per la ricerca in campo Cristiano, non resta che cercare nell’ambito dei primi scritti canonici e anche se ciò sembra impossibile perché nessun testo è stato scritto con segni ebraici, c’è però la possibilità di decriptare i passi ebraici delle citazioni dell’Antico Testamento in essi riportate e queste in genere ampliano e arricchiscono o rendono palesi a pieno le profezie anche quando prese da sole il testo non sembra parlare in modo esplicito.
In definitiva sono proprio i “Vangeli, profezie attuate dal Cristo”.

LETTERE E ICONE
È da pensare pragmaticamente che se il personaggio Mosè nel XIII secolo a.C. ha scritto qualcosa, lo ha fatto utilizzando la lingua ebraica e i segni Proto-Canaanei e Proto-Sinaitici derivati dai geroglifici, sul tipo delle iscrizioni trovate nelle miniere di turchese di Serabit-al-Khadim al Sinai, ove sono usati meno di 30 segni con un sistema consonantico.


Tentativi di semplificazione di geroglifici
iscrizione di Wadi el-Hol XIX secolo a.C.



Alcuni segni proto-sinaitici


Questi segni hanno veicolato oltre a fonemi per indicare suoni anche immagini per cui ogni lettera è polifunzionale con proprietà inconsuete rispetto ad altri alfabeti e tali segni ben si prestano a criptare dei messaggi che possono avere più facce.
Ogni lettera ha una rosa ristretta di significati e le parole ebraiche possono anche considerarsi come dei rebus con tante figure quante sono le lettere che compongono ciascuna.
Al riguardo, si veda “Le 22 Sacre Lettere – Appunti di un qabalista cristiano“.

Vediamo ora se dalle Sacre Scritture possiamo ricavare qualche notizia sulle proprie lettere.
La Bibbia inizia con il libro detto del Genesi, il primo della Torah, che comincia con l’esporre la creazione e lo fa scrivendo quanto il Signore disse usando le lettere dell’alfabeto ebraico.
Le prime lettere del primo versetto “In principio Dio creò il…” (Genesi 1,1)



si prestano ad essere tradotta anche come:

  • “Ber’eshit” In principio
  • “bar’a” creò
  • “‘Elohim” Dio
  • … per primi i segni , ossia l’intera serie delle 22 lettere da a .

Ciò premesso, nasce la domanda: in che lingua la prima coppia dei progenitori dell’umanità parlava a faccia a faccia con Dio?
Dopo il diluvio, i superstiti della terra, 8 persone in tutto, Noè, i 3 figli – Sem, Cam ed Iafet – e le loro 4 mogli, parlavano ancora quella unica lingua della terra; risulta, infatti che: “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.” (Genesi 11,1)

Al Capitolo 10 della Genesi (10,1 e 21) sono elencate le famiglie dei figli di Noè e la Bibbia pone in particolare evidenza Sem “fratello maggiore di Iafet” e padre di Eber, il cui nome evoca gli “Ebrei”: “Anche a Sem, padre di tutti i figli d’Eber, fratello maggiore di Iafet, nacque una discendenza. I figli di Sem: Elam, Assur, Arpacsad, Lud e Aram.” (Genesi 10,21s)

Per primo nacque Arpacsad “due anni dopo il diluvio.” (Genesi 11,10), ne consegue che vuole dirci che la lingua di Eber, ossia degli ebrei, è inquadrabile tra le lingue semitiche come quelle di Elam, di Assur, della Lidia e di Aram.
Tutti i discendenti di Noè s’insediarono in una stessa località, la pianura di Sennar (Genesi 11,2) che per tradizione fu poi sede della città di Babilonia.
Lì stabiliti si verificò l’episodio “della torre di Babele” e la conseguente dispersione e la diversità delle lingue.
Ciò avvenne al tempo di Peleg figlio di Eber e questi nella linea dei primogeniti di Noè ovviamente avrà conservato la lingua di Noè che era quella d’Adamo, tanto più che “Noè visse, dopo il diluvio, 350 anni.” (Genesi 9,28)

La Bibbia così porta a concludere che la lingua di Eber, progenitore degli ebrei, è quella parlata da Noè (prima del diluvio, della torre di Babele e della dispersione), perché Eber è nella linea dei primogeniti.
Eber, secondo la Bibbia (Genesi 11), nacque 67 anni dopo il diluvio e visse 464 anni; Abramo nacque 6 generazioni dopo Eber (Eber, Pelag, Reu, Serug, Nacor, Terach, Abramo), 292 anni dopo il diluvio ed aveva 58 anni quando mori Noè.
Facendo i conti morì prima Abramo che Eber; questi per la Bibbia morì 98 anni dopo Abramo, viventi Isacco e Giacobbe (cioè quando Giacobbe aveva 13 anni).
Il libro della Genesi assicura così che il passaggio della tradizione e d’una lingua di famiglia da Noè ad Eber ed ai patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.
La Bibbia in tal modo porta a concludere che l’ebraico è la lingua che parlava Dio con Adamo e che Lui ovviamente gli insegnò.

Ne consegue che quando “Il Signore impose a Caino un segno” e quel segno “‘ot” come dicono le lettere “l’Unico portò un segno ” e il segno che portò fu una .
Eber, in effetti (Genesi 10,25), oltre a Pelag ebbe un altro figlio, chiamato Joqtan – da essere piccolo, essere minore – che ebbe 13 figli (Genesi 10,26-29) tra cui Saba, Ofir ed Avila.
In Genesi 10,30 si trova: “La loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.”

Mesa è indicata poi solo in 2Re 3,4, ma come nome di un re di Moab che si ribellò a Joram re d’Israele attorno 850 a C. e forse alla sua capitale misero nome Mesa ora nel sito dell’antica “Dibone” oggi “Dhiban” ove fu trovata una stele, detta appunto di Mesa, con la più antica iscrizione disponibile con lettere palo-ebraiche sulla vittoria di quel re.
Dalle montagne dell’oriente in Numeri 23,7 indica la direzione da dove arrivò, provenendo da Aram, il profeta Balaam chiamato da un re di Moab per maledire il popolo d’Israele e com’è noto, non lo poté altro che benedire.
Di quel territorio si può conoscere di più considerando i nomi dei figli di Joqtan, Saba, Ofir e Avila; viene così indicato il limite dello spazio estremo di loro competenza verso il sud: Arabia, Sinai, Etiopia.
Le montagne di Sefar sono identificate con la catena orientale del Dhofar che nei tempi antichi bloccava la via dal Mare Arabico e dal golfo di Aden all’interno della penisola verso i favolosi campi d’incenso d’Arabia; tra tali monti, il più alto è lo Zufàr (poco diverso da Sefar) di 1678 m di altezza.
L’estremità sud-est della penisola arabica era il regno di Saba e in quel punto l’Arabia, attraverso lo stretto di Bab al Mangab, è estremamente vicina alla penisola etiopica.
Questo stretto è lo sbocco a sud del Mar Rosso ed è idealmente il prolungamento d’asse della valle del Giordano.
In questa zona vive il popolo di Ad che parla una lingua particolare, cinguettante ed armoniosa, che i primi esploratori definirono “lingua degli uccelli”. (Vedi: Ubar di Nicholas Clapp-Mondatori 98).

Questo fatto e il nome del monte Zufàr fa venire a mente Zippora il nome della moglie di Mosè, che in ebraico vuole dire uccellino e come suono e scrittura è vicino a quello di Sefar.
Quel versetto Genesi 10,30 “La loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar” nel testo ebraico è:



In effetti, da “Mesa in direzione di Sefar” si può interpretare:

7    6        5    4  3  2   1

1       da dove (Cioè da Mesa in direzione di Sefar)
2    è stata tratta (dal radicale tirar fuori, e anche Mosè)
3       per la prima volta
4       con
5 certezza
6 la Scrittura
7       uscì.

È una traccia che con quel “Mesa in direzione di Sefar” suggerisce che: “da dove da Mosé per la prima volta con certezza la Scrittura uscì.”

Se poi si decripta l’intero versetto si ha:

“E dove era a risiedere per vivere con la matrice Mosè (), dal padre (della matrice) con certezza la scrittura uscì , gli aprì la mente – testa nel mondo la riversò d’aiuto per i viventi .”

Suggerisce che quando Mosè stava in Madian, Ietro, il padre di sua moglie Zippora gli insegnò l’uso dei loro ideogrammi e Mosè che era addentro alla cultura dei geroglifici cominciò a usare fino a mettere a punto una efficace scrittura.
(Vedi: “Scrivere sulla pietra al Horeba” ove la parte essenziale del racconto che riporto, fu già oggetto dell’articolo “Le lettere dell’Eterno per gli uomini” nella rubrica “Racconti a sfondo biblico” uno dei primi scritti che produssi per sigillare impressioni iniziali alla ricerca dell’origine delle lettere ebraiche, molto vicino come tema ai miei “Chi ha scritto l’Esodo conosceva i geroglifici” e “Tracce di geroglifici nel Pentateuco – Prima Parte” e “Seconda Parte” nella rubrica “Lettere ebraiche e codice Bibbia“.)

Il rebus della parola “libro” “sefoer” dal radicale di “contare, annotare, raccontare…” ci dice di un “rotolo che parla alla testa “, ma anche che “avvolge il Verbo con un corpo “.

Attraverso di quel rotolo il Verbo si fa corpo – carne; insomma le Sacre Scritture ebraiche sono una prima incarnazione del Verbo di Dio, sono Parola di Dio.
Quella scrittura fu proprio quella i cui segni furono usati da Dio per scrivere le tavole della legge, come si legge in:

  • Esodo 31,18 – “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio.”
  • Deuteronomio 9,10 – “…il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea.”

Con quei segni, poi, secondo la tradizione, Mosè scrisse la Torah.
In ebraico Ietro, “Yitr“” che significa “eccellenza”, si scrive .
Era questi un sacerdote di Madian ed è chiamato anche Reuel o Obab.
La Genesi ci parla di un Madian figlio di Abramo e di Chetura da cui i “Madianiti” che colonizzarono il territorio a est del Giordano fino al Mar Morto e il deserto d’Arabia.
Madian fu dove Mosè, fuggito dall’Egitto dopo aver ucciso un egiziano che stava picchiando un ebreo, si rifugiò si sposò, ebbe due figli e vi trascorse 40 anni fino al suo ritorno per condurre gli Israeliti alla Terra promessa.

Ora, tra “Ietro” e “ha-Torah” con i valori numerici delle lettere ebraiche si ha una equivalenza che li lega, significativa secondo le proprietà che annette la tradizione ebraica alla gimatria; infatti, entrambi quei nomi hanno lo stesso valore somma:

= ( = 6) + ( = 200) + ( = 400) + ( = 10) = 616
= ( = 5) + ( = 200) + ( = 6) + ( = 400) + ( = 5) = 616

Per il discorso che sto portando avanti, queste parole sulle lettere o segni sono allusivi:

  • Ietro = fu i segni nella mente – testa a recare .
  • la Torah = escono segni per portarsi nelle menti entrare .

Infine, un ulteriore pensiero: la Torah è il campo aperto a destra e a sinistra in cui circola la tortora “tor” = in Levitico 1,14; 5,7.11; 12,6 in Numeri 6,10 associata alla colomba “ionah” che “è a recare l’energia angelica nel mondo ” ed è rappresentativa dello Spirito del Signore che circola in quegli scritti .

In definitiva da quel rotolo della Torah esce lo Spirito Santo.
Del resto nel cantico dei Cantici 2,12 il versetto che recita “…i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna” è allusivo alla Torah.

I FRATELLI MAGGIORI
Il Signore Dio, con l’evento della rivelazione del Sinai, ha esplicitato la propria divina pedagogia investendo un gruppo umano, Israele, e l’ha condotto verso un ideale integrità morale di alleanza con Dio che la società moderna non era pensabile ed è ancora lontana dal raggiungere.
Tutte le generazioni di questo popolo da secoli indagano continuamente quelle Scritture che non si esautorano, in quanto, sono sempre capaci di sorprendere e di destare sensazioni nuove che introducono alla conoscenza del divino. Sono proprio come un diamante dalle infinite sfaccettature.
Quei libri hanno, infatti, una caratteristica particolare che li rende diversi da ogni altro scritto e ciò è proprio connesso alle lettere che furono usate in grado di renderle vive con le multiformi immagini che sono capaci di destare nella mente.
Dio è il giusto e il misericordioso di sempre e mal si concilia con prescrizioni antiche che mostrano la loro debolezza se prese alla lettera e non nello spirito quali passi delle Scritture che richiamano a crudeltà estreme e che invece vanno letti con un’attenzione particolare, perché trasmettono messaggi sigillati.
Sono quei brani oscuri come un tappeto che a volte può presentare all’esterno scene cruenti, ma dietro ha un ordito ed una trama ben ordinati che presenta un disegno diverso, ed è quello da recepire.
Quegli scritti, se non è esautorato il potenziale delle lettere originarie con una traduzione che con lettere aliene fotografano un solo aspetto del corpo vivo, con i segni primigeni che erano il loro supporto sono in grado di presentare aspetti altrimenti perduti come del resto fa un fotografia rispetto ai reali sentimenti della persona fotografata.
Del resto quanto ai precetti rituali, come le norme sul puro e l’impuro, è da prendere coscienza del loro spinto simbolismo e vederne la loro funzione educativa nel campo spirituale, proprio come propone Gesù.

A questo punto i fratelli ebrei sono chiamati a valutare se il periodo storico del I secolo, che costringeva Israele sotto il giogo romano, non abbia condizionato i loro capi che non passarono dalla realtà fisica a quella spirituale riconoscendo il Messia di pace per cui non fu da loro colta un’opportunità.
Quel profeta riconosciuto da una parte di quel popolo quale Messia e figlio di Dio, come da profezia cavalcava un asinello e non un cavallo come un liberatore bellicoso, ma per conservare le loro posizioni demagogicamente quei capi indurirono i cuori del popolo, anche se, invero, un liberatore del genere non necessariamente guerriero era implicito anche da una lettura dei sacri testi, anzi fu poi aperto un vallo d’inimicizia incrementato da ambo le parti che è risultato insuperato per 20 secoli.

La Chiesa Cattolica con il Concilio Vaticano II ha raccomandato ai cristiani verso gli ebrei di curare “la mutua conoscenza e stima” e ha dichiarato che queste “si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo”. (In “Nostra Aetate” sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, n. 4.)

La base su cui confrontarsi sono proprio i libri comuni della Tenak scritti con la lingua originaria che erano quelli che si leggevano ai tempi di Gesù e che sono stati conservati e ritrovati nelle grotte del monastero esseno di Qumran che dimostrano che in pratica i testi odierni sinagogali non sono mutati.

Giovanni Paolo II nella sua visita del 1980 alla sinagoga di Magonza, diceva: “L’incontro tra il popolo di Dio dell’Antica Alleanza, che non è stata mai abrogata da Dio, e quello della Nuova Alleanza, è al tempo stesso un dialogo interno alla nostra Chiesa, in qualche modo tra la prima e la seconda parte della sua Bibbia” e durante la sua visita nel 1986 alla sinagoga di Roma, dichiarava: “La religione ebraica non ci è estrinseca, ma, in un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori.”

Ecco che si pone sul tavolo la questione della lettura di alcuni passi della Tenak che i cristiani attribuiscono al Messia e molti ebrei invece rivolgono al soggetto Israele, il “Giusto” tra le nazioni.
In tale ambito in particolare ricadono i Canti del Servo di Isaia:

  • Isaia 42,1-9 – Primo canto. Il Signore presenta il suo Servo.
  • Isaia 49,1-7 e Isaia 50,4-9 – Secondo e terzo canto. Il Servo presenta se stesso e la sua difficile missione.
  • Isaia 52,13 – 53,12 – Quarto canto. Il Servo schiacciato dalle nostre iniquità.

Del pari sono importanti le profezie in Zaccaria del “trafitto” (Zaccaria 12,10) e della “fontana zampillante” (Zaccaria 13,1), richiamate nel Vangelo di Giovanni rispettivamente in Giovanni 19,37 e Giovanni 7,38 e 19,34.
Al riguardo si vedano:

L’umanità di allora, il popolo eletto e il popolo pagano per eccellenza di quei tempi, nei riguardi del “Giusto” in assoluto, Gesù Cristo il Figlio di Dio, di fatto si sono comportati come Caino con Abele.
Questo è il tema del 4° Canto del Servo di IHWH in 52,13-53,12 del Deutero – Isaia (550-539 a.C. durante l’esilio di Babilonia) che ritengo che fosse noto a Platone (428-348 a.C.), visto che nel suo libro II della Repubblica (362a) tratta della sorte del “giusto” in questi termini: “il giusto verrà flagellato, torturato, gettato in ceppi, avrà bruciati gli occhi e infine, dopo avere sofferto ogni sorta di mali, verrà impalato (crocifisso)”.

Per concludere, ritengo che quelle Sacre Scritture ancora molto hanno da dire a ebrei e ai cristiani se venissero scrutate nella loro espressività originaria guardando all’aspetto delle lettere usate come icone, in quanto potrebbero far superare scogli interposti per incomprensione che svanirebbero davanti alla dimensione totalizzante di quanto viene da esse rivelato potendo ognuna di quelle 22 lettere essere riferita allo Spirito, ossia alla colomba che tra quelle lettere vola per portarsi nella mente ed imprimersi nei cuori di chi le legge in modo aperto col giusto atteggiamento.
Ora quei libri sono sigillati e presentano la possibilità di vari livelli di lettura oltre la letterale e allegorica.

Dura è la critica dei profeti per i lettori della Sacra Scrittura che si fermano alla superficie; basta pensare a ciò che in Isaia 29,13: “Dice il Signore: Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani…”

LIBRI SIGILLATI
Sofronio Eusebio Girolamo, ossia san Girolamo, san Gerolamo (Stridone in Dalmazia 347 – Betlemme 420), Padre e Dottore della Chiesa, tradusse in latino dal greco, “Vulgata”, la “Septuaginta” in greco.

Questi, però, comprese che vi era di più nel testo in ebraico come si può capire dal commento che fece nel Prologo al libro del Profeta Isaia, di cui riporto un breve estratto: «Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: – “Scrutate le Scritture” (Giovanni 5,39) – e – “Cercate e troverete” (Matteo 7,7) – per non sentirmi dire come ai Giudei: “Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio” (Matteo 22,29). Se, infatti, al dire dell’apostolo Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che non conosce le Scritture non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le scritture significa ignorare Cristo… Tutto ciò che riguarda le Sacre Scritture, tutto ciò che la lingua può esprimere e l’intelligenza dei mortali può comprendere, si trova racchiuso in questo volume. Della profondità di tali misteri dà testimonianza lo stesso autore quando scrive: “Per voi ogni visione sarà come le Parole di un libro sigillato; si dà ad uno che sappia leggere dicendogli: Leggilo. Ma quegli risponde: Non posso perché è sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggerlo dicendogli: Leggilo, ma quegli risponde: Non so; leggere.” (Isaia 29,11-12). Si tratta dunque di misteri che, come tali, restano chiusi e incomprensibili ai profani, ma aperti e chiari ai profeti.»

Che cosa intende Isaia per libro sigillato?
Isaia con ciò ci dice che il suo libro è criptato per cui si ha anche un altro livello di lettura, oltre a quello normale, per chi sa leggere con il metodo dei segni?

Del resto nel capitolo 8 dello stesso Isaia si legge: “Poiché così il Signore mi disse, quando mi aveva preso per mano e mi aveva proibito di camminare per la via di questo popolo… Rinchiudi questa testimonianza, e sigilla questo insegnamento nel cuore dei miei discepoli.” {Isaia 8,11-16)

Così hanno fatto tutti i profeti!
Dice, infatti, Atti 13,27: “Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato…”

A proposito del “sigillato” si legge anche nel libro del profeta Daniele 12,1-10: “Ora, in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia… Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno… I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento… Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta… dissi: Mio Signore, quale sarà la fine di queste cose? Egli mi rispose: Va, Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate fino al tempo della fine. Molti saranno purificati, resi candidi, integri… i saggi le intenderanno.”
(Vedi: “I geroglifici ebraici del libro di Daniele” ove si trovano decriptata tutta la parte, capitoli 1-12 che si trova nel testo della Tenak)

Poi, c’è quella parola di Gesù in Giovanni 5,39: “Scrutate le scritture… danno testimonianza di me.” non dice leggete, ma qualcosa di più “indagate, frugate, esplorate”.
Nell’Apocalisse di Giovanni in 5,1 si legge: “E vidi nella mano destro di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli.”

Dopo le precedenti considerazione quel “scritto sul lato interno e su quello esterno” rafforza l’idea di una scrittura con due testi di messaggi, e in Apocalisse 22,10 si legge “Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino”, cioè non fare come è stato fatto per tutti i libri profetici, non lo criptare, perché il tempo è vicino e tutti quelli che sanno leggere, così, lo potranno leggere.

In ebraico sigillare ha il radicale usato 26 volte nei vari tempi e in Isaia 29,11 per il libro sigillato si ha che è “chatum” “nascosto da segni , ma vivo ” o “dal nascosto segni – indicazioni recano al vivo ” e “chotam” è “sigillo” in Genesi 38,18, mentre in Genesi 38,25 “anello da sigillo” è “cotoemoet” .
Non resta perciò che provvedere alla “‘scrutatio”.

ISAIA 29 – DECRIPTAZIONE
Riporto il testo della traduzione C.E.I. 2008 dei 24 versetti del capitolo 29 del libro del profeta Isaia:

Isaia 29,1 – Guai ad Arièl, ad Arièl, città dove si accampò Davide! Aggiungete anno ad anno, si avvicendino i cicli festivi.

Isaia 29,2 – Io metterò alle strette Arièl, ci saranno gemiti e lamenti. Sarà per me come Arièl:

Isaia 29,3 – io mi accamperò tutt’intorno contro di te e ti circonderò di trincee, innalzerò contro di te un vallo.

Isaia 29,4 – Allora prostrata parlerai dalla terra, e dalla polvere saliranno le tue parole; sembrerà di un fantasma la tua voce dalla terra, e dalla polvere la tua parola risuonerà come bisbiglio.

Isaia 29,5 – Sarà come polvere fine la massa dei tuoi nemici e come pula dispersa la massa dei tuoi tiranni. Ma d’improvviso, subito,

Isaia 29,6 – dal Signore degli eserciti sarai visitata con tuoni, rimbombi e rumore assordante, con uragano e tempesta e fiamma di fuoco divoratore.

Isaia 29,7 – E sarà come un sogno, come una visione notturna, la massa di tutte le nazioni che marciano contro Arièl, di quanti l’attaccano e la stringono d’assedio.

Isaia 29,8 – Avverrà come quando un affamato sogna di mangiare, ma si sveglia con lo stomaco vuoto, e come quando un assetato sogna di bere, ma si sveglia stanco e con la gola riarsa: così succederà alla massa di tutte le nazioni che marciano contro il monte Sion.

Isaia 29,9 – Fermatevi e stupitevi, accecatevi e rimanete ciechi; ubriacatevi ma non di vino, barcollate ma non per effetto di bevande inebrianti.

Isaia 29,10 – Poiché il Signore ha versato su di voi uno spirito di torpore, ha chiuso i vostri occhi, cioè i profeti, e ha velato i vostri capi, cioè i veggenti.

Isaia 29,11Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non posso, perché è sigillato.

Isaia 29,12Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non so leggere.

Isaia 29,13 – Dice il Signore: Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani,

Isaia 29,14 – perciò, eccomi, continuerò a operare meraviglie e prodigi con questo popolo; perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti.

Isaia 29,15 – Guai a quanti vogliono sottrarsi alla vista del Signore per dissimulare i loro piani, a coloro che agiscono nelle tenebre, dicendo: Chi ci vede? Chi ci conosce?

Isaia 29,16 – Che perversità! Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire del suo autore: Non mi ha fatto lui? E un vaso può dire del vasaio: Non capisce?

Isaia 29,17 – Certo, ancora un poco e il Libano si cambierà in un frutteto e il frutteto sarà considerato una selva.

Isaia 29,18 – Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno.

Isaia 29,19 – Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele.

Isaia 29,20 – Perché il tiranno non sarà più, sparirà l’arrogante, saranno eliminati quanti tramano iniquità,

Isaia 29,21 – quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla.

Isaia 29,22 – Pertanto, dice alla casa di Giacobbe il Signore, che riscattò Abramo: D’ora in poi Giacobbe non dovrà più arrossire, il suo viso non impallidirà più,

Isaia 29,23 – poiché vedendo i suoi figli l’opera delle mie mani tra loro, santificheranno il mio nome, santificheranno il Santo di Giacobbe e temeranno il Dio d’Israele.

Isaia 29,24 – Gli spiriti traviati apprenderanno la sapienza, quelli che mormorano impareranno la lezione.

A questo punto fornisco la decriptazione giustificata dei due versetti 29,11 e 12, poi la decriptazione tutta di seguito dei 24 capitoli di Isaia 29.

Isaia 29,11 – “Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non posso, perché è sigillato.





E finalmente al mondo è il Potente dalla retta Madre al petto () a portarsi . Indica al mondo così che in cammino la Parola è entrata in pienezza a fruttificare . Di nascosto l’indicazione recò alla Madre . Dalla Donna () il corpo è stato donato () e venne () a portarglisi Dio per portare (la propria) esistenza alla conoscenza del mondo . In pienezza la Parola con il corpo il rifiuto all’essere ribelle () riversa alla vista (). Con l’energia dell’Unico colpirà Lui in vita col corpo il serpente primo (il negativo). L’Unigenito ha recato così al serpente la rettitudine che sarà a strappar via () chi portò ai viventi la perversità () all’origine .

Isaia 29,12 – “Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non so leggere.




Si porta l’energia completa inviata al mondo per far perire () il cattivo serpente . L’Unico lo brucerà nei corpi . Del Potente inizierà a essere la mano in azione avendo riempito con il Verbo un corpo . Per il serpente inizierà l’amarezza a versargli dal corpo . Ahimè da questi usciranno e inizierà a vivere col corpo al serpente la calamità nel tempo ; era scritto !

Ed ecco la decriptazione completa.

Isaia 29,1 – Al mondo portato è l’Unigenito col corpo all’operare del folle. La luce è stato Dio a versare in un corpo; è finalmente la grazia uscita da Davide in pienezza. La Parola si porta alla luce inviata al mondo dall’alto. Una luce di angeli esce in festa. È con la Madre; a poppare la Parola si porta.

Isaia 29,2 – E al mondo giù si è versato. Si porta per finire l’esistenza del serpente l’Unigenito col corpo. È Dio che portatosi in campo è stato. Indica al mondo il segno che ad incontrarli sarà. Di Lui i lamenti escono e nel mondo è alla stoltezza con la forza della rettitudine. A originare nei corpi sarà la divinità.

Isaia 29,3 – Portata la grazia è stata finalmente. È stato così per l’amato che dall’alto è stata a coppe portata giù nel corpo. Ha scelto di stare l’Altissimo in un’azima, dentro si porta nel mondo. Versatosi è in un uomo l’Altissimo. La rettitudine vive giù in un corpo finalmente.

Isaia 29,4 – E da un’umile, pura nella terra che ha prescelto la Parola si è portata dal seno. Il Verbo nel corpo per finire un fuoco racchiude per chi ha originato la ribellione. Così portatosi al mondo è uscito dagli afflitti, si reca in una casa a vivere in terra. Lo sperare in cammino reca ai viventi. In azione la Parola inizia all’amarezza, all’oppressione; per finirla da sentinella a vigilare.

Isaia 29,5 – E uscito, è al mondo così dal Padre versato. Alla polvere del mondo esce in vita, si porta il consacrato (Nazir) è retto e come azima dall’aldilà esce in vita. E un fanciullo è sceso, è stato portato dalla Madre al mondo. È uscita del Potente la Parola; finalmente si vede nelle tenebre iniziare la vita.

Isaia 29,6 – Per le preghiere dei viventi il Signore scese in una casa da primogenito. L’aveva scelta, alla fine il soffio ha versato insinuatosi in un corpo per agire da vivente e nella casa del “cattivo” il fuoco porta. A rovesciare porta al serpente il destino, reca per il serpente la fine dal mondo e per accerchiare il nemico in campo reca una fiamma dalla Donna, l’Unigenito lo porterà dalla sposa.

Isaia 29,7 – E entrato è nel mondo il vigore del Potente, portato alla Madre, costretto a nutrirsi. Di notte, entrato nel mondo, dai viventi si reca. Da inviato alla sposa in cammino si porta a stare a vivere. Uscito dalle schiere, è da un seno guizzato il leone di Dio, e dalla sposa giù a casa si è al mondo portato dai viventi per cacciare la stoltezza dal mondo.

Isaia 29,8 – E uscito è al mondo così l’Unigenito. Il Principe si è chiuso con la potenza in un vivente. Partorito, nell’oscurità portatosi del mondo, con i lamenti inizia a portarsi così dal serpente. E nel mondo si risveglia, vi si porta col corpo. Ha versato al mondo l’anima e così del Beato si è chiusa la potenza in un vivente, sceso dai viventi al desiderio. Ecco uscito al bruciante deserto in campo versato, si è giù portato fuori dagli angeli. Uscito in azione a chi è privo di consiglio la Parola il giubilare porta, rovescia a chi è ottuso coppe d’energia. Il Signore esce tra i viventi per portare tra gli angeli la sposa. In cammino porterà gli esseri viventi fuori, le schiere sarà a far ascendere dal monte Sion.

Isaia 29,9 – Uscito da una pura nel mondo, dai viventi la perversità si porta a finire per i viventi del mondo riportare puri dalla scelleratezza. Esce una luce per gli smarriti. Il fuoco in azione porta, per bruciare il peccare reca l’ardore. L’agnello reca il bastone al negativo. Il vino inviato in azione si porta al serpente, gli inizia l’ubriacatura.

Isaia 29,10 – Così è inviata in pienezza la rettitudine dall’alto. È così con la Madre il Signore. Lo Spirito completamente in un corpo nel sangue entra. Portatosi è l’albero della vita; inizia il segno, sentiti sono stati i lamenti. Così con la Madre l’Unigenito si indica al mondo, uscito il Profeta (inviato da casa è stato dall’Unico) è in vita ha portato l’Unico alla fine in un corpo da una Donna. È così dalla Madre uscito, al mondo al petto è della Madre, dal trono uscito.

Isaia 29,11 – E finalmente al mondo è il Potente dalla retta Madre al petto a portarsi. Indica al mondo così che in cammino la Parola è entrata in pienezza a fruttificare. Di nascosto l’indicazione recò alla Madre. Dalla Donna il corpo è stato donato e venne a portarglisi Dio per portare (la propria) esistenza alla conoscenza del mondo. In pienezza la Parola con il corpo il rifiuto all’essere ribelle riversa alla vista. Con l’energia dell’Unico colpirà Lui in vita col corpo il serpente primo (il negativo). L’Unigenito ha recato così al serpente la rettitudine che sarà a strappar via chi portò ai viventi la perversità all’origine.

Isaia 29,12 – Si porta l’energia completa inviata al mondo per far perire il cattivo serpente. L’Unico lo brucerà nei corpi. Del Potente inizierà a essere la mano in azione avendo riempito con il Verbo un corpo. Per il serpente inizierà l’amarezza a versargli dal corpo. Ahimé da questi usciranno e inizierà a vivere col corpo al serpente la calamità nel tempo; era scritto!

Isaia 29,13 – Ed è stato l’origine dell’essere ribelle dall’Unico giudicato. Sarà spazzato dall’inviata rettitudine che sarà a risplendere luminosa nel mondo. Liò avvenne al tempo di Peleg figlio di Eber e questi nella linea dei primogeniti di Noè ovviamente avrà conservato la lingua di Noè che era quella d’Adamo, tanto più che “Noè visse, dopo il diluvio, 350 anni.” (Genesi 9,28)

La Bibbia così porta a concludere che la lingua di Eber, progenitore degli ebrei, è quella
Isaia 29,14 – Del Potente a un onesto (come un angelo) nel mondo uscì un angelo, inviato fu a Giuseppe dal Potente. Che uscirà il meraviglioso Unigenito gli indicò, al mondo si vedrà da Madre uscire, da questa uscirà fuori la Parola potente, l’Unico porterà il soffio Potente, l’Unico lo porterà. Il padre (Giuseppe) lo aiuterà al mondo a diventare sapiente (il versetto precedente, infatti, preannuncia che l’Unigenito dovrà imparare) gli indica che ad aspettare dalla Madre è portato e alla casa (di Giuseppe) sarà donato. Il Figlio sarà portato a termine in pienezza, il segno lo indicherà il corpo (gonfiandosi il ventre).

Isaia 29,15 – Al mondo condotto è stato, uscito dal seno con le acque è stato versato, è dalla Madre in vita il Signore. Il Potente in pienezza finalmente è col corpo in vista sceso al mondo. Portatosi in campo, è uscito. Dentro i luoghi tenebrosi i viventi vedono un luce forte uscire. Dalla Madre si è portato a essere l’Unigenito in vita. In alto sono alla vista angeli a portarsi e ai viventi è la conoscenza dagli angeli recata.

Isaia 29,16 – Esce la Parola retta dalla retta Madre. Ha originato nella Madre il vigore della vita nel corpo. Fuori si è portato il corpo descritto secondo la propria famiglia/casa. La rettitudine è la forza dell’Unigenito dall’ingannatore in azione. Un fuoco esce dal Potente alla vista ad ardere nel mondo, lo reca al negativo (serpente primo) che in fumo sarà portato. Rimodellerà l’Unigenito la vita nei corpi, la potenza nei vasi riporterà del Potente, l’amore sarà a rinviare.

Isaia 29,17 – Esce il serpente. Inizia azione a portare di sangue. Si vede al cuore il Vivente colpito dal nemico. Un’asta bruciante dentro al cuore del Figlio. Dai potenti per la rettitudine innalzato, un serpente portò a uscire l’Agnello dalla vita. La potenza del Potente fu in azione nel corpo. Fu nella tomba risorto dentro.

Isaia 29,18 – E risorto vivo lo videro portarsi a casa. Fu a riportarsi a vivere nel mondo; Lui uscì dalla tomba. Col corpo risorto fu a vivere la Parola. Era scritto che si porterà in vita l’Unico col soffio potente e i viventi nelle tenebre lo vedranno gli apostoli, saranno a vederlo nel riportato corpo, dai morti l’Unigenito fu rinviato al mondo.

Isaia 29,19 – Si è in pienezza la Parola riportata. In azione l’energia l’ha riportata a stare in vita. A casa riesce. Riè al mondo risorto in vita. La tomba l’ha aperta il Padre. Si è portata l’energia a stare in un uomo. Dentro la santità è stata a risorgere il corpo. Da Dio è stata la gioia portata.

Isaia 29,20 – Così è l’ira in pienezza dal nemico. È scesa per portare i tutti del mondo il serpente giù a rigettare completamente. Gli reca della rettitudine il potente fuoco che verserà, quanto basta, per annullarlo.

Isaia 29,21 – In un vivente racchiuso, il Cuore è stato dall’Unico. Fu in uomo la rettitudine dalla Parola, perché portasse bruciature. Dal grembo per bruciare il nemico fu versata dal Risorto. L’ha portata agli apostoli. Recata è stata la carità che dentro al mondo porta finalmente il Giusto.

Isaia 29,22 – Il Potente così ha inviato la rettitudine al mondo al ribelle. A uscire l’ha portata fuori l’Unigenito dal cuore. È dalla croce all’esistenza il calcagno della Donna che dal corpo della Parola in aiuto uscì. Inizia il segno che dall’Unigenito, da dentro il corpo, uscì in pienezza in azione completamente al mondo. È dentro portato il fuoco; è in azione a versarlo dal ventre portato al negativo (serpente primo). Nel tempo al mondo di persona fu a riportarsi. Fu dalla tomba a riportasi, col corpo si riportò.

Isaia 29,23 – Così è stato il creatore in croce portato, partorito è stato recato dal seno un fuoco al mondo che si è d’aiuto all’esistenza dentro versato per le moltitudini che recato è stato per santificare. Ha portato la resurrezione ai viventi. Si è portato fuori, rovesciato per il tempo della trebbiatura. Inizia il segno che il Santo si è in azione versato dentro portando l’inizio della fine del maledetto dall’esistenza. La rettitudine di Dio avrà spazzato dai corpi chi fu giù a portarsi.

Isaia 29,24 – Ed è la conoscenza portata che alla fine alla città (la nuova Gerusalemme) li porterà in grembo. Saranno da angeli dal mondo portati col corpo con gli angeli; nei giorni avranno imparato la lezione.

DAL RAMO DI JESSEultima modifica: 2018-06-26T13:05:04+02:00da mikeplato
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