DEUS ABSCONDITUS

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Di Alessandro Conti Puorger

Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore (Isaia 45:15)

IL DONO DELLA LIBERTÀ
L’uomo, certamente, è la massima espressione di vita “animale” di questa terra.
È diverso da tutte le altre specie degli esseri che vivono essendo dotato di ragione al massimo livello conosciuto, se pure si possono chiamare forme di raziocinio alcune punte d’istinto intellettivo delle specie animali, questione sulla quale non intendo addentrarmi.
Nonostante questa dote preziosa che pare avvantaggiare l’uomo, i motivi dell’esistenza dell’universo e di come s’è formata la materia gli sono ancora oscuri, come pure è ignoto alle scienze il perché della vita che l’uomo non è in grado di creare partendo da zero.
Appare allora all’orizzonte delle origini un “big-bang” mosso da un’energia autogenerantesi col risultato di una materia eterna come scoria di un processo di trasformazione di un’energia creatrice personalizzabile in un soggetto creatore, ma che pare come non intervenire e non interferire più con l’opera creata, insomma, appare come presentarsi la figura di un dio “ozioso”.
Una soluzione del genere comporta che quel dio era nell’impossibilità di non creare, ossia condannato a creare per forza, essendo il risultato non un impegno volontario, ma connesso alla proprietà dell’energia, quindi, dovuto per un automatismo dei processi successivi, il che sposta il problema a chi ha voluto tale energia e cioè a come si sarebbe formata.
La creazione invece è di più, implica un atto volontario e non uno stato di necessità o la ricerca di un piacere.
L’Essere creatore, infatti, è da pensare perfetto in sé senza bisogno di cercare apporto alcuno o svago di qualsiasi genere che non possa trovare in se medesimo.
L’ammissione di un Dio creatore, implicitamente, allora, comporta che Questi non ha avuto “bisogno” di creare, ma che ha fatto una scelta, non per il piacere, visto che era soddisfatto in sé, ma ha pensato il creare come un atto d’amore.
L’amore poi comporta la condizione di libertà altrimenti si entra nella sfera di ciò che è servile e dello sfruttamento.
Questo bisogno di assicurare libertà spiegherebbe perché Dio per scelta potrebbe apparire anche ozioso, onde consentire la libertà alla creatura amata, altrimenti il vivere di questa sarebbe irrimediabilmente condizionato dalla Sua presenza ingombrante che potrebbe essere indesiderata.
Ecco che si presenta la possibilità dell’esistenza di un Dio ignoto e da qui i tentativi dell’uomo di cercarlo con le religioni primitive, storiche o moti razionali di tipo filosofico e ideologico che sono tentativi di arrivare a Dio con la ragione.

Sono questi meritevoli pensieri, certamente non ignoti a Dio amore, ma da inquadrare cinicamente tra i “pii” desideri in quanto prodotti da quella stessa ragione che non riesce a spiegare i motivi dell’esistenza.

Il libro degli Atti degli Apostoli scritto da San Luca, collaboratore di San Paolo, riporta che l’apostolo ai contemporanei ateniesi fece questo discorso in cui ogni parola è pesata e da meditare: “Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: A un dio ignoto. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: Perché di lui anche noi siamo stirpe.” (Atti 17,22-28)

Sono quindi nate le “religioni rivelate”, che ovviamente lasciano all’uomo la possibilità di credervi o meno, in cui quel Dio a partire da 5000 anni orsono ha cominciato col manifestarsi ad Abramo, padre della fede, poi ha proseguito con i profeti d’Israele fino al giudaesimo e al cristianesimo.

Nella II parte del libro del profeta Isaia, detto “Libro della consolazione d’Israele” nella parte del Deutero-Isaia (capitoli 40-55) relativo al periodo 550-539 a.C. dell’esilio babilonese si trova: “Solo in te è Dio; non ce n’è altri, non esistono altri dei. Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore.” (Isaia 45,14b.15)

È questa una vera professione di fede!
Come è mio solito, nel prosieguo dell’articolo mi servirò del potente mezzo della lettura delle lettere ebraiche del testo della Tenak – ossia della parte di libri dell’Antico Testamento scritti in ebraico o aramaico – come icone, con propri intrinseci significati grafici e della possibilità tramite queste di ricavare, per decriptazione, pagine di secondo livello da quei testi, tutte riferibili al Messia.
Al riguardo, si vedano schede delle lettere con i loro significati cliccando i loro simboli nella colonna a destra delle pagine di questo mio Sito e le regole di “Parlano le lettere” nonché il perché ciò sia possibile in ““Scrutatio” cristiana del Testo Masoretico della Bibbia”“.

“Dio nascosto” è “‘El” “misettatter” modo quest’ultimo “hithpael” del radicale ebraico che riguarda “nascondersi, occultarsi, celarsi, coprirsi” da cui viene “setoer” per “nascondiglio, rifugio, riparo, asilo”, quindi, un posto segreto.
Ora, i significati grafici delle lettere per suggeriscono “avvolto completamente il corpo ” o anche “in un buco confinatosi col corpo “.
(Vedi: “Ciro il Grande imperatore illuminato“)

Pur se “nascosto” lo stesso capitolo 45 di Isaia più avanti di Dio afferma: “Io sono il Signore, non ce n’è altri. Io non ho parlato in segreto, in un angolo tenebroso della terra. Non ho detto alla discendenza di Giacobbe: Cercatemi nel vuoto!”. (Isaia 45,18b.19)

In definitiva precisa che per la discendenza di Giacobbe il Signore è uscito dal segreto e ha parlato… e parla a chi lo cerca purché non sia un cercare nel vuoto, ma concreto, non nel vaneggiamento della mente, ma con un profondo anelito dell’anima.

Quel non “cercatemi nel vuoto” è un “tohu vaqqeshuni” ove “tohu” tradotto come “informe” si trova proprio nel versetto 1,2 del libro del Genesi “Ora la terra era informe”, quindi ricorda la “creazione”.
La parola “tohu” si può vedere anche come () + , quindi, “finita la perversità ()“, e questa è la prerogativa o almeno l’intensione che è necessario deve avere l’uomo, facendosi umile, ritenendo cioè di avere un “Creatore”, per cercare di avere una risposta da parte di Dio; del resto, dice il Salmo 138,6 “eccelso è il Signore e guarda verso l’umile ma al superbo volge lo sguardo da lontano.”

Per “cercare” poi Isaia ha usato il verbo dal radicale che può implicare tanti modi anche “aspirare, inquisire, pregare, chiedere”.
Le lettere di dicono “in casa – dentro piegati con la luce “.

Sembra questo l’atto rituale di chi prima di “Pesach” cerca in casa ogni briciola di lievitato o di fermentato, il che collega ancora il ricercare col fare pulizia nella propria vita, di darle un ordine e cominciare dal principio e il principio è che Dio c’è e l’uomo è la sua creatura.
Le seconde due lettere del tri-letterale richiamano il termine “qashah” “essere gravoso, difficile” quindi ad uno “affranto, afflitto, abbattuto” insomma a un momento difficile, quei momenti particolari in cui si cerca una salvezza, proprio un salvatore come dice Isaia 45,15.

Quel Dio nascosto in definitiva, in quei momenti, se desiderato si rivela.
Dice il Salmo 145, alfabetico, al versetto 18 che inizia appunto con la 18a lettera dell’alfabeto, la “qof” , recita: “Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero.”

Anche questo cercare con cuore sincero evidenzia che la ricerca non deve essere mossa da un bisogno culturale, ma da un vero sentito bisogno esistenziale.

Per quel cercare nella seconda parte del versetto invero è usato lo stesso verbo di invocare usato nella prima parte e spiega che il Signore è vicino a chi, lo invoca con verità “‘oemoet” , sinceramente cercando “l’origine dell’uomo “.
Questo modo, nella verità, è come opposto a nel vuoto “tohu” ossia come accennato “segnato da perversità ()” quindi, un indagare per scopi perversi come ad esempio per lucro o per ingannare su cose sacre o per malefici.

Invocare , dicono le lettere, è “piegare – versare la mente – testa all’origine “; perciò chi si sente oppresso, schiavo e imprigionato in questo mondo e cerca veramente lo scopo della propria vita s’interroghi sulla propria origine e invochi chi l’ha creato in verità e non vuotamente, Dio allora si piegherà verso di lui e in qualche modo diverrà parte della sua vita.

Del resto così in pratica inizia il libro della Sapienza 1,1.2: “…rettamente pensate del Signore, cercatelo con cuore semplice. Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui.”

Nel Salmo 27,8 Davide nel momento del bisogno dice: “Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco“, ove usa due volte cercate e “volto” “fani” .

Questo Salmo è stato cantato per secoli nelle liturgie e ha interpellato le menti e i cuori di generazioni e generazioni di Israeliti su cosa voglia significare cercare il Suo Volto che certamente non è solo andare nel Tempio o in Sinagoga, ma apre anche ad altre possibilità che Dio stesso può certamente offrire.

Sicuramente va cercato nella verità “‘oemoet” per comprendere “l’origine dell’uomo ” e allora farà vedere il suo volto, “fani” , quindi, “Il Verbo – il suo Volto inviato sarà “.
Se si scrutano le lettere del termine “fani” si profilano poi due livelli di presentazione da parte del Volto:

  • reale, “una persona () sarà “, da uomo in carne ed ossa si farà presente, il che però implicava “l’incarnazione” e questa pur se sperata poteva essere una “temeraria” e non ammissibile idea in quanto non si accordava con un pensiero “razionale” del puro spirito di Dio tutt’altro dell’uomo.
  • nella predicazione “del Verbo inviati – apostoli – profeti vi saranno “.

Può sembrare un’enormità che in quelle lettere “fani” sia chiuso il “mistero” di Cristo, eppure nel Vangelo di Giovanni, versetto 5,39, c’è implicito l’invito importante di Gesù di “…scrutate le Scritture…”
Ora, scrutare sta per cercare bene con attenzione un qualcosa che alla prima vista può non vedersi, qualcosa di nascosto.

Del resto il radicale ebraico del verbo scrutare è e la lettera “het” sottende l’idea di un luogo chiuso, nascosto, per cui è necessario per trovare ciò che è “nascosto curvare la testa “, ossia indagare con attenzione.
A questo punto il “cercate” , che abbiamo visto è ripetuto due volte nel Salmo 27,8 può sembrare il tentativo del cercare umano “dentro piegarsi con una luce “, ossia guardate piegandovi con attenzione, ma ciò avrà successo solo se il Signore si vuol far trovare “dentro verserà la Sua luce ” e questa luce è il Suo volto.
Dirà, infatti, Gesù:

  • Giovanni 8,12 – “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.
  • Giovanni 9,5 – “Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo“.

Di conseguenza chi lo segue diviene luce come Gesù stesso dice ai sui discepoli nel “discorso della montagna”: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.” (Matteo 5,14-16).

Accogliendo la Sua luce i discepoli, che erano tenebre, divengono dispensatori di bontà, giustizia e verità. (Efesini 5,8-11)
Poi Gesù in Giovanni 5,39 sulle Sacre Scritture aggiunge: “…sono proprio esse che danno testimonianza di me.”

Nel Vangelo di Matteo poi Gesù stesso dice: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.” (Matteo 5,18)

A questo punto quelle tre lettere di scrutare prendono nuova vita, in quanto, ciò che è scritto in ogni lettera delle Sacre Scritture sarà compiuto, “quanto nascosto si compie ()“, perciò anche quanto si evince dalle lettere del suo volto, “fani” .
Vedere il Suo volto implica il ritornare alle origini a quando l’uomo poteva stare “alla presenza del Signore” (Genesi 3,8), ossia nel Gan Eden, il paradiso perduto.
Il vedere il suo Volto e restare in vita di conseguenza implica il ricevere il perdono da parte di Dio.

IL MISTERO E LA BIBBIA
È entrato da tempi atavici nei pensieri dell’uomo che alcune volte i sogni possano rivelare il futuro.
Questa idea è stata accolta dagli autori ispirati dei testi della Bibbia ove spesso molte vicende importanti sono precedute da sogni premonitori indotti da Dio Unico, sogni che solo col Suo aiuto possono poi essere correttamente interpretati.
Al riguardo si pensi ai sogni di Giuseppe, l’undicesimo figlio di Giacobbe, e al dono che aveva d’interpretarli come racconta il libro della Genesi.
Su tale filone dei sogni interpretati con l’aiuto di Dio nel libro del profeta Daniele al capitolo 2 si parla di un sogno di Nabucodonosor, di una grande statua composita di vari materiali distrutta da una pietra caduta dall’alto, sogno di cui nessun mago e indovino del suo regno riuscì a svelare il significato recondito.
Il re indignato allora comandò che tutti costoro fossero uccisi.

A questo punto in 2,19 è detto: “Allora il mistero fu svelato a Daniele in una visione notturna; perciò Daniele benedisse il Dio del cielo…”

Viene, quindi, in modo chiaro attribuito proprio a Dio il potere di concedere l’interpretazione a chi vuole perché la storia è in Suo potere come pure l’animo di ogni uomo.

Daniele in 2,20-22, infatti, benedì Dio con queste parole: “Sia benedetto il nome di Dio di secolo in secolo, perché a lui appartengono la sapienza e la potenza. Egli alterna tempi e stagioni, depone i re e li innalza, concede la sapienza ai saggi, agli intelligenti il sapere. Svela cose profonde e occulte e sa quel che è celato nelle tenebre e presso di lui è la luce.”

Daniele svelò il significato con i vari regni di ferro, di bronzo, di argilla che gli succederanno e Nabucodonosor concluse in 2,47 rivolto a Daniele: “Certo, il vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei re e il rivelatore dei misteri, poiché tu hai potuto svelare questo mistero”.

Strettamente collegato, in quanto. profetizzato nel sogno di Nabucodonosor è poi l’avvento del Regno di Ciro che emise l’editto di ritorno dei giudei dall’esilio babilonese.

Su Ciro che Dio scelse per i suoi disegni pur se questi non Lo conosceva, si trova nel libro di Isaia: “Ti consegnerò tesori nascosti e le ricchezze ben celate, perché tu sappia che io sono il Signore, Dio di Israele, che ti chiamo per nome.” (Isaia 45,3)
(Vedi: “I geroglifici ebraici del libro di Daniele“)

Il nascosto da luogo al mistero che comporta l’esistenza di qualcosa d’impossibile a percepire se non è tolto un velo o una chiusura per cui occorre avere la chiave per aprire una porta per vedere e percepire l’oggetto del mistero, il che equivale ad avere un’illuminazione particolare sulla questione.

L’uomo, più si addentra nella conoscenza della realtà che lo circonda e lo sovrasta o è nel proprio intimo, più si rende conto che sempre più grande è il mistero da svelare e ciò gli è ben chiaro visti gli sforzi che ha dovuto e fa per comprendere già soltanto le questioni scientifiche.

L’affare poi si complica o si semplifica a seconda dei punti divista a chi si presenta l’idea che possa esistere un Dio creatore e, allora, Questi diviene per lui fonte del mistero dei misteri e l’uomo, quale essere razionale, a questo punto ha due vie, rinunciare o ricercare.
Se non fa come lo struzzo, ossia nel secondo caso, comprende che se non è fornita una chiave non potrà addentrarsi nel mistero, occorre insomma trovare chi è già in avanti nella ricerca, perché il mistero è immenso come Dio e la ricerca è… eterna come Dio è eterno.
Una verità del mistero intanto è subito evidente: Dio è onnisciente, onnipotente e soprattutto meraviglioso e il fare la Sua conoscenza basta per impegnare con soddisfacente godimento tutta l’eternità.
Certo è allora che la Sua conoscenza si trasforma nella ricerca del compagno dell’esistenza, “l’amore dell’anima mia” del Cantico dei Cantici 1,7; 3,1.2.3.4 che con i toni di una passione ultraterrena “…perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” (Cantico 8,6) traccia uno sviluppo del cammino di ricerca di Dio da parte dell’amata, per cui l’invocazione da parte di chi Lo cerca diviene “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia…” (Salmo 63,2)

Il Creatore per farsi conoscere da chi lo cerca gli viene incontro con sorprese e gli prepara occhi adeguati per vederle per cui questi è portato a esclamare “grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio.” (Salmo 86,10)

Queste “meraviglie” sono “nifel’aot” da verbo il cui radicale è “essere, meraviglioso, prodigioso, portentoso, miracoloso” in cui “si distingue, si segnala () l’Unico portando dei segni “.
Del resto in ebraico “‘ot” significa proprio:

  • “segno, segnale”, in Genesi 4,15 messo sulla fronte di Caino;
  • “prova” in Esodo 3,12;
  • “prodigio, portento” come in Esodo 4,8-9.

Da segnalare sono:

  • “prodigio celeste” in Geremia 10,3 “otot vemopetim”;
  • “segni e prodigi o segni portentosi, miracoli” “‘otot vemopetim”, ossia segni che lasciano persuadere o seducono dal verbo come in Deuteronomio 6,22; 7,19; 26,8; 29,2; e Geremia 32,20-21.

Come se non bastasse il segno miracoloso della vita per non credere a un benevolo Creatore, Gesù ebbe a dire “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete.” (Giovanni 4,48)

I Vangeli, infatti, segnalano con una certa frequenza la richiesta di segni a Gesù da parte dei discepoli, dai farisei e dai sadducei come in Matteo 12,38; 16,1; 21,31; Marco 8,11; Luca 11,16.29; Giovanni 2,19.23; 3,2; 4,48; 6,2.14.26.30; 7,31; 11,47; 12,18.37; 20,30.
I termini “mistero – misteri, misterioso – misteriose – misteriosi” nella traduzione C.E.I. della Bibbia del 1975 si trova complessivamente 44 volte di cui 15 nei libri dell’Antico Testamento e 29 volte in quelli del Nuovo.
Le 15 volte dell’Antico Testamento sono così ripartite:

  • 2 in Giudici 13,18-19;
  • 5 in libri deuterocanonici, Sapienza 14,15.23 e Siracide 3,22; 16,21 3e 39,7;
  • 8 in Daniele 2,18.19.27.28.29.30.47 (2 volte).

Nei testi in ebraico della Tenak dei libri inseriti nell’Antico Testamento ecco che “mistero” si trova nei seguenti modi:

Nel racconto della nascita di Sansone da madre sterile (Giudici 13,2) quando al padre si presenta un angelo e “Manoach disse all’angelo del Signore: Come ti chiami, perché ti rendiamo onore quando si sarà avverata la tua parola? L’angelo del Signore gli rispose: Perché mi chiedi il mio nome? Esso è misterioso. Manoach prese il capretto e l’offerta e sulla pietra li offrì in olocausto al Signore che opera cose misteriose.”

Si presentò “l’angelo del Signore”, “mal’ak IHWH”, lo stesso che vide Mosè al roveto ardente (Esodo 3,2), ossia una manifestazione del Signore percepibile senza provocare la morte, di cui del resto Manoach aveva avuto timore si potesse verificare come poi dice il testo stesso.

Quel “misterioso” è “fel’i” e le lettere nel caso specifico stanno a dire che il Suo nome non si può pronunciare, ” per la bocca non è “.
Del resto, il nome IHWH l’angelo l’aveva rivelato a Mosè per cui qui dice a Manoach solo che il Suo nome deve rimanere non pronunciato, ossia è ineffabile.
Cose misteriose è “mafel’a” e sta ad indicare che fa cose meravigliose come dare la vita di un figlio alla moglie sterile “la vita il Verbo del Potente origina “.

Nel libro di Daniele poi al capitolo 2, il cui testo è in aramaico, nella narrazione della spiegazione da parte del profeta del sogno di Nabucodonosor per 8 volte si trova la parola mistero di cui due al plurale, versetti 22 e 47.

Qui mistero è “raz” al plurale “razin” e il significato delle lettere suggerisce che è qualcosa che “la testa – mente Colpisce “.
Le 29 volte di “mistero” dal greco nel Nuovo Testamento sono così ripartite:

  • 4 nei Vangeli;
  • 22 nelle lettere di San Paolo;
  • 3 nell’Apocalisse.

Nei Vangeli, sul fatto perché Gesù parla in parabole che spiega poi ai discepoli propone “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli,” (Matteo 13,11; Marco 4,10; Luca 8,10), poi Luca in 9,45 su fatto che Figlio dell’uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini, dice: “…essi non comprendevano questa frase; per loro restava così misteriosa che non ne comprendevano il senso e avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento.”

San Paolo parla di mistero nei seguenti casi:

  • Romani 11,25 – sull’indurimento di una parte d’Israele verso l’incarnazione;
  • Romani 16,25 – Efesini 1,9 e 3,3-5.9, Colossesi 2,2 e 4,3 il messaggio di Cristo, rivelazione del suo mistero;
  • 1Corinzi 2,7 – su Cristo, sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta;
  • 1Corinzi 4,1 – gli apostoli “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio.”
  • 1Corinzi 13,2 – senza il dono della carità in pratica non serve conoscere i misteri;
  • 1Corinzi 14,2 – sul dire cose misteriose col dono delle lingue;
  • 1Corinzi 15,51 – “…vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati…”
  • Efesini 5,32 – “Questo mistero è grande”, l’amore sponsale di Cristo e la Chiesa;
  • Colossesi 1,26.27 – Efesini 6,19 – “…far conoscere il mistero del vangelo”;
  • 2Tessalonicesi 2,7 – sul “Il mistero dell’iniquità è già in atto…”
  • 1Timoteo 1,12 – “Rendo grazie a… Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero…”
  • 1Timoteo 3,9 – “…conservino il mistero della fede in una coscienza pura.”
  • 1Timoteo 3,16 – “Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: Egli si manifestò nella carne…”

Nel libro dell’Apocalisse si ha al 10,7 quando il settimo angelo suonerà la settima tromba e si svelerà “il mistero di Dio come egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti”, mentre in 17,5.7 si svelerà il mistero del male.

CHIUDERSI E NASCONDERSI
Nelle traduzioni in italiano della Bibbia i termini relativi al “nascondere, nascondersi, nascosto, nascosti” e analoghe forme verbali si presentano circa 200 volte di cui solo poco più di 30 nel Nuovo Testamento.

A mio parere la chiave di tutta questa tematica si coglie proprio dalla prima volta che appare questo concetto il che avviene nel libro della Genesi, subito dopo il peccato della prima coppia.
Vi si legge: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: Dove sei? Rispose: Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto.” (Genesi 3,7-10)

Il Signore lo chiamava dicendo: “dove sei?”
Certamente non perché non lo sapesse, infatti, la lettera agli Ebrei in 4,13 commenta: “Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.”

Quel “dove sei?” lo “‘aiiakkah” ha lettere in grado di spiegare la situazione, sanciscono un fatto: “il serpente ha portato il guaio (per cui) la rettitudine uscì ” o anche, che è la stessa cosa, “il serpente ha portato l’origine dell’Essere a spegnere “.

Il nascondersi nasce subito dall’aver mangiato dell’albero della conoscenza… del male e si vergognarono della loro nudità, che prima era normale, e si vestirono con foglie di fico.
Ecco che il vergognarsi comporta il nascondersi.
Già il vestirsi è un modo di nascondersi, di mascherarsi.

Del resto, “vestito” in ebraico “beghed”, ha le stesse lettere con diversa vocalizzazione di “begad” che indica un tradimento e il traditore, per cui il testo con quel dire che i progenitori si coprirono sottolinea l’avvenuta rottura del patto col Signore il loro tradimento.

L’uomo e sua moglie, secondo il racconto del Genesi, vivevano nel giardino terrestre alla presenza del Signore, come dice “l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore” Genesi 3,8, e “alla presenza del Signore” è “miffenei” IHWH, , ossia vedevano certamente il suo volto “feni” .

Il testo vuol farci capire che fu l’uomo a nascondersi da Dio.
In quei tre versetti, infatti, si trova due volte il verbo nascondere nel versetto 8 “si nascose” e nel versetto 10 “mi sono nascosto”.

Ora accade che nel complesso dei libri della Bibbia, come ci sono presentati ordinati, la prima volta in assoluto che si presenta il verbo “nascondersi, celarsi, rintanarsi”, in effetti, il soggetto che compie l’azione non è Dio, ma si nascosero l’uomo e la donna che furono i progenitori dell’umanità.

In detta occasione il radicale usato in entrambe le volte per dire nascondersi in ebraico è quello del verbo da cui “chob” è “seno”, la prima volta come “techabb’e”, modo “niphal” e la seconda come “‘echav’a”, modo “hithpael”.
Le lettere di quel radicale danno luogo “a chiudersi in casa inizia “, ma anche nel caso specifico di Genesi 3,8 da parte della prima coppia fu “un chiudersi dentro all’Unico “, un “chiudergli l’ingresso ()” nel loro cuore.

Alla fine di Genesi 2, in 2,25 della prima coppia viene detto: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.”

Nudi è “a’rummim” plurale di e subito dopo all’inizio del capitolo Genesi 3 si presenta il serpente, “nachash” ove le lettere suggeriscono essere un tale con energia a scadenza il quale era il più astuto “a’rum” parola che salvo le vocali ha le stesse lettere di “nudo” che “agiva per saziarsi () di vita “, insomma “un nemico si portava ai viventi “.

Ecco che dopo aver detto sì alla sua catechesi contro Dio, i due della prima coppia si rendono conto di essere nudi “e’rim” , ma ora si vergognano e si intravede che in loro “ad agire è un verme ()“.
La conseguenza fa dire ad Adamo queste parole che trascrivo in ebraico, “…perché sono nudo, e mi sono nascosto“.


e le lettere suggeriscono il seguente pensiero: “la rettitudine ha spazzato (). È stato un verme () che ho incontrato (); della rettitudine che era stata portata all’origine ha chiuso l’ingresso ()“.

L’uomo conferma che purtroppo è avvenuto quanto abbiamo visto è nell’intimo delle lettere di “Dove sei?” e sancisce che è avvenuta una separazione, in quanto, è caduto in un baratro esistenziale con esistenza a termine come del resto era la situazione del serpente in cui era incarnato il male.

Per riflesso, si deduce che ora accade che chi pare nascosto sia Dio, ma è invece che all’uomo un parassita gli si è attaccato come un verme tenia che lo rode dall’interno con la febbre dell’orgoglio di primeggiare senza rispondere a nessuno e, di fatto, gli chiude le imposte per evitare di fargli vedere Dio.

Del resto il serpente “nachash” è “l’angelo che nasconde la luce ” e questo impedimento è divenuto parte sostanziale dell’uomo, quello che nella teologia cristiana è detto essere il peccato d’origine o originale.

Se si passa per il radicale a un significato assoluto, rivolgendo il pensiero al vero “‘alef” che è il Dio Unico, si ha “nascosti dentro (si è) nell’Unico ” o anche “nascosto dentro (c’è) l’Unico “.

Il disegno di ogni uomo, in effetti, come disse San Paolo agli ateniesi, è chiuso dentro, quindi, nel seno dell’Unico, questa è la verità: l’origine dell’uomo è nascosta dentro l’Unico e se non si entra in questa idea certamente Dio non lo si può trovare, cioè la sua negazione aprioristica è uno schermo che ne impedisce l’accoglimento.
Ognuno vi sta nascosto, in Lui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”.
Come il feto di un bambino è collegato alla madre nella gestazione, così ogni uomo è collegato con Dio, con un cordone ombelicale noto solo a Lui, per venire preparato in questa vita, se lo richiede, ed essere portarlo alla vita eterna.
L’intimo dell’uomo, insomma, è via la che conduce a Lui e che Dio preferibilmente percorre per farsi cercare e trovare.
In seno ad ogni uomo, quindi c’è la via potenziale per trovarlo, ma è impedita dal diniego originario che pesa su ciascun uomo.

Cercando di conoscere l’essenza di se stessi si arriva a Lui, purché non lo si faccia a vuoto, ossia, se la creatura è veramente interessata, se prova a evitare colpe gravi e cerchi di emendarsi come dice Giobbe in 31,33 “Non ho nascosto come uomo la mia colpa, tenendo celato nel mio petto (“chob” ) il mio delitto…” per entrare nella dimensione di un rapporto filiale che il Signore desidera.

Avere qualcuno chiuso dentro nell’intimo come Dio ha l’uomo sta a significare che questi è proprio un essere amato, in quanto e un modo in ebraico per dire amare, “nel seno abita ” di Lui.
C’è, infatti, il verbo ebraico usato in Deuteronomio 33,3 per dire che il Signore “Certo, egli ama i popoli…” ove “ama” è “chebeb” .
Si può, allora, concludere che l’uomo che in seno avesse il pensiero e il desiderio dell’Unico verrebbe ascoltato, il che risulta evidente in relazione a quanto dice Gesù stesso.

ENTRA NELLA TUA CAMERA
Nel Vangelo di Matteo nel “Discorso della Montagna” Gesù conferma che Dio “vede nel segreto” dell’uomo.
Per tre volte Gesù usa questa espressione e lo fa con riferimento alle tre armi – elemosina, preghiera e digiuno – che servono per combattere le tentazioni del demonio:

  • Matteo 6,3-4 – sull’elemosina, “Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.”
  • Matteo 6,6 – sulla preghiera, “Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.”
  • Matteo 6,17-18 – sul digiuno, “Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.”

Quest’ultimo versetto poi è prezioso, perché afferma che, “il Padre tuo, che è nel segreto“, quindi l’uomo ha in sé come accennavo un luogo segreto in cui c’è Dio, ma di tale posto l’uomo ha di fatto chiuso la porta e perduta la chiave, perciò si è reciso da Lui.
Una parola importante, da valutare bene per comprendere meglio il pensiero del Signore e che certamente Gesù ha pronunciato è “segreto”, che in ebraico si dice in più modi, ma abbiamo una traccia in quanto dice “entra nella tua camera, chiudi la porta”.

Ora, in ebraico “camera” si dice “choedoer” e, in effetti, c’è il concetto che vi sta un corpo dopo aver chiusa una porta .
Gesù ci dice che è una camera segreta particolare e personale dove s’incontra veramente l’amato, colui che ti ha voluto e ti ha fatto nascere, in definitiva l’amore della propria vita, l’amore dell’anima.
Questo pensiero ci porta al Cantico dei Cantici e in particolare al versetto 2,4 quando l’amata dice: “Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore.”
Cos’è questa cella del vino che nel testo in ebraico è scritto “bait haiain”?

Ora il Cantico dei Cantici è stato riconosciuto che è allusivo al rapporto sponsale tra IHWH con Israele e con ciascuna anima.
Beh, infatti, tantissime volte nella Tenak o Bibbia ebraica si trova l’espressione “Casa del Signore” che spesso è nella forma “bait IHWH” perciò quel “bait” per la cella del vino può ben alludere al Tempio.
Del resto Gesù ebbe a paragonare il proprio corpo al Tempio: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo.” (Giovanni 2,19-21)

Quindi, è da fare un parallelo tra il Tempio e il corpo dell’uomo.
In entrambi, Tempio e corpo dell’uomo, c’è un luogo separato dal mondo, quindi segreto, ove sta solo il Signore.
Gli stessi sacerdoti nel Santo dei Santi del Tempio non potevano entrare.
Solo il Sommo Sacerdote vi entrava una volta l’anno a Jom Kippur, ma legato con una corda in modo che se si fosse sentito male l’avrebbero potuto estrarre senza entrarvi.
Il vino, sangue dell’uva, per l’allusione al sangue e al sacrificio entrava tra i prodotti delle offerte necessari per i rituali di oblazione nel Tempio, in genere in occasione dell'”offerta” mattutina e serale compiuta presso l’altare dei profumi; al riguardo c’è un cenno in Levitico 23,13.
(C’è poi tutto un capitolo di Geremia, il 35, di cui in Appendice fornirò la decriptazione, che parla di vino nel Tempio rifiutato dai Recabiti per rispettare l’istruzione di “nazireato” del loro avo.)

Ogni uomo potenzialmente è un tempio di Dio e chiede all’uomo di rientrare in sé, di aprire la porta che ha chiuso ed entrare a parlare col Lui o almeno di desiderarlo con tutto se stesso e allora il Signore in qualche modo provvederà.
Nel Santo dei Santi, nella cella più interna del Tempio, peraltro, era stata riposta l’arca dell’alleanza nella quale c’erano le tavole della legge.

Si legge, infatti, che: “Per l’arca dell’alleanza (“berit” ) del Signore fu apprestata una cella (“debir” ) nella parte più segreta (“mipenimah” ) del tempio ( “bait”).” (1Re 6,19)

Nel parallelo con l’uomo, il comando che aveva trasgredito che rappresentava il patto col Signore, la prima tavola dell’alleanza, è come se l’uomo l’avesse chiuso e nascosto nel proprio cuore ponendo un diaframma di frammezzo per dimenticarlo.

Questa cella è il “debir” ed è, appunto, un luogo che ha una “porta che dentro sta nel corpo “.
Questa cella “debir” sta nel mezzo del Tempio che definisce “bait” in un luogo “mipenimah” ossia interiore, profondo, parola che richiama anche il concetto di persona , appunto come fosse il corpo di un uomo; inoltre, il termine alleanza “berit” allude anche a qualche cosa del genere “dentro il corpo – testa è confinata “.

Come nella primitiva tenda del convegno, la dimora fatta costruire da Dio a Mosè nel deserto nel Tempio di Salomone e successivi tra il Santo e questa cella, il Santo dei Santi c’era una divisione.

Il comando a Mosè in Esodo 26 fu, infatti: “Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto. Lo si farà con figure di cherubini, lavoro d’artista.. Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d’oro, munite di uncini d’oro e poggiate su quattro basi d’argento. Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo costituirà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei Santi.” (Esodo 26,31-33)

Questo velo, in effetti, era in tendone tipo sipario, lì nel testo in ebraico chiamato per 4 volte “parokoet” .
Tra l’atro ho trovato che Giuseppe Flavio (Guerre Giudaiche V,5,4) dice che era molto pesante e robusto tanto che nemmeno due cavalli legati a questa grande cortina sarebbero riusciti a strapparla.


Tempio di Salomone


Un termine che si avvicina a “parokoet” e ha le stesse prime tre lettere è un avverbio, “poeroek” (ove = ), usato in Levitico 25,43.46.53 e in Ezechiele 34,4 per dire “duramente, brutalmente parlando” di schiavitù o di trattamenti rudi come se si soffocasse qualcuno ponendo “sulla bocca del corpo un mano a conca “.

Quel telo, quindi, chiudeva completamente l’apertura al Santo dei Santi, impedendo che correnti d’aria lo potessero sollevare e far vedere l’interno.
Era, quindi, una separazione che faceva presente un pensiero di imposizione che richiamava lo stare in esilio e la schiavitù, insomma una separazione obbligata per evitare il peggio.
Un altro termine con cui ci si riferisce al Tempio è “hekal” , nella Tenak usato oltre 80 volte.
Il suo radicale è quello del verbo “potere, avere potere, avere successo” e “hekal” si riverisce al “palazzo del potere”, alcune volte definisce il palazzo del Re, ma più spesso, circa 60 volte il “palazzo” del potere spirituale, ossia il “Tempio”.
Queste lettere fanno pensare a un pensiero enigmistico pensato dall’autore del Cantico che fa entrare l’amata nella cella del vino proprio prendendo spunto da quel termine “hekal” a “entrarvi sarà la sposa ()” ossia in ebraico la “kallah”.

SI RIVELA CIÒ CHE È NASCOSTO
I vangeli sinottici, concordi, evidenziano che al momento della morte in croce di Gesù di Nazaret il velo del Tempio si squarciò.
Queste sono le tre testimonianze:

  • Matteo 27,51 – “Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono…”
  • Marco 15,38 – “Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo.”
  • Luca 23,45 – “…il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà.”

La carne di Gesù è il Tempio di IHWH che ha sostituito il vecchio tempio.
Lo precisò, Lui stesso come riporta:

  • Giovanni 2,18-22 – “Allora i Giudei presero la parola e gli dissero Quale segno ci mostri per fare queste cose? Rispose loro Gesù: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. Gli dissero allora i Giudei: Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e cedettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.”
  • Matteo 12,5-6 – in una discussione con i farisei sul sabato: “O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio.”

La carne di Gesù perciò è il velo che nasconde la sua natura divina che era in pienezza confinata nel suo corpo e trapelava dalle sue azioni.
Con la sua morte il velo si ruppe e la sua divinità fu manifesta al mondo.

Ancora una volta concordi i tre Vangeli – Matteo 27,54; Marco 15,39; Luca 23,47 – precisano che uno straniero, il centurione romano, ebbe a dire: “Davvero costui era Figlio di Dio”, per cui veniva a finire la funzione del tempio di Gerusalemme: Dio non era più nel nascondiglio “setoer” del Santo dei Santi, ma il “parroket” si era rotto e tutti gli uomini del mondo, ebrei e gentili, avrebbero potuto accedere alla santità di IHWH, creatore del cielo, della terra e di ogni uomo.

Il Vangelo di Giovanni 19,33s poi precisa il particolare della lancia di un soldato romano: “Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.”

Quell’asta aprì il nascondiglio .
Questo atto, così “enigmisticamente” postato con i numeri associati alle lettere ebraiche, rivela un numero apocalittico:

= ( = 6) + ( = 60 ) + ( = 400) + ( = 200) = 666, il numero della “Bestia”, dell’Anticristo di cui parla l’Apocalisse 13,16-18.

Quell’asta manovrata con mano abile era mossa dall’Anticristo che si fece un autogol; ci rivelò il segreto di Cristo!
Aprì la cella del vino!

Nel mio esordio in Internet nel luglio 2004 con l’articolo “Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche” parlai del “midrash” Numeri Rabbah XIII,15 che associa la Torah al vino: “Come il valore del vino è settanta, così la Torah ha settanta volti“.
Secondo la gimateya o gimatria, regola omiletica che associa parole o frasi che hanno lo stesso valore numerico si ha che il vino è pari a 70:

= ( = 10) + ( = 10) + ( = 50) = 70


Mi chiesi il perché quel detto citasse il vino e lo spiegai con il fatto che il vino, come è noto, fa vedere doppio e viene in aiuto un detto evocato da una frase talmudica (b’Eruvin 65a) che dice: “Quando entra il vino esce il segreto.”

Questa frase, che al primo impatto sembra solo un proverbio sensato, perché a chi beve si scioglie la lingua, sottende che come il “vino” per la gimatria equivale a 70 anche la parola “segreto” equivale a 70:

= ( = 4) + ( = 6) + ( = 60) = 70


Avvicinando tra loro questi due detti, ed applicando la proprietà transitiva, come il valore del vino è settanta, così la Torah ha settanta volti quando entra il vino esce il segreto, anche se si dà credibilità al criterio della gimatria ebraica, ne conseguirebbe che c’è una faccia nascosta, cioè la Torah segreta, quando si parla di vino s’evoca questo concetto.
Dire 70 sottende così in questo campo una lettura segreta che è sempre riferita al Messia, esito cui mira tutta la storia della salvezza oggetto della Torah; cioè quando la Torah è letta in modo particolare – usando il vino cioè il metodo per cui si perviene alla lettura doppia – ne viene una illuminazione, esce il segreto, ne esce una luce e la Luce per antonomasia è il Cristo, il Messia e la risurrezione che reca e aggiungo la Chiesa che l’annuncia.
Il Vangelo di Giovanni 1,9 l’annuncia: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.”
C’è poi un altro detto ebraico:

quando entra la luce “‘or” esce il mistero “raz” .

Per la gimatria anche “luce” e “mistero” hanno uno stesso valore:

= ( = 200) + ( = 6) + ( = 1) = 207
= ( = 7) + ( = 200) = 207

Riferendo tutte quelle lettere ebraiche alle vicende messianiche pare proprio potersi concludere sul mistero che, quando “il corpo sarà colpito l’Unigenito lo porterà dal corpo”. C’è insomma una tensione per un mistero che deve essere rivelato da Cristo e che è nel suo corpo.
Questo è associato alla Torah o “insegnamento” che il “Crocifisso porterà dal – un corpo ad uscire “.
Uscirà dal suo interno ove tiene chiuso il segreto “sod” .
Sarà come il vino, uscirà dalla cella interna del Tempio del suo corpo.

E Gesù parla di vino nuovo, lo ripetono i sinottici, Matteo 9,17; Marco 2,22 e Luca 5,37-39: “E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è gradevole!”
È Lui che fornisce vino nuovo per i suoi discepoli definiti “otri nuovi”.

Nel Vangelo di Giovanni il vino appare agli inizi col miracolo delle nozze di Cana in 2,1-11 e Gesù alla Madre che chiama Donna ricordò al versetto 4 “Non è ancora giunta la mia ora” vale a dire non era ancora il tempo di far uscire il vino dalla sua cella interna.

C’è poi un fatto che in modo criptico ricorda il “segreto” ed è dopo che agli apostoli apparve Gesù risorto quando: “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: Abbiamo visto il Signore! Ma egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo.” (Giovanni 20,24s)

Gesù una settimana dopo riapparve a porte chiuse, stette in mezzo a loro, c’era anche Tommaso e gli disse: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente! Gli rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio!” (Giovanni 20,26-28)

Nel “foro portò la mano ” il segreto “sod” era ormai uscito era stato rivelato e anche Tommaso porta la mano, l’aiuto alla rivelazione al mondo di quel grande segreto.
Quell’asta portata dal soldato romano aprì il nascondiglio fu tale che “portò un foro del Crocefisso nel corpo ” e “portò dal foro del Crocefisso un corpo “.

Cosa c’era dentro al corpo del Crocefisso e che uscì dal suo fianco?
Il Vangelo di Giovanni 19,33 mette in evidenza “vedendo che era già morto”, per associare questo uomo nuovo ad Adamo addormentato dal Signore da cui uscì la Donna “‘isha” o “‘ishet” la nuova Eva, la sposa che stava nella cella del vino, definita “bait haiain” .

Quello che “dentro stava nel Crocifisso uscì , il vino “, era proprio la “‘ishet” ” dell’Unigenito il bere “.
Il vino “iain” era allegoria, “la forza dell’Esistenza Inviava “, “furono ad esistere degli inviati ” gli apostoli, gli otri nuovi, la Chiesa.
Del resto gli apostoli sono nati dal suo seno.

Il profeta Zaccaria 12,1-2 aveva pronunciato il seguente Oracolo del Signore: “Oracolo. Parola del Signore su Israele. Oracolo del Signore che ha dispiegato i cieli e fondato la terra, che ha formato il soffio vitale nell’intimo dell’uomo: Ecco, io farò di Gerusalemme come una coppa che dà le vertigini a tutti i popoli vicini…”

Parole profetiche che coinvolgono alla storia messianica tutti i popoli, infatti:

  • uscì con l’acqua e il sangue dal Crocifisso “il soffio vitale nell’intimo dell’uomo” il “ruach ‘adam” che si trovava nel suo intimo “qirebo” “versò il corpo che dentro recava “.
  • “coppa che dà le vertigini” è “saf ra’l” “dal foro del Verbo nel corpo Innalzato ()“.

Aveva detto Gesù in Giovanni:

  • Giovanni 4,14 – “…chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna.”
  • Giovanni 7,37s – “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” e seno è boetoen” da dentro del mio cuore l’invierò .

Quest’acqua viva uscì dal costato di Cristo con la Donna che è l’utero “rochoem” di misericordia che ha lasciato per la nascita della nuova umanità.
Il bere che propone è la risurrezione dalla croce che i suoi inviati, gli apostoli, annunciano assieme alla risurrezione finale .

LA “BENEDETTA”
Il libro della Genesi al capitolo 12 segnala che la storia di salvezza di Dio nei riguardi dell’umanità ebbe inizio circa 40 secoli fa.
Il mistero di come Dio avrebbe portato avanti il suo disegno d’amore era ancora velato, ma fece un dono all’umanità.
Scelse un uomo, lo elesse.
L’elezione consistette nel regalargli di ascoltarlo e l’ascolto di Lui comporta un cammino, un’alleanza e il dono della fede che giustifica l’uomo.
Suscitò la chiamata di uomo che si chiamava Abram che udì queste parole: “Il Signore disse ad Abram: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.” (Genesi 12,1-3)

Vattene, lascia la tua storia precedente, il padre e la sua casa, la parentela e la terra, sradicati completamente e… seguimi.
Abram l’ascoltò!
Aveva settantacinque anni quando lasciò Carran assieme alla moglie, Sarai, e al nipote Lot!
Era vecchio, senza figli con una moglie sterile e pressoché coetanea.
In quei tre versetti della chiamata per ben cinque volte è pronunciato il verbo “benedire” o la parola “benedizione” e vi spicca una promessa che travalica gli interessi limitati di un uomo, ma assume aspetto universale, in quanto, “in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”.

Ciò fa comprendere che l’elezione di Dio supera le sorti individuali, ma coinvolge l’eletto nel disegno salvifico nei riguardi di un grappolo più o meno grande di persone fino ad arrivare anche a coinvolgere personaggi che hanno influenza sulla storia mondiale.
La risposta di Abram fu concreta, rispose “si” alla chiamata del Signore.
Si trova, infatti, subito dopo, al versetto quattro: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…”.

Cosa si attendeva Abram?
A questa domanda si risponde: una discendenza e una terra.
Questi sono solo possibili scopi utilitaristici collaterali, ma di scarsa rilevanza per un uomo ormai disilluso che aveva percorso tanta parte della propria vita.
Ritengo piuttosto che sentisse in modo prepotente il bisogno di dare uno scopo alla propria vita, ossia di riempire il vuoto esistenziale che evidentemente sentiva.
Il nome Abram che vuol dire “padre alto – elevato “, in effetti, per l’età avanzata rischiava presto di diventare solo “padre di vermi ()“.
Avere un figlio e una terra può dare sollievo, ma sempre padre di vermi sarebbe restato se non si fossero aperti i cieli.
E Abram sicuramente li avrà visto aperti davanti a sé e partì.
La promessa fu colta da Abram perché travalicava i limiti della vita terrena ecoinvolgeva la vita eterna.
La chiamata era stata forte e soprattutto credibile capace di dargli la forte spinta capace di metterlo in cammino, insomma era stato sedotto e coinvolto in un piano che lo superava.

Ad Abram Dio, poi, in Genesi 17,5 cambiò il nome, gli aggiunse una “he” e lo aprì alla vita, quindi, il suo nuovo nome fu Abramo “padre dal cui corpo uscirà la vita – la madre “.

Sarebbe uscita da lui la madre di tutti i nuovi viventi.
Avrebbe avuto un figlio attraverso cui sarebbero stati benedetti tutti gli uomini della terra, una discendenza speciale, questa era la promessa.
Era coinvolto in un programma che superava i limiti della vita terrena ed era certezza d’eternità, alleato stretto del Signore, suo amico suo familiare.

A lui il Signore rivelava tutti i segreti come dice in 18,17s: “Il Signore diceva: Devo io tener nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra?”

Benedetto in ebraico è “barak” e quelle lettere, lette con una visione prospettica della storia successiva suggeriscono che nelle reni di Abramo ci sarebbe stato “un figlio Retto “.
Una stirpe nuova sarebbe nata da lui.
Sarebbe cambiata la stirpe, da stirpe del serpente maledetto a figli della “Donna” che schiaccia la testa al serpente di Genesi 3,15.
Da lui sarebbe uscita la benedizione , “la Benedetta”, proprio quella Donna la cui stirpe avrebbe schiacciato la testa al serpente.
È da leggere sotto tale angolazione l’ultima parte, versetti 31-59, del capitolo 8 del Vangelo di Giovanni su Abramo.
Gli dicevano: “Il padre nostro è Abramo” (39), ma Gesù “Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro” (44)

Abramo fu il primo uomo dell’ascolto.
Lo “shem’a” , ossia “l’ascolto”, divenne carne in lui, pur se la moglie era sterile ebbe una discendenza speciale, l’ascolto gli “accese il seno ()“, ebbe una discendenza; in effetti, fu “il Nome ad agire “.
Comprese, il patto con Dio era un patto eterno.
Il vero Dio, l’Unico, che si rivelerà al popolo d’Israele che nascerà dal nipote di Abramo, Giacobbe, in quel momento era velato a tutti gli uomini e “l’interesse” terreno più immediato era di aver un popolo da eleggere, perché Gli fosse da vessillo nell’umanità.
Da un discendente di Abramo sarebbe nata la donna che avrebbe messo al mondo il Figlio di Dio.
Dio si sarebbe incarnato nella sua casa.
Dio e Abramo sarebbero diventati parenti stretti, in pratica avrebbero diviso lo stesso figlio.
I Vangelo di Luca mette in evidenza proprio questo fatto.
Maria, figlia di un discendente di Abramo, fu la madre vergine nella carne del Messia, il figlio di Dio fatto uomo per opera dello Spirito Santo.
Un altro figlio di Abramo, Giuseppe, fu lo sposo di Maria e lo riconobbe legalmente come padre.
All’annuncio dell’angelo Maria porse orecchio e con tutta se stessa accolse quanto ascoltato e dette il suo “si” come fece il padre Abramo, dicendo, “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola”. (Luca 1,38)

Anche in Lei l’ascolto, lo “shem’a” , Le “accese il seno (), e concepì per opera dello Spirito Santo” “Ruach Qadosh” “nel suo corpo portò a chiudersi il Santo “, il Figlio di Dio.

Elisabetta, sua cugina, quando l’incontrò, disse a Maria con parole che la collegano alla benedizione ricevuta da Abramo: “Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Luca 1,42)

Maria poi nel “Magnificat” ricordò il padre Abramo e la promessa che Dio gli aveva fatto: “…come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza per sempre”. (Luca 1,55)

Ecco che Lui, Abramo fu il Padre della fede!
La fede per l’ebraico è una speranza certa, infatti, è “‘amunah” dal verbo “essere affidabile, essere duraturo, sperare in modo fermo” da cui il termine “Amen” per dire: è sicuro, è vero, è certo, così è, il nostro “così sia!”.

Dice, infatti, la lettera agli Ebrei in 11,1: “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.”

In Genesi 15,6 si trova che il Signore specificò poi l’entità della discendenza e sollecitò Abram a guardare al cielo e al numero delle stelle e questi “…credette al Signore che glielo accreditò come giustizia (“tsedaqah” ).”

Abram credette, ossia ebbe fede , quindi sperò al di là di ogni speranza terrena, Dio glielo computò , considerò per lui “chiuso lo stare in esilio ()“, lo ritenne un atto di giustizia , ossia lo giustificò cioè lo fece “giusto nel mondo ” e, ancora più in dettaglio, lo “sollevò dalla polvere , dalla minuzia del mondo ” e lo considerò proprio amico, rientrato nella sua grazia.

Sino a quel momento un solo uomo, Noè, era stato ritenuto “giusto” dal Signore (Genesi 6,9; 7,1) e nessun altro nell’Antico Testamento è definito come tale.
Nel Nuovo Testamento, poi, il primo “giusto” che si trova è in Matteo 1,19: “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.”

Vi è perciò una stretta correlazione tra Abramo e Giuseppe lo sposo di Maria la Benedetta tra tutte le Donne!
Queste parole furono riprese da San Paolo nella lettera ai Galati:

  • Galati 3,6-9: “Come Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia, riconoscete dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunciò ad Abramo: In te saranno benedette tutte le nazioni. Di conseguenza, quelli che vengono dalla fede sono benedetti insieme a Abramo, che credette…”
  • Galati 3,14.16: “…perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito… Non dice la Scrittura: E ai discendenti, come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo… Dio invece ha fatto grazia ad Abramo mediante la promessa.”
  • Galati 3,29: “Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.”

In Romani 4,12 poi lo stesso San Paolo precisa che Abramo ebbe fede prima della circoncisione!
Gesù stesso in Giovanni 8,56 concluse: Abramo “esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia” ossia nella fede intravide la venuta del Figlio e questa speranza è strettamente connessa alla fede come si comprende bene da quanto ha detto Ebrei 11,1.

Fu il padre dell’Amen di cui dice l’Apocalisse in 1,5s: “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.” In 3,14: “Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio” e in 22,20: “Amen. Vieni, Signore Gesù.”

Si trova nella lettera agli Ebrei 11,8-19: “Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso… da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare… Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.”

IL PADRE NELLA FEDE DI GESÙ
La lettera agli Ebrei in 12,2 definisce “Gesù, autore e perfezionatore della fede”.
Come Dio è l’autore che l’ha suscitata ed è il perfezionatore come uomo che l’ha resa tangibile con la propria storia, le vicende che lo riguardano e lo spirito con cui le ha affrontate e soprattutto con la vittoria sulla croce, col dono della sua vita, con la sua morte e la sua risurrezione, e l’assunzione al cielo di un primo uomo, assieme all’effusione del dono dello Spirito Santo, tutti atti fondanti della fede cristiana innestatasi su un antico ceppo, quello dell’ebraismo.
Si tratta, peraltro, del ceppo della fede che viene dall’alleanza che Dio fece con Abramo, quella nel Dio Unico, il creatore del cielo e della terra, che ama l’uomo che ha creato e vuole liberarlo dal peccato e dall’errore dalla schiavitù del maligno che lo affligge con la paura della morte che si è abbattuta su di lui.
La fede in ebraico dal radicale “dell’Unico la manna “, lo “spirito e vita” che Gesù di Nazaret ha dato da mangiare col proprio corpo e da bere col proprio sangue, il pane e il suo vino, come nuovo Melchisedek.
Sotto tale aspetto è Gesù veramente figlio di Abramo e frutto venuto da lui!
Se si va al sodo l’incarnazione è avvenuta grazie ad Abramo che ha risposto sì alla chiamata e con la disposizione al sacrificio, con unità d’intenti col figlio Isacco, figura della più alta e divina comunione del Padre col Figlio.
Col suo esempio e i suoi insegnamenti ha fatto nascere nei propri discendenti la fede che ha portato XIX secoli dopo dalla sua discendenza a una coppia di sposi perfetta ove entrambi, come lui, acconsentirono di donare la propria intera vita per il piano di salvezza pensato da Dio per gli uomini.
Questa coppia perfetta è quella degli sposi vergini della famiglia di Nazaret, Maria e Giuseppe, nella cui matrimonio pur senza congiunzione umana nacque il Cristo educato come figli Israelita e carpentiere nella loro casa.
Il Vangelo di Matteo 1,24 ci dice del sì di Giuseppe che ricevette l’annuncio nel sogno della gestazione di Maria ad opera soprannaturale e del sì di Maria in Luca 1,38.
Il Vangelo di Matteo poi in 1,1.16 associa subito il Messia, figlio di Davide, ad Abramo e compiute 14×3 generazioni a Giuseppe e a Maria, infatti, inizia in questo modo: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo… generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.”

Del resto la stessa lettera agli Ebrei in 2,14-16 ha detto: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.”

Cristo, insomma era nelle reni di Abramo e si è fatto suo figlio secondo il disegno che Dio aveva appena lo chiamò, ma che si rivelò solo in sogni e parole misteriose.
C’è una pagina molto importante in Genesi 15 quando il Signore fa alleanza con Abram.
Questa alleanza è come quella che fu fatta da Dio con la prima coppia, Adamo, di un maschio e di una femmina, quando in Genesi 2,21 lo addormentò e usci dal suo costato la Donna-Moglie, la generatrice di tutti gli uomini che purtroppo nacquero quando rotto era stato rotto il patto d’alleanza con Dio, quindi in opposizione aperta e non sanata degli uomini verso Dio.
Avverte il primo versetto di Genesi 15 che Abramo ebbe una visione “machezoeh” ossia “della vita il nascosto di colpo s’apri ” e il Signore gli fece intravedere la sua discendenza, e come abbiamo già sottolineato, dice il versetto 15,6 “credette” e dal Signore gli fu “accreditato come giustizia”.
Gli fu detto di preparare degli animali come per un banchetto com’era usanza del tempo per “tagliare un’alleanza”, quindi secondo il versetto 15,12 scese un torpore “tareddamah” su Abram e viene infatti usato lo stesso raro termine usato per il torpore caduto su Adamo in Genesi 2,21.
Questo sonno pesante porta a vedere doppio e a sogni e visioni non fallaci che solo i profeti comprendono se aiutati da Dio che nel caso specifico “indica alla mente – testa che un aiuto ai viventi entrerà ” e questo aiuto comporta in legame nel sangue “dam” e un essere simile a chi ha provocato quel torpore, ossia profila una precisa divina volontà, che ora, a posteriori, appare chiara, una profezia d’incarnazione della divinità che fu impedita dalla prima coppia.
Si pensi che quel termine “tareddamah” oltre che quelle due volte non è più usato nella Torah e si ritrova nella Tenak altre 5 volte in 2Samuele 26,12; Giobbe 4,13 e 33,15; Proverbi 19,15 e in Isaia 29,10.
Quest’ultimo, Isaia 29,10, fa comprende che lo spirito di torpore impedisce ai veggenti e ai profeti di leggere il sigillato, cioè quanto è velato nella Scrittura, e questo accade ai profeti delle nazioni che si accalcano per il giorno del giudizio, il che ovviamente non può accadere ai veri profeti che interpretano le parabole e gli enigmi per grazia di Dio.

Dice, infatti, Isaia 29,10-12: “uno spirito di torpore, ha chiuso i vostri occhi, cioè i profeti, e ha velato i vostri capi, cioè i veggenti. Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non posso, perché è sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non so leggere.”

In definitiva propone in modo chiaro che le Sacre Scritture in ebraico vanno anche decriptate, perché spesso hanno almeno una faccia nascosta.
Il mistero, invece, certamente il Signore lo fece vedere al suo amico e amato Abramo eletto a capostipite degli uomini di “fede”.

Leggiamo allora con questo sistema il versetto dell’alleanza Genesi 15,18: “In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate.”

Il testo in ebraico è:




La decriptazione giustificata è la seguente:

“Dentro si sarebbe portato in un vivente al mondo Lui , in un retto corpo . Indicò il Signore che verrà () da Abram in un figlio . Sarà la fine con rifiuto dell’essere ribelle (). Del Potente la stirpe retta l’angelo (ribelle) finirà . In croce sarà a venire dell’Unigenito il corpo . Giù aperto da un colpo verrà () della vita l’energia che rigenererà () i viventi . A scendere dal corpo sarà la vita eterna . Uscirà d’inviati nel mondo un corpo . Uscirà un grande fiume dal Verbo dal corpo crocefisso .”

E tutta di seguito si legge:

Dentro si sarebbe portato in un vivente al mondo Lui, in un retto corpo.
Indicò il Signore che verrà da Abram in un figlio.
Sarà per la fine con rifiuto dell’essere ribelle.
Del Potente la stirpe retta l’angelo (ribelle) finirà.
In croce sarà a venire dell’Unigenito il corpo.
Giù aperto da un colpo verrà della vita l’energia che rigenererà i viventi.
A scendere dal corpo sarà la vita eterna.
Uscirà d’inviati nel mondo un corpo.
Uscirà un grande fiume dal Verbo dal corpo crocefisso.


Anche Giuseppe, “il giusto”, discendente di Abramo, vide tutto in sogno e accolse per moglie Maria già incinta; ebbe, quindi, fede oltre ogni speranza, perciò certamente il suo “sì” fu accreditato come giustizia.
Gesù uomo, ha avuto, com’è normale per i figli d’Israele, l’iniziazione alla religione dei padri da parte dei genitori a cominciare da Maria con le preghiere iniziali e i “midrash” per passare poi alla lettura delle Sacre Scritture sotto la guida di Giuseppe, il “giusto”, erede della fede di Abramo che l’avrà introdotto anche alle usanze sinagogali.
(Vedi: “Giuseppe, padre nella fede del Figlio di Davide“)

GESÙ RICAPITOLA IN SÉTUTTI I MISTERI
Il parlare di Dio da parte dell’uomo se non attinge a rivelazione certa è solo un vaneggiamento e porta a false convinzioni pur se si chi lo fa parte con buone intenzioni.
Nulla di cui possiamo dire di Lui è sicuro, pur se tanti ne parlano e ne hanno parlato; infatti, solo se Dio si è inchinato verso l’uomo per farsi conoscere si può asserire qualcosa di vero su di Lui.
Al riguardo, il cristiano è particolarmente scettico, in quanto, conosce bene quanto propone il Vangelo di Giovanni che in 1,18 esordisce con:

Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito
, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.”

La 1a lettera di Giovanni 1,1-3 poi proclama: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi – quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo.”

Con Gesù, per i suoi eletti, tutto viene alla luce.

Ai suoi discepoli Gesù parla apertamente ma alle folle che lo seguivano ancora senza piena determinazione: “parlava in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.” (Matteo 13,34-35)

Ai suoi discepoli, ai piccoli che credono in Lui, parla apertamente, infatti, dice:

  • Matteo 10,26s (Marco 4,22; Luca 8,17; 12,2s): – “non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti”.
  • Matteo 11,25 (Luca 10,21): “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.”
  • Giovanni 18,20 – Al sommo sacerdote che lo interrogava riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina Gesù rispose: “Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.”

Ciò che i suoi discepoli hanno compreso è ora predicato, ma è scandalo dei Giudei e stoltezza per i pagani e per i sapienti di questo mondo.
Viene perciò predicato: “Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.” (1Corinzi 1,23-25)

Il mistero di un Dio disposto a farsi uomo e a farsi crocifiggere per arrivare al loro cuore è rimasto nascosto agli uomini di tutti i tempi in cui c’è l’idolatria della forza e della potenza con l’istinto atavico a primeggiare per cui guardando a se stessi risulta impossibile un comportamento del genere.

Il mistero è quello “della sapienza di Dio… che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.” (1Corinzi 2,7-8)

Erano nascoste le “imperscrutabili ricchezze di Cristo”, ed era necessario “far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio, secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore.” (Efesini 3,8-11)

Ciò detto la seguente Lettera 28 a Flaviano di san Leone Magno, papa fornisce una sintesi sul mistero delle due nature di Cristo Gesù: «Dalla Maestà divina fu assunta l’umiltà della nostra natura, dalla forza la debolezza, da colui che è eterno, la nostra mortalità; e per pagare il debito che gravava sulla nostra condizione, la natura impassibile fu unita alla nostra natura passibile. Tutto questo avvenne perché, come era conveniente per la nostra salvezza, il solo e unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, immune dalla morte per un verso, fosse, per l’altro, ad essa soggetto. Vera integra e perfetta fu la natura nella quale è nato da Dio, ma nel medesimo tempo vera e perfetta la natura divina nella quale rimane immutabilmente. In lui c’è tutto della sua divinità e tutto della nostra umanità. Per nostra natura intendiamo quella creata da Dio al principio e assunta, per essere redenta, dal Verbo. Nessuna traccia invece vi fu nel Salvatore di quelle malvagità che il seduttore portò nel mondo e che furono accolte dall’uomo sedotto. Volle addossarsi certo la nostra debolezza, ma non essere partecipe delle nostre colpe. Assunse la condizione di schiavo, ma senza la contaminazione del peccato. Sublimò l’umanità, ma non sminuì la divinità. Il suo annientamento rese visibile l’invisibile e mortale il creatore e il Signore di tutte le cose. Ma il suo fu piuttosto un abbassarsi misericordioso verso la nostra miseria, che una perdita della sua potestà e del suo dominio. Fu creatore dell’uomo nella condizione divina e uomo nella condizione di schiavo. Questo fu l’unico e medesimo Salvatore. Il Figlio di Dio fa dunque il suo ingresso in mezzo alle miserie di questo mondo, scendendo dal suo trono celeste, senza lasciare la gloria del Padre. Entra in una condizione nuova, nasce in un modo nuovo. Entra in una condizione nuova: infatti invisibile in se stesso si rende visibile nella nostra natura; infinito, si lascia circoscrivere; esistente prima di tutti i tempi, comincia a vivere nel tempo; padrone e Signore dell’universo, nasconde la sua infinita maestà, prende la forma di servo; impassibile e immortale, in quanto Dio, non sdegna di farsi uomo passibile e soggetto alle leggi della morte. Colui infatti che è vero Dio, è anche vero uomo. Non vi è nulla di fittizio in questa unità, perché sussistono e l’umiltà della natura umana, e la sublimità della natura divina. Dio non subisce mutazione per la sua misericordia, così l’uomo non viene alterato per la dignità ricevuta. Ognuna delle nature opera in comunione con l’altra tutto ciò che l’è proprio. Il Verbo opera ciò che spetta al Verbo, e l’umanità esegue ciò che è proprio dell’umanità. La prima di queste nature risplende per i miracoli che compie, l’altra soggiace agli oltraggi che subisce. E, come il Verbo non rinunzia a quella gloria che possiede in tutto uguale al Padre, così l’umanità non abbandona la natura propria della specie. Non ci stancheremo di ripeterlo: L’unico e il medesimo è veramente Figlio di Dio e veramente figlio dell’uomo. È Dio, perché “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Giovanni 1,1). È uomo, perché: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1,14).»

VIVERE IL MISTERO
Per ogni essere umano vivere è percorrere una traiettoria personale la più soddisfacente possibile tra le esperienze della realtà che lo circonda.
Per far ciò ognuno usa al meglio le proprie doti, le condizioni di partenza, le situazioni e gli incontri che si verificano, quindi, cerca di minimizzare e superare la miriade di fattori negativi e gli incidenti di percorso e di cogliere le opportunità offerte da eventi fortunati.
È, comunque un procedere nel mistero, nel buio del futuro alla luce del proprio intuito che permette di prevedere poco avanti a sé e in modo incerto.
La conclusione di tutto ciò poi è che alla fine del percorso avviene un evento che recide la vita e null’altro è dato di conoscere.
Ecco che occorre dotare la vita di motivazioni per coprire quello che appare un vuoto che, giustamente, non si ritiene accettabile.
Un insegnamento hanno ricevuto i popoli nomadi, non attaccati ad una patria, ma assieme, in carovana, aiutandosi, riescono a percorrere zone inospitali e desertiche ove gli individui da soli non resisterebbero.
Percorrere allora in carovana il cammino della vita è un modo che assicura una maggiore sopravvivenza. L’ideale è che ci sia un capo carovana che conosca la strada.
Tutto ciò diviene il prototipo della vita vista come percorso in un mistero guidati da chi l’ha superato felicemente.
Questa è la posizione del cristiano alla luce degli insegnamenti di Gesù Cristo risorto dai morti.

Andiamo al momento importante in Matteo 26,26-28 quando: “Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: Prendete e mangiate; questo è il mio corpo. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”.

Istituito il sacramento dell’Eucaristia, subito dopo al versetto 29 Gesù aggiunse: “…da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”.

Con ciò il Vangelo ci fa comprendere che Gesù ormai viveva il tempo in una dimensione nuova, nel profondo del suo cuore aveva già lasciato, di fatto, questo mondo desiderando con tutto se stesso di completare la proprie vicende secondo la volontà del Padre e di tornare a Lui.
Era arrivato alla meta, aveva ormai contato i giorni della propria vita e certamente meditava l’invocazione del Salmo 90,12: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.

In linea con pensieri del genere, ai chiamati a partecipare al Regno, San Paolo ai cristiani della Chiesa di Corinto (1Corinzi 7,29-31) propone di vivere il tempo in quella dimensione escatologica dell’attesa della redenzione finale e scrive: “Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!”

Il camminare nella vita da parte del cristiano dovrebbe tenere come paradigma il camminare d’Israele nel deserto, come un pellegrino e straniero alla sequela della volontà divina che lo guida.
Il cristiano, insomma è straniero come lo è stato il suo Maestro.

Nella lettera 1Pietro 2,11-12 si legge “Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima. La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio.”

Questi pensieri poi sono ripresi in modo esaustivo nella lettera a Diogneto: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere… Risiedono poi in città sia greche che barbare, così come capita, e pur seguendo nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto della vita i costumi del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile. Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera. Come tutti gli altri uomini si sposano ed hanno figli, ma non ripudiano i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo. Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi… rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. L’anima si trova in ogni membro del corpo; ed anche i cristiani sono sparpagliati nelle città del mondo. L’anima poi dimora nel corpo, ma non proviene da esso; ed anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo.”

APPENDICE – DECRIPTAZIONE GEREMIA 35
Il non godere delle “gioie” del mondo di cui dice San Paolo e quel ricordare di Gesù che non berrà più del vino, portano a pensare all’antico voto del nazireato con cui un Israelita si consacrava per un certo tempo o per sempre a IHWH (Numeri 6,1-21 e Giudici 13,1-14) con una particolare devozione interiore e rispettando alcune regole esteriori, precisamente:

  • astenersi dal vino e da qualsiasi sostanza che contenga traccia d’uva;
  • evitare di tagliarsi i capelli;
  • non diventare impuro toccando cadaveri o tombe, anche di parenti stretti.

A questo punto sono da ricordare i Recabiti della tribù dei Keniti (1Cronache 2,55; Giudici 4,11) che unitisi agli Ebrei, si stanziarono al sud della Tribù di Giuda e nella pianura di Esdrelon.
Recab, in effetti Rekab discendente di Cammat dei Keniti (1Cronache 2,55) – uccise Is-Baal figlio di Saul, e per questo fu ucciso da Davide (2Samuele 4,2-12) – e il figlio Ionadab, fervente iavista, sostenne Ieu nello sterminio della casa di Acab e contro gli adoratori di Baal (2Re 10,15-23), fu il capostipite dei Recabiti.
Il radicale è di “montare, cavalcare” e “rokoeb” è carro, “rakkab” è cavaliere e “rekob” è cocchio, carrozza.
Ionadab lasciò ai suoi figli il comando di non bere vino, di non costruire case, ma di abitare in tende, di non praticare l’agricoltura, e in particolare di non coltivare la vigna e questi e i loro discendenti restarono fedeli a tali comandi che praticavano ancora al tempo del profeta Geremia.
Al tempo del re Ioiachim (628-618 a.C.) alcuni Recabiti che dimoravano in Giuda quando Nabucodonosor mosse contro il paese si rifugiarono a Gerusalemme.
Per ordine di IHWH, il profeta Geremia, come riferisce il capitolo 35 del suo libro, fu incaricato da Dio d’invitare i membri dei Recabiti nel Tempio offrendo loro del vino per metterli alla prova se rispettavano o meno le disposizioni date dai padri.
Con fermezza, questi uomini rifiutano le coppe che furono loro presentate e restarono fedeli alle loro tradizioni.

Le lettere del resto fanno pensare a gente che in “un corpo retto di abita ” e il vivere come forestieri allude al popolo d’Israele in cammino col Signore alla testa ai tempi dell’esodo tempo felice del fidanzamento di Dio col suo popolo e il versetto 35,7 rivela col “vivere a lungo sulla terra dove vivete come forestieri” il pensiero dell’esodo pasquale che è l’ideale per stare alla presenza del Signore che conduce il proprio popoli alla conquista della vera terra promessa.

Dio allora promise: “Non verrà mai a mancare a Ionadab, figlio di Recab, qualcuno che stia sempre alla mia presenza.” (Geremia 35,19)

Ciò lo fece fare Dio a Geremia per far constatare che mentre i Recabiti rispettavano i comandi del loro padre i giudei, non rispettavano i comandi dati dal Signore per cui erano da attendersi il peggio… la futura deportazione.
Dopo l’esilio, al tempo di Neemia (3,14) “Malchia figlio di Recab” riparò la Porta dei Mucchi di Cenere; quindi, alcuni Recabiti erano sopravvissuti all’esilio.
Come vedremo la decriptazione porta ad una intensa pagina sul Messia.

Geremia 35
Riporto il testo C.E.I. 2008:

Geremia 35,1 – Questa parola fu rivolta a Geremia dal Signore durante il regno di Ioiakìm, figlio di Giosia, re di Giuda:

Geremia 35,2 – Va’ dai Recabiti e parla loro, conducili in una delle stanze nel tempio del Signore e offri loro vino da bere.

Geremia 35,3 – Allora presi tutta la famiglia dei Recabiti, cioè Iaazania, figlio di Geremia, figlio di Cabassinia, i suoi fratelli e tutti i suoi figli.

Geremia 35,4 – Li condussi nel tempio del Signore, nella stanza dei figli di Canan, figlio di Igdalia, uomo di Dio, la quale si trova vicino alla stanza dei capi, sopra la stanza di Maasia, figlio di Sallum, custode della soglia.

Geremia 35,5 – Posi davanti ai membri della famiglia dei Recabiti boccali pieni di vino e delle coppe e dissi loro: Bevete il vino!

Geremia 35,6 – Essi risposero: Noi non beviamo vino, perché Ionadab, figlio di Recab, nostro antenato, ci diede quest’ordine: Non berrete vino, né voi né i vostri figli, mai;

Geremia 35,7 – non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne possederete, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra dove vivete come forestieri.

Geremia 35,8 – Noi abbiamo obbedito agli ordini di Ionadab, figlio di Recab, nostro padre, in tutto ciò che ci ha comandato, e perciò noi, le nostre mogli, i nostri figli e le nostre figlie, non beviamo vino per tutta la nostra vita;

Geremia 35,9 – non costruiamo case da abitare né possediamo vigne o campi o sementi.

Geremia 35,10 – Noi abitiamo nelle tende, obbediamo e facciamo quanto ci ha comandato Ionadab, nostro padre.

Geremia 35,11 – Quando Nabucodonosor, re di Babilonia, è venuto contro il paese, ci siamo detti: Venite, entriamo in Gerusalemme per sfuggire all’esercito dei Caldei e all’esercito degli Aramei. Così siamo venuti ad abitare a Gerusalemme.

Geremia 35,12 – Allora fu rivolta a Geremia questa parola del Signore:

Geremia 35,13 – Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Va’ e riferisci agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme: Non accetterete la lezione, ascoltando le mie parole? Oracolo del Signore.

Geremia 35,14 – Sono state messe in pratica le parole di Ionadab, figlio di Recab, il quale aveva comandato ai suoi figli di non bere vino, ed essi non lo hanno bevuto fino ad oggi, obbedendo al comando del loro padre. Io invece vi ho parlato con premura e insistenza, ma voi non mi avete ascoltato!

Geremia 35,15 – Vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti, per dirvi: Abbandoni ciascuno la sua condotta perversa, migliorate le vostre azioni e non seguite e non servite altri dei per poter abitare nella terra che ho concesso a voi e ai vostri padri, ma voi non avete prestato orecchio e non mi avete dato retta.

Geremia 35,16 – E mentre i figli di Ionadab, figlio di Recab, hanno eseguito il comando del loro padre, questo popolo non mi ha ascoltato.

Geremia 35,17 – Perciò dice il Signore, Dio degli eserciti, Dio d’Israele: Ecco, io farò venire su Giuda e su tutti gli abitanti di Gerusalemme tutto il male che ho annunciato contro di loro, perché ho parlato loro e non mi hanno ascoltato, li ho chiamati e non hanno risposto.

Geremia 35,18 – Geremia disse poi alla famiglia dei Recabiti: Dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Poiché avete ascoltato il comando di Ionadab, vostro padre, e avete osservato tutti i suoi decreti e avete fatto quanto vi aveva ordinato,

Geremia 35,19 – per questo dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Non verrà mai a mancare a Ionadab, figlio di Recab, qualcuno che stia sempre alla mia presenza.

Prima di presentare tutta di seguito la decriptazione dei 19 versetti di questo capitolo a titolo di dimostrazione riporto, giustificata, la decriptazione del versetto 35,7 che presento con le lettere ebraico del testo della Tenak.

Geremia 35,7Non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne possederete, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra dove vivete come forestieri.





Geremia 35,7 – E dentro stava nel Crocefisso la potenza per venire () figli e per un’asta di uno straniero dall’innalzato (), che venne () colpito , dal corpo si vide portarsi . Recò la rettitudine dal corpo . La vita potente gli venne () dal cuore per l’azione dell’asta e guizzò dell’Unico la forza dell’Esistenza del Potente . La rettitudine dalla piaga () fu . Dentro lo splendore stava nel morto che un fuoco da dentro recò al maligno . Con l’acqua fu la rettitudine della vita a guizzargli dal seno (). L’energia il Crocefisso della vita recò nei giorni . Dei viventi le moltitudini sarà la vita ad innalzare (). Del Verbo l’energia sarà a entrare nell’uomo . Uscirà una Donna (); un corpo verrà () di viventi in cammino . Un corpo – Chiesa ci sarà per salvare () i viventi .

Geremia 35,1 – Entrò la Parola in una donna nel corpo. A esistere Dio fu nel corpo della madre. Il Signore tra i viventi venne. Il Signore dentro nei giorni fu a entrare. Si portò obbediente a essere di una madre il figlio. Fu da una donna a essere al mondo portato. Il Re era del mondo e per sbarrarlo entrava col rifiuto dall’essere ribelle.

Geremia 35,2 – Al mondo la potenza riportava della rettitudine che all’origine dal serpente dentro era stata finita. Per entrare in un corpo la rettitudine dentro a stare in un vivente portò la Parola l’indicazione che desiderava alla prescelta che da Madre lo portasse al mondo nella casa da primogenito e nella prescelta Madre dentro, per il sia, scelse il Signore Dio Unico di entrare. La potenza accese della rettitudine nella prescelta e versò ponendosi da primogenito e nell’innocente fu a stare l’energia (divina).

Geremia 35,3 – Si portò l’Unico, si versò di nascosto, venne a stare in un primogenito. In questi l’energia (divina) fu a entrare. Figlio fu nel corpo della Madre IHWH. Da figlio nel seno le scese, l’energia che era di Lui la segnò; nel primogenito la vita portò e venne la rettitudine, nel cuore del figlio fu a portarsi. Porterà quel primogenito la fine con la rettitudine al serpente; in casa sarà a finirlo, a uscire dai corpi. spento sarà da un viventi.

Geremia 35,4 – E di un padre da primogenito venne a vivere nella casa che fu prescelta dal Signore Dio. Il Potente di un illuminato retto scelse figlio di essere. La grazia inviata sarà col figlio (quando) sarà glorificato. Sara Lui che sarà a bruciare nel mondo il maledetto che a entrare fu nei viventi. Dell’Unico riaccenderà nei corpi l’originaria ombra. La potenza riaccenderà della rettitudine. Crocefisso nel mondo risorgerà il corpo, risarà in vita. Una Donna dal corpo per i viventi con l’acqua dall’innalzato guizzerà. Il potente fuoco della rettitudine dal Crocefisso dal seno con la risurrezione sarà nel mondo a recare. Figli sorgeranno del Potente. Di salvati un corpo – popolo – Chiesa uscirà dal foro del Verbo.

Geremia 35,5 – Si portò l’Unico dal dragone serpente di persona a stare. Un figlio fu di una casa che era stata prescelta, partorito in una retta famiglia, fu un vivente in cammino per le preghiere dei viventi. Visse il rifiuto nei giorni all’opprimere portato. La rettitudine da un foro recherà (quando) in croce lo porteranno. Originerà la vita dal corpo, la divinità sarà a uscire che salverà; a finire porterà colui che è che opprime.

Geremia 35,6 – E fu a originare con la vita dal corpo portata la potenza negli uomini. Dal Crocefisso uscì il vino della rettitudine che sarà la colomba/lo Spirito Santo che s’insinuerà dentro; l’angelo (ribelle) nei corpi spengerà. Il Padre con lo Spirito Santo giù si porteranno. Rientrerà l’Altissimo che all’angelo recherà il rifiuto. l’essere ribelle annullerà completamente con il fuoco (della risurrezione) che in tutti recherà. Risaranno in forza dell’energia dell’Unico puri e figli saranno ad uscire i viventi dell’Eterno per sempre.

Geremia 35,7 – E dentro stava nel Crocefisso la potenza per venire figli e per un’asta di uno straniero dall’innalzato, che venne colpito, dal corpo si vide portarsi. Recò la rettitudine dal corpo. La vita potente gli venne dal cuore per l’azione dell’asta e guizzò dell’Unico la forza dell’Esistenza del Potente. La rettitudine dalla piaga fu. Dentro lo splendore stava nel morto che un fuoco da dentro recò al maligno. Con l’acqua fu la rettitudine della vita a guizzargli dal seno. L’energia il Crocefisso della vita recò nei giorni. Dei viventi le moltitudini sarà la vita ad innalzare. Del Verbo l’energia sarà a entrare nell’uomo. Uscirà una Donna; un corpo verrà di viventi in cammino. Un corpo – Chiesa ci sarà per salvare i viventi.

Geremia 35,8 – Portarono gli apostoli ad ascoltare dentro la voce del Signore. Dell’offerta del Figlio in un corpo retto dentro iniziò l’intelligenza e nel cammino il rifiuto al verme recavano. Gli apostoli portavano nel cuore la potenza del Crocefisso che era stata a risorgerlo dalla croce. E dal Crocefisso il vino (il sangue rosso come il vino) per tutti nei giorni gli apostoli recavano per incontrare la grazia e a illuminare erano recando del Figlio la forza. L’energia portata recava dentro dell’angelo (ribelle) a finire l’opprimere che portavano.

Geremia 35,9 – A recare nei cuori la potenza del Crocefisso sono. Figli porta l’arca che è la madre. Dal Potente lo stare in esilio finisce. A riabitare portano la rettitudine nei corpi e al demonio recano colpi. Del male, rifiutata è nel mondo l’esistenza; esce del serpente l’energia portata.

Geremia 35,10 – Riportano gli apostoli dallo stare in esilio dentro lo splendore che c’era nei viventi e il soffio del peccare dell’angelo (ribelle) si vede bruciato dalla rettitudine. Della sposa inizia a sorgere il corpo. Giù si porta l’energia, la reca la colomba (Spirito Santo) in aiuto; al Padre sono gli apostoli a recarli.

Geremia 35,11 – Ed è nel mondo con forza dentro ad agire accompagnandoli il Crocefisso. Agli apostoli dentro reca rettitudine, li aiuta un corpo – Chiesa a iniziare tra i pericoli. Nei viventi il serpente spengono, confondono il maledetto in terra e bello di viventi un corpo/Chiesa per l’Unico portano recando figli che conducono all’Unico. È quel corpo/popolo a recare pace. Vi vive il Verbo da cui l’energia è della vita del Potente. Esce per la rettitudine il demonio che sta nei viventi e nei viventi nelle persone ri è a vivere il Potente. L’originario verme portato dall’angelo (ribelle) bruciato è nell’intimo essendo nel corpo portata l’illuminazione del Potente sulla vita.

Geremia 35,12 – A recare furono nel mondo la forza in aiuto da cibo che recava ad entrare la divinità. Fu nel corpo/Chiesa a vivere il Signore col rifiuto per l’essere ribelle.

Geremia 35,13 – Spenge l’origine dell’essere ribelle il Signore che giù desidera finisca la maledizione che c’è. Dal (nuovo) Israele fuori dal cammino porta l’essere ribelle. Completo il rifiuto è ad accendergli il Signore per sbarrare la perversità del serpente che fu a recarli a stare in esilio. Saranno nella (nuova) Gerusalemme a entrare con Lui. Il Crocifisso rovescerà le tombe e i viventi porterà nel foro del suo corpo. Potenti, risorti, in seno a Dio s’insinueranno con i corpi; saranno angeli, inizieranno a vivere col Signore.

Geremia 35,14 – Usciti si porteranno a versarsi in quel primogenito crocefisso. La Parola era. Si era al mondo portata da offerta. Il Figlio (come un) carro felici su li porterà dal mondo. Verranno nel Figlio a stare. Li condurrà nel cuore al Potente. Alla fine saranno i risorti tutti portati. Con il Crocefisso saranno a stare ad abitare dal Potente, da moglie li porterà nell’eternità. Dal mondo saranno a portarsi i viventi a entrare in questi da dove uscì la rettitudine che sarà stata a risorgerli. Nel seno si porteranno da cui l’originò, nel Crocefisso i viventi saliranno, li porterà tutti dal Padre. Daranno a uscire vivi portati a incontrarlo. Retti saranno per l’aiuto dentro i corpi che dal Crocefisso ci sarà stato. La divinità che erano ad anelare avrà risorto così i viventi e la Parola ha recato il rifiuto che ha bruciato in seno a tutti i viventi il maledetto che c’era.

Geremia 35,15 – Porterà la moglie dal Potente nell’assemblea. Da Dio staranno così i viventi a venire. Tutti nel Servo saranno a uscire tra gli angeli a casa. Con l’Unico saranno i viventi del mondo. Risorti, retti saranno stati strappati via del serpente che li ammalava. All’origine l’essere ribelle a stare in esilio li aveva portati. Per l’angelo ribelle all’origine fu il Nome sbarrato. Li fiaccò portando a entrare il male, la perversità fu nei cuori e dentro si portò in seno il serpente. Del serpente furono così i viventi a portare la maledizione. Scelse in cammino di portarsi in un fratello nel corpo a stare Dio che a entrare fu nella madre. In un fratello nel corpo fu a vivere. Il Potente per servire in un vivente si portò a stare in esilio (onde) il maledetto dall’uomo uscisse. La felicità ridonerà, saranno dal serpente con la rettitudine recisi. Dal Padre tutti saranno retti i viventi riportati. Il serpente delle origini uscirà dai cuori. Integri riverranno. L’Unico colpirà l’angelo (ribelle) con la rettitudine nei viventi, porterà al serpente peccatore nel tempo da vivente la maledizione a esistere.

Geremia 35,16 – Così sarà dal mondo vomitato chi nei viventi si portò. Figli saranno del Signore per l’offerta del Figlio che (come) un carro venne per i venti giù. Portato in croce dal Padre sarà a rientrare. Primo tra i risorti con il corpo salirà portando i viventi, ma nel mondo si vedrà dai viventi uscire colpito il serpente peccatore che per il peccare maledetto fu.

Geremia 35,17 – Nel cammino l’aver ucciso l’Unigenito che viveva nel corpo una calamità per il maledetto fu. Giù da dentro l’Unigenito si portò dalla croce la maledizione. Fu la rettitudine divina a uscire. Inviata l’energia fu ai viventi. Da dentro fu originata. La divinità fu, uscita, a recare aiuto. Lui in cammino potente rifù. Si riporto risorto a casa; fu col corpo a portare la pace. Venne dalla sposa compagna, la Donna il cui corpo dalla Parola in Croce fu. Dall’innalzato fu a uscire con l’acqua e si vide offerta dal corpo del Crocefisso essere. La divinità fu a entrare, con l’acqua recherà la divinità. Il Risorto dal seno la recò e iniziò la chiamata. Il Potente nel mondo la madre recò e il rifiuto in azione all’angelo (ribelle) portò.

Geremia 35,18 – E nel cuore saranno del Crocefisso a entrare che da carro sarà per i viventi. Nell’Unigenito vivi con i corpi gli saranno nel corpo i viventi. Saranno a entrare da dove si portò la rettitudine fuori che nell’Unigenito l’essere ribelle fu ad aprire con un’asta che entrò. Giù da dentro l’Unigenito portò dalla croce la divinità, a uscire fu la rettitudine di Dio per spazzar via l’angelo (ribelle). La Donna – moglie fu dal corpo alla luce con l’acqua nel tempo; dal seno gli guizzò, ai viventi giù si portò dalla croce. Il Signore l’offrì. Del Padre era la rettitudine che dalla morte protegge e verrà tutti i viventi a rialzare portando la fine dell’esistenza (della morte). Si porterà a tutti in azione la risurrezione che recherà retti tutti. Beati si rialzeranno ed entreranno nell’Unigenito crocefisso da retti viventi.

Geremia 35,19 – Il Potente con la rettitudine avendo ucciso il primo dei ribelli da cui fu la perversità con le sue schiere, avrà portato a finire la maledizione che c’era. Sarà nei risorti corpi la divinità. La potenza ricomincerà a stare per la rettitudine nei corpi riconfinata. Gli uomini dal Potente saranno portati in offerta. Figli dai corpi retti a casa rialzati dal Potente, in persona saranno la sposa per sempre.

DEUS ABSCONDITUSultima modifica: 2018-06-26T12:53:58+02:00da mikeplato
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