IL VINO E IL MISTERO DIVINO

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di Mike Plato

 

L’uomo coltiva la vite e produce vino da oltre 6.000 anni. I frutti pigiati trasmutano in una nuova e potente sostanza, il vino, che a sua volta trasforma chi la beve, inducendo uno stato di inebriamento. Questa doppia trasformazione, e altro ancora, rappresentano il millenario e universale mistero del vino e del suo simbolismo

 Il vino, in quanto elemento mistico, fa la sua apparizione nella storia biblica di Noè, anche come simbolo del mondo nuovo. Scampato con l’Arca al diluvio, Noè mette piede sulla terraferma e pianta una vigna (Genesi 9:20). Poi ne ricava vino, lo beve e si inebria, denudandosi all’interno della sua tenda. Si tratta di un’allegoria con cui si intende qui la spoliazione dall’ego attraverso l’ebbrezza mistica (estasi). Il figlio Cam lo guarda semplicemente con curiosità, mentre Sem e Jafet lo coprono. Cam verrà maledetto e gli altri due esaltati. Per molti commentatori biblici, l’allegoria del passo concerne la possibilità che Cam abbia tentato, approfittando dell’ebbrezza del padre mostratogli “a nudo”, di carpirgli segreti esoterici e iniziatici fondamentali. Un gesto in cui i fratelli non avevano visto grande correttezza. È possibile che questa storia sia molto più antica di Mosè che la narrò, in quanto le leggende di Utnapishtim o Ziusudra, i Noè mesopotamici, erano già note molto tempo prima dell’egiziano Mosè (circa 1600 a.C.). A prescindere da ciò, l’elemento “vino” è ciò che più ci interessa ai fini dell’analisi. Se ammettiamo che la storia di Noè sia un’allegoria mista a realtà, dobbiamo dedurne che Noè abbia piantato la vite per farne esattamente il vino. Cercava forse di ricostituire un vigneto già esistente prima del diluvio? Magari un tipo di vite adattabile alla nuova terra in cui si era stabilito? Secondo Louis Charpentier, ne Il Mistero del Vino, è probabile che Noè volesse ricavare da quella vite un vino particolare con cui ottenere un’ebbrezza che lo avvicinasse a Dio. Il suo stato di nudità, certamente spirituale e sacro, sarebbe stato indebitamente interrotto da Cam, che avrebbe così impedito al padre di parlare con Dio e ricevere conoscenze misteriche e profezie. È pur vero che se Noè era sull’Ararat a 5000 metri d’altezza, non gli sarebbe stato possibile piantare alcuna vite. Ma è ancor più vero che la Bibbia dice che Noè era sulla terraferma, quindi non necessariamente sull’Ararat. Quindi un uomo, un iniziatore, scampa al diluvio, viene dal mare con i ceppi della vite, li pianta, raccoglie l’uva, la lavora, ne fa il vino e si denuda per l’ebbrezza. E così inizia il nuovo mondo post-noachico.

Il vino di Mesopotamia

È certo che le fertili pianure di Sumer, culla della civiltà babilonese, conoscessero vite e vino. Il segno sumerico che indicava la vita era in origine una foglia di vite ed era una vite, secondo la Mishna ebraica, l’albero della scienza del bene e del male di cui parla il testo di Genesi 3. Grazie ai fossili, sappiamo che la vite era diffusa molto prima che presunti atlantidei venissero e trasmettessero le loro conoscenze. I ceppi fossili divenuti silice sono infatti estremamente antichi e risalgono a diverse decine di migliaia di anni fa. Sappiamo anche che l’uomo iniziò a spremere l’uva fin dagli albori della civiltà, poichè ammassati tra i resti di palafitte di circa 20.000 anni fa, si sono scoperti mucchi di acini d’uva. A quell’epoca sarebbero appartenute le prime generazioni di Homo sapiens e possiamo quindi pensare all’inizio della viticoltura. Ma doveva trattarsi di una vite selvatica e non coltivata. La Vitis vinifera, ovvero la vite da vino, risalirebbe a tempi successivi, all’Età del Bronzo. Di qui, si può supporre che i vari Noè, quello biblico e quelli mesopotamici, avessero imbarcato la vite, per poi ripiantarla a diluvio cessato.

Il vino di Grecia

Dioniso, nei misteri greci, è il Dio dell’iniziazione, del vino e dell’ebbrezza. Nato dalla coscia di Giove, fu iniziato e illuminato ancor prima di venire al mondo. Si dice che, durante la sua infanzia selvaggia, egli abbia scoperto la vite, pianta sacra per eccellenza e che, coltivandola, abbia inventato il vino, che poi volle far conoscere universalmente. Sotto un certo aspetto, vi sono analogie simboliche fra la nascita di Dioniso e l’uscita dall’arca di Noè. Semele, la madre di Dioniso, viene chiusa da Cadmo in una cassa e gettata in mare. La cassa approda nel Peloponneso, Semele è morta, ma Dioniso vive ed esce da quella che è una tomba. Arca e Cassa (o tomba) sono analoghi se non sinonimi; Noè si salva dalle acque (come Mosè) e Dioniso altrettanto; entrambi sono legati al vino e all’ebbrezza mistica. Nel mito, Dioniso viene ucciso dai Titani e smembrato, come avviene per Orfeo (dalle baccanti), l’Osiride egizio (da Seth e accoliti), il Purusha induista e l’Attis di Frigia. Se non che, da Zeus Dioniso viene fatto risorgere da morte e smembramento. Signore nello stesso tempo dell’estasi e dell’orgia, della natura selvaggia e dell’ebbrezza, Dioniso era anche la potenza che dona agli alberi il principio umido e generatore. Il Dio del vino incarnava la spiritualità più elevata e si credeva persino che avesse anche il potere di purificare, giacchè procurava, grazie al vino, un delirio preparatorio alla saggezza. Inoltre Pausania notò come i Lacedemoni onorassero un Dyonisos-Psilax, un Dioniso alato, spiegandone la ragione con queste parole: «il vino solleva gli uomini e innalza la loro gnomè, producendo lo stesso effetto delle ali degli uccelli». La gnomè è la potenza di elevazione spirituale. Euripide chiamava Dioniso “Colui che vola bene” e alcune raffigurazioni ce lo mostrano con le ali o su di un carro alato. Allo stesso modo, in ogni epoca, i poeti e gli artisti hanno trovato nel vino la loro ispirazione. In sostanza, come per quelle di Mercurio, le ali di Dioniso sono l’elevazione e la trascendenza ottenibili dall’ebbrezza mistica, ossia l’estasi. Il vino sarebbe quindi la gnosi e la conoscenza misterica che consentono tale ebbrezza. Le feste in onore di Dioniso, le Dionisiache, si celebravano ogni anno all’inizio della primavera. I più svariati tipi di persone univano le loro grida al suono degli strumenti. Molti portavano dei vasi per bere il vino e se li facevano riempire ai crocicchi. Sembrererebbe che le cosiddette medievali “feste dei folli” fossero l’eredità di più antiche feste pagane, ove il vino consentiva ai festanti di disinibirsi. Evidentemente, i greci hanno ritenuto che Dioniso, portando il vino e istituendo i Misteri, compisse la stessa opera. Ma i Misteri erano ben altra cosa che le feste popolari profane: svelare ciò che vi accadeva, così come le domande inopportune di chi non vi era iniziato, erano atti che meritavano la morte.

 

Il vino in Egitto

Gli egizi hanno elaborato la credenza nella rigenerazione dei defunti sulla base di riferimenti magici ai grandi cicli naturali e ad altri elementi simbolici ritenuti significativi allo scopo. Le acque dell’inondazione del Nilo e il vino sono stati assimilati al sangue del dio Osiride in virtù del loro colore rosso. La vendemmia, la pigiatura e la trasformazione del mosto in vino riproducono nel loro insieme le fasi della passione, morte e resurrezione di Osiride. Le prime testimonianze archeologiche sulla presenza della vigna e del vino in Egitto risalgono al periodo pre-dinastico: nel museo dell’Orto Botanico di Berlino sono conservati i semi e un ramo di Vitis vinifera risalenti al periodo di Nagada (3.100 a.C. circa); nella Abido attribuita al re Scorpione (3.200-3.150 a.C.) sono state trovate circa 700 giare che avevano contenuto del vino resinato. Riferimenti religiosi riguardanti i vigneti sono già evidenti nel periodo proto-storico. I sigilli dei tappi di giare ritrovati nella necropoli di Abido riportano iscrizioni che ci fanno sapere che tutti i re della I e II Dinastia possedevano a loro nome delle vigne sacre protette da recinzioni. Ciascuno di questi vigneti aveva un nome che ne indicava la sacralità: ad esempio il re Den (I Dinastia) chiamava la sua vigna “Il recinto del corpo di Horus”, la vigna del re Khasekhemui (II Dinastia) era chiamata “Lodate siano le anime di Horus” e quella del re Djoser (III Dinastia) “Lodato sia Horus che presiede al cielo”. I Testi delle Piramidi confermano l’importanza religiosa della vigna e del vino. Il vino è la bevanda di elezione del re defunto dopo che ha raggiunto la sua destinazione celeste. I defunti glorificati sono dei privilegiati che ricevono e consumano prodotti che assicurano loro l’eterna felicità. I Testi delle Piramidi affermano che i re defunti si nutrono con “fichi e vino che sono nella vigna del dio”. Per questo motivo il vino è presente nelle liste di offerta rappresentate sulle pareti delle tombe e sulle stele funerarie dei defunti. Nelle stele dell’Antico Regno, il vino compare graficamente sullo stesso piano dell’acqua purificatrice, dell’incenso e degli oli essenziali. È una prova supplementare che il titolare della stele gode dei benefici concessi ai defunti beati. I Testi delle Piramidi ci hanno tramandato anche formule che attestano l’origine divina della bevanda ottenuta dall’uva e la collegano a varie divinità: «… la mia acqua è vino come quello di Ra…» ; «il cielo è gravido di vino, Nut ha generato sua figlia l’alba-luce». Questa ultima citazione evoca una associazione tra il vino e il sangue del parto unicamente in base al simbolismo del colore. «Osiri, prendi per te l’occhio di Horus strappato a Seth e mettilo alla tua bocca; (quello) con il quale ti sei aperto la bocca: vino, una giara di pietra bianca». Sono molte le divinità interessate indirettamente al vino perché questa è la bevanda di elezione delle offerte di pacificazione. È per questo motivo che, in forma piana o a tutto tondo, viene spesso rappresentato il faraone, o la regina, che offre due coppe di vino a una divinità. Certamente, trattasi di un’offerta alchemica. Le bevande offerte alle divinità nei templi sono usualmente la birra e il vino; i “calendari delle feste” dei templi ci documentano che delle due bevande il vino era maggiormente privilegiato. Per l’approvvigionamento del vino i templi possedevano terreni coltivati a vigneti in varie località dell’Egitto, in particolare nel Delta. Il Ramesseum, il tempio dei milioni d’anni di Ramesse II, riceveva forniture di vino da ben diciotto differenti vigneti localizzati nel lontano Basso Egitto. Osiride, il dio dei morti, è indicato come il signore del vino in testi che vanno dall’epoca delle piramidi fino al tardo periodo greco-romano. Infatti è scritto: «Ecco, egli (il re) è venuto come Orione; ecco, Osiri è venuto come Orione, Signore del Vino nella festa wag» (Faulkner, 1969, formula 442 dei Testi delle Piramidi). Diodoro Siculo conferma, nel I secolo a.C., che fu Osiri a «insegnare al genere umano la piantagione della vite e la semina del frumento e dell’orzo». Per la nostra razionalità, le incongruenze non mancano. Nella formula 47 dei Testi delle Piramidi, il vino è l’occhio di Horus strappato a Seth. In epoca greco-romana il papiro Jumilhac riporta che dai due occhi Udjat, che erano stati interrati, sono sorti germogli di vite; e più avanti il testo specifica che «in quanto all’uva, è la pupilla dell’occhio di Horus; in quanto al vino che se ne fa, sono le lacrime di Horus». Ma è senz’altro Osiride il dio più strettamente collegato all’uva e al vino, tanto da ritenere che egli fosse addirittura presente nella pianta. Il dio è spesso rappresentato in trono sotto un chiosco con una tettoia da cui pendono grappoli di uva nera. Talvolta ai grappoli d’uva si alternano fiori di loto, per rendere più pregnante il senso della rigenerazione di cui Osiride è simbolo. Il simbolo del sangue di Osiride morto e i significati mistici della vigna e del vino si affermano anche in epoca greco-romana come promessa di rinascita per ogni egiziano. Decorazioni in tale senso si trovano su pareti di tombe e su sarcofagi.

 

 

Il Vino di Cristo

Un tardo papiro magico porta al limite estremo il potenziale di rigenerazione del vino: il dio Osiride offre da bere alla sua sposa Iside e a suo figlio Horus una coppa del suo sangue per ottenere la sua rinascita. Tali simbologie si protraggono poi nel periodo copto e più tardi ispirano anche i testi e l’iconografia cristiana. Durante l’Ultima Cena, Cristo porge ai discepoli una coppa di vino con le parole «Bevetene tutti, questo è il mio sangue… fate questo in memoria di me». Ad litteram, il gesto di bere il vino-sangue è evocativo di un evento occorso duemila anni or sono; ma ad un livello più profondo, il messia è lo spirito divino che l’uomo ha nel suo intimo. Di conseguenza quello stesso Messia invita a bere il vino-sangue per riprendere memoria di se stessi, in quanto, come detto da un hadith del profeta Muhammad, «chi conosce se stesso conosce il suo Signore». In ogni modo, non è solo il vino ad esser simbolo del sangue, ma anche questo del vino e ciò forza ad una considerazione: il vino non è offerto gratuitamente dalla terra ma è frutto del lavoro umano. Ergo, l’invito a bere il sangue è un’allusione ad un lavoro su se medesimi per “rimembrare” se stessi, per ricordare chi si è al di fuori di questo contesto spazio-temporale. Il bere vino non è una semplice ritualità rievocativa, come imposto dal dogma cattolico. Nel testo di Genesi 4 e di Genesi 14 noi vediamo Caino e Melkizedek offrire doni della terra. Caino offre i frutti della terra a Dio versando poi il sangue del fratello; Melkizedek porta pane e vino ad Abramo, prefigurazione del sacrificio cristico. È evidente che l’offerta di Caino è grezza, egli offre solo un input, un prodotto non lavorato. Melkizedek al contrario offre l’output, Egli stesso è il prodotto “compiuto”, il compimento dell’Opera, poichè vino e pane sono il risultato finale della lavorazione dell’uva e del grano, prodotti terricoli. In quest’ottica, Caino rappresenterebbe l’iniziato all’incipit dell’opera, Melkizedek il suo compimento: «tutto è compiuto» (Giovanni 19:30). Il fondamento della religione cristiana riprende in forma drammatica i simboli maturati nella religione egizia e ancora oggi il messaggio si perpetua nel rito dell’Eucarestia durante la Messa. L’identificazione del vino col sangue, per il suo colore rosso, non è quindi un’innovazione cristiana, ma l’associazione era un fatto già nei misteri osiriaci e dionisiaco-bacchici. Che poi lo stesso sangue sia a sua volta simbolo di qualcos’altro è argomento esoterico di cui si può discutere, soprattutto in senso alchemico. Il vino è simbolo del sangue e il sangue è simbolo dello spirito che su esso aleggia (Genesi 1:2). Se il vino ha in sé l’alcool, nel sangue c’è l’anima, come è detto da Dio a Noè: «soltanto non mangerete la carne con la sua nepesh (anima), ovvero il suo sangue» (Genesi 9:4). Quindi la parte bassa dell’anima, la nepesh, è il sangue dell’uomo e con esso tutti i liquidi corporei: l’anima-acqua. Il miracolo delle nozze di Cana in cui l’acqua è trasmutata in vino vuole indicare una trasmutazione animica, la trascendenza che si fa immanenza, l’anima carnale che sublima. Certamente è un’allusione ad un processo di mutazione del sangue e di qui della genetica, giacché lo stesso Cristo ha ribadito in altra sede l’associazione vino-sangue. Peraltro, il connubio acqua-sangue riappare nella scena della crocifissione, ove dal costato trafitto del Messia cola acqua mista a sangue (Giovanni 19:34), quel costato che è un riferimento esoterico al costato di Adam da cui emerse la Isha (Eva). Ciò trova un riscontro anche in una leggenda profetica islamica in cui il vino sarà mescolato all’acqua della sorgente Tamil, da cui bevono coloro che sono vicini ad Allah, i suoi amici. Nel Vangelo di Giovanni è lo stesso Cristo ad affermare: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo» (Giovanni 15:1). Queste parole sono state riprese successivamente dai Padri della Chiesa per ridefinire in senso cristiano l’immagine dell’albero della vita: «Gesù è il tronco da cui sono germogliati i tralci e insieme la totalità della pianta». Sulla equivalenza del vino al sangue nel contesto della resurrezione, l’iconografia cristiana ha sviluppato l’impressionante tema del “torchio mistico”: Cristo è rappresentato sotto un torchio ed è assimilato all’uva da schiacciare per raccogliere in una tinozza il sangue divino, promessa di resurrezione. Come il vino-sangue di Osiride testimonia il dramma della sua morte e la successiva salvezza dei defunti “giustificati”, così il vino-sangue di Cristo evoca con la potenza delle immagini simboliche del “torchio mistico” il dramma della sua passione e morte per la redenzione dell’umanità. Nel Libro di Apocalisse, sono descritti i misteri più violenti legati all’uva: alla fine dei tempi la vita terrena verrà gettata nel grande tino dell’ira di Dio, da cui scorrerà un immenso fiume di sangue (Apoc. 14:19-20). L’esegesi iniziatica del passo, come di tutto il libro di apocalisse, riguarda il processo di trasmutazione alchemica dell’anima umana (nepesh) che attua un sacrificio di se stessa. Nel loghion 40 del Vangelo gnostico di Tommaso è scritto: «Una vite fu piantata da altri che non era mio Padre: giacché non si irrobustì sarà sradicata e perirà». Gli elementi salienti del “loghion” sono: 1) la Vite; 2) l’atto del piantare; 3) il soggetto che la pianta; 4) la constatazione che il soggetto del punto precedente non è il Padre; 5) la constatazione che la vite piantata non è diventata robusta e quindi verrà sradicata e di conseguenza morirà. Quindi, secondo gli gnostici, esiste simbolicamente una vite-anima piantata dal Padre, dal Dio supremo e alieno e una vite-anima piantata da altri, che gli gnostici definivano Arconti o sub-creatori. La vite è quindi l’anima, ma essa non è univoca. Ciò era noto anche ai maestri del sufismo, che descrivevano un’anima carnale (nafs ammara) e un’anima spirituale (nafs mothmayanna); e a quelli della cabala, che contrapponevano decisamente la Nepesh (anima concupiscibile) alla Neshama (anima divina).

Ogni vite-anima produce vini decisamente diversi.

Il vino di Omar Kayyam

Il grande poeta Sufi apparirebbe come un’anomalia nel mondo islamico, giacché il Corano proibisce il bere vino. Eppure Kayyam dedica molti versi al vino. Già nel XII secolo, il poeta sufi Ibn al Farid scrive nel poema Il Vino Mistico: «dicono: hai bevuto il peccato! Niente affatto, ho bevuto ciò che sarebbe peccato abbandonare. Non vi è vita in questo mondo per chi è sobrio, chi muore senza aver provato l’ebbrezza ha vissuto invano». Quindi qui il vino non è certo il vino fisico ma ciò che esso suggerisce, un mezzo che conduce ad esperienze unitive e trascendenti, perché il vino fisico, come detto, è proibito dalla Sura 2:219. Ritornando a Kayyam, molte quartine del poeta sufi iniziano con l’esortazione “bevi vino!”, non certo il vino noto, perché di certo Kayyam non ne beveva, come non ne beve qualunque iniziato, se non nelle rare occasioni di agapi mistiche. Accanto a Kayyam, citerei anche un noto verso dell’altro grande poeta mistico del sufismo: Jalal oddin Rumi. Rumi scriveva: «prima che in questo mondo vi fosse un giardino, una vite, dell’uva, la nostra anima era inebriata dal vino immortale».

 

Il vino di René Guénon

Ne Il Re del Mondo, il tradizionalista per eccellenza scrive che nelle tradizioni orientali, in una certa epoca, il Soma divenne sconosciuto sicché, nei riti sacrificali, si dovette sostituirlo con un’altra bevanda che di quel Soma primitivo era soltanto una figura; tale ruolo fu svolto principalmente dal vino e a ciò si riferisce, presso i Greci, una gran parte della leggenda di Dioniso. Il vino, del resto, è spesso usato per rappresentare la vera tradizione iniziatica: in ebraico le parole iain, vino, e sod, mistero, possono essere sostituite l’una all’altra in quanto hanno lo stesso valore numerico-ghematrico; presso i Sufi, il vino simboleggia la conoscenza esoterica, la dottrina riservata ai pochi e che non è adatta a tutti gli uomini, così come non tutti possono bere impunemente il vino. Risulta da ciò che l’impiego del vino in un rito gli conferisce un carattere chiaramente iniziatico; tale è segnatamente il caso del sacrificio eucaristico di Melkizedek. Ergo, sarebbe confermata l’interpretazione iniziale circa l’ebbrezza iniziatica di Noè, se è vera la teoria di Guénon.

IL VINO E IL MISTERO DIVINOultima modifica: 2018-09-28T12:31:20+02:00da mikeplato
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