ESOTERISMO COME PRINCIPIO E COME VIA

1) cosmic-christ alex grey tutto è uno

di Mike Plato

La saggezza degli uomini non è la Saggezza di Dio, perché l’una guarda verso l’esterno e l’altra verso l’interno (Louis Cattiaux, Il Messaggio Ritrovato, Libro XIX vers. 31)

«Non rivelate in alcun modo i riti che vedete nei templi, nel Mistero più assoluto» (Iscrizione sul tempio di Edfu).

Sostanza ed essenza, periferia e centro, materia e forma, lettera e spirito, fuori e dentro, basso e alto, superficie e profondità, guscio e polpa, terra e cielo, manifesto e immanifesto rappresentano tutte la stessa dicotomia archetipale tra essoterico ed esoterico, ossia fra apparenza e illusione da una parte e il Vero e reale dall’altra. Il mondo profano offre patente di realtà a ciò che non ha realtà, ergo insegue il guscio perché crede solo a quel che avverte con i cinque sensi. L’esoterico utilizza l’emisfero destro e l’intuizione per percepire ciò che non può essere visto e sentito se non con le facoltà dell’anima. Il mondo si divide in una maggioranza di essoteristi, che vivono immersi nella corrente del tempo e della sostanza, e una stretta minoranza di esoteristi, che cercano e spesso riescono ad andare oltre il guscio illusorio del mondo simbolico per percepire il Vero. Ma anche nell’ambito di questa stretta minoranza vi sono spesso notevoli differenze percettive e paratie stagne, in quanto il cammino del disvelamento è lungo e diverso è lo stato di coscienza degli esoteristi, per cui v’è differenza tra chi riesce a vedere meglio e chi peggio. Era un fatto noto agli ordini iniziatici, i quali prevedevano gradi di avanzamento non certo per anzianità di appartenenza, ma per reale evoluzione spirituale dei suoi membri (ossia capacità di vedere oltre). Solo un maestro vero può giudicare lo sviluppo spirituale degli affiliati, nonché decidere di accettare un postulante. Nella fratellanza essena era una figura denominata Ispettore a decidere se un postulante avesse le caratteristiche umane e animiche per accedere ad una forma alta di insegnamento e al cammino iniziatico. Gli esseni erano affascinati dall’esoterismo, ovvero dai Raz (misteri) e dai Sod (segreti) contenuti nel pentateuco di Mosè, ovvero quella Torah che essi chiamavano “Pozzo”, in quanto occorre calarsi in profondità nel testo per comprendere i vari livelli nascosti del testo sacro. Inizio qui una disamina sull’esoterismo come principio e come via, partendo dalle origini storiche della parola e del concetto. In quanto parola, registriamo che René Guénon, nell’Introduzione generale agli studi delle Dottrine Indù, affermò che il termine “esoterico” era greco e scaturiva dalle scuole filosofiche greche. Si tratta certamente di un termine greco che significa “interno”, tuttavia è il termine “esoterismo” a non essere mai stato utilizzato dai filosofi per indicare ciò che oggi noi usiamo per indicare la ricerca del senso nascosto delle cose. Gli antichi usavano “esoterikos”, ma non “esoterismo” per come lo si intende in senso lato oggi. Ma occorre esser chiari sul punto: tanto il termine “occultismo” che il termine “esoterismo”, che peraltro alludono entrambi alla ricerca di ciò che è nascosto, sono stati a tal punto aggrediti dalle Potenze immonde da indicare nell’immaginario collettivo qualcosa di diverso da quello che in realtà significano. La massa profana associa l’esoterismo e l’occultismo a sette sataniche, fattucchieri, negromanti e truffatori, nonché a tutte quelle pratiche spiritiche che scavano nel basso astrale. Il vero esoterismo cerca appunto l’esoterico, ovvero le idee eterne, la luce eterna, le leggi nascoste dello spirito. Ma sappiamo dal versetto 13 del Vangelo gnostico di Filippo che gli Arconti sono eccezionalmente bravi nel dare il nome delle cose non buone alle cose buone e viceversa, allo scopo di ingannare gli uomini e tenerli in perenne stato di schiavitù. Il termine “esoterikos” appare per la prima volta tra gli aristotelici del I secolo d.C., precisamente ne “I Filosofi in vendita” (166 d.C.) di Luciano di Samosata, il quale distingueva gli interni dagli esterni. In sostanza, gli aristotelici facevano distinzione opportuna tra un gruppo di testi della scuola che erano ampiamente diffusi (essoterici) ed altri che erano molto più rari e circolanti all’interno, gli acroamatici, che rispecchiavano la tradizione orale, ossia quella che era oggetto di insegnamento iniziatico da bocca a orecchio. Ma Luciano inizia ad usare “esoterico” e non più “acroamatico”. Non certo aristotelico, ma gnostico cristiano, sarà poi anni più tardi Clemente di Alessandria a fare uso del termine, onde indicare gli scritti iniziatici di Aristotele, definendoli “libri esoterici”: «i fondatori dei culti misterici nascosero le loro dottrine sotto i miti, affinché non fossero a tutti manifeste. Ebbene, se quelli celarono umano sapere e impedirono ai profani di accedervi, non era forse oltremodo opportuno che la contemplazione veramente santa e beata della realtà restasse occulta? Una cosa si dice, l’altra è tenuta nascosta alla moltitudine» (Stromati V, 58, 4). Qui, nelle parole di Clemente si nota il rispetto per la “disciplina arcana”, per quella via iniziatica che punta a sbucciare il frutto (il simboleggiante, l’effetto) per impadronirsi della polpa (il simboleggiato, la causa). Il Cristo non utilizza mai direttamente il termine “esoterikos”, né lo utilizza per indicare il senso riposto delle scritture e dei fenomeni, ma parla di quelli di fuori: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole» (Marco 4:11). Se quelli di fuori sono gli esterni, ovvero gli essoterici (profani), quell’ “a voi” si riferisce agli interni, agli iniziati, agli esoterici. E dico “esoterici” e non “esoteristi” per come “esoterista” viene utilizzato oggi. Sarà poi Paolo a ribadire la contrapposizione tra gli esterni e gli interni: «Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di fuori li giudicherà Dio» (1Corinzi 5:12-13). Inoltre Paolo contrappone decisamente lo Spirito alla lettera delle scritture, affermando che il primo rivivifica, la seconda uccide. Nel greco del vangelo di Marco è detto da Cristo «tois exo – a quelli esterni» per indicare gli essoterici. Parimenti nel greco dei Corinzi di Paolo si utilizzano i termini “Exo” e “Eso”, come aveva già fatto Platone accennando alle cose interne (gr. ta eso) nell’Alcibiade e alle cose esterne (ta exo) nell’Eutifrone. Di fatto, quindi, già nel Nuovo Testamento si fa uso di esoterico ed essoterico. Ciò vuol dire che il cristianesimo sgorgante dal suo fondatore aveva una natura “esoterica”, quindi oggetto di un insegnamento iniziatico e di un’interpretazione intuitiva, che faceva perno sul senso allegorico per scardinarne l’enigma e trarne il mistero. Ovviamente divina è la natura del mistero oggetto di ricerca dell’esoterico, in quanto l’essoterico potrebbe sì occuparsi del mistero, ma si tratterà pur sempre di un mistero profano, mondano, comunque non appartenente alla dimensione del sacro. Esoterico quindi è un membro interno di una scuola o un iniziato diretto dello Spirito di Sapienza che si occupa del senso nascosto di tutte le cose. Origene, il genio del cristianesimo, ribadì poi questa contrapposizione, estendendola a qualsiasi disciplina sapienziale: «L’esistenza di certe dottrine, oltre a quelle che sono essoteriche, che non raggiungono la moltitudine, non è peculiare alla sola dottrina cristiana, ma è condivisa dai filosofi. Poiché anch’essi hanno certe dottrine essoteriche e altre che sono esoteriche» (Origene, Contra Celsum I,7). Il termine “esoterismo” pare faccia il suo debutto ufficiale nel XIX secolo, precisamente nel 1828 dalla penna di Jacques Matter, storico francese, ne “La storia critica dello gnosticismo e della sua influenza”, mentre nel 1840 il mistico Pierre Leroux lo diffonde nel suo “De l’Humanité”, associandolo alla dottrina pitagorica e ai matematikoi, gli interni della scuola. Da quel momento, il termine viene utilizzato di frequente per indicare sinteticamente tutta una serie di discipline arcane, poste alla conquista delle leggi segrete causali celate nell’uomo e nella natura: alchimia, magia, astrologia, ermetismo, ecc. Il teosofo occultista Alfred Percy Sinnett, a partire dal 1880, iniziò ad utilizzarlo in modo sistematico. Parimenti per il termine “occultismo”, forse usato per la prima volta da Eliphas Levi nel 1856, all’inizio di “Dogma e rituale dell’alta magia”. È giusto osservare che se i termini sono nuovi, ciò che essi indicano è antico almeno quanto il tempo.

Dopo aver descritto le origini del termine “esoterico”, è necessario ora calarci nel concetto. In primo luogo cosa significa essere esoteristi oggi? Un esoterista è uno spirituale? Segue un cammino di evoluzione della coscienza? Vuole unirsi a Dio? Un esoterista crede in Dio o può persino essere ateo? Un esoterista è colui che pratica un esoterismo o semplicemente lo studia? Ossia, è dentro l’esoterismo o lo guarda dall’esterno? È quindi un esoterista o un esoterologo? Come si può parlare di esoterismo, se il vero e più puro esoterismo rifiuta di parlare di se stesso? Si possono dimostrare l’esoterismo e le sue intuizioni, se esso si occupa proprio di ciò che non può essere dimostrato e di ciò che, quindi, è opinabile? Ci troviamo quindi a vagare su un campo minato, un campo in primo luogo percorso da pochi e soggetto ad opinioni multiformi a cagione del fatto che quei pochi che battono siffatto campo hanno stati di coscienza diversi l’uno dall’altro e ciò comporta una diversa e via via più profonda visione delle cose. Spesso, le più violente diatribe dottrinali ed ermeneutiche non sono tra quelli di dentro e quelli di fuori, ma in seno proprio all’esoterismo: Guenoniani polemici con gli Evoliani, Evoliani polemici con altre famiglie esoteriche, e tutti contro tutti. Questo accade perché l’esoterismo può non accompagnarsi ad un cammino di demolizione dell’ego (mortificazione di sé o umiliazione) e spesso non vi si accompagna, o anche a causa del diverso grado di evoluzione e comprensione degli individui, peraltro legati indissolubilmente al loro specifico esoterismo. In ogni modo, come è naturale, l’esoterismo rimane oggetto di attacchi e critiche da chi è ignaro di esoterismo perché profondamente materialista. Nei primi secoli d.C. gli gnostici, in quanto esoteristi spirituali, si tenevano ben distanti dagli “ilici” e gli “ilici” guardavano con sospetto gli gnostici. Attualmente accade che si critichi un matematico o un fisico, ma mai di veder criticata la disciplina di riferimento. Invece “quelli di fuori”, prima di mettere in discussione gli esoteristi, criticano l’esoterismo, nell’ignoranza totale della sua natura e finalità. Esso appare eccessivamente astruso e astratto a chi sia cieco all’immanifesto. Si tratta, nell’opinione comune, di divagazioni, allucinazioni, chimere, sogni destinati ad infrangersi, forme acute di schizofrenia, ciarlatanerie. L’esoterismo non è una pseudo-scienza o un falso pensiero, l’esoterismo per i materialisti semplicemente non esiste: non è né scienza né conoscenza. E non essendolo, esso viene boicottato dal sistema di istruzione scolastico-universitario, aggredito dai dogmi e fatto oggetto di scherno dai media e da certa psicologia-psichiatria. Si pensi ai primi Padri della Chiesa che demolirono, ridicolizzandolo, il pensiero esoterico dei maestri e delle fratellanze gnostiche, considerato eretico; ad un Salomon Reinach che, nell’Orpheus (1928) considera la Cabala ebraica come una delle peggiori aberrazioni della mente umana; ad un Etiemble che, in Philosophes Taoistes (1980), parla di confusionismo mentale riguardo al pensiero di Guénon; agli antropologi come Ohlmarks che in “Studi sul problema dello Sciamanismo” (1939) giunge a sostenere che lo sciamanismo è una forma di isteria; all’esegesi stoica che sminuisce i Misteri ad allegorie dei cicli agricoli, imitato oggi da un fenomeno come Zeitgeist, che riduce il mistero profondissimo di Cristo ai cicli precessionali del sole; a Voltaire che, dopo aver letto “Degli errori e della verità” di quel grande mistico di nome Louis Claude de Saint Martin, scrisse nel 1776 in una lettera a d’Alembert: «io non credo che mai sia stato scritto niente di più assurdo, più oscuro e più pesante e più sciocco». Cosa avrebbe detto Voltaire se fosse riuscito a leggere i testi ancor più inesplicabili e meravigliosi di quel Jacob Bohme che abbagliò con la sua luce proprio de Saint Martin? Normalmente i denigratori disprezzano senza aver letto, dopo aver letto e per nulla compreso, o solo perché è imperativo demolire l’eresia esoterica e in tutti i casi senza ricorrere ad argomentazioni. Ma come può un non esoterista giudicare ciò che è esoterico? Solo un esoterista, uno “di dentro”, può valutare con obiettività e scrutare con acume un esoterismo. Lo stesso problema riguarda i traduttori di opere esoteriche scritte in lingue antiche o moderne. Un traduttore profano, non addentro, non potrà effettuare una traduzione fedele ed efficace. Un Andrè Dupont-Sommer che interpreta i rotoli del Mar Morto, scritti e da lui letti in ebraico antico, non può percepire le allegorie e le sottigliezze del testo. Nel suo “Scritti esseni scoperti presso il Mar Morto” (1959), Dupont-Sommer ha certo il merito di legare Qumran agli Esseni e di dichiarare gli Esseni fondamento del primo cristianesimo. Egli afferma la natura esoterica dei testi e delle ritualità essene, ma usa il termine “esoterico” in modo generico, senza sapere esattamente di cosa stia parlando, a tal punto che definisce gli Esseni una setta, in tono esplicitamente dispregiativo, come è comune attualmente. Egli afferma l’esoterismo della “setta” sulla base della presenza di una “scrittura criptica” e di un’esegesi divinatoria. Tuttavia, pur essendo l’essenismo un esoterismo ebraico, è per questo intriso di superstizioni, nella visione del traduttore. L’errore di Dupont-Sommer è comune a tutti quelli che, non da puri esoteristi, si imbattono in un testo esoterico, ossia in un testo che, oltre al livello letterale richiede un’interpretazione allegorica, meta-storica, alchemica e quant’altro. Questi critici, non appena si imbattono in un’idea o in un rito che richiedono un pensiero ed un approccio non convenzionale, che esula dal proprio terreno filologico, storico o filosofico, rinunciano a capire per limitarsi a denigrare. Il problema di ricercatori come Gershom Scholem (Cabala ebraica), Festugiere (Ermetismo alessandrino) e di Maspero (Taoismo magico) è che essi sanno tutto di un determinato esoterismo, ma non capiscono niente dell’esoterismo di quel dato esoterismo. Essi sono osservatori esterni che, da profani, cercano di osservare un mondo che non è loro e non lo sarà mai. Essi stigmatizzano i riti dell’esoterismo da loro studiato, considerati superstizioni inefficaci e assimilano le sue operazioni a curiosità. Cercano di affrontare il drago esoterico con la lancia della logica e non quella dell’intuizione e della lingua del simbolismo. Essi non sanno che: «È gloria di Dio nascondere le cose, è gloria dei re investigarle» (Proverbi 25:2). È ovvio che chi poi legge la traduzione o l’interpretazione di un Dupont-Sommer, non potrà mai sapere se quella parola o quella frase sono state tradotte o interpretate nel senso voluto dai compilatori originari. Se esiste un senso “esoterico” (interiore, profondo, allegorico) in ogni cosa, occorre un’ermeneutica e una capacità possente di interpretazione e di visione. Questa fa leva su due armi: l’atto intuitivo e la conoscenza sacro-simbolica. Un sogno ricco di simbolismi, per fare un esempio, non può essere interpretato in pieno se non dall’individuo che lo sogna. Solo lui conosce il suo intimo, i suoi pensieri, i suoi demoni, le sue azioni, le sue aspirazioni, i nodi e i conflitti interiori, le sue gioie e i suoi dolori intimi. Il soggetto che sogna non potrà interpretare il sogno se non attraverso una profonda conoscenza sacra, che gli consenta di associare i dati conoscitivi agli eventi e ai particolari del sogno e all’atto intuitivo che permetta di legare questo particolare simbolico a quel dato conoscitivo in suo possesso. Occorrono quindi memoria, conoscenza e intuizione. In sostanza, anche l’emisfero sinistro è coinvolto nel processo ermeneutico. Come nell’uomo vi sono tre mondi, così in ogni manifestazione sono presenti tre macro-livelli ermeneutici. L’uomo del mondo ne scorge uno solo, l’esoterico li vede tutti. Un vero esoterista è vero credente, dal momento che comprende o intuisce il meraviglioso nascosto dall’Onnipotenza in ogni dove; mentre un materialista profano può essere un bigotto, ma non un vero credente, seppur si dichiari tale. Alludendo agli Ilici privi di scintilla, in contrapposizione agli spirituali, Paolo di Tarso scrisse: «l’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito» (1 Corinzi 2:14). E parimenti il salmista: «Ma l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (salmi 48:13). Vi sarà sempre un solco tra chi vede che tutto è uno e che tutto è giusto e perfetto da una parte e chi dorme sonni profondi nella molteplicità dall’altra.

In ambito esoterico possono considerarsi due macro-correnti che si distinguono in funzione dell’esclusivismo di una certa “via”, oppure nel senso di un sincretismo. Mi spiego. Per un René Guenon non è errato intravedere corrispondenze tra le diverse tradizioni esoteriche e le loro specifiche vie, ma il sincretismo in ambito di iniziazione operativa è deleterio. O segui una sola via che dalla periferia porta al centro, oppure qualsiasi altra cosa è dispersione. Se decidi di seguire il Tasawwuf (sufismo) segui solo il Tasawwuf. Il limite di questa categoria è che un Sufi seguirà solo il Corano e si legherà solo a Maometto; un cabalista seguirà solo la Torah e si legherà all’esoterismo di Mosè; il Buddhista di una qualche corrente si legherà ai testi e alle dottrine di quella specifica corrente. L’altra corrente è molto più sincretistica ed è secondo me formata da quegli spiriti liberi che non si accontentano di una sola rivelazione e di un solo percorso. Sono talmente liberi, da non legarsi ad alcuna scuola e ad alcun maestro. Si legano a Dio, che non è la parte, ma il Tutto. Tuttavia ciò è possibile solo ad anime estremamente evolute, fortemente ispirate e in possesso di un bagaglio conoscitivo innato. Un cristiano esoterista è molto più sincretista di un cabalista: egli ha in più di quello i Vangeli. Un musulmano esoterista, non necessariamente un Sufi (gli Ismailiti forse erano ancor più evoluti dei Sufi), sarebbe ancor più sincretista degli altri due: avrebbe l’intera Bibbia e il Corano. Ma il vero universalista pesca in tutti i mari, perché tutti i mari confluiscono nell’oceano ed egli raccoglie ciò che serve alla sua crescita, al suo ricordo, poiché la vera conoscenza è un puro rimembrare. L’esoterista universale cerca di costruire ponti fra i diversi esoterismi. Individua ciò che in un Esoterismo A si contrappone all’Esoterismo B, mentre crede in una convergenza piena al di là delle formali distinzioni. Egli sa che un’unica verità si può esprimere in modi molteplici. Il guscio è differenziante, il nucleo è unificante e unificato. Un esoteriologo come Erodoto intravide punti di contatto tra i misteri greci e quelli egizi. Numenio di Apamea scorse contatti tra l’esoterismo di Pitagora e quello di Platone fino a dire che Platone pitagorizzava (Dei segreti di Platone, framm. 24). Per un esoteriologo-esoterista cabalista come Pico della Mirandola, la Pallade dei greci, l’Hockmah dei cabalisti, Mercurio e l’Ahura Mazda (Signore Sapienza) degli Zoroastriani sono un’unica realtà. Lo stesso Guénon, non incline al sincretismo, tuttavia nel “Simbolismo della Croce” fonde diversi esoterismi e descrive evidenti punti di contatto tra il Vedantismo e altre forme tradizionali. Bisogna considerare diversi tipi di corrispondenze: 1) Rapporti di Similitudine, ovvero corrispondenze tra elementi di uno stesso insieme o tradizione; 2) Rapporti di omologia, ossia corrispondenze tra elementi di insiemi o tradizioni distinte; 3) Rapporti di equivalenza, ovvero corrispondenze fra parti di insiemi distinti. Una Similitudine classica è l’identificazione del giglio con la rosa. Si tratta di due elementi apparentemente distinti in un’unica tradizione, che può essere tanto quella cristiana esoterica che quella cabalistico-ebraica. Esempio di omologia è la similitudine fra la Shekina ebraica, la Sekhmet egizia e la Shakti induista. Così come tra il Nehustan (serpente di bronzo) ebraico, il bastone di Esculapio, lo Zed egizio e il caduceo ermetico. Esempio di equivalenza, come fa Guénon, è individuare nel taoismo un sufismo cinese. Questo modo di vedere le cose implica una visione “perennialista”: esiste un unico centro, un’unica fonte di gnosi, da cui emergono nel tempo le diverse tradizioni. Tuttavia anche in quest’ambito si sono generate due correnti: 1) una tradizione sgorga dal centro, giungendo fino a noi in una catena orizzontale di insegnamenti da maestro ad allievo (il bocca-orecchio); 2) le tradizioni vengono potenziate continuamente da rivelazioni verticali. In un numero precedente ho accennato alla visione del cabalista Avraham Abulafia, secondo cui la vera rivelazione è dall’alto e la catena tradizionale è solo secondaria. Sintetizzando, c’è ancora chi crede, in ambito iniziatico, che la presenza di un maestro qualificato sia vitale per trasmettere la conoscenza; e chi è convinto, avendolo vissuto in prima persona, che sia prioritario ricevere istruzioni e misteri dall’alto di se stessi. È consequenziale che i primi si legheranno ad una scuola, ad una tradizione specifica e ad un maestro, convinti che Dio parli una sola volta ad un profeta; i secondi tenteranno di fare ingresso esclusivamente nel tempio interiore, ove sono accessibili misteri ben più grandi di quelli eventualmente posseduti dalla catena orizzontale tradizionale, convinti che Dio possa parlare in qualsiasi momento a chi vuole e come vuole. Rimane fermo il principio del centro mistico da cui si dipartono i raggi tradizionali, che possiamo anche definire Rivelazioni. L’abate Kircher credeva alle corrispondenze: «È evidente che i Cureti di Orfeo siano identici alle Potenze di Dionigi Aeropagita, agli Spiriti dei Cabalisti, agli Angeli dei neo-Platonici, ai Geni degli Egizi. Allo stesso modo la Notte di Orfeo è identica all’En-Sof dei Cabalisti, al Ptha degli egizi e all’Apeiron dei platonici!» (Turris Babel). D’altronde, l’idea mitica della divisione delle lingue in Babilonia presuppone sempre che un’unità si smembri. Ma i vari membri non sono che diverse parti, seppur apparentemente differenti di un insieme. Per questo ho scritto più di una volta che la divisione può essere volta da minaccia ad opportunità, perché se riusciamo a scorgere le corrispondenze tra le parti, ricostruiamo l’unità. E ciò vale ancor di più per le lingue planetarie, antiche o moderne che siano. Se scorgiamo corrispondenze tra elementi di un’unica lingua ed elementi di lingue diverse, possiamo giungere a verità altrimenti inaccessibili e scorgere la Proto-Lingua, così come la Proto-Tradizione (Tradizione Primordiale). L’iniziato è quindi vocato ad un lavoro di ricucitura, di riassemblaggio di dati apparentemente sconnessi o che sembrano solo casualmente connessi. In realtà, tutto è connesso e nessuna corrispondenza è figlia del caso, poiché Dio è non solo trascendente, ma al contempo immanente e vi è un flusso continuo di dati che partono da Dio, passano attraverso le gerarchie e giungono al nostro inconscio. Certo, il messaggio trova un filtro negli Arconti che dimorano nell’inconscio individuale e collettivo, cosicché il messaggio può giungerci distorto. Ma Dio provvede a che, nonostante la distorsione, il nucleo del messaggio giunga intatto e percepibile mediante atto intuitivo. V’è infine una quarta via, accanto alla similitudine, all’omologia e all’equivalenza, che possiamo definire Olistica. Essa trascura i particolari per insistere sull’unità dello spirito umano e la persistenza dell’iniziazione. È la formula secondo cui a diversi sentieri corrisponde un unico fine. La funzione dell’esoterismo rende gli esoterismi simili fra loro. Tutti tendono alla gnosi e quindi si equivalgono e si completano. Certo è che non un esoterologo, ma un puro esoterica può sondare e scoprire le infinite corrispondenze. Un esempio è il chakra della testa o coronarico, tema esoterico per eccellenza. Un esoterista di stampo universale noterà che il chakra dai mille petali induista concorda con la crocchia del Buddha, con l’elmo di Thor, col petaso di Mercurio, con la fiamma sulla fronte del Baphomet di Eliphas Levi, con la fronte ipertrofica di Lao-Tze, con l’Atena che balza armata dalla testa di Zeus e persino con la fiamma sul cappello dei Carabinieri! È qui che vediamo l’unità nella molteplicità e una fonte unica da cui promanano i diversi misteri.

Quali sono le difficoltà di chi esplora l’Esoterismo da esoterologo? La prima difficoltà è l’OSTILITA’. Chi vuol capire si trova di fronte all’ostilità animosa della cultura ufficiale, che cerca di minimizzare e denigrare, e all’esigenza di occultare e criptare da parte degli esoteristi. Quindi l’esoterologo è sospetto ai detentori del sapere ufficiale, nonché ai custodi del sapere arcano. Ai primi, perché essi sono nemici di ciò che definiscono Irrazionale. Ai secondi, perché essi lo ritengono “estraneo” e quindi non meritevole di accedere all’arcano. Motivazioni diverse, ma medesimo risultato: l’esoterologo non ha le chiavi. Peraltro è arduo raccogliere la documentazione: le biblioteche pubbliche non sono provviste di libri esoterici e questo frena inevitabilmente. C’è Internet, è vero, ma sulla Rete non possono reperirsi testi integrali, se non spesso in lingua inglese. Trattasi di testi datati, su cui non ci sono più diritti d’autore. Ma comprendere non è concesso a tutti, se non si ha la grazia di Dio che illumina su questioni altrimenti inesplicabili, per mancanza di insegnamenti e di chiavi, ma spesso anche di metodo esegetico efficace. La seconda difficoltà è la DOCUMENTAZIONE. Cosa e dove cercare? Il documento o la testimonianza possono essere unici? L’esoterologo cerca documenti in un ambiente di norma, da sempre, refrattario a stendere la sua conoscenza su documenti. Il concetto di documento, chiaro per definizione, è di per sé assurdo in un ambiente in cui tutto è occulto. La Tradizione più profonda è sempre stata orale e ciò che è scritto è velato da codici simbolici, spesso estremamente complessi. Non si può pensare che sia diverso. Certi insegnamenti sono ritenuti segreti perché oggetto di iniziazione e stenderli su carta significherebbe profanarli. Nell’esoterismo non esiste e non deve esistere una condivisione allargata alla massa, altrimenti viene meno il concetto di iniziazione. L’esoterologo, in questo modo, resta spesso deluso dalla vaghezza del testo. Altro problema è dato dal fatto che i Misteri ci sono noti solo da testi tardivi, frammentari o persino parodistici, come le Baccanti di Euripide. O troppo enigmatici come le Metamorfosi di Apuleio. Oppure persino inventati in buona parte dagli esoteristi, che hanno perso le chiavi e il contatto con le iniziazioni antiche e quindi dicono più di quanto sanno. L’atteggiamento dell’esoterologo di fronte a questo scenario è quello di abbattimento o di stimolo a cercare. Alla fine ognuno va per intuito, assecondando le proprie tendenze e spesso sbagliando, per poi ridefinire la strategia di ricerca. È accaduto ad ognuno di noi, non solo quindi agli esoterologi, ma anche a quelli che tentano di seguire un percorso spirituale-esoterico e non si fidano, giustamente, delle iniziazioni attuali. Il Mistero, di per sé, è muto, silenzioso e tale deve rimanere per non tradire la sua stessa natura. Presto o tardi, chi cerca se ne rende conto e comprende che deve potenziare il suo intuito per svelare progressivamente il mistero. Come gli antichi maestri non imboccavano gli apprendisti, anche i libri non dovrebbero parlare apertamente, ma suggerire. Sarebbe davvero ingenuo credere che si possa ottenere la chiave di un sacro mistero come si ottiene la chiave di una serratura. Il mistero si ottiene, a limite, per confessione e non per semplice consegna di un’informazione. Ma resta il fatto che la sacralità del mistero viene meno con la sua violazione e il suo svelamento, immediato o progressivo. Un mistero svelato non è più mistero. E chi è capace di impossessarsene -nessuna porta chiusa non può non essere aperta prima o poi – deve essere altrettanto saggio da non donarlo ad altri, senza previo lavoro su se stessi da parte di chi lo riceve. La storia ci ha tramandato diversi casi in cui il segreto iniziatico è stato profanato. Cicerone citò il caso di Clodio, che giunse a travestirsi per assistere ai misteri rituali della Bona Dea riservati alle donne (la medesima cosa è compiuta dal protagonista del film Eyes Wide Shut, allorché assiste non autorizzato ai riti di una misteriosa confraternita). Ma noi conosciamo il caso iniziatico di Percival, narrato dal templare Wolfram Von Eschenbach. Percival non è un iniziato, è un uomo che si fa da solo. Egli si scontra continuamente con il silenzio e a ogni richiesta riceve sempre un rifiuto. Egli non se ne dà per inteso, persevera e alla fine si impossessa dell’arcano da sé, senza riceverlo da altri. Ma egli è un predestinato e non tutti lo sono. E quelli che non lo sono, pur perseverando, non riusciranno mai a squarciare il velo. Rimarranno esoterologi. La terza difficoltà è l‘ERMETISMO. Il principio di Pitagora raccomanda il silenzio e questo non genera fonti. Il principio di Ermete raccomanda il velo, il simbolo, quindi abbiamo fonti difficili da decriptare e assolutamente enigmatiche. Molte scritture, monumenti e oggetti interessanti per lo studioso di esoterismo restano ancora da decifrare: le scritture dei Maya, degli Urriti, degli Etruschi, i dipinti murali di Kofu in Egitto, la pietra nera di Mohenjo Daro, i manoscritti alchemici, i testi enochiani di John Dee. Ma è codice o simbolo? Il secondo è preponderante rispetto al primo. L’ermetismo si avvale del simbolo per descrivere verità non facilmente spiegabili e provabili. In ogni caso, il simbolismo è diverso da tradizione a tradizione. L’esoterologo si trova in difficoltà nel trovare l’univocità dei simbolismi. La quarta difficoltà è l‘INTERPRETAZIONE DA SCEGLIERE. Un testo esoterico presenta sempre più livelli di senso. Si tratta di scoprirli tutti, ma di non isolarli, in quanto essi si sovrappongono integrandosi. Occorre quindi cogliere una molteplicità di sensi che si corrispondono come un direttore fa suonare i vari strumenti della sua orchestra. La quinta difficoltà è la CONFUSIONE. Un ricercatore esoterico, nel leggere i testi esoterici, si scontra forse con quella che costituisce la difficoltà più grave: la confusione derivante da una voluta o meno assenza di riferimenti, citazioni, date, prove. La Blavatsky e Papus erano maestri delle false piste. Guénon non citava quasi mai le fonti, gungendo a dire «non siamo tenuti ad informare il lettore sulle nostre autentiche fonti» (Voil d’Isis, novembre 1932). La confusione nasce dagli errori di alcuni esoteristi di scambiare qualcuno per un altro. Luciano, Porfirio e Ammiano Marcellino confusero Zoroastro con l’astrologo caldeo Zarato. Platone scambia i Coribanti con i Cureti. I greci confondevano Astarte con Atargatis. Del resto gli etnologi e gli storici tendono a chiamare stregoni o maghi uomini che, in verità, sono sciamani o genealogisti o maestri preposti all’iniziazione. Questi errori e superficialità costringono il ricercatore a consultare altre fonti, per vericare ad esempio se il termine “druidessa” è impiegato correttamente, o se invece il rito descritto indica che a parteciparvi è un mago e non uno stregone, uno sciamano e non un sacerdote. Le cinque difficoltà citate formano un tutto che si aggira intorno all’ultima questione. A chi si rivolge l’esoterologo? A chi giova il suo diritto di divulgazione? Perché scrive? Se esistesse un tribunale degli esoterologi, si risponderebbe che sovrano è il lettore. Ma quale lettore? Il suo pari, studioso di esoterismo; il suo informatore esoterista; o il curioso, l’uomo della strada, il profano?

Esaminate le difficoltà dell’approccio all’esoterismo, è il caso di gettare lo sguardo sull’annoso problema del giudizio sull’autenticità di ciò che è esoterico e di ciò che non lo è. Abbiamo già riferito che “esoterico” è ciò che è dentro, ciò che è nascosto alla vista, il senso segreto di simboli, parole, strutture, di tutto ciò che è guscio, di ciò che contiene. Il contenuto è l’esoterico ed esso presenta dei gradi di occultamento. Quanto più è occultato, tanto più l’esoterico è sacro e richiede uno sforzo per impadronirsene. Qual è il criterio distintivo di un esoterismo? Vi sono regole fisse che possono qualificare una dottrina, un sapere, un testo, un culto, una ritualità, come esoteriche? Ma se l’esoterismo è il “nascosto”, un testo esoterico che, per definizione, consacra il mistero non lo svilisce se lo manifesta, rendendo così “essoterico” l’esoterico? Non è questa una contraddizione in termini? Si può senza criteri precisi definire esoterica l’agopuntura? Direi che di per sé la pratica non ha nulla di esoterico, se non nel senso che magari un tempo essa era oggetto di un insegnamento segreto poi divenuto ufficiale. Si può considerare esoterico il mito dell’unicorno, o il Vangelo di Giovanni, o il Libro dei Morti degli antichi egizi? Si può considerare esoterica la messa cristiana? Certamente no, ma magari prima che fosse ufficializzata dalla Chiesa Romana, la Messa per i primi Cristiani, essendo celebrata in segreto, era esoterica di fatto. Si può considerare esoterica la dottrina del karma? In India è sempre stata un insegnamento palese, quindi non esoterico, ma in occidente esso è palesemente “esoterico”, perché proibito dal potere religioso dominante e insegnato solo dalle scuole iniziatiche. Quindi un criterio per definire l’esoterico è il suo celarsi al pubblico profano, la sua segretezza, e non solo il suo contenuto. Ciò che era nascosto e poi si palesa diventa essoterico, quindi viene profanato. Ecco perché Dio è il massimo soggetto esoterico e il massimo mistero nascosto, ed è per questo che “nessuno ha mai visto Dio” (Giovanni 1:18). Se Dio si palesasse, non sarebbe il “sacrum”. Per cui Egli si mostra solo con alcuni volti-attributi, i quali sono il suo essoterico. Può avvenire che una dottrina abbia un contenuto esoterico più spinto rispetto ad altra, ma sia definita essoterica solo perché palese e oggetto di insegnamento ufficiale. Se chiedessi ad un esperto: «la dottrina trinitaria cristiana è esoterica?», mi risponderebbe certamente di no. Ma se ipotizzassimo che questo dogma fosse stato confinato in una dottrina segreta o gnostica e tale fosse rimasto anche oggi, potremmo fornire la stessa risposta al quesito? Certamente diremmo che, essendo oggetto di insegnamento segreto, al di fuori del dogma ufficiale, il soggetto è un classico “esoterumeno”, tanto più sacro proprio perché celato e oggetto o di insegnamento orale, o di intuizione-ispirazione. Quindi occorre chiedersi non se una certa cosa è esoterica o meno, ma se una cosa è più esoterica di un’altra, se una cosa è oggi esoterica e domani essoterica (o anche il contrario), se è esoterica in un sistema ed essoterica in un’altra (come nel caso classico della dottrina del karma), se una cosa è esoterica in una sua parte ed essoterica in un’altra. Prendiamo il caso del principio dell’analogia macrocosmo-microcosmo e cielo-terra. Possiamo dire che questo principio sia oggetto di un insegnamento ufficiale? Lo era certamente per gli ermetisti, ma gli ermetisti erano dei clandestini, quindi degli esoteristi. A tutt’oggi in nessun luogo si insegna nel sistema di istruzione che vi siano analogie fra cielo e terra, tra nascosto e visibile. Ergo trattasi di un classico dell’esoterismo. Ma la percezione delle stesse corrispondenze, anche se poi palesata e resa ufficiale, non potrà mai davvero essere considerata essoterica, perché mancherà sempre la verifica. Non vi può essere una verifica quando uno dei due soggetti d’indagine è ciò che è nascosto. E questo vale anche per la dottrina trinitaria. È vero che essa sia un essoterismo, ma al contempo è un esoterismo… perché nessuno ha mai visto Dio. La trinitarietà la si potrebbe intuire solo dalle analogie con il visibile e per questo essa è un esoterismo, proprio perché oggetto di intuizione più che di credo, a prescindere dalla sua “massificazione dogmatica”. Di fronte ad un soggetto di questo tipo, l’essoterista crede e basta, l’esoterista scandaglia, intuisce e sperimenta su se stesso. Sul più o meno esoterico, possiamo dire che Empedocle è più esoterico di Platone e che Eraclito lo era in misura maggiore di entrambi? Possiamo dire che in Bacon la Nuova Atlantide di Bacon era più esoterica del Saggio di morale e politica? Tutti saremmo d’accordo, ma dunque cos’è che rende Eraclito più esoterico di Platone? Certamente la sua maggiore enigmaticità. Quando si legge Eraclito si ha la sensazione di trovarsi innanzi a grandissimi misteri celati in frasi secche e intrise di un sapere enigmatico, sensazione che in Platone si ha solo a sprazzi, in quanto molto più prolisso di Eraclito. E nel caso di Bacon, la Nuova Atlantide sembra descrivere qualcosa di nascosto, di ideale, laddove l’altro saggio si occupa di temi decisamente più profani. Spesso è esoterico chi si proclama esoterico, chi mostra i suoi gradi esoterici o il nome iniziatico o chi si firma adepto di questa o di quella Scuola, come nel caso di Fulcanelli che si firmava Fratello di Eliopoli. Ma è anche vero che alcuni esoteristi non si dichiarano tali e neanche si riconoscono come tali. Nel Trattato del Sufismo, Kalabadhi afferma che «l’occulto appartiene a Dio, non lo si proclama affermando di possederlo». Se ciò è vero, allora il proclamarsi esoteristi è un’ammissione di non esserlo. E dunque vero esoterismo è in colui che non si proclama tale, ma anche gli essoterismi non si proclamano tali e quindi, da un certo punto di vista, il problema resta tale. Quindi è colui che legge a dover esprimere un giudizio sulla qualità esoterica di ciò che legge. Il problema chiave dell’esoterismo è il principio “simile attrae simile, simile riconosce simile”. La validità di un esoterismo o di un trattato esoterico può esser percepita solo da chi sia ad un pari o superiore livello di evoluzione spirituale, perché in caso contrario il testo non verrebbe compreso o persino apprezzato. Per questo, quanto più profondo è l’esoterismo, tanto meno saranno gli individui che potranno percepire ciò che è scritto. Può accadere che un’anima di un grado spirituale più elevato possa percepire, in ciò che è scritto da un esoterista di grado meno elevato, tutta una serie di sensi nascosti che neanche l’esoterista pensava di inserire. Quindi si va oltre persino le intenzioni dell’esoterismo. Un esempio pratico, per quanto mi concerne, sono l’esoterismo e la presenza di archetipi in molte produzioni hollywoodiane. Che vi sia intenzione da parte di regista e sceneggiatore di inserire elementi esoterici in una pellicola, chi ha l’occhio allenato scorge tutta una “stratificazione” esoterica che è impossibile da percepire da parte dei profani. E accade spesso che in una pellicola non palesemente esoterica, in cui non vi sia stata intenzione di inserire elementi esoterici, vi siano contenuti esoterico-archetipici decisamente più profondi che in una pellicola con intenti chiaramente esoterici. Un esempio è il film Rambo, decisamente più esoterico di un film palesemente esoterico come P Greco. Dietro la scorza di Rambo si cela l’archetipo cristico dello straniero al mondo rifiutato, emarginato, combattuto e crocifisso. E il valore di questo esoterismo è tanto maggiore quanto più la scorza lo cela. Questo accade perché il vero esoterismo viene da Dio e non dagli uomini e spesso il creativo che inventa una storia è molto più ispirato quanto più è ignaro di esserlo. La sua mente, inconsapevolmente, riceve attraverso l’emisfero destro molto più di chi volutamente ragioni e crei un esoterismo filmico.

È il caso di fare una panoramica sulla storia delle fonti scritte dell’esoterismo, partendo dalla prima: il Libro dei Morti degli Egizi (Libro del ritorno alla Luce). È certamente una fonte scritta di natura esoterica e ancor più specificamente gnostica, le cui affinità con certi modelli gnostici di ascesa dell’anima attraverso le diverse sfere sorvegliate da guardiani astrali è indiscutibile. L’utilizzo di termini come “giustificato” e “parole di potenza”, la descrizione frequente degli attributi divini nella forma dei nomi dei Neteru (Dèi), nonché l’accenno ad una forma di psicostasia-esame di coscienza che presenta forti somiglianze con il decalogo offerto da YHWH a Mosè, ci fanno pensare ad un esoterismo peculiare che, a mio modo di vedere, è confluito segretamente nell’ebraismo e molto più palesemente nella cabala ebraica e nell’esoterismo cristiano. Il viaggio del faraone defunto è qui rappresentazione del viaggio dell’iniziato, morto allo spirito, verso la Luce interiore, nel ritorno a se stesso, al proprio Osiride (Uomo Primordiale pre-reincarnazioni). In ogni modo si tratta di formule rituali pregne di un linguaggio oscuro, noto solo ai sacerdoti che le compilarono e comprensibile solo con potenti atti intuitivi. Quindi trattasi a tutti gli effetti di un testo esoterico e lo stesso dicasi per i Testi delle Piramidi, le cui formule avevano lo scopo di garantire al faraone l’ascesa tra gli dei e la sua riunificazione con il dio-sole Ra. La pletora di divinità qui descritte ricorda molto la tecnica esoterica usata dagli alchimisti che celavano l’identità della prima materia in mille nomi diversi: uno è il vaso e uno è il Dio. In Grecia il primo autore esoterico è Omero. Secondo Eliodoro di Emesa (III-IV secolo) «Omero ha saputo quello che sa perché era egizio e aveva ricevuto un addestramento sacro che ha affidato simbolicamente ai suoi versi, trasmettendolo a coloro che potevano comprenderlo». Sia nell’Iliade che nell’Odissea non appaiono palesi temi esoterici, né Omero parla di riti e ordini iniziatici. Tuttavia, con occhio allenato, possono scorgersi archetipi divini e, in particolare nell’Odissea, l’archetipo del viaggio iniziatico, nonché la profezia del ritorno del messia e della resa finale con i Proci (Arconti) che tengono rapita Penelope (Anima e Anima del Mondo). Platone stesso confermò la natura esoterica delle opere di Omero, che nel modo di celare l’esoterismo (probabilmente neanche voluto ma certamente ispirato) ricorda Dante e la sua Divina Commedia. Non un esoterista, ma un documentatore di esoterismi è Erodoto (420 a.C. circa). I suoi viaggi lo condussero in Tracia, in Silicia, in Persia, in Egitto e di qui un resoconto prezioso sullo sciamanesimo degli Sciti, sui Misteri dei templi egizi, della ierogamia dei Lidi, della magia dei magi di Persia, dell’astrologia e della scienza dei prodigi babilonese. Il senso del sacro da lui posseduto lo spinse a comparare le culture e a unificare i Misteri, a distinguere le etnie e ad identificare le iniziazioni. Il suo modo di esprimersi evidenziava l’intenzione di nascondere e mostrare, tipico di uno che rispetta il Mistero, pur divulgando quel che può: «e di queste rappresentazioni qui non ne parlerò». L’esoterismo è presente anche nei filosofi greci, in particolare nei-presocratici. Molti di costoro furono, pare, iniziati nei templi egizi, Eliopoli e Sais in particolare. Studiarli è utile per intuire quelli che potevano essere i misteri minori (naturali) insegnati in quei templi. Aristotele fu il primo a parlare di costoro nel libro A della Metafisica (348 a.C.) e, nel trattare della Causa Prima, nominò i teologi (Omero, Esiodo), i pitagorici, gli eleatici (Pamenide e Zenone), i tardivi (Empedocle il mistico), gli atomisti, Socrate, i platonici, gli sciamani apollinei, i milesii (Talete), i filosofi del divenire (Eraclito), gli eclettici (Ippone). Nel 220 d.C. sarà Diogene Laerzio, con Vite dei Filosofi, a illustrare le cosiddette Elementari dell’Antica Tradizione, attraverso la documentazione delle gesta e degli scritti degli antichi filosofi, per lo più anche iniziati. Laerzio, che non è un esoterista, parla tuttavia da esoterista-sincretista allorché tratta il tema delle origini antiche della filosofia: «si è preteso molto spesso che la filosofia sia nata fra gli stranieri. Aristotele e Sozione dicono che i Magi in Persia, i Caldei in Babilonia, i gimnosofisti in India e i personaggi chiamati druidi e semnotei presso i celti e i Galli, ne sono i creatori». Fondamentali le informazioni che Laerzio fornisce su Pitagora ed Empedocle e per primo nell’antichità evoca la divulgazione di un segreto iniziatico: «Neanto da parte sua dice che Filolao ed Empedocle e i Pitagorici si incontravano in pubblico, ma quando Empedocle ne ebbe divulgato le teorie con i suoi versi, essi imposero una norma esplicita che vietava di divulgare la dottrina ai poeti». Altro testimone della tradizione esoterica è Platone. A prescindere dall’esoterismo insito in alcune sue opere, il grande filosofo apporta un valido contributo nella documentazione di fatti esoterici. Ci informa che gli orfici disponessero di una serie di libri alle cui prescrizioni rituali essi si attenevano (Repubblica II, 364); che il pitagorismo non fosse solo una dottrina ma una regola di vita (Repubblica X, 600); che i Coribanti, ossia i sacerdoti di Cibele, davvero guarissero con la frenesia perché i loro canti e danze producevano «la comparsa di un atteggiamento di buon senso al posto di disposizioni deliranti» (Leggi, VII 791A). Platone cerca di spiegare fenomeni spirituali nel Fedro, elaborando una teoria della divinazione; e nel Timeo elabora una cosmogonia. Cita anche formule usate nei Misteri e si interessa alla divinazione attraverso il fegato (Timeo 71 A) e alla natura sacra dell’arte egizia (Leggi VII, 799 A). Altro autore greco interessante è Plutarco (46-125 a.C.), soprattutto nel suo De Iside et Osiride, un testo di enorme interesse per chi cerchi tracce della tradizione esoterica egizia come conosciuta e intuita dai Greci. In ogni modo mai i Greci toccarono i vertici metafisici di certo successivo gnosticismo ermetico e cristiano. In sostanza, ad essi rimase ignoto lo gnosticismo codificato nel Libro dei Morti Egizio. I greci unificano divinità e mondo in una sola realtà, laddove i successivi esoterismi gnostici delineeranno una frattura netta tra Dio e mondo, postulando l’esistenza di più livelli di realtà. In sostanza i Greci adoravano le divinità planetarie, quelle che gli gnostici chiameranno Arconti. Tuttavia Plutarco parla di esoterismo iniziatico allorché scrive: «la tensione verso il divino, attraverso una regola di vita costante e morigerata e l’astinenza dagli eccessi di cibo e dei piaceri amorosi, consente da un lato di frenare l’incontinenza e la libidine, dall’altro abitua a sopportare la durezza e il rigore degli esercizi spirituali, il cui fine è la conoscenza dell’Essere primo». Spostandoci a Roma, dobbiamo citare Cicerone (Della Divinatione, Del Destino), Ovidio (Fasti), Giulio Cesare con le sue testimonianze sui druidi, e Plinio il Vecchio che ne La Storia Naturale scrive sulla magia, sulla medicina occulta, sulle credenze diffuse. Ma in questi casi non vi sono sistemi esoterici o scritti esoterici. Questi autori si comportano da esoteriologi e storici dell’esoterismo, osservano l’esoterismo dall’esterno, da essoteristi, da profani. Come accade a molti anche oggi, persino tra quelli che si auto-attribuiscono una formazione esoterica.

Sigillerei il lungo excursus sull’esoterismo trattando il tema critico dell’evidente incapacità quasi universale di approcciare l’esoterismo – l’andare dentro le cose e i fenomeni, intuire le analogie dentro-fuori e micro-macro – e l’ancor più evidente rifiuto dell’esoterismo da parte dell’umanità quasi per intero. Dico questo perché coloro che hanno la vocazione a cercare i piccoli e grandi misteri dell’esistenza (mondo noumenico) sono una proporzione infima rispetto al totale delle anime che vagano su questa sfera terracquea, tutti dediti alla sopravvivenza, all’accumulazione o alla riproduzione, quindi vocati al mondo fenomenico. Nel XII secolo, il grande filosofo mistico Moshe Maimonide, nella fondamentale Guida dei Perplessi (Moreh Nevukhim in ebraico), elencò una serie di concause che impediscono ai molti di approcciare l’esoterismo che lui chiamava “metafisica”, termine con cui alludeva a “ciò che è celato ai sensi”. La prima è la difficoltà della cosa in sé, la sua sottigliezza e profondità. Dice la Scrittura: «ciò che è profondo chi lo troverà?» (Qoelet 7:24). Maimonide dice che «nell’apprendimento non si deve iniziare con ciò che è più difficile e profondo da comprendere». La seconda causa è la pochezza di tutte le menti umane ai loro inizi. All’uomo non è data, all’inizio, la perfezione ultima. Egli dispone della perfezione in potenza, ma all’inizio è carente dell’atto corrispondente. In sostanza, l’Intelletto divino, noto come Intelletto Agente, è solo in potenza. L’uomo deve sottomettersi gradualmente a quell’Intelletto per riuscire a comprendere l’esoterico. Non è detto, dice Maimonide, che la potenza si volga in atto e ciò non avviene o per ostacoli o per lo scarso esercizio e sforzo che il cercatore opera per raggiungere l’esoterico. La terza causa è la lunghezza degli studi preliminari. L’uomo, per natura, desidera cercare i fini e spesso i preliminari lo stancano o egli li lascia da parte. Ma un fine non è raggiungibile senza i preliminari. Il processo conoscitivo non è un lampo nella notte, ma un faticoso iter graduale di scardinamento delle scorze mentali che impediscono di vedere la verità nuda e cruda di se stessi e del tutto. Maimonide dice che è molto difficile già trovare anime che invece di occuparsi delle cose mondane si mettano in testa di conoscere i cieli, quello che essi contengono, le gerarchie spirituali, come agiscono, come è stato creato il mondo, cosa sia l’anima. E se anche trovi chi desideri conoscere ciò, vedrai che probabilmente costui vorrebbe soddisfare questa istanza, ma lo vorrebbe subito, magari con poche parole e senza sforzo: «ma se tu lo costringessi a lasciare ogni occupazione per un po’, in modo che egli possa comprendere ciò che è nascosto, non lo farebbe ma si accontenterebbe di farsi cullare da fantasie ingannevoli e non gradirebbe che tu gli dicessi che vi è qualcosa che ha bisogno di molte premesse e di un lungo periodo di ricerca». Il grande filosofo mistico riteneva, giustamente, che l’essenza e gli attributi di Dio si indovinano dalla natura, ossia da tutto ciò che esiste al di fuori di Lui. Non vi è modo di comprenderLo se non attraverso le sue creature, seguendo l’ermetico principio che ciò che è nel visibile è nell’invisibile. Egli affermava che chi vuole approcciare questa scienza non può prescindere dalla conoscenza dei fondamentali delle cosiddette Arti liberali: logica, matematica, scienze naturali. Ma lancia un monito, ovvero non fossilizzarsi su queste: «noi troviamo molti che fermano le loro menti ad alcune di queste scienze… ma poi la morte li interrompe mentre si trovano a studiare qualcuno di questi preliminari… Se non ricevessimo qualcosa per tradizione e per grazia di Dio, tutti morirebbero non solo senza aver mai sperimentato Dio, ma senza sapere che vi è un Dio nel mondo e senza sapere di uno o più dei suoi sacri attributi». Maimonide non lo dice apertamente, ma suggerisce che la vita non è degna di essere vissuta se non si arriva a comprendere almeno qualcosa di Dio e di se stessi. Il profeta Gioele (3:5) parla di “superstiti che il Signore chiama”: sono coloro che ricevono la spinta interiore (e il talento) ad iniziare la ricerca del Reale, ma Maimonide afferma che anche gli scampati ad una vita profana senza senso hanno bisogno dei preliminari. Una bottiglia non può riempirsi improvvisamente di tutta l’acqua dell’oceano. Maimonide cita Qoelet 10:10: «se il ferro è ottuso e non se ne affila il taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi». Nulla si ottiene senza sforzo e sacrificio, è un insegnamento diretto a coloro che pensano che l’esoterismo sia una serie di nozioni da apprendere in fretta piuttosto che un nuovo modo di vedere le cose, usare la coscienza e affrontare la vita. Il grande ebreo sostiene che il più grande nemico è la pigrizia intellettuale, ossia la ritrosia a compiere lo sforzo del pensare imposto dalla divina Sfinge. Per questo cita i Proverbi del saggio Salomone: «il pigro è vinto dai desideri… il giusto dà e non si risparmia» (21:25-26). Il giusto dedica il suo tempo alla ricerca e non risparmia nulla del suo tempo per nient’altro che la ricerca della verità, non dando il suo vigore alle donne (o la donna all’uomo), come è scritto in Proverbi 31:3, alludendo al fatto che il giusto si concede alla vita dello spirito e non a quella dei sensi. La quarta causa è data dalle predisposizioni naturali. Maimonide sostiene che non ci si può applicare alla ricerca del Vero se non si abbia una struttura psico-fisica sana e ben equilibrata. Il cercatore deve essere esercitato nelle virtù, temperante, dotato di quiete e serenità interiori ed esteriori. Non sono adatti coloro che sono facilmente preda dell’angoscia e della paura, soprattutto la paura di perdere i godimenti della vita profana; coloro che sono incostanti; coloro che sono preda dell’istinto sessuale. E qui Maimonide si uniforma alla Tradizione e ad una delle sue regole cruciali: «è mala cosa insegnare questa scienza ai giovani, essi non sono in grado di riceverla, perché la loro natura è ardente e le loro menti sono occupate dalla fiamma della crescita; finché tale fiamma, che genera confusione, non si spegne e non raggiungono quiete e serenità e i loro cuori si sottomettono e si arrendono circa il loro temperamento». La Chiesa Romana ha fatto mille crociate contro quelle che considerava le eresie, ma essa stessa da secoli pratica un’eresia imponendo ai neonati un rito comunque svuotato, come il battesimo, che è rito iniziatico. È noto che nelle antiche iniziazioni, compresa quella essena e proto cristiana, il neonato, il bambino, era l’iniziato che cercava di rinascere in vita e volontariamente, capace di intendere e di volere, chiedeva l’iniziazione che si sviluppava in una cerimonia sacra basata sul battesimo. Sotto un certo aspetto, anche la circoncisione (Ebr. Berit Milà), praticata ai bambini ebrei otto giorni dopo la nascita, rappresenta una metafora: ovvero il tentativo dell’iniziato (bambino) di controllare la pulsione sessuale. Anche questo comunque dovrebbe essere frutto di scelta e non di imposizione. In ogni modo, Maimonide enfatizza la virtù dell’umiltà, della mitezza, della sottomissione e del timor di Dio, necessari a cercare in una materia così difficile come il sapere sacro. Queste virtù non possono essere insegnate, sono predisposizioni naturali. La quinta causa è l’occuparsi delle necessità del corpo e della famiglia, in sostanza le necessità della sopravvivenza e del vivere sociale. Ancor peggio quando la tendenza è verso ciò che va oltre questi bisogni primari: il superfluo. Parole quanto mai attuali, visto che gli odierni occidentali spesso e volentieri vanno anche oltre il superfluo, rinnegando il sacro principio della sobrietà. Scrive Maimonide: «se anche si trattasse di un uomo perfetto, qualora la sua cura per queste cose necessarie o persino per quelle non necessarie, crescesse e si rafforzasse il suo desiderio di esse, i suoi interessi speculativi si indebolirebbero e sarebbero sommersi. La sua ricerca ne soffrirebbe e diverrebbe rilassata e priva di attenzione. Egli non percepirebbe ciò che potrebbe percepire, o lo percepirebbe in modo confuso». Ecco il motivo per cui oggi percepiamo il Vero in modo confuso.

 

 

ESOTERISMO COME PRINCIPIO E COME VIAultima modifica: 2018-10-03T14:55:02+02:00da mikeplato
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