L’EREDITA’ ESSENA NEL PROTOCRISTIANESIMO

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Di Mike Plato

 

La correlazione tra la figura e gli insegnamenti di Gesù e gli Esseni è stata recentemente ammessa dalla Chiesa. Osserviamo gli aspetti principali di questa comunità, di cui parlano antichi autori quali Plinio, Filone e Flavio Giuseppe

 

Nel giovedi santo del 2007 Papa Benedetto XVI – proprio colui che vigilò con severità sulla commissione per la traduzione dei rotoli di Qumran – ammise una correlazione fra Gesù e gli Esseni. Egli disse: «Cristo ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima: l´ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio». In sostanza, partendo dalla convinzione che l’Ultima Cena fu celebrata il giorno di Pasqua, ci si chiede perché il Maestro non l’abbia fatto al modo ebraico, sacrificando un agnello. La dichiarazione è dirompente se fatta dal leader di una Chiesa che ha sempre negato legami tra esseni e paleo-cristiani. È una confessione a denti stretti sul fatto che Gesù condividesse il rito pasquale di una setta, che si fosse creato un mondo di idee tutto suo, che almeno in parte si comportasse da seguace di quel movimento, che respingeva i fedeli del Tempio ufficiale e si concepiva protagonista di una lotta apocalittica tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre. Papa Ratzinger scriveva inoltre: «Ci colpisce la devota serietà di questi scritti qumranici: sembra che Giovanni il Battista, ma forse anche Gesù e la sua famiglia, fossero vicini a questa comunità. In ogni caso i manoscritti di Qumran presentano molteplici punti di contatto con l’annuncio cristiano. Non è da escludere che Giovanni il Battista abbia vissuto per qualche tempo in questa comunità e abbia in parte ricevuto da essa la sua formazione religiosa». Che il cristianesimo sia la manifestazione di ciò che era nascosto nella Torah e di qui nell’essenismo? Certo è che una comunità monastica come quella essena, per di più dedicata a ideali di purezza ascetica, era un’anomalia, un corpo estraneo in Israele. E fa ancor più meraviglia che i Vangeli sembrino disinteressarsene. Sembrino. Nel 1992, James Charlesworth, autorevole studioso dei rotoli di Qumran e direttore del Dead Sea Scrolls Project, nel fondamentale lavoro Gesù e la comunità di Qumran, ha escluso radicalmente l’appartenenza di Gesù al Tempio esseno, ammettendo solo influenze del secondo verso il primo: «Gesù di certo non era esseno come alcuni autori hanno asserito, né fu indottrinato o significativamente influenzato dagli esseni, malgrado i tentativi di molti ricercatori, da Bahrdt nel XVIII secolo ad oggi, alla fine del XX secolo, di dimostrarlo. Gesù fu influenzato solo in alcuni aspetti minori dagli Esseni. È possibile che abbia avuto in comune con loro una passione per gli stessi testi della Scrittura (Deuteronomio, Salmi, Isaia, e che sia stato influenzato dalla loro esegesi pneumatica, escatologica e messianica. È possibile che abbia ereditato dagli Esseni le idee di redenzione escatologica dei Poveri, di comunione dei beni, di condanna del divorzio, il termine tecnico Figli della Luce e il concetto di Spirito Santo». Ora, Plinio, Filone e Flavio Giuseppe testimoniavano dell’esistenza di diverse correnti nel giudaismo dei tempi di Gesù. Giuseppe, nella Guerra Giudaica, scriveva: «presso gli ebrei la filosofia è coltivata sotto tre forme: i Farisei, i Sadducei e gli Esseni». Nei Vangeli vi sono tutte le correnti tranne gli Esseni. Strana dimenticanza, ancor più strana in quanto a detta di Filone e Flavio Giuseppe, gli Hassidim-Esseni erano la corrente più pura, santa e nobile dell’ebraismo. Ergo, è bizzarro che Gesù e i suoi ignorassero una fratellanza di così grande purità cultuale. La verità è che i Vangeli sono scritti da un’ottica essena, dagli Esseni in prima persona. E se volessimo appoggiare la tesi di Charlesworth, dovremmo pensare che in Israele vi fosse un’altra corrente, sbucata apparentemente dal nulla, ovvero gli stessi paleo-cristiani. Ma poiché il nuovo nasce sempre dalla morte del vecchio, a prescindere da insegnamenti nuovi portati dal Messia, direi che il nucleo della dottrina paleo-cristiana è fondamentalmente esseno. Charlesworth ha elencato una serie di possibili influenze essene sulla dottrina di Gesù. Egli le ritiene minori, ma sono tutt’altro che tali. In apparenza il cristianesimo primitivo sembra un qualcosa di mai visto prima: «Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!”» (Marco 1:27). In realtà, l’evangelista qui inserisce un particolare notevole, come volesse offrirci una traccia: «una dottrina nuova… comanda agli spiriti immondi e gli obbediscono». A prescindere dal fatto che anche Salomone poteva comandare ai demoni, secondo una gnosi ereditata dal padre David (che operava con i salmi), solo gli Esseni coltivavano l’iniziatica arte del comandare agli spiriti e guarire imponendo le mani e pronunziando parole di potenza. Sono cose che Gesù mostrava di saper fare molto bene e qualcuno doveva avergliele insegnate. In Israele, a parte gli Esseni, né i Farisei, né i Sadducei, né gli Scribi, né i sacerdoti Leviti di Gerusalemme, né gli Zeloti avevano idea di questa gnosi iniziatica.

Un po’ di storia

La Bibbia menziona gli Hassidim in 1 Maccabei 2:29-42, ossia in un testo greco che fa parte del canone cristiano ma non di quello ebraico, che accetta solo scritture in ebraico: «allora molti che ricercavano la giustizia e il diritto scesero per dimorare nel deserto… In quel tempo si unì ai Maccabei un gruppo degli Asidei (siunagoghè Asidaìon), i forti di Israele». Questi Forti – che è poi l’ennesimo attributo che gli Esseni si davano insieme a “Figli della Forza” – si aggregarono e si ritirarono in luoghi desertici per osservare la pura Torah di Mosè. Il fatto è che “sinagoga” in ebraico significa “Assemblea”, il che rimanda all’Assemblea dei Giusti e alla Regola dell’Assemblea. Sinagoga è il termine che definisce il luogo di culto della religione ebraica, essendo la parola stessa la traduzione del termine ebraico בית כנסת – Beit Knesset (casa di riunione). Ora, Kenneset significa anche Fratellanza, Confraternita (ebr. Haburah) e in senso lato Ordine. Quindi quel “Siunagoghè Asidaion” è da tradurre più correttamente: Fratellanza degli Hassidim (pii). Secondo Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche XIII:17), intorno al 150 a.C. sotto la reggenza di Gionata, essi si differenziarono in Farisei ed Esseni. Ciò significherebbe che gli Esseni sono ciò che resta di uno scisma degli Hassidim.

La datazione dei rotoli

Secondo Cecil Roth, storico ed insegnante inglese di religione ebraica, la Regola della Comunità sarebbe stata compilata nel I secolo d.C. Era anche il punto di vista di Godfrey Rolles Driver (The Judean scrolls: the problem and a solution) il quale affermò che i rotoli di Qumran dovessero datarsi nella prima metà del I secolo d.C. fino agli inizi del II secolo, nonostante essi si riferiscano a fatti del I secolo a.C. Driver li definì “Covenanters-Pattanti” (quelli dell’Alleanza). Ma questi storici ignoravano i fatti spirituali che ispiravano i Covenanters e i fatti spirituali si riferivano tutti alla misteriosissima tradizione del Melkizedek di cui gli Hassidim sembravano depositari e custodi. Se da una parte Driver afferma che essi fossero Figli di Sadok perché erano eredi del sacerdozio del Sadok (per fortuna non li confonde con i Sadducei), dall’altra i Fratelli Esseni si ritenevano figli dell’Elohim, ovvero il Melkizedek del rotolo 11q13 e del rotolo della Visione di Amram. Quel Melkizedek che sarà noto ai cristiani gnostici come lo Spirito Santo. Scriveva l’autorevole Luigi Moraldi nell’Introduzione de I Manoscritti di Qumran (Tea): «Che i manoscritti di Qumran siano di origine cristiana, o meglio ebreo-cristiana, siano cioè opera di ebrei convertiti al cristianesimo e rimasti in gran parte fedeli alla legge mosaica, è senza dubbio un’opinione seducente, particolarmente oggi che da più parti si nota un interesse nuovo, per questi cristiani, o per la chiesa della circoncisione, in seguito alle scoperte archeologiche e agli studi di testi e documenti letterari». Nell’agosto del 1954, J.L. Teacher, al Congresso degli Orientalisti a Cambridge, confutò Flavio Giuseppe sull’esistenza degli Esseni. Egli sostenne che la descrizione di Giuseppe fosse un quadro composito, i cui tratti fondamentali derivavano dall’osservazione delle comunità cristiane primitive fatte da un estraneo. In sostanza, secondo Teacher, Giuseppe osservò i primi cristiani e li definì Esseni. Fu anche la tesi di H.E. De Medico: gli Esseni non sono mai esistiti, non sono che un mito, un parto della fantasia di Filone, della credulità di Plinio e delle inesattezze copistiche di Giuseppe Flavio. Come è evidente, ci troviamo innanzi ad un panorama esegetico piuttosto vario e composito, ove tutti possono offrire un contributo alla verità, ma nessuno dispone della verità tutta intera sugli Esseni. Noi sappiamo che Giuseppe, Filone e Plinio testimoniavano dell’esistenza degli Esseni in un periodo che coincide con i rotoli di Qumran e abbiamo i rotoli di Qumran stessi che attestano dell’esistenza coeva di un Ordine di Melkizedek. Non si può che parlare della stessa cosa con nomi diversi. Appurato questo, abbiamo il dovere di confrontare e incrociare tutti i testi sacri della cristianità con i rotoli di Qumran e cercare elementi comuni che possano dimostrare un passaggio di consegne dagli Esseni ai cristiani. Dobbiamo tuttavia scovare elementi probanti e soprattutto numerosi e ampiamente significativi, altrimenti questo passaggio non può essere dimostrato e rimarrà solo un’ipotesi, seppur forte. Possiamo farlo iniziando a confrontare le notizie storiche riportate da Filone con il Nuovo Testamento.

qumran ricostruzione di forte a sud est di khirbet qumram

                                              Qumran ricostruzione di forte a sud est di khirbet qumram

La testimonianza di Filone d’Alessandria

Filone ebreo, contemporaneo di Gesù, era un esegeta della Torah, da lui interpretata in una visione ermetico-platonica a tratti estremamente interessante. Nel Quod omnis probus sit liber descrive gli Esseni, mostrando una profonda ammirazione per questa confraternita. Alcune sue testimonianze possono tornarci utili per capire l’essenismo insito nei primi cristiani. Filone affermava alcuni principi fondamentali, elencati di seguito.

1) Gli Esseni non sacrificavano animali ma la propria mente razionale, santificando i pensieri (in ciò avvicinandosi alla pratica del Buon Pensiero di Zarathustra) e controllando gli istinti animali. In sostanza essi erano allineati al sacrificio del sacerdozio di Melkizedek e non a quello di Aronne, ovvero l’uccisione dell’animale interiore. Paolo, nella Lettera agli Ebrei, afferma che Gesù fu reso perfetto (5:9) e sacerdote in eterno al modo di Melkizedek (5:10). Il perfezionamento e il sacerdozio eterno di Melkizedek erano totalmente sconosciuti in Israele. Ora, non è mai scritto che Gesù fu il primo a manifestare questo misterioso sacerdozio di Melkizedek, che appare già in Genesi 14 e nel salmo 110. Questo significa che Gesù si inserisce in una tradizione già esistente da molto tempo, almeno dai tempi di Abramo, ma tenuta segreta e quindi non nota neanche al potere sacerdotale ebraico. Paolo si mostra a conoscenza tanto di questa tradizione sacerdotale super-umana che della condizione sovrumano-melkizedecchiana di Gesù (Ebrei 7:15). Col sacrificio di se stesso, Gesù mostra la via della salvezza dell’anima, rinunciando a tutto ciò che è animale ed umano in lui. Il sacrificio degli animali era solo una figura vivente di ben altro sacrificio. Quindi non sorprende che la testimonianza di Filone sulla negazione dei sacrifici animali da parte degli Esseni trovi un riscontro nelle vicende di Gesù, re dei primi cristiani, che mostravano di conoscere e mettere in pratica il sacrificio al modo di Melkizedek. Ai tempi di Gesù c’era una sola fratellanza che venerava Melkizedek e praticava il sacerdozio di Melkizedek: gli Esseni. E se da una parte gli Esseni temevano e detestavano Beliar, il principe di questo mondo, ebbene l’unico che cita Beliar in tutto il testo Biblico è proprio Paolo, che contrappone Beliar a Cristo come gli Esseni lo contrapponevano a Melkizedek: «Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele?» (2 Corinzi 6:15).

Lucifer-Belial era molto temuto dai Qumraniani

Secondo Joachim Gnilka, uno dei mostri sacri dell’esegesi cristiana, la citazione di Beliar non è di Paolo ma di qualche ignoto cristiano che insinua nel testo di Corinzi un qualche scritto essenico (Paul and the Dead Sea Scrolls). L’esegesi ufficiale non può ammettere l’essenità di Paolo, che appare scomoda e costringe a ripensare molte cose. Beliar è descritto dagli Esseni ne La Regola della Comunità, i quali giungevano persino a maledirlo: «sii tu maledetto senza alcuna misericordia, in conformità alle tue opere tenebrose. Sii tu detestabile nelle tenebre del fuoco eterno» (II, 7-8). A onor del vero, la maledizione era pronunziata dai leviti della fratellanza e non dai sacerdoti di Melkizedek, ossia dagli iniziati di grado più alto. Beliar il maledetto è certamente quel Nakash tentatore che provoca la caduta dell’uomo primordiale e che viene maledetto da Dio (Genesi 3:14). Nulla è casuale e quel 3:14 rimanda al numero eterno (3,14) che suggerirebbe un’eterna maledizione, confermata peraltro dalla Lettera di Giuda 6. Gli Esseni accennarono ad un Impero di Beliar che dominava non solo su Israele ma sul mondo intero (I:24). L’espressione Impero di Beliar trova un suo corrispondente nell’esseno Gesù, il quale testualmente afferma: «Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre» (Luca 22:53). Che si tratti dello stesso Impero, nessun dubbio. A leggere bene il testo della Regola, ci si rende conto che il pensiero degli Esseni era che l’Impero sarebbe durato fino all’eskaton (fine del tempo), ma che per ognuno di loro ci sarebbe stata la possibilità di sottrarsi all’impero delle Tenebre in qualsiasi momento grazie al perfezionamento. In ogni modo, comune all’essenismo e al cristianesimo è la convinzione che Dio ha posto un termine al dominio delle tenebre, come si evince dalla Regola della Comunità IV:18-19, nonché dall’Apocalisse e dai discorsi escatologici di Cristo espressi in Luca e Matteo.

2) Filone sostiene che tra di loro «l’insegnamento è impartito per mezzo di simboli secondo un’antica tradizione». Gli Esseni si applicavano a Raz (misteri) e Sod (segreti) attraverso la penetrazione del simbolo. Solo questo particolare rende gli Esseni profondamente diversi dalle altre correnti ebraiche, tanto più il richiamo, operato da Filone, ad un’antica tradizione che gli altri ebrei neanche avevano mai conosciuto. Se vogliamo trovare un corrispondente cristiano di questa forma di insegnamento, dobbiamo attingere al Vangelo gnostico di quel Filippo discepolo di Gesù, che al verso 67 dice: «La verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini. Esso non la riceverà in altra maniera». Lo stesso Paolo promana certamente da quest’antica tradizione custodita dagli Esseni, perché solo un esseno può dire: «Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi» (Ebrei 9:23). Paolo comprende che il modo di parlare di Dio è per simboli, figure ed allegorie, e per questo cita l’ammonimento di YHWH a Mosè in Esodo 25:40: «Guarda di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte» (Ebrei 8:5). Il che equivale a dire: «dà alla tua gente la verità velata da simboli e figure, affinché chi si applica, se ne sarà degno, pervenga da solo alla comprensione dei miei misteri e segreti».

3) Filone informa che essi si astenevano dai giuramenti. Cristo dice: «ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi» (Matteo 5:34); Filone rivela che «il loro amore verso la virtù è dimostrato dal disprezzo delle ricchezze, della gloria terrena, dei piaceri». È noto che Cristo e i suoi insegnino il disprezzo per Mammona e per i piaceri. Cristo stesso rifiuta con sdegno la proposta del Tentatore (Beliar) di concedergli i regni del mondo;

4) Altro particolare notevole rivelato da Filone è che essi non dimoravano necessariamente nel deserto del Mar Morto (ciò testimoniato da Plinio il Vecchio) ma abitavano anche in villaggi e in case sparse qui e lì, aperte a tutti i fratelli: «ogni casa è di tutti, giacché, oltre al fatto che abitano insieme in confraternite, la loro casa è aperta a tutti quelli che condividono le loro convinzioni, da qualsiasi parte giungano». Se Gesù e i suoi possono considerarsi, sotto un certo aspetto, esseni, ciò spiega come fosse possibile che essi peregrinassero sempre accolti qui e lì da uomini di buona volontà. Erano certamente accolti da fratelli;

5) Filone testimonia dell’organizzazione comunitaria: «hanno un’unica cassa per tutti… hanno adottato l’uso dei pasti in comune… ciò che ricevono come salario giornaliero lo depongono nel fondo comune». In sostanza, un comunismo ante-litteram, anzi il vero e unico comunismo, possibile solo se i suoi membri sono dotati di grande elevazione spirituale. I Templari modularono la loro organizzazione monastica rifacendosi al modello esseno, che viene descritto anche nella Regola della Comunità I:12: «tutti coloro che sono generosi verso la sua volontà apportino tutto il loro sapere, il loro lavoro e i loro beni nella Comunità di Dio». È alla Comunità degli Ebionim (i Poveri, altro nome degli Esseni) che Gesù si riferisce quando dice: «Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”». Cristo dice: «se vuoi raggiungere la perfezione iniziatica, entra nella nostra Comunità, dà tutto quello che hai al fondo comune dell’Ordine e cambia vita». Ora, i Poveri (gr. Ptokoi) cui allude il Maestro non sono i poveri in senso materiale. Per capirlo dobbiamo analizzare il discorso della montagna (Matteo 5:3) laddove il Maestro parla di “poveri in spirito” (gr. ptokoi to pneùmati), che non sono poveri di spirito, ma poveri da intendersi in senso spirituale. Essi si consideravano poveri rispetto a Dio, colui che è ricco. Questa consapevolezza della miseria della natura umana rendeva unici gli Ebionim (Poveri) Esseni e gli stessi esseni convertiti (nazorei-cristiani). In fin dei conti, i membri della confraternita erano individualmente poveri perché spossessati delle loro ricchezze e persino di se stessi (spersonalizzazione e lotta all’ego). Questo termine “poveri” è talmente particolare e talmente assente nelle altre correnti giudaiche che non si può pensare quantomeno ad un’influenza dell’essenismo su Gesù e sul primo cristianesimo. Il termine “poveri” sia nel giudaismo che altrove ha sempre avuto una valenza economica e sociologica, mai spirituale come avviene in Gesù e in Qumran;

6) Nell’Apologia degli Ebrei, Filone afferma che la loro vocazione non è basata sulla nascita, ma è volontaria e finalizzata a promuovere virtù spirituale e amore fraterno. Ciò trova un’eco in Paolo, che in Ebrei 7:16 sostiene che il sacerdozio melkizedecchiano di Cristo non è imposto da una prescrizione carnale (il sacerdozio levita era ereditario) ma per volontà e vocazione individuale e per potenza di una vita senza difetti carmici;

7) Filone afferma: «consapevoli degli ostacoli che ne derivano per il cammino spirituale del singolo e dell’intera fratellanza, gli Esseni hanno eliminato il matrimonio e si sono imposti una perfetta continenza». Coerentemente a questa filosofia, che nell’ebraismo era esclusiva essena, Cristo parla di iniziati che si sono fatti Eunuchi per il Regno dei Cieli (Matteo 19:12), indicando che la Via impone la ricerca dell’androginia primordiale e questo attraverso celibato e continenza. Ovviamente, il sesso, espressione della dualità, mostra la decadenza dell’uomo che cerca la sua controparte non all’interno ma all’esterno. Quindi, l’invito alla continenza è implicito e appare con forza allorché Cristo dice ancora: «ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito» (Luca 20:35). Anche Paolo sostiene che «se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere» (1 Corinzi 7:9), mostrando come vi possano essere diversi gradi di evoluzione spirituale e di sacrificio verso il proprio interiore. A sacrificio più grande corrispondevano poi doni spirituali più grandi. Il discorso è tutto qui: più dai allo Spirito più ne ricevi. Paolo ripropone l’atavica scelta fra l’amor sacro e l’amor profano che gli Esseni-Cristiani risolvevano decidendo di non sposarsi e di non avere figli, proprio per focalizzarsi completamente sull’evoluzione e perfezionamento dell’anima.

8) Giuseppe Flavio, in Guerra Giudaica, testimonia che essi indossassero una veste di lino bianco. Si tratta di un’antica tradizione dei Figli della Luce, tradizione presente anche nel tempio di Heliopoli. In Marco 16,5 è scritto che «entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura». Ma ancor più significativo è Marco 14,51 «un giovanetto però seguiva Gesù, rivestito soltanto di un lenzuolo (in greco Sindone), e lo fermarono». Certamente non si tratta di un ragazzo, ma di un iniziato adulto, in quanto fanciullo o ragazzo è il modo abituale di chiamare gli iniziati. È noto infatti che solo uomini maturi potevano entrare nella Comunità, poiché questo deve essere frutto di una scelta matura e consapevole, impossibile in età giovanile.

  • È necessario cercare tracce nascoste della relazione essenismo-cristianesimo, confrontando il Nuovo Testamento con i contenuti dei rotoli di Qumran. Ciò che troveremo è la prova inequivocabile che vi è un passaggio di consegne non tanto dall’ebraismo al cristianesimo, ma dall’essenismo al cristianesimo. E se l’essenismo, la mistica essena, è una mistica iniziatica, ne consegue che il cristianesimo primitivo è il palesarsi dell’esoterismo ebraico che gli esseni custodivano. Occorre tener presente che la prima volta che i seguaci di Cristo vengono definiti “cristiani” è ad Antiochia: «Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani» (Atti 11:26). Fino a quel momento essi erano chiamati Nazirei. Paolo era definito Nazireo e capo dei Nazirei. Ancora oggi tra gli ebrei il termine Nazireo significa “cristiano”. Se è definito cristiano colui che è battezzato, ebbene il battesimo iniziatico era esclusiva del Tempio di Qumran.
  • La Predestinazione Gli Esseni, ne La Regola della Comunità III:15, affermano il principio della predestinazione e preordinazione da parte di Dio. Ritengo questa una delle massime dottrine spirituali cui l’uomo ha avuto accesso. Gli Esseni insegnano con grande autorità: «Dal Dio sapientissimo procede tutto ciò che è. Prima che gli esseri siano, Egli stabilisce tutto il loro piano, e allorché esistono, compiono le loro azioni in conformità al piano della sua gloria, senza alcun mutamento». Secondo gli Esseni, Dio emana diversi esseri che, a prescindere dalla loro incarnazione o meno, non fanno altro che realizzare il piano su di essi. Ergo, la profezia non è previsione certa di fatti futuri, ma lettura del divino piano senza-tempo, lettura del Libro della Vita. In questo senso la Torah non è solo il Libro della Legge, ma il segreto Libro ove è segnato il destino divino di tutti gli esseri. E ciò getta luce sulle parole di Cristo, che ora rifulgono con tutta la loro essenica forza: «In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto» (Matteo 5:18). E ciò che vale per Cristo, vale ancor più per ciascuna anima. Avviene tutto ciò che è scritto e si compie tutto ciò che Dio ha prestabilito, come gli Esseni insegnavano: «Dio stabilizza ogni essere secondo il suo piano e nulla accade senza di Lui» (R.d.C. XI:11). Quel “tutto è compiuto” di Cristo in croce non è altro che un riferimento alla predestinazione. Questa dottrina è comunque presente nella Bibbia: «Tu hai preordinato ciò che precedette quei fatti e i fatti stessi e ciò che seguì. Tu hai disposto le cose presenti e le future e quello che tu hai pensato si è compiuto (Giuditta 9,5)… Il piano di YHWH sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni (Salmo 33:11)… i miei disegni non verranno meno e tutte le mie volontà saranno compiute (Isaia 46:9-10)… davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse (Atti 4:27)… Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi (1Pietro 1,20)». Paolo mostra tutta la sua iniziazione essena quando fa un inno alla predestinazione: «Benedetto sia Dio che ci ha scelti prima della fondazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera del Cristo secondo il beneplacito della sua volontà… ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi… In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà (Paolo, Efesini 1:3-11)… Quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati (Paolo, Romani 8:30)». L’insegnamento esseno sulla predestinazione non appare solo nelle fonti interne alla Comunità, è confermato da Giuseppe Flavio: «I Farisei affermano che qualcosa, ma non tutto, è opera del Destino, ma che invece qualcosa avviene o non avviene per opera del libero arbitrio. Per contro gli Esseni insegnano che tutto sottostà al potere della predestinazione e che, per quanto concerne gli uomini, nulla accade che non sia prestabilito… e tutto deve essere rimesso al volere di Dio» (Antichità Giudaiche XIII,5,9 e XVIII,1.3.5). Esso risale ad un’antichità remota: «Tutto quanto Ra ha ordinato per te, all’inizio dei tempi, è stato eseguito e già ultimato» (Libro dei Morti degli antichi Egizi, cap. 183). Quindi doveva trattarsi di una tradizione orale risalente alla spiritualità egizia, poi ereditata da Mosè e i 70 anziani, dal tempio di Qumran e poi dai primi cristiani. I cristiani dogmatici -e ciò non fa meraviglia – la respinsero con sdegno perché essa cozzava col dogma del Libero Arbitrio che, a ben scrutare il testo, non è assolutamente presente nel testo biblico nel modo in cui i cristiani dogmatici vorrebbero. Come è noto, la diatriba Libero Arbitrio-Predestinazione toccò punte di incredibile polemica, prima con Calvino e poi con Giansenio. Calvino si allineava alla visione di Paolo secondo cui, se vi è una predestinazione alla salvezza o alla non salvezza, è Dio ad usare misericordia ed ira verso questa o quell’anima, secondo il suo disegno. Di qui l’importanza della fede e non delle opere. In tal senso, attraverso Paolo, Calvino è legato alla dottrina degli Esseni. Si deve giungere all’eresia giansenista per vedere l’ultimo conflitto fra le due visioni. Giansenio (XVII secolo) si allineò alla posizione calvinista appoggiando il principio della divina predestinazione, quindi riprendendo un tema che era stato proprio del cristianesimo primitivo e dell’essenismo. Come Calvino, egli enfatizzava la Grazia e non l’opera umana, poiché la salvezza non è un’ascesa umana ma una discesa divina, come mostra il battesimo di Gesù nel Giordano. Probabilmente, sul piano ermetico, ciò che l’uomo vede come una sua ascesa mistica è in realtà grazia salvifica discendente dal cielo della coscienza, ove dimora il Deus Absconditus. Il Concilio di Trento (1563) dichiarò eresia la Predestinazione totale e cercò una conciliazione tra volontà infallibile di Dio e volontà umana, rinnegando l’insegnamento che veniva dai primi cristiani e dagli Esseni.
  • Paolo esseno. Secondo il ricercatore Jacob.L. Teicher, il maestro di giustizia degli Esseni era Gesù e Paolo era il sacerdote empio. Quest’idea fu ripresa da molti altri esegeti ed è insistente anche ai tempi attuali. È diventato il cavallo di battaglia del già citato Charlesworth, del nostrano Mario Pincherle e soprattutto del noto Robert Eisenmann, autore di diversi saggi sull’essenismo e sul proto-cristianesimo. Eisenman non esita ad accostare il misterioso Sacerdote Empio, citato nei rotoli di Qumran come avversario dell’ancor più enigmatico Maestro di Giustizia, con Paolo di Tarso considerato l’inventore di un falso cristianesimo sganciato dalla Torah. Tuttavia risulta da Atti 24:5 che Paolo fosse il capo della setta dei Nazirei: «Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste, fomenta continue rivolte tra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è capo della setta dei Nazirei» (Atti 9:8-18). È proprio negli Atti degli Apostoli che emergono relazioni occulte tra Paolo e gli Esseni: «Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava. Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco… Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda». Se i rotoli di Qumran non fossero mai stati scoperti e ci fossimo limitati ad attingere alle testimonianze di Plinio, Filone e Giuseppe Flavio, mai avremmo potuto legare Damasco a Qumran, in quanto la Comunità di Qumran è chiamata anche Damasco: «Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: Anania!. Rispose: Eccomi, Signore! E il Signore a lui: Su, va’ sulla strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista… Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo. E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono» (Atti 22,14). L’imposizione delle mani per recuperare la vista era una tipica ritualità essena legata alla terapeusi spirituale. Non a caso Anania, certamente un sacerdote esseno convertito, battezza Paolo col rito esseno che era anche di Giovanni Battista. Il battesimo non era un sacramento ebraico, ma una pratica rituale esclusiva della Comunità di Damasco ereditata dai cristiani. In sostanza, il Cristo cosmico invia Paolo a Qumran, affinché ne venga istruito, sino a divenire il Capo o Gran Maestro dei Nazirei. E questo in tempi sorprendentemente brevi, il che implica un’elezione superiore in Paolo. L’accusa mossa dagli esegeti e ricercatori attuali non ha fondamento. Gli Atti degli Apostoli consacrano Paolo a leader dei Nazirei (Gesù era Nazireo) e gli Atti non furono scritti da Paolo ma dai primi cristiani. Quindi Paolo è tutt’altro che quel misterioso Sacerdote empio di cui parlano i rotoli di Damasco-Qumran. Il Sacerdote empio è un archetipo, non un individuo con nome e cognome. E lo stesso dicasi per il Maestro di Giustizia.
  • Il Padre nostro e il Melkizedek del rotolo 11Q13. John Allegro, tra i più discussi e intriganti studiosi ad aver avuto il privilegio di poter analizzare per primo i famosi rotoli qumraniani, fu l’unico a sostenere che tra quei testi vi fossero anche le radici del Padre Nostro: l’unica singolarissima preghiera lasciataci da Gesù. Questa tesi causò la messa al bando e la ridicolizzazione nel mondo accademico di Allegro, cagionandogli un indebolimento del suo stato psicofisico e portandolo alla precoce scomparsa negli anni ‘80. Questa tesi è da me condivisa e spiegherò perché. Nel leggere i primi versi del rotolo 11Q13, in cui Melkizedek risulta il protagonista assoluto della Fine dei Giorni, si parla del giorno della vendetta che è anche il giorno del giubileo. Bene, il testo dice che quello sarà l’anno del condono dei peccati, il tempo in cui tutti quelli della luce dovranno condonare i debiti ai loro fratelli, poiché sara proclamato il grande condono. Tutti dovranno perdonare tutto a tutti. Qualche verso dopo è scritto: «Ed Egli (Melkizedek) proclamerà per essi la libertà, condonando loro il debito di tutte le iniquità».Il giorno del grande giubileo vedrà il perdono dei Figli di Dio, in modo assoluto e definitivo. Ora, il Pater Noster recita: «Padre nostro, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Questa preghiera, che è la base della cristianità, promana da Qumran: Condona a noi i nostri debiti-peccati, poiché noi li condoniamo agli altri. Questo è il trionfo finale di Chesed su Ghebura, della compassione sul rigore non temperato. Non a caso i qumraniani, gli Esseni, si autoproclamavano Chassidim-compassionevoli. E il Padre Nostro è la consacrazione della compassione per chi merita la compassione, perché per il resto gli Esseni erano terribili con quelli di Belial. Abbiamo due nuove verità ora: 1) Il Padre Nostro è Melkizedek; 2) Il Padre Nostro, la preghiera, è di derivazione essena. Questa verità emerge dall’analisi del solo rotolo 11Q13 e non dagli Inni, come vorrebbero alcuni esegeti.
  • La dottrina dei due spiriti. La dottrina dei due spiriti non ha precedenti nell’ebraismo. La si trova in Gesù: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Luca 16:8)… Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce (Giovanni 12,36)». Questa espressione non è tipica dell’ebraismo, non lo è né dei sacerdoti di Gerusalemme, né dei Farisei, né dei sadducei, né degli Zeloti. Gesù inoltre, onde indicare i Figli delle Tenebre o i Figli di Beliar, utilizza l’espressione “Figli del Diavolo”: «Voi che avete per padre il Diavolo» (Giovanni 8:44); e “Figli di questo mondo”: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito» (Luca 20:34). Ora, anche Paolo utilizza più spesso quest’espressione tipica di Qumran: «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce» (Efesini 5:8)… Voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre (1Tessalonicesi 5,5)». Pur usando un’altra terminologia, Giovanni si riferisce a questa dicotomia tipica di Qumran: «da questo si distinguono i Figli di Dio dai Figli del Diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio» (1 Giovanni 3:10). E sempre Giovanni usa una terminologia tipica di Qumran allorché scrive: «da ciò noi distinguiamo lo spirito della Verità e lo spirito dell’errore». A prescindere dal fatto che questa dicotomia è presente in modo incessante nel Vangelo della Verità dello gnostico Valentino, nella Regola della Comunità 3:18 e IV:2 è scritto: «è Dio che ha creato l’uomo per il dominio sul mondo; e ha disposto per lui due spiriti affinché cammini con essi fino al tempo stabilito della sua visita. Questi sono gli spiriti della verità e della ingiustizia. In una sorgente di luce sono le origini della verità e da una fonte di tenebra le origini dell’ingiustizia. Lo spirito di verità illumina il cuore dell’uomo… In questi (due spiriti) c’è la storia di tutti i figli dell’uomo». Non a caso Cristo afferma di essere la Verità, ossia quello Spirito di Verità che agisce possente nei Figli della Luce. È evidente, quindi, che la dottrina dei due spiriti e della doppia figliolanza passa dall’essenismo al cristianesimo, ciò posto in evidenza anche da Jean Danielou ne La Teologia del giudeo-cristianesimo. La terminologia e la dottrina sono talmente simili da suggerire l’idea di un passaggio globale di consegne dall’essenismo al cristianesimo, pur con opportune riforme e nuovi insegnamenti promananti dal Messia, in cui agì potentemente Melkizedek. Dobbiamo ritenere che anche l’ebraico Testamento di Giuda 20:1 (Testamenti dei 12 Patriarchi) sia di estrazione essena: «Due spiriti si occupano dell’uomo, lo Spirito di Verità e lo Spirito di Inganno». Così anche il Testamento di Aser 1:3-5: «ci sono due vie, quella del bene e quella del male. Su queste si fondano le due volontà che sono nel nostro petto e che servono a distinguerle». E persino nel Pastore di Erma (precetti 6,2,1), testo paleocristiano di genere apocalittico: «Vi sono nell’uomo due spiriti, uno di giustizia e l’altro di iniquità». Non si può pensare ad un’affinità dottrinale, ma a pura eredità nella tradizione orale. Si può pensare che questi due spiriti che si contendono il cuore dell’uomo fino al momento della visita del Messia – visita micro e macro-cosmica con cui sarà cancellato lo spirito di impurità – siano quelli menzionati in Genesi 3, ossia lo spirito che emerge da Eva per schiacciare la testa di Nakash, serpe antica, che quindi rappresenta una forza anti-divina interna all’anima e non esterna. Essa è interna perché si è insinuata ai tempi dell’Eden. Per questo YHWH dice all’umanità rappresentata da Israele: «Vedi, io oggi pongo innanzi a te la Vita e il Bene, la Morte e il Male… scegli dunque la Vita amando il Signore tuo Dio» (Deuteronomio 30:15). Sotto un certo aspetto, siamo innanzi alla tradizionale scelta fra l’amor sacro e l’amor profano, fra l’amore per Dio e l’amore per il mondo. Secondo Giuseppe Visonà «né la Didachè né lo Pseudo-Barnaba sono gli iniziatori della dottrina delle Due Vie, ma entrambi risalgono ad un precedente giudaico che doveva presentarsi come un catechismo per proseliti, un manuale di istruzione etica fatto proprio dai cristiani» (Didachè Insegnamento degli Apostoli). Certo, la questione delle due vie è preesistente agli Esseni, la si trova in Salmi (soprattutto il salmo 1), in Genesi, in Deuteronomio, in Proverbi 4:18-19, Geremia 21:8. La si ritroverà nella Sura 1 del Corano di Muhammad. Ma quella catechesi cui accenna Visonà è presente in modo formale solo nella Regola della Comunità essena e solo in quella, attraverso la dottrina dei due spiriti, dottrina presente nei libri del Nuovo Testamento perfino con la stessa terminologia.
  • Giordano-Hermon-Mar Morto. Ulteriore legame occulto tra esseni e cristiani è presente in un sottile ma intrigante scenario, che ci condurrebbe dall’Hermon al Mar Morto. È noto che, secondo il Libro di Enoch, quelli che il Libro dei Giubilei definì i Vigilanti che portavano pace e giustizia, e quelli che il Libro di Daniele nominò Santi Angeli Vigilanti (Daniele 4:14), calarono sul Monte Hermon, il monte del Sacro Giuramento o Patto. Ricordo che il Patto è l’elemento chiave per comprendere tanto gli Esseni che Gesù. Si dà il caso che dall’Hermon sorge il Giordano, il fiume sacro per il Battista e per Gesù, e che lo stesso fiume sfoci nel Mar Morto, avamposto esseno. L’orografia sacra lega quindi i Vigilanti a Gesù e agli Esseni.
  • Prove diverse. Chiuderei la disamina elencando diversi punti di contatto tra il testo sacro esseno e quello cristiano:
  • 1) Il Battista, trait d’union tra l’essenismo e il cristianesimo, invita al pentimento e alla conversione. Nella Regola della Comunita 1:25, gli Esseni passano nel Patto (Battesimo delle acque interiori del Giordano) e proclamano il pentimento: «siamo stati perversi, ci siamo ribellati, abbiamo peccato». La conversione è in quel «rinnovare la propria vita» (R.d.C.III:1).
  • 2) Il Cristo invita ad essere puri come colombe e prudenti come serpenti (Matteo 10:16). Si trovano più o meno i medesimi insegnamento ed espressione in Regola della Comunita IV:3 e IV:5 a riguardo dell’agire dello Spirito di Verità nel cuore dell’uomo: «Lo Spirito di Verità infonde nel cuore dell’uomo… prudenza e intelligenza… una purezza splendente… condotta modesta con prudenza».
  • 3) Nella Regola della Comunità 4:6 è detto: «nascondere fedelmente i misteri della conoscenza». È evidente qui la natura iniziatica della Fratellanza, tesa a custodire un sapere veicolato solo da tradizione orale. Gesù dimostra di fare lo stesso allorché dice: «non gettate le perle ai porci (Matteo 7:6)… a quelli di fuori parlo per parabole ma a voi consegno i misteri del Regno (Luca 8:10)».
  • 4) Nella Regola della Comunità 4:13 è scritto: «sarà pianto triste e acerbo malanno in calamità tenebrose… nel fuoco di regioni tenebrose». Una simile espressione non esiste né nella Torah né nei profeti. È utilizzata da Cristo apparentemente per la prima volta a riguardo del Giorno del Giudizio: «gli empi saranno cacciati nelle Tenebre ove sarà pianto e stridor di denti».
  • 5) Nella Regola della Comunità 6:5 è scritto: «il sacerdote stenderà per primo la sua mano per benedire in principio il pane e il vino». Non è casuale che sia il sacerdote esseno ad operare con il pane ed il vino, in quanto questa è la tradizione del sacrificio al modo di Melkizedek, sacerdote dell’Altissimo, che porta pane e vino all’eletto. Questa cerimonia, vera agape comunitaria, è sconosciuta all’ebraismo, perché essa sottende un sacrificio personale anziché il canonico sacrificio di animali tipico dell’ebraismo. Cristo, in linea con la tradizione del Melkizedek custodita dagli Esseni, opererà con il pane e con il vino nell’Ultima Cena, e sarà lì che comunicherà il suo sacrificio personale in quanto Agnello vivente di Dio. Di certo, avrà operato anche altre volte con la specie del pane e del vino, come appare nello gnostico Libro del Gran Logos secondo il Mistero, ove Gesù invoca proprio Zorokothora Melkizedek. Ma nei vangeli, la tipica cerimonia col pane e col vino è menzionata solo in quell’occasione.
  • 6) Gesù dice: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno» (Matteo 5:20). Qui l’enfasi è sulla “tzedek-giustizia” tanto cara ai seguaci di Melki-Tzedek. Come è ovvio, la giustizia degli esseni, la loro purità cultuale e la loro devozione a Dio, erano ben superiori a quelle delle altre correnti giudaiche.
  • 7) Gli Esseni, a differenza delle altre correnti giudaiche, credevano nel Messia e nella sua manifestazione, inoltre profetizzarono un doppio messia: uno regale e l’altro sacerdotale. Ci si deve chiedere se davvero credessero a due uomini unti oppure ad uno solo che avesse in sé tanto la regalità che il sacerdozio. Se essi credevano in Melkizedek, che è Re e Sacerdote di El Elyon (Altissimo), si può supporre che questi due fossero uno. Ebbene, Gesù è sia re (stirpe di David) che sacerdote dell’Altissimo (lettera agli Ebrei), ovvero il Melkizedek manifestato che gli Esseni, e solo gli Esseni, attendevano, tanto più che Melkizedek era snobbato completamente da Farisei e Sadducei.
  • 8) Non si parla granché di demoni nell’Antico Testamento e nell’ebraismo farisaico. Ma Gesù li combatte concretamente e sistematicamente, in questo accomunato agli Esseni, molto forti nella demonologia e sempre vigili sulle attività degli spiriti immondi del partito di Beliar.
  • 9) L’espressione “Araba Fenice” la cui origine è sconosciuta potrebbe essere una lontana eco di eventi esseni. L’attributo “araba” solo apparentemente concerne l’Arabia, ma è detto: «… e l’Araba il cui confine è costituito dal Giordano, da Genèsaret fino al mare dell’Araba, cioè il Mar Morto, sotto le pendici del Pisga, verso l’oriente» (Deuteronomio 3:17). Secondo la Torah, l’Araba è il Mar Morto. Quindi, il risorto (fenice) del Mar Morto potrebbe essere un mito cristiano-esseno.

 

L’EREDITA’ ESSENA NEL PROTOCRISTIANESIMOultima modifica: 2018-10-03T13:23:27+02:00da mikeplato
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