DIVINA COMMEDIA – PURGATORIO

Canto I

Pu01purgatorio

La navicella dei mio ingegno, che lascia dietro di sé un mare così tempestoso (l’inferno), si prepara a una materia più serena (il purgatorio); e canterò del secondo regno (dell’oltretomba) nel quale l’anima umana si purifica e diviene degna di salire al cielo. Ma qui la poesia, che ha avuto finora per argomento la morte spirituale (dei dannati), riviva (trattando della vita spirituale di coloro che raggiungeranno la beatitudine), o sante Muse, poiché a voi ho consacrato la mia vita; e a questo punto si levi più alta la voce di Calliope (la maggiore delle nove Muse, rìtenuta dagli antichi l’ispiratrice della poesia epica; il nome, etimologicamente, significa « dalla bella voce »), accompagnando il mio canto con quella melodia della quale le sciagurate figlie di Pierio, poi trasformate in gazze, avvertirono la superiorità a tal punto che disperarono di sottrarsi alla punizione che le attendeva. Un tenero colore di zaffiro orientale (la più pura e splendente fra le varie qualità di zaffiri, secondo quanto attestano i Lapidari medievalì), contenuto nella limpida atmosfera, pura fino al cerchio dell’orizzonte, procurò nuovamente gioia ai miei occhi, appena uscii dall’aria infernale, che aveva rattristato la mia vista e il mio animo. Venere, il bel pianeta che predispone all’amore, faceva gioire tutta la parte orientale del cielo, attenuando con la sua luce quella della costellazione dei Pesci, con la quale si trovava in congiunzione. Mi volsi a destra, e diressi la mia attenzione al polo australe, e vidi quattro stelle che soltanto i primi uomini (Adamo ed Eva) videro. Il cielo sembrava gioire delle loro luci intensissime: o luogo settentrionale spoglio, dal momento che ti è preclusa la possibilità di vederle! Appena mi fui distolto dal guardarle, volgendomi un poco verso il polo boreale. nel quale l’Orsa Maggiore non era più visibile, vidi vicino a me, solo, un vecchio, degno nell’aspetto di una riverenza tale, che nessun figlio è tenuto ad una riverenza maggiore verso suo padre. Portava la barba lunga e brizzolata, simile ai suoi capelli, dei quali due ciocche scendevano sul petto. A tal punto i raggi delle quattro stelle sante ornavano di luce il suo volto, che io lo vedevo (illuminato) come se davanti a lui ci fosse il sole. «Chi siete voi, che seguendo una direzione opposta a quella del fiume sotterraneo (il ruscelletto di cui al verso 130 dei canto XXXIV dell’Inferno) siete evasi dal carcere eterno (l’inferno)?» disse, muovendo la sua veneranda barba. « Chi vì ha fatto da guida ? o che cosa vi ha rischiarato il cammino, mentre uscivate dalle tenebre profonde che rendono sempre nera la voragine infernale? A tal punto sono violate le leggi dell’inferno ? O in cielo é stato fatto un nuovo decreto, per cui, pur essendo dannati, giungete alla montagna da me custodita ? » Virgilio allora mi afferrò,e mi fece inginocchiare e abbassare gli occhi in segno di riverenza, incitandomi a ciò con parole e con l’atto delle sue mani e con segni. Poi gli rispose: « Non sono arrivato di mia iniziativa: scese dal cielo una donna (Beatrice), grazie alle cui preghiere soccorsi costui con la mia compagnia. Ma poiché è tuo desiderio che la nostra condizione, quale essa è veramente, ti venga maggiormente chiarita, non può essere mio desiderio che questo (chiarimento) ti sia negato. Costui non vide mai la morte (Sia quella corporale che quella spirituale; non morì cioè e non è dannato); ma a causa dei suoi peccati fu così vicino alla morte spirituale, che pochissimo tempo sarebbe dovuto trascorrere (perché egli la vedesse). Come ti ho detto, fui inviato da lui per salvarlo; e non era possibile percorrere altra vìa che questa per la quale mi sono incamminato. Gli ho mostrato tutti i dannati; ed ora intendo mostrargli quelle anime che si purificano sotto la tua giurisdizione. Lungo sarebbe riferirti come l’ho portato fin qui: dal cielo scende una forza che mi aiuta a guidarlo per vederti e per ascoltarti. Voglia tu dunque considerare benevolmente il suo arrivo: egli va in cerca della libertà, che è tanto preziosa, come sa colui che per essa rifiuta di vivere. Tu lo sai, poiché in suo nome (per lei: la libertà) non fu per te dolorosa la morte a Utica, dove lasciasti il tuo corpo che il giorno della risurrezione dei morti risplenderà (con l’anima) di tanta gloria. Le leggi di Dio non sono state violate da noi; poiché costui è vivo, ed io non sono un dannato, assegnato a Minosse (e Minòs me non lega. la giurisdizione di Minosse inizia con il secondo cerchio dell’inferno; cfr. Inferno V, 4-15); ma provengo dal limbo, dove sono gli occhi pudichi della tua Marzia, che nel sembiante ancora ti prega, o animo venerabile, che tu la consideri tua: per l’amore che ella ti porta accondiscendi dunque alla nostra richiesta. Lasciaci andare per i sette gironi del tuo dominio (il purgatorio): riferirò a lei, nei tuoi riguardi, cose gradite, se hai piacere di essere nominato laggiù». « Marzia mi fu tanto cara (piacque tanto alli occhi miei) mentre fui in vita » disse Catone allora, « che le concessi tutte le cose a lei gradite e da lei desiderate. Ora che ella risiede al di là dell’Acheronte, non può più influire sul mio volere, in virtù di quella legge (che separa in modo netto gli spiriti dannati da quelli salvati) la quale fu stabilita quando uscii fuori dal limbo (insieme ai patriarchi dell’Antico Testamento; cfr., Inferno IV, versi 53-63). Ma se una beata ti incita ad andare e ti guida, come tu dici, non occorre che tu mi lusinghi: ti sia sufficiente rivolgermi la tua richiesta in nome suo. Dunque vai, e fa in modo di cingere costui di un giunco liscio e di lavargli il volto, in modo da cancellare da esso ogni sudiciume; poiché sarebbe disdicevole, con l’occhio offuscato da qualcosa di torbido, presentarsi davanti al primo esecutore dei decreti di Dio, che è un angelo (di quei di paradiso; si tratta dell’angelo posto a custodia della porta del purgatorio; cfr. Purgatorio canto IX, versi 78 sgg.). Questa piccola isola, nella sua parte più bassa, sulla spiaggia percossa dalle onde, è coperta tutt’intorno sull’umida sabbia da giunchi: nessun’altra pianta, di quelle che portano rami con foglie o diventano rigide, può vivervi, poiché non asseconda (flettendosi) i colpi (delle onde). Il vostro ritorno non avvenga poi da questa parte; il sole, che sta per sorgere, vi indicherà da che parte affrontare più agevolmente la salita del monte. » Ciò detto si dileguò; ed io mi levai in piedi senza parlare, e mi accostai con tutto il corpo a Virgilio, e rivolsi a lui lo sguardo. Egli cominciò a parlare: « Segui i miei passi: volgiamoci indietro, poiché da questa parte la pianura scende verso il suo orlo basso (la spiaggia) ». L’alba trionfava dell’ultima ora della notte (l’ora mattutina è l’ultima delle ore canoniche della notte), la quale le fuggiva dinanzi, in modo che da lontano distinsi il tremolio della luce sul mare. Noi avanzavamo nella pianura solitaria come colui che torna alla strada che ha smarrito, il quale ritiene che il suo cammino sia inutile finché non l’abbia ritrovata. Quando fummo là dove la rugiada resiste, opponendosi, al sole e, per il fatto di essere in una zona dove spira un venticello, evapora poco, Virgilio posò delicatamente entrambe le mani aperte sulla tenera erba: per cui io, che compresi lo scopo del suo gesto, gli porsi le guance bagnate di lagrime: su di esse egli fece riapparire interamente quel colore (il mio colorito naturale) che l’inferno aveva occultato (con la sua caligine). Giungemmo quindi sulla spiaggia deserta, che mai vide solcate le sue acque da qualcuno che sia poi riuscito a tornare indietro (Ulisse infatti, giunto in vista della montagna del purgatorio, naufragò). Qui mi cinse come Catone aveva voluto: o meraviglia! infatti l’umile giunco ricrebbe tale quale egli l’aveva scelto (cioè schietto, liscio) immediatamente, nel punto in cui l’aveva strappato.

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;                             3

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.                                       6

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Caliopè alquanto surga,                                          9

seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.                                 12

Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,                              15

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.                        18

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’oriente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.                         21

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.                          24

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!                                 27

Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l ‘altro polo,
là onde il Carro già era sparito,                                      30

vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.                       33

Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.                            36

Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.                        39

«Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss’el, movendo quelle oneste piume.                        42

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?                             45

Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?».                           48

Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio.                                 51

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.                          54

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.                     57

Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.                               60

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo.                    63

Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.                                    66

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.                                        69

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.                                         72

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.                              75

Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive, e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti                     78

di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.                     81

Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni».                             84

«Marzia piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,
«che quante grazie volse da me, fei.                              87

Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.                               90

Ma se donna del ciel ti muove e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.                               93

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;                            96

ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso.                                  99

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ‘l molle limo;                              102

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.                            105

Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita».                            108

Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.                                 111

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi».                         114

L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.                                   117

Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.                           120

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,                                     123

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ‘l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,                                 126

porsi ver’ lui le guance lagrimose:
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.                             129

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.                         132

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente là onde l’avelse.                                        136

Canto 2

Pu03angelo

Il sole aveva già toccato l’orizzonte il cui cerchio meridiano sovrasta col suo punto più alto (lo zenit) Gerusalemme; e la notte, che ruota intorno alla terra agli antipodi del sole, sorgeva dal Gange, nella costellazione della Libra (con le Bilance: durante l’equinozio di primavera, quando il sole è nella costellazione dell’Ariete), che le cade di mano quando (dopo l’equinozio d’autunno: il sole entra allora nella Libra) supera la durata del giorno (entrando nella costellazione dello Scorpione); in modo che nel purgatorio le gote, prima bianche, poi rosse, della leggiadra Aurora col passare del tempo divenivano gialle. Ci trovavamo ancora lungo la riva del mare, come coloro che meditano sul cammino da percorrere, i quali con l’animo camminano e col corpo stanno fermi. Ed ecco, allo stesso modo in cui mentre si abbassa, tramontando, sulla superficie del mare, il pianeta Marte colora di rosso all’avvicinarsi del mattino, a causa dei densi vapori che lo avvolgono, si palesó ai miei occhi, e tale possa io vederla, nuovamente (allorché, morto, mi troverò ancora una volta sul lido del purgatorio), una luce (il volto dell’angelo nocchiero) avanzante sul mare con tanta celerità, che nessun volo uguaglia il suo movimento. Dopo avere per poco distolto lo sguardo da essa per chiedere schiarimenti a Virgilio, la rividi divenuta più luminosa e più grande. Poi mi apparve ai due lati di essa un bianco di cui non riuscivo a precisare la forma, e sotto, questo bianco (sono le ali dell’angelo) un altro bianco si rese gradatamente manifesto (è la veste dell’angelo). Virgilio si trattenne dal parlare, finché i bianchi apparsi ai lati della luce rosseggiante apparvero essere ali: ma nel momento in cui fu certo di riconoscere il nocchiero, gridò: « Fa in modo di inginocchiarti: ecco l’angelo di Dio: congiungi le mani: da ora in poi vedrai simili ministri di Dio. Vedi che non si serve di strumenti umani, in modo da rifiutare i remi e le vele che non siano le sue ali per percorrere il tragitto tra spiagge così lontane (dalla foce del Tevere, come sarà spiegato nei versi 100-105, al lido del purgatorio). Vedi come le tiene alte verso il cielo, penetrando nell’aria con le penne eterne, le quali non sono sottoposte al cambiamento che il pelo (o le penne) degli esseri destinati a morire subisce ». Poi, nell’avvicinarsi a noi, il santo uccello appariva sempre più luminoso, per cui, da vicino, lo sguardo non ne sostenne lo splendore, ma fui costretto ad abbassarlo; e quello approdò con una navicella rapida e priva di peso, tanto che di essa l’acqua non sommergeva alcuna parte. Il celeste nocchiero stava a poppa, tale che sembrava portare scritta in tutto il suo aspetto la beatitudine; e più di cento anime sedevano nella navicella. Tutti insieme, concordi, cantavano « Quando uscì Israele dall’Egitto » (è l’inizio del Salrno CXIII) con quello che, in quel salmo, segue. Poi fece, rivolto a loro, il segno della santa croce; essi allora si precipitarono tutti sul lido: ed egli se ne andò con la stessa velocità con la quale era venuto. La moltitudine rìmasta sulla riva sembrava ignara del luogo, e guardava intorno come colui che sperimenta cose nuove. Il sole, che aveva messo in fuga con le sue frecce precise (saette conte: presso gli antichi, Apollo, dio dei sole, era arciere infallibile) dal punto più alto del cielo la costellazione dei Capricorno (che, distando 90 gradi da quella dell’Ariete, si trovava allo zenit del meridiano mentre il sole stava sorgendo), scagliava la sua luce in tutte le direzioni, allorché la gente allora arrivata sollevò lo sguardo verso di noi, dicendoci: « Se la conoscete, indicateci la via per raggiungere il monte (del purgatorio) ». E Virgilio rispose: «Voi immaginate forse che conosciamo questo luogo; ma noi siamo forestieri al pari dì voi. Siamo giunti poco prima di voi, attraverso un altro cammino, il quale fu così arduo da percorrere e duro, che la ascesa del monte ci sembrerà da ora innanzi cosa piacevole». Le anime che ‘si resero conto, per il fatto che respiravo, che ero ancora in vita, impallidirono per lo stupore. E come la gente accorre verso un messaggero apportatore di liete notizie per esserne messa a conoscenza, e nessuno rifugge dal far ressa intorno a lui, così tutte quante quelle anime fortunate fissarono il loro sguardo su di me, quasi dimenticando di andare a purificarsi dei loro peccati. Io vidi una di esse uscire dalla schiera per abbracciarmi, con affetto così grande, che mi indusse a fare altrettanto. O ombre inconsistenti, tranne che nell’appírenza! Tre volte congiunsi le mani circondandola, e altrettante volte tornai con esse al mio petto. Nel mio aspetto, credo, si manifestò lo stupore; per questo l’anima sorrise e si trasse indietro, ed io, seguendola, mi spinsi avanti. Con dolcezza mi esortò a fermarmi: riconobbi allora chi era, e la pregai di fermarsi un poco per parlare con me. Mi rispose: « Così come ti volli bene mentre era chiusa nel corpo destinato a morire, così ti voglio bene ora che dal corpo sono libera: perciò mi fermo; ma tu perché percorri (essendo vivo) questo cammino ? » « Casella mio, percorro questo itinerario per essere degno di tornare un’altra volta (dopo la morte) nel punto in cui adesso mi trovo» dissi; « ma perché tanto tempo è stato sottratto alla tua espiazione (perché, essendo morto da tempo, giungi soltanto adesso alla spiaggia del purgatorio) ? Ed egli: « Non mi viene fatto nessun torto, se colui (l’angelo nocchiero) che imbarca le anime che ritiene giusto imbarcare, e lo fa nel Momento da lui ritenuto giusto, mi ha più volte negato questo tragitto, poiché la sua volontà procede da una volontà giusta (quella di Dio): tuttavia da tre mesi a questa parte (cioè dalla promulgazione del giubileo ad opera di Bonifacio VIII, avvenuta nel Natale 1299, alla cui indulgenza poterono partecipare anche le anime in attesa di essere traghettate nell’isola del purgatorio) egli ha imbarcato chiunque ha voluto entrare (nella navicella), senza fare opposizione. Perciò io, che allora volgevo lo sguardo al mare nel quale l’acqua del Tevere (che in esso sfocia) diventa salina, fui da lui benevolmente accolto (nella navicella). Ora egli ha alzato le ali verso quella foce, poiché là si raccolgono sempre tutte le anime non destínate all’inferno». Ed io: « Se una prescrizione propria del purgatorio non ti priva del ricordo dei canti d’amore che solevano placare tutte le mie inquietudini, o della facoltà di intonarli, voglia tu in tal modo confortare un poco la mia anima, la quale, insieme al mio corpo, è tanto stanca per il cammino sin qui percorso (attraverso l’inferno)! » « Amor che ne la mente mi ragiona » cominciò egli allora a cantare così dolcemente, che la dolcezza di questo canto echeggia ancora nel mio animo. Virgilio e io e le anime che erano insieme con lui apparivamo così felici, come se a nessuno di noi un altro pensiero occupasse la mente. Noi tenevamo tutti lo sguardo fisso su di lui e la nostra attenzione era interamente rivolta al suo canto; ed ecco apparire il venerando vecchio (Catone), il quale gridò: « Cosa significa questo, anime pigre ? Che senso ha questa negligenza, questo indugio? Affrettatevi verso il monte per liberarvi della scorza peccaminosa che non consente che Dio vi appaia ». Con la stessa rapidità con la quale i colombi, adunati per il pasto, tranquilli, senza ostentare la solita baldanza (a causa della quale, impettiti, gonfiano il collo), mentre sono intenti a beccare la biada o il loglio, se appare alcunché di cui abbiano timore, all’improvviso si distolgono dal cibo, perché sono sotto l’assillo di una preoccupazione più grande, vidi quella schiera da poco arrivata distogliere l’attenzione dal canto (di Casella), ed avviarsi verso il pendio (del monte), come chi si avvia senza sapere dove vada a finire né la nostra partenza fu meno veloce.

Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto
lo cui meridian cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto;                                    3

e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;                     6

sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov’i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.                                     9

Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.                             12

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ‘l suol marino,                            15

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che ‘l muover suo nessun volar pareggia.                   18

Dal qual com’io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.                                   21

Poi d’ogne lato ad esso m’appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscio.                                  24

Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,                                   27

gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali.                                           30

Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani.                                          33

Vedi come l’ha dritte verso ‘l cielo,
trattando l’aere con l’etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo».                           36

Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne,                    39

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva.                            42

Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.                                  45

In exitu Israel de Aegypto
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.                 48

Poi fece il segno lor di santa croce;
ond’ei si gittar tutti in su la piaggia;
ed el sen gì, come venne, veloce.                                   51

La turba che rimase lì, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.                            54

Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch’avea con le saette conte
di mezzo ‘l ciel cacciato Capricorno,                              57

quando la nova gente alzò la fronte
ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte».                               60

E Virgilio rispuose: «Voi credete
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.                           63

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco».                               66

L’anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.                                    69

E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,                             72

così al viso mio s’affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi obliando d’ire a farsi belle.                                   75

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.                              78

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.                                81

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.                                    84

Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.                      87

Rispuosemi: «Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?».                              90

«Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo viaggio»,
diss’io; «ma a te com’è tanta ora tolta?».                     93

Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ha negato esto passaggio;                         96

ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.                                  99

Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.                                      102

A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala».                               105

E io: «Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,                           108

di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!».                                   111

Amor che ne la mente mi ragiona
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.                       114

Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.                     117

Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?                                 120

qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».                  123

Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,                          126

se cosa appare ond’elli abbian paura,
subitamente lasciano star l’esca,
perch’assaliti son da maggior cura;                             129

così vid’io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
com’om che va, né sa dove riesca:
né la nostra partita fu men tosta.                                   133

Canto 3

Pu05monte

Sebbene l’improvvisa fuga sparpagliasse quelle anime per la pianura, verso il monte dove la giustizia divina ci tormenta (per purificarci), io mi accostai alla fedele compagnia: e come avrei potuto allontanarmi senza di lui? chi mi avrebbe guidato su per il monte? Egli mi sembrava tormentato dalla sua stessa coscienza: o spirito retto e puro, come un piccolo errore è per te causa di crudele dolore! Quando i passi di Virgilio non procedettero più con la fretta. che toglie decoro ad ogni azione, la mia mente, che prima era raccolta (in un solo pensiero), allargò la sua attenzione, come desiderosa di altre cose, e alzai gli occhi in direzione del monte che più alto (di tutti gli altri) si erge dalle acque verso il cielo. Il sole, che rosso ardeva alle nostre spalle, era interrotto davanti al mio corpo, che faceva da impedimento ai suoi raggi. Mi girai di fianco temendo d’essere abbandonato, quando scorsi che la terra era scura solo davanti a me; e Virgilio: « Perché dubiti ancora ?» prese a dirmi volgendosi interamente verso di me: «non credi che io sia, con te e che ti guidi? E’ già l’ora del vespro là dove è sepolto il mio corpo col quale facevo ombra: si trova a Napoli, e fu trasportato da Brindisi. Adesso, se davanti a me non si forma alcuna ombra, ciò non deve stupirti più del fatto che i cieli non impediscono che i raggi passino dall’uno all’altro. Per sopportare pene, caldo e freddo, Dio onnipotente crea tali corpi, ma come faccia ciò, non vuole che sia rivelato agli uomini. Stolto è colui il quale spera che la ragione umana possa percorrere la via infinita che Dio, uno nella sostanza e trino nelle persone, segue. Limitatevi a considerare, o uomini, le cose come sono: giacché se aveste potuto capire tutte le cose, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse; e vedeste bramare invano uomini siffatti che (meglio di altri) avrebbero potuto soddisfare (se fosse stato possibile con la sola ragione umana) la loro ansia di conoscenza, mentre invece (tale desiderio) è motivo per loro di pena etema: parlo di Aristotile e di Platone e di molti altri ». E qui chinò il capo, e non aggiunse parola, e ristette turbato. Giungemmo frattanto alla base del monte: qui trovammo la roccia talmente ripida, che invano le gambe lì sarebbero volonterose di salire. Tra Lerici (un castello sulla riviera ligure, alla foce del fiume Magra) e Turbia (un borgo nizzardo) la roccia più inaccessibile e impraticabile è, al confronto di quella, una scala comoda e ampia. « Adesso chissà da quale parte la costa è meno ripida » disse, il mio maestro arrestandosi, « in modo da consentire la salita anche a chi non ha ali? » E mentre egli, con gli occhi rivolti a terra, rifletteva sul cammino da tenere, e io guardavo in alto tutt’intorno alla roccia, da sinistra vidi comparire una schiera di anime, che procedevano verso dì noi, e quasi non sembrava che ciò avvenisse, tanto lentamente si avvicinavano. « Alza, o maestro », dissi, « il tuo sguardo: ecco da questa parte chi ci darà consiglio, se tu non riesci a trovarlo in te stesso. » Allora guardò, e con viso rasserenato, rispose: « Avviciniamoci a loro, poiché essi avanzano lentamente; e tu, figlio caro, rafforza la tua speranza ». Quella schiera era ancora così lontana, dico dopo aver noi fatto un migliaio di passi, quanta può essere la distanza cui un buon lanciatore scaglierebbe una pietra, quando tutti si addossarono alle dure rocce dell’alta costa, e stettero fermi e raccolti come, chi va, si ferma a guardare quando è colto da un dubbio. « O voi che siete morti in grazia di Dio, o spiriti già destinati alla salvezza eterna », prese a dire Virgilio, « in nome di quella pace che io credo sia attesa da voi tutti, diteci in qual punto la montagna è più agevole, sì da poterla salire, perché perder tempo dispiace a chi ne conosce il valore. » Come le pecore escono dal recinto da sole, o a gruppi di due e di tre, e le altre sostano timide abbassando il muso e lo sguardo, e quello che fa la prima, fanno anche le altre, raggruppandosi dietro a lei, se si ferma, obbedienti e mansuete, senza conoscerne il motivo, così io vidi allora avvicinarsi le prime anime di quella felice moltitudine, umile nei volti e dignitosa nel procedere, Non appena quelle anime videro in terra, alla mia destra, la luce interrotta, poiché la mia ombra stava fra me e la roccia, si arrestarono, e indietreggiarono un poco, e tutte le altre che venivano dietro, pur non conoscendone il motivo, fecero altrettanto. «Senza attendere che voi me lo domandiate, vi dichiaro che questo che voi vedete è un corpo umano, per questo la luce del sole è, in terra, interrotta. Non stupitevi; ma credete che non è senza l’aiuto del cielo che io cerco di superare questa roccia. » Così parlò Virgilio; e quegli spiriti eletti. «Tornate indietro e camminate dunque davanti a noi», dissero, facendoci segno col dorso delle mani. E uno di loro prese a dire: « Chiunque tu sia, mentre cammini volgi gli occhi: cerca di ricordare se in terra tu mi abbia mai veduto ». Io mi girai verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello e di nobile aspetto, ma aveva un sopracciglio diviso in due da una ferita. Quand’ebbi con cortesia negato d’averlo mai conosciuto, egli dìsse: «Adesso guarda»; e mi mostrò una ferita vicino al cuore. Poi aggiunse sorridendo: « Sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza; perciò ti prego, quando ritornerai in terra, di andare dalla mia bella figlia, madre di coloro che sono i sovrani di Sicilia e d’Aragona, per dirle la verità su di me, se si raccontano altre cose. Quand’ebbi il corpo trafitto da due colpi mortali, io mi rivolsi, piangendo (per il pentimento dei peccati), a Colui che è sempre pronto a concedere il suo perdono. I miei peccati furono orribili; ma la infinita misericordia ha braccia tanto ampie da accogliere tutti coloro che a Lei si rivolgono. Se il vescovo di Cosenza, che da papa Clemente fu indotto allora a perseguitarmi, avesse potuto penetrare questo aspetto di Dio, le mie ossa sarebbero ancora in capo a un ponte vicìno a Benevento, custodite da un mucchio di pietre. Adesso la pioggia le bagna e il vento le agita; fuori del regno (di Napoli e di Sicilia), quasi sul Garigliano, dove egli le trasportò a ceri spenti (come si usava per i cadaveri degli scomunicati e degli eretici). In seguito alle loro scomuniche (maladizion: la scomunica infatti non comporta di necessità la dannazione spirituale) la grazia di Dio non si perde a tal punto che non si possa recuperare, finché la speranza non è del tutto inaridita. Tuttavia chi muore scomunicato, anche se si pente in punto di morte, deve restare fuori di questo monte, per un periodo di tempo trenta volte più lungo di quello che da vivo ha nella sua ostinazione orgogliosa, a meno che tale decreto non venga abbreviato dalle preghiere dei buoni. Vedi dunque se puoi farmi contento, rivelando, ala mia buona Costanza dove e in che modo mi hai visto, e anche questo divieto, poiché noi molto progrediamo nella purificazione grazie, ai suffragi dei vivi».

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,                                 3

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?                            6

El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscienza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!                                9

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l’onestade ad ogn’atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,                           12

lo ‘ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ‘l viso mio incontr’al poggio
che ‘nverso ‘l ciel più alto si dislaga.                            15

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio.                     18

Io mi volsi dallato con paura
d’essere abbandonato, quand’io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;                                 21

e ‘l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?                          24

Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra:
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.                                 27

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.                      30

A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.                       33

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.                        36

State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;                                       39

e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:                             42

io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.                                 45

Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte.                        48

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.                                  51

«Or chi sa da qual man la costa cala»,
disse ‘l maestro mio fermando ‘l passo,
«sì che possa salir chi va sanz’ala?».                          54

E mentre ch’e’ tenendo ‘l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,                                57

da man sinistra m’apparì una gente
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venian lente.                                         60

«Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».                           63

Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio».                                  66

Ancora era quel popol di lontano,
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,                    69

quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.                    72

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,                              75

ditene dove la montagna giace
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».                78

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;                         81

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;               84

sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.                          87

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,                            90

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ‘l perché, fenno altrettanto.                 93

«Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ‘l lume del sole in terra è fesso.                      96

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».                             99

Così ‘l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.                     102

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».                      105

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.                        108

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.               111

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,                           114

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.                                117

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.                 120

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.                              123

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,                        126

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.                               129

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.                               132

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.                  135

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,                          138

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.                      141

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;
ché qui per quei di là molto s’avanza».                      145

Canto 4

Pu07belacqua

Quando per un’impressione di piacere o di dolore, che una qualche potenza della nostra anima riceve in sé, l’anima si concentra tutta in quella facoltà, sembra allora che essa non presti più attenzione a nessun’altra sua facoltà; e questo fatto é una prova contro quella dottrina errata la quale ritiene che in noi si formino più anime una accanto all’altra. E perciò. quando si ascolta o si vede qualcosa che attiri a sé fortemente l’anima, il tempo trascorre senza che uno se ne accorga, poiché una è la facoltà che percepisce il passare del tempo (che l’ascolta: la facoltà intellettiva), e una altra (la facoltà sensítiva) è quella che concentra in sé l’anima intera: questa è come legata (alle impressioni che percepisce), quella invece è sciolta da ogni ufficio (perché l’attenzione dell’anima è rivolta altrove). Di questo fatto io ebbi personale esperienza, ascoltando e guardando intensamente Manfredi; infatti di oltre cinquanta gradi era salito il sole (esso percorre quindici gradi ogni ora: perciò sono trascorse più di tre ore dal levarsi del sole e dall’apparizione dell’angelo nocchiero), ed io non me ne ero accorto, quando giungemmo in un punto in cui quelle anime ci gridarono tutte insieme: « Questo è il luogo di cui ci avete domandato ». Il contadino quando l’uva incomincia a maturare (imbruna; bisogna perciò difenderla dai ladri) spesso con una piccola forcata di spine chiude con questi pruni un’apertura della siepe più larga di quello che non fosse il sentiero lungo il quale salimmo Virgilio, ed io dietro di lui, soli, dopo che la schiera delle anime si era congedata da noi. E’ possibile arrivare a Sanleo (borgo del ducato d’Urbino, posto su un ripido colle che si raggiungeva con un sentiero scavato nella roccia) e scendere a Noli (cittadina della riviera ligure di ponente, alla quale si accedeva scendendo lungo pareti a picco sul mare), salire sul Bismantova (alto monte dell’Appennino nel territorio di Reggio Emilia) fin sulla vetta solamente coi piedi; ma qui è necessario che si voli; dico con le ali veloci e con le piume del grande desiderio, seguendo quella guida che mi dava speranza e mi faceva luce. I mezzi necessari per salire il monte del purgatorio – la cui ripidità supera ogni confronto umano – sono quelli spirituali: “colla fede e colla speranza che sono l’ali che portano i virtuosi e fedeli” (Anonimo Fiorentino). Salivamo per un sentiero scavato nella roccia, e (era tanto angusto che) le sue sponde ci stringevano a destra e a sinistra, e il suolo sottostante costringeva ad aiutarsi con i piedi e con le mani. Dopo essere giunti al termine dell’alta parete (alta ripa; essa costituisce la base del monte), su uno spiazzo aperto (non incassato nella roccia), dissi: « Maestro, che via seguiremo? » Ed egli mi rispose: « Il tuo passo non pieghi né a destra né a sinistra: avanza sempre verso l’alto seguendo me finché ci appaia qualche guida esperta del cammino ». La vetta del monte era così alta che superava ogni possibilità della nostra vista, e il pendio era assai più ripido di una linea condotta dal punto mediano di un quadrante al centro del cerchio (poiché il quadrante di un cerchio corrisponde ad un angolo al centro di 90 gradi, la linea ha un’inclinazione di 45 gradi: la costa perciò è quasi perpendicolare al monte). Ero stanco, quando dissi: « O dolce padre, volgiti, e guarda che rimango indietro, solo, se non ti fermì ad’ aspettarmi ». « Figliolo, cerca di trascinarti fin qui » disse, indicandomi un ripiano poco più in alto, che cingeva tutto il monte dalla, parte a noi visibile». Le sue parole mi spronarono a tal punto, che riunii tutti i miei sforzi, procedendo a carponi dietro di lui, finché raggiunsi quella sporgenza. Lì ci sedemmo entrambi rivolti verso oriente, da dove eravamo saliti, poiché guardare il cammino già fatto suole apportare conforto e gioia agli uomini. Dapprima volsi lo sguardo verso la spiaggia; poi lo alzai verso il sole, e mi accorsi con stupore che i suoi raggi ci colpivano provenendo da sinistra. Virgilio si accorse facilmente che io guardavo tutto stupefatto il sole, là dove entrava nel suo cammino fra noi e il settentrione. Per questo egli mi disse: « Se la costellazione dei Gemelli (Castore e Polluce) fosse in compagnia del sole che rischiara alternativamente l’emisfero settentrionale e quello meridionale, tu vedresti la parte rosseggiante dello Zodiaco (la via percorsa dal sole) ruotare ancora più vicina alla costellazione delle Orse (cioè al polo artico, essendo la costellazione dei Gemelli più a nord di quella dell’Ariete con la quale il sole era allora in congiunzione), a meno che il sole non deviasse dal suo cammino abituale. Se vuoi sapere come ciò avvenga, pensa, raccogliendoti in te stesso che Gerusalemme e il monte del purgatorio si trovano sulla terra in modo tale che tutti e due hanno lo stesso orizzonte astronomico e giacciono in diversi emisferi; per questo la strada (cioè la eclittica) che male Fetonte (cfr. Inferno XVII 107-108) seppe percorrere col carro del sole, vedrai come è necessario che corra, rispetto al monte del purgatorio, da un lato (cioè da destra a sinistra) e, rispetto a Gerusalemme, da un altro (cioè da sinistra a destra), se la tua mente bene discerne». « Di certo, maestro mio » dissi « non ho mai compreso così chiaramente alcuna cosa davanti alla quale il mio ingegno appariva insufficiente, come ora comprendo che il cerchio mediano della rotazione celeste, che in astronomia si chiama Equatore, e che rimane sempre tra il sole e l’inverno, (perché quando in un emisfero è inverno, nell’altro è estate e viceversa), per il motivo che tu dici (cioè che il purgatorio è agli antipodi di Gerusalemme), da questo monte si allontana verso settentrione, mentre gli Ebrei (quando abitavano la Palestina) lo vedevano allontanarsi verso il sud. Ma se tu vuoi, volentieri desidererei sapere quanto cammino resta da percorrere, perché il monte si innalza più di quanto possa salire il mio sguardo. » Ed egli: « Questo monte è tale, che la ascesa è sempre ardua per chi l’inizia dal basso; ma quanto più si sale tanto meno essa appare faticosa. Perciò, quando essa ti sembrerà dolce a tal punto, che il salire diventerà per te facile come procedere su una nave seguendo la corrente, allora sarai giunto alla fine di questo cammino: qui soltanto potrai riposarti dell’affanno della salita. Non ti rispondo oltre, e questo so come cosa certa ». E non appena egli ebbe finito di parlare, risuonò vicina una voce: « Forse avrai bisogno di ríposarti prima dì giungere lassù! » Al suono di questa voce entrambi ci volgemmo, e scorgemmo a sinistra un grosso macigno, del quale né io né Virgilio ci eravamo prima accorti. Lo raggiungemmo con fatica; e lì c’era un gruppo di anime che giacevano all’ombra di questa rupe nell’atteggiamento che suole indicare pigrizia. Sono le anime di coloro che, per negligenza e pigrizia, aspettarono a pentirsi alla fine della vita e che devono rimanere nell’antipurgatorio tanto tempo quanto vissero. E una di loro, che mi sembrava stanca, sedeva abbracciando le ginocchia, e abbandonando il viso tra esse. « O mia dolce guida » dissi « osserva quello che appare più negligente degli altri, come se la pigrizia fosse una sua sorella. » Allora quello si volse verso di noi, e guardò, muovendo solo gli occhi lungo la coscia (senza alzare il viso), e disse: « Sali tu ora, dal momento che sei così bravo! » Riconobbi allora chi era, e l’affanno che rendeva ancora un poco affrettato il mio respiro, non mi impedì di accostarmi a lui; e dopo che gli giunsi accanto, sollevò un poco la testa, dicendo: « Hai capito bene come il sole manda i suoi raggi dalla parte sinistra? » I suoi atti pigri e le sue parole brevi mossero un poco le mie labbra al sorriso; poi dissi: « Belacqua, io non sono più in ansia per te ormai (sapendoti salvo); ma dimmi: perché te ne stai seduto appunto qui? aspetti forse una guida, oppure sei stato ripreso dalla pigrizia abituale?» E quello; « Fratello, che giova il salire? infatti l’angelo di Dio che custodisce la porta del purgatorio non mi lascerebbe affrontare le pene dell’espiazione. E’ necessario che prima il cielo giri intorno a me fuori di quella porta, per tutto il tempo che mi girò intorno in vita, poiché rimandai fino all’estremo il pentimento, se non mi aiuta prima la preghiera che sgorga da un cuore in grazia di Dio: che vale l’altra (quella del peccatore), che non è esaudita in cielo? » E già Virgilio, saliva precedendomi, e dicendomi, « Vieni ormai: vedi che il sole è al meridiano (è tocco meridian dal sole: è cioè mezzogiorno) mentre (nell’emisfero boreale) sulla riva dell’Oceano la notte già si distende fino al Marocco (Morrocco: esso costituiva l’estrema parte occidentale della terra abitata)».

Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda
l’anima bene ad essa si raccoglie,                                 3

par ch’a nulla potenza più intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.                        6

E però, quando s’ode cosa o vede
che tegna forte a sé l’anima volta,
vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;                  9

ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
e altra è quella c’ha l’anima intera:
questa è quasi legata, e quella è sciolta.                     12

Di ciò ebb’io esperienza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era                                 15

lo sole, e io non m’era accorto, quando
venimmo ove quell’anime ad una
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».                         18

Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l’uom de la villa quando l’uva imbruna,                         21

che non era la calla onde saline
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.                                  24

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova ‘n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;                   27

dico con l’ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.                             30

Noi salavam per entro ‘l sasso rotto,
e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.                                33

Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss’io, «che via faremo?».                 36

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n’appaia alcuna scorta saggia».                       39

Lo sommo er’alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.                         42

Io era lasso, quando cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com’io rimango sol, se non restai».                              45

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.                                48

Sì mi spronaron le parole sue,
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che ‘l cinghio sotto i piè mi fue.                             51

A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond’eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.                               54

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n’eravam feriti.                                        57

Ben s’avvide il poeta ch’io stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.                                          60

Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,                              63

tu vedresti il Zodiaco rubecchio
ancora a l’Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.                    66

Come ciò sia, se ‘l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Siòn
con questo monte in su la terra stare                            69

sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,                            72

vedrai come a costui convien che vada
da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
se lo ‘ntelletto tuo ben chiaro bada».                             75

«Certo, maestro mio,», diss’io, «unquanco
non vid’io chiaro sì com’io discerno
là dove mio ingegno parea manco,                               78

che ‘l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun’arte,
e che sempre riman tra ‘l sole e ‘l verno,                      81

per la ragion che di’, quinci si parte
verso settentrion, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.                                     84

Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ché ‘l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei».                        87

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant’om più va sù, e men fa male.                            90

Però, quand’ella ti parrà soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com’a seconda giù andar per nave,                               93

allor sarai al fin d’esto sentiero;
quivi di riposar l’affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero».                     96

E com’elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai distretta!».                            99

Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s’accorse.                           102

Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l’ombra dietro al sasso
come l’uom per negghienza a star si pone.               105

E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo ‘l viso giù tra esse basso.                               108

«O dolce segnor mio», diss’io, «adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».                          111

Allor si volse a noi e puose mente,
movendo ‘l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».                       114

Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m’avacciava un poco ancor la lena,
non m’impedì l’andare a lui; e poscia                          117

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come ‘l sole
da l’omero sinistro il carro mena?».                            120

Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole                   123

di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se’? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».                              126

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
l’angel di Dio che siede in su la porta.                         129

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch’io ‘ndugiai al fine i buon sospiri,                        132

se orazione in prima non m’aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l’altra che val, che ‘n ciel non è udita?».                      135

E già il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
meridian dal sole e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».                          139

Canto 5

Pu09buonconte

Quando per un’impressione di piacere o di dolore, che una qualche potenza della nostra anima riceve in sé, l’anima si concentra tutta in quella facoltà, sembra allora che essa non presti più attenzione a nessun’altra sua facoltà; e questo fatto é una prova contro quella dottrina errata la quale ritiene che in noi si formino più anime una accanto all’altra. E perciò. quando si ascolta o si vede qualcosa che attiri a sé fortemente l’anima, il tempo trascorre senza che uno se ne accorga, poiché una è la facoltà che percepisce il passare del tempo (che l’ascolta: la facoltà intellettiva), e una altra (la facoltà sensítiva) è quella che concentra in sé l’anima intera: questa è come legata (alle impressioni che percepisce), quella invece è sciolta da ogni ufficio (perché l’attenzione dell’anima è rivolta altrove). Di questo fatto io ebbi personale esperienza, ascoltando e guardando intensamente Manfredi; infatti di oltre cinquanta gradi era salito il sole (esso percorre quindici gradi ogni ora: perciò sono trascorse più di tre ore dal levarsi del sole e dall’apparizione dell’angelo nocchiero), ed io non me ne ero accorto, quando giungemmo in un punto in cui quelle anime ci gridarono tutte insieme: « Questo è il luogo di cui ci avete domandato ». Il contadino quando l’uva incomincia a maturare (imbruna; bisogna perciò difenderla dai ladri) spesso con una piccola forcata di spine chiude con questi pruni un’apertura della siepe più larga di quello che non fosse il sentiero lungo il quale salimmo Virgilio, ed io dietro di lui, soli, dopo che la schiera delle anime si era congedata da noi. E’ possibile arrivare a Sanleo (borgo del ducato d’Urbino, posto su un ripido colle che si raggiungeva con un sentiero scavato nella roccia) e scendere a Noli (cittadina della riviera ligure di ponente, alla quale si accedeva scendendo lungo pareti a picco sul mare), salire sul Bismantova (alto monte dell’Appennino nel territorio di Reggio Emilia) fin sulla vetta solamente coi piedi; ma qui è necessario che si voli; dico con le ali veloci e con le piume del grande desiderio, seguendo quella guida che mi dava speranza e mi faceva luce. I mezzi necessari per salire il monte del purgatorio – la cui ripidità supera ogni confronto umano – sono quelli spirituali: “colla fede e colla speranza che sono l’ali che portano i virtuosi e fedeli” (Anonimo Fiorentino). Salivamo per un sentiero scavato nella roccia, e (era tanto angusto che) le sue sponde ci stringevano a destra e a sinistra, e il suolo sottostante costringeva ad aiutarsi con i piedi e con le mani. Dopo essere giunti al termine dell’alta parete (alta ripa; essa costituisce la base del monte), su uno spiazzo aperto (non incassato nella roccia), dissi: « Maestro, che via seguiremo? » Ed egli mi rispose: « Il tuo passo non pieghi né a destra né a sinistra: avanza sempre verso l’alto seguendo me finché ci appaia qualche guida esperta del cammino ». La vetta del monte era così alta che superava ogni possibilità della nostra vista, e il pendio era assai più ripido di una linea condotta dal punto mediano di un quadrante al centro del cerchio (poiché il quadrante di un cerchio corrisponde ad un angolo al centro di 90 gradi, la linea ha un’inclinazione di 45 gradi: la costa perciò è quasi perpendicolare al monte). Ero stanco, quando dissi: « O dolce padre, volgiti, e guarda che rimango indietro, solo, se non ti fermì ad’ aspettarmi ». « Figliolo, cerca di trascinarti fin qui » disse, indicandomi un ripiano poco più in alto, che cingeva tutto il monte dalla, parte a noi visibile». Le sue parole mi spronarono a tal punto, che riunii tutti i miei sforzi, procedendo a carponi dietro di lui, finché raggiunsi quella sporgenza. Lì ci sedemmo entrambi rivolti verso oriente, da dove eravamo saliti, poiché guardare il cammino già fatto suole apportare conforto e gioia agli uomini. Dapprima volsi lo sguardo verso la spiaggia; poi lo alzai verso il sole, e mi accorsi con stupore che i suoi raggi ci colpivano provenendo da sinistra. Virgilio si accorse facilmente che io guardavo tutto stupefatto il sole, là dove entrava nel suo cammino fra noi e il settentrione. Per questo egli mi disse: « Se la costellazione dei Gemelli (Castore e Polluce) fosse in compagnia del sole che rischiara alternativamente l’emisfero settentrionale e quello meridionale, tu vedresti la parte rosseggiante dello Zodiaco (la via percorsa dal sole) ruotare ancora più vicina alla costellazione delle Orse (cioè al polo artico, essendo la costellazione dei Gemelli più a nord di quella dell’Ariete con la quale il sole era allora in congiunzione), a meno che il sole non deviasse dal suo cammino abituale. Se vuoi sapere come ciò avvenga, pensa, raccogliendoti in te stesso che Gerusalemme e il monte del purgatorio si trovano sulla terra in modo tale che tutti e due hanno lo stesso orizzonte astronomico e giacciono in diversi emisferi; per questo la strada (cioè la eclittica) che male Fetonte (cfr. Inferno XVII 107-108) seppe percorrere col carro del sole, vedrai come è necessario che corra, rispetto al monte del purgatorio, da un lato (cioè da destra a sinistra) e, rispetto a Gerusalemme, da un altro (cioè da sinistra a destra), se la tua mente bene discerne». « Di certo, maestro mio » dissi « non ho mai compreso così chiaramente alcuna cosa davanti alla quale il mio ingegno appariva insufficiente, come ora comprendo che il cerchio mediano della rotazione celeste, che in astronomia si chiama Equatore, e che rimane sempre tra il sole e l’inverno, (perché quando in un emisfero è inverno, nell’altro è estate e viceversa), per il motivo che tu dici (cioè che il purgatorio è agli antipodi di Gerusalemme), da questo monte si allontana verso settentrione, mentre gli Ebrei (quando abitavano la Palestina) lo vedevano allontanarsi verso il sud. Ma se tu vuoi, volentieri desidererei sapere quanto cammino resta da percorrere, perché il monte si innalza più di quanto possa salire il mio sguardo. » Ed egli: « Questo monte è tale, che la ascesa è sempre ardua per chi l’inizia dal basso; ma quanto più si sale tanto meno essa appare faticosa. Perciò, quando essa ti sembrerà dolce a tal punto, che il salire diventerà per te facile come procedere su una nave seguendo la corrente, allora sarai giunto alla fine di questo cammino: qui soltanto potrai riposarti dell’affanno della salita. Non ti rispondo oltre, e questo so come cosa certa ». E non appena egli ebbe finito di parlare, risuonò vicina una voce: « Forse avrai bisogno di ríposarti prima dì giungere lassù! » Al suono di questa voce entrambi ci volgemmo, e scorgemmo a sinistra un grosso macigno, del quale né io né Virgilio ci eravamo prima accorti. Lo raggiungemmo con fatica; e lì c’era un gruppo di anime che giacevano all’ombra di questa rupe nell’atteggiamento che suole indicare pigrizia. Sono le anime di coloro che, per negligenza e pigrizia, aspettarono a pentirsi alla fine della vita e che devono rimanere nell’antipurgatorio tanto tempo quanto vissero. E una di loro, che mi sembrava stanca, sedeva abbracciando le ginocchia, e abbandonando il viso tra esse. « O mia dolce guida » dissi « osserva quello che appare più negligente degli altri, come se la pigrizia fosse una sua sorella. » Allora quello si volse verso di noi, e guardò, muovendo solo gli occhi lungo la coscia (senza alzare il viso), e disse: « Sali tu ora, dal momento che sei così bravo! » Riconobbi allora chi era, e l’affanno che rendeva ancora un poco affrettato il mio respiro, non mi impedì di accostarmi a lui; e dopo che gli giunsi accanto, sollevò un poco la testa, dicendo: « Hai capito bene come il sole manda i suoi raggi dalla parte sinistra? » I suoi atti pigri e le sue parole brevi mossero un poco le mie labbra al sorriso; poi dissi: « Belacqua, io non sono più in ansia per te ormai (sapendoti salvo); ma dimmi: perché te ne stai seduto appunto qui? aspetti forse una guida, oppure sei stato ripreso dalla pigrizia abituale?» E quello; « Fratello, che giova il salire? infatti l’angelo di Dio che custodisce la porta del purgatorio non mi lascerebbe affrontare le pene dell’espiazione. E’ necessario che prima il cielo giri intorno a me fuori di quella porta, per tutto il tempo che mi girò intorno in vita, poiché rimandai fino all’estremo il pentimento, se non mi aiuta prima la preghiera che sgorga da un cuore in grazia di Dio: che vale l’altra (quella del peccatore), che non è esaudita in cielo? » E già Virgilio, saliva precedendomi, e dicendomi, « Vieni ormai: vedi che il sole è al meridiano (è tocco meridian dal sole: è cioè mezzogiorno) mentre (nell’emisfero boreale) sulla riva dell’Oceano la notte già si distende fino al Marocco (Morrocco: esso costituiva l’estrema parte occidentale della terra abitata)».

Io era già da quell’ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ‘l dito,                           3

una gridò: «Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!».                                   6

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto.                            9

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
disse ‘l maestro, «che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?                                  12

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;                                 15

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla».                            18

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.                           21

E ‘ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando ‘Miserere’ a verso a verso.                              24

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;                      27

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».                               30

E ‘l mio maestro: «Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che ‘l corpo di costui è vera carne.                                 33

Se per veder la sua ombra restaro,
com’io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed essere può lor caro».                     36

Vapori accesi non vid’io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,                                   39

che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta
come schiera che scorre sanza freno.                          42

«Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta:
«però pur va, e in andando ascolta».                             45

«O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco il passo queta.                   48

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?                 51

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,                                  54

sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora».                               57

E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,                                   60

voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida
di mondo in mondo cercar mi si face».                         63

E uno incominciò: «Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ‘l voler nonpossa non ricida.                             66

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,                       69

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.                            72

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,                              75

là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.                                    78

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Oriaco,
ancor sarei di là dove si spira.                                        81

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
de le mie vene farsi in terra laco».                                  84

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pietate aiuta il mio!                                        87

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».                     90

E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti traviò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».                        93

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.                            96

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.                   99

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.                                102

Io dirò vero e tu ‘l ridì tra’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?                        105

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ‘l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.                               108

Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.                           111

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento
per la virtù che sua natura diede.                                   114

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,                        117

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;                                 120

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.                                          123

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce                     126

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».                         129

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via»,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,                                 132

«ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».                   136

Canto 6

Quando per un’impressione di piacere o di dolore, che una qualche potenza della nostra anima riceve in sé, l’anima si concentra tutta in quella facoltà, sembra allora che essa non presti più attenzione a nessun’altra sua facoltà; e questo fatto é una prova contro quella dottrina errata la quale ritiene che in noi si formino più anime una accanto all’altra. E perciò. quando si ascolta o si vede qualcosa che attiri a sé fortemente l’anima, il tempo trascorre senza che uno se ne accorga, poiché una è la facoltà che percepisce il passare del tempo (che l’ascolta: la facoltà intellettiva), e una altra (la facoltà sensítiva) è quella che concentra in sé l’anima intera: questa è come legata (alle impressioni che percepisce), quella invece è sciolta da ogni ufficio (perché l’attenzione dell’anima è rivolta altrove). Di questo fatto io ebbi personale esperienza, ascoltando e guardando intensamente Manfredi; infatti di oltre cinquanta gradi era salito il sole (esso percorre quindici gradi ogni ora: perciò sono trascorse più di tre ore dal levarsi del sole e dall’apparizione dell’angelo nocchiero), ed io non me ne ero accorto, quando giungemmo in un punto in cui quelle anime ci gridarono tutte insieme: « Questo è il luogo di cui ci avete domandato ». Il contadino quando l’uva incomincia a maturare (imbruna; bisogna perciò difenderla dai ladri) spesso con una piccola forcata di spine chiude con questi pruni un’apertura della siepe più larga di quello che non fosse il sentiero lungo il quale salimmo Virgilio, ed io dietro di lui, soli, dopo che la schiera delle anime si era congedata da noi. E’ possibile arrivare a Sanleo (borgo del ducato d’Urbino, posto su un ripido colle che si raggiungeva con un sentiero scavato nella roccia) e scendere a Noli (cittadina della riviera ligure di ponente, alla quale si accedeva scendendo lungo pareti a picco sul mare), salire sul Bismantova (alto monte dell’Appennino nel territorio di Reggio Emilia) fin sulla vetta solamente coi piedi; ma qui è necessario che si voli; dico con le ali veloci e con le piume del grande desiderio, seguendo quella guida che mi dava speranza e mi faceva luce. I mezzi necessari per salire il monte del purgatorio – la cui ripidità supera ogni confronto umano – sono quelli spirituali: “colla fede e colla speranza che sono l’ali che portano i virtuosi e fedeli” (Anonimo Fiorentino). Salivamo per un sentiero scavato nella roccia, e (era tanto angusto che) le sue sponde ci stringevano a destra e a sinistra, e il suolo sottostante costringeva ad aiutarsi con i piedi e con le mani. Dopo essere giunti al termine dell’alta parete (alta ripa; essa costituisce la base del monte), su uno spiazzo aperto (non incassato nella roccia), dissi: « Maestro, che via seguiremo? » Ed egli mi rispose: « Il tuo passo non pieghi né a destra né a sinistra: avanza sempre verso l’alto seguendo me finché ci appaia qualche guida esperta del cammino ». La vetta del monte era così alta che superava ogni possibilità della nostra vista, e il pendio era assai più ripido di una linea condotta dal punto mediano di un quadrante al centro del cerchio (poiché il quadrante di un cerchio corrisponde ad un angolo al centro di 90 gradi, la linea ha un’inclinazione di 45 gradi: la costa perciò è quasi perpendicolare al monte). Ero stanco, quando dissi: « O dolce padre, volgiti, e guarda che rimango indietro, solo, se non ti fermì ad’ aspettarmi ». « Figliolo, cerca di trascinarti fin qui » disse, indicandomi un ripiano poco più in alto, che cingeva tutto il monte dalla, parte a noi visibile». Le sue parole mi spronarono a tal punto, che riunii tutti i miei sforzi, procedendo a carponi dietro di lui, finché raggiunsi quella sporgenza. Lì ci sedemmo entrambi rivolti verso oriente, da dove eravamo saliti, poiché guardare il cammino già fatto suole apportare conforto e gioia agli uomini. Dapprima volsi lo sguardo verso la spiaggia; poi lo alzai verso il sole, e mi accorsi con stupore che i suoi raggi ci colpivano provenendo da sinistra. Virgilio si accorse facilmente che io guardavo tutto stupefatto il sole, là dove entrava nel suo cammino fra noi e il settentrione. Per questo egli mi disse: « Se la costellazione dei Gemelli (Castore e Polluce) fosse in compagnia del sole che rischiara alternativamente l’emisfero settentrionale e quello meridionale, tu vedresti la parte rosseggiante dello Zodiaco (la via percorsa dal sole) ruotare ancora più vicina alla costellazione delle Orse (cioè al polo artico, essendo la costellazione dei Gemelli più a nord di quella dell’Ariete con la quale il sole era allora in congiunzione), a meno che il sole non deviasse dal suo cammino abituale. Se vuoi sapere come ciò avvenga, pensa, raccogliendoti in te stesso che Gerusalemme e il monte del purgatorio si trovano sulla terra in modo tale che tutti e due hanno lo stesso orizzonte astronomico e giacciono in diversi emisferi; per questo la strada (cioè la eclittica) che male Fetonte (cfr. Inferno XVII 107-108) seppe percorrere col carro del sole, vedrai come è necessario che corra, rispetto al monte del purgatorio, da un lato (cioè da destra a sinistra) e, rispetto a Gerusalemme, da un altro (cioè da sinistra a destra), se la tua mente bene discerne». « Di certo, maestro mio » dissi « non ho mai compreso così chiaramente alcuna cosa davanti alla quale il mio ingegno appariva insufficiente, come ora comprendo che il cerchio mediano della rotazione celeste, che in astronomia si chiama Equatore, e che rimane sempre tra il sole e l’inverno, (perché quando in un emisfero è inverno, nell’altro è estate e viceversa), per il motivo che tu dici (cioè che il purgatorio è agli antipodi di Gerusalemme), da questo monte si allontana verso settentrione, mentre gli Ebrei (quando abitavano la Palestina) lo vedevano allontanarsi verso il sud. Ma se tu vuoi, volentieri desidererei sapere quanto cammino resta da percorrere, perché il monte si innalza più di quanto possa salire il mio sguardo. » Ed egli: « Questo monte è tale, che la ascesa è sempre ardua per chi l’inizia dal basso; ma quanto più si sale tanto meno essa appare faticosa. Perciò, quando essa ti sembrerà dolce a tal punto, che il salire diventerà per te facile come procedere su una nave seguendo la corrente, allora sarai giunto alla fine di questo cammino: qui soltanto potrai riposarti dell’affanno della salita. Non ti rispondo oltre, e questo so come cosa certa ». E non appena egli ebbe finito di parlare, risuonò vicina una voce: « Forse avrai bisogno di ríposarti prima dì giungere lassù! » Al suono di questa voce entrambi ci volgemmo, e scorgemmo a sinistra un grosso macigno, del quale né io né Virgilio ci eravamo prima accorti. Lo raggiungemmo con fatica; e lì c’era un gruppo di anime che giacevano all’ombra di questa rupe nell’atteggiamento che suole indicare pigrizia. Sono le anime di coloro che, per negligenza e pigrizia, aspettarono a pentirsi alla fine della vita e che devono rimanere nell’antipurgatorio tanto tempo quanto vissero. E una di loro, che mi sembrava stanca, sedeva abbracciando le ginocchia, e abbandonando il viso tra esse. « O mia dolce guida » dissi « osserva quello che appare più negligente degli altri, come se la pigrizia fosse una sua sorella. » Allora quello si volse verso di noi, e guardò, muovendo solo gli occhi lungo la coscia (senza alzare il viso), e disse: « Sali tu ora, dal momento che sei così bravo! » Riconobbi allora chi era, e l’affanno che rendeva ancora un poco affrettato il mio respiro, non mi impedì di accostarmi a lui; e dopo che gli giunsi accanto, sollevò un poco la testa, dicendo: « Hai capito bene come il sole manda i suoi raggi dalla parte sinistra? » I suoi atti pigri e le sue parole brevi mossero un poco le mie labbra al sorriso; poi dissi: « Belacqua, io non sono più in ansia per te ormai (sapendoti salvo); ma dimmi: perché te ne stai seduto appunto qui? aspetti forse una guida, oppure sei stato ripreso dalla pigrizia abituale?» E quello; « Fratello, che giova il salire? infatti l’angelo di Dio che custodisce la porta del purgatorio non mi lascerebbe affrontare le pene dell’espiazione. E’ necessario che prima il cielo giri intorno a me fuori di quella porta, per tutto il tempo che mi girò intorno in vita, poiché rimandai fino all’estremo il pentimento, se non mi aiuta prima la preghiera che sgorga da un cuore in grazia di Dio: che vale l’altra (quella del peccatore), che non è esaudita in cielo? » E già Virgilio, saliva precedendomi, e dicendomi, « Vieni ormai: vedi che il sole è al meridiano (è tocco meridian dal sole: è cioè mezzogiorno) mentre (nell’emisfero boreale) sulla riva dell’Oceano la notte già si distende fino al Marocco (Morrocco: esso costituiva l’estrema parte occidentale della terra abitata) »

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;                                  3

con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;                                      6

el non s’arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.                                            9

Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.                            12

Quiv’era l’Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l’altro ch’annegò correndo in caccia.                          15

Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte.                               18

Vidi conte Orso e l’anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com’e’ dicea, non per colpa commisa;                          21

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr’è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di peggior greggia.                         24

Come libero fui da tutte quante
quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
sì che s’avacci lor divenir sante,                                     27

io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;                              30

e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?».                        33

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;                            36

ché cima di giudicio non s’avvalla
perché foco d’amor compia in un punto
ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;                             39

e là dov’io fermai cotesto punto,
non s’ammendava, per pregar, difetto,
perché ‘l priego da Dio era disgiunto.                            42

Veramente a così alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto.                               45

Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice».                                    48

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
ché già non m’affatico come dianzi,
e vedi omai che ‘l poggio l’ombra getta».                      51

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,
rispuose, «quanto più potremo omai;
ma ‘l fatto è d’altra forma che non stanzi.                      54

Prima che sie là sù, tornar vedrai
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ‘ suoi raggi tu romper non fai.                              57

Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ‘nsegnerà la via più tosta».                            60

Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!                          63

Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.                                     66

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,                        69

ma di nostro paese e de la vita
ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava
«Mantua…», e l’ombra, tutta in sé romita,                     72

surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.                   75

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!                             78

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;                                     81

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.                          84

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.                                  87

Che val perché ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella è vota?
Sanz’esso fora la vergogna meno.                                 90

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,                                 93

guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.                               96

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,                                     99

giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!                    102

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.                        105

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!                            108

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’è oscura!                                   111

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m’accompagne?».            114

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.                                 117

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?                             120

O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?                             123

Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.                              126

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.                        129

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.                 132

Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».               135

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.                           138

Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno                            141

verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.                             144

Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato e rinovate membre!                                  147

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.                         151

Canto 7

Dopo che le accoglienze cortesi e gioiose furono ripetute più volte, Sordello si tirò indietro, e chiese: « Ma voi, chi siete? » « Prima che le anime degne della salvezza (di salire a Dio: in quanto riscattate dalla morte di Cristo) fossero avviate a questo monte, io morii e fui sepolto per ordine di Ottaviano. Sono Virgilio; e per nessun’altra colpa fui escluso dal cielo che per non aver avuto la fede in Cristo. » In questo modo rispose allora la mia guida. Come colui che vede improvvisamente dinanzi a sé una cosa che desta in lui stupore, e non sa se credervi o no e dice: « E’… non è… », così parve Sordello; quindi abbassò gli occhi, e tornò in atteggiamento umile verso Virgilio, e l’abbracciò là dove l’inferiore abbraccia chi gli è superiore (“dal petto in giù”, secondo l’Anonimo Fiorentino). Disse: « O gloria di tutti gli Italiani per mezzo del quale la nostra lingua (nostra perché ancora usata come strumento culturale) mostrò tutta la sua potenza espressiva, o pregio eterno della regione mantovana dov’io nacqui, quale merito mio o quale grazia divina permette che io ti possa vedere? Se io sono degno di udire le tùe parole, dimmi se vieni dall’inferno, e da quale cerchio » Virgilio gli rispose: « Passando attraverso tutti i cerchi del mondo della dannazione sono giunto in purgatorio: una forza celeste mi ha mosso, e vengo assistito da questa. Non per aver commesso qualche colpa, ma per non aver avuto la vera fede ho perduto la possibilità di vedere Dio che tu desideri contemplare e che da me fu conosciuto troppo tardi (dopo la morte). Nell’inferno vi è un luogo non rattristato da tormenti veri e propri, ma solo dalle tenebre, dove i lamenti delle anime non risuonano con acute grida, ma solo con sospiri. Là io sono confinato insieme ai bambini innocenti sorpresi dalla morte prima d’essere lavati (che fosser… essenti: con il battesimo) dalla macchia del peccato originale (dall’umana colpa); là mi trovo con coloro che non si rivestirono delle tre sante virtù (quelle teologali), ma conobbero e praticarono tutte le altre (le virtù cardinali), senza commettere alcuna colpa vera e propria. Ma se tu conosci il cammino e ti è permesso indicarlo, donaci qualche spiegazione per cui possiamo più celermente giungere là dove ha veramente inizio il purgatorio ». Rispose: « Non ci è imposto di stare in un luogo fisso; mi è permesso salire e girare intorno al monte; finché potrò salire, ti accompagnerò per farti da guida. Però vedi come già il giorno declina, e non è possibile salire di notte; perciò è opportuno pensare a trovare un luogo piacevole (bel soggiorno, dove trascorrere il tempo notturno). Da questa parte a destra vi sono delle anime appartate: se non ti dispiace, io ti condurrò presso di esse, e con gioia le conoscerai ». Virgilio rispose chiedendo: « Com’è questa legge? Colui che volesse salire di notte, sarebbe impedito da qualche forza esterna, oppure non salirebbe per il fatto di non aver in sé la forza necessaria ? » E il nobile Sordello tracciò col dito una linea in terra, dicendo: « Vedi? neppure questa linea varcheresti dopo il tramonto del sole; non perché al salire sia d’impedimento nessun’altra cosa se non la tenebra notturna: questa togliendo la possibilità impaccia la volontà. Certamente durante la notte, finché l’orizzonte chiude sotto di sé la luce del giorno, si potrebbe scendere in basso e vagare camminando intorno alla costa del monte ». A questo punto la mia guida, con l’aspetto di uno che si meraviglia, disse: « Guidaci dunque al luogo ove affermi che possiamo trovare una dimora piacevole ». Ci eravamo di poco allontanati di lì, quand’io mi accorsi che il monte era incavato, allo stesso modo che i valloni incavano i fianchi dei monti sulla terra. Sordello disse: « Andremo là dove la costa si avvalla; ed ivi attenderemo l’alba del nuovo giorno ». C’era un sentiero obliquo né ripido né piano, che ci condusse alla parete laterale dell’avvallamento, in un punto dove il suo orlo si abbassa di più della metà (dell’altezza che esso ha nella parte superiore). Il colore dell’oro e dell’argento puro, il rosso della porpora e il bianco della biacca, il turchino dell’indaco, il riflesso del legno levigato e terso, e il verde vivo dello smeraldo nel momento in cui si spezza, collocati in quella valletta sarebbero stati vinti nella purezza del colore da quell’erba e da quei fiori, come il meno è vinto dal più. La natura colà non solo aveva sparso i suoi colori, ma vi diffondeva un profumo sconosciuto e ineffabile composto di mille soavi odori. Sul verde e sui fiori da lì vidi anime che sedevano cantando « Salve, Regina », le quali a causa dell’avvallamento non apparivano dal di fuori. « Prima che tramonti ormai il poco sole rimasto, non vogliate che io vi porti in mezzo a costoro » cominciò il mantovano Sordello che ci aveva condotti fin là. « Da questo balzo voi potrete osservare l’atteggiamento e l’aspetto di tutti questi spiriti, meglio che giù nella valle mescolandovi a loro. Colui che siede sovrastando gli altri principi e mostra nel suo atteggiamento d’aver trascurato il proprio dovere (di scendere in Italia), e che non partecipa al canto come gli altri, fu l’imperatore Rodolfo, il quale poteva sanare le piaghe che hanno distrutto l’Italia, cosicché troppo tardi per opera di un altro si tenterà di farla risorgere. Quell’altro, che nell’aspetto mostra di confortarlo, fu re nella terra (la Boemia) dove nascono le acque che la Moldava porta all’Elba, e l’Elba al mare: si chiamò Ottocaro, e fin da bambino superò di gran lunga suo figlio Venceslao che ora, nell’età virile, vive completamente immerso nella lussuria e nell’ozio. E quello dal piccolissimo naso, che sembra in segreto colloquio con quell’altro che ha un aspetto così mite, morì fuggendo e facendo sfiorire nel disonore il giglio (insegna della casa reale di Francia erano, infatti, tre gigli d’oro in campo azzurro). osservate là come si batte il petto! Guardate invece l’altro che ha appoggiato la guancia sulla palma della mano, sospirando malinconicamente. Sono il padre e il suocero del disonore di Francia (Filippo il Bello) : conoscono la sua vita piena di vizi e vergognosa, e da qui nasce il dolore che così profondamente li trafigge. Quello che appare così nerboruto e che canta in perfetto accordo con l’altro dal gran naso, fu rivestito e ornato da ogni virtù; e se gli fosse successo nel regno il giovinetto che qui siede dietro a lui, il retaggio della virtù si sarebbe egregiamente trasmesso di padre in figlio, mentre questo non si può affermare degli altri eredi: Giacomo e Federigo hanno ora i regni; ma nessuno dei due ha preso il meglio dell’eredità paterna (del retaggio miglior, cioè la virtù). Raramente la virtù dei padri ricompare nei figli; e questo è voluto da Dio che la dà, affinché la si riconosca derivata da Lui (da lui: e non ricevuta per eredità). Anche a Carlo d’Angiò, il Nasuto, sono dirette le mie parole, non meno che all’altro che canta con lui, Pietro, per la quale degenerazione la Puglia e la Provenza già si dolgono. La pianta (cioè il figlio Carlo II) è tanto inferiore al suo seme (cioè al padre Carlo I), quanto Costanza (vedova di Pietro III d’Aragona) ha motivo di vantarsi ancora di suo marito più di quanto abbiano motivo di vantarsi del loro Beatrice di Provenza e Margherita di Borgogna (prima e seconda moglie di Carlo I d’Angiò). Osservate invece là come siede appartato il re dalla vita semplice, Enrico d’Inghilterra: egli ha nei suoi discendenti un esito migliore. Quello fra loro che sta seduto più in basso, con lo sguardo rivolta verso il cielo, è il marchese Guglielmo, a causa del quale Alessandria e la sua guerra portano desolazione e pianto nel Monferrato e nel Canavese.»

Poscia che l’accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».                  3

«Anzi che a questo monte fosser volte
l’anime degne di salire a Dio,
fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.                                 6

Io son Virgilio; e per null’altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé».
Così rispuose allora il duca mio.                                     9

Qual è colui che cosa innanzi sé
sùbita vede ond’e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è… non è…»,               12

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
e umilmente ritornò ver’ lui,
e abbracciòl là ‘ve ‘l minor s’appiglia.                            15

«O gloria di Latin», disse, «per cui
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond’io fui,                                18

qual merito o qual grazia mi ti mostra?
S’io son d’udir le tue parole degno,
dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».                21

«Per tutt’i cerchi del dolente regno»,
rispuose lui, «son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.                        24

Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l’alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.                                    27

Luogo è là giù non tristo di martìri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.                      30

Quivi sto io coi pargoli innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l’umana colpa essenti;                           33

quivi sto io con quei che le tre sante
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l’altre e seguir tutte quante.                           36

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
dà noi per che venir possiam più tosto
là dove purgatorio ha dritto inizio».                                 39

Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
licito m’è andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.                    42

Ma vedi già come dichina il giorno,
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel soggiorno.                           45

Anime sono a destra qua remote:
se mi consenti, io ti merrò ad esse,
e non sanza diletto ti fier note».                                      48

«Com’è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
salir di notte, fora elli impedito
d’altrui, o non sarria ché non potesse?».                     51

E ‘l buon Sordello in terra fregò ‘l dito,
dicendo: «Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo ‘l sol partito:                                  54

non però ch’altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.                              57

Ben si poria con lei tornare in giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».                        60

Allora il mio segnor, quasi ammirando,
«Menane», disse, «dunque là ‘ve dici
ch’aver si può diletto dimorando».                                 63

Poco allungati c’eravam di lici,
quand’io m’accorsi che ‘l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.                              66

«Colà», disse quell’ombra, «n’anderemo
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno attenderemo».                                   69

Tra erto e piano era un sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch’a mezzo muore il lembo.                        72

Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,                           75

da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è vinto il meno.                       78

Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.                                  81

’Salve, Regina’ in sul verde e ‘n su’ fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.                                84

«Prima che ‘l poco sole omai s’annidi»,
cominciò ‘l Mantoan che ci avea vòlti,
«tra color non vogliate ch’io vi guidi.                               87

Di questo balzo meglio li atti e ‘ volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.                                 90

Colui che più siede alto e fa sembianti
d’aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,                           93

Rodolfo imperador fu, che potea
sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si ricrea.                                            96

L’altro che ne la vista lui conforta,
resse la terra dove l’acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:                   99

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.                               102

E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c’ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e disfiorando il giglio:                           105

guardate là come si batte il petto!
L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.                              108

Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.                             111

Quel che par sì membruto e che s’accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d’ogne valor portò cinta la corda;                                   114

e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,                               117

che non si puote dir de l’altre rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.                        120

Rade volte risurge per li rami
l’umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.                        123

Anche al nasuto vanno mie parole
non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza già si dole.                               126

Tant’è del seme suo minor la pianta,
quanto più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.                                129

Vedete il re de la semplice vita
seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.                       132

Quel che più basso tra costor s’atterra,
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese».                             136

Canto 8

Era ormai l’ora (l’ultima della sera) che fa tornare un senso di nostalgia nel cuore dei naviganti e ne riempie l’animo di commozione ricordando il giorno nel quale hanno detto addio alle persone care; era l’ora che fa sentire più struggente l’amore al pellegrino che ha appena abbandonato la sua terra, mentre ode il suono lontano d’una campana che sembra piangere il giorno che muore, quando io cominciai a non udire più la voce di Sordello e il canto dei principi e cominciai a fissare una delle anime che, levatasi in piedi, chiedeva con un cenno della mano che tutte l’ascoltassero. Essa congiunse ed elevò al cielo le mani, rivolgendo lo sguardo intento verso l’oriente, nell’atteggiamento di chi dice a Dio: “Nient’altro mi preme”. Dalle sue labbra l’inno «Te lucis ante» uscì con tale devota e modulata dolcezza, che mi rapì in estasi; poi tutte le altre anime dolcemente e con devozione la seguirono cantando tutto l’inno, tenendo gli occhi fissi alle sfere celesti. O lettore, qui aguzza bene gli occhi della tua intelligenza a ciò che veramente voglio sìgnificare, poiché il velo (che copre il senso nascosto di quanto ora segue) è così sottile che certamente non ti costerà fatica il penetrarlo esattamente. Finito il canto, io vidi quella nobile schiera di anime guardare intensamente verso l’alto, pallide ed umili, come chi aspetta qualcosa; e vidi uscire dall’alto del cielo e scendere in basso due angeli, ciascuno con una spada fiammeggiante, tronca e priva della punta. Erano verdi come foglioline appena spuntate le vesti che essi portavano fluenti, percosse e agitate dal vento delle verdi ali. Uno degli angeli venne a posarsi poco più in alto di noi, l’altro invece scese sulla sponda opposta (della valletta), in modo che le anime furono racchiuse tra loro due. Scorgevo distintamente la loro testa bionda; ma nel fulgore del volto l’occhio si smarriva, come ogni facoltà sensitiva si confonde di fronte a un oggetto superiore alle sue capacità, «Vengono entrambi dal cielo Empireo, dove sta Maria» disse Sordello «per far la guardia alla valle, a causa del serpente che verrà da un momento all’altro.» Perciò io, che non sapevo da che parte (sarebbe venuto il serpente), mi guardai intorno, e tutto gelido per la paura, mi strinsi al fianco del mio fidato maestro. Poi Sordello soggiunse: « Ora scendiamo nella valle in mezzo alle grandi ombre, e parleremo ad esse: sarà loro assai gradito vedervi». Credo di esser disceso soltanto di tre passi. e mi trovai in basso, e vidi un’ombra che guardava con insistenza verso di me, come se mi volesse riconoscere. In quel momento l’aria già si faceva buia, ma non tanto che a breve distanza non lasciasse scorgere chiaramente ciò che prima rendeva invìsibile. Egli si portò verso di me, e io andai verso di lui: o nobile giudice Nino, quanta gioia provai quando vidi che non eri tra i dannati! Nessuna affettuosa espressione di saluto fu risparmiata fra noi; poi egli chiese: « Da quanto tempo sei giunto nell’antipurgatorio attraverso l’oceano? » « Oh! » gli risposi, « sono giunto questa mattina attraverso l’inferno, e sono ancora vivo, sebbene, facendo questo viaggio, io cerchi di guadagnare la vita eterna». All’udire la mia risposta, Sordello e Nino si ritrassero come chi è colto da improvviso smarrimento. Sordello si volse a Virgilio e Nino Visconti a uno che stava seduto lì accanto, gridando: « Su, Corrado! vieni a vedere quale mirabile cosa Dio volle per grazia speciale ». Poi, rivolto a me, disse: « Per quella particolare gratitudine che tu devi a Dio che tiene così occulte le ragioni ultime del suo operare, che non esiste possibilità per l’uomo di giungere mai a comprenderle. quando ritornerai sulla terra, di’ a Giovanna che preghi per me il cielo dove vengono esaudite le invocazioni delle anime innocenti. Non credo che sua madre mi ami più, dopo che passò a seconde nozze (trasmutò le bianche bende: le vedove portavano veli bianchi su vesti nere), anche se accadrà che, infelice!, debba rimpiangere il suo primitivo stato vedovile. Dal suo esempio facilmente si comprende quanto poco duri in una donna il fuoco dell’amore, se di continuo non sia tenuto acceso dalla vista o dalla presenza dell’amato. L’insegna del biscione intorno alla quale i Milanesi sogliono porre il campo in tempo di guerra, quando sarà scolpita sul suo sepolcro non lo renderà così bello, come l’avrebbe reso il gallo di Gallura » Così parlava Nino, avendo impresso sul volto, quel giusto sdegno che senza eccedere gli ardeva nel cuore. I miei occhi, avidi di novità, si volgevano con insistenza al cielo, sempre verso il polo dove le stelle girano più lente, allo stesso modo che i raggi di una ruota (si muovono più lenti) nella parte più vicina all’asse. E la mia guida mi domandò: « Figliolo, che cosa quardi lassu? » Io gli risposi: « Guardo quelle tre piccole luci che illuminano tutto quanto il polo antartico ». Perciò egli replicò: « Le quattro stelle luminose che vedevi stamattina sono già scese sotto l’orizzonte, e queste sono salite al loro posto ». Mentre Virgilio parlava, ecco che Sordello lo attirò a sé dicendo: «Vedi là il nostro avversario»; e indicò col dito il punto dove guardare. Dal lato dove la valletta non è chiusa da alcuna sponda, c’era un serpente, simile forse a quello che diede a Eva il frutto, causa di tante amarezze. Il serpe maligno veniva strisciando tra l’erba e i fiori, volgendo il capo ora a destra ora a sinistra, e leccandosi il dorso come una bestia che si liscia (con la lingua il pelo). Non riuscii a vedere, e perciò non posso dire, come spiccarono il volo i due angeli; ma vidi bene l’uno e l’altro dopo che si furono mossi. Al solo udire il rumore delle verdi ali che fendevano l’aria, il serpente fuggì, e allora gli angeli si voltarono, ritornando con volo concorde in alto ai loro posti di guardia. L’anima che s’era accostata al giudice Nino, quando questi l’aveva chiamata durante tutto l’assalto (degli angeli contro il serpente) non si era per nulla distolta dal guardarmi. « Possa la grazia divina che ti è guida verso l’alto, trovare nella tua libera volontà tanta corrispondenza, quanta ne occorre per salire fino alla vetta del monte smaltata di verde » cominciò a dire, « se hai notizie certe della Val di Magra (in Lunigiana) o dei paesì vicini, dimmele, poiché un tempo io ero potente in quei luoghi. Mi chiamai Corrado Malaspina; non sono Corrado Malaspina il vecchio, ma da lui sono disceso: alla mia famiglia e alla sua potenza portai un amore che qui si purifica d’ogni scoria. » « Oh! » gli dissi, « non sono mai stato nei vostri paesi; ma vi può essere un luogo in tutta Europa dove essi non siano noti? La fama che onora la vostra casata, esalta i signori e gli abitanti di tutta la regione, in modo tale che viene conosciuta anche da chi non è ancora passato per quei luoghi. E vi giuro, così possa io salire fino alla vetta del monte, che la vostra nobile famiglia continua a fregiarsi delle virtù della liberalità e della prodezza. L’abitudine alla virtù e l’indole naturale la pongono in una condizione così privilegiata, che, per quanto la cattiva guida del Papa e dell’Imperatore faccia deviare il mondo dalla retta via, essa sola continua nella strada della perfezione e disprezza il male. » Ed egli: « Ora va; il sole non tornerà sette volte in quel tratto dell’eclittica che la costellazione dell’Ariete (con la quale il sole è ora in congiunzione) copre e cavalca con tutte e quattro le zampe ripiegate (cioè non passeranno sette anni), che questa gentile opinione (sulla mia famiglia) ti sarà fissata nella mente con argomenti più persuasivi che non siano i discorsi della gente, a meno che non si arresti il corso dei decreti divini».

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;                              3

e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;                          6

quand’io incominciai a render vano
l’udire e a mirare una de l’alme
surta, che l’ascoltar chiedea con mano.                        9

Ella giunse e levò ambo le palme,
ficcando li occhi verso l’oriente,
come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.                     12

’Te lucis ante’ sì devotamente
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;                                  15

e l’altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l’inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.                                   18

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
chè ‘l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ‘l trapassar dentro è leggero.                         21

Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in sùe
quasi aspettando, palido e umìle;                                  24

e vidi uscir de l’alto e scender giùe
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.                                   27

Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.                                 30

L’un poco sovra noi a star si venne,
e l’altro scese in l’opposita sponda,
sì che la gente in mezzo si contenne.                            33

Ben discernea in lor la testa bionda;
ma ne la faccia l’occhio si smarria,
come virtù ch’a troppo si confonda.                                36

«Ambo vegnon del grembo di Maria»,
disse Sordello, «a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà vie via».                                  39

Ond’io, che non sapeva per qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.                                          42

E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazioso fia lor vedervi assai».                                        45

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.                             48

Temp’era già che l’aere s’annerava,
ma non sì che tra li occhi suoi e ‘ miei
non dichiarisse ciò che pria serrava.                             51

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ‘ rei!                                     54

Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimandò: «Quant’è che tu venisti
a piè del monte per le lontane acque?».                      57

«Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l’altra, sì andando, acquisti».                       60

E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito smarrita.                                       63

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse».                        66

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,                     69

quando sarai di là da le larghe onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ‘nnocenti si risponde.                                   72

Non credo che la sua madre più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.                   75

Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.                  78

Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com’avria fatto il gallo di Gallura».                                  81

Così dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.                            84

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.                                 87

E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che ‘l polo di qua tutto quanto arde».                         90

Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’eran quelle».                              93

Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse
dicendo:«Vedi là ‘l nostro avversaro»;
e drizzò il dito perché ‘n là guardasse.                          96

Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.                          99

Tra l’erba e ‘ fior venìa la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso
leccando come bestia che si liscia.                              102

Io non vidi, e però dicer non posso,
come mosser li astor celestiali;
ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.                            105

Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
fuggì ‘l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.                                    108

L’ombra che s’era al giudice raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.                           111

«Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant’è mestiere infino al sommo smalto»,               114

cominciò ella, «se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.                          117

Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina».                           120

«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi?                       123

La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora;                                  126

e io vi giuro, s’io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.                          129

Uso e natura sì la privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia».                  132

Ed elli: «Or va; che ‘l sol non si ricorca
sette volte nel letto che ‘l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,                      135

che cotesta cortese oppinione
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta».                             139

Canto 9

Già (sulla terra) l’Aurora, moglie dell’invecchiato Titone, lontana dalle braccia del suo dolce amico, stava sorgendo (al balco d’oriente: come se fosse affacciata al balcone dell’oriente) facendosi bella; la sua fronte era lucente per le stelle, disposte a formare la costellazione dello Scorpione (freddo animale: secondo la zoologia medievale era considerato di sangue freddo) che ferisce la gente con la sua coda; e in purgatorio, dove eravamo, la notte aveva percorso due passi (erano passate due ore) di quelli mediante i quali essa compie il suo itinerario nel cielo, mentre il terzo passo (la terza ora) stava terminando il suo volo, quand’io, che sentivo il peso della mia carne, vinto dal sonno, mi coricai sull’erba là dove stavamo seduti già tutti e cinque (Dante, Virgilio, Nino Visconti, Corrado Malaspina, Sordello). Nell’ora in cui vicino al mattino la rondinella comincia i suoi dolrosi lamenti, forse ricordando le sue antiche sventure, quando la nostra mente, più libera dal peso della carne e meno presa dalle preoccupazioni, è quasi indovina del vero nei suoi sogni, mi pareva in sogno di vedere un’aquila con le penne dorate librata nel cielo con le ali aperte e pronta a calarsi; e mi pareva di essere là (sul monte Ida) dove da Ganimede furono abbandonati i suoi (compagni di caccia), quando fu portato nel concilio degli dei. Pensavo dentro di me: « Forse l’aquila si cala a ferire sempre in questo luogo per abitudine, e forse non si degna di portar su la preda con gli artigli da nessun altro luogo ».. Poi mi sembrava che, compiuti ampi giri nel cielo, si calasse giù terribile come un fulmine, e mi rapisse in alto fino alla sfera del fuoco. Giunti qui sembrava che ci incendiassimo; e a tal punto l’incendio, che pur era solo un sogno, mi bruciò, che fu necessario interrompere il sonno. Non diversamente Achille si risvegliò, volgendo in giro gli occhi ormai aperti senza sapere dove si trovasse, quando la madre (Teti) lo portò via di nascosto tra le sue braccia, mentre egli dormiva, sottraendolo a Chirone e portandolo a Sciro, da dove i Greci poi lo allontanarono (per Troia), da come mi rìsvegliai io, alIorché il sonno si allontanò dal mio volto, e impallidii, come fa un uomo quando, per uno spavento, si sente rabbrividire. Di fianco stava solo Virgilio, ed il sole era da più di due ore già alto sull’orizzonte (erano cioè passate le otto), e il mio sguardo era rivolto verso il mare. La mia guida disse: «Non aver paura, sta sicuro, perché noi siamo giunti ad un buon punto del nostro viaggio: non devi indebolire, ma rinvigorire le tue forze. Tu sei ormai giunto al purgatorio: vedi là il pendio praticabile che lo circonda tutto attorno; osserva l’entrata dove il pendio sembra quasi interrotto. Poco fa, durante l’alba che viene prima del giorno, quando la tua anima era insensibile alla realtà del mondo, sopra i fiori di cui quella valletta è tutta ornata, venne una donna, e disse: “Io sono Lucia: lasciatemi prendere questo uomo che dorme, così lo aiuterò nel suo cammino”. Rimasero lì Sordello e le altre nobili anime; Lucia ti prese, e quando si fece giorno, íncominciò a salire; e io seguii i suoi passi. Ti posò in questo luogo, ma prima i suoi begli occhi mi indicarono la fessura aperta nella roccia; poi Lucia se ne andò via assieme al tuo sonno ». Allo stesso modo in cui un uomo, prima dubbioso, si rassicura, e cambia la sua paura in fiduciosa attesa, una volta che gli è stata mostrata la verità (su ciò di cui dubitava), così io mi mutai; e quando il mio maestro vide che io ero senza alcuna preoccupazione, si mosse su per il pendio, ed io lo seguii verso l’alto. Lettore, tu t’accorgi che io tratto ora un argomento più solenne, e perciò non meravigliarti se io lo avvaloro con procedimenti artistici più raffinati. Noi ci avvicinammo (alla fessura), ed eravamo già ad un punto, per cui là dove prima mi appariva solo una fessura, proprio come un varco che divide le parti di un unico muro, mi fu possibile vedere una porta, e salire fino ad essa per tre gradini sotto, diversi tra loro quanto al colore, e un custode (un angelo) che ancora non parlava. E quando il mio occhio si fissò sempre più attento su di lui, vidi che sedeva sul gradino più alto, e che era talmente splendente nel volto che io non sopportai tanta luce; e aveva in mano una spada snudata, che rifletteva verso di noi i raggi del sole, così che io spesso indirizzavo invano i miei occhi verso di lui. Egli cominciò a dire: « Dal luogo dove siete dite: che cosa volete? e dov’è colui che vi accompagna? badate che il vostro salire non vi torni a danno ». Il mio maestro gli rispose: « Una donna del cielo (Lucia), esperta di queste cose, or non è molto ci disse: “Recatevi (andate) là: ivi è la porta”». L’angelo cortese ricominciò a parlare: « Ed ella vi faccia progredire nel cammino del bene: venite dunque fino a questi gradini ». Li raggiungemmo; ed il primo gradino era fatto di marmo bianco, così pulito e lucente, che io potei specchiarmi in esso proprio come appaio. Il secondo era più che scuro, addirittura nero, composto di una pietra non levigata ed arida, attraversata da fessure nella sua lunghezza e larghezza. Il terzo gradino, che si sovrappone con la massa del suo peso agli altri, mi sembrava di porfido dal color rosso fuoco, come fosse stato sangue sgorgante da una vena. Sopra quest’ultimo gradino stava saldamente appoggiato l’angelo di Dio, sedendo sulla soglia, che mi sembrava di diamante. La mia guida accompagnò me, ben disposto in questo, su per i tre gradini, dicendomi: « Con umiltà chiedi che si apra la serratura ». Mi gettai devotamente ai santi piedi dell’angelo: gli chiesi la grazia che mi aprisse, ma prima mi battei tre volte il petto. L’angelo mi disegnò cor la punta della spada sulla fronte sette P, e aggiunse: «Quando sarai dentro (il vero purgatorio), cerca di cancellare questi segni» La cenere o la terra secca che sia stata appena estratta dalla cava sarebbe dello stesso colore della veste dell’angelo; e da sotto di questa egli trasse fuori due chiavi. Una era d’oro e l’altra d’argento: prima con la chiave d’argento e poi con quella d’oro l’angelo fece sì, che io rimanessi contento (al veder aperta la porta). Egli ci disse: «Ogni volta che una di queste chiavi fallisce nel suo compito, così da non poter girare nella serratura, questa porta non si apre. L’una è più preziosa (cara: cioè quella dell’autorità divina); ma l’altra (quella d’argento) esige molta sapienza ed intuizione prima di riuscire ad aprire, perché essa (la chiave argentea) è proprio quella che scioglie il nodo del peccato. Io le ho ricevute in consegna da San Pietro; ed egli mi disse di sbagliare nell’aprire (con indulgenza) piuttosto che nel tener chiusa la porta (per eccesso di rigore), alla condizione che la gente si getti ai miei piedi (a richieder ciò con umiltà». Poi spinse l’uscio di quella sacra porta, dicendo: « Entrate; ma vi avviso che torna fuori colui che si volge a guardare indietro ». E quando gli spigoli di quella sacra porta, che sono di metallo, forti e sonori, furono volti sui cardini. non procurò un così stridente rumore e non si mostrò così dura ad aprirsi neppure la rupe Tarpea, quando (da Cesare) ne fu allontanato il custode, il buon Metello (per sottrarre il denaro del pubblico erario ivi custodito), per cui in seguito rimase priva (del tesoro custodito). Io prestai orecchio attento a quel primo rumore, e mi parve di udire « Te Deum laudamus » (l’inno ambrosiano del ringraziamento) con un canto misto a quel dolce suono. Ciò che udivo mi procurava esattamente l’impressione che si prova solitamente quando si canta in coro, quando le parole ora si capiscono ed ora no.

La concubina di Titone antico
già s’imbiancava al balco d’oriente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;                          3

di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;                                  6

e la notte, de’ passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov’eravamo,
e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale;                                  9

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
là ‘ve già tutti e cinque sedavamo.                                 12

Ne l’ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de’ suo’ primi guai,                             15

e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue vision quasi è divina,                                         18

in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa;                                    21

ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.                           24

Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede’.                             27

Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.                                   30

Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo ‘ncendio imaginato cosse,
che convenne che ‘l sonno si rompesse.                     33

Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si fosse,                                 36

quando la madre da Chirón a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro;                                         39

che mi scoss’io, sì come da la faccia
mi fuggì ‘l sonno, e diventa’ ismorto,
come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.                42

Dallato m’era solo il mio conforto,
e ‘l sole er’alto già più che due ore,
e ‘l viso m’era a la marina torto.                                      45

«Non aver tema», disse il mio segnore;
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore.                           48

Tu se’ omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che ‘l chiude dintorno;
vedi l’entrata là ‘ve par digiunto.                                      51

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
quando l’anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond’è là giù addorno                                    54

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via”.                                           57

Sordel rimase e l’altre genti forme;
ella ti tolse, e come ‘l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.                          60

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro».                       63

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,                                       66

mi cambia’ io; e come sanza cura
vide me ‘l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.                             69

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo.                                    72

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,                            75

vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch’ancor non facea motto.                          78

E come l’occhio più e più v’apersi,
vidil seder sovra ‘l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;                                81

e una spada nuda avea in mano,
che reflettea i raggi sì ver’ noi,
ch’io drizzava spesso il viso in vano.                              84

«Dite costinci: che volete voi?»,
cominciò elli a dire, «ov’è la scorta?
Guardate che ‘l venir sù non vi nòi». 87

«Donna del ciel, di queste cose accorta»,
rispuose ‘l mio maestro a lui, «pur dianzi
ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».                          90

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
ricominciò il cortese portinaio:
«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».                       93

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch’io mi specchiai in esso qual io paio.                        96

Era il secondo tinto più che perso,
d’una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.                                99

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante,
come sangue che fuor di vena spiccia.                        102

Sovra questo tenea ambo le piante
l’angel di Dio, sedendo in su la soglia,
che mi sembiava pietra di diamante.                           105

Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
umilemente che ‘l serrame scioglia».                         108

Divoto mi gittai a’ santi piedi;
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.                               111

Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e «Fa che lavi,
quando se’ dentro, queste piaghe», disse.                114

Cenere, o terra che secca si cavi,
d’un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.                             117

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.                               120

«Quandunque l’una d’este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa»,
diss’elli a noi, «non s’apre questa calla.                     123

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
perch’ella è quella che ‘l nodo digroppa.                     126

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».                           129

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi ‘n dietro si guata».                        132

E quando fuor ne’ cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,                                  135

non rugghiò sì né si mostrò sì acra
Tarpea, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.                               138

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
udire in voce mista al dolce suono.                               141

Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;

ch’or sì or no s’intendon le parole.                                145

Canto 10

Dopo che fummo oltre il limitare della porta, che l’amore degli uomini indirizzato male (malo amor: usato per il male dei prossimo o per i falsi beni) fa aprire raramente, perché (tale amore) fa apparire come buona una via sbagliata, mi accorsi dal suono che essa si richiudeva; e se io mi fossi voltato verso di lei, quale scusa sarebbe stata sufficiente per giustificare tale mio errore? Noi salivamo attraverso la roccia tagliata da un sentiero, che si protendeva ora a destra ora a sinistra, così come fa l’onda che ora fugge ed ora si avvicina alla riva. Il mio accompagnatore cominciò a dire: «Qui è necessario usare un po’ di accortezza, accostandoci ora da una parte, ora dall’altra alle rientranze del sentiero (al lato che si parte: per evitare le sporgenze)». Questo procedere rese corti i nostri passi, tanto che il disco diminuito (scemo: perché sono già passati quattro giorni dal plenilunio) della luna era giunto nuovamente all’orizzonte per tramontare, prima che noi uscissimo fuori di quel sentiero (cruna: stretto come una cruna d’ago): ma quando ci fummo liberati di quelle difficoltà e ci trovammo in luogo aperto, in alto, dove il monte si restringe in dentro formando un ripiano, essendo io stanco ed ambedue incerti sulla direzione da prendere, sostammo in un luogo piano privo di gente più che non sia una strada tracciata attraverso un deserto. (Questo ripiano) dalla sponda esterna confinante con il vuoto, fino all’inizio dell’alta montagna che continua a salire, misurerebbe tre volte il corpo umano (cioè da cinque a sei metri); e per quanto la mia vista poteva spaziare, sia a destra che a sinistra, la cornice mi sembrava sempre della stessa larghezza. I nostri piedi ancora non si erano mossi lassù, quando io mi accorsi che quella fascia inferiore della parete che era meno ripida (dritto di salita aveva manco: affinché potesse essere vista anche dai superbi che camminano curvi), era di marmo candido ed ornato di sculture così perfette, che non solo Policleto, ma anche la natura lì si vedrebbe superata. L’arcangelo Gabriele che scese sulla terra per annunciare la decisione divina della pace da molti anni chiesta dagli uomini con infinite lagrime, decisione che aperse il cielo (all’umanità) dopo un così lungo divieto (da quando Adamo ed Eva erano stati cacciati dal paradiso terrestre), Ma si sarebbe giurato che egli dicesse: « Ave! », perché lì era pure rappresentata Maria che aperse agli uomini l’amore divino; e c’erano realmente impresse (o perché veramente scritte, o perché sembrava, dal movimento delle labbra, che le stesse pronunciando) queste parole: «Ecco l’ancella del Signore », proprio come la figura del suggello si imprime nella cera. « Non guardare e meditare solo una rappresentazione » disse il dolce maestro, che mi teneva dalla parte del cuore (cioè alla sinistra). Perciò io mossi gli occhi, e dietro a Maria vidi, dalla parte in cui si trovava Virgilio, colui che mi guidava, un’altra storia intagliata nella roccia; per cui io passai oltre Virgilio, e mi avvicinai, affinché quella raffigurazione fosse tutta spiegata davanti ai miei occhi. Lì, sempre nel marmo, era intagliato il carro con i buoi, che tiravano l’arca santa, quell’arca per cui si teme di fare qualcosa che non ci sia stata ordinata. Davanti all’arca appariva della gente; e tutta quanta, divisa in sette schiere, (cantando) faceva dire ai miei due sensi (udito e vista), all’uno « No » (se si affidava al senso dell’udito), all’altro « Si, canta » (se si affidava a quello della vista). Allo stesso modo gli occhi ed il naso si fecero discordi nel rispondere l’uno di si (gli occhi) e l’altro di no (il naso) rispetto al fumo dell’incenso che vi era rappresentato. Nel bassorilievo Davide, umile salmista, stava davanti all’arca santa, con la veste rialzata mentre danzava, e in quel gesto era nello stesso tempo più e meno di un re. In faccia a Davide (di contra: dall’altra parte della scultura), rappresentata ad una finestra di un gran palazzo, Micol (figlia di Saul e prima moglie di Davide) guardava stupefatta come fa di solito una donna sprezzante e insofferente. lo mi mossi dal luogo dove mi trovavo, per guardare da vicino un’altra storia, che al di là della figura di Micol mi attraeva con il suo bianco. Vi era raffigurato il grande fatto glorioso del principe romano, il quale con la sua giustizia mosse papa Gregorio Magno alla sua grande vittoria (sulla morte e sull’inferno); parlo dell’imperatore Traiano; e vicino al freno del suo cavallo era raffigurata una povera vedova in atteggiamento di pianto e di dolore, Lo spazio intorno a Traiano sembrava affollato e pieno di cavalieri, mentre le aquile nere in campo d’oro visibilmente si muovevano al vento sopra la gente accalcata. La povera donna in mezzo a tanta e così importante gente sembrava dire: « Signore, fa giustizia per mio figlio che è stato ucciso, per la qual cosa sono così addolorata ». E l’imperatore le rispondeva: « Ora aspetta finché io ritorni ». E la donna aggiungeva, come una persona nella quale il dolore incalza: « Mio signore, e se tu non tornassi? » E l’imperatore: « Chi sarà al mio posto, porterà a termine la vendetta per te ». Ed ella: « Il bene compiuto dagli altri che vantaggio ti darà’, se trascuri di compiere il tuo dovere?». Per cui l’imperatore: « Confortati dunque; è giusto che io assolva il mio dovere prima di muovermi alla guerra: la giustizia vuole (che io mi comporti così ) e la pietà mi trattiene (dal partire prima di aver fatta giustizia)». Dio per il quale nessuna cosa, è mai nuova (perché le contempla dall’eternìtà) fu l’autore di queste sculture che sembrano parlare, con un procedimento artistico che sembra agli uomini straordinario perché non si trova nelle opere umane. Mentre io godevo nel guardare le raffigurazioni di atti di così grande umiltà, che mi riuscivano care a vedersi perché erano opera diretta di Dio, il poeta mormorava: «Ecco da sinistra, molte anime, che però procedono lentamente: esse ci indicheranno la strada per raggiungere gli alti gironi ». I miei occhi che erano appagati nell’ammirare le sculture, s’affrettarono a volgersi verso Virgilio, per poter vedere ciò che di nuovo si presentava, di cui sono sempre desiderosi. Non voglio però, lettore, che tu ti distolga da ogni tuo buon proponimento nell’udire come Dio ha voluto che si paghi il debito (contratto col peccato). Tu non devi badare alla qualità della pena: devi invece pensare a ciò che seguirà (la succession: cioè la beatitudine dopo questo periodo di punizione); devi pensare che nella peggiore delle ipotesi, tale pena non può protrarsi oltre il giudizio universale Io cominciai a dire: « Maestro, quelli che io vedo muoversi verso di noi, non mi sembrano persone, e non so che cosa siano, tanto confusa è l’impressione che riceve la mia vista ». E Virgilio mi rispose: « La grave condizione della loro pena li piega a terra come fossero rannicchiati, così che anche i miei occhi in un primo momento diedero luogo ad un contrastante giudizio (tencione: se cioè si trattasse veramente di uomini o no). Ma guarda fissamente verso quel punto, e con la vista sforzati di distinguere ciò che cammina a fatica sotto quei massi: già puoi scorgere che ciascuno di loro (con le ginocchia) si percuote il petto. O superbi cristiani, poveri infelici, che, privi della capacità di ben discernere, avete fiducia solo nei vostri passi che (invece di farvì avanzare) vi portano indietro, non v’accorgete che noi uomini siamo come bruchi destinati a mutare! nell’angelica creatura (angelica farfalla: cioè l’anima, che partecipa della natura spirituale degli angeli), che deve volare fino alla giustizia divina senza alcuna possibilità di riparo (sanza schermi: senza il sostegno di nessun bene umano)? Di che s’insuperbisce il vostro animo, dal momento che siete come insetti ancora imperfetti, così come bruchi in cui manchi la completa formazione? Come talvolta si vede, a sostegno del soffitto o del tetto, una figura che ad uso di mensola congiunge le ginocchia al petto (piegata sotto quel grave carico), la quale fa nascere in chi la vede un vero dolore per un fatto in sé non vero (del non ver, in quanto è solo rappresentato); così io, quando guardai meglio vidi quei penitenti così piegati. Tuttavia essi erano più o meno piegati a seconda che avessero un peso più o meno grave addosso; e colui che nell’atteggiamento pareva più rassegnato, sembrava dire tra le lagrime: “Non ne posso più”.

Poi fummo dentro al soglio de la porta
che ‘l mal amor de l’anime disusa,
perché fa parer dritta la via torta,                                      3

sonando la senti’ esser richiusa;
e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?                              6

Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d’una e d’altra parte,
sì come l’onda che fugge e s’appressa.                        9

«Qui si conviene usare un poco d’arte»,
cominciò ‘l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte».                       12

E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,                                 15

che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,                                18

io stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti.                                  21

Da la sua sponda, ove confina il vano,
al piè de l’alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;                      24

e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.                                     27

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
quand’io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,                                     30

esser di marmo candido e addorno
d’intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno.                                       33

L’angel che venne in terra col decreto
de la molt’anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,                           36

dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.                            39

Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
perché iv’era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;                          42

e avea in atto impressa esta favella
‘Ecce ancilla Dei’, propriamente
come figura in cera si suggella.                                     45

«Non tener pur ad un loco la mente»,
disse ‘l dolce maestro, che m’avea
da quella parte onde ‘l cuore ha la gente.                    48

Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m’era colui che mi movea,                                     51

un’altra storia ne la roccia imposta;
per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
acciò che fosse a li occhi miei disposta.                       54

Era intagliato lì nel marmo stesso
lo carro e ‘ buoi, traendo l’arca santa,
per che si teme officio non commesso.                        57

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
faceva dir l’un «No», l’altro «Sì, canta».                         60

Similemente al fummo de li ‘ncensi
che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso
e al sì e al no discordi fensi.                                            63

Lì precedeva al benedetto vaso,
trescando alzato, l’umile salmista,
e più e men che re era in quel caso.                              66

Di contra, effigiata ad una vista
d’un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e trista.                                 69

I’ mossi i piè del loco dov’io stava,
per avvisar da presso un’altra istoria,
che di dietro a Micòl mi biancheggiava.                         72

Quiv’era storiata l’alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;                          75

i’ dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.                                    78

Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’essi in vista al vento si movieno.                            81

La miserella intra tutti costoro
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro»;                84

ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s’affretta,                              87

«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’io,
la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?»;                             90

ond’elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene».                                    93

Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova.                             96

Mentr’io mi dilettava di guardare
l’imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,                                    99

«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
mormorava il poeta, «molte genti:
questi ne ‘nvieranno a li alti gradi».                              102

Li occhi miei ch’a mirare eran contenti
per veder novitadi ond’e’ son vaghi,
volgendosi ver’ lui non furon lenti.                                 105

Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che ‘l debito si paghi.                            108

Non attender la forma del martìre:
pensa la succession; pensa ch’al peggio,
oltre la gran sentenza non può ire.                                111

Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel veder vaneggio».                          114

Ed elli a me: «La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ‘ miei occhi pria n’ebber tencione.                     117

Ma guarda fiso là, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi come ciascun si picchia».                120

O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi,                                      123

non v’accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?                         126

Di che l’animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?                          129

Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,                           132

la qual fa del non ver vera rancura
nascere ‘n chi la vede; così fatti
vid’io color, quando puosi ben cura.                             135

Vero è che più e meno eran contratti
secondo ch’avien più e meno a dosso;
e qual più pazienza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.                     139

Canto 11

«Padre nostro, che stai nel cielo, non perché limitato da questo, ma per il maggiore amore che tu nutri per i cieli e gli angeli (primi effetti di là su: le prime opere create dà Dio), il tuo nome e la tua potenza siano oggetto di lode da parte di tutte le creature, così come è giusto rendere grazie al tuo amoroso spirito. Ci sia concessa la pace del tuo regno, perché noi con le nostre sole forze, per quanto ci adoperiamo, non possiamo pervenire ad essa, se non ci viene incontro. Come i tuoi angeli sottomettono a te la loro volontà, acclamandoti, così siano pronti a fare gli uomini della loro. Donaci oggi la grazia divina, senza la quale retrocede colui che più si sforza di procedere attraverso le difficoltà del mondo, E come noi perdoniamo a ciascun nostro nemico il male che abbiamo ricevuto, anche tu perdona a noi con misericordia, senza guardare i nostri meriti insufficienti. Non mettere alla prova la nostra forza che facilmente si abbatte, con le tentazioni del demonio, ma liberala da lui che con tanta insistenza la spìnge (al male). L’ultima parte della preghiera, o dolce Signore, non è più fatta per noi, dal momento che essa per noi non è più necessaria, ma per coloro che abbiamo lasciato sulla terra.» Così quelle ombre innalzando una preghiera di buon augurio per sé e per gli uomini, procedevano sotto il peso dei massi, peso simile a quello che talvolta ci opprime nell’incubo di un sogno, girando tutte intorno al monte lungo la prima cornice, travagliate in modo diverso (disparmente: secondo la gravità del peccato) e sfinite, purificandosi delle brutture del peccato. Se nel purgatorio pregano sempre per noi, quali preghiere e quali opere si potrebbero fare nel mondo per le anime penitenti da parte di coloro la cui volontà di suffragio nasce da un cuore in grazia di Dio? E’ giusto aiutarle a cancellare le macchie di peccato che hanno portato dal mondo, in modo che, purificate e prive di peccato, possano salire al cielo. « Possano la giustizia e la misericordia liberarvi presto dal peso, in modo che possiate iniziare il volo, che vi innalzi dove desiderate, (in nome di questo augurio) indicateci da quale parte si giunge prima alla scala (che porta al secondo girone); e se esistono più passaggi, mostrateci quello che sale meno ripido, perché questo che procede con me, a causa del peso del corpo di cui è rivestito, è lento nel salire, di contro al suo desiderio.» Le parole, che risposero a quanto aveva detto la mia guida, non si capì da quale anima fossero pronunciate; ma si dìsse: « Seguiteci a destra lungo la parete, e troverete il passaggio che può essere salito da un vivente. E se io non fossi impedito dal masso che piega il mio capo superbo, per cui sono costretto a tenere il viso abbassato, guarderei costui, che è ancora vivo e non ha detto il proprio nome, per vedere se lo conosco, e per ispirargli pietà di questo peso. Io fui italiano e fui figlio di un grande toscano: mio padre fu Guglielmo Aldobrandesco; non so se il suo nome sia mai arrivato alle vostre orecchie. L’antichità della mia famiglia e le azioni illustri dei miei antenati mi resero così superbo, che, non pensando che unica è la madre di tutti, la terra, disprezzai a tal punto il mio prossimo, che ciò fu causa della mia morte; e come essa avvenne, lo sanno i Senesi e a Campagnatico lo sa ogni essere parlante. Sono Omberto; e la superbia ha recato danno non solo a me, perché essa ha trascinato con sé nel male (in vita e dopo la morte) tutti i miei consanguinei (consorti: nel significato medievale di membri di famiglie provenienti dallo stesso ceppo). Ed è necessario che io qui porti questo peso a causa della superbia, fin tanto che la giustizia divina abbia ricevuto soddisfazione, qui tra i morti, dal momento che non l’ho fatto mentre ero vivo ». Per ascoltare abbassai il viso; e una di quelle anime, non quella che parlava, si torse sotto il peso che le opprimeva, e mi vide e mi riconobbe e mi chiamò per nome, tenendo faticosamente fissi gli occhi su di me che procedevo con loro tutto chinato. « Oh! » gli dissi, « non sei Oderisi, il vanto di Gubbio e il vanto di quell’arte che a Parigi è chiamata illuminare (alluminar: miniare) ? » « Fratello », mi rispose « sono più belle le opere che dipinge il bolognese Franco: la gloria ora è tutta sua, e a me ne resta solo una parte. Certamente, mentre ero in vita, (nell’ammettere la superiorità di un altro) non sarei stato così generoso, a causa del grande desiderio di eccellenza al quale il mio animo era tutto rivolto. Qui si sconta la pena di questa superbia; e non mi troverei neppure qui (sarei ancora nell’antipurgatorio), se non fosse che mi pentii, mentre (essendo in vita) potevo ancora peccare. Oh quanto è vana la gloria dell’umano valore! quanto poco tempo resta rigogliosa sulla cima del suo albero, se non è seguita da un periodo di decadenza! Cimabue credette di essere senza rivali nella pittura, ed ora è di Giotto tutta la fama, cosicché la sua è oscurata: così Guido Cavalcanti ha strappato a Guido Guinizelli il primato nell’uso della lingua volgare; e forse è nato chi oscurerà la loro fama. La gloria umana non è altro che un soffio di vento, che ora spira da una parte ed ora spira dall’altra, e cambia nome ogni volta chi cambia direzione. Quale fama più grande avrai, se muori vecchio, di quella che avresti se fossi morto prima.di abbandonare il linguaggio dei bimbi (il pappo e il dindì rappresentano la storpiatura infantile di « Pane » e « moneta »), prima che siano trascorsi mille anni? perché (mille anni) rispetto all’eternità costituiscono un periodo di tempo più breve di un battito di ciglia rispetto al movimento del cielo che ruota più lentamente degli altri (al cerchio che più tardi in cielo è torto: il cielo delle stelle fisse che impiega 360 secoli a compiere la sua rivoluzione). Colui che cammina a passi così brevi davanti a me, fece risuonare del suo nome tutta la Toscana; ed ora a malapena è ricordato a Siena, della quale era signore quando venne distrutta la baldanza fiorentina, che a quel tempo fu superba così come ora è avvilita. La vostra fama è come il colore dell’erba, che appare e scompare, e viene seccata dal sole ad opera del quale esce dalla terra ancora immatura.» Ed io gli dissi: « Le tue veraci parole mi infondono un sentimento di buona umiltà, e appianano il mio animo gonfio di grande superbia: ma chi è colui del quale ora stavi parlando? » « Quello » disse « è Provenzano Salvani; e si trova qui perché ebbe la superba presunzione di impadronirsi di tutta Siena. Così curvo ha camminato e cammina. senza riposo, dal momento in cui è morto: tale pena deve pagare chi nel mondo ha troppo presunto di sé.» Ed io: « Se l’anima che aspetta, prima di pentirsi l’ultimo istante di vita, resta qui sotto (nell’antipurgatorio) e non può salire il monte se non l’aiuta la preghiera di un cuore in grazia di Dio, prima che sia passato tanto tempo quanto visse, per quale motivo a Provenzano fu concesso di accedere (al purgatorio vero e proprio) ? » « Quando era nel momento più glorioso della sua vita » disse, « messo da parte ogni sentimento di vergogna, di sua spontanea volontà si piantò sulla piazza del Campo di Siena (la più importante piazza della città); e lì, per liberare un suo amico dalla pena che soffriva nelle prigioni di Carlo d’Angiò, si ridusse (a mendicare) tremando (per l’umiliazione) in ogni fibra. Non ti dirò altre cose, e so che le mie parole sono oscure; ma passerà poco tempo, che i tuoi concittadini ti metteranno in condizione di poter in terpretare le mie parole. Questa azione gli evitò la sosta nel l’antipurgatorio (li tolse queí confini).»

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai, 
non circunscritto, ma per più amore 
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,                                        3

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore 
da ogni creatura, com’è degno 
di render grazie al tuo dolce vapore.                               6

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, 
ché noi ad essa non potem da noi, 
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.                       9

Come del suo voler li angeli tuoi 
fan sacrificio a te, cantando osanna
così facciano li uomini de’ suoi.                                     12

Dà oggi a noi la cotidiana manna, 
sanza la qual per questo aspro diserto 
a retro va chi più di gir s’affanna.                                    15

E come noi lo mal ch’avem sofferto 
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona 
benigno, e non guardar lo nostro merto.                      18

Nostra virtù che di legger s’adona, 
non spermentar con l’antico avversaro, 
ma libera da lui che sì la sprona.                                   21

Quest’ultima preghiera, segnor caro, 
già non si fa per noi, ché non bisogna, 
ma per color che dietro a noi restaro».                         24

Così a sé e noi buona ramogna 
quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo, 
simile a quel che tal volta si sogna,                               27

disparmente angosciate tutte a tondo 
e lasse su per la prima cornice, 
purgando la caligine del mondo.                                    30

Se di là sempre ben per noi si dice, 
di qua che dire e far per lor si puote 
da quei ch’hanno al voler buona radice?                      33

Ben si de’ loro atar lavar le note 
che portar quinci, sì che, mondi e lievi, 
possano uscire a le stellate ruote.                                 36

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi 
tosto, sì che possiate muover l’ala, 
che secondo il disio vostro vi lievi,                                 39

mostrate da qual mano inver’ la scala 
si va più corto; e se c’è più d’un varco, 
quel ne ‘nsegnate che men erto cala;                           42

ché questi che vien meco, per lo ‘ncarco 
de la carne d’Adamo onde si veste, 
al montar sù, contra sua voglia, è parco».                    45

Le lor parole, che rendero a queste 
che dette avea colui cu’ io seguiva, 
non fur da cui venisser manifeste;                                 48

ma fu detto: «A man destra per la riva 
con noi venite, e troverete il passo 
possibile a salir persona viva.                                         51

E s’io non fossi impedito dal sasso 
che la cervice mia superba doma, 
onde portar convienmi il viso basso,                             54

cotesti, ch’ancor vive e non si noma, 
guardere’ io, per veder s’i’ ‘l conosco, 
e per farlo pietoso a questa soma.                                57

Io fui latino e nato d’un gran Tosco: 
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; 
non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.                      60

L’antico sangue e l’opere leggiadre 
d’i miei maggior mi fer sì arrogante, 
che, non pensando a la comune madre,                      63

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante, 
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, 
e sallo in Campagnatico ogne fante.                             66

Io sono Omberto; e non pur a me danno 
superbia fa, ché tutti miei consorti 
ha ella tratti seco nel malanno.                                       69

E qui convien ch’io questo peso porti 
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, 
poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti».                         72

Ascoltando chinai in giù la faccia; 
e un di lor, non questi che parlava, 
si torse sotto il peso che li ‘mpaccia,                            75

e videmi e conobbemi e chiamava, 
tenendo li occhi con fatica fisi 
a me che tutto chin con loro andava.                             78

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi, 
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte 
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».                             81

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte 
che pennelleggia Franco Bolognese; 
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.                             84

Ben non sare’ io stato sì cortese 
mentre ch’io vissi, per lo gran disio 
de l’eccellenza ove mio core intese.                              87

Di tal superbia qui si paga il fio; 
e ancor non sarei qui, se non fosse 
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.                          90

Oh vana gloria de l’umane posse! 
com’poco verde in su la cima dura, 
se non è giunta da l’etati grosse!                                   93

Credette Cimabue ne la pittura 
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, 
sì che la fama di colui è scura:                                       96

così ha tolto l’uno a l’altro Guido 
la gloria de la lingua; e forse è nato 
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.                                 99

Non è il mondan romore altro ch’un fiato 
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, 
e muta nome perché muta lato.                                    102

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi 
da te la carne, che se fossi morto 
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,                   105

pria che passin mill’anni? ch’è più corto 
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia 
al cerchio che più tardi in cielo è torto.                         108

Colui che del cammin sì poco piglia 
dinanzi a me, Toscana sonò tutta; 
e ora a pena in Siena sen pispiglia,                             111

ond’era sire quando fu distrutta 
la rabbia fiorentina, che superba 
fu a quel tempo sì com’ora è putta.                               114

La vostra nominanza è color d’erba, 
che viene e va, e quei la discolora 
per cui ella esce de la terra acerba».                            117

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora 
bona umiltà, e gran tumor m’appiani; 
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».                            120

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; 
ed è qui perché fu presuntuoso 
a recar Siena tutta a le sue mani.                                  123

Ito è così e va, sanza riposo, 
poi che morì; cotal moneta rende 
a sodisfar chi è di là troppo oso».                                 126

E io: «Se quello spirito ch’attende, 
pria che si penta, l’orlo de la vita, 
qua giù dimora e qua sù non ascende,                       129

se buona orazion lui non aita, 
prima che passi tempo quanto visse, 
come fu la venuta lui largita?».                                      132

«Quando vivea più glorioso», disse, 
«liberamente nel Campo di Siena, 
ogne vergogna diposta, s’affisse;                                 135

e lì, per trar l’amico suo di pena 
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, 
si condusse a tremar per ogne vena.                           138

Più non dirò, e scuro so che parlo; 
ma poco tempo andrà, che ‘ tuoi vicini 
faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini».                                 142

Canto 12

Io camminavo con Oderisi oppresso dal peso, curvo come lui, come procedono i buoi aggiogati, finché lo permise il mio dolce maestro; ma quando disse: «Lascia i superbi e procedi oltre, perché nel purgatorio è necessario che ciascuno, quanto più può, con ogni mezzo porti avanti la sua barca (cioè il suo cammino)», mi raddrizzai nella persona così come si deve fare per camminare, sebbene i miei pensieri continuassero a restare umili e privi del turgore della superbia. Io mi ero incamminato, e seguivo con gioia i passi della mia guida, ed entrambi già mostravamo (camminando spediti) quanto eravamo privi di ogni peso; ed egli mi disse: «Abbassa gli occhi a terra: ti sarà utile, per distrarti dalla fatica del cammino, osservare il pavimento sul quale appoggi i piedi », Come le pietre sepolcrali a livello del suolo, per ricordare i morti, recano effigiato quello che il sepolto era prima di morire, per cui lì si torna spesso a piangerlo per la fitta dolorosa del ricordo, il quale però fa soffrire (dà delle calcagne: come il cavaliere pungola il cavallo con il calcagno che porta lo sprone) solo gli animi pietosi, allo stesso modo io potei lì osservare coperto di sculture, ma con un migliore risultato rispetto all’esecuzione artistica, tutto il piano che sporge dal monte per servire da strada. Vedevo da una parte della via Lucifero, che fu creato più perfetto di ogni altra creatura, precipitare dal cielo come una folgore. Vedevo dall’altra parte Briareo, trafitto dalla freccia divina, giacere, gravando sulla terra con il suo corpo senza vita. Vedevo Timbreo, vedevo Pallade e Marte, ancora con le armi in mano, guardare, stando intorno a Giove, i corpi dei giganti sparsi sul campo di battaglia. Vedevo Nembrot stare come smarrito ai piedi della grande torre, e osservare coloro che a Sennaar ebbero la sua stessa superbia. O Niobe, con quali occhi pieni di dolore io ti vedevo raffigurata sulla via, tra i tuoi quattordici figli morti! O Saul, come qui apparivi morto, ucciso dalla tua stessa spada a Gelboè, che dopo questo fatto non ebbe più il dono della pioggia e della rugiada! O folle Aracne, così io ti vedevo gìà diventata ragno per metà, (giacere) angosciata sui resti della tela che era stata da te tessuta per il tuo male. O Roboamo, davvero qui la tua figura non sembra più minacciare; ma un carro la trasporta piena di spavento, senza che alcuno la insegua. Il pavimento di marmo mostrava ancora come Almeone fece sembrare pagata a caro prezzo (perché pagata con la morte) a sua madre la infausta collana. Mostrava come i figli si gettarono su Sennacherib all’interno del tempio, e come lo abbandonarono lì morto. Mostrava la strage dell’esercito e il crudele scempio del cadavere di Ciro che fece Tamiri, quando gli disse: « Fosti assetato di sangue, ed io ti sazio di sangue ». Mostrava come gli Assiri fuggirono sconfitti, dopo la morte di Oloferne, e (mostrava) anche i resti dello scempio fatto (relíquie del martiro: cioè il cadavere decapitato di Oloferne). Vedevo Troia ridotta in cenere e in rovine: o rocca di Ilio, come ti presentava distrutta e degna di derisione la raffigurazione che lì si vedeva! Quale pittore o quale disegnatore ci fu mai che sapesse ritrarre l’aspetto e i contorni delle figure, che in quelle immagini desterebbero l’ammirazione anche dell’intenditore più raffinato? I morti apparivano veramente morti e i vivi veramente vivi: colui che vide realmente quei fatti non vide meglio di me tutto quanto io calcai con i miei piedi, finché procedetti a capo chino. Ora insuperbitevi, e continuate pure a camminare a testa alta, o figli d’Eva, e cercate di non meditare in modo da vedere la strada sbagliata che seguite! Avevamo già percorso una parte del monte e avevamo speso una parte di tempo più grandi di quanto pensasse il mio animo intento (ad osservare i bassorilievi), quando Virgilio che procedeva attento a guardare sempre davanti a sé, disse: « Solleva il capo; non bisogna più camminare così assorto. Osserva da quella parte un angelo che si accinge a venire verso di noi; vedi che l’ora sesta se ne torna dopo aver prestato il suo servizio al giorno. Prepara il tuo volto e il tuo atteggiamento a un sentimento di riverenza, in modo che all’angelo piaccia permetterci di salire; pensa che questo tempo non tornerà più! » Io ero talmente abituato ai suoi continui ammonimenti intorno alla necessità di non perdere il tempo, che su questo argomento non mi poteva più parlare in modo oscuro. Veniva verso di noi la bella creatura, vestita di bianco e (cosi splendente) nel volto come appare scintifiando la stella del mattino (Venere). Aperse le braccia, e poi aperse le ali: disse: « Venite: qui vicino ci sono i gradini della scala, e ormai si può salire facilmente (dopo aver eliminato il peccato della superbia) ». Pochissime anime rispondono a questo invito: o uomini, creati per volare in alto, perché vi abbattete così anche davanti a poche tentazioni? Ci condusse dove la roccia presentava un passaggio: qui batté con le ali la mia fronte; poi mi promise che il cammino sarebbe stato libero da impedimenti. Come dalla parte destra, per salire al monte dove si trova la chiesa che domina Firenze (la ben guidata: detto in senso ironico) dalla parte del ponte di Rubaconte, l’ardito slancio della salita viene interrotto per mezzo di una scalinata che si fece in un tempo in cui i registri pubblici e le pubbliche misure di capacità non venivano falsificati, allo stesso modo diventa più agevole il pendio che qui scende ripidissimo dal girone superiore; ma (la scala è così stretta che) dall’una e dall’altra parte l’alta parete rocciosa sfiora (chi sale). Mentre noi ci volgevamo verso quella scala, una voce cantò « Beati i poveri in spirito! » con tale dolcezza, che non si potrebbe esprirnerla con nessuna parola umana. Ah quanto sono diverse queste entrate da quelle infernali! perché in queste si procede accompagnati da canti, e in quelle da gemiti di dolore e di ira. Già noi stavamo salendo lungo i santi gradini, e mi pareva di essere molto più leggiero di quanto non mi sembrava (di esserlo) prima nella parte piana del girone. Per questo dissi: « Maestro, spiegami, quale peso mi è stato tolto, che quasi non avverto alcuna fatica, mentre procedo?» Rispose: « Quando i P che sono rimasti ancora sulla tua fronte, anche se quasi svaniti, saranno completamente cancellati come (lo è stato) il primo, i tuoi piedi saranno così guidati dalla tua buona volontà, che non solo non sentiranno più fatica, ma sarà per loro una gioia essere spinti a salire », Allora mi comportai come coloro che camminano portando in testa qualcosa senza saperlo, finché i gesti degli altri li mettono in sospetto; per cui la mano si sforza di accertarlo, e cerca e trova e compie la funzione che non si può esercitare con la vista; e con le dita della mano destra allargate costatai che erano solo sei i segni che l’angelo portiere mi aveva inciso sulla fronte: Virgilio sorrise vedendo il mio gesto.

Di pari, come buoi che vanno a giogo, 
m’andava io con quell’anima carca, 
fin che ‘l sofferse il dolce pedagogo.                              3

Ma quando disse: «Lascia lui e varca; 
ché qui è buono con l’ali e coi remi, 
quantunque può, ciascun pinger sua barca»;              6

dritto sì come andar vuolsi rife’mi 
con la persona, avvegna che i pensieri 
mi rimanessero e chinati e scemi.                                 9

Io m’era mosso, e seguia volontieri 
del mio maestro i passi, e amendue 
già mostravam com’eravam leggeri;                             12

ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: 
buon ti sarà, per tranquillar la via, 
veder lo letto de le piante tue».                                        15

Come, perché di lor memoria sia, 
sovra i sepolti le tombe terragne 
portan segnato quel ch’elli eran pria,                             18

onde lì molte volte si ripiagne 
per la puntura de la rimembranza, 
che solo a’ pii dà de le calcagne;                                    21

sì vid’io lì, ma di miglior sembianza 
secondo l’artificio, figurato 
quanto per via di fuor del monte avanza.                       24

Vedea colui che fu nobil creato 
più ch’altra creatura, giù dal cielo 
folgoreggiando scender, da l’un lato.                            27

Vedea Briareo, fitto dal telo 
celestial giacer, da l’altra parte, 
grave a la terra per lo mortal gelo.                                 30

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, 
armati ancora, intorno al padre loro, 
mirar le membra d’i Giganti sparte.                               33

Vedea Nembròt a piè del gran lavoro 
quasi smarrito, e riguardar le genti 
che ‘n Sennaàr con lui superbi fuoro.                            36

O Niobè, con che occhi dolenti 
vedea io te segnata in su la strada, 
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!                                39

O Saùl, come in su la propria spada 
quivi parevi morto in Gelboè, 
che poi non sentì pioggia né rugiada!                           42

O folle Aragne, sì vedea io te 
già mezza ragna, trista in su li stracci 
de l’opera che mal per te si fé.                                        45

O Roboàm, già non par che minacci 
quivi ‘l tuo segno; ma pien di spavento 
nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.                       48

Mostrava ancor lo duro pavimento 
come Almeon a sua madre fé caro 
parer lo sventurato addornamento.                                51

Mostrava come i figli si gittaro 
sovra Sennacherìb dentro dal tempio, 
e come, morto lui, quivi il lasciaro.                                 54

Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio 
che fé Tamiri, quando disse a Ciro: 
«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».                     57

Mostrava come in rotta si fuggiro 
li Assiri, poi che fu morto Oloferne, 
e anche le reliquie del martiro.                                       60

Vedeva Troia in cenere e in caverne; 
o Ilión, come te basso e vile 
mostrava il segno che lì si discerne!                             63

Qual di pennel fu maestro o di stile 
che ritraesse l’ombre e’ tratti ch’ivi 
mirar farieno uno ingegno sottile?                                 66

Morti li morti e i vivi parean vivi: 
non vide mei di me chi vide il vero, 
quant’io calcai, fin che chinato givi.                                69

Or superbite, e via col viso altero, 
figliuoli d’Eva, e non chinate il volto 
sì che veggiate il vostro mal sentero!                             72

Più era già per noi del monte vòlto 
e del cammin del sole assai più speso 
che non stimava l’animo non sciolto,                            75

quando colui che sempre innanzi atteso 
andava, cominciò: «Drizza la testa; 
non è più tempo di gir sì sospeso.                                 78

Vedi colà un angel che s’appresta 
per venir verso noi; vedi che torna 
dal servigio del dì l’ancella sesta.                                  81

Di reverenza il viso e li atti addorna, 
sì che i diletti lo ‘nviarci in suso; 
pensa che questo dì mai non raggiorna!».                   84

Io era ben del suo ammonir uso 
pur di non perder tempo, sì che ‘n quella 
materia non potea parlarmi chiuso.                               87

A noi venìa la creatura bella, 
biancovestito e ne la faccia quale 
par tremolando mattutina stella.                                     90

Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; 
disse: «Venite: qui son presso i gradi, 
e agevolemente omai si sale.                                         93

A questo invito vegnon molto radi: 
o gente umana, per volar sù nata, 
perché a poco vento così cadi?».                                   96

Menocci ove la roccia era tagliata; 
quivi mi batté l’ali per la fronte; 
poi mi promise sicura l’andata.                                      99

Come a man destra, per salire al monte 
dove siede la chiesa che soggioga 
la ben guidata sopra Rubaconte,                                  102

si rompe del montar l’ardita foga 
per le scalee che si fero ad etade 
ch’era sicuro il quaderno e la doga;                              105

così s’allenta la ripa che cade 
quivi ben ratta da l’altro girone; 
ma quinci e quindi l’alta pietra rade.                             108

Noi volgendo ivi le nostre persone, 
Beati pauperes spiritu!’ voci 
cantaron sì, che nol diria sermone.                               111

Ahi quanto son diverse quelle foci 
da l’infernali! ché quivi per canti 
s’entra, e là giù per lamenti feroci.                                 114

Già montavam su per li scaglion santi, 
ed esser mi parea troppo più lieve 
che per lo pian non mi parea davanti.                           117

Ond’io: «Maestro, dì, qual cosa greve 
levata s’è da me, che nulla quasi 
per me fatica, andando, si riceve?».                             120

Rispuose: «Quando i P che son rimasi 
ancor nel volto tuo presso che stinti, 
saranno, com’è l’un, del tutto rasi,                                123

fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, 
che non pur non fatica sentiranno, 
ma fia diletto loro esser sù pinti».                                 126

Allor fec’io come color che vanno 
con cosa in capo non da lor saputa, 
se non che ‘ cenni altrui sospecciar fanno;                 129

per che la mano ad accertar s’aiuta, 
e cerca e truova e quello officio adempie 
che non si può fornir per la veduta;                               132

e con le dita de la destra scempie 
trovai pur sei le lettere che ‘ncise 
quel da le chiavi a me sovra le tempie: 
a che guardando, il mio duca sorrise.                         136

Canto 13

«Eravamo giunti al termine della scala (che porta al secondo girone), dove viene tagliato per la seconda volta il monte che purifica dal male chi lo ascende lì una (seconda) cornice cinge tutt’intorno il monte, così come la prima; salvo che la sua curvatura (poiché la montagna si restringe man mano verso l’alto) è più stretta. Qui non appaiono anime né figurazioni scolpite; si mostrano la parete e il piano nudo e liscio col colore livido della pietra. « Se qui aspettiamo le anime per chiedere informazioni » osservava Virgilio, « io temo che forse la nostra scelta della via tarderà troppo. » Poi rivolse intento lo sguardo verso il sole; (per volgersi a destra dove si trovava il sole, essendo già passato mezzogiorno) fece perno sul suo fianco destro, e fece girare il fianco sinistro. « O dolce luce nella quale fidando io procedo nella nuova strada, guidaci » diceva Virgilio « come è necessario guidare in questo girone. Tu riscaldi il mondo, tu risplendi sopra di esso: se un altro motivo non spinge a seguire una via contraria, i tuoi raggi devono essere sempre di guida.» Avevamo già percorso nel girone tanto spazio, quanto nel mondo si calcola per un miglio, in breve tempo, grazie al nostro ardente desiderio, quando si sentirono volare verso di noi, ma non si videro, degli spiriti che pronunciavano cortesi inviti alla carità. La prima voce che passò volando pronunciò in tono alto « Non hanno vino », e passando oltre noi continuò a ripetere quelle parole. E prima che non si udisse più per il fatto che si allontanava, un’altra voce passò gridando « Io sono Oreste », e anche questa non si arrestò. « Oh! » dissi, « padre mio, che voci sono queste? » E non appena ebbi fatto questa domanda, ecco la terza voce che diceva: « Amate coloro dai quali avete ricevuto il male ». E il valente maestro: « Questo girone punisce il peccato d’invidia, e perciò le corde di cui è fatta la sferza che punisce (le corde della ferza: cioè gli esempi) sono vibrate dall’amore. Il freno (cioè l’esempio per non cadere nel peccato) deve essere di contenuto opposto al peccato: a mio giudizio, penso che udrai questo esempio prima di giungere alla scala che porta al terzo girone (al passo del perdono: dove sarà perdonato il peccato d’invidia). Ma ficca lo sguardo con attenzione attraverso l’aria, e vedrai un gruppo di anime sedere davanti a noi, e ciascuna è appoggiata alla roccia». Allora osservai con maggior attenzione; guardai davanti a me, e vidi anime ricoperte di manti dello stesso colore della pietra. E quando ci fummo portati un poco più avanti, udii gridare: « Maria, prega per noi! »; udii gridare « Michele » e « Pietro », e « Tutti i santi ». Gli invidiosi recitano le litanie dei santi, nelle quali all’inizio è invocata per tre volte la Vergine, nella parte centrale gli angeli (tra cui Michele) e gli apostoli (tra cui Pietro) , mentre alla fine l’invocazione si estende a tutti i santi. Non credo che nel mondo esista oggi un uomo tanto duro, da non essere mosso a compassione da quanto io vidi in seguito, poiché, quando giunsi così vicino ad essi, che la loro persona mi appariva distinta, dagli occhi uscì con le lagrime il dolore che mi gravava l’animo. (I penitenti) mi sembravano coperti di una povera veste dura e pungente, e uno sosteneva l’altro con la spalla, e tutti erano sostenuti dalla parete: nello stesso atteggiamento i ciechi, a cui manca il necessario, se ne stanno davanti alle chiese durante le feste in cui si concedono indulgenze per chiedere l’elemosina, e l’uno abbandona il capo sulla spalla dell’altro, affinché la pietà penetri subito nel cuore della gente, non solo per il suono lamentoso delle parole, ma anche per l’aspetto che chiede pietà non meno (delle parole). E come ai ciechi il sole non giova, così qui la luce del cielo non vuole concedersi alle anime, di cui ora sto parlando, perché un filo di ferro trapassa e cuce le palpebre a tutti i penitenti nello stesso modo in cui si cuciono agli sparvieri selvatici, quando non rimangono tranquilli. Mi sembrava, mentre camminavo. di compiere un atto scortese, perché io vedevo gli altri, ma non ero da loro visto: perciò mi rivolsi al mio saggio consigliere. Egli già sapeva che cosa volevo dire io che tacevo; e per questo non aspettò la mia domanda, ma disse: « Parla, e cerca di essere breve e chiaro». Virgilio rispetto a me procedeva dalla parte esterna della cornice, poiché questa non è munita di nessuna sponda;dall’altra parte (cioè a sinistra) avevo le anime penitenti, le quali premevano con tale forza attraverso l’orribile cucitura, che bagnavano (di lagrime) le guance. Mi rivolsi a loro e incominciai a dire: « O anime sicure di vedere la divina luce che è l’unico oggetto del vostro desiderio, possa la Grazia disperdere presto le tracce impure della vostra coscienza, così che attraverso essa il fiume dei ricordi possa scendere in tutta la sua purezza (chiaro: cioè non intorbidato da nessuna memoria della colpa), ditemi (in nome di questo augurio), dal momento che mi sarà gradito e caro, se tra di voi c’è qualche anima italiana; e forse (potendo io procurarle suffragi) le sarà utile se io lo saprò ». « Fratello, ciascuna di noi è cittadina della città di Dio; ma tu vuoi sapere di qualcuna che lontana dalla vera patria sia vissuta in Italia. » Mi parve di udire come risposta queste parole un poco più oltre il posto in cui mi trovavo, per cui io (avanzando) mi feci sentire ancora più in là. Tra le altre vidi un’anima che nel suo atteggiamento pareva aspettare; e se qualcuno mi domandasse “Come (lo mostrava)?”, (risponderei che) sollevava il mento come fa un cieco (quando aspetta). « O anima » dissi « che ti sottometti alla pena per poter salire, se tu sei quella che mi hai risposto, fatti conoscere o attraverso la patria o attraverso il nome.» « lo fui senese » rispose, « e con queste altre anime purifico qui la mia vita peccaminosa, supplicando in lagrime Dio affinché ci conceda di vederLo. Non fui saggia, sebbene il mio nome fosse Sapia, e provai maggior gioia del male altrui che del mio bene (lui delli altrui danni più lieta assai che di ventura mia). E affinché tu non creda che io t’inganni, ascolta se non sono stata, come ti dico, folle, mentre l’arco della mia vita stava già declinando (e avrei dovuto essere saggia). I miei concittadini presso Colle erano venuti a battaglia con i loro nemici, ed io pregavo Dio che fossero sconfitti (di quel ch’e’ volle: di quello che egli volle, perché furono realmente vinti). Qui furono sconfitti e conobbero l’amarezza della fuga; e vedendo l’inseguimento fatto dai nemici, ne derivai una gioia non paragonabile a nessun’altra, tanto che levai verso il cielo il volto con folle audacia, gridando a Dio: “Ormai non ti temo più (avendo ricevuto soddisfazione)!”, come fa il merlo quando vede un po’ di sereno. Mi riconciliai con Dio alla fine della mia vita; e il mio debito verso di Lui non sarebbe ancora risarcito per mezzo della penitenza, se non fosse avvenuto questo, che mi ricordò nelle sue sante preghiere Pier Pettinaio, il quale per carità ebbe pietà di me. Ma chi sei tu che vai interrogandoci sulla nostra condizione, e porti gli occhi non cuciti, così come penso (Sapìa si è accorta che Dante è riuscito ad individuarla), e parli come un vivo?» « Gli occhi » dissi « mi saranno anche qui tolti, ma per breve tempo, perché poca è l’offesa che essi hanno fatta (a Dio) per essersi volti a guardare con invidia (il prossimo). Maggiore è il timore che tiene sospesa la mia anima a causa della pena del girone precedente (di sotto: dove si espia il peccato della superbia), tanto che già sento gravarmi addosso il peso di quei massi. » Ed ella mi rispose: « Chi ti ha dunque guidato qua su tra noi, se ritieni di dover ritornare tra i superbi? » Ed io: « Questo che è con me, ma non parla. E sono ancora vivo; e perciò chiedimi pure, o anima destinata alla salvezza, se desideri che in terra mi adoperi (mova… ancor li mortai piedi) per procurarti suffragi (per te) ». « Oh, questa è una cosa così insolita ad udirsi » rispose, « che è una grande manifestazione dell’amore di Dio verso di te; perciò cerca di aiutarmi qualche volta con le tue preghiere. E ti chiedo, in nome di quello che tu più desideri (cioè: in nome della salvezza), che, se mai ti avvenga di passare per la Toscana, riabiliti la mia fama presso i miei parenti. Tu li troverai fra quella gente sciocca che spera in Talamone, e vi perderà più illusioni che non a cercare di trovare la Diana;ma più speranze ancora vi perderanno i comandanti di nave».

Noi eravamo al sommo de la scala, 
dove secondamente si risega 
lo monte che salendo altrui dismala.                             3

Ivi così una cornice lega 
dintorno il poggio, come la primaia; 
se non che l’arco suo più tosto piega.                            6

Ombra non lì è né segno che si paia: 
parsi la ripa e parsi la via schietta 
col livido color de la petraia.                                              9

«Se qui per dimandar gente s’aspetta», 
ragionava il poeta, «io temo forse 
che troppo avrà d’indugio nostra eletta».                      12

Poi fisamente al sole li occhi porse; 
fece del destro lato a muover centro, 
e la sinistra parte di sé torse.                                          15

«O dolce lume a cui fidanza i’ entro 
per lo novo cammin, tu ne conduci», 
dicea, «come condur si vuol quinc’entro.                      18

Tu scaldi il mondo, tu sovr’esso luci; 
s’altra ragione in contrario non ponta, 
esser dien sempre li tuoi raggi duci».                           21

Quanto di qua per un migliaio si conta, 
tanto di là eravam noi già iti, 
con poco tempo, per la voglia pronta;                            24

e verso noi volar furon sentiti, 
non però visti, spiriti parlando 
a la mensa d’amor cortesi inviti.                                     27

La prima voce che passò volando 
Vinum non habent’ altamente disse, 
e dietro a noi l’andò reiterando.                                      30

E prima che del tutto non si udisse 
per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ 
passò gridando, e anco non s’affisse.                          33

«Oh!», diss’io, «padre, che voci son queste?». 
E com’io domandai, ecco la terza 
dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.                            36

E ‘l buon maestro: «Questo cinghio sferza 
la colpa de la invidia, e però sono 
tratte d’amor le corde de la ferza.                                   39

Lo fren vuol esser del contrario suono; 
credo che l’udirai, per mio avviso, 
prima che giunghi al passo del perdono.                     42

Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, 
e vedrai gente innanzi a noi sedersi, 
e ciascuno è lungo la grotta assiso».                            45

Allora più che prima li occhi apersi; 
guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti 
al color de la pietra non diversi.                                      48

E poi che fummo un poco più avanti, 
udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: 
gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’, e ‘Tutti santi’.                        51

Non credo che per terra vada ancoi 
omo sì duro, che non fosse punto 
per compassion di quel ch’i’ vidi poi;                             54

ché, quando fui sì presso di lor giunto, 
che li atti loro a me venivan certi, 
per li occhi fui di grave dolor munto.                               57

Di vil ciliccio mi parean coperti, 
e l’un sofferia l’altro con la spalla, 
e tutti da la ripa eran sofferti.                                            60

Così li ciechi a cui la roba falla 
stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, 
e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,                                 63

perché ‘n altrui pietà tosto si pogna, 
non pur per lo sonar de le parole, 
ma per la vista che non meno agogna.                         66

E come a li orbi non approda il sole, 
così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora, 
luce del ciel di sé largir non vole;                                   69

ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra 
e cusce sì, come a sparvier selvaggio 
si fa però che queto non dimora.                                   72

A me pareva, andando, fare oltraggio, 
veggendo altrui, non essendo veduto: 
per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.                   75

Ben sapev’ei che volea dir lo muto; 
e però non attese mia dimanda, 
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».                      78

Virgilio mi venìa da quella banda 
de la cornice onde cader si puote, 
perché da nulla sponda s’inghirlanda;                          81

da l’altra parte m’eran le divote 
ombre, che per l’orribile costura 
premevan sì, che bagnavan le gote.                              84

Volsimi a loro e «O gente sicura», 
incominciai, «di veder l’alto lume 
che ‘l disio vostro solo ha in sua cura,                          87

se tosto grazia resolva le schiume 
di vostra coscienza sì che chiaro 
per essa scenda de la mente il fiume,                          90

ditemi, ché mi fia grazioso e caro, 
s’anima è qui tra voi che sia latina; 
e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».                               93

«O frate mio, ciascuna è cittadina 
d’una vera città; ma tu vuo’ dire 
che vivesse in Italia peregrina».                                      96

Questo mi parve per risposta udire 
più innanzi alquanto che là dov’io stava, 
ond’io mi feci ancor più là sentire.                                  99

Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava 
in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, 
lo mento a guisa d’orbo in sù levava.                           102

«Spirto», diss’io, «che per salir ti dome, 
se tu se’ quelli che mi rispondesti, 
fammiti conto o per luogo o per nome».                      105

«Io fui sanese», rispuose, «e con questi 
altri rimendo qui la vita ria, 
lagrimando a colui che sé ne presti.                            108

Savia non fui, avvegna che Sapìa 
fossi chiamata, e fui de li altrui danni 
più lieta assai che di ventura mia.                                 111

E perché tu non creda ch’io t’inganni, 
odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle, 
già discendendo l’arco d’i miei anni.                            114

Eran li cittadin miei presso a Colle 
in campo giunti co’ loro avversari, 
e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.                            117

Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari 
passi di fuga; e veggendo la caccia, 
letizia presi a tutte altre dispari,                                     120

tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, 
gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, 
come fé ‘l merlo per poca bonaccia.                             123

Pace volli con Dio in su lo stremo 
de la mia vita; e ancor non sarebbe 
lo mio dover per penitenza scemo,                               126

se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe 
Pier Pettinaio in sue sante orazioni, 
a cui di me per caritate increbbe.                                  129

Ma tu chi se’, che nostre condizioni 
vai dimandando, e porti li occhi sciolti, 
sì com’io credo, e spirando ragioni?».                        132

«Li occhi», diss’io, «mi fieno ancor qui tolti, 
ma picciol tempo, ché poca è l’offesa 
fatta per esser con invidia vòlti.                                     135

Troppa è più la paura ond’è sospesa 
l’anima mia del tormento di sotto, 
che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa».                           138

Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto 
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». 
E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.                      141

E vivo sono; e però mi richiedi, 
spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova 
di là per te ancor li mortai piedi».                                  144

«Oh, questa è a udir sì cosa nuova», 
rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; 
però col priego tuo talor mi giova.                                  147

E cheggioti, per quel che tu più brami, 
se mai calchi la terra di Toscana, 
che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.                      150

Tu li vedrai tra quella gente vana 
che spera in Talamone, e perderagli 
più di speranza ch’a trovar la Diana; 

ma più vi perderanno li ammiragli».                             154

Canto 14

Chi è quest’uomo, che gira intorno al nostro monte del Purgatorio prima di essere morto, prima che la morte lo abbia fatto sparire, e apre e chiude gli occhi a suo piacimento?” “Non so chi sia, ma so che non è qui da solo; domandaglielo tu, che gli sei più vicino, e fallo con dolcezza, così che non si possa rifiutare di risponderti.” Con queste parole due anime, piegate l’una verso l’altra, parlavano di me in quel luogo, alla mia destra; poi, per rivolgermi la parola, alzarono e rovesciarono all’indietro il loro viso. e uno di loro disse: “Oh anima che ancora dentro il tuo corpo te ne vai verso il cielo, salendo lungo il Purgatorio, in nome della carità, dell’amore verso gli altri, consolaci e dicci da dove vieni e chi sei; perché tu ci fai così tanto meravigliare con la tua grazia, quanto può solo farlo una cosa che non sia mai avvenuta.” Ed io gli risposi: “Al centro della Toscana scorre in tutta la sua ampiezza un fiumiciattolo che nasce dal monte Falterona e che non si accontenta di scorrere per sole cento miglia. Io vengo da una città (Firenze) che sovrasta questo fiume (Arno): dirvi chi io sia, sarebbe inutile, parlerei invano, perché il mio nome non è ancora abbastanza famoso.” “Se quello che intendi dire io riesco ad afferrare bene con la mia mente”, mi rispose allora lo spirito che aveva parlato per primo, “tu ti riferisce al fiume Arno.” E l’altro spirito disse allora: “Perché quest’uomo ha tenuto nascosto il nome di quel fiume, l’Arno, come si è soliti fare solo con le cose più orribili?” E l’anima a cui era stata rivolta questa domanda, rispose con queste parole: “Non lo so, ma ritengo sia certamente giusto cancellare il nome di quella valle dalla memoria; perché sin dal punto in cui ha inizio, dove è così ricca di acqua la catena degli Appennini dalla quale si staccò capo Peloro (capo del Faro in Sicilia), che in pochi altri luoghi è più ricca di acqua di quanto lo sia lì, fino a dove rende in ultimo al mare, a dare nuova sostanza, quella stessa quantità di acqua che il cielo (con l’evaporazione) aveva sottratto al mare stesso, fenomeno grazie al quale i fiumi hanno l’acqua che li forma, lungo tutto questo suo corso, le virtù vengono evitate da tutti tanto quanto si evita un serpente, e ciò a causa o di un influsso negativo del posto o a causa dell’incitamento che la gente subisce dall’abitudine a fare del male: hanno perciò stravolto a tal punto la loro natura gli abitanti di quella povera valle, di quella valle infelice, da non sembrare più uomini ma gli animali che venivano allevati da Circe. In mezzo a sudici maiali (i cosentinesi), più degni di cibarsi di ghiande che di cibo preparato per essere consumato dagli uomoni, il fiume Arno indirizza da subito il suo stretto cammino (quando è appena nato). Incontra poi cani (gli aretini), proseguendo il suo corso verso valle, ringhiosi e minacciosi più di quanto non si possa chiedere loro, e si allontana infine sdegnosamente anche da loro Prosegue poi ancora verso il basso; e tanto più si ingrossa, tanto più vede i cani trasformarsi in lupi (i fiorentini) quella maledetta e sventurata valle del fiume Arno. E dopo essere discesa ancora attraverso gole profonde e cupe, incontra le volpi (i pisani), tanto abili nell’inganno da non temere di poter essere catturate con l’ingegno, con trappole. Non smetterò di parlare per il fatto qualcuno qui presente mi può sentire; ma sarà invece conveniente per lui ricordarsi poi, più tardi, ciò che adesso un’ispirazione profetica mi sta rivelando. Vedo, o Riniero di Calboli, tuo nipote diventare cacciatore di quei lupi sulla riva di quel crudele fiume, e lo vedo terrorizzarli tutti. Vende la loro carne quando sono ancora in vita; subito dopo li uccide con la ferocia di una belva mitologica; a molti toglie la vita ed allo stesso tempo priva se stesso dell’onore. Esce grondante sangue da quello spietato bosco (da quella spietata città) e lo lascia in uno stato tale, che non basteranno mille anni per riuscire a ripopolarlo e farlo ritornare nella sua condizione iniziale.” Così come l’annuncio di fatti dolorosi turba, sconvolge il viso di colui che li ha ascoltati, qualunque sia il lato dal quale il pericolo stia per assalirlo allo stesso modo io vido l’altra anima (Rinieri da Calboli), rivolta in ascolto verso la prima (Guido del Duca), farsi sconvolta e triste, non appena ebbe ascoltato e compreso le ultime parole pronunciate. Le parole usate dall’una e l’espressione del viso dell’altra mi fecero nascere la voglia di conoscere i loro nomi, cosicché gli chiesi e li pregai di dirmeli; così l’anima che per prima mi aveva rivolto la parola riprese a parlare: “Tu alla fine vuoi che io mi appresti a fare ciò che tu non vuoi fare per me (dire il nome) Ma, in ogni caso, dal momento che Dio vuole che in te risplenda così tanto la sua grazia, non sarò avaro nel risponderti; sappi pertanto che io in vita, nel mondo terreno fui Guido del Duca. Quando fui in vita il mio sangue bruciò tanto d’invidia, al punto che se avessi visto un uomo rallegrarsi, divenire felice, mi avresti potuto poi vedere viola dalla rabbia. Qui nel Purgatorio mieto il frutto (la paglia) di ciò che ho seminato in vita; o uomini, perché desideri tanto, desideri con il cuore ciò che non può essere condiviso con gli altri? Questo spirito accanto a me è Rinieri; costui è il prestigio e l’onore della casata dei da Calboli, all’interno della quale nessuno dopo di lui è riuscito a prendere in eredità il suo valore. E non è solo la sua stirpe ad essere divenuta sterile, in Romagna, tra il fiume Po, gli appennini, il mare Adriatico ed il fiume Reno, delle buone qualità richieste per la vita spirituale e quella civile; perché la terra all’interno dei confini che ho citato è piena di velenose sterpaglie, a tal punto che, per quanto si contivasse, sarebbero comunque troppo lente a scomparire. Dove sono adesso il valoroso Lizio di Valbona e Arrigno Mainardi? Dove Piero dei Traversari e Guido di Carpigna? Oh abitanti della romagna tornati ad essere dei bastardi! Quando a Bologna potrà rinascere un Fabro dei Lambertazzi? E quando a Faenza un Bernardino di Fosco, ramoscello nobile generato da una umile erbaccia? Oh toscano, non ti meravigliare se io mi commuovo quando ricordo, insieme con Guido da Prata, anche Ugolino di Azzo che visse insieme a noi, Federigo Tignoso e tutti i suoi compagni, la casata dei Traversari e degli Anastagi (sia l’una che l’altra oramai senza eredi), le donne ed i cavalieri, le fatiche ed il bel vivere verso io i quali venivamo invogliati dall’amore e dallo spirito gentile, proprio là dove adesso i cuori sono diventati così malvagi. Oh Bertinoro, perché ancora non scappi via da lì, visto che se ne è già andata tutta la tua famiglia, la tua stirpe, ed anche molte altre persone per non cadere nella malvagità? Fa bene Bagnacavallo a non fare figli, a no rinnovare la sua stirpe; e fa al contrario male Castrocaro, ed ancora peggio di lui Conio, che si ostinano a dare alla luce conti di così basso valore. Faranno bene i Pagani a non dare più alla luce figli, dopo che il loro diabolico parente sarà morto; ma non però al punto che possa poi rimanere del loro nome un ricordo puro, senza macchia. Oh Ugolino dei Fantolini, è invece al sicuro il tu nome, da quando non ci si aspetta più chi, tradendo, possa oscurarne la fama. Ma vai ora via toscano; perché adesso ho molta più voglia di piangere che di stare a parlare con te, tanto questo nostro discorso mi ha riempito di angoscia.” Noi, io e Virgilio, sapevamo che quelle anime buone sentivano i nostri passi mentre camminavamo; perciò, dal momento che non ci dicevano nulla, ci facemo sentire sicuri della via che avevamo preso. Una volta rimasti soli, dopo esserci allontanti, simile ad un fulmine nel momento in cui squarcia l’aria, ci vinne incontro una voce, dicendo: “Mi ucciderà chiunque mi troverà”;
e fuggì subito dopo come un tuono che si allontana quando all’improvviso apre con forza una nuvola. Il nostro orecchio aveva appena finito di ascoltare la prima voce, quando eccone giungere un’altra con un gran rumore,
simile a quello di un tuono che segue da vicino un’altro tuono: “Io sono Aglauro, la principessa che fu trasformata in pietra”; ed allora, per farmi stretto vicino al poeta Virgilio, mossi i miei passi vestro destra e non invece in avanti. L’aria si era già fatta nuovamente immobile e quieta; e Virgilio mi disse: “Quelli che hai sentito sono i duri esempi che dovrebbero aiutare gli uomini a stare entro i loro limiti.Ma voi uomini prendete invece in bocca l’esca, così che l’amo dell’antico avversario, il demonio, vi attira poi facilmente a lui; e pertanto servono a poco sia il freno che gli avvertimentiIl cielo vi chiama a sé e ruota anche intorno a voi, mostrandovi le sue bellezze eterne, la sua felicità eterna, ma i vostri occhi sono otinati nel continuare a guardare in basso, a terra; ed è per questo che Dio, colui che tutto vede, vi punisce”.

«Chi è costui che ‘l nostro monte cerchia 
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».                    3

«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo: 
domandal tu che più li t’avvicini, 
e dolcemente, sì che parli, acco’lo».                               6

Così due spirti, l’uno a l’altro chini, 
ragionavan di me ivi a man dritta; 
poi fer li visi, per dirmi, supini;                                          9

e disse l’uno: «O anima che fitta 
nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, 
per carità ne consola e ne ditta                                       12

onde vieni e chi se’; ché tu ne fai 
tanto maravigliar de la tua grazia, 
quanto vuol cosa che non fu più mai».                          15

E io: «Per mezza Toscana si spazia 
un fiumicel che nasce in Falterona, 
e cento miglia di corso nol sazia.                                   18

Di sovr’esso rech’io questa persona: 
dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, 
ché ‘l nome mio ancor molto non suona».                   21

«Se ben lo ‘ntendimento tuo accarno 
con lo ‘ntelletto», allora mi rispuose 
quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».                          24

E l’altro disse lui: «Perché nascose 
questi il vocabol di quella riviera, 
pur com’om fa de l’orribili cose?».                                 27

E l’ombra che di ciò domandata era, 
si sdebitò così: «Non so; ma degno 
ben è che ‘l nome di tal valle pèra;                                 30

ché dal principio suo, ov’è sì pregno 
l’alpestro monte ond’è tronco Peloro, 
che ‘n pochi luoghi passa oltra quel segno,                33

infin là ‘ve si rende per ristoro 
di quel che ‘l ciel de la marina asciuga, 
ond’hanno i fiumi ciò che va con loro,                            36

vertù così per nimica si fuga 
da tutti come biscia, o per sventura 
del luogo, o per mal uso che li fruga:                             39

ond’hanno sì mutata lor natura 
li abitator de la misera valle, 
che par che Circe li avesse in pastura.                         42

Tra brutti porci, più degni di galle 
che d’altro cibo fatto in uman uso, 
dirizza prima il suo povero calle.                                     45

Botoli trova poi, venendo giuso, 
ringhiosi più che non chiede lor possa, 
e da lor disdegnosa torce il muso.                                 48

Vassi caggendo; e quant’ella più ‘ngrossa, 
tanto più trova di can farsi lupi 
la maladetta e sventurata fossa.                                     51

Discesa poi per più pelaghi cupi, 
trova le volpi sì piene di froda, 
che non temono ingegno che le occùpi.                       54

Né lascerò di dir perch’altri m’oda; 
e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta 
di ciò che vero spirto mi disnoda.                                   57

Io veggio tuo nepote che diventa 
cacciator di quei lupi in su la riva 
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.                                  60

Vende la carne loro essendo viva; 
poscia li ancide come antica belva; 
molti di vita e sé di pregio priva.                                      63

Sanguinoso esce de la trista selva; 
lasciala tal, che di qui a mille anni 
ne lo stato primaio non si rinselva».                              66

Com’a l’annunzio di dogliosi danni 
si turba il viso di colui ch’ascolta, 
da qual che parte il periglio l’assanni,                           69

così vid’io l’altr’anima, che volta 
stava a udir, turbarsi e farsi trista, 
poi ch’ebbe la parola a sì raccolta.                                 72

Lo dir de l’una e de l’altra la vista 
mi fer voglioso di saper lor nomi, 
e dimanda ne fei con prieghi mista;                               75

per che lo spirto che di pria parlòmi 
ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca 
nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.                            78

Ma da che Dio in te vuol che traluca 
tanto sua grazia, non ti sarò scarso; 
però sappi ch’io fui Guido del Duca.                               81

Fu il sangue mio d’invidia sì riarso, 
che se veduto avesse uom farsi lieto, 
visto m’avresti di livore sparso.                                       84

Di mia semente cotal paglia mieto; 
o gente umana, perché poni ‘l core 
là ‘v’è mestier di consorte divieto?                                 87

Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore 
de la casa da Calboli, ove nullo 
fatto s’è reda poi del suo valore.                                     90

E non pur lo suo sangue è fatto brullo, 
tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno, 
del ben richesto al vero e al trastullo;                            93

ché dentro a questi termini è ripieno 
di venenosi sterpi, sì che tardi 
per coltivare omai verrebber meno.                                96

Ov’è ‘l buon Lizio e Arrigo Mainardi? 
Pier Traversaro e Guido di Carpigna? 
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!                                 99

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? 
quando in Faenza un Bernardin di Fosco, 
verga gentil di picciola gramigna?                                 102

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, 
quando rimembro con Guido da Prata, 
Ugolin d’Azzo che vivette nosco,                                    105

Federigo Tignoso e sua brigata, 
la casa Traversara e li Anastagi 
(e l’una gente e l’altra è diretata),                                  108

le donne e ‘ cavalier, li affanni e li agi 
che ne ‘nvogliava amore e cortesia 
là dove i cuor son fatti sì malvagi.                                  111

O Bretinoro, ché non fuggi via, 
poi che gita se n’è la tua famiglia 
e molta gente per non esser ria?                                  114

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; 
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, 
che di figliar tai conti più s’impiglia.                              117

Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio 
lor sen girà; ma non però che puro 
già mai rimagna d’essi testimonio.                              120

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro 
è il nome tuo, da che più non s’aspetta 
chi far lo possa, tralignando, scuro.                              123

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta 
troppo di pianger più che di parlare, 
sì m’ha nostra ragion la mente stretta».                      126

Noi sapavam che quell’anime care 
ci sentivano andar; però, tacendo, 
facean noi del cammin confidare.                                 129

Poi fummo fatti soli procedendo, 
folgore parve quando l’aere fende, 
voce che giunse di contra dicendo:                               132

‘Anciderammi qualunque m’apprende’; 
e fuggì come tuon che si dilegua, 
se sùbito la nuvola scoscende.                                     135

Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, 
ed ecco l’altra con sì gran fracasso, 
che somigliò tonar che tosto segua:                            138

«Io sono Aglauro che divenni sasso»; 
e allor, per ristrignermi al poeta, 
in destro feci e non innanzi il passo.                             141

Già era l’aura d’ogne parte queta; 
ed el mi disse: «Quel fu ‘l duro camo 
che dovria l’uom tener dentro a sua meta.                  144

Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo 
de l’antico avversaro a sé vi tira; 
e però poco val freno o richiamo.                                  147

Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira, 
mostrandovi le sue bellezze etterne, 
e l’occhio vostro pur a terra mira; 
onde vi batte chi tutto discerne».                                   151

Canto 15

Quanto percorso compie il sole che (oscillando nel suo moto apparente fra i due tropici) pare sempre giocare come un fanciullo, tra l’inizio del giorno e la fine dell’ora terza, altrettanta parte del suo cammino, sembrava ormai gli fosse rimasta per arrivare al tramonto; nel purgatorio era il vespero, e in Italia era mezzanotte. E i raggi del sole ci colpivano in pieno viso, perché avevamo percorso ( da oriente ad occidente) tanta parte del monte, che ora camminavamo verso occidente in linea retta, allorché sentii i miei occhi abbassarsi di fronte alla luminosità (dell’angelo) molto più di prima (davanti alla luce del sole), e questa cosa nuova mi era motivo di stupore: per cui portai le mani all’altezza dei miei occhi, e mi riparai dal sole, con un gesto che attenua l’eccesso della luce. Come quando un raggio di sole (che è stato riflesso) rimbalza dalI’acqua o dallo specchio, nella parte opposta (a quella da cui era venuto), risalendo in base alla stessa leggeper cui era disceso, e si allontana dalla perpendicolare di uno spazio uguale a quello di cui si era allontanato cadendo, secondo quanto dimostrano l’esperienza e la scienza, con la stessa intensità di quel raggìo mi sembrò di essere colpito da una luce riflessa che si trovava dinanzi a me; per la qual cosa i miei occhi furono pronti a sottrarvisi. « Che luce è, dolce Virgilio, quella da cui non posso difendere la vista in modo da poterla sostenere » dissi, « e che sembra avanzare verso di noi? » « Non ti stupire, se gli angeli ti abbagliano ancora (non essendo completa la tua purificazione)» mi rispose: « è un messaggero celeste che giunge ad invitare all’ascesa. Presto accadrà che non ti sarà più faticosa la vista di queste cose, ma ti sarà piacevole nella misura in cui le tue facoltà naturali ti permetteranno di sentire. » Dopo che giungemmo davanti all’angelo benedetto, egli con voce lieta ci disse: « Procedete da questa parte », per una scala meno ripida delle altre due. Noi salivamo, dopo esserci già allontanati da lì, quando dietro a noi l’angelo cantò: « Beati i misericordiosi! » e « Godi tu che vinci (il peccato)! » Nel secondo girone, quello degli invidiosi, viene cantata la quinta beatitudine del discorso della montagna (Matteo V. 7), contrapponendo all’invidia la misericordia; l’espressione Godi tu che vinci è da alcuni commentatori rìferita alla seconda parte della beatitudine (“perché otterranno misericordia”), da altri, e più giustamente, alle parole conclusive di tutte le beatitudini: “rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieIi” (Matteo V, 12). Il mio maestro, ed io, soli, salivamo entrambi; ed io pensai, mentre continuavo a camminare, di trarre profitto mediante le sue parole; allora mi rivolsi a lui con questa domanda: « Che cosa volle dire l’anima del romagnolo Guido del Duca, accennando a “divieto” e “partecipazione” ? » Per cui egIi: « Ora conosce gli effetti dannosi del suo peccato principale (di sua maggior magagna, cioè l’invidia); e perciò non sia motivo di meraviglia se egli rimprovera gli uomini affinché ne possano piangere dì meno le conseguenze. L’invidia vi fa sospirare, perché i vostri desideri si rivolgono verso i beni terreni dove per il fatto che altri vi parteciparlo diminuisce la parte che tocca a ciascuno. Ma se l’amore dei beni spirituali piegasse verso l’alto i vostri desideri, nel vostro cuore non vi sarebbe quel timore (di essere privati dagli altri di una parte dei vostri beni materiali), poiché, in paradiso, quanto più numerosi sono coloro che posseggono il bene comune (per quanti si dice più… “nostro”: quanto più numerosi sono coloro che dicono “nostro”), tanta più grande è la quantità di bene che possiede ciascuno, e tanto più intenso è l’amore che arde in quella comunità ». « Sono più insoddisfatto » risposi, « di quanto sarei se prima avessi taciuto, perché la mia mente ha ora dubbi più grandi. Come può avvenire che un bene distribuito fra più possessori li renda possessori di una quantità più grande, che non se viene diviso fra pochi?» Ed egli mi rispose: « Per il fatto che tu continui a tenere rivolta la mente solo ai beni terreni, raccogli solo tenebre dalla luce di verità delle mie parole. Dio, quel bene infinito ed indicibile che è nei cieli, si concede prontamente all’anima che arde d’amore così come un raggio di sole corre verso un corpo capace di rifletterlo. Tanto più si concede quanto più grande è l’ardore (dell’anima verso di Lui); così che, nella misura in cui l’amore si dispiega nell’anima, cresce sopra di essa la luce divina. E quanto più numerosi sono coloro che in paradiso si amano, tanto più si crea la possibilità di un santo amore, e tanto più si amano tra di loro, e l’uno riflette sull’altro la luce ricevuta da Dio come uno specchio. E se il mio ragionamento non ti soddisfa vedrai Beatrice, ed ella scioglierà completamente questo e qualsiasi altro dubbio. Cerca in ogni modo che ti siano presto cancellati, come lo sono già stati i primi due, i cinque segni. che si rimarginano solo con il dolore del pentimento ». Nel momento in cui volevo dire “Mi hai persuaso”, mi accorsi di essere giunto nell’altro girone, per cui il desiderio di vedere mi fece tacere. Lì mi parve di essere improvvisamente rapito in estasi, e di vedere numerose persone raccolte in un tempio;e (mi parve di vedere) una donna, sulla soglia che con il tenero atteggiamento di una madre diceva: «Figlio mio, perché hai agito tosi verso di noi ? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti stavamo cercando ». E non appena la voce a questo punto tacque: la prima visione scomparve. Poi mi apparve un’altra donna con il volto rigato dalle lagrime che il dolore suscita quando (nell’animo) nasce un grande sdegno verso gli altri, e diceva: « Se tu sei signore della città per il cui nome gli dei gareggiarono accanitamente tra loro, e dalla quale risplende nel mondo ogni scienza,vendicati, o Pisistrato, di quelle braccia che osarono stringere nostra figlia». E vedevo il sovrano, benevolo e mite,risponderle con volto atteggiato a moderazione: «Che cosa faremo a chi desidera il nostro male, se condanniamo chi ci ama? » Poi vidi un gruppo di persone accecate dall’ira che lapidavano un giovanetto, gridandosi forte, reciprocamente: «.Uccidi, uccidí! » E lo vedevo accasciarsi, per la morte che già gli era sopra a terra, ma teneva gli occhi sempre aperti verso il cielo, pregando Dio, in tanta sofferenza, di perdonare ai suoi persecutori, con quell’atteggiamento che suscita la pietà.Quando la mia anima ritornò a percepire le cose che fuori di essa hanno una loro realtà, compresi che le visioni erano irreali (errori: cioè non esistenti di per sé), ma effettivamente viste. La mia guida, che mi poteva vedere nello stesso atteggiamento di un uomo che si scioglie dal sonno, disse; « Che hai che non puoi reggerti bene,ma per più di mezza lega hai camminato con gli occhi semichiusi e con le gambe quasi legate, come un uomo vinto dal vino o dal sonno? » « O dolce Virgilio, se tu mi presti ascolto, io ti descriverò » dissi ,«ciò che. mi apparve quando mi fu a quel modo tolto l’uso normale delle gambe. » Ed egli: « Anche se tu avessi il volto celato da cento maschere, i tuoi pensieri, per quanto piccoli, non mi resterebbero nascosti. Le visioni apparvero affinché tu non rifiuti di aprire il tuo cuore al sentimento di mansuetudine che sgorga dalla fonte eterna di Dio. Non, ho chiesto “Che cos’hai” per la ragione per la quale lo domanda colui che, quando un altro giace col corpo privo di forze, vede solo con l’occhio materiale (l’occhio che non vede, cioè l’occhio capace di cogliere solo gli aspetti esteriori, ma non quelli interiori, delle cose e che; in questo caso, non può capire il motivo per cui il corpo è disanìmato); ma ho fatto quella domanda per spronare il tuo piede: così è necessario stimolare i pigri, che sono lenti a riprendere la loro attività quando essa (dopo un periodo di sonno o di smarrimento) ritorna ». Noi procedevamo nella sera, intenti a guardare davanti a noi per quanto potevano spingersi lontano i nostri occhi che avevano di fronte gli ultimi ma luminosi raggi del sole. Ed ecco avvicinarsi a noi a poco a poco un fumo scuro come la notte; e non c’era un luogo dove ripararsida quello: questo fumo ci tolse la vista delle cose e l’aria pura.

Quanto tra l’ultimar de l’ora terza 
e ‘l principio del dì par de la spera 
che sempre a guisa di fanciullo scherza,                      3

tanto pareva già inver’ la sera 
essere al sol del suo corso rimaso; 
vespero là, e qui mezza notte era.                                   6

E i raggi ne ferien per mezzo ‘l naso, 
perché per noi girato era sì ‘l monte, 
che già dritti andavamo inver’ l’occaso,                         9

quand’io senti’ a me gravar la fronte 
a lo splendore assai più che di prima, 
e stupor m’eran le cose non conte;                               12

ond’io levai le mani inver’ la cima 
de le mie ciglia, e fecimi ‘l solecchio, 
che del soverchio visibile lima.                                       15

Come quando da l’acqua o da lo specchio 
salta lo raggio a l’opposita parte, 
salendo su per lo modo parecchio                                18

a quel che scende, e tanto si diparte 
dal cader de la pietra in igual tratta, 
sì come mostra esperienza e arte;                                 21

così mi parve da luce rifratta 
quivi dinanzi a me esser percosso; 
per che a fuggir la mia vista fu ratta.                               24

«Che è quel, dolce padre, a che non posso 
schermar lo viso tanto che mi vaglia», 
diss’io, «e pare inver’ noi esser mosso?».                  27

«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia 
la famiglia del cielo», a me rispuose: 
«messo è che viene ad invitar ch’om saglia.               30

Tosto sarà ch’a veder queste cose 
non ti fia grave, ma fieti diletto 
quanto natura a sentir ti dispuose».                              33

Poi giunti fummo a l’angel benedetto, 
con lieta voce disse: «Intrate quinci 
ad un scaleo vie men che li altri eretto».                       36

Noi montavam, già partiti di linci, 
e ‘Beati misericordes!’ fue 
cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.                                  39

Lo mio maestro e io soli amendue 
suso andavamo; e io pensai, andando, 
prode acquistar ne le parole sue;                                   42

e dirizza’mi a lui sì dimandando: 
«Che volse dir lo spirto di Romagna, 
e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».                        45

Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna 
conosce il danno; e però non s’ammiri 
se ne riprende perché men si piagna.                          48

Perché s’appuntano i vostri disiri 
dove per compagnia parte si scema, 
invidia move il mantaco a’ sospiri.                                 51

Ma se l’amor de la spera supprema 
torcesse in suso il disiderio vostro, 
non vi sarebbe al petto quella tema;                              54

ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, 
tanto possiede più di ben ciascuno, 
e più di caritate arde in quel chiostro».                          57

«Io son d’esser contento più digiuno», 
diss’io, «che se mi fosse pria taciuto, 
e più di dubbio ne la mente aduno.                                60

Com’esser puote ch’un ben, distributo 
in più posseditor, faccia più ricchi 
di sé, che se da pochi è posseduto?».                         63

Ed elli a me: «Però che tu rificchi 
la mente pur a le cose terrene, 
di vera luce tenebre dispicchi.                                         66

Quello infinito e ineffabil bene 
che là sù è, così corre ad amore 
com’a lucido corpo raggio vene.                                     69

Tanto si dà quanto trova d’ardore; 
sì che, quantunque carità si stende, 
cresce sovr’essa l’etterno valore.                                   72

E quanta gente più là sù s’intende, 
più v’è da bene amare, e più vi s’ama, 
e come specchio l’uno a l’altro rende.                           75

E se la mia ragion non ti disfama, 
vedrai Beatrice, ed ella pienamente 
ti torrà questa e ciascun’altra brama.                            78

Procaccia pur che tosto sieno spente, 
come son già le due, le cinque piaghe, 
che si richiudon per esser dolente».                              81

Com’io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, 
vidimi giunto in su l’altro girone, 
sì che tacer mi fer le luci vaghe.                                      84

Ivi mi parve in una visione 
estatica di sùbito esser tratto, 
e vedere in un tempio più persone;                                87

e una donna, in su l’entrar, con atto 
dolce di madre dicer: «Figliuol mio 
perché hai tu così verso noi fatto?                                  90

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io 
ti cercavamo». E come qui si tacque, 
ciò che pareva prima, dispario.                                       93

Indi m’apparve un’altra con quell’acque 
giù per le gote che ‘l dolor distilla 
quando di gran dispetto in altrui nacque,                      96

e dir: «Se tu se’ sire de la villa 
del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, 
e onde ogni scienza disfavilla,                                         99

vendica te di quelle braccia ardite 
ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». 
E ‘l segnor mi parea, benigno e mite,                          102

risponder lei con viso temperato: 
«Che farem noi a chi mal ne disira, 
se quei che ci ama è per noi condannato?».              105

Poi vidi genti accese in foco d’ira 
con pietre un giovinetto ancider, forte 
gridando a sé pur: «Martira, martira!».                          108

E lui vedea chinarsi, per la morte 
che l’aggravava già, inver’ la terra, 
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,                    111

orando a l’alto Sire, in tanta guerra, 
che perdonasse a’ suoi persecutori, 
con quello aspetto che pietà diserra.                            114

Quando l’anima mia tornò di fori 
a le cose che son fuor di lei vere, 
io riconobbi i miei non falsi errori.                                  117

Lo duca mio, che mi potea vedere 
far sì com’om che dal sonno si slega, 
disse: «Che hai che non ti puoi tenere,                        120

ma se’ venuto più che mezza lega 
velando li occhi e con le gambe avvolte, 
a guisa di cui vino o sonno piega?».                            123

«O dolce padre mio, se tu m’ascolte, 
io ti dirò», diss’io, «ciò che m’apparve 
quando le gambe mi furon sì tolte».                             126

Ed ei: «Se tu avessi cento larve 
sovra la faccia, non mi sarian chiuse 
le tue cogitazion, quantunque parve.                            129

Ciò che vedesti fu perché non scuse 
d’aprir lo core a l’acque de la pace 
che da l’etterno fonte son diffuse.                                 132

Non dimandai “Che hai?” per quel che face 
chi guarda pur con l’occhio che non vede, 
quando disanimato il corpo giace;                                135

ma dimandai per darti forza al piede: 
così frugar conviensi i pigri, lenti 
ad usar lor vigilia quando riede».                                  138

Noi andavam per lo vespero, attenti 
oltre quanto potean li occhi allungarsi 
contra i raggi seròtini e lucenti.                                      141

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi 
verso di noi come la notte oscuro; 
né da quello era loco da cansarsi. 
Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.                          145

Canto 16

Le tenebre dell’inferno e di una notte priva di luna e di stelle, osservata da una stretta valle con orizzonte limitato, e oscurata quanto più possibile da nuvole, non stesero mai sui miei occhi un velo così denso, né così pungente e fastidioso a sentirsi, come quel fumo che lì ci avvolse, così che gli occhi non riuscirono a restare aperti: perciò la mia guida esperta e sicura si accostò a me e mi offerse (come appoggio) la sua spalla. Allo stesso modo in cui un cieco segue la sua guida per non smarrire la via e non urtare contro qualcosa che gli faccia male, o forse anche lo uccida, io camminavo attraverso quel fumo acre e nero, ascoltando la mia guida che mi diceva di continuo: “Sta attento a non separarti da me”. Io udivo delle voci, e ciascuna sembrava pregare per ottenere pace e misericordia l’Agnello di Dio che toglie i peccati. Sempre “Agnello di Dio” era il loro inizio; tutte recitavano la stessa preghiera e con la stessa intonazione, cosicché tra di loro appariva il più perfetto accordo. “Maestro, quelli che io ascolto sono anime?” domandai. E Virgilio mi rispose: “Tu hai colto nel segno, e si stanno purificando dal peccato dell’iracondia”. “Chi sei tu che passando tagli il nostro fumo, e parli di noi proprio come se tu fossi ancora vivo (partissi ancor lo tempo per calendi: dividessi ancora il tempo per mesi)?” Così fu detto da una voce; perciò il mio maestro, mi disse: « Rispondi, e chiedi se da questa parte si può salire». E io: « O creatura che ti purifichi per tornare; ridiventata bella, al tuo Creatore, se mi accompagni udrai da me cosa degna di meraviglia ». « Io ti accompagnerò fin dove mi è permesso » rispose; « e se il fumo non ci permette di vederci, invece della vista ci terrà uniti l’udito. » Allora cominciai a dire: « Sto salendo verso l’alto con quel corpo che la morte dissolverà, e sono arrivato qui attraversando i tormenti dell’inferno. E se è vero che Dio mi ha avvolto nella sua Grazia, tanto da volere che io salga a contemplare la corte celeste in un modo del tutto inusitato nel nostro tempo, non nascondermi chi tu fosti prima della morte, ma dimmelo, e dimmi anche se sono sulla via giusta per il passaggio (che conduce al girone superiore): e le tue parole saranno la nostra guida ». « Fui lombardo, e mi chiamai Marco: fui esperto delle cose del mondo, e amai quella virtù al cui possesso oggi nessuno tende più l’arco del suo desiderio. Sei nella direzione giusta per salire. » Cosi rispose, e soggiunse: « Ti supplico di pregare per me quando sarai lassù in cielo ». E io gli dissi: « Mi impegno con giuramento a fare quello che mi chiedi; ma sono tanto angustiato da un dubbio che io scoppio, se non me ne libero. Prima il mio dubbio era semplice, ma ora si è fatto più grave per le tue parole, che mi convincono, udendole qui da te e altrove da altri, di quella corruzione del mondo alla quale si riferisce il dubbio stesso. Il mondo è proprio tutto spoglio di ogni virtù, così come tu mi dici, e saturo e coperto di malvagità; ma ti prego d’indicarmi la causa, in modo che io la possa vedere e mostrare agli altri, poiché alcuni la pongono nell’influsso degli astri, e altri nella volontà degli uomini ». sospiro profondo, che il dolore trasformò in un lamento; e poi cominciò: «Fratello, il mondo è cieco, e tu vieni proprio da lui. Voi mortali attribuite la causa di tutto solo al cielo, proprio come se esso con il suo movimento determinasse necessariamente tutto (tutto movesse seco di necessitate). Se così fosse, in voi sarebbe distrutto il libero arbitrio, e non ci sarebbe giustizia nell’avere la beatitudine eterna se si fa il bene, e la dannazione eterna se si fa il male. L’influsso dei cieli accende gli istinti; e non dico tutti, ma anche se lo dicessi, vi è stato dato il lume della ragione per distinguere il bene e il male, e una volontà libera (di scegliere l’uno o l’altro); essa, anche se incontra difficoltà nel combattere gli impulsi suscitati dagli influssi celesti (nelle prime battaglie col ciel), vince poi ogni contrasto, se viene ben educata. Pur restando liberi, voi siete soggetti a una potenza più grande e a una natura migliore (cioè a Dio); e Dio crea in voi l’anima intellettiva, che non è sottoposta all’influsso dei cieli (‘l ciel non ha in sua cura). Perciò, se il mondo presente esce fuori dal giusto cammino, la causa è in voi, e in voi si ricerchi; e io stesso te ne sarò verace rivelatore (vera spia). Esce dalle mani di Dio che la contempla prima che essa esista, comportandosi come una fanciulla che si rattrista e si rallegra (senza ragione) come i pargoli, l’anima ingenua la quale è ignara di tutto, salvo che, mossa da Dio, somma felicità, si volge volentieri a ciò che la diletta. Gusta dapprima i beni limitati della terra; e qui cade in inganno, e corre dietro ad essi, se una guida o un freno non indirizzano sulla retta via il suo amore. Perciò fu necessario stabilire la legge come un freno; fu necessario avere un sovrano per guida, il quale sapesse discernere almeno la giustizia del mondo ideale. Le leggi esistono, ma chi opera per farle osservare? Nessuno, perché il pastore che guida il gregge, è capace di interpretare la Scrittura, ma non possiede il retto discernimento del bene e del male nell’amministrare la giustizia (non ha l’unghie fesse: non ha le unghie divise, cioè non distingue il bene dal male) e perciò l’umanità, che vede la sua guida tendere solo a quei beni materiali di cui essa stessa è avida, si pasce soltanto di tali beni, e non chiede altro. Puoi ben vedere come il malgoverno dei pontefici sia la causa che ha reso peccatore il mondo, e non la natura umana che in voi sia corrotta (dall’influsso degli astri). Roma, che un tempo diede al mondo la pace e la giustizia, soleva avere due autorità, le quali indicavano le due strade, quella della felicità materiale (del mondo) e quella della felicità spirituale (di Deo). In seguito l’autorità papale ha spento l’autorità imperiale; e il potere civile è congiunto (nella stessa persona) con quello religioso, ma uniti insieme con un atto arbitrario devono necessariamente svolgersi male, perché, stando uniti nelle stesse mani, l’uno non rispetta più l’altro: se non vuoi credere alle mie parole, considera i frutti che ne derivano, poiché ogni pianta si conosce dal frutto. Nella regione che l’Adige e il Po bagnano, si era soliti incontrare valore militare e liberalità, prima che Federico II avesse contrasti con la Chiesa: ora invece chiunque evitasse (di passare nell’Italia settentrionale) per vergogna di parlare con le persone oneste o di avvicinarle può passare per quella regione sicuro (di non incontrarne alcuna). Vero è che ci sono ancora tre vecchi nei quali la generazione passata rimprovera la nuova, ma (vi si trovano tanto a disagio che) sembra loro tardare troppo l’ora in cui Dio li chiamerà a una vita migliore: Corrado da Palazzo e il valente Gherardo da Camino e Guido da Castello, che è più conosciuto col soprannome, foggiato alla francese, di leale Lombardo. Puoi concludere ormai che la Chiesa di Roma, confondendo in sé i due poteri, cade nel fango e insozza se stessa e il potere civile che si è assunto ». Io dissi: « O Marco mio, tu parli bene; e ora capisco perché i figli di Levi furono esclusi dall’eredità di beni materiali. Ma chi è quel Gherardo che tu dici essere rimasto come un esempio della generazione passata, quasi vivente rimprovero del vizioso tempo presente? » Mi rispose: « O io m’inganno nell’interpretare le tue parole, o esse mi tentano (per farmi ancora parlare), perché, pur parlando toscano, pare che tu non sappia nulla riguardo all’eccellente Gherardo. Io non saprei indicarlo con altra denominazione se non con quella desunta da sua figlia Gaia (cioè dall’essere egli il padre di Gaia). Dio vi accompagni, perché non posso venire oltre con voi. Vedi come la luce del giorno che traspare attraverso il fumo incomincia a biancheggiare, e io devo tornare indietro – là c’è l’angelo – prima che gli compaia davanti». Così detto si volse, e non volle più ascoltarmi.

Buio d’inferno e di notte privata 
d’ogne pianeto, sotto pover cielo, 
quant’esser può di nuvol tenebrata,                               3

non fece al viso mio sì grosso velo 
come quel fummo ch’ivi ci coperse, 
né a sentir di così aspro pelo,                                          6

che l’occhio stare aperto non sofferse; 
onde la scorta mia saputa e fida 
mi s’accostò e l’omero m’offerse.                                   9

Sì come cieco va dietro a sua guida 
per non smarrirsi e per non dar di cozzo 
in cosa che ‘l molesti, o forse ancida,                           12

m’andava io per l’aere amaro e sozzo, 
ascoltando il mio duca che diceva 
pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».               15

Io sentia voci, e ciascuna pareva 
pregar per pace e per misericordia 
l’Agnel di Dio che le peccata leva.                                  18

Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; 
una parola in tutte era e un modo, 
sì che parea tra esse ogne concordia.                          21

«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», 
diss’io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, 
e d’iracundia van solvendo il nodo».                             24

«Or tu chi se’ che ‘l nostro fummo fendi, 
e di noi parli pur come se tue 
partissi ancor lo tempo per calendi?».                          27

Così per una voce detto fue; 
onde ‘l maestro mio disse: «Rispondi, 
e domanda se quinci si va sùe».                                   30

E io: «O creatura che ti mondi 
per tornar bella a colui che ti fece, 
maraviglia udirai, se mi secondi».                                 33

«Io ti seguiterò quanto mi lece», 
rispuose; «e se veder fummo non lascia, 
l’udir ci terrà giunti in quella vece».                                36

Allora incominciai: «Con quella fascia 
che la morte dissolve men vo suso, 
e venni qui per l’infernale ambascia.                             39

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, 
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte 
per modo tutto fuor del moderno uso,                           42

non mi celar chi fosti anzi la morte, 
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; 
e tue parole fier le nostre scorte».                                  45

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; 
del mondo seppi, e quel valore amai 
al quale ha or ciascun disteso l’arco.                            48

Per montar sù dirittamente vai». 
Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego 
che per me prieghi quando sù sarai».                          51

E io a lui: «Per fede mi ti lego 
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio 
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.              54

Prima era scempio, e ora è fatto doppio 
ne la sentenza tua, che mi fa certo 
qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.                             57

Lo mondo è ben così tutto diserto 
d’ogne virtute, come tu mi sone, 
e di malizia gravido e coverto;                                          60

ma priego che m’addite la cagione, 
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; 
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».                     63

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», 
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, 
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.                           66

Voi che vivete ogne cagion recate 
pur suso al cielo, pur come se tutto 
movesse seco di necessitate.                                        69

Se così fosse, in voi fora distrutto 
libero arbitrio, e non fora giustizia 
per ben letizia, e per male aver lutto.                             72

Lo cielo i vostri movimenti inizia; 
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica, 
lume v’è dato a bene e a malizia,                                   75

e libero voler; che, se fatica 
ne le prime battaglie col ciel dura, 
poi vince tutto, se ben si notrica.                                     78

A maggior forza e a miglior natura 
liberi soggiacete; e quella cria 
la mente in voi, che ‘l ciel non ha in sua cura.              81

Però, se ’l mondo presente disvia, 
in voi è la cagione, in voi si cheggia; 
e io te ne sarò or vera spia.                                              84

Esce di mano a lui che la vagheggia 
prima che sia, a guisa di fanciulla 
che piangendo e ridendo pargoleggia,                         87

l’anima semplicetta che sa nulla, 
salvo che, mossa da lieto fattore, 
volontier torna a ciò che la trastulla.                               90

Di picciol bene in pria sente sapore; 
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, 
se guida o fren non torce suo amore.                            93

Onde convenne legge per fren porre; 
convenne rege aver che discernesse 
de la vera cittade almen la torre.                                     96

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? 
Nullo, però che ’l pastor che procede, 
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;                      99

per che la gente, che sua guida vede 
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta, 
di quel si pasce, e più oltre non chiede.                      102

Ben puoi veder che la mala condotta 
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, 
e non natura che ’n voi sia corrotta.                              105

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, 
due soli aver, che l’una e l’altra strada 
facean vedere, e del mondo e di Deo.                         108

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada 
col pasturale, e l’un con l’altro insieme 
per viva forza mal convien che vada;                             111

però che, giunti, l’un l’altro non teme: 
se non mi credi, pon mente a la spiga, 
ch’ogn’erba si conosce per lo seme.                           114

In sul paese ch’Adice e Po riga, 
solea valore e cortesia trovarsi, 
prima che Federigo avesse briga;                                117

or può sicuramente indi passarsi 
per qualunque lasciasse, per vergogna 
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.                         120

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna 
l’antica età la nova, e par lor tardo 
che Dio a miglior vita li ripogna:                                     123

Currado da Palazzo e ‘l buon Gherardo 
e Guido da Castel, che mei si noma 
francescamente, il semplice Lombardo.                     126

Dì oggimai che la Chiesa di Roma, 
per confondere in sé due reggimenti, 
cade nel fango e sé brutta e la soma».                       129

«O Marco mio», diss’io, «bene argomenti; 
e or discerno perché dal retaggio 
li figli di Levì furono essenti.                                           132

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio 
di’ ch’è rimaso de la gente spenta, 
in rimprovèro del secol selvaggio?».                           135

«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», 
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, 
par che del buon Gherardo nulla senta.                      138

Per altro sopranome io nol conosco, 
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. 
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.                   141

Vedi l’albor che per lo fummo raia 
già biancheggiare, e me convien partirmi 
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». 
Così tornò, e più non volle udirmi.                                145

Canto 17

Cerca di ricordare, o lettore, se mai fosti sorpreso in montagna dalla nebbia, attraverso la quale tu vedessi come vede la talpa attraverso la membrana che vela i suoi occhi (per pelle: era opinione comune nel Medioevo, come già nell’antichità, che la talpa fosse completamente cieca), come, allorché i vapori umidi e densi della nebbia cominciano a diradarsi, la luce del sole penetra attraverso di essi debolmente: e allora la tua immaginazione ti aiuterà agevolmente ad arrivare a percepire in che modo io (uscendo dal fumo) in un primo momento rividi il sole, che già era vicino a tramontare. Così, andando di pari passo col mio fidato maestro uscii fuori da quella nube, alla vista dei raggi solari ormai scomparsi daIle parti basse della montagna. O fantasia che talvolta ci sottrai a tal punto alle impressioni esteriori, che non ci si accorge anche se intorno a noi squillano mille trombe, che cosa mai ti stimola ad operare, se le percezioni dei sensi non ti offrono le immagini? Certo ti muove una luce che prende forma, in cielo, per forza propria o per volontà di Dio che guida tale luce sulla terra. Nella mia fantasia apparve l’immagine dell’atto empio di Progne, che mutò la sua forma umana in quella dell’uccello che più di tutti si diletta nel canto:be su questa visione la mia mente a tal punto si concentrò in sé, che dalla realtà esteriore non giungeva impressione alcuna che fosse da lei accolta. Poi nella mia fantasia ormai sublimata apparve l’immagine di un uomo, crocifisso, sdegnoso e fiero nell’aspetto, e in quell’atteggiamento lo vedevo morire:battorno a lui stavano il grande Assuero, la sua sposa Ester e il giusto Mardocheo, che fu così onesto nelle parole e nelle opere. E non appena questa visione si dissolse da sé, come si dissolve una bolla d’aria quando si rompe il velo d’acqua entro il quale si è formata,sorse nella mia fantasia la visione di una fanciulla che piangeva disperatamente, e diceva: « O regina, perché per un impeto d’ira hai voluto annientarti? Ti sei uccisa per non perdere la tua Lavinia: ora mi hai perduta davvero! Sono proprio io ora che piango, o madre, per la tua morte prima che per quella di Turno ». Come si rompe il sonno, quando d’improvviso una luce nuova percuote gli occhi chiusi, il quale però, sebbene interrotto, persiste un poco prima di dileguarsi del tutto, allo stesso modo la mia visione disparve non appena colpì il mio volto una luce, assai più intensa di quella (la luce del sole) che siamo abituati a vedere. Io mi guardavo attorno per vedere dove fossi, quando una voce disse: « Si sale da questa parte », la quale distolse la mia mente da ogni altro pensiero, e rese il mio desiderio tanto impaziente di vedere chi era colui che aveva parlato, che non si sarebbe placato, se non venendo di fronte a ciò che desiderava. Ma come accade di fronte al sole che abbaglia l’occhio umano e che per l’eccesso della sua luce si rende invisibile, non diversamente la mia capacità visiva era li vinta (dallo splendore dell’angelo). «Questo è un angelo, che senza essere pregato ci indirizza per la via che sale, e si nasconde nella propria luce. Si comporta con noi con la stessa prontezza con cui l’uomo soddisferebbe i suoi desideri; perché chi vede la necessità e aspetta di essere pregato, si dispone già con malignità a rifiutare l’aiuto. Ora accordiamo i nostri passi a un cosi autorevole invito: cerchiamo di salire prima che diventi buio, perché poi non sarebbe più possibile, finché non ritorna la luce del giorno (secondo la legge del purgatorio: cfr. canto VII, versi 43-60). » Così disse la mia guida, ed insieme ci dirigemmo verso una scala; e appena fui sul primo gradino, sentii vicino a me come il muoversi di un’ala e sul mio viso un soffio di vento e udii dire: « Beati i pacifici, che sotto privi dell’ira irragionevole! ». Gli ultimi raggi del sole ai quali succede la notte, si erano già tanto ritirati sopra di noi (il sole, cioè, è già sceso sotto l’orizzonte), che da più parti apparivano le stelle. Ed io, sentendo che mi era venuta a mancare temporaneamente la forza delle gambe, andavo dicendo fra me: « O mio vigore, perché ti dilegui così? Noi eravamo giunti alla sommità della scala, ed eravamo immobili, proprio come una nave che giunge a riva. Stetti un poco in ascolto, se mai udissi qualcosa nel nuovo girone; quindi mi volsi al mio maestro, e dissi: «Dolce padre, dimmi, che peccato si sconta qui nel girone dove ci troviamo? Anche se i piedi devono restare immobili, non s’arresti il tuo parlare» Ed egli mi rispose: « Proprio qui si ripara l’accidia, che è amore del bene inferiore a quello che dovrebbe essere; qui si batte con maggior lena il remo che era stato mosso con dannosa lentezza (il mal tardato remo: si ripara con la sollecitudine la tiepidezza con cui in vita si agì nei confronti dei beni spirituali). Ma perché tu intenda ancora più chiaramente, volgi a me la tua attenzione, e raccoglierai qualche buon frutto da questa nostra sosta ». Cominciò: « Figliolo, né il Creatore né alcuna creatura furono mai senza amore, o istintivo, o per libera scelta; e tu lo sai bene. L’amore istintivo è sempre esente da errore, ma l’altro può errare o perché si volge a un oggetto cattivo oppure (quando si volge a un oggetto buono) perché vi tende con vigore superiore a quello giusto o con vigore troppo scarso. Finché l’amore d’elezione si dirige a Dio, primo Bene, e verso i beni creati si mantiene nei giusti limiti, non può essere causa di un piacere colpevole; ma quando si volge al male, o corre al bene creato con vigore maggiore o minore del giusto, allora la creatura opera contro il suo Fattore. Da qui puoi comprendere come in voi uomini necessariamente l’amore sia il germe di ogni opera virtuosa e di ogni opera che merita punizione. Ora, siccome l’amore non può mai distogliere lo sguardo dal bene di colui che è il soggetto dell’amore stesso (cioè ogni creatura non può che volere il proprio bene), ne segue che tutti gli esseri sono immuni dall’odio contro se stessi; e poiché nessun essere può venire concepito per sé stante e diviso da Dio, Essere primo, ne segue che ogni creatura è distolta dall’odiare l’Essere primo. Se ragionando per distinzioni giudico rettamente, resta che quando si ama un male, questo è il male del prossimo; e questo amore del male può nascere in tre modi nella vostra natura impastata. di fango. Vi è il superbo che spera di eccellere per il fatto che il suo prossimo è umiliato, e solo per questo brama che il prossimo sia abbattuto dalla sua grandezza: c’è poi l’invidioso che teme di perdere potenza, favori, onore e gloria per il fatto che altri lo superi, e per questo si rattrista tanto da desiderare che gli altri subiscano il contrario; e c’è l’iracondo che per l’ingiuria ricevuta appare adirarsi, tanto da diventare avido di vendetta, e divenuto tale è indotto necessariamente a preparare il male agli altri. Queste tre forme di amore del male sono scontate nei gironi inferiori: ora voglio che tu conosca l’altro amore che si rivolge al bene in modo disordinato. Ogni uomo vagheggia in modo confuso e desidera un bene sommo nel quale l’animo trovi la sua pace; per questo ciascuno di sforza di raggiungerlo. Se à conoscere o a conseguire questo sommo bene (che é Dio stesso) vi spinge un amore debole, questa cornice, dopo il dovuto pentimento, vi darà la pena adeguata. Vi sono altri beni (quelli terreni e perciò limitati) che non rendono l’uomo felice; essi non sono la felicità, non sono il bene per essenza, il quale è compimento e principio d’ogni bene. L’amore che si abbandona con troppo vigore a questi beni, viene espiato nei tre cerchi superiori; ma come questo amore si può dividere mediante il ragionamento in tre specie; tralascio di dirtelo, affinché tu lo ricerchi da te stesso ».

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe 
ti colse nebbia per la qual vedessi 
non altrimenti che per pelle talpe,                                   3

come, quando i vapori umidi e spessi 
a diradar cominciansi, la spera 
del sol debilemente entra per essi;                                6

e fia la tua imagine leggera 
in giugnere a veder com’io rividi 
lo sole in pria, che già nel corcar era.                             9

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi 
del mio maestro, usci’ fuor di tal nube 
ai raggi morti già ne’ bassi lidi.                                       12

O imaginativa che ne rube 
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge 
perché dintorno suonin mille tube,                                 15

chi move te, se ‘l senso non ti porge? 
Moveti lume che nel ciel s’informa, 
per sé o per voler che giù lo scorge.                              18

De l’empiezza di lei che mutò forma 
ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, 
ne l’imagine mia apparve l’orma;                                   21

e qui fu la mia mente sì ristretta 
dentro da sé, che di fuor non venìa 
cosa che fosse allor da lei ricetta.                                  24

Poi piovve dentro a l’alta fantasia 
un crucifisso dispettoso e fero 
ne la sua vista, e cotal si morìa;                                      27

intorno ad esso era il grande Assuero, 
Estèr sua sposa e ‘l giusto Mardoceo, 
che fu al dire e al far così intero.                                     30

E come questa imagine rompeo 
sé per sé stessa, a guisa d’una bulla 
cui manca l’acqua sotto qual si feo,                              33

surse in mia visione una fanciulla 
piangendo forte, e dicea: «O regina, 
perché per ira hai voluto esser nulla?                           36

Ancisa t’hai per non perder Lavina; 
or m’hai perduta! Io son essa che lutto, 
madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».                         39

Come si frange il sonno ove di butto 
nova luce percuote il viso chiuso, 
che fratto guizza pria che muoia tutto;                            42

così l’imaginar mio cadde giuso 
tosto che lume il volto mi percosse, 
maggior assai che quel ch’è in nostro uso.                 45

I’ mi volgea per veder ov’io fosse, 
quando una voce disse «Qui si monta», 
che da ogne altro intento mi rimosse;                           48

e fece la mia voglia tanto pronta 
di riguardar chi era che parlava, 
che mai non posa, se non si raffronta.                          51

Ma come al sol che nostra vista grava 
e per soverchio sua figura vela, 
così la mia virtù quivi mancava.                                      54

«Questo è divino spirito, che ne la 
via da ir sù ne drizza sanza prego, 
e col suo lume sé medesmo cela.                                57

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; 
ché quale aspetta prego e l’uopo vede, 
malignamente già si mette al nego.                              60

Or accordiamo a tanto invito il piede; 
procacciam di salir pria che s’abbui, 
ché poi non si poria, se ‘l dì non riede».                       63

Così disse il mio duca, e io con lui 
volgemmo i nostri passi ad una scala; 
e tosto ch’io al primo grado fui,                                       66

senti’mi presso quasi un muover d’ala 
e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati 
pacifici, che son sanz’ira mala!’.                                     69

Già eran sovra noi tanto levati 
li ultimi raggi che la notte segue, 
che le stelle apparivan da più lati.                                  72

’O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, 
fra me stesso dicea, ché mi sentiva 
la possa de le gambe posta in triegue.                        75

Noi eravam dove più non saliva 
la scala sù, ed eravamo affissi, 
pur come nave ch’a la piaggia arriva.                            78

E io attesi un poco, s’io udissi 
alcuna cosa nel novo girone; 
poi mi volsi al maestro mio, e dissi:                              81

«Dolce mio padre, dì , quale offensione 
si purga qui nel giro dove semo? 
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».                 84

Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo 
del suo dover, quiritta si ristora; 
qui si ribatte il mal tardato remo.                                    87

Ma perché più aperto intendi ancora, 
volgi la mente a me, e prenderai 
alcun buon frutto di nostra dimora».                              90

«Né creator né creatura mai», 
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, 
o naturale o d’animo; e tu ‘l sai.                                      93

Lo naturale è sempre sanza errore, 
ma l’altro puote errar per malo obietto 
o per troppo o per poco di vigore.                                   96

Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, 
e ne’ secondi sé stesso misura, 
esser non può cagion di mal diletto;                             99

ma quando al mal si torce, o con più cura 
o con men che non dee corre nel bene, 
contra ‘l fattore adovra sua fattura.                                102

Quinci comprender puoi ch’esser convene 
amor sementa in voi d’ogne virtute 
e d’ogne operazion che merta pene.                            105

Or, perché mai non può da la salute 
amor del suo subietto volger viso, 
da l’odio proprio son le cose tute;                                 108

e perché intender non si può diviso, 
e per sé stante, alcuno esser dal primo, 
da quello odiare ogne effetto è deciso.                        111

Resta, se dividendo bene stimo, 
che ‘l mal che s’ama è del prossimo; ed esso 
amor nasce in tre modi in vostro limo.                         114

È chi, per esser suo vicin soppresso, 
spera eccellenza, e sol per questo brama 
ch’el sia di sua grandezza in basso messo;               117

è chi podere, grazia, onore e fama 
teme di perder perch’altri sormonti, 
onde s’attrista sì che ‘l contrario ama;                         120

ed è chi per ingiuria par ch’aonti, 
sì che si fa de la vendetta ghiotto, 
e tal convien che ‘l male altrui impronti.                       123

Questo triforme amor qua giù di sotto 
si piange; or vo’ che tu de l’altro intende, 
che corre al ben con ordine corrotto.                            126

Ciascun confusamente un bene apprende 
nel qual si queti l’animo, e disira; 
per che di giugner lui ciascun contende.                     129

Se lento amore a lui veder vi tira 
o a lui acquistar, questa cornice, 
dopo giusto penter, ve ne martira.                                 132

Altro ben è che non fa l’uom felice; 
non è felicità, non è la buona 
essenza, d’ogne ben frutto e radice.                             135

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, 
di sovr’a noi si piange per tre cerchi; 
ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».                        139

Canto 18

Il maestro di alti insegnamenti aveva terminato la sua dimostrazione, e guardava attentamente nei miei occhi (per vedere) se io apparivo soddisfatto; ed io, che ero stimolato ancora da un nuovo desiderio di sapere, non parlavo, ma dentro di me dicevo: « Forse le numerose domande che faccio lo infastidiscono ». Ma quel paterno maestro di verità, che si accorse del mio desiderio che per timidezza non si manifestava, incominciando a parlare, mi incitò a farlo a mia volta. Per questo io: « Maestro, il mio intelletto si illumina a tal punto nella luce della tua dottrina, che io comprendo chiaramente quanto il tuo ragionamento proponga o analizzi. Perciò ti prego, o dolce padre caro, di definirmi che cosa sia quell’amore, al quale fai risalire ogni azione buona e cattiva » . « Volgi a me » disse « gli occhi penetranti della tua mente, e, ti apparirà evidente l’errore di quei ciechi che pretendono di farsi guide agli altri (sostenendo che ogni amore è sempre buono) L’animo, che è creato con una disposizione naturale ad amare, è pronto a muoversi verso ogni cosa piacevole, non appena è messo in attività da questo piacere. La vostra facoltà conoscitiva deriva dalla realtà esterna l”immagine, e la elabora dentro di voi, così che fa (volgere l’animo verso quella immagine) e se l’animo, dopo aver considerato quella immagine, si inclina verso di lei, quella inclinazione è amore, è una disposizione naturale che per opera della cosa piacevole incomincia a vivere concretamente in voi per la prima volta. Poi, come il fuoco tende a muovi verso l’alto per la sua naturale essenza, che è fatta salire alla sfera del fuoco dove, essendo nel suo elemento si conserva più a lungo, così l’animo preso da amore (per cosa piacevole) avverte il desiderio essa, desiderio che è movimento spirituale, e non trova più pace finché il possesso della cosa amata non gli dà la gioia desiderata. Ora ti può essere chiaro quanto sia nascosta la verità a coloro i quali sostengono che ogni forma di amore in se stessa è cosa buona, (affermando questo) forse in base al fatto che la disposizione naturale ad amare appare sempre buona (poiché tende al bene o a ciò che appare tale); ma non ogni impronta è buona, benché sia buona la cera su cui è impressa (cioè: anche se la disposizione naturale ad amare è buona, non sempre sono tali l’oggetto e il modo in cui essa vi tende) « Le tue parole e la mia mente che le ha seguite attentamente » gli risposi « mi hanno chiarito l’essenza dell’amore, ma ciò mi ha riempito ancora di più di dubbi , poiché se l’amore è determinato da oggetti che stanno al di fuori dell’anima, e l’anima non può operare in modo diverso (non va con altro piede: è solo attratta da cose esterne), non è sua la responsabilità, se procede nel bene o nel male. » Ed egli mi rispose: « Io ti posso dire quanto la ragione umana riesce a spiegare intorno a questo problema; affidati solo a Beatrice per ciò che supera i limiti della ragione, poiché si tratta di argomento di fede. Ogni anima, che è distinta dal corpo pur essendo a quello unita, ha in sé raccolta la disposizione propria della sua specie, la quale disposizione non è avvertita se non quando incomincia ad operare, né si manifesta se non attraverso i suoi effetti, allo stesso modo in cui la potenza vitale di una pianta appare nelle sue fronde verdi. Perciò (dal momento che la virtù specifica dell’anima, cioè la capacità di conoscere e la disposizione ad amare, è avvertita solo quando entra in attività) l’uomo non sa da dove provenga la conoscenza delle nozioni innate, e l’amore dei primi beni desiderabili, che è solo in voi uomini, così come nell’ape c’è la tendenza istintiva a fare il miele; e questa prima disposizione non è suscettibile di lode o di biasimo (per il fatto che è innata). Ora affinché a questo primo impulso naturale (che è buono in sé perché viene dalla natura) si accordino tutti gli altri, è innata in voi la ragione (la virtù che consiglia intorno al bene o al male), che deve vigilare l’assenso solo alle cose buone. La presenza della ragione è il fondamento da cui deriva il giudizio del nostro merito o demerito, secondo che essa accolga e scelga gli amori buoni e cattivi. I filosofi che con la ragione investigarono fino in fondo il problema dell’anima umana, notarono questa libertà innata; per questo lasciarono in retaggio al mondo la dottrina morale. Quindi, ammesso che ogni amore che si accende in voi sorga naturalmente (di necessitate: indipendentemente dalla vostra volontà), è anche in noi la facoltà di trattenerlo o no. Beatrice (la dottrina teologica) chiama questa nobile virtù libero arbitrio, e perciò cerca di ricordartelo, se ella incomincerà a parlartene ». La luna, che aveva tardato. a levarsi fin quasi a mezzanotte, ci faceva apparire meno numerose le stelle (velandole con la sua luce), ed era simile ad un secchione di rame tutto splendente; e compiva il suo corso in direzione contraria al moto apparente del cielo (contra ‘l ciel: procedendo cioè da occidente a oriente) per quel cammino che il sole riscalda nel periodo in cui chi abita a Roma lo vede tramontare tra la Sardegna e la Corsica. Quella nobile anima per cui Pietole (l’antica Andes, patria di Virgilio) è più famosa della città di Mantova, si era liberata dal peso di cui l’avevo gravata con le mie domande; per la qual cosa io, che avevo accolto dentro di me il ragionamento chiaro e semplice di Virgilio intorno alle mie domande, ero nella stessa situazione di un uomo che nel sonno vaneggia. Ma questa sonnolenza mi venne tolta all’improvviso da una schiera di anime che (sopraggiungendo) dietro le nostre spalle già si dirigeva verso di noi. Quale era la tumultuosa calca di gente che un tempo videro correre di notte lungo le loro rive i fiumi Ismeno e Asopo, tutte le volte che i Tebani avevano bisogno della protezione di Bacco, tale, per quello che potei vedere (per l’oscurità), era (la tumultuosa calca) che avanzava correndo a grandi falcate in quel girone, di coloro che venivano, i quali erano spronati dalla buona volontà e dal giusto amore (verso Dio). Presto ci raggiunsero, perché tutta quella grande schiera procedeva correndo; e due anime davanti alle altre gridavano piangendo: « Maria si affrettò ad andare dove abitava Elisabetta: e Cesare, per soggiogare Lerida, dette un primo colpo a Marsiglia e poi corse in Spagna » « Presto, presto, che non si perda il tempo per fiacco amore» gridavano gli altri dopo, « affinché la sollecitudine ad espiare ravvivi in noi la grazia divina. »« O anime nelle quali lo zelo ardente ora compensa forse la negligenza e l’indugio da voi usati per tiepidezza nell’operare il bene, questo che vive ancora, e certo non vi inganno, vuole salire verso l’alto, non appena il sole risplenda di nuovo per noi; perciò diteci da quale parte è più vicino il passaggio (pertugio: per salire al quinto girone).» Queste furono le parole della mia guida; e una di quelle anime disse: « Vieni dietro a noi, e troverai l’apertura. Noi siamo così pieni di ardente desiderio di muoverci, che non possiamo fermarci; perciò perdonaci, se per caso giudichi come una scortesia quella che è la nostra giusta pena. Io fui abate del monastero di San Zeno a Verona sotto l’impero del valente Barbarossa, del quale Milano parla ancora con dolore. E uno che è già prossimo alla morte, presto sconterà (nell’al di là) l’offesa recata a quel monastero, e si dorrà di avere avuto il potere di farla, perché ha messo al posto del suo abate legittimo suo figlio, difettoso nel corpo, e peggio ancora (per i suoi vizi) nell’animo, e generato da un’unione illegittima ». Io non so se dìsse altre cose o se tacque, a tal punto si era già allonanato da noi; ma questo io ascoltai, e ritennì utile ricordare. E Virgilio che mi era di aiuto in ogni necessità disse:- « Volgiti da questa parte: guarda due anime che sopraggiungono rimproverando (con gli esempi) il peccato di accidia ». Stando dietro a tutti dicevano: « Coloro davantì ai qualì sì aperse il mare morirono prima di vedere la Palestina che era stata loro promessa da Dio; e coloro che non sopportarono con Enea le fatiche del viaggio. fino alla fine, si abbandonarono ad una vita ingloriosa ». Poi quando quegli spiríti si furono allontanati da noi tanto da non poter essere più visti, sorse dentro di me un nuovo pensiero, dal quale nacquero numerosi altri pensieri e diversi fra loro (non in successione logica); e passai vaneggiando dall’uno all’altro, tanto che per questo vagare della mente chiusi gli occhi, e il fluido moto dei miei pensieri si cambiò in sogno.

Posto avea fine al suo ragionamento 
l’alto dottore, e attento guardava 
ne la mia vista s’io parea contento;                                 3

e io, cui nova sete ancor frugava, 
di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse 
lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.                                6

Ma quel padre verace, che s’accorse 
del timido voler che non s’apriva, 
parlando, di parlare ardir mi porse.                                 9

Ond’io: «Maestro, il mio veder s’avviva 
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro 
quanto la tua ragion parta o descriva.                            12

Però ti prego, dolce padre caro, 
che mi dimostri amore, a cui reduci 
ogne buono operare e ‘l suo contraro».                        15

«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci 
de lo ‘ntelletto, e fieti manifesto 
l’error de’ ciechi che si fanno duci.                                 18

L’animo, ch’è creato ad amar presto, 
ad ogne cosa è mobile che piace, 
tosto che dal piacere in atto è desto.                             21

Vostra apprensiva da esser verace 
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, 
sì che l’animo ad essa volger face;                               24

e se, rivolto, inver’ di lei si piega, 
quel piegare è amor, quell’è natura 
che per piacer di novo in voi si lega.                              27

Poi, come ‘l foco movesi in altura 
per la sua forma ch’è nata a salire 
là dove più in sua matera dura,                                      30

così l’animo preso entra in disire, 
ch’è moto spiritale, e mai non posa 
fin che la cosa amata il fa gioire.                                    33

Or ti puote apparer quant’è nascosa 
la veritate a la gente ch’avvera 
ciascun amore in sé laudabil cosa;                               36

però che forse appar la sua matera 
sempre esser buona, ma non ciascun segno 
è buono, ancor che buona sia la cera».                        39

«Le tue parole e ‘l mio seguace ingegno», 
rispuos’io lui, «m’hanno amor discoverto, 
ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;                       42

ché, s’amore è di fuori a noi offerto, 
e l’anima non va con altro piede, 
se dritta o torta va, non è suo merto».                            45

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, 
dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta 
pur a Beatrice, ch’è opra di fede.                                    48

Ogne forma sustanzial, che setta 
è da matera ed è con lei unita, 
specifica vertute ha in sé colletta,                                   51

la qual sanza operar non è sentita, 
né si dimostra mai che per effetto, 
come per verdi fronde in pianta vita.                               54

Però, là onde vegna lo ‘ntelletto 
de le prime notizie, omo non sape, 
e de’ primi appetibili l’affetto,                                           57

che sono in voi sì come studio in ape 
di far lo mele; e questa prima voglia 
merto di lode o di biasmo non cape.                             60

Or perché a questa ogn’altra si raccoglia, 
innata v’è la virtù che consiglia, 
e de l’assenso de’ tener la soglia.                                 63

Quest’è ‘l principio là onde si piglia 
ragion di meritare in voi, secondo 
che buoni e rei amori accoglie e viglia.                         66

Color che ragionando andaro al fondo, 
s’accorser d’esta innata libertate; 
però moralità lasciaro al mondo.                                   69

Onde, poniam che di necessitate 
surga ogne amor che dentro a voi s’accende, 
di ritenerlo è in voi la podestate.                                     72

La nobile virtù Beatrice intende 
per lo libero arbitrio, e però guarda 
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».                  75

La luna, quasi a mezza notte tarda, 
facea le stelle a noi parer più rade, 
fatta com’un secchion che tuttor arda;                           78

e correa contro ‘l ciel per quelle strade 
che ‘l sole infiamma allor che quel da Roma 
tra Sardi e ‘ Corsi il vede quando cade.                         81

E quell’ombra gentil per cui si noma 
Pietola più che villa mantoana, 
del mio carcar diposta avea la soma;                            84

per ch’io, che la ragione aperta e piana 
sovra le mie quistioni avea ricolta, 
stava com’om che sonnolento vana.                             87

Ma questa sonnolenza mi fu tolta 
subitamente da gente che dopo 
le nostre spalle a noi era già volta.                                90

E quale Ismeno già vide e Asopo 
lungo di sè di notte furia e calca, 
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,                       93

cotal per quel giron suo passo falca, 
per quel ch’io vidi di color, venendo, 
cui buon volere e giusto amor cavalca.                         96

Tosto fur sovr’a noi, perché correndo 
si movea tutta quella turba magna; 
e due dinanzi gridavan piangendo:                                99

«Maria corse con fretta a la montagna; 
e Cesare, per soggiogare Ilerda, 
punse Marsilia e poi corse in Ispagna».                      102

«Ratto, ratto, che ‘l tempo non si perda 
per poco amor», gridavan li altri appresso, 
«che studio di ben far grazia rinverda».                       105

«O gente in cui fervore aguto adesso 
ricompie forse negligenza e indugio 
da voi per tepidezza in ben far messo,                         108

questi che vive, e certo i’ non vi bugio, 
vuole andar sù, pur che ‘l sol ne riluca; 
però ne dite ond’è presso il pertugio».                         111

Parole furon queste del mio duca; 
e un di quelli spirti disse: «Vieni 
di retro a noi, e troverai la buca.                                     114

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, 
che restar non potem; però perdona, 
se villania nostra giustizia tieni.                                     117

Io fui abate in San Zeno a Verona 
sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa, 
di cui dolente ancor Milan ragiona.                               120

E tale ha già l’un piè dentro la fossa, 
che tosto piangerà quel monastero, 
e tristo fia d’avere avuta possa;                                     123

perché suo figlio, mal del corpo intero, 
e de la mente peggio, e che mal nacque, 
ha posto in loco di suo pastor vero».                           126

Io non so se più disse o s’ei si tacque, 
tant’era già di là da noi trascorso; 
ma questo intesi, e ritener mi piacque.                        129

E quei che m’era ad ogne uopo soccorso 
disse: «Volgiti qua: vedine due 
venir dando a l’accidia di morso».                                132

Di retro a tutti dicean: «Prima fue 
morta la gente a cui il mar s’aperse, 
che vedesse Iordan le rede sue.                                   135

E quella che l’affanno non sofferse 
fino a la fine col figlio d’Anchise, 
sé stessa a vita sanza gloria offerse».                         138

Poi quando fuor da noi tanto divise 
quell’ombre, che veder più non potiersi, 
novo pensiero dentro a me si mise,                             141

del qual più altri nacquero e diversi; 
e tanto d’uno in altro vaneggiai, 
che li occhi per vaghezza ricopersi, 
e ‘l pensamento in sogno trasmutai.                            145

Canto 19

Nell’ora (l’ultima della notte) in cui il calore solare non può più mitigare il gelo dei raggi lunari, perché ormai è vinto dal freddo naturale della terra, e talvolta da quello del pianeta Saturno. somigliante a quella che essi chiamano Fortuna Maggiore, in una parte dell’orizzonte che per poco tempo rimane ancora oscura,mi apparve in sogno una donna balbuziente, con gli occhi guerci, e sciancata, con le mani rattrappite, e pallida in volto. lo la osservavo fissamente; e come il sole rinfranca le membra intirizzite che il freddo della notte intorpidisce, così il mio sguardo le rendeva sciolta la lingua, quindi in breve tempo le raddrizzava tutta la persona, e donava al volto sbiancato quel colore roseo che è suscitato dall’amore. Dopo che ebbe così sciolta la lingua, la donna cominciava a cantare con tanta dolcezza che a fatica avrei potuto distogliere da lei la mia attenzione. « Io sono » cantava, « io sono la dolce sirena, che distolgo dalla loro via i marinai in mezzo al mare, a tal punto sono piena di piacere per chi mi ascolta! Io attrassi col mio canto anche Ulisse, sebbene desideroso di proseguire il suo cammino; e chiunque si abitua alla mia compagnia, raramente se ne allontana, a tal punto riesco ad appagarlo totalmente)! » La sua bocca non si era ancora chiusa, quando accanto, a me apparve una donna santa e sollecita per svergognarla. « O Virgilio, Virgilio, chi è costei? » diceva con accento sdegnato; e Virgilio s’accostava tenendo gli occhi sempre fissi su quella donna onesta. Quindi afferrava l’altra, e la scopriva davanti squarciandole le vesti, e me ne faceva vedere il ventre: questo mi svegliò col fetore che emanava. lo mossi gli occhi, mentre il mio valente maestro nei diceva: « Almeno tre volte ti ho chiamato! Alzati e vieni: vediamo di trovare l’apertura nella roccia attraverso la quale tu possa entrare ». Mi alzai in piedi, e già tutti i gironi del sacro monte erano pieni della luce mattutina ormai alta suIl’orizzonte, e camminavamo avendo alle spalle il sole del nuovo giorno. Seguendo Virgilio, tenevo bassa la fronte come chi l’ha oppressa da gravi pensieri, e procede curvo facendo con la persona un mezzo arco di ponte, quando udii dire: «Venite, si passa di qui » con un tono così soave e benigno, come non si sente mai nel nostro mondo terreno. Colui che così ci parlò, con le ali aperte, candide come quelle d’un cigno, ci avviò verso l’alto (alla scala incavata) tra due pareti di duro sasso. Poi mosse le ali e ci ventilò, affermando esser beati « Quelli che piangono » (è la seconda beatitudine evangelica: cfr. Matteo V, 4; Luca VI, 21), perché avranno le loro anime piene di consolazione. Noi due, ci eravamo di poco portati più in alto dell’angelo, quando la mia guida cominciò a dirmi: « Che cos’hai che continui a guardare a terra? » Ed io gli risposi: « Mi fa camminare con tanto dubbio una recente visione che attira a sé la mia mente, tanto che non riesco a fare a meno di pensarci ». Mi rispose: « Hai visto quella vecchia strega ammaliatrice, la quale rappresenta solo i vizi che ormai restano da espiare nei gironi superiori; hai visto come l’uomo riesce a. liberarsi da lei. Ti basti quanto hai sentito, e affretta il passo (batti a terra le calcagne) : volgi gli occhi in alto al richiamo che il re eterno fa ruotare con le sfere celesti ». Come fa il falcone, che prima sta con gli occhi fissi ai piedi, poi si volge al richiamo del falconiere e tutto si protende per il desiderio del pasto, che lo attira in quella direzione, così feci io; e così, per tutta la fenditura della roccia che si apre per dare passaggio a chi sale (quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso), procedetti fin dove si riprende a camminare in cerchio (cerchiar: seguendo la curva del girone); Appena fui uscito all’aperto sul quinto girone, vidi anime sparse in esso che piangevano, giacendo bocconi a terra. « L’anima mia si è attaccata alla terra (è il versetto 25 del Salmo CXIX) » le udivo dire con sospiri di dolore casi profondi, che appena si percepivano le loro parole. « O eletti di Dio, le cui sofferenze sono alleviate dalla giustizia e dalla speranza, indirizzateci verso i gradini dell’altra scala (che porta al girone superiore). » « Se voi venite esenti dalla pena che ci fa qui giacere, e volete trovare più presto la via, tenete le vostre destre sempre dalla parte esterna della parete del monte . »Così pregò il poeta e così ci fu risposto poco più avanti di noi, per cui io per mezzo della voce riuscii a indivìduare l’interlocutore invisibile nel volto (perché giacente bocconi a terra); e volsi il mio sguardo verso gli occhi della mia guida, per cui egli acconsentì con un cenno compiacente a quello che chiedeva il mio sguardo che manifestava il desiderio di parlare con quello spirito. Non appena fui libero di disporre di me a mio piacimento, mi accostai a quella creatura le cui parole prima avevano richiamato la mia attenzione, dicendo: « O spirito in cui il pianto matura quella purificazione senza la quale non si può tornare a Dio, sospendi un poco per me la tua penitenza. Dimmi chi fosti e perché avete le schiene rivolte al cielo, e dimmi anche se vuoi che ti ottenga qualcosa nel mondo da dove io, essendo ancora in vita, sono venuto ». Ed egli a me: « Conoscerai poi il peccato per cui il cielo ci ha condannati a stare con le schiene in alto, ma prima sappi che io fui papa (successor Petri). Tra Sestri Levante e Chiavari scende in basso un bel torrente, il Lavagna, e dal suo nome il nome della mia famiglia trae il suo maggiore vanto. Per poco più di un mese io provai quanto pesa il gran manto pontificale a chi lo vuole conservare puro dal fango, tanto che tutti gli altri pesi al confronto sembrano leggieri come piume. La mia conversione, ahimè!, fu tardiva; ma appena fui eletto romano pastore, in questo modo scopersi come sono menzogneri i beni mondani (la vita bugiarda). Vidi che neppure lì (sul seggio papale) il cuore si quietava, né in quella vita terrena si poteva salire più in alto, per cui in me si accese l’amore per la vita eterna. Fino al momento della mia elezione (a quel punto) ero stato un’anima miserabile e divisa da Dio, completamente dominata dall’avidità: ora qui, come vedi, ne sono punito. Quali siano gli effetti dell’avarizia, qui si dimostrano chiaramente nell’espiazione delle anime convertitesi; e il monte non ha alcuna pena più amara della nostra. Siccome il nostro occhio, sempre fisso alla realtà terrestre, non si sollevò al cielo, così qui la giustizia divina lo fa stare rivolto a terra. E come l’avarizia spense in noi l’amore di ogni vero bene, e per questo il nostro operare fu vano, così qui la giustizia divina ci tiene stretti,legati e avvinti nelle mani e nei piedi (impedendoci di agire), e staremo qui immobili e distesi quanto piacerà al giusto re». Io mi ero inginocchiato accanto a lui e volevo parlare; ma appena cominciai ed egli, solo dall’udire più vicina la mia voce, s’accorse del mio atto di riverenza, « Quale motivo » disse « ti indusse a piegarti così in basso verso di me? » E io gli risposi: « Per la vostra dignità la mia coscienza mi fece venire il rimorso di stare diritto ». Rispose: « Fratello, drizza le gambe, alzati! Non cadere in errore (attribuendomi onori speciali): assieme a te e con gli altri sono anch’io un servo di fronte all’unica autorità di Dio. Se hai capito quelle sante parole evangeliche che dicono: “Né sposeranno”, ti apparirà chiaro perché io parlo (ragiono) in questo modo. Prosegui ormai la tua strada: non voglio che ti trattenga ancora, perché la tua permanenza disturba il mio pianto, col quale completo ciò che tu dicesti. Nel mondo ho una nipote che si chiama Alagia, buona per indole, purché la nostra famiglia non la renda malvagia col suo esempio; e di là mi è rimasta lei sola (che possa pregare per me)».

Ne l’ora che non può ‘l calor diurno 
intepidar più ‘l freddo de la luna, 
vinto da terra, e talor da Saturno                                      3

– quando i geomanti lor Maggior Fortuna 
veggiono in oriente, innanzi a l’alba, 
surger per via che poco le sta bruna -,                           6

mi venne in sogno una femmina balba, 
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, 
con le man monche, e di colore scialba.                       9

Io la mirava; e come ‘l sol conforta 
le fredde membra che la notte aggrava, 
così lo sguardo mio le facea scorta                               12

la lingua, e poscia tutta la drizzava 
in poco d’ora, e lo smarrito volto, 
com’ amor vuol, così le colorava.                                    15

Poi ch’ell’avea ‘l parlar così disciolto, 
cominciava a cantar sì, che con pena 
da lei avrei mio intento rivolto.                                         18

«Io son», cantava, «io son dolce serena, 
che’ marinari in mezzo mar dismago; 
tanto son di piacere a sentir piena!                                21

Io volsi Ulisse del suo cammin vago 
al canto mio; e qual meco s’ausa, 
rado sen parte; sì tutto l’appago!».                                 24

Ancor non era sua bocca richiusa, 
quand’ una donna apparve santa e presta 
lunghesso me per far colei confusa.                             27

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», 
fieramente dicea; ed el venìa 
con li occhi fitti pur in quella onesta.                              30

L’altra prendea, e dinanzi l’apria 
fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre; 
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.                          33

Io mossi li occhi, e ‘l buon maestro: «Almen tre
voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; 
troviam l’aperta per la qual tu entre».                            36

Sù mi levai, e tutti eran già pieni 
de l’alto dì i giron del sacro monte, 
e andavam col sol novo a le reni.                                   39

Seguendo lui, portava la mia fronte 
come colui che l’ha di pensier carca, 
che fa di sé un mezzo arco di ponte;                              42

quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» 
parlare in modo soave e benigno, 
qual non si sente in questa mortal marca.                   45

Con l’ali aperte, che parean di cigno, 
volseci in sù colui che sì parlonne 
tra due pareti del duro macigno.                                     48

Mosse le penne poi e ventilonne, 
Qui lugent’ affermando esser beati, 
ch’avran di consolar l’anime donne.                              51

«Che hai che pur inver’ la terra guati?», 
la guida mia incominciò a dirmi, 
poco amendue da l’angel sormontati.                           54

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi 
novella vision ch’a sé mi piega, 
sì ch’io non posso dal pensar partirmi».                      57

«Vedesti», disse, «quell’antica strega 
che sola sovr’ a noi omai si piagne; 
vedesti come l’uom da lei si slega.                               60

Bastiti, e batti a terra le calcagne; 
li occhi rivolgi al logoro che gira 
lo rege etterno con le rote magne».                               63

Quale ‘l falcon, che prima a’ pié si mira, 
indi si volge al grido e si protende 
per lo disio del pasto che là il tira,                                  66

tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende 
la roccia per dar via a chi va suso, 
n’andai infin dove ‘l cerchiar si prende.                         69

Com’io nel quinto giro fui dischiuso, 
vidi gente per esso che piangea, 
giacendo a terra tutta volta in giuso.                               72

Adhaesit pavimento anima mea’ 
sentia dir lor con sì alti sospiri, 
che la parola a pena s’intendea.                                    75

«O eletti di Dio, li cui soffriri 
e giustizia e speranza fa men duri, 
drizzate noi verso li alti saliri».                                         78

«Se voi venite dal giacer sicuri, 
e volete trovar la via più tosto, 
le vostre destre sien sempre di fori».                            81

Così pregò ‘l poeta, e sì risposto 
poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io 
nel parlare avvisai l’altro nascosto,                                84

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: 
ond’ elli m’assentì con lieto cenno 
ciò che chiedea la vista del disio.                                   87

Poi ch’io potei di me fare a mio senno, 
trassimi sovra quella creatura 
le cui parole pria notar mi fenno,                                    90

dicendo: «Spirto in cui pianger matura 
quel sanza ‘l quale a Dio tornar non pòssi, 
sosta un poco per me tua maggior cura.                      93

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi 
al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri 
cosa di là ond’ io vivendo mossi».                                 96

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri 
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima 
scias quod ego fui successor Petri.                                99

Intra Sestri e Chiaveri s’adima 
una fiumana bella, e del suo nome 
lo titol del mio sangue fa sua cima.                              102

Un mese è poco più prova’ io come 
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, 
che piuma sembran tutte l’altre some.                        105

La mia conversione, omè!, fu tarda; 
ma, come fatto fui roman pastore, 
così scopersi la vita bugiarda.                                       108

Vidi che lì non s’acquetava il core, 
né più salir potiesi in quella vita; 
per che di questa in me s’accese amore.                   111

Fino a quel punto misera e partita 
da Dio anima fui, del tutto avara; 
or, come vedi, qui ne son punita.                                  114

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara 
in purgazion de l’anime converse; 
e nulla pena il monte ha più amara.                             117

Sì come l’occhio nostro non s’aderse 
in alto, fisso a le cose terrene, 
così giustizia qui a terra il merse.                                 120

Come avarizia spense a ciascun bene 
lo nostro amore, onde operar perdési, 
così giustizia qui stretti ne tene,                                    123

ne’ piedi e ne le man legati e presi; 
e quanto fia piacer del giusto Sire, 
tanto staremo immobili e distesi».                               126

Io m’era inginocchiato e volea dire; 
ma com’ io cominciai ed el s’accorse, 
solo ascoltando, del mio reverire,                                 129

«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». 
E io a lui: «Per vostra dignitate 
mia coscienza dritto mi rimorse».                                 132

«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», 
rispuose; «non errar: conservo sono 
teco e con li altri ad una podestate.                              135

Se mai quel santo evangelico suono 
che dice ‘Neque nubent’ intendesti, 
ben puoi veder perch’io così ragiono.                          138

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; 
ché la tua stanza mio pianger disagia, 
col qual maturo ciò che tu dicesti.                                 141

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, 
buona da sé, pur che la nostra casa 
non faccia lei per essempro malvagia; 

e questa sola di là m’è rimasa».                                  145

Canto 20

Un volere buono (quello di Dante che desiderava prolungare il colloquio) male combatte (mal pugna: è costretto à cedere) contro un volere migliore (quello di Adriano V; cfr. canto XIX, 140-141) ; perciò per compiacerlo, contro la mia volontà (‘l piacer mio) estrassi dall’acqua la spugna (del mio desiderio) non satura (cioè: interruppi il colloquio). Mi mossi; e con me si mosse la mia guida negli spazi non occupati dalle anime, camminando proprio rasente la roccia, come si va sulle mura rasente ai merli, perché gli spiriti, che versano a goccia a goccia dagli occhi (con le lagrime) il male (l’avarizia) che occupa tutto il mondo, sono troppo vicini all’orlo dall’altra parte della cornice. Sii maledetta tu, antica lupa, che più di tutti gli altri vizi fai strage di anime per la tua fame infinitamente profonda ! O cielo, al cui ruotare sembra si creda siano dovuti i mutamenti delle condizioni di quaggiù, quando verrà colui (il Veltro) per opera del quale costei sia allontanata ? Noi procedevamo a passi lenti e piccoli, ed io stavo attento (per scansarle) alle anime, che udivo piangere ed emettere lamenti da muovere pietà; e mi accadde di udire davanti a noi invocare piangendo < Dolce Maria! », così come fa la donna presa dalle doglie del parto; e continuare: < Tu fosti tanto povera; quanto si può vedere da quell’umile stalla dove deponesti la santa creatura che portavi in seno ». Successivamente udii dire: < O eccellente Fabrizio, tu preferisti la virtù nella povertà piuttosto che possedere grande ricchezza con disonestà ». Queste parole mi erano piaciute a tal punto, che mi spinsi innanzi per conoscere quello spirito dal quale sembravano venire. Esso parlava ancora lodando la liberalità che usò San Nicola in favore di alcune fanciulle, per condurre la loro giovinezza a nozze onorate. E io dissi: “O anima che ricordi esempi così insigni di virtù, dimmi chi fosti e perché tu sola richiami alla memoria azioni così degne di lode. Il tuo parlare non sarà senza ricompensa, se è vero che io debbo tornare a completare il breve viaggio di quella vita terrena che corre rapidamente verso il suo termine”. E. lo spirito mi rispose: “Ti dirò quanto chiedi, non perché io attenda suffragi dalla terra, ma perché in te brilla così chiara la Grazia prima che tu sia morto. Io fui il capostipite di quella malvagia dinastia dei Capetingi, che copre di malefica ombra tutta la cristianità, tanto che raramente da essa si coglie il buon frutto di qualche persona virtuosa. Ma se Douai, Lille, Gand (Guanto) e Bruges potessero, presto ne farebbero vendetta; ed io la chiedo a Dio che tutto giudica. Sulla terra fui chiamato Ugo Capeto (Ciappeffa dal francese Chapet) da me nacquero i Filippi e i Luigi dai quali la Francia è governata nei tempi più recenti (cessata la dinastia dei Carolingi). Io fui figlio d’un mercante di buoi di Parigi: quando si estinsero tutti i re dell’antica dinastia dei Carolingi, tranne uno che vestì l’abito monacale, mi trovai salda nelle mani la guida del governo del regno, e (mi trovai) tanta potenza di recenti ricchezze, e tale moltitudine di fautori, che la corona regale vacante fu cinta sulla testa di mio figlio Roberto, dal quale ebbe inizio la discendenza dei re solennemente consacrati (di costor le sacrale ossa). Finché la grande dote della contea di Provenza non tolse alla mia discendenza ogni pudore di fronte al male, essa valeva poco, ma neppure operava il male. A questo punto la mia stirpe cominciò la sua rapina con la violenza e con l’inganno: e poi, per fare ammenda (della prima rapina), si impadronì del Ponthieu, della Normandia e della Guascogna. Carlo I d’Angiò venne in Italia e, per fare ammenda, fece giustiziare Corradino di Svevia; e poi, sempre per fare ammenda, fece risalire in cielo Tommaso d’Aquino. Io vedo un tempo futuro, non molto lontano da oggi, in cui uscirà fuori di Francia un altro Carlo, per fare meglio conoscere la malvagità sua e dei suoi. Esce di Francia senza armi e solo con la lancia (della menzogna e del tradimento) con la quale aveva combattuto Giuda, e spinge forte quell’arma nel ventre di Firenze così da farlo scoppiare. Da questa impresa non guadagnerà terre, ma peccato e vergogna, che per lui saranno tanto più gravi, quanto più lieve egli riterrà tale danno. Vedo l’altro Carlo, quello che già fu tratto prigioniero dalla sua nave, vendere sua figlia e patteggiarla come fanno i corsari con schiave qualsiasi. O avarizia, che altro di peggio puoi farci, dal momento che hai asservito a te la mia discendenza, al punto tale che per te non si cura più dei propri figli ? Affinché il male futuro e quello fatto nel passato appaiano meno gravi, ti dirò che vedo entrare in Anagni l’insegna dei re di Francia, e vedo Cristo esser fatto prigionero nella persona del suo vicario. Lo vedo deriso un’altra volta; vedo offrirgli nuovamente l’aceto e il fiele, e lo vedo ucciso in mezzo a ladroni che continuano a vivere (vivi: i due responsabili dell’oltraggio). Vedo il nuovo Pilato diventato tanto crudele, che di questo non si sazia, ma arbitrariamente volge la sua cupidigia contro i Templari. O Signore mio, quando avrò io la consolazione di vedere in atto il tuo giusto castigo che, ancora a noi nascosto, nei tuoi segreti disegni rende dolce la tua ira? Quello che dicevo della Vergine Maria, l’unica sposa dello Spirito Santo, e che ti indusse a rivolgerti a me per averne qualche spiegazione, (con gli altri esempi di virtù) segue come un responsorio tutte le nostre preghiere tanto quanto dura il giorno; ma quando giunge la notte al posto di questi esempi incominciamo a gridare esempi contrari. Allora noi rievochiamo l’esempio di Pigmalione, che l’avida brama di oro fece traditore, ladro e parricida (nel significato latino di uccisore di un parente prossimo); e rievochiamo la misera condizione nella quale l’avaro re Mida si trovò dopo la sua domanda ingorda, per cui (ricordandola) ogni volta non si può non riderne. Poi ciascuno di noi ricorda la follia di Acan, che rubò parte del bottino, cosicché qui sembra colpirlo ancora l’ira di Giosuè. Quindi accusiamo Safira col marito; lodiamo Iddio per i calci del cavallo toccati a Eliodoro; e con infamia viene ripetuto in tutto il monte il nome di Polinestore che uccise Polidoro: infine ci gridiamo a vicenda: “Crasso, tu che lo sai, dillo a noi : che sapore ha l’oro?” Talora (ricordando gli esempi) uno di noi parla a voce alta e un altro a voce più bassa, secondo l’intensità del sentimento che ci sprona a procedere nella purificazione ora con maggiore ora con minore desiderio perciò a ricordare gli esempi virtuosi che di giorno qui (ci) ripetiamo, non ero io solo poco fa; ma qui vicino a me non alzava la voce nessun’altra anima”. Noi ci eravamo già allontanati da lui, e ci studiavamo di percorrere la strada con tanta fretta quanta ci permetteva la difficoltà del cammino, quando sentii tremare il monte, come se stesse franando; per questo mi prese quel gelido spavento che suole provare chi è condotto al supplizio: certo l’isola di Delo non veniva scossa dal mare così violentemente, prima che Latona la scegliesse come rifugio per darvi alla luce Apollo e Diana (li due occhi del cielo: cioè il sole e la luna). Poi da ogni parte si levò un grido tanto possente, che il mio maestro (per rassicurarmi) s’accostò a me, dicendo: « Non temere, finché ti guido io ». Per quello che capii dalla voce delle anime più vicine, da cui fu possibile intendere le parole gridate, tutti dicevano: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli » (l’inno cantato dagli angeli alla nascita di Gesù; cfr. Luca II, 14). Noi due ce ne stavamo immobili e con l’animo sospeso (sospesi) come i pastori di Betlemme, che per primi udirono quel canto, finché cessò il tremito del monte ed ebbe termine il canto. Poi riprendemmo la strada della purificazione, osservando le ombre giacenti a terra, già tornate al loro pianto abituale. Se in questo la mia memoria non erra, nessuna ignoranza mi rese mai desideroso di sapere con tanto assillo, quanto mi sembrava di averne allora ripensando al terremoto e al canto; né osavo domandare a Virgilio per la sua fretta, né da me solo potevo vedere in quei fatti alcuna cosa che m’illuminasse: perciò procedevo timoroso di chiedere e chiuso nei miei pensieri.

Contra miglior voler voler mal pugna; 
onde contra ‘l piacer mio, per piacerli, 
trassi de l’acqua non sazia la spugna.                           3

Mossimi; e ‘l duca mio si mosse per li 
luoghi spediti pur lungo la roccia, 
come si va per muro stretto a’ merli;                               6

ché la gente che fonde a goccia a goccia 
per li occhi il mal che tutto ‘l mondo occupa, 
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.                      9

Maladetta sie tu, antica lupa, 
che più che tutte l’altre bestie hai preda 
per la tua fame sanza fine cupa!                                     12

O ciel, nel cui girar par che si creda 
le condizion di qua giù trasmutarsi, 
quando verrà per cui questa disceda?                          15

Noi andavam con passi lenti e scarsi, 
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia 
pietosamente piangere e lagnarsi;                                18

e per ventura udi’ «Dolce Maria!» 
dinanzi a noi chiamar così nel pianto 
come fa donna che in parturir sia;                                  21

e seguitar: «Povera fosti tanto, 
quanto veder si può per quello ospizio 
dove sponesti il tuo portato santo».                               24

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, 
con povertà volesti anzi virtute 
che gran ricchezza posseder con vizio».                       27

Queste parole m’eran sì piaciute, 
ch’io mi trassi oltre per aver contezza 
di quello spirto onde parean venute.                             30

Esso parlava ancor de la larghezza 
che fece Niccolò a le pulcelle, 
per condurre ad onor lor giovinezza.                              33

«O anima che tanto ben favelle, 
dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola 
tu queste degne lode rinovelle.                                       36

Non fia sanza mercé la tua parola, 
s’io ritorno a compiér lo cammin corto 
di quella vita ch’al termine vola».                                    39

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto 
ch’io attenda di là, ma perché tanta 
grazia in te luce prima che sie morto.                            42

Io fui radice de la mala pianta 
che la terra cristiana tutta aduggia, 
sì che buon frutto rado se ne schianta.                         45

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia 
potesser, tosto ne saria vendetta; 
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.                           48

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; 
di me son nati i Filippi e i Luigi 
per cui novellamente è Francia retta.                             51

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: 
quando li regi antichi venner meno 
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,                             54

trova’mi stretto ne le mani il freno 
del governo del regno, e tanta possa 
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,                            57

ch’a la corona vedova promossa 
la testa di mio figlio fu, dal quale 
cominciar di costor le sacrate ossa.                              60

Mentre che la gran dota provenzale 
al sangue mio non tolse la vergogna, 
poco valea, ma pur non facea male.                              63

Lì cominciò con forza e con menzogna 
la sua rapina; e poscia, per ammenda, 
Pontì e Normandia prese e Guascogna.                      66

Carlo venne in Italia e, per ammenda, 
vittima fé di Curradino; e poi 
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.                      69

Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi, 
che tragge un altro Carlo fuor di Francia, 
per far conoscer meglio e sé e ‘ suoi.                           72

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia 
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta 
sì ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.                          75

Quindi non terra, ma peccato e onta 
guadagnerà, per sé tanto più grave, 
quanto più lieve simil danno conta.                                78

L’altro, che già uscì preso di nave, 
veggio vender sua figlia e patteggiarne 
come fanno i corsar de l’altre schiave.                          81

O avarizia, che puoi tu più farne, 
poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, 
che non si cura de la propria carne?                             84

Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto, 
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, 
e nel vicario suo Cristo esser catto.                               87

Veggiolo un’altra volta esser deriso; 
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele, 
e tra vivi ladroni esser anciso.                                         90

Veggio il novo Pilato sì crudele, 
che ciò nol sazia, ma sanza decreto 
portar nel Tempio le cupide vele.                                    93

O Segnor mio, quando sarò io lieto 
a veder la vendetta che, nascosa, 
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?                                    96

Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa 
de lo Spirito Santo e che ti fece 
verso me volger per alcuna chiosa,                               99

tanto è risposto a tutte nostre prece 
quanto ‘l dì dura; ma com’el s’annotta, 
contrario suon prendemo in quella vece.                    102

Noi repetiam Pigmalion allotta, 
cui traditore e ladro e paricida 
fece la voglia sua de l’oro ghiotta;                                 105

e la miseria de l’avaro Mida, 
che seguì a la sua dimanda gorda, 
per la qual sempre convien che si rida.                       108

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, 
come furò le spoglie, sì che l’ira 
di Iosuè qui par ch’ancor lo morda.                               111

Indi accusiam col marito Saffira; 
lodiam i calci ch’ebbe Eliodoro; 
e in infamia tutto ‘l monte gira                                        114

Polinestòr ch’ancise Polidoro; 
ultimamente ci si grida: “Crasso, 
dilci, che ‘l sai: di che sapore è l’oro?”.                        117

Talor parla l’uno alto e l’altro basso, 
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona 
ora a maggiore e ora a minor passo:                           120

però al ben che ‘l dì ci si ragiona, 
dianzi non era io sol; ma qui da presso 
non alzava la voce altra persona».                                123

Noi eravam partiti già da esso, 
e brigavam di soverchiar la strada 
tanto quanto al poder n’era permesso,                       126

quand’io senti’, come cosa che cada, 
tremar lo monte; onde mi prese un gelo 
qual prender suol colui ch’a morte vada.                    129

Certo non si scoteo sì forte Delo, 
pria che Latona in lei facesse ‘l nido 
a parturir li due occhi del cielo.                                      132

Poi cominciò da tutte parti un grido 
tal, che ‘l maestro inverso me si feo, 
dicendo: «Non dubbiar, mentr’io ti guido».                 135

Gloria in excelsis’ tutti ‘Deo’ 
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, 
onde intender lo grido si poteo.                                     138

No’ istavamo immobili e sospesi 
come i pastor che prima udir quel canto, 
fin che ‘l tremar cessò ed el compiési.                        141

Poi ripigliammo nostro cammin santo, 
guardando l’ombre che giacean per terra, 
tornate già in su l’usato pianto.                                     144

Nulla ignoranza mai con tanta guerra 
mi fé desideroso di sapere, 
se la memoria mia in ciò non erra,                               147

quanta pareami allor, pensando, avere; 
né per la fretta dimandare er’oso, 
né per me lì potea cosa vedere: 
così m’andava timido e pensoso.                                 151

Canto 21

La sete naturale di sapere che mai si sazia se non con quell’acqua della verità, della quale l’umile donna samaritana chiese a Gesù la grazia (di potersi dissetare), mi tormentava, e intanto la fretta mi stimolava a salire dietro alla mia guida per la via ingombra di anime, e sentivo compassione della loro pena, pur riconoscendola giusta. Ed ecco improvvisamente, così come ci racconta San Luca di Cristo, il quale apparve ai due discepoli che erano sulla via di Emmaus, dopo che era già risorto e uscito dal sepolcro scavato nella roccia, ci apparve uno spirito, e veniva dietro a noi, attenti a non calpestare con i piedi le anime che giacevano a terra; e non ci accorgemmo di lui, finché non parlò per primo, dicendoci: « Fratelli miei, Dio vi conceda la pace ». Noi ci voltammo di scatto, e Virgilio gli restituì un cenno di saluto che era intonato alla stessa cortesia. Poi prese a dire: « Il tribunale infallibile di Dio (la verace corte), che relega me nell’eterno esilio del limbo, ti ponga nella beatitudine del paradiso ». « Come! » ci rispose, e intanto camminavamo in fretta: « se voi siete anime che Dio non crede degne di salire in paradiso, chi vi ha guidate così in alto su questa scala (del purgatorio)?» E il mio maestro: « Se tu osservi bene i segni che costui in parte ancora porta e che l’angelo suole tracciare sulla fronte dei penitenti, potrai vedere chiaramente che dovrà essere beato. Ma poiché la parca Lachesi, colei che fila giorno e notte (lo stame della vita umana), non aveva ancora finito di filare traendo giù per lui il filo che Cloto pone e avvolge (sulla rocca) per ciascuno, la sua anima, che è sorella tua e mia, salendo fin quassù, non poteva venire senza guida, perché (essendo ancora unita al corpo) non vede chiaramente il vero come noi. Per questo venni tratto fuori dal limbo, il primo e più ampio cerchio dell’inferno, per indicargli il cammino, e glielo indicherò anche più avanti, fin dove lo potrà guidare il mio insegnamento. Ma se lo sai, dimmi perché poco fa il monte sussultò con tali scosse, e perché tutte le anime insieme parvero cantare a gran voce dalla cima del monte alla sua base bagnata dal mare ». Facendo questa domanda, Virgilio indovinò così bene il mio desiderio (sì mi dié… per la cruna del mio disio: come se avesse infilato con precisione il filo nella cruna di un ago), che solo per la speranza di una risposta la mia sete di sapere divenne meno ardente. E quell’anima cominciò a dire: « Il santo monte non è soggetto ad alcuna mutazione che non sia prestabilita da leggi, o che sia insolita. Questo luogo è esente da ogni perturbazione terrestre: di quanto avviene qui possono essere causa solo le forze intrinseche al cielo, e non ciò che il cielo riceve dal di fuori. Per questa ragione al disopra della breve scaletta di tre gradini (all’ingresso del purgatorio), non cade pioggia, grandine, neve, rugiada, brina;non appaiono nubi, né dense né tenui, non lampi, e neppure l’arcobaleno (figlia di Taumante), che di là sulla terra (essendo opposto al sole) muta spesso zona nel cielo: Iride, figlia di Taumante e di Elettra, secondo il mito era la messaggera degli dei, specialmente di Giunone; scendeva sulla terra a portare i suoi messaggi camminando sull’arcobaleno che segnava il suo percorso in cielo e nemmeno il vapore secco supera la sommità dei tre gradini di cui parlai, dove posa i piedi l’angelo por tiere, vicario di San Pietro. Al di sotto dei tre gradini il monte forse trema poco o molto; ma (pur poggiando sopra una base soggetta ai terremoti) quassù, non so come, non tremò mai per il vento che si nasconde dentro la terra (e causa i terremoti). Qui il monte trema quando qualche anima si sente purificata, al punto di levarsi in piedi (se è in questo girone) o di muoversi per ascendere (se è negli altri) ; e al terremoto segue il canto del « Gloria ». Della compiuta purificazione è prova soltanto la volontà, la quale, sentendosi del tutto libera di mutar dimora, colpisce improvvisa l’anima, e tale volontà è efficace. Prima (di sentirsi monda) l’anima vuole bensì ascendere, ma non glielo permette quel desiderio che, in contrasto con la volontà di salire, la divina giustizia pone in lei rivolto all’espiazione, come fu già rivolto al peccato. E io, che per espiare giacqui cinquecento anni e più in questo girone, solo ora sentii tutta libera la volontà di muovermi verso la dimora del paradiso per questo hai sentito il terremoto e hai udito gli spiriti pii rendere lode per tutto il monte del purgatorio a quel Signore che mi auguro voglia inviarli presto in paradiso ». Così ci parlò: e poiché bevendo si gode tanto quanto grande è la sete, non saprei dire quanto egli mi giovò (soddisfacendo con questa risposta la mia ardente brama di conoscere). E la mia saggia guida: « Ormai intendo chiaramente che cosa (il desiderio guidato dalla volontà divina: cfr. versi 64-66) vi tiene qui impigliati come una rete e come (con la penitenza) ci si scioglie da essa, perché qui il monte trema, e perché col canto vi rallegrate tutti insieme. Ora ti piaccia farmi sapere chi fosti, e le tue parole mi rivelino perché hai dovuto giacere tanti secoli in questo girone ». «Nel tempo in cui il valoroso Tito, con l’aiuto di Dio, vendicò le piaghe di Cristo dalle quali usci il sangue venduto da Giuda,io ero di là sulla terra col nome di poeta, il più duraturo e onorifico di tutti i nomi » rispose quello spirito « assai famoso, ma non ancora con la fede cristiana. Il mio canto fu così dolce che, sebbene fossi di Tolosa, Roma mi chiamò a sé, e lì meritai di cingere la fronte con la corona di mirto (con il mirto, infatti, oltre che con l’alloro, si coronavano i poeti). La gente nel mondo dei mortali mi chiama ancora Stazio: prima cantai le vicende della guerra tebana, poi quelle del grande Achille: ma morii in piena attività quando la fatica del secondo poema non era ancora compiuta. II fuoco della mia poesia prese alimento dalle scintille, che sempre mi scaldarono, di quella fiamma divina, al cui calore moltissimi altri poeti si sono accesi; intendo dire la fiamma dell’Eneide, che mentre poetavo mi fu madre (generando in me l’amore alla poesia) e mi fu nutrice (educando quell’amore) : senza tenerla a modello non creai nei miei versi nulla che avesse un valore anche minimo (peso di dramma: l’ottava parte di un’oncia). E se fosse stato possibile esser vissuto sulla terra al tempo di Virgilio, accetterei di ritardare di un anno solare oltre il tempo dovuto la mia liberazione da questo esilio (uscir di bando) del purgatorio. » Queste parole fecero voltare Virgilio verso di me con un volto che, pur senza parole, diceva: “Taci”; ma la volontà non può tutto, perché il riso e il pianto seguono con tanta prontezza i sentimenti della gioia e del dolore, da cui ciascuno dei due deriva, che obbediscono ancor meno al freno della volontà nei caratteri più schietti. Io sorrisi soltanto come chi accenna solo con l’occhio; per questo Stazio tacque, e mi fissò negli occhi, dove la espressione dell’animo traspare più che in ogni altra parte; e: « Possa tu condurre a buon termine la cosi ardua fatica del viaggio» disse, « ama perché or ora il tuo volto mi ha lasciato vedere un lampo di sorriso? » A questo punto io sono prigioniero fra due volontà contrarie: una (quella di Virgilio) mi fa tacere, l’altra (quella di Stazio) mi scongiura di parlare; per questo io sospiro, e vengo compreso dal mio maestro, che mi dice: « Non aver paura a parlare; ma parla e digli quello che chiede con tanto interesse ». Per ciò io dissi: « Forse, o antico spìrito, ti meravigli del mio sorridere; ma voglio che tu sia preso da una meraviglia anche maggiore. Questi che mi guida a vedere l’alta cima del monte, è proprio quel Virgilio dal quale attingesti la virtù di cantare nei tuoi poemi gli uomini e gli dei. Se hai creduto che fosse un’altra la causa del mio sorriso, lasciala da parte come falsa, e credi che a farmi sorridere furono proprio quelle parole che dicesti di lui». Stazio già stava chinandosi per abbracciare i piedi al mio maestro, ma questi gli disse: «Fratello, non fare questo, perché tu sei un’ombra e in me non vedi che un’ombra ». E Stazio rialzandosi: «Ora puoi comprendere quanto sia grande l’amore che mi infiamma per te, dal momento che dimentico la nostra inconsistenza corporea, e tratto le ombre come fossero corpi solidi ».

 

La sete natural che mai non sazia 
se non con l’acqua onde la femminetta 
samaritana domandò la grazia,                                       3

mi travagliava, e pungeami la fretta 
per la ‘mpacciata via dietro al mio duca, 
e condoleami a la giusta vendetta.                                  6

Ed ecco, sì come ne scrive Luca 
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, 
già surto fuor de la sepulcral buca,                                 9

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, 
dal piè guardando la turba che giace; 
né ci addemmo di lei, sì parlò pria,                                12

dicendo; «O frati miei, Dio vi dea pace». 
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio 
rendéli ‘l cenno ch’a ciò si conface.                               15

Poi cominciò: «Nel beato concilio 
ti ponga in pace la verace corte 
che me rilega ne l’etterno essilio».                                18

«Come!», diss’elli, e parte andavam forte: 
«se voi siete ombre che Dio sù non degni, 
chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».                       21

E ‘l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni 
che questi porta e che l’angel profila, 
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.                24

Ma perché lei che dì e notte fila 
non li avea tratta ancora la conocchia 
che Cloto impone a ciascuno e compila,                      27

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, 
venendo sù, non potea venir sola, 
però ch’al nostro modo non adocchia.                          30

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola 
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli 
oltre, quanto ‘l potrà menar mia scola.                          33

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli 
diè dianzi ‘l monte, e perché tutto ad una 
parve gridare infino a’ suoi piè molli».                           36

Sì mi diè, dimandando, per la cruna 
del mio disio, che pur con la speranza 
si fece la mia sete men digiuna.                                     39

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza 
ordine senta la religione 
de la montagna, o che sia fuor d’usanza.                     42

Libero è qui da ogne alterazione: 
di quel che ‘l ciel da sé in sé riceve 
esser ci puote, e non d’altro, cagione.                          45

Per che non pioggia, non grando, non neve, 
non rugiada, non brina più sù cade 
che la scaletta di tre gradi breve;                                    48

nuvole spesse non paion né rade, 
né coruscar, né figlia di Taumante, 
che di là cangia sovente contrade;                                 51

secco vapor non surge più avante 
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, 
dov’ha ‘l vicario di Pietro le piante.                                  54

Trema forse più giù poco o assai; 
ma per vento che ‘n terra si nasconda, 
non so come, qua sù non tremò mai.                            57

Tremaci quando alcuna anima monda 
sentesi, sì che surga o che si mova 
per salir sù; e tal grido seconda.                                    60

De la mondizia sol voler fa prova, 
che, tutto libero a mutar convento, 
l’alma sorprende, e di voler le giova.                             63

Prima vuol ben, ma non lascia il talento 
che divina giustizia, contra voglia, 
come fu al peccar, pone al tormento.                             66

E io, che son giaciuto a questa doglia 
cinquecent’anni e più, pur mo sentii 
libera volontà di miglior soglia:                                       69

però sentisti il tremoto e li pii 
spiriti per lo monte render lode 
a quel Segnor, che tosto sù li ‘nvii».                              72

Così ne disse; e però ch’el si gode 
tanto del ber quant’è grande la sete,
non saprei dir quant’el mi fece prode.                           75

E ‘l savio duca: «Omai veggio la rete 
che qui v’impiglia e come si scalappia, 
perché ci trema e di che congaudete.                            78

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, 
e perché tanti secoli giaciuto 
qui se’, ne le parole tue mi cappia».                              81

«Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto 
del sommo rege, vendicò le fóra 
ond’uscì ‘l sangue per Giuda venduto,                          84

col nome che più dura e più onora 
era io di là», rispuose quello spirto, 
«famoso assai, ma non con fede ancora.                    87

Tanto fu dolce mio vocale spirto, 
che, tolosano, a sé mi trasse Roma, 
dove mertai le tempie ornar di mirto.                             90

Stazio la gente ancor di là mi noma: 
cantai di Tebe, e poi del grande Achille; 
ma caddi in via con la seconda soma.                          93

Al mio ardor fuor seme le faville, 
che mi scaldar, de la divina fiamma 
onde sono allumati più di mille;                                      96

de l’Eneida dico, la qual mamma 
fummi e fummi nutrice poetando: 
sanz’essa non fermai peso di dramma.                       99

E per esser vivuto di là quando 
visse Virgilio, assentirei un sole 
più che non deggio al mio uscir di bando».                102

Volser Virgilio a me queste parole 
con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; 
ma non può tutto la virtù che vuole;                               105

ché riso e pianto son tanto seguaci 
a la passion di che ciascun si spicca, 
che men seguon voler ne’ più veraci.                           108

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; 
per che l’ombra si tacque, e riguardommi 
ne li occhi ove ‘l sembiante più si ficca;                       111

e «Se tanto labore in bene assommi», 
disse, «perché la tua faccia testeso 
un lampeggiar di riso dimostrommi?».                       114

Or son io d’una parte e d’altra preso: 
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura 
ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso                     117

dal mio maestro, e «Non aver paura», 
mi dice, «di parlar; ma parla e digli 
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».                        120

Ond’io: «Forse che tu ti maravigli, 
antico spirto, del rider ch’io fei; 
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.                            123

Questi che guida in alto li occhi miei, 
è quel Virgilio dal qual tu togliesti 
forza a cantar de li uomini e d’i dèi.                              126

Se cagion altra al mio rider credesti, 
lasciala per non vera, ed esser credi 
quelle parole che di lui dicesti».                                    129

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi 
al mio dottor, ma el li disse: «Frate, 
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».                    132

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate 
comprender de l’amor ch’a te mi scalda, 
quand’io dismento nostra vanitate, 

trattando l’ombre come cosa salda».                          136

Canto 22

Già era rimasto dietro alle nostre spalle l’angelo, che ci aveva avviati (alla scala che porta) al sesto girone; dopo avermi cancellato dalla fronte la ferita di un altro P; e per noi aveva proclamati beati quelli che rivolgono il loro desiderio alla giustizia, e la sua voce concluse la recitazione della beatitudine con “hanno sete”, senza aggiungere altro. E io nel salire mi sentivo più leggiero che nei passaggi precedenti (tra una cornice e l’altra), tanto che senza alcuna fatica riuscivo a seguire i due spiriti che salivano rapidi la scala, quando Virgilio cominciò a dire: « L’amore, che nasce dalla virtù, purché la sua fiamma appaia all’esterno, accende sempre un altro amore: perciò dal momento in cui nel limbo dell’inferno scese fra noi Giovenale, che mi rivelò il tuo affetto per me, la mia benevolenza verso di te fu tale che mai una più grande strinse una persona ad un’altra non vista, sicché ora (per il desiderio di stare con te) mi sembreranno troppo brevi queste salite ai gironi superiori. Ma dimmi, e da amico perdonami se la troppa franchezza allenta il freno del riserbo (nel chiedere), e come amico ormai parlami: come poté albergare nel tuo animo l’avarizia, con tutta la sapienza di cui, per il tuo assiduo sforzo, fosti ripieno? » Queste parole dapprima fecero sorridere Stazio; poi rispose: « Ogni tua parola per me è un caro segno d’amore.. Veramente si vedono spesso cose le quali, per il fatto che restano nascoste le loro vere cause, offrono falso argomento di dubbio. La tua domanda mi fa certo che è tua opinione che io nell’altra vita sia stato avaro, forse perché mi trovavo nel girone degli avari. Invece sappi che l’avarizia fu molto lontana da me (che caddi nel peccato opposto), e migliaia di mesi (lunari: lunazioni; infatti Stazio ha trascorso nel quinto girone più di cinquecento anni. Cfr. canto XXI, verso 68) hanno punito questa prodigalità. E se non fosse che corressi la mia tendenza, quando compresi appieno quel passo dell’Eneide dove tu gridi, quasi crucciato contro la natura umana: « O sacra fame dell’oro, perché non regoli tu nella giusta misura la brama dei mortali?”, ora volterei i pesi e starei a sentire i miserabili scontri di ingiurie (tra gli avari e i prodighi nel quarto cerchio dell’inferno). Allora m’accorsi che le mani potevano allargarsi troppo nello spendere, e mi pentii tanto della prodigalità quanto degli altri peccati . Quanti prodighi risorgeranno con i capelli tagliati (coi crini scemi) perché ignorano che questo è un peccato (per ignoranza), ignoranza la quale toglie loro la possibilità di pentirsi di questo peccato sia durante la vita che in morte ! E sappi che la colpa la quale si contrappone (rimbecca) in senso diametralmente opposto ad un peccato, qui in purgatorio viene espiata (suo uerde secca) insieme ad esso: perciò, se io, per purificarmi, sono rimasto tra quella gente che piangendo espia l’avarizía, questo m’è toccato per il peccato ad essa contraria ». E Virgilio, l’autore dei carmi pastorali (bucolici carmi: le Bucoliche), disse: « Quando tu cantasti la crudele guerra di Eteocle e Polinice, duplice causa di amarezza per la madre Giocasta », « da quello che tu vi narri con l’assistenza della musa Clio, non appare che ti facesse ancora cristiano la fede, senza la quale non bastano le opere buone. Se le cose stanno così, quale divina illuminazione o quali ìnsegnamenti umani ti liberarono dalle tenebre del paganesimo, in modo da farti poi drizzare le vele per seguire (facendoti cristiano) San Pietro (pescator)?» E Stazio rispose a Virgilio: « Tu per primo mi indirizzasti alla poesia avviandomi al monte Parnaso per bere alla fonte che sgorga dalle sue rocce, e tu per primo mi desti luce per trovar la strada che conduce a Dio. Hai fatto come chi cammina di notte, il quale porta il lume dietro e non giova a se stesso, ma rende, esperte del cammino le persone che vengono dietro a lui, quando dicesti: “II mondo si rinnova; torna la giustizia e torna la prima età dell’oro e dell’umanità innocente, e dal cielo scende una nuova progenie”. Per mezzo tuo diventai poeta, per mezzo tuo diventai cristiano: ma affinché tu veda meglio il disegno che ho abbozzato, cercherò di colorirlo (completando il discorso). Il mondo era già tutto impregnato della vera fede, seminata dagli Apostoli, messaggeri dell’eterno regno di Dio: e le tue parole che ho sopra citato s’accordavano con quelle dei predicatori della nuova fede; perciò io presi l’abitudine di frequentarli. Essi poi mi si vennero rivelando tanto santi, che quando l’imperatore Domiziano li perseguitò, al loro pianto si unirono le lagrime della mia compassione;.e finché rimasi di là sulla terra, io li aiutai, e i loro onesti costumi mi indussero a disprezzare ogni altra scuola (religiosa e filosofica). E prima che scrivessi i versi nei quali conduco i Greci ai fiumi di Tebe (in aiuto di Polinice contro Eteocle), ricevetti il battesimo: ma per paura (della persecuzione) fui cristiano di nascosto, continuando a lungo a mostrarmi pagano; e questa accidia mi costiinse a percorrere il quarto girone per più di quattrocento anni. Tu dunque che mi hai tolto il velo che prima mi nascondeva il grande bene (della verità cristiana), di cui parlo, finché ci avanza ancora del tempo durante la salita, dimmi dov’è Terenzio, nostra antica gloria, dimmi dove sono Cecilio e Plauto e Vario, se lo sai: dimmi se sono dannati, e in quale cerchio ». La mia guida rispose: « Tutti costoro e Persio e io e molti altri assieme ad Omero (quel greco), che le Muse nutrirono più di qualsiasi altro poeta, siamonel limbo, il primo cerchio dell’inferno (carcere cieco): spesso parliamo del monte Parnaso, dimora abituale delle nutrici dela nostra arte (le Muse). Con noi sono anche Euripide e Antifonte, Simonide, Agatone e molti altri greci che un tempo meritarono di ornare la loro fronte con l’alloro. Nello stesso cerchio si vedono, dei personaggi da te cantati, Antigone, Deifile e Argia, e Ismene, la quale è ancora piena di tristezza come fu in vita. Vi si vede Isifile, colei che indicò la fonte Langia: c’è pure la figlia di Tiresia e di Teti, e c’è Deidamia con le sue sorelle ». Entrambi i poeti se ne stavano ora in silenzio, di nuovo attenti a osservare intorno, essendo ormai liberi dalla fatica della salita e dell’ostacolo delle pareti (che prima impedivano la vista); ed erano già passate quattro ore (ancelle) del giorno, e la quinta (sono trascorse le dieci del mattino) era al timone del carro solare e ne drizzava sempre verso l’alto la punta infuocata, quando la mia guida disse: « Credo che dobbiamo volgere il nostro fianco destro verso l’orlo di questa cornice, girando così intorno al monte come siamo soliti fare ». Così l’abitudine fu in quel momento la nostra guida nello scegliere la direzione, e prendemmo la via (del sesto girone) con meno timore di sbagliare per il consenso che ci diede l’anima eletta di Stazio. Essi camminavano davanti, ed io dietro tutto solo, e ascoltavo i loro discorsi, che mi davano ammaestramenti nell’arte di poetare. Ma presto interruppe i loro dolci ragionamenti la vista di un albero che trovammo in mezzo alla via, carico di frutti dal profumo buono e soave; e come l’abete va restringendo la sua chioma di ramo in ramo verso l’alto, così quell’albero restringeva la chioma dall’alto in basso, credo, perché nessuno possa salirvi a cogliere i frutti. Alla nostra sinistra, dalla parte in cui la parete rocciosa limitava il nostro cammino verso il monte, cadeva dall’alto della roccia un’acqua limpida e si spargeva sulla parte alta delle foglie. I due poeti s’avvicinarono all’albero; intanto una voce tra le fronde gridò: « Di questo cibo avrete carestia ». Poi continuò: « Maria pensava più a rendere decorose e complete le nozze, che alla sua bocca, la quale ora prega intercedendo in vostro favore. E le antiche donne di Roma, per bere, s’accontentavano di acqua; e il profeta Daniele ricusò il cibo e acquistò la sapienza. La prima età degli uomini che fu bella quanto l’oro, con la fame rese saporite le ghiande, e con la sete trasformò ogni ruscello in nettare. Miele selvatico e locuste furono il cibo che nutrì Giovanni Battista nel deserto; e per questo egli è glorioso e tanto grande quanto vi è rivelato dal Vangelo ».

Canto 23

Mentre io ficcavo gli occhi tra le fronde verdi dell’albero (per scoprire donde provenisse la voce: cfr. canto XXII. 140 sgg.), come suole fare il cacciatore che perde tutto il suo tempo dietro gli uccelletti, Virgilio, premuroso più che un padre, mi diceva: « Figliolo, ora vieni, perché bisogna distribuire in modo più utile il tempo che ci è assegnato (per visitare il monte)». Io volsi gli occhi, e non meno in fretta il passo, verso i due poeti, i quali tenevano discorsi così interessanti, che camminare con loro non mi costava alcuna fatica. Ed ecco si udì piangere e cantare « Signore, (aprirai) le mie labbra» in modo tale, che suscitò diletto per il canto e dolore per il pianto. Io allora cominciai a dire: « Dolce padre, che significa questo canto che io odo? » Ed egli mi rispose: « Forse sono anime che vanno sciogliendo il vincolo del loro debito con Dio ». Così come fanno i pellegrini assorti nei loro pensieri, quando per via raggiungono persone sconosciute, e le guardano senza fermarsi, alla stessa maniera ci osservava con stupore una turba silenziosa e devota di anime che veniva dietro di noi, ma con passo più spedito, e ci oltrepassava. Ogni anima aveva gli occhi spenti e incavati, la faccia pallida, e la persona tanto magra, che la pelle prendeva la forma delle ossa. Non ritengo che Eresitone per il digiuno fosse così ridotto alla sola pelle, quando temette maggiormente di dover restare digiuno (e giunse ad addentare le proprie carni). Pensavo e dicevo tra me stesso: « Così dovettero ridursi gli Ebrei (la gente) che perdettero Gerusalemme, quando (durante l’assedio dell’imperatore Tito) Maria di Eleazaro divorò (dié di becco) il proprio figlioletto! » Le occhiaie parevano castoni di anelli senza gemme: chi nel volto umano afferma potersi leggere la parola “orno”, su quei volti avrebbe distinto molto bene la emme. Chi, ignorando (non sappiendo) in che modo ciò avvenga (como: dal latino quomodo), potrebbe credere che il profumo di un frutto e quello di un’acqua, generando brama (di mangiare e di bere), potessero ridurre in tale stato (sì governasse) quelle anime? Ero tutto intento a considerare che cosa le rendesse tanto affamate, non essendomi ancora nota la causa della loro consunzione, e della loro pelle disseccata e squamosa, quand’ecco un’ombra dal fondo delle occhiaie incavate nella testa rivolse a me gli occhi e mi guardò fissamente; poi gridò ad alta voce: « Che grazia singolare è mai questa per me?» Io non l’avrei mai riconosciuto solo guardandolo; ma nella sua voce mi si rivelò la persona che l’aspetto esteriore aveva distrutto. La voce fu la scintilla che ravvivò in me la piena conoscenza di quella fisionomia mutata, e così potei riconoscere la faccia di Forese Donati. Pregandomi mi diceva: « Deh, non badare all’arida scabbia che mi scolora la pelle, né alla mancanza di carne che denoto, ma dimmi la verità riguardo a te (che mi sembri ancor vivo), e dimmi chi sono quelle due anime là che ti guidano: non ti astenere dal parlarmi ! » Gli risposi: « Il tuo viso, che io già piansi quando moristi, mi causa ora un dolore non meno intenso (di quello di allora), tale da farmi piangere, vedendolo così deformato. Perciò (però) dimmi, per amore di Dio, che cosa vi consuma in tal modo: non farmi parlare finché sono in preda allo stupore perché chi è dominato da un altro desiderio con difficoltà può parlare ». Ed egli a me: « Per disposizione divina scende nell’acqua e nella pianta rimasta dietro di noi un potere per cui io dimagrisco in questo modo. Tutta questa gente che canta e piange per aver assecondato la gola oltre misura, qui soffrendo la fame e la sete ritorna pura. A noi accende il desiderio di bere e di mangiare il profumo che emana dal frutto di quell’albero e dallo spruzzo d’acqua che si irradia sopra le sue foglie verdi. E non una sola volta si rinnova la nostra pena, mentre giriamo il ripiano di questa cornice: ho detto pena, e dovrei dire gioia, perché ci conduce agli alberi (il primo all’ingresso del girone, canto XXII, 131 sgg., l’altro all’uscita, canto XXIV, 103 sgg.) quella stessa volontà che condusse Cristo lieto sulla croce a dire “Dio mio”, quando ci redense col suo sangue ». E io gli dissi: « Forese, dal giorno in cui passasti dalla vita terrena a un’esistenza migliore fino ad oggi non sono ancora trascorsi cinque anni. Se in te venne meno la possibilità di peccare ulteriormente prima che sopraggiungesse l’ora del sincero pentimento che ci riconcilia con Dio (cioè: se ti pentisti solo nel momento estremo della vita, allorché non è più possibile peccare), come sei di già venuto quassù? Io pensavo di trovarti laggiù nell’antipurgatorio, dove il tempo perduto (senza pentirsi) si compensa con altrettanto tempo di attesa (prima dell’espiazione)». Perciò mi rispose: « Mi ha condotto così presto quassù a bere il dolce assenzio delle pene la mia Nella con le sue calde lagrime. Di Nella o Giovanna Donati sappiamo soltanto quello che qui ne dice Forese. Dante, nel primo sonetto della citata Tenzone, la rappresenta crucciata contro il marito, perché da questo trascurata: qui fa ammenda di quella sua prima malevola presentazione. Con le sue preghiere devote e con i sospiri mi ha tratto dall’antipurgatorio, e mi ha liberato dai gironi precedenti. La mia vedovella, che io ho intensamente amato, è tanto più cara e diletta a Dio, quanto più è sola nel fare il bene, perché la Barbagia di Sardegna nel costume delle sue donne è assai più pudica di Firenze, la Barbagia dove io la lasciai morendo. O dolce fratello, che altro vuoi ti dica di peggio? Mi è già davanti agli occhi un tempo futuro, rispetto al quale quest’ora presente non è molto lontana, in cui dal pulpito sarà solennemente proibito alle sfacciate donne di Firenze di andare in giro mostrando il petto con le mammelle scoperte. Quali donne barbare ci furono mai, quali donne saracene, cui fossero necessarie sanzioni religiose o civili per farle andare coperte? Ma se quelle svergognate venissero a sapere quello che il cielo a breve scadenza prepara per loro, avrebbero già la bocca aperta per urlare di spavento, perché, se qui non m’inganna la mia preveggenza, esse saranno dolenti prima che il bambino il quale ora si acquieta col canto della ninna nanna, diventi adulto. Deh, fratello, cerca ora di non celarmi oltre ciò che ti ho chiesto! vedi come non solo io, ma tutta questa gente guarda con stupore il luogo dove con la tua ombra veli il sole». Perciò io mi rivolsi a lui dicendo: « Se richiami alla memoria la vita che conducesti con me, ed io con te, il ricordarla ora (il memorar presente) sarà ancora spiacevole. Mi distolse da quella vita viziosa solo pochi giorni fa costui che mi guida, quando si mostrava a voi piena la luna, la sorella di quello »: e gl’indicai il sole. « Costui m’ha condotto attraverso la notte profonda dei veri morti (perché dannati) dell’inferno, mentre io portavo con me questo mio corpo reale che lo segue. Di li i suoi incoraggiamenti mi hanno aiutato a salire e a girare ripetutamente i balzi di questo monte, il quale raddrizza voi che il mondo aveva storpiato. Ed egli promette che mi accompagnerà, finché non sarò giunto là dove sarà Beatrice: colà è necessario che io resti privo di lui. Questi, che mi fa tali promesse, è Virgilio » e glielo additai; « e quest’altro è Stazio, quell’anima per la quale poco fa scosse tutte le sue pendici il monte del purgatorio, che lo allontana da sé ».

Canto 24

Il parlare non rallentava il cammino, né il camminare rendeva più lento il discorso; ma, pur conversando, andavamo speditamente, come una nave spinta da vento favorevole. E le ombre, che sembravano cose più che morte, (guardandomi) attraverso gli occhi infossati si meravigliavano di me, essendosi accorte che io ero ancora vivo. E io, continuando il mio discorso (interrotto alla fine del canto precedente), dissi: « Quell’anima (Stazio) sale al paradiso forse più lentamente di quanto non farebbe (se fosse sola), per amore di Virgilio. Ma se lo sai, dimmi dov’è tua sorella Piccarda (di lei Dante parlerà nel canto IIl del Paradiso, versi 34 sgg.) ; e dimmi se, tra questa gente che mi osserva in questo modo, posso vedere qualche persona degna di nota ». « Mia sorella, che non so se fosse più bella o più buona, è già trionfante in paradiso, lieta della sua corona di gloria. » Cosi disse prima Forese; poi soggiunse: « In questo girone non è proibito (anzi è necessario) indicare ciascuno per nome, dal momento che, per il digiuno, la nostra fisionomia è così consunta. Costui » e lo mostrò col dito « è Bonaggiunta, voglio dire Bonaggiunta da Lucca; e quello dietro a lui, con la faccia cosparsa di screpolature più di tutti gli altri, fu sposo della Santa Chiesa (ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia): fu di Tours, e col digiuno sconta le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia ». Forese poi mi nominò a uno a uno molti altri; e tutti apparivano lieti di esser indicati col loro nome, tanto che per questo non vidi nessuno per disappunto rabbuiarsi in volto. Vidi Ubaldino della Pila muovere invano i denti per la fame e Bonifacio che, insignito del bastone pastorale, fu pastore di molte popolazioni. Vidi messer Marchese degli Argogliosi, che già ebbe agio di bere a Forlì con minor sete di qui, sebbene sia stato così grande bevitore da non sentirsi mai sazio. Ma come fa chi guarda più persone e poi mostra di stimare più l’una che l’altra, così feci io verso Bonaggiunta, che sembrava più degli altri desideroso di conoscermi. Egli parlava sottovoce: e io potevo percepire qualcosa come “Gentucca” dalla sua bocca dove egli sentiva più viva la tortura della fame e della sete che in tal modo li consuma. Io dissi: « O anima che sembri così desiderosa di parlare con me, parla in modo che io ti capisca, e parlandomi appaga il tuo e il mio desiderio ». Egli cominciò a dire: « È già nata una donna, che non porta ancora il velo maritale, la quale ti farà piacere la mia città, nonostante di essa si dica tanto male (come ch’uom la riprenda). E io gli risposi: « Io sono semplicemente uno (fra gli altri) che, quando avverto che l”amore mi parla, attentamente prendo nota, e cerco di esprimere fedelmente con le parole (vo significando) quello che esso detta dentro di me ». Egli disse: « O fratello, ora finalmente conosco l’impedimento che tenne il notaio Giacomo da Lentini e Guittone d’Arezzo e me al di fuori del dolce stiI novo, che ora mi spiego. Ora vedo bene come le vostre penne seguono con stretta fedeltà l’amore che detta, il che non accadde certamente alle nostre; e chiunque si metta a considerare ancor più attentamente, tra l’uno e l’altro stile (il nostro e il vostro) non vede altra differenza oltre quella che abbiamo detto (quella cioè relativa all’argomento d’amore e alla sincerità dell’ispirazione)»; e tacque, come appagato. Come gli uccelli (le gru) che svernano lungo il Nilo, talvolta formano in aria una schiera, poi volando più in fretta si dispongono in fila, così tutta la gente che era lì attorno a noi, volgendo gli occhi in direzione del cammino, affrettò il suo passo, resa agile dalla magrezza e dal desiderio di espiare. E come chi, stanco di correre, lascia andare i compagni, e così riprende il passo normale finché si calmi l’ansimare del petto, così Forese lasciò andar oltre quella santa schiera, e procedeva dietro con me, dicendo: « Quando avverrà che ti riveda?» Gli risposi: « Non so per quanto tempo vivrò ancora; ma certo il mio ritorno qui non sarà così prossimo, che io non anticipi prima col desiderio la mia venuta alla riva del purgatorio, perché il luogo (Firenze) dove fui posto a vivere, ogni giorno più s’impoverisce d’ogni virtù, e appare avviato verso una miseranda rovina ». « Orsù, fatti animo » egli disse, «perché io vedo il maggior colpevole trascinato dalla coda d’un cavallo verso la valle (l’inferno) dove le colpe non vengono mai rimesse. La bestia che lo trascina accelera la corsa ad ogni passo, e la sua velocità cresce sempre, finché lo percuote, e lascia il cadavere ignominiosamente sfigurato. Non dovranno girare a lungo quelle sfere (cioè: non passeranno molti anni) », e alzò gli occhi al cielo, « prima che ti sarà manifesto quello che le mie parole non possono dire più chiaramente. Ormai resta pure indietro; perché il tempo è prezioso in questo regno, e io ne perdo troppo procedendo così al passo con te ». Come talvolta da una schiera di soldati a cavallo esce al galoppo un cavaliere, e corre per avere l’onore del primo scontro col nemico, allo stesso modo si allontanò da noi Forese con passi più lunghi dei nostri; e io restai per via insieme con i due poeti, che furono così grandi maestri dell’umanità. E quando Forese si fu allontanato davanti a noi, tanto che i miei occhi lo seguirono a stento, così come a stento la mia mente aveva seguito le sue oscure parole profetiche, mi apparvero carichi di frutti e verdi di fogliame i rami d’un altro albero, e non molto lontani da me, essendomi io solo allora voltato verso quella parte. Sotto l’albero vidi della gente alzare le mani, e gridare non so che cosa verso le fronde, quasi fossero bambinetti golosi e ingenui, che pregano mentre colui che è pregato non risponde, ma tiene alto l’oggetto da essi desiderato e non lo nasconde, per rendere sempre più viva la loro brama. Poi quella gente si allontanò come disingannata; e noi ci avvicinammo subito al grande albero, che rifiuta di esaudire tante preghiere e lagrime. «Passate oltre senza avvicinarvi: più in alto (nel paradiso terrestre) vi è un altro albero il cui frutto fu gustato da Eva, e quest’albero derivò da quello. » Così parlava una voce nascosta tra le fronde; per questo Virgilio, Stazio ed io, tenendoci stretti, procedevamo lungo la parete del monte. Diceva: « Ricordatevi dei maledetti Centauri, figli della nuvola, che, ebbri, combatterono contro Teseo con i loro petti umani ed equini; e degli Ebrei che si mostrarono ingordi nel bere, e per questo Gedeone non li volle come compagni, quando discese dai monti contro i Madianiti ». Cosi accostati a uno dei due orli della cornice passammo oltre, udendo ricordare esempi di golosità, seguiti sempre da tristi castighi. Poi, distanziati un po’ l’uno daIl’altro nella strada deserta, procedemmo oltre di ben mille passi e più, ciascuno meditando in silenzio. Una voce improvvisa ci disse: « Che cosa state pensando voi tre così solitari?»; perciò io mi scossi come fanno le bestie giovani quando vengono spaventate. Alzai il capo per veder chi fosse (colui che aveva parlato); e mai furono visti in una fornace vetri o metalli cosi fulgenti e incandescenti, com’era l’angelo che io vidi mentre diceva: « Se gradite salire, è necessario svoltare qui; da questa parte va chi vuole andare verso la pace del cielo ». Il suo aspetto mi aveva abbagliato la vista; e per questo io voltai (a sinistra) dietro ai miei due maestri, come un cieco che cammina seguendo la voce che ode. E quale il venticello di maggio, che annuncia il prossimo albeggiare, si leva ed è olezzante, perché tutto impregnato del profumo dell’erba e dei fiori, tale fu il vento che sentii colpirmi in mezzo alla fronte, e sentii distintamente muoversi l’ala, la quale fece sì che l’aria odorasse d’ambrosia. E udii dire: « Beati quelli ai quali splende tanta grazia, che il piacere della gola non eccita nel loro petto un desiderio eccessivo, provando sempre fame soltanto della giustizia! »

Canto 25

L’ora era così tarda che la salita non comportava indugio, perché il sole aveva già lasciato il meridiano di mezzogiorno presso la costellazione del Toro e la notte presso quella dello Scorpione: per la qual cosa, come fa colui che non si ferma, ma s’affretta per la sua strada, qualunque cosa gli appaia, se lo punge lo stimolo del bisogno, così noi entrammo nella spaccatura della roccia, incamminandoci uno dopo l’altro sulla scala, che per la sua strettezza costringe quelli che salgono a mettersi in fila. E come il cicognino che alza l’ala per la voglia di volare, e non osa abbandonare il nido, e quindi l’abbassa, così mi comportavo io per il desiderio di chiedere (una spiegazione), desiderio acceso (dal bisogno di sapere) e spento (dal timore di riuscire molesto), e giungevo fino all’atto (di aprir la bocca) come fa chi tenta di parlare. Il mio dolce padre Virgilio, per quanto il nostro procedere fosse rapido, non tralasciò di parlare, ma disse: « Scocca l’arco del dire, che hai teso fino al massimo (e parla pure liberamente)». Allora aprii la bocca senza esitazione e cominciai a dire: « Come possono le ombre diventare magre mentre non sono soggette al bisogno di nutrirsi? » Mi rispose: « Se ti rammentassi come Meleagro si consumò al consumarsi d’un tizzone ardente, questo problema non ti sarebbe così difficile da risolvere; e se pensassi come, ad ogni vostro pur rapido movimento, guizza la vostra immagine nello specchio, quello che ora ti sembra arduo a comprendersi ti riuscirebbe facile. Ma perché t’acquieti nella soddisfazione del tuo desiderio, ecco qui Stazio; ed io mi appello a lui e lo prego di farsi ora risanatore delle piaghe del tuo dubbio ». « Se gli spiego il misterioso agire di Dio » rispose Stazio « mentre sei presente tu (che potresti farlo meglio di me), mi valga come scusa (per l’apparente irriverenza) il fatto che non posso respingere il tuo invito.» Poi incominciò: « Se la tua mente, figlio, accoglierà e custodirà le mie parole, esse ti chiariranno il dubbio (al come: verso 20) di cui tu parli. La parte più purificata e perfetta del sangue, che non è mai assorbita dalle vene sempre assetate (perché devono continuamente alimentare le membra del corpo), e rimane in sovrappiù come un cibo che viene levato intatto dalla mensa, riceve nel cuore (dove passa) il potere di formare e organizzare tutte le membra del corpo, così come avviene per l’altro sangue (come quello: è il sangue che nutre le membra) che va per le vene a trasformarsi nelle membra. Dopo essersi ancora modificato, scende negli organi genitali maschili (ov’è più bello tacer che dire: che è più conveniente non nominare): e di qui poi stilla sul sangue femminile nella matrice. Qui il sangue maschile e quello femminile si congiungono, l’uno (il sangue della donna) disposto a subire l’azione fecondatrice, e l’altro (il seme maschile) ad operare grazie all’organo perfetto (per lo perfetto loco: il cuore) dal quale esso è spremuto (e dal quale riceve la capacità di agire): e, dopo che lo sperma si è congiunto al sangue femminile, comincia a svolgere la sua azione formando dapprima un coagulo di entrambi, e poi immette la vita in ciò che esso ha prodotto come materia su cui poter operare. La virtù attiva del seme maschile, diventata (nel feto) anima vegetativa quale è quella di una pianta, con la sola differenza rispetto a quest’ultima, che l’anima vegetativa del feto è ancora in svolgimento (è in via: e quindi è suscettibile di modificazioni, non essendo ancora pervenuta alla sua perfezione) e quella della pianta è già completa, continua poi ad operare, tanto che diventa già capace di moto e di sensibilità (che già si move e sente: diventa così anima sensitiva), ma ancora incompleta come un organismo animale inferiore (come fungo marino: probabilmente Dante intende alludere a una medusa, che si pensava sprovvista di organi differenziati); e in un secondo momento incomincia a sviluppare gli organi delle facoltà sensitive alle quali ha dato origine. A questo punto, figliolo, la virtù attiva (organizzatrice di tutte le membra) che deriva dal cuore del padre si dilata, a questo punto fluisce nel feto dove la natura (che ha come suo strumento la « virtù attiva ») lavora al totale compimento di tutte le membra necessarie alla vita dell’organismo. Ma tu non vedi ancora come un essere finora solo animale possa diventare un uomo (fante: essere parlante, e quindi dotato di ragione) : questo punto del problema è così complesso, che già indusse in errore un pensatore più dotto di te, cosicché secondo la sua dottrina considerò separato dall’anima individuale dell’uomo l’intelletto possibile, perché non vide nessun organo materiale assunto dall’intelletto possibile per esplicare la propria attività (come invece è l’orecchio per l’udito, il naso per l’odorato ecc.). Apri il tuo animo alla verità che sto per affermare: e sappi che, non appena nel feto è compiuta la formazione del cervello, Dio, colui che imprime il movimento a tutte le cose si rivolge al feto compiacendosi di questa mirabile opera della natura, e vi infonde (spira: con un diretto atto creativo) uno spirito nuovo (l’anima razionale), dotato di virtù, il quale assimila alla sua stessa sostanza ciò che trova attivo nel feto (ciò che trova attivo quivi: cioè l’anima vegetativa e quella sensitiva), e fa una sola anima (di sé e delle altre due), e questa vive (come la pianta), sente (come l’animale) e riflette su se stessa prendendo coscienza di sé. E affinché tu non debba stupirti troppo delle mie parole (perché esse hanno affermato che l’anima razionale infusa da Dio si è unita con elementi naturali, quali l’anima vegetativa e quella sensitiva), pensa al calore del sole che si fa vino, quando è congiunto alla linfa che scende dalla vite. Quando Lachesi (la Parca che fila lo stame della vita umana) non ha più lino da filare (quando cioè l’individuo muore), l’anima si scioglie dalla carne, e (a causa del legame con il corpo e della fusione con i due elementi naturali, vegetativo e sensitivo) porta con sé potenzialmente (in virtute: cioè con possibilità di esplicarle) la parte vegetativa e sensitiva (l’umano: che ha trovato nel corpo) e quella intellettiva (‘l divino: quella infusa direttamente da Dio) le facoltà inerenti all’anima vegetativa e sensitiva restano tutte quante inerti (essendo state private, con la morte, degli organi corporei attraverso i quali agivano); invece in attività e molto più vive di prima sono le facoltà spirituali, memoria, intelligenza e volontà (essendo ora sciolte dall’impaccio del corpo). Immediatamente, per un mirabile impulso interiore (per se stessa… mirabilmente: è l’impulso che viene dalla coscienza dei meriti o delle colpe suscitata in lei dalla giustizia divina) l’anima cade ad una delle due rive: qui per la prima volta viene a sapere il suo futuro destino. (Dopo che l’anima è giunta al luogo assegnato) non appena lì uno spazio aereo l’accoglie e la circoscrive, la virtù informativa (cfr. verso 41; quella stessa che nel feto aveva determinato l’anima vegetativa e quella sensitiva e che poi era stata assimilata dall’anima razionale) incomincia ad operare nell’aria circostante, nello stesso modo e nella stessa misura in cui aveva operato a formare le membra del feto: e come l’aria, quando è pregna di umidità, per effetto dei raggi solari che si riflettono in lei, si adorna dei colori dell’iride, così l’aria che circonda l’anima qui assume quella forma che in essa imprime l’anima che vi si è fermata dopo la caduta grazie alla sua virtù informativa diffusa intorno; e poi come la fiamma (che è la forma aerea del fuoco) segue il fuoco dovunque esso si sposta, così il nuovo corpo aereo segue lo spirito (che lo ha prodotto). Poiché da questo corpo aereo l’anima acquista poi la sua parvenza esteriore, questo corpo aereo si chiama ombra; e da questo corpo aereo poi l’anima forma gli organi di ciascun senso fino a quello della vista (veduta: cioè fino al senso più complesso e perfetto). Per mezzo di questo corpo parliamo e ridiamo; per mezzo di questo corpo piangiamo e sospiriamo come puoi aver udito su per il monte. Secondo che ci stimolano i desideri e gli altri moti dell’animo, l’ombra prende l’atteggiamento corrispondente a quei sentimenti; e questo è il motivo per cui tu ti meravigli del nostro dimagrimento ». E già eravamo giunti in vista del tormento dell’ultimo girone, e avevamo voltato a destra, ed eravamo assorti in un altro interesse. In questo girone la costa del monte sprigiona in fuori con violenza delle fiamme, mentre dall’orlo esterno della cornice spira verso l’alto un vento che le fa ripiegare indietro e le allontana da questo lembo estremo; per questo dovevamo camminare uno dopo l’ altro dal lato senza riparo; ed io alla mia sinistra temevo il fuoco, e alla mia destra temevo di precipitare nel vuoto. La mia guida diceva: « Per questo sentiero si devono tenere a freno gli occhi, perché potrebbe bastare un piccolo errore per precipitare ». Allora udii spiriti che cantavano in mezzo al grande fuoco « Dio di somma clemenza », la qual cosa mi rese desideroso di volgermi (verso la fiamma) non meno di quanto fossi desideroso di badare a non mettere il piede in fallo; e vidi spiriti che camminavano in mezzo alle fiamme; e per questo io guardavo alternando di volta in volta gli sguardi ora a loro e ora ai miei passi. Dopo aver cantato le parole finali di quell’inno, gridavano a voce alta: « Non conosco uomo »; poi ricominciavano l’inno con voce più bassa. Finito nuovamente l’inno, gridavano: «Diana (per serbarsi casta) visse nei boschi, e ne cacciò Elice che aveva assaporato il veleno di Venere». Poi tornavano a cantare l’inno; quindi gridavano i nomi di mogli e mariti che furono casti come impone di essere la virtù della temperanza e il sacro vincolo del matrimonio. E credo che per loro questo modo di espiazione duri per tutto il tempo che il fuoco li brucia: con la cura del fuoco e con tale nutrimento spirituale degli esempi e del canto bisogna che alla fine si rimargini la piaga (della lussuria).

Canto 26

Mentre procedevamo con cautela (cfr. canto XXV, versi 115-117) lungo il margine esterno della cornice, uno davanti all’altro, e spesso il valente maestro mi diceva: « Fa’ attenzione: ti sia utile il fatto che ti rendo accorto del pericolo », il sole che, diffondendo i suoi raggi, già cambiava in bianco l’aspetto azzurrino della zona occidentale del cielo (avviandosi ormai al tramonto), mi colpiva la parte destra del corpo; ed io con l’ombra (proiettata dal mio corpo) facevo apparire la fiamma più rosseggiante; e vidi che molte ombre, pur continuando a camminare, prestavano attenzione anche solo a un così piccolo indizio. Questo fu il motivo che offri loro l’occasione di rivolgermi la parola; e cominciarono tra loro a dire: « Questo non sembra un corpo apparente (fittizio: come quello dei penitenti)». Poi alcuni si spostarono verso di me, quanto fu loro possibile, sempre facendo attenzione a non uscire dalla fiamma. « O tu che cammini dietro agli altri, non per il fatto di essere più pigro, ma forse per manifestare rispetto, rispondi a me che ardo nella sete (di sapere) e nel fuoco (purificatore). Né la tua risposta è necessaria solo a me; perché tutte queste anime ne hanno maggior sete che non gli Indi o gli Etiopi (i popoli delle due regioni considerate le più calde della terra) di acqua fresca. Spiegaci per quale ragione con la tua persona fai ostacolo ai raggi del sole, proprio come se tu non fossi ancora morto. » Così mi parlava uno di loro: ed io mi sarei già manifestato, se la mia attenzione non si fosse volta ad uno spettacolo nuovo che apparve in quel momento, poiché attraverso lo spazio occupato dalle fiamme (per lo mezzo del cammino acceso) avanzava una schiera in direzione opposta a quella della prima (alla quale appartiene l’anima che ha ora parlato), la quale concentrò la mia attenzione nell’osservare. Li vedo (veggio) da ognuna delle due schiere farsi avanti sollecita ciascuna ombra e baciarsi una con l’altra senza fermarsi, contente di questa breve gioia allo stesso modo dentro la loro fila scura le formiche si toccano l’un l’altra con il muso, forse per cercare di sapere la via da percorrere e il cibo che potranno trovare. Non appena le due schiere interrompono l’abbraccio, prima di aver compiuto il primo passo per procedere oltre quel punto, ciascuna si sforza di gridare con voce che superi (quella dell’altro gruppo): la seconda schiera: « Sodoma e Gomorra »; e la prima: « Pasifae si nasconde nella vacca, affinché il toro possa soddisfare il suo istinto ». Poi simili a gru che (disponendosi in due gruppi) volino in parte verso le montagne del settentrione e in parte verso i deserti africani, queste desiderose di fuggire il freddo, quelle il caldo. Un gruppo si allontana (verso sinistra), l’altro procede (verso destra, nella stessa direzione dei poeti); e ricominciano, piangendo, l’inno «Summae Deus clementiae» (primi canti: cfr. canto XXV, 121) e gli esempi più adatti al loro tipo di lussuria; e quegli stessi che mi avevano pregato (di parlare) si riaccostano a me, come prima (cfr. versi 13-15). mostrandosi nell’aspetto attenti ad ascoltare. Io, che per due volte (ora e prima dell’arrivo dei sodomiti) avevo visto ciò che essi desideravano conoscere, incominciai: « O anime sicure di conseguire, presto o tardi, una condizione di felicità, le mie membra non sono rimaste in terra né giovani (acerbe: per morte precoce) né vecchie (mature: per morte naturale nella vecchiaia), ma esse sono qui con questo corpo che vedete con il loro sangue e con i loro nervi. Da questo monte salgo verso il cielo per non essere più ottenebrato (dal peccato e dall’errore): c’è una donna (Beatrice per molti, la Vergine per alcuni) nel paradiso che mi ha impetrato grazia da Dio, per la quale grazia io porto il mio corpo (‘l mortal) nel mondo del purgatorio (per vostro mondo). Ma possa essere presto appagato il vostro maggior desiderio, cosicché vi accolga l’Empireo, il cielo che è pieno di amore e che racchiude tutti gli altri cieli, ditemi (in nome di questo augurio), affinché anche di questo io possa scrivere, chi siete voi, e chi è quella schiera che procede in direzione opposta alle vostre spalle ». Come (non altrimenti) si confonde stupefatto il montanaro, e meravigliandosi ammutolisce, quando rozzo e selvatico entra in città, allo stesso modo fece ciascuna anima nel suo aspetto; ma dopo che si furono liberate dallo stupore, il quale negli animi elevati presto si attutisce (s’attuta: perché subentra la riflessione), « Beato te » ricominciò l’anima che prima mi aveva interrogato, « che per morire in grazia di Dio (per morir meglio), fai esperienza del nostro mondo! Le anime che camminano in direzione opposta alla nostra, hanno offeso (Dio) con il peccato per il quale Cesare una volta, mentre celebrava il trionfo, si sentì ironicamente chiamare regina: per tale peccato si allontanano da noi gridando “Sodoma”, rimproverando se stessi, come hai udito, e con la vergogna completano l’opera purificatrice della fiamma. Il nostro peccato invece avvenne tra persone di sesso diverso; ma poiché (pur non peccando contro natura) non osservammo la legge della ragione (umana legge: la norma alla quale deve attenersi l’uomo in quanto essere razionale e perciò obbligato a frenare gli istinti), abbandonandoci all’istinto come le bestie, a nostro obbrobrio, gridiamo, quando ci allontaniamo dall’altra schiera, il nome di Pasifae, colei che si fece bestia nel legno fatto in forma di bestia. Ora puoi capire il nostro comportamento qui e il peccato di cui ci macchiammo: se vuoi forse sapere chi siamo con l’indicazione del nostro nome, non è il momento opportuno per farlo, né saprei indicarti i miei compagni. Placherò ben volentieri il tuo desiderio (farotti ben… volere scemo) riguardo a me: sono Guido Guinizelli; e (benché sia morto non molti anni fa) mi trovo già a purificarmi nel purgatorio vero e proprio, per essermi pentito prima di giungere al momento estremo della vita. Nello stesso stato d’animo in cui si trovarono nell’episodio di dolore e di ira di Licurgo i due figli quando videro la madre, mi trovai io, ma non osai buttarmi tra le fiamme, allorché udii pronunciare il suo nome da Guido, padre (nel campo poetico) mio e degli altri rimatori migliori di me che scrissero versi d’amore dolci ed eleganti; e senza udire e parlare procedetti pensoso osservando a lungo Guido, e, a causa del fuoco, non mi avvicinai di più a lui. Quando fui pago di guardarlo, mi dichiarai tutto pronto a soddisfare le sue richieste con l’affermazione alla quale tutti credono (cioè mediante il giuramento) . Ed egli a me: « Tu lasci dentro di me, per quello che ho udito (cfr. versi 55-60), una impronta così profonda e così luminosa, che il Letè (il fiume dell’oblio: cfr. canto XXVIII, 127-128) non la potrà cancellare né oscurare, Ma se le tue parole poco fa mi hanno giurato il vero, dimmi quale è il motivo per il quale tu dimostri nelle parole e nello sguardo di avermi caro ». Ed io a lui: « Le vostre dolci rime, che, finché durerà l’uso di poetare in volgare (quanto durerà l’uso moderno), renderanno preziosi anche i loro inchiostri ». « O fratello », disse, « questo che ti indico con il dito », e additò uno spirito davanti, « fu migliore artefice nell’uso della sua lingua materna. Fu superiore a tutti coloro che scrissero poesie, prose in volgare non badare agli sciocchi i quali affermano che è superiore il poeta del Limosino. (Questi stolti) prestano attenzione a quello che si sente dire più che a quello che è realmente, e così formano la loro opinione prima di ascoltare gli argomenti dell’arte o della ragione. Così fecero molti della passata generazione letteraria a proposito di Guittone, dando onore soltanto a lui col ripetere di bocca in bocca lo stesso giudizio, finché ha annullato il suo nome il retto giudizio di molti letterati (con più persone che hanno ascoltato la voce dell’arte o della ragion). Ora se tu godi di un così ampio privilegio, che ti è permesso entrare nel paradiso (chiostro che racchiude i beati, come in terra il chiostro racchiude coloro che si dedicano alla vita religiosa) nel quale Cristo è il capo della comunità (abate del collegio), recita davanti a Lui per me un Pater noster, quel tanto che occorre a noi anime del purgatorio, dove non siamo più soggette alla possibilità di peccare (e perciò bisogna sopprimere l’espressione finale “e non ci indutre in tentazione”). » Poi, forse per dare luogo a un altro dopo di lui che gli stava vicino, scomparve nel fuoco, come scompare nell’acqua il pesce che si dirige verso il fondo. Io mi avanzai un poco verso lo spirito che mi era stato indicato (al mostrato: cfr. versi 115-116) , e dissi che il desiderio di conoscerlo preparava (nella mia anima) una grata accoglienza al suo nome. Egli cominciò a dire senza farsi pregare (liberamente): «Tanto mi è cara la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondermi a voi. lo sono Arnaldo, che piango e vado cantando; pensoso contemplo la passata follia e vedo gioendo, davanti a me, il giorno che spero. Ora vi prego, per quella virtù (cioè Dio) che vi conduce al sommo della scala (del purgatorio), vi sovvenga a tempo del mio dolore! » Poi si nascose nel fuoco che li purifica.

Canto 27

In quella posizione nella quale manda i suoi primi raggi sulla città (là: a Gerusalemme) nella quale il suo Creatore sparse il sangue (per la salvezza degli uomini), mentre l’Ebro si trova (cadendo) sotto la costellazione della Libra alta nel cielo, e le acque del Gange sono riarse dal calore del mezzogiorno, in questa posizione si trovava il sole nel purgatorio; per la qual cosa il giorno tramontava, allorché ci apparve l’angelo di Dio splendente di gioia. Stava sull’orlo della cornice al di fuori del fuoco, e cantava « Beati i puri di cuore! (la sesta beatitudine evangelica: cfr. Marteo V, 8) » con una voce assai più chiara di quella umana. Poi « Non si può procedere oltre, anime sante, se prima il fuoco non fa sentire il suo morso: entrate in esso, e ascoltate il canto che si ode al di là delle fiamme », ci disse non appena gli fummo vicino: per la qual cosa io, quando intesi le sue parole, divenni pallido e gelido come un cadavere (qual è colui che nella fossa è messo). Tenendo con le mani giunte il mio corpo piegato indietro mi protesi in avanti (con lo sguardo), scrutando il fuoco e immaginando con estrema lucidità corpi umani già veduti bruciare sul rogo. Le mie valenti guide si volsero verso di me: e Virgilio mi disse: « Figlio mio, nel purgatorio può esserci tormento, ma non morte. Ricordati, ricordati! E se io ti ho guidato in salvo persino sul dorso di Gerione, che cosa non farò ora che sono più vicino al mondo della Grazia? Sappi per certo che se anche tu rimanessi ben mille anni in mezzo a questo fuoco, esso non potrebbe privarti neppure di un capello. E se tu forse credi che io ti inganni, avvicinati alla fiamma, e fatti dare una prova (della verità delle mie parole) dal lembo della tua veste (accostandolo al fuoco) con le tue mani. Deponi ormai, deponi ogni timore: volgiti da questa parte: vieni ed entra sicuro!» Ed io ostinatamente fermo e ciò contro la voce della coscienza (che mi comandava di ubbidire a Virgilio). Quando mi vide continuare a stare fermo e duro, un poco turbato, disse: « Pensa ora, figlio: solo questo ostacolo ti divide da Beatrice ». Come Piramo morente aperse gli occhi davanti a Tisbe che gli gridava il proprio nome, e la guardò, nel momento in cui il gelso divenne vermiglio, (rianimandomi) allo stesso modo, mentre la mia ostinazione cedeva, mi volsi verso la mia saggia guida, udendo il nome di Beatrice che mi risorge sempre nella mente. Per questo egli scosse il capo e disse: «Come! ce ne vogliamo ancora star di qua?»; poi sorrise come si sorride al bambino che si lascia convincere con la promessa di un frutto. Poi entrò nel fuoco davanti a me, pregando Stazio di venire dietro, mentre prima ci aveva diviso per un lungo tratto di cammino (procedendo in mezzo a noi). Non appena mi trovai in mezzo alle fiamme, mi sarei gettato in un vetro incandescente per rinfrescarmi, tanto smisurato era il calore lì dentro. Il dolce padre, per confortarmi, continuava a parlare sempre di Beatrice, dicendo: « Mi sembra già di vedere i suoi occhi». Ci guidava una voce che cantava dall’altra parte del fuoco; e noi, prestando attenzione solo a lei, giungemmo fuori della fiamma nel punto in cui si riprendeva a salire. « Venite, o benedetti del Padre mio (le parole che Cristo rivolgerà agli eletti: cfr. Matteo XXV, 34) », risuonò dentro una luce lì apparsa, così abbagliante, che sopraffece la mia vista e non la potei guardare. « II sole tramonta » soggiunse, « e scende la sera: non vi fermate, ma affrettate il passo, finché la parte occidentale del cielo non diventi completamente buia. » La scala scavata nella roccia saliva diritta verso levante cosicché io interrompevo davanti a me (con la mia ombra) i raggi del sole ormai basso all’orizzonte. E avemmo il tempo di sperimentare pochi gradini di quella scala, che io e le mie guide ci accorgemmo che il sole era tramontato dietro alle nostre spalle, per il fatto che l’ombra (proiettata dal mio corpo) era scomparsa (con lo scomparire del sole). E prima che l’orizzonte avesse assunto in tutta la sua estensione, un medesimo colore (diventando scuro), e la notte avesse occupato (con le sue tenebre) tutte le zone a lei assegnate, ciascuno di noi si coricò su un gradino; poiché la legge particolare del monte (in base alla quale è vietato salire dopo il tramonto del sole: cfr. canto VII, 43-57) ci tolse la possibilità e la gioia di salire oltre. Quali rimangono tranquille a ruminare le capre, che sono apparse scattanti e ardite sulle balze del monte prima di essersi satollate, sorvegliate dal pastore mentre se ne stanno silenziose all’ombra, intanto che il sole arde (ferve: intorno al mezzogiorno), e il pastore si è appoggiato sul suo bastone e, anche stando così appoggiato, continua a fare loro la guardia; e quale il custode della mandria che rimane lontano dall’abitato, passa la notte accanto al suo gregge addormentato, vigilando perché qualche animale predatore non lo disperda, allo stesso modo ce ne stavamo allora tutti e tre, io (prossimo al sonno e tranquillo) come una capra, ed essi (pronti a vigilare) come i pastori, chiusi e protetti da una parte e dall’altra dall’alta parete della roccia. Da lì si poteva scorgere solo una piccola parte di cielo; ma, per quel poco (che era possibile osservare), io vedevo le stelle più luminose (per la trasparenza e la finezza dell’aria a quell’altezza) e più grandi (per il fatto che sono guardate dalla cima dell’alto monte del purgatorio) del solito. Così pensando e fissando lo sguardo sulle stelle, fui preso dal sonno; quel sonno che spesso preannuncia gli eventi futuri, prima che essi effettivamente accadano. Nell’ora (che precede l’alba), credo, durante la quale dall’oriente cominciò a splendere sul monte del purgatorio il pianeta Venere (Citerea), che pare sempre ardere del fuoco d’amore, in sogno mi pareva di vedere una donna giovane e bella, che andava cogliendo fiori in una distesa erbosa, e che cantando diceva: « Chiunque domanda il mio nome sappia che io sono Lia, e vado muovendo intorno a me le mie belle mani per farmi una ghirlanda. Qui io mi adorno (di fiori) per potermi compiacere guardandomi allo specchio; ma mia sorella Rachele non distoglie mai l’occhio dal suo specchio, e sempre siede davanti ad esso. Ella è tanto, desiderosa di contemplare i suoi begli occhi, come io di adornarmi con le mie mani; lei trova il suo appagamento nel contemplare, ed io nell’operare». E già per il chiarore dell’alba, il quale sorge tanto più gradito ai pellegrini, quanto più, nel ritorno, hanno pernottato vicino al luogo natio, le tenebre fuggivano da tutte le parti (lati), e con esse scompariva il mio sonno; per cui io, vedendo i due grandi maestri già in piedi, mi alzai. « Quel dolce frutto della felicità che per tante vie gli uomini vanno cercando affannosamente, oggi placherà tutti i tuoi desideri. » Virgilio disse queste solenni parole rivolto a me; e non ci furono mai buone novelle che mi procurassero un piacere uguale a quello che allora provai. Un così grande desiderio mi si aggiunse al precedente desiderio di pervenire sulla cima, che poi ad ogni passo mi sentivo crescere lo slancio per la salita. Dopo aver compiuto di corsa tutta la scala sotto di noi ed essere giunti sul gradino più alto, Virgilio fissò intensamente i suoi occhi su di me, e disse: « Figlio, hai visto le pene temporanee (del purgatorio) e quelle eterne (dell’inferno); e sei giunto in un luogo dove io con le mie sole forze non distinguo più oltre (il cammino). Ti ho condotto fin qui con l’intelligenza e con l’applicazione pratica di essa; prendi ormai per guida la tua naturale inclinazione (che ti porterà verso il bene): sei fuori dalle vie ripide, sei fuori dalle vie strette (cioè: ogni difficoltà è stata superata). Vedi il sole che ti illumina la fronte; vedi l’erbetta, i fiori e gli arboscelli, che qui la terra produce spontaneamente. Finché non ti appariranno per farti gioiosa accoglienza i begli occhi di Beatrice, i quali, con le loro lagrime, mi mossero a venire in tuo aiuto, ti puoi sedere e andare tra gli alberi e i fiori. Non attendere più le mie parole né i miei gesti: il tuo volere è ormai libero dalle passioni rettamente volto verso il bene e guarito dai suoi mali, e sarebbe errore non assecondarlo: perciò io ti costituisco signore e guida di te stesso ».

Canto 28

Già desideroso d’esplorare l’interno e i dintorni della divina foresta, folta e verdeggiante, la quale temperava ai miei occhi i raggi del sole sorto da poco, senza più attendere, lasciai il margine del ripiano, iniziando a camminare lento lento per la distesa erbosa su quel terreno che olezzava da ogni parte. Un’aria dolce, non soggetta in se stessa ad alcun mutamento, mi colpiva in fronte giungendomi non più forte di un vento soave: per cui le fronde, tremolando, senza resistenza si piegavano tutte quante verso occidente, la parte dove il santo monte getta l’ombra di primo mattino (al sorgere del sole); senza tuttavia essere scostate dalla loro posizione normale tanto, che gli uccelletti (per il fatto di essere disturbati) dovessero tralasciare di cantare e volare su per i rami; ma, cantando, facevano festosa accoglienza alle prime ore del giorno in mezzo alle foglie, che accompagnavano il loro canto, proprio come si forma di ramo in ramo il mormorio dentro la pineta sul litorale di Classe, quando Eolo fa uscire fuori il vento di scirocco. I miei lenti passi mi avevano portato già nel folto dell’antica selva tanto, che ormai non potevo più vedere il punto dove io ero entrato; ed ecco mi impedì di procedere oltre un fiumicello, che (scorrendo) verso sinistra con le sue piccole onde piegava l’erba nata sulle sue rive. Tutte le acque più limpide che sono sulla terra, a paragone dell’acqua di quel fiumicello, perfettamente trasparente, sembrerebbero contenere qualche impurità, quantunque essa scorra scura scura sotto l’ombra perenne (degli alberi), che mai lascia penetrare un raggio di sole o di luna, Fermai il passo e spinsi gli occhi al di là del fiumicello, per osservare la grande varietà di rami fioriti; e là, così come appare improvvisamente qualcosa che a causa della meraviglia che suscita distoglie da ogni altro pensiero, mi apparve una donna tutta sola, che se ne andava cantando e scegliendo tra i fiori di cui era dipinta tutta la via che ella percorreva. « Deh, bella donna, che ti riscaldi ai raggi dell’amore divino, a quanto appare dal volto che suole essere testimone del cuore, ti sia gradito procedere innanzi » le dissi « verso questo fiume, tanto che io possa capire che cosa canti. Tu mi fai ricordare il luogo dove si trovava Proserpina e quanto era bella nel momento in cui sua madre perse lei, ed ella perse il mondo della primavera. » Come si volge una donna che danza, con i piedi che quasi non si staccano dal suolo e uniti tra di loro, e impercettibilmente mette un piede avanti all’altro, ella si volse verso di me sopra i fiorellini vermigli e gialli non diversamente da una fanciulla che (per pudore) abbassi i casti occhi; e fece in modo che fossero appagate le mie preghiere, avvicinandosi tanto, che il dolce suono del suo canto mi arrivava con il significato delle parole che ella cantava. Appena giunse là dove le erbe venivano già bagnate dalle onde del bel fiume, mi fece la grazia di alzare il suo sguardo verso di me: non credo che splendesse tanta luce negli occhi di Venere, trafitta dal figlio Cupido contro le abitudini di quest’ultimo. Ritta sull’altra sponda la donna sorrideva, mentre con le sue mani intrecciava i fiori di vario colore, che la sommità del monte produce senza bisogno di semi. Il fiume ci separava solo di tre passi; ma lo stretto dei Dardanelli là dove passò Serse, la cui sconfitta è ancora un ammonimento per ogni orgoglio umano, non fu maggiormente odiato da Leandro a causa delle sue burrasche (che gli rendevano ìmpossibile il passaggio a nuoto) tra Sesto e Abido, di quanto non fosse odiato da me quel fiumicello perché non si aprì in quel momento per lasciarmi passare. La donna cominciò: « Voi siete nuovi del luogo, e forse perché io mi mostro sorridente in questo posto scelto da Dio come sede, della specie umana (se fosse rimasta innocente), vi meravigliate e rimanete in dubbio; ma gioverà ad illuminarvi il salmo “Mi hai rallegrato” (è il quinto versetto del Salmo XCII, che esalta la gioia della contemplazione delle bellezze create da Dio), il quale può sgombrare ogni nebbia dalla vostra mente. E tu che sei davanti agli altri due e mi hai pregata, dimmi se desideri sapere altro da me; perché sono venuta (verso di te) pronta a rispondere ad ogni tua domanda finché basti a soddisfarti ». Io dissi: « L’acqua di questo fiume e il vento che fa stormire la foresta contrastano dentro di me con la convinzione che mi ero da poco formato riguardo a una cosa che avevo udito e che è contraria a questa che ora vedo ». Perciò ella: « Io ti spiegherò come ciò che desta la tua meraviglia derivi da una sua particolare causa, e dissiperò la nebbia (dell’ignoranza) che offende la tua mente. Dio, il sommo Bene, che solo di se stesso prova compiuto piacere, creò l’uomo buono e atto a operare il bene, e gli diede questo luogo (il paradiso terrestre) come anticipazione della beatitudine eterna. A causa della sua colpa l’uomo dimorò poco (solo sette ore: cfr. Paradiso XXVI, 139-142) nel paradiso terrestre; a causa della sua colpa tramutò l’innocente diletto e la dolce gioia in pianto e in affanno. Perché le perturbazioni che al di sotto di questo monte sono prodotte dai vapori dell’acqua e della terra, che tendono a salire quanto più possono seguendo il calore del sole, non potessero recare all’uomo alcuna molestia, questo monte s’innalzò verso il cielo così tanto (come vedi), ed è libero da tali perturbazioni dal punto dove si trova la porta d’accesso. Ora; poiché tutta quanta l’atmosfera gira circolarmente assieme alla prima sfera celeste, se il moto circolare non è interrotto da un ostacolo in qualche parte, sulla sommità di questo monte che spazia liberissima nell’aria pura, questo movimento (dell’aria) percuote, e fa stormire la selva perché è fitta (e oppone resistenza); e le piante così mosse dal vento hanno tanto potere, che impregnano l’atmosfera della loro virtù fecondatrice, che poi l’aria, girando (attorno alla terra), diffonde intorno; e la terra dell’altro emisfero, secondo che è adatta per la propria natura e per il clima, concepisce e fa nascere da diversi semi le diverse piante. Dopo questa spiegazione, non dovrebbe poi nascere stupore di là nel vostro mondo, quando qualche pianta germoglia sulla terra senza seme visibile. E devi sapere che questa santa regione dove ti trovi, è piena di ogni specie di semi vegetali, e produce anche qualche frutto che non si coglie di là sulla terra. L’acqua che vedi non scaturisce da una polla che sia alimentata dal vapore acqueo convertito in pioggia dal freddo, come (sulla terra) un fiume il quale accresce e diminuisce la sua portata (a seconda delle piogge); ma nasce da una fonte costante e inesauribile, che dal volere di Dio attinge tant’acqua, quanta ne versa nei due fiumi aperti in due direzioni opposte. Nel fiume che è da questa parte l’acqua scorre con un potere che toglie il ricordo del peccato in chi la beve; nel fiume che è dall’altra parte l’acqua restituisce il ricordo del bene compiuto. Da questo lato il fiume si chiama Letè; così dall’altro si chiama Eunoè, e l’acqua non opera il suo effetto se prima non è bevuta in entrambi i ruscelli. il sapore di quest’acqua è superiore a qualsiasi altro sapore. E sebbene la tua sete di sapere possa essere sufficientemente appagata senza bisogno che ti riveli di più, (tuttavia) spontaneamente ti darò ancora un’ultima informazione; né credo che le mie parole ti siano meno gradite, se a tuo favore si estendono al di là della mia promessa. Coloro che in antico cantarono in poesia l’età dell’oro e la sua condizione felice, forse poetando (in Parnaso: è la montagna della Focide, sede di Apollo e delle muse) intravidero come in sogno questo luogo. Nel paradiso terrestre furono innocenti i progenitori del genere umano; qui fu primavera perpetua e vi furono frutti d’ognì specie; l’acqua di questi fiumi è il nettare di cui parlò ognuno di quei poeti ». Allora con tutta la persona io mi volsi indietro verso i miei due poeti, e vidi che avevano accolto l’ultima parte del discorso sorridendo; poi rivolsi nuovamente il mio sguardo alla bella donna.

Canto 29

Nell’ora (l’ultima della notte) in cui il calore solare non può più mitigare il gelo dei raggi lunari, perché ormai è vinto dal freddo naturale della terra, e talvolta da quello del pianeta Saturno. somigliante a quella che essi chiamano Fortuna Maggiore, in una parte dell’orizzonte che per poco tempo rimane ancora oscura,mi apparve in sogno una donna balbuziente, con gli occhi guerci, e sciancata, con le mani rattrappite, e pallida in volto. lo la osservavo fissamente; e come il sole rinfranca le membra intirizzite che il freddo della notte intorpidisce, così il mio sguardo le rendeva sciolta la lingua, quindi in breve tempo le raddrizzava tutta la persona, e donava al volto sbiancato quel colore roseo che è suscitato dall’amore. Dopo che ebbe così sciolta la lingua, la donna cominciava a cantare con tanta dolcezza che a fatica avrei potuto distogliere da lei la mia attenzione. « Io sono » cantava, « io sono la dolce sirena, che distolgo dalla loro via i marinai in mezzo al mare, a tal punto sono piena di piacere per chi mi ascolta! Io attrassi col mio canto anche Ulisse, sebbene desideroso di proseguire il suo cammino; e chiunque si abitua alla mia compagnia, raramente se ne allontana, a tal punto riesco ad appagarlo totalmente)! » La sua bocca non si era ancora chiusa, quando accanto, a me apparve una donna santa e sollecita per svergognarla. « O Virgilio, Virgilio, chi è costei? » diceva con accento sdegnato; e Virgilio s’accostava tenendo gli occhi sempre fissi su quella donna onesta. Quindi afferrava l’altra, e la scopriva davanti squarciandole le vesti, e me ne faceva vedere il ventre: questo mi svegliò col fetore che emanava. lo mossi gli occhi, mentre il mio valente maestro nei diceva: « Almeno tre volte ti ho chiamato! Alzati e vieni: vediamo di trovare l’apertura nella roccia attraverso la quale tu possa entrare ». Mi alzai in piedi, e già tutti i gironi del sacro monte erano pieni della luce mattutina ormai alta suIl’orizzonte, e camminavamo avendo alle spalle il sole del nuovo giorno. Seguendo Virgilio, tenevo bassa la fronte come chi l’ha oppressa da gravi pensieri, e procede curvo facendo con la persona un mezzo arco di ponte, quando udii dire: «Venite, si passa di qui » con un tono così soave e benigno, come non si sente mai nel nostro mondo terreno. Colui che così ci parlò, con le ali aperte, candide come quelle d’un cigno, ci avviò verso l’alto (alla scala incavata) tra due pareti di duro sasso. Poi mosse le ali e ci ventilò, affermando esser beati « Quelli che piangono » (è la seconda beatitudine evangelica: cfr. Matteo V, 4; Luca VI, 21), perché avranno le loro anime piene di consolazione. Noi due, ci eravamo di poco portati più in alto dell’angelo, quando la mia guida cominciò a dirmi: « Che cos’hai che continui a guardare a terra? » Ed io gli risposi: « Mi fa camminare con tanto dubbio una recente visione che attira a sé la mia mente, tanto che non riesco a fare a meno di pensarci ». Mi rispose: « Hai visto quella vecchia strega ammaliatrice, la quale rappresenta solo i vizi che ormai restano da espiare nei gironi superiori; hai visto come l’uomo riesce a. liberarsi da lei. Ti basti quanto hai sentito, e affretta il passo (batti a terra le calcagne) : volgi gli occhi in alto al richiamo che il re eterno fa ruotare con le sfere celesti ». Come fa il falcone, che prima sta con gli occhi fissi ai piedi, poi si volge al richiamo del falconiere e tutto si protende per il desiderio del pasto, che lo attira in quella direzione, così feci io; e così, per tutta la fenditura della roccia che si apre per dare passaggio a chi sale (quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso), procedetti fin dove si riprende a camminare in cerchio (cerchiar: seguendo la curva del girone); Appena fui uscito all’aperto sul quinto girone, vidi anime sparse in esso che piangevano, giacendo bocconi a terra. « L’anima mia si è attaccata alla terra (è il versetto 25 del Salmo CXIX) » le udivo dire con sospiri di dolore casi profondi, che appena si percepivano le loro parole. « O eletti di Dio, le cui sofferenze sono alleviate dalla giustizia e dalla speranza, indirizzateci verso i gradini dell’altra scala (che porta al girone superiore). » « Se voi venite esenti dalla pena che ci fa qui giacere, e volete trovare più presto la via, tenete le vostre destre sempre dalla parte esterna della parete del monte . »Così pregò il poeta e così ci fu risposto poco più avanti di noi, per cui io per mezzo della voce riuscii a indivìduare l’interlocutore invisibile nel volto (perché giacente bocconi a terra); e volsi il mio sguardo verso gli occhi della mia guida, per cui egli acconsentì con un cenno compiacente a quello che chiedeva il mio sguardo che manifestava il desiderio di parlare con quello spirito. Non appena fui libero di disporre di me a mio piacimento, mi accostai a quella creatura le cui parole prima avevano richiamato la mia attenzione, dicendo: « O spirito in cui il pianto matura quella purificazione senza la quale non si può tornare a Dio, sospendi un poco per me la tua penitenza. Dimmi chi fosti e perché avete le schiene rivolte al cielo, e dimmi anche se vuoi che ti ottenga qualcosa nel mondo da dove io, essendo ancora in vita, sono venuto ». Ed egli a me: « Conoscerai poi il peccato per cui il cielo ci ha condannati a stare con le schiene in alto, ma prima sappi che io fui papa (successor Petri). Tra Sestri Levante e Chiavari scende in basso un bel torrente, il Lavagna, e dal suo nome il nome della mia famiglia trae il suo maggiore vanto. Per poco più di un mese io provai quanto pesa il gran manto pontificale a chi lo vuole conservare puro dal fango, tanto che tutti gli altri pesi al confronto sembrano leggieri come piume. La mia conversione, ahimè!, fu tardiva; ma appena fui eletto romano pastore, in questo modo scopersi come sono menzogneri i beni mondani (la vita bugiarda). Vidi che neppure lì (sul seggio papale) il cuore si quietava, né in quella vita terrena si poteva salire più in alto, per cui in me si accese l’amore per la vita eterna. Fino al momento della mia elezione (a quel punto) ero stato un’anima miserabile e divisa da Dio, completamente dominata dall’avidità: ora qui, come vedi, ne sono punito. Quali siano gli effetti dell’avarizia, qui si dimostrano chiaramente nell’espiazione delle anime convertitesi; e il monte non ha alcuna pena più amara della nostra. Siccome il nostro occhio, sempre fisso alla realtà terrestre, non si sollevò al cielo, così qui la giustizia divina lo fa stare rivolto a terra. E come l’avarizia spense in noi l’amore di ogni vero bene, e per questo il nostro operare fu vano, così qui la giustizia divina ci tiene stretti,legati e avvinti nelle mani e nei piedi (impedendoci di agire), e staremo qui immobili e distesi quanto piacerà al giusto re». Io mi ero inginocchiato accanto a lui e volevo parlare; ma appena cominciai ed egli, solo dall’udire più vicina la mia voce, s’accorse del mio atto di riverenza, « Quale motivo » disse « ti indusse a piegarti così in basso verso di me? » E io gli risposi: « Per la vostra dignità la mia coscienza mi fece venire il rimorso di stare diritto ». Rispose: « Fratello, drizza le gambe, alzati! Non cadere in errore (attribuendomi onori speciali): assieme a te e con gli altri sono anch’io un servo di fronte all’unica autorità di Dio. Se hai capito quelle sante parole evangeliche che dicono: “Né sposeranno”, ti apparirà chiaro perché io parlo (ragiono) in questo modo. Prosegui ormai la tua strada: non voglio che ti trattenga ancora, perché la tua permanenza disturba il mio pianto, col quale completo ciò che tu dicesti. Nel mondo ho una nipote che si chiama Alagia, buona per indole, purché la nostra famiglia non la renda malvagia col suo esempio; e di là mi è rimasta lei sola (che possa pregare per me)».

Canto 30

Quando l’Orsa Maggiore (il settentrion: le sette stelle dell’Orsa Maggiore indicano qui i sette candelabri) dell’Empireo, che non conobbe mai né tramonto né aurora né altra nebbia che la offuscasse se non il velo del peccato, e che lì nel paradiso terrestre (guidando la processione) rendeva ciascuno consapevole di ciò che doveva fare, come la sottostante costellazione dell’Orsa Minore rende consapevole (della rotta da seguire) ogni nocchiero che manovra il timone della nave per giungere in porto, quando, dico, i sette candelabri si fermarono, i ventiquattro seniori, testimoni della verità, che si erano fatti avanti per primi tra il grifone e i candelabri (esso: riferito a settentrion), si rivolsero al carro come al principio e fine dei loro desideri; e uno di loro, come fosse ispirato dal cielo, per tre volte gridò cantando « Vieni, o sposa, dal Libano », e tutti gli altri ripeterono l’invocazione. Come all’ultimo appello del giudizio universale risorgeranno i beati uscendo prontamente ognuno dalla sua sepoltura, mentre saluteranno con un alleluia il corpo risorto di cui tornano a rivestirsi, allo stesso modo, all’invito di così venerando vecchio, si levarono sul carro divino moltissimi angeli, ministri e messaggeri di vita eterna. Tutti dicevano: « Benedetto tu che vieni! », e gettando fiori sopra e intorno (al carro) soggiungevano: « Oh, datemi gigli a piene mani! » Io vidi spesso al cominciare del giorno la parte orientale del cielo tutta rosa, e le altre parti adorne di un bel sereno; e vidi il disco del sole spuntare al mattino come velato d’ombra, in modo che l’occhio lo poteva fissare per lungo tempo, perché i vapori ne temperavano il fulgore: così velata da una nuvola di fiori che, lanciati dalle mani degli angeli, salivano e ricadevano dentro e intorno al carro, m’apparve una donna cinta di fronde d’ulivo sopra il candido velo, vestita sotto il manto verde di una veste del colore della fiamma viva. E il mio animo, che già da tanto tempo (sono trascorsi dieci anni dalla morte di Beatrice al momento del viaggio di Dante nell’oltretomba) non avvertiva, pieno di tremore, il profondo turbamento che sentiva (sempre) alla sua presenza, senza averla quasi vista (sanza delli occhi aver più conoscenza: senza ricevere dagli occhi una più precisa conoscenza), per una misteriosa virtù che da lei emanava, avvertì la grande potenza dell’antico amore. Non appena i miei occhi furono colpiti dalla grande bellezza che già mi aveva ferito prima di essere uscito dalla puerizia, mi volsi verso sinistra con la stessa affannosa incertezza con la quale il bambino corre dalla mamma quando ha paura o quando prova dolore, per dire a Virgilio: « Neppure una stilla di sangue (men che dramma: dramma, di per sé, indica l’ ottava parte dell’oncia, cioè poco più di tre grammi) mi è rimasta che non tremi: conosco i segni dell’antica fiamma »; ma Virgilio aveva privato della sua presenza me e Stazio, Virgilio, il dolcissimo padre, Virgilio, al quale mi ero affidato perché mi fosse guida verso la salvezza (per mia salute: cfr. Inferno II, 140); né tutto ciò che Eva (l’antica matre) perdette con il suo peccato (cioè il paradiso terrestre e le sue gioie), poté impedire che le mie guance, già lavate (di ogni bruttura) con la rugiada (cfr. Purgatorio I, 127-129), ritornassero a macchiarsi di lagrime. « Dante, non piangere anche, per il fatto che Virgilio se ne è andato, non piangere ancora; poiché sarai costretto a piangere per ben altro dolore (per il rimprovero che fra poco Beatrice gli rivolgerà a causa delle sue colpe).» Simile ad un ammiraglio che si sposta sulla poppa e sulla prora della sua nave per controllare le ciurme che attendono al proprio lavoro sulle navi minori della flotta, e le esorta a compiere bene (il lavoro), sulla sponda sinistra del carro, allorché mi volsi al suono del mio nome, che qui devo trascrivere per necessità, vidi la donna che prima mi era apparsa coperta di un velo sotto la nuvola dei fiori lanciati dagli angeli, volgere gli occhi verso di me al di qua del Letè. Sebbene il velo che le scendeva dal capo, coronato da fronde di ulivo (pianta sacra alla dea Minerva), non la lasciasse apparire completamente visibile, sempre in un atteggiamento di regale fierezza continuò come l’oratore che inizia a parlare e riserva per ultimo le parole più accese: « Guarda qui (guardaci: ci è particella avverbiale) ben fisso! Sono io, sono proprio Beatrice. Come ti sei considerato degno di accedere al monte del purgatorio? Non sapevi tu che qui l’uomo gode la felicità (che nasce dalla purificazione del peccato)? » Gli occhi mi caddero sulla limpida acqua del Letè; ma vedendo rispecchiata in essa la mia confusione, li volsi sull’erba, tanto era il peso della vergogna che mi fece abbassare la fronte. Come la madre (mentre lo rimprovera) sembra severa al figlio, così Beatrice apparve a me, perché riesce amaro il sapore dell’affetto materno quando (per il bene del figlio) si manifesta in modo severo. Ella tacque; e gli angeli cantarono immediatamente « In Te io confido, o Signore »; ma (nel canto di questo salmo) si interruppero alle parole « i miei passi ». Come sui monti dell’Appennino tra i rami degli alberi si congela la neve, spinta e addensata dal soffio dei venti freddi (venti schiavi: sono i venti della Schiavonia o Illiria, provenienti quindi da nord-est), la quale poi, sciogliendosi, gocciola dagli strati superiori della sua superficie su quelli inferiori, non appena la regione africana manda i suoi venti caldi, così che pare il fuoco che consuma la candela, allo stesso modo (cioè gelato come la neve sotto i venti freddi) rimasi incapace di piangere e di sospirare prima che cantassero gli angeli, i quali accordano sempre il loro canto alle armonie dell’eterno ruotare dei cieli; ma dopo che nelle dolci modulazioni del loro canto li udii mostrare compassione verso di me, più che se avessero detto: “Donna, perché lo mortifichi così duramente?”, il gelo che mi si era addensato intorno al cuore, si sciolse in sospiri e in lagrime, e con dolore uscirono dal petto attraverso la bocca e gli occhi. Ella, sempre rimanendo ferma sulla sponda sopra nominata (cioè la sinistra: cfr. verso 61) del carro, rivolse le sue parole agli angeli (sustanze: essi, infatti, sono sostanze separate dalla materia) che si erano mostrati pietosi verso di me, parlando in questo modo: « Voi vegliate sempre nella eterna luce di Dio, cosicché né la tenebra (dell’ignoranza) né il sonno (che può essere indizio di pigrizia e che comunque impedisce momentaneamente di vedere) vi sottraggono la conoscenza di ogni passo (cioè di ogni pensiero o azione) che l’umanità compie sulla sua strada; per la qual cosa la mia risposta (al vostro canto pietoso) mira soprattutto a farsi intendere da colui che piange al di là del Letè, affinché il suo dolore sia commisurato alla colpa commessa. Non solo per l’influsso dei cieli, che indirizzano ogni essere fin dal momento del suo concepimento verso un fine preciso, secondo le caratteristiche delle stelle che sono in congiunzione (con quei cieli al momento del concepimento), ma anche per l’abbondanza delle doti spirituali, la cui pioggia si forma da vapori (cioè: dalla volontà di Dio) così misteriosi, che l’intelletto umano non può neppure giungervi vicino, questi (Dante) nella sua giovinezza (vita nova) fu dotato di tali possibilità, che ogni buona disposizione avrebbe potuto produrre in lui prove mirabili (qualora egli avesse assecondato queste sue attitudini naturali). Ma un terreno, quanto più è dotato di forza produttrice, tanto più diventa arido e selvatico quando vi si getta un seme cattivo oppure quando viene lasciato incolto. Per qualche tempo lo guidai con la mia presenza: mostrandogli il mio sguardo adolescente, lo conducevo con me rivolto verso la strada del bene. Non appena giunsi alla soglia della giovinezza e passai dalla vita terrena a quella eterna, egli si allontanò da me, e si affidò ad un’altra. Dopo che da creatura corporea divenni puro spirito, e la mia bellezza e le mie virtù aumentarono, io gli divenni meno cara e meno gradita; e si incamminò per una strada sbagliata, seguendo le ingannevoli immagini dei beni terreni, che non mantengono mai interamente nessuna promessa (ingannando gli uomini con il promettere loro una felicità che non potranno mai raggiungere). Né (per ricondurlo al bene) mi valse ottenergli da Dio buone ispirazioni, con le quali e per mezzo di visioni e con altri interventi tentai di richiamarlo (dalla strada del male); così poco si curò di tutto questo! Cadde in uno stato di tale traviamento, che tutti i rimedi per salvarlo erano ormai insufficienti, eccetto quello di mostrargli la condizione dei dannati (affinché, ispirando gli orrore per il peccato, più facilmente egli potesse allontanarsene). Per questo discesi nel limbo, la porta d’ingresso dell’inferno, e pregai, piangendo, colui (Virgilio) che lo ha guidato fin quassù. Un sommo decreto di Dio sarebbe violato, se si oltrepassasse il Letè (che fa dimenticare ogni peccato) e si gustasse la dolcezza delle sue acque senza pagarne il prezzo con un pentimento così profondo da far spargere lagrime».

Canto 31

«O tu che sei al di là del sacro fiume (il Letè) », rivolgendo direttamente a me le sue parole, che mi erano sembrate tanto dure pur parlandomi solo indirettamente (cfr. canto XXX, versi 103-145) , riprese Beatrice, aggiungendo senza indugio « di’, di’ se questo (di cui ti rimprovero) è vero: un’accusa tanto grave sia seguita dalla tua confessione ». Le mie facoltà erano tanto sconvolte, che la voce si formò, ma si spense prima che fosse emessa dalla gola e dalla bocca. (Beatrice) per un poco pazientò; poi disse: « A che cosa pensi? Rispondimi; poiché in te i tristi ricordi del peccato non sono ancora stati cancellati dall’acqua del Letè ». Vergogna e paura mescolate insieme mi fecero uscire dalla bocca un “sì” talmente fioco, per intendere il quale furono necessari gli occhi (per indovinarlo dal moto delle labbra), Come si spezza la balestra, quando la sua corda e l’arco scoccano con troppa tensione, e la freccia colpisce il bersaglio con minore impeto, così scoppiai io sotto il grave peso (della vergogna e della paura), dando libero sfogo alle lagrime e ai sospiri, e la mia voce si affievolì uscendo attraverso la bocca. Perciò Beatrice mi disse: « In mezzo ai desideri da me ispirati, che ti conducevano ad amare Dio, il bene oltre il quale non c’è cosa a cui si possa aspirare, quali ostacoli posti di traverso sulla via o quali catene di sbarramento hai trovato, per cui tu dovessi in tal modo abbandonare la speranza di progredire (nel cammino verso Dio)? E quali godimenti o quali guadagni ti si mostrarono nel l’aspetto degli altri beni, perché tu fossi indotto a desiderarli?» Dopo aver amaramente sospirato, a stento trovai la voce per rispondere e con fatica le labbra riuscirono a tradurla in parole. Piangendo dissi: « I beni terreni con i loro falsi allettamenti indirizzarono i miei passi (sulla via del male), non appena scomparve il vostro volto (cioè: dopo la vostra morte)». Ed ella: « Se tu avessi taciuto, o avessi negato i tuoi peccati, la tua colpa non sarebbe meno palese: da un tale giudice è conosciuta (cioè da Dio, a cui nulla sfugge). Ma quando la confessione del peccato prorompe dalla bocca stessa del peccatore, nel tribunale del cielo la giustizia divina attenua la sua severità (rivolge sé contra ‘I taglio la rota: la mola, che prima ha affilato la lama, gira in direzione contraria al taglio, cosicché invece di affilarla, la smussa). Tuttavia, perché tu ora senta vergogna dei tuoi errori, e perché un’altra volta, vedendo l’allettamento dei beni terreni (udendo le serene; cfr. la nota alla terzina 19 del canto XIX), tu possa mostrarti più forte, deponi le cause del tuo pianto (cioè la confusione e la paura: cfr. versi 13-21) ed ascolta: così potrai udire come la mia morte avrebbe, dovuto rivolgerti in dìrezione opposta a quella da te seguita (cioè verso la via del bene). Mai la natura o l’arte ti offrirono una bellezza simile a quella delle membra in cui io fui rinchiusa (nel mondo), e che ora si disgregano sotto terra; e se la bellezza più grande (cioè il mio corpo, che si rivelò anch’esso caduco e destinato a scomparire) venne così a mancarti a causa della mia morte, quale cosa mortale doveva poi attirarti a desiderarla? In seguito al primo colpo ricevuto dalle realtà ingannevoli del mondo (e questo colpo, con la mia morte, ti indicò tutta la caducità terrena), avresti piuttosto dovuto sollevarti verso l’alto, seguendo me che (essendo ora solo anima) non ero più una cosa ingannevole. Non avrebbero dovuto farti battere in basso le ali, ad aspettare altri colpi (di nuovi disinganni), né pargoletta né altre cose vane che si possono godere così brevemente. L’uccellino nato da poco aspetta due o tre colpi (cioè due o tre insidie prima di acquistare esperienza); ma invano si tendono reti o si lanciano frecce agli uccelli adulti e quindi già esperti. Come i bambini, per vergogna, se ne stanno muti con gli occhi a terra, ascoltando (il rimprovero) e riconoscendosi colpevoli e profondamente pentiti, nello stesso atteggiamento me ne stavo io; ed ella disse: « Dal momento che ti affliggi per quello che ascolti, solleva il viso, e guardandomi la tua sofferenza diventerà più profonda ». Un robusto cerro si svelle dalle sue radici, sia ai colpi del vento di tramontana sia a quelli del vento australe, opponendo minore resistenza di quella che io dovetti vincere per sollevare il mento al suo comando; e quando indicò il viso per mezzo della barba, compresi chiaramente l’amarezza contenuta in quella espressione (il velen dell’argomento: Beatrice, infatti, ha voluto ricordargli, con il termine barba, che egli è ormai un uomo e come tale deve comportarsi). E non appena il mio volto riprese la sua posizione eretta, il mio sguardo vide che gli angeli (quelle prime creature: perché creati per primi con i cieli) avevano smesso di spargere fiori; e i miei occhi, ancora incerti, scorsero Beatrice rivolta verso il grifone che è una sola persona in due nature. Pur essendo velata e pur restando al di là del fiume mi sembrava superasse in bellezza quella che era un tempo in terra, più di quanto, mentre era ancora in vita, non superasse nel mondo tutte le altre donne. In quel momento e in quel luogo la tormentosa puntura del pentimento mi trafisse così profondamente, che quella che fra tutte le altre cose più mi aveva attirato nel suo piacere, più mi divenne odiosa. Il mio cuore fu a tal punto colpito da una così piena consapevolezza delle mie colpe, che persi conoscenza sopraffatto dal rimorso; e quale allora divenni, lo sa colei che (con i suoi duri rimproveri e la sua celestiale bellezza) fu la causa (del mio smarrimento). Poi, quando il cuore rimise in attività le mie forze vitali, vidi china su di me la donna (Matelda) che avevo incontrato tutta sola, e diceva: « Tieniti stretto a me, tieniti stretto a me!» Mi aveva immerso nel fiume fino al collo, e trascinandomi dietro camminava sulla superficie dell’acqua leggiera come una navicella. Quando giunsi vicino all’altra riva del Letè, si udì cantare « Aspergimi » con tale dolcezza, che non lo so ricordare, e tanto meno esprimerlo a parole. La bella donna aprì le braccia; mi tenne stretta la testa e mi immerse nel fiume finchéì fui costretto ad inghiottire dell’acqua. Mi tolse di lì, e ancora bagnato mi condusse nel cerchio formato dalle quattro virtù cardinali che danzavano; e ciascuna mi coperse (il capo) sollevando il braccio. « Qui nel paradiso terrestre ci presentiamo come ninfe e nel cielo come stelle: prima che Beatrice apparisse nel mondo, fummo destinate da Dio ad essere le sue ancelle. Ti condurremo davanti al suo sguardo; ma renderanno i tuoi occhi capaci di penetrare nella luce beatifica che vi splende dentro, le tre virtù teologali che si trovano sul fianco destro del carro, le quali vedono più a fondo.» Cosi incominciarono cantando; e poi mi guidarono davanti al petto del grifone, dove Beatrice si trovava rivolta verso di noi, e dissero: « Guarda più attentamente che puoi (fa che le viste non risparmi) : ti abbiamo posto, davanti agli occhi splendenti dai quali un tempo Amore. lanciò i suoi dardi contro di te ». Mille desideri più ardenti di una fiamma costrinsero i miei occhi a fissare quelli luminosi di Beatrice. che continuavano ad essere rivolti solo al grifone. Come il sole (si riflette) in uno specchio, allo stesso modo il grifone dalle due nature si rifletteva negli occhi di Beatrice, ora con gli atti caratteristici dell’aquila, ora con quelli del leone. Pensa, o lettore, se io non mi meravigliavo, alla vista del grifone (la cosa) che (se guardato direttamente) restava sempre identico a se stesso, mentre nell’immagine riflessa negli occhi di Beatrice si trasformava (ora nell’uno ora nell’altro dei suoi due aspetti). Mentre il mio animo pieno di stupore e di gioia gustava il cibo delle verità sovrannaturali che, mentre sazia, suscita nuovo desiderio di sé, le tre virtù teologali, dimostrando nei loro atti di appartenere (rispetto a quelle cardinali) ad un ordine gerarchico più elevato, avanzarono danzando al ritmo del loro angelico canto. « Volgi, Beatrice, volgi i tuoi santi occhi » dicevano le parole dei loro canto « al tuo fedele che, per vederti, ha compiuto un così lungo viaggio (ha mossi passi tanti)! Per tua graziosa concessione facci la grazia di liberare dal velo davanti a lui il tuo volto, in modo che egli possa vedere chiaramente la bellezza celestiale (seconda rispetto a quella terrena e materiale) che nascondi.» O tu che rifletti la viva luce eterna di Dio, quale poeta, anche se si è consumato con tenacia nello studio della poesia (sotto l’ombra… di Parnaso: era il monte sacro ad Apollo e alle muse), o ha bevuto alla fonte Castalia (in sua cisterna: si trova sul Parnaso ed è simbolo dell’ispirazione poetica), non sembrerebbe avere la mente impedita, se tentasse di rappresentare te, o Beatrice, quale apparisti là (nel paradiso terrestre), dove solo il cielo con la sua armonia riesce a dare una immagine adeguata della tua bellezza, quando ti mostrasti libera da ogni velo nell’aria limpida?.

Canto 32

I miei occhi erano così fissi e attenti a saziare la decennale sete (che nasceva dal desiderio di rivedere Beatrice, ormai morta da dieci anni), che tutti gli altri miei sensi avevano cessato la loro attività. Ed essi venivano separati con un muro di noncuranza (avean parete di non valer) dalla realtà circostante (quinci e quindi: da una parte e dall’altra) – con tale forza il santo sorriso di Beatrice li attirava a sé con la rete dell’amore di un tempo (antica)! -, quando il mio sguardo fu costretto a volgersi verso la mia sinistra da un imperioso richiamo delle divine creature (quelle dee: le virtù teologali), perché io le udii esclamare “Troppo fissamente (guardi Beatrice)! “; e quella debole capacità visiva che rimane (èe: è) negli occhi appena abbagliati dal sole, mi fece restare per qualche momento senza poter vedere. Ma dopo che la vista diventò di nuovo capace di percepire la luce minore della processione (io dico “minore” in confronto al grande splendore [al molto sensibile] del volto di Beatrice dal quale mi distolsi forzatamente) , vidi che il trionfale corteo si era voltato verso destra, e tornava indietro avendo davanti a sé il sole e le luci (fiamme) dei sette candelabri. Come una schiera di soldati proteggendosi con gli scudi opera una conversione per salvarsi (dal nemico), e si volge indietro seguendo il vessillo, (formando un semicerchio) prima che tutta la schiera cambi direzione, allo stesso modo quella avanguardia (milizia… che procedeva) del regno celeste (formata dai ventiquattro seniori) ci passò davanti tutta quanta prima che il carro voltasse il timone (incominciando anch’esso, la sua conversione). Poi le virtù ritornarono accanto alle ruote, e il grifone mosse il carro (benedetto varco: benedetto carico, perché portava Beatrice), senza che, per questo, alcuna sua penna si agitasse, Matelda, la bella donna che mi aveva fatto varcare (il Letè) e Stazio e io seguivamo la ruota che (volgendosi il carro verso destra) segnò la sua curva con un arco minore (di quello compiuto dall’altra ruota). Così percorrendo la profonda foresta disabitata, per colpa di colei (Eva) che credette al serpente, un canto angelico regolava i nostri passi. Ci eravamo allontanati (dal punto di partenza) di uno spazio forse triplo di quello che percorre una saetta scoccata dall’arco, quando Beatrice scese dal carro. Io udii mormorare da tutti “Adamo”; poi si disposero in cerchio attorno ad una pianta priva di foglie e di ogni fronda in tutti i suoi rami. La sua chioma, che tanto più si allarga quanto più si innalza, per la sua altezza sarebbe ammirata anche dagli Indiani nei loro boschi. « Beato sei tu, o grifone, che con il becco non strappi da questa pianta il frutto dolce al gusto, poiché il veritre di chi ne mangia si contorce dal dolore a causa di esso. » Così attorno all’albero robusto gridarono i componenti della processione; e l’animale dalla duplice natura: « Così si conserva il principio di ogni giustizia». E voltosi al timone che egli aveva tirato, lo portò ai piedi della pianta spoglia, e lo lasciò legato a lei per mezzo di un ramoscello. Come le piante della terra (in primavera), quando scende la grande luce (del sole) congiunta a quella della costellazione dell’Ariete che splende seguendo la costellazione dei Pesci, diventano turgide di gemme, e poi ciascuna rinnova il colore dei propri fiori, prima che il sole passi (giunga li del tempo di Dante con il significato di “pesce”). Il rinnovamento della natura si completa nel breve giro di un mese, prima cioè che il sole, lasciata la costellazione dell’Ariete, entri in congiunzione con quella del Toro (che segue l’ariete). così la pianta che prima aveva i rami tanto spogli, si rinnivò, facendo sbocciare fiori di un colore meno vivo di quello delle rose e più acceso di quello delle viole. lo non ne compresi le parole, né sulla terra si canta l’inno che in quel momento cantò quella gente, né fui capace di ascoltare fino alla fine il dolce canto. Se io potessi descrivere come gli spietati occhi (di Argo) cedettero al sonno udendo cantare (da Mercurio) gli amori della ninfa Siringa, quegli occhi ai quali costò così caro il vegliare continuamente; riuscirei a rappresentare in che modo mi addormentai, come un pittore che dipinga tenendo davanti un modello; ma un altro, se vorrà, provi a ben descrivere l’addormentarsi. Perciò passo senz’altro al momento in cui mi svegliai, e dico che uno splendore mi squarciò il velo del sonno e che una voce (quella di Matelda) mi chiamò dicendo: « Alzati: che fai? » Come nel vedere il primo saggio di quell’albero (Cristo), il quale in cielo rende gli angeli bramosi della sua visione, e li fornisce di cibo come in una perpetua festa nuziale, Pietro e Giovanni e Giacomo quando furono condotti (sul Tabor) e furono tramortiti (dallo splendore della trasfigurazione di Gesù), ritornarono in sé al suono della voce di Cristo la quale ruppe sonni ben più profondi, e si accorsero che dal loro gruppo erano scomparsi tanto Mosè quanto Elia, e che il Maestro aveva cambiato la veste (con la quale era apparso durante la trasfigurazione), allo stesso modo ripresi io i sensi, e vidi china su di me Matelda che prima aveva guidato i miei passi lungo la riva del Letè. E tutto timoroso (di essere stato abbandonato da Beatrice) dissi: « Dov’è Beatrice?» Per questo Matelda rispose: « La puoi vedere sotto l’albero che ha rinnovato le fronde seduta sulla sua radice: vedi il gruppo che la circonda (le virtù cardinali e teologali) : gli altri personaggi della processione risalgono in cielo dietro al grifone intonando un canto più dolce (per la melodia) e più profondo (per il significato) (di quelli che tu hai potuto ascoltare sulla terra) ». E se Matelda disse altre cose, non lo so, poiché ero già tutto intento ad osservare Beatrice, la cui vista mi impediva di prestare attenzione ad altre cose. Sedeva sola sulla nuda terra, lasciata lì a guardia del carro che avevo visto legare (all’albero) dal grifone (biforme fera: la fiera dalle due nature). Le sette virtù la chiudevano come in un cerchio, tenendo in mano i candelabri che non possono essere spenti da nessun vento (d’Aquilone e d’Austro: sono qui indicati i due venti più impetuosi) . « Qui resterai nella selva per poco tempo: e poi sarai insieme con me per sempre cittadino di quella Roma celeste (cioè: del paradiso) della quale Cristo è cittadino. Perciò, ad ammaestramento dell’umanità traviata, osserva ora il carro, e fa in modo di descrivere quello che vedi, dopo sere ritornato nel mondo. » Così disse Beatrice; ed io, che ero del tutto disposto a seguire con umiltà i suoi comandi, rivolsi la mente e gli occhi dove ella voleva. Un fulmine non scende mai da una densa nube con un moto così veloce, quando precipita dalle più alte regioni dell’aria, come quello con il quale l’aquila calava verso l’albero, squarciandone la corteccia, oltre che i fiori e le nuove foglie; e colpì il carro con tutta la sua forza; per la qual cosa esso sbandò come una nave (sbanda) ora su un fianco (da poggia: la poggia è la fune che regge l’antenna sul fianco destro della nave), ora sull’altro (da orza: l’orza è la fune che regge l’antenna sul fianco sinistro della nave) durante la tempesta, quando è in balia delle onde. Poi vidi avventarsi sulla parte interna del carro trionfale una volpe che sembrava digiuna di ogni cibo che potesse ben nutrirla. Ma Beatrice, rimproverandola per le sue colpe vergognose, la costrinse ad una fuga tanto veloce quanto lo consentivano le sue smagrite membra. Poi per la stessa via dalla quale era venuta la prima volta, vidi l’aquila scendere nella parte interna del carro e lasciarla cosparsa delle sue penne; e con lo stesso tono di una voce accorata (esce di cuor che si rammarca), uscì dal cielo una voce e disse: « O navicella mia, di quale cattiva merce sei carica! » Poi mi sembrò che la terra fra l’una e l’altra ruota si aprisse, e vidi uscirne un drago che conficcò la coda nel carro; e come la vespa che ritira il pungiglione, ritraendo a sé la sua coda pericolosa, asportò una parte del fondo del carro, e se ne andò tutto soddisfatto. Quella parte del carro che rimase, come accade per la terra fertile che si ricopre di gramigna (se è lasciata incolta), dalle penne, offerte forse con intenzione retta e generosa, fu ricoperta, e ne furono ricoperte entrambe le ruote e il timone, in un tempo più breve di quello che impiega la bocca ad emettere un sospiro. Il carro sacro così trasformato mise fuori delle teste nelle singole parti, tre sopra il timone e una in ciascuno degli angoli: le prime erano fornite di due corna come quelle dei buoi, ma le altre quattro avevano un corno solo nella parte mediana della fronte: mai fu visto un mostro simile. Seduta sopra di esso, sicura, come una rocca sulla cima di un monte, mi apparve una sfrontata meretrice, che guardava intorno con occhi impudichi; e quasi (a vigilare) affinché nessuno gliela rapisse, vidi ritto di fianco a lei un gigante; e si baciavano l’un l’altra di tanto in tanto. Ma poiché volse verso di me i suoi occhi desiderosi e vaganti, quel crudele amante la flagellò dalla testa ai piedi; poi, pieno di sospetto e reso crudele dall’ira, slegò il mostro, e lo condusse nella selva, tanto che soltanto con gli alberi (sol di lei: riferito a selva) mi impedì (di vedere) la meretrice e la bestia mostruosa.

Canto 33

Le sette donne (le virtù cardinali e quelle teologali), piangendo, cominciarono dolcemente a cantare, alternandosi ora il gruppo delle tre ora quello delle quattro, i versetti del salmo “O Dio, invaso hanno le genti (il tuo possesso)”: e Beatrice, sospirando piena di pietà, le ascoltava con aspetto tale, che Maria ai piedi della croce si sbiancò in volto poco più di lei. Ma quando le altre giovani donne (finito il canto) le diedero la possibilità di parlare, levatasi in piedi, divenuta in volto del colore del fuoco, rispose: “Ancora un poco, e più non mi vedrete: e un altro poco poi mi vedrete di nuovo, o mie dilette sorelle”. Poi le dispose davanti a sé tutte e sette, e dietro di sé, solo con un cenno, fece muovere me e Matelda e il savio (Stazio) che (alla partenza di Virgilio) era rimasto con noi. Così procedeva; ma non credo avesse fatto dieci passi (che fosse lo decimo suo passo in terra posto), quando ferì i miei occhi con il fulgore dei suoi;e con aspetto sereno mi disse: «Vieni più in fretta (più tosto), in modo che, se io ti parlo, tu (stando al mio fianco) abbia la possibilità di udirmi bene ». Non appena io le fui accanto, com’era mio dovere (dopo l’invito), mi disse: «Fratello, perché ora che vieni con me non osi pormi alcuna domanda?» Come avviene a coloro i quali parlando davanti ai loro superiori sono dominati da un eccessivo senso di soggezione, per cui non riescono ad emettere chiaramente la voce, cosi accadde a me, che incominciai ( a parlare), ma senza articolare distintamente i suoni « Madonna, voi conoscete la mia necessità, e quello che mi serve per soddisfarla». Ed ella mi rispose: « Io voglio che ormai ti liberi dal timore e dalla vergogna, in modo che non parli più (in modo confuso) come uno che sta sognando. Sappi che il carro colpito dal drago è stato (un tempo) come doveva essere, ma ora non è più tale; però coloro i quali sono colpevoli di questo stato di cose (il gigante e la meretrice), siano certi che la vendetta di Dio non teme prescrizioni. L’aquila che lasciò le sue penne nel carro, per cui quello si trasformò in mostro e poi (divenne) preda del gigante, non rimarrà per sempre senza erede; poiché vedo con certezza, e perciò lo rivelo, che sono già prossime a sorgere quelle stelle le quali, libere da ogni contrasto e impedimento, ci recheranno (con i loro influssi) un tempo, nel quale un inviato da Dio, il cui nome sarà formato dai numeri cinquecento dieci e cinque, ucciderà la meretrice ladra insieme al gigante che pecca con lei. E forse la mia predizione oscura, come gli oracoli di Temi e gli enigmi della Sfinge, ha poca forza di persuasione, perché alla loro maniera chiude il tuo intelletto (non lasciandovi trapelare il significato di ciò che dico); ma presto i fatti saranno le Naiadi che scioglieranno questo difficile enigma senza arrecare danno al bestiame e alle coltivazioni. Prendi nota (di questo nella tua memoria); e nel modo in cui sono state dette da me, scrivi queste parole per gli uomini, la cui vita è una corsa verso la morte. E ricordati, quando le scriverai, di non nascondere in quali condizioni hai visto questa pianta che qui ora è derubata per la seconda volta. Chiunque deruba questa pianta o la schianta, con un sacrilegio offende Dio, che la creò inviolabile perché servisse solo ai suoi fini. Per aver morso il frutto di quella pianta, l’anima del primo uomo, penando in vita e rimanendo esule nel limbo, per cinquemila e più anni bramò Cristo, colui che punì in se stesso (con il suo sacrificio) la colpa di quel morso. II tuo ingegno dimostrerebbe poca acutezza, se non capisse che questa pianta è stata creata tanto alta e con la chioma così capovolta (travolta, perché si dilata verso l’alto, invece di restringersi) per una ragione eccezionale. E se i pensieri mondani non avessero circondato la tua mente di incrostazioni come fa l’acqua del fiume Elsa, e se il diletto offerto da questi pensieri non avesse macchiato (il tuo intelletto) come il sangue di Piramo macchiò i frutti del gelso, anche solo per queste singolari circostanze (per l’altezza e la forma della pianta) riconosceresti dall’albero, considerandolo nel suo significato morale, la giustizia di Dio, che si esprime nel divieto (di toccarlo). Ma poiché vedo che la tua mente si è pietrificata, e, oltre che pietrificata, anche ottenebrata, a tal punto che la luce di verità delle mie parole ti abbaglia, voglio, ciò nonostante, che porti dentro di te il mio discorso, se non scolpito nitidamente, almeno adombrato nelle immagini, per lo stesso motivo per il quale chi ritorna (dalla Terrasanta) porta (come ricordo) il bastone da pellegrino cinto di foglie di palma ». Ed io a lei: « Ora il mio intelletto è segnato dalle vostre parole, come è segnata dal sigillo la cera, la quale non altera la figura impressa. Ma perché la vostra desiderata parola si innalza tanto al di sopra delle mie capacità intellettive, che quanto più queste si sforzano di comprenderla tanto più essa sfugge loro?» Rispose: «(Questo avviene) perché tu conosca bene la dottrina da te finora seguita, e possa costatare come i suoi insegnamenti male riescano a penetrare la mia parola, e veda come la vostra via (la scienza umana) dista tanto da quella di Dio, quanto è distante dalla terra il cielo che più è veloce nel suo giro ». E se dalla presenza del fumo si deduce la presenza del fuoco, questo tuo oblio dimostra chiaramente l’esistenza della colpa nella tua volontà che (nel passato) si è rivolta altrove (anziché a me). Ma d’ora in poi le mie parole saranno semplici, nella misura in cui sarà necessario renderle accessibili alla tua intelligenza ancora inesperta (nel penetrare il significato di ciò che dico)». E il sole diventato più fulgido e più lento percorreva il meridiano del mezzogiorno, che si sposta qua e là, a seconda della posizione di chi osserva, quando si fermarono così come si ferma chi precede come guida un gruppo di persone se scorge qualche novità o qualche traccia di novità, le sette donne ai margini di una zona d’ombra attenuata (smorta, rispetto a quella cupa della selva), simile a quella che l’alta montagna stende sotto il verde fogliame e gli scuri rami sui freddi ruscelli. Davanti ad esse mi parve di vedere l’Eufrate e il Tigri uscire da un’unica sorgente, e, quasi amici (dolenti di separarsi), scorrere lentamente in direzioni opposte. « O luce, o gloria del genere umano, quale acqua è questa che qui sgorga da un’unica fonte e si allontana da se stessa (dividendosi in due corsi) ? » Per questa preghiera mi fu risposto da Beatrice: « Prega Matelda che te lo dica ». E allora (prontamente), come fa chi si discolpa, rispose la bella donna: « Queste e altre cose gli sono già state dette da me; e sono certa che l’acqua del Letè non gliene cancellò il ricordo ». E Beatrice: « Forse un pensiero più urgente, che spesso priva la memoria della facoltà di ricordare, ha oscurato la vista della sua mente. Ma vedi l’Eunoè che si allontana là dalla sorgente: conducilo ad esso, e come sei solita fare, ravviva l’indebolita forza della sua memoria ». Come l’anima nobile, che non adduce scuse, ma fa propria la volontà altrui non appena quest’ultima si è manifestata esteriormente con qualche segno, così, dopo avermi preso per mano, la bella donna si mosse, e a Stazio con grazia tutta femminile disse: « Vieni con lui ». Se avessi, o lettore, maggiore spazio per scrivere, io continuerei a cantare, per quel tanto che è possibile, la dolcezza di quell’acqua che non mi avrebbe mai saziato; ma poiché le carte destinate a questa seconda cantica sono tutte complete, la disciplina dell’arte non mi permette di procedere oltre. Dalle santissime acque dell’Eunoè ritornai rinnovato come (in primavera) le piante giovani rinverdite di fronde recenti, purificato e pronto a salire al cielo.

DIVINA COMMEDIA – PURGATORIOultima modifica: 2018-11-20T17:54:52+01:00da mikeplato
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