ELEMIRE ZOLLA, L’UNIVERSALISTA

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di Mike Plato

E’ il 1971 allorchè Elémire Zolla, scrittore, filosofo e storico delle religioni italiano, conoscitore di dottrine esoteriche e studioso di mistica occidentale e orientale, scrive Che cos’è la Tradizione, pietra miliare della sua letteratura esoterica. Elémire Zolla è persuaso fin dalla prima età che la qualità del pensiero è in stretto rapporto col perfezionamento della vita interiore: più questa si ossigena nel profondo e più la mente sarà tersa e i pensieri privi d’inganno. A questa persuasione, divenuta norma, Zolla si attiene dagli inizi del suo cammino di scrittore. Lo fa da uomo laico, vivendo però una vita mistica, e la fecondità del suo pensiero sta nell’incontro felice e rarissimo di una mente laica, nutrita di un implacabile spirito critico e inquisitivo, con un cuore assetato d’infinito. Zolla interroga le credenze sull’anima nelle civiltà del mondo antico pagano e cristiano; misura lo spessore immemoriale degli imperativi metafisici scolpiti nel sapere tradizionale e la loro erosione nel corso del divenire storico, gli acquisti e le perdite che il progresso materiale porta inevitabilmente con sé nelle società avanzate e in quelle indigene ghermite dall’Occidente. Per questo sarà attratto dal Signore degli Anelli di Tolkien, e a questo dedicherà una discussa prefazione, in cui mette in guardia dalle Potenze invisibili che si contendono mondo e anime. Agli arricchimenti di sapere che gli vengono dalle ricerche sullo sciamanesimo, l’alchimia, le filosofie e le religioni asiatiche, le correnti esoteriche della Cabala ebraica, del sufismo persiano, del taoismo e del buddismo tantrico, si aggiungono negli anni Novanta sfide intellettuali inaspettate. È tra i primi, negli ambienti esterni alla scienza, a documentarsi negli Stati Uniti e in Giappone sulle svolte dell’ingegneria informatica. L’accesso alla realtà virtuale sperimentato nei laboratori solleva questioni che toccano il senso dell’identità personale, i rapporti tra i livelli di realtà, gli intrecci tra mondi a molte dimensioni. Lo stesso principio di realtà, creduto inalienabile, è messo in discussione,e i problemi sollevati dalla filosofia di ogni tempo e solo in parte risolti dalle teorie scientifiche, intimano nuove risposte in un contesto sociale mutato, irreversibilmente planetario. Zolla è un grande sincretista, secondo cui lo sciamanesimo s’è assimilato, le civiltà indigene si sono riconosciute, s’è prestato orecchio al buddhismo zen, allo dzogchen tibetano e comincia a dissiparsi la soffocante chiusura dell’umanità nella sua storia. Ma occorre che India, Cina Giappone e tutto lo stuolo di coloro che fino al Novecento si credeva di poter denominare ‘primitivi’ debbono entrare nell’orizzonte sincretista di una filosofia perenne, il suo cavallo di battaglia. Avendo posto l’Illuminismo come il termine della civiltà tradizionale occidentale, la produzione di Zolla esprime, nell’ultimo ventennio, una sorta di espatrio in Oriente. Attraverso lo studio e l’assenso con idee proprie di studiosi che condividono i cardini del suo pensiero, Zolla delinea la sua accezione di metafisica. Le categorie principali che la costituiscono sono l’immaginazione, l’ archetipo, la liberazione interiore specificati attraverso le filosofie orientali, la tradizione sciamanica e lo studio di miti e religioni.Ora, Che cos’è la Tradizione segna il trapasso più evidente ai richiami ad autori dichiaratamente tradizionalisti: Guenon, Simone Weil e Corbin. Il corrispettivo edificante di una riscoperta della “tradizione conoscitiva” funge infatti da soggetto principale anche delle opere successive. Che cos’è la tradizione è inoltre una delle opere che segna maggiormente il divario fra il pensiero di Zolla e l’ ambiente culturale italiano, che l’ha accolta con non poche polemiche. Zolla sostiene che l’uomo generalmente sa concepirsi solo come anima, corpo e ragione tributando a tali dimensioni interiori anche tre culti corrispondenti fra cui oscillare, ovvero il sentimentalismo, il materialismo e lo scientismo. Tale sarebbe la prigione trilaterale dell’uomo definito “infelice”. Zolla sostiene che la vera Tradizione sia una trasmissione di conoscenze sacre finalizzate al perfezionamento spirituale umano «Tradizione è ciò che si trasmette, specie di progenie in progenie, quanto a dire la radice di quasi ogni stato o atto umano, vivi essendo piuttosto i morti che non coloro nei quali scorre il loro sangue, facilmente illusi di inventare ciò che è pura reviviscenza, di creare discorsi che commuovono con l’apparenza della novità nella misura in cui è obliata l’arcaica voce che già ebbe a pronunciarli in antico. Ma di tradizioni ne esistono di ogni sorta, poiché anche una masnada di scellerati trasmette al nuovo affiliato le furbizie, le parole di passo, le norme di spartizione del bottino, così come una scuola pittorica consegna agli apprendisti i segreti delle velature, la composizione dei pimenti; così infine lo Stato di generazione in generazione tramanda culti di insegne, canti, storie patrie che ancor oggi sono leggendarie, nella misura stessa in cui si crede d’averle epurate con la critica storica. Ma la tradizione per eccellenza, cui compete per l’esattezza e non per accorgimento rettorico la maiuscola, è la trasmissione dell’oggetto ottimo e massimo, la conoscenza dell’essere perfettissimo. Questa la Tradizione superiore ad ogni altra perché logicamente anteriore, implicita anzi nello strumento stesso d’ogni trasmissione, il linguaggio. La Tradizione è la trasmissione dell’idea dell’essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall’alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive il cui fine è di sviluppare nell’uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo di essere che gli sia consentito, ponendo inc ima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale». Secondo Zolla, ogni atto umano è nella sua forma ottima un tramite della Tradizione, figura di un archetipo celeste: la macelleria può consacrarsi in sacrificio, la guerra in espiazione ascetica, la vita coniugale imperniarsi su una communio in sacris, l’agricoltura metaforeggiare la semina del Verbo ovvero la manifestazione dell’essere perfettissimo nel cuore imperfetto dell’uomo, nella sua terra più o meno fertile. L’idea di una vita celeste è un seme che, coltivato con sufficiente desiderio, irrigato con le lagrime del rimpianto, crescerà trasformando la terra desolata in giardino, secondo la promessa ripetuta da ogni tradizione conforme alla Tradizione. Il nocciolo dell’opera è riconducibile al titolo di uno dei paragrafi centrali: il gran criterio della Quiete (contemplazione), in contrapposizione alla celebre vita attiva celebrata da Anna Harendt. La politica, ad esempio, può frequentemente rappresentare un serio turbamento ed allontanamento dalla quiete, così come il satanismo, la magia, la superstizione sono altrettanti modi di distrarre l’attenzione dell’individuo e di indicargli la strada sbagliata per investire le proprie potenzialità spirituali. Zolla dissemina le argomentazioni con copiose citazioni dagli autori più disparati: Guenon (naturalmente), san Tommaso, Rosmini, Manzoni, Dante, Shakespeare, Goethe, Dostoevskij, Bernanos, Kafka, Melville, Flaubert, i mistici carmelitani, Hegel, Marx, e decine d’altri, più o meno conosciuti nel mondo filosofico, religioso e letterario di tutti i continenti e di tutte le epoche! Tutto può servire ad identificare meglio l’obiettivo o, comunque, a sgombrare preliminarmente l’orizzonte dai residui anitimetafisici postilluministi. La seconda parte si apre col capitolo intitolato: L’odio della contemplazione; ebbene, proprio da questo si può riconoscere subito Satana, i cui tre dogmi, i tre “imperativi categorici”, sono: progresso! uguaglianza! attivismo! L’uomo accorto deve “ritornare alla contemplazione”, deve preferire Maria a Marta, tanto che la stessa azione è compiuta sempre in vista del godimento finale dei suoi frutti, quindi di una “quiete”! Una posizione rilevante occupa il Taoismo, che vuole negare importanza all’azione e distruggere ogni “volontà”! Il principe Han-fei tzu scriveva intorno al 280 avanti Cristo: “Riposa in alto nell’assenza di ogni attività! Contempla i motivi altrui! Aspetta che ogni cosa si sveli per come è in realtà!”. Nel successivo La Filosofia Perenne, Zolla afferma che la Filosofia Perenne, ovvero la Tradizione di Che cos’è la Tradizione, è  filosofia che rifiuta la dualità, la contrapposizione, per attenersi all’unità. Inoltre smentisce la parola: la parola non è l’unico tramite, chi crede alla filosofia perenne sopporta di enunciarla a parole con fastidio, perché essa rinvia a un’intellezione che la parola può soltanto tradire. D’altra parte il modo in cui si espone è sempre innovabile e trasformabile: la parola è sempre inganno. Alcune filosofie si possono denominare perenni: il taoismo cinese, l’advaita unitario indù, il buddhismo speculativo, oltre al neoplatonismo, alla filosofia dei platonici fiorentini alla fine del 400. Secondo Zolla, il Marchese de Sade assunse il ruolo di esecutore finale del programma illuministico. È l’esempio di una natura radicalmente viziata, di una mente fondamentalmente corrotta, l’opposto dell’uomo redento dalla filosofia perenne. Seguiranno Potenze dell’anima (1968), I letterati e lo sciamano (1969), Archetipi (1981) e Uscite dal Mondo (1992). Archetipi è un’opera saggistica intrisa di filosofia, mistica e spiritualismo esoterico. La prima parte tratta specificamente dell’esperienza metafisica, (che si trova pertanto al di fuori e al di sopra del comune stato di coscienza quotidiano), che l’essere umano, in determinate e particolarissime condizioni e situazioni, riesce per un brevissimo lasso tempo a sperimentare: “Quando la psiche che percepisce e le cose percepite, soggetto e oggetto, si fondono e assorbono a vicenda, avviene ciò che si può definire esperienza metafisica”. Samadhi per l’autore “denota la mente quando si sia sganciata da tutto ciò che di norma la impegna, dopo che si è distolta… dall’incessante rammemorare, dall’inquieto immaginare”. L’antitesi e parallelismo moderno vigente in occidente, rispetto a Samadhi, è quello che la psicologia etichetta come nevrastenia. Altra similitudine presa dall’estremo oriente per avvicinarsi alla comprensione di Samadhi è il tiro con l’arco della tradizione giapponese chiamato Kyudo, vera e propria arte marziale che conduce, se ben appresa e ben praticata, nelle immediate vicinanze dell’esperienza metafisica la quale trascende tutti personalismi radicati nell’Io: “Liberazione è lasciar cadere il pupazzo che ci guida, spezzare l’identificazione con la nostra biografia”. Sfiorare l’Assoluto è sfiorare la suprema Libertà, quella della realizzazione spirituale, a cui ogni singolo individuo composto di corpo materiale è infine chiamato; e l’unica maiuscola Verità è quella che porta in prossimità dell’Infinito: il mondo moderno, rifiutando questo sogno interiore, nega di fatto sia la Libertà che la Verità. La musica ed il silenzio interiore son tra le possibilità più alte concesse all’uomo per avvicinarsi a tutto ciò, e questo già lo affermavano sia Shopenhauer che Nietzsche. I metodi spirituali ricercati e attuati dalle più svariate tradizioni religiose, nessuno escluso (lo Yoga su tutti), chiedono il rallentamento delle funzioni vitali, del respiro e degli stessi pensieri: liberarsi ha un’assonanza con librarsi, ovvero volare, significato letterale del termine estasi. L’allontanamento ed il distacco da tutte le cose terrene regalano all’anima così salvata la quiete; ecco che il divino ha concesso la Grazia (teologia). Il cervello funziona elettricamente, tramite onde: le onde beta corrispondono alla coscienza di veglia, quelle alfa invece ad uno stato più meditativo: con queste ultime il tempo pare rallentare, le lancette dell’orologio non hanno più allora quel potere totalizzante sopra di noi, che da sempre le contraddistinguono. Non più schiavo del tempo (cioè il mondo reale, ricco economicamente ma poverissimo spiritualmente), l’essere liberato può guardare finalmente dietro e soprattutto dentro di sé. La stessa separazione netta tra passato e futuro viene a cadere. Lo stato meditativo monacale è lo stesso cercato e desiderato con tutte le forze dagli antichi cultori dello sciamanesimo; l’illuminazione è un lampo improvviso del tutto simile all’esplosione che ha dato inizio all’intero universo visibile, il Big Bang. Nel mito dell’India tutto ritorna, l’eterno ritorno regna sovrano, quindi il passato corrisponde al futuro e viceversa, almeno in parte. Nulla rimane fisso ed immutabile ed allo stesso tempo tutto lo è. “Che cos’è la follia, che cos’è la salute? Dove corre il confine tra delirio, allucinazione e verità?”. La sanità mentale è sempre stata associata alla perfetta integrazione nella realtà del mondo in cui ci si trova a vivere La parola realtà deriva dal latino res-ciò che ha valore e consistenza (come a sua volta res-publica): ciò ch’è creduto da molte persone risulta vero e reale per la massa anonima. Eppure, la stessa “normalità psichica” è una pura finzione creata da una particolare e temporanea maggioranza: sapienza è quando ci si accorge che “in realtà” la realtà altro non è che Māyā-apparenza, inganno cosmico creato dal dio Vishnu per gioco. La stessa madre del Buddha (la creatrice del suo corpo fisico) molto simbolicamente è chiamata Maya. Sottostare in tutto e per tutto alle regole imposte dalla società esterna equivale a perdere la propria autenticità e libertà interiore per cadere in un orrido stato di miserevole schiavitù dell’anima, di fronte al mondo esterno, di fronte ali altri. Le certezze scientifiche ottocentesche riguardanti la “malattia” sono esse stesse vincoli creati per inquadrare la “verità” in un’unica concezione possibile. La pratica religiosa medievale consigliava molto saggiamente al santo di travestirsi gioiosamente da “scemo del villaggio”. Unica fonte viva e vera è il pensiero che include in sé la “coincidentia oppositorum” (la concordia degli opposti): sano e malato son pertanto facce d’una stessa medaglia. La verità più grande è quella che si cela dietro un’apparente follia; lo stesso Carl Gustav Jung l’aveva compreso studiando gli stati delle persone affette da schizofrenia e delirio dissociativo. L’epilessia di Dostoevskij è malattia sacra: “le malattie mentali sono tentativi di sondare l’Unità”. Il concetto di Unità metafisica parte dal mondo archetipico dei numeri, come già Pitagora insegnava; religiosamente l’Unità si trasmuta in Logos-parola divina e divien parte dell’Essere. Ma non solo la parola, bensì anche lo stesso suono musicale, la danza del corpo, la pittura e i colori disposti in un ordine significativo. Così come a monte della musica, così anche all’origine della parola sta il silenzio, culmine della realizzazione spirituale dell’eremita e asceta sia orientale che occidentale. Ogni parola cela nelle sue più profonde radici una metafora, e quest’ultima libera almeno temporaneamente dalla schiavitù data dalla cosiddetta realtà quotidiana (le necessità materiali). Uscire dal mondo serio degli adulti quindi, e ritornare all’infanzia (il mito del “puer aeternus”) accompagnati dal sapiente Dioniso, il dio massimamente libero ed eternamente giovane. L’assoluto spirituale include in sé la totalità delle cose in perfetta unità. Nella sezione dedicata agli Archetipi, Zolla sostiene che Tutto è Uno e Uno è tutto; ciò è ripetuto costantemente dal Mahabharata allo studio dell’alchimia sapienziale. All’origine di tutto vi è l’Uno che si rispecchia, primaria emanazione che manifesta il mondo: le Upanishad ci dicono che fu in tal maniera che la Divinità riconobbe per la prima volta se stessa. Ogni individuo venuto all’esistenza successivamente è parte relativa di quest’Uno divino. Si percepiscono e si fa esperienza, in primis emotiva, di quegli archetipi cui ci si trova ad esser affini, che maggiormente si “sentono”: la cruda e povera realtà nulla può contro l’immensità della potenza che sgorga dall’Archetipo. Questo i più grandi poeti l’hanno inteso, William Blake, Percy Bysshe Shelley, William Butler Yeats, Jalal al-Din Rumi e i creatori di Haiku giapponesi. In seguito l’alchimia spirituale vissuta dagli gnostici sia antichi che rinascimentali cercano ancora una volta di spiegare tutto ciò. Gli archetipi esistono prima d’ogni parola pronunziata; ogni nome cerca in parte di ritrovar e attingere da quest’origine. Il nome rappresenta il potere più alto, chi domina i nomi comanda su tutto: nominare crea un valore, un’essenza (il potere di un genitore sul figlio è quello d’avergli dato “il nome”… dare il nome a tutte le cose è il potere che Dio concede ad Adamo nel libro della Genesi; nella Cabala ebraica chi venisse a conoscenza dei nomi divini potrebbe dominare il mondo intero). L’immagine dell’archetipo divien sinonimo della forma ideale; il significato è ciò che rende unitaria una qualsiasi cosa; gli archetipi sono schemi che unificano simbolicamente, partendo dalla carica energetica emotiva dell’essere che li espone, che li fa apparire. Similitudini archetipiche in natura son quelle della nube alta nel cielo, delle profonde distese acquee e delle sue vorticose cascate, i mulinelli creati dai fiumi durante il loro percorso tortuoso. Nel mondo antico, per accedervi, occorreva compiere un sacrificio rituale, in cui il sacrificato si lasciava immolare per amore: quando l’archetipo appare ,ecco sciogliersi la distinzione tra il cosiddetto bene e il cosiddetto male. Parlano degli archetipi I Ching, ma anche nella sua poesia John Keats. Lo sciamano giunge ad impersonare l’archetipo e lo fa a costo della propria stessa vita fisica e mentale. Uscite dal Mondo è un corposo testo composto da numerosi saggi brevi accomunati da un ideale comune, che è appunto quello del titolo: esperienze, culture, personaggi storici che testimoniano l’uscita dal mondo, dal determinismo dello spazio e del tempo, dall’ego-centrismo, dai doveri sociali, “fenditure e varchi via via aperti verso i possibili”. Gli argomenti sono assai vari, e vengono ripresi temi già trattati più ampiamente in passato in altri testi, veri e propri “cavalli di battaglia” dell’autore: lo sciamanesimo con tutto ciò che lo contorna (la trance, gli allucinogeni ecc.), la valorizzazione del pensiero mitico, la ricerca degliarchetipi nella natura, le corrispondenze scoperte attraverso le etimologie, l’illusorietà delle escatologie terrene (quasi pregiudizio nei confronti della politica in generale), i limiti degli intellettuali progressisti, i pericoli del fantasticare, la tentazione moderna del “satanismo” ecc.. Zolla affronta anche il tema del sincretismo: a differenza del senso comune religioso, che lo condanna, egli ne mostra la diffusione universale. In Thailandia, ad esempio, buddismo, induismo e sciamanesimo si fondono armoniosamente. Nell’Occidente cristiano invece il sincretismo è l’eccezione: l’unico momento di successo fu durante il Rinascimento del Quattrocento, grazie a filosofi come Pletone e Pico della Mirandola. Qua e là Zolla esprime riserve sul misticismo cristiano, che aveva ampiamente studiato: permeato da un forte dualismo, lo sconta con ossessioni diaboliche e perversioni (come dimostrano le vite degli asceti), ombra speculare della moralità. Ne è invece immune chi è coscio della coincidenza degli opposti e li trascende, come Eckart o Cusano, o come nel tantra indiano. edica una dissertazione a Tolkien, il quale infranse le regole dello studio accademico della letteratura, cercando non semplicemente di studiare e schedare l’antico, ma di farlo rivivere, evidenziando ciò che ha di perenne, dunque “più presente a noi del presente”. Le fiabe non parlano di cose transitorie, ma permanenti: non di lampadine elettriche, ma di fulmini. Ne Le Tre Vie (1995), Zolla discute il principio della liberazione in vita, l’apice del sistema di conoscenza indiano, finalizzato all’abolizione della coscienza stessa, seguendo le tre vie dell’India: il Vedanta, forse la più complessa e alta compagine metafisica dell’India, la via dell’intelletto; la bhakti («devozione»), la via del cuore e dell’abbandono, dell’effusione mistica e lirica; e infine il tantrismo, paradossale, misteriosa e spesso equivocata via dell’oltraggio, dove l’infrazione della regola può diventare elemento intensificante, esaltante e, da ultimo, liberatorio. La Via del Vedanta è la via della conoscenza, ed è adatta all’uomo privo di fede che si fonda solo sul modo della conoscenza, nel modo più puro e rigido. Si distanzia dai propri sentimenti, fondandosi solo sul ragionamento, sulla valutazione, senza alcun elemento di disturbo. Chi percorre questa via riesce a modificarsi seguendo la propria ragione, la conoscenza pura. Advaita Vedanta è «conoscenza non duale»; la dualità è la formula entro cui l’uomo percepisce l’esistenza, come bene-male e maschio-femmina. Per tale filosofia questo modo di percepire è falso poiché non esistono dualità: tutto va visto triadicamente, ossia la saggezza indiana invita a introdurre un terzo termine che medi fra i primi due, opposti: così la realtà comincerà a essere più duttile e vera, partendo dal presupposto che la verità non si lascia ingabbiare tra due opposti. Le dualità, quindi, non attengono al funzionamento della ragione, alla logica che lega i concetti. Ma la maggior parte degli uomini non si appaga della conoscenza e vuole rispondere ai propri sentimenti, quali che siano. Esiste un’altra via di liberazione che consiste nello spingere alla massima intensità i propri sentimenti: ciò si ottiene volgendo quelli d’amore verso un dio, fino a smarrirsi, ad esistere solo nell’adesione al dio: è la via della «devozione», o «bhakti», celebrata nella Baghavad Gita, in cui Krishna dice ad Arjuna: agisci dedicando tutto a me. La terza via è considerata «ereticale» dal più degli indù: la via «tantrica», le cui prime testimonianze di pose risalgono addirittura al 3000 a. C.. Negli scavi di Mohenjodaro vennero rinvenute delle statuine di uomini seduti sui talloni uniti premendo sul perineo per produrre una condizione fisica usata nel Tantra per determinati fini. La pratica tantrica prevede anche uno yoga, diverso dal classico, fondato sull’idea essenziale per cui si ottiene la liberazione facendo svolgere il nodo del serpente avvolto intorno al coccige. Questo serpente, chiamato «Kundalini», incarna tutti i sentimenti fondamentali e inconsci dell’uomo, sentimenti fonte di un’energia quasi soprannaturale che si può scatenare grazie agli esercizi di questo yoga. Si tratta di contratture violente dell’addome, spingendo con forza nella direzione dove si suppone sia avvolto il serpente, sì da scatenarlo. In tal modo il serpente si ergerebbe lungo la colonna vertebrale fino al cervello, trasformando radicalmente l’uomo, che attingerebbe la liberazione. Il Tantra prevede anche degli accoppiamenti rituali che avviano alla suprema liberazione. Tali rituali hanno luogo tra il maestro e una o più donne: l’uomo dovrebbe riuscire, nel momento supremo dell’avvitamento tantrico, a proiettare all’interno dell’uretra il flusso del seme, dando luogo a un’intima trasformazione. Non si tratta, comunque, di una pratica puramente maschile, poiché la donna ha il primato nel Tantra, in quanto è lei a guidare il rito. Il Tantra prevede anche un abbandono completo di tutte le leggi morali, compresa la divisione in caste, tanto che veniva praticato in segreto, in templi oramai abbandonati. Questa è la terza via predisposta per l’uomo che non rientra nella società, animato da sentimenti troppo violenti per potersi inquadrare nella vita civile, ma capace di una profonda filosofia. Non è un caso che Abhinavagupta, uno dei massimi metafisici indiani dell’XI secolo, fosse un maestro di Tantra. Ora, più in generale,  la «liberazione» non consiste nell’esclusione della conoscenza: è la conoscenza portata al suo fine ultimo, cioè a una totalità nella quale non c’è più bisogno della tecnica concettuale. Il fatto di essere andati oltre la tecnica concettuale, per intuire direttamente la realtà, per fondersi nella realtà, per non distinguere più fra l’io e il soggetto d’osservazione, non significa rinunciare alla conoscenza. Significa goderne pienamente, perché rinunciare alla tecnica che occorre per ottenere un oggetto, non vuol dire che non si abbia più la padronanza dell’oggetto. Definire cos’è la «liberazione» è, a un tempo, molto facile e molto difficile. È facile definirla perché chiunque ha esperienza della liberazione almeno due volte al giorno: quando si sveglia e quando si addormenta, ovvero il dormiveglia. Infatti il momento in cui, cessando l’attenzione della veglia si trapassa nel sonno, e il momento in cui dal sonno si esce e si riaffronta la veglia, rappresentano un’intercapedine fra i due ordini dell’esistenza nella quale si è perfettamente liberi, poiché non si è soggiogati dalle leggi della coscienza di veglia, né si è nell’ignoranza del sonno. È ben altra cosa riuscire ad espandere questo spazio, cioè riuscire ad allargare nel pieno della giornata questa libertà di cui si è goduto per un frammento di istante. Per ottenere ciò si può anche sacrificare tutto. Secondo Zolla, di vie occidentali alla liberazione ce ne son poche e discutibili: Meister Eckhart è quello che si è avvicinato di più a un apprendistato liberatorio. Nel 1998 ne Il Dio dell’ ebbrezza, Zolla riprende ed articola la simbologia di Dioniso, descrivendo anche esperienze dionisiache cui ha personalmente assistito nei numerosi viaggi che da tempo compie verso i luoghi dei suoi studi. Attraverso il tema dell’ androginia dionisiaca, questo breve saggio si allaccia direttamente a The Androgyne, opera del 1982 nuovamente in inglese, uscita in Italia solo nel 1989. Il tema dell’ androginia è centrale negli studi di Zolla delle metafisiche e cosmogonie arcaiche e nelle loro mitologie. Né uomo né donna, ma uomo e donna insieme: questo è l’androgino. Fanciullo malioso, nel mito greco assunse in un solo nome, Ermafrodito, quello dei divini genitori, Ermes e Afrodite, e si fuse in un liquido abbraccio con una ninfa. Ma non è solo fra gli dei della Grecia che troviamo una traccia inquietante della differenza negata. Nel resoconto che Zolla ci offre in questo libro, l’androgino è una costante nella cultura di tutti i popoli, traspare nelle immagini leonardesche di San Giovanni Battista, assume le vesti di personaggi letterari come l’Orlando di Virginia Woolf, dona una fisionomia indimenticabile agli sciamani di Castaneda. In Discesa all’Ade e Resurrezione (2002) Zolla si chede cosa ci aspetta dietro la soglia della morte, dopo la discesa agli inferi. Alla catabasi seguirà l’anastasi? Quali sono le vie per prepararci al periglioso passaggio? Si deve amputare il nostro io fin da questa vita per accedere a uno stato di luce perenne? È centrale il tema della morte come martirio: “la formula del martirio è la fusione della anabasi o resurrezione con salita nei cieli, e della catabasi o sprofondamento nell’Ade, nella tortura, nello strazio mortuario”. Zolla fa emergere inaspettatamente la figura di Gesù in una cornice non certo ortodossa, poiché vi affiorano non casualmente molte suggestioni gnostiche insieme con altre cabbalistiche e alchemiche, sottolinea due convinzioni: in primo luogo che alla radice del nostro Occidente ci sia «una tradizione spirituale celata, concepita dai fondatori originari delle nostre scienze, ma poi travisata e cancellata con cura, sicché ben pochi ne conoscono oramai i nomi stessi, salvo i rarissimi che sappiano di avere in tasca la storia delle stelle e di poter andare in direzione del futuro guardando al passato». E ne adduce molti esempi che spaziano dall’Oriente fino a san Paolo. In secondo luogo, in una prospettiva che nega la sopravvivenza dell’anima in senso cristiano, invita a rinunciare alla centralità del nostro io come condizione indispensabile per accedere a quel bacile di carità e di luce del Buddha che secondo Coomaraswamy altro non era che il Graal.

ELEMIRE ZOLLA, L’UNIVERSALISTAultima modifica: 2019-02-23T15:59:14+01:00da mikeplato
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