SIGNIFICATO SIMBOLICO DELLE CATTEDRALI E DELLE CHIESE (TESTO INTEGRALE)

St._Patrick's_Cathedral_(New_York)_1

Indice

Introduzione al Manuale di Guillaume de Mende

Prefazione

l. Il miele dalla pietra e l’ordine del cielo

Il. I segni

III. Lottare contro l’ignoranza

IV. Arte e scienza

v. Della scienza dei preti

VI. La verità nascosta

VII. Senso morale, senso mistico, senso sacramentale

VIII. La legge immutabile

IX. I sensi della scrittura e la storia

X. Dell’allegoria

XI. Della tropologia

XII. Dell’anagogia

XIII. Della formulazione

XIV. Della molteplicità dei riti

xv. Della molteplicità delle fonti

XVI. Della scelta dell’autore

XVII. Delle cause della diversità

XVIII. Dell’iniziazione ai misteri

Capitolo I – Della Chiesa e delle sue parti

I. Chiesa spirituale e Chiesa materiale

II. Universalità della Chiesa spirituale

III. Della sinagoga Pag. 24

IV. Nomi simbolici della Chiesa , 24

V. Del tabernacolo , 26

VI. Dio nel tabernacolo , 26

VII. Della prima pietra , 27

VIII. Dell’orientamento dell’edificio , 27

IX. Delle pietre , 28

X. Del cemento e della calce , 28

Xl. Della lotta contro i nemici , 29

XII. I materiali del tabernacolo , 30

XIII. Bellezza del santuario , 30

XIV. Il tempio dell’uomo , 31

XV. Delle  dimensioni del tempio , 31

XVI. Fondamenta, tetto, porta e pavimento , 32

XVII. Muri, finestre, croce e cerchio , 32

XVIII. Del coro , 32

XIX. Dell’esedra e delle cripte , 33

XX. Dell’atrio , 33

XXI. Delle torri , 34

XXII. Del gallo , 34

XXIII. Della cupola , 35

XXIV. Delle finestre , 35

xxv. Delle grate e delle colonne che attorniano le finestre , 36

XXVI. Delle porte , 36

XXVII. Delle colonne e dei capitelli , 36

XXVIII. Del pavimento , 37

XXIX. Delle travi , 37

xxx. Delle misericordie , 37

XXXI. Della travatura, del santuario e delle balaustre , 38

XXXII. Degli stalli , 38

XXXIII. De pulpito , 38

XXXIV. Dell ambone , 39

xxxv. Dell’ orologio , 39

XXXVI. Delle tegole e del tetto , 39

XXXVII. Della scala , 39

XXXVIII. Della sacrestia , 40

XXXIX. Della vasca o bacile , 40

XL. Della luce e delle lampade , 40

XLI. Della croce , 41

XLII. Del chiostro

XLIII Della diversità delle dimore nel chiostro

XLIV. Delle sedi episcopali

XLV. Della riunione nella Chiesa

XLVI. Degli uomini e delle donne nella Chiesa

XLVII. Del velo delle donne

XLVill. Delle parole da pronunciarsi nella Chiesa, dell’attitudine giusta e del togliersi le scarpe

XLIX. Della Chiesa come rifugio

L. Dell’esclusione dei criminali

LI. Del dislocamento di una Chiesa

Capitolo II -Dell’altare

I. Degli altari antichi

II. Dell’elevazione e del fuoco

lll. Delle parti dell’altare

IV. Dei cinque significati dell’altare

V. Dell’arca

VI. Del contenuto dell’arca

VII. Dell’interno del tempio, del cuore e del sacrificio

VIII. Della tavola del banchetto

IX. Del candeliere e della lucerna

X. Della regola di vita

XI. Dell’umiltà

XII. Del fuoco della carità

XIll. La via della carità

XIV. Dei panni bianchi

XV. I gradini

Capitolo III -Delle pitture, dei tessuti e degli ornamenti della Chiesa

l. Dell’insegnamento attraverso l’immagine

II. Del pericolo dell’idolatria

lll. Della distruzione del serpente di bronzo

IV. Del buon uso dell’immagine

V. Dell’ubicazione delle rappresentazioni

VI. Delle rappresentazioni di Cristo

VII. Di Cristo e degli angeli

VIII. Degli angeli, dell’arcangelo Michele e dei ventiquattro vegliardi

IX. Del tetramorfo

X. Degli apostoli e delle pecore

XI. Dei fiatriarchi, dei profeti e degli apostoli

xII. Del libro chiuso e del libro aperto

XIll. Di Giovanni Battista

XIV. Dei martiri e dei giusti

XV. Dei religiosi e delle vergini

XVI. Di Paolo

XVII. Dei padri

XVIll. Seguire il cammino tracciato dagli antichi

XIX. Delle corone di Cristo e dei giusti

XX. Dell’aureola

XXI. Del Paradiso, dell’inferno e degli alberi

XXII. Delle virtù insegnate con le immagini

XXIll. Delle stoffe

XXIV. Deggi ornamenti dell’altare

XXV. Delle cassette

XXVI. Delle filatterie

XXVII. Dei candelabri

XXVIll. Dello smoccolatoio

XXIX. Delle molle

XXX. Delle scodelle

XXXI. Della croce

XXXII. Della frangia d’oro dell’altare

XXXIll. Del Vangelo e dei vasi

XXXIV. Dei veli

XXXV. Dei veli sospesi nella chiesa

XXXVI. Del momento di togliere i veli

XXXVll. Delle sei domeniche dopo la Pasqua

XXXVIII. Del velo e delle feste

XXXIX. Delle cortine

XL. Della drapperia

XLI. Delle coperture e dei veli

XLll. Dei tesori della chiesa

XLIII. Delle uova di struzzo

XLIV. Dei vasi e dei calici

XLV. Del metallo dei calici

XLVI. Della ricchezza degli oggetti

XLVIT. Del rifiuto del profano

XLVIII. Degli abiti riservati al culto

XLIX. Le stoffe rituali non devono stare a contatto con i morti

L. Della pulizia degli ornamenti e del fatto i bruciare ritualmente gli ornamenti vecchi

Capitolo IV- Delle campane

l. Del nome delle campane

Il. Perché si suona la campana?

III. La vigilanza permanente

IV. I predicatori

v. Una forte parola

VI. Rettifica e moderazione

VII. Delle giunture delle campane

VIII. Della corda

IX. Suonare le ore

X. Scampanii notturni

Xl. Campanelle e campanelli

XII. Regole per suonare le campane

XIII. Scampanio a morto

XIV. Le campane scacciano i demoni

XV. Del silenzio delle campane

Capitolo V – Del cimitero e degli altri luoghi santi consacrati dalla religione

l. Luoghi profani

Il. Luoghi sacri

III. Luoghi di sepoltura

IV. Del cimitero

V. Del polyandrium

VI. Del sepolcro

VII. Del mausoleo

VIII. Del dormitorio, del tumulo, del monumento e della prigione

IX. Del sarcofago e della piramide

X. Della tomba e dell’urna

Xl. Delle caverne come cimiteri

XII. Chi deve essere interrato nella chiesa e attorno alla chiesa

XIII. Dove si devono seppellire gli uomini

XIV. Chi può essere sepolto nel cimitero cristiano 97

xv. Di una donna che muore di parto , 99

XVI. Dei bambini nati morti , 99

XVII. Della coppia e dei pentiti , 99

XVIII. Della dedicazione di una chiesa , 100

XIX. Della consacrazione dell’altare , 111

Introduzione al Manuale di Guillaume de Mende

Guillaume Durand nacque nel 1230, a Puy-Misson, nei pressi di Béziers. Uomo di Chiesa, apprezzato da parecchi Papi, fu canonico della cattedrale di Maguelone a ventuno anni, ma non si accontentò di una carriera strettamente religiosa. Specialista di diritto civile, come anche di diritto canonico, studiò a Parigi e in Italia, e divenne professore di diritto a Bologna e a Modena e, nel 1265, fu nominato cappellano dal Papa Clemente IV. Guillaume Durand ebbe una intensa attività giuridica, diplomatica, politica e anche militare, giacché combatté, in quanto conte di Romagna, alcune città in rivolta contro la Chiesa di Roma. Fece anche costruire, a proprie spese, un castello che fu per lungo tempo chiamato Castel Durante, trasformato in seguito in villa episcopale d’Urbania. È nel 1285 che questo personaggio ricco ed energico viene chiamato dal capitolo della città di Mende a divenire suo vescovo. Secondo la bolla di Onorio IV, si considerò che Guillaume Durand, ormai cinquantenne, possedesse la scienza, la maturità e la moralità necessarie per ricoprire questo alto incarico. Ma il felice titolare non si trovava in Francia, e si dovette attendere il 16 maggio 1287 per vedere il nuovo vescovo ricevere l’unzione nella cattedrale di Clennont. Il primo novembre 1296, il vescovo Guillaume Durand de Mende mori a Roma e fu seppellito nella chiesa domenicana della Minerva dove beneficiò di un epitaffio a vanto delle sue virtù (1). Il più grande titolo di gloria di questo eccezionale prelato è di aver scritto un’opera sorprendente e di considerevole importanza, il Razionale o “Manuale dei Divini Uffici”, “Libro utile e indispensabile per conoscere tutte le tradizioni artistiche e religiose del Medioevo”, come scrisse il traduttore dell’opera, Charles Barthélémy, che prosegue: “Quest’opera è il pane di tutti, del bambino come del vegliardo, del sapiente come dell’ignorante”. Quale fu il disegno di Durand de Mende? Scrivere una autentica enciclopedia simbolica dove egli riunì una enorme documentazione, necessaria per decifrare il significato della liturgia. “I cattolici”, ricorda Barthélémy, “assistono ogni giorno a delle cerimonie il cui senso tanto edificante quanto istruttivo è per loro impenetrabile”. Così Durand de Mende pubblicò nell284 il suo Razionale, “l’ultima parola del Medioevo sulla mistica del culto divino”, dove secondo il benedettino nella sua prefazione all’edizione del1848, Guillaume Durand “aveva riassunto alla fine del tredicesimo secolo tutti i pensieri e tutte le tradizioni religiose più pure e più brillanti di questa bella epoca di fede e di genio”. ‘ E una parte del primo libro di questo Razionale che noi pubblichiamo in questa edizione, poiché essa appare come una base indispensabile per partire alla ricerca del significato spirituale e simbolico dell’arte medioevale. “Molte delle verità che noi non vediamo sono nascoste nell’ombra “, ha scritto Durand; e il suo proposito consiste precisamente nel permetterei di accedere alla conoscenza di questi misteri, poiché l’ignoranza è ciò che ci conduce alla nostra rovina e al niente. Quale cammino conviene seguire? Non quello della storia. Su questo punto, Guillaume Durand ha un giudizio radicale: “La parola storia deriva da istorein, che vuole dire esprimere una cosa attraverso i gesti, e per questo motivo gli storici sono chiamati gesticolatori, come gli istrioni”. Invece, noi abbiamo a nostra disposizione un notevole strumento di interpretazione, il senso anagogico “che conduce dalle cose visibili a quelle invisibili… E conduce alle cose in alto”. Utilizzando una molteplicità di fonti, fuori da ogni dogmatismo, Guillaume Durand ci invita a formulare in maniera aperta e varia, senza tenerci alla lettera, ma utilizzando questo senso anagogico che eleva l’animo. ‘ E tutta una questione di sguardo, come scrive magnificamente: “Tutte le cose che appartengono agli uffìci, agli usi o agli ornamenti della Chiesa sono piene di figure divine e di mistero, e ognuna, in particolare, trabocca di una dolcezza celeste, quando nondimeno incontri un uomo che le esamini con attenzione e amore, e che sappia trarre il miele dalla pietra e l’olio dalla più dura roccia”. Per essere degni di interpretare l’arte simbolica, occorre inoltre, aggiunge il vescovo, “che l’uomo abbia un’arca”, cioè “la disciplina o la vita regolare… Un uomo è certamente il tempio di Dio se egli possiede dentro di sé un altare, una tavola, un candeliere e l’arca del Signore. Giacché è necessario che egli abbia un altare dove offrire con animo retto e dove dividere con giustizia”. Da queste frasi si può dedurre che un approccio strettamente storico, razionale, scientifico e, in definitiva, esteriore, non è sufficiente a cogliere il significato essenziale delle cattedrali e delle immagini di pietra. L’immagine non è Dio, ma insegna e si rivela dunque indispensabile. Il simbolismo, essendo segno e senso, permette di aprire il grande libro di pietra che contiene “la luce del mondo, la strada, la verità e la vita”.. La cattedrale materiale, l’edificio di pietra, è in realtà l’immagine visibile di una cattedrale spirituale le cui pietre sono i predestinati alla vita eterna, il cui tetto è la carità, il cui pavimentò è l’umiltà, le cui finestre sono le divine Scritture e i cinque sensi. Ecco qualche esempio delle indicazioni fornite da Guillaume Durand, che si fa eco di tradizioni diverse. Il vescovo, lo si vedrà, accorda una grande importanza all’altare, pietra fondamentale e “cosa alta” in rapporto con il fuoco, l’elemento più spirituale. “L’altare, dice, significa anche la mortificazione dei nostri sensi o il nostro cuore, nel quale i movimenti della carne sono consumati dall’ardore dello Spirito Santo”. L’opera di Guillaume Durand de Mende è un fonnidabile invito a riconsiderare la nostra visione del sacro, aldilà del semplice fenomeno religioso, come egli stesso spiega; ricorda inoltre l’importanza della gioia nel compimento spirituale dell’essere: “Passate il giorno della gioia nelle riunioni e nei pasti, vicino all’altare, poiché i ricordi che ne avrete, anche se deboli, faranno di tutta la vostra vita un giorno di festa”. Ci si stupirà senza dubbio del capitolo che il vescovo consacra alle campane che sono, per la maggior parte, scomparse dal nostro paesaggio spirituale e auditivo. Secondo la tradizione simbolica, esse allontanano le influenze nocive, risvegliano il senso del sacro; il loro suono ha il valore di una parola che insegna la moderazione e la correzione del nostro comportamento. E anche la corda che pende dalla campana e serve a farla suonare ha un suo significato, giacché incarna l’umiltà. Questa è l’idea centrale di questo “Manuale”: nell’universo del sacro, nel mondo delle cattedrali, tutto ha un senso, tutto deve essere decifrato per elevarci a una realtà di ordine spirituale. La porta del regno celeste può essere aperta, afferma Guillaume Durand de Mende, se noi sappiamo e possiamo togliere il velo dal tempio, affinché sia rivelata “l’intelligenza del re spirituale”.

Prefazione

l IL MIELE DALLA PIETRA E L’ORDINE DEL CIELO

Tutte le cose che appartengono agli uffici, agli usi o agli ornamenti della Chiesa, sono piene di figure divine e di mistero, e ognuna, in particolare, trabocca di una dolcezza celeste, quando nondimeno incontri un uomo che le esamini con attenzione e amore, e che sappia trarre il miele dalla pietra e l’olio dalla più dura roccia. Chi conosce tuttavia l’ordine del cielo, e ne applicherà le regole alla terra? Certo, colui che vorrà scrutarne la maestà sarà schiacciato dalla sua gloria, poiché si tratta di un pozzo profòndo, e io non ho di che attingervi, a meno che colui che dona a tutti abbondantemente e senza rinfacciarlo, non mi offra l’occasione di bere pieno di gioia alle fontane del Salvatore, l’acqua che cola al centro delle montagne. Tuttavia, non si può dare ragione di tutto quello che ci è stato trasmesso dai nostri antenati (2); giacché è necessario anche toglierne, il che non ha delle ragioni. Per questo dunque io, Guillaume Durand, nominato vescovo della santa Chiesa di Mende per sola concessione di Dio, io busserò, e non smetterò di bussare · alla porta, se tuttavia la chiave di Davide si degni di aprirmela, cosicché il re mi introduca nella cantina dove egli sorveglia il suo vino, e dove mi sarà rivelato il modello divino che fu mostrato a Mosè sulla montagna, sino a che io possa spiegare, in termini chiari e precisi, che cosa significhino e che cosa racchiudano tutte le cose che si riferiscono agli Uffici, agli usi e agli ornamenti della Chiesa, fissandone le regole dopo che questo mi sarà rivelato da colui che rende eloquente la lingua dei fanciulli e il cui spirito soffia dove vuole, distribuendolo a ciascuno come più gli piace per la lode e per la gloria della Trinità.

Il. I SEGNI

In effetti, noi intendiamo qui i sacramenti come dei segni o delle figure; ma queste figure non sono le virtù, ma i segni delle virtù, e ce ne serviamo come di una parola scritta per gli insegnamenti. Fra i segni, gli uni sono naturali, gli altri positivi, sul che si dirà cosa sia un sacramento, nella quarta parte di questa opera, durante la settima parte del canone, alla parola mysterium fìdei (mistero della fede).

III. LOTTARE CONTRO L’IGNORANZA

Ora, i sacerdoti e i prelati della Chiesa, ai quali è stato concesso di conoscere i misteri, come si legge nel capitolo VIII di san Luca, e che sono i distributori e i dispensatori dei sacramenti, devono avere il discernimento dei sacramenti e brillare delle virtù che rappresentano, di modo che attraverso il loro splendore gli altri siano rischiarati e illuminati; senza questo essi sono dei ciechi che conducono altri ciechi, secondo queste parole del profeta: i loro occhi sono oscurati, ed essi “non vedono”. Oggi tuttavia (che dolore!), sono in parecchi a non avere molta cognizione delle cose di uso quotidiano, che appartengono ai costumi della Chiesa e servono agli Uffici, e non sanno che cosa esse significhino, né perché esse siano state istituite, in tal fatta che queste parole del profeta sembrerebbero essere soddisfatte in essi alla lettera: il prete “sarà come il popolo”, poiché esso porta i pani e i misteri alla tavola del Signore senza comprenderli e senza guardarli (3), di modo che costoro, senza alcun dubbio, saranno valutati da un giusto giudizio di Dio, come degli animali da soma che portano un cibo che altri sono destinati a mangiare. Dovranno rendere conto di questa ignoranza il giorno della vendetta e della collera; e, quando i cedri del paradiso tremeranno, cosa farà allora la canna del deserto, visto che è stato detto loro dal profeta: “Non hanno conosciuto le mie vie, e io ho giurato loro nella mia collera che non entreranno nel mio riposo “4.

IV. ARTE E SCIENZA

Ora, i professori delle arti liberali, quali che siano, fanno del loro meglio per rivestire di cause e di ragioni le cose contenute in queste arti in maniera nuda e forse senza colore, e si sforzano di colorarle e di abbellirle. Le pitture anche, e tutti gli uomini quali essi siano, artigiani o operai, si applicano a dettagli di ogni genere, a dare con la loro professione o con la loro arte delle ragioni verosimili e delle cause, e ad averle sul campo. Perciò, secondo le leggi stesse del mondo, è vergognoso, per un patrizio o per un avvocato, ignorare il diritto nel quale deve essere versato, poiché egli vuole farsene l’occupazione di tutta la sua vita.

V. DELLA SCIENZA DEI PRETI

Ma per quanto la scienza sia assai necessaria ai preti poiché essi sono destinati ad insegnare agli altri, non occorre tuttavia stimare i preti meno ignoranti che i sapienti nella scienza della scuola, secondo queste parole dell’Esodo: “Tu non disprezzerai i giudici della legge”. Per questo secondo sant’Agostino non ci si farà beffe se per caso si ascolta qualche vescovo e ministro della Chiesa invocare Dio in termini barbari o corrotti, o se ci si accorge che essi non comprendono nemmeno le parole che essi pronunciano o non le distinguono che confusamente, e non bisogna che coloro i quali sanno riprendano queste persone, anzi le debbono supportare con carità e bontà

VI. LA VERITÀ NASCOSTA

Eppure non ci si accorge come ciò che ha luogo negli usi e negli Uffici della Chiesa avvenga in un senso figurato. Sia perché le figure si sono dileguate ed è giunto ora il tempo della verità, sia perché noi non dobbiamo giudicare; ma sebbene effettivamente le figure la cui verità si è rivelata oggi siano svanite, tuttavia ancora molte delle verità che non vediamo sono nascoste nell’ombra, ed è per questo che la Chiesa si serve ancora di figure. Così, attraverso i vestiti bianchi, noi comprendiamo in qualche maniera la bellezza delle nostre anime, cioè la gloria della nostra immortalità che non possiamo vedere manifestamente; e nella Messa, e prima del Prefazio, noi rappresentiamo i preliminari della passione di Cristo, cosicché le circostanze di questo fatto si imprimano nella memoria più fermamente e più fedelmente.

VII. SENSO MORALE, SENSO MISTICO, SENSO SACRAMENTALE

E’ da sottolineare che delle cose le quali sono contenute nella Legge, le une sono morali, le altre mistiche. Le morali sono quelle che formano i costumi, e devono essere comprese cosi · come le parole stesse le esprimono, come per esempio: “Amerai il tuo Dio, onora tuo padre, non ucciderai”, e così via. Le mistiche sono le cose figurate che significano altro rispetto a quello che la lettera dice: “Di queste cose mistiche, le une sono sacramentali, le altre cerimoniali”. Le sacramentali sono quelle di cui si può dare la ragione: è per questo che sono state prescritte alla lettera, come ciò che riguarda la circoncisione, l’osservanza dello shabbats e altre cose di questo genere. Le cerimoniali sono invece quelle di cui non si può rendere conto, poiché sono di precetto, come per esempio: “Non lavorerai con il bue e l’agnello, non porterai un abito tessuto di lino e di lana, non seminerai il tuo campo con diverse specie di semi e altre cose del genere”.

VIII. LA LEGGE IMMUTABILE

Per quanto riguarda le cose morali, la legge non subisce cambiamenti, mentre per quel che concerne le cose sacramentali e cerimoniali, essa è mutata alla superficie della lettera solamente; tuttavia il loro senso mistico non è cambiato. Per questo non si può affermare che la legge sia cambiata, quanto piuttosto che sia stata trapiantata in noi attraverso il sacerdozio.

IX. I SENSI DELLA SCRITTURA E LA STORIA

Occorre sapere che nelle divine Scritture sono presenti il senso storico, allegorico, tropologico e anagogico. Per questo, secondo Boezio, tutta l’autorità divina è posta o nel senso storico, o nel senso allegorico, o infine nell’uno e nell’altro senso; e, secondo san Girolamo, noi dobbiamo esaminare la divina Scrittura in tre maniere: in primo luogo, alla lettera; secondariamente, secondo l’allegoria, cioè il senso spirituale; in terzo luogo, secondo la felicità dei beni a venire. La storia è il senso delle parole legate alle cose (6): per esempio quando un fatto, quale esso sia, viene riportato interamente e alla lettera nel modo in cui si è svolto, così come nel caso del popolo di Israele che, salvato dall’Egitto, fece ed elevò un tempio al Signore. La parola storia deriva da istorein, che vuole dire esprimere una cosa attraverso i gesti e per questo motivo gli storici sono chiamati gesticolatori, come gli istrioni.

X. DELL’ALLEGORIA

L’allegoria si determina quando una parola produce un suono, il cui senso è differente nello spirito, come quando attraverso un fatto si ha la comprensione di un altro: se l’oggetto designato con quella parola è visibile, è semplicemente un’allegoria, se al contrario è invisibile e celeste, si chiama allora anagogia. E ancora una allegoria quando, con una frase estranea, uno stato estraneo viene espresso, ad esempio nel caso in cui la presenza di Cristo o i sacramenti della Chiesa vengano designati con delle parole o delle cose mistiche, come in questo brano: “Uscirà un ramo dal tronco di Isaia”, che vuoi dire chiaramente: “La vergine Maria nascerà dalla razza di Davide, che fu fìglio di Isaia”. Riguardo le cose mistiche, per esempio, il popolo liberato dalla schiavitù d’Egitto con il sangue dell’Agnello vuole significare che la Chiesa è stata strappata dalla servitù del demonio attraverso la passione di Cristo. La parola allegoria deriva da goron che significa in greco estraneo, e da allo (senso), come se si dicesse senso estraneo.

XI. DELLA TROPOLOGIA

La tropologia è la conversione del discorso ai costumi, o un modo di parlare morale per correggere e per formare i costumi, e la si può considerare in due modi: mistica o chiara; “Che i tuoi vestiti siano sempre bianchi, e non dimenticare di ungere la tua testa d’olio “, cioè: “che le tue opere siano pure, e che la carità non esca mai dal tuo animo”. E in questo brano: “Bisogna che Davide uccida in noi Golia”, cioè “che l’umiltà uccida l’orgoglio”. In un modo chiaro come qui: “Dividi e spezza il tuo pane con colui che ha fame”, e in questo altro punto: “Non amiamo con la lingua o con le parole, ma con le nostre opere e nella carità ”7. La parola tropologia deriva da tropos, che significa conversione o cambiamento, e da logos (parola), come se si dicesse parola cambiata.

XII. DELL’ANAGOGIA

Anagogia deriva da ana (in alto), e da ago (io conduco), come se si dicesse direzione in alto. Per questo il senso anagogico è chiamato cosi, poiché conduce dalle cose visibili a quelle invisibili; cosi per esempio la luce fatta, il primo giorno, significa la cosa invisibile, cioè la natura angelica creata all’inizio. L’anagogia è dunque l’espressione di un senso che conduce alle cose alte o alla Chiesa, in altre parole alla Trinità e agli ordini degli Angeli e parla, attraverso discorsi chiari e mistici, della ricompensa futura e della vita che verrà che sta nei cieli. In parole chiare, in questo luogo: “Beati quelli che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio”. In termini mistici, come: “Beati quelli che lavano i loro vestiti nel sangue dell’Agnello, perché avranno il potere di raccogliere il frutto dell’albero della vita, ed entreranno nella città attraverso le porte”. Passo che chiaramente significa: “Beati coloro che purificano i loro pensieri, perché avranno il potere di vedere Dio, che è la via, la verità e la vita, e che, attraverso la dottrina, cioè attraverso l’esempio dei Padri, entreranno nel regno dei cieli”s. Parimenti, Gerusalemme significa: storicamente la città terrestre, con questo nome ove si recano i pellegrini, allegoricamente è la Chiesa militante e tropologicamente è tutta l’anima fedele; infine, anagogicamente, è la Gerusalemme o patria celeste. Riguardo a queste cose, si possono vedere altri esempi nelle lezioni che si leggono il Sabato Santo. Ora, in quest’opera, la maggior parte delle volte sono usati questi stessi diversi sensi, e si passa alternativamente dall’uno all’altro, come il lettore assiduo potrà chiaramente vedere.

XIII. DELLA FORMULAZIONE

E visto che nessuno è sottoposto a diverse eccezioni e interdizioni, non gli viene nemmeno impedito di spiegare, in lode a Dio, le cerimonie della Chiesa in varie maniere, assicuratosi però che la fede dimori senza fallo.

XIV. DELLA MOLTEPLICITÀ DEI RITI

Occorre in effetti considerare che esiste un grande numero di usi differenti nella celebrazione del culto divino, poiché quasi ogni Chiesa ha le sue proprie osservanze alle quali è strettamente legata, e non si deve ritenere come cosa riprovevole e assurda il venerare Dio e i Santi in diversi concerti o modulazioni e con differenti osservanze, giacché la stessa Chiesa trionfante, secondo il profeta, “è ornata di abiti di diversi colori” 9, visto che peraltro, nell’amministrazione stessa dei sacramenti della Chiesa, la varietà delle cerimonie è tollerata dal diritto della consuetudine.

XV. DELLA MOLTEPLICITÀ DELLE FONTI

Cosa che ha fatto dire a sant’Agostino che noi abbiamo ricevuto dalla santa Scrittura qualcuno degli insegnamenti della Chiesa sull’Ufficio Divino, mentre certi altri invece derivano dalla tradizione apostolica, rimangono fuori delle Scritture e sono stati confermati dai successori degli Apostoli, altri ancora sono stati invece così consolidati dal costume e sebbene si ignori l’istituzione, l’uso li approva e si deve ad essi obbedienza o osservanza.

XVI. DELLA SCELTA DELL’AUTORE

Lo spirito del lettore non si deve dunque stupire se leggerà per caso in questo opuscolo ciò che egli non conosce essere osservato nella propria Chiesa, o se non ritroverà ciò che vi è osservato. In effetti, non trattiamo qui delle cose speciali in ogni contesto, ma dei riti comuni e i più usuali, perché abbiamo deciso di esporre la dottrina comune e non la particolare, e non ci è possibile ricercare ed esaminare le cose speciali di ogni paese quale esso sia. Per questo abbiamo deciso, per la salute della nostra anima e per l’utilità del lettore, di rivelare e spiegare qui, per quanto ci sarà possibile e in uno stile chiaro, i misteri nascosti dei Divini Uffici e di illuminare ciò che a noi sembra necessario debba essere compreso dagli ecclesiastici per il loro uso di ogni giorno e di spiegarlo intimamente, penetrando fino al midollo del soggetto, come, si sa, a suo tempo ho fatto nel Miroir Judiciaire, per l’uso di coloro che giudicano gli affari di questo secolo, uomini posti in uno stato che è tutto l’opposto del primo.

XVII. DELLE CAUSE DELLA DIVERSITÀ

Occorre però prestare attenzione al fatto che, per ciò che concerne anche i Divini Uffici, vi sono parecchie cerimonie di osservanza che non si riferiscono per la loro origine né al senso morale, né al senso mistico, ma qualcuna a causa della necessità, certe per ragioni di convenienza, altre a causa della differenza dell’antica e della nuova Legge, qualcuna per sua comodità, altre, infine, per dare più pompa e imprimere più riverenza alla celebrazione dei Divini Uffici, è risaputo siano entrate nel costume. Per questo, come spiega il beato Agostino, le cerimonie di paesi assai differenti variano all’infinito secondo la diversità dei costumi e degli usi, e in tal maniera che a malapena, o quasi mai interamente, si potranno ritrovare le cause che hanno determinato gli uomini a stabilirle e a osservarle.

XVIII. DELL’INIZIAZIONE AI MISTERI

Ora, questo libro è chiamato col nome di Razionale poiché, come nel razionale del giudizio che il pontefice della Legge portava sul suo petto era scritto “Manifestazione e verità “lo, così in quest’opera le ragioni delle diverse cerimonie nei Divini Uffici e la loro varietà sono descritte e rivelate chiaramente, e i prelati e i preti delle Chiese devono conservarle fedelmente nello scrigno del loro cuore; e, come ancora su questo razionale vi era una pietra nel cui bagliore i figli di Israele conoscevano quando Dio sarebbe stato loro propizio, così, il devoto lettore istruito nei misteri dei Divini Uffici attraverso la luce di questa lettura, riconoscerà che Dio ci sarà propizio, se noi non incorreremo tuttavia nella sua indignazione con l’ingiuria imprevista di un peccato. Questo razionale era inoltre tessuto di quattro colori e di fili d’oro, e in questo libro (come si è detto in precedenza) le ragioni della varietà, negli usi della Chiesa e negli Uffici, sono ornate come da differenti colori dai quattro sensi che vi si possono trovare, cioè lo storico, l’allegorico, il tropologico e l’anagogico, e infine dalla fede che è al centro di questi quattro tipi di colore.

Capitolo I

Della Chiesa e delle sue parti

Per prima cosa, dobbiamo anzitutto analizzare quello che concerne la Chiesa e le sue parti.

l. CHIESA SPIRITUALE E CHIESA MATERIALE

Occorre dunque sottolineare, parlando di chiese, che una è corporea, cioè quella in cui si celebrano i Divini Uffici, mentre l’altra è spirituale, ed è l’assemblea dei fedeli o il popolo convocato dai ministri di Cristo e riunito in uno stesso luogo da colui che fa abitare nella sua casa tutti quelli che professano lo stesso culto e gli stessi sentimentill. E come la chiesa materiale è costruita di pietre congiunte insieme, cosi la Chiesa spirituale forma un tutto composito di un grande numero di uomini differenti per età e rango.

Il. UNIVERSALITÀ DELLA CHIESA SPIRITUALE

Dunque, ecclesia, che è una parola greca, significa in latino convocatio (convocazione o assemblea), giacché la Chies.a chiama tutti gli uomini a lei, e questo nome conviene più alla Chiesa spirituale che a quella corporea, poiché si riuniscono e si convocano gli uomini e non le pietre; ma accade tuttavia sovente che il nome della cosa rappresentata venga attribuito alla sua rappresentazione, e dunque la chiesa materiale rappresenta la Chiesa spirituale, come si dirà trattando della sua consacrazione. La parola ecclesia in greco significa ancora che la Chiesa è cattolica, cioè universale, poiché essa è insediata o diffusa ovunque nell’universo intero, e perché tutti quelli che credono in Dio devono riunirsi in una sola e stessa assemblea, o anche perché la Chiesa cattolica possiede in sé una dottrina universale per l’istruzione di tutti i fedeli.

III. DELLA SINAGOGA

Sunagogè, che è pure un termine greco, vuole anche dire assemblea, e questa parola fu propria del popolo giudeo, perché la loro riunione ha costume di essere chiamata sunagogè sebbene essa sia stata anche in ogni caso chiamata chiesa. Tuttavia gli apostoli non hanno mai chiamato la riunione di fedeli con il nome di sinagoga, ma sempre chiesa, e questo forse per distinguerle una dall’altra.

IV. NOMI SIMBOLICI DELLA CHIESA

La Chiesa di adesso è chiamata Sion, perché a causa del pellegrinaggio di questa vita, posta lontano dalla promessa del bene del cielo, viene attesa e contemplata dagli uomini ed ha per questo ricevuto il nome di Sion, cioè attesa; in ragione della patria e della pace future, verso le quali la Chiesa tende, essa è chiamata Gerusalemme, perché Gerusalemme è interpretata visione della pace. La Chiesa è chiamata anche casa di Dio (domus Dei), tennine che deriva da Diogmate che significa in greco diritto, come se si volesse esprimere attraverso questo il fatto che Dio accorda agli uomini la grazia di dimorare uniti dagli stessi sentimenti nel suo seno. Viene chiamata talvolta anche kuria, ossia dimora del Signore. Alcune volte Basilike in greco, il cui senso latino è la corte o il palazzo· del re, in altri termini la dimora reale; anche i palazzi dei re della terra sono così chiamati, ma la nostra casa, che è una casa di preghiere, è chiamata dimora reale, poiché nel suo recinto si viene a realizzare la corte per il Re dei re. Qualche volta si dà alla chiesa il nome di tempio (templum), come se si intendesse un tetto largo ed esteso (quasi tectum amplum), al riparo del quale noi offriamo dei sacrifici a Dio nostro Re, e talvolta quello di tabernacolo o tenda di Dio (Dei tabernaculum), e non senza ragione, visto che, su questa terra, la nostra vita rappresenta un pellegrinaggio ed essa marcia verso la patria come lo si dirà presto, e dunque è chiamata Tabernacolo, come se si dicesse la tappa di Dio (taberna Dei). Nel Trattato sull’altare si mostrerà per quale motivo essa sia anche chiamata il Tabernacolo o l’Arca della testimonianza, e talvolta prenda il nome di martyrium (martirio), quando è costruita in onore di qualche martire. Alcune volte ha il nome di cappella, altre quello di coenobium (convento), altre ancora quello di sacrifìcium (sacrificio). E ancora santuario, casa di preghiera, monastero (monasterium), e anche oratorium (oratorio). Generalmente, tuttavia, ogni luogo costruito per pregare può essere chiamato oratorium (oratorio). La Chiesa è ancora talvolta chiamata il corpo di Cristo, e qualche volta è anche detta Vergine, secondo queste parole: “Io sono geloso del vostro onore della gelosia di Cristo, poiché io ho promesso di sorvegliarvi come una vergine casta, per un solo uomo, che è il Cristo”. Altre volte ancora è chiamata la Sposa, con cui il Cristo si è fidanzato nella fede, e di cui è detto nel Vangelo: “Colui che si è fìdanzato con una vergine, è il suo Sposo” 12. Altre volte la si chiama con il nome di Madre, poiché ogni giorno essa genera a Dio, nel battesimo, dei figli spirituali; alcune volte è chiamata invece Figlia, secondo queste parole del profeta: “Per sostituire i tuoi antenati, i tuoi figli sono nati”. In alcuni casi assume il nome di Vedova, giacché, a causa delle afflizioni che pesano su di lei, essa si veste a lutto e, come Rachele, è inconsolabile; altre volte viene rappresentata nelle vesti di una cortigiana (Meretrix), a causa della Chiesa riunita fra le nazioni, ma anche perché essa non nega il proprio seno a nessuno di quelli che si rivolgono a lei. Altre volte ancora viene chiamata Città, per la comunione dei santi, i suoi cittadini, e si dice anche essa sia guarnita di mura, a causa del baluardo delle Scritture, di cui essa si serve per respingere gli attacchi degli eretici; infine essa è fatta di pietre e di legni di diversa specie, poiché i mestieri di ciascuno dei suoi abitanti sono differenti, come si dirà presto. Tutto quello che la sinagoga ha ricevuto attraverso la Legge, la Chiesa lo riceve ora per la grazia di Cristo, di cui è Sposa, e lo cambia in meglio con l’uso che essa ne fa. Sicuramente l’istituzione e il piano di un oratorio o di una chiesa non sono nuovi, visto che il Signore ordinò a Mosè 13, sul monte Sinai, di costruire un tabernacolo con delle stoffe meravigliosamente intessute e ricamate, e gli prescrisse di dividerlo con una cortina interposta in due parti, la prima delle quali, dove il popolo sacrificava, fu chiamata il santo, mentre l’interno, dove il sacerdote e i leviti compivano il loro Ufficio, fu detto il Santo dei santi.

V. DEL TABERNACOLO

Dopo che questo tabernacolo fu usato per lunghissimi anni e venne, in qualche maniera, consumato dalla vecchiaia, il Signore ordinò di costruire un tempio, che Salomone edificò in un modo e con un lavoro meraviglioso; e vi si riconosceva- , no due parti, come nel tabernacolo. E da uno e dall’altro, cioè dal tabernacolo e dal tempio, che la nostra chiesa materiale ha preso la sua forma. Nella sua parte anteriore, il popolo ascolta e prega, mentre, nel santuario, il clero prega, predica, canta e amministra le cose sante.

VI. DIO NEL TABERNACOLO

Il tabernacolo che fu costruito durante il viaggio di Israele rappresenta !’immagine del mondo che passa con la sua concupiscenza. E un· fatto certo che i quattro colori delle cortine dell’uno e dell’altro rivelino come il mondo sia composto di. quattro elementi. Dunque, Dio nel tabernacolo è Dio nel mondo, come nel tempio arrossato dal sangue di Cristot4; e il tabernacolo offre chiaramente il tipo della Chiesa militante, che non ha quaggiù una città permanente, ma che cerca la città futura e per questo viene chiamata tabernacolo (tabernaculum) o tenda, poiché le tende (tabernacula) sono le dimore dei soldati. Dunque, Dio nel tabernacolo è Dio in mezzo ai fedeli riuniti nel suo nome. La prima parte del tabernacolo, nella quale il popolo compiva sacrifici, è la vita attiva nella qualè il popolo si cimenta per amore del prossimo; l’altra parte, nella quale i leviti eseguivano il loro servizio, è la vita contemplativa alla quale si rivolge l’animo puro e sincero degli uomini religiosi per l’amore e la contemplazione di Dio; il tabernacolo cade per fare posto al tempio, perché dal combattimento si giunga alla vittoria e al trionfo.

VII. DELLA PRIMA PIETRA

Ecco dunque come occorre costruire una chiesa. Dopo avere preparato il posto alle fondamenta, secondo queste parole: “La casa del Signore è dunque fondata sulla dura pietra”ls, il vescovo o il prete che ne abbia ottenuto il permesso vi deve spargere l’acqua benedetta per cacciare da questo luogo i fantasmi dei demoni, e piazzare nel fondamento la prima pietra, sulla quale si sarà impresso e fatto il segno della croce.

VIII. DELL’ORIENTAMENTO DELL’EDIFICIO

Essa deve inoltre essere costruita in modo tale che il capo guardi diritto verso l’Oriente. L’abside della chiesa sarà dunque rivolta verso l’alzarsi equinoziale del sole, per significare che la Chiesa, che combatte sulla terra, si deve comportare con moderazione e giustizia d’animo nella gioia come nelle afflizioni; non bisogna quindi orientare l’abside verso l’alzarsi del solstizio come fanno alcuni. Del resto, se le mura di Gerusalemme, che è costruita come una città, devono essere innalzate dai giudei secondo l’ordine del Signore, come afferma il profeta, con quante più ragioni dobbiamo anche noi edificare i muri della nostra chiesa?

IX. DELLE PIETRE

Quindi la chiesa materiale nella quale il popolo si raduna per lodare Dio rappresenta la santa Chiesa che è costruita in cielo, con pietre vive, come abbiamo già detto. La casa del Signore è costruita solidamente, e il suo fondamento è il Cristo, che è la pietra angolare, fondamento sul quale è stato posto quello degli apostoli e dei profeti, come è scritto: “Le sue fondamenta sono nelle montagne sante”. Le mura costruite su queste fondamenta sono i giudei e i gentili, che sono venuti al Cristo dalle quattro parti del mondo, e che hanno creduto, credono e crederanno in lui. Ma i fedeli, predestinati alla vita eterna, sono le pietre impiegate nella struttura di questo muro, che sarà sempre innalzato e costruito fino alla fine del mondo. Una pietra è posta sopra un’altra pietra, quando coloro che insegnano nella chiesa si fanno carico con zelo dei ragazzi per istruirli, per riprenderli e per fortificarli nella fede. E nella santa Chiesa, colui che porta soccorso al proprio fratello nelle sue pene è carico delle pietre che egli porta per l’edificio della casa spirituale di Dio. Le pietre più grandi delle altre, e quelle che sono levigate o unite e che si piazzano al di fuori dell’edificio, e fra le quali vengono inserite le pietre più piccole, rappresentano gli uomini più perfetti che, grazie ai propri meriti e alle proprie preghiere trattengono i loro fratelli più deboli nella santa Chiesa.

X. DEL CEMENTO E DELLA CALCE

Il cemento, senza il quale il muro non può essere duraturo e solido, è fatto di calce, di sabbia e di acqua. La calce è la carità bruciante che si unisce alla sabbia, cioè le cose della terra e le loro affezioni; questo perché la vera carità ha una grandissima sollecitudine, nella quale essa mescola e confonde le vedove, i vecchi, gli orfani; i deboli (16), ed ecco perché i fedeli si applicano a lavorare con le mani per avere di che far loro del bene. Ma, come la calce e la terra, impiegate per l’edificazione del muro di modo che le sue pietre non crollino, sono unite insieme e conglutinate dall’acqua che vi si introduce (poiché l’acqua è lo spirito) e come anche senza cemento le pietre del muro non si tengo insieme e non possono costituire la solidità del muro stesso, così gli uomini non possono essere congiunti insieme per l’edificazione della muraglia della Gerusalemme celeste senza la carità che lo Spirito Santo produce in essi. Tutte le pietre del muro levigate e squadrate, rappresentano i santi, ossia gli uomini puri che, per mano del supremo Operaio, sono disposti per restare sempre nella Chiesa: fra questi uomini, alcuni sono portati e non portano, sono i più deboli e quelli che hanno meno esperienza nella Chiesa; altri invece portano e sono portati, sono le pietre spirituali al centro del muro e i mediatori dei loro fratelli vicino a Dio; altri, e sono gli uomini perfetti, portano solamente e non sono portati che dal solo Cristo, che è l’unico fondamento della Chiesa spirituale. E un’unica carità li unisce tutti, come un unico cemento, fino a che, divenuti le pietre viventi della Sion celeste, siano assemblati dal legame della pace. Il Cristo è stato il nostro muro per la sua vita e il nostro baluardo per la sua passione.

Xl . DELLA LOTTA CONTRO I NEMICI

Mentre i giudei costruivano il muro di Gerusalemme, erano contrastati da dei nemici che volevano impedire la loro opera (come si legge nei Libri di Esdra e Neemia IV), ed erano a tal punto disturbati da questi che con una mano essi posavano le pietre sul muro, e con l’altra combattevano gli avversari17. E anche noi, che costruiamo i muri della Chiesa, anche noi siamo esposti a nemici usciti dal nostro seno che ci attorniano: sono i vizi o gli uomini perversi che vogliono impedirci di fare il bene. Per questo, edificando i muri della chiesa, in altre parole praticando le virtù di Cristo, noi dobbiamo cacciare i nemici, e secondo il costume del popolo giudeo, e a suo esempio, dobbiamo tenere con una mano la spada della parola di Dio, e rivestirei, anche noi stessi, dello scudo della fede, della corazza della giustizia e dell’elmo della salvezza, per difenderci contro di essi, con l’aiuto del pastore o del prete che rappresenta il Cristo in mezzo a noi, e che ci istruirà secondo il suo dovere e ci fortificherà attraverso la preghiera.

XII. I MATERIALI DEL TABERNACOLO

Infine il Signore mostrò a Mosè, nell’Antico Testamento, di quali materiali dovesse essere fatto il tabernacolo, quando gli disse nell’Esodots: “Prendi le primizie, ossia tutto ciò che è prezioso fra il popolo di Israele, ma ricevi ciò solamente da colui che l’offrirà spontaneamente e oltre ciò che è necessario, ossia: oro, argento, bronzo, giacintino, porpora e scarlatto due volte tinto, cioè delle stoffe di colore violaceo, di porpora di scarlatto e di bisso, una specie di lino d’Egitto, morbido e bianco, dei velli di capra e delle pelli di montone tinte di rosso che noi chiamiamo velli e pelli di Parto, poiché i parti hanno per primi avuto l’idea di fingerli in questo modo, e delle pelli color giacintino e del legno di Seth “.

XIII. BELLEZZA DEL SANTUARIO

Seth è il nome di una montagna e di un albero che somiglia ad un pruno bianco a causa delle foglie, e dà un legno assai leggero e incorruttibile, che non può bruciare; Dio aggiunse a ciò: “Olio per le lampade, aromi, profumi e dell’incenso di odore gradevole e delle pietre d’onice, e che mi si costruisca un santuario ornato di sardonico e di pietre preziose, di modo che io abiti in mezzo ad essi e che essi non temano più di dover accorrere a que- , sta montagna”. E così che il Maestro e il dottore dei giudei raccontano tutte queste cose nella loro storia nel libro dell’Esodo.

XIV. IL TEMPIO DELL’UOMO

La disposizione della chiesa materiale rappresenta la forma del corpo umano, visto che la balaustra o il luogo dove si trova l’altare rappresenta la testa, e la croce dell’una e dell’altra parte, le braccia e le mani; infine, l’altra parte che si estende dopo Occidente, tutto il resto del corpot9. Il sacrificio dell’altare significa il voto del cuore e, secondo Riccardo di San Vittore, la disposizione della Chiesa vuole simboleggiare il triplo stato di quelli che devono essere salvati nella Chiesa: l’ordine delle vergini, il coro dei continenti, il corpo degli sposi. In effetti, il santuario è più stretto che il coro, il coro del corpo della chiesa, visto che le vergini sono in numero più piccolo dei continenti, e questi degli sposi. Così, il luogo del santuario è più santo del coro, e il coro del corpo della chiesa o la navata, poiché l’ordine delle vergini è più giusto e più santo di quello dei continenti, e quest’ultimo di quello degli sposi

XV. DELLE DIMENSIONI DEL TEMPIO

Inoltre, la chiesa si innalza su quattro muraglie, in altre parole si eleva attraverso la dottrina dei quattro evangelisti. Essa è lunga, larga e si innalza verso l’alto, cioè verso le più alte virtù; la sua lunghezza è la longanimità che sopporta pazientemente le avversità, fino al giorno in cui essa perverrà alla patria celeste; la sua larghezza è la carità che, dilatando e allargando l’animo degli uomini, ama teneramente i propri amici in Dio e i propri nemici per Dio; l’altezza della navata è la speranza della ricompensa a venire che le fa disprezzare la felicità e il dolore di questo mondo, fino a quando essa veda i beni del Signore nella terra dei viventi.

XVI. FONDAMENTA, TETTO, PORTA E PAVIMENTO

Il fondamento del tempio di Dio, o della grazia, è la fede che consiste nel credere a ciò che non si vede. Il tetto rappresenta la carità che ricopre la moltitudine dei peccati. La porta è l’obbedienza di cui il Signore dice: “Se vuoi entrare nella vita presta attenzione ai comandamenti”. Il pavimento è l’umiltà di cui il salmista dice: “Il mio animo è rimasto incollato al pavimento”.

XVII. MURI, FINESTRE, CROCE E CERCHIO

Le quattro mura laterali sono le quattro principali virtù della Religione: la Giustizia, la Fortezza, la Prudenza e la Temperanza. Queste virtù sono anche, nell’Apocalisse, le quattro pareti della città di Dio. Le finestre esprimono l’ospitalità accordata con gioia, e la misericordia accompagnata dalla prodigalità. È di questa casa che il Signore ha detto: “Noi verremo a lei, e stabiliremo la nostra dimora in essa “zo. Alcune chiese sono costruite in forma di croce per mostrare che noi dobbiamo essere crocifissi al mondo, o seguire il Cristo messo in croce per noi, secondo queste parole: “Colui che vuole venire al mio seguito rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua “. Altre chiese ancora sono costruite in forma di rotonde e descrivono una specie di cerchio; questo significa che la Chiesa si è estesa e dilatata per tutto il cerchio dell’universo e a questo proposito possiamo citare questo passo: “E le loro voci si faranno sentire fino alle estremità del mondo”; oppure perché dal cerchio dell’universo, noi arriveremo al cerchio della corona dell’eternità.

XVIII. DEL CORO

Il coro dei chierici è il luogo dove essi si riuniscono per cantare insieme, o la moltitudine del popolo riunito per assistere ai santi misteri. Il coro (chorus) ha preso il suo nome da chorea (danza) o da corona (corona). In effetti, un tempo i chierici rimanevano in piedi attorno agli altari, come in una corona, e cantavano così, nella stessa tonalità, i salmi; ma Flaviano e Teodoro stabilirono poi che essi cantassero o salmodiassero alternativamente e vennero istruiti a questo riguardo da Ignazio che, su questo, era stato prima istruito da Dio. Dunque, i due cori di cantori designano gli angeli e gli spiriti dei giusti che lodano Dio con una volontà reciproca, e che si esortano mutualmente fra di loro a fare il bene. Prendono ilnome di coro (chorus) dalla concordia (concordia), o meglio l’accordo che consiste e che esiste nella carità, giacché colui che non possiede la carità non può cantare convenientemente. Cosa significa questo coro, e perché i più anziani e i più alti in dignità vi seggano per ultimi e al posto più basso, sarà detto nella quarta parte, all’introito e sotto la rubrica dell’entrata del pontefice all’altare. E notate come, quando un solo chierico canti, questo venga espresso in greco col termine monodia, mentre in latino si usa la parola tycinium. Quando invece due chierici cantano insieme, si usa chiamare ciò bicinium; infine, quando i cantori sono in grande numero, si designa la loro melodia unanime coro (chorus).

XIX. DELL’ESEDRA E DELLE CRIPTE

L’esedra o il capitolo, luogo di riunione, è una sala a volta un poco separata da un tempio o da un palazzo, e siccome essa è al di fuori delle mura alle quali tuttavia è attaccata, la si chiama in greco exedra, e rappresenta i fedeli laici che sono attaccati al Cristo e alla Chiesa. Le cripte, o volte sotterranee che si scavano in certe chiese, sono gli eremiti che conducono una vita più ritirata che gli altri uomini.

XX. DELL’ATRIO

L’atrio della chiesa rappresenta il Cristo attraverso il quale si apre per noi l’entrata della Gerusalemme celeste; è chiamato anche portico (porticus), dalla porta (a porta), o da ciò che è aperto a tutti come una porta (a portu).

XXI. DELLE TORRI

Le torri della chiesa sono i predicatori e prelati della Chiesa che formano il suo baluardo e la difendono. Per questo lo sposo parla così alla sposa nei cantici d’amore: “Il tuo collo, somiglia alla torre di David, è alto e munito di macchine da guerra e di armi per i combattimenti”. Il pinnacolo o la cima della torre rappresenta la vita o l’animo del prelato che tende alle cose elevate.

XXII. DEL GALLO

Il gallo, posto sulla chiesa, è l’immagine dei predicatori, perché il gallo veglia nella notte buia, divide le ore col suo canto, risveglia quelli che dormono, celebra il giorno che si avvicina; prima però si risveglia e si eccita per invitarsi a cantare, sbattendo i fianchi delle proprie ali. Queste cose non sono senza mistero. Perché la notte è questo secolo; quelli che dormono sono i figli di questa notte, addormentati nelle loro iniquità; il gallo rappresenta i predicatori che pregano ad alta voce e risvegliano coloro che dormono, per far loro rigettare le opere delle tenebre, gridando: “Sciagura a coloro che dormono! Alzati, tu che stai dormendo!”. Annunciano la luce a venire, quando predicano il .giorno del giudizio e la gloria futura, ma pieni di prudenza, prima di predicare agli altri la pratica della virtù, essi si risvegliano dal sonno del peccato e castigano il loro corpo. L’apostolo stesso è testimone di ciò, quando afferma: “Ho castigato il mio corpo, e l’ho ridotto in schiavitù, per paura che casualmente, dopo aver predicato agli altri, non divenga io stesso da biasimare”2t. E come il gallo, i predicatori si volgono contro il vento, quando resistono fortemente a coloro che si rivoltano contro Dio, riprendendoli e convincendoli dei loro crimini, per paura di non essere accusati di fuga all’avvicinarsi del lupo. La sbarra di ferro sulla quale il gallo è appollaiato, rappresenta la parola inflessibile del predicatore, e mostra che egli non deve parlare dello spirito dell’uomo, ma di quello di Dio, secondo queste parole: “Se qualcuno parla, che siano i discorsi di Dio, ecc. “. E siccome questa stessa sbarra è posta al di sopra della croce o della punta del tetto della chiesa, questo significa che le Scritture sono compiute e confermate. Ecco perché il Signore dice nella sua Passione: ”Tutto è compiuto “22 e il nome di Cristo è stato scritto in maniera ineffabile sul libro delle nuove Scritture.

XXIII. DELLA CUPOLA

La cupola, ossia la sommità alta e rotonda del tempio sulla quale si posa la croce, vuole significare, a causa della sua forma rotonda, con quale perfezione e quale inviolabilità la fede cattolica deve essere predicata e praticata; giacché se non la si osserva interamente e senza macchia, si morrà per sempre nell’eternità.

XXIV. DELLE FINESTRE

Le finestre della chiesa, che sono fatte di un vetro trasparente, sono le divine Scritture che respingono il vento e la pioggia, che cioè impediscono l’ingresso nella chiesa di ciò che potrebbe nuocere all’edificio e ai fedeli che vi sono riuniti. E mentre esse cedono il passo al chiarore del vero sole (che è Dio) nella chiesa, e cioè nel cuore dei fedeli, esse illuminano chi si trova nel suo seno. Esse sono più larghe all’interno, perché il senso mistico è più esteso e sorpassa il senso letterale. Le finestre rappresentano ancora i cinque sensi del corpo: la loro forma significa che essi devono essere ristretti fuori, per non attirare dentro di loro le vanità di questo mondo, e sbocciare all’interno per ricevere più largamente e più liberamente i doni spirituali.

 XXV. DELLE GRATE E DELLE COLONNE CHE ATTORNIANO LE FINESTRE

Le grate che sono davanti alle finestre raffigurano i profeti e gli altri dottori oscuri della Chiesa militante; talvolta, per rappresentare i due precetti della carità, si pongono due colonne gemelle a ciascun lato delle finestre, cosa che rivela come gli apostoli furono inviati due a due insieme per predicare il Vangelo alle nazioni.

XXVI. DELLE PORTE

La porta della Chiesa è Cristo. Ed ecco perché si legge nel Vangelo: “Io sono la porta, dice il Signore”23. Anche gli apostoli sono le porte della chiesa. Il termine ostium (porta) deriva da obsistendo (porsi di fronte a coloro che stanno fuori), o da obsidendo (impadronirsi, prendere quelli che sono fuori), oppure da ostendendo (mostrare loro l’entrata). Il battente della porta (valva) arriva da girare ( volvere), e porta (porta) da portare (portando), poiché è attraverso di essa che si porta e si reca nella chiesa tutto ciò che si offre a Dio.

XXVII. DELLE COLONNE E DEI CAPITELLI

Le colonne della chiesa sono i vescovi e i dottori che sostengono il tempio di Dio con la dottrina cattolica, come gli evangelisti sostengono spiritualmente il trono di Dio. E questi, a causa del suono rimbombante della parola divina di cui essi sono l’eco, sono chiamati le colonne d’argento, secondo queste parole del Cantico dei cantici: “Fece alla sua dimora delle colonne d’argento”. Noi leggiamo anche che Mosè pose all’entrata del tabernacolo cinque colonne e quattro davanti all’oracolo, ossia al Santo dei santi. Sebbene ci sia nella chiesa un gran numero di colonne, si dice tuttavia che non se ne trovano che sette, secondo questo passo: “La Sapienza si è costruita una casa, e vi ha intagliato e posto sette colonne”, e questo sta a intendere che i vescovi devono essere riempiti della grazia dei sette doni dello Spirito Santo, ecc. “Giacomo eGiovanni (come dice l’apostolo) erano reputati come colonne”. Le basi delle colonne rappresentano i vescovi, successori degli apostoli, che sostengono tutto il peso della chiesa. La sommità delle colonne è lo spirito dei vescovi e dei dottori. Perché come le membra sono guidate dalla testa, così le nostre parole sono dirette dal nostro spirito e dalle nostre opere. I capitelli sono le parole della santa Scrittura che la Chiesa ci impone di meditare, e alle quali dobbiamo conformare le nostre azioni osservandole.

XXVIII. DEL PAVIMENTO

Il pavimento della chiesa rappresenta il fondamento della nostra fede. Nella Chiesa spirituale, il pavimento rappresenta i poveri di Cristo, ossia i poveri di spirito24 che si umiliano in ogni cosa; è per questo, a causa della loro umiltà, che sono assimilati al pavimento. Il pavimento che si calpesta rappresenta ancora il popolo, con il cui lavoro la Chiesa viene nutrita e sostentata.

XXIX. DELLE TRAVI

Le travi che uniscono i muri dell’edificio sono i principi e i predicatori secolari che difendono e fortificano l’unità della Chiesa, gli uni con la parola e gli altri con l’azione.

XXX. DELLE MISERICORDIE

La misericordia dello stallo nella chiesa rappresenta i contemplativi nell’anima dei quali Dio riposa senza offesa, i quali, a causa dei loro grandi meriti, contemplano anche in anticipo lo splendore della vita eterna, e sono comparati all’oro per lo splendore della loro santità. E in questo senso che si legge nei cantici il passo seguente: “Fece una spalliera d’oro”.

XXXI. DELLA TRAVATURA, DEL SANTUARIO E DELLE BALAUSTRE

La travatura della chiesa rappresenta i predicatori che la innalzano e la sostengono spiritualmente. Gli archi e le loro nervature sono ancora i predicatori, perché ornano e fortificano la casa di Dio, e anche perché la corruzione dei vizi non deve raggiungere i loro animi; è di essi che la sposa si glorifica negli stessi cantici, quando essa dice: “la travatura delle nostre dimore è di cedro, e le nostre pareti sono di cipresso”. In effetti, Dio si costruisce una chiesa di pietre viventi e di legno incorruttibile, come in questo passo: “Il re Salomone si costruì un palazzo di legno del Libano”25. In altre parole il Cristo ha costruito la sua dimora con i santi purificati e divenuti incorruttibili attraverso la castità. Il santuario, ossia il capo della chiesa, che è più basso che il resto del corpo della Chiesa mistica, sta a significare la grande umiltà che deve possedere il clero o il prelato, secondo queste parole: “Più sei grande, più ti devi umiliare in ogni cosa”. Le balaustre, per mezzo delle quali l’altare è separato dal coro, rappresentano la separazione che ci deve essere fra le cose della terra e quelle del cielo.

XXXII. DEGLI STALLI

Lo stallo, sul quale ci si siede nel coro, significa che talvolta è necessario che il corpo si rilassi e che lo spirito si ricrei, perché il lavoro e l’ardore che non hanno temperato un riposo alternativo fra di essi non sono durevoli.

XXXIII. DEL PULPITO

Il pulpito posto nella chiesa è la vita degli uomini perfetti, e lo si chiama così per intendere in qualche maniera un pulpito pubblico o posto in un luogo pubblico ed esposto agli sguardi di tutti. In effetti, noi leggiamo queste parole nei Paralipomeni: “Salomone fece una tribuna di bronzo, la pose al centro del tempio, e restando in piedi e allungando la mano, parlava al popolo di Dio “26. Anche Esdra costruì un gradinodi legno per parlarci, e quando vi saliva sopra egli era innalzato al di sopra di tutto il popolo.

XXXIV. DELL’AMBONE

Si dà a questo pulpito il nome di analogium, perché vi si legge e si annuncia la parola di Dio, difatti logos in greco significa la parola o la regola; lo si chiama anche ambone (ambo) da (ambiendo) circondare, visto che esso circonda come con una cintura chi vi sale sopra.

XXXV. DELL’OROLOGIO

L’orologio (horologium), sul quale si leggono e si contano le ore (horae leguntur), rappresenta la premura e la cura che i sacerdoti devono avere nel dire le Ore canoniche al tempo prestabilito, secondo questo passo: “Sette volte per giorno io ti loderò, Signore”21.

XXXVI. DELLE TEGOLE DEL TETTO

Le tegole del tetto, che impediscono alla pioggia di penetrare nell’edificio sacro, sono i soldati e i cavalieri che proteggono e difendono la Chiesa dai pagani e dagli attacchi dei nemici della fede.

XXXVII. DELLA SCALA

La spirale della scala a chiocciola, costruita sull’esempio di quella del tempio di Salomone, è il sentiero che striscia attorno ai muri della chiesa attraverso cui si conosce, senza essere visto da nessuno, il segreto di tutti i misteri dell’edificio spirituale, la cui la rivelazione non appartiene che a coloro che si elevano fino al cielo, attraverso la meditazione dei suoi beni. Si parlerà nel capitolo successivo dei gradini che portano all’altare.

XXXVIII. DELLA SACRESTIA

La sacrestia, ossia il luogo dove si conservano i vasi e gli ornamenti sacri, e nel quale il prete indossa i paramenti sacri, rappresenta il seno della santissima Vergine Maria, all’interno del quale il Cristo si è rivestito del santo abito della sua carne. Il prete avanza verso il popolo uscendo dal luogo dove egli ha indossato i suoi abiti, perché il Cristo, uscendo dal seno della Vergine, è venuto al mondo. La cattedra del vescovo, nella chiesa, è più alta di quella degli altri preti.

XXXIX. DELLA VASCA O BACILE

Vicino all’altare, che rappresenta ancora il Cristo, si pone una vasca o un bacile che rappresentano la misericordia di Cristo, e ci si lava le mani in questo vaso per significare che nel battesimo e attraverso la penitenza, rappresentate da questo contenitore, noi siamo purificati dalla lordura dei peccati, cosa imitata dall’Antico Testamento. Si legge infatti nell’Esodo che Mosè fece una bacinella di bronzo con la sua base, e la mise nel tabernacolo affinché Aronne, sacerdote del Signore e i leviti, suoi figli, vi si lavassero prima di avvicinarsi all’altare per offrire i profumi.

XL. DELLA LUCE E DELLE LAMPADE

La luce accesa nella chiesa è la figura di Cristo, come in queste parole: “Io sono la luce del mondo”; e Giovanni dice: “Egli era la vera luce che illumina ogni uomo che viene a questo mondo”. Le lampade della chiesa rappresentano gli apostoli e gli altri dottori, attraverso la cui dottrina la Chiesa risplende come il sole e la luna, e di cui il Signore ha detto: “Voi siete la luce del mondo, ossia voi date gli esempi delle buone opere”. Per questo, avvertendoli, Egli dice: “Che la vostra luce brilli davanti agli uomini”. E, secondo gli ordini del Signore, la Chiesa è illuminata; ecco perché si legge nell’Esodo: “Ordina ai figli di Aronne di offrirmi l’olio più puro che essi estraggono dalle olive, affinché la lampada bruci sempre nel tabernacolo della testimonianza”. Mosè fece sette lampade, che sono i setti doni dello Spirito Santo, e che nella notte di questo mondo rischiarano e dissipano le tenebre della nostra cecità; si pongono queste lampade su dei candelieri, perché lo spirito della saggezza e dell’intelligenza, lo spirito del consiglio e della forza, lo spirito della scienza e della misericordia, lo spirito della paura del Signore28 posano sul Cristo, che, pieno dei sui doni, predicò agli uomini prigionieri del peccato la cognizione della libertà dei figli di Dio. La pluralità delle lampade nella chiesa designa la pluralità delle grazie sparse tra i fedeli e all’interno delle loro anime

XLI. DELLA CROCE

In gran numero di luoghi la Croce, insegna del trionfo di Cristo, è posta al centro della chiesa per dimostrare che noi amiamo dal profondo del nostro cuore il nostro Redentore che ha spezzato, secondo Salomone29, il suo corpo per i figli di Gerusalemme a causa della sua estrema carità; inoltre tutti, vedendo il vessillo della vittoria, dovrebbero esclamare: “Salve, a te il saluto di tutto l’universo, albero benefico”, cosicché mai l’amore di Dio non sia da noi consegnato all’oblio, lui che, per riscattare uno schiavo, ha dato il suo unico Figlio, per farci imitare il Cristo crocifisso per noi. La croce è posta su di un luogo elevato per rappresentare la vittoria di Cristo.

XLII. DEL CHIOSTRO

Il chiostro, come afferma Riccardo, vescovo di Cremona (in Mitrali), ha preso la sua origine dal luogo ove vegliavano e dormivano i leviti, intorno al tabernacolo, o dal sagrato dei preti, o dal portico che era davanti al tempio di Salomone. Il Signore comandò infatti a Mosè di non contare i leviti nel censimento che egli fece della moltitudine del popolo, ma di assegnarli al tabernacolo della testimonianza, per portarlo e sorvegliarlo. A causa di questo precetto del Signore i chierici, nella chiesa, devono essere separati dai laici mentre essi celebrano i santi misteri. Ecco perché il concilio di Mayence ha de.cretato che questa parte, separata dall’altare con delle balaustre, sarà riservata esclusivamente ai chierici che salmodiano. Infine, come il tempio rappresenta la Chiesa trionfante, così il chiostro è la figura del paradiso celeste, dove si avrà un solo e unico cuore nell’amore e nella volontà di Dio e dove si possederà tutto in comune, perché ciò che uno avrà in meno in se stesso, si rallegrerà di averlo in un altro, giacché Dio sarà tutto per tutti3o. Ecco perché i regolari, che dimorano insieme nel chiostro, si alzano la notte per andare all’Ufficio Divino e, abbandonando i beni di questo mondo, mettono tutto in comune e vivono senza aver niente di proprio.

XLIII . DELLA DIVERSITÀ DELLE DIMORE NEL CHIOSTRO

La diversità delle dimore e degli Uffici nel chiostro è la diversità delle dimore e delle ricompense nel regno celeste: “Poiché nella casa di mio Padre ci sono molte dimore”, dice il Signore. E in senso morale il chiostro rappresenta la contemplazione nella quale l’anima si ripiega su se stessa, o dove essa si nasconde dopo essere stata separata dalla folla dei pensieri carnali, in cui essa medita i soli beni celesti. In questo chiostro si trovano quattro mura che sono il disprezzo di se stessi, il disprezzo del mondo, l’amore del prossimo e l’amore di Dio. E ogni angolo ha la sua fila di colonne. Infatti il disprezzo di se stessi è seguito dall’umiliazione dell’anima, dall’afflizione della carne, dall’umiltà nei discorsi e altre cose simili. La base di ogni colonna è la pazienza. In questo chiostro la diversità delle dimore è quella delle virtù. Il capitolo è il segreto del cuore. Il refettorio, è l’amore della santa meditazione. La cantina rappresenta la santa Scrittura. Il dormitorio, la coscienza pura. L’oratorio la vita senza macchia. Il giardino, coltivato ad alberi ed erbe, rappresenta il grande numero di virtù; il pozzo di acque vive, l’abbondanza dei doni che placano quaggiù la sete e che, nella vita futura, ne estingueranno interamente gli ardori.

XLIV. DELLE SEDI EPISCOPALI

Per quanto riguarda le sedi episcopali che, secondo la disposizione del beato Pietro, sono consacrate fin dai tempi più remoti in ogni città, esse sono state dedicate dalla devozione degli anziani non alla memoria dei confessori, ma all’onore degli apostoli e dei martiri, e principalmente della beata  Vergine Maria.

XLV. DELLA RIUNIONE NELLA CHIESA

Del resto, ecco perché noi ci riuniamo nella chiesa, allo scopo di chiedere perdono a Dio per i nostri errori e di applicarci assiduamente a cantare le lodi del Signore, per intendervi le buone e le cattive sentenze del Vangelo, e per imparare a conoscere Dio, infine per mangiarvi il corpo del Signore.

XLVI. DEGLI UOMINI E DELLE DONNE NELLA CHIESA

Nell’assemblea della chiesa, le donne e gli uomini sono separati le une dagli altri, e Beda ci insegna che questa pratica arriva da un antico costume degli ebrei: per questo Giuseppe e Maria persero il divino Fanciullo, perché ciascuno di loro pensò che il Fanciullo che non vedeva con sé fosse con l’altro. La causa di questa separazione è che, se la carne dell’uomo e della donna fossero unite più da vicino, i loro corpi sarebbero infiammati dalla lussuria. Ecco perché, quando noi dobbiamo piangere in quel luogo i nostri peccati, è necessario evitare ciò che può servire loro di alimento e dobbiamo impedirci di pensare alle soddisfazioni della carne; così gli uomini stanno dalla parte del mezzogiorno, mentre le donne dal lato Nord o Nord-est, per dimostrare che i santi più fermi nella fede devono resistere alle più grandi tentazioni di questo mondo, mentre i più deboli devono essere esposti a più piccoli o minori assalti, perciò il sesso più forte deve rimanere in un luogo più scoperto e più esposto, perché secondo l’apostolo: “Dio è giusto e fedele nelle sue promesse, e non permetterebbe che noi fossimo tentati aldilà delle nostre forze”. Questo assomiglia anche e si riferisce alla visione di Giovanni: egli vide, in effetti, l’angelo della forza porre il proprio piede destro sul marell, perché si oppongono le membra più forti ai più gravi pericoli. Secondo altri , gli uomini sono nella parte anteriore e le donne nella parte posteriore, per significare che l’uomo è la testa della femmina, e per questo è la sua guida e il suo capo.

XLVII. DEL VELO DELLE DONNE

La donna deve inoltre avere in chiesa la testa velata, poiché essa non è l’immagine di Dio ed anche perché è a causa sua che è iniziata la prevaricazione nel mondo, ed ecco perché nella chiesa, per rispetto del prete (che è il vicario di Cristo), essa deve stare davanti a lui come davanti al suo giudice a causa dell’origine del peccato di cui è accusata: avrà dunque la testa velata, e non scoperta. È anche in ragione dello stesso rispetto che non le è permesso di parlare nella chiesa davanti al prete. Ma, un tempo, gli uomini e le donne, si curavano la capigliatura, entravano in chiesa e vi restavano seduti a testa nuda, pieni di vanità a causa dei loro capelli, cosa che era disonesta.

XLVIII. DELLE PAROLE DA PRONUNCIARSI NELLA CHIESA, DELL’ATTITUDINE GIUSTA E DEL TOGLIERSI LE SCARPE

Quale conversazione, quali discorsi si devono fare in chiesa? L’apostolo ce lo insegna, quando dice: “Parlate a voi stessi nel canto dei salmi, degli inni e dei canti spirituali”. Si vede da ciò, che occorre astenersi dalle parole superflue, coine dice Crisostomo: “Entrando nel palazzo del re, ricomponi il tuo viso e il tuo portamento, perché gli angeli del Signore sono presenti, e la casa di Dio è piena di virtù spirituali”. E il Signore disse a Mosè, e l’angelo a Giosuè: “Togli i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo dove sei è santo”32.

XLIX. DELLA CHIESA COME RIFUGIO

Bisogna inoltre ricordare che la chiesa consacrata a Dio protegge e difende quelli che sono accusati di assassinio quando essi si rifugiano in seno a essa, allo scopo di non perdere laloro vita o le loro membra, se tuttavia essi non hanno commesso il crimine nella chiesa o vicino. Si legge per esempio che Gioab fuggì nel tabernacolo, e vi fu ucciso nonostante egli abbracciasse il corno dell’altareJJ. Una chiesa non consacrata, ma nella quale si celebrano i Divini Uffici, gode del medesimo privilegio.

L. DELL’ESCLUSIONE DEI CRIMINALI

Ma il corpo di Cristo non protegge né i criminali che lo ricevono, né coloro che si rifugiano presso di lui, sia perché questo privilegio è accordato alla Chiesa e non bisogna estenderlo ad altre cose, sia perché l’eucarestia è il nutrimento dell’anima e non quello del corpo, ed ecco perché essa salva e libera l’anima e non il corpo.

LI. DEL DISLOCAMENTO DI UNA CHIESA

Ci sono tre motivi per cui le chiese possono essere trasferite da un luogo all’altro. Il primo può essere una persecuzione. Una seconda causa potrebbe essere la difficoltà e la distanza dei luoghi, ad esempio le intemperie dell’aria o del clima. In terzo luogo, quando esse sono turbate da un cattivo vicinato che perfino vi si riunisce. Questi cambiamenti hanno in genere luogo ·sia con un parere papale sia con quello del vescovo. Ci si fa il segno della croce entrando nella chiesa.

Capitolo Il Dell’altare

L DEGLI ALTARI ANTICHI

Si innalza un altare nella chiesa per tre ragioni, come si dirà parlando della consacrazione. Ma occorre prima di tutto sapere che Noè, il primo, e poi !sacco, Abramo e Giacobbe hanno costruito degli altari, come si può leggere, e si intende con questo termine nient’altro che la disposizione di alcune pietre, sulle quali si sgozzavano e si uccidevano le vittime del sacrificio, che in seguito venivano bruciate con il fuoco che veniva acceso sotto. Mosè costruì inoltre un altare di legno di Seth e un altare detto dei profumi che rivestì di oro purissimo come è scritto nell’Esodo, dove si può anche leggere quale fosse la forma di questo altare. Anche Salomone, come viene detto verso la fine del Libro dei Re34, costruì un altare d’oro. Quindi è da quelli degli antichi Padri che gli altari dei moderni hanno tratto origine, e che vengono innalzati a quattro facce, gli uni fatti di una sola pietra, altri composti da più blocchi.

Il. DELL’ELEVAZIONE E DEL FUOCO

Alcune volte si trova indifferentemente altaria e arae per designare un altare, ma esiste tuttavia una differenza fra queste due parole. Infatti con altare (altare) è come se si dicesse alta res (una cosa alta) o alta ara (rogo elevato) sul quale i sacerdoti bruciavano l’incenso. Ara (altare) è in qualche modo area (area), o superficie piana; oppure lo si chiama così da ardore (calore del fuoco), perché vi si bruciavano le vittime offerte a Dio in sacrificio.

III. DELLE PARTI DELL’ALTARE

E notate come venga detto nelle Scritture che l’altare (altare) era composto di parecchie parti, ossia: l’alto e il basso (superius et inferius), l’interno e l’esterno (interius et exterius). Queste stesse parti sono doppie nel loro uso e nel loro senso. La parte alta dell’altare, è il Dio Trinità, di cui si legge: “Non salirai per gradini al mio altare”. E ancora la Chiesa trionfante di cui è detto: “Allora si sacrificheranno dei vitelli sul tuo altare”. La parte bassa dell’altare rappresenta la Chiesa militante, di cui è scritto: “E se pur mi farai un altare di pietra, non fabbricarlo con pietre divise e scalpellate” (sectis lapidibus). Ed ancora la parte bassa è la tavola del tempio, di cui si legge: “Trascorrete i giorni di festa nei santi pasti, seduti e stretti alla mia tavola vicino all’angolo dell’altare “. E nel Terzo libro dei Re, è scritto che Salòmone costruì un altare d’oro. L’interno dell’altare rappresenta la purezza del cuore come lo si dirà più avanti. È ancora la fede che noi dobbiamo avere nell’Incarnazione, e a questo riguardo si legge appunto nell’Esodo il seguente ordine del Signore: “Mi farete un altare di terra “3s. Infine l’esterno dell’altare è il rogo o l’altare stesso della croce, in altre parole l’altare dell’olocausto sul quale si bruciava il sacrificio della sera. Ecco perché così recita il canone della Messa: “Ordina, Signore, che queste cose siano portate sul tuo sublime altare dalle mani del tuo santo angelo”. L’esterno dell’altare rappresenta inoltre il sacramenti della Chiesa, di cui è detto: “[ tuoi altari, Dio delle virtù, sono la mia dimora”.

IV. DEI CINQUE SIGNIFICATI DELL’ALTARE

L’altare significa anche la mortificazione dei nostri sensi o del nostro cuore, nel quale i moti della carne sono consultati dall’ardore dello Spirito Santo. In secondo luogo l’altare rappresenta anche la Chiesa spirituale; i suoi quattro angoli le quattro parti del mondo sulle quali la Chiesa stende il suo impero. Il terzo significato è quello per cui l’altare è l’immagine di Cristo, senza il quale nessun dono può essere offerto al Padre in maniera accettabile. Per questo motivo la Chiesa ha l’usanza di indirizzare le proprie preghiere al Padre attraverso la mediazione di Cristo. In quarto luogo, esso è l’immagine del corpo del Signore. Da ultimo, esso rappresenta la tavola sulla quale il Cristo bevve e mangiò con i suoi discepoli.

V. DELL’ARCA

È scritto nell’Esodo36 che si depose nell’arca del Testamento o della Testimonianza la dichiarazione, ossia le tavole sulle quali era scritta la testimonianza; possiamo anche dire le testimonianze del Signore al suo popolo, e questo fu fatto per mostrare che Dio aveva fatto rivivere attraverso la scrittura delle tavole la legge naturale impressa nei cuori degli uomini. Vi fu posta inoltre un’urna d’oro piena di manna per attestare che Dio aveva donato del pane dal cielo ai figli di Israele. E la verga di Aronne per mostrare che ogni potenza viene dal Signore Iddio, e il Deuteronomio come simbolo del patto, con il quale il popolo ha detto: “Noi faremo tutto quello che il Signore ci dirà “. Per questo motivo l’arca fu chiamata Arca della Testimonianza o del Testamento, e sempre a causa di ciò il tabernacolo fu a sua volta chiamato il Tabernacolo della Testimonianza. Venne dunque fatto un propiziatorio o copertura sull’Arca. Ad imitazione di ciò in certune chiese si pone sull’altare un’arca o un tabernacolo nel quale si depone il corpo del Signore o le reliquie dei santi. Il Signore ordinò anche di costruire un candelabro a bracci fabbricato d’un sol pezzo, fatto di un oro purissimo. È scritto nel Terzo libro dei Re37 che nell’Arca dell’alleanza, non si trovano altre cose all’infuori delle due tavole di pietra che vi depose Mosè, quando sul monte Oreb il Signore fece l’alleanza con i figli d’Israele, dopo l’uscita dalla terra d’Egitto.

VI. DEL CONTENUTO DELL’ARCA

E’ da notare che, sin dal tempo di Papa Silvestro, l’imperatore Costantino edificò la basilica del Laterano, nella quale pose l’Arca del Testamento che l’imperatore Tito aveva portato con sé da Gerusalemme e vi unì il candeliere d’oro con le sette fiamme sospese ai suoi bracci. In quest’arca si trovano le seguenti cose: gli anelli e i bastoni dorati, le tavole della testimonianza e la verga di Aronne, la manna, i pani d’orzo, l’urna d’oro, la veste senza cuciture e la canna, il vestito di san Giovanni Battista e le tenaglie con cui fu tormentato san Giovanni evangelista.

VII. DELL’INTERNO DEL TEMPIO, DEL CUORE E DEL SACRIFICIO

Ora, un uomo è certamente il tempio di Dio, e possiede anch’esso al suo interno un altare, una tavola, un candeliere e l’arca del Signore. Occorre infatti che egli possieda un altare dove offrire con animo retto e dove dividere con giustizia. L’altare è il nostro cuore nel quale dobbiamo offrire e sacrificare a Dio, ed ecco perché (Esodo 20) il Signore ordinò di offrire gli olocausti sull’altare, perché è appunto dal cuore che si devono levare e uscire le opere infiammate dal fuoco della carità. Gli olocausti sono cosi chiamati da olon che significa tutto intero, e da kausis, che vuoi dire incendio o calore del fuoco. Ecco perché la parola olocausto sta a intendere, in qualche maniera, delle cose incendiate e interamente bruciate. Dobbiamo dunque offrire dei sacrifici su questo altare con purezza, e dividere le vittime con giustizia. Sacrifichiamo bene, quando portiamo alla sua perfezione il bene di cui abbiamo idea. Ma non dividiamo bene se non facciamo il bene con discernimento. Spesso infatti accade che l’uomo pensi di fare il bene, ma fa il male e, spesso, da una parte commette il bene e dall’altra il male; cosi capita che lo stesso uomo edifichi e distrugga. Ma noi dividiamo bene, quando non attribuiamo a noi stessi, ma a Dio solo, il bene che facciamo.

VIII. DELLA T AVOLA DEL BANCHETTO

Occorre inoltre che l’uomo abbia una tavola dove prendere i pani della parola di Dio, e per tavola noi intendiamo la sacra Scrittura, di cui il salmista scrive: “Tu hai preparato innanzi a me la mensa perché io resista a coloro che mi assediano”, ossia “Mi hai dato la Scrittura contro le tentazioni del ‘ demonio”. E necessario che noi possediamo questa tavola, in altre parole che la poniamo nella nostra anima, per mangiarvi i pani della parola di Dio. Parlando della carestia di questi pani Geremia dice: “/ fanciulli hanno chiesto del pane, ma non c’era nessuno che poteva darne loro “. All’uomo serve anche un candeliere, per rilucere attraverso le sue buone opere.

IX. DEL CANDELIERE E DELLA LUCERNA

Il candeliere che brilla fuori è la buona opera la cui fiamma accende la fiaccola degli altri attraverso il buon esempio; è detto: “Nessuno accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma su di un candeliere”. La lucerna, secondo la parola del Signore, è la buona intenzione, giacché Cristo dice: “La lucerna, è il tuo occhio”38, e l’occhio è l’intenzione. Non dobbiamo quindi mettere la lucerna sotto il moggio, ma su di un candeliere, perché se noi abbiamo una buona intenzione non dobbiamo nasconderla, ma produrre alla luce, e dare come esempio la buona opera agli altri uomini.

X. DELLA REGOLA DI VITA

Occorre inoltre che l’uomo possieda un’arca (arca), che è così chiamata da (arcendo ), respingere e cacciare. Perciò l’Arca può essere intesa come la disciplina o la vita regolare, con la quale noi cacciamo i peccati lontano da noi. Nell’arca dunque si trovano la verga, la tavola e la manna, per mostrare che nella vita regolare si deve avere la verga della correzione per castigare la carne, e la tavola dell’amore, per amare Dio. Sulle tavole sono scritti i comandamenti che si riferiscono all’amore di Dio; ci deve essere anche la manna dell’ineffabile e prima dolcezza di Dio, per farci gustare e per mostrarci quanto Dio sia soave al gusto e quanto il suo commercio sia buono, secondo questo proverbio della femmina forte: “Il suo sposo ha gustato e ha visto che ella era buona”. Per essere dunque il tempio di Dio, dobbiamo avere in noi un altare per le nostre offerte, per non giungere al cospetto di Dio a mani vuote, come in questo brano dell’Ecclesiaste: “Non apparirai alla presenza del tuo Dio a mani vuote”. Dobbiamo anche avere una tavola per la refezione, per non avere cedimenti improvvisi durante il cammino come accade agli uomini a digiuno, secondo le parole del Vangelo: “Se li lascio ripartire a digiuno, essi verranno meno durante il cammino” 39; ci serve ancora un candeliere, che possederemo facendo del bene ed evitando di dimorare nell’ozio, come è scritto nell’Ecclesiaste: “L’ozio ha insegnato agli uomini una grande malizia “. Cerchiamo quindi di possedere anche un’arca, per non essere come i figli di Belial, ossia indisciplinati e senza giogo; infatti la disciplina è indispensabile, come viene detto nel salmo: “Abbracciate la disciplina, per paura che un giorno il Signore cada in collera e che voi non vi scostiate dal cammino della giustizia”.

XI. DELL’UMILTÀ

Edifica l’altare di cui abbiamo parlato, colui che orna interamente il suo cuore di una vera umiltà e di altre virtù, cosa che fa dire a Gregorio: “Colui che accumula le virtù senza l’umiltà rassomiglia a quello che, attraverso un gran vento, porta della polvere nella sua mano aperta”.

XII. DEL FUOCO DELLA CARITÀ

Dunque, per altare bisogna intendere il nostro cuore; e il cuore si trova al centro del corpo come l’altare è al centro della chiesa. A proposito di questo argomento il Signore dà questo ordine nel Levitico: “Il fuoco brucerà sempre sul mio altare”. Il fuoco è la carità, l’altare un cuore puro. Il fuoco brucerà sempre sull’altare, perché la carità sarà sempre ardente nel nostro cuore. Ecco perché Salomone dice nel Cantico dei Cantici40: “Le grandi acque non saprebbero spegnere la carità (ossia l’amore), perché essa brucia sempre, e la sua fiamma è inestinguibile”. Voi dunque, secondo le parole del profeta: “Passate il giorno della gioia nella riunione e nei pasti, vicino all’altare; perché i ricordi, anche i più deboli, che ne avrete poi, faranno di tutta la vostra vita un giorno di festa”.

XIII. LA VIA DELLA CARITÀ

Parlando di questo, l’apostolo ci dice e ci mostra che la più eccellente strada per arrivare alla perfezione è la carità, perché essa è al di sopra di tutte le virtù e chiunque la possiede le possiede tutte; si tratta, in breve, di quello che ha detto il Signore, e queste parole sono così succinte, che le riporto qui: “Che tu possieda la carità, e che tu faccia tutto ciò che vuoi”. È in questi due comandamenti che tutta la legge e i profeti sono contenuti; con altare noi intendiamo l’anima di ciascun uomo elevata al Signore con pietre viventi, ossia con diverse virtù.

XIV. DEI PANNI BIANCHI

I panni bianchi con cui si ricopre l’altare rappresentano la carne, o l’umanità del Salvatore; si sbiancano con grande pena e grande lavoro, come anche la carne di Cristo uscita dalla terra, cioè da Maria, è giunta immortale attraverso un grande numero di sofferenze alla risurrezione, allo splendore e all’esultanza. Questa carne di Cristo è l’immagine dei sacramenti della Chiesa, di cui è detto: “/ tuoi altari, Signore, Dio delle virtù, sono la mia dimora “41.

XV. I GRADINI

Il profeta ci mostra continuamente, nei quindici salmi, i gradini che l’uomo santo ha eretto nel suo cuore. Giacobbe vide questa scala la cui cima toccava il cielo. Con questi gradini vengono intesi, in modo conveniente e chiaro, i gradini delle virtù attraverso i quali si sale all’altare, ossia al Cristo, come scrive il salmista: “Marceranno e si alzeranno di virtù in virtù”. E in Giobbe: “Annuncerò il Signore in qualsiasi rango mi piazzerà Dio, e in qualsiasi gradino mi faccia sedere”42.

Capitolo III Delle pitture, dei tessuti e degli ornamenti della Chiesa

l. DELL’INSEGNAMENTO ATTRAVERSO L’IMMAGINE

Le pitture e gli ornamenti che si trovano nelle chiese sono le letture e le scritture dei laici, al cui riguardo Gregorio afferma (De consecratio. dist. III. cap. perlatum): “Una cosa è adorare le pitture, altra cosa è imparare attraverso la storia che cosa rappresenta questa pittura, ciò che si deve adorare”. Quello che la scrittura mostra a coloro che la leggono, la pittura lo insegna agli ignoranti che la osservano, perché senza istruzione essi vedono in questa ciò che devono seguire e lo leggono in questi dipinti, loro che non conoscono le loro lettere. I caldei adorano il fuoco e costringono gli altri a fare la stessa cosa, bruciano tutti i loro idoli. I pagani per esempio, adorano le rappresentazioni o immagini e gli idoli, cosa che i saraceni invece non fanno affatto, animati come sono da queste parole: “Tu non farai idolo a rassomiglianza di tutte le cose che sono in cielo, o sulla terra, o nelle acque, o sotto la terra”. Esodo, capitolo XX, e per altre autorità ancora che seguono immediatamente il passo precitato. Ed essi ci riprendono fortemente a questo riguardo; ma noi non adoriamo assolutamente queste immagini, e non le chiamiamo dei, né mettiamo in esse la speranza della nostra salvezza, perché questo sarebbe dell’idolatria; le veneriamo invece tenendo a mente il ricordo dei fatti compiuti che esse ci rappresentano. Da ciò i versi seguenti:

Tu che passi, onora prostemato l’immagine di Cristo, Non adorare però l’immagine, ma ciò che essa rappresenta. Credere che essa sia Dio sarebbe i”agionevole, perché essa è Stata Una pietra materiale, scolpita dalla mano di un operaio. E l’immagine che tu vedi, non è né un Dio né un uomo; Ma è Dio, e un uomo che questa santa immagine rappresenta. E altrove, Poiché è Dio che l’immagine ti insegna, ma essa stessa non è Dio, Osservala, e onora nel tuo animo ciò che tu sai essa rappresenta.

 IL DEL PERICOLO DELL’IDOLATRIA

I greci si servono anche di immagini, e le dipingono, come si dice, dopo l’ombelico, al di sopra e non più in basso, allo scopo di togliere a coloro che le guardano ogni occasione di pensiero imprudente e ridicolo; non eseguono nemmeno nessuna immagine scolpita, per via di quello che si legge nell’Esodo, capitolo 20: “Non farai né sculture né immagini”. Ugualmente, nel Levitico (cap. 26), è detto: “Non farai né idoli né sculture”; come pure nel Deuteronomio, capitolo 4: “Per paura che casualmente, cedendo all’ilul sione e in essa e”ando, vi costruiate una immagine intagliata o scolpita. Non vi farete nemmeno degli dei d’oro e d’argento”. E il profeta esclama: “Gli idoli delle nazioni sono l’oro e l’argento, opere della mano di uomini. Che divengano loro simili quelli che le eseguono e tutti quelli che pongono la loro confidenza in esse! Che siano confusi tutti quelli che adorano delle immagini, che si glorificano nei loro idoli!”. Mosè dice ancora al popolo di Israele: “Per paura che casualmente, vittima dell’errore, tu non adori le cose che ha creato il Signore Dio tuo”.

 

III. DELLA DISTRUZIONE DEL SERPENTE DI BRONZO

Ecco perché il re Ezechiele distrusse il serpente di bronzo che Mosè aveva innalzato: il popolo, contro il precetto della Legge, faceva bruciare dell’incenso davanti a lui.

 

IV. DEL BUON USO DELL’IMMAGINE

Vediamo dunque, da queste voci autorevoli e da altre simili, che l’uso eccessivo di rappresentazioni è biasimato; infatti l’apostolo dice, nella sua Prima lettera ai Corinti: “Sappiamo in effetti, che gli idoli non sono nulla in questo mondo, e che non esiste che un solo Dio”. I semplici e i deboli potrebbero essere facilmente trascinati verso l’idolatria dall’uso eccessivo e indiscreto delle pitture o delle sculture. Cosa che fa dire alla Sapienza: “Non dobbiamo alcun rispetto agli idoli delle nazioni, perché le creature sono usate in essi per portare alla collera di Dio e per tentare l’anima degli uomini; sono infine come un laccio ai piedi degli stolti”. Ma non è affatto biasimevole usare moderatamente le pitture per rappresentare il male che si . deve evitare, e il bene che si deve invece imitare. Ecco perché il Signore dice ad Ezechiele: “Entra e guarda le pratiche abominevoli che commettono costoro”. Ed entrato che fu, vide figure di rettili e di animali, e l’abominazione e ogni idolatria dipinta sulle pareti della casa di Israele4l. Gregorio, spiegando e esponendo questo (in Pastorali. Lib. II. Cap. XX), afferma: “Le rappresentazioni delle cose esteriori attirano Dio nell’interiorità dell’anima e, in qualche maniera, tutto ciò che si pensa, guardando delle finte immagine, si dipinge nel cuore, se non è più vero dire: che l’oggetto al quale si pensa con attenzione nel proprio cuore, si dipinge ai nostri occhi di immagini fittizie”. Il Signore dice ancora a Ezechiele: “Prendi una pietra, mettila dinanzi a te, e su di essa farai il tracciato della città di Gerusalemme”. Le parole del Vangelo che seguono prevengolaici: “Hanno, dice Cristo, Mosè e i profeti, che li ascoltino/”44. Il Concilio di Adge (De consec. dist. III. cap. placuit) proibisce di eseguire pitture nelle chiese, e di dipingere sui muri ciò che si onora e ciò che si adora. Ma Gregorio (De conse. dist. III. cap. perlatum) sostiene che non dovrebbe essere permessa la distruzione delle pitture con il pretesto che esse non devono essere adorate, perché è evidente come la pittura commuova più che la scrittura. In effetti, attraverso la pittura il fatto compiuto è posto dinanzi agli occhi, mentre con la scrittura la cosa che arriva è richiamata alla memoria, in qualche maniera, per sentito dire, cosa che commuove di meno l’anima. Ecco perché, anche nella chiesa, noi non professiamo rispetto più grande per i libri che per le immagini e le pitture.

V. DELL’UBICAZIONE DELLE RAPPRESENTAZIONI

Riguardo alle pitture e alle rappresentazioni, alcune si trovano sulla chiesa come il gallo o I’ aquila, altre fuori dalla chiesa, ossia alle porte e in fronte al tempio, come il bue o il leone, altre infine all’interno, come ad esempio i bassorilievi e idiversi generi di scultura e di pittura che si eseguono sui vestiti, o sui muri, o sulle vetrate; di qualcuna di esse viene detto, nel Trattato della Chiesa, che sia ripresa e imitata dal tabernacolo di Mosè, e dal tempio o dall’epoca di Salomone. Mosè scrisse, ma Salomone scrisse e dipinse, e ornò i muri del tempio di cesellature e di pitture.

VI. DELLE RAPPRESENTAZIONI DI CRISTO

Occorre dire che in chiesa si dipinge soprattutto l’immagine del Salvatore in tre modi, che sono quelli principali e più convenienti di raffigurarlo. Essi sonò: seduto su di un trono, sospeso al patibolo della croce, oppure in qualche modo accovacciato in Giovanni Battista indicò con il dito il Cristo, dicendo: “Ecco l’agnello di Dio”4s, qualcuno rappresentava il Cristo sotto forma di un agnello. “Tuttavia, siccome l’ombra è passata e il Cristo è veramente uomo – dice il Papa Adriano (De consecrat. distinct. III. cap. sextam.) -, noi lo dobbiamo dipingere sotto forma di uomo”. Infatti non è l’agnello di Dio che si deve rappresentare principalmente sulla croce, anche se dopo averci messo un uomo, nulla impedisce di dipingere un agnello nella parte inferiore o posteriore, poiché Egli è il vero agnello che porta i peccati del mondo. E dunque in queste maniere, e in diverse altre, che l’immagine del Salvatore è raffigurata, a causa dei diversi significati che essa porta con sé.

VII. DI CRISTO E DEGLI ANGELI

Dipinto nella mangiatoia, Egli ricorda la sua natività; in seno alla madre, possiamo vedere la sua infanzia; dipinto o scolpito sulla croce, rappresenta la sua passione e, talvolta, si raffigurano vicino alla croce il sole e la luna in eclissi per indicare la sua pazienza; dipinto mentre sale dei gradini, è la sua ascensione; rappresentato come seduto su di un trono o su di un seggio elevato, designa la sua maestà presente e la potenza che ormai possiede; come se dicesse: “Ogni potere mi è stato dato nel cielo e nella terra”, come in questo passo: “Ho visto il Signore seduto su di un seggio elevato, ecc. “, ossia: “Il Figlio di Dio che regna sugli angeli”, secondo queste parole: “Tu che sei portato sulle ali dei cherubini”. Alcune volte lo si dipinge come lo videro Mosè e Aronne, Nabad e Abiu, cioè sulla montagna; sotto i suoi piedi stava una specie un predellino di zaffiro, il cui bagliore era quello di un cielo sereno. Perché, come dice san Luca: “Allora vedranno il Figlio dell’Uomo che arriverà su di una nuvola con potenza e grande maestà”. Ecco perché lo si raffigura circondato di angeli che lo servono sempre e incessantemente sono ai suoi fianchi. Essi vengono rappresentati con sei ali, secondo questo brano di Isaia: ” I serafini erano in piedi vicino a lui, e ciascuno aveva sei ali; due servivano loro per coprirsi la faccia, con due nascondevano i loro piedi e con le altre due volavano”.

VIII. DEGLI ANGELI, DELL’ARCANGELO MICHELE E DEI VENTIQUATTRO VEGLIARDI

Gli angeli vengono rappresentati nel fiore dell’età e in una tenera giovinezza perché non invecchiano mai. Altre volte ancora si dipinge l’arcangelo Michele che calpesta un dragone, secondo le parole di Giovanni nell’Apocalisse: “Ci fu una grande battaglia nel cielo e Michele combatté con il dragone”. Questa battaglia è la separazione degli angeli, la perseveranza e l’affermazione dei buoni e la rovina dei cattivi, oppure, nella Chiesa presente, la persecuzione che soffrono i fedeli. In alcuni casi vengono rappresentati attorno a Dio ventiquattro vegliardi, secondo la visione dello stesso Giovanni; essi sono vestiti di abiti bianchi e portano sul loro capo delle corone d’oro: questi vegliardi rappresentano i dottori dell’antica e della nuova Legge, che sono dodici per la loro fede nella Trinità, che essi annunciano e proclamano nelle quattro parti del mondo; sono inoltre ventiquattro a causa delle buone opere e dell’ osservanza delle regole del Vangelo. Quando vengono loro messe in mano delle lucerne, esse significano i doni dello Spirito Santo,

e se viene steso sotto i loro piedi un mare trasparente, questo indica il battesimo.

 

IX. DEL TETRAMORFO

A volte si rappresentano quattro animali, secondo la visione di Ezechiele e san Giovanni. Si mette l’immagine dell’uomo e del leone a destra, quella del bue a sinistra e quella dell’aquila al di sopra delle altre quattro. Sono i quattro evangelisti. Il motivo per cui li si dipinge con dei libri ai loro piedi, risale al fatto che essi hanno compiuto nella loro anima, e attraverso le loro opere, quello che hanno insegnato con le loro parole e i loro scritti. A Matteo appartiene la figura umana. Marco è rappresentato dal leone. I due personaggi vengono posti alla destra del trono di Dio, perché la nascita e la resurrezione di Cristo furono una gioia generale per tutti. Ecco perché si legge nel salmista: “L’allegria è esplosa al mattino”%. Luca è il vitello perché inizia il suo libro parlando del sacerdote Zaccaria e ha trattato in maniera più approfondita degli altri evangelisti la passione di Cristo. Il vitello è infatti l’animale che è proprio dei sacrifici dei sacerdoti; si paragona anche san Luca al vitello a causa delle sue corna e, in effetti, il suo libro contiene i due testamenti, oppure al vitello dai piedi a quattro unghie, e il Vangelo di Luca contiene le sentenze dei quattro evangelisti.

Con il vitello viene anche rappresentato il Cristo che fu immolato per noi come un vitello e si pone alla sinistra perché la morte di Cristo fu triste per gli apostoli. Giovanni viene raffigurato come un’aquila, perché egli spicca il suo volo verso le regioni più elevate, quando dice: “In principio era il Verbo”, che significa anche il Cristo, la cui giovinezza si rinnova come quella dell’aquila, perché, risuscitato fra i morti, rifiorisce ed entra in cielo; qui l’aquila non è rappresentata vicino al trono di Dio ma sopra di lui, perché rappresenta la sua ascensione e proclama che il Verbo è in Dio.

X. DEGLI APOSTOLI E DELLE PECORE

Alcune volte si dipingono attorno al trono di Dio, o piuttosto sotto, gli apostoli, che furono i suoi testimoni fino alle estremità della terra con le loro parole e con le loro opere. Li si rappresenta con i capelli simili ai Nazareni, cioè i Santi, perché questa era la legge dei Nazareni: “Che per tutto il tempo della separazione dalla vita comune degli uomini, il rasoio non passi sopra la loro testa”41. Li si rappresenta talvolta nelle sembianze di dodici pecore, perché come le pecore sono stati messi a morte per il Signore. Ma anche le dodici tribù di Israele sono qualche volta simboleggiate con dodici pecore. Talvolta, tuttavia, le pecore sono dipinte in gran numero, o poco numerose, attorno al trono della maestà di Dio, ma esse in quel caso vogliono significare un’altra cosa, secondo le parole di san Matteo ( 20), verso la fine del suo Vangelo: “Quando il fìglio dell’uomo sarà giunto nella sua maestà, allora sederà sul trono della sua gloria, e disporrà le pecore a destra e i capri a sinistra”.

 

XI. DEI PATRIARCHI, DEI PROFETI E DEGLI APOSTOLI

Notate come i patriarchi e i profeti siano dipinti con dei rotoli nelle loro mani, e alcuni apostoli con dei libri e certi altri con dei rotoli. Senza dubbio perché prima della venuta di Cristo la fede si mostrava in modo figurativo, e perché, essa era avvolta da grande oscurità al di fuori di essa stessa. E per esprimere tutto ciò che i patriarchi e i profeti sono dipinti con dei rotoli, con i quali viene simboleggiata in un certo senso una conoscenza imperfetta; siccome gli apostoli sono stati al contrario perfettamente istruiti dal Cristo, essi possono servirsi dei libri, con i quali viene convenientemente rappresentata la conoscenza perfetta. E visto che alcuni fra di loro hanno scritto quello che hanno appreso perché servisse allo insegnamento di altri, ecco che essi sono dipinti in modo conveniente, come dei dottori, con dei libri fra le mani, come Paolo, Pietro, Giacomo e Giuda. Ma gli altri, non avendo scritto nulla di stabile o di approvato dalla Chiesa, sono raffigurati

non con dei libri, ma con dei rotoli, in segno della loro predicazione. Per questo l’apostolo dice agli Efesini: “Il

Signore ha fatto gli uni apostoli, gli altri profeti, qualcuno evangelista e qualche altro pastore e dottore, per l’opera del suo ministero” 48.

 

XII. DEL LIBRO CHIUSO E DEL LIBRO APERTO

Qualche volta la divina maestà è rappresentata con un libro chiuso fra le mani, perché nessuno è stato trovato degno di aprirlo, a parte il leone della tribù di Giuda, e altre volte invece con un libro aperto, affinché ciascuno vi possa leggere dentro, poiché esso è la luce del mondo, la via, la verità, la vita e il libro della vita.

 

XIII. DI GIOVANNI BATTISTA

Giovanni Battista è talvolta dipinto come un eremita.

XIV. DEI MARTIRI E DEI GIUSTI

I martiri vengono rappresentati con gli strumenti del loro supplizio, come Lorenzo sulla graticola, Stefano con le pietre, e alcune volte li si dipinge con delle palme, che indicano la loro

vittoria, secondo queste parole: “Il giusto fìorirà come la palma “49, affinché, come la palma verdeggia, la loro memoria sia conservata. Ecco perché coloro che vengono da Gerusalemme portano delle palme nelle loro mani, per segnalare che essi hanno servito e combattuto per questo Re, che fu ricevuto con onore a Gerusalemme con delle palme e che in seguito combattendo in questo stesso luogo contro il diavolo, uscì vincitore ed entrò trionfante con gli angeli nel palazzo del cielo; dunque: “I giusti fioriranno come la palma e brilleranno come le stelle”.

XV. DEI RELIGIOSI E DELLE VERGINI

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Si rappresentano i confessori con i loro attributi, i vescovi con la mitra, gli abati incappucciati e talvolta con dei gigli che simboleggiano la castità, i dottori con dei libri nelle loro mani, le vergini (secondo il Vangelo) con delle lampade.

XVI. DI PAOLO

Paolo si rappresenta con il libro e con il gladio; con il libro, perché è dottore o a causa della sua conversione; con la spada, perché egli è soldato di Cristo. Quindi questi versi: La spada è lo zelo di Paolo, l/ libro è la conversione di Saul.

 

XVII. DEI PADRI

Generalmente si dipingono le immagini dei santi Padri qualche volta sulle pareti della chiesa, talvolta sulla pala dell’altare, altre volte sui paramenti sacri e in altri luoghi diversi, per farci meditare continuamente non delle cose confuse e inutili, ma la loro azione e la loro santità. Ecco perché nell’Esodoso è raccomandato, per voce di Dio, di applicare sul petto di Aronne il razionale del giudizio, e di attaccarvelo con dei nastri, affinché dei pensieri laici non si impadroniscano mai del cuore del sacerdote, che anzi la sola ragione lo leghi; su questo Razionale che rappresenta anche la vigilanza, secondo san Gregorio, Dio ordinò di scrivere i nomi dei dodici patriarchi.

XVIII. SEGUIRE IL CAMMINO TRACCIATO DAGLI ANTICHI

Sicuramente, portare sempre scritti sul proprio petto i nomi dei Padri, significa pensare senza posa alla vita degli antichi. Il prete avanza allora irreprensibile nella vita quando egli considera senza tregua l’esempio dei Padri che lo hanno preceduto, e segue le loro tracce reprimendo all’interno del suo cuore i pensieri proibiti, per paura di posare il piede delle sue azioni fuori   dal limite della ragione.

XIX. DELLE CORONE DI CRISTO E DEI GIUSTI

Occorre anche considerare che Gesù è sempre dipinto incoronato, come se egli dicesse: “Uscite, figlie di Gerusalemme, e guardate il re Salomone cinto del diadema di cui l’ha coronato sua madre”. Infatti Cristo fu incoronato in tre modi diversi. In primo luogo, da sua madre, con la corona della misericordia, il giorno della Concezione; questa corona è doppia a causa dei beni naturali e gratuiti, per questo la si chiama diadema, che quella della sua matrigna, con la corona della miseria e della sofferenza, nel giorno della passione. In terzo luogo, è incoronato da suo Padre con la corona della gloria, il giorno della resurrezione; da qui queste parole: “Tu l’hai coronato, Signore, di gloria e di onore”. Infine Egli sarà incoronato da quelli della sua casa, con la corona della potenza il giorno dell’ultima rivelazione. Perché Egli verrà, con i vegliardi e i senatori della terra, per giudicare l’universo nella sua giustizia e nella sua equità. Così tutti i santi sono dipinti incoronati, come se il Signore dicesse: “Figlie di Gerusalemme, venite e guardate i testimoni (martyres) di Dio, con le corone d’oro con le quali li ha incoronati il Signore”. E nel libro della Sapienza51 è detto: “/ giusti entreranno nel regno della Gloria, e riceveranno il diadema della bellezza dalla mano del Signore”.

 

XX. DELL’AUREOLA

La corona di cui parliamo ora è dipinta in forma di uno scudo rotondo, perché i santi di Dio godono della protezione divina. Per questo essi cantano, pieni di allegria: “Signore, tu ci hai coronato e circondato della tua protezione come di uno scudo”. Tuttavia, la corona di Cristo è distinta da quella dei santi dalla figura della croce, perché è attraverso lo stendardo della croce che Egli ha meritato per sé la glorificazione della sua carne, e per noi la liberazione dalla schiavitù e la gioia della vita. Quando si rappresenta un prelato o un santo da vivo, la sua corona non ha la forma di uno scudo rotondo, ma quadrato, per mostrare con questo che egli produce i fiori delle quattro virtù cardinali, come si vede nella leggenda del beato Gregorio.

 

XXI. DEL PARADISO, DELL’INFERNO E DEGLI ALBERI

Alcune volte, inoltre, si dipinge il paradiso nella chiesa, per far sì che la sua vista inviti all’amore e alla ricerca delle ricompense celesti; a volte, anche, vi si rappresenta l’inferno, allo scopo di sviare gli uomini dai vizi con il terrore dei supplizi; talvolta si aggiungono dei fiori e degli alberi con i loro frutti per rappresentare i frutti delle buone opere, che spuntano dalle radici e si ergono sul loro stelo.

XXII. DELLE VIRTÙ INSEGNATE CON LE IMMAGINI

La varietà delle pitture nella chiesa designa la varietà delle virtù. “Lo Spirito Santo dona a uno le parole della saggezza, a un altro i discorsi della scienza, a un altro ancora la fede, a questo la grazia della purezza, a quello di compiere miracoli, oppure il dono della profezia, a un altro il discernimento dello spirito e ad altri infine, l’interpretazione delle Scritture”s2. Le virtù sono rappresentate dalla figura femminile, perché esse addolciscono e nutrono. · Le nervature delle volte, che si chiamano anche rivestimento e che ornano la casa del Signore, rappresentano i servitori più semplici e meno istruiti di Cristo che ornano la chiesa non con la loro dottrina, ma con le loro sole virtù. I bassorilievi che si scolpiscono sulle pareti sembrano uscirne e avanzare verso colui che li guarda, perché, quando la pratica delle virtù diviene una grande abitudine per i fedeli quasi da sembrare innata in essi e del tutto naturale, essi riescono a esercitarsi nelle loro diverse operazioni senza sforzo.

XXIII. DELLE STOFFE

Gli ornamenti della chiesa consistono in tre cose, si distinguono infatti l’ ornamentazione della chiesa, quella del coro e quella dell’altare. L’ornamento della chiesa consiste in stoffe, tappeti e tappezzerie di porpora, di seta e di altro materiale simile. Nell’ornamento del coro troviamo delle fodere, dei tappeti che vengono stesi sul pavimento, dei cuscini (bancalia). Le fodere (dorsalia) sono dei drappi che vengono sospesi nel coro, dietro alla schiena dei chierici. I tappeti, detti tappeti substratoria, sono quelli che si stendono sotto i piedi. I tappeti sono anche dei drappi che si mettono sotto i piedi, delle specie di tappeti da piedi, e riservati in particolar modo ai vescovi, che devono calpestare le cose di questo mondo. I cuscini (bancalia) sono dei drappi che vengono posti sulle sedie o banchi (bancas) che si trovano nel coro.

XXIV. DEGLI ORNAMENTI DELL’ALTARE

Gli ornamenti dell’altare sono delle cassette e delle teche (capsis), dei paramenti, dei filatteri (phylatteriis), dei candelabri, delle croci, delle frange d’oro, delle insegne, dei libri, dei teli e delle cortine.

XXV. DELLE CASSETTE

Ricordate che la pisside (capsa) nella quale vengono conservate le ostie consacrate, significa il corpo della Vergine gloriosa, di cui il salmista dice: “Alzati, Signore, dal tuo riposo, ecc.”. Essa è talvolta di legno, oppure d’avorio, altre volte d’argento o d’oro, e anche può essere di cristallo. E a seconda delle sue diverse qualità, esprime le differenti grazie del corpo stesso di Cristo. La scatola stessa, quando contiene le ostie consacrate o non consacrate, designa la memoria umana, giacché l’uomo deve rammentarsi in continuazione dei beni che ha ricevuto da Dio, tanto di quelli temporali simbolizzati dalle ostie non consacrate, tanto di quelli spirituali, che sono rappresentati dalle ostie consacrate. Tutto questo fu raffigurato nell’urna dove Dio ordinò di deporre la manna che, sebbene temporale, rappresentava in anticipo questo sacrificio spirituale, che è quello che noi offriamo; il Signore raccomandò che questa urna divenisse un ricordo eterno per le generazioni future, come è scritto nell’Esodo. Le cassette (capsae) poste sull’altare, che è il Cristo, sono gli apostoli e i martiri; i paramenti e i panni sono i confessori, le vergini e tutti i santi di cui il Signore parla ai profeti: “Ti rivestirai di essi come di un vestito” sl. Si è parlato di questo nel capitolo precedente. Ma phyilatterium è una cosa, e phylatteria è un’altra.

XXVI. DELLE FILATTERIE

Phylatterium, la filatteria, è una piccola foglia o banda di pergamena sulla quale si scrivono i dieci comandamenti della legge; i farisei avevano l’abitudine di portarne davanti a loro in segno d i pietà. Per cui è detto nel Vangelo: “Allargano le loro filatterie e si glorificano nelle frange dei loro abiti”S4. Ed è espresso in questo senso (XXVI. q.v. non oportet). Viene chiamata filatteria (phylatterium), da phulattein, sorvegliare, e da thorax, da legge. I filatterii (phylatteria) invece, sono dei piccoli vasi d’argento o d’oro, o ancora di cristallo o avorio oppure di qltri materiali altrettanto preziosi, nei quali vengono conservate le ceneri o le reliquie dei santi. Siccome Elindio chiamava i fedeli cinerini, pieni di cenere (cinerinos), per il fatto che essi conservavano le loro ceneri, fu stabilito nella Chiesa, contro il suo parere, che si sarebbero custodite di maniera onorevole e in piccoli vasi preziosi; questo termine è ricavato da phulattein, sorvegliare, e da téron, una estremità, perché in questo vasellame si conserva qualcosa dell’estremità del corpo dei santi, come ad esempio un dente o un dito, o qualcosa di simile. Si pone anche sull’altare stesso, i n certe chiese, il tabernacolo (tabernaculum), di cui abbiamo parlato nel capitolo dedicato all’altare.

XXVII. DEI CANDELABRI

Agli angoli dell’altare sono posizionati due candelieri, per indicare la gioia dei due popoli che si rallegrano della nascita di Cristo; questi due candelieri, in mezzo ai quali si trova la croce, portano delle piccole fiamme accese, giacché l’angelo disse al pastore: “Vi annuncio una grande gioia per tutto il popolo, perché oggi vi è nato il Salvatore del mondo”. E il vero Isacco che spiega il riso di sua madre. E la luce del candeliere è la fede del popolo, perché il profeta dice al popolo giudeo: “Alzati, illumina Gerusalemme, perché la tua luce arriva e la gloria del Signore si è levata per te”. E l’apostolo dice al popolo dei gentili: “Voi eravate nelle tenebre, ma ora voi siete luce nel Signore”. Infatti alla nascita e al levarsi di Cristo, apparve una nuova stella ai magi, secondo la profezia di Balaam: “Si alzerà, disse, una stella di Giacobbe, e uno stelo uscirà da Israele”. Si è già parlato di questo nel capitolo che riguarda l’altare.

XXVIII. DELLO SMOCCOLATOIO

Gli smoccolatoi, ossia le pinzette per la smoccolatura delle candele, sono le parole divine alle quali noi tagliamo le lettere della legge, e dove noi riveliamo così lo spirito che brilla, secondo queste parole: “Mangerete le più vecchie cose degli anziani, e presenterete gli anziani ai nuovi, che verranno dopo”ss. I vasi in cui si spegne la smoccolatura delle fiamme sono i cuori dei fedeli che osservano la legge alla lettera.

XXIX. DELLE MOLLE

Le molle, i cui denti gemelli servono ad attizzare la fiamma della lampada sono i predicatori, che ci istruiscono con le pagine assortite dell’uno e dell’altro Testamento, e accendono al fuoco della carità coloro i cui costumi sono già simili e identici.

XXX. DELLE SCODELLE

Gli scudi o scodelle (scuta), cioè i vasi della stessa capacità, fatti per riscaldare all’interno come all’esterno, sono i dottori che non nascondono i tesori che racchiude il loro cuore, ma ne traggono anzi cose nuove e antiche. Essi non mettono la lampada sotto i l moggio, ma sul candeliere, affinché coloro che sono nella casa del Signore ne ricevano in essi e su di essi la luce e il calore.

XXXI. DELLA CROCE

La croce deve essere posta sull’altare ed è là che il portacroce la prende e la depone perché le si rendano di nuovo gli omaggi, perché Simone il Cireneo portò la croce dopo averla sollevata da sopra le spalle di Cristo. La croce è posta sull’altare, in mezzo a due candelieri, perché Cristo, nella Chiesa, è stato il mediatore fra due popoli. Egli è infatti la pietra angolare, lui che di due cose ne ha fatta una, e al quale sono venuti i pastori dalla Giudea e i magi dall’Oriente.

XXXII. DELLA FRANGIA D’ORO DELL’ALTARE

Il davanti dell’altare è dunque ornato di una frangia d’oro, secondo queste parole dell’Esodo (capp. 25 e 38): “Mi costruirai un altare, e lo circonderai di una ghirlanda alta quattro dita”. L’altare rappresenta talvolta il cuore dell’uomo, nel quale ilsacrificio della vera fede deve essere offerto con la contrizione; la frangia d’oro allora significa il pensiero della buona opera, con cui dobbiamo ornare la nostra fronte per brillare davanti agli altri. Ancora l’altare significa Cristo, e allora la frangia d’oro designa egregiamente l’ornamento della carità. Perché, così come l’oro sorpassa tutti gli altri metalli, così la carità è al di sopra di tutte le altre virtù, cosa che fa così parlare l’apostolo ai Corinti: “La carità è più grande di tutte le altre virtù”. Dobbiamo così ornare la nostra gioventù, nel suo fiorire, della frangia d’oro della carità, per essere pronti ad abbandonare e a perdere la nostra vita per Cristo. Si innalzano anche le insegne sull’altare, per ricordare continuamente nella chiesa il trionfo di Cristo, con il quale noi speriamo di trionfare a nostra volta ·sul nemico.

 

XXXIII. DEL VANGELO E DEI VASI

Il libro del Vangelo è posto sopra l’altare, perché il Vangelo è stato pubblicato da Cristo stesso, ed egli stesso ne rende testimonianza. Infine i vasi sacri e altri, nella casa del Signore, prendono la loro origine da Mosè e da Salomone; questi vasi erano in gran numero e di vario uso nell’Antico Testamento, come viene detto nell’Esodo, e hanno diversi significati, dei quali non trattiamo qui per brevità.

 

XXXIV. DEI VELI

Tutte le cose che appartengono all’ornamento della Chiesa devono essere chiuse o coperte durante il periodo della santa Quaresima, cosa che si fa, secondo alcuni, la domenica della Passione, perché da questo momento la Divinità fu nascosta e velata nel Cristo; infatti egli si abbandonò a se stesso, si lasciò prendere e flagellare come un uomo, come se non avesse avuto più in sé la potenza della Divinità. Ecco perché è scritto nel Vangelo di questo giorno: “E Gesù si nascose e usci dal tempio”. Allora si copre la croce che rappresenta la potenza della sua Divinità. Altri fanno tutto ciò la prima domenica della Quaresima perché è da questo momento che la Chiesa inizia a parlare della Passione. Per questo, durante tale periodo, la croce non può essere portata nella chiesa che coperta, e secondo il costume di alcuni luoghi non si mantengono che due veli o cortine solamente, una delle quali è messa sul coro, l’altra è sospesa fra l’altare e il coro, per non mostrare quello che si trova nel Santo dei santi; il santuario e la croce, che sono allora velati, significano la lettera della legge, cioè la sua osservanza secondo la carne, oppure che nell’Antico Testamento e prima della Passione di Cristo, la comprensione delle sante Scritture era velata, nascosta e oscuras, e coloro che vissero in quei tempi, ebbero sempre un velo davanti agli occhi, cioè una scienza oscura. Il velo significa la spada che fu posta davanti alla porta del paradiso. Per dimostrare che l’osservanza carnale della legge, l’oscurità e il gladio sono stati respinti e dispersi con la Passione di Cristo, si tolgono, la vigilia di Pasqua, tutte le Testamento degli animali ruminanti con lo zoccolo spaccato, come ad esempio i buoi che lavorano, in altre parole che discernono i misteri delle Scritture e le comprendono secondo lo spirito; per questo durante la Quaresima solamente un piccolo numero di sacerdoti entra dietro il velo che nasconde il santuario, perché è stato dato loro di conoscere il mistero del regno di Dio.

 

XXXV. DEI VELI SOSPESI NELLA CHIESA

A proposito di questo è da ricordare che si sospendono tre tipi di stoffe nella chiesa: quello che ricopre le cose sante, quello che separa il santuario dal clero e quello che separa il clero dal popolo. Il primo sta a significare la lettera della nostra Legge. Il secondo, la nostra indegnità, poiché noi siamo indegni e, ancor di più, impotenti a penetrare con il nostro sguardo le cose del cielo. Il terzo, il freno che noi dobbiamo mettere alla nostra voluttà camale. Il primo velo, ossia le tende che si tendono dai due lati dell’altare e di cui il prete penetra i segreti, è statoimmaginato secondo quello che si legge nell’Esodo (cap. 34). Mosè mise un velo sul proprio volto perché i figli di Israele non · potevano sostenere lo splendore del suo viso e, come dice l’apostolo, questo velo è ancora sul cuore dei giudei. Il secondo velo, o cortina, che durante la Quaresima e la celebrazione della Messa si stende davanti all’altare, prende la sua origine e la sua figura da quello che era sospeso sul tabernacolo e separava il Santo dei santi dal luogo santo. Questo velo nascondeva l’arcal popolo, era tessuto con un’arte ammirevole e ornato di un bel ricamo di diversi colori, e si apriva durante la Passione del Signores; a sua imitazione, le cortine sono ancora oggi tessute di diversi colori assai belli. L’Esodo (capp. 26 e 36), tratta del primo velo di cui abbiamo parlato, e dice come devono essere fatte le cortine. Il terzo velo ha tratto origine dal cordone di muro o parete che, nella Chiesa primitiva, attorniava il coro e non si alza che all’altezza del sostegno, cosa che ancora si osserva in alcune chiese. Non si dava maggiore elevazione a questo muro, perché il popolo, vedendo il clero salmodiare e cantare, ne prendesse buon esempio. Ora tuttavia si innalza in generale o si pone un velo, oppure si eleva un muro fra il clero e il popolo, perché non si possano vedere reciprocamente, come se si dicesse, con questa stessa azione, al sacerdote: “Distogli i tuoi occhi, affinché essi non vedano la vanità, ecc. “.

XXXVI. DEL MOMENTO DI TOGLIERE I VELI

Ma, il giorno della Parasceve, o il Venerdì Santo, si tolgono i veli della chiesa, perché nel momento della Passione del Signore, il velo fu strappato60 e in questo modo ci è stata rivelata  l’intelligibilità del Re spirituale, che, prima, era nascosta ai nostri occhi, come si è detto già più sopra: è allora che la porta del regno celeste ci è stata aperta e che la forza ci è stata data, affinché non possiamo essere vinti, a meno che noi stessi non lo vogliamo, cedendo alla concupiscenza della carne. Tuttavia, il velo che separa il santuario dal clero è tirato o alzato all’ora del vespro di ciascuno sabato di Quaresima e quando l’Ufficio della domenica è iniziato, affinché il clero possa guardare nel santuario, perché la domenica rammenta il ricordo della resurrezione.

XXXVII. DELLE SEI DOMENICHE DOPO LA PASQUA

Ecco perché tutto questo ha luogo durante le sei settimane che seguono la festa della Pasqua: non ci sarà alcuna età per la quale la resurrezione non sarà una gioia eterna. Ma è una gioia figurata che è velata dal cielo che rappresenta questo velo: per questo le domeniche noi non digiuniamo, a causa della gloria della resurrezione del Signore, che arriva la domenica. La prima domenica dopo Pasqua sta a significare la gioia che provavano i nostri primi parenti nel paradiso prima del peccato. La seconda simboleggia la gioia che sentì un piccolo numero di uomini all’interno dell’arca di Noè, quando tutti gli altri annegarono nelle acque del diluvio. La terza rappresenta l’allegria dei figli di Israele, mentre gli altri  popoli soffrivano la carestia che ebbe luogo sotto Giuseppe. La quarta quella che provarono sotto Salomone, vivendo in pace. La quinta, la gioia che provarono ritornando dalla cattività di Babilonia. La sesta, quella che i discepoli sentirono dopo la resurrezione fino all’ascensione, mentre lo Sposo fu con loro con la sua presenza e le sue apparizioni.

XXXVIII. DEL VELO E DELLE FESTE

Anche nelle festività (festivitatibus) dove si leggono le nove lezioni della Quaresima, il velo è alzato e tirato. Ma questo uso non esiste così dalla prima istituzione della Chiesa, perché allora nessuna festa veniva celebrata solennemente durante la Quaresima, giacché, se si presentava una festa (festum), in qualsiasi giorno essa arrivasse, la si commemorava il sabato o la domenica, come si può vedere nel XXIII canone del Papa Martino (Quaest. III. non oportet. el. /. et C. non licet) e in Bucard, lib. XIII, a causa della tristezza di quei tempi. Al contrario l’uso divenne i n seguito che, per esempio, la festa (festum) delle nove lezioni fosse celebrata solennemente il giorno in cui essa cadeva e, tuttavia, in quel giorno si digiuna, come di costume.

XXXIX. DELLE CORTINE

Nelle festività, si tendono le cortine nelle chiese per ornarle, di modo che degli ornamenti visibili commuovano la nostra anima per gli invisibili. Queste cortine sono talvolta dipinte di colori diversi, come si è detto precedentemente, affinché grazie alla varietà di colori, si veda e si sappia che l’uomo, che è il tempio di Dio, deve essere ornato dalla varietà e dalla diversità delle virtù. La cortina bianca rappresenta la purezza della vita, quella rossa la carità. La cortina verde la contemplazione mentre quella nera la mortificazione della carne e la grigia la tribolazione. Si mettono alcune volte sulle cortine bianche dei drappeggi di differenti colori, per far intendere che il nostro cuore deve essere purgato dai vizi, e che deve avere all’interno di se stesso le cortine delle virtù, e la varietà dei colori delle buone opere.

 

XL. DELLA DRAPPERIA

Durante la festa della Natività del Signore certe chiese non mettono alcun drappo nella chiesa, alcune ne appendono certi di poco valore, altre ancora ne usano di bellissimi. Le prime stanno ad indicare il nostro rossore, perché sebbene noi siamo presi da una grande gioia perché ci è nato un Salvatore, non dobbiamo tuttavia nascondere la vergogna pensando che il nostro peccato è talmente grande che il Figlio di Dio è stato costretto a ridursi a nulla per noi prendendo le sembianze di uno schiavo, e dunque ecco che nemmeno il giorno della sua morte facciamo alcuna solennità accompagnata da allegria, anche un grande digiuno, sebbene noi festeggiamo solennemente la morte degli altri santi con allegria e ci permettiamo un tantino, di mangiare e di bere più d·elicatamente. Certo, noi arrossiamo perché il Signore è morto per i nostri peccati, ma i santi hanno sofferto non per i nostri peccati, ma per Cristo. Quelli che appendono drappi di scarso valore rappresentano in questo modo le sembianze di schiavo che il Signore ha rivestito per noi, e i vili abiti con cui è stato rivestito quel giorno. Quelli che al contrario usano bei drappi pensano alla gioia che si prova alla nascita di un Re, e mostrano come noi dobbiamo essere per ricevere un tale ospite.

XLI. DELLE COPERTURE E DEI VELI

In qualche chiesa, l’altare, nella solennità di Pasqua, è ornato da coperture preziose, e vi si pongono sopra dei veli di tre colori: rosso, grigio e nero, che designano tre epoche. Quando la prima lezione e il responso rio sono fini ti, si toglie il velo nero che significa il tempo davanti alla legge. Dopo la seconda lezione e il responsorio, si solleva il velo grigio, che designa il temche rappresenta l’epoca della grazia, nella quale, attraverso la Passione di Cristo l’entrata ci è data e ci è aperta al Santo dei santi e alla gloria eterna. Si è parlato della drapperia e dei panni dell’altare nel Trattato dell’Altare.

 

XLII. DEI TESORI DELLA CHIESA

Nelle principali festività si espongono allo sguardo del popolo i tesori della Chiesa, e questo per tre ragioni. Innanzitutto, per una considerazione di preveggenza, cioè affinché appaia la prudenza nel sorvegliarle di colui che ne è stato incaricato. In secondo luogo per rispetto alla solennità. Come terza ragione, in memoria della loro offerta, ossia in ricordo di coloro che li hanno prima offerti alla Chiesa. La chiesa è gradevolmente decorata nei giorni di festa di dentro e non di fuori, cosa che indica in modo misterioso che tutta la sua gloria le viene dal di dentro, e se anche essa sia disprezzabile al di fuori, brilla tuttavia nella sua anima, che è il trono di Dio. Ad essa dunque si riferiscono queste parole: “Io sono nera ma bella, figlia di Gerusalemme, come le dimore di Chedar e come le tende di Salomone”. E il Signore afferma per bocca del profeta: “La mia eredità è nella sua bellezza”. Il profeta, considerando ancora questo, dice: “Signore, ho amato la bellezza della tua casa “63, che orna spiritualmente la fede, la speranza e la carità. La chiesa materiale e quella spirituale devono essere purificate. In qualche chiesa si usa appendere due uova di struzzo e altre cose di questo genere che suscitano l’ammirazione e che si vedono raramente, affinché il popolo sia attirato da ciò nella chiesa e sia toccato dalla vista di questi oggetti.

XLIII. DELLE UOVA DI STRUZZO

Alcuni affermano che lo struzzo, uccello smemorato quale è, abbandoni le sue uova nella sabbia; quando infine, dopo aver visto una certa stella, se ne ricorda, ritorna da esse e le cova con riguardo. Si appendono dunque le uova di struzzo nella chiesa per significare che se l’uomo a causa del proprio peccato è stato abbandonato da Dio, illuminato improvvisamente da una luce divina si accorge del proprio errore, si pente e ritorna in sé, e vedendo questo luminoso bagliore, viene abbagliato dai raggi di questa benefica luce di cui si parla anche in san Luca, quando il Signore guardò improvvisamente Pietro dopo che egli ebbe rinnegato Cristo. Queste uova si appendono in chiesa anche perché notandole ciascuno pensi che l’uomo dimentica facilmente Dio, a meno che non sia illuminato dalla stella, ossia dalla grazia influente dello Spirito Santo, e non si ricorda di andare a lui con la pratica delle buone opere64.

XLIV. DEI VASI E DEI CALICI

Nella Chiesa primitiva si offriva il santo sacrificio in vasi di legno e indossando vestiti ordinari, giacché allora i calici erano di legno e i preti d’oro, mentre ora accade il contrario. Il Papa Severino ordinò che ci si servisse di vasi di vetro, ma siccome questi erano fragili, Papa Urbano, con il Concilio di Reims, stabilì che si usassero vasi di argento o d’oro, oppure, in caso di povertà delle chiese, dei vasi di stagno, perché questo metallo non arrugginisce, e mai vasi di legno o di rame. Quindi il calice non può essere d i vetro, a causa della sua fragilità e del pericolo che si corre di spandere il sangue di Cristo, né di legno perché è un materiale spugnoso e poroso e assorbirebbe il corpo di Nostro Signore, né di bronzo, o di rame, perché la potenza del veleno che producono questi metalli provocherebbe il verderame e il vomito.

XLV. DEL METALLO DEI CALICI

Osservate che il termine calice ha la sua origine nell’Antico e nel Nuovo Testamento (Hier. XII): “Il calice d’oro di Babilonia che inebria tutta la terra “. E Davi d: “Il calice nella casa del Signore è pieno della dolcezza di un vino puro e non mescolato”.E altrove: “Prenderò il calice della Salvezza e invocherò il nome del Signore”. Allo stesso modo si legge nel Vangelo: “Potreste bere in questo calice che io devo bere?”. E ancora: “Preso il calice, rese grazia “. Il calice d’oro rappresenta i tesori della sapienza nascosti nel Cristo. Quello d’argento la purificazione dall’errore. Quello di stagno è il segno dell’errore e della punizione, perché lo stagno sta in mezzo fra l’argento e il piombo, e sebbene la carne di Cristo non sia stata di piombo, cioè peccatrice, essa è stata tuttavia somigliante alla carne soggetta al peccato. E sebbene essa non sia stata nemmeno d’argento, in altre parole non fu soggetta a colpe proprie, fu tuttavia soggetta al nostro errore, perché Egli ha portato le nostre debolezze.

 

XLVI. DELLA RICCHEZZA DEGLI OGGETTI

Se qualcuno, per spirito di meschinità nella religione stessa, dicesse che il Signore comandò a Mosè di fare di bronzo tutti i vasi del tabernacolo, per ogni uso e ogni cerimonia, come è scritto nell’Esodo, nei capitoli 27 e 28, quest’uomo sarebbe simile a Giuda e il nemico della donna che versò profumi sui piedi di Cristo, se affermasse anche che i vasi preziosi e gli altri ornamenti potrebbero essere venduti e il loro ricavato donato ai poveri; noi infatti agiamo così non tanto perché dei vili ornamenti piacciano meno a Dio rispetto agli ornamenti d’oro, ma perché gli uomini offrono volentieri a Dio ciò che essi amano di più, e con la loro adorazione vincono la loro avarizia. Inoltre queste cose rappresentano i compiti mortali e la pietà che noi dobbiamo a Dio, e la gloria futura che ci attende nell’altra vita. Ecco perché nell’antica Legge, il Signore comandò di fare il sopraomerale del prete d’oro, giacintino, porpora e di un bello scarlatto, di un lino molto fine ritorto e di altre stoffe preziose, per mostrare di quanta grande diversità di virtù il sacerdote deva brillare; Dio ordinò inoltre che l’altare, il propiziatorio, il candelabro e gli altri vasi e ornamenti dell’altare fossero fatti di oro e di argento. Si legge nell’Esodo, nei capitoli 25, 30 e 38, che Dio ordinò anche di fare il tabernacolo, con differenti stoffe preziose, come si è già detto nel capitolo della Chiesa. E il pontefice della legge si serviva di diversi altri ornamenti e abiti magnifici.

 

XLVII. DEL RIFIUTO DEL PROFANO

Il Concilio di Orléans ha proibito che i divini misteri siano impiegati come ornamento nei matrimoni, affinché non vengano profanati dal contatto con la mediocrità e la pompa impura del secolo, cosa che fa capire chiaramente che non si deve fare una pianeta con l’abito di chiunque, o tagliare questo stesso vestito per farne qualche altro ornamento destinato alla celebrazione dei sacri misteri.

XLVIII. DEGLI ABITI RISERVATI AL CULTO

Il Papa Stefano stabilì che nessuno si servisse degli abiti della Chiesa per usi estranei al culto divino, e che essi fossero toccati solo da uomini santi, per paura che la vendetta che colpì Baltassar, re di Babilonia, non cadesse nuovamente sui trasgressori di questi ordini.

XLIX. LE STOFFE RITUALI NON DEVONO STARE A CONTATTO CON I MORTI

Papa Clemente ha così stabilito che i morti non saranno né seppelliti né avvolti, né coperti loro o la loro bara con il pallio (palla), ossia i panni dell’altare, né con la nappa o tovagliolo che copre il calice, né con quella con cui il sacerdote asciuga le proprie mani dopo la consacrazione.

L. DELLA PULIZIA DEGLI ORNAMENTI E DEL FATTO DI BRUCIARE RITUALMENTE GLI ORNAMENTI VECCHI

E quando i palli (palla e), ossia i corporali e i veli che sono gli ornamenti dell’altare, così come le cortine che circondano l’altare saranno sporchi, i diaconi con i bassi ufficiali della Chiesa, li laveranno in sagrestia e non fuori. Per lavare i veli che sono adibiti all’altare servirà una bacinella nuova. Ma si laveranno i palli, ossia i corporali, in un altro vaso. I veli delle porte o cortine che si tendono nelle chiese durante le feste e la Quaresima, saranno puliti in un’altra vasca. Ecco quello che fu stabilito durante il Concilio di Lerida (de conse. dist. IV.): che ogni chiesa abbia, per lavare i corporali e i palli dell’altare, dei vasi appropriati per questo e che non vengano adibiti ad altro uso, e nei quali nient’altro verrà lavato. Secondo lo stesso Clemente, se il pallio o i paramenti dell’altare, o gli ornamenti della dimora nella quale il sacerdote ha l’abitudine di offrire il sacrificio rivestito degli abiti sacri, o il candelabro o il velo, ossia le drapperie o la cortina che pende dietro all’altare giungono ad essere consumate dall’età, che le si bruci e che le loro ceneri siano gettate nel battistero, o nei cemento delle mura della chiesa, o negli interstizi dei pavimenti dove nessuno passa. E ricordate che questo viene fatto perché gli ornamenti della Chiesa sono benedetti.

Capitolo IV Delle campane

I. DEL NOME DELLE CAMPANE

Le campane (campanae) sono dei vasi di bronzo creati per la prima volta a Nola, città della Campania; per questo i più grandi fra questi vasi vengono chiamati campanae, campane appunto, dal paese della Campania, mentre i più piccoli o campanelle (nolae), nolane, dalla città che porta questo nome.

 

II. PERCHÉ SI SUONA LA CAMPANA?

Si benedice e si suona la campana affinché, attraverso il suono rimbombante che essa propaga, i fedeli siano animati tutti insieme a ricercare i beni eterni e le ricompense celesti, e perché la dedizione alla fede cresca dentro di loro. Si suona dunque la campana perché i frutti della terra, le anime e i corpi di quelli che credono, siano conservati e salvati, perché le armate dei nemici e tutti gli inganni del demonio siano scoperti e siano scacciati lontano, perché il frastuono dei temporali, la tempesta e gli uragani, l’impetuosità dei venti e del fulmine si plachino e si calmino, e perché il pericolo del tuono e il soffio dell’Aquilone si arrestino e siano sedati, perché lo spirito dei temporali e le potenze dell’aria vedano infrangersi il loro impero, e infine noi suoniamo la campana perché coloro che ne intendono il suono si rifugino nel seno della loro santa madre Chiesa, e si prosternino davanti allo stendardo della santa croce, in nome della quale ogni ginocchio si genuflette al cielo, sulla terra e negli inferi, ecc., tutte cose che si dicono al momento delle benedizioni delle campane

III. LA VIGILANZA PERMANENTE

Occorre sapere che le campane, che con il loro suono forte e brillante riuniscono il popolo nella chiesa per ascoltare e il clero per annunciare fin dal mattino la misericordia del Signore e la sua potenza durante la notte, rappresentano le trombe d’argento con le quali, nell’antica Legge, il popolo era convocato al sacrificio. Come le sentinelle nel campo sono tenute deste dalle trombe, così i ministri della Chiesa si difendono dal sonno con il suono delle campane allo scopo di vegliare tutta la notte contro le insidie del diavolo. Ma le nostre campane, o segnali (signa ) di bronzo sono più sonore delle trombe dell’antica Legge, perché allora Dio non era conosciuto che nella Giudea, mentre ora il suo nome si è diffuso nel mondo. Le nostre campane sono anche più dure e più forti, perché esse significano che la predicazione del Nuovo Testamento sarà più durevole che le trombe e i sacrifici dell’antica Legge, perché esse dureranno fino alla fine del mondo.

IV. I PREDICATORI

Le campane infatti rappresentano i predicatori che, seguendo l’esempio della campana, devono richiamare i fedeli alla fede; questa cosa è stata raffigurata da quel precetto che il Signore diede a Mosè, nel quale gli prescrisse di fare un vestito per il gran sacerdote guarnito di sessantadue campanelli che risuonavano allorquando il pontefice entrava nel Santo dei santi. Questo vaso rappresenta ancora la bocca del predicatore, secondo queste parole dell’apostolo: “Io sono diventato come bronzo che risuona e come un cembalo dal suono chiaro e acuto”.

V. UNA FORTE PAROLA

La durezza del metallo designa la forza nell’anima del predicatore, cosa che fa dire al Signore: ”Ti ho reso la fronte più dura della loro”. Il battaglio ossia il ferro che, percuotendo l’interno del vaso da una all’altra parte produce il suono, rappresenta la lingua del dottore, che è ornata dalla scienza e che fa risuonare l’uno e l’altro Testamento, l’Antico e il Nuovo, attraverso gli insegnamenti che la sua parola ne ricava.

 

VI. RETTIFICA E MODERAZIONE

Dunque il prelato, senza la scienza della predicazione, sarebbe come la campana senza il battaglio, secondo queste parole di san Gregorio: “Il sacerdote, se è ignorante della predicazione, quale grido potente emetterà? Sarà un banditore senza voce, sarà un cane muto che non può abbaiare”. E proprio il battaglio della campana indica che il predicatore deve innanzitutto colpire i vizi che sono in lui, correggendosi, e in seguito cominciare a riprendere quelli degli altri, per timore che, accostato alla dottrina dell’Apostolo, dopo aver predicato agli altri, non divenga a sua volta egli stesso da biasimare. Dio dice infatti al peccatore: “Perché proclami la mia giustizia, e rendi testimonianza di me attraverso la tua bocca?”. Sicuramente perché, con l’esempio delle sue azioni, il predicatore infiamma la maggior parte del tempo alla pratica del bene coloro che non può toccare e commuovere con l’erudizione della sua parola. L’ansala con la quale il battaglio è agganciato al vaso della campana, è la moderazione che tempera la lingua del predicatore e gli fa seguire in tutto l’ispirazione del cuore, nell’autorità della santa Scrittura.

VII. DELLE GIUNTURE DELLE CAMPANE

Il legno al quale la campana è sospesa rappresenta quello della croce del Signore, ed ecco perché si sospendono talvolta le campane nella parte più elevata del campanile, perché la croce è stata annunciata dai più antichi Padri. I sostegni che uniscono o inchiodano insieme le parti del mozzo sono le sentenze dei profeti. E il gancio di ferro che congiunge e unisce la campana al legno indica la carità, attraverso la quale il predicatore si glorifica di essere inchiodato in maniera indissolubile alla croce, affermando: “Lontano da me il pensiero di glorifìcarmi in altra cosa che non sia la croce di Nostro Signore”. La condotta o semicerchio, inchiodata al legno della campana e per mezzo della quale si mette la campana in oscillazione, significa l’animo retto e giusto del predicatore che, applicandosi ai divini comandamenti, li inculca nella mente dei fedeli, ripetendoli continuamente.

VIII. DELLA CORDA

La corda che pende dalla campana, e che serve per suonarla, è l’umiltà cioè la vita del predicatore; la corda indica così la misura e l’estensione della nostra stessa esistenza. Inoltre, siccome la corda comincia dal legno al quale è appesa la campana, e questo legno rappresenta la croce del Signore, essa designa ancora la santa Scrittura, che scende in linea diretta dal legno della santa croce. E ancora: come la stessa corda è composta da tre altre piccole corde, così la Scrittura è racchiusa in queste tre cose: la storia, l’allegoria e il senso morale. Dunque la corda che scende dal legno fino nella mano del sacerdote è la Scrittura che scaturisce dal mistero della croce alla bocca del predicatore. Ecco perché la corda scende fino alle mani di colui che suona la campana, perché la Scrittura deve passare fin dentro alle opere del predicatore, nella pratica degli insegnamenti che essa racchiude. L’elevazione e l’abbassamento della corda, quando si suona la campana, indicano ancora che la santa Scrittura parla talvolta di cose elevate e talvolta di cose basse, in altre parole che il predicatore dice alcune volte cose di alta levatura a causa di qualcuno dei suoi auditori, e talvolta, a causa di altri, discende molto in basso, secondo questa parola dell’apostolo: “O ci eleviamo a causa di Dio, o discendiamo a causa vostra”. Inoltre il sacerdote tira la corda in basso quando dalla contemplazione scende alla vita attiva, ma è egli stesso tirato in alto quando, attraverso la dottrina della Scrittura, si innalza nelle regioni della contemplazione. Tira la corda in basso, quando comprende la Scrittura alla lettera che uccide ed è innalzato in alto quando la esplica in senso spirituale. Di nuovo san Gregorio: “il sacerdote è tirato verso il basso e innalzato verso l’alto, quando riflette in se stesso e misura la profondità in cui è caduto a causa del peccato, e l’elevazione alla quale perviene facendo il bene”. Quando la corda viene tirata e la campana suona, il popolo si riunisce per ascoltare la spiegazione della santa Scrittura, il predicatore è ascoltato e il popolo è unito nell’unità della fede e della carità; per questo il prete, che si riconosce debitore della predicazione, non si sottrarrà al compito di mettere in oscillazione le campane, giacché i figli di Aronne facevano risuonare le trombe. Quindi agita la corda, colui che per questo ministero convoca i fratelli o il popolo. L’anello attaccato all’estremità della corda e con il quale nella maggior parte dei paesi si tira la corda, è la corona della ricompensa e la perseveranza finale nel servizio di Dio; è ancora la divina Scrittura stessa. Il Papa Savinio stabilì che le ore del giorno fossero suonate dalle chiese.

IX. SUONARE LE ORE

Osservate come per gli Uffici Divini si suoni ordinariamente dodici volte la campana, nelle dodici ore del giorno, esattamente in questo modo: alla prima ora del giorno un colpo, così come anche all’ultima, perché tutto viene da un solo Dio, che sarà sempre lo stesso, tutto nel tutto. All’ora terza si suonano tre tocchi, per la seconda, la terza e la quarta che sono comprese in questa parte dell’Ufficio. Allo stesso modo, alla sesta, si suona tre volte per le tre ore che seguono, ossia la quinta la sesta e la settima. Ancora così alla nona, quando risuonano i tre colpi per le stesse ragioni. Ma al vespro, che è l’ora nona, non si suona un solo colpo, bensì un gran numero di volte perché, al tempo della grazia, la predicazione degli apostoli è stata moltiplicata. Anche nella notte, al mattutino, si suona parecchio, perché il predicatore deve sempre gridare: “Risvegliati, tu che dormi, e alzati dai morti”.

X. SCAMPANII NOTTURNI

In generale, tuttavia, si suona tre volte ai notturni; prima con la raganella (squilla), che rappresenta Paolo e la sua predicazione penetrante. Il secondo scampanio rappresenta Barnaba, che fu associato nell’apostolato. Il terzo mostra che avendo i giudei rifiutato il Verbo di Dio e la sua parola, gli apostoli si rivolsero ai gentili, che istruirono alla fede della Trinità attraverso gli insegnamenti dei quattro Vangeli, il che fa sì che in alcune chiese si suoni ancora quattro volte.

XI. CAMPANELLE E CAMPANELLI

Ricordiamoci che esistono sei generi di campanelli o campanelle (tintinnabulorum) con i quali si suona nella chiesa, ossia: la raganella (squilla), il cembalo (cymbalum), la campanella (nola), il campanellino (nolula) o il doppio timbro (seu dupla campana). E con la raganella che si dà il segnale del pasto nella sala da pranzo o refettorio. Il cembalo risuona nel chiostro, la campanella nel coro, il campanellino o doppio timbro, nell’orologio; la campana si trova nella torre campanaria o nell’alto del campanile. La campana grossa (signum), o campanone, nella torre. Tuttavia, quale che sia il genere di segnale, può essere generalmente chiamato col nome di campana (tintinnabulum). Si designano le campane con nomi differenti, perché i. predicatori che esse rappresentano sono obbligati e tenuti a molti compiti.

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XII. REGOLE PER SUONARE LE CAMPANE

Per tutta la durata dei sessanta giorni (Septuagesima) nei quali è compresa la santa quarantena della Quaresima fino ai giorni feriali, non si devono suonare le campane a distesa (compulsari), né dall’alto verso il basso (depulsari), ma occorre farle rintoccare (simpulsari), ossia suonarle semplicemente (simpliciter pulsari) alle ore del giorno e al mattutino. Tuttavia nelle chiese ben organizzate (bene ordinatis), si suona due volte alla prima, innanzitutto per richiamare il popolo e in secondo luogo per iniziare l’Ufficio. Alla terza tre volte (secondo il numero di ore che comprende questo Ufficio come si è già detto precedentemente), una per chiamare il popolo, un’altra per riunirlo nella chiesa, la terza per iniziare. La medesima cosa si fa alla sesta e alla nona e si fanno rintoccare le campane nel medesimo ordine al mattutino. Alla Messa e al vespro invece, si suona con due sole campane; e nelle chiese più piccole o minori, si deve solo rintoccare, secondo quello che si è detto più sopra, e questo deve essere osservato durante i giorni lavorativi (feriis). La domenica invece, e i giorni solenni, si suona a gran distesa (compulsatur), come negli altri momenti. Questo perché i predicatori, rappresentati dalle campane, sono in maggior numero nei giorni della grazia, e pregano a tempo e a controtempo; durante le feste (festis) che appartengono alla grazia, si suonano le campane con più frastuono e di modo che risuonino più a lungo, per risvegliare coloro che dormono e coloro che sono ubriachi (ebriosos) affinché essi non dormano oltre misura. Si usa anche la suonata a gran distesa quando si canta (Te Deum laudamus): “Ti lodiamo o Dio”.

XIII. SCAMPANIO A MORTO

Quando qualcuno muore si devono suonare le campane affinché il popolo, intendendone il suono, preghi per lui. Si suona due volte per una donna, perché essa ha trovato sulla terra il dolore e· il disprezzo. Prima di tutto perché essa ha reso l’uomo nemico di Dio, e in secondo luogo perché essa non fu benedetta nella sua posterità. Si suona invece tre volte per un uomo perché innanzitutto la Trinità si è espressa nell’uomo; infatti Adamo fu plasmato con la terra, da Adamo fu in seguito creata la donna ed infine l’uomo fu generato dall’uno e dall’altra ed esiste quindi in ciò una Trinità. Se si trattasse di un chierico, si rintoccherà tante volte quanti sono stati gli ordini che esso aveva ricevuto. In ultimo luogo, si deve suonare a gran distesa con tutte le campane, affinché il popolo sappia per chi si deve pregare. La campana deve essere suonata a gran distesa anche quando noi conduciamo la salma alla chiesa, e quando la si porta dalla chiesa alla sepoltura.

XIV. LE CAMPANE SCACCIANO I DEMONI

Per il resto, si suonano le campane durante le processioni, affinché i demoni, che temono il loro suono, fuggano. Essi infatti sono colti dallo spavento sentendo le trombe della Chiesa militante, ossia le campane, come ogni tiranno trema quando sente nel suo reame le trombe di qualche potente re, suo particolare nemico.

XV. DEL SILENZIO DELLE CAMPANE

E’ ncora per questo che la Chiesa vedendo alzarsi il temporale, uona le campane affinché i demoni, ascoltando le rombe del re eterno, ossia le campane, fuggano spaventati e on facciano scoppiare la tempesta, ma anche perché i fedeli, ol suono della campana, siano avvertiti del pericolo che li inaccia e invitati ad applicarsi assiduamente alla preghiera. e campane rimangono silenziose nei tre giorni precedenti l Pasqua. Anche nel periodo dell’Interdizione, le campane tacciono perché spesso, a causa del peccato di coloro i cui essi hanno il carico, la lingua dei predicatori si gela ella loro bocca, secondo queste parole del profeta: Attaccherò la tua lingua al tuo palato, perché la casa, cioè il popolo, è fuori di lui, ossia disobbediente”.

Capitolo V

Del cimitero e degli altri luoghi santi consacrati dalla religione. Parliamo ora del cimitero e degli altri luoghi santi e consacrati dalla religione. Fra i luoghi venerabili, alcuni sono consacrati ai bisogni dell’uomo, altri invece sono dedicati alla preghiera.

I. LUOGHI PROFANI

I luoghi consacrati ai bisogni dell’uomo sono la casa per ricevere gli estranei (zenodochium), l’ospedale (zenostorium),che ha la medesima destinazione, la farmacia (vasochonium), l’ospizio per gli anziani (ierontochonium), la dimora degli orfanelli (orphanatrophium), e quella per i soldati feriti (belphotrophium). I santi Padri e i principi religiosi hanno stabilito dei luoghi di questo genere nei quali i poveri, gli stranieri, i pellegrini, gli anziani, gli orfani e i lattanti, gli eremiti, gli infermi, i malati e i feriti siano ricevuti e assistiti. Sottolineiamo che la parola greca geron si traduce in latino senex, anziano. Fra i luoghi destinati alla preghiera, taluni sono sacri, altri sono santi ed altri ancora sono infine consacrati dalla religione.

II. LUOGHI SACRI

I luoghi sacri (sacra) sono quelli che vengono dedicati attraverso cerimonie appropriate dalle mani del pontefice, e che sono stati santificati da Dio; essi vengono chiamati con nomidifferenti, come è stato già detto prima nel capitolo riguardante la Chiesa. Vengono chiamati santi (sancta) i luoghi franchi e i privilegi assegnati ai servitori e ai ministri della Chiesa: è interdetto a chiunque, con minaccia di punizione certa, di osare violarli o di attentare al loro diritto e privilegio speciale; vi si annoverano l’atrio delle chiese e, in alcuni luoghi, i chiostri che sono nelle case dei canonici e dei regolari (canonicorum ), nei quali ogni sicurezza è accordata agli uomini colpevoli di qualche crimine, qualsiasi esso sia; essi infatti, fuggendo dagli inseguimenti della giustizia, vi si rifugiano, e questo accade in virtù degli ordini del re.

III. LUOGHI DI SEPOLTURA

I luoghi consacrati dalla religione (religiosa) sono quelli dove il cadavere intero di un uomo, e anche solo la sua testa, è seppellito, giacché una persona non può avere due sepolture. Il corpo, o qualche membro, posato a terra senza testa, non costituisce un luogo consacrato dalla religione. A termini di legge, il cadavere di un ebreo o di un gentile, oppure di un bambino che non è ancora battezzato, rende religioso il luogo nel quale esso è stato sepolto; tuttavia secondo la religione cristiana e la dottrina canonica, il cadavere del cristiano solamente rende e costituisce il luogo religioso. E ricordiamoci che tutto quello che è sacro è religioso, ma non il contrario. Per il resto, questo luogo è chiamato luogo religioso in diverse maniere: cimitero (coemeterium) per esempio, polyandrium o andropolis (città degli uomini), che è la stessa cosa. Ancora, la tomba (sepulchrum) è chiamata mausoleo(mausoleum), la medesima cosa appunto; dormitorio (dormitorium), tumulo (tumulus), monumento (monumentum), prigione (ergastulum), sarcofago (sarcophagus), piramide (pyramis), tomba (bustum), urna (urna), e caverna o cripta (spelunca).

IV. DEL CIMITERO

Cimitero (coemeterium) prende il suo nome da cimen (dolce) e sterion, riposo, perché in quel luogo riposano dolcemente le ossa dei morti, attendendo l’avvento del Salvatore, o anche perché lì si trovano le cimici, ossia dei vermi fetidi oltre misura.

V. DEL POLYANDRION

Polyandrion vuole in qualche maniera significare pollutum autrum, un antro sudicio, a causa dei cadaveri degli uomini che vi sono sepolti. Oppure si intende per polyandrion la moltitudine degli uomini, perché polu significa la pluralità e andros gli uomini e, in questo senso, è il vero nome del cimitero, a causa della moltitudine degli uomini che vi sono seppelliti. Lo si chiama anche andropolis (andropolis) città degli uomini, che ha il medesimo significato.

VI. DEL SEPOLCRO

La parola sepolcro (sepulchrum) vuole in qualche modo dire sine pulsu, senza polso, perché colui che vi viene sepolto è privo di polso, o ancora meglio, il luogo dove sono rinchiuse le ossa.

 

VII. DEL MAUSOLEO

Il mausoleo (mausoleum) è così chiamato da un uomo (a quodam) di nome Mausolo, che fu ricco, potente e assai amato dalla sua sposa Artemisia, amato a tal punto che ella dopo la sua morte fece costruire un sepolcro magnifico che chiamò Mausoleo, in onore al suo sposo. Da ciò è rimasto il costume di dare il nome di mausoleo ad ogni sepoltura costruita con magnificenza.

VIII. DEL DORMITORIO, DEL TUMULO, DEL MONUMENTO E DELLA PRIGIONE

Il dormitorio (dormitorium) prende il suo nome da dormiendo, dormire, perché là riposano i corpi dei santi che muoiono nel Signore. Tumulus, tumulo, è come dire terra rigonfia, tumens tellus, perché dopo che l’uomo è stato messo in terra il suolo al di sopra del corpo viene leggermente elevato per segnalare il posto. Monumento (monumentum) è cosi chiamato perché la sua vista commuove l’anima (movet mentem) di chiunque lo consideri, e gli fa ricordare che egli è cenere e cenere tornerà. Prigione (ergastulum) viene da ergon, frutta, campagna o da ergasia lavoro, cura, fatica, lucro e riposo, ossia rilassamento, perché là riposano i corpi di coloro che muoiono nel Signore, da cui deriva questa parola: “Beati coloro che muoiono nel Signore, ecc.”.

IX. DEL SARCOFAGO E DELLA PIRAMIDE

Sarkophagos , sarcofago, deriva da sar, sarkos, carne e da phagein, mangiare, perché la carne vi è mangiata, in altre parole consumata. Piramide (pyramis) deriva da pur, fuoco, perché vi erano conservati i corpi bruciati dal fuoco e ridotti in cenere o perché, come il fuoco è alla sua base largo e si innalza a punta, così fa anche la piramide; si tratta di una sorta di sepoltura assai alta, come quella che si trova a Roma e nella quale furono deposte le ceneri di Giulio Cesare, che il popolo chiama per corruzione la guglia di san Pietro (actus sancti Petri), mentre essa dovrebbe invece essere chiamata Julia, o di Julius. Cesare fece elevare una piramide simile nei pressi di Tours, non lontano dalla riva della Loira e vi depose all’interno le ceneri di un guerriero (cujusdem militis) suo amico, ucciso in un combattimento.

X. DELLA TOMBA E DELL’URNA

La tomba (bustum) ha tratto il suo nome da ciò che conteneva, perché vi si seppellivano i busti (busta), o corpi umani. L’urna è così chiamata per l’antichissimo (antiquitus) uso di bruciare i corpi su di un rogo e di conservarne le ceneri riunite in urne di terra. La caverna, o cripta (spelunca), è talvolta chiamata doppia (duplex).

 

XI. DELLE CAVERNE COME CIMITERI

Si narra che l’origine del cimitero risalga ad Abramo che comprò un campo nei pressi di Ebron, nel quale si trovava una doppia caverna dove furono sepolti egli stesso con Sara e Isacco, Giacobbe, Adamo ed Eva, campo che egli acquistò allo scopo di servirsene come sepoltura per sé e per suoi familiari. Si trovava qui appunto una doppia caverna, perché era uso seppellire due persone una vicina all’altra: per esempio il marito con la moglie, oppure in una i maschi e nell’altra le femmine; oppure questa doppia caverna era fatta a guisa di sedia, ed in ciascuno dei suoi lati si seppellivano tutti i membri di una famiglia, cosa che fece dire a Girolamo che i tre patriarchi furono sepolti nella città di Ebron e in una caverna doppia con le loro tre spose, sepolti in qualche maniera seduti; la parte superiore della caverna, che prendeva il tronco al di sopra delle reni, era chiamata prima caverna, mentre la parte bassa, che prendeva i piedi, le gambe e le cosce, era detta seconda caverna.

XII. CHI DEVE ESSERE INTERRATO NELLA CHIESA E ATTORNO ALLA CHIESA

Non tutti devono essere indiscriminatamente sepolti all’interno della chiesa, perché essa in effetti non è un luogo di sepoltura, al di fuori delle sepolture sacre. Siccome Lucifero fu gettato dall’alto del cielo e Adamo gettato fuori dal paradiso, quali luoghi sono loro più adatti di quelli che occupano, ossia per il demonio l’inferno e per l’uomo la terra? Lo stesso Gioab fu ucciso nel Tabernacolo e Giobbe trionfò sulle sue ceneri. Dimostra infatti la storia, come sia pericoloso che un peccatore indegno sia sepolto in una chiesa. Si legge nel Dialogo del beato Gregorio, libro IV, capitolo 56, che un uomo macchiato da ogni dissolutezza era stato interrato nella chiesa del beato Faustino da Brescia e che, la notte stessa, il beato Faustino apparve al guardiano di questa chiesa, dicendogli: “Riferisci al vescovo di gettare fuori dalla chiesa queste carni fetide che egli ha posto in questo luogo, altrimenti egli morirà entro trenta giorni”. Ma il guardiano ebbe paura di dire tutto questo al vescovo, e il vescovo morì improvvisamente il trentesimo giorno. Si legge ancora allo stesso riguardo, capitolo XL VII, l’episodio di un altro uomo che fu sepolto in una chiesa e il cui cadavere fu in seguito trovato fuori, mentre il sudario rimase al suo posto. Sant’Agostino dice (XII q. II et cap. seq.): “Coloro sui quali pesano i grandi peccati, se per caso si fanno seppellire in luoghi sacri, dovranno per di più essere giudicati a causa della loro presunzione, perché i luoghi sacri non li liberano, anzi l’errore della loro temerarietà li accusa”. Quindi nessun corpo deve essere interrato nella chiesa, o presso l’altare dove il corpo e il sangue del Signore sono preparati e offerti, a meno che non si tratti del corpo dei santi Padri che si chiamano patroni, cioè difensori i quali, per i loro meriti, difendono la loro patria, e i vescovi e gli abati e i sacerdoti degni di questo nome, come pure i laici di grande santità; ma tutti devono essere seppelliti intorno alla chiesa, per esempio nel vestibolo o nel portico, o nel capitolo o sotto le volte che sono attigue alla chiesa all’esterno (le fosse), oppure nel cimitero, come si vede nel canone proecipimus e in quest’altro: Non aestimemus. Qualcuno afferma che uno spazio di trenta piedi di circonferenza attorno alla Chiesa deve essere consacrato alla sepoltura dei morti. Altri invece dicono che è sufficiente per questo il solo cerchio che percorre il vescovo consacrando la chiesa. Sant’Agostino dice nel libro Della cura che si deve avere per la sepoltura dei morti (De cura pro mortibus agenda), verso la fine, che seppellire un uomo accanto a dei monumenti innalzati alla memoria dei martiri, serve al morto perché attraverso la raccomandazione che si fa al patrocinio dei martiri, l’affezione che il santo testimone di Dio concepirà per lui aumenterà il numero delle preghiere e darà forza alle suppliche che si indirizzeranno a Dio in suo favore.

XIII. DOVE SI DEVONO SEPPELLIRE GLI UOMINI

Anticamente (antiquitus) era usanza interrare gli uomini nelle loro case, ma a causa del fetore dei cadaveri fu stabilito che essi avrebbero dovuto avere sepoltura fuori dalle città e si consacrò a questo scopo un luogo comune santificato dalla religione. I nobili venivano sotterrati sulle montagne, al centro, alla loro base o presso di esse. Per il resto, se qualcuno viene ucciso durante un assedio, e non si potesse ricoverarlo in un cimitero, lo si seppellirà ove si potrà. Se un commerciante o uno straniero muore in mare, nel caso in cui la terra sia prossima verrà sepolto lì, mentre se il porto è lontano lo si seppellisca in qualche isola vicina. Se non si vede affatto la terra, gli si costruirà una cassa (domuncola) di assi, nel caso se ne possano trovare, e lo si getterà in mare.

XIV. CHI PUÒ ESSERE SEPOLTO NEL CIMITERO CRISTIANO

Si deve seppellire nel cimitero dei cristiani esclusivamente un cristiano battezzato e non qualsivoglia cristiano, come per esempio un uomo ucciso da un maleficio, perché il maleficio è un peccato mortale, o adultero, o un ladro, o dedito ai giochi pagani, a eccezione tuttavia del torneo; non si devono collocare nel cimitero che i laici di grande santità. Per questo motivo, nel caso in cui si trovasse un uomo morto lo si seppellirà, nel dubbio della causa della morte, dove egli si trova. E se qualcuno muore improvvisamente mentre si dedicava ai giochi in uso, come per esempio a quello della palla o alle bocce (ludo pilae), può essere comunque sepolto nel cimitero, perché egli non pensava di far del male a nessuno. Ma siccome egli era occupato nei divertimenti di questo mondo, qualcuno afferma che deve essere sepolto senza il canto dei salmi e senza le altre cerimonie funebri. Se qualcuno istiga un altro a litigare e a battersi, ed arriva a morire impenitente, e senza chiedere il prete, non deve essere messo nel cimitero, come alcuni dicono, esattamente come quelli che si danno morte con le proprie mani; fa eccezione il caso in cui fosse morto per respingere la violenza fatta al suo patrimonio o a quello dei suoi familiari, purché sia tuttavia penitente e abbia riconosciuto i suoi peccati. Nel caso in cui un uomo muoia improvvisamente, senza alcuna causa manifesta, ma per il solo volere di Dio, può essere sepolto nel cimitero, perché il giusto, in qualsiasi momento egli esca dalla vita, è salvo, soprattutto se nel momento in cui il Signore lo ha preso si stava occupando di cose permesse. Il cimitero e l’Ufficio dei morti sono accordati senza ostacolo al difensore della giustizia e ai guerrieri morti durante una guerra i cui motivi erano secondo equità; tuttavia, non si portano in chiesa coloro che sono stati uccisi, per paura che. il loro sangue macchi il pavimento del tempio di Dio. Se un uomo che ritorna da una casa di tolleranza, o da qualche luogo ove egli abbia fornicato, viene ucciso durante il cammino o, fermandosi per qualsiasi motivo, muore, non sarà sepolto in un cimitero comune; questo se si potrà provare in maniera precisa che aveva fornicato, e se non si è potuto stabilire che dopo si sia confessato o abbia avuto la contrizione del suo peccato, nel caso contrario deve essere sepolto.

XV. DI UNA DONNA CHE MUORE DI PARTO

Una donna che muore dando alla luce un figlio non deve essere portata in chiesa, come sostengono alcuni, per paura che il pavimento sia sporcato dal suo sangue, ma se ne dovrebbero fare gli ossequi fuori dalla chiesa, dopo di che può avvenire la sepoltura in cimitero; questo però non è giusto perché la sua pena allora diventerebbe il suo errore. È dunque permesso portarla nella chiesa, facendo attenzione tuttavia che il tempio del Signore non sia sporcato dal flusso (maculis) del corpo e usando grande attenzione perché questo non si verifichi.

XVI. DEI BAMBINI NATI MORTI

Per quanto riguarda il bambino uscito morto dal ventre della madre, e non battezzato, esso sarà interrato fuori dal cimitero. Alcuni tuttavia sostengono che il frutto (partus) dovrebbe far parte delle viscere.

XVII. DELLA COPPIA E DEI PENTITI

Il marito e la moglie devono essere messi nella stessa tomba, sull’esempio di Abramo e Sara, che non scelsero una sepoltura particolare. Ecco perché Tobia raccomandò a suo figlio che la madre, quando avesse visto la fine dei propri giorni, fosse deposta nello stesso sepolcro insieme con lui. Ugualmente, tutte le persone devono essere sepolte nella tomba del proprio padre, a meno che uno non abbia scelto personalmente la sua sepoltura altrove. Nel Concilio di Mayence, è stato stabilito che coloro che sono sospesi dalla comunione dei fedeli (suspensi), ossia coloro che, per i propri peccati, subiscono la più grande punizione, se si sono confessati, o hanno desiderato farlo, e si sono comunicati, possono essere sepolti nel cimitero, e si possono anche fare offerte e celebrare delle messe in loro favore.

XVIII. DELLA DEDICAZIONE DI UNA CHIESA

Abbiamo già, nel corso di quest’opera, descritto una chiesa materiale e l’altare; ci resta ora da esaminare la sua dedicazione, e prima ancora dell’origine di questa cerimonia che risale all’antica Legge. Mosè, eseguendo l’ordine del Signore, costruì il tabernacolo nel quale si trovavano la tavola dei pani della proposizione, l’altare e i vasi di rame e altre cose destinate al servizio divino. Quindi egli lo consacrò con le sue preghiere, e unse ogni cosa con gli oli santi, secondo il volere di Dio, che insegnò a Mosè a preparare il santo crisma che doveva servire a questa occorrenza. Salomone, figlio di David, avendo terminato il tempio e il suo altare, consacrò allo stesso modo tutte le cose che mancavano allora al culto, come è detto nel terzo libro dei Re. Vediamo ancora che i l re Nabuccodonosor riunì tutti i suoi satrapi, i grandi del suo regno e i governatori delle sue provincie, per assistere alla dedicazione dell’idolo d’oro che egli aveva fatto. Era costume fra i giudei, come ci insegna Burchard, di consacrare a Dio, attraverso delle preghiere solenni, i luoghi nei quali essi sacrificavano al Signore, e non fu loro pennesso di offrire altrove i loro doni e le loro offerte. Se questa era la pratica di coloro che erano schiavi sotto la Legge, a maggior ragione dobbiamo farlo noi, a cui la verità è stata rivelata, poiché la grazia e la verità ci sono arrivate attraverso Gesù Cristo. È a noi soprattutto che spetta di costruire templi al Signore, di ornarli con cura, e in seguito di fare la solenne dedicazione (secondo la regola di Papa Felice III) con preghiere e unzioni sante che si applicano ugualmente agli altari, ai vasi e agli abiti sacerdotali destinati alla celebrazione dei misteri divini.Alcuni giudei della città di Beirut in Asia Minore calpestarono l’immagine del Salvatore crocifisso. Essi portarono l’empietà fino al punto di squarciargli il fianco, da cui uscirono,come già sul Calvario, del sangue e dell’acqua. I giudei furono sconvolti da questo prodigio, e più ancora quando essi videro che tutti quelli che fra loro erano ammalati e ai quali fu applicato il sangue si risollevarono dalle loro infermità. Abbracciarono tutti la fede in Cristo, si fecero battezzare e ‘ trasformarono le loro sinagoghe in chiese. E da allora che si usa consacrare una chiesa. Prima di quell’epoca solamente gli altari erano consacrati, ed è pure in memoria di questo miracolo che la Chiesa ricorda la passione del Salvatore, il quinto giorno prima delle calende di dicembre, e questo è anche il motivo per cui la chiesa di Beirut fu dedicata al Salvatore. Si conserva anche in un vaso una piccola quantità di questo sangue miracoloso, e una festa solenne viene celebrata nel giorno dell’anniversario.Solamente il vescovo può consacrare le chiese e gli altari, perché egli è l’immagine e il tipo del vescovo per eccellenza, che è Gesù Cristo, senza il quale noi non sapremo costruire nulla di stabile, come ha detto lui stesso: “Senza di me non potete nulla”. E .il salmista ci insegna “che se il Signore stesso non costruisce la casa, è invano che si lavora”. Il Concilio di Cartagine impedisce ai preti, e a tutti coloro di un ordine inferiore al vescovo, di svolgere cerimonie di dedicazione. Le ragioni per consacrare una chiesa sono cinque. La prima è per liberarla interamente dalla potenza del demonio. San Gregorio racconta nel dialogo del suo terzo libro che mentre in una certa chiesa che apparteneva a degli ariani, e che era stata restituita al culto ortodosso, il vescovo si disponeva alla dedicazione, e mentre le reliquie di san Sebastiano e sant’Agata stavano per esservi trasferite, il popolo riunito per la cerimonia vide improvvisamente apparire un animale immondo che correva qua e là nella chiesa, per poi uscire bruscamente dalla porta e sparire completamente, con loro grandissimo stupore. Il Signore volle indicare con questo prodigio che lo spirito impuro era uscito da quei luoghi. La notte seguente, si sentì un gran rumore sui tetti della suddetta chiesa. La seconda notte il baccano fu ancora più spaventoso. Infine, la terza notte, si sarebbe detto che l’edificio stesse crollando dall’alto al basso, ma di colpo la calma si ristabilì, e l’antico nemico non turbò più il luogo santo. In secondo luogo, la chiesa, per la sua dedicazione, diventa luogo di rifugio per tutti coloro che sono inseguiti dalla giustizia umana. Gioab corse al tabernacolo e si strinse all’angolo dell’altare. La terza ragione sta nel fatto che la chiesa è consacrata affinché vi si possano offrire delle preghiere, come lo esprime l’orazione seguente della Messa della Dedicazione: “Fate, Signore, che tutti quelli che saranno qui riuniti per pregare, possano ottenere, quali che siano le loro prove, l’effetto delle vostre consolazioni”. Così pregò Salomone alla dedicazione del tempio di Gerusalemme. In quarto luogo, la chiesa è consacrata affinché vi si possa offrire un sacrificio di lode, cosa di cui abbiamo trattato sotto la voce Chiesa. Quinta e ultima ragione, perché vi si possano amministrare i sacramenti della Chiesa, ed è per questo che la chiesa prende il nome di tabernacolo o albergo di Dio, nel quale i misteri divini sono contenuti e amministrati. Parleremo ora della maniera di fare una dedicazione. Ogni persona deve essere uscita dalla .chiesa, salvo un solo diacono, mentre il vescovo e il suo clero rimangono davanti alla posta esterna e cominciano a benedire con l’acqua mescolata al sale. Contemporaneamente dodici lampade sono accese all’interno dell’edificio, davanti alle dodici croci che sono dipinte sul muro. In seguito il vescovo, seguito dal clero e dai fedeli, fa il giro della chiesa aspergendo i muri esterni con un ramo di issopo in tinto nell’acqua benedetta. Ogni volta che arriva alla porta, batte la soglia con il suo pastorale dicendo: “Levatevi, o porte, ecc.”. Il diacono dall’interno risponde: “Chi è il Re della gloria?”, il pontefice continua: “Il Signore delle armate, ecc. “. La terza volta la porta viene però aperta, e il vescovo entra accompagnato solamente da qualcuno dei suoi ministri, il clero e i fedeli rimangono fuori; egli dice: “La pace sia in questa casa”. Da questo momento iniziano le litanie. Una croce viene tracciata sul pavimento della chiesa con della sabbia e della cenere, sulla quale vengono segnate tutte le lettere dell’alfabeto latino e greco. Il vescovo benedice ancora dell’acqua mescolata a sale, ceneri e vino, e dedica in seguito l’altare. Alla fine unge con il santo crisma le dodici croci che sono dipinte sul muro. Non si può dubitare che le cose rappresentate qui con dei segni sensibili sono prodotte invisibilmente nell’animo, che è il tempio del vero Dio. La fede pone le fondamenta, la speranza eleva l’edificio e la carità vi passa l’ultima mano, perché la Chiesa cattolica stessa, costruita da molte pietre viventi, è il tempio del Signore. Di tutti i suoi diversi templi essa non ne ‘ fa che uno, perché uno è Dio e una è la fede. E necessario dunque che la casa sia dedicata, e che l’animo sia santificato. La dedicazione di una chiesa ha una doppia simbologia: da una parte ella significa che l’edificio materiale è consacrato esclusivamente al servizio di Dio, ed essa è così l’emblema del fidanzamento spirituale dell’anima fedele; infatti una chiesa non dedicata è come una vergine promessa in matrimonio, ma che attende la sua dote per unirsi al suo sposo. Attraverso la dedicazione la Chiesa è fornita di dote e diviene la vera sposa di Gesù Cristo; profanarla sarebbe dunque un sacrilegio. Parleremo ora della benedizione dell’acqua. Il Signore ha detto: “A meno che l’uomo non rinasca dall’acqua e dallo Spirito, non saprà entrare nel regno dei cieli”. Piacque al Signore assegnare una grande virtù all’acqua poiché essa, come lava il corpo da ogni impurità, purifica anche l’anima da ogni peccato. È molto evidente che l’aspersione dell’acqua durante la dedicazione di una chiesa è un simbolo del battesimo. La chiesa viene così in qualche modo battezzata, poiché essa è il simbolo della Chiesa che è contenuta nelle sue ‘ mura, ossia la moltitudine dei fedeli. E chiamata chiesa perché essa contiene i cristiani, il contenitore rappresenta la cosa contenuta. La tripla aspersione con l’issopo e l’acqua benedetta che si fa all’interno e all’esterno della chiesa, rappresenta la tripla immersione nel battesimo. Si fa per tre ragioni. Prima di tutto, per cacciare gli spiriti maligni. L’acqua benedetta possiede infatti la virtù assai particolare di allontanare il demonio, che acquisisce attraverso le parole dell’esorcismo, quando noi diciamo: “Che quest’acqua sia esorcizzata, affinché il nemico sia messo in fuga e che la sua potenza sia annientata”. In secondo luogo per purificare la chiesa da ogni lordura, perché tutte le cose terrestri sono state corrotte dal peccato. Per questo nell’antica Legge tutto è stato purificato dall’acqua. Da ultimo, l’aspersione dell’acqua che fa il vescovo girando intorno alla chiesa, significa che il Signore veglia sui suoi e ha messo sotto la custodia dei suoi angeli coloro che lo temono. Le tre risposte che si cantano nello stesso tempo rappresentano per noi la gioia che è scoppiata nei tre secoli della fede rappresentati da Noè, Daniele e Giobbe. L’aspersione avviene sull’alto, al centro e nel basso delle mura, per indicare la tripla effusione della fede, della speranza e della carità, con l’invocazione dello Spirito divino. Il triplo circuito che fa il vescovo attorno alle mura durante l’aspersione, indica il triplo tragitto del Salvatore per la santificazione della sua Chiesa. Egli è sceso prima dal cielo in terra poi dalla terra agli inferi, per poi risalire in seguito in cielo. Il triplo circuito indica anche che la chiesa è dedicata ‘ in onore della santa Trinità. E ancora l’emblema dei tre stati nella Chiesa, quello delle vergini, dei continenti e delle persone sposate. I tre colpi che sono battuti sulla soglia della porta ci dicono che il Cristo si è riservato un triplice diritto di entrare nella sua Chiesa. È a lui che essa deve la sua creazione, la sua redenzione e la sua futura glorificazione, perché il vescovo rappresenta Gesù Cristo e il suo bastone pastorale è l’emblema della sua potenza. Inoltre, il triplice colpo dato con il pastorale episcopale rappresenta la predicazione del Vangelo, perché il bastone pastorale altro non è che la parola divina, secondo queste parole di Isaia: “Colpirà la terra con il suo pastorale, cioè con la sua parola”. Le porte sono il simbolo delle nostre orecchie, che ricevono questa parola della predicazione. Il salmista dice: “Fatemi risalire dalle porte della morte affinché io canti le vostre lodi alle porte della figlia di Sion”. Quali sono le porte della figlia di Sion se non le orecchie dei fedeli? E il triplice colpo, seguito dall’apertura delle porte, significa l’ingresso dei gentili nella Chiesa con la predicazione dei pastori, perché le porte della giustizia si apriranno davanti a loro per lasciar entrare tutti coloro che vengono a rendere testimonianza alla verità. “Apritemi”, dice il salmista, “le porte della giustizia, io entrerò per lodare il Signore”. “Ecco la porta del Signore, i giusti vi entreranno”. Il vescovo battendo il soglio aggiunge: “Alzatevi, o principi”, ossia spiriti maligni, o piuttosto: “Alzatevi, o uomini, e che i vostri peccati fuggano davanti a voi, che i vostri cuori si aprano alla giustizia”. Il diacono che domanda dall’interno della chiesa: “Chi è il Re di gloria?” rappresenta il popolo ignorante che non conosce questo Re di gloria. Il numero tre, essendo quello più usato e più sacro, deve essere impiegato esclusivamente in tutte le dedicazioni, perché l’invocazione della santa Trinità accompagna tutte le cerimonie della Chiesa. Il vescovo entra allora nella chiesa attraverso la porta che gli viene aperta. Se egli compie degnamente il compito della sua missione, niente potrà resistergli: “Signore, chi resisterà ‘ alla tua potenza?”. E accompagnato da due o tre dei suoi ministri perché, dice il Vangelo, “la testimonianza di due persone è degna di fede”, e questi attesteranno la verità di tutte le parole della dedicazione. Il vescovo dice entrando: “Che la pace sia in questa casa e con coloro che la abitano”. Così Gesù Cristo ha riconciliato il mondo con suo Padre. Allora si dicono le litanie, e il vescovo, prostrato, prega per la santificazione della casa di Dio. Il Cristo si è umiliato nella sua passione, e pregò per i suoi discepoli, dicendo: “Padre mio, che siano santificati nel vostro nome”. Il prelato rialzandosi continua le sue orazioni senza benedizione, omettendo queste parole: “Il Signore sia con voi”, perché la chiesa non è battezzata, se è lecito esprimersi in questo modo. Questo saluto non si indirizza ai catecumeni, quantunque si preghi per loro. Il clero che canta le litanie rappresenta gli apostoli che intercedono presso Dio per la salvezza della Chiesa e delle anime affidate alle sue cure. L’alfabeto è scritto sul pavimento della chiesa nel seguente modo: una croce è indicata con delle ceneri e della sabbia; su questa un’altra croce è tracciata con il bastone pastorale: essa è composta dalle lettere dell’alfabeto greco e latino, ma non dall’ebraico, perché i giudei hanno rinunciato alla fede. Questo doppio alfabeto significa tre cose. Prima di tutto l’unione dei due popoli (i giudei e i gentili) attraverso la fede, che è stata effettuata dalla croce di Cristo, di cui Giacobbe ci ha offerto il modello quando benedice i suoi figli incrociando le sue mani. Uno dei bracci della croce si estende dall’angolo sinistro della parte orientale della chiesa fino all’angolo destro della parte occidentale; l’altro si estende dall’angolo destro della parte orientale fino all’angolo sinistro della parte occidentale, per indicare che il popolo che si trovava un tempo nella parte destra è ora passato in quella sinistra, che i primi sono divenuti gli ultimi, e gli ultimi i primi, per la potenza della croce; Gesù Cristo, infatti, allontanandosi dall’Oriente, lasciò a sinistra i giudei increduli, e passò fra i gentili, che trascinò dall’ovest per metter li alla destra dell’est. Da là egli visitò i giudei nell’angolo sinistro dell’ovest, che trovò in uno stato assai più deplorevole di quanto lo fosse prima dei gentili. È per questo che i caratteri che formano la croce sono scritti obliquamente e non in linea dritta, perché ogni uomo che non riceve il mistero della fede e non crede che la sua unica salvezza sta nella passione di Cristo, è incapace di comprendere questa scienza divina. La saggezza non può entrare in un cuore mal disposto, e non si può costruire nessun edificio che non abbia il Cristo come fondamenta. I caratteri dell’alfabeto rappresentano la lettera dei due Testamenti, che ha ricevuto il suo completo compimento attraverso la croce del Salvatore. Il velo del tempio fu strappato dall’alto al basso alla sua morte, perché le Scritture non erano più una lettera nascosta e perché il Santo dei santi era scoperto. Così il Salvatore stesso ha detto spirando: “Tutto è compiuto”. In queste poche lettere dell’alfabeto, si trova compresa ogni scienza; ed esso è scritto in forma di croce perché un testamento si trova compreso nell’altro: è una “ruota che contiene un’altra ruota”. In ultimo luogo, questo alfabeto rappresenta gli articoli della nostra fede. Il pavimento nella chiesa è il fondamento della fede; i caratteri che vi sono iscritti ne sono gli articoli. È nella Chiesa che gli ignoranti e i neofiti dei due popoli vanno a cercare l’istruzione, così non si devono stimare davanti a Dio che come polvere e cenere. Abramo disse: “Oserò parlare al mio Signore, io che non sono che polvere e cenere”. I caratteri inscritti sul pavimento sono dunque il semplice insegnamento della fede nel cuore umano. Il bastone pastorale con il quale l’alfabeto è tracciato dimostra che la conversione dei gentili è stata effettuata, e la perfidia dei giudei consumata, attraverso la predicazione e la dottrina degli apostoli. Il vescovo avanza verso l’altare e dice: “O Dio, affrettati a soccorrerei”. È allora che comincia la parte più importante dell’Ufficio; si recita il Gloria Patri, ecc., senza alleluia. Il vescovo allora consacra l’altare aspergendolo sette volte di acqua benedetta per questo scopo; tutto l’interno della chiesa viene asperso ancora tre volte, senza distinzione fra le diverse parti, “perché tutto è uguale davanti a Dio”. L’aspersione interna significa che la purificazione esteriore non serve a nulla se la carità non abita nel cuore. Si ripete tre volte, come simbolo del battesimo che ci purifica con l’invocazione della santa Trinità. “Andate dunque e fate miei discepoli tutti  i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa triplice aspersione sostituisce la triplice immersione o infusione che si fa nel battesimo. Il vescovo compie questa aspersione andando da est verso ovest, e una volta in forma di croce nel mezzo della chiesa, nome della santa Trinità, prima in Giudea dove egli nacque, e in seguito nel mondo intero. Quello che rimane dell’acqua dopo l’aspersione è versato ai piedi dell’altare. Durante questo periodo il coro canta i salmi Exurgat Deus e Qui habitat, nei quali il profeta fa allusione alla Chiesa e alla sua dedicazione in questi versi: “Dio fa abitare i suoi in una sola casa”. Il vescovo dice ancora: “La mia casa è una casa di preghiera”, perché è a lui che spetta il compito di vigilare affinché la chiesa non divenga un luogo di traffico. È giunto quindi il momento in cui l’altare e le dodici croci dipinte sui muri devono venire unte con il santo crisma. Queste croci, che sono le insegne trionfanti del Salvatore, sono il terrore dei demoni, e indicano che il sacro recinto è stato conquistato alla dominazione di Cristo; così i re della terra, quando si impadroniscono di una città nemica, spiegano sulle sue mura lo stendardo imperiale. Anche il patriarca Giacobbe innalzò la pietra sulla quale aveva riposato il suo capo, perché servisse come monumento storico per la posterità, tradizionale e trionfale. Le dodici croci dipinte sulle pareti ricordano la passione di ‘ Cristo, con la quale Egli ha santificato la sua Chiesa. E detto nel Libro dei Cantici: “Mettetemi come un sigillo sulle vostre braccia”. I dodici ceri posti davanti a queste croci sono i dodici apostoli che hanno illuminato il mondo con la dottrina di Cristo Crocifisso. “Ogni profezia è verificata, dice san Bernardo, in Gesù crocifisso”. “Mi faccio gloria, dice san Paolo, di non conoscere altra cosa che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso”. L’olio è simbolo della purezza della coscienza, il balsamo, l’odore soave di una buona reputazione. Dopo le unzioni, l’altare e la chiesa vengono ornati e illuminati, e il santo sacrificio comincia. Il sacerdote officiante è vestito con paramenti diversi da coloro con i quali egli ha fatto l’aspersione. Osserviamo che una chiesa deve essere consacrata con il sangue di qualche martire: Pelagio e il Papa Nicola sostengono che la chiesa romana era consacrata dal martirio dei beati apostoli Pietro e Paolo; in altre parole una chiesa non può essere dedicata a Dio che sotto l’invocazione di un martire. Una chiesa che sia già stata dedicata non lo deve essere una seconda volta, a meno che essa non sia stata profanata, cosa che può accadere in diversi modi, per esempio se è stata bruciata e tutti i suoi muri o la maggior parte siano stati distrutti; ma se il tetto rimane intatto o è solo leggermente danneggiato e le mura restano nella loro interezza o non sono che parzialmente distrutte, non è necessario ripetere la cerimonia della dedicazione; bisogna aggiungere però che se la chiesa o la maggior parte di essa è crollata nello stesso momento, se essa è stata riparata interamente o in parte con le stesse sue pietre, dato che la virtù della dedicazione risiede principalmente nei materiali esterni, è importante ritrovare la stessa disposizione nella posa e nella simmetria delle pietre. Nel caso che tutti i muri siano crollati non nello stesso momento, ma in fasi successive, e siano stati però riparati, si ritiene che la chiesa abbia conservato la sua integrità. Basterà allora esorcizzarla con l’acqua benedetta e riconciliarla offrendovi il santo sacrificio. Qualcuno pretende tuttavia che essa debba essere consacrata nuovamente: In terzo luogo, la cerimonia della dedicazione deve essere rinnovata nel caso vi sia il dubbio che la chiesa non sia mai stata dedicata e non esista alcun documento, o pittura, o iscrizione oppure un solo testimone oculare o auricolare, che possa certificare il contrario. Non si deve ripetere la consacrazione di un altare a meno che esso non sia stato profanato, cosa che avviene quando la tavola, o la parte superiore, sulla quale si amministrano i sacri misteri, abbia mutato la sua forma o si sia rotta in maniera considerevole, ossia almeno della metà, o anche se l’altare nella sua interezza sia stato cambiato o riparato. È comunque al vescovo che spetta decidere definitivamente in merito a tale questione. Non è necessario consacrare la chiesa di nuovo nel caso l’altare abbia cambiato posto o sia distrutto, perché la consacrazione di un altare e di una chiesa sono due cose differenti. Se è la chiesa ad essere stata distrutta, mentre l’altare è rimasto illeso, la sola chiesa dovrà essere nuovamente consacrata. Conviene tuttavia, in parecchi casi, aspergere l’altare di acqua benedetta. Un altare che è solo lievemente danneggiato non deve ricevere una nuova dedicazione, ma occorre ripetere questa cerimonia se la piccola pietra che chiude la cavità del sepolcro nella quale sono ricoverate le reliquie, è stata asportata o distrutta. Questa cavità si trova talvolta nella parte superiore della pietra, e non è ostruita, perché la tavola che è messa sopra, le serve da sigillo. Altre volte essa è ricavata sia dietro la pietra, sia davanti. In questa cavità si usa conservare la lettera di dedicazione del vescovo, firmata col suo nome e con quello degli altri prelati che furono presenti alla cerimonia, e nella quale si precisa in onore di che santo la chiesa o l’altare sono dedicati, così come vi sono contenuti l’anno e il giorno del mese in cui la dedicazione ha avuto luogo. La cerimonia è rinnovata se il sigillo che ferma la cavità della pietra dell’altare, o se la tavola che ricopre la pietra e che serve così da sigillo vengano scardinati dal loro posto; questo vale anche nel caso che le pietre che sono attigue al sigillo o alla tavola siano spostate o distrutte, giacché la consacrazione poggia in particolare su queste parti. L’altare è considerato profanato se lo si allarga a tal punto che la sua forma originale non si riconosca più, poiché la forma costituisce la cosa stessa. Ma se questo ampliamento · non è considerevole, la parte consacrata santifica la parte aggiunta, tanto che le parti essenziali di cui stiamo per parlare conservano la loro integrità.

XIX. DELLA CONSACRAZIONE DELL’ALTARE

L’altare, come la chiesa, deve essere consacrato, e questo per tre ragioni. Prima di tutto, a causa del sacrificio che vi si offre sopra. Noè, avendo costruito un altare al Signore, offrì un sacrificio scegliendo per questo degli uccelli e degli animali puri. Il nostro sacrificio però è quello del corpo e del sangue di Cristo: è il memoriale e la passione del Salvatore, secondo le sue stesse parole: “Fate questo in mia memoria”. In secondo luogo, è all’altare che si invoca il nome del Signore. Vediamo come Abramo, dopo l’edificazione dell’altare, invochi il nome di Dio e come l’Onnipotente gli appaia. Questa invocazione che ha luogo sul nostro altare è propriamente la Messa. In terzo luogo, sono consacrati in rapporto al canto. Si legge nell’Ecclesiastico che i cantori restavano davanti all’altare e facevano sentire una dolce armonia. Ecco la formula della consacrazione. Il vescovo inizia dicendo: “O Dio, affrettati a soccorrerei”; in seguito benedice l’acqua, e con quest’acqua traccia quattro croci ai quattro angoli dell’altare e fa sette volte il giro dell’altare aspergendo con un ramo d’issopo la tavola dell’altare. La chiesa è aspersa di nuovo, e l’acqua benedetta rimasta viene versata ai piedi dell’altare. Quattro croci vengono allora tracciate con il santo crisma sui quattro angoli della cavità, o sepolcro, destinata a contenere le reliquie, le quali, prima di esservi deposte, sono poste in una custodia con tre grani d’incenso. Si pone allora un coperchio sul sepolcro il cui centro è rinforzato dal segno potente della salvezza. La pietra o tavola è allora sistemata sull’altare e unta di olio in cinque punti, e poi di santo crisma. L’altare è confermato al fronte con il santo crisma applicato in forma di croce, e vi si brucia sopra dell’incenso in cinque punti. Si finisce la cerimonia ricoprendo l’altare di nappe bianche, e il santo sacrificio inizia. Ora seguiamo in dettaglio ciascuna delle cerimonie, per coglierne il senso simbolico. Innanzitutto l’altare è consacrato dalle unzioni del santo crisma e dalle preghiere che le accompagnano; questo altare inoltre deve essere costruito interamente in pietra. Il vescovo,. rimanendo in piedi, inizia con queste parole: “Signore, affrettati a soccorrerei”, avendo il Signore stesso detto: “Senza di me voi non potete niente”. Questi riti diversi significano che coloro che hanno ricevuto la fede devono essere battezzati per prepararsi alla battaglia, perché essi devono combattere e lottare contro le difficoltà di questo mondo. L’alleluia è omesso, perché coloro che non hanno ricevuto il battesimo non sono degni di aggiungersi al concerto degli angeli, né di prendere parte a questo “alleluia che si farà sentire in ogni strada della Gerusalemme celeste”. Questo canto di allegria è riservato alla fine della cerimonia della dedicazione, allorché i demoni sono in fuga e Dio è lodato nel suo tempio; il Cristo infatti, avvicinandosi all’altare della sua croce e prima di manifestare la gloria della sua eternità, ha pagato il suo debito con la morte, e non è che dopo la sua resurrezione che l’alleluia fu intonato. Gli esorcismi che accompagnano la benedizione dell’acqua hanno la virtù di cacciare il nemico della nostra salvezza. Quattro cose sono indispensabili per questa cerimonia: l’acqua, il vino, il sale e le ceneri. Eccone le ragioni. Prima di tutto esistono quattro modi di cacciare lo spirito tentatore: il primo consiste nelle lacrime della contrizione rappresentate dall’acqua; il secondo nella cura dell’anima, raffigurata dal vino; il terzo, è la discrezione di cui il sale è l’emblema; il · quarto, l’umiltà profonda, rappresentata dalle ceneri. La Scrittura dice parlando degli abitanti di Ninive: “Il loro re si alzò dal trono, si rivestì di un cilicio e si distese sulla cenere”. E Abramo si scusa di parlare al Signore, perché egli non è che “cenere e polvere”. In un certo senso, l’acqua è intesa come il popolo o il genere umano; le grandi acque sono le nazioni numerose, il vino è Dio, il sale è l’insegnamento della Legge divina; le ceneri sono il memoriale della passione del Salvatore e il vino mescolato all’acqua significa l’Uomo-Dio. Questa acqua benedetta rappresenta anche lo Spirito Santo, che è il principio di ogni santificazione, e la cui grazia opera la remissione dei peccati. Perciò lo Spirito Santo è chiamato acqua dal Salvatore stesso. “Chiunque – egli dice crederà in me, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Si riferiva allo Spirito Santo che ricevevano quelli che avevano fede nel Redentore. Nel sacramento del battesimo, l’acqua non opera senza lo spirito, né lo spirito senza l’acqua. Lo spirito di Dio ha santificato questo elemento quando, nella creazione e del mondo, “Egli aleggiava sulle acque”. Il sale è necessario nella cerimonia della dedicazione perché esso rappresenta il condimento della fede senza il quale non si potrebbe essere salvati, quand’anche si fossero ricevute le acque del battesimo. Il vino indica il discernimento spirituale della legge, così noi leggiamo nella Scrittura che il Signore ha cambiato l’acqua in vino. È questo vino che bisogna aver gustato per raggiungere la vita eterna. Le ceneri sparse sono l’emblema del sacramento della penitenza, che è indispensabile agli adulti per la remissione dei peccati commessi dopo il battesimo, e non senza ragione il Signore lo chiama un battesimo, quando dice in san Giovanni: “Che è venuto in Galilea a predicare il battesimo della penitenza per la remissione dei peccati”. Quando tutte queste sostanze sono state mescolate insieme, il vescovo traccia con quest’acqua quattro croci ai quattro angoli dell’altare e una al centro. Le prime rappresentano i quattro caratteri della carità in coloro che si avvicinano all’altare, ossia: l’amore per Dio, l’amore per la loro propria perfezione, l’amore per gli amici e i nemici. Queste quattro qualità della carità sono indicate nella Genesi: “Vi estenderete a Occidente e a Oriente, a settentrione e a meridione”. Le quattro croci rappresentano ancora che Cristo ha riscattato le quattro parti del mondo, e che noi dobbiamo portare la croce del Salvatore in quattro modi: nel nostro cuore con la meditazione, sulle nostre labbra con la confessione, nel nostro corpo con la mortificazione e sulla nostra fronte come una impronta indelebile. La croce che sta al centro dell’altare significa che il Salvatore ha compiuto la nostra redenzione al centro del mondo, ossia a Gerusalemme. Il vescovo compie sette volte il circuito dell’altare, per indicareche egli deve vegliare su tutta la chiesa cominciando da se stesso. Contemporaneamente si cantano questi versetti dai Cantici: “Le sentinelle che vanno attorno alla città mi hanno trovato”. Questa sorveglianza pastorale è indispensabile ai prelati della Chiesa perché, dice Gilberto: “È una cosa mostruosa una guardia cieca, una guida zoppa, un prelato negligente e un predicatore muto”. L’altare è asperso sette volte, per rappresentare i sette doni dello Spirito Santo comunicati attraverso il battesimo. Queste sette aspersioni rappresentano inoltre i sette spargimenti del sangue di Cristo: la prima nella circoncisione, la seconda nel giardino degli Ulivi, la terza durante la sua flagellazione, la quarta con la corona di spine, la quinta quando gli vennero trafitte le mani, la sesta quando i suoi piedi furono inchiodati alla croce e la settima quando gli aprirono il costato. Queste aspersioni si fanno con un ramo di issopo, piccola pianta bassa e rampicante, che rappresenta qui l’abiezione di Cristo perché le effusioni di sangue di cui abbiamo parlato erano accompagnate dall’umiltà e dall’amore inestinguibile di Cristo, con il quale lui ha purificato la sua Chiesa. Quest’erba cresce spontaneamente sulle rocce, come l’umiltà ha le sue radici sulla pietra, cioè Gesù Cristo. “Questa roccia era il Cristo”, dice l’Apostolo. L’issopo è per sua natura eccitante, e l’umiltà del Salvatore infiamma i cuori più freddi; le sue radici penetrano attraverso la roccia, e l’umiltà ammorbidisce i cuori più ribelli. L’issopo ha la virtù di guarire i gonfiori e le malattie del petto: l’umiltà diminuisce il gonfiore spirituale dell’orgoglio. Questa pianta è saldamente attaccata al suolo e cosi i fedeli che sono radicati nel Cristo non possono essere strappati al suo amore, e in particolare i vescovi e i sacerdoti, che in ragione della loro preminenza nella Chiesa, devono aderire più fortemente alla fede del Salvatore. Dopo l’aspersione della chiesa e dell’altare, quello che rimane dell’acqua è versato ai piedi dell’altare; la medesima cosa si osservava nell’Antico Testamento per il sangue delle vittime. Il sepolcro o cavità dell’altare che contiene le reliquie è l’emblema del vaso d’oro riempito di manna che era posto nell’arca del Testamento. Questo sepolcro, che alcuni chiamano confessione, è il nostro cuore. Le quattro croci fatte con il santo crisma sono le quattro virtù cardinali: la Prudenza, la Fortezza, la Temperanza e la Giustizia, di cui i nostri cuori sono, per così dire, unti quando lo Spirito Santo li prepara a ricevere i misteri nascosti. Non si deve consacrare nessun altare che non contenga delle reliquie, ma questa regola non si applica agli altari che si portano in viaggio. Le reliquie, dopo l’Antico e il Nuovo Testamento, sono le prove della fede e delle sofferenze dei martiri e dei confessori che ci sono lasciate come esempi. L’astuccio che le contiene è il simbolo del nostro cuore che vigila il loro prezioso ricordo, affinché possiamo dire con l’Apostolo: “Siate miei imitatori, come io lo sono di Gesù Cristo”. L’uso di portare delle reliquie in processione è fatto ad imitazione dell’Antico Testamento. Leggiamo infatti nell’ Esodo che l’arca del Testamento era attraversata in tutto il suo spessore da due anelli d’oro nei quali passavano i bastoni di legno di Seth dorati che servivano a sollevare l’arca quando la si spostava dal suo posto; il vescovo, prima di entrare in chiesa, vi gira intorno esteriormente portando le reliquie dei santi protettori della chiesa. È detto nel Libro dei Re che il re Salomone fece “portare dai sacerdoti e dai Leviti l’arca dell’alleanza al suo posto, nell’oracolo del tempio, nel Santo dei santi, sulle ali dei cherubini; i quali, stendendo le loro ali sopra il luogo ove si trovava l’arca, coprivano l’arca e i suoi bastoni, e il re Salomone e tutto il popolo camminavano davanti”. È in ricordo di questo avvenimento che i prelati, i grandi e il popolo si riuniscono per celebrare la dedicazione delle chiese, e seguono in processione il vescovo officiante e i preti che portano solennemente le reliquie sotto un baldacchino o un padiglione. Prima di entrare in chiesa, il prelato si indirizza al popolo come Salomone, quando l’arca fu giunta a destinazione, “si voltò agli Israeliti e li benedisse tutti”. Le reliquie sono racchiuse in un astuccio con tre grani di incenso, che sono il simbolo della santa Trinità. “L’uomo giusto vive nella fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio”, e questa fede gli insegna che non esiste “che un Dio, una fede, un battesimo”. Questa pietra dell’altare contiene il sigillo del sepolcro, come lo chiama Alessandro III. La tavola o parte superiore è il complemento dell’altare, come la conoscenza di Dio è la conferma e la perfezione di tutti i doni celesti, secondo queste parole della Sapienza : “Conoscervi, è la perfetta giustizia, e comprende la vostra equità e la vostra potenza è la radice dell’immortalità”. “Ma chi si gloria si glori di conoscermi”, dice Geremia. La pietra dell’altare è ancora il simbolo di Cristo, di cui l’Apostolo dice: “Gesù Cristo è la pietra angolare”. Essa rappresenta soprattutto la sua umanità, perché noi leggiamo nel profeta Daniele che una pietra fu tagliata dalla roccia senza alcun aiuto dell’uomo. E il simbolo del Signore che è nato dalla santa Vergine (chiamata montagna a causa dell’eccellenza delle virtù) senza intervento umano. È questa pietra, dice il salmista, che “gli architetti hanno disprezzato e che è diventata pietra angolare”, ossia il Cristo che i giudei hanno rifiutato come loro re dicendo: “Non vogliamo che quest’uomo regni su di noi”.Occorre che l’altare sia di pietra perché sia consacrato, perché il Cristo, di cui è il simbolo, è la pietra che è divenuta una montagna ed è stato “unto di un olio di gioia in una maniera più eccellente che i suoi fratelli”. Tuttavia noi leggiamo nell’ Esodo che gli altari venivano fatti in legno di Seth, che è incorruttibile; sappiamo che l’altare della chiesa del Laterano è di legno; Salomone stesso fece un altare d’oro, ma queste cose erano dei tipi. Nel castello di Sainte-Marie, in Provenza, vicino al mare, esiste un altare in terra che fu costruito da Maria Maddalena, Marta, Maria madre di Giacomo, e Maria madre di Salomè. L’altare è unto tre volte con dell’olio, che rappresenta la fede e la speranza, e una volta con il santo crisma, che rappresenta la carità, la virtù suprema. Mentre si fa l’unzione con il santo crisma il coro canta queste parole del patriarca Giacobbe: “L’odore che esce da mio figlio è simile a quello di un campo pieno di fiori”. Questo campo è la Chiesa tutta ornata dei fiori delle sue virtù, profumata di buone opere: sono le rose dei martiri, i gigli delle vergini, le violette dei confessori, la fresca verdura dei nuovi cristiani. Fatte le unzioni, si brucia l’incenso, ossia il fervore delle devozioni. Fuma ai quattro angoli dell’altare e al centro, per indicare che, per mezzo dei nostri cinque sensi, noi dobbiamo  glorificare Dio ed edificare i nostri fratelli. “Noi siamo – dice l’Apostolo – il buon odore di Gesù Cristo”; e nel Vangelo: “Che la vostra luce brilli davanti agli uomini”. Il frequente uso dell’incenso nella chiesa è anche il simbolo della costante meditazione del nostro sommo sacerdote presso il Padre in favore degli uomini colpevoli. Si traccia una croce con questo incenso, perché il Salvatore presenta ogni giorno a suo Padre le piaghe che egli ha ricevuto per la nostra redenzione. L’incenso è bruciato con profusione nell’altare: è la moltitudine delle preghiere che si alzano continuamente a Dio nella Chiesa cattolica.  Il vescovo conferma l’altare con il segno della croce dicendo: “Conferma questo altare Signore, ecc.”. Questa unzione si fa con il santo crisma sul davanti della pietra; essa rappresenta la discesa dello Spirito Santo nei nostri cuori attraverso la carità, per fortificarli, cosicché noi possiamo dire con  l’Apostolo: “Chi ci separerà dall’amore di Gesù, ecc.”. In seguito si recita il Gloria Patri. L’ultima benedizione dell’altare rappresenta quella benedizion  finale che attende gli eletti quando il Salvatore proferirà queste parole: “Venite, benedetti del Padre mio”. L’altare viene poi asciugato con un panno bianco, per indicare che la purezza del cuore non si ottiene che attraverso una vita casta. Poi vengono benedetti i vasi, gli ornamenti e i panni destinati al servizio divino. Fra le istruzioni date dal Signore a Mosè sul monte Sinai, troviamo quella di preparare dei panni e degli ornamenti per il tempio. Questa benedizione degli oggetti destinata al servizio del culto ci insegna che tutte le nostre opere devono essere consacrate al Signore. L’altare è da ultimo coperto di teli bianchi, la chiesa viene ornata e le lampade sono accese, “perché i giusti brilleranno come il sole”, e allora viene offerto all’Onnipotente questo sacrificio di cui parla il profeta: “Il sacrificio a Dio, è un cuore contrito, ecc.”. La cerimonia della dedicazione non deve terminare senza la Messa, secondo Papa Gelasio, perché là si rivela un sacramento che è stato nascosto agli angeli dall’inizio. Osserviamo che quando il vescovo fa l’aspersione della chiesa, si serve di ornamenti ordinari di colore bianco, ma alla Messa egli è rivestito di ricchi ornamenti pontificali; così, nell’antica Legge, il sommo sacerdote faceva espiazione del santuario in un semplice efod in tela bianca; ma quando egli offriva il capro per gli olocausti, si lavava e indossava quindi le vesti da sommo sacerdote. Ma in relazione a colui che abbandonava il capro espiatorio appena dopo la purificazione del santuario mentre egli è ancora rivestito dell’ efod di lino, è usanza in alcune chiese di conservare ancora gli ornamenti bianchi dopo la consacrazione del fonte e l’immersione dei catecumeni nelle acque purificatrici che portano con loro la macchia del peccato

SIGNIFICATO SIMBOLICO DELLE CATTEDRALI E DELLE CHIESE (TESTO INTEGRALE)ultima modifica: 2014-02-16T19:46:26+00:00da mikeplato
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