IL NOME SACRO SHADDAI E IL MISTERO DEL 515 DANTESCO

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Il Messia 515 di Dante

Fra i numerosi passi enigmatici della Divina commedia, pochi hanno messo alla prova la sagacia dei commentatori come i versi 43-44 del canto XXXIII del Purgatorio, che conclude la descrizione del Paradiso terrestre, dopodiché Dante è puro e pronto a salire alle stelle. Riportiamo qui di seguito le due terzine: “Ch’io veggio certamente (poichè io vedo con certezza), e però il narro (e per questo lo dico), a darne tempo già stelle propinque sicure d’ogni intoppo ed ogni sbarro (stelle sicure da ogni intoppo e da ogni ostacolo, quindi stelle propizie, prossime a recarci un tempo, nel quale un cinquecento dieci e cinque, messo di Dio in cui un cinquecentodieci e cinque, messia di Dio) anciderà la fuia con quel gigante che con lei delinque (ucciderà la meretrice e il gigante che commette crimine con lei)”. L’errore madornale commesso con le quartine di Nostradamus – o l’Apocalisse di Giovanni, interpretate in chiave di mistero storico orizzontale (vedere ad es. le interpretazioni di Giocchino da Fiore o Newton sull’Apocalisse) e non invece cabalistico-iniziatica-  è stato riproposto qui dalla gran massa di critici ed esegeti del lavoro dantesco. Quasi tutti i commentatori hanno cominciato con il tradurre il numero in cifre romane, da cui risulta DXV (D=500, X=10, v=5) e, invertendo l’ordine delle lettere, hanno letto DVX (dux), che significa Capo o, per la precisione, capo militare. Per quanto ne sappiamo, solo Eugene Aroux (autore di Dante Hérétique) ha rischiato un’altra interpretazione accettabile. In una nota della sua traduzione del Purgatorio, dopo aver riportato l’interpretazione Dvx, egli scrive: “Perché tanta precauzione se si fosse trattato solo di un generale, di un capo militare, la cui azione sarebbe stata solo di carattere temporale? Non si potrebbe fornire un motivo valido. se, al contrario, bisogna leggere come noi facciamo uno, i, 500, d, 10, ips, eh, eh, 5, b, prendendo di volta in volta una lettera all’iniziale fine troviamo la parola iudex giudice”. Trattasi infatti di uno dei versi più enigmatici dell’intera Divina Commedia, in cui viene menzionato il messia della fine del tempo, definito con un numero: 515. Ovviamente non può trattarsi di un personaggio storico, ma del Messia, tutt’altro che confinabile alla storia. Aroux, ad esempio, lo identifica con Enrico VII, il che contraddice l’evidente natura spirituale del principio che deve intervenire in quel momento solenne. Il passo si riferisce evidentemente alla distruzione delle potenze della controiniziazione, alla fine del ciclo ma, ancor più, delle Potenze arcontiche, simboleggiate dalla meretrice (prostituta di Apocalisse) e dal gigante (la bestia di Apocalisse). In sostanza le potenze astrali e planetarie, simboleggiate dal Leviathan e dal Beemoth nel libro di Giobbe, verranno annientate da un personaggio la cui entità e il cui nome sono enigmaticamente rivelati dal misterioso numero cinque cento dieci e cinque. Peraltro, la modalità espressiva profetica di Dante, in tale verso, mi ricorda fin troppo quella del profeta non ebreo Balaam che profetizza l’arrivo di Shilo, il messia ultimo che distruggerà le potenze demoniache che dominano sull’universo materiale: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set, Edom diverrà sua conquista e diverrà sua conquista Seir, suo nemico, mentre Israele compirà prodezze. Uno di Giacobbe dominerà i suoi nemici e farà perire gli scampati da Ar” (Numeri 24:17). Perchè li accosto? La costruzione è simile: “io lo vedo…io veggio…una stella spunta…stelle propinque…guerriero che abbatte i nemici…messo di Dio”. In Numeri 24:9, Balaam dice del Messia: “Si è rannicchiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa, chi oserà farlo alzare?”. Ciò rieccheggia la profezia di Giacobbe, espressa parimenti col simbolismo della Sfinge acquattata: “Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi oserà farlo alzare?” (Genesi 49:9). Ed è nel verso successivo che entra in scena il Messia ultimo con il nome più misterioso dell’Antico Testamento “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà Siloh cui esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli”. Ed ecco che Siloh è il messia della profezia di Balaam, che distruggerà da grande di guerra le Potenze demoniache, ed è lo stesso 515. Ma perchè 515? 515 è il peso ghematrico di uno dei principali nomi divini ebraici, o meglio, uno dei numeri corrispondenti al nome divino Shaddai. Questo nome, tradotto solitamente con Onnipotente ma il cui significato è estremamente complesso, ha per valore numerico dei suoi elementi costitutivi 314. Tuttavia, è uso corrente, nella tradizione ebraica, considerare la lettera Shin un’abbreviazione di Asher e di scomporre il nome Shaddai, come avviene nello Zohar (3,119 e 231), nel modo seguente: Shin abbreviazione di Asher, colui che, con valore ghematrico 501; e Dai che significa “basta!”, con valore 14 (515 in totale). Moshe Maomonide, uno dei più grandi rabbi di ogni tempo, ne parla nella Guida dei Perplessi (cap. 63) in questi termini: “il nome Shadday porta in sè Day, ovvero Sufficienza, mentre Sh è “che è”. Il significato di Shadday è quindi: Colui che è bastevole a se stesso, che non dipende da null’altro che da se stesso, che trova la sua causa in se stesso“.  Interpretato in questo modo, Shaddai (Shin-Dalet-Iod) è quindi “Colui che dice al mondo: basta”. In sostanza, non solo uno dei nomi-attributo di YHWH ma anche il nome del Messia che chiuderà il ciclo terrestre. Il Talmud  dice che “Shaddai” sta per “Mi she’Amar Dai L’olamo” (in ebraico: מי שאמר די לעולמו) – “Colui che ha detto ‘Basta’ al suo mondo.” Quando stava formando la terra, fermò il processo ad un certo punto, impedendo alla creazione di raggiungere il suo pieno completamento. In questa esegesi, quindi, il nome incarna il potere di Dio di fermare la creazione. Il passaggio appare nel trattato Hagigah 12a e recita: “Resh Laqish ha detto: che cosa è scritto: Io sono El Shaddai (Genesi 35:11)? Sono colui che ha detto al mondo “basta!”.  Resh Laqish disse [anche] : nell’ora in cui il Santo, benedetto Egli sia, creò il mare, iniziò ad espandersi – fino a che il Santo, benedetto sia, lo rimproverò. [Poi] si asciugò come era stato detto: rimprovera il mare e lo rende secco; e tutti i fiumi rende aridi” (Nahum 1: 4). haVi sono quindi due sensi del BASTA!: 1) uno posto al principio della creazione, in cui Shaddai limita l’esplosione espansionistica del mondo; 2) e l’altro, dal tono decisamente più profetico ed escatologico, alla fine del mondo. Peraltro, cosa assolutamente fondamentale, Asher-Colui è la versione alternativa del nome messianico Shilo nella citata profezia di Giacobbe sul Re Leone. Ne consegue che Shaddai è: “Shiloh dirà basta!”. Non casualmente, Yeshua dice in Luca 22:51: “Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!»”; e in Marco 14:41 dice: “Basta, è venuta l’ora”. Si vede immediatamente la relazione tra l’aspetto divino espresso dal nome Shaddai e la funzione attribuita da Dante al suo 5 110 e 5. Si potrebbe tuttavia pensare che si tratti di una coincidenza, se non fosse pervenuta una traccia documentaria attestante il legame è stabilito da certe organizzazioni iniziatiche del mondo Cristiano fra il nome Shaddai e il numero 515. La menzione in codice di Shaddai nella Divina Commedia non deve sorprendere, se si pensa all’importanza attribuita a quel nome divino nell’Antico Testamento e nella tradizione cabalistica. Che la menzione non sia stata fatta a chiare lettere si spiega certo con motivi di prudenza, ma probabilmente anche con l’intenzione di mettere l’accento su una funzione cosmologica iniziatica di questo aspetto divino specificamente in rapporto con il valore numerico 515. Il nome Shaddai possiede infatti parecchi valori numerici. Se prendiamo il valore semplice delle lettere che lo compongono, otteniamo Shin = 300 + Dalet = 4 + Iod = 10 per un totale di 314. Il valore “espanso” delle tre lettere costitutive dà: Shin = 360 + Dalet = 434 + Iod = 20 per un totale di 814. Aggiungendo a Shaddai il nome El, come è d’uso nelle invocazioni e come si trova in diversi passi della Genesi, si ha El Shaddai = 31 + 314 = 345, come Moshe e Ha Shem (il Nome). Il Nome che YHWH dà a Mosè è EHeYeh ASheR EHeYeh, “Sarò Colui Che Sarò”, il cui valore numerico è 543, inverso numerico di 345, valore che equivale a EMUNaH (Fede, corrispondente a Keter) + EMeTh (Verità , corrispondente a Yesod). La lettera centrale del nome “EHeYeh ASheR EHeYeh” è SHin, che è rappresentata nell’ Esodo dal cespuglio infuocato dal quale il divino parla a Moshè, cespuglio infuocato che troviamo anche all’ingresso della caverna di Ben-Akar. Solo quando si prende lo Shin come abbreviazione di Asher si ottiene il valore 515. Le equivalenze di ognuno di questi numeri ci consentono di precisare la natura di quanto è ricordato nel canto XXXIII del Purgatorio. Dobbiamo Innanzitutto ricordare ciò che i Testi Sacri ci fanno sapere di Shaddai. Nella Genesi, questo nome è quasi sempre usato quando Dio si presenta come garante dell’Alleanza ad esempio: “Io sono Dio Onnipotente (Shaddai), cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia Alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto (Genesi 17.1-2) … Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse: “ti benedica El Shaddai, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga un assemblea di Popoli (Genesi 28. 13) … Dio apparve un’altra volta a Giacobbe, quando tornava da Padan Arram, e lo benedisse. Dio gli disse: “il tuo nome è Giacobbe. Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele sarà il tuo nome”.  Dio gli disse: “Io sono El Shaddai. Sii fecondo e diventa numeroso, popolo e assemblea di Popoli verranno da te, re usciranno dai tuoi fianchi (Genesi 35:9-11) … In punto di morte, Giacobbe benedice i figli. Giuseppe disse: “Per il Dio di tuo padre, Egli ti aiuti … per El Shaddai, Egli ti benedica con benedizioni del cielo dall’alto, benedizioni dell’Abisso nel profondo, benedizione delle mammelle del grembo (Genesi 49.25)”.

Un nome antico

Nome divino antichissimo, Shaddai si trova raramente al di fuori del Pentateuco e del libro di Giobbe, ove è frequentissimo (30 occorrenze). C’è tuttavia nei Salmi, almeno una volta a chiare lettere (Salmo 91…insieme ai nomi divini El, YHWH e Elyion), e in numerosi passi, in modo velato, ma che probabilmente alcune organizzazioni cristiane del medioevo non ignorarono.E’ raramente nella forma El Shadday, più frequentemente come Shadday. Circa El Shadday, molti esegeti si sono chiesti se qui Shadday sia un attributo di El (Dio) oppure il reale nome di El. La risposta è semplice…l’unico nome reale è YHWH (EYEH-IO SONO), per cui Shaddai è un nome-attributo. Per occorrenze, è il terzo nome (50 volte, di cui 7 nella forma El Shaddai) dell’Antico Testamento dopo YHWH (6800) ed Elohim (2600). Almeno a partire dai tempi geonici, il nome “Shaddai” è spesso scritto sul retro della pergamena contenente la shemà e talvolta anche sull’involucro stesso. Il nome è tradizionalmente interpretato come acronimo di shomer daltot Yisrael (“il guardiano delle porte di Israele”) o shomer dirot Yisrael (“il guardiano delle dimore di Israele”). Il potere delle denominazioni divine è ampiamente riconosciuto nel giudaismo rabbinico. Sin dai primi midrash, attraverso l’esegesi medievale fino all’era moderna, questi nomi si credeva possedessero lo straordinario potenziale performativo e protettivo. A questo proposito la posizione di “Shaddai” è di particolare importanza. Non solo appare su vari amuleti e placche dedicatori, ma soprattutto è fortemente connesso alle usanze tradizionali che potrebbero essere considerate di natura apotropaica: circoncisione maschile, mezuzah e tefillin. Mentre questa connessione è esplicitamente tracciata, non viene fornita alcuna giustificazione effettiva e sorge la domanda, quali fattori potrebbero aver contribuito a questa scelta. Si sostiene che il significato apotropaico di “Shadday” derivi probabilmente da tre fattori. (1) È l’unico nome  divino così strettamente ed esplicitamente connesso al Tetragramma e, come tale, si credeva partecipasse al suo potere. (2) Numerose istanze bibliche utilizzano la paronomasia ambivalente con le radici שדה e שדד presentando così Shaddai responsabile di assicurare il flusso della vita e proteggere contro i nemici. (3) Alcune prime fonti rabbiniche ritraggono la divinità col nome Shaddai in quanto responsabile di limitare l’espansione della materia caotica durante il processo di creazione. Ci torneremo dopo.

I diversi significati ed etimologie

Per quanto riguarda  il significato  di Shaddai come Dio Onnipotente” (o semplicemente “Onnipotente”), questa  è la traduzione seguita dalla maggioranza delle versioni moderne in altre lingue, tra cui quella popolare in lingua inglese della New International Version e quella di Re Giacomo. I traduttori della versione cattolica Bibbia della Nuova Gerusalemme tuttavia sostengono che il significato è incerto, e tradurre “El Shaddai” con “Dio Onnipotente” è impreciso. La NJB lascia “Shaddai” senza tradurlo. Vediamo altre soluzioni:

1) I filologi moderni ritengono provenga dalla parola semitica Shadu, usata soprattutto in accadico nel senso di Montagna. Nella letteratura cuneiforme, molti dei, in particolare Amurru, il grande Dio amorrita, portano l’epiteto di Shadu. Amurru è detto Signore del Grande monte o semplicemente Grande Monte.

2) Le etimologie classiche di Shaddai forniscono significati apparentemente contraddittori, ma in realtà complementari. Una di queste fa derivare Shaddai da Shadad (essere forte, robusto, prevalere, essere o divenire potente, ma soprattutto, essendo in genere usata in senso negativo, devastare rovinare). E’ l’etimologia adottata da Mose Nachmanide per il quale Shaddai è il Dio sterminatore, il dio delle devastazione ma anche Colui che sconfigge o che trascende le leggi della natura. Da qui la traduzione comune di El-Shaddai come “Dio Onnipotente”.

3) Per altri, ad esempio Rabbi Saadiah Gaon, Shaddai deriva da Shad-Mammella (שד). E’ il Dio benefico, il Dio che nutre, l’aspetto della personalità di Dio (per così dire) che percepiamo come il Sostenitore onnipotente. Così appare Shaddai nei testi della Genesi con le promesse di accrescimento, di moltiplicazione, di posterità.

4) R. Simcha Bunim di Przysucha (1765-1827), uno dei grandi maestri chassidici in Polonia , presenta una possibilità affascinante. Utilizzando la stessa forma del Rambam, She-dai , spiega che c’è una rivelazione sufficiente di Dio nel mondo per riconoscere la Sua esistenza. C’è abbastanza di Me nel mondo per conoscermi. Quindi, seppur velato ai mortali, Dio è evidente simbolicamente nella creazione.

5) Sufficiente; solo abbastanza . Questo indica la natura precaria della creazione. Troppa rivelazione divina e perdiamo le nostre identità indipendenti. Abbiamo i figli di Israele al Sinai che supplicano Moshe per proteggerli dalla presenza di Dio che consuma tutto. D’altra parte, troppo poca rivelazione divina e abbiamo un mondo che è sia sordo che muto, privo di significato o possibilità di redenzione. Questo mondo vacilla pericolosamente tra la fede e lo scetticismo, la speranza e la disperazione, l’esistenza e l’annientamento, la presenza di Dio al contempo confortante e inquietante e la sua terrificante assenza. Solo nel mondo di El-Shaddai , dove la fede in Dio non può essere data per scontata e l’ateismo è possibile, la fede può essere significativa.

6) Secondo Ernst Kauf, “El Shaddai” significa “Dio del deserto” e in origine non avrebbe avuto una “d” raddoppiata. Sostiene che si tratta di una parola in prestito dall’ebraico “israeliano”, dove la parola aveva una “sh”, dall’ebraico giudaico   (e quindi, biblico) ebraico”, dove sarebbe stato “Saday” con il suono sin. In questa teoria, la parola è correlata alla parola “śadé” che significa “il campo (incolto)”, l’area della caccia (come nella distinzione tra bestie del campo, חיות השדה e bovini, בהמות). Sottolinea che il nome si trova nelle iscrizioni tamudiche (come ‘lšdy), in un nome personale Śaday`ammī usato in Egitto dalla tarda età del bronzo fino ai tempi achemenidi, e persino nel nome punico `bdšd’ (Servant of Shadé o Shada).

7) Al di fuori dell’ebraico, un termine legato al mistero di Shaddai (S-D-I) è il termine sanscrito SIDDHI, utilizzato all’interno dell’Induismo e del Buddhismo, che può essere grossolanamente tradotto in “potere spirituale” o “abilità psichica”. Esso deriva dalla radice sidh (lett. “compiere”, “raggiungere”) e, nelle diverse tradizioni filosofiche e religiose indiane, ha assunto vari significati quali “potere”, “perfezione mistica”, “perfezione e compimento ultimo della vita”. Queste capacità possono essere innate, o venire raggiunte grazie ad austerità e pratiche mistiche. La Siddhi suprema (parasiddhi), superiore a tutte le altre, è la realizzazione del Sé. In sostanza la Siddhi suprema è lo stesso Sè. E Shaddai è il Sè. I Siddhi del Buddhismo, intesi come poteri, capacità o carismi, si legano bene alla concezione di Shaddai come Onnipotente, colui che è dotato di tutti i poteri. Si potrebbe paradossalmente sostenere l’ipotesi che il nome misterioso Shaddai derivi molto più dal sanscrito Shiddi che non dall’ebraico. E la cosa potrebbe trovare il suo fondamento nel fatto che YHWH si mostra per la primissima volta come Shaddai ad Abramo, il cui nome palesemente si lega alla tradizione di Brahma, tradizione fondata sul sanscrito. Nessuna radice ebraica è soddisfacente per giustificare la traduzione “Onnipotente”. Quindi Shaddai è colui al quale tutto è possibile, come è detto da Giobbe a Shaddai: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te“. (Giobbe 42,2)

 

 

Sostituto dell’impronunciabile  YHWH ?

Questo nome Shaddai, che nella tradizione ebraica non figura apparentemente fra quelli essenziali, vale a dire fra quelli che esprimono l’essenza stessa di Dio, non è assolutamente il nome di un ente dvino separato da YHWH o da Elohim, come vuole l’esegesi profana corrente. Prova ne sia Genesi 17:1 ove è scritto: “Quando Abram ebbe novantanove anni, YHWH gli apparve e gli disse: «Io sono El Shaddai: cammina davanti a me  e sii integro“. Questo nome, tuttavia, non fa riferimento al principio supremo e non manifestato, né all’Essere puro. Esso designa un aspetto dell’essere divino che si manifesta attraverso i differenti gradi dell’esistenza universale, e in particolar modo nel nostro mondo. Così sarà rivelato un nome più elevato, il nome ineffabile: “sono apparso ad Abramo, Isacco e Giacobbe come El Shaddai, ma con il mio nome di YHWH non mi sono manifestato a loro (Esodo 6:3). Ne discende forse che il nome Shaddai fu da quel momento interamente sostituito dal Tetragramma e non fu più utilizzato? Certamente no. Il Tetragrammaton YHWH, usato ritualmente al tempo di Mosè, fu colpito da interdetto in un’epoca difficilmente precisabile ma sicuramente antica, giacché solo il gran sacerdote (Kohen ha Gadol) poteva pronunciarlo una volta l’anno nel santo dei santi, nel giorno dell’espiazione (yom kippur). A prima vista, si potrebbe pensare che la proibizione di pronunciare il Tetragramma avesse solo una portata essoterica, e che Shaddai rimase quale sostituto essoterico di YHWH. Ciò tuttavia non regge poiché, da un lato, sono Adonai ed Elohim (Al di fuori della Bibbia, gli ebrei usano Ha Shem, il Nome), e non Shaddai, a sostituire il Tetragramma nella lettura dei Testi Sacri; e, sappiamo che Shaddai abbia svolto una funzione importante nei metodi di realizzazione degli esoteristi ebrei, almeno fino al XIII secolo e probabilmente molto più tardi, forse anche fino alla nostra epoca. L’importante è constatare il persistere dei riferimenti a Shaddai, in forma allusiva, nel Nuovo Testamento e nella liturgia cristiana. Shaddai è  evocato da una parola di Cristo che si trova nei tre Vangeli sinottici e sembra aver fatto parte della catechesi primitiva. Si tratta della disputa di Gesù con i sadducei: “Non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: io sono il dio di Abramo, Dio di Isacco, di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi” (Marco 12: 26-27). Queste parole ricorrono in Matteo 22:32 e il Luca 20:37. Ritroviamo l’espressione “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe” in Atti 3:13 e 7:32. Da qui essa passerà nelle diverse liturgie, dove la sua presenza è generalmente considerata un segno di antichità e una testimonianza di origine apostolica. La troviamo nella liturgia mozarabica, in alcuni breviari gotici, in antichi manoscritti della Chiesa delle Gallie. Essa ancor oggi figura nella liturgia romana del matrimonio (benedizione data agli sposi dopo la messa), nel battesimo degli adulti, nella benedizione dell’incenso il sabato santo. Tantomeno si può dubitare che l’espressione ricopra il nome di Shaddai, giacchè la parola di Cristo che richiama la formula tradizionale è immediatamente seguita dall’evocazione del Dio dei viventi. Ora la tradizione ebraica che ricollega la Sephirah Yesod (il fondamento) il nome di shaddai, vi ricollega anche il nome di El Hai (Dio vivente e vivificante), attributi dell’essere che si manifesta. In tal modo, ogni volta che viene menzionato il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio vivente, il Dio di vita, si tratta di Shaddai El Hai. Ma la parola di Cristo riferita da Marco, Matteo, e Luca non rievoca irresistibilmente altre parole di Cristo? Dio è apparso ad Abramo sotto l’aspetto di Shaddai, e Cristo ha detto: “prima che Abramo fosse, io ero”. Cristo ha ricordato che il Dio di Abramo era il Dio dei viventi, e ha detto di se stesso: “Io sono la via, la verità e la vita”. Shaddai sarebbe forse uno dei nomi del verbo, uno dei nomi del messia? Un altro codice nel 515 sarebbe scomporre  questo numero in Cinque Centodieci e Cinque. Il salmo 110 è il salmo messianico e melkizedecchiano per eccelenza. Sembra che il 110 sia chiuso da due 5, come se Dante avesse voluto porrre l’enfasi sul versetto 5. Vediamolo: “Il Signore è alla tua destra, annienterà i re nel giorno della sua ira“. Anche qui vediamo in azione “Colui che dice al mondo basta!” o “Shilo dice al mondo basta!”.

 

Chi è El Shadday? Cosa rappresenta il numero 345?

Questo Nome divino, come visto, è generalmente tradotto come Onnipotente o Dio Onnipotente. Cos’è l’onnipotenza? Riferita alla Divinità, da una parte è l’attributo di un potere creatore senza limite e capace di generare indefinitamente la manifestazione, una virtù infinita di fare e formare; dall’altra il potere di far sì che una cosa sia o non sia, di determinarne il destino, di metterne un termine, di determinarne la fine. Da un lato quindi una forza di esteriorizzazione, di manifestazione, e dall’altro una forza di interiorizzazione, di occultamento, di riconduzione al principio. Queste due tendenze sono ben rappresentate dalla doppia valenza simbolica del FUOCO/Shin: da una parte, il fuoco come simbolo dell’incessante attività generatrice, l’ariete o il capro, il SeH (Shin-he) o “giovane capo di un gregge”, simbolo dell’incessante forza vitale di generazione, dall’altra il fuoco che tutto trasforma e consuma: “E il fuoco di YHWH piombò e divorò l’olocausto, il legno, le pietre e la polvere, e asciugò l’acqua che era nel fossato” (I Re 18:38). Dal fuoco di Dio Onnipotente, El Shadday, dipende quindi anche l’accesso ad ogni stato superiore di coscienza, l’energia di riconduzione all’Uno. Questo è anche il significato esoterico della nostra Via Tradizionale: fuoco che genera tutto e che tutto consuma e trasforma. In sintesi, Shadday è l’unione di due tendenze opposte: una potenza creatrice ma controllata; una forza di esteriorizzazione che si frena e si autolimita. Lo Zohar infatti ci indica l’interpretazione di questo Nome: “Colui che (dice) basta!” La Shin è intesa dal grande testo cabalistico come sintesi di asher (alef-shin-resh) ossia “colui che” dice (verbo sottinteso) DaY (daleth-yud) “basta!” Shadday è quindi Colui che mette un termine, che dice “basta!” alla generazione della molteplicità. Shadday nell’ambito della gerarchia dei Nomi Divini Al di sopra di tutti i Nomi è posto l’ AYN, il “SENZA”, l’Assoluto, il Senza Limite “AYN-SOF”. Elyon o El Elyon, l’Altissimo o Dio Altissimo, è il più vicino a AYN SOF, il Senza Limite, in quanto fedeltà totale a questo Assoluto non duale, pienamente reale e indifferenziato. El Elyon è il non-Creatore, la tendenza irresistibile all’Uno, il Principio di ciò che aspira a rimanere nascosto nel seno dell’AYN, dell’Unica Realtà Indifferenziata. Elohym è il Creatore/Formatore, il Principio delle cose che tendono ad allontanarsi dall’ AYN SOF per esteriorizzarsi nella Creazione. Infatti è Elohym che forma (yotzer) la manifestazione e la giudica “buona” (TOV) nel Genesi. Elyon trattiene ciò che tenta di manifestarsi, mentre Elohym produce e manifesta incessantemente, finché lo Shabbat, il settimo giorno, non pone un termine alla sua opera. El Elyon è lo Spirito degli Angeli che si opposero, alla creazione del mondo e dell’uomo (cfr. Midrash,)mentre ELohym è il Signore dei Malakhym, degli Angeli messaggeri, che prodigano senza limite la loro benevolenza e la loro cura nei confronti di ciò che si manifesta: la Natura. ELoHYM, la cui ghematria è 86, è Ha-TeV’A, la Natura, di pari valore ghematrico. Shadday, l’Onnipotente, è il mediatore, posto al di sotto di Colui che è chiamato Elyon o El Elyon, l’Altissimo, e al di sopra di Colui che è chiamato Elohym, il Creatore: El Elyon in alto, Elohym in basso e Shadday al centro, come Nome la cui natura partecipa sia dell’Uno che dell’Altro: conferisce a Elohym la Sua potenza creatrice di fuoco, e allora è Shadday; ma quando fissa un limite all’esteriorizzazione di Elohym, quando dice “basta!”, allora è El Shadday, simile a El Elyon, Principio di Fuoco che tutto consuma per riportare all’Uno. Da un altro punto di vista, El Shadday è, dopo AYN SOF, il più Alto dei Nomi , superiore sia a El Elyon che a Elohym. Per comprendere questa posizione, occorre mettere in evidenza l’aspetto negativo di El Elyon e di Elohym. Abbiamo definito El Elyon come il “non-Creatore”, perché fedele e vicino al più elevato dei Nomi: AYN. Tuttavia se il rifiuto della Creazione da parte di El Elyon permane, esso sfocia nell’empietà, mirando ad amputare l’Assoluto delle Sue possibilità di manifestazione. El Elyon diventa allora Samael, l’Avvelenatore. Elohym è Santo finché attualizza le possibilità di manifestazione che sono nell’Assoluto, ma anch’Esso finisce con l’identificarsi con Samael quando il suo potere creativo sfugge ad ogni controllo, e il suo allontanamento sempre maggiore dal Principio Infinito verso il basso e la molteplicità diventa esclusivo. Quindi, sotto questo aspetto, è Shadday il Nome che manifesta, nel suo equilibrio, l’immagine perfetta di AYN SOF nella manifestazione: è il LOGOS, il NOUS creatore immagine dell’UNO. Il suo valore ghematrico, 314 manifesta, nei suoi componenti numerici, il principio unitario 1 che lega cielo 3 e terra 4. Il Maestro massone certifica l’avvenuta comprensione di tale Archetipo nella sua risposta alla domanda: “Siete Voi Maestro?” – “Conosco l’Acacia!” Acacia in ebraico è ShiTaH (Isaia 41:19): shin 300 + tet 9 + he 5 = 314. Dire “conosco l’acacia” pertanto equivale a dire “conosco Shadday”. Ma conoscere in un sistema esoterico è essere: è consapevolezza! 314 è anche la ghematria di Metatron, il Principe del Volto, il capo di tutte le forze angeliche del mondo di Yetzirah, il patriarca Enoch, trasportato vivente in cielo e trasformato nel capo delle schiere angeliche. L’eguaglianza numerica tra Shadday e Metatron è attestata anche dallo Zohar, che allude all’immenso potere conferito a Metatron da Shadday. Come fuoco che tutto trasforma e solleva in Alto, EL Shadday , Nome il cui valore ghematrico è 345 (alef 1 + lamed 30 + shin 300 + daleth 4 + yod 10), si pone alla testa della processione di ritorno all’Uno: per questo, secondo la Tradizione ebraica e i Profeti, El Shadday rappresenta il Messia della fine dei tempi, il Redentore. Nella profezia di Giacobbe già citata, ovvero: “Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né sarà allontanato il bastone del comando dai suoi piedi, finché venga Shiloh al quale obbediranno i popoli (Genesi 49:10)”, Shiloh (shin 300 + iod 10 + lamed 30 + he 5 = 345) equivale a El Shaddai (345). Ogni Archetipo si manifesta come Luce diretta e Luce riflessa: come manifestazione di un Principio procedente all’Assoluto e come eco, risposta di consapevolezza da parte del mondo creaturale. Sul piano del mondo della rettificazione, il nostro mondo, come risposta e comprensione di tale Nome/Principio, il Maestro massone (Shadday – 314) diventa il Maestro Venerabile (El Shadday – 345), El Shadday – 345), colui che si fa mediatore tra cielo e terra 345: 3 cielo – 4 terra – 5 l’uomo, come mediatore tra cielo e terra, il Pontifex. Il MV ha infatti come proprio gioiello la squadra a braccia diseguali, di proporzione 3 e 4, che sottintende l’ipotenusa di valore 5: il triangolo egizio. Shadday, Shabbath (sabato) e Shabtay (Saturno) Per chiarire un ulteriore elemento simbolico presente nel rituale di IX Grado, è’ necessario accennare alle connessioni, secondo l’etimologia esoterica, tra Shadday, Shabbath (sabato) e Shabtay (Saturno). Shabbath e Shabtay hanno in comune la stessa radice trilittera Shin-beth-tav. Saturno (Shabtay), è il 7mo pianeta, il più lento e corrisponde esattamente alla qualità di Shabbat, giorno di riposo e di ripiegamento su se stessi, la qualità saturnina che si collega simbolicamente al metallo piombo. Oltre alla lettera iniziale SHin, che collega Shabbath e Shabtay a Shadday, l’interpretazione di Shadday, da parte dello Zohar, come “Colui che dice: basta!” fa pensare che lo Shabbat, giorno di astensione dal fare, sia legato alla volontà di Shadday. Inoltre, tradizionalmente il Nome Shadday viene messo al centro dell’esagramma (Magen David) come il settimo, il beneamato: come lo Shabbath.

Sad Day

Una forma cabalistica universale ci fa scomporre il nome Sadday nell’inglese Sad Day- triste giorno o giorno amaro. Abbiamo visto che l’Onnipotente si lega all’Ira, e alla fine del tempo (giorno del giudizio). Nell’Antico Testamento è noto come Grande e terribile giorno di YHWH (ebr. yōm Yahwe hagadol wahannōrā): “grande e molto terribile è il giorno di YHWH: chi potrà sostenerlo? (Gioele 2:11) …Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno di YHWH, grande e terribile (Gioele 3:4) … Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile di YHWH (Malachia 3:23)”. Questo Giorno Amaro sarà il giorno della resa dei conto per tutti gli Arconti dell’Astrale. Questo giorno è menzionato anche così: “Poiché ci sarà un giorno del Signore degli eserciti contro ogni superbo e altero, contro chiunque si innalza ad abbatterlo” (Isaia 2:12) …Urlate, perché è vicino il giorno del Signore; esso viene come una devastazione da parte di Shaddai  (Isaia 13:6) … Ecco, il giorno del Signore arriva implacabile, con sdegno, ira e furore, per fare della terra un deserto, per sterminare i peccatori (Isaia 13:9).

IL NOME SACRO SHADDAI E IL MISTERO DEL 515 DANTESCOultima modifica: 2018-05-17T20:53:37+02:00da mikeplato
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