LA SCHOLA ITALICA di ARTURO REGHINI

reghini

L’articolo qui di seguito indaga e approfondisce i tratti che resero unica l’esperienza umana ed iniziatica di Arturo Reghini. Il contributo del Fr.·. Orfeo dell’O.R.U.M.M. (Rito Unito di Memphis e Misraim)  approfondisce le caratteristiche e la storia dei suoi legami con la “Schola italica”.

Arturo Reghini fu sotto ogni aspetto un uomo controcorrente. Massone, si impegnò fino allo stremo nel tentativo di richiamare la massoneria italiana alle sue radici iniziatiche ed esoteriche, in un periodo in cui essa vedeva ancora i propri orizzonti teorici ristretti ed ingombrati dall’anacronistica adesione ideologica della maggior parte dei suoi appartenenti e dirigenti a versioni divulgative del positivismo filosofico tardo-ottocentesco. Impregnato del mito tradizionale di Roma imperiale, che tanto contribuì a nutrire, anche attraverso la forte influenza che egli esercitò con alcune tematiche su Julius Evola, Arturo Reghini pagò a carissimo prezzo le illusioni che aveva inizialmente riposto nelle capacità rigenerative del fascismo e del suo capo nel campo politico e sociale, tanto da essere costretto dal regime fascista a un forzato isolamento, spesso tramutatosi in vera e propria persecuzione. Dal punto di vista strettamente iniziatico ed esoterico, Reghini rilanciò, con forza e serietà, l’interpretazione delle forme iniziatiche massoniche come continuazione, in un quadro di riferimenti simbolici legato alle iniziazioni di mestiere, degli antichi misteri del mondo classico greco-romano. Egli arrivò a sostenere la trasmissione ininterrotta in Italia di un’antichissima sapienza pitagorica, che si sarebbe segretamente perpetuata dalla più remota antichità fino all’epoca contemporanea attraverso Virgilio, Dante ed alcune grandi figure del Rinascimento come Campanella. La parte più interessante e profonda dei suoi studi concerne il simbolismo matematico e geometrico di derivazione pitagorica, di cui Reghini, insieme al suo corrispondente René Guénon, fu il maggior interprete contemporaneo. Arturo Reghini nacque a Firenze nel 1878. Fin da giovane manifestò un’enorme inclinazione per la matematica, per approfondire la quale si iscrisse all’Università di Pisa, e per le scienze esoteriche. L’elemento di coniugazione tra queste due discipline, la prima apparentemente legata ad un materialismo razionale mentre la seconda più appropriata per approfondimenti metafisici e “fantasiosi” (come ebbe a giudicarla Pirandello), si colloca nella precoce intuizione di Reghini della visione Pitagorica dell’universo e della vita stessa. Questo desiderio, ancora embrionale nel 1898 quando Reghini aderì alla Società Teosofica di Madame Blavatsky, è stato ampiamente sostenuto da una sua avversione di fondo, anzi una vera e propria ostilità, verso la volgarità del materialismo storico e scientifico; il vuoto strepitare delle nuove idee socialiste intese come espressione di una concezione plebea, e quindi bassa, dell’esistenza; in una parola tutta la visione del mondo, fortemente antispirituale proposta dalla filosofia positivista che andava costruendo modelli culturali sempre più diffusi e, acriticamente, condivisi oltre che praticati. L’esperienza Teosofica di Reghini non durò a lungo: egli stesso ritenne quel percorso “fumoso e inconcludente”, sebbene importante quale pietra angolare di un percorso di approfondimento spirituale che avrebbe trovato di lì a poco grande conforto con l’ingresso nella Libera Muratoria e col suo rapporto intellettuale con Giovanni Amendola, massone più noto alla storia come giornalista e politico fortemnte antifascista. Amendola e Reghini erano certamente due personaggi molto diversi. Se il secondo propendeva nettamente per la ricerca spirituale, intesa come peculiare di una dimensione appartata ed aristocratica, dunque una dimensione del pensiero e del pensare, il primo era invece portato verso la tenzone politica, il confronto con gli altri in nome del valore supremo della libertà – libertà in senso ben diverso da quello iniziatico – dunque del fare. Se Reghini si spende, fin dai suoi esordi come esploratore del mondo dell’occulto – nel senso più nobile che questa abusata espressione possiede – Amendola è invece un combattente di infinite battaglie politiche e morali. Ma vi è qualcosa che li accomuna: ossia quella matrice che, molto sbrifetto dell’azione svolta nel campo della filosofia europea dal materialismo marxista, è definita “irrazionalismo”. Irrazionalismo qui da intendersi come prospettiva di pensiero antipositivista che, prendendo atto di uno stato di crisi – crisi dei valori, crisi delle istituzioni, crisi dei modelli sociali ed economici, quale è quella che anticipa e succede allo scoppio della I Guerra Mondiale – critica la “razionalità” del mondo, di un certo mondo e quindi induce a battere strade nuove, sconosciute. L’ansia di una ricerca vera contenente, come avrebbe detto Giovanni Papini, “un atomo di verità” animò l’irrequietezza intellettuale di Reghini che nel 1903, dopo l’ingresso nella Loggia “I Rigeneratori” di Palermo era transitato alla “Lucifero”, obbedienza Grande Oriente d’Italia, nonché di Rito Simbolico, attraverso la “Michele di Lando” del Grande Oriente Italiano, ha avuto occasione di misurarsi con personaggi del calibro di Malachia de Cristoforis, particolarmente attivi nell’aspetto operativo politico, sociale e morale. In tale contesto così operativo, naturalmente nel senso tutto profano che la parola possiede e diversamente dalla realizzazione dell’Opus Magnum a cui avrebbe teso per tutta la propria esistenza, Reghini sviluppa la propria vis pugnans arricchita dal proprio innato spirito sarcastico e irriverente da toscano irriducibile. Il suo ruolo provocatorio si manifestava durante i lavori di Loggia attraverso la sua rigida opposizione al materialismo, al positivismo, al socialismo che avevano contribuito a corrompere l’incontaminatezza iniziatica della Libera Muratoria in un ambiente a forte presenza democratico- radicale. Reghini stesso dichiara, in un celebre passo dal Leonardo del 1907: “Non una sola Loggia Massonica che lavori alla Grande opera e sia in grado di capire cosa sia veramente la ricostruzione del Tempio di Salomone”. Secondo Reghini, infatti, la vera Massoneria non si compromette con la plebe e col democraticume, ma è aristocratica e colta. Proprio questi anni, caratterizzati da un’apparente schizofrenia nell’operato di Reghini, fatta di posizioni come detto aristocratiche e intransigenti e da frequentazioni di personaggi assai rivolti alle sfere del socialismo e della moralità sociale, anni compresi tra gli inizi del secolo e lo scoppio della Grande Guerra, sono quelli più formativi sul piano iniziatico, tanto da condurlo inevitabilmente all’incontro che cambierà radicalmente la vita di Arturo Reghini, l’incontro cioè con Amedeo Rocco Armentano. Questi fu iniziato in Massoneria nella stessa Loggia di tradizione Simbolica “Lucifero” di Arturo Reghini e con lui iniziò una lunga e proficua collaborazione che portò alla fondazione della nota Schola Italica. Va menzionato che i due ben rappresentavano le posizioni apparentemente antitetiche tra interessi scientifici, da parte di Reghini, e artistici caratterizzati dalla formazione di musicista di Armentano secondo la quale, diceva lo stesso Armetano, la musica ha il ruolo di formatrice della realtà. Di quest’ultimo si racconta che disponesse di una personalità estremamente carismatica, dotata persino di poteri psichici, in contrasto al carattere determinato, da alcuni definito addirittura ombroso, del Reghini. Armentano possedeva queste visioni “folgoranti”, espressioni, in quanto tali, di una Gnosi ineffabile ed incomunicabile attraverso i normali meccanismi di trasmissione e, stando a quanto ci riferisce Reghini, era in grado di trasferirle inducendole nel profondo negli altri. A quanto pare, fu lo stesso Armentano che iniziò Arturo Reghini al pitagorismo, punto fondamentale per la nascita della futura enclave iniziatica ed esoterica rappresentata dalla Schola Italica. Riguardo ai contenuti della Schola Italica, il riferimento
di Reghini e Armentano è preciso: la sapienza italica è la sapienza pitagorica che, a sua volta, tenendo conto di quanto riferisce la tradizione stessa, ha conosciuto le iniziazioni non solo nei misteri greci, ma anche di quelli egizi ed etruschi. Il rapporto esistente tra cultura greca ed egizia è ampiamente fondato, secondo quanto testimonia Platone nel Timeo e nel Crizia con la narrazione del mito di Atlantide e, soprattutto, nel Fedro a proposito dell’origine dell’alfabeto e, quindi, della scrittura. L’incontro con Armentano per Reghini è stato più un momento di profonda iniziazione, come egli stesso scrisse in alcune lettere alla sorella, che non un semplice sodalizio intellettuale. Di Armentano non si conoscono molti dettagli, non si sa ad esempio queste sue capacità e conoscenze da chi fossero state infuse e quale iniziazione misterica egli abbia conosciuto prima del suo ingresso in Massoneria. Fatto sta che per Reghini egli rappresentava un vero e proprio riferimento spirituale, tanto che in diverse occasioni si rivolge a lui come Maestro (con la M rigorosamente maiuscola), aggiungendo che deve proprio a lui se ha saputo districarsi dai dubbi posti dalla sua “intelligenza”. In un’altra illuminante lettera del 1911, nel riversare su quell’uomo tutta la propria gratitudine, gli attribuisce la capacità di “penetrazione” (“…con quella capacità di penetrazione di me stesso che tu possiedi”), grazie alla quale è in grado di osservare quanto di meglio è nel suo peggio. L’opera, nel proprio significato, alla quale Reghini aveva cominciato ad attendere dopo l’iniziazione a cui l’aveva avviato Amedeo Armentano, sembra aver prodotto una serie di positivi effetti. Non solo sul piano pratico, con il conseguimento, a un‘età tutt’altro che canonica (nel 1912, quando aveva già 34 anni), della laurea in matematica, ma anche su altri livelli. Infatti, nel 1914 Reghini palesa, su di una dimensione essoterica, una serie di principi spirituali che, evidentemente, hanno covato in lui anche grazie all’iniziazione pitagorica a cui lo ha avviato Armentano. Con questo ci si riferisce a quella che rappresenta una delle opere più note di Arturo Reghini anche per certe sue valenze politiche, più presunte che realmente accertate, ossia “Imperialismo pagano”. Se questo saggio fu concepito sull’onda degli entusiasmi pitagorici si comprende allora bene il duro attacco rivolto al Cristianesimo, considerato “esotico” dalla autentica cultura italica, a sua volta sedimentata da una tradizione che lega Virgilio, Dante, Campanella, Mazzini. Il richiamo all’imperium della grande Roma – il mito della quale aveva affascinato anche un pensatore moderno, seppure assai poco ascoltato, come Giuseppe Mazzini – era il chiaro riferimento ad un ordine universale che garantiva una pax sociale, ma anche religiosa, attestata dalla singolare, almeno per i tempi moderni, tolleranza manifestata verso ogni forma di culto. Il riferimento al paganesimo, poi, non era tanto da intendere come espressione di una cultura dichiaratamente anticristiana quanto, piuttosto, un recupero di concezioni e di credenze antiche, precedenti al Cristianesimo, che erano prosperate nel territorio dell’Impero, formando le mentalità di tanti fedeli sudditi di Roma e quindi  indirizzandone i relativi comportamenti. Da questo punto di vista si può allora capire benissimo l’attenzione che deve essergli stata prestata in Vaticano. E si capisce altrettanto bene la preoccupazione di Mussolini, ancora non saldo sulla propria poltrona, desideroso di chiudere, per tanti motivi, e di certo non ultimo quello del consenso cattolico, la fatidica e storica breccia di Porta Pia. Sebbene in un primo tempo Reghini fu addirittura comprensivo nei confronti dell’incompatibilità tra fascismo e massoneria voluta da Mussolini e della sua inevitabile riconciliazione col Vaticano, definendo il duce “uomo di Stato… che deve tener conto, per il bene della nazione, che la religione ha tutt’ora una grande importanza in Italia”, le cose sarebbero fortemente peggiorate col passare del tempo. Reghini, infatti, vedeva nel fascismo la nascita di un’élite intellettuale destinata al governo del mondo, un dominio politico e sociale che un gruppo selezionato avrebbe dovuto esercitare sulla società, da ricollegare ai concetti alti espressi in “Imperialismo pagano”, gerarchia che, alla maniera di Guénon, avrebbe dovuto arrestare la pericolosa deriva antitradizionale imboccata dall’Occidente e, quindi, da questo punto di vista, in possesso della più scatenante vis rivoluzionaria. Questa visione mal si accordava con la gerarchia fondata su stivaloni e orbaci, su slogan populistici e sulla preservazione di una classe politica e culturale che andava a braccetto con il potere temporale della Chiesa. Reghini, che le antenne buone certamente le possedeva, si accorse subito della piega che avevano ormai preso i fatti. La stessa iniziativa di Atanòr del 1924, con collaboratori di notevole valore, quali Guénon, Kremmerz, Evola – i cui rapporti, all’epoca, erano ancora saldi – sembra proprio l’apprestamento di una sorta di linea di difesa, nel tentativo di proteggersi contro pericoli che sono sempre più incombenti. A sua volta, forse ispirato da forze sottili, Amedeo Armentano aveva compreso benissimo il pericolo quando, nel maggio di quello stesso anno, pochi giorni prima dell’assassinio di Giacomo Matteotti, abbandonava per sempre l’Italia per il Brasile, dal quale non avrebbe più fatto ritorno. Reghini faceva ormai parte di un altro mondo, quello dei perdenti. Intellettualmente ciò che rappresentò il suo canto del cigno fu la lunghissima introduzione al De occulta Philosophia di Agrippa dove emerge quel concetto, straordinariamente forte e coraggioso, ma verissimo, della magia come “scienza integrale della natura” che non tende affatto a fare “l’impossibile” dal momento che “i miracoli che il mago compie non sono, come quelli attribuiti ai santi ed i fondatori di certe religioni, una violazione delle leggi di natura, sono miracoli nel senso etimologico della parola, cioè semplicemente cose degne di essere mirate, non più prodigiose di qualsiasi altro fenomeno.” Si tratta “di scienza, anzi è la scienza teorica e pratica, della natura fisica e metafisica, umana e superumana”. Di una disciplina a proposito della quale aveva già affermato che “la magia, nelle sue tre suddivisioni, di fisica, matematica e teologia, fa dunque appello all’esperienza e perciò si trova naturalmente in opposizione con le religioni di tipo occidentale moderno, che non si limitano all’esercizio del culto, ma pretendono interloquire nelle questioni di scienza, facendo appello alla fede ed alla autorità di una rivelazione…”.Dunque, ed in questo si rivela particolarmente moderno ed acuto – oltre che coraggioso – il mago rinascimentale, il mago all’Agrippa si intende, costituisce, da tale punto di vista un autentico antesignano del moderno scienziato che osserva, studia, analizza, ricostruisce, verifica. Sullo scorcio di quei carichi di eventi ed al tempo stesso inquietanti anni ’20 Reghini si collocava in disparte, in una sorta di sonno della intellettualità manifesta anche se, stando alla testimonianza di Aniceto del Massa, l’attività della celebre e misteriosa Schola doveva continuare. L’universo di Reghini si confondeva allora, e sempre di più, con quello, solo in apparenza arido ed astratto, dei numeri pitagorici, in una ricerca dell’eternità iniziata tanti e tanti anni prima. Parlare di Arturo Reghini come matematico può risultare limitante per la memoria di quel ricercatore della conoscenza dopo più di mezzo secolo di oblio voluto più o meno coscientemente dal mondo accademico dominante. Non perché Reghini non sia stato un matematico vero: era, al contrario, in possesso di un’alta capacità tecnica e di un rigore logico non comune, tanto che la sua genialità procedurale ancor oggi sarebbe d’aiuto per uno sviluppo qualitativo della teoria dei numeri, una delle aree più antiche della matematica. Ma parlarne solo come matematico sarebbe come voler decontestualizzare una frase da un poema e dall’analisi di questa frase trarre conclusioni definitive sul significato del poema stesso. Reghini è stato un pitagorico: un filosofo, un matematico, un astronomo, un musico. Uno studioso antico delle leggi che regolano l’armonia del cosmo, nel tentativo eroico di rivolgere le attività dell’anima
verso il mondo sovrumano. Per Reghini, la geometria e l’aritmetica sono scienze sacre e nella sua opera, come un antico pitagorico, tenta di restituire al mondo moderno questa sacralità del sapere; un sapere che non deve essere fine a sé stesso, non deve spezzare i suoi legami col sacro, come tristemente avviene nel pensiero scientifico moderno imperante, che arriva addirittura a negare l’esistenza stessa del trascendente. Il suo libro più originale, “Per la restituzione della geometria pitagorica” che “fu lodato all’Accademia dei Lincei e premiato dall’Accademia d’Italia”, è permeato da questa necessità di restituire al mondo moderno la geometria sacra, quella di Pitagora, antecedente di circa tre secoli a quell’Euclide che sconvolse profondamente, con l’introduzione del V postulato, l’assetto della geometria; lo stesso teorema di Pitagora ci viene trasmesso con una dimostrazione euclidea e non con quella originale del filosofo di cui porta il nome. E non è una semplice questione di diritti d’autore, perché con Euclide la geometria, spezzando ogni suo legame col mondo divino, degenerò in una scienza profana, fine a se stessa. Il V postulato di Euclide, con il suo concetto di rette parallele, di rette cioè prolungate all’infinito, non era concepibile dai pitagorici; per la loro mentalità questo era un concetto addirittura “ripugnante”, secondo Reghini: per essi infatti il perfetto è ciò che è compiuto (si pensi al passato remoto in alcune lingue, indicato col temine “perfetto”), mentre era imperfetto l’illimitato, l’infinito. E Reghini tenta, con successo, nonostante le scarse notizie giunte fino a noi, di ottenere gli stessi risultati di Euclide con un postulato perfetto, pitagorico, cosmico: quello della rotazione. Il movimento (ed in particolare quello di rotazione), si presenta come aspetto caratteristico della vita cosmica e perciò deve avere, pitagoricamente, un posto primario nella geometria. Le conclusioni sulle relazioni esistenti tra poligoni, solidi regolari e note musicali, considerazioni che esaltano l’armonia che si ripete nel cosmo secondo leggi matematiche assolute, universali, troveranno completezza nell’altro suo lavoro “I numeri sacri”. Anche in questa occasione si evidenzia l’assoluta diversità di significato dei concetti o definizioni basilari tra il pensiero euclideo (secondo cui l’unità è un numero ed è ciò che non ha parti) ed il pensiero pitagorico, fatto proprio dal Reghini, secondo cui l’unità è il principio di tutti i numeri ed è rappresentata dal punto che è l’unità avente posizione. Dal punto cogito ergo sum, cioè dall’1, mediante uno sviluppo lineare si costruisce la sequenza per cui dall’1 segue il 2, dal 2 segue il 3 e dal 3 il 4 che, rappresentati in questo modo: danno origine a primi quattro numeri triangolari (poiché la forma che viene seguita e rimane inalterata nella sequenza – ossia il concetto di gnomon- è il triangolo) 1, 3, 6, 10,…; nonché al delta della Tetraktys pitagorica. Dall’unità si passa al 2 (linea), dal 2 al 3 (piano), dal 3 al 4 (spazio) e poi non è possibile, nei limiti dell’intuizione umana, arrivare al 5, come una piramide dell’iperspazio a quattro dimensioni: il procedimento è finito, concluso, perfetto. Da qui la perfezione del numero 4. La tetractys racchiude anche legami simbolici insospettabili: uno per tutti il numero 7, assimilato a Minerva, vergine e non generata in quanto balzò fuori direttamente dal cervello di Giove armata di tutto punto, perché esso non è generato per moltiplicazione da nessun numero della decade e non genera nessun numero di essa (mentre, al contrario, tutti gli altri numeri della decade sono sottomultipli o multipli degli elementi della decade stessa). Ma la tetractys racchiude soprattutto in sé i segreti di quelle leggi dell’armonia che regolano il cosmo e che si ripetono in aritmetica, nella musica, nella geometria. Si prenda una corda elastica e consideriamola di lunghezza unitaria (1); si prenda una seconda corda lunga la metà della prima (1/2), poi una terza corda, di lunghezza pari alla media aritmetica della prime due (3/4) ed infine una quarta lunga quanto la loro media armonica (2/3). Queste quattro corde hanno le misure del tetracordo di Filolao, o lira (con la quale si narra che Anfione abbia costruito le mura di Tebe e Orfeo agisse su animali e piante). Se la prima corda emette, vibrando, il suono DO, la seconda corda, avendo lunghezza metà, emette un suono di frequenza doppia cioè il DO dell’ottava superiore ed i suoni emessi dalle altre due corde sono rispettivamente quelli del FA (3/4) e del SOL (2/3). 1, 3⁄4, 2/3, 1⁄2: la tetractys delle corde del tetracordo di Filolao si ottiene con rapporti semplici dei numeri della tetractys pitagorica. I rapporti di Filolao si ripetono nel pentalfa (la stella a cinque punte, unico simbolo esoterico rigorosamente occidentale, secondo Reghini) e nel dodecaedro, (“la forma di cui si è giovato Dio per disegnare l’Universo”, dice Timeo prima di essere zittito da Platone), dimostrando l’esistenza nel Cosmo di quella stessa armonia che l’orecchio e l’esperienza scoprivano nelle note del tetracordo. A queste conclusioni Reghini giunge certamente con il rigore del matematico moderno, ma anche con la sobrietà del filosofo antico, che vedeva la connessione tra numeri e concetti di carattere universale. “I numeri hanno un valore interiore, eterno, universale, trascendente qualunque forma di vita e di coscienza, carattere che non è posseduto dalle scritture ideografiche e neppure dalla loro rappresentazione mediante lettere o cifre. Basandosi sui numeri non si restringe l’universale al creato e alle creature, a ciò che è contingente, umano, determinato nel tempo e particolare una lingua, di un luogo geografico”. Ecco perché le scienze del trivio pitagorico: grammatica, logica, retorica, sono nettamente inferiori all’aritmetica e alle altre scienze del quadrivio, perché sono scienze umane e si riferiscono alle facoltà intellettuali umane e da questo punto di vista deve essere invertito il senso dell’affermazione cartesiana cogito ergo sum; il  pensiero non è che una modalità dell’Essere assoluto e non l’unica forma di manifestazione dell’esistenza universale. La matematica nella sua evoluzione storica ha esteso il concetto di numero, e i numeri interi ed i rapporti tra di loro non sono che un caso particolare dei numeri reali, ma questa estensione ha alterato, impoverendolo, il concetto di numero, riducendolo a misura delle grandezze e tutta questa scienza si riduce, come dice René Guénon, al calcolo, che consiste in una serie di procedimenti più o meno artificiali. “I numeri interi sono stati fatti da Dio, mentre il resto è opera dell’uomo ed indagare le proprietà dei numeri interi è addentrarsi nell’abisso dell’interiorità dell’Essere”.  Quest’affermazione del matematico Kronecker può risultare eccessiva o forzata per un uomo di cultura moderna, ma non dobbiamo dimenticare il periodo storico in cui visse il Reghini, caratterizzato da una profonda innovazione del pensiero scientifico classico, soprattutto in virtù delle scoperte della fisica atomica, che mettevano in crisi il concetto, ottocentesco ma antico di una realtà “massiccia”, costringendo, quasi, i fisici del tempo alla necessità dei numeri interi. Al giorno d’oggi, la fisica moderna nel suo incessante tentativo di scoprire i meccanismi di base dell’universo e di trovare l’univocità del kosmos immerso nel kaos della percezione grossolana, sta proponendo teorie, in grado di rispondere alle domande fondamentali, basate essenzialmente nella riduzione della realtà a semplici numeri interi, a corde che vibrano in spazi incommensurabilmente microscopici i cui modi vibratori non possono che essere interi e profondamente legati all’intuizione pitagorica delle origini. La stessa mente umana sembrerebbe essere in connessione con questo tipo di campo unificato, un tutto in grado di interagire con se stesso, con la materia e con la consapevolezza universale che trova la sua più alta espressione nell’anima dell’uomo. Non sappiamo quanto Reghini fosse al corrente delle analogie tra la sua visione esoterica e i progressi della scienza dei suoi tempi, che già aveva sperimentato una discretizzazione quantistica nell’ambito del continuo newtoniano. Rimane il fatto, comunque, che l’intuizione e la sua armonica connessione con i più profondi misteri dell’universo, tramandati da Pitagora e da tradizioni a lui precedenti ma arrivate fino a noi in terra italica, abbiano reso Arturo Reghini una delle voci più influenti e significative nell’ambito esoterico e iniziatico italiano e – finalmente con un po’ di orgoglio culturale – dell’intera cultura occidentale.

LA SCHOLA ITALICA di ARTURO REGHINIultima modifica: 2018-05-17T19:16:49+02:00da mikeplato
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