LA SACRA SCRITTURA ANNUNCIA L’INCARNAZIONE

Annunciation-Mary-by-Henry-Ossawa-Tanner

di Alessandro Conti Puorger

LA PRIMA RIVELAZIONE

Il parlare comunicando informazioni con la voce, per quanto se ne sa, nasce nel Paleolitico superiore con l’uomo di Neanderthal e Sapiens, ma le prime prove del cercare di notificare notizie con segni che fossero interpretabili a distanza di tempo pur in assenza del soggetto che li propone, ossia i primi rudimenti di comunicazione, con graffiti e pitture su rocce e pareti di caverne e reperti di frammenti d’ossa e ciottoli con tacche, sono databili a 30 – 40.000 anni or sono. Quelle figure, legate a riti magici per favorire la caccia forniva indicazione dei tipi d’animale che erano allora in zona e il numero delle tacche incise memorizzava il contare i le lune che passano e gli animali catturati.

Gli studiosi poi sono concordi nel ritenere che l’invenzione della scrittura quale strumento di comunicazione, costituito da segni tracciati su una superficie cui sono fatti corrispondere in modo convenzionale suoni o concetti, si verificò in modo spontaneo tra i sumeri e gli egizi nel 3500 – 3300 a.C. e in quelle culture “è molto credibile che il loro sviluppo sia stato indipendente…” (Geoffrey Sampson, Writing Systems: Linguistic Introduction, Stanford University,1990).
Tali antiche scritture, comunque, si basavano su ideogrammi e segni pittografici e nella scrittura ideografica al segno corrisponde un oggetto o un concetto, quindi, anche una parola e può divenire così sistema logografico.

Con l’evoluzione di tale sistema la combinazione di più segni produsse parole diverse di quelle indicate dai singoli segni considerati separatamente. Dalle forme ideografiche per icone con immagini convenzionali, come quelle degli scritti primitivi in Egitto che sembrano precedere la scrittura mesopotamica ove a un segno corrisponde a un suono (Jerrold S. Cooper, Scrivere in cuneiforme origine burocratica della scrittura in Babilonia, in Origini della scrittura, 2002), si svilupparono sistemi di scrittura logografici ove sono rappresentate delle parole, sillabici ove sono rappresentate delle sillabe come nell’etiopico e alfabeti nei quali i grafemi rappresentano suoni, dal fenicio in poi.

Tra tutte le scritture prodotte dagli uomini in questi ultimi millenni in cui si sono affermati nel mondo i vari sistemi di scrittura, il testo più diffuso, letto, studiato, consultato, scrutato e meditato negli ultimi XXXIII secoli è la Bibbia, costituito da un complesso di libri, ormai stampato in più di 2400 lingue e considerato sacro da almeno 1/3 delle persone del mondo.
La parte più antica è quella degli Ebrei, il cui canone, Kitvei ha Kodesh – Sacre Scritture, fissato dai sapienti della “Mishnah” nel II secolo d.C., è formato da libri scritti con l’alfabeto ebraico (compresi Daniele ed Esdra scritti in aramaico).

L’ebraico e l’aramaico sono lingue semitiche così chiamate dal nome di Sem, figlio di Noè progenitore di Eber e di Aram.
Tra le lingue semitiche sono considerate le orientali, che comprendono l’accadico, ramificatosi in babilonese al sud e in assiro al nord, le occidentali, col cananeo, l’ebraico, l’ugaritico, l’aramaico, il siriaco e il fenicio, le meridionali, con l’arabo del sud e del nord e l’etiopico.
La distinzione tra ebraico e aramaico biblico data al 1886 con Franz Delitzsch e fu indicata nel dizionario di Brown-Driver-Briggs; il lessico che vi si trova comprende 640 parole estratte da Esdra 4,8-6,18; 7,12-26 e da Daniele 2,4b-7,27 e dai versetti Genesi 31,47 e Geremia 3,10 ove il 22% dei vocaboli sono comuni ai due libri, il 60% sono solo in Daniele ed il 18% solo in Esdra.
L’aramaico è l’insieme dei dialetti di tribù provenienti dalle steppe dell’est, penetrate tra il X e l’VIII secolo a.C. nella regione della Siria-Palestina, ma i documenti cominciano ad essere abbondanti dal VII secolo a.C. quando iniziò ad essere utilizzato dall’impero assiro e nel 500 a.C. gli Achemenedi fecero dell’aramaico, cui parenti prossimi sono il nabateo, il palmireno e il samaritano, la lingua ufficiale dell’impero persiano.
In quelle Sacre Scritture per l’ebraismo circola l’esperienza dello spirito rivelato del Creatore al popolo d’Israele che, affidatosi a Lui, si sentì accompagnato nella propria storia tra mille traversie tra popoli nemici molto più potenti.

Sono quelle Sacre Scritture la massima espressione di spiritualità prodotta da persone ispirate che hanno avuto la vita profondamente modificata da un incontro con un essere che s’è voluto loro rivelare.
I testi accolti nel canone, “Kitvei ha kodesh” delle Sacre Scritture sono soltanto quelli concepiti sin dall’origine con i 22 segni dell’alfabeto ebraico e non con altra lingua e/o alfabeto, come se quei segni fossero l’ossatura necessaria e essenziale dei testi stessi che altrimenti non si reggerebbero.

È importante considerare che il testo ebraico e le relative lettere sono stati fissati nella forma attuale prima dell’ignoranza dei geroglifici, perdurata per più di XIV secoli, dal V sino alla fine del XIX secolo d.C..
La forma quadrata liturgica della scrittura ebraica prima di tale perdita di conoscenza s’era già consolidata e la fedeltà assicurata alla conservazione dalla scrittura quadrata rabbinica ha salvato il messaggio grafico di quelle 22 lettere trasmettendo, se c’era, il pittogramma veicolato dall’egiziano, dal sinaitico e da scritture coeve, segni che poi, verso il I-II secolo a.C., furono stabilizzati nella forma espressiva che arrivataci, sigillata nel I secolo d.C.. BR> Quelle scritture nella loro forma originaria ebraica o aramaica hanno perciò in sé ancora latente un gran potenziale di scrittura pittografica che può essere evocato con opportuni criteri e la Torah è densa di pensieri collegabili anche ai geroglifici egizi come ho evidenziato in:

Non basta però, perché con opportuna chiave si possono ottenere letture proprio utilizzando la simbologia grafica insita nelle lettere di quell’alfabeto.
Su tale tema propongo questi miei articoli:

Il canone della Bibbia degli ebrei, formato da 24 libri (39 titoli), è detto Te-Na-K, acronimo delle iniziali delle parole ebraiche “Torah, Nevi’im, Ketuvim” che indicano le tre parti di cui è così composto:

  • Torah” – o Legge, in 5 libri (5 titoli);

  • Nevi’im” – Profeti, in 8 libri (21 titoli), i Profeti Anteriori 4 libri (6 titoli) e i Profeti Posteriori 4 libri (15 titoli);

  • Ketuvim” – o Agiografi, ossia altri scritti, in 11 libri (13 titoli).

Le tre parti, sono così ripartite:

  • Legge, 5 libri, detti Pentateuco (in greco 5 teche), in ebraico “Torah” (da istruire yrh) Genesi o “Ber’eshit”, Esodo o “Shemot”, Levitico o “Vaiqr’a”, Numeri o “Bemidbar”, Deuteronomio o “Devarim”;

  • Profeti, di cui 4 per i Profeti Anteriori, Giosuè, Giudici, Samuele (1 e 2), Re (1 e 2) e 4 dei Profeti Posteriori, di cui 3 per i maggiori, Isaia, Geremia, Ezechiele ed 1 per i 12 profeti minori, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abakuk, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia;

  • Agiografi o altri scritti, 11 libri (13 titoli), Salmi (150), Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste (Qoèlet), Ester, Daniele, Esdra-Neemia e Cronaca (1 e 2).

I testi della Bibbia ebraica nella loro forma attuale risalgono al II-I secolo a.C..
Gli scritti della Torah, indipendentemente dalla critica biblica, però, sostengono di sé d’essere stati prodotti da Mosè nell’area cuscinetto tra Egitto e impero Babilonese (Palestina, Siria, Libano, Fenicia, Sinai) alla cerniera delle concezioni delle scritture, ove nel XIII-X secolo a.C., nel periodo tra l’esodo degli ebrei dall’Egitto ed il regno di Salomone, si produsse un cambiamento del modo di scrivere.
In tale zona, dove passava la comunicazione tra quei due mondi, furono inventati i messaggi criptati.
Dai Cristiani i libri del canone ebraico sono stati tutti inclusi (Decretum Damasi 382 d.C., confermato dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n°120) in quello che è chiamato l’Antico Testamento con la scelta, allora, della versione in greco, usata dagli ebrei alessandrini, tradotta poi in latino “vulgata”.

A quei libri però hanno aggiunto:

  • 6 libri (7 titoli) scritti in greco, detti deuterocanonici, Maccabei 1° e 2°, la Sapienza, il Siracide, Baruc, Tobia, Giuditta;

  • alcuni brani, pure scritti in greco, in Daniele e in Esdra.

Il Canone Alessandrino o greco-latino, di 46 titoli in tutto (39 + 7), fu poi accettato anche dalle Chiese d’oriente (sinodo Trulliano o Quinisesto “Quinisextium”, tenuto a Costantinopoli nel 692 d.C. convocato dall’imperatore Giustiniano II) mentre le chiese evangeliche poi hanno accettato solo il canone ebraico.
Ai libri detti dell’Antico Testamento furono aggiunti i 27 libri detti del Nuovo Testamento costituiti da:

  • 4 Vangeli, Matteo, Marco, Luca e Giovanni;

  • 1 Atti degli apostoli;

  • 13 Lettere di Paolo, Romani, 1 e 2 Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 1 e 2 Tessalonicesi, 1 e 2 Timoteo, Tito, Filemone;

  • Lettera agli Ebrei;

  • 7 Lettere cattoliche, Giacomo, 1 e 2 Pietro, 3 di Giovanni, Giuda;

  • Apocalisse.

Nelle religioni di origine divina, dette rivelate, che affermano di fondarsi, sulla comunicazione di conoscenze da parte della propria divinità agli uomini, la rivelazione s’intende sia lo stesso processo comunicativo con il quale Dio s’è fatto conoscere manifestando la propria volontà, sia in modo traslato anche il contenuto di questa comunicazione.
Ebrei e cristiani ritengono che le Sacre Scritture siano proprio la testimonianza della rivelazione di Dio, perché da Lui ispirate.
Dall’Islam, quindi, da un ulteriore 21% della popolazione mondiale, quelle stesse Sacre Scritture, dette “Il Libro”, non sono più considerate sacre, perché ritenute alterate nel corso dei secoli.
Pur se una consistente parte del Corano è dedicata a narrazioni su personaggi biblici dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento e molti personaggi della Bibbia sono considerati profeti dell’Islam, recita il Corano: “Tra la gente del Libro… ci sono poi alcuni di loro che contorcono il testo del Libro, per farvi credere che quel che dicono, “questo è da Dio”, mentre non è da Dio e così mentono contro Dio, coscientemente”. (Sura III della famiglia di Imràn, 78).

La Bibbia è poi ricolma di espressioni come Parola di Dio, Parola del Signore, Oracolo del Signore, espressione quest’ultima che vi si trova ben 166 volte.
San Paolo, ebreo e fariseo e apostolo di Cristo, scrive a Timoteo, compagno in viaggi missionari e costituito vescovo di Efeso: “Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere e educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2Timoteo 3,14-17)

Ebrei e cristiani credono, quindi, che Dio ha fatto irruzione nella vita dell’uomo per comunicare con Lui.
È accaduto così che la natura divina, inconcepibile per l’uomo, con mezzi umani ha fatto modo di essere recepita nella carne, ecco perché la Sacra Scrittura è considerabile una prima forma di incarnazione della Parola di Dio che ha inteso rivelarsi agli uomini.

Ho detto per inciso che in ebraico Legge divina è “Torah” da istruire yrh e le lettere ci parlano sia di una istruzione nel senso normale che “è nella mente/testa ad entrare “, sia di Lui che la promana che “è in un corpo Entrato “… quasi una prima incarnazione; insomma le lettere della parola ebraica “Torah” paiono proprio proporre l’intenzione del Creatore che “indica che si porterà in un corpo nel mondo ” e questa è la lettura che ha dato Gesù come vedremo agli scritti attribuiti a Mosè.

Per i rabbini, peraltro, le Sacre Scritture, solo se scritte con i segni originari ebraici, hanno la proprietà particolare d’essere considerate un corpo vivo onde, nell’uso dei libri sacri, tra l’altro:

  • è vietato tenere un libro sacro capovolto;

  • sedere su una panca ove esso è appoggiato;

  • sono da baciare dopo raccolti se fossero caduti;

  • è obbligo di darli in prestito ai propri amici e compagni;

  • è obbligo seppellire i deteriorati o conservarli in luogo protetto detto “genizah”.

L’insieme di quei testi “…non va visto come una semplice sequenza di segni atti a trascrivere parole e frasi…; nella tradizione esoterica si scopre che ad ogni lettera è stato attribuito un fondamento della conoscenza religiosa stessa, e questa si basa sulle lettere quali ricettacoli della potenza divina.” (G.Mandel – “L’alfabeto ebraico” – Mondadori).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica sulla Sacra Scrittura propone ai fedeli:

101 – Nella condiscendenza della sua bontà, Dio, per rivelarsi agli uomini, parla loro in parole umane. Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile agli uomini.

102 – Dio, attraverso tutte le parole della Sacra Scrittura, non dice che una sola Parola, il suo unico Verbo, nel quale esprime se stesso interamente. Ricordatevi che uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Sacra Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tutti gli scrittori santi, il quale essendo in principio Dio presso Dio, non conosce sillabazione perché è fuori del tempo.

103 – Per questo motivo, la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture, come venera il Corpo stesso del Signore. Essa non cessa di porgere ai fedeli il Pane di vita preso dalla mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo.

Chi accoglie la Sacra Scrittura “non accoglie soltanto una parola umana, ma quello che è realmente: Parola di Dio… Nei Libri Sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza in contro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro”. (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. “Dei Verbum”)

I maestri della mistica ebraica ritengono che l’Eterno creò il mondo con i segni sacri delle lettere dell’alfabeto ebraico, preesistenti alla creazione dell’universo, come un compositore usa le note per comporre una sinfonia, perciò entrare in contatto con quei segni avvicinerebbe ai segreti della creazione stessa. Il fatto che anticamente i testi biblici erano una sequenza di lettere separate, senza indicazione di parole e di periodi, propone l’idea di un valore particolare della singola lettera.
Riporto in grande carattere le lettere ebraiche dei testi liturgici. L’osservazione dei dettagli, che si ritengono tutti voluti, offre lo spunto per arrivare alla determinazione del concetto sotteso dal segno. Cinque di tali lettere a fine parola presentano la forma della riga sottostante.


Evidenzio le lettere in cui si distingue all’interno il segno come quello della:

  • cioè , , , , , , , , (ci sono anche le lettere maiuscola e );

  • cioè, , , (c’è anche la lettera maiuscola );

  • cioè , , (c’è anche la lettera maiuscola );

  • cioè , , , , ;

  • composite , , .

Tra il modo di scrivere in caratteri latini e quello in caratteri ebraici esiste una differenza sostanziale circa la posizione del carattere rispetto alla linea guida immaginaria; infatti, nella scrittura latina la lettera poggia su questa linea guida, mentre nella scrittura ebraica la lettera è come se, venendo dal cielo, fosse appesa ad essa e questa linea stabilisce il limite della scrittura, con eccezione della lettera “lamed” che travalica questa linea, mentre ogni altra lettera ne rimane sotto.


In ebraico il testo si scrive da destra verso sinistra.

Gesù di Nazaret disse agli Ebrei del suo tempo e oggi, tramite i Vangeli rivolge queste parole ai cristiani: “Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me… Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se, infatti, credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?” (Giovanni 5,37-47)

Gesù, con autorità, così asserisce che:

  • le Sacre Scritture sono una testimonianze del Padre;

  • il Padre con quelle intende dare testimonianza di Lui, del Figlio, quindi della sua prossima incarnazione;

  • non sono credute.

L’annuncio di questa incarnazione è però velata a una lettura normale di quei testi ed ecco che nasce il sospetto che molte profezie sulla Sua venuta non siano esplicite a una lettura usuale, ma sigillate e svelabili con una lettura particolare, proprio come dice il profeta Isaia che parla di due livelli di lettura: “…il Signore ha versato su di voi uno spirito di torpore, ha chiuso i vostri occhi, cioè i profeti, e ha velato i vostri capi, cioè i veggenti. Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non posso, perché è sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: Per favore, leggilo, ma quegli risponde: Non so leggere.” (Isaia 29,10-12)

Questo tema del libro sigillato è ripreso dal libro dell’Apocalisse 5,1-5: “E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli… Uno dei vegliardi mi disse… ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli.”

Tutto ciò che riguarda quei libri e sempre doppio, scritto su due lati. Due sono le Tavole, su due facce, lato interno e esterno, come a dire: non guardate quegli scritti in un solo modo.
Sigillo non tanto perché impossibile a leggere essendo il libro chiuso e non si può togliere il sigillo, ma perché il modo con cui è scritto è sigillato, cioè criptato, e in ebraico “sigillare, suggellare, marcare, segnare” ha il radicale da cui sigillo è “chotam”, scritto sia , sia come o “chotoemoet” e in si riconosce il radicale che in ebraico significa “annunciare”, quindi, “annunciare () con i segni ai viventi “; proprio in questo modo quei sacri testi ci dicono che avvenne la rivelazione da parte di Dio.

Con il Concilio Vaticano II i cristiani cattolici sono stati invitati a considerare le Scritture dell’Antico Testamento sacre alla stregua dei Vangeli e di tutto il Nuovo Testamento, come dicono gli insegnamenti del “Catechismo della Chiesa Cattolica”:

n° 80La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in un certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. (Concilio Ecumenico Vaticano II Dei Verbum 9)

n° 81La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino. Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli e la trasmette integralmente ai loro successori…

n° 82 – Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della Rivelazione attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e rispetto..

 

LA SCRITTURA DI DIO
Nella Bibbia, sia la scrittura, sia gli stessi segni usati all’origine per produrla assumono carattere di sacralità.
Testo e lettere usate, infatti, fanno entrambe parte integrante della rivelazione. Questo pensiero che pare esoterico, in effetti, discende dalla costatazione che la Torah stessa, seme di tutta la Bibbia per ebrei e cristiani, afferma in più riprese:

  • Esodo 31,18 – “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio.”

  • Esodo 32,15s – “Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era la scrittura di Dio, incisa sulle tavole.”

  • Deuteronomio 5,22 – “(Il Signore) scrisse su due tavole di pietra e me le diede.”

  • Deuteronomio 9,10 – “Il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva detto sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea.”

  • Deuteronomio 104s – “Il Signore scrisse su quelle tavole la stessa iscrizione di prima, cioè i dieci comandamenti che il Signore aveva promulgati per voi sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea. Il Signore me li consegnò. Allora mi volsi e scesi dal monte; collocai le tavole nell’arca che avevo fatta e là restarono, come il Signore mi aveva ordinato.”

Il Signore, quindi, scrisse direttamente le Tavole.
L’idea che la scrittura fosse un dono degli dei era, peraltro, una costante nell’area geografico/storica di riferimento e precisamente:

  • del dio Nebo a Babilonia;

  • del dio Thot in Egitto;

  • di Cadmo, eroe mitico, fratello d’Europa fondatore di Tebe, per i Greci.

La Bibbia allora intende confutare tale idea, precisando che quella che è la scrittura è dono del Dio Unico e che il modo di scrivere dei vari popoli del mondo sono solo un riflesso fatto avere a suo tempo da Lui per preparare quella vera che poi sarà donata da Dio e che poi ha inciso come vedremo in modo profondo nelle civiltà esistenti.
Le Tavole erano opera di Dio e la scrittura era di Dio, onde quelle Tavole, su cui c’era la “scrittura di Dio”, contenevano il codice della scrittura divina.
(Vedi: “Le 22 sacre lettere; appunti di un qabalista cristiano“)

Il verbo “scrivere” in ebraico ha il radicale e guardando ai significati grafici delle lettere (Vedi: schede delle lettere ebraiche cliccando su di loro nella colonna a destra della Home di questo mio Sito) si ha:

  • la lettera ebraica “Kaf” sembra proprio una coppa, un vaso e per “Sefer ha-Temunah”: “Kaf è l’attributo del Regno… è il recipiente della Shekinah”, mentre per “l’Alfa beta de-rabbi ‘Aqiva” “Kaf è il palmo della mano del giuramento e quindi è da considerarsi in collegamento con la mano di Dio “e per Marc-Alain Ouaknin la lettera Kaf è il palmo della mano, il cavo della mano aperta e il significato grafico traslato è piano, liscio, perciò retto e rettitudine.

  • la lettera che come commenteremo poi ampiamente, indica segno.

  • la lettera Bet , infine, ha come prototipo d’origine la B egizia che è una gamba o piede e indica il luogo dove si posa il piede, passato poi come segno di luogo di residenza, quindi, casa, tenda, dentro, abitare, abitazione, col segno sinaitico di una piantina di una casa da cui il segno rabbino quadrato di nonché iniziale della parola ebraica “bajt”, cioè “casa”.

Quel radicale CTB di “scrivere” ebraico con la lettura grafica dei segni si apre a questo predicato: “su un piano segnare dentro “.

Il pensiero del libro della Genesi è che all’origine c’era un’unica lingua, quella con cui Dio parlava con Adamo e che gli insegnò nel giardino dell’Eden, che poi arrivò fino a Noè, e i nati dopo il diluvio avevano una sola lingua, quella che Noè parlava in famiglia con i suoi figli, infatti: “Tutta la terra aveva una sola lingua…” (Genesi 11,1) poi “La generazione che volle erigere la Torre di Babele abusò, in senso magico, di questa lingua santa per imitare… l’azione creatrice di Dio… la lingua santa risulta da allora mescolata con elementi profani…” (Gershom Scholem, “Nome di Dio e la teoria qabalistica del linguaggio”, Milano 1998), quindi, quella lingua rimase solo nel ramo dei primogeniti di Sem, di Eber e d’Abramo.

Accompagnati alla lingua dovevano esserci anche i segni, ed erano la lingua e la scrittura di Dio che era denominata dagli ebrei “celeste”, il cui codice fu poi ridato al Sinai da Dio, il Dio degli dèi, “‘Elohim” il Signore degli angeli.
Era l’origine di tutte le lingue e scritture, ivi compreso poi dell’alfabeto ebraico e degli stessi geroglifici egizi.

Questo pensiero fa dire ad Attanasio Kircher che “…gli alfabeti di tutte le lingue recano in sé le tracce della antiche lettere”. (A. Kircher, “Turris Babel”, Amsterdam, 1679); infatti, il Kircher, gesuita, scienziato e storico tedesco del XVII secolo, era convinto anche lui, almeno così gli avrebbero detto rabbini del tempo, che i segni delle lettere ebraiche li avessero suggeriti gli angeli.

Nel rinascimento ed anche più tardi si collegarono le lettere ebraiche alle stelle. Certo è che in cielo tra le stelle, si potranno sempre individuare formazioni che ricordino le lettere ebraiche unite anche in modo diverso rispetto alle costellazioni note e… Mosè era stato tante notti a guardare le stelle sul Sinai.

La lettera “‘alef”, ad esempio, dicono, si possa individuare nella costellazione del Toro che si trova in una delle regioni più ricche di astri, perché vi brillano Castore e Polluce dei Gemelli, Procione del Cane Minore, il gigante Orione, ai piedi del quale c’è la splendente Sirio del Cane maggiore.

Essendo state quelle Tavole consegnate a Mosè, questi secondo la tradizione con i segni di quel codice scrisse poi il primo nucleo della Torah, atto del patto di alleanza tra Dio e Israele in cui c’è la dichiarazione di amore sponsale “Io sono tuo” e “sono geloso”.
È poi da presumere che i profeti e gli altri autori successivi imitarono quello stesso codice e scrissero i testi delle Sacre Scritture con segni simili.
La Sacra Scrittura così è dono di Dio, di ciò che possiamo sapere e dire di Lui e gli ebrei sostengono che non possono pensare a Dio e dire qualcosa su di Lui se passando dalle Sacre Scritture.

Aggiungo che, per meglio conoscerlo tramite quelle Scritture, sarebbe proprio utile approcciarle nella loro pienezza quando sono con la scrittura propria originaria, cioè con quella di quel codice.

Per il Talmud, “Sette cose furono create prima della creazione del mondo: la Torah, la conversione, il Giardino dell’Eden, la Geenna, il trono della gloria, il tempio e il nome del Messia” e lettere con cui Dio impresse le Tavole, con cui sarebbe stata poi scritta in terra la Torah, erano segnate sul Trono della gloria.
(Vedi: “Alfabeto ebraico, trono di zaffiro del Messia“).

Per il giudaismo oltre alla Torah fu consegnata anche una Torah orale ricevuta da Mosè dalla bocca del Signore nei due periodi di quaranta giorni e quaranta notti sul Sinai per la consegna delle due serie di tavole; infatti, la “Mishnah”, che inizia con il trattato Avot (i Padri) al punto 1.1, è scritto: “Mosè ricevette la Torah sul Sinai e la trasmise a Giosuè…” e prosegue “…e Giosuè agli Anziani, e gli Anziani ai Profeti, e i Profeti la trasmisero agli uomini della Grande Congregazione. Questi dicevano tre cose: Siate cauti nei giudizi; educate molti discepoli; fate una siepe intorno alla Torah.”

La Grande Congregazione o Grande Sinagoga, l’istituzione religiosa che guidò il giudaismo sulla fine del periodo dei profeti, considerati antenati dai Farisei, era costituita da 120 membri (come poi i 120 discepoli della Chiesa nascente di Atti 1,15) convocati da Esdra e dagli scribi per far fronte ai problemi incontrati al ritorno degli ebrei dall’esilio babilonese, poi si trasformò nel Sinedrio d’evangelica memoria ed ebbe termine nel II secolo a.C..
Molti dei riti e della liturgia del giudaismo rabbinico sono fatti risalire a tale istituzione che stabilì l’autorità d’alcune opere iniziando così a determinare un primo canone biblico.
È da presumere poi che quei segni, scritti sulle due Tavole del Patto, siano stati conservati religiosamente – vennero, infatti, posti nell’Arca dell’Alleanza – e pur se trasformati in aspetti formali, abbiano mantenuto il messaggio grafico originario e avrebbero proprio la stessa valenza dei segni delle 22 lettere “rabbino quadrato” dell’alfabeto ebraico, come sono nei rotoli ritrovati a Qumran, praticamente assai simili a quelli con cui oggi sono scritti i libri della Tenak o Bibbia ebraica.

È importante considerare che il testo ebraico con le relative lettere fu fissato nella forma attuale prima dell’ignoranza dei geroglifici, perdurata per più di XV secoli, dal IV sino alla fine del XIX secolo d.C. e che:

  • le lettere sono soltanto consonanti come in egiziano;

  • nei testi antichi non c’erano i segni delle vocali;

  • le parole non erano separate tra loro;

  • le lettere erano spaziate tutte egualmente tra loro;

  • non c’erano forme particolari per indicare lettere di fine parola;

  • non v’era indicazione di versetti.

Ogni lettura comportava perciò di recidere in qualche modo il testo in parole, e ciò che si otteneva era solo una delle possibili soluzioni.
Ci si può allora domandare se ognuna di quelle lettere non avesse anche un valore specifico come ideogramma o pittogramma, una specie di geroglifico e se di questo significato grafico ne sia rimasta traccia.

Per far comprendere sinteticamente ciò che intendo dire sulle lettere prendo ad esempio la parola ebraica di “tavole” che in ebraico si dice “luhot”.
Ecco che allora quella parola “tavole” “luhot” sarebbe stata scritta con lettere tutte spaziate tra loro in questo modo o anche e come pure , e allora osservo che:

  • la , la “lamed”, che è la più alta delle 22 lettere di quell’alfabeto, pare proprio parlarci di un potente, infatti, sembra schematizzare il profilo di una testa con un diadema, inoltre appare assai simile al determinativo del geroglifico egizio di un serpente ;

  • la , la “wàw”, pare proprio essere un bastone, in egizio il “madu” che sta per parola (se rovesciato il servo), nei geroglifici poi un serpente e un bastone stanno per dire “parla un potente”, dopo inizia il discorso del faraone; inoltre il bastone sta anche per portare condurre ed in ebraico è appunto una congiunzione;

  • la , la “chet HeT”, come ci fa vedere il segno è un luogo chiuso, come un’assemblea, una scatola, una tomba, quindi, potrebbe contenere qualcosa di nascosto o di stretto, infatti in egizio è una fune intrecciata e HUT che non è molto distante dal nome della lettera HeT indica tempio, cappella funeraria, palazzo, costruzione edile;

  • la lettera , la “taw”, è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, ma siccome gli scritti ebraici si leggono da destra a sinistra, in effetti, è la prima e nel corsivo è una croce , prototipo di tutti i segni, in quanto è la più semplice delle indicazioni per trasmettere un messaggio, perché esprime la volontà di chi lo lascia (una linea da sola, infatti, sarebbe pensabile come una traccia non volontaria) usato da secoli per contrassegnare la proprietà su qualcosa e addirittura avente valore di “firma” attestante la volontà da parte d’analfabeti.

Da quel considerato quanto detto viene fuori allora che le tavole sono descritte come il luogo ove “Il Potente la parola nascosta portò con i segni ” e se usiamo come in Esodo 32,16 si ha “il Potente vi racchiuse i segni “.
Gli spazi tra una lettera e l’altra poi non sono da non considerare e si può all’occorrenza sostituirlo con la lettera “he” che indica appunto spazio aperto simile al geroglifico .
(Vedi: “Parlano le lettere“)

Con questa idea ecco che in quella parola appaiono due radicali e che in ebraico significano, il primo “accompagnare” e il secondo “annunciare”, quindi, ne esce anche il pensiero che Dio, il Potente, “accompagnò () l’annunciare () con i segni “, cioè quello che Dio disse a voce, Torah orale, anche lo scrisse, embrione della Torah scritta!

Dio, allora, con quale forma di scrittura avrebbe scritto le tavole nel XIII secolo a.C. per farla comprendere a Mosè?
Il dono divino passò a Mosè, che la Bibbia indica primo scriba assoluto della scrittura ebraica, XIII secolo a.C., con almeno brani o parti del Pentateuco (Mireille Hadas-Lebel “L’hébreu, troi mille ans d’histoire e Storia della lingua ebraica” ed. Giuntina, 1994) ove riportò quanto ricevuto.
Questi, in sintonia all’ambiente egiziano, che riteneva la scrittura dono del dio Thoth, ma in totale opposizione, sostiene e attribuisce, appunto, la venuta della scrittura stessa dal Dio Unico, creatore del cielo e della terra.

Anche se la critica dei testi dice che la Torah, come c’è pervenuta, fu scritta solo, o meglio coordinata e completata, molto più tardi, lei afferma che è figlia della prima stesura, scritta da Mosè dopo che Dio diede le tavole della legge, nocciolo duro che fu trasmesso da padre in figlio e fu scritta e riscritta da sacerdoti e re con aggiunte e variazioni legate agli usi dei tempi.
Dando valore a quanto dice di sé il sacro testo e ritenendo che un nocciolo di rivelazione fu dato effettivamente nel XIII secolo a.C., sorge spontanea la domanda: quali segni sacri Dio può aver usato ed ha reso comprensibili ad un ebreo – egiziano che visse per 80 anni tra Egitto e penisola Sinaitica, per farli trasmettere poi a gente uscita dall’Egitto?

La gente ebrea che Mosè portò fuori d’Egitto era “una gran massa di gente promiscua” (Esodo12,38), ma gli Israeliti, l’élite dei “seicentomila”, considerava d’aver avuto origine fuori dall’Egitto da un popolo di pastori.
Il libro della Genesi, infatti, narra che nel XVII-XVIII secolo a.C. il primo nucleo, le famiglie dei figli di Giacobbe, era venuto da Canaan, ove il progenitore Abramo s’era trasferito dalla Mesopotamia nel XVIII-XIX secolo a.C., in Egitto, alcuni secoli prima dell’esodo, e lì si moltiplicò (Esodo12,41).

La stessa Bibbia afferma che Mosè conosceva bene la scrittura egiziana essendo stato educato come figlio di Faraone, quindi era esperto in tutta la sapienza degli egiziani, come confermano le varie tradizioni:

  • la storia dell’Esodo: “Mosè era un uomo assai considerato nel paese d’Egitto, agli occhi dei ministri del faraone e del popolo.” (Esodo 11,3b)

  • la tradizione cristiana con: “Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere.” (Atti 7,22)

Per dare attendibilità alla tradizione, il modo di scrivere ebraico deve perciò affondare le radici in quello egiziano che è la più antica forma di scrittura affacciatasi sul mediterraneo.
Tenuto conto che la scrittura ebraica non era ancora nata, o per lo meno era in “mens Dei”, come avrebbe dovuto essere scritto il decalogo per essere compreso da un ebreo-egiziano?

In effetti, essendo la scrittura dono di Dio, che si era preparato anche a chi rivelarla, i segni sulle tavole dovevano essere comprensibili a Mosè, congruenti con la cultura di quel personaggio, perciò con segni semplificati della cultura egiziana veicolati nel sinaitico.
Non il dio egizio Toth, infatti, aveva provocato i geroglifici, essendo anche gli alfabeti delle scritture umane una scintilla della creazione, come poi vedremo, si può dedurre dal primo versetto del libro della Genesi, perchè “‘alef” e “tau” sono anche lettere dell’alfabeto egizio.
La Bibbia stessa attesta perciò che quei segni usati da Dio furono conservati con sacralità, e integro fu lasciato il messaggio grafico, se vi fosse stato, in quanto il prototipo delle lettere, come ho già ricordato, fu conservato con le tavole nell’arca dell’alleanza (Esodo 25,21; 40,20; 1Re 8,9).

Quale scrittura, allora, avrebbe usato Mosè, se ha scritto qualcosa (Gesù, però, conferma almeno il nocciolo della tradizione con… “Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me” in Giovanni 5,46) depositario di cultura ebraica ed egiziana, nel XIII secolo a.C. per scrivere poi la Torah?
La risposta non può altro che essere congruente: usò le lettere consegnategli da Dio con le tavole e credo che la risposta sia da completare pensando a dei pittogrammi, a delle icone comprensibili e accessibili in base alla cultura di Mosè, un ebreo egiziano vissuto anche nei deserti del Sinai XXXIII secoli orsono, aduso, appunto, a leggere i geroglifici e i segni sinaitici.

LA TAU SULLA FRONTE DI CAINO
Mosè, o la scuola che a lui si riferiva, nel libro della Genesi mette in guardia su tali segni quando, subito dopo la creazione, racconta che proprio Dio tracciò un primo segno.
Per tale motivo, i rabbini insegnano che il VI giorno della creazione, prima del tramonto del sole, furono rivelate le lettere.
Ciò avvenne dopo che Caino uccise Abele, infatti: “Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato” (Genesi 4,15).
Lo pose per evitare vendette da parte di Adamo ed Eva e dai loro futuri figli, per ammonirli affinché evitassero di fare giustizia a modo loro nei confronti di Caino, come a dire, è sotto mia tutela… ci penso io, io stesso farò giustizia quando e come voglio a modo mio che sono la Giustizia assoluta, non spetta a voi.
In quel versetto Genesi 4,15 in ebraico la parola “segno”, usata in tanti altri passi anche per definire un “miracolo”, è “‘ot” .

Nella Bibbia della C.E.I., traduzione in italiano del 1971-1974, la parola “segno” si trova per 160 volte, 98 nell’Antico Testamento di cui 32 nella Torah e 66 negli altri libri e 62 nel Nuovo Testamento di cui 48 nei Vangeli e 18 negli altri scritti canonici cristiani.
Quella parola in ebraico ed è costituita dalla prima e dall’ultima lettera dell’alfabeto unite tra loro dalla lettera che è anche una congiunzione, da cui il si può dedurre grazie alle lettere che “primo Portato Segno “, quindi fu la croce che è il modo di scrivere in corsivo di quella lettera.
Nell’ambito delle parole bibliche il segno, in effetti, è un miracolo, un prodigio, in quanto i segni fatti da Dio sono in sé segni prodigiosi:

  • come l’arcobaleno (Genesi 9,1) “E sarà come un segno del patto“;
  • il sabato (Esodo 31,17) “Questo è un segno“;
  • la nascita dell’Emmanuele (Isaia 7,11) “Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto.”

Questo segno, in ebraico, “‘ot” , con le lettere, dice già di sé che fu “l’Unico a portargli una Taw ” ossia una T, iniziale della parola Torah che poi avrebbe istruito gli uomini sul “perdono”.

Di fatto non solo Dio doveva perdonargli, ma il perdono era necessario anche da parte degli uomini, in particolare dei genitori Adamo ed Eva che avevano perso un figlio; la Bibbia però non informa su eventuali sviluppi al riguardo, ma in modo indiretto dice che poi Caino ebbe una propria genealogia, quindi, trovò almeno una figlia di Eva con cui unirsi.
La tradizione, infatti, considera che questo segno, posto da Dio sulla fronte di Caino, sia una croce, corrispondente, come detto, all’ultima lettera in forma corsiva dell’alfabeto ebraico.
Quel segno Taw o Tau , nel corsivo ebraico è una , croce che certamente Caino ha portato per tutta la vita col rimorso di quanto aveva fatto, il che potenzialmente poteva essere foriero di conversione, quindi di perdono, almeno da parte di Dio.

In tale occasione Dio su “un vivente , portò il segno di fine “; cioè indicò anche che con Caino nel mondo era entrato definitivamente il morire e la morte, in ebraico “mooet” , infatti, per la Bibbia, Abele fu il primo uomo che morì.
Nel rabbino – quadrato questa lettera di croce assume la forma che si può pensare come una lettera “waw” incrociata col segno d’una testa, che è rappresentata da una lettera “resh” ebraica la quale pare proprio il profilo di una testa; onde + porta alla .


Da ciò ecco che all’idea che Dio a Caino ha recato un segno sulla testa , cioè gli ha recato la , il passo è breve; perciò la è il primo dei segni prodotto, e il “segno o croce” è il significato grafico.

C’è il seguente un Midrash: “Le 22 lettere ebraiche erano incise col fuoco sul trono di Dio. Quando il Creatore, che sempre sia benedetto, si accinse a foggiare il mondo, tutte le lettere si presentarono a Lui, una dopo l’altra, dicendo: Crea il mondo con me. Si presentò per prima l’ultima lettera dell’alfabeto, la “Taw”, chiedendo: Padrone del mondo, vuoi creare il mondo con me, la lettera con cui inizia la parola Torah, la Legge che darai al popolo d’Israele? Il Signore rispose: No, perché io metterò un tawsulla fronte di Caino. La “Taw” uscì triste dalla sua presenza e si presentò la “Shin”, ma il Signore congedò subito anche lei dicendo: Con te inizia la parola “sheqel” (menzogna). E così scartò ad una ad una tutte le lettere fino a che venne la volta della “Beth” che gli disse: Padrone del mondo, vuoi creare con me il mondo? Con una parola che inizia con me tutti gli esseri loderanno il tuo nome dicendo: Baruk ( Benedetto) il Signore in eterno. Il Signore esaudì la sua richiesta, dicendo: Benedetto chi viene nel nome del Signore e creò il mondo.
L'”Aleph” non sapeva che cosa chiedere ed era triste, ma il Signore disse: Non temere, o “Aleph”, con te comincerò i comandamenti della Legge che darò al popolo d’Israele-Anokhi ha-Shem Elohekha, “Io sono il Signore Dio tuo (Esodo 20,2)”.

Con la lettera ‘alef inizierà così proprio la rivelazione del Dio Unico, la prima lettera scritta da Dio sulle Tavole.
Leggendo, quindi, le lettere una a una il libro della Genesi c’insegna che questa lettera fu il primo segno portato da Dio Unico , a conoscenza dell’uomo.

A questo punto nasce spontanea l’idea che il racconto sul segno recato sulla fronte di Caino sia proprio un “midrash” che induce a espandere il discorso ed aprire la lettura lettera per lettera di , cioè l’Unico portò i segni , quindi, proprio Lui recò la scrittura ed è profetico sul fatto che poi Dio stesso scriverà col proprio dito le lettere sulle famose Tavole.

Il detto “scritto col dito di Dio” ricorda l’episodio del passo di Esodo 8,15 ove, dopo un miracolo compiuto da Mosè come terza piaga accadde che: “Allora i maghi dissero al faraone: È il dito di Dio! Ma il cuore del faraone si ostinò e non diede ascolto, secondo quanto aveva predetto il Signore.”
“Dito” in ebraico è “‘oesba’” e con le lettere separate in base ai loro significati come icone leggo: “l’Unico scende dentro in azione/vista “.

Questo modo di dire “il dito di Dio“, peraltro, si trova in calce a vari testi sacri scritti da scribi egiziani (Vedi anche nota Bibbia di Gerusalemme in Esodo 8,15), in molti rotoli egizi detti dei morti ove, nelle dichiarazioni rese dal defunto, questi asserisce il rispetto di leggi che ricordano il decalogo come non ho bestemmiato nessun dio, non ho commesso profanazione nei Templi, non ho conosciuto quello che non è conoscibile, non ho fatto quello che gli dei abominano, non ho ucciso, non ho commesso impurità, non ho fatto male contro gli uomini, non ho fatto piangere, un rudimento del decalogo.

Gesù stesso usò il termine “dito di Dio” quando disse “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio di conseguenza è giunto a voi il regno di Dio.” (Luca 11,20) e il Vangelo di Matteo 12,8 nel parallelo a questo passo chiarisce “Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio è certo giunto fra voi il regno di Dio”.

La lettera Taw o Tau fu anche il segno:

  • fatto porre da Dio sulle case degli ebrei per evitar loro il flagello della morte dei primogeniti, ultima delle dieci piaghe inflitte agli egiziani per indurre l’esodo degli ebrei, infatti: “Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d’Egitto.” (Esodo 12,13)
  • visto imprimere da Ezechiele in 9,4 sulla fronte di coloro che nella tribù di Giuda temettero Dio: “Il Signore gli disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini…”

Nell’antico Egitto il dio Horus, che resuscita i morti, è rappresentato con una croce in mano, l'”ankh” , nota anche come chiave della vita e croce ansata con cui il dio provoca la risuscitazione.


Horus


Il termine ebraico per segno “‘ot” tra l’altro è indicativo dell’alfabeto in quanto è formato dalla prima e dall’ultima lettera .
In quel versetto Esodo 12,13, la parola per segno, quello sugli stipiti e sull’architrave delle porte delle case degli ebrei, è egualmente “‘ot”, ma scritto semplicemente .

Altra freccia a favore della creazione della scrittura da parte di Dio che ha creato l’alfabeto, prima “incarnazione” della sua parola con cui ha creato il tutto e ha scritto la base della Torah, il che da valenza anche ad una lettura per lettere isolate della Torah stessa, l’ho trovata su Internet nel sito di Gabriele Levy: “Mosè ricevette la Torah da Dio sul monte Sinai circa 3300 anni fa. Il libro sacro del popolo ebraico è la Torah. La Torah è scritta in Ebraico. La prima frase della Torah è: All’inizio Dio creò il cielo e la terra“.

Bereshit barà Elohimz “‘et” hashamaim veet ha ares.



In questo versetto, dopo: “All’inizio Dio creò = Bereshit barà Elohim e prima della parola cielo = hashamaim” c’è “‘et” = , che indica l’accusativo. La parola “‘et” è composta dalle lettere , = “alef” e = “taw” che sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, cioè si possono intendere come l’insieme di tutte le lettere dell’alfabeto. Un’antica interpretazione dice quindi che Dio creò prima l’alfabeto e poi il cielo e la terra. E con l’alfabeto fu scritta la Torah.”

ATTORNO ALLE LETTERE DELLA TORAH
Alcuni affermano che la parola “Torah” deriva da “yoreh” “tirare con l’arco”, altri da “harah” “insegnamento” che a sua volta discende dal termine “horeh” “genitore”, maschio o femmina, che richiama la radice “harah”, “essere incinta” e “har” , “montagna” che in definitiva è come una pancia gravida della madre terra e non a caso la Torah fu data da Dio su un monte, alla guisa che avesse generato un figlio per la terra; la Parola.

Eppure, seguendo il modo con cui abbiamo cominciato prima a ragionare sulla parola “segno” “‘ot”, constato che se volessi descrivere con i segni “l’idea” portata dalla parola quando è scritta potrei pensare a “un segno portato alla testa ” e potrei scrivere .
Tenuto poi conto che, quando necessario, può sempre considerarsi esistente anche a fine parola una , che indica lo spazio aperto, con quelle di si formano proprio le lettere di “Torah”.
Ecco che guarda caso leggendo proprio i segni della parola Torah si ottiene “segni-scrittura portati sulla testa fuori “, e gli ebrei osservanti si legano un astuccio di pelle sulla testa, la “tefillah”, che contiene passi della Torah (Esodo 13,1-10;11-16 e Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21) ed addirittura i giudei cristiani l’astuccio lo facevano a forma di croce (Bagatti “Alle origini della Chiesa” vedi § I.8).

Possiamo, ora, proprio concludere che il primo segno che conobbe l’uomo, portato da Dio in assoluto su Caino, fu un segno di misericordia.
Autorevole a tale riguardo è l’insegnamento di Gesù riportato nel Vangelo di Giovanni in occasione della tentata lapidazione della donna adultera.

La Torah, invero, riporta tante norme con la precisazione che il reo sarebbe passibile di morte, morte certa, perché si è escluso da Dio, ma la Torah è legge divina in cui il giudice è Dio che ha ampio potere di grazia.
Il problema fu che i re l’adottarono anche come legge dello stato e allora i giudici furono gli uomini, ma chi la volesse applicare dovrebbe essere un giudice giusto; e chi è veramente giusto?
L’applicazione da parte degli uomini così risultò comunque attivata da parte di giudici integralisti a difesa in oltranza della comunità che non tennero conto della possibilità di pentimento e di redenzione.

Fu quella, dell’adultera l’unica occasione riportata dai Vangeli in cui Gesù scrisse qualcosa, infatti, coloro che la volevano lapidare dissero a Gesù: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.” (Giovanni 8,4-9)

Gesù ricordava l’episodio di Caino e il comandamento “Non uccidere“, “l’o tirsach” !

Fu la in sintesi la promessa della Torah, e quell’atto fu anticipo del cuore della Legge, il cui succo è la base dell’amore al prossimo attuato da Gesù Cristo sino ad amare il nemico; infatti, nella lettura di c’è pure:

L’Unigenito Porteranno in croce .

La promessa della Torah si concreta su un monte e poi sarà data compiuta in un uomo, figlio di Dio, sul monte Calvario.
S’attuerà così appieno il patto “berit” di Dio con l’uomo, infatti questa parola ha in sé con soggetto Dio che parla, profezie su profezie di cui do alcuni spunti:

  • “dentro un corpo sarò alla fine “;
  • “dentro col corpo starà in croce “;
  • “da cibo () per tutti “.

Insita nelle lettere della parola Torah c’è, infatti, una profezia d’incarnazione in quanto: “indica che si porterà in un corpo nel mondo ” e che la stessa Torah “compiuta si porterà in un corpo nel mondo “.

Dice, infatti, Gesù nel discorso della montagna: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.” (Matteo 5,17)

Al riguardo, leggo nel § 1 di “Le Dieci Parole” di Marc-Alain Ouaknin, filosofo rabbino, direttore del Centro di Ricerche e di Studi Juives a Parigi: “Si tratta dell’idea d’incarnazione. Quest’idea c’è familiare più di quanto si creda comunemente. Per le due tradizioni, quella cristiana e quella ebraica, Dio entra nella Storia, l’infinito nel finito. Per i cristiani, Dio diventa uomo, il Verbo, – la Parola – diventa carne; è un’incarnazione nella carne. Per gli ebrei, Dio diventa testo. Dio si manifesta in un testo e nei suoi limiti. Un testo della Cabbalah afferma: Dio e il testo della Torah sono tutt’uno“.


Le due incarnazioni della Parola: Torah e Gesù


Per gli ebrei è lecito parlare d’incarnazione della Parola di Dio nella Torah, infatti, è considerato una persona vivente e come il rotolo tale viene onorato, perché rappresenta il Re dei cieli.
Il rotolo per la liturgia in Sinagoga viene, infatti, rivestito da un tessuto decorato che forma per lei un mantello, chiamato “ma’il” e al disopra dei suoi puntali è imposta una corona.
Così vestita, è portata in processione nella festa ebraica di “Simchat Torah” o giorno della “Gioia della Torah” che è celebrato al termine della festa di Sukkot, cioè delle Capanne, nella notte del 22 di Tishrì, quando termina il ciclo annuale di lettura della Torah stessa.
(Vedi: “Il vestito di Dio“)

Il mantello “ma’il” in quella occasione è come se dicesse: “Vivo vedo essere il Potente ” oppure “nel mio seno () c’è il Potente “.

In quel giorno di festa è uso che i presenti in Sinagoga, a turno, siano chiamati sulla “Tevah”, il luogo in cui l’ufficiante recita le preghiere, per leggere personalmente un brano dal rotolo, il che fa ricordare l’episodio di Gesù nella Sinagoga di Nazaret (Luca 4,16-20) quando, praticamente all’inizio del suo ministero, lesse il capitolo 61 Isaia che contiene una profezia messianica che si stava attuando.
In quel momento era la vera festa della Torah, in quanto questa era vivente nella persona di Cristo Gesù: “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione…” (Isaia 61,1)

In quel brano, alcuni versetti dopo è scritto: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto (“ma’il” ) della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli.” (Isaia 61,10)

Quando il rotolo della Torah viene estratto dall’arca santa la comunità ebraica in sinagoga si alza in piedi, come del resto fanno i cristiani durante la lettura del Vangelo, in chiesa.
Al Vangelo è riservata dignità simile a quella della Torah, entrambi, infatti, sono esibiti in processione intorno all’Altare o all’Arca Santa rispettivamente.
Mentre il Vangelo è adorato da lontano e baciato solo dal Presidente che celebra, gli ebrei cercano la prossimità fisica col rotolo della Torah durante la processione, baciandolo o sfiorandolo con le frange “Zizit” dei propri Tallit o manti da preghiera.

Da quanto detto sulla lettera , dal Talmud e dai “midrash” si ricava che per l’ebraismo la Torah, che era nella prescienza di Dio, come le lettere, incise sul trono di Dio, preesistenti alla creazione del mondo, sono importanti in sé, ossia ciò che interessa nella Torah sono le singole lettere.
In merito a tale pensiero porto il contributo che si può dedurre proprio dopo quel versetto del Vangelo di Matteo con cui Gesù ha detto che è compimento della Torah, perché prosegue: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure una iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.” (Matteo 5,18)

E vedendo in senso escatologico: “L’Unigenito si riporterà alla fine ” e “all’Unico porterà Tutti “.

Queste poche righe con cui ho fatto esplodere alcune semplici parole ebraiche danno un cenno di quale pathos è attorno a parole chiave e come le singole lettere sono in grado di evocare pagine di teologia molto più di libri e libri.


LA LINGUA DI DIO
La Torah intende sostenere che Dio parlava con Adamo ed Eva in ebraico, infatti, alla luce dei testi biblici, non si può che rispondere in quel modo (Vedi: Maurice Olender, “Le langage du Paradis”, Parigi 1989).

Dio stesso d’altronde è padre e madre di Adamo e la prima coppia solo da Lui può aver appreso il linguaggio, come i bambini imparano a parlare in famiglia.
Ho così cercato in quei testi dell’Antico Testamento informazioni sulla scrittura sacra e le ho seguite in modo radicale, pur se in contrasto con diffuse opinioni.
La Bibbia fa concludere che la lingua di Eber, progenitore degli Ebrei, è inquadrabile tra le semitiche come quelle di Elam, Assur, Lidia e Aram e che è quella parlata da Noè conservatasi tra i discendenti, quella del bisnonno Enoch, che fu preso da Dio in cielo, del nonno Matusalemme, la stessa con cui parlava Dio ad Adamo ed Eva nell’Eden, con cui Adamo impose il nome agli animali e che con Eva insegnò ai figli.
Il libro della Genesi poi assicura che c’è stato diretto passaggio della tradizione e d’una lingua di famiglia da Noè ad Eber e da questi ai patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.

In “Recogniziones di Pseudo Clemente” I 30 si legge: …Fino a questo momento “Tutta la terra aveva una sola lingua” in Genesi 11,1 onde la lingua degli ebrei data dal cielo per tutti gli uomini era stata l’unica parlata.

Grazie a Matusalemme, per la Bibbia vissuto 969 anni, Noè continuò a parlare la lingua d’Adamo che passò al mondo del post diluvio.
Adamo, infatti, secondo la Genesi morì a 930 anni, ne aveva 687 alla nascita di Matusalemme nonno di Noè; al diluvio Noè ne aveva 600 e il nonno era morto da 2, aveva così avuto tutto il tempo per impararla. (Vedi: Genesi 5)

Dopo la dispersione di Babele quella lingua da Sem, che visse 600 anni e n’aveva 98 al diluvio, passò al bisnipote Eber, vissuto 430 anni e nato quando Sem aveva 165 anni e ad Abramo che nacque quando Eber aveva 225 anni, poi ad Isacco, Giacobbe, Levi… Mosè.

Tutti i discendenti di Noè “Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennar e vi si stabilirono.” (Genesi 11,2) e la pianura di Sennar per tradizione è la sede della antica città di Babilonia.
Là a Sennar, dice la Bibbia, che Dio provocò la dispersione delle genti e la diversità delle lingue al tempo di Peleg figlio di Eber.
Il nome Peleg, infatti, viene dal radicale PLG relativo al verbo “dividere” e il testo annota “perché ai suoi tempi fu divisa la terra” (Genesi 10,24)
Questi, nella linea dei primogeniti di Noè, avrà conservato la lingua del suo avo che poi era quella d’Adamo, tanto più che “Noè visse, dopo il diluvio, 350 anni”. (Genesi 9,28)

Con ciò la Bibbia fa ritenere che la lingua di Eber, progenitore degli Ebrei, è quella parlata da Noè prima del diluvio, della torre di Babele e della dispersione, perché Noè nei 350 anni che ha vissuto dopo il diluvio ha conservato la propria lingua almeno tra i primogeniti di lui discendenti.
Eber, in effetti, oltre a Pelag ebbe un altro figlio, Joqtan (Genesi 10,25) che ebbe 13 figli (Genesi 10,26-29) tra cui Saba, Ofir ed Avila: “La loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.” (Genesi 10,30)
A oriente della Palestina, quindi, le montagne di Moab!

Mesa in 2Re 3,4, infatti, è il nome di un re di Moab che si ribellò a Joram re d’Israele attorno all’850 a.C..
“Dalle montagne dell’oriente”, infatti, Numeri 23,7 sta ad indicare la direzione da dove arrivò, provenendo da Aram, il profeta Balaam chiamato da un re di Moab per maledire il popolo d’Israele e com’è noto, non lo poté altro che benedire.
Da tali monti gli Israeliti avevano iniziato la conquista della Terra Promessa.
Di quel territorio si può conoscere di più considerando i nomi dei figli di Joqtan, Saba, Ofir e Avila; viene così indicato il limite dello spazio estremo di loro competenza verso il sud: Arabia, Sinai, Etiopia.

Le montagne di Sefar sono identificate con la catena orientale del Dhofar che nei tempi antichi bloccava la via dal Mare Arabico e dal golfo di Aden all’interno della penisola verso i favolosi campi d’incenso d’Arabia; tra tali monti, il più alto è lo Zufàr (poco diverso da Sefar) di 1678 metri di altezza.
L’estremità sud-est della penisola arabica era il regno di Saba ove l’Arabia, attraverso lo stretto di Bab al Mangab, è assai vicina alla penisola etiopica.
Questo stretto è lo sbocco a sud del Mar Rosso ed è idealmente il prolungamento d’asse della valle del Giordano.
In questa zona vive il popolo di Ad che parla una lingua particolare, cinguettante e armoniosa, che i primi esploratori definirono “lingua degli uccelli”. (Vedi: Ubar di Nicholas Clapp-Mondadori 98).

Il nome del monte Zufàr fa venire a mente Zippora o Ziffora , la moglie di Mosè, il cui nome in ebraico vuole dire uccellino e come suono e scrittura è vicino a quello di Sefar.
C’è una tradizione rabbinica che racconta le imprese di Mosè nell’esilio in Madian che si sarebbe portato anche in Etiopia.
In effetti, da “Mesa in direzione di Sefar” nel testo in ebraico è:


e si può anche interpretare:

  1. da dove (cioè da Mesa in direzione di Sefar)
  2. è stata tratta/Mosè (dal radicale tirar fuori, ed anche Mosè)
  3. per la prima volta
  4. con
  5. certezza
  6. la scrittura
  7. fuori/uscì.

È questa una traccia che suggerisce che: “da Mesa in direzione di Sefar è stata tratta (da Mosè) per la prima volta con certezza la scrittura fuori.”
(Vedi: “Scrivere sulla pietra al Horeba“)

Eber, secondo la Bibbia (Genesi 11), nacque 67 anni dopo il diluvio e visse 464 anni; Abramo nacque 6 generazioni dopo Eber (Eber, Pelag, Reu, Serug, Nacor, Terach, Abramo) 292 anni dopo il diluvio ed aveva 58 anni quando mori Noè.
Facendo i conti morì prima Abramo che Eber; questi per la Bibbia morì 98 anni dopo Abramo, viventi Isacco e Giacobbe, cioè quando Giacobbe aveva 13 anni.

Il libro della Genesi assicura così che il passaggio della tradizione e d’una lingua di famiglia da Noè a Eber e ai patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.
Dal viaggio di Abramo in Egitto (Genesi 12,10-20) si deduce che i patriarchi, ben prima delle vicende del vice faraone Giuseppe figlio di Giacobbe e Rachele, erano a conoscenza della cultura egizia, tanto che Agar, schiava di Sara, da cui nacque Ismaele, figlio di Abramo, era egiziana.

La Bibbia poi informa che Abramo, oltre alla lingua conservata per tradizione, parlava anche la cananea, ma si considerava straniero in quella terra.
La regione orientale tramite i figli cadetti di Abramo, la progenie d’Ismaele e dei figli di Chetura, sposata da Abramo in vecchiaia inoltrata (Genesi 25,1-6) è area importante per la veicolazione di rapporti di lingua e di scrittura.
La Genesi ci tiene a evidenziare che la lingua di Aram non influenzò il maturo Isacco che si stabilì a sud della Palestina e nelle steppe del Negheb, perché non voleva mischiarsi con gli abitanti della terra di Canaan più del necessario.
Pur se le matriarche, discendenti di Eber, prima di sposarsi ormai parlavano la lingua di Aram, i patriarchi parlavano quella di Eber e questa nei discendenti non fu influenzata più di tanto dalle lingue di Aram e dei Cananei.

Con Giuseppe, vice faraone, è precisato che la cultura dei patriarchi fece un tuffo in quella egiziana e molti Ebrei, i più capaci, nominati sovrintendenti, avranno seguito corsi di scriba per conoscere i geroglifici, dovendo leggere e scrivere in Egiziano per tenere conteggi, fare contratti e relazioni.
Tutti gli entrati in Egitto, peraltro, avevano avuto l’iniziazione di tipo cultuale, di lingua e di storia familiare di Giacobbe/Israele, collegabile a quella trasmessa da Noè a Eber e agli altri Patriarchi.
I più capaci avranno parlato in egiziano, ma in famiglia avranno conservato il proprio idioma e entrati in possesso della scrittura Egiziana, avranno iniziato a trasferire tale strumento al lessico e alla fonetica della propria lingua che fino all’ora non era scritta.

Il tempo di 430 anni in Egitto indicato dalla Bibbia, tempo che secondo alcuni inizierebbe dalla visita di Abramo in Egitto, è stato sufficiente, perché alcuni Israeliti, con le capacità e le attitudini proprie, siano potuti arrivare a posizioni di potere presso le corti dei faraoni ed eccellere come scribi importanti in scrittura, costruzioni e altro.
Il condottiero che dovrà condurre il popolo d’Israele fuori dall’Egitto fu scelto nella tribù di Levi che divenne in tale occasione la chiave di volta dell’ebraismo.
Il Mosè di cui parla la Bibbia, adottato come figlio dalla figlia di un faraone, fu perciò in grado di competere col top della cultura egiziana (In Atti 7,22 S.Stefano dice: “Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere.”), perché educato dai maestri di corte sulla storia dei faraoni stessi, sui miti dei loro idoli, sui loro riti nonché sulle popolazioni vicine, compresi i Greci (così ritiene la tradizione ebraica) e sull’uso delle armi, ma continuò a frequentare la famiglia d’origine ove imparò la lingua, i racconti, le tradizioni ed il culto per il Dio dei padri.

Mosè trascorse vari decenni in Madian (nella penisola del Sinai, zona dei Mineo-Sabei, dai figli di Chetura e d’Abramo) e lì, con l’aiuto dalla rudimentale e sintetica cultura di quell’area, sede dei ritrovamenti delle iscrizioni rupestri sinaitiche, arricchì le proprie conoscenze con tasselli utili per traslitterare la propria lingua e fissare i primi segni dell’ebraico antico.
Là ha avuto tutto il tempo, certamente più di 40 anni, per mettere a punto una forma di scrittura efficace con la moglie, i figli e con fuoriusciti Ebrei, fuggiti dalle persecuzioni, e soprattutto col sapiente suocero e consigliere Ietro da cui forse “gli furono i segni in testa/nella mente “.

La figura di Ietro forse sta proprio a indicare l’accostamento di Mosè alla cultura sinaitica, ove fu preparato alla scrittura che gli fu rivelata da Dio sul Sinai.
Mosè personifica il complesso degli autori della Torah del clan dei protagonisti dell’esodo e del cerchio dei costitutari; perciò, nel seguito parlando di Mosè quale autore degli scritti, si può intendere la casta di scribi ebreo-egiziani, i Leviti, che un centinaio d’anni prima possono aver avuto influenza nella vicenda del faraone eretico Achenaton/Amenofi IV che stravolse la teologia egizia col culto ad un dio unico, di cui l’astro solare era personificazione.
Dal pensiero degli autori della Torah traspare, infatti, la cultura egiziana che fornisce al testo plasticità delle scene descritte come immagini murali.

Il popolo d’Israele nasce con l’uscita dall’Egitto in quanto è nella vicenda pasquale dell’esodo, che va cercato l’atto di nascita d’Israele (nella Bibbia il termine Egitto ricorre 689 volte e Gerusalemme 664).
Siamo nel crogiolo delle civiltà d’origine mediterranea, agli inizi della formazione degli alfabeti moderni fatti risalire ai Fenici che associarono ideogrammi semplici ai suoni delle lingue.

Dio consegnò sul monte Sinai la scrittura a Mosè con le due tavole della Testimonianza scritte dal dito di Dio (Esodo 31,18b), sui due lati (due facce), da una parte e dall’altra (Esodo 32,15), quindi la tradizione, come abbiamo già detto, sostiene che le lettere furono consegnate da Dio e furono in grado di essere comprese da Mosè.
Sino a quel momento la lingua ebraica era soltanto parlata.
È, infatti, da distinguere tra lingua e scrittura, perché per molto tempo può anche sussistere una lingua senza una forma per registrarla.

In tal caso è chiaro però che la lingua ha una maggiore labilità e può più rapidamente variare nel tempo; l’accadico, ad esempio, lingua semitica (da Accad vicino a Bagdad) forse dal 3000 a.C., certamente dal 2600 a.C., era scritta con segni della lingua sumerica che è una lingua asiatica e ciò fino al 1900 a.C. quando il sumerico diviene lingua morta.
Risulta poi che i cananei nel XIV secolo a.C. scrivevano nella lingua e con i segni della cultura mesopotamica, cioè non avevano ancora i segni ebraici.
Dopo l’uscita dall’Egitto la lingua ebraica divenne anche scritta con Mosè che la Bibbia stessa, Esdra e Neemia, la tradizione e Gesù (Giovanni 5,44) indicano come chi ha scritto la Torah.

Dopo tale evento in Canaan apparvero i segni del proto cananeo o proto ebraico che furono essenziali per la definizione poi dell’alfabeto fenicio che è un’evoluzione di quello proto-cananeo in uso presso i fenici del Libano poi esteso alle loro colonie, quindi ai punici, per scrivere nel loro idioma nord semitico.
Dopo la conquista della Terra Promessa, infatti, i contatti tra ebrei e il popolo del Libano furono fiorenti, da là proveniva, infatti, il legname prezioso per il Tempio e c’erano i porti importanti per mettersi in comunicazione e mercanteggiare con tutti i popoli allora conosciuti.

L’invenzione della scrittura alfabetica fu una scoperta di fondamentale importanza nella storia dell’umanità, perché la vita sociale poté subire un importante sviluppo, essendo stato divulgato un mezzo più semplice di quello esistente per trasmettere il pensiero, cui ebbero modo d’accedere fasce medie della popolazione, mentre sino allora era riservato a scribi e a nobili.
Questa scoperta, poco successiva al XIII secolo a.C., si diffuse a partire dai popoli della zona sud – orientale del Mediterraneo specialmente tramite i mercanti e le carovane.
Dietro tutto ciò però ci sono gli ebrei, popolo ponte tra Egitto – Sinai – Tiro e Sidone; e la scrittura con cui fu fissata la fonetica ebraica con la cultura sinaitica fu il primo passo per arrivare all’alfabeto fenicio in quanto si collocò in posizione intermedia semplificando i geroglifici egizi, ma dando ancora valenza all’aspetto grafico, cioè all’ideogramma, in pratica poi perduto dai successivi alfabeti.
Ora gli Israeliti che vivevano là ne furono certamente i primi beneficiari, e gli stessi scribi, usi alla scrittura ideografica, potrebbero aver inserito nella scrittura lineare anche, per proprio uso criptografico, una lettura per immagini; cioè spaccavano anche le parole e le trasformavano in lettere immagini.

Il carattere in uso, diverso dall’immediata precedente scrittura, rimasta nei testi samaritani, fu reintrodotto da Esdra al ritorno dall’esilio, e opinione ebraica corrente è che la forma delle lettere è assunta come originaria ed è sacra.
È anche ritenuto che le lettere in genere sono portatrici di messaggi basati sull’allitterazione dei loro nomi e ciò è parzialmente vero per alcuni segni.

 

I PIÙ ANTICHI REPERTI DI SCRITTURA EBRAICA
La fragilità del materiale dei documenti biblici – papiri e pelli – ci ha privato dei più antichi testi del canone biblico.
Pur se il ritrovamento dei rotoli di Qumran ha colmato parzialmente il vuoto, spostando l’età del più antico testo ritrovato dal X secolo d.C. al I secolo a.C., il vuoto permane per i secoli precedenti.
Andando indietro, su com’era la scrittura di quei testi si può al massimo risalire ai tempi di David e di Geremia e questa può essere ricostruita solo con l’aiuto di documenti in materia dura: cilindri in pietra, timbri, sigilli, tavolette, frammenti di terraglia o “òstraka” sui quali si scriveva con l’inchiostro e con calami e steli.
Ritrovamenti principali di scrittura in materiali non flessibili sono avvenuti a Gabaon, Gezer, Tell Qasìleh, Lakish, Dhiban.

La scrittura ebraica antica non ha subito forti variazioni nel corso dei secoli come si constata dai:

  • 75 ostraca di Samaria segnanti gli acquisti di vino e olio per il palazzo reale di Geroboamo II (circa 760 a.C.);

  • quelli di Lakish (597-587 a.C.) antica città d’Israele seconda solo a Gerusalemme sulla fine del regno di Giuda, che ci dicono di riflesso com’era la scrittura ai tempi di Geremia e del suo segretario Baruk, sono 22 scritti “‘ostrakon” di corrispondenza in paleo ebraico trovati nel corso delle campagne di scavo tra il 1932 e il 1938 dall’archeologo britannico James Leslie Starkey, decifrati e pubblicati dal prof. Naftali Herz Tur-Sinai e uno è stato scoperto nel 1966, forniscono importanti informazioni su la paleografia, ortografia, vocabolario e grammatica del ebraico antico.

Importante è l’iscrizione di Siloe, il cui testo racconta l’incontro dei due fronti di scavo, trovato inciso nel tunnel lungo 533 m detto di Ezechia perché da questo re fatto scavare all’incirca nel 700 a.C. per portare acqua dalla sorgente di Ghihon, fuori le mura di Gerusalemme, al pozzo di Siloam in Silo.


Iscrizione di Siloe e trascrizione


Il più importante reperto però proviene da Dhiban a nord dell’Arnon, oggi in Giordania ed è la “Stele di Mesa”.
Quella che fino a qualche anno fa si riteneva il più antico esteso reperto di scrittura ebraica era, appunto, l’incisione sulla stele di Mesha, in basalto nero, alta 124 cm, larga 71 cm, spessa 35 cm e arrotondata in alto, scoperta nel 1868 nel sito archeologico dell’antica Dibone o Dhiban, databile attorno alla metà del IX secolo a.C., forse 840 a.C. e esposta dal 1873 a Parigi al Museo del Louvre.


Stele di Mesha esposta al museo del Louvre


È detta anche pietra moabita, perché inizia con: Io sono Meša, figlio di Kemoš[yat], re di Moab, di Dibon.
Mesa fu re di Moab nel IX secolo a.C. ed evidentemente fece erigere quella stele a propria gloria ed in onore del dio Kemosh o Chemos (citato in Numeri 21,29; Giudici 11,24; 1Re 11,7.33; Geremia 48,7.13) sulle vittorie contro Israele e contro Edom.
Su 34 righe, contiene la testimonianza di Mesha, re di Moab, su Omri, il terzo re d’Israele dopo Geroboamo, re d’Israele nel periodo 884-873 a.C. e su Acab, figlio di Omri, oppressori dei Moabiti, come risulta da 2Re 3.
Nella 4-5 riga si trova, infatti, chiaramente ricordato Omri, re d’Israele.


Sono pure menzionati vari luoghi biblici come Atarot e Nebo (Numeri 32,34), Dibon (Giosuè 13,9) e Bet-Diblataim (Geremia 48;22.24).
Quel reperto è il più antico riferimento extra-biblico sulla scrittura, ebraica antica e avvalora i racconti biblici.
La stele è scritta con una scrittura “ebraica” ed è un documento di grande importanza e interesse per lo studio di quella lingua e della formazione ed evoluzione dell’alfabeto ebraico.
È al riguardo, peraltro, da ricordare che la Bibbia fa discendere i Moabiti da Lot, nipote di Abramo, ed ecco che il moabita scritto sulla stele è un dialetto semita strettamente imparentato con l’ebraico biblico, quello usato proprio nei libri dei Giudici, di Samuele e dei Re con una grafia molto simile a quella israelita.
Guardandola, all’estrema destra della 18° riga si trova inciso il nome IHWH, il famoso Tetragramma Sacro, perché vi si dice che Mesha, da luoghi sacri per gli Israeliti saccheggiò dei vasi e li offrì al proprio dio Chemosh.
Datata come coeva alla stela di Mesha è l’iscrizione moabita da El-Kerak trovata in Giordania nel 1958, fatta incidere su basalto grigio-nero da Mesha o da suo padre Kemošyat.


Iscrizione moabita da El-Kerak


A questi importanti reperti moabiti le ricerche portate avanti in Israele hanno individuato i seguenti due importanti nuovi reperti utili per ricostruire la storia dello sviluppo della scrittura ebraica che indirettamente forniscono indicazioni sulle modalità oggettive di sviluppo della Torah.

A – Coccio di Khirbet Qeiyafa
Nel 2010 il professore Gershon Galil dell’Università di Haifa, decifrò una iscizione in inchiostro nero su un “‘ostrakon” di anfora a forma di quadrilatero di lato di 15 cm datato attorno al 1000 a.C., scoperta in Israele nella valle di Elah, a Khirbet Qeiyafa che si trova circa al vertice ovest di un triangolo equilatero con base tra Gerusalemme e Hebron, proprio del periodo in cui in quella zona secondo la Bibbia Davide sconfisse Golia.
Su quel coccio, ripulito con cura, si sono trovate 5 righe di testo scritto però da sinistra a destra con solo i 4/5 dei 50 caratteri ben visibili in cui si riconoscono anche vari segni del proto ebraico.


Il contenuto tradotto dal prof. Galil suggerisce agli israeliti come si dovevano comportare con gli estranei e con i bisognosi quali orfani, schiavi e vedove, con comandamenti simili ai biblici, quali:

  1. Non dovresti far(lo), ma venerare il (Signore).

  2. Giudica gli schia(vi) e le vedo(ve), giudica gli orfa(ni)

  3. (e) gli estranei. Aiuta (“plead”, perora a favore di) i neonati / aiuta i pove(ri e)

  4. le vedove. Riporta (riabilita i poveri) alle mani del re.

  5. Proteggi i pove(ri e) gli schiavi / (supporta) gli estranei.

Il testo è in lingua proto-cananea, usata da ebrei, filistei e da altre popolazioni della regione, ma con radici tipiche dell’ebraico e non di altre lingue semitiche, come ‘asah per fece, “a’vad” per schiavi, “‘almanah” per vedova, sono dette in modo diverso nelle altre lingue.
L’iscrizione è stata trovata in una piccola città dell’antica Giudea, onde molto ragionevolmente conclude il Galil; “Si può ora affermare che durante il X secolo a.C., durante il regno di re Davide, ci fossero scribi in Israele che erano capaci di scrivere testi letterari e complesse storiografie come il libro dei Giudici e i libri di Samuele”.

B – L’alfabeto di Tell Zayit
È inciso su un masso calcareo trovato nel 2005 a 35 Km a sud ovest di Gerusalemme datato al più tardi alla fine del X secolo a.C., scritto da destra a sinistra e ha le lettere caratteristiche delle successive iscrizioni in ebraico. La faccia piana del masso che misura 37,5 cm x 27 cm x 15,7 cm di altezza, riporta l’alfabeto paleo ebraico su due linee:

  1. con le prime 18 lettere dell’alfabeto ebraico:

  2. con le altre 4 lettere .

Nonostante lo stretto periodo che distanzia – meno di un secolo – tra le due epigrafi del coccio di Khirbet Qeiyafa e dell’alfabeto di Tell Zayit pongono in evidenza che sia dovuta a al grande evento avvenuto nel X secolo in Giudea, dalla monarchia di David e poi di Salomone con la religione accentrata nel Tempio fucina di sacerdoti che provocarono il grande sviluppo della scrittura e stesero il testo della Torah come legge del Regno.

Dice al riguardo il libro del Deuteronomio in previsione dei futuri re, brano certamente aggiunto dai sacerdoti dopo la costruzione del Tempio: “Quando s’insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge, secondo l’esemplare dei sacerdoti leviti. Essa sarà con lui ed egli la leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere il Signore, suo Dio, e a osservare tutte le parole di questa legge e di questi statuti, affinché il suo cuore non s’insuperbisca verso i suoi fratelli ed egli non si allontani da questi comandi, né a destra né a sinistra, e prolunghi così i giorni del suo regno, lui e i suoi figli, in mezzo a Israele.” (Deuteronomio 17,18-20)

Questa norma fa comprendere che potenzialmente ogni re, detentore per delega diretta di Dio del potere anche giudiziario con il consenso dei maggiori leviti avrebbe potuto integrare il libro della Legge.
È ritenuto che delle suddette raccolte fu proceduto da parte del clero di Gerusalemme a un’unificazione e a una generale revisione, che il sommo sacerdote Chelkia presentò poi al Re Giosia, e forse in ciò si nasconde il “ritrovamento del libro della legge ” (2Re 23,25) al tempo (622 a.C.) di Giosia.

Il 2 libro dei Re ricorda come questo libro da molti regnanti fu ignorato e “ritrovato” ai tempi del re di Giuda Giosia e la sua rilettura provocò una profonda riforma religiosa: “Il sommo sacerdote Chelkia disse allo scriba Safan: Ho trovato nel tempio del Signore il libro della legge. Chelkia diede il libro a Safan, che lo lesse… Poi lo scriba Safan annunciò al re: Il sacerdote Chelkia mi ha dato un libro. Safan lo lesse davanti al re. Udite le parole del libro della legge, il re si stracciò le vesti.” (2Re 22,8-11)

La dichiarazione di 2Re 22,8-11 che si trattava del libro della legge scoperto nel Tempio era formalmente vera, perché nel Tempio era stato elaborato dai sacerdoti sulla base d’elementi antichi.
Ciò comportò poi la redazione dei libri di Giosuè, Giudici, Samuele, Re in cui furono raccolti e rielaborati i più antichi scritti reperiti negli archivi regali.

Al tempo di Giosia, re di Giuda (640-609 a.C.), infatti fu dato corso ad una seria riforma della religione, sovvertita sotto Manasse ed Amon (687-640 a.C.) e fu normato il culto nel Tempio di Gerusalemme che nel 18° del regno, il 622 a.C., fu imposto come unico santuario legittimo, esaltando la Torah che fu (ri)codificata ed assunta come espressione globale della volontà di Dio.
A quel tempo la scrittura, però, era ancora con la forma antica delle lettere, simili, a quelle dell’iscrizione del re Mesa:


Questi segni sono intermedi tra i sinaitici e quelli elaborati al tempo di Qumran.
(Vedi: “Le 22 schede delle lettere ebraiche” e le schede da cliccare sulla destra delle pagine di questo mio Sito.)

Per cercare le forme di scritture precedenti a quelle della stele di Mesa è, quindi, giocoforza da guardare tra i segni delle scritture antiche – egiziana, sinaitica e d’altre vicine all’ebraica nell’area e nel tempo dell’evento “esodo“.

LA TORAH DEL MESSIA
Il Pentateuco secondo gli studi più aggiornati in base alla critica testuale e filologica è ritenuto come scritto in epoca posteriore ai fatti che vi sono narrati e non redatto da Mosè e sarebbe un mosaico di testi e documenti, un composto desunto da varie fonti, adattato da più redattori alla somma di conoscenze al tempo in cui la o le fusioni furono operate, piuttosto che a quelle in cui si svolsero i fatti stessi.

Per i libri del Pentateuco, sostiene Gabriele Mandel, archeologo, già docente del Politecnico di Torino (Salomone; SugarCo Edizioni s.r.l), – “eccezion fatta per il Deuteronomio che in alcuni passi verosimilmente riprende documenti d’epoca – accennano a Mosè in questo senso, escludendo che ne sia l’autore per il fatto stesso che non parla in prima persona né s’identifica come estensore diretto. Trattano Mosè come un personaggio storico del passato, e parlano della terra di Canaan come si sarebbe potuto fare solo dopo la conquista”.

Per contro non sono libri di storia, perché questa si propone di stabilire che cosa gli uomini abbiano fatto e in quali rapporti reciproci stiano le loro azioni, senza indagare se esistano delle forze a loro superiori che, sempre o in certi casi, le determinino e le coordino a scopi prefissati.

La Torah, invece, pur attribuendo gran valore e importanza alle azioni umane, al loro concatenamento e conseguenze, vuole educare al sentimento che a queste azioni presiede un potere unico superiore che le dirige a fini determinati, non si propone di narrare i fatti umani, ma di dare di questi un’interpretazione al di fuori e al disopra dell’uomo; ciò vale anche per tutti i libri cosiddetti storici, infatti, il testo tralascia spesso nomi, date e ignora fatti che non abbiano un particolare significato ed in quelli sui cui si sofferma, lo fa per far meditare.

Gli eventi contenuti nel Pentateuco riguardano prevalentemente fatti ebraico egizio – cananei del periodo XIII-fine XII secolo a.C., dilatato poi dalla Genesi, in modo mitico, a tempi protostorici fino alla creazione del mondo.
I libri della Torah di certo comunque contengono anche pagine scritte in tempi antichi a Mosè riferiti e vogliono far credere a tale asserzione, infatti:

  • Mosè scrisse questa legge” (Deuteronomio 31,9)
  • Mosè scrisse quel giorno questo canto (di Mosè).” (Deuteronomio 31,22)
  • Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro…” (Deuteronomio 31,24-29)
  • “Il Signore disse a Mosè: Scrivi questo per ricordo nel libro…” (Esodo 17,14)
  • Mosè scrisse tutte le parole del Signore…” (Esodo 24,4)
  • Quindi (Mosè) prese il libro dell’alleanza e lo lesse…” (Esodo 24,7)

Per assicurare la continuità della legge al dopo Mosè è dichiarato:

  • Giosuè scrisse una copia della legge.”(Giosuè 8,32)
  • Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge.” (Giosuè 24,26)

Augusto Segre (Vedi: Mosè nostro maestro – Editrice Esperienze- Fossano 1975, già docente di storia e di pensiero ebraico presso l’Istituto Superiore di studi Ebraici a Roma nell’Università Lateranenze), sull’autenticità di quella storia antica rivendicata dalla Bibbia, osserva: “che pur registrando fatti storici ha evidentemente scopi ben precisi d’informazione e d’educazione. Ciò avviene anche per l’epoca di cui ci occupiamo. Basterebbe pensare ad esempio che nessun’altra storia di popoli comincia con l’illustrare la nascita che avviene nelle peggiori condizioni in cui possa vivere un essere umano. È stato notato che nessun popolo avrebbe inventato un tal capitolo di storia, dove non si esaltano la nobiltà d’origine o addirittura un’origine divina, ma si parla di dolori e di gravi sofferenze, di persecuzione, di schiavitù, della privazione d’ogni dimensione umana”.

Ciò non toglie che chi ha scritto i primi testi abbia adottato un doppio criterio e, mentre scriveva i fatti, rendeva possibile anche l’esistenza di un testo interno basato sulle lettere, da decriptare, tale da costituire una profezia continua sugli eventi del Messia e i successivi autori ispirati lo hanno imitato.
Con tale impostazione, anche la decisione di leggere con la separazione attuale delle parole, è una decriptazione del testo.
A metà del III secolo a.C. la traduzione della Torah in greco, fatta per i proseliti di Alessandria, detta dei LXX, che proseguì con gli altri libri della Tenak fino al I secolo d.C., fu ritenuta dagli ebrei d’Israele una iattura, perché si perdeva gran parte del pathos delle profezie.
La tradizione ebraica, infatti, vide quella traduzione quale imprecisa parafrasi per i gentili e limite alla ricchezza della Torah, una tragedia, insomma, tanto che la considerano completata nell’8° giorno di Tevet e il Shulcha ‘Aruch – Orach Chayim 580 osserva che “l’oscurità discese nel mondo per tre giorni”, infatti il digiuno dell’8° di Tevet (X mese lunare dopo Nisan o IV dopo Rosh ha Shanah) si unisce a quello del 10° giorno a ricordo dell’inizio dell’assedio di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, preludio alla distruzione del Tempio.
Grazie ad una lettura per immagini delle lettere l’incarnazione e la risurrezione, sono invasive di tutto il testo sacro che è una continua profezia sulla venuta del Messia e sulla salvezza finale dell’umanità dall’errore.

Nel Sifré su Deuteronomio 32,7: “Rabbì Simai diceva: Non vi è pericope (nella Torah) in cui non ci sia la risurrezione dei morti. Il fatto è che non abbiamo in noi la forza di manifestarlo attraverso il midrash.”, cioè con la ricerca.

Pericope da “perikòptein perikoptein” “tagliare intorno”, è un ritaglio anche piccolo delle Sacre Scritture, ove, si può trovare l’idea delle risurrezione e se c’era, solo perché è stata persa cognizione non si ha più, ma si può ritrovare!

In ebraico un modo per dire “parola” è “milah” , la cui radice è l’atto del taglio, “la circoncisione”, infatti, il suddividere nel testo le lettere in un qualsiasi modo è, di fatto, un circoncidere il testo stesso.
Così come appare il testo della Torah ebraica oggi, nella forma circoncisa in parole è “la Torah degli uomini“.

Nel libro “Le Dieci Parole” (di Marc-Alain Ouaknin-Ed. Paoline) si legge che: “Secondo la tradizione, verrà un giorno in cui saremo capaci di leggere le lettere bianche tra quelle nere, ossia le bianche, quelle vuote tra le parole scritte: saremo di fronte alla Torah del Messia“.

Pure nello stesso libro è detto: “In ebraico l’assenza di vocali consente una lettura come esplosione quale la traduzione talmudica e noi tentiamo di mettere in opera. L’assenza di vocali impedisce, infatti, di dare un significato unico ed esclusivo alle parole: il significato rimane indeterminato finché la radice – le consonanti della parola – non ha le vocali. In tal modo siamo responsabili del significato che diamo alle parole… Secondo il Talmud, uno degli errori fondamentali degli uomini consiste nella “fuga dal Sinai.”, espressione che Rabbi Yosef Rozin spiega così: “Come un bambino che fugge dalla scuola, ossia: non hanno voluto apprendere le lettere della Torah come entità separate, ma hanno preferito leggere e studiare parole intere.”

Una lettura come esplosione serve proprio a porvi rimedio.
Per la tradizione talmudica, ogni lettera è un mondo, ogni parola un universo.
Leggere lettera dopo lettera significa percepire lo spazio che esiste tra ciascuna lettera e provare la consistenza del testo, liberandolo dalla pesantezza tipografica. Per far questo Rabbi Yosef Rozin consiglia di distinguere la “lettura delle parole” dalla “lettura delle lettere” e “lasciare alle lettere la possibilità di continuare a essere lette malgrado l’esistenza delle parole.”
La lettura talmudica della Bibbia innova le lettere immutabili, le fa vivere nelle interpretazioni date nel corso della storia e il commento continua ancora oggi.
Nell’interpretazione, o “lettura per esplosioni”, non c’è un unico significato, il che coincide con il mio pensiero, ma questa lettura con le lettere non è stata fatta a tappeto fino alle sue estreme conseguenze ed è restata alla letture di parole isolate, anche involuta in giochi numerici ed in una lettura esoterica.

In conclusione, molti sono gli indizi che portano a guardare l’idea di un testo nascosto rinvenibile per decriptazione delle lettere.
Il fatto che, nonostante tutte le lettere ebraiche siano solo consonanti e la Sacra Scrittura s’è conservata per secoli senza vocalizzazione lascia adito a pensare che gli antichi sapessero che c’era anche una lettura di forma ideografica e non volevano esautorarne il potenziale con una sola lettura.

Per l’ebraismo odierno ogni brano della Bibbia, in effetti, anche se oggi è scritta con la puntatura di vocalizzazione, è però considerato ammissibile trattarlo come se avesse le sole consonanti e le vocali sono aggiunte da chi legge; ogni parola può così avere anche interpretazioni diverse da quelle convenzionali indicate dalla puntatura.
Se però si pensa che nei primi testi le parole non erano definite, ma le singole lettere erano tra loro separate e non c’erano forme di lettere particolari per la fine parola, le possibilità d’accoppiamento a formarne altre sono veramente tante, in quanto l’inizio e fine parola si possono scegliere in un diverso modo.

Questa, è: Una tecnica esegetica – “al tikreinon leggere – usata dai rabbini nel Talmud per dare al testo non vocalizzato della Bibbia una diversa vocalizzazione o una diversa forma ortografica rispetto alla forma usuale.
L’uso “al tikrei” non esclude in ogni caso la lettura originaria del testo, e perciò si può più correttamente definire come “non leggere questo passo solo in modo usuale, ma anche in altro modo“.

Questo procedimento permette così una nuova interpretazione, perfino quando le leggi della grammatica e della sintassi rendono necessaria la sola lettura tradizionale.
L’uso di questa tecnica trae origine dal verso: “Dio ha detto questo una volta, ma io ho ascoltato questo due volte.” (Salmo 62,12) e le parole della Bibbia in tale prospettiva si prestano anche a significati diversi di quello tradizionale.
Se poi ogni lettera può anche leggersi a se stante, in base al disegno che reca,le possibilità di diversi risultati aumentano ancora.

Il Talmud ‘Eruvin 13b dice: “La Torah ha settanta volti; queste e quelle sono le parole del Dio vivente”; perciò la Torah per gli ebrei non è un testo fisso, ma è lasciata libera la possibilità di più interpretazioni e circola l’idea che alla fine dei tempi ogni credente scriverà un proprio Sefer Torah.

Il Talmud (‘Avodà Zarà 5a) afferma: “Quando verrà il Meshiah? Quando nasceranno tutte la anime che debbono nascere; cioè, ogni anima potrà dare il proprio contributo alla rivelazione dei settanta volti della Torah ed alla ricostruzione del Santuario”.

Tutto ciò non esclude la lettura che faccio con il mio metodo.
In questo articolo ne do un sintetico esempio con la lettura della seconda faccia dei 9 versetti della pagina importantissima della chiamata di Abramo al capitolo 12 del libro della Genesi.
A tale scopo riporto il testo C.E.I della traduzione in italiano del 2008, poi il testo in ebraico con le lettere tutte distanziate tra loro senza le puntature delle vocali e senza lettere maiuscole di fine parola, do la dimostrazione della decriptazione del primo versetto.

Genesi 12,1Il Signore disse ad Abram: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.




A portarsi fu dall’Unico il ribelle , uscì per recarsi nel mondo . Il serpente iniziò dentro i corpi a regnare potente , anelava () dall’origine nei corpi scendere . La rettitudine recò nei viventi a recidere . La legge divina che la rettitudine aveva recato nei viventi , abitandovi fu finita . L’Unico da casa fu così a maledirlo . In terra le donne () si videro () nei corpi afflitte ().

GENESI 12,1-9 – DECRIPTAZIONE
Riporto il testo dell’ultima traduzione C.E.I. di Genesi 12,1-9 e tutto di seguito testo decriptato di quei 9 versetti.

Genesi 12,1 – Il Signore disse ad Abram: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.

Genesi 12,2 – Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.

Genesi 12,3 – Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.

Genesi 12,4 – Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.

Genesi 12,5 – Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan

Genesi 12,6 – e Abram l’attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei.

Genesi 12,7 – Il Signore apparve ad Abram e gli disse: Alla tua discendenza io darò questa terra. Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso.

Genesi 12,8 – Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel a occidente e Ai a oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

Genesi 12,9 – Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb.

Genesi 12,1 – A portarsi fu dall’Unico il ribelle. Uscì per recarsi nel mondo. Il serpente iniziò dentro i corpi a regnare potente. Anelava dall’origine nei corpi di scendere. La rettitudine portò nei viventi a recidere. La legge divina che la rettitudine aveva portato nei viventi, abitandovi, fu finita. L’Unico da casa fu così a maledirlo. In terra le donne si videro nei corpi afflitte.

Genesi 12,2 – E iniziò ad agire bruciante in tutti l’orgoglio che era a scorrere per l’essere impuro del serpente e dell’Unico la benedizione per la rettitudine, che si portava legata, per il serpente uscì. Una bruciante piaga si portò l’esistenza per la benedizione uscita.

Genesi 12,3 – E iniziò, per la benedizione uscita, nei viventi dentro la fiacchezza a esistere. Così si portò la putredine del serpente nel cammino. La maledizione portò, con l’energia che dentro i corpi arde. Da dentro, la rettitudine, per la vergogna accesa dal soffio racchiuso, finì, uscì dagli uomini del mondo.

Genesi 12,4 – Ed è il serpente, così dalle origini, dentro da verme ad affliggere le donne nei corpi per bloccare la creazione che per il Potente era stata portata dal Signore. E il serpente per affliggere tutti portò la potenza, la recò negli uteri ed originò dentro il verme nei figli. A racchiudersi nei viventi nel sesto (giorno) l’angelo (ribelle) fu, ma nel settimo saranno salvati. Inviato al mondo nel fango l’Unigenito finalmente porterà nella midolla d’un corpo l’energia.

Genesi 12,5 – Si recò per obbedienza dall’assemblea del Padre dentro un corpo a vivere. Venne il Principe nell’esistenza. A una Donna l’indicazione recò che si portava, che veniva la potenza a recarle nell’utero. Il figlio primogenito in vita avrebbe portato e l’originaria perfezione nel corpo con la rettitudine avrebbe riportato alla luce tra i viventi. L’Unigenito all’insidiatore la rettitudine in un simile recò. Avendo portato a venire l’angelo superbo da donna il male, una simile lo porterà giù a svanire. In cammino ai confini nel paese di Canaan entrò e fu in una casa/famiglia che Lo desiderava. L’Unigenito in un corpo scese, uscì la rettitudine, inviata in un misero.

Genesi 12,6 – E fu tra gli Ebrei l’Unigenito dentro un corpo a vivere dentro la terrà; dall’eternità nella putredine si recò per salvare con la rettitudine i viventi. Dall’eternità Dio si recò dall’angelo (ribelle) a vivere portandosi in un corpo. Alla perversità la rettitudine inviò in un misero. Fu l’Unigenito a colpirlo nel pozzo, giù nel mondo.

Genesi 12,7 – E fu alla vista il Signore Dio dal padre (Giuseppe della famiglia di David) da cui il corpo la matrice avrebbe portato; fu a dirgli che il potente seme rettamente veniva ad inviare da cui verrà l’Unigenito nel corpo giù al mondo. Nel mondo da questi veniva a portarsi per essergli figlio per il nome (per essere figlio di David). Vivrà da questi in casa nascosto/chiuso dal serpente. Del Signore entrerà l’energia nel corpo del primogenito; nel mondo Dio sarà a portarsi.

Genesi 12,8 – E fu nel tempo a versarsi nella matrice la luce dei viventi, che uscì a generare una vita, versandole nel sangue la potenza; dentro fu completa la divinità a portare. E fu in un cuore lo splendore dentro ad essere completo di Dio che a vivere fu nella madre. A portarlo alla vista sarà con l’acqua, lo verserà con il sangue, porterà all’esistenza figlio. Il Nome vivrà in questi in una famiglia nascosto al serpente; sarà una calamità a portargli. Il Diletto del Padre, per risorgere i viventi fu ad uscire portandosi nel mondo.

Genesi 12,9 – E fu in pienezza per agire per il Padre nel corpo di un vivente a entrare. La potenza recava della rettitudine e l’energia in pienezza recava per agire nel mondo sull’angelo insuperbito.

Due sono gli annunci dell’Angelo del Signore in questo criptato a Maria, versetto 5, e a Giuseppe, versetto 7, in armonia a quanto informano rispettivamente i Vangeli di Matteo e di Luca.
Maria aderendo col proprio si fu madre nella carne del Signore.
San Giuseppe, però era angosciato per la fidanzata amata che aveva trovato in stato di gravidanza.
La propria vita era a un bivio, aveva fatto tanti e bei progetti, ma tutto gli pareva svanire, quindi, sarà stato agitato tutto il giorno precedente dubbioso sulla decisione d’adottare, ma nella notte il sogno chiarificatore, e lui al mattino “fece” come aveva chiaramente compreso, “obbedì” al sogno, gli dette fede; eppure non era uno sconsiderato, era un “tecton”, architetto, ingegnere, costruttore, abile a lavorare i vari materiali, uomo abituato a stare con i piedi per terra.
Il disegno di Dio, esplicitato nelle Sacre Scritture, divenuto sogno di Giuseppe, da lui accolto ha portato alla fede cristiana a cui ha aderito una moltitudine veramente significativa dell’umanità… i frutti di un sogno!?
Sogno, visione, oracolo e vino sono, infatti, realtà che lette opportunamente con riferimento alle Sacre Scritture, grazie alle lettere ebraiche, portano a vedere doppio, quindi una nuova lettura, fuori dalla realtà ordinaria ed evocano un messaggio certificato come profezia perché si consegue dalla parola di Dio.
Giuseppe per fede in quella parola ricevuta in sogno assicurò al nascituro, il figlio di Dio e di Maria, nella discendenza davidica e il nome di figlio di Davide e prese l’impegno di istruire il figlio nella via della Torah.


 

LA SACRA SCRITTURA ANNUNCIA L’INCARNAZIONEultima modifica: 2018-05-22T12:06:47+02:00da mikeplato
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