LA SANTA TRINITA DI ABRAMO, ISACCO e GIACOBBE

Patriarchs

di Alessandro Conti Puorger

UN TEMA PREZIOSO
Paola, la mia terza figlia che vive negli USA, laureata e con dottorato di ricerca in ingegneria aerospaziale, là sposata e madre di tre figlie piccine, m’ha inviato di recente una e-mail in cui tra l’altro era scritto:

SS.TrinitàQuesta notte mi è venuto un pensiero molto bello sul fatto che Dio si presenta al suo popolo nell’esodo e a Mosè come Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e non so se qualcuno lo ha già avuto, ma ora mi sembra che sia sempre stato sotto gli occhi di tutti e non sia stato sufficientemente notato. Il pensiero è questo: da SEMPRE Dio si è presentato come un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Mentre il parallelo col Padre e Figlio è evidente in Abramo e Isacco, lo Spirito Santo è percepito con Giacobbe che è l’elezione di Dio, perché non è né la carne né le opere che ci rendono figli, ma la Sua Grazia = Spirito Santo, una prefigurazione della Trinità che ovviamente è svelata in Cristo, compimento delle scritture che rivela il volto del Padre e che ci dona il Suo Santo Spirito. Dio nelle scritture sempre si presenta come Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, perché intende che Lui è Trino perché da sempre è una comunione di persone e come tale s’è presentato anche al popolo ebraico nelle scritture, ma ci svela questo mistero solo nel Figlio fatto carne. Volevo fare una piccola ‘scrutatio’ per validare questo pensiero, ma con le mie tre bimbe in giro è già tanto se riesco a mandarti questa e-mail così in bozza! Papà sono certa che la ‘scrutatio’ la farai tu e ne saprai trarre un bell’articolo.

Per prima cosa ho ringraziato Dio che mi riproponeva ancora una volta che perla fosse anche la terza figlia, poi sono entrato in quella idea di per sé preziosa che lei mi prospettava e nelle pagine seguenti ho sviluppato i pensieri che man mano mi sono venuti su tale tema.

È da premettere che molti termini ebraici che definiscono la divinità di cui parla la Bibbia nell’Antico Testamento, secondo più studiosi, risentirebbero d’elementi di un arcaico politeismo di cui gli antichi libri della Torah, che la tradizione pone almeno come prima redazione in forma non nota verso XIII-XII secolo a.C., potrebbero avere risentito.
Pur tuttavia è da tener conto che quei 5 libri, almeno come ultima redazione sono relativamente recenti, in special modo il libro della Genesi che risalirebbe ai tempi di Esdra e Neemia, V secolo a.C., quando ormai il culto al Dio unico era consolidato.
Molti dei pensieri che propongo ovviamente sono già stati presentati, ma li ho assemblati e rivisitati con ulteriori spunti e conferme alla luce del testo della Bibbia canonica ebraica detta Tenak ed ho aggiunto altre idee personali.
In conclusione quella idea intuizione pare proprio avere basi solide.

DIO SI PRESENTA
È necessario partire dal “principio”.
Così inizia la Bibbia:

In principio Dio creò il cielo e la terra.
La terra era informe e deserta
e le tenebre ricoprivano l’abisso
e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse
…” (Genesi 1,1-3a)

C’è Dio, parla e ha uno Spirito!
Mi sono chiesto come si potrebbe descrivere la nascita di un embrione e poi di un feto nel seno della madre?
Come la terra ai primordi.
Nei primi settanta giorni di gestazione sarebbe informe, deserto, privo di segni particolari, nel buio, immerso nelle acque, ma su di lui esisterebbe comunque un progetto formativo d’amore.
Lo sanno bene il papà e la mamma, un maschio e una femmina a immagine e somiglianza di Dio, legati dal Suo stesso Spirito che fa si che s’amino tra loro e amino la propria creatura.
In “Spirito creato in 7 tappe – Genesi codice egizio – ebraico“, articolo in .pdf in “Ricerche di verità“, mi chiesi così se quei primi 7 giorni – epoche, oltre che la creazione del mondo non descrivessero tappe importanti formative di un uomo.
Pur visto sotto questo aspetto non si sfugge da un fatto.
L’autore, il creatore, il formatore, comunque, quanto lì indicato nella Genesi come “Dio” dalla traduzione C.E.I., in effetti, è definito nel testo ebraico con il termine “‘Elohim”.
Si è molto ragionato e detto sul fatto che, come denuncia il finale di quella parola, secondo la grammatica ebraica parrebbe essere un nome plurale, precisamente di “El” o meglio di “‘Eloha” o derivanti dal radicale semitico “essere potente, essere forte” / , da cui appunto discende “‘El” che è “il Potente”, quindi, in senso assoluto Dio.
Il nome “‘El” era, infatti, quello di un divinità cananea molto legata al segno del serpente.

lamed La lettera “lamed” ebraica di per sé esprime potenza, ed è, infatti come un serpente che si erge, unica delle 22 lettere di quel alfabeto che supera la riga orizzontale superiore delle altre, mentre la lettera “‘alef” è origine, primo, uno, capo.
Per “‘El” , peraltro, si può avere una lettura relativa ed una assoluta tramite i significati grafici delle lettere:

  • la prima, relativa, è “il primo dei potenti ” di un certo ambito;
  • la seconda, assoluta, è “l’origine della potenza “.

Ogni popolo ha i propri dèi che chiamano con vari nomi, comunque, il pensiero che circola in quei sacri testi ebraici è che gli dèi “‘el” degli altri popoli o sono falsi o hanno solo qualche parvenza di verità.
Sono quelli, comunque, sicuramente inferiori al Dio degli dèi, le Potenze, “‘Elohim” che appunto significherebbe “i potenti”, “i forti” ed evidenzia riferito all’assoluto, l’onnipotenza.
Il nome “‘Elohim” è unico e precipuo del pensiero ebraico.
Se ad ogni lettera ebraica si dà il suo significato grafico, tenuto conto di quanto già detto per e , considerato che la lettera “he” pare proprio voler indicare aperto/aprire, la “Yod” è l’essere e la “mem” = acqua/vita, la parola “‘Elohim” si può aprire come un rebus di immagini e dice di sé:

  • in senso assoluto, “origine di potenza che aprì l’esistenza alla vita “;
  • in senso relativo, “un capo potente che nel mondo sta a vivere “.

(In “Dio e le acque – midrash “Sulla riva del mare” articolo in .pdf nella rubrica “Decriptazione Bibbia” ho spezzato tante volte e in più modi il nome ‘Elohim)
Con l’uso delle lettere singole si superano le regole della grammatica e si entra in un mondo di segni capaci di parlare alla mente e di suscitare idee più ampie della singola parola con un linguaggio universale, come poi vedremo.
Sta il fatto che Dio per creare parla: “Dio disse: Sia la luce. E la luce fu”.
La tradizione ebraica propone che, appunto, la creazione sia avvenuta grazie alle lettere delle parole emesse dal Signore contenenti parti efficaci della sua energia.
Ciò confermerebbe l’azione specifica della persona “Parola di Dio”, il Verbo dei cristiani che appare in quel “disse” subito agli inizi dell’atto creativo.
Quel nome di “‘Elohim” di fatto è usato solo nella Bibbia in lingua ebraica e in scritti che la commentano, ma non esiste in un’altra lingua semitica antica.
Forse poi non è nemmeno plurale, ma è così e basta proprio perché esprime dei concetti visivi come un cartiglio di geroglifici.
Questa parola specifica formata da quelle 5 lettere-icone nella tradizione d’Israele è il vero Dio di Israele, e molti lo dicono il Dio degli dèi, però in quei libri talune volte è usato anche per i potenti della terra, per gli dèi falsi, gli angeli, giudici, magistrati o uomini considerati come dèi.
D’altronde ogni autorità viene da Dio.
Complessivamente come Dio, dèi, potenti, eroi, il nome “‘Elohim” si presenta più di 2.600 volte nella Tenak o Bibbia ebraica.
Pur se pare essere un nome plurale “‘Elohim” è usato anche con aggettivi e pronomi al singolare.
Interessante è però che quando è usato per indicare la divinità d’Israele i verbi che lo riguardano sono prevalentemente alla terza persona singolare, come ad esempio proprio nel primo versetto, il Genesi 1,1.
Il testo ebraico, infatti, per dire “Dio creò” scrive “‘Elohim bar’a” ove “‘Elohim” pare un plurale e “bar’a” è la terza persona singolare del passato remoto del verbo creare, onde anche se fosse plurale, unico e concorde fu l’atto del creare.
In tutta la Bibbia il verbo “bar’a”, peraltro, è associato solo ad “‘Elohim” per complessive 49 volte (7×7) nella forma “‘Elohim bar’a”.
In definitiva “‘Elohim” è un nome che pur se ha una desinenza plurale è trattato anche come un’unità, l’insieme della divinità, perciò, non dèi, ma un Dio unico, una un’unità composita.
Appare poi nella Torah un altro termine che usò Dio stesso nel definirsi, “‘Elohi-‘Elohe” che è un “‘Elohim” più specifico e direi formatore di questo ultimo. Pare intuirsi che “‘Elohim” si interessa specificatamente della vita e dei viventi per quella finale che lo fa intuire, mentre “‘Elohi” è a un livello superiore, con le lettere si può, infatti, leggere:

“‘Elohi” , “L’origine potente che aprì l’esistenza “.

Nell’episodio del roveto ardente Dio si qualificò in questo modo a Mosè mentre pascolava il gregge di Ietro:

“Disse: Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe“. (Esodo 3,6)

Dopo aver detto Io sono il Dio ripete per 3 volte “‘Elohi”, onde “‘Elohi” è il Dio dei padri, che credevano in “‘Elohim” il Dio unificato, che valeva per tutte le nazioni, ma loro, gli eletti, avevano avuto diretta esperienza di una sintesi teologica.
Ritenevano cioè che esistesse un consesso più particolare della divinità che credevano, chiamavano e definivano “‘Elohi-‘Elohe”: “Lui è il Dio degli dèi , il Signore dei Signori.” (Deuteronomio 10,17)
Questo “‘Elohi”, che da molti è considerato il singolare di “‘Elohim” è da domandarsi se veramente un singolare.
Molto più appropriato come singolare è “‘Eloha” .
Ci si è anche chiesto se “‘Elohi” sia un nome proprio indeclinabile, ma non lo è perché il nome proprio di Dio, lo dirà Lui stesso, è IHWH.
Quella “iod” aggiunta ad “‘Eloha” per formare “‘Elohi” , può in termini grammaticali spiegarsi come un plurale di più di due unità, o come suffisso di pronome per dire il mio “‘Eloha”.

Di questo “‘Elohi” o “‘Eloi”, visto che la lettera ebraica “he” è muta, si trova traccia nel Vangelo di Marco quando al 15,33 registra che Gesù sulla croce disse “Elo(h)ì, Elo(h)ì, lemma sabactanì” citando in aramaico il testo del Salmo 22 che appunto inizia con “‘Elì ‘Elì” , come esattamente riporta in ebraico Matteo 27,46.
Quindi, Dio mio è “‘Elì” e non “‘Elohi” , il che rafforza l’idea che “‘Elohi” non voglia dire il mio Dio, ma sia piuttosto in ebraico un plurale.

Pare così “Elohi” sia appunto un plurale unificato e unificante di un consesso più stretto di “‘Elohim”, come se “‘Elohim” comprendesse tutte le potenze angeliche comunque viventi cioè non necessariamente eterne, ma anche derivate, create e incaricate da “‘Elohi”, e questi invece fosse solo relativo all’Essenze “esistenti” in assoluto dall’eternità.
Essere è più di vivere!
In tal senso forse è da comprendere quel “uno solo” “‘oechad” che si trova nella definizione monoteistica; d’altronde è usato anche come radicale di unirsi, raccogliersi. (Ezechiele 21,21)
Nel fondamentale comando monoteista di Deuteronomio 6,4 si trova, infatti:

Ascolta Israele ,
il Signore è il nostro Dio ,
il Signore è uno solo “.

In definitiva il nostro Dio è uno solo, IHWH, ma IHWH è una sola persona?
Come vedremo lo stesso IHWH in più occasione si presenta come un plurale.
In quel “nostro Dio” “‘Elohenu” poi non è usato “‘Elohim”.
Se si considera “‘Elohi” come “mio Dio” “‘Elohenu” è “il nostro Dio”, quindi è un consesso più ristretto.
Come quello che successivamente il cristianesimo definì Trinità?
Negli “‘Elohim” sono associati tutti gli angeli, i messaggeri di Dio in cielo a cui potevano essere aggregati gli incaricati da Dio in terra, giudici, magistrati ecc, invece in “‘Elohi” pare concentrarsi il “consiglio della corona”.

Si legge nel 2° libro delle Cronache 2,4: “… il nostro Dio è più grande di tutti gli dèi ” e nel libro del Deuteronomio 10,17: “Lui è il Dio degli dèi , il Signore dei Signori”.
Ciò conferma l’esistenza in quei pensieri biblici di un cerchio ristretto di comando della divinità ed è quella che si rivelò ad Abramo, Isacco, e poi a Giacobbe che lo elesse Israele!
Se torniamo a quei primi versetti con cui inizia il libro della Genesi:

“In principio Dio creò… il cielo e la terra” sembra potersi concludere che il consesso divino, gli “‘Elohim” decisero di creare il cielo e la terra, ma è ovviamente da intendere che fu il consesso ristretto “‘Elohi” che decise di creare.
Questa differenza fa immaginare che il cerchio ristretto avvertì tutti gli angeli in una seduta plenaria.
Da qui la tradizione della ribellione d’alcuni angeli che non volevano s’attuasse quel progetto in cui l’uomo, temevano, sarebbe stato poi associato al consesso ristretto. (Vedi: midrash “Tempo – Eternità“)

Il consesso divino era ovviamente formato da quello che Davide definisce così: “Sii benedetto, Signore Dio di Israele, nostro padre, ora e sempre. Tua, Signore, è la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore e la maestà, perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo.” (1Cronache 29,10s)
È quella invero la prima volta che si trova nella Bibbia associata la parola Padre a Dio.
La Bibbia nel libro di Giobbe però parla in forma midrashica di figli di Dio nel consesso divino allargato: “Un giorno, i figli di Dio (Elohim ) andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro.” (Giobbe 1,6)
In quel libro antichissimo di Giobbe il rapporto tra Dio “‘Elohim” ed i componenti del consesso, i suoi “‘elohim” è di un padre con i suoi figli, compreso Satana (Giobbe 1,6 e 2,1).

I figli di Dio plaudivano al momento della creazione: “Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio ?” (Giobbe 38,6s)
La “pietra angolare” “‘aben pinnatah” della creazione ci parla di un figlio “ben” particolare, l’Unigenito .
È questi il “principe di Dio” e se ne trova traccia in quel primo versetto della Genesi nella parola tradotta con ” In principio che si può anche tradurre “per” un “Principe ” avvenne la creazione.
Quel Principe è il Figlio Unigenito , la Pietra angolare, la prima pietra della creazione che fu “originata dal/per il Figlio .”
(Vedi: “L’anima del creato e la pietra angolare“)

Dio per creare “disse” , quindi creò con la parola, e questa è proprio Lui il Principe, il Verbo, la Parola: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.” (Colossesi 1,16)
Ciò l’ha fatto su mandato del Padre e con amore come ricorda il Salmo nel libro di Giuditta “Ti sia sottomessa ogni tua creatura: perché tu dicesti e tutte le cose furono fatte; mandasti il tuo spirito e furono costruite e nessuno può resistere alla tua voce.” (Giuditta 16,14)
In quei primi due versetti del Genesi si trova, infatti, anche la “Ruah”, lo Spirito di Dio, che aleggiava sulle acque.
Il cristiano che crede nella SS. Trinità (di cui per primo parlò Tertulliano nel II secolo, definita come articolo di fede al primo concilio di Nicea – 325) la trova in “‘Elohi” che è “il consiglio della corona”, l’insieme del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.
Il Padre volontà creatrice, la Parola la mano che forma e la madre il caldo alito dello Spirito che rende perfetti.

È da segnalare poi un altro termine, per indicare Dio che nella Torah è un singolare poetico: “‘Eloah” .
In questo modo si trova solo 2 volte nei versetti Deuteronomio 32,15 e 32,17 quando è detto: “Giacobbe ha mangiato e si è saziato, sì, ti sei ingrassato, impinguato, rimpinzato e ha respinto il Dio che lo aveva fatto, ha disprezzato la Roccia, sua salvezza… Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio …”
È poi usato in special modo nel libro di Giobbe, circa 40 volte.

CENNI DI PIÙ PERSONE NEL DIO DELL’ANTICO TESTAMENTO
Il termine Trinità non si trova nella Bibbia, ma l’unico Dio, manifestatosi in tre persone, trapela da tutta la Sacra Scrittura.
Oltre l’immagine delle tre figure umane che si presentarono ad Abramo e che il patriarca riconobbe come Dio, di cui parlerò in apposito paragrafo, nell’ambito della terminologia che definisce la divinità dell’Antico Testamento vi sono comunque cenni di un consesso speciale.
In particolare, nel libro del Genesi danno da pensare questi passi:

  • “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.” (Genesi 1,26-27) ove c’è “‘Elohim ” che quando crea parla al singolare, ma nella decisione di farlo al plurale.
  • “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.” (Genesi 2,7)

Chi formò l’uomo fu “il Signore Dio” è esattamente “‘Elohim IHWH”, non il dio di un altro popolo, ma proprio IHWH.
Ciò che soffiò è un “alito” “nishmat” di “vita” “chaiim” ma questa è un plurale, quindi “un alito di vite” il che potenzia il pensiero di un’operazione di un unico, ma anche plurima, sia da parte degli attori, sia da parte del ricevente.
Adamo conseguì, infatti, una vita riconosciuta e voluta dal Padre, la condizione potenziale di figliolanza, non solo di creatura e una vita nello spirito.
È pure una conferma che la sua vita si rinnoverà in quanto l’albero della vita dell’Eden (Genesi 2,9), in effetti, è albero di almeno due vite, con implicita promessa di risurrezione, perché pure lì è usato “chaiim” e non il singolare:

  • “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi” (Genesi 3,22) ove c’è il Signore Dio IHWH ‘Elohim, quindi un consesso più ristretto, gli IHWH di “‘Elohim”, ma anche questi parla al plurale.
  • Abbiamo ancora che lo stesso unico IHWH parla al plurale, infatti, in occasione dell’episodio della torre di Babele “Il Signore disse: …Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. (Genesi 11,6s)
    Se nel caso precedente c’era un dubbio di plurale su IHWH per la presenza del termine “‘Elohim”, qui non c’è dubbio che IHWH parla da plurale come consiglio di più persone.

Del resto anche il profeta Isaia in più passi su questa tematica fa sorgere interrogativi:

  • Lui IHWH è tre volte Santo: “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria”. (Isaia 6,3)
  • “Poi io udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò e chi andrà per noi? E io risposi: Eccomi, manda me!” (Isaia 6,8) chi parla è “‘Adonai” parola con cui spesso è sostituito il Tetragramma sacro IHWH.
  • “Ascoltami, Giacobbe, Israele che ho chiamato: Sono io, io solo, il primo e anche l’ultimo. Sì, la mia mano ha posto le fondamenta della terra, la mia destra ha disteso i cieli… Ora il Signore Dio ha mandato me insieme con il suo spirito. Dice il Signore tuo redentore, il Santo di Israele: Io sono il Signore tuo Dio che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare.” (Isaia 48,12-18); sta parlando il Figlio facendo riferimento al Padre e allo Spirito Santo.
  • Idem accade in questo versetto di Isaia che Gesù citò nell’aprire la sua missione, “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri…” (Isaia 61,1) parla Adonai IHWH del Messia, il consacrato, l’unto del Signore.

E che dire di “Annunzierò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato” (Salmo 2,7); non denuncia una situazione particolare?
Egualmente desta perplessita in favore di una presenza trinitaria questo versetto del libro dei Proverbi “Chi è salito al cielo e ne è sceso? Chi ha raccolto il vento nel suo pugno? Chi ha racchiuso le acque nel suo mantello? Chi ha fissato tutti i confini della terra? Come si chiama? Qual è il nome di suo figlio, se lo sai? Ogni parola di Dio è appurata…” (Proverbi 30,4) chi parla è “‘Eloah”.

Lo Spirito Santo pare poi un personaggio che invade Giosuè: “Il Signore disse a Mosè: Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui…” (Numeri 27,18)
Con riferimento, infine, alla Spirito della creazione di Genesi 1,2 che prosegue la sua attività conservandola, quindi agendo nella storia della salvezza, propongo:

  • “Con forza agita il mare e con intelligenza doma Raab. Al suo soffio si rasserenano i cieli, la sua mano trafigge il serpente tortuoso.” (Giobbe 26,13)
  • “Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.” (Salmo 104,30)

LA PARTE SOMMERSA
Pare proprio che vi siano tracce di un discorso più completo, come se a monte vi fosse una tradizione che non è spiegata esplicitamente, ma che è data per scontata.
Pare cogliere l’attesa di una vicenda che dovesse avvenire per completare qualcosa ancora non completato, come suggerisce San Paolo in Romani 8,22: “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.”
Mi sono chiesto se quelle pagine antiche della Torah, che dicono di sé d’essere state scritte da un ebreo egiziano adottato come figlio da un faraone, potessero contenere messaggi criptati utilizzando le lettere ebraiche come icone, tipo rudimentali geroglifici.
Questa fu l’origine della mia grande ricerca nel testo biblico ebraico, come si ricava dal mio incipit al riguardo: “Decriptare le lettere parlanti delle Sacre Scritture ebraiche“.

Quelle emersioni notate nei versetti citati, che fanno pensare a tradizioni non riportate completamente, forse sono scritte in modo criptico e quelle sono punte di un iceberg, ma il più e sommerso.
In tale evenienza si potrebbe provare ad esplorare i testi con strumenti particolari come il mio metodo di cui in “Parlano le lettere” che usa i 22 segni ebraici quali immagini, come ampiamente descritto nel mio sito in questo sito.
Dalla decriptazione dal citato brano Isaia 48,12-18, ad esempio, s’otterrebbe un qualcosa del genere a quanto qui riporto che far intuire che quei testi con tale lettura per lettere riescono a presentare delle facce nascoste.

“Ad ascoltare Dio è stato! S’è in azione versato da casa ed è stato il Principe di Dio ai viventi versato alla vista. È stato da “Io sono” al mondo portato l’Unigenito, dall’Unico l’energia è stata al corpo di una Donna recata, ha inviato l’Unico il soffio, iniziò l’energia ad esistere, l’Unigenito chiuso nel corpo si portò da inviato.
Inizia la Parola ad essere sbarrata. L’Essere è nei ceppi al mondo, la luce giù è dai viventi ad esistere, il Cuore in una trappola al mondo dal cielo. Versato nel corpo dell’Unigenito iniziano i lamenti, Dio è al mondo con la Madre, si è a dimorare portato, si è chiuso per l’aiuto portare.
Al mondo versato nel fango reca del Potente la rettitudine. La Madre l’ha portato alla luce dal seno e a vivere è dentro nel mondo dei viventi. Uscita in cammino è la mano dell’Unico per finire i principati e le potestà del mondo. Il Signore per amore portatosi è in azione alla luce del mondo. Dalle prigioni/chiusure a salvare si porta da casa dentro la casa del serpente. E la stirpe che porta la rettitudine dal demonio è con la Madre. (Genesi 3,15b”… questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno)
L’Unigenito inviato è stato, inizia la consolazione del Figlio finalmente ad esistere, inizia col volto a versarsi alla vista completamente, si è portato al mondo da casa. Inizia il segno che s’è portato ed in campo sceso dal serpente è, per chiudergli la strad si porta.
Versato in un corpo dentro si porta Dio, è la luce dei viventi alla vista portatasi, per questi iniziano i segni. Ha iniziato a vivere dal corpo della Donna in segreto la Parola, finalmente è dai viventi nel tempo uscita, è stata portata completamente fuori la luce ai viventi dell’Unico, l’energia è stata recata in azione tutta al mondo. Dalla nube inviato è il Signore, a sorgere il vigore degli angeli è stato portato, lo Spirito ha recato.
Per spegnere il ribelle del mondo si porta fuori il Redentore, così per rovesciare all’impuro il fuoco che sarà a bruciargli il corpo. Dal primo serpente l’Unigenito inviato è, il Signore a scongiurare con maledizioni è così in vita perché l’aiuto alla sposa porti. Alle rovine del serpente dai viventi in giro è così con la rettitudine da solo, delicato, completamente in cammino.
Dal serpente si porta l’Unigenito al mondo, si versa di sabato. Del Potente in vita il precetto a completare è stato portato. È al mondo ad esistere la retta energia, uscita col corpo per bruciare il serpente, a portargli le piaghe. Si porta il giusto all’oppressione così a rivelare che Iah è vivente. (Genesi 2,2″… nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto…)”

Il discorso che intendo portare avanti in questa analisi però userà solo marginalmente questo strumento della decriptazione e rimarrà aderente ai testi di primo livello, cercando di tirare fuori una sintesi dai vari versetti della Bibbia ebraica sulla graduale manifestazione all’uomo delle attitudini intime della divinità che si rivela gradualmente prima ad un uomo, poi ad un popolo.

CHI PARLÒ CON I PATRIARCHI?
Sono da tenere presenti e valutare in tutto il loro peso le autorevoli asserzioni di Gesù nel Vangelo di Giovanni:

  • 6,18 – “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.”
  • 6,44 – “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno
  • 6,65 – nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”.

In tal modo Gesù ci rivela che tutti gli incontri, i colloqui, le visioni che personaggi dell’Antico Testamento hanno avuto con la divinità, sono rivelazioni da parte del Padre tramite il Figlio che ha operato per l’amore che li cementa, cioè lo Spirito Santo.
Il Figlio oltre che Dio è un inviato dal Padre!
Se si legge la parola figlio “ben” in ebraico con le lettere riferite alla divinità si ottiene anche chi:

  • da casa/da dentro inviato , dal “seno del Padre” come in Giovanni 1,18;
  • dentro ha l’energia (del padre).

La parola ebraica specifica di inviato, invece, è “mal’ak” e questa può dar luogo ad equivoci, infatti, un messaggero mandato da un uomo o da Dio in ebraico ha tale unica traduzione, “mal’ak”, e può significare sia messaggero, sia angelo.
Ad esempio, in Genesi 32,2-4 si legge: “Mentre Giacobbe continuava il viaggio, gli si fecero incontro gli angeli di Dio. Giacobbe al vederli disse: Questo è l’accampamento di Dio e chiamò quel luogo Macanaim. Poi Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nel paese di Seir, la campagna di Edom.”
Come si vede sia gli angeli che gli uomini sono messaggeri, quindi, entrambi angeli, solo che i primi sono angeli di Dio e i secondi angeli/messaggeri di Giacobbe. Strano gli angeli di Dio al plurale sono e gli umani sono , stesso trattamento di ‘Elohi e ‘Elohim.
Chi si porta da messaggero ha l’autorità del mandante, una delega piena.
Questo è anche il pensiero biblico, infatti, il termine “mal’ak” con le lettere fornisce questi predicati:

  • di “pienezza vaso/contenitore “, vale a dire riempito di poteri ovviamente del mandante;
  • “della parola () di uno vaso/contenitore “, e siccome è anche il numerale 1 ed indica un capo, il messaggero porta la parola di una autorità che ha potere, che comanda.

Ecco che i giudici umani in Israele erano anche detti “‘elohim ” com’è chiaro dal versetto Esodo 22,8 perché essi rappresentavano in pieno per delega della Torah “l’Elohim”, Dio Padre anche se non erano Dio in persona.
È al proposito da ricordare il colloqui di Ietro e Mosè quando questi disse “…il popolo viene da me per consultare Dio” (Esodo 18,15) da cui il consiglio, “…sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Essi dovranno giudicare il popolo…” (Esodo 18,21s)
Quel versetto Esodo 22,8, infatti, tratta di un ladro che il padrone di casa porta davanti a Dio, cioè i giudici delegati “…la causa delle due parti andrà fino a Dio: colui che Dio dichiarerà colpevole (per bocca del giudice) restituirà il doppio al suo prossimo.”

Si trova spesso nei testi “Mal’ak YHWH”, o “l’Angelo del SIGNORE” e “Mal’ak Elohim”, cioè, “l’Angelo di Dio”, come un angelo speciale in cui, prendendo con la dovuta radicalità quei versetti del Vangelo di Giovanni, Gesù s’identifica.
C’erto è che Gesù è il messaggero della divinità tutta intera in un modo reso captabile in qualche modo all’uomo e si presenta:

  • prima dell’incarnazione, come uomini speciali, con angeli visibili, poi in un roveto, con un fuoco, una nube, ancora con una colonna di fuoco, una roccia che scaturisce acqua…;
  • nella sua vita terrena con il corpo di Gesù di Nazaret;
  • dopo la resurrezione col suo corpo glorioso;
  • ora, col suo corpo mistico, la Chiesa.

Questa sarebbe l’esatta idea di quei termini “Mal’ak YHVH”, o “Mal’ak Elohim”, in quanto Gesù come Figlio di Dio ha la doppia veste di messaggero, cioè di angelo, e di divinità tutta intera, o meglio quanto visibile e percepibile all’uomo di Lei, cioè della vera divinità.
Poiché porta l'”autorità” di Dio, rappresenta Dio, ed è Dio, è propriamente YHWH.

Interessante è seguire nel testo masoretico quando è usato il termine “‘Elohi”.
Nel libro della Genesi si trova in:

  • Genesi 26,24 – quando come “‘Elohi” Dio si rivolse ad Isacco;
  • Genesi 30,2 – ove Giacobbe dice a Rachele che è “‘Elohi” che gli aveva negato i figli;
  • Genesi 46,3 – in cui Dio come “‘Elohi” si rivolge a Giacobbe-Israele.

Ciò vuol dire che i patriarchi e Mosè conobbero tutti lo stesso Dio nella dimensione di “‘Elohi”, che altri non era che lo stesso che si presentò a ciascuno di loro, come pure al padre di Mosè.
Questi era il Cristo dice San Paolo!
“Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo.” (1Corinzi 10,1-4)

UNICA SOSTANZA: “Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Marco 1,1)
Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Timoteo 2,5)

DUPLICE NATURA: divina e umana, infatti, “…disse Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto… Chi ha visto me ha visto il Padre… Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me…

Il Cristo è rappresentante anche dello stesso Spirito Santo, che non ha figura umana e per questo non è conosciuto, ma è puro Spirito come il Padre: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce…” (Giovanni 14,17s)
Di questa persona, puro spirito, nascosta, diceva il secondo versetto del Genesi “…lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”, in ebraico aleggiava è merachepoet “per i viventi alle menti il nascosto il Verbo indicherà !”
Nasce l’idea che nella Torah di fatto si sviluppi una rivelazione della divinità come Trinità come graduale esperienza.
È da ricordare l’episodio dei settanta anziani su cui scese lo Spirito del Signore: “Il Signore disse a Mosè: Radunami settanta uomini tra gli anziani d’Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi; conducili alla tenda del convegno; vi si presentino con te. Io scenderò e parlerò in quel luogo con te; prenderò lo spirito che è su di te per metterlo su di loro, perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo.” (Numeri 11,16s)

TORNIAMO AL ROVETO
Il racconto del roveto inizia così: “Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio , l’Oreb.” (Esodo 3,1)
Subito dopo al versetto 2 è detto: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.”
(Sul monte di Dio l’Oreb vedi: “Attorno al santuario vicino all’Oreb, la montagna di Dio“)
L’angelo del Signore è “mal’ak” YHWH .
Ecco che, essendo il libro della Genesi più tardivo di quello dell’Esodo, è questa la vera prima volta che dal punto di vista della redazione temporale di quei libri della Sacra Scrittura della Torah esce il Tetragramma YHWH.
Pur se è la prima volta è da trovare se e quando così si definisce proprio Dio stesso o la Sua manifestazione.
In quel versetti consecutivi Esodo 3,1 e 3,2 troviamo comunque uniti i due modi principali per definire Dio, ‘Elohim e IHWH.
In tale occasione l’angelo che parla da un fuoco che non si consuma in un roveto, vale a dire quanto è visibile per Mosè di Dio stesso, si presenta con quel “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” (Esodo 2,6)
(“Lo sposo della coppia nel matrimonio, roveto ardente“)

Il modo di presentarsi è speciale, “Io sono” è sintetico, il verbo essere è qui sottinteso, come in genere in ebraico.
In effetti, c’è solo “‘anoki” “io” e da quel momento anche solo ‘anoki nei discorsi biblici lo definisce come “Io sono” per antonomasia.

Chi può, infatti, dire “Io” come essenza assoluta, “Io sono”, se non Lui.
Gli umani possono solo dire “io vivo”, ma essere è molto di più.
Comporta, infatti, il concetto d’eternità!
Il termine “Io sono…” echeggia e lo sottolinea nel suo Vangelo Giovanni citando in modo particolare “Io sono“, e per due volte, dando idea della sua potenza, infatti “giunta l’ora”, Gesù domanda: “Chi cercate? Gli risposero: Gesù, il Nazareno. Disse loro Gesù: Sono io! Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse Sono io, indietreggiarono e caddero a terra.” (Giovanni 18,4-6)

Risulta poi che in quel versetto si ripete per quattro volte la parola Dio, ma dobbiamo vedere quali sono le lettere che usa, perché lo dice in un modo speciale.
Io sono “‘anoki ‘Elohe” o ” ‘Elohi”.
Questo “‘Elohe” si può pronunciare anche ‘Alah, il nome con cui i cristiani di lingua araba chiamano Dio e che i musulmani dell’Islam definiscono appunto con Allah.
Nello specifico, al roveto, non è usato il termine convenzionale di prima “‘Elohim” che è stato scritto anche nei capitoli 1 e 2 dell’Esodo.
Chi si presenta non è un angelo di Dio tra i tanti, ma c’è un particolare, le lettere ‘El di Dio al singolare sono completate con le lettere He e Yod , quindi, “‘Elohe/’Elohi”, lettere che in definitiva pur se invertite sono le prime due del Tetragramma Sacro che sappiamo viene dal verbo essere, esistere.
Il radicale di “esistere” in ebraico, peraltro, è , quindi, si può vedere come esistenza, il che aiuta a concludere che proprio Lui è il Dio delle , ossia delle esistenze, proprio colui che ha creato tutto ciò che esiste.
È il vero e unico Dio che esiste!
Quel angelo di Dio allora è proprio tutto ciò di captabile di Lui da parte dell’uomo, il Dio di tutte le esistenze, il Dio appunto unico.
Proprio Lui “‘Elohe” si definisce a Mosè come quello che s’è presentato e fatto conoscere da Amram padre dello stesso Mosè e dai patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe.

Ciò è da tenere in gran considerazione visto che è così che si definisce direttamente l’angelo del Signore e pare con ciò indicare la fusione in , in un’unità dei due Nomi e .
Da questo punto il testo lo inizia a definire col solo nome di YHWH e non di “‘Elohe”, infatti: “Il Signore disse…” (Esodo 3,7)
Per evitare di pronunciare il nome di IHWH i traduttori sostituiscono la parola Signore al Tetragramma, mentre gli ebrei traducono HaShem, il Nome in assoluto.
È importante sottolineare che cosa dice YHWH, la prima volta che parla con il suo vero nome.
Ecco che il primo concetto che esprime è che ha avuto misericordia, infatti: “…Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo…” (Esodo 3,7s)
Chi porta quel nome s’è soffermato sulle pene di quella gente perciò è una entità misericordiosa e non solo, è scesa per liberarlo, quindi è il redentore.
Lui è amore!
Lui stesso, ordina a Mosè d’andare ad annunciarlo al popolo in schiavitù in Egitto con la promessa che lo farà uscire.
Mosè, afferra il succo, nota differenza tra “‘Elohim” e “‘Elohe”, come pare evidente dal versetto 13, ma sapendo che gli anziani del popolo l’avrebbero potuto prendere per visionario, “…disse a Dio (‘Elohim): Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio (‘Elohe) dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?” (Esodo 3,13)
Non gli basta la prima dichiarazione che è il Dio dei padri, quel ‘Elohi non è un nome proprio, è solo una definizione e Mosè invece vuole portare una testimonianza maggiore, desidera avere come una copia del documento d’identità di chi gli si è presentato, vuole il vero Nome.
C’era sul Nome un arcano, il conoscerlo era già partecipare un poco all’essenza della persona.
Dio ancora non lo rivela, ma dà ancora un definizione.
Questa fu la risposta: “Dio disse a Mosè: Io sono colui che sono!” (Esodo 3.14a)
Colui che parla da Mosè viene ridefinito , infatti:

“Dio disse a Mosè”

Ma Questi non ripete ‘Elohim, ma dice in ebraico:

“‘Ehiè ‘asher ‘Ehiè”

La traduzione alessandrina dei 70 in greco fu: “Io sono colui che sono“, ma letteralmente, essendo “‘Ehiè” il futuro del verbo essere è:

Sarò colui che sarò!”

Con le lettere conferma che è l’origine dell’essere , dell’esistenze, vale a dire di tutto ciò che esiste, quindi in modo traslato è L’ESISTENTE e conferma il pensiero che sia il Dio di tutto ciò che esiste.

Qui al roveto ardente nel deserto di Madian s’apre la scoperta di un Dio personale in dialogo con l’uomo.
Non è più solo un essere misterioso, ma un Dio col quale si può dialogare, un Dio che ama e che è da amare.
Dio, il padrone del futuro, annuncia: viene da voi il futuro stesso, infatti “Poi disse: Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi.” (Esodo 3.14b) che per quanto detto sarebbe Io-Sarò, quindi il futuro, e così dice appunto, “il futuro, mi ha inviato!”
Mosè è quindi il profeta per antonomasia perché annuncia il futuro e questo futuro è Dio, il padrone della storia, come porrà in evidenza il libro della “rivelazione” dei tempi ultimi, il libro dell’Apocalisse!
Ciò detto, il testo continua e dà soddisfazione al richiedente perché: ” Dio aggiunse a Mosè: Dirai agli Israeliti: Il Signore , il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.” (Esodo 3.15)
È qui che “‘Elohi” diviene IHWH in quanto, perché non vi siano dubbi, chi parla precisa nuovamente, è proprio Lui stesso “il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe.”
Il testo, di fatto, annota ancora che il “Dio” che parla lo fa è a nome di “‘Elohim” cioè l’autorità in pienezza di tutti gli angeli del cielo, ma chi l’ha mandato è un cerchio più ristretto “il Dio dei vostri padri”.
È questo il versetto Esodo 3,15, così, il momento dei momenti, la Sua rivelazione.
È il Signore, e la consegna del Nome è l’atto con cui riversa su Mosè lo Spirito Santo per renderlo capace di compiere la missione!
Quello di IHWH è proprio “HaShem”, e come “HaShem” tradurranno in genere come ho detto gli ebrei nei propri scritti il Nome di Dio, di quel ‘Elohi che si presentò ai padri, che si presenta ora e che è il futuro d’Israele e nostro.
Più avanti al versetto 18 si definisce proprio ancora YHWH e suggerisce cosa dovranno dire al Re d’Egitto “Il Signore, Dio degli Ebrei, si è presentato a noi”.
Il Signore, Dio degli Ebrei” “IHWH ‘Elohe I’briim”,
Implicito in questa definizione c’è che il Re d’Egitto non lo riconoscerà e per il Faraone resterà sarà solo il Dio degli ebrei.
La domanda è, ma se è il Signore, il Dio degli Ebrei, popolo che allora nemmeno esisteva, perché senza terra, senza capo, senza legge, i cui figli venivano uccisi, perché è da parlarne ed è così importante saperne di più?
Lui però è il Dio che vive nell’aldilà dove sarà l’esistenza dei viventi .

L’ESPERIENZA DI ABRAMO
Il testo non pone dubbi, chi parlò ad Abramo è, il Signore, IHWH.
Guardiamo con attenzione alle prime parole di quanto gli disse la prima volta quando lo chiamò.
“Il Signore disse ad Abram: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.” (Esodo 12,1)
Di fatto, in primo luogo, Dio nei confronti di Abram si propone come Padre.
Chiede di seguirlo in luogo del padre terreno, di affidarsi a Lui.
Dio è Padre!
Questa è la prima esperienza che ha fatto di Lui Abram.
Abram si fida, accetta la sua “paternità”, vale a dire d’essere istruito da Lui.
Abram così sperimenta e supera il primo test “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; …non è degno di me…” (Matteo 10,37)
Più avanti, in Genesi 22 in occasione dell’episodio del sacrificio d’Isacco, come vedremo, Abramo dovrà superare anche il test sul figlio: “chi ama il figlio… più di me non è degno di me“.

Al capitolo 17 della Genesi il Signore gli si presenta. Chi parla è ancora Hashem, IHWH:

“Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto. Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò.” (Genesi 17,1-5)

Gli cambiò nome e sarà padre!
Ciò fa guardare al nome di Abram in cui in effetti le lettere di padre “‘ab” ci sono, ma vi sono accanto le lettere che vengono ora separate da una per formare il nuovo nome Abraham tradotto in Abramo.
Abram vecchio ormai di 99 anni sarebbe stato ormai destinato col suo corpo alla putrefazione il cui radicale è , onde porta a far pensare che da padre di vermi diverrà Abramo, , “Abraham” padre di un corpo che gli uscirà di viventi .
La circoncisione di cui dopo parlerà quel brano attesta con un segno nella carne l’avvenuta apertura del nome di Abram, cioè l’avvenuta uccisione del verme per consentire l’uscita di un popolo.

Poi accade un fatto sorprendente.
Chi parla con Abramo è ancora Hashem, il Nome, IHWH.
Così inizia il racconto del il capitolo 18 del libro della Genesi: “Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: Mio Signore , se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.” (Genesi 18,1-3)
Vide tre uomini “ashalushah ‘anashim” .
Il testo ebraico riporta che Abram si rivolge a questi tre come un’unità e la chiama ‘Adonai mio Signore.
C’è chi sostiene che gli scribi, i “soferim”, nella revisione al tempo di Esdra e Neemia, per evitare di confondere uomini col Tetragramma avrebbero sostituito, come in tanti altri brani, quel secondo IHWH con la parola “‘Adonai”, ma resta quel singolare in quanto non li chiama miei Signori.
L’inizio del versetto Genesi 18,1 poi, inequivocabilmente, chi si presenta è IHWH con l’aspetto di tre uomini.
Il cristianesimo considera questa una palese manifestazione, in figura, della SS. Trinità, la “Hakadosh Shalushah”.

SS.Trinità Immagine della SS.Trinità venerata nel Santuario di Vallepietra (Anagni-Alatri)
“Viva, viva sempre viva… quelle Tre Persone Divine… la SS. Trinità”… Sono stato alla Santissima, sono stato col cuor pentito, mi parea che passo passo, si salisse all’infinito… Tutti gridan: grazia grazia! La montagna risuona di canto, quanta gente porta gli occhi bagnati di pianto…” (Inno processionale che si canta nel percorso verso il Santuario)

Nel discorso successivo che si sviluppa in quel capitolo di Genesi 18 torna il Tetragramma IHWH che in terza persona benedice Abramo e nel capitolo 19 due “uomini” di quei tre, lì, ora chiamati angeli – “mal’ak”, vanno a Sodoma.
Gli angeli, richiamati “YHWH”, fanno piovere fuoco proveniente dal “YHWH” che è in cielo: “il Signore YHWH fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore YHWH.” (Genesi 19,24)
Il Signore in cielo ha inviato le sue immagini in terra!
Si deve registrare che quindi anche IHWH è un plurale che implica una unità di più persone, tutte della stessa divina sostanza.

In definitiva Dio s’è rivelato ad Abramo essenzialmente nella figura di Padre, gli ha fatto comprendere la sua complessità e l’ha investito dell’incarico di “Padre della Fede” come asserisce San Paolo nella lettera ai Romani: “Eredi si diventa per la fede“, perché ciò sia per grazia e così la promessa sia sicura per tutta la discendenza, non soltanto per quella che deriva dalla legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi. Infatti sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli; è nostro padre davanti al Dio nel quale credette.” (Romani 4,16s)
Quando si parla di Abramo, perciò, si propone principalmente quel aspetto della SS. Trinità, vale a dire la paternità.

L’ESPERIENZA DI ISACCO
Se si domandasse a Isacco: “qual è l’esperienza che hai avuto di Dio”, cosa risponderebbe?
Potrebbe dire io ho visto “Sul monte il Signore provvede” (Genesi 22,14) e ci racconterebbe l’episodio narrato in Genesi 22.
Dio mise alla prova Abramo” e, abbiamo imparato, qui Dio è “‘Eohim” il consesso più ampio, in cui partecipano tutti gli angeli.
C’è margine allora per raccontare un midrash (il midrash è un racconto con scopo di ricerca come d’altronde implica il fatto che il radicale DRSh di MiDRSh vuol dire cercare, una specie di parabola istruttiva).
Di fatto questo racconto istruttivo, c’informa Rashi (acronimo di Rabbi Shalomon ben Isaac un davidico che visse in Francia 1040-1105, noto commentatore biblico ebreo) che riporta un midrash in cui Satana dice al Signore che Abramo fa sacrifici solo perché ha ricevuto Isacco, ma il Signore risponde che non è vero e che, su richiesta, Abramo certamente l’avrebbe offerto.
Ed ha riprova avanza la richiesta ad Abramo di sacrificargli il figlio!
“Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo! Rispose: Eccomi! Riprese: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò (dirò)”. (Genesi 22,1-2)

È da aprire una parentesi.
Come in cielo così in terra!
In terra fu messo alla prova Abramo.
In cielo, nel consesso degli ‘Elohim, fu messo alla prova ‘Elohi, Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Quel “tuo unico figlio che ami“, ci dice che in cielo c’è un Padre, un figlio unico, l’Unigenito e l’amore, lo Spirito Santo.
Abramo accettò la prova, non dimeno poteva fare ‘Elohi davanti agli ‘Elohim.

Solo la fede poté far entrare Abramo nella totale precarietà ed accettare quel “io ti indicherò” o io ti dirò così generico; d’altronde il patriarca l’aveva già fatto quando accettò la paternità di Dio e andò via da casa di suo padre per un posto “che io ti indicherò”.
“Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato.” (Genesi 22,3)
Due servi accompagnano al sacrificio il figlio Isacco, figura di Gesù.
Uno dei due sarà stato senz’altro il buon Eliezer e Gesù sarà accompagnato dal buon ladrone.
Il figlio, peraltro, non era più un giovinetto, era in età di comprendere, quindi, grande fu la sua fede, pari a quella di Abramo.
Per non parlare di quale sofferenza avrà avuto Sara, sua madre, quando avrà saputo della decisione del marito… era come Maria sotto la croce.
Che pensare?
Abramo così corretto l’avrà a lei di certo rivelato.
Per lei fu un colpo e forse non si riebbe, troppo era stato il dolore.
Alla fine del racconto del sacrificio di Isacco, infatti, il capitolo 23 del libro della Genesi inizia informando della morte di Sara.
“Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì…” (Genesi 23,1-2)
Il Talmud per questo ritiene che avendo Sara avuto il figlio Isacco a 90 anni – “E Sara all’età di novanta anni potrà partorire?” (Genesi 19,17b) – questi al momento del suo sacrificio sul monte Moria avrebbe avuto 37 anni… l’età del Cristo (nato il 7 a.C. e morto il 30 d.C.) sulla croce.
Isacco ebbe l’occasione di stare solo col padre quando: “…Abramo disse ai suoi servi: Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi. Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme.” (Genesi 22,5-6)
Isacco fu caricato del legno come Gesù della croce.
Il racconto fa trapelare che il figlio comprese cosa gli stava per capitare, perciò: “Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: Padre mio! Rispose: Eccomi, figlio mio. Riprese: Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto? Abramo rispose: Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!” (Genesi 22,7-8a)
E come nell’orto del Getzemani quando Gesù prega il Padre di allontanare da Lui quel calice amaro, ma conclude… fai secondo quello che è giusto fare come si ricava da quel “Proseguirono tutti e due insieme…” (Genesi 22,8b)
Il figlio fu condiscendente.
Poi: “Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna…” (Genesi 22,9)
Sul legno come Gesù fu fissato sulla croce.
Questo legamento o “Aqedah” va appunto accostato al pensiero di “Proseguirono tutti e due insieme… di Genesi 22,8b.
Il maestro Rashi conviene che Isacco allora capì che stava per essere ucciso e accettò la propria morte… e proseguirono con cuore unito decisi entrambi che ciò che stavano per fare era proprio conveniente venisse fatto.
In “Bereshit Rabbah” 56,4 Isacco tremò e si scossero le sue membra, perché comprese il pensiero del padre suo; e non riusciva a parlare. Tuttavia si fece forza e disse al padre suo: Se è vero che il Santo, benedetto Egli sia, mi ha scelto, allora la mia anima è donata a Lui! E Isacco accettò con pace la propria morte, per adempiere il precetto del suo Creatore.
Secondo il “Midrash” al Salmo 116,6 fu anzi lui stesso a legarsi all’altare perché il sacrificio fosse perfetto.
Un canto intitolato Akedah mette appunto in bocca ad Isacco queste parole: “Legami, legami forte, padre mio, non sia che per paura io resista, e non sia valido il tuo sacrificio, e tutti e due siamo rifiutati“.

C’è un particolare profetico però ancora da mettere in luce sulla figura del Cristo sul Golgota sul legno della croce, agnello senza macchia.
Riguarda il versetto Genesi 22,14.
Oggi l’ultima traduzione C.E.I. di questo versetto è più aderente al testo ebraico, che è il seguente:




perché traduce:

“Abramo chiamò quel luogo Il Signore vede; perciò oggi si dice: Sul monte il Signore si fa vedere”.

Più precisa è però la traduzione del testo ebraico Tenak che si trova in Sefer Bereshit, cioè Genesi, Edizione Avisahay Namdar di Mamash è “Avraham chiamò quel luogo Hashem Yiré , dai cui oggi si dice: Sul monte HaShem apparirà .”
E IHWH apparve in Gesù di Nazaret sul legno della croce sul monte.
Quel monte è sì il Golgota, ma questo sta sul monte Sion e lì, alla fine dei tempi, tornerà Cristo risorto secondo Apocalisse 14.

Solo la grande e salda fede di Abramo di Isacco e della stessa Sara nella risurrezione può spiegare la situazione.
Abramo è figura del padre di una comunità basata sulla fede, Isacco è quella del figlio che consente che ciò avvenga e Sara soffre in attesa del compimento della promessa.
La comunità figlia, perché tutti dai lombi di Abramo nasceranno, la prima, quella che sta per diventare popolo al momento dell’uscita dall’Egitto, si trovò davanti alle stesse richieste da parte di Dio.
Il libro dell’Esodo, infatti, segnala che Dio parlava per bocca di Mosè e di Aronne e questi “Mosè e Aronne andarono e adunarono tutti gli anziani degli Israeliti. Aronne parlò al popolo, riferendo tutte le parole che il Signore aveva dette a Mosè, e compì i segni davanti agli occhi del popolo. Allora il popolo credette. Essi intesero che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione; si inginocchiarono e si prostrarono.” (Esodo 4,29-31)
Mosè ed Aronne in definitiva proposero d’uscire dall’Egitto, lasciando tutte le loro sicurezze, come Dio aveva proposto ad Abramo di uscire da Ur dei Caldei.
Poi ci fu una richiesta: “Il Signore disse a Mosè: Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti, di uomini o di animali: esso appartiene a me” (Esodo 13,1-2) come Dio chiese ad Abramo l’unico figlio il primogenito nato da Sara sua moglie, il figlio che amava.
Ogni Isrelita, per fede, secondo la Torah consacra il proprio primogenito a Dio, lo consegna a Lui, perché di fatto è suo e ciò ricorda il sacrificio d’Isacco.
Quindi attraverso la figura del patriarca Isacco la Torah ci istruisce sulla figura del Figlio Unigenito, l’amato dal Padre.
(Vedi: “La risurrezione dei primogeniti“)

L’ESPERIENZA DI GIACOBBE – ISRAELE
Giacobbe non era il primogenito.
Il Signore però aveva profetizzato a Rebecca: “Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo.” (Genesi 25,23)
Perché?
Il primogenito era Esaù, gemello di Giacobbe.
Esaù, apprendiamo, era un cacciatore, un uomo della steppa.
Giacobbe invece era un uomo tranquillo.
Così pare descriverli la traduzione in italiano del libro della Genesi in 25,24-28: “Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco, due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessanta anni quando essi nacquero. I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe.”
Dalla descrizione “Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo” chi conosce la cosmogonia egizia comprende che si tende di avvicinare l’immagine di Esaù a quella del “cattivo” dio Seth della teogonia menphita, rappresentato come sciacallo o capra, quindi peloso, figlio di Geb, la terra, principio maschile, e di Nut, il cielo, principio femminile, nemico mortale del fratello Osiride.
Seth era il Signore del deserto, adorato dai carovanieri che si spostavano tra un’oasi e l’altra ed era detto il “Rosso”, simboleggiava l’aridità del deserto, e per la sua possanza, era il dio della guerra.
Dal testo in ebraico poi si colgono alcune sfumature.
Andiamo più a fondo nel versetto 27 che appunto recita: “I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende.” Esaù “abile nella caccia, un uomo della steppa”, anche se in italiano non si nota, nel testo ebraico appare due volte la parola “uomo” “‘ish” .



La traduzione precisa, infatti, sarebbe “uomo che conosce la caccia, uomo della steppa”.
Siccome le parole della Bibbia sono pesate e qui pesano come macigni, se ne conclude che Esaù era “un uomo doppio”!
La parola “shaddah” “campagna-steppa”, spezzando la parola e col significato delle lettere, considerato che il bi-letterale significa “demonio”, ci fa poi pensare che Esaù si comportava da demonio e ci stava assieme quando usciva di casa.
Suggerisce l’idea di un uomo falso che appariva al padre in un modo diverso di quanto veramente era.
Piaceva al padre per la cacciagione che procurava… ma la madre Rebecca l’aveva capito!
(Vedi: il paragrafo “Esaù e Giacobbe – Genesi capitolo 25” in “Vino nella Bibbia: causa d’incesti e segno del Messia“)

Era Esaù schiavo del demonio e… non si possono servire due padroni.
Non si può in contemporanea avere lo spirito di Dio e del demonio.
Per questo nella preveggenza di Dio ci fu quella profezia prima della nascita a Rebecca… e Rebecca meditava evidentemente tutto ciò nel suo cuore.
Giacobbe, invece, era “uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende“.
In questa descrizione si trova una sola volta la parola uomo; quindi uomo tutto di un pezzo, poi, più che tranquillo direi “integro” (l’ebraico consente anche questa traduzione).
Quel poi “dimorava sotto le tende” porta ad un’altra considerazione.
Tende “‘ahalim” parola che è l’anagramma di ‘Elohim .
Uno stava col demonio e uno con Dio.
Questo è il motivo di fondo che può spiegare la vera causa dell’elezione di Giacobbe che, per vie traverse, ma comunque per volontà di Dio, ottenne la benedizione irrevocabile della primogenitura dal padre Isacco.
La madre ebbe un grande ruolo in questa fase.
Ciò porta a guardare con interesse il nome delle madri dei patriarchi:

  • di Abramo non è detto;
  • d’Isacco, Sara “un principe uscirà”;
  • di Giacobbe, Rebecca “una moltitudine verserà nel mondo “.

Da Giacobbe verrà il popolo di Dio, Israele!
Un padre Abramo, un figlio Isacco, un popolo Israele, frutto di un amore che li supera.
Esaù invece odiò Giacobbe e rattristò il padre e la madre.
Si legge, infatti, al capitolo 26 della Genesi: “Quando Esaù ebbe quaranta anni, prese in moglie Giudit, figlia di Beeri l’Hittita, e Basemat, figlia di Elon l’Hittita. Esse furono causa d’intima amarezza per Isacco e per Rebecca.” (Genesi 26,34)
D’altronde dice la Torah: “Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice…” (Deuteronomio 5,16)
Lui Esaù era un uomo doppio e prese due mogli!
Giudit e Basemat , nomi profetici che ci dicono il primo “il Signore impedì che fosse scelto ” e il secondo “dalla sua casa il Nome terminò “.

Altrettanto interessante è seguire nel libro della Genesi le vicende del termine “ruach” “Spirito” , femminile in ebraico.
Questo, Spirito, vento, soffio, alito, anima, s’è trovato:

  • nel preambolo della creazione Genesi 1,2;
  • come brezza/vento del giorno nella cacciata dall’Eden in Genesi 3,8;
  • ancora nel racconto del diluvio Genesi 6,3-17 e 7,15-22;
  • lo stesso termine si ripresenta anche, pur se nella traduzione non si nota, in quel versetto 26,34 su Esaù e precisamente in quella “intima amarezza” che in ebraico è “amarezza di Spirito “.

Si conclude che Esaù rattristò ed amareggiò, non solo i genitori, ma anche lo Spirito Santo che era in lui, lo Spirito del Signore; infatti, “Spirito” “nel corpo si porta racchiuso “.
Giacobbe invece non lo rattristò ma fece la sua volontà.
È da sottolineare che nella storia dei patriarchi, che si sviluppa nel libro della Genesi, l’unico che nei capitoli che lo riguardano ha un riferimento al “ruach” lo spirito, chiaro riferimento allo Spirito del Signore è il patriarca Giacobbe.
Questi si rianimò, rivisse, rinverdì come fosse primavera.
È scritto, infatti: “Quando però essi gli riferirono tutte le parole che Giuseppe aveva detto loro ed egli vide i carri che Giuseppe gli aveva mandati per trasportarlo, allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò.” (Genesi 45,27) ed in ebraico la parte finale in grassetto ha queste lettere:



La parola se si spezza ci dice di un Padre e di Iah , ma Iah sono le prime due lettere di IHWH, il Signore, che così definito con quelle due lettere si trova più volte nei testi sacri, in special modo nei Salmi.
In quelle poche lettere ebraiche sopra riportate si trovano associati lo Spirito che è Santo , Padre e Signore IH col patriarca Giacobbe , come a confermare che questi ebbe pieno conto delle tre figure divine.
Da Giacobbe nacquero i capostipiti delle 12 tribù che portarono la benedizione di Abramo, da cui venne poi il popolo d’Israele in cui agirà lo Spirito del Signore.
Si pensi ad esempio che proprio a Giuseppe, figlio di Giacobbe, richiamato in quel versetto Genesi 45,27, ma figura del buon pastore, è il primo uomo che nella Bibbia viene riconosciuto, ed addirittura dal faraone la pienezza dello Spirito Santo; infatti: “Il faraone disse ai ministri: Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?” (Genesi 41,38)
Questa benedizione di Abramo passo ad Isacco e da questi a Giacobbe dopo che con Rebecca s’era disgustato di Esaù che aveva preso per mogli quelle straniere, infatti: “Ti benedica Dio onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga una assemblea di popoli. Conceda la benedizione di Abramo a te e alla tua discendenza con te, perché tu possieda il paese dove sei stato forestiero, che Dio ha dato ad Abramo”. (Genesi 28,3)
Sui due figli di Rebecca dice San Paolo nella lettera ai Romani: “…quando essi ancora non eran nati e nulla avevano fatto di bene o di male – perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama – e fu dichiarato: Il maggiore sarà sottomesso al minore, come sta scritto: Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù.” (Romani 9,11-13)
L’elezione avviene per grazia e non per le opere, ed Esaù in ebraico ha le stesse lettere del verbo “fare, operare”.
La grazia è un dono, è il dono dello Spirito Santo e Giacobbe è l’uomo che rappresenta l’elezione.
È così che ricordare Giacobbe porta a meditare sulla sua storia.
È questi il patriarca in cui operò in modo particolare lo Spirito, in quanto accettò il dono dello Spirito Santo che lo trasformò in Israele.

LE PERSONE NELLA NUBE
Torniamo a Mosè sull’Oreb al roveto ardente.
L’angelo del Signore gli apparve” (Esodo 3,2)
Ad apparirgli fu il “Mal’ak IHWH”.
Questi gli “Disse: Io sono il Dio (“Elohi/’Elohe” ) di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe“. (Esodo 3,6)
Colui che fu prima definito come “Mal’ak IHWH” è proprio lo stesso “‘Elohi/’Elohe” e subito per presentarsi ricorda sinteticamente l’esperienze che hanno avuto i patriarchi di Lui ripetendo la propria definizione.
Indica così chi lo ha mandato e lo sottolinea per 3 volte.
Viene con ciò anche autorevolmente certificato che dalla sua famiglia ebrea, visto che ne ricorda a Mosè il padre, aveva ricevuto tutte intere le tradizioni di ciò che si diceva sul proprio Dio.
Abbiamo imparato così che “‘Elohi/’Elohe” è la manifestazione completa del “consiglio della corona”, nel caso specifico unico come messaggero, ma Dio integrale.
Nel libro dell’Esodo questa definizione che da Dio di se stesso in Esodo 3,6 si ripeterà ancora per tre volte, quasi come un ritornello, per farla entrare bene nella mente del fedele che legge e scruta la Torah.
Oltre che in Esodo 3,6, nello stesso capitolo 3, infatti, si trova anche più avanti al versetto 3,15 quando Hashem, il Signore, disse di dare agli Israeliti quella definizione e aggiunse:

questo è il mio nome per sempre;
questo è il titolo con cui sarò ricordato
di generazione in generazione
“.

Allora questa definizione è importante e non và dimenticata, perché evidentemente contiene una chiave mnemonica, una sintesi catechetica.
La stessa frase si trova ancora in Esodo 4,5.
‘Elohi è colui che così si manifestò ai patriarchi.
Tutti assieme possono testimoniare che è Padre, che è Figlio e che è Spirito Santo, perché li ha fatti crescere come figli ed amati fino a volerli far divenire un popolo, Israele, unito dalla stessa esperienza, che Dio è amore.
Si pensi che la parola “david” cioè “amore/amato” sarà poi il nome del loro Re David dalla cui discendenza attendevano, e ancora il resto non passato al cristianesimo, attende il Messia e David è l’antenato ricordato per tre volte nella genealogia di Gesù nel Vangelo di Matteo.
I Vangeli sinottici, peraltro, raccolgono questa definizione data a Mosè al roveto in Marco 12,26, Matteo 22,32 e in Luca 20,37, quindi per 3 volte.
Gesù cita “Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe” collegandolo alla risurrezione, asserendo che i patriarchi sono figli della risurrezione, figli di Dio (Luca 20,36).
Con il che asserisce appunto che l’elezione d’Israele è eterna e che la finalità di questa è portare all’uomo per grazia la divinità attraverso il dono dello Spirito Santo che ha il potere d’innestare la natura divina nell’uomo.

Gli eventi più importanti della salvezza sono sempre caratterizzati dal venire compiuti dalla divinità completa senza delegati, ma nella sua pienezza, nel senso che l’angelo del Signore è appunto la manifestazione completa di quel “consiglio della corona”.
Si pensi soltanto al momento dell’apertura del mare: “Il Signore IHWH marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte.” (Esodo 13,21)
Era IHWH al completo, definito poi come angelo: “L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro.” (Esodo 14,19)
Subito dopo però riprecisa: “Ma alla veglia del mattino il Signore IHWH dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta.” (Esodo 13,24)
C’è un autorevole testo che derime la questione ed asserisce che quell’angelo è proprio e solo il Dio d’Israele, quindi l'”Elohi”.
Quel testo è nel libro del profeta Isaia al Capitolo 63 che inizia con la visione di un personaggio misterioso, ma che per i cristiani è in tutta la sua gloria il Cristo risorto: “Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere.” (Isaia 63,1)
Questo personaggio, che è il “Redentore” dell’uomo: “Disse: Certo, essi sono il mio popolo, figli che non deluderanno e fu per loro un salvatore in tutte le angosce. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione egli li ha riscattati; li ha sollevati e portati su di sé, in tutti i giorni del passato. Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito. Egli perciò divenne loro nemico e mosse loro guerra. Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo. Dov’è colui che fece uscire dall’acqua del Nilo il pastore del suo gregge? Dov’è colui che gli pose nell’intimo il suo santo spirito.” (Isaia 63,8-11)
È Lui stesso al completo, perché c’è il Padre, visto che si parla di figli, c’è chi salva, il Cristo, e c’è lo Santo Spirito.
San Paolo nella 1Corinzi 10,1-4 sintetizza la pienezza della divinità in Cristo, il messaggero dell’amore col Padre: “Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo.”
È quello dell’apertura del mare segno del battesimo che appunto è nella Trinità completa, nel nome del Padre, del Figlio il Redentore, che assieme donano il Santo Spirito che li lega.
È, quindi, nel nome del Dio di Abramo, del Dio di Isacco e del Dio Giacobbe, il Dio dei vivi, che si viene scritti nel libro dei viventi.
Questi “sono figli della risurrezione” (Luca 20,36) e così sono tra “quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.” (Apocalisse 21,27b)
In “Spirito Santo e santità – la grazia portata dal Messia” ebbi modo tra l’altro di presentare il decriptato del capitolo 63 d’Isaia da cui estraggo e riporto quello dei 4 versetti sopra citati in quanto esplicitano la figura del Cristo.

ISAIA 63,8-11 – DECRIPTATO
Portata è stata dall’Unico dalla madre in vista la rettitudine per i popoli. È al mondo dalla madre uscito il Figlio. È a vivere dal serpente un uomo. Un accidente gli porta ad esistere nel mondo. A stare dal serpente esce per i viventi del Potente il salvatore. A casa della sposa scende con un corpo puro il “no” al nemico. Lo porta la pienezza così in una persona che è a portargli la calamità. In dono a vedere ai viventi a casa l’amore completo porta e dentro il veleno al serpente per finirlo reca. Lui per redimere i viventi porta dell’Essere l’energia. Il Cuore del Potente ai viventi recato è stato, inviato per bruciare per l’Unico dalla vita il maligno che dei viventi fu del peccare la causa/il perché. E dal mondo dei vivi ad uscire l’amarezza porterà ed i dolori condurrà l’Unigenito alla fine. Lo Spirito Santo reca, porta ad esistere il soffio alla sposa. In vita al serpente guai dentro al mondo gli reca per scontrarlo, la guerra a casa gli vive. Portatosi è in un puro corpo, è in vita, è dal malvagio i viventi a salvare. In azione da vivente gli porterà guai al mondo. Gli uscirà dal seno del Potente la vita. Con l’acqua sarà a vivere dall’Unigenito in croce la compagna. Giù l’Unico l’invierà, la condurrà da quel primogenito. Ad esistere nel mondo uscirà la risurrezione dei viventi. Da dentro la verserà alle moltitudini. La recherà l’Unigenito dalla croce. Il corpo riporterà dalla tomba (una lettura di Spirito ruach). Rovescerà la porta da risorto si porterà (una lettura di Santo qadosh).

Poiche quel capitolo 63 pare come tronco, in Appendice, da prosieguo, riporto il Capitolo 64 di Isaia, 11 versetti in tutto, sia come testo italiano C.E.I sia la decriptazione col mio metodo “Parlano le lettere“.

LO SPIRITO SANTO NOSTRA MADRE
C’è un vero e unico Dio che è “‘Elohe/i” e tutti gli “‘Elohim” stanno alla Sua volontà ed obbediscono alla Sua Autorità.
Tutti i poteri, i troni e le dominazioni nel cielo e nella terra sono assoggettati a Gesù Cristo che è l’unico Dio Altissimo.
Cristo, il Messia, Gesù di Nazaret, ha portato nell’uomo il dono del suo amore che ha col Padre, lo Spirito Santo, che risorge il Cristo-uomo come certezza di un compimento per noi.
Lo Spirito Santo (Atti 2,4) è l’essenza di Dio che Cristo promise agli eletti (Giovanni 16,7); in definitiva è nostra madre, perché in lei e per lei nasciamo figli di Dio.
Questa madre in figura della Chiesa Gesù ce la consegnò sotto la croce ed attraverso lei, la Chiesa, siamo colmati di Spirito Santo (Atti 9,17; Efesini 5,18).
Il Padre celeste lo dona, infatti, a chi lo chiede (Luca 11,9-13) e tramite Lei siamo tutti figli di Dio (Romani 8,14; 1Giovanni 3,1-2) e coeredi di Cristo (Romani 8,17, Galati 3,29; Ebrei 1,14, 6,17, 11,9; Giacomo 2,5; 1Pietro 3,7).
Dice il libro della Sapienza:

  • “Il santo spirito, che ammaestra, fugge ogni inganno, si tiene lontano dai discorsi insensati e è scacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia.” (Sapienza 1,5)
  • “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?” (Sapienza 9,17)

Grazie a tale insegnamento e ai suoi doni “In tutti i modi, o Signore, hai reso grande e glorioso il tuo popolo e non hai dimenticato di assisterlo in ogni momento e in ogni luogo.” (Sapienza 19,22)
Lo Spirito Santo è il consolatore che guida alla verità (Giovanni. 14,16-26) e dà forza ai testimoni (Atti 1,8), distribuisce doni (1Corinzi 12,7-11) porta i frutti (Galati 5,22-23) e Dio diviene così un tutto in tutti (1Corinzi 15,28; Efesini 4,6).
Le primizie dello Spirito sono donate nel battesimo (Romani 8:23), atto con cui si nasce dall’utero di nostra madre, la Chiesa, che è la “redenzione del nostro corpo” perché si muore con Cristo e si risorge con Lui.
Si rinasce in Lui e si continua a crescere col suo nutrimento spirituale giorno per giorno nello Spirito, in Gesù Cristo, finche veniamo nella gloria di Dio.
Lo Spirito Santo è lo Spirito della verità (1Giovanni 4,6, 5,6) e in carità cresciamo verso colui che è il capo, cioè Cristo (Efesini 4,15).
Il frutto dello Spirito Santo è l’amore (Galati 5,22), per questo se non ci amiamo lo Spirito Santo non è presente, vorrebbe dire che non siamo della stessa madre mentre le è madre di tutti.
Cristo è l’Unigenito del Padre, a Lui coeterno con l’amore che li lega, lo Spirito Santo, e per questo amore tutto fu creato in cielo ed in terra, il visibile e l’invisibile, troni, domini, principati e dominazioni tutto creato attraverso lui e per lui; egli è prima d’ogni cosa e tutto sussiste per lui (Colossesi 1,16-17).
Il Padre ha mandato Cristo nella carne, il Messia, per essere al di sopra di tutti e in tutti (Colossesi 3,11) e per sottomettere tutte le cose (1Corinzi 15,27).
Cristo sta costruendo il Tempio, la sua Chiesa, perché Dio sia sopra tutti, in tutti (Efesini 4,6) e sarà a sedersi alla destra di Dio (Ebrei 1,3-13, 8,1, 10,12, 12,2, 1Pietro 3,22) poi gli eletti condivideranno il trono di Cristo (Apocalisse 3,21) concesso loro per amore dello Spirito Santo.
È così, come abbiamo già detto, il ricordare Giacobbe porta a meditare sulla sua storia e fa considerare che è questi il patriarca in cui operò in modo particolare lo Spirito, perché fu capace con una lotta a farsi donare lo Spirito Santo che gli cambiò il nome, cioè lo fece rinascere e lo trasformò in Israele.
Israele e tutta la sua discendenza non è tale in virtù di una razza legata al seme umano perché come si legge nella Torah si entra nell’alleanza non necessariamente solo perché figli d’ebrei, ma se si accoglie ‘Elohi e la sua volontà.
In definitiva lo si diviene sentendo parlare in modo efficace di Lui, grazie alla predicazione; infatti, Dio ha voluto salvare gli uomini attraverso la stoltezza della predicazione (1Corinzi 1,21).
“La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Romani 10,17) per questo i Padri dicevano che la parola dell’apostolo è lo sperma dello Spirito.
Dice, infatti, San Paolo: “La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria.” (1Corinzi 2,4-7)

In definitiva quando si proclama cheIo sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbeè fare una sintesi catechetica che ci ricorda il cammino della salvezza e sintetizza l’esperienza che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo.

APPENDICE – ISAIA 64
Testo C.E.I.
Isaia 64,1 – “…come il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l’acqua, perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici, e le genti tremino davanti a te.

Isaia 64,2 – Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti.

Isaia 64,3 – Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.

Isaia 64,4 – Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.

Isaia 64,5 – Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento.

Isaia 64,6 – Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità.

Isaia 64,7 – Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Isaia 64,8 – Signore, non adirarti fino all’estremo, non ricordarti per sempre dell’iniquità. Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo.

Isaia 64,9 – Le tue città sante sono un deserto, un deserto è diventata Sion, Gerusalemme una desolazione.

Isaia 64,10 – Il nostro tempio, santo e magnifico, dove i nostri padri ti hanno lodato, è divenuto preda del fuoco; tutte le nostre cose preziose sono distrutte.

Isaia 64,11 – Dopo tutto questo, resterai ancora insensibile, o Signore, tacerai e ci umilierai fino all’estremo?”

ISAIA 64 – DECRIPTAZIONE
Prima di presentare la decriptazione tutta di seguito presento il primo versetto con la giustificazione della decriptazione per far comprendere come procedo a chi fosse ad imbattersi per la prima volta in tale questione.

Isaia 64,1 – …come il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l’acqua, perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici, e le genti tremino davanti a te.




Isaia 64,1 – Così , rovesciata la porta della tomba dall’Unico , risorto al mondo dei vivi in pienezza riè a vivere . In vita riè dai morti dentro in azione al mondo la primizia della risurrezione potente di splendore è in vista . Risorto con le piaghe , potente rialzatosi col corpo riè cosi dalla madre la Parola . Ad inviare è la rettitudine ai popoli . Di viventi sarà un corpo in cammino per questa a recare.”

Isaia 64,1 – Così, rovesciata la porta della tomba dall’Unico, risorto al mondo dei vivi in pienezza riè a vivere. In vita riè dai morti dentro in azione al mondo la primizia della risurrezione, potente di splendore è in vista. Risorto con le piaghe, potente rialzatosi col corpo riè cosi dalla madre la Parola. Ad inviare è la rettitudine ai popoli. Di viventi sarà un corpo in cammino per questa a recare.
(Marco 16,20 “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.”)

Isaia 64,2 – Dentro in azione il risorto reca segni, così gli apostoli conducono un corpo, dall’Unigenito li portano su un colle ad incontrarlo. A versare porta in campo ad esistere nel corpo la legge divina, ai viventi dalla Parola inviati sono retti, dal monte sono con la madre inviati. A colpire il serpente si portano.
(Richiama alla mente tracce evangeliche: Matteo 28,16″Gli undici discepoli intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato” e 1Corinzi 18,6 “In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una volta”)

Isaia 64,3 – E dai viventi malvagi con la parola iniziano a bruciare dalla vita il peccare del serpente alle origini, dell’Unico le mammelle portano, nell’agire sono angeli, potente la luce dell’Unigenito crocefisso esce, la maledizione è in vita, questa recano al serpente per finirlo, così è in azione il fuoco al mondo del Potente. Nei viventi si racchiude la rettitudine che fuori il serpente reca.

Isaia 64,4 – La Parola ha inviato nel tempo dell’Unico completamente la luce della risurrezione. Ha portato a vedere risorto al mondo un Giusto; dentro per via riè cosi all’esistenza il ferito/colpito Agnello che reca la rettitudine al mondo. Gli apostoli dell’Unigenito crocefisso in campo si versano, innalzano della parola il segno, guidano con la carità al Padre, esce la vita eterna, e degli angeli recano la luce a vedere.

Isaia 64,5 – Ed inviato al mondo è dentro il cuore ai viventi dell’Unico. Alla sposa gli apostoli lo portano e così dentro cammina l’aiuto dell’Eterno che è in vita. Alla sposa la giustizia completamente è dagli apostoli recata ed inviata dentro in cammino per innalzarla e retta dal Potente ai pascoli condurla. In azione la porterà dagli angeli ad abitare l’Agnello, riportato in vita risorto ad incontrarla si porterà.

Isaia 64,6 – La porterà l’Unigenito ad essere pura, la condurrà col corpo dal Padre risorta, in vita retti gli uomini si risveglieranno col corpo. Dai corpi il serpente uscirà, dai petti sarà rovesciato, da dentro così per le bruciature uscirà. In pienezza per le croci ai corpi segnati dalla Parola riinviata saranno retti in vita, a vivere con gli angeli li porterà, e puri li porterà al giardino, li condurrà a casa dell’Essere alla conoscenza; ed il Figlio li porterà.

Isaia 64,7 – E dal tempo uscirà il Signore, dal Padre sarà con gli angeli a portarsi, l’Unigenito dalla croce al mondo dell’Unico ha inviato la grazia, ha portato fuori dalla tomba i viventi col corpo, li porterà dall’Unico finalmente dal mondo, saranno su col corpo, ai pascoli li porterà ed i viventi si vedranno con il risorto uscire; è per mano così la sposa con gli angeli porterà.

Isaia 64,8 – l primo serpente completamente rovesciato giù dalla Parola sarà uscito portato fuori con l’agire dal sangue; l’Unico per sbarrarlo ha portato al primo serpente con potenza a vedere la legge divina con un puro corpo, del peccare l’energia dal mondo ha inviato fuori, da dentro al cuore ha inviato dall’Unigenito in azione ai viventi la rettitudine, alla sposa l’energia ha portato.

Isaia 64,9 – Ad agire col corpo è stata la santità così al mondo, è stata portata in vita con la Parola, giù è stata recata l’energia ai viventi per aiutarli dal Figlio, uscita è dalla croce al mondo da Gerusalemme la risurrezione in vita per i viventi del mondo.

Isaia 64,10 – Dentro è stato la croce il Santo ad abitare e la croce di glorificare ha indicato, l’energia ha portato. Un primo risorto col corpo piagato l’ha riportato. Così dal Padre il segno è stato inviato, portato al mondo è uscito al serpente, angelo alato, dell’Unico il fuoco. Dalla croce, ha portato così al serpente in vita il veleno. Il giudizio gli ha portato nell’esistenza, per il serpente una spada uscirà.

Isaia 64,11 – Nel mondo in azione al serpente la maledizione completa dalla croce con ira ha versato, dal Signore dalla croce racchiusa con la risurrezione uscita, l’ha portata dalla croce in azione con gli apostoli. Tra gli angeli ha portato l’Eterno i viventi alla nube.

LA SANTA TRINITA DI ABRAMO, ISACCO e GIACOBBEultima modifica: 2018-05-22T15:41:13+02:00da mikeplato
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