PER UN ELOGIO DEL MULTIVERSO

1 schema emanativo di tipo gnostico ad onde concentrice

di Mike Plato

Tertulliano, Padre della Chiesa, ridicolizzava gli gnostici che avevano creato elaborate cosmologie, con cieli a più piani come palazzi, con stanze una sull’altra, con uno specifico dio assegnato a ciascuna di esse. Secondo Tertulliano, l’universo era stato trasformato in stanze d’affitto. Il maestro gnostico Basilide, anticipando certa Teosofia, aveva diviso l’universo in 365 cieli. Gli angeli dell’ultimo cielo, o cielo visibile, crearono il mondo materiale e gli uomini, dividendoli in popoli diversi. Alla base di questo Palazzo a più piani v’è il concetto di “Emanazione”. L’emanazionismo (dal latino e-manare, “scorrere fuori da” e quindi, per estensione, “trarre origine da”), è una dottrina filosofica che asserisce l’origine delle cose e degli esseri da un principio originario da cui tutto si irradia e di cui tutti partecipano. Tale principio trascendente si oppone sia al creazionismo (in cui l’universo è “creato” da una divinità senziente ben distinta dalla sua creazione) sia al materialismo (che rifiuta ogni forma di trascendenza dietro la sostanza della realtà). Che si parli di Cabala ebraica, di Gnosi o di Ermetismo o di Neoplatonismo, alla base c’è sempre un processo emanativo che procede dal pensiero puro fino alla dura materia. L’emanatismo ha ricevuto la sua sistemazione nel neoplatonismo (Plotino e Proclo, in particolare), per il quale tutti gli esseri procedono, per emanazione necessaria, dall’Uno: “«Che cosa dobbiamo pensare di Lui, se Egli resta immobile? Un irraggiamento che deriva da Lui, da Lui che rimane immobile, come la luce splendente che circonda il sole che nasce da Lui, benché esso sia immobile. […] Così il fuoco fa nascere da sé il calore.»” (Plotino, Enneadi, V, 1,6). Nelle Enneadi, Plotino, il re dei neoplatonici, definisce lo schema ciclico della derivazione dall’Uno secondo una scala di inferiorità che percorre i gradi dello Spirito, fino all’Anima e alla Materia, ed il successivo ritorno dell’inferiore al superiore, reso possibile poiché nell’anima individuale umana sono immanenti tutti gli altri gradi. Ogni emanazione viene detta Ipostasi. Ogni emanazione emana a sua volta esseri e spazi (luoghi nel senso di logoi o livelli vibratori), e questi a catena fino a giungere alla degradazione dello spirito luminoso iniziale in materia grezza visibile. Questo ciclo rappresenta metaforicamente il passaggio dalla “luce” all'”ombra” e il ritorno alla “luce”. Nella Bibbia, il concetto di Palazzo emanativo è presente nell’archetipo della Scala che Giacobbe vede in sogno e in cui gli angeli (anime), non a caso, scendono e salgono. Coevi di Plotino erano gli Ermetisti e gli Gnostici. Se leggiamo con attenzione il Pimandro o i testi gnostici o le testimonianze dei Padri della Chiesa sulle teorie degli eretici gnostici, ci rendiamo conto che la teoria emanativa era fatta propria anche da queste due correnti, che parlavano di cieli diversi intesi come dimensioni. Nei sistemi gnostici, dal Dio supremo fonte di tutto, oltre il quale nulla è, emanarono un certo numero di puri esseri di spirito (Eoni). Nei diversi sistemi, queste emanazioni furono chiamate con nomi diversi, ma la teoria dell’emanazione è sempre la stessa, comune a tutte le forme di gnosticismo. Nella gnosi di Basilide  vengono chiamati uiotetes, in Valentinoformano coppie antitetiche dette syzygoi. Questi Eoni appartengono al mondo puramente ideale, noumenale, inintelligibile. Insieme con la fonte che li ha emanati formano il Pleroma. La transizione dall’immateriale al materiale, dal noumenale al fenomenale è provocata da un difetto, o una passione, o un peccato, in uno degli Eoni, il cui errore è tentare di creare senza il compagno di sigizia, l’altra polarità, errore che genera il mondo della materia con tutta una corte di Arconti e di livelli astrali (pianeti). L’emanazionismo è un principio alla base anche di quell’insieme di dottrine mistiche, astrologiche ed esoterico-religiose risalenti ad un’epoca remota, probabilmente di derivazione egizia, note con il nome di Ermetismo. Citeremo un passo del Pimandro, opera che costituisce la prima parte del Corpus Hermeticum, che rappresenta la summa dell’Ermetismo. Mentre Ermete Trismegisto è assorto a riflettere sull’origine dell’Universo, gli appare, in una visione mistica, Pimandro, l’Intelligenza Divina, il Nous: “Questa luce sono io, l’Intelligenza, il tuo Dio che precede la natura umida uscita dalle tenebre, e il Verbo luminoso che emana dall’Intelligenza è figlio di Dio”. Vi è un chiaro riferimento alla dottrina delle emanazioni in quanto Pimandro parla chiaramente di emanazione del Verbo (altro nome del Logos) dal Nous (l’Intelligenza Divina). Verbo è un termine che ricorre anche nell’incipit del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. Il concetto espresso è pressappoco lo stesso dal momento che Verbo e Logos sono sinonimi. Tra l’altro, anche Ermete parla di sette Esseri creati all’inizio, corrispondenti ai Sette Primordiali dell’Occultismo: “L’Intelligenza, il Dio maschio e femmina insieme, che è vita e luce, generò, mediante il Verbo, un’altra Intelligenza creatrice, il Dio del fuoco e dello spirito che formò, a sua volta, sette ministri racchiudenti nel loro circolo il mondo sensibile; e il loro governo dicesi Fato”. Questi sette, nei sistemi gnostici, sono i famigerati Arconti.  Nel testo portante dell’Induismo, l’Advaita Vedanta, così come in qualsiasi filosofia indiana, l’Universo è visto come parte del Brahman o, meglio, l’Universo è solo un aspetto manifesto del Brahman, dell’Assoluto, che emana espirando. Nella Bibbia, invece, non è un caso che il termine ebraico usato in Genesi per “cielo”, ovvero “shamaim”, è un singolare plurale, indica cioè un CIELO, una dimensione nascosta, formato da diversi cieli: in sostanza un Universo che è un multiverso. In effetti, Genesi parla di una “aretz-terra-materia” e di Cieli diversi. Il che conferma la veridicità dello schema dell’albero sephirotico in cui il Malkuth è la Aretz, e le Sephiroth sono gli Shamaim, classificati dai cabalisti cosmogonici in tre strati: 1) Beriah (pleroma); 2) Yetzirah (astrale); 3) Assiah (universo materiale). In linea con questo schema, il libro di Genesi distingue tre strati creativi-emanativi: “Acque di sopra-Firmamento (Rakia)-Acque di sotto”. Le acque di sopra sono il Pleroma (regno della gloria e dello spirito), il Rakia è l’astrale (diviso in sette livelli) e le acque di sotto sono la materia (il regno sensibile saturniano condensante). Dante distinse il Paradiso dal Purgatorio (Astrale) e dall’Inferno (Materiale). Sono i mondi che corrispondono ai tre segmenti dell’ontologia umana: Spirito (Pneuma), Anima (astrale), corpo (materiale). Idealmente i tre plessi dell’uomo (testa, cuore, sesso) corrispondono e sono governati da quei tre mondi. Yeshua parlò di Paradiso e di Gheenna, ma apparentemente non accennò al mondo di mezzo, quell’Intermedio citato nel Vangelo di Filippo. Forse vi accenna Paolo in Efesini 6:12, quando allude al Regno degli Arconti: “gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. In greco usa “Epouranioi”, i cieli inferiori, né spirito né materia. Paolo cita anche un “terzo cielo” in 2 Corinzi 12:2, che certamente indica il Regno di Luce, se contiamo i cieli dal basso. Gesù, riguardo allo spazio degli Arconti, usa il termine “Ouranos” nei tre vangeli sinottici: “Le potenze dei Cieli (gr. Ton Ouranòn) saranno sconvolte”. Il prefisso greco usato da Paolo, “epi”, indica un “sopra”. Trattasi di un cielo che non è sopra il nostro cielo fisico, ma che è più vibrante e quindi invisibile: un altro piano di esistenza. In entrambi i casi, comunque, si allude ad un cielo non visibile, ad una dimensione vibratoria celata alla comune percezione. Secondo Gesù, il Padre nostro è nei cieli (en tois ouranois), è onnipresente ad ogni livello emanativo.

1 hugh-everett-iii-

Esaminato il Multiverso per come concepito dalla Metafisica e dalle diverse tradizioni spirituali, vediamo come questo fosse e sia contemplato dalla scienza e dalla fantascienza. Fu lo scrittore William James nel 1895 a coniare per primo il termine “Multiverso”, inteso come un insieme di universi paralleli, poi descritto dallo scrittore di fantascienza statunitense Murray Leinster nel 1934, e in seguito da molti altri, come jorge Luis Borges, divenendo un classico della fantascienza. Come spesso accade, fantascienza ha intuito per prima il Multiverso, anticipando le conclusioni della fisica dei quanti. Il precursore dell’idea moderna di multiverso sarebbe stato il filosofo rinascimentale Giordano Bruno con la sua opera “De Infinito, Universo e Mondi”. In realtà, Bruno postulava l’infinità di questo universo materiale, restando fermo al braccio orizzontale della croce cosmica. Infatti scrisse: “Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L’universo immenso ed infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi”. Dicendo “uno è il cielo”, fa intendere di concepire un solo universo, seppur infinito, con innumerevoli stelle. Ma qui manca la verticalità delle dimensioni ontologiche intuibili dal termine ebraico plurale per “cielo”, ovvero “shamaim”. Non va comunque taciuto che, ai suoi tempi, l’universo era ritenuto di dimensioni finite, con la Terra al centro, gli altri pianeti e il Sole attorno a questa in un sistema di sfere l’una dentro l’altra, e le stelle fisse sulla superficie dell’ultima sfera: è il sistema tolemaico, sistema ufficialmente ritenuto per vero dalla Chiesa e largamente accettato anche dai filosofi naturali. Il sistema copernicano era stato da poco proposto, ma anche questo, pur ponendo il Sole al centro, ipotizzava un universo di dimensioni finite. Dal punto di vista scientifico contemporaneo il concetto di multiverso fu proposto in modo rigoroso per la prima volta da Hugh Everett III nel 1957 nell’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica. Il multiverso è, scientificamente parlando, un insieme di universi coesistenti previsto da varie teorie, come quella dell’inflazione eterna di Linde o come quella secondo cui da ogni buco nero esistente nascerebbe un nuovo universo, ideata da Smolin. L’ipotesi è fonte di disaccordo nella comunità dei fisici che la collocano nella scienza di confine. Alcuni affermano che la teoria deve essere oggetto di appropriati studi scientifici per poter essere validata, e da allora ha incontrato reazioni alterne da parte del mondo scientifico, ancora ferme al cd. Paradigma della scuola di Copenaghen di inizio ‘900. La fisica tradizionale ortodossa si limita a considerare solo i risultati possibili degli esperimenti in un unico universo, sufficiente ai fini della ricerca scientifica e dell’analisi dei dati sperimentali. L’interpretazione a molti mondi invece introduce l’idea che una misurazione o un’osservazione abbia come conseguenza la divisione della nostra realtà in molti mondi, in cui diversi risultati sono possibili: il concetto di realtà parallele. Occorre tuttavia puntualizzare che il concetto di realtà alternative parallele ancora non coincide con l’idea metafisico-gnostica dei diversi piani ontologici-dimensionali-vibratori, in quanto la teoria di Everett postulerebbe l’esistenza di più piani aventi la stessa sostanza materiale, seppur paralleli. E dire paralleli implicherebbe il permanere in un’ottica orizzontale, in luogo della tipica gerarchia gnostico-cabalistica dei cieli. Siamo certamente lontani dal basso della fisica newtoniana e persino einsteiniana, ma ancora distanti dall’alto del principio ermetico degli stati vibratori che dipendono dalla velocità di spin (rotazione) delle particelle (onde). Il fisico israeliano David Deutsch, ne La Trama della Realtà (1997), ha corretto e ampliato la visione di Everett, assumendo che tali universi paralleli (o realtà parallele), il cui insieme è chiamato da Deutsch Multiverso, dopo le varie ramificazioni o differenziazioni che li generano (per interazioni che avvengono costantemente nei singoli diversi mondi), non restino reciprocamente separati del tutto, ma mantengano qualche connessione, al livello fisico degli oggetti quantistici; e dunque (almeno in opportune e/o specifiche modalità e condizioni) possono interferire con i rispettivi partner delle alternative realtà quali particelle “ombra”. Un’altra teoria è quella delle “bolle”, solitamente più accreditata, perché più aderente ai dati e alle misurazioni. La formazione del nostro universo da una “bolla” del multiverso fu proposta da Andrej Linde, negli anni ’80, ed è nota come teoria dell’universo a bolle. Il concetto dell’universo a bolle comporta la creazione di universi derivanti dalla schiuma quantistica di un “universo genitore”. Alle scale più piccole (quantistiche), la schiuma ribolle a causa di fluttuazioni di energia. Queste fluttuazioni possono creare piccole bolle e wormhole. Se la fluttuazione di energia non è molto grande, un piccolo universo a bolla può formarsi, sperimentare una qualche espansione (come un palloncino che si gonfia), ed in seguito contrarsi. Comunque, se la fluttuazione energetica è maggiore rispetto ad un certo valore critico, dall’universo parentale si forma un piccolo universo a bolla che va incontro ad un’espansione a lungo termine, e permette la formazione sia di materia che di strutture galattiche a grandissima scala. Teoria attuale molto celebre è quella delle “stringhe” o M-Theory. Secondo la teoria delle stringhe, la materia è composta da minuscole corde vibranti in uno spazio di 11 dimensioni (10+1), 7 in più dello spazio 3 D a noi noto (più la dimensione temporale). Le stringhe potrebbero essere aggregate a membrane 3 D (o più) immerse in uno spazio molto più ampio (iperspazio): ogni membrana è un universo distinto. Alcuni ritengono che il Big Bang all’origine del nostro universo sia stato causato da uno scontro tra due o più membrane. Il costituente primo della materia sono stringhe di energia che vibrano ad una determinata frequenza o lunghezza d’onda caratteristica, e che si aggregano a formare particelle. Questa teoria delle 11 dimensioni e della vibrazione delle particelle è quella che più si avvicina alle grandi intuizioni “verticali” degli gnostici e dei cabalisti, in quanto gli infiniti universi paralleli potrebbero coesistere nello stesso continuum di dimensioni, vibrando a frequenze differenti. Non ci sono solo, quindi, più universi compenetrati (strati quantici), ma una gerarchia di spazi-tempo aventi diverse dignità vibrazionali, occupanti cioè un diverso intervallo di lunghezze d’onda. Stephen Hawking, Steven Weinberg,Brian Greene, Michio Kaku, sono i più celebri e accaniti testimonial del Multiverso per come concepito dalla fisica quantistica. Ma per altri fisici interessati al “quantum” come Roger Penrose e Paul Davies, la questione è più filosofica che scientifica, quindi dannosa per la fisica teorica in quanto semplicemente pseudoscienza, essendo una speculazione teorica non confermata da dati o evidenze sperimentali. In generale, nello stesso mondo scientifico, si ritiene che gli universi paralleli non siano osservabili, non solo di fatto ma (generalmente) nemmeno in linea teorica, perché mancherebbe la verificabilità empirica, che demarca il discorso scientifico dagli altri ambiti. Sarebbero conseguenza di ipotesi scientifiche ancora incerte e controverse. In sostanza, la Teoria delle Stringhe (e degli spin vibratori) strizza più l’occhiolino ad Hermes che a Newton.

2 Multiverso

Abbiamo accennato al fatto che nella teoria di Everett, nota come Interpretazione a molti mondi, i diversi universi o dimensioni non sono ordinati gerarchicamente in senso vibratorio e contenuti l’uno nell’altro al modo di una matrioska, e non contemplano, quindi, una distinzione netta fra universi differenziati. Essi sono paralleli, contigui, ma non si toccano e non si influenzano reciprocamente. Essi coesistono ma non si condizionano, perché solo l’osservatore può farlo. Abbiamo a che fare qui più con la molteplice visione d’uno stesso ambiente esperibile in diverse versioni fisiche alternative (realtà alternative di cui nessuna è identica all’altra) che di veri e propri universi con reciproci confini perimetralmente delineati e ordinati in dignità vibratoria, in cui dimorano i vari segmenti verticali del nostro Sé. La scala di Giacobbe è esclusa nel modello di Everett. Possiamo pensare ai molti universi di Everett come a molte stanze parallele non comunicanti su uno stesso piano, anziché a più piani verticali, come evincesi dall’Albero delle Sephiroth e dalla filosofia cabalistica degli Hekaloth (palazzi). L’interpretazione di Everett predilige l’impianto deterministico della meccanica ondulatoria elaborata da Erwin Schrödinger, in cui ognuno degli stati finali possibili dell’osservazione si concretizza materialmente. L’osservatore, necessario per la rilevazione dello stadio conclusivo del sistema, si ritrova suddiviso in più repliche di sé: una per ogni misurazione alternativa che l’evolversi quantistico consente. In sintesi, secondo il criterio di Everett, lo sviluppo empirico dei sistemi quantici e l’osservatore che li indaga sperimentalmente, o che semplicemente risente delle loro proprietà infine rilevabili, non vanno ritenuti separabili ma vincolati in ogni fase determinante dell’evoluzione quantica, diretti dal complessivo meccanismo universale che regola tutti i processi naturali; che, in modo impercettibile, tende a un’illimitata suddivisione/replicazione dell’intera realtà (in relative varianti), fin dal principio del tempo. Ma sorge una domanda: siamo certi che l’osservatore sia l’uomo? Perché le civiltà antiche raffiguravano Dio con la forma di un “occhio che tutto osserva”? Perché l’Io Sono di Mosè, in ebraico EYE, è in inglese “occhio” (the eye)? Peraltro in una cabala incrociata egizio-ebraica, il termine egizio “IR-creare” corrisponde all’ebraico “IR-osservare”. Ciò significa che, come mostra la meccanica quantistica, osservare è creare. Quindi non siamo davvero noi l’osservatore, ma un principio più alto che dimora nella nostra anima e che gli antichi conoscevano anche come l’“Occhio”. Se vogliamo cercare qualcosa di simile, o meglio di metaforicamente analogo, al concetto dei molti universi verticali della cabala e della gnosi, dobbiamo pescare nella fantascienza a carattere scientifico, in particolare nel bellissimo saggio “La Quarta Dimensione” dell’americano Rudy Rucker, dichiaratamente ispirato alle opere di M.C. Escher, e che che prende spunto anche dal romanzo fantascientifico “Flatlandia: Racconto fantastico a più dimensioni (Flatland: A Romance of Many Dimensions) scritto da Edwin Abbott Abbott nel 1884. In quest’ultimo, il narratore descrive brevemente il mondo di Flatlandia, un mondo bidimensionale (flat in inglese significa piatto) ove gli abitanti sono figure geometriche che si muovono su un piano che per loro è l’universo. Il narratore è uno degli abitanti, e nella fattispecie è un quadrato, ovvero un essere bidimensionale. Nella seconda parte del racconto il quadrato racconta il suo incontro con un essere tridimensionale, dotato cioè di una dimensione in più, una sfera proveniente da Spacelandia (il mondo a tre dimensioni) che lo illumina sulla presenza della terza dimensione. In seguito, il quadrato racconta di come gli abitanti di Flatlandia abbiano reagito al suo tentativo di illustrare la presenza di una terza dimensione. Come si è detto, il racconto è una satira della società dell’autore, infatti in Flatlandia la società è rigidamente divisa in gerarchie e la suddivisione si basa sull’aspetto fisico. Nello specifico, sul numero di lati che formano le figure. Nel mondo di Flatlandia, un maggior numero di lati (o meglio, un angolo più largo) viene associato a maggior intelligenza e quindi a scuole migliori e in seguito a lavori migliori e di maggior responsabilità. In questo mondo, ogni individuo può sperare in un’ascesa sociale sua o eventualmente della sua prole, anche se in realtà solo un ridottissimo numero di individui riesce a migliorare la propria posizione sociale. La remota possibilità d’elevazione sociale viene utilizzata dalla classe dominante per mantenere pacifico il popolo e in caso di rivolte l’elevazione di classe viene utilizzata per allettare i capi delle rivolte e quindi per far fallire tutte le rivolte in Flatlandia. Uno speciale spazio viene riservato alle donne che, in quell’universo, sono delle linee e quindi simili a figure dotate solo di due lati e di un angolo pari a zero, assimilate a dei bambini che vanno perennemente protetti dal mondo esterno. Il protagonista nel racconto non si ferma ad un mondo a tre dimensioni, e, riprendendo gli allora recenti lavori di Riemann, teorizza mondi a più dimensioni che aspettano solo di essere scoperti con gli occhi della mente. Infatti, pur avendo la sfera iniziato il quadrato al mondo delle tre dimensioni, quando il quadrato congettura la presenza di mondi con quattro, cinque, sei, ecc. dimensioni, la sfera lo zittisce affermando che il mondo ha solo tre dimensioni e non ne può avere più di tre. Quindi il maestro si dimostra più miope dell’allievo e non riesce ad elevare la sua mente oltre i suoi sensi in un primo momento. Nonostante questo, in un secondo momento gli appare nuovamente affermando che effettivamente è possibile proseguire all’infinito nella ricerca di altre dimensioni. Nel 1965, Dyonis Burger scrisse Sphereland, un ideale seguito di Flatlandia, ove i Cerchi (che comandano nel mondo di Flatland – Paese Piatto) non ritengono vera la rivelazione del Quadrato (“A. Square”, nella versione originale) sulla terza dimensione, e il Quadrato è emarginato dalla sua comunità. Ritorniamo a Rucker che, nel suo saggio, descrive come un quadrato in Flatlandia reagirebbe a un cubo proveniente da Spaceland (sostanzialmente la nostra dimensione materiale a tre dimensioni), ma anche a come un cubo in Spaceland reagirebbe ad un ipercubo proveniente dalla quarta dimensione. Ogni spazio inferiore, ovvero che abbia una dimensione in meno, è considerato illusione da quella superiore, come mostrò Ouspensky nel Tertium Organum (1912): “E quando vedremo o sentiremo noi stessi nel mondo delle quattro dimensioni, vedremo che il mondo delle tre dimensioni non esiste realmente e non è mai esistito; che era la creazione della nostra fantasia, un ospite fantasma, un’illusione ottica, non la realtà”. Platone fu il primo a presentare questa illusione del piano materiale attraverso il mito della Caverna, vera anticipazione del moderno cinema. Rucker afferma che, se una sfera entrasse nel piano di esistenza 2D, gli esseri 2D di essa riuscirebbero a vedere solo un cerchio che dapprima è un punto, poi un cerchio crescente. Immaginate che i cd UFO esistano e che in realtà provengano da un universo 4D essendo iper-oggetti o iper-esseri 4D. Noi vedremmo di quegli oggetti o esseri solo ciò che potremmo vedere da esseri 3D quali siamo. Peraltro gli esseri in 4D avrebbero una dimensione di vantaggio rispetto a noi, e ciò li renderebbe dominanti. Se essi avessero intenzioni ostili o vampiriche, non ci sarebbe nulla che potremmo fare, se non recuperare quella dimensione di svantaggio (stato animico), se non addirittura due (stato cristico). Non è un caso che la ghematria di YHWH, 26, è l’unico numero che sta tra un quadrato (di 5) e un cubo (di 3), il che dovrebbe suggerirci che Egli è anche un mediatore tra campi vibratori: “Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Luca 22:27).

1 dimensioni (Interstellar)

Giunti allo stadio finale della nostra ricerca sul multiverso, che sia esso verticale e gerarchico in senso vibratorio, oppure costituito da universi paralleli formati di materia, ci si pone il problema della percezione, ovvero: gli universi, compreso quello in cui noi dimoriamo in quanto esseri materiali, esistono di per sé o esistono in quanto percepiti? Chi li percepisce, noi o qualcosa attraverso noi? Se percepiamo l’universo materiale e parte dell’astrale, come possiamo essere noi a generare quegli universi che non percepiamo? Forse che quegli universi sono percepiti da attori che costituiscono un segmento alto del nostro essere, attori da cui noi siamo dissociati? Cerchiamo di rispondere laddove possibile, attingendo al meglio di ciò che la tradizione ci ha lasciato in eredità e ad alcune nuove scoperte legate alla meccanica quantistica. Noi partiamo dall’ipotesi che il multiverso esista. Per i materialisti non è cosi, per loro la realtà è reale, indipendentemente dal fatto che essa sia creata o ab aeterno, esistendo in quest’ultimo caso di per sé. Ma, come minimo, essa è concreta e non è variabile dipendente della percezione. Anzi, non esisterebbe percezione se non vi fosse oggetto della percezione. I materialisti giungono a pensare che esista solo ciò che vedono, toccano e possono sperimentare, negando il multiverso, la cui esistenza non possono provare e percepire e intuire, ignorando che gli stessi sogni mostrino un campo di esistenza in cui essi utilizzano un sensorio. Nel libro di Siracide 36,9, l’autore esorta Dio: “Schiaccia le teste dei capi (arconti) nemici che dicono: «Non c’è nessuno fuori di noi»”, che può essere inteso anche come “non c’è niente al di fuori di tutto questo, è tutto qui, ciò che esiste”. Per gli idealisti, è l’esatto contrario. Si prenda per esempio George Berkeley, filosofo del XVIII secolo. La celebre formula che riassume la filosofia di Berkeley, «Esse est percipil’essere è essere-percepito», ossia: tutto l’essere di un oggetto consiste nel suo venir percepito e nient’altro. La teoria immaterialistica così enunciata sentenzia che la realtà si risolve in una serie di idee che, per essere considerate esistenti, hanno bisogno di essere percepite da uno spirito umano. È Dio, spirito infinito, che ci fa percepire sotto forma di cose e fatti le sue idee calate nel mondo. Idee, in un certo senso, “umanizzate”, e in quanto tali “percepibili”. La dottrina di Berkeley esclude in virtù di questo principio l’esistenza assoluta delle cose. Berkeley scrisse: “È dunque chiaro che per chiunque sia capace della minima riflessione, nulla può essere più evidente dell’esistenza di Dio, ossia di uno spirito che è intimamente presente nelle nostre menti e produce in esse tutte le varie idee o sensazioni che continuamente ci impressionano, e dal quale noi dipendiamo assolutamente e interamente”. Dio è l’unica realtà, concetto presente nella tradizione, compresa quella sufica, l’uomo è un’idea di Dio, l’universo sensibile è un’idea dell’uomo, ma ancor più di Dio attraverso l’uomo. Lo scenario è quello intuitivo di un multiverso di idee organizzate in senso gerarchico: Dio pensa l’uomo e lo percepisce, l’uomo pensa l’universo e lo percepisce. Ciò capovolge il paradigma imperante della scienza e della filosofia materialistiche: non siamo noi ad essere inseriti nell’universo, ad esserne dipendenti, ma l’universo è nella nostra coscienza, è pensato (quindi emanato o proiettato) e dipende dal nostro pensarlo. La coscienza di Dio e la coscienza dell’uomo sono superiori all’universo, lo pensano e lo percepiscono. I materialisti sostengono che l’universo resterà in piedi anche se il percepiente non esisterà più. Gli idealisti sostengono al contrario che se i percepienti smetteranno di pensare e percepire, l’universo svanirà come non fosse mai esistito. Per Berkeley, la materia è un non ente, e le idee che ci facciamo delle cose sono tutto ciò che possiamo dire della materia: “perciò per “materia” si deve intendere una sostanza inerte e priva di alcun senso, della quale però si pensa che abbia estensione, forma e movimento. È quindi chiaro che la nozione stessa di ciò che viene chiamato “materia” o “sostanza corporea” è contraddittoria. Non è quindi il caso di spendere altro tempo per dimostrarne l’assurdità”. Di Berkeley, Schopenauer scrisse: “Circa il problema del rapporto tra l’ideale e il reale, Berkeley pervenne ad un vero e proprio idealismo, ossia alla conoscenza che tutto ciò che è esteso nello spazio, cioè il mondo materiale, oggettivo in generale, esiste come tale assolutamente nella nostra rappresentazione, e che è falso, anzi assurdo, attribuirgli, in quanto tale, un’esistenza fuori di ogni rappresentazione e indipendente dal soggetto conoscitivo”. Schopenauer, che aveva mutuato dal buddhismo la certezza che questo regno sensibile fosse pura illusione della mente, non poteva non esaltare Berkeley come suo antesignano. L’estremo di questo idealismo è il “solipsismo”. Se nell’idealismo si suppone, tanto in Platone che in Berkeley, che tutto dipenda dalle idee eterne e che queste idee sono le idee di Dio presenti anche nell’uomo, e che siano la sovrastruttura dell’universo sensibile percepito come di altri regni, nel solipsismo l’individuo pensante può affermare con certezza solo la propria esistenza poiché tutto quello che percepisce sembra far parte di un mondo fenomenico oggettivo a lui esterno ma che in realtà è tale da acquistare consistenza ideale solo nel proprio pensiero. L’intero universo è, di conseguenza, la rappresentazione della propria individuale coscienza. Ẻ evidente che se l’idealismo presuppone un ente supremo, il solipsismo è ateo, non dipende dall’idea di Dio. L’universo, i suoi abitanti, persino Dio, sono una mia idea, un’idea dell’Io. Ma, ci si chiede, quale Io? L’ego umano, la mente inferiore, lo strato della coscienza legato a questo universo? Chi è il vero occhio della coscienza, quello che osserva e crea simultaneamente? L’Ego o quello che gli induisti chiamano Atman, i cristiani Cristo, il libro di Esodo “io Sono” (Eye, che inglese, non a caso è il termine per “occhio”) e la psicologia Jungana Sé ? Il solipsismo prevede che esista solo io, l’idealismo che esista solo Dio. Il pioniere (se è lecito definirlo) del solipsismo, Cartesio, espresse il noto “penso dunque sono”, che è da accettare nella sua conclusione ma non nel suo presupposto perché non siamo davvero noi a pensare, ma altre forze ontologiche lo fanno per noi. Il pensare non è affatto garanzia del nostro essere, poiché l’ego potrebbe non essere il creatore di pensieri e idee ma il suo ricevente. La meccanica quantistica non si pone il problema di chi sia il percepiente in noi, si limita esclusivamente a suggerire che la realtà dipende dall’osservatore, ovvero noi. E ciò è talmente vero per il “quantistico” che persino il metodo della sperimentazione e verifica, tipico della scienza ortodossa, non abbia alcun senso, in quanto se io osservo un esperimento ne altero persino la misurazione con la mia osservazione. In un universo onda-particella, le cose non possono essere né di per sé, né misurabili, né verificabili, e il paradigma ortodosso crolla a livello subatomico perché a quel livello la particella è onda (vibrazione), e quindi la materia, come si sforzava di insegnare Berkeley, non esiste. Che poi siamo noi a plasmare quest’onda e a creare la nostra realtà, come vuole l’esegesi del “quantum” da parte della filosofia new age, è tutto da vedere. Possiamo quindi rispondere ai quesiti iniziali: 1) gli universi, compreso quello in cui noi dimoriamo in quanto esseri materiali, esistono di per sé o esistono in quanto percepiti? Esistono in quanto percepiti-creati; 2) Chi li percepisce, noi o qualcosa attraverso noi? Qualcosa attraverso noi; 3) Se percepiamo l’universo materiale e parte dell’astrale, come possiamo essere noi a generare quegli universi che non percepiamo? Forse che quegli universi sono percepiti da attori che costituiscono un segmento alto del nostro essere, attori da cui noi siamo dissociati? Mi sono risposto da solo.

PER UN ELOGIO DEL MULTIVERSOultima modifica: 2018-05-22T16:49:42+02:00da mikeplato
Reposta per primo quest’articolo

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.