SHIVA L’ASCETA EROTICO

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di Wendy Doniger (tratto da Siva, l’asceta erotico)

Una possibile soluzione al conflitto fra il comportamento erotico e quello ascetico, a livello sia umano che divino, è rappresentata dall’assoluta equiparazione dei due comportamenti, ottenuta sfruttando il ruolo fondamentale che, secondo il pensiero indù, la potenza gioca in entrambi, e caratterizzando l ‘attività sessuale come attività interamente yogica nel suo sco­po. Questa soluzione è alla base della dottrina tantrica della sublimazione, in cui per vincere il desiderio ci si serve del desiderio stesso, sottoposto alla disciplina ascetica. La visione ascetica convenzionale è contraria al metodo della sublimazione; il desiderio deve essere vinto con la castità e la fermezza, e resistendo alle tentazioni. Come spiega lo stesso Shiva:

con la soddisfazione dei desideri il desiderio invece di placarsi aumenta ancor di più, come il fuoco su cui si versi l ‘oblazione

Ma la fiamma ravvivata dalle oblazioni può essere incanalata e controllata immergendola nell’acqua, e il desiderio può essere controllato non con la libertà indisciplinata ma con l’uso accorto di stimoli sessuali. tantrica della mitologia shivaita medioevale è innegabile, ma è scorretto ricercare, come hanno fatto alcuni studiosi, le origini dell’ambiguità sessuale di Shiva in questo sviluppo relativamente tardo:

Shiva è la divinità tutelare di tutti i monaci e di tutti gli ordini ascetici, egli rappresenta il completo controllo dei sensi, e la suprema rinuncia carnale. La sua rappresentazione fallica sembrerebbe essere un inutile paradosso a meno che non teniamo conto del retroterra ideologico tantrico di questo simbolismo, che è veramente profondo …  La situazione paradossale, dunque, è che il tantrista appare come un libertino all ‘induista ed al buddhista ortodossi, mentre in realtà egli conserva uno stato di completo celibato

Si può fare risalire il particolare elemento qui definito come caratteristico del tantrico – l’uomo casto che si traveste da libertino- ai Pasupata, di gran lunga anteriori. Un altro elemento di questo «retroterra ideologico» del Tantrismo è descritto in termini più espliciti da Alan Watts:

« [Shiva] viveva con Sati su remoti picchi montani, e girava nudo e cosparso di cenere come uno yogin. Ciò potrebbe apparire sorprendente, considerato il suo abbandono della vita ascetica per Sati, se non tenessimo presente che certe forme di yoga indiano, comuni anche al Taoismo cinese, usano l’unio­ne sessuale immobile come forma di disciplina meditativa»

Questa dottrina del coitus reservatus è stata per lungo tempo una fonte di imbarazzo per gli indù, ma il suo posto nella mitologia shivaita non è né così centrale come vorrebbero gli studiosi occidentali di Tantrismo, né così marginale come preferirebbero invece certi studiosi indù; essa spiega solo una delle numerose manifestazioni del paradosso di Shiva. Nella visione tantrica il sesso è una cura per il desiderio. Nella Foresta dei Pini, Shiva giustifica così il suo comportamento:

«Il saggio considera l’unione con una fanciulla una medicina contro la febbre degli anziani»,

e fornisce in questo modo un parallelo erotico al motivo del ringiovanimento dell’asceta. Glossando l’epiteto di Shiva come « Distruttore di Kama», il commentatore dichiara:

«Egli distrugge il desiderio facendo godere della cosa desiderata»

rovesciando così il significato esplicito dell’epiteto e interpretandolo in termini di sublimazione tantrica. Alla donna che abbia commesso reati sessuali venga prescritto un rito erotico:

Una donna che sia stata licenziosa deve venerare Shiva nel suo aspetto pacifico, Shiva in quanto K:ima. Poi deve chiamare un brahmano e concedersi a lui pensando: « Costui è Kama, venuto per godere del piacere sessuale”. E la donna sensuale deve fare tutto quello che il brahmano desidera. Per tredici mesi deve onorare così ogni brahmano che venga a casa sua per godere dei piaceri sessuali, e non c’è nulla di immorale in questo, né per le nobildonne né per le prostitute“.L’ospite brahmano rappresenta Shiva/Kama, il quale purifica la donna che seduce perché J ‘estrema licenza erotica, così co­me il tapas estremo, può cancellare lo stigma sessuale.

LA SAZIETÀ SESSUALE: IL « LINGA » NELLA « YONI »

Dopo che Kama ha eccitato Shiva colpendolo con la freccia dell’ Incanto, Shiva decide di sposare Piilvati per curarsi della malattia nata dal desiderio. Dice:

«Per colpa di Kama ardo giorno e notte. Non troverò pace [Santi] senza Parvati».

Il simbolismo che corrisponde a questa cura è quello costituito dal tinga e dalla yoni. Shiva con Parvati, il tinga nella yoni e il fuoco nell’acqua – tre immagini di appagamento sui tre livelli del mito, del culto e del simbolo – si combinano insieme nella maledizione di Gayatri contro Shiva:

Quando sarai nella Foresta dei Pini, i saggi andranno in collera e ti malediranno dicendo: « Kàpalika, essere miserabile, vuoi portarci via le nostre donne. Per questo il linga di cui sei tanto fiero cadrà per terra». Privato della tua virilità dalla maledizione dei saggi, torturato, cercherai conforto presso tua moglie sulle rive del Gange”.

Sebbene nei miti l’origine del culto del tinga sia talvolta attribuita a una maledizione, in genere esso deriva dai provvedimenti presi per guarire Shiva dalla sua smania sessuale distruttiva:

I saggi maledissero Siva, e il linga cadde a terra bruciando ogni cosa attorno a sé come un fuoco. Senza mai fermarsi raggiunse gli inferi e il cielo e ogni angolo della terra. Tutte le creature ne furono sconvolte, e i saggi si recarono disperati da Brahma. Egli disse loro: « Finché il linga non sarà immobile nulla di fausto accadrà nell’universo. Dovete propiziare Devi affinché prenda l’aspetto della yoni, solo allora il linga si fermerà» . Adorarono quindi Siva, che apparve loro e disse: « Se il mio linga sarà trattenuto nella yoni, tutto andrà bene. Solo Parvati può trattenere il linga, ed esso si Placherà» . Così lo propiziarono e l’adorazione del linga ebbe inizio“.

La soluzione alla sessualità pericolosa di Siva non è imporgli la castità -come tentano di fare i saggi, riuscendo solo ad aggravare il pericolo- ma soddisfarlo. Bisogna controllare il desiderio, non negarlo, e in certe situazioni limite l’unico controllo possibile è lo sfogo. La concupiscenza rimane una minaccia solo fino a che non riceve una risposta. Dice Sati a Shiva:

«Mio signore, dopo aver fatto l’amore con te per molti anni sono soddisfatta, e la tua mente si è distolta da questi piaceri. Vorrei ora conoscere la tua vera natura, che libera dalle rinascite » .

Come osserva Stacton a proposito dell’episodio in cui Siva e Parvati, annoiati dal sesso, inventano i Tantra, ”il vero eunuco è chi va al bordello una volta alla settimana. È una questione di emozioni». Proprio per questa ragione, Indra dubita di riuscire a disturbare il tapas di Siva, perché Siva ha soddisfatto tutti i suoi desideri. Dal punto di vista iconografico l’immagine dell’androgino, oltre a simboleggiare l’unione sessuale, rappresenta anche la situazione in cui l ‘unione è fisicamente impossibile. Questa immagine deve indicare un eccesso più che un difetto, e suggerisce che l’innocenza non sta tanto nell’assenza dell’elemento erotico quanto nel suo appagamento … L’immagine dell’ermafrodito fa piuttosto pensare che esista uno stato di coscienza in cui l’elemento erotico non ha più da essere ricercato o perseguito, perché è sempre presente nella sua totalità! Inoltre, da un punto di vista puramente meccanico, all’ermafrodito è preclusa qualsiasi attività sessuale, essendo bloccato in una situazione che vieta ogni azione reciproca dell’uomo e della donna. Il problema è riconosciuto da una strofa sanscrita classica che compiange Shiva per la sua impossibilità di guardare Parvati quando insieme formano l’androgino, mentre un libro intitolato Le trentadue posizioni dell’androgino illustra graficamente i tentativi dei due membri della coppia di separarsi per potersi poi ricongiungere. La vittoria sul desiderio è l’appagamento del desiderio:

«Nella vita degli esseri senzienti, solo lo stato di totale appagamento sessuale è senza desideri: ecco dunque la presenza del simbolismo del linga» .

I termini yoga e bhoga (il godimento sessuale) compaiono spesso nei testi tantrici per indicare gli estremi rappresentati dalle due vie:

Chi è uno yogin, non gode (dei piaceri dei sensi); mentre chi ne gode non conosce lo yoga. Ecco perché la dottrina Kaula [ tantrica shivaita], che contiene l’essenza di bhoga e yoga, è superiore a tutte le altre dottrine . 

Questo Tantra prosegue esponendo i l suo insegnamento centrale:

Nella dottrina Kaula, bhoga si trasforma direttamente in yoga. Quello che è peccato [nella religione convenzionale] la Liberazione.

Un’ ulteriore parafrasi dello stesso concetto compare in altri testi tantrici:

Dove c’è godimento mondano non c’è Liberazione. Dove c’è Liberazione non c’è godimento mondano. Sia il godimento che la Liberazione sono però sul palmo della mano dei devoti a Devi … L’unio­ne sessuale è uno yoga fausto che, pur implicando il godimento (dei piaceri sessuali), conferisce la Liberazione.

Da un certo punto di vista, si tratta di una semplice congiunzione degli opposti, favorita da una felice assonanza (bho­ga-yoga, bhoksa-moksa), affermazione di un genere non inconsueto nel rozzo sistema dei Tantra. Essa contiene però il seme di una verità non solo metafisica ma anche psicologica, che viene sviluppata nella mitologia. Il Tantrismo cerca di sfruttare le inclinazioni naturali del devoto per elevarlo dal livello del peccato a quello divino. Queste inclinazioni sono naturali nel senso che sono animali, come pure nel senso che sono comuni, presenti in tutti gli uomini, in contrapposizione alle qualità spirituali superiori necessarie per lo yoga non tantrico. Si dice che Shiva inventò una dottrina tantrica a beneficio degli Siidra (l’infima delle quattro caste) proprio in considerazione di questo aspetto della natura umana:

Shiva, sapendo che le tendenze animal i della loro vita ordinaria li avrebbero portati a consumare carne e vino, prescrisse questi riti al fine di diminuire il male e gradualmente distoglierli dal piacere, stabilendo condizioni obbligatorie per avere tale godimento, e asso­ciandolo alla religione. “E meglio inchinarsi a Narayana con le scarpe ai piedi che non inchinarsi affatto .

Ma non basta incorporare nel rito ciò che per natura si è inclini a fare; questa eccessiva semplificazione ha indotto un autore inglese a osservare che

l’inclinazione verso una qualche religione è così forte in India che alcuni addirittura “peccano religiosamente“. 

Ogni rito che comporti l’unione sessuale deve essere eseguito correttamente, così che l ‘uomo non offra alla divinità il proprio peccato; le funzioni naturali, animali, devono essere convertite in atti di culto. Perciò la dottrina che a prima vista sembra volta a consentire l’immoralità ai fedeli di una religione è invece considerata dagli stessi indù co­ me una dottrina che consente anche agli immorali di essere religiosi – a coloro, si intende, che ammettono la naturale immoralità della carne. L’applicazione di questa dottrina a Shiva, il più grande fra gli yogin e il più grande fra i bhogyn (coloro che si abbandonano ai piaceri dei sensi) , non deve dunque sorprendere. Siva è il narra ratore della maggior parte  Tantra, che egli spiega a Pàrvati, ed è di solito ritenuto l ‘autore della dottrina in essi contenuta:

«Il sistema omeopatico di Shiva è infallibile e dà risultati rapidi. Chi ha sete di vino o desiderio di donne con questa cura può guarire in pochissimo tempo».

In un dramma sanscrito uno yogin shivaita canta questa strofa:

Vishnu, Brahma e gli altri dèi possono predicare la salvezza con la meditazione, i sacri riti e i Veda. Solo l’amante di Urna [Parvati] ha saputo insegnarci la salvezza per mezzo dei liquori e dei sollazzi con le donne.

Un Kapàlika esprime un sentimento analogo in un’altra opera teatrale:

Oh, metti una veste gaia e bizzarra, bevi liquori e fissa negli occhi la tua dama: lunga vita al Signore del Tridente [Siva], che ha scoperto che proprio qui sta la via per la salvezza

Enunciatore di questa dottrina, Shiva ne è anche l ‘esempio migliore. È la critica che gli muove Brahma dopo essere stato rimproverato da Shiva per il suo tentativo d’incesto: Shiva si considera uno yogin saggio e al tempo stesso un bhogin che ha vinto i sensi.

LA TRASFORMAZIONE DEL DESIDERIO MEDIANTE L’ AUTOTENTAZIONE

È significativa l ‘affermazione secondo cui Shiva – pur essendo un bhogin, uno che gode dei piaceri – ha « vinto i sensi», perché ciò lo distingue dal falso asceta. In un mito che sembra proporre la soddisfazione del desiderio come rimedio ad esso, la passione per Mohini ottenebra Shiva fino a che egli non versa il seme; allora si rende conto della sua illusione, si sente sfinito e abbandona l’empia azione, dopo di che Vishnu lo loda dicendo che egli è l’unico ad aver vinto la sua illusione in questo modo. Dare libero corso al desiderio – versare il seme – non è di per sé una cura sufficiente; deve essere accompagnato dalla vittoria sull’illusione, dal raggiungimento dell’indifferenza. Quando la si è conseguita, il devoto che si abbandona ai piaceri sessuali si salva grazie ad essi, anziché esserne dannato:

Chi è assetato di piaceri per goderli si attacca al desiderio. Il saggio capitano, con mente distaccata, senza desiderio, diviene libero dal desiderio.

Questa è una giustificazione che Shiva spesso usa nei Purat:ta per conservare il proprio status di yogin pur partecipando a esperienze sessuali su insistenza degli dèi: egli fa quello che gli chiedono, ma senza goderne. La dicotomia fra il pensiero e l’azione del tantrico (come anche del Pasupata, opposta rispetto a quella del falso asceta, appare a livello divino sotto forma di quella simulazione che è la lilii, il gioco divino. La partecipazione fisica, senza quella emotiva, rende lo yogin ancora più forte di quanto sarebbe rimanendo sempre immerso nella meditazione. Per questo si dice che Shiva ha vinto Kama: non malgrado il fatto che Kama abbia inizialmente turbato pro­fondamente i suoi sensi, ma proprio perché lo ha fortemente eccitato. Vincendo il desiderio incipiente, bruciando il suo Kama, Shiva dimostra il proprio autocontrollo, come un alcolizzato che riesce alla fine a bere un solo bicchiere, cosa assai più difficile della totale astensione. Questo tipo di autotentazione è alla base dell’episodio in cui Shiva consente a Himalaya di portargli Parvati mentre sta praticando il tapas. Shiva la riceve non perché egli sia un falso asceta, ma perché è un asceta tanto grande da non correre più alcun pericolo con le donne, o almeno così crede:

Per il rispetto che portava a Himalaya, Shiva accettò sua figlia, pur rendendosi conto che la sua bellezza era fonte di grande passione, un ostacolo per chiunque meditasse sul tapas. Infatti riuscire a restare saldi in presenza di un ostacolo è prova di fermezza ancora maggiore. grandemente accresciuto se è compiuto in un luogo pieno di ostacoli … Siva la ricevette benché gli fosse d’ostacolo nella meditazione; sono infatti veramente saldi coloro le cui men ti non sono turbate neppure in presenza di una tentazione

Parvati lo sfida a dimostrarle la sua invulnerabilità esponendosi alla tentazione che lei rappresenta: gli dice infatti che se davvero è al di là del potere delle donne non avrà nulla da temere dalla sua presenza.  La stessa psicologia è alla base dell’abitudine del Mahatma Gandhi di dormire accanto a una ragazza per esporsi alle tentazioni, così da essere in grado di vincerle. Egli stesso definì il vero brahmacarin in questi termini:

«Colui che non ha mai avuto alcuna intenzione lasciva, che servendo continuamente Dio è divenuto capace di giacere nudo con donne nude, per quanto belle, senza eccitarsi sessualmente in alcun modo» .

Analogamente, il santo visnuita bengalese Visvanatha Cakravarti sposò una bellissima fanciulla con cui era solito giacere, ma dopo essere stato trasformato  non la toccò più, contrariamente a quanto era sua abitudine, ma si limitò a giacerle accanto secondo le istruzioni del suo guru, controllando così i sensi. Un indizio sulla percentuale di successo con cui tali voti venivano solitamente eseguiti può essere desunto dal termine sanscrito che denota il voto di dormire con una giovane mo­glie senza toccarla, e che finì per significare «un’impresa disperatamente difficile». La spiegazione avanzata da Edward C. Dimock per la vicenda di Visvanatha illumina un aspetto della tentazione:

«Se si viene continuamente esposti a una data situazione sessuale, gradualmente la passione declina; il desiderio perde di significato e forse subentra persino la noia» .

La noia è molto vicina all’indifferenza a cui aspira il devoto shivaita. Dimock ha sottolineato l’importanza dell’autotentazione nella setta tantrica bengalese dei Sahajiya:

È necessario trasformare il desiderio in amore vero, o prema, prima che l’unione rituale possa essere efficace. E i Sahajiya ritengono che la castità, specialmente in casi di tentazione estrema, abbia il potere di trasformare il desiderio in amore . . . Il desiderio, chiamato kama, è pericoloso solo se è considerato come un fine. La verità è che kama è l’inizio.

L’impulso iniziale alla castità (che è sempre vista come uno stato attivo, come un metodo) è dunque un impulso sessuale.

LA RITENZIONE DEL SEME

I Tantra finirono con il perfezionare la dottrina della castità rituale al punto di consentire all ‘uomo vittorioso sui desideri di compiere l ‘atto sessuale, purché trattenesse il seme per dimostrare il completo controllo dei suoi sensi. Questo rende ancor più incerto il sottile confine tra licenziosità senza freni e sfogo controllato, in quanto con questa autorizzazione il gioco erotico (owero la semplice rati della mitologia di Shiva, contrapposta all’atto pienamente consumato, il mahamaithuna) diventa la dimostrazione suprema del controllo sulle passioni. E la variazione ultima sul tema della tentazione, poiché in termini fisiologici la « tentazione estrema» è l’impulso erotico che muove il seme così che possa risalire lungo il midollo spinale fino al cervello, un processo che rende lo yogin immortale: La perdita del seme è perdita di potenza … L’esposizione a uno stimolo sessuale risveglia questa potenza; una volta controllata, la potenza è come il vapore in una caldaia, non viene più dispersa. Occorre smuovere sessualmente il seme prima di poterlo as­sorbire mentalmente. Il brahmacarin modello è l’uomo la cui energia virile è stata risvegliata.  Il movimento ascendente del seme – come nella figura dell’asceta itifallico – rappresenta l’incanalarsi delle forze vitali, e perché il rito sia efficace è indispensabile che lo yogin trattenga il seme. «Altrimenti  -osserva Mircea Eliade-  lo yogin cade sotto la legge del tempo e della morte, come un qualsiasi libertino». In termini tantrici, è questo che distingue il falso asceta (un qualsiasi libertino) dal vero yogin, infatti Shiva insiste nel dirsi diverso dalle altre vittime di Kama. Il seme deve essere reincanalato, e non tenuto immobile; ciò si accorda con la concezione mitologica del potere, secondo la quale esso non può venire distrutto, ma va indirizzato affinché non sia pericoloso. I testi tantrici descrivono il modo in cui lo yogin può controllare il seme persino dopo averlo emesso. In mitologia, ciò viene espresso tramite numerosi episodi in cui il seme dello yogin è inghiottito o gettato nel fuoco, o subisce altre destinazioni innaturali.” Una conseguenza interessante della tecnica del coitus reservatus è che lo yogin acquisisce la capacità di combinare le fasi alterne di sessualità e castità, come fa Shiva nei suoi aspetti simbolici, ricostituendo la potenza esaurita nel momento stesso in cui la consuma. Lo stesso Shiva è famoso per la sua abilità nel trattenere il seme non solo in castità ma anche durante l’atto sessuale, così da poter fare l ‘amore con Pàrvati per molti anni senza versare il seme.  Gli dèi se ne lamentano, dicendo: “Per mille anni secondo il computo divino Shiva ha fatto l’amore con lei, immobile; e, essendo uno yogin, non smette”. Visto che egli non versa mai il seme – il che porrebbe naturalmente fine all’amplesso -, per interromperlo occorre una qualche forza esterna, e questo costituisce un motivo importante nella mito­logia shivaita. A livello emotivo Shiva si innalza al di sopra dell’atto continuando a fare l ‘amore con Parvati anche quando non prova più alcun desiderio, e produce così quello stato di indifferenza agli stimoli sensoriali a cui lo yogin aspira:

Anche quando la sua passione era esausta, Shiva continuò a fare l’amore con Parvati . 

Shiva è tanto famoso per questa capacità che Parvati è in grado di smascherare immediatamente Jalandhara, che aveva assunto l ‘aspetto di Shiva, quando questi, dopo aver versato il seme, è subito spossato.

 

La separazione tra fertilità ed erotismo

In un Purana, Shiva sottolinea l’irrazionalità delle richieste, fra loro contraddittorie, che gli dèi avanzano riguardo alla sua ritenzione del seme:

Brahma e gli altri dèi interruppero Shiva e Parvati durante l’amplesso. Allora Shiva disse agli dèi, in tono un po’ brusco: « Perché siete venuti? » . Risposero: << La tua grande attività sessuale disturba l’universo. La terra trema e nessuno degli dèi riesce a trovare pace. Abbi pietà di noi tutti , abbandona questo grande amplesso [mahaimaithuna] e accontentati di un semplice gioco erotico [ratimatra] “· Shiva disse, non molto lieto: « Se lascerò l’amplesso per il solo gioco erotico da Parvati non nascerà alcun figlio. Ma è proprio per generare un figlio che stiamo compiendo questo sforzo, poiché il figlio nato dal mio seme nel corpo di Parvati ucciderà i vostri nemici e vi porterà la prosperità. Non preoccupatevi dunque per causa mia quando faccio l’amore con Parvati. Andate a casa e lasciate fare a me» .

Quando gli dèi insistono perché egli faccia quanto desiderano, Shiva acconsente, ma la maledizione della sterilità inflitta da Parvati agli dèi rispecchia il vero motivo della loro richiesta, tradito anche dalla distinzione che fanno tra l’amplesso vero e proprio e il gioco erotico: solo il primo può produrre un figlio. Gli dèi chiedono dunque a Shiva in modo piuttosto esplicito di impiegare il coitus reservatus come metodo di contraccezione. Sapendolo, Parvati li maledice: “Poiché avete interrotto Shiva e me durante l’amplesso e mi avete costretta a rimanere sterile, l’unione sessuale con le mogli sarà preclusa a tutti gli dèi, ed essi saranno senza figli come me” . La sua maledizione riguarda entrambi gli aspetti dell’atto, quello erotico e quello procreativo, ma è il lato della fertilità a essere accentuato nella maggior parte delle versioni, le quali si limitano ad affermare che le mogli degli dèi rimarranno sterili. Eppure è proprio perché vogliono che Shiva generi Skanda che gli dèi lo convincono – contro la sua volontà, come Shiva tiene a rammentare – a sposarsi. E per lo stesso motivo essi poi interrompono gli amori di Shiva e Parvati: Shiva, essendo un grande yogin, può fare l ‘amore indefinitamente senza emettere il seme, perciò la sua sessualità deve essere contrastata affinché la sua fertilità possa avere libero corso. Mentre Shiva fa l’amore con Parvati gli dèi si chiedono: “Che cosa starà facendo Shiva? Perché indugia tanto? … Shiva, il signore dello yoga, si è sposato per noi, dato che è senza emozioni, ma finora non gli è nato alcun figlio. Perché rimanda?” . Quando inviano Agni a interrompere la coppia, con ciò interrompono proprio l ‘atto che deve produrre il condottiero di cui hanno biso­gno. Questa incoerenza nell ‘atteggiamento degli dèi spinge un ‘ancella a dire a Parvati: “Oggi non ho potuto fare a meno di ridere, perché sebbene Shiva avesse detto che avresti avuto un figlio, e lui stesso lo desiderasse, oggi gli dèi gli hanno impedito di generarne uno“.  L’ironia della situazione era ben presente agli autori di molti testi puranici, che si trovarono costretti a inventare spiegazioni poco plausibili per giustificare le eccezionali caratteristiche fisiche dell’attività erotica di Shiva:

Shiva e Parvati fecero l’amore ogni giorno per mille anni, ma Parvati non rimase incinta. Gli dèi incominciarono a preoccuparsi e dis­sero: « Come Kama è inseparabile da Rati, così Shiva lo è da Parvati, ma non abbiamo ottenuto quel che ci serve, perché l ‘embrione continua a scorrere via. Dobbiamo fare in modo che i loro giochi erotici (rati) non si ripetano». Dissero allora ad Agni: «Va’ da Siva e Parvati al termine dei loro giochi erotici e fatti vedere, cosicché non possano ricominciare da capo. Vedendoti, Parvati si vergognerà e se ne andrà a praticare il tapas. Poi, dato che sei suo discepolo, interroga il castigatore di Kama in merito a qualche questione metafisica e trattienilo a lungo con questo pretesto. Passato molto tempo, Parvati darà alla luce Skanda». Agni si disse d’accordo e andò da Siva, ma giunse proprio nel bel mezzo del loro gioco erotico, appena prima che il seme venisse versato. Vedendolo, Parvati, che era nuda, provò vergogna e se ne andò. Siva, bruscamente interrotto mentre faceva l ‘amore con lei, era furente, e depositò il proprio seme nella bocca di colui che porta l’oblazione. Agni tornò dagli dèi, che furono a un tempo pieni di gioia e di dolore, e pensarono: « Ora abbiamo il seme, come possiamo ricavarne un figlio?» . L’embrione crebbe per dieci mesi nella pancia di Agni, poi gli dei andarono da Ganga e le dissero: «L’embrione è all’ interno di Agni, ma non può nascere senza una donna». Lei accettò di ricevere l’embrione, ma dopo diversi mesi non riuscì più a sopportarlo: tutta la sua acqua se n’era andata, il suo corpo tremava insanguinato, ed essa aveva dei timori riguardo alla propria fedeltà al marito. Alla fine espulse l’embrione dalla pancia e lo gettò in un canneto; le sei Krttika vi trovarono il bambino e lo diedero infine a Siva e Parvati. 

In questa versione gli dèi desiderano un figlio e vogliono che nasca da Parvati. Non mandano Agni perché impedisca a Siva di versare il suo seme dentro di lei, né per indurlo a versarlo, ma solo per impedirgli di fare l’amore con lei dopo aver versato il seme. (A questo sembra alludere l’accenno all’embrione che continua a scorrere via) . L’interruzione di Agni ha lo scopo di accrescere il tapas di Parvati e far poi nascere suo figlio, lo stesso scopo per cui la Notte ostacola i loro amori. E poiché questo non accade, diviene necessario stipulare che Agni arrivi per sbaglio prima che il seme venga versato, e sia quindi costretto a riceverlo dentro di sé, contrariamente a quanto desiderano gli dèi. L’ambivalenza degli dèi è espressa a chiare lettere: essi esultano poiché hanno il seme ma si disperano perché non hanno una donna in cui deporlo e dichiarano esplicitamente di ritenere necessaria una donna perché la nascita possa avere luogo. A Ganga vengono quindi attribuite caratteristiche antropomorfiche per lei insolite, al fine di giustificare il suo ruolo di madre: porta in grembo il seme e si preoccupa della propria fedeltà coniugale, come di solito fanno le Krttika. L’atteggiamento ambiguo degli dèi nei confronti della fertilità di Siva e il conflitto tra la sua fertilità e il suo erotismo pro­ ducono contraddizioni analoghe in un altro testo:

Gli dèi chiesero a Siva di generare un figlio per loro, e Siva accettò. Andò sul Kailasa con Gauri e praticò il tapas in maniera confacente al kiima. Gli dèi allora pensarono spaventati: « Sono mille anni che Siva fa l ‘amore, eppure non abbiamo ottenuto quel che ci serve» . Andarono quindi a trovarlo presi dallo sconforto, ma Nandin non li lasciò entrare. Mandarono allora Vayu (il Vento) a scoprire che cosa Siva stesse facendo, e Vayu arrivò proprio men tre Siva stava raggiungendo la beatitudine suprema facendo l’amore con Parvati. Il seme di Siva era stato smosso dalla sua sede, ma non raggiunse il grembo di lei. Vedendo Vayu accanto a sé, Siva si vergognò e si alzò in tutta fretta, lasciando la moglie adorata, che pure era piena d’amore e lo implorava di non alzarsi . Siva disse a Vayu: «Perché sei venuto qui? , e, dopo aver saputo dei timori degli dèi, li chiamò e disse: “Il grande atto che avevo intrapreso per voi, e per avere un figlio, è stato vanificato da Vayu, perchè il mio seme è stato smosso dalla sua sede. Grazie alla mia saldezza ho fatto sì che il seme rimanesse immobile a metà strada nel linga, ed è ancora fecondo. Ora dove posso metterlo per far nascere un figlio che sconfigga i demoni? Nessuno tranne Agni può sopportarlo ». Gli dèi dissero ad Agni di prendere in bocca il seme di Siva, il quale, torturato dalle frecce di Kama, lo depose dentro di lui e, pensando a Parvati, ottenne poi la beatitudine suprema. Agni fu gravemente ustionato da quel seme che era simile al fuoco della fine del mondo, e lo gettò in un canneto, da cui lo presero le sei Kfttika. Indra fece sì che il seme en trasse in loro, esse approntarono una casa per il parto e il giorno seguente nacque il bambino.

Il ruolo di Agni è qui assunto da Vayu, forse per associazione con la brezza in cui Kama si trasforma per eludere Nandin e poter disturbare il tapas di Siva. Poiché Agni non ha fattoniente di male, non può essere maledetto e costretto a portare il seme, ma Siva precisa che nessun altro può portarlo, sicché gli dèi fanno in modo che Agni prenda il seme dentro di sé. Come nella versione precedente, gli dèi interrompono per errore l’atto sessuale e senza volerlo operano una sorta di contraccezione: qui, a quanto pare, il seme è smosso dalla sua sede e sta per entrare nel grembo di Parvati, quando Siva vede Vayu e si alza staccandosi da Parvati, la quale fa le sue rimo­ stranze. Tuttavia, secondo Siva è trattenendo il seme che egli intendeva generare il figlio: pertanto accusa gli dèi di aver vanificato il suo atto procreativo smuovendo il seme dalla sua sede. L’elemento erotico viene poi reintrodotto alla fine, quando si dice che Siva è torturato dalle frecce di Kama e ottiene la beatitudine suprema » deponendo il seme in Agni. (La stessa espressione – « beatitudine suprema » – è usata per descrivere il momento in cui il seme comincia a scendere la prima volta, quando Vayu fa il suo ingresso, e la ripetizione forse indica una confusione fra i due episodi del seme da parte del Pauranika).  Il conflitto tra il desiderio degli dèi di far sì che Siva generi un figlio facendo l’amore con Parvati e quello che egli produca un figlio smettendo di fare l’amore con lei viene dunque razionalizzato con queste loro interruzioni accidentali  dei giochi erotici di Siva. Il paradosso tuttavia si complica per l’analogo voltafaccia degli dèi: pur avendo chiesto a Siva di spo­sare Parvati affinché generi un figlio, con il passare del tempo essi decidono che non vogliono che Siva generi Skanda da Parvati, e mandano Agni a impedire la nascita, più che ad affrettarla. Talvolta questa duplice contraddizione svuota di senso il dall’unione di un mito sulla seduzione dell’asceta (l’episodio di Kama e Parvati, un mito erotico) con un mito sulla nascita miracolosa dal seme di uno yogin (un mito di fertilità) . Dalla discontinuità che in varie versioni antiche del mito caratterizza questi episodi è evidente che essi sono entità distinte, che la seduzione non è indispensabile per la nascita ma costituisce un mito a parte. In un testo, Devi si dimostra consapevole della dicotomia fra il suo ruolo di seduttrice di Siva e quello (frustrato) di madre di suo figlio:

Sati, dopo essere stata disonorata da suo padre, Daksa, decise di uccidersi, ma poi si ricordò che si era incarnata al fine di dare un figlio a Siva. ” Questo in parte non è ancora avvenuto » pensò. Siva non ha ancora avuto un figlio. Ma in parte sì, dato che Siva nutre passione per una donna. Nessun’altra donna al mondo può suscitare in lui una così grande passione, e non sposerà altri che me. Rinascerò come Parvati e sposerò Siva, e in questo modo riuscirò sicuramente a realizzare gli scopi degli dèi”.

Pur ripartendo i suoi due ruoli in due nascite diverse, la dicotomia permane anche nella seconda nascita, in quanto Devi riesce a risvegliare la passione di Siva ma non a ricevere il suo seme. E l’unica donna al mondo con un tapru sufficiente a farle ottenere Siva come amante, ma ha anche troppo tapru per potergli dare un figlio. In tutta la storia di Skanda erotismo e fertilità rivestono funzioni distinte, perfino opposte: Siva trattiene il seme durante l’atto sessuale e lo versa per generare un figlio solo dopo aver lasciato la moglie, comportamento che in pratica combina insieme l’equivalente di una contraccezione naturale e di una inseminazione artificiale. La nozione di fecondità è secondaria rispetto al valore sacrale che gli indù attribuiscono all’erotismo:« Il carattere di partecipazione al divino che viene attribuito all ‘atto sessuale non deriva dal suo fine procreativo ma dal suo carattere voluttuoso». D’altro canto il culto della fertilità rappresentato dal tinga è principalmente legato alla procreazione e non è erotico. Secondo i tantrici bengalesi Sahajiya, l ‘amore con la svakiyia (la moglie legittima) . . . ha senso solo quando ha come fine la procreazione; è senza valore a fini emotivi o religiosi », mentre l’amore con la parakiyia (adulterino) corrisponde alla via del non coinvolgimento nel mondo e del contatto con dio, poiché ha uno scopo puramente erotico. L’amore con la svakiyii, procreatore e convenzionale, conduce all’immortalità attraverso la discendenza; l’amore con la parakiyia, erotico e religioso, offre l’immortalità attraverso la Liberazione. La separazione fra erotismo e fertilità non è solo una conseguenza secondaria della tecnica yogica, ma è una parte essenziale della sua filosofia. Eliade ha interpretato il metodo della ritenzione del seme come un tentativo di riconquistare i poteri primordiali che gli uomini possedevano prima che la Luce fosse dominata dalla Sessualità; frustrando le finalità biologiche dell’atto sessuale l’uomo cessa di comportarsi secondo l’istintualità cieca degli altri animali. ‘ La vittoria sulla finalità biologica corrisponde alla vittoria dello yogin sulla finalità emotiva rappresentata dal desiderio. Nella mitologia di Siva, la ritenzione del seme ha una duplice funzione: da una parte rende possibile la nascita di un figlio, che non deve essere partorito da Parvati e nondimeno deve essere creato dall’unione tra lei e Siva; in altre parole Siva deve fare l’amore con Parvati per eccitare il proprio seme, senza però versarlo in lei. Inoltre separando così la funzione erotica da quella legata alla fertilità, la tecnica del coitus reservatus consente a Siva di mantenere la posizione ambivalente di yogin e amante al tempo stesso. Tuttavia è troppo facile porre l’accento sulla ritenzione del seme per giustificare il coinvolgimento sessuale di Siva, né essa può da sola rappresentare la conciliazione dei suoi due aspetti. Innanzitutto le tecniche tantriche sono posteriori agli ambigui miti di Siva, in secondo luogo l’aspetto forse più importante di Siva, e uno dei più antichi, è il suo ruolo quale dispensatore di seme.

L ‘ingestione del seme

Spesso la nascita magica si verifica non solo perché il seme viene sostituito con qualche altro liquido igneo, ma anche perché il seme viene deposto in un luogo che non è un grembo. Di solito si dice che il seme di Siva è stato bevuto da Agni, e l’immagine della sete e del seme come bevanda squisita ricorre più volte nei Purana: “Siva emise il seme, e Agni lo inghiottì come un uomo tormentato dalla sete trangugia acqua mista a sesamo“.  Anche quando Agni non è coinvolto nella nascita, il seme è associato alla sete:

Mentre Siva e Parvati facevano l ‘amore insieme, Vishnu prese l’aspetto di un brahmano con i capelli intrecciati tormentato dalla sete, si avvicinò alla soglia della loro camera da letto e disse: « Cosa stai facendo, Siva? Alzati e dammi cibo e acqua, perché sono un vecchio tormentato dalla sete ” · Siva si alzò e il suo seme cadde sul letto anziché nel grembo della moglie. Poi Siva e Parvati offrirono al brahmano cibo e acqua, ed egli scomparve; in seguito prese l ‘aspetto di un bambino e andò al letto di Parvati, dove si mischiò al seme di Siva che era caduto là e divenne un neonato. Parvati trovò il bambino e lo akkattò, e lo chiamò Ganesha.

Nonostante l’importanza tematica di questo motivo, dal punto di vista antropomorfico, bere il seme è considerato un peccato. Dice Siva ad Agni: «Bevendo il mio seme hai compiuto un atto perverso» . I testi giuridici prescrivono una penitenza per chi abbia inghiottito inavvertitamente del seme, e perfino il permissivo Kiimasutra non ha altro che parole di biasimo per questo tipo particolare di perversione, ristretto a eunuchi e prostitute. Si dice infatti: «Gli antenati di chi ha un rapporto sessuale nella bocca della moglie mangiano il suo seme per un mese». Qui la proibizione a livello umano è congiunta a una descrizione parallela del livello sovrannaturale. Ad Agni viene ordinato di bere il seme per risolvere la paternità ambigua di Siva e di Agni, per conservare il simbolismo rituale del seme deposto nel fuoco e per garantire al figlio di Siva una nascita innaturale. (Il seme igneo è deposto nella bocca di Agni sia per l’antica credenza secondo cui Agni riceve l ‘oblazione in bocca, sia in virtù dell ‘antico motivo degli uomini e degli animali mitici che emettono fiamme dalla bocca, motivo che ha come epitome la giumenta sottomarina chiamata Bocca-di-fuoco-Jvalamukhi) . Agni deve essere comunque punito, e con una maledizione viene condannato a soffrire per il seme infuocato, a essere onnivoro, a mangiare sterco, oppure ancora a essere colpito dalla lebbra. Il livello umano e quello divino non possono essere conciliati in altro modo; così anche Vishnu è punito per aver sedotto la moglie di Jalandhara, e lo stesso Siva deve sottostare a un voto di penitenza per aver decapitato Brahma. Sebbene una delle ragioni per cui il seme viene ingerito sia di consentire a Siva di generare un figlio senza l’intervento di Parvati, in diverse versioni del mito lo stesso metodo è usato per fare in modo che alla fine l’embrione entri in Parvati. Dopo che Agni ha bevuto il seme e gli dèi ne sono stati impregnati, il seme erompe dai loro ventri e forma un lago dorato, di cui Parvati beve l’acqua. Essa dà poi alla luce un figlio, ma solo dopo che sono intervenuti altri agenti in numero sufficiente a evitare che il bambino possa essere ritenuto generato direttamente da Siva e Parvati.6 Un’altra versione di tale episodio rende esplicita quest’ultima condizione: dopo che Agni ha vomitato il lago, Parvati chiede alle Krttika dell’acqua da bere, ma esse dapprima si oppongono dicendo: “Noi te la diamo a patto che il figlio che ne nascerà sia anche figlio nostro. Infatti l’universo non riuscirebbe a sopportare il seme tuo e di Siva”. In un racconto dell’India del Sud il lago di seme è assimilato al motivo della maternità ” naturale di Parvati:

Quando Parvati trovò Skanda, lo raccolse per allattarlo, e subito dai seni cominciò a fluire latte con tale abbondanza che si riversò come un fiume nel lago chiamato Foresta di Canne. Sei figli di un saggio che vivevano nel lago sotto forma di pesci a causa di una maledizione del padre inghiottirono il latte e riacquistarono il loro vero aspetto.

I sei figli prendono il posto delle sei Krttika che trovano il seme/latte nella foresta/lago di canne. I motivi della nascita e rinascita (innaturali) si alternano a quelli legati alla maternità convenzionale, come il latte nel seno di Parvati. Una versione bengalese indica che, anche senza l’intervento delle Krttika, l’ingestione del seme è considerata abbastanza lontana dall’atto sessuale da consentire allo yogin di generare un figlio non naturale da una donna:

Una volta Dharma si asciugò il sudore su una parte del corpo e il sudore si trasformò nella dea Adya] . La dea andò da Kamadeva e gli consigliò di turbare la concentrata meditazione religiosa di Dharma. Dharma si sentì allora disposto all’amore. Depose il seme in un recipiente e scese al fiume per prendere una foglia, lasciando però incustodito il seme, che Adya scambiò per veleno. « Metterò fine alla mia vita bevendo questo veleno , pensò, tormentata dal rimorso. Lo inghiottì ma restò subito incinta (e diede alla luce Vishnu che uscì dal suo ombelico, Brahma che spuntò dalla cima del capo e Siva che venne fuori « in modo naturale).

Un’altra versione dello stesso mito aggiunge alcuni particolari significativi:

Kama nacque dai pensieri lascivi di Adya che aveva raggiunto la pubertà. Vedendola, Dharma si eccitò a tal punto da emettere il seme, che un gufo raccolse in un vaso e portò da lei. Poi Dharma uscì per cercarle uno sposo (oppure: la sposò lo stesso D h arma, che poi la lasciò per praticare il tapas come prima) .  Con il passare del tempo le sofferenze di Adya per le ferite infertele da Kama divennero tali che per mettere fine alla propria vita Adya bevve quello che credeva essere veleno. Invece restò incinta e diede alla luce Brahma, Vishnuu e Siva. A tempo debito Dharma mise alla prova Siva e gli disse di sposare Adya, cosa che egli fece.

In questi miti molti motivi subiscono un ‘inversione, ma gli elementi della trama rimangono pressoché gli stessi. Talvolta il seme viene scambiato per Soma e bevuto per ottenere l’immortalità;  qui invece è scambiato per veleno e bevuto per darsi la morte. Nella prima versione Adya vuole morire perché (come Sandhya) si vergogna del proprio desiderio; nella seconda, invece, desidera morire perché è in preda a quel desiderio. Nella prima ha un rapporto incestuoso con il padre; nella seconda con il proprio figlio. In ciascun caso però Kama risveglia un desiderio illecito che dà luogo a una nascita innaturale. Anche il terzo figlio, Siva, del quale si dice che viene partorito ” in modo naturale » , è però generato innaturalmente. In un altro mito bengalese sull’incesto, la sorella resta incinta quando, respinta dal fratello, beve ” inavvertitamente” il seme che egli aveva versato nel fiume in un momento di eccitazione sessuale; poi essa sposa il fratello. In questo racconto la coppia primigenia è formata da uccelli, che compaiono spesso nei miti di ingestione del seme: un re a caccia nella fo­ resta e lontano dalla moglie durante il suo periodo fertile le manda il proprio seme chiuso in una foglia per mezzo di un falcone! In un altro racconto bengalese Siva si eccita alla vista di uccelli che si stanno accoppiando, versa il seme su una foglia di loto ed esso cola lungo lo stelo del loto sino all’inferno, dove infine genera la figlia Manasa. Il loto – funzionalmente collegato alla canna per via dello stelo cavo – svolge qui lo stesso ruolo del linga di fuoco che scende sin nell’inferno. La gravidanza conseguente all’ingestione del seme è un tema diffuso in tutto il mondo, ma in India ha conosciuto uno sviluppo particolare. Nel racconto vedico di Saf!ljila, la giumenta resta incinta fiutando, o comunque inspirando dalle narici, il seme del marito. Rsyasrnga nasce quando una gazzella beve il seme emesso dal saggio Kasyapa (o Vibhandaka), eccitato da un’apsaras,  e Narada nasce da una donna che aveva supplicato Kasyapa di fecondarla e al suo rifiuto aveva bevuto il seme versato da lui alla vista di un’altra apsaras2 (proprio come Svaha si impadronisce del seme versato da Agni alla vista delle mogli dei saggi) . Ancora più affine al mito di Skanda è la storia di Yuvanasva, il quale beve per sbaglio l’acqua consacrata che avrebbe dovuto bere sua moglie per poter avere un figlio, resta incinta e partorisce un figlio che poi succhia il latte dal pollice di lndra,  con un’inversione dei ruoli sessuali per quanto riguarda sia la gravidanza che l’allattamento. Poiché Agni fa da messaggero tra dèi e uomini, il seme da lui bevuto si trasferisce automaticamente a tutti gli dèi, che vengono detti gravidi del seme di Siva. Ciò è di solito inteso metaforicamente, ma un Purana prende l’affermazione alla lettera e la sviluppa con un buonsenso dall’esito umoristico:

Gli dèi andarono da Siva e gli dissero: « Siamo tutti incinti e abbiamo il petto turgido di latte. Il tuo seme brucia i nostri corpi e siamo diventati uno zimbello, perché siamo uomini gravidi. Aiutaci » . Siva rispose sorridendo: « Ma è proprio quello che volevate. Non volevate che il figlio nascesse dal ven tre di Devi, così siete diventati voi stessi il ricettacolo dell’embrione».

a fecondazione degli dèi ad opera di Siva controbilancia la sterilità delle mogli dovuta alla maledizione di Parvati, ma indica anche il mutamento di sesso che il devoto subisce al fine di poter godere dell’unione con il dio. Anche altre sostanze meno palesemente fertili possono rivelarsi procreative una volta ingerite: si dice che Ganesha nacque da una demonessa che aveva bevuto gli unguenti misti alla pelle morta staccatasi dal corpo di Parvati.  In un’altra storia si dice che Parvati una volta abortì e gettò il feto in un torrente; le sette figlie di Jalandar Guru vi fecero il bagno e furono colpite da varie lllalattie, tra cui la sifilide, la gonorrea e disturbi mestruali. E un rovesciamento del mito in cui Parvati riceve l’embrione dalle mogli dei Sette Saggi bagnandosi nel fi ume, benché il bagno sia di per sé un metodo di fecondazione ampiamente accettato. Le mogli dei saggi restano incinte del seme di Rudra facendo il bagno nel Gange oppure scaldandosi al fuoco dopo aver fatto il bagno.

 IL SEME COME SOMA E COME VELENO

L’ingestione del seme acquista un significato ancora maggiore alla luce del rapporto fra seme e Soma. Lo yogin fa risalire il proprio seme fino alla testa, dove esso si trasforma in Soma. L’amplesso di Siva e Parvati alimenta la luna, la fonte stessa del Soma. Il Soma è il seme conservato nella luna, e quando la luna ne è colma gli dèi lo bevono per ottenere l’immortalità. L’immagine di Agni sotto forma di uccello (pappagallo, oca, cigno o tortora, e una volta persino gufo’) con il seme nel becco deriva dal mito vedico dell’uccello che rubò il Soma, combinato con i motivi indoeuropei affini di Agni in quanto Uccello di Fuoco (il russo zar-ptica) e con la storia dell’uccello che riporta l’ambrosia o il fuoco dal cielo, di solito in una canna cava. La valenza sessuale degli uccelli in India può essere messa in rapporto anche con la tradizione greca del fallo alato o dell’uccello dalla testa fallica (in modo particolare l’oca o il cigno, come nel mito di Leda) ; in questo contesto è del tutto naturale che l ‘uccello trasporti il seme. Agni è perciò sia l ‘uccello che porta il seme, sia il fuoco sacro in cui si offre il Soma: Agni è Gayatri,  e poiché Gayatri, divenuta falco, riportò dal cielo il Soma, essa è (chiamata) il falco portatore di Soma. Indra è chiamato l’aquila portatrice di Soma, e si dice che durante una contesa sul Soma si trasformò in un falco. L’immagine del seme come Soma perdura nel simbolismo di Siva, poiché, quando Parvati beve il seme, essa è la dea-serpente che avvolge le spire intorno al tinga e beve il Soma co­prendo l’orifizio del tinga. ‘ Il seme deposto in Agni è il Soma usato come ablazione nel fuoco. Nei Veda, è così che il seme di Prajapati compie la creazione;  esso crea un lago protetto tutt’intorno da una muraglia di fuoco, e viene offerto come ablazione nel fuoco sacrificale. Nel Mahabarata,  questa storia è inserita come multiforme esplicito all’ interno del mito della generazione di Skanda:

Molto tempo fa tutti i saggi e tutti gli dèi accorsero a un grande sacrificio. Venne anche Siva e si offrì come oblazione a se stesso. Poi arrivarono tutte le dee, e vedendole Brahma versò a terra il suo seme; Pushan allora prese tra le mani la polvere mista al seme di Brahma e la gettò nel fuoco sacrificale. E Brahma, offrendo le oblazioni\ quale sacerdote officiante, raccolse il seme con un cucchiaio sacrificale e lo offrì come se fosse burro consacrato. Da quel seme Brahma creò le varie classi di esseri .

L’incesto primordiale, l’eiaculazione di Brahma durante il matrimonio di Sati, la distruzione del sacrificio di Daksa (collegati qui dalla figura di Pushan) , e la creazione di Skanda – tutti questi motivi si fondono nell’immagine rituale dell’ablazione, esplicitamente identificata con Siva. Himalaya è disposto a dare Parvat1 soltanto a Siva, poiché solo il fuoco è degno di ricevere l’oblazione purificata,” e il Mahabarata dice:  “Il seme di Siva non è stato forse versato come libagione nel fuoco?” . L’immagine sessuale si presta a una duplice lettura: come l’atto sessuale può essere considerato un’ablazione, così l ‘ablazione può essere un atto sessuale, in cui il fuoco è assimilato alla  yoni, rovesciando la consueta immagine del seme igneo nella yoni liquida. Nella Foresta dei Pini le donne si servono di questa immagine rovesciata per cercare di sedurre Siva, ma egli ritorce la metafora contro di loro:

Le donne gli dissero: « I Veda dichiarano: “Il fuoco è la donna, il combustibile è il suo grembo; quando seduce, è il fumo, e le fiamme sono la sua vulva. Ciò che viene fatto den tro sono i carboni, e il piacere le scintille. In questo fuoco Vaisvanara [interno al corpo umano] gli dèi offrono sempre il seme in ablazione”. Abbi dunque pietà. Ecco l ‘altare del sacrificio » . Ma Siva, l’asceta sempre cortese con le donne, sorrise e rispose: «Questa tapasvini [Parvati accanto a lui con le sembianze di una montanara] mi serve come un fuoco sacrificale ben alimentato. E in questo fuoco io sacrifico il mio seme come ablazione perché la creazione sia perfetta».

Le donne citano qui, in modo abbastanza accurato, un testo presente in varie Upanishad e nei Brahmana.  L’immagine antica viene riutilizzata nei Tantra, che paragonano l ‘amplesso rituale all’oblazione nel fuoco sacro. In un testo tantrico lo stesso Siva dice a Parvati: “Prendo il mio seme e alla fine dell’oblazione lo sacrifico nel fuoco” . L’ immagine del seme liquido nel fuoco è speculare rispetto a quella del linga di fuoco immerso nella yoni liquida della dea. Gli dèi ofirirono il Soma nel fuoco e resero Agni immortale, e così facendo resero immortali anche se stessV nel medesimo modo in cui fanno diventare Agni e se stessi gravidi del seme di Siva (l’alternativa all’immortalità rituale, l’immortalità ottenuta tramite la discendenza). Il parallelismo è affermato in un testo:

Agni disse: «Versa il tuo seme, il Soma celeste, nelle mie mani, e lascia che gli dèi lo bevano subito ” · Allora Siva lasciò uscire dal linga il suo seme perfetto, che aveva il profumo fragran te del gelsomino o del loto azzurro. Agni lo prese nelle mani e lo bevve esultante pensando: «Che elisir! “• poi Siva svanì !’

In molti di questi miti Soma ha un legame assai stretto con il veleno. Le Krttika sono bruciate dal seme di Siva come se si fossero immerse in un oceano di veleno. L’opposizione Soma/veleno può essere intesa come una semplice congiunzione degli opposti, tuttavia è possibile riconoscere un contesto più specifico nel mito della zangolatura dell ‘oceano, in cui Siva non è la fonte del liquido bensì colui che lo beve. Una versione di questo mito collega il veleno al tejas di Siva:

Quando gli dèi fecero la zangolatura dell ‘oceano per estrarne il Soma, affiorò un veleno fiammeggiante che minacciava di bruciare l’universo. Gli dèi chiesero rifugio a Siva, dicendo: « Cercavamo l’immortalità e abbiamo trovato la morte. Quando per avidità abbiamo ecceduto nella zangolatura, è affiorato questo veleno. Proteggici” · Siva prese l’aspetto di un pavone e trattenne in gola il veleno. Appena Devi vide questo ne fu terrorizzata e sparì, e Siva se ne rattristò. Chiese a Ganga di trasportare il veleno fino all’oceano, ma lei si rifiutò dicendo che il veleno l’avrebbe bruciata. Siva chiese allo­ra a tutti gli altri fiumi, e finalmen te la Sipra accettò di portare il veleno fino alla foresta di Mahakala [Grande Nero] e di deporlo sul linga del Signore di Kama. Così fece, il linga diventò un tinga veleno­so e uccise vari asceti che vi posarono lo sguardo. Siva li riportò in vita e fece del linga una fonte di buona salute per chi lo venerava.

Il motivo della sostanza incandescente trasferita da un luo­go a un altro compare anche nella storia di Skanda e nel mito della giumenta sottomarina, che emerge dall’oceano appena prima del veleno e viene infine ricondotta nell’oceano dall’unico fiume disposto a compiere un’impresa tanto pericolosa. Qui il linga non produce il seme (come in natura) , né il Soma (come nel simbolismo tantrico), ma veleno. Il linga riporta poi il veleno al suo stato benefico originario (di medicina, l’equivalente del Soma) e scongiura il pericolo grazie a una trasformazione ciclica, allo stesso modo in cui il linga delle liti diviene un rimedio alle liti stesse. Siva eredita un aspetto della sua fama di bevitore di Soma da Indra, il grande bevitore di Soma dei Veda. L’episodio in cui Siva beve il veleno può essere ricollegato a quello del saggio vedico che beve il veleno con Rudra, una pratica estatica entrata a far parte dello yoga indù: si dice infatti che lo yogin ha il potere di digerire un veleno mortale come fosse nettare. Analogamente, si dice:

Con lo stesso veleno che uccide tutti gli animali il medico annienta la malattia … Qui Siva (il promulgatore del sistema tantrico) prescrive un veleno che elimina il veleno

L’ingestione del seme trova un sostegno ulteriore nel legame che unisce il mangiare all’attività sessuale, analogia che Lévi-Strauss ha discusso in maniera assai dettagliata1 e che nell’induismo riveste una grande importanza:

Il bastu o birya [il seme] si produce nel corpo dell’uomo e rati [il seme femminile] nel corpo della donna dopo l’ingestione di cibo. Il cibo si trasforma in sangue, e dal sangue si producono birya e rati.

Questa affermazione si fonda sulla concezione upanishadica secondo cui il seme è prodotto dalla pioggia tramite le piante ingerite, ed è collegata alla diffusa credenza nell’interdipendenza fra l ‘apparato digerente e quello riproduttivo. Per questo Sukra, intrappolato nello stomaco di Siva dopo essere stato divorato, esce poi dal suo tinga sotto forma di seme. L’idea del seme di Siva come cibo viene utilizzata in una variante di una serie di miti nella quale i nemici possono essere annientati solo da certi demoni voraci a cui occorre poi dare da mangiare affinché non diventino incontrollabili:

Con il suo esercito il demone Ruru attaccò gli dèi, i quali si rifugiarono presso Devi. Devi scoppiò a ridere, e dalla sua bocca uscì una schiera di dee che uccisero Ruru con il suo esercito. Poi però le dee, affamate, chiesero da mangiare. Devi chiamò Rudra Pasupati e gli disse: « Tu hai l ‘aspetto di un caprone e l ‘ odore di un caprone. Queste donne mangeranno la tua carne, altrimenti mangeranno tutto,me compresa » . Rispose Siva: « Quando trafissi il sacrificio di Daksa che fuggiva dopo essersi trasformato in una capra, acquistai il suo odore. Che le dee mangino piuttosto ciò che è stato contaminato dal contatto con donne incinte, e neonati e donne che piangono sempre “. Devi rifiutò quel cibo disgustoso, e alla fine Siva disse: « Vi darò qualcosa che nessun altro ha mai gustato: le due palle simili a due frutti che sono sotto il mio ombelico. Mangiate i testicoli appesi là e siate soddisfatte ” · Felici di tale dono, le dee lodarono Siva.

In questo mito il capro compare per diverse ragioni: Siva in quanto identificato con Agni ha l’aspetto di un capro o di un montone, animale noto per la sua virilità e usato quindi per rimpiazzare i testicoli di Indra castrato, nonché per fornire una testa a Daksa (episodio esplicitamente menzionato nel mito);   è perciò sotto forma di capro e quale Signore degli Animali (Pasupati) che Siva offre qui i propri testicoli. Lo stretto rapporto fra capro e testicoli è dimostrato dal fatto che in un’altra versione di questo mito, in cui le dee accettano di buon grado il «cibo disgustoso» e non mangiano alcuna parte del corpo di Siva, non si fa menzione né dei testicoli né del capro. Concupiscenza e fame sono dunque strettamente connesse nella mitologia di Siva. In uno dei numerosi miti che parlano del modo in cui la fame di Rudra viene soddisfatta, Prajapati teme di essere mangiato da Agni, dato che non esiste altro cibo, così lo sazia offrendogli una moglie – Svaha, l’oblazione, il cibo del fuoco.2 Altrove Siva fornisce un rimedio sessuale alla fame:

[Un uomo vide una bellissima fanciulla] e pensò di divorarla, visto che non aveva il pene e provava piacere solo a inghiottire. [Arrivò Mahadeo] e con le unghie praticò un’apertura ovale tra le gambe della fanciulla. [ Poi creò il pene e i testicoli per l ‘ uomo ricavandoli da un pollice e dai lobi delle orecchie] . Così il mondo fu salvo.

Troviamo una situazione inversa rispetto alla precedente – il cibo viene usato per saziare un appetito sessuale – nel Ramayana, dove il demone Ravar:ta minaccia di mangiare Sita se rifiuterà di soddisfare il suo desiderio.”‘ Entrambi gli appetiti sono considerati forze potenzialmente distruttive che devono essere controllate o incanalate, di solito mangiando. Uno studioso indù discute come segue il mutuo rapporto fra sessualità e fame in Siva:

«Senza cibo o combustibile Agni finisce per estinguersi e diviene cenere nera ( bhasma) , mentre se viene nutrito ogni giorno con cibo o offerte rituali si trasforma nella fiamma radiosa della vita. Il cibo è chiamato Soma, che rappresenta il principio femminile o materno, mentre Agni rappresenta quello maschile o paterno. Quando Agni è sazio di Soma si ha la condizione normale di Yajiia [il sacrificio] . Nella mitologia di Rudra- Siva ciò è rappresentato da Ardhanarisvara, l’aspetto di Siva metà maschile e metà femminile» (Agrawala, 1966).

Simbolo della sazietà sessuale è l ‘immagine del fuoco nutrito e placato da un liquido che rappresenta il potere femminile. In un mito, Siva utilizza la fame stessa per risolvere il pro­blema:

Quando udì il messaggio di Jalandhara, Siva si accigliò adirato, e dal punto fra le sopracciglia apparve un uomo terribile con il volto di un leone, i capelli ritti e gli occhi di fuoco. L’uomo tentò di mangiare Rahu, il messaggero di Jalandhara, ma Siva glielo impedì. L’uomo allora si lamentò di avere sempre fame e chiese da mangiare; Siva disse: « Se hai fame mangia la carne delle tue membra ” · L’uomo divorò se stesso finché di lui  rimase solo la testa. Siva, compiaciuto,ne fece il suo guardaporte.

Rahu, il messaggero che rischia d i essere divorato, appare nelle vesti di divoratore nel mito della zangolatura dell’oceano da cui questo motivo è tratto. Quando Siva beve il veleno e lo trattiene nella gola, Rahu ruba il Soma e lo beve, ma viene decapitato prima che esso possa scendere al di sotto della gola. La testa, immortale grazie al Soma che l’ha attraversata, è da quel momento in poi la causa delle eclissi di luna (in cui il So­ma è periodicamente divorato) e di sole. Allo stesso modo, il divoramento ( non di rado con sottintesi sessuali) è sovente una soluzione al problema delle reazioni a catena che minacciano di diventare interminabili. Quando Sukra resuscita i demoni uccisi in battaglia, Siva lo divora, e quando da ogni goccia del sangue di Andhaka nascono nuovi demoni, vengono create delle dee per divorarli; quando poi queste dee si dimostrano a loro volta una minaccia per l’universo, Vishnu crea un ‘altra schiera di dee da parti del suo corpo, genitali compresi. Appena la seconda serie di dee ha eliminato la prima, Vishu le riassorbe dentro di sé (vale a dire, le mangia).

SHIVA L’ASCETA EROTICOultima modifica: 2018-05-25T17:57:59+02:00da mikeplato
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