CONTRO L’ANTROPOSOFIA

candela

di Giovanni Ponte

Prendere coscienza di certe caratteristiche e deficienze fondamentali del mondo in cui viviamo può essere una condizione preliminare per la ricerca di qualcosa che è completamente estraneo alla mentalità generale, benché rivesta in realtà la massima importanza. Per questo nelle pagine che precedono si possono trovare parecchi riferimenti critici nei riguardi dell’attuale civiltà, particolarmente a proposito delle conseguenze della sua impotenza intellettuale.

È questa infatti una delle caratteristiche determinanti che stanno all’origine del mondo occidentale moderno: essa può riassumersi dicendo che la conoscenza effettiva del legame tra i principi immutabili ed il mondo umano, la quale attraverso molteplici adattamenti aveva dato e mantenuto un ordine normale a tutte le civiltà tradizionali, è stata perduta.

Peraltro, questa caratteristica puramente negativa non è certo sufficiente a definire il presente stato del mondo occidentale moderno: quest’ultimo non è soltanto il risultato della perdita del legame cosciente con la Verità, ché allora sarebbe identico al caos della barbarie pura e semplice, alla caduta in quello stato selvaggio ed anormale che si suole attribuire, del tutto abusivamente, ai “primitivi”. In realtà (ed è su questo aspetto che intendiamo ora soffermare la nostra attenzione) nella formazione del mondo occidentale moderno hanno agito e agiscono delle forze direttrici che ne hanno allargato enormemente la potenza, provocando la sua invasione in gran parte del globo e sforzandosi di costruire, in sostituzione dell’ordine normale, un ordine apparente e, si potrebbe dire, delle imitazioni dell’ordine vero. Non solo il mondo occidentale moderno ha perduto i veri principi, ma inoltre questi sono stati sostituiti dalle loro contraffazioni; e la forza di tali contraffazioni, in fondo, sta tutta nelle verità che esse imitano, ma la loro debolezza intrinseca fa sì che esse siano inevitabilmente destinate a svanire con il compimento stesso degli inganni su vasta scala operati per loro mezzo.

Osservando il mondo che ci circonda, si può constatare, di fatto, che esso è sostenuto da innumerevoli contraffazioni con le quali si cerca di dare un senso a una vita artificiale e sradicata dai principi autentici: una morale meramente sentimentale, la consuetudine o il conformismo puro e semplice simulano l’ordine tradizionale; le idee sono sostituite da “ideali” che sono frutto di suggestioni mantenute in mille modi diversi; la scienza è diventata un simulacro della conoscenza vera; la glorificazione del lavoro e dell’azione è una superstizione interessata da quando l’azione stessa è stata privata del suo valore essenzialmente rituale, e i cosiddetti riti laici non sono nient’altro che deplorevoli parodie.

Ma le cose diventano ancora più gravi quando la contraffazione imita più direttamente ciò che vi è di più profondo nell’ordine tradizionale: gli insegnamenti, i simboli, i riti esoterici. Si tratta per il momento di correnti sovversive che apparentemente non hanno ancora un seguito molto numeroso, almeno in Italia, ma sarebbe un errore sottovalutarne l’importanza. Infatti, la pseudo-iniziazione di cui parliamo ha l’effetto di sviare alcuni di coloro che, in modo più o meno confuso, aspirano ad un insegnamento esoterico autentico; ovvero in altri casi, a motivo della sua grossolanità, getta indirettamente il discredito su quest’ultimo. Inoltre, come e stato osservato, la pseudo-iniziazione è simile ad un ingranaggio utilizzato per muoverne molti altri, spesso attraverso legami generalmente del tutto insospettati. Dobbiamo limitarci qui a questa allusione al riguardo e, prima di soffermarci in modo particolare su un’opera recente di propaganda in favore di una pretesa via iniziatica, dobbiamo almeno accennare brevemente a un’ultima osservazione di carattere generale: se la pseudo.iniziazione, nelle sue molteplici forme, serve come strumento per trasmettere tante suggestioni nell’ambiente, è perché essa si trova naturalmente più vicina, se non addirittura in contatto diretto, con la sorgente prima di quelle suggestioni; e ci riferiamo qui a quella forza direttrice senza la quale la contraffazione di un ordine normale sarebbe stata indubbiamente impossibile, e che, corrispondendo in senso inverso a ciò che è l’iniziazione nelle civiltà tradizionali, è stata chiamata “contro-iniziazione”.

***

L’Avvento dell’Uomo interiore, di Massimo Scaligero 1, è un bell’esempio di opera pseudo-iniziatica, e pensiamo che possa essere utile esaminarne alcuni aspetti, al fine di chiarire certi errori ed inganni, ricordando con l’occasione dei punti importanti delle dottrine tradizionali.

Come solitamente succede in questa specie di costruzioni fondamentalmente antitradizionali, la pretesa iniziatica è associata ad una preoccupazione “evoluzionistica” assai accentuata. È curioso vedere come l’autore, pur riconoscendo e criticando il distacco progressivo dell’umanità dalla spiritualità e dalla realtà sopra-individuale, riesce a scorgere in tutto ciò un senso evolutivo, che si può riassumere con la seguente formula: «La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per risuscitare – se così si può dire – la trascendenza in se stessa» 2. Ma che cosa sarà mai questa cosidetta trascendenza «al livello dell’individuazione», che cosa sarà questo «Io» che «tanto più si avviva di universalità quanto più è individuale» 3, dotato di una «iniziativa assoluta», capace di «volere qualcosa che non è prescritto da nulla, né in cielo né in terra» 4? Indubbiamente, si tratta di cose che non stanno né in cielo né in terra, per la semplice ragione che sono assurde, in realtà, di assoluto non vi è che Ciò che è veramente al di sopra del cielo e della terra, cioè il Principio che è al di sopra della manifestazione universale e ne contiene in Sé le possibilità. Questo Principio che, solo, è assoluto, non può certo essere designato come una “iniziativa”, e nemmeno come un “Io individuale” diventato maiuscolo per l’occasione.

E, se per l’individuo non è possibile che una velleità o una parodia di assoluto, non gli è nemmeno possibile acquisire, in guanto tale, quella pienezza di libertà a cui si è chiamati dall’autore. È vano cercare una via d’uscita da ciò che appare anche ad una logica elementare: un essere contingente, quale è appunto un individuo, dipende per sua stessa natura da ciò che trascende i suoi limiti; e, come è indicato concordemente dalle dottrine tradizionali, la Liberazione, nel suo pieno senso, non può essere ottenuta in nessun caso dall’individuo e non può consistere veramente che nella realizzazione di ciò che è al di là dell’individualità, risalendo la gerarchia degli stati multipli dell’essere, fino all’integrazione totale del Principio universale: ed è appunto questo ciò che è mantenuto effettivamente possibile dalla tradizione.

Vi sono dunque delle ragioni per affermare a priori che ciò che propone l’autore non è altro che una pesudo-libertà; e certo non mancano le conferme di fatto a questo riguardo.

La “tecnica” suggerita dallo Scaligero per suscitare la libertà di cui parla comincia con l’attuazione di un «pensiero libero dai sensi» che indubbiamente favorisce un distacco artificiale dal mondo corporeo, e a questo proposito l’autore raccomanda di evitare di appoggiarsi a qualsiasi elemento tradizionale. Rotto l’equilibrio ordinario, ciò che si incontra presenta anzitutto un carattere di «forza fluente» e molto suggestiva che si accorda assai male con le designazioni di «spirituale» e di «metafisica» 5 usate talvolta con disinvoltura, ma che corrisponde esattamente alle modalità psichiche imprudentemente evocate dai “cercatori” che prenderanno sul serio i consigli dell’autore. Espressioni come «essere fluente», «scorrere», «forza», sono tra quelle che si incontrano più spesso nel testo: ad esempio, il «senso della vita» consiste «nell’accogliere lo spirito che fluisce dal mondo dei sensi» 6; bisogna arrivare alla «percezione dello scorrere del “puro pensare” come forza» 7, il significato dell’opera da compiere è di «assumere una Forza» 8, e d’altra parte questa «fluente forza», accolta come «èmpito dell’atto libero», è niente meno che «l’impulso del Cristo» 9. In virtù dell’accoglimento di tale forza, «il pensiero si scioglie dall’antico incanto mentale e snoda moto pensante da moto pensante»: «mentre sembra vanificarsi, rinasce e risboccia più vivo, sempre nuovo, come il moto dell’infinito» 10.

Apprendiamo così che, secondo la fervida immaginazione dell’autore, anche l’Infinito si muove; come del resto si vede che, per lui, la realtà dello Spirito consiste interamente nell’azione, dal momento che «lo Spirito non sarebbe nulla se la sua realtà non sorgesse dal suo autonomo agire» 11!

Dopo queste considerazioni generali sulla «metafisica» (o piuttosto antimetafisica) dell’autore, ritorniamo ora al suo insegnamento pratico, volto alla realizzazione di quella libertà di cui parla così sovente.

La rottura dell’equilibrio corporeo ordinario, ottenuta con la tecnica del «pensiero libero dai sensi» (con una rimozione della «limitazione della coscienza al sistema cerebrale» che ricorda le “uscite in astrale” di cui i “neospiritualisti” parlano spesso), provoca uno scatenamento delle facoltà dell’uomo, le quali «mostreranno una tendenza alla espressione autonoma e separata del proprio essere» 12. Secondo l’autore, è inevitabile che le tre facoltà (pensare, sentire, volere) «manifestino nel loro iniziale svincolarsi, tendenze insospettate, talora irresistibili come forze di natura dinnanzi alle quali si possa avere il senso di essere impreparati» 13. Ma niente paura: la «capacità di contemplazione» dello «sperimentatore» saprà neutralizzare ogni pericolo, purché, quando sarà in difficoltà, si faccia guidare dalla «Scienza dello Spirito» verso la quale l’autore vuole «orientare il lettore», che stabilirà un equilibrio nuovo, non più fondato sul corpo, ma sull’«essenza spirituale dell’Io». Bisognerà mettersi in condizione di aprirsi a una «forza pensiero», «nel punto magico in cui sono presenti tutte le possibilità di una fantasia superiore il cui tessuto è forza formatrice» 14.

Si vede qui che la spiritualità vera non c entra per nulla. Vi sarà almeno qualche soddisfazione per gli aspiranti maghi? C’è da temere di no, a giudicare dall’attitudine del tutto passiva suggerita a più riprese dall’autore, proprio nei momenti decisivi della «sperimentazione». Ricordiamo questo passo significativo: «… la Forza non scende in quanto ad essa ci si rivolge direttamente (che sarebbe un errore metafisico e una impossibilità nelle condizioni attuali dell’uomo) ma perché si opera indirettamente, rivolti ad altro oggetto, in modo che simultaneamente si crei un’apertura ad essa: proprio in quanto a questa apertura non si guardi,… ma con un atto indiretto la si propizii» 15.

Si tratta dunque non di utilizzare una forza che si possiede, il che potrebbe avere qualche giustificazione relativa, ma di aprirsi ad una forza che non si deve e non si può discernere, dalla quale si sarà dunque “posseduti” senza via d’uscita. Lo stesso concetto si può ritrovare altrove, ad esempio dove lo Scaligero parla dell’«iniziato» che «si apre liberamente» alle idee, in modo che agiscano in lui «come ispirazioni, forze formatrici,… volgendosi per forza propria (sic) al mondo psichico e cercando la via dell’azione» 16.

Quale sarà mai la natura di queste «forze formatrici» che agiscono «per forza propria», lasciando così all’«iniziato» la sola libertà di un «abbandono incondizionato» e di un’offerta al «Gran Gioco» che deve essere realizzato 17? Riconosciamo volentieri allo Scaligero il merito di aver dato delle indicazioni abbastanza precise su questo punto, mostrando che tutto ciò che precede non è soltanto il frutto delle sue elucubrazioni personali, ma si riferisce a qualcosa di assai più concreto.

Egli parla di un ordine di «gerarchie» 18 dalle quali si giunge a dipendere, e di un «contenuto preparato dai Maestri della Conoscenza» a cui «si dà vita nell’anima, così che, chiamate ad alimentano, dall’essere istintivo inavvertitamente si svincolano forze profonde» 19. Si tratta dunque di forze suscitate a bella posta da qualcuno che è in grado di manipolarle. E l’autore, non esita a citare il nome di uno di tali «Maestri», o, per meglio dire, «Colui che noi chiamiamo Maestro dei nuovi tempi», per antonomasia, il quale non è altro che l’austriaco Rudolf Steiner 20. Quest’ultimo, come è noto, è colui che diresse per un certo tempo la sezione tedesca della “Società Teosofica”, per poi staccarsene e costituire in seguito l’“Antroposofia”, un’altra pseudo.religione che ha ancora un numero considerevole di aderenti, con preponderanza femminile, nei paesi di lingua tedesca ed anche in Italia, organizzata con pubblicazioni e centri culturali propri, e persino con una “Università” presso Basilea.

Tutti gli argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza sono dunque utilizzati da Massimo Scaligero in vista di un orientamento verso questa corrente, ed egli proclama così la sua solidarietà entusiastica con gli insegnamenti dello Steiner; a dire il vero, ciò è abbastanza sorprendente, se si considera che, nonostante tutto, il nostro autore appare più esperto e più sottile, nella manipolazione degli elementi tradizionali, che non lo stesso Rudolf Steiner (quarant’anni di progresso non sono trascorsi invano!); in effetti, la fantasmagorica «Scienza dello Spirito», enunciata da quest’ultimo, con una mentalità sistematica e uno stile perentorio tutto tedesco, mescolando con disarmante disinvoltura affermazioni giudiziose con altre straordinariamente peregrine, non può che allontanare anche le persone di semplice buon senso che fossero meglio disposte ad accettarla, sempre che non intervengano davvero le suggestioni dei cosiddetti «Maestri»! Tanto per fare un esempio, seguendo lo Scaligero dovremmo credere che, come rivelò Rudolf Steiner, vi furono nello stesso tempo due Bambini Gesù, nei quali si «reincarnarono»(!) rispettivamente Adamo e Zoroastro, in preparazione di altre trasformazioni assai complesse, mentre gli angeli che apparvero allora non erano che una trasfigurazione speciale manifestata dal Budda per l’occasione 21, e così di seguito.

Di fronte a esempi di questo genere, si potrebbe pensare che lo Steiner fosse piuttosto un suggestionato che un «Maestro», nel senso indicato dallo Scaligero nel brano citato poc’anzi, ma in fondo le due cose non sono affatto incompatibili; egli fu, in realtà, il “supporto” appropriato per la suggestione di tutto un ambiente. Quanto allo stesso Scaligero, bisogna riconoscere che il suo caso lascia piuttosto perplessi. In particolare, trattandosi di un noto orientalista 22, come può egli ignorare il vero significato di certi termini orientali di uso corrente in modo così completo da accettare senza riserve interpretazioni fantastiche come quelle “lanciate” dalla “Società Teosofica” ed anche dallo Steiner, presentandole nel suo linguaggio filosofico raffinato? Come può affermare che il karma è il «fondamento extraterrestre della figura storica», l’«insieme delle componenti metafisiche» 23, mentre un elementare lessico sanscrito basterebbe a rivelare che questo termine, derivato dalla radice “kr” (la medesima del latino “creare”), significa “azione”, o, più particolarmente, “azione rituale”? Come può usare seriamente la bizzarra designazione «Cronoca dell’Akasha», riferendosi alla fonte a cui attinge la «Scienza dello Spirito»? È vero che tale «Scienza» si riduce troppo spesso a una cronaca di fantasie, ma queste ultime non hanno proprio niente a che vedere con 1’Âkâsha della dottrina indù, che designa, come è noto, il “quinto elemento” del mondo corporeo, corrispondente alla “quintessenza” delle scienze tradizionali occidentali.

Ma l’erudizione dell’autore è utilizzata anch’essa, quando se ne presenta l’occasione, al fine di dare una idea delle dottrine orientali, e tradizionali in generale, snaturandole in modo che risultano completamente neutralizzate, in una prospettiva che conduce sempre nella direzione che abbiamo spiegato.

Lo Yoga è assimilato alla magia a pagina 81, ed alle attitudini mistiche a pagina 151. Ora, sta di fatto che queste ultime, dato il loro carattere di passività, sono incompatibili con la magia, la quale, prima di essere il residuo di una degenerazione più o meno completa, era in fondo una scienza tradizionale, sia pure applicata a un campo poco elevato come quello psichico e senza comunque raggiungere il dominio spirituale e sopra-individuale. Ed è appunto a tale dominio che si riferisce essenzialmente lo Yoga autentico, che trascende quindi infinitamente gli orizzonti sia della magia che del misticismo, cosicché le assimilazioni contraddittorie del nostro autore sono doppiamente false.

In un’altra occasione, lo Yoga è di nuovo preso in considerazione, unitamente allo Zen, alla mistica cristiana e al Sufismo. Secondo lo Scaligero, parrebbe che le «esigenze radicali» di tutte queste vie siano «la concentrazione e la meditazione, l’apertura e la sottomissione, la pazienza e l’abnegazione» intese «come fine a se stesse» (!), mentre nella via da lui preconizzata le stesse esigenze sarebbero comprese in vista di «un assunto ulteriore»: la scoperta che «l’uomo è libero: non esistono finalità universali che lo condizionino, non si danno scopi divini che lo astringano: nulla lo obbliga se non ciò a cui egli stesso si lega… Ma occorre, anzi urge, che egli lo sappia» 24.

Ricordando che cosa, secondo l’autore, dovrebbe sostituirsi alle «finalità universali» e agli «scopi divini», questo appello urgente alla libertà diventa singolarmente ironico. E la stessa straordinaria teoria della libertà serve allo Scaligero come criterio di giudizio, allargando l’orizzonte a tutto il ciclo della presente umanità, pur prendendo apparentemente per base le dottrine cosmologiche tradizionali, più o meno brillantemente alterate; in tal modo queste ultime sembrerebbero persino rientrare nel quadro del sistema elaborato da lui e dai suoi ispiratori.

In particolare, egli parla della dottrina dei quattro yuga di cui è composto il ciclo completo del Manvantara, corrispondente a un allontanamento progressivo dai princìpi; egli si riferisce, abbastanza correttamente, a un «tipo umano originario a cui la comunione con il Divino era immediata e per il quale il mondo psichico era unicamente funzione mediatrice dello spirituale puro presso il dominio fisico, che diveniva così partecipe del principio più alto, tuttavia al suo livello ed entro i limiti che gli erano propri»: «l’anima era ricettiva alle ispirazioni d’ordine metafisico e accoglieva, in adesione ad esse… un sistema di certa conoscenza che finiva col tradursi in struttura sociale» 25.

Peraltro, lo «stato di coscienza» corrispondente è qualificato altrove come «magico» e «solare» 26; e, per quel che riguarda la realizzazione spirituale normale nello stato umano originario, si incontra lo stesso errore di interpretazione che abbiamo già indicato a proposito dello Yoga, consistente in un abbassamento di livello e in una duplice assimilazione contraddittoria, alla magia e alla passività mistica. Infatti, a quanto immagina il nostro autore, l’uomo primordiale, pur possedendo una coscienza «magica», si limitava a lasciare «agire il principio più alto.., che è dire la Grazia», senza essere libero 27: si trattava di una condizione superiore di cui l’uomo non era padrone, tant’è vero che, altrimenti, «non sarebbe potuto decadere da essa» 28. Era, sempre secondo l’autore, il «Regno del Padre» senza libertà, e la realizzazione spirituale in tali condizioni non poteva essere altro che la «salvezza», la quale preservava dalle conseguenze dell’ignoranza senza risolverla.

È il caso di soffermarsi su delle elucubrazioni del genere? Constatiamo qui nuovamente che lo Scaligero, con mentalità del tutto “profana”, dimostra di non avere la minima idea della totalità dell’essere di cui lo stato individuale umano non rappresenta che un insieme di modalità. Se l’essere che è identificato effettivamente al principio più elevato (il quale solo è a se stesso la propria ragion d’essere) in quanto manifestazione individuale umana pare «lasciarlo agire», è appunto perché è libero della sola libertà vera, dalla quale non può affatto «decadere», poiché la sua identità è realmente inalterabile di fronte a qualsiasi vicissitudine. Si può parlare di una decadenza dell’umanità a partire dall’“età dell’oro” (il satya yuga della dottrina indù); ma confondere ciò con una perdita della realizzazione spirituale per gli esseri che si manifestarono nell’“età dell’oro” non è che un sofisma puro e semplice. Quanto poi ad una condizione in cui soltanto la “salvezza” sia possibile (e non la “Liberazione”, né un grado qualsiasi della realizzazione iniziatica), si tratta in realtà di uno stato di decadenza caratteristico di epoche recenti, che implica l’esistenza di forme tradizionali in cui rimanga accessibile esclusivamente un exoterismo, più o meno sminuito, come di fatto avviene nell’Occidente attuale, per quel che riguarda il Cristianesimo. Ma che cos’ha in comune questa condizione con lo stato umano originario ed il senso integrale (che è sempre lo stesso) della realizzazione iniziatica autentica a cui Massimo Scaligero si sforza di contrapporre le sue teorie?

D’altra parte, per dar più forza a queste ultime, l’autore vorrebbe farle apparire come giustificate in base alle stesse dottrine tradizionali, ed egli si serve a questo proposito di un’affermazione non corrispondente al vero, ma soprattutto assurda: «Sino a ieri la storia dell’uomo si è svolta per virtù di influenze trascendenti, ricevendo da esse una direzione predeterminata ed acquistando valore a seconda d’una conformità o meno alla loro legge. Ora tale direzione e la sua funzione si sono esaurite, come del resto fu previsto dalla Sapienza tradizionale» 29. Ci si può domandare che cosa sia questa «Sapienza» che stabilisce, a un determinato momento della storia, l’interruzione del funzionamento dei principi metafisici, senza dubbio per lasciare il posto all’«iniziativa assoluta» dell’autore, o, per meglio dire, della «sola fraternità occulta» che «conosceva l’autentico retroscena della storia dell’uomo» 30; e rieccoci alla straordinaria «Cronaca dell’Akasha».

Per di più, sempre secondo il nostro autore, dato che la direzione delle influenze trascendenti non funziona più, tutte le vie tradizionali senza eccezione sono già morte, e ridotte quindi a semplici superstizioni dal cui fascino occorre sbarazzarsi. Quasi fosse preso dal nobile scrupolo di denunciare l’errore, egli mette in guardia contro la «falsa iniziazione e contro le discipline spirituali tradizionali» 31; egli esprime più volte il suo rincrescimento per la «diligenza degna di migliore oggetto» 32 e per l’attaccamento tenace di certi gruppi ad insegnamenti tradizionali che soltanto più «una mediazione di natura psichica» ricollegherebbe al contenuto metafisico, affermando che «non esiste più alcuna organizzazione tradizionale che possa dirsi tale in senso autentico» 33. Ne consegue che le «operazioni mistiche o rituali» sono «chiuse irrimediabilmente nell’ambito della soggettività» 34, ed anzi esse conducono al sub-conscio e alimentano l’animalità 35!

Su questa base, gli avvertimenti dello Scaligero contro il ricollegamento a qualsiasi via tradizionale si ripetono pressanti: occorre evitare i metodi tradizionali, occorre evitare di servirsi di mantra 36; «non si sarà mai abbastanza insistito» contro i metodi tradizionali 37; vi è il pericolo che i più qualificati seguano una «via dei padri» (in questo caso si intende: una via tradizionale in generale), e ciò, dice l’autore, «può spiegare la nostra insistenza» 38. In questi caldi appelli, non è risparmiata nemmeno la Trinità cristiana, interpretata ancora una volta in modo abusivo: la «via del Padre», cioè la via conforme alla Legge, è diventata – dato che l’influenza del Padre stesso non agisce più (!) – «luciferica», e bisogna opporre ad essa la «via del Figlio», che è quella della «libertà antroposofica» 39!

Il nostro autore prende di mira con un accanimento tutto speciale l’opera di René Guénon, benché eviti costantemente di menzionarne il nome. È ben comprensibile che un’esposizione delle dottrine tradizionali così chiara ed appropriata al momento attuale sia particolarmente incomoda per l’autore e per l’azione dei suoi ispiratori, benché d’altronde egli se ne serva continuamente (è facile accorgersene) per utilizzarne gli elementi a suo modo, cioè in senso inverso 40. È senza dubbio a René Guénon che si riferisce la definizione «il più convinto fautore della tradizione» 41, contro il quale lo Scaligero si sforza di mettere insieme degli argomenti demolitori. Ed ancora soprattutto a René Guénon egli certamente allude parlando di un «semplice pensatore» le cui «persuasive esposizioni esoteriche» rappresenterebbero una tentazione dalla quale bisogna guardarsi: «mantenere l’indipendenza» di fronte ad esse sarebbe una «prova» che, una volta superata, permetterebbe di prendere contatto con l’opera di un «Maestro dell’Iniziazione» autentico (Rudolf Steiner, o lo stesso Scaligero?!) 42. Anche qui, dove non sono certo in gioco soltanto delle questioni di individualità (ed il nostro autore ci interessa esclusivamente come sintomo e come punto di riferimento), sarebbe difficile immaginare un rovesciamento più completo.

***

Ecco dunque, in fondo, a che cosa si riduce la complicata serie di elucubrazioni che abbiamo esaminato: un’opera di rovesciamento dell’ordine normale delle cose. Una concezione della libertà che pretende fare dell’iniziativa individuale qualcosa di assoluto, e assoggetta invece a suggestioni pazzesche; una prospettiva della tradizione e degli stessi principi trascendenti che pare inglobarli, ma che in realtà li altera in modo da subordinarli a quelle suggestioni; una presentazione dell’esoterismo autentico che vorrebbe farne addirittura l’avversario della spiritualità; una pretesa iniziatica appoggiata a qualche elemento tratto dalla tradizione, o per meglio dire alla sua imitazione, che non potrà mai essere altro che una parodia dell’iniziazione autentica.

Crediamo di aver dato così delle indicazioni su certe idee direttrici che servono di veicolo alle correnti che tendono a edificare nel proprio seno qualche cosa che possa venir contrapposto alla tradizione, e persino sostituirla. Il momento è favorevole, ci avverte l’autore, la tradizione ha perduto la sua forza, «l’ultima eco di una “direzione” antica si è spenta ora» 43. Ma, in realtà, l’idea che la forza della tradizione possa spegnersi è semplicemente assurda, poiché la sua sorgente è inesauribile, essendo identica alla Verità stessa, e l’opposizione contro di essa non è che illusoria. Anche le lotte insidiose od aperte dell’antitradizione, anche le parodie pseudo-iniziatiche e contro-iniziatiche, non possono che rientrare tutte nei disegni ordinati dalle influenze spirituali, e ciò per il fatto stesso che fanno parte del compimento della Possibilità universale, nel cui equilibrio totale si risolvono infine tutti gli squilibri parziali. Se dunque siamo condotti a ricordare e ad esporre queste cose, non è certo per un vano desiderio di preponderanza polemica o di altro genere. È un lavoro da compiere, e che da parte nostra non possiamo che svolgere secondo le nostre possibilità, i cui effetti dovrebbero prodursi in un senso opposto a quello degli errori dei quali abbiamo parlato; tuttavia, anche se tali effetti non si manifestassero esteriormente, anche se le risposte all’errore diventassero praticamente impossibili, la lotta contro la Verità, in qualunque modo misconosciuta, sarà sempre infinitamente impari. Le falsificazioni più complete finiranno sempre con il distruggersi da sole, a causa della loro stessa natura effimera, lasciando per ciò stesso il posto alla Verità, che del resto non può essere momentaneamente oscurata che nell’ordine delle apparenze e che, sempre identica a se stessa, permane, nella sua totalità, illimitata.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 2

1 Ed. Sansoni, 1959.
2 Pag. 15.
3 Pag. 148.
4 Pag. 143.
5 È appena il caso di notare che il termine “metafisico” può essere riferito in modo legittimo e normale soltanto a ciò che è veramente al di là della “physis”, cioè al dominio dei principi immutabili.
6 Pag. 36.
7 Pag. 73.
8 Pag. 108.
9 Pag. 246.
10 Pag. 263.
11 Pag. 108. È facile vedere qui, come pure nelle affermazioni citate in precedenza, l’influenza di sistemi filosofici recenti, da quelli del romanticismo tedesco all’“intuizionismo” bergosiano ed all’“idealismo attuale” di Giovanni Gentile. L’autore si riferisce anzi esplicitamente a quest’ultima filosofia, sulla base della quale costituisce il suo sofisma del «pensiero libero dai sensi», corrispondente al «pensiero pesante» che la filosofia «attualista»contrappone al «pensiero pensato». È curioso notare l’insistenza con la quale l’autore ritorna su questo punto; eppure è evidente che una concezione del genere, utilizzata per giungere poi a presentare e a giustificare l’“antroposofia”, non si riferisce che a qualcosa di puramente individuale e “profano”; d’altra parte, anche da questo esempio si vede che, più o meno inconsapevolmente, gli stessi sistemi filosofici moderni obbediscono in fondo alle medesime “direttive” il cui scopo è l’edificazione del mondo antitradizionale. Pure l’utilizzazione ingannevole dell’idea di libertà, abusivamente alterata, è un elemento che, in forme diverse, si ritrova in innumerevoli correnti che obbediscono più o meno direttamente allo Stesso impulso. E occorre davvero un rovesciamento completo per vedere in ciò l’«impulso del Cristo»!
12 Pag. 86. Questo ci fa ricordare la “scoperta” dello psicanalista C.G. Jung che, come abbiamo già accennato in un’altra occasione, ha creduto di trovare i segreti di antiche iniziazioni sulla base di un caso di schizofrenia da lui studiato.
13 Pag. 86.
14 Pag. 116.
15 Pag. 141.
16 Pag. 252.
17 Pag. 270.
18 Pag. 204.
19 Pag. 192.
20 Pag. 193.
21 Cfr. Rudolf Steiner, L’Evangelo di Luca.
22 Egli è il direttore responsabile di East and West, la rivista ufficiale dell’Istituto Italiano per il Medio e l’Estremo Oriente (di essa abbiamo già avuto occasione di parlare nel primo numero di questa rivista). Evidentemente tale circostanza non è valsa a consigliare allo Scaligero una maggiore prudenza, e saremmo curiosi di sapere fino a che punto i suoi colleghi considerano ammissibili le sue inquietanti prese di posizione.
23 Pag. 171.
24 Pag. 142. In un altro passo l’autore non esita a proclamare che «mistiche», «metodi yoghici», «echeggiamenti di dottrine taoistiche o di insegnamenti dello Zen» possono rappresentare un «materiale utile» soltanto per chi già conosca la tecnica del disincantamento da lui suggerita (pag. 173).
25 Pag. 12.
26 Pag. 40. Quanto al termine “solare”, si tratta di un simbolismo che pare essere particolarmente caro a diverse correnti pseudo-iniziatiche, che lo usano spesso e certo non sempre in modo appropriato. In questo caso, con riferimento all’inizio del ciclo terrestre, un simbolismo “polare” sarebbe più adatto, e del resto corrisponderebbe anche alla situazione geografica della “tradizione iperborea”.
27 Pag. 118.
28 Pag. 57.
29 Pag. 95. Al contrario, ciò che è chiaramente previsto dalle dottrine tradizionali è che, prima della fine del ciclo della presente umanità, proprio le influenze spirituali e trascendenti da cui la tradizione trae il suo carattere imperituro permettano lo scatenarsi delle potenze dell’illusione, che esauriranno così le loro possibilità con la realizzazione stessa del loro dominio effimero e puramente apparente. A ciò si riferiscono in particolare le predizioni riguardanti l’“Anticristo”, noto anche in Oriente come l’“impostore” (dajjâl), il quale certamente ha già innumerevoli precursori. E le dottrine tradizionali concordano pure nell’affermazione che, al di là della “grande parodia” dell’Anticristo, l’ordine tradizionale si rimanifesterà su tutti i piani.
30 Pag. 55.
31 Pag. 214.
32 Pag. 75.
33 Pag. 206.
34 Pag. 185. Una volta di più, l’aggiunta della parola «mistico» serve ad ottenere la massima confusione possibile.
35 Pagg. 225-226.
36 Pag. 72.
37 Pag. 161.
38 Pagg. 194-195.
39 Pagg. 128-130.
40 Del resto, non si tratta di una novità per lo Scaligero: ricordiamo in particolare che nella rivista Costume (Aprile 1959, pag. 35) egli ebbe l’audacia di riportare quasi per intero come sue delle frasi del capitolo XXVII del Règne de la Quantité di Guénon, utilizzandole ugualmente in un senso ben diverso dalle intenzioni dell’autore.
41 Pag. 205.
42 Pagg. 207-208.
43 Pag. 195. È difficile pensare che, scrivendo questa frase piuttosto sibillina, lo Scaligero non abbia pensato alla scomparsa di René Guénon.

CONTRO L’ANTROPOSOFIAultima modifica: 2018-06-01T16:33:11+02:00da mikeplato
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