LA SITUAZIONE SPIRITUALE DELL’OCCIDENTE

di Giovanni Ponte

Platone e gli Antichi

«Gli Uomini Veri dell’antichità… erano elevati fino alle regioni sublimi del Principio. Gli Uomini Veri antichi non erano turbati da nessun sogno durante il sonno, da nessuna tristezza durante la veglia. Essi ignoravano la raffinatezza. La loro respirazione calma e profonda compenetrava il loro organismo fino ai talloni…
Gli Uomini Veri antichi ignoravano la passione per la vita e l’orrore per la morte. Il loro ingresso nella vita non suscitava in essi attaccamento, la loro uscita dalla vita non provocava in essi spavento. Calmi venivano, calmi partivano, dolcemente, senza scosse, come planando… Amavano questa vita mentre la vivevano, e la dimenticavano alla partenza…

I loro sentimenti umani non ostacolavano la presenza del Principio in essi: in essi l’umano (la natura individuale) non era di impedimento al Celeste (la-realtà sopra-individuale)… Di conseguenza, il loro cuore era fermo, la loro attitudine era raccolta, il loro aspetto era semplice, la loro condotta era temperata, i loro sentimenti erano regolati. Essi facevano in ogni occasione ciò che bisognava fare… Chi ha creduto che si muovessero attivamente (per loro iniziativa individuale) si è sbagliato… Essi erano stabiliti nella conoscenza di tutto come essenzialmente Uno, alla maniera del Cielo, e d’altra parte distinguevano poi esteriormente i casi particolari, alla maniera degli uomini. Così, in essi, nessun conflitto tra il Celeste e l’umano: ecco che cosa significa Uomo Vero» 1.

Questa descrizione estremo-orientale degli Uomini Veri “antichi” può servire a comprendere meglio il significato più profondo che si può attribuire agli “Antichi” di cui si parla talvolta nei dialoghi di Platone. Nel Fedro, ad esempio, troviamo questa enunciazione di sapore quasi taoista 2: «Gli “Antichi” sanno la Verità (alethés); se noi la trovassimo, forse che avremmo ancora da preoccuparci delle opinioni degli nomini?» 3.

Gli “Antichi” sono dunque qui, proprio come gli Uomini Veri “antichi” di Ciuang-Tse, coloro che sono stabiliti nella conoscenza della Verità: essi sono partecipi di quella conoscenza principiale ed universale la cui perdita ha posto gli uomini sotto il dominio delle opinioni e delle altre contingenze, ma che può e deve essere ritrovata per ristabilire l’adesione originaria alla Verità, che è, in termini taoisti. adesione dell’umano al Celeste. La designazione di “Antico” si riferisce quindi essenzialmente ad una “anteriorità” anzitutto nel senso “verticale” di una maggiore prossimità al Principio, e solo secondariamente in un senso “orizzontale”, cioè temporale e storico.

Questi due aspetti sono del resto strettamente connessi, o per meglio dire il secondo dipende dal primo ed in certo modo ne è un’espressione, in quanto il Principio universale, come è all’origine di ogni manifestazione, è anche all’origine dello sviluppo ciclico dell’umanità 4.

Il significato simbolico da attribuire agli “Antichi” di Platone (próteroi, palaiói) è anche illuminato e confermato dal fatto che egli li identifica agli archâioi, termine che, se ne è in certo modo sinonimo, è però ancora più espressivo, derivando da Arché (Principio): oi archâioi si potrebbe quindi tradurre letteralmente “i Principiali” 5, od anche, con riferimento al solo mondo umano, “gli Uomini primordiali”, i quali non sono altro che gli “Uomini Veri” del taoismo.

D’altra parie, nel Fedro, gli “Antichi” sono detti «Coloro che hanno stabilito i nomi» («oi tà onómata tithémenoi») 6, proprio come, analogamente, nella tradizione semitica Adamo, Uomo primordiale, enunciò i nomi di tutti gli esseri viventi 7. Il possesso dei nomi significa qui anzitutto il possesso delle essenze primordiali dei molteplici esseri periferici del mondo terrestre le cui possibilità si trovano infatti integralmente sintetizzate nella condizione “centrale” dell’Uomo primordiale. Nel “nome” è racchiusa l’“idea” trascendente che si manifesta in ciascun essere, ed è racchiuso anche il “suono primordiale” che, pur appartenendo già al dominio individuale, è espressione diretta del trascendente ed “ordina” la manifestazione esteriore attraverso le sue “vibrazioni”. Ci limitiamo ad un rapido accenno su quest’ultimo punto, il quale si presterebbe a notevoli applicazioni che ci allontanerebbero troppo dal nostro argomento; si può ad ogni modo comprendere perché il riferimento ai “nomi”, applicabile a livelli diversi con una funzione intermediaria tra i princìpi ed il mondo terrestre, si ritrovi concordemente a proposito dell’“Uomo primordiale”, il quale, nella perfetta armonia del “Celeste” e dell’“umano”, è Mediatore per eccellenza. Egli è Mediatore nell’enunciare i “nomi” degli esseri viventi, ed è Mediatore anzitutto come strumento del Verbo divino al quale essenzialmente si identifica, come enunciatore della “Parola” primordiale.

Queste considerazioni possono aiutare a scorgere il senso più profondo che è implicito in questa frase di Socrate, nel Filebo: «Gli “Antichi”, migliori di noi, stando più prossimi agli dèi (cioè ai princìpi), ci hanno trasmesso la Parola enunciata (tàuten phémen)» 8.

Viene stabilito qui in modo assai chiaro il nesso esistente tra gli “Antichi”, la “Tradizione”, che è trasmissione attraverso di essi, e la “Parola”, che è oggetto di questa trasmissione e racchiude il segreto della partecipazione alla loro conoscenza, e cioè alla conoscenza del Principio stesso. Ed è importante tener presente questa funzione di “trasmissione” attribuita agli “Antichi”, la quale è un aspetto della loro funzione mediatrice: da essa dipende l’equilibrio relativo del mondo umano allontanatosi dallo stato primordiale e centrale, ed in tale trasmissione risiede la possibilità di ritrovare la conoscenza principiale.

Con riferimento a tale funzione di “trasmissione”, agli “Antichi” si identificano dunque essenzialmente ed eminentemente gli esseri che stanno all’origine di tutte le legislazioni e forme tradizionali autentiche, i quali rappresentano propriamente la manifestazione della “discesa” del Verbo divino 9 e gli strumenti della sua Rivelazione. Ed inoltre agli “Antichi” si possono identificare simbolicamente coloro che, ricollegati a una di quelle “discese” del Verbo divino e avendo realizzato una piena partecipazione ad esso, sono qualificati per trasmettere, lungo l’intero ciclo dell’umanità, l’influenza spirituale e l’insegnamento dell’ordine più profondo.

Sotto quest’ultimo aspetto, è interessante notare che il termine greco palaiós, che abbiamo tradotto precedentemente con “Antico”, significa anche “Vecchio”; ed in certe tradizioni il Maestro iniziatico è appunto designato con il nome di “Vecchio” 10. Anzi, appare giustificato pensare che precisamente questo sia il significato simbolico a cui allude lo stesso Platone parlando, nel Timeo, di un Sacerdote egizio che era “molto vecchio” (mála palaión), al quale sono attribuite queste sorprendenti parole: «O Solone, Solone, voi Greci siete sempre bambini; tra i Greci non vi è nessun Vecchio» 11. In questa frase, il cui significato dovrebbe apparire ben chiaro dopo quanto abbiamo ricordato circa il senso simbolico della “vecchiezza”, si può dire che Platone definisce la situazione spirituale della civiltà greca: ed anzi, quasi per dare a tale definizione una portata più decisiva e inappellabile, la attribuisce ad un personaggio designato nettamente come detentore di un’elevatissima autorità spirituale («Hieréon mála palaión»).

Nell’ambito della civiltà greca, dunque, secondo questa testimonianza di Platone, non vi era nessun “Vecchio”, nessun detentore della conoscenza tradizionale integrale, nessuno che, attingendo la conoscenza direttamente ai princìpi, conservasse il segreto per ordinare il mondo umano in conformità ad essi e potesse trasmettere ad altri la pienezza dell’influenza spirituale e dell’insegnamento iniziatico.

Del resto, ciò viene precisato nel seguito del testo del Timeo dallo stesso Sacerdote egizio, le cui spiegazioni si prestano anch’esse a un’interpretazione simbolica che va al di là del senso letterale. Egli dice che manca ai Greci qualsiasi “antica nozione” (palaiàn dóxan), proveniente da una “tradizione antica”, ed usa qui il termine “archâian” (da Arché, Principio), per cui si potrebbe anche intendere, in senso superiore, “tradizione risalente al Principio”. Ed un significato simbolico è pure abbastanza evidente nelle “inondazioni” alle quali allude subito dopo il medesimo Sacerdote egizio, che provocherebbero periodicamente in Grecia la perdita della scrittura 12 (si ricordi il senso del possesso dei “nomi” a cui abbiamo già accennato) posta in stretta connessione con l’assenza dei “Vecchi” in Grecia, a partire da una certa epoca 13.

Non dovrebbe essere difficile comprendere che in questa situazione anormale della civiltà greca risiede la spiegazione di come quest’ultima abbia potuto svilupparsi, forse come nessuna prima di essa, in una direzione individualistica ed arbitraria, spesso utilizzando a tal fine elementi tradizionali non più compresi 14 o nettamente deviati 15, fino ad alimentare un senso del tutto abusivo della “libertà” umana, in una cecità rispetto ai princìpi che, comunque ineludibili nelle loro conseguenze, apparvero in certo modo allora sotto l’aspetto oscuro e impenetrabile di una “fatalità” senza scampo 16.

Questa divenne dunque la condizione inevitabile di una civiltà che, non possedendo più un patrimonio tradizionale vivente e completo verso l’alto, proseguiva ormai nell’ignoranza dei princìpi. Tale condizione non era però del tutto irrimediabile, come ci proponiamo di mostrare nel seguito del presente studio.

(continua)

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 4

1 Ciuang-Tse, Cap. 6, b. Abbiamo seguito qui quasi interamente la versione del Wieger. 
2 Naturalmente, non si tratta affatto di derivazioni dalla Cina alla Grecia o viceversa, ma del riferimento, in Cina come in Grecia, a un comune contenuto tradizionale. 
3 Fedro.

4 È appunto per questo che nell’iniziazione ai “Piccoli Misteri», riguardanti la realizzazione dello stato umano integrale, i gradi di tale realizzazione possono essere rappresentati da una risalita nel tempo fino allo “stato primordiale”, che è lo stato dell’“Uomo Vero” taoista; naturalmente, poi, per quel che riguarda gli stadi più elevati della realizzazione, al di là dello stato umano, non si può più parlare di una corrispondenza diretta con la risalita del ciclo dell’umanità attuale, ma si può sempre parlare di un’anteriorità metafisica e causale: ciò rende pure possibile il riferimento simbolico degli “Antichi” a chi possieda gli stati trascendenti della realizzandone spirituale (l’“Uomo trascendente” del taoismo), che del resto implicano eminentemente e a fortori anche la realizzazione dello stato primordiale umano.
5 È curioso constatare a questo proposito l’accostamento che si può stabilire con il testo coranico riguardante i Muqarrabûn (gli “Approssimati” al Principio), che sono detti «numerosi tra gli Antichi e pochi tra le ultime generazioni» (LVI, 13-14); appunto lo stato trascendente dei Muqarrabûn implica anche necessariamente la realizzazione della condizione di “Uomo primordiale” (Al-Insânu-l-Qadîm secondo l’espressione dell’esoterismo islamico) che si può far corrispondere al senso simbolico del greco archâioi.
6 Fedro, 144, b, 6.
7 Genesi, 2, 19-20.
8 Filebo, 16,c; phémen significa anche, in particolare, Voce profetica, Rivelazione, Oracolo.
9 II termine “discesa” si ritrova appunto in varie forme tradizionali con il significato al quale alludiamo, a cui corrisponde anche l’“incarnazione” nella teologia cristiana; così, nella tradizione indù, il nome di “Avatâra” significa letteralmente “discesa” e nella tradizione islamica la parola “tanzîl”, cioè ancora “discesa”, designa in particolare la “discesa” della Rivelazione e della Legge divina. Sotto un altro aspetto che si ricollega pur sempre a quello indicato, ricordiamo la funzione di interpreti della Legge universale e dell’“intelligenza cosmica”, nei diversi momenti dell’umanità, affidata, secondo la tradizione indù, ai diversi Manu; è interessante osservare che questo termine si ritrova con una forma ed un significato abbastanza analogo nel Menes della tradizione egizia e nel Minos della tradizione cretese arcaica, e si ricollega ad una radice man designante in diverse lingue la “mente” (cfr. il sanscrito Manas) e l’uomo, riconducendoci ancora all’idea dell’“Uomo primordiale”.
10 Ad esempio, nella tradizione estremo-orientale, per designare il Maestro iniziatico è in uso un termine cinese che significa “fratello più vecchio”, mentre nell’esoterismo islamico viene usato comunemente il termine Shaykh, cioè letteralmente “Vecchio”; può essere pure interessante osservare che lo Shaykh per eccellenza è detto Arif bi-Llâh, espressione che significa: colui che attinge la conoscenza direttamente dal Principio.
11 «O Sólon Sólon, Héllenes aèi paîdés este, géron dè Héllen ouk éstin»: Timeo. 22, b. Qui il termine géron sostituisce palaiós, usato immediatamente prima, ma il significato è evidentemente del tutto analogo.
12 Timeo, 23, b: «… il diluvio celeste… lascia di voi soltanto gli illetterati e gli ignoranti, talché diventate di nuovo giovani…».
13 Secondo il lesto del Timeo, tale non era ad esempio la condizione della Grecia 9000 anni prima, anteriormente all’ultima catastrofe dell’Atlantide.
14 Si pensi allo sviluppo naturalistico ed estetizzante della mitologia e dell’arte in generale, agli ordinamenti sociali ed alle forme di culto ormai quasi del tutto idolatriche ad essi connesse.
15 Citeremo qui due esempi: l’alterazione del mito di Prometeo, e la leggenda di Atalanta allevata dall’“Orsa” che uccide il “Cinghiale” nell’isola di Caledonia, dove si può vedere l’espressione della pretesa vittoria di un principio puramente individuale contro l’autorità spirituale. La stessa leggenda di Atalanta fa pensare ad una deviazione anteriore alla stessa civiltà greca, deviazione che è stata fatta risalire alla civiltà atlantidéa, alla cui catastrofe non sarebbe naturalmente estranea. 
16 Si può pensare qui alla “Tyche” della “Commedia Nuova”, la “Fortuna” irrazionale e cieca da cui viene fatta dipendere in definitiva la determinazione degli eventi, che è così definita da Filemone: «Non esiste nessuna Tyche dea, no: ciò a cui si dà il nome di Tyche non è che il caso, che accade così come a ciascuno capita».

Gli intermediari dell’ influenza spirituale nel mondo classico

Secondo Platone, fu appunto una situazione analoga 1 quella che si produsse nella civiltà atlantidea, conducendola infine alla catastrofe.

Ecco infatti che cosa leggiamo in un passo del Crizia, che nuovamente ci fa ricordare, per qualche aspetto, certe descrizioni taoiste: «Durante molte generazioni, finché in essi dominò la natura divina (“celeste” in termini taoisti), i Re (dell’Atlantide) si conformarono alle Leggi e rimasero attaccati al Principio divino, al quale erano apparentati (kài pròs tò suggenès thêion philophónos êichon). I loro pensieri erano veri e grandi in tutto, essi usavano bontà ed anche giudizio in presenza degli avvenimenti che sopravvenivano, e gli uni verso gli altri. Così sdegnando ogni cosa fuorché la “Virtù” (cioè la conformità al Principio), non si preoccupavano di ciò che possedevano; portavano come un fardello la massa del loro oro e delle loro ricchezze, non si lasciavano inebriare dalla vastità della loro fortuna, non perdevano la padronanza di se stessi e camminavano diritti per la loro strada. Con chiaroveggenza acuta e lucida, vedevano bene che tutti quei vantaggi si accrescono con l’affetto reciproco unito alla “Virtù”, mentre al contrario lo zelo eccessivo per quei beni e il valore che si attribuisce ad essi conduce a perderli, e a perdere con essi la “Virtù”. A motivo di questa consapevolezza e grazie alla presenza persistente in essi del Principio divino, tutti i beni che abbiamo enumerato continuavano ad accrescersi a loro vantaggio. Ma quando l’elemento divino venne a diminuire in essi, in connessione al ripetuto incrocio con numerosi elementi mortali, quando il carattere umano venne a prendere il sopravvento, allora, incapaci di sopportare la loro prosperità presente, essi caddero nell’indecenza. Agli uomini saggi apparvero brutti, poiché avevano lasciato perdere i migliori tra i beni più preziosi. Al contrario, agli occhi di coloro che non sapevano discernere qual genere di vita contribuisce veramente alla felicità, è allora che parvero pienamente belli e felici (proprio come i Greci dell’età classica agli occhi dei moderni), ed erano tutti gonfi di ingiusta avidità e di potenza. E il Dio degli Dèi, Zeus, che regna per mezzo delle Leggi, e che di certo aveva la capacità di conoscere tutti questi fatti, seppe quali disposizioni miserabili stava prendendo quella razza, originariamente tanto eccellente. Egli volle allora stabilire contro di essi un castigo…» 2.

Abbiamo tenuto a citare per esteso questo passo perché chiarisce quale fosse la concezione platonica riguardo all’ordine ed all’equilibrio normale delle civiltà, confermando nello stesso tempo indirettamente quanto abbiamo affermato in precedenza circa la funzione di coloro che sono «attaccati al Principio divino», e cioè dei detentori della conoscenza tradizionale: tale loro funzione è assolutamente essenziale per l’equilibrio e, in ultima analisi, per l’esistenza stessa del mondo umano.

Eppure essi, secondo la testimonianza contenuta nel Timeo, erano ormai scomparsi dalla civiltà greca. Che cosa possiamo dedurne? Non certo che la spiritualità greca era completamente morta, ma, molto verosimilmente, che essa si conservava mediante l’aiuto spirituale proveniente da fonti ad essa estranee; e ciò appare confermato dal fatto che questo aiuto spirituale, possibile anche in forme assai più discrete, si manifesta a più riprese in diverse epoche della civiltà greca.

Senza bisogno di risalire a certi personaggi entrati nella mitologia che potrebbero aver operato una trasmissione spirituale dai “Barbari” ai Greci 3, numerosi sono coloro a cui poté essere affidata una funzione di “intermediari”, alcuni dei quali assai noti.

Già abbiamo accennato a Solone, uno dei “Sette Savi”, interlocutore del Sacerdote «molto vecchio» del Timeo, con il quale è lecito pensare che non si limitasse ad intrattenersi su notizie storiche riguardanti il lontano passato 4. Ancora maggiore poté essere l’importanza, quale “intermediario”, di Pitagora, egli stesso forse non di origine greca, del quale è detto che ricevette tra l’altro gli insegnamenti di Maestri assiri, caldei, persiani e persino indù (precisamente dei Brâhmana, “Brachmânon”) 5, oltre che dei Sacerdoti egizi 6; ed è assai significativo il fatto che lo stesso Pitagora sia stato considerato in correlazione con la tradizione iperborea, derivazione diretta della grande Tradizione primordiale 7, al che si potrebbe connettere una sua probabile funzione rivivificatrice del culto di Apollo a Delfo, cioè in uno dei massimi centri spirituali della civiltà greca 8. D’altra parte, in diverse scuole “presocratiche” sono presenti degli insegnamenti, particolarmente di carattere cosmologico, di cui appare assai probabile l’origine indù o per lo meno orientale, il che conferma che le relazioni intellettuali della Grecia con altre civiltà (che potremmo definire intellettualmente più normali e complete) dovettero essere assai più importanti di quanto generalmente si suppone.

Ed anche in Platone si può vedere senza dubbio un intermediario tra una fonte di conoscenza tradizionale vivente ed il mondo greco; ciò risulta da riferimenti contenuti nei suoi Dialoghi, come quelli che abbiamo ricordato, ed è confermato dai suoi biografi 9, secondo i quali egli ricevette dai Sacerdoti egizi l’insegnamento della geometria, della teologia e delle scienze sacerdotali. Naturalmente, sarebbe praticamente impossibile stabilire la portata di tali insegnamenti e di quelli che Platone fu a sua volta in grado di trasmettere ai suoi discepoli: secondo certe fonti non si trattava che di una parte delle speculazioni teoriche dei Sacerdoti di Eliopoli 10; e i Dialoghi platonici presentano indubbiamente degli sviluppi enormemente eccessivi sul piano meramente speculativo, sviluppi che, se ne rendono la lettura dispersiva e in generale poco utile (specie in confronto a fonti tradizionali più pure), potrebbero essere anche il segno di una partecipazione abbastanza indiretta ed incompleta alla fonte tradizionale da cui l’opera di Platone trae in fondo la sua validità. Peraltro, non possiamo sapere fino a che punto ciò sia dovuto a un’opportunità di adattamento dialettico per coloro a cui i Dialoghi erano destinati, né possiamo sapere che cosa rimase serbato sempre sul piano esoterico tra Platone e i suoi Maestri e tra Platone e i suoi discepoli. Si potrebbe inoltre discutere sulla completezza o meno, specie nell’ordine metafisico e della realizzazione trascendente, della tradizione conservata a quell’epoca dai Sacerdoti di Eliopoli, tenendo conto che già allora la civiltà egizia si trovava in uno stadio abbastanza tardo 11, con segni gravi di decadenza e di sviluppo disarmonico in domini inferiori delle scienze tradizionali; nello stesso tempo si potrebbe anche supporre che Platone abbia potuto attingere ad altre fonti tradizionali non meno importanti, ad esempio attraverso la corrente spirituale pitagorica.

Ma non è questo ciò che qui ci interessa; è importante invece aver stabilito abbastanza chiaramente la situazione spirituale della civiltà greca che riassumeremo qui ancora una volta. Da una parte, essa era dedita ormai, nell’epoca classica, ad uno sviluppo distaccato dai principi, che abbassava e alterava sistematicamente gli elementi tradizionali di cui era ancora largamente impregnata; d’altra parte, però, una più profonda vita tradizionale continuava a sussistere nell’esoterismo, e per mezzo di intermediari, illustri o nascosti, un aiuto spirituale continuava ad esercitarsi, proveniente da altre fonti tradizionali, particolarmente orientali.

Dopo Platone, questo aiuto spirituale ricorrente si fa certo meno visibile per diversi secoli 12 (ed infatti il pensiero greco si afferma allora con modalità sempre più individualistiche); ma riappare nel modo più imponente, pur mescolato spesso ad elementi spuri e sospetti, al declino dell’epoca classica, ad esempio con il “Neoplatonismo”, sul quale influì tra l’altro l’esoterismo ebraico 13, e soprattutto con il Cristianesimo.

Ed è precisamente su quest’ultimo punto, assai delicato ed estremamente importante per le deduzioni che se ne possono trarre, che intendiamo soffermarci nel seguito del presente studio.

(continua)

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 5

1 Analoga a quella della civiltà classica, nella quale, secondo la testimonianza dello stesso Platone, erano scomparsi i detentori della conoscenza tradizionale integrale (cfr. Timeo, 22-23), il che rendeva possibile uno sviluppo non più coscientemente ordinato secondo i principi, quindi arbitrario e propriamente anormale: vedi la prima parte di questo studio, nel numero 4 di luglio-settembre della presente rivista.

2 Crizia, 120 e, 121 a,b.
3 Si potrebbe pensare qui ad esempio alle origini della corrente tradizionale ed iniziatica orfica passata in Grecia dalla Tracia. Citiamo inoltre a questo proposito la seguente curiosa testimonianza: «Erodoro racconta che Ercole era un indovino dedito alle scienze naturali, e che fu da Atlante, barbaro frigio, che ricevette le “colonne del mondo”. Questa leggenda lascia intendere che egli ricevette quale discepolo la Scienza delle cose celesti» (San Clemente d’Alessandria, Strom. 1, 73, 2).
4 Secondo Diodoro, anche Omero era stato a istruirsi in Egitto.
5 Così afferma Alessandro, autore del “Perì Pythagorikôn Symbólon”, citato da San Clemente d’Alessandria.
6 Crediamo che possa essere interessante riportare per esteso questo passo della Vita di Pitagora di Porfirio, citato da S. Sauneron in Les Prêtres de l’ancienne Egypte, che spiega come Pitagora riuscì ad ottenere gli insegnamenti dei Sacerdoti egizi, indicando nello stesso tempo quale fosse la loro attitudine nei riguardi dei Greci: «Essendo stato ricevuto da Amasi (re d’Egitto dal 568 al 526 a.C.), egli ottenne da lui lettere di raccomandazione per i sacerdoti di Eliopoli, che lo mandarono da quelli di Menfi, considerati più antichi, il che, in realtà, non era altro che un pretesto. Poi da Menfi, adducendo le stesse ragioni, lo mandarono ai sacerdoti di Tebe. Questi, temendo il re e non osando trovare delle scuse per tenere lontano il nuovo venuto dai loro Templi, credettero di potersene sbarazzare obbligandolo a subire un pessimo trattamento ed a eseguire degli ordini duri completamente estranei all’educazione ellenica. Tutto ciò era stato calcolato per spingerlo alla disperazione e farlo finalmente desistere dalla sua impresa. Ma siccome egli eseguiva con zelo tutto ciò che gli era ordinato, i Sacerdoti finirono con l’apprezzarlo grandemente…». Secondo Giamblico, Pitagora «frequentò i santuari d’Egitto con molto ardore… istruendosi in tutte le cose con la massima attenzione… badando a non mancare a nessun rito sacro», e ciò durante ventidue anni di soggiorno in Egitto, giungendo ad apprendere dai Sacerdoti di Tebe e di Menfi «quella Scienza per cui è considerato un Sapiente».
7 Si racconta ad esempio il suo incontro con il saggio Abaris, Sacerdote del «popolo degli Iperborei», il quale lo avrebbe riconosciuto come una “ incarnazione” dell’“Apollo iperboreo”.
8 Pur non avendo l’intenzione di soffermarci qui sull’importanza della corrente spirituale che si ricollega a Pitagora ed alla funzione da lui svolta, accenneremo ancora all’apporto che essa poté rappresentare anche nelle antiche iniziazioni artigianali e poi nella Massoneria, unitamente alla corrente spirituale “salomonica”. Un segno curioso di questa influenza si può riscontrare esplicitamente in un rituale inglese dove, per una strana assimilazione fonetica, si parla di un “Peter Gower”, il quale pare non essere altro che lo stesso Pitagora.
9 Olimpiodoro e l’autore della “Vita” anonima.
10 Ecco quanto riferisce Strabone, parlando del suo viaggio in Egitto (XVII, I, 29, citato da S. Sauneron): «Abbiamo visto gli edifici consacrati un tempo all’alloggio dei Sacerdoti; ma non è tutto: ci venne anche mostrata l’abitazione di Platone e di Eudossio… Arrivati ad Eliopoli, vi si stabilirono e vissero colà ambedue per tredici anni in stretto contatto con i Sacerdoti: ciò è affermato da diversi autori Questi Sacerdoti, tanto profondamente versati nella conoscenza delle cose celesti, erano nello stesso tempo persone misteriose, pochissimo comunicative, e soltanto a forza di tempo e di abilità Eudossjo e Platone riuscirono ad essere ammessi ad apprendere da loro qualcuna delle loro speculazioni teoriche. Ma quegli stranieri ne tennero nascosta la miglior parte». Si noterà l’esteriorità del punto di vista di Strabone che, da buon Greco, parla di abilità dove avrebbero dovuto entrare in gioco soprattutto ben altre qualificazioni ed attitudini.
11 Beninteso, però, pensiamo che non si debba tenere minimamente conto di una certa critica dissolvente basata sulla portata assai limitata di ciò che si è riusciti a ricavare dai documenti ritrovati, che pretenderebbe negare quasi totalmente le conoscenze tradizionali degli Egizi, quasi si fosse trattato di una semplice montatura scioccamente accettata per secoli da molti popoli. Tale “critica” ci pare piuttosto il frutto del dispetto di vedersi sfuggire l’oggetto della propria ricerca e della volontà di non ammettere la propria ignoranza. È vero d’altra parte che coloro che hanno creduto di comprendere meglio la civiltà egizia si possono trovare in condizioni assai peggiori, dato il rischio che si incontra sempre, non solo sul piano speculativo, quando si vanno a scovare sconsideratamente i residui di una civiltà tradizionale morta in cui la magia ebbe un largo posto.
12 Dobbiamo però almeno ricordare l’influenza che dovettero esercitare le dottrine orientali, e particolarmente indù, nella formazione della logica e della metafisica aristotelica, subito dopo la scomparsa di Platone, influenza che sola può spiegare certe analogie troppo strette per essere fortuite. Però in questo caso, più che in quello dl Platone, sembrerebbe probabile che si sia trattato d’un aiuto sul piano puramente speculativo.
13 L’esoterismo ebraico, cioè la Qabbalah, è certo anteriore al Neoplatonismo, e benché molti suoi documenti scritti siano posteriori, è assai più giustificato parlare di un’influenza della Qabbalah sul Neoplatonismo che viceversa.

Cristianesimo e mondo occidentale

Che il Cristianesimo si possa annoverare tra le forme ricorrenti assunte dall’aiuto spirituale dell’Oriente 1 è testimoniato in particolare da San Clemente da Alessandria.

Nel primo libro degli Stromati infatti, dopo aver affermato quanto i Greci dovettero all’aiuto spirituale dei “Barbari” e dopo aver ricordato quegli stessi intermediari di cui abbiamo parlato 2, egli cita il brano del Timeo in cui il Sacerdote egizio “molto Vecchio” nega l’esistenza di “Vecchi” tra i Greci, commentandolo con queste parole: «Il Sacerdote egizio aveva perfettamente ragione… Per “Vecchi” egli intendeva, suppongo, delle persone che conoscessero le “dottrine antiche”, cioè le nostre (toutésti tà emètera)» 3.

Questo passo di San Clemente ci pare assai interessante per due motivi. Anzitutto, conferma in pieno che la situazione spirituale della civiltà classica è proprio quella che siamo venuti esponendo, così decisamente in contrasto – sia detto di sfuggita – con quell’esaltazione della Grecia “culla della civiltà” che viene pertinacemente inculcata agli Occidentali fin dall’infanzia, attraverso lo strumento ineluttabile dell’“istruzione obbligatoria”. In secondo luogo, il passo citato conduce naturalmente ad allargare la nostra prospettiva nello spazio e nel tempo, giungendo ad illuminare, per analogia, situazioni e fatti che ci possono toccare assai più da vicino di quelli del mondo classico.

L’identificazione delle dottrine fondamentali del Cristianesimo con quelle degli “Antichi” (contrariamente ad ogni deteriore esclusivismo) stabilisce la loro universalità ed ortodossia tradizionale originaria, nonché la fonte propriamente “soprannaturale” del Cristianesimo stesso 4.

Rispetto alle altre forme di aiuto spirituale di cui abbiamo parlato, vi è poi un’altra analogia, meno evidente a prima vista, ma che può essere utile mettere in luce. A questo fine osserviamo anzitutto che mai tale aiuto spirituale si era manifestato, nel mondo greco e poi in quello greco-romano, con l’imposizione d’una forma tradizionale integrale in sostituzione di quella preesistente, con una Rivelazione ed una Legge tradizionale che sostituisse le istituzioni proprie della civiltà greco-romana. Che si trattasse di un apporto realizzato attraverso una nuova “élite intellettuale”, quale poté essere il caso del Pitagorismo, o attraverso contatti più nascosti con l’esoterismo conservato nei Misteri, o anche con conseguenze nei culti popolari, la base legale tradizionale rimase essenzialmente sempre la medesima. Non vi fu, insomma, mai “assimilazione” da parte di altre civiltà tradizionali, orientali o no, talché il mondo greco-romano continuò a sviluppare le proprie tendenze, largamente svincolato da una coscienza effettiva dei principi, mentre i persistenti elementi ed istituzioni tradizionali, benché ridotti in gran parte a superstizioni o a forme puramente umane, esercitavano tuttavia ancora una certa efficacia equilibratrice, presumibilmente anche perché la presenza di una élite li manteneva vivi conservando i contatti con l’essenza della spiritualità tradizionale.

Ora, a ben guardare, anche l’aiuto spirituale rappresentato dal Cristianesimo penetrò nel mondo greco-romano, e in generale in Occidente, senza assimilarlo in una forma tradizionale integrale; probabilmente la sua penetrazione fu anzi possibile proprio per questo, mediante la rinuncia ad una pienezza tradizionale per poter raggiungere la società a cui si indirizzava, senza dubbio provvidenzialmente. Venne a costituirei infatti una derivazione tradizionale molto particolare, a partire dal Cristianesimo delle origini, con esclusione del suo aspetto propriamente iniziatico (tanto evidente ancora negli scritti attribuiti a San Dionigi l’Areopagita), ed anche con esclusione della base exoterica e legale originaria di questo, che normalmente avrebbe dovuto essere rappresentata dalla Legge giudaica, e che fu sostituita invece dal diritto romano vigente, sia pure con qualche modifica.

Inoltre, come già altri hanno osservato, sempre nel senso del medesimo adattamento “esteriorizzante” alla società occidentale, forse anche per evitare una vera e propria “profanazione”, non venne mantenuta la Rivelazione originaria nella lingua sacra (almeno pubblicamente), e ciò sia per quel che riguarda la Rivelazione e gli insegnamenti di Cristo, formulati presumibilmente in aramaico, sia per quel che riguarda il precedente fondamento tradizionale ebraico; l’uso della Rivelazione ebraica venne infatti escluso dai riti pubblici (salvo certi termini speciali), e sostituito con traduzioni in greco e in latino certamente del tutto inadeguate alla pienezza del significato originario. Questo è tanto più importante se si pensa che la lingua sacra è in tutte le tradizioni un veicolo fondamentale dell’influenza spirituale, senza dubbio però anche pericoloso quando venga utilizzato da chi non possegga le dovute qualificazioni.

D’altronde, oltre all’inadeguatezza insita nel fatto stesso del venir meno dell’uso della lingua sacra, vi sarebbero naturalmente da considerare anche le limitazioni e le alterazioni di significato, non sempre necessariamente involontarie. Citeremo a questo proposito due esempi particolarmente vistosi: quello del “Pater Noster”, di cui le parole originarie sono naturalmente ignote, ma che già nella versione dalla traduzione greca a quella latina comporta la restrizione del significato dell’espressione «Tòn árton emôn tòn epioúsion», che può intendersi come «il nostro Pane soprannaturale» o «il nostro Pane trascendente», e che è generalmente tradotta con «il nostro pane quotidiano», «panem nostrum quotidianum»; e quello dei Dieci Comandamenti, che nell’enunciazione corrente furono abbreviati e modificati rispetto al testo ebraico, sopprimendo tra l’altro completamente l’ingiunzione relativa al divieto delle immagini 5 e sdoppiando l’ultimo comandamento, corrispondente al nono e al decimo dell’enunciazione corrente.

Quanto poi all’ordinamento gerarchico, è assai significativo il fatto che si giungesse ad identificare il suo vertice al “Pontifex”; ufficio proprio dell’ordinamento romano che anche in tal modo, oltre che con il mantenimento delle sue istituzioni giuridiche e della lingua latina nei riti, risultava così confermato. D’altra parte, la vita rituale propria della derivazione del Cristianesimo di cui parliamo, fondata sulla trasposizione dei riti iniziatici nei “mezzi di grazia” rappresentati dai Sacramenti (di per sé naturalmente privi di valore iniziatico), non forniva neppure essa una base, e non era destinata a fornirla, per un ordinamento sociale nuovo o per la sua “sacralizzazione”.

Non intendiamo insistere su queste considerazioni, che pure meriteranno d’essere ulteriormente approfondite. Quel che ci interessa ora, ritornando al nostro argomento, è di vedere, o intravedere, la portata e la natura assunta dal Cristianesimo nel mondo greco-romano, e in generale in Occidente, quale forma dell’aiuto spirituale della Tradizione universale essenzialmente una e perenne, aiuto già manifestatesi prima in vari modi sotto certi aspetti analoghi.

Ricollegandoci a quanto abbiamo detto, osserveremo dunque ancora che la derivazione del Cristianesimo che ha offerto un potente aiuto spirituale e propriamente una via di salvezza agli Occidentali appare come il frutto di larghi adattamenti all’ambiente, nei quali dovettero essere utilizzate come base di espansione condizioni sociali, attitudini sentimentali, determinazioni razziali preesistenti; si ebbe in tal modo una “esteriorizzazione” di certi elementi del Cristianesimo originario, visibile nella stessa dottrina che poté mantenere soltanto con molta difficoltà certi simboli, abbassandoli e fissandoli con alterne vicende in una dogmatica sotto certi aspetti addirittura mostruosa, ma indispensabile ad evitare inconvenienti ancora maggiori. In ogni caso, anche sul piano puramente speculativo, non si affermò una dottrina metafisica completa, risalente al Principio infinito trascendente ogni limitazione e determinazione, e quindi sopra-personale 6.

Dopo tutto quanto siamo venuti esponendo, si potrà comprendere quale dovesse essere sempre, come già nella civiltà classica pre-cristiana, l’importanza di “intermediari” che mantenessero il contatto vivente con la fonte tradizionale integrale, vivificando così anche gli adattamenti più esteriori. A tale funzione adempì senza dubbio l’esoterismo cristiano, manifestatesi a partire dai primi “Monaci” 7 del deserto, e poi per tutto il Medio Evo, con segni ben visibili di un rapporto spirituale con l’Oriente, fino agli eventi a cui si riferisce simbolicamente il ciclo del Graal, fino ai Templari, a Dante e poi ai Rosacroce 8.

Accenniamo appena a questi esempi ben noti, unicamente a titolo illustrativo. Tali esempi in cui continuava ad essere perseguito ed ottenuto un “aiuto spirituale” al di fuori dell’Occidente non avrebbero certamente senso se la derivazione del Cristianesimo avesse costituito una tradizione integrale e completa verso l’alto; essi si spiegano invece assai bene tenendo conto di quanto abbiamo cercato di chiarire, che permette anche di capire certe anomalie altrimenti inesplicabili 9.

Si può dunque affermare che, come già nella civiltà greca pre-classica e classica, anche nella civiltà occidentale, che ne è stata in certo modo l’erede e che fu anch’essa parzialmente una civiltà tradizionale, l’equilibrio è stato garantito dalla presenza di intermediari con la Tradizione integrale che hanno mantenuto l’aiuto spirituale da parte di essa. Il venir meno di questi intermediari, o per meglio dire la loro scomparsa 10, ha coinciso con la fine della civiltà tradizionale (sia pure parziale) in Occidente, e con il confinamento degli elementi tradizionali rimasti in modalità che non hanno praticamente più nessuna influenza direttiva sul corso della civiltà occidentale, nonostante certe apparenze dovute soprattutto all’assunzione di correnti profane da parte degli istituti tradizionali rimasti.

La situazione spirituale dell’Occidente è dunque in certo modo analoga (come è stato osservato) a quella che si sarebbe avuta nel tardo mondo greco-romano senza l’intervento massiccio dell’aiuto spirituale dell’Oriente, avvenuto allora attraverso il Cristianesimo. Ma si tratta soltanto di un’analogia parziale, in quanto mai il mondo greco-romano fu “laico” e “profano” come l’attuale, mai fu così chiuso alle influenze spirituali autentiche (nonostante l’indubbia grossolanità intellettuale, specie dei Romani), e mai fu così aperto ad influenze catastrofiche come quelle che negli ultimi decenni hanno già cominciato a scatenarsi, e da cui potrà presumibilmente emergere il tentativo del rovesciamento più completo della spiritualità.

Tutto ciò rende assai improbabile nel momento attuale una qualsiasi restaurazione tradizionale esteriore, e certo non può essere questo il punto di partenza da perseguire; ma la perennità della Tradizione vivente e integrale, senza la quale l’umanità stessa non potrebbe più sussistere, implica che sia sempre possibile, e in qualche modo sempre in atto e indispensabile, quell’aiuto spirituale della fonte tradizionale che tante forme e adattamenti poté assumere nel corso dei secoli.

Queste considerazioni, benché ancora generali, possono forse aiutare un poco coloro che aspirano a un ritrovamento della spiritualità tradizionale integrale ad uscire da una prospettiva troppo astratta o immaginaria. Vorremmo dire che possono aiutare a portare da una posizione “tradizionalista” verso una posizione effettivamente “tradizionale”, suggerendo anzitutto – lo speriamo – un’attitudine che miri all’essenziale, senza preconcetti o attaccamenti eccessivi a forme predeterminate e senza preclusioni di fronte a quelle modalità che la fonte tradizionale unica ed universale può rivestire ed offrire a seconda dei tempi, dei casi personali e delle circostanze.

(Fine)

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 7

1 Più in generale, si potrebbe parlare di forme di aiuto spirituale provenienti da fonti estranee al mondo greco-romano dell’epoca classica e delle epoche successive, fonti che non furono tutte necessariamente orientali. Abbiamo infatti già accennato a correnti spirituali provenienti dal nord della Grecia, e si potrebbe aggiungere anche il riferimento ai Celti, con i quali pure Pitagora sarebbe stato in contatto; la designazione stessa dei Celti, di derivazione identica a quella dei Caldei, si riferiva anzi originariamente ad una casta sacerdotale, depositaria d’una conoscenza tradizionale conservata in Occidente e di cui dovette essere partecipe la civiltà atlantidea. Ma di fatto, da un certo momento in poi, non rimasero che le fonti tradizionali orientali a poter fornire l’aiuto spirituale di cui parliamo.

2 Vedi la parte II di questo studio, nel numero di ottobre-dicembre 1962 della presente rivista.

3 Strom. I, 180, 1-2.

4 Si potrebbe anche citare a questo proposito la celebre affermazione di Sant’Agostino secondo cui ciò che venne chiamato Cristianesimo esisteva già prima di Cristo sotto altro nome; si osserverà che non vengono solitamente tratte le conseguenze logiche che sarebbero implicite in quest’ultima affermazione (ben valida se riferita all’essenza originaria della forma tradizionale cristiana), come pure nella nozione connessa di una “Rivelazione primitiva” originariamente comune a tutta l’umanità.

5 Vedi Deuteronomio, V, 8-10: «Non farti scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel ciclo o in basso sulla terra o nelle acque sotto la terra; non prostrarti davanti a quelle cose,…».

6 Come il Brahma nirguna della tradizione indù, o il Tao estremo-orientale, e persino il Numen romano, inteso nel suo senso più profondo e originario. Questa idea del Principio propriamente infinito si ritrova in realtà in qualsiasi tradizione completa.

7 Il termine “Monaco” deriva da “monos”, “solo” o “unico”: si riferisce quindi ad una condizione di vita solitaria, e fu anche inteso esotericamente nel senso di “Discepolo dell’Uno”.

8 Ci riferiamo qui particolarmente alla situazione dell’Europa occidentale, e cioè dell’area della Chiesa romana. Per quel che riguarda la Chiesa greca, furono senza dubbio assai importanti i rapporti degli Esichiasti con l’esoterismo islamico e probabilmente anche con la spiritualità indù; a questo proposito, può essere interessante osservare che nel secolo XIV, nell’opera «Perì tòn tés Indías ethnôn kài tòn Brachmànon», i Brâhmana venivano presentali da Palladio come dediti alla «preghiera ininterrotta» («adiáleiptos proscuché») (cfr. Jean Meyendorff: Grégoire Palamas, Défense des saints hésychastes, Lovanio, Spicilegium Sacrum Lovaniense, 1959, pag. XXXI).

9 Ad esempio, la corrente ghibellina parrebbe del tutto eterodossa nell’affermare l’autonomia dell’Imperatore rispetto al Pontefice, cioè del potere temporale rispetto al rappresentante dell’Autorità spirituale; questa anomalia potrebbe però trovare una giustificazione, almeno dal punto di vista esoterico, nel caso di un ricollegamento iniziatico dell’Imperatore, più che probabile ad esempio al tempo di Dante.

10 In particolare la scomparsa dei Templari alla fine del Medio Evo, e poi la scomparsa dei Rosacroce, che si dice si siano ritirati in Asia nel secolo XVII.

LA SITUAZIONE SPIRITUALE DELL’OCCIDENTEultima modifica: 2018-06-01T16:24:23+02:00da mikeplato
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