DAL DESERTO AL GIARDINO

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di Alessandro Conti Puorger

Istruisce la Torah nei primi due capitoli del libro detto della Genesi che Dio predispose l’universo, onde preparare un luogo che potesse essere abitato. L’idea è ripresa dal profeta Isaia, “…così dice il Signore, che ha creato i cieli, egli, il Dio che ha plasmato e fatto la terra e l’ha resa stabile, non l’ha creata vuota, ma l’ha plasmata perché fosse abitata: Io sono il Signore, non ce n’è altri.” (Isaia 45,18) .L’Essere che genera comunione da prima di tutti i tempi, cioè Dio Trinità, intese dare sviluppo al proprio naturale progetto d’amore, preparando luogo e condizioni idonee, per accogliere il naturale vertice del progetto stesso, la famiglia da cui sarebbe nato l’Uomo perfetto, che altri non era che la Sua stessa incarnazione. Per arrivare allo scopo doveva sposare, ossia ottenere il “sì”, da una coppia di creature umane, “libera” anche di negarlo, che sarebbe stata la Santa Famiglia di Nazaret, fondamenta per costruire “…il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.” (Efesini 412s)

Noi uomini, quindi, ringraziamo: “…con gioia il Padre che ci ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.” (Colossesi 1,12)
Quel libro della Genesi, subito all’inizio, ha premura di chiarire che: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Genesi 1,1), vale a dire l’universo.
Subito dopo, prima del racconto dei sette giorni, il testo tiene però a precisare che “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.” (Genesi 1,2)

Dalla “edizio priceps” C.E.I. 2008, quanto in ebraico è scritto in Genesi 1,2 come “tohù” e “bohù” è, infatti, tradotto con “informe e deserta”.
Lo stesso raro termine “tohù” è usato in Isaia 45,18 quando è scritto “non l’ha creata vuota“, onde v’è stretta connessione tra Isaia 45,18 e Genesi 1,2.

Scrivevo in “È una storia d’amore” che per l’ebraismo rabbinico la creazione di Adamo avvenne nel 3760 a.C., quindi, in un tempo relativamente recente non in linea con quanto ritenuto da fatti scientifici incontrovertibili.
La scienza, infatti, data a vari miliardi di anni fa il big bang della creazione del mondo e a milioni di anni fa la nascita del primate uomo. Prima che si possa conclamare che su tale questione non ci sia concordanza tra scienza e fede è da vagliare anche la seguente possibile argomentazione. Ci si deve domandare, infatti, se il libro della Genesi stia parlando di una particolare creazione, non di quella fisica, ma di quella della fede vera sulla terra, non di superstizioni verso gli dei, ma del credo in un Dio Unico, creatore del cielo e della terra. L’autore sacro, forse, proprio tale fede, la chiamò “Luce”, e intese suggerire che con la Luce spuntò l’illuminazione, suscitata da Dio stesso, in una prima coppia scelta nella razza umana dei primati in cui il Creatore, con atto specifico di volontà, infuse il proprio spirito ed intese elevare così l’umanità a nuova e maggiore dignità per lo scopo finale dell’incarnazione del Cristo. È al riguardo da porre attenzione al fatto, da prendere allora come un voluto avviso, che il libro della Genesi in ebraico inizia con una lettera che ha il valore di numero 2, la lettera B = della parola “ber’eshit” ; eppure è la prima parola della Bibbia, visto che quel testo, chiamato dagli ebrei appunto “Ber’eshit”, è posto all’inizio della Torah con cui si apre la Tenak o Bibbia ebraica e anche quella cristiana.
Considerata l’attenzione scrupolosa alle lettere da parte dell’autore sacro, tale constatazione pare proprio una traccia per far uscire dal racconto meramente fisico della narrazione della creazione del mondo della Genesi (in cui il sole è creato nel giorno 4 e le piante nel giorno 3) ed approdare ad un racconto allegorico che vuole segnalare uno specifico intervento divino nel campo spirituale atto a provocare una seconda creazione tale da dare ordine finale e motivo alla prima, senza voler entrare in questioni scientifiche.
In tale ipotesi i primi due versetti del libro della Genesi sarebbero, allora, da interpretare come se la terra fosse già stata creata “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe (tohù ) e deserta (bohù ) e le tenebre ricoprivano l’abisso e (in ebraico ) lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.”
Quella lettera waw = che è tradotta con la congiunzione “e = “, forse è invece da tradurre, com’è possibile, con la congiunzione avversativa “ma = “, onde in conclusione il versetto Genesi 1,2 si potrebbe anche pensare, che sì, la terra era “informe e deserta…”, “…ma lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”.
Quel primo mondo, risultato di tanti mondi su cui si erano estinti già tanti abitanti, su cui s’erano abbattuti catastrofi e distruzioni, quale il mondo dei dinosauri e dei giganti, degli ominidi, dei neandertaliani, era appunto ancora il mondo del caos etico-spirituale “Olam ha Tohu”.
(Vedi: “La fase B, la seconda creazione“)

Ovviamente non è messo in discussione che Dio abbia creato la materia dal nulla nella creazione n° 1, ma quel… “tohù va bohù”… pare proprio suggerire che la terra fosse ancora preda di confusione e che in questa creazione numero 2 Dio, nel proseguimento del lancio del suo progetto, avrebbe usato materia già creata da Lui stesso in altro tempo.
Lo Spirito di Dio aleggiava sulla faccia delle acque vigilando sui pericoli ed essendo l’ora di un ulteriore passo della creazione come ebbe a fare poi la colomba sul mondo nuovo dopo il diluvio e come fece sopra il capo dell’uomo nuovo, Gesù di Nazaret, al momento del battesimo nel Giordano.
Lo Spirito, il “Ruah Elohim” è, infatti, da pensare che vegliasse sulla creazione attuata per creare l’uomo in cui nacque la fede in un Dio Unico.
(Vedi: “Spirito creato in 7 tappe – Genesi codice egizio-ebraico” in cui ho portato avanti la tesi di una creazione dello spirito dell’uomo nuovo.)

Il termine “bohù” nella Bibbia ebraica o Tenak, scritta con le lettere di quel loro alfabeto, oltre che in Genesi 1,2 è presente altre due volte soltanto, però, del pari, ancora associato con “tohù”:

  • Isaia 34,11 – “Ne prenderanno possesso il gufo e la civetta, l’ibis e il corvo vi faranno dimora. Egli stenderà su di essa la misura del vuoto e la livella del nulla .”
  • Geremia 4,23 – “Guardai la terra, ed ecco vuoto e deserto , i cieli, e non v’era luce.”

In definitiva il “bohù” pare traducibile con “deserto” e con “nulla”, quindi, il termine manifesta un luogo disabitato.
In Genesi “Ber’eshit” edizione Avishay Namdar da Mamash 2010 il termine “bohù” è, peraltro, tradotto con “desolata”, quindi, luogo desolato.
Leggendo con i significati grafici delle lettere s’ottiene “dentro campo aperto si porta ” e “da casa fuori si porta “, quindi, in casa, ossia dentro quel luogo, non c’è nessuno, il proprietario è sortito, perciò, è deserta.
(Vedi: “Parlano le lettere” e le schede delle lettere ebraiche cliccando su ciascuna icona nella colonna a destra della Home di questo mio Sito)

Si può dividere anche in () + e, allora, si può leggere come “casa, luogo di abitazione della scelleratezza, perversità, cupidigia ()“, cioè rifugio di ciò che in ebraico può significare “havvah”.
In modo allegorico il deserto ed il nulla sono così personalizzati con la figura della scelleratezza.
In una casa vuota, infatti, nel senso etico religioso della mancanza di bene, s’insinua il negativo assoluto, vale a dire il male con i suoi 7 spiriti, male di cui parla il Vangelo di Luca 11,24-26: “Quando lo spirito immondo esce dall’uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell’uomo diventa peggiore della prima.”
L’altro termine, “tohù” nella Tenak poi appare 20 volte, di cui, 17 da solo, oltre a quelle 3 volte già viste assieme con “bohù”.

Nel versetto 1Samuele 12,21 “Non allontanatevi dietro nullità che non possono giovare né salvare, perché appunto sono nullità ” tohù è riportato due volte e tradotto quindi come “nullità”.

In Deuteronomio 32,10 “Egli (l’Altissimo) lo (Giacobbe) trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio” è tradotto come “landa”, mentre per “terra deserta” vi è là un altro termine che vedremo in altro paragrafo.

In Giobbe “tohù” si trova 3 volte, con traduzioni diverse che riporto in grassetto:

  • Giobbe 6,18 – “Le carovane deviano dalle loro piste, avanzano nel deserto e vi si perdono.”
  • Giobbe 12,24 – “Toglie la ragione ai capi di un paese e li fa vagare nel vuoto, senza strade.”
  • Giobbe 26,7 – “Egli distende il cielo sopra il vuoto, sospende la terra sopra il nulla.”

Anche nel Salmo 107,4 “tohù” è tradotto con vuoto “Colui che getta il disprezzo sui potenti li fece vagare nel vuoto, senza strade.”

Il profeta Isaia, oltre che con “bohù” in 34,11, usa “tohù” varie volte, precisamente:

  • Isaia 24,10 – “È distrutta la città del nulla, è chiuso l’ingresso di ogni casa.”
  • Isaia 29,21 – “Perché il tiranno non sarà più, sparirà l’arrogante, saranno eliminati quanti tramano iniquità, quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla.”
  • Isaia 40,17 – “Tutte le nazioni sono come un niente davanti a lui, come nulla e vuoto sono da lui ritenute.”
  • – Isaia 40,23 – “egli riduce a nulla i potenti e annienta i signori della terra”, ove annientare è fare tohù.
  • – Isaia 41,29 – “Ecco, tutti costoro sono niente, nulla sono le opere loro, vento e vuoto i loro idoli.”
  • Isaia 44,9 – “I fabbricanti di idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla; ma i loro devoti non vedono né capiscono affatto e perciò saranno coperti di vergogna.”
  • Isaia 45,18 – che ho citato agli inizi.
  • Isaia 45,19 – “Io non ho parlato in segreto, in un angolo tenebroso della terra. Non ho detto alla discendenza di Giacobbe: Cercatemi nel vuoto! Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annuncio cose rette.”
  • Isaia 49,4 – “…Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio.”
  • 59,4 – “Nessuno muove causa con giustizia, nessuno la discute con lealtà. Si confida nel nulla e si dice il falso, si concepisce la malizia e si genera l’iniquità.”

La rosa di significati con cui è stato tradotto “tohù”, quindi, è sempre negativo: vuoto, nulla, nullità, deserto, vanità ed una volta landa… solitaria ed è termine associato spesso agli idoli che sono nullità, ai potenti tiranni a giudici iniqui, destinati al non essere, insomma al nulla, l’opposto e il contrario rispetto a Dio.

È poi da concludere che “tohù” e “bohù” hanno significati alquanto simili e contigui.
Leggendo poi “tohù” con i significati grafici delle lettere s’ottiene “completamente/tutto Aperto per chi si porta “.
Si può “tohù” anche dividere in () + e allora si può leggere che vi è “completa scelleratezza, perversità cupidigia”, “havvah.”
Se considero che è l’iniziale di Torah , che poi intuitivamente è la lettera che Dio segnò sulla testa di Caino, quel “tohù” suggerisce pure che la terra della creazione descritta da Genesi 1-2 era luogo senza Legge.

In “Dai vocaboli ebraici ai messaggi delle lettere” e in “I primi vagiti delle lettere ebraiche nella Bibbia” ho cercato di esporre come tale idea avesse un substrato nella tradizione ebraica.
In tale articolo ho parlato in particolare del segno T = “‘aot” = portato da Dio sulla fronte di Caino, “l’Unico Portò La ” e indica “segno, croce, fine, termine, ultimo, completo, ecc.”, ed ho ivi discusso le lettere e , il segno e la parola “Torah” = , in sintonia con quanto sto sostenendo.
Nel Targum Yonatan, Rashi suggerisce, infatti, che quel segno sulla fronte di Caino fosse una lettera del Nome di Dio e vari Maestri ebrei hanno da sempre insegnato che la Torah è il vero più completo Nome del Signore nella sequenza ininterrotta delle lettere dell’alfabeto ebraico, senza vocali e con le consonanti tutte egualmente spaziate.

Nachmanide Moses, mistico spagnolo ebreo (1194-1270 d.C.), commentatore biblico, ebbe a dire: “Noi possediamo una tradizione autentica secondo cui la Torah è formata dai Nomi di Dio. Le parole che vi leggiamo possono essere infatti anche suddivise in modo completamente diverso, componendo Nomi… L’affermazione per cui la Torah fu scritta in origine con fuoco nero su fuoco bianco, ci conferma nell’opinione che la sua stesura avvenne con tratto continuo e senza suddivisioni in parole, cosa che permise di leggerla sia come una sequenza di Nomi, sia, nel modo tradizionale, come un resoconto storico ed un insieme di comandamenti divini.”
Caino, peraltro, dovette rifugiarsi in una terra a parte, separato e fuggitivo per evitare la vendetta, a oriente del Gan Eden.

Le anzidette conclusioni mi portarono a sintetizzarle in “Il midrash della pesca gloriosa” in cui ho considerato come quella terra “informe e deserta” stesse in breve a voler suggerire che ci fosse stata una pre-invasione da parte di un angelo ribelle come d’altronde è nell’immaginario giudaico.

Presento ora una curiosità che conferma indirettamente quel “midrash”.
Mi sono domandato cosa penserebbe un egiziano dei tempi di Mosè se avesse sentito le parole “tohù” e “bohù”.
Sono andato a cercare nei geroglifici in Faulkner Raymond O.: “Dictionary of Middle Egyptian”(Griffith Institute Ashmmolean Museum – Oxford 86) ed ho trovato:

  • a pag. 83, terzultimo geroglifico, BH’W

      176_3“fuggitivo”

  • a pag. 300, penultimo geroglifico, THW

      176_4“trasgressore”

In definitiva l’ipotetico egiziano antico, all’udire che la terra era “tohù” e “bohù”, avrebbe potuto pensare che sulla terra si fosse insediato un trasgressore fuggitivo.

Prende, quindi, ancora più consistenza il Lucifero “heilel” della tradizione della ribellione angelica che pare proprio essere ricordato da quel versetto già citato di Deuteronomio 32,10 “Egli (l’Altissimo) lo (Giacobbe) trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari.”
Lo stesso Mosè, peraltro, quando giovane in Egitto uccise l’inserviente egiziano, era diventato un “fuggitivo trasgressore” e dovette rifugiarsi nel deserto, luogo di gente di tale risma.

LUOGO ESTREMO
Il capitolo 2 del libro della Genesi informa che della situazione della terra dopo che era stata creata: “Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati. Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo …” (Genesi 2,4-6)

La terra, allora, era vergine e selvaggia, non abitata dall’uomo “‘adam”, non era ancora la “‘adamah” , vale a dire la terra lavorata, la rossiccia; infatti, quelle tre lettere con altre vocali significano anche rosso “‘adom”.

Stante quanto accennato nel primo paragrafo, dovrebbe trovarsi subito traccia di quel trasgressore fuggitivo rifugiatosi sulla terra.
Ora, nel versetto Genesi 2,5 pare trovarsi una ritenuta voluta indicazione, quella ripetizione della parola “campestre”, ripetizione che essendo evitabile può fungere da segnale d’avviso.
In ebraico per “campo non lavorato, steppa” e per l’aggettivo “campestre e selvatico” è usato il termine “sadoeh” , con la lettera = Sin, termine che, appunto, nel versetto Genesi 2,5 è stato impiegato due volte come ho indicato in grassetto.
Le stesse lettere , perché all’origine non c’erano puntature o vocalizzazioni sulle lettere, ma con la lettera = Shin e con la seconda raddoppiata “shaddah”, indicano concubina o anche concubine al plurale.
Forse quelle signore nei convivi stavano discinte con le “mammelle Fuori “, in quanto “shad” è anche “mammelle”, quindi seno, “alla luce Sbattono “.

Le prime due lettere di “sadoeh” , ossia danno luogo a significati negativi:

  • “shod” col significato di “oppressione, violenza, rovina, desolazione”, evidentemente dal radicale di “devastare, rendere un deserto, distruggere, rovinare, predare”;
  • il termine al plurale “shedim” ha il significato di “demoni o idoli”, in definitiva esseri potenti, infatti: “Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio, a dèi che non conoscevano, nuovi, venuti da poco, che i vostri padri non avevano temuto.” (Deuteronomio 32,17) e “Immolarono i loro figli e le loro figlie a falsi dèi.” (Salmo 106,37)

È, infatti, il demonio che “la luce Impedisce agli esseri Viventi .”
Quella ripetizione di due volte campestre in Genesi 2,4-6 intende suggerire: guarda, che non c’erano ancora cespugli ed erba, perché nessuno lavorava la terra, ma c’era “sadoeh” il “demonio nel mondo “, evidentemente là rifugiatosi per precedenti eventi.
È poi da ricordare che la Valle di Siddim (Genesi 14,3) è il Mar Morto, ove ai tempi di Abramo esistevano le città di Sodoma e di Gomorra, punite da Dio assieme ad altre tre città con la distruzione, proprio per la presenza totalizzante del male, sì che fu salvato solo Lot con la sua famiglia.
Ora, il potente al massimo grado è Dio, che quindi è Onnipotente, in ebraico “Shaddai” termine che è usato numerose volte dai patriarchi (Genesi 17,1; 28,3; 35,11; 43,14; 48,3; 49,25; Esodo 6,3) e in special modo nel libro di Giobbe.
In questo caso “Shaddai” è da leggere in positivo, indi e colui che “con la luce Aiuta l’esistenza “.
Cito al riguardo il pensiero della tradizione della Qabbalah.
(Vedi: “Tensione dell’ebraismo ad una Bibbia segreta“)

Prima della creazione, non esisteva il nulla, c’era solo Dio.
Secondo Rabbi Itzhaq Luria, la Sua luce infinita s’è contratta, ritirata, al “centro dell’infinito” e questo ritirarsi e/o contrarsi è la teoria del tzimtzum che in un certo senso è la fase che precede il big-beng.
Per creare qualcosa che non fosse se stesso, l’Infinito si sarebbe auto limitato ed avrebbe creato un ambito (lo spazio n’è solo un aspetto) privo di sé, ove la creazione ha potuto aver luogo, campo che è mantenuto da una forza al contorno, chiamata Shaddai “Onnipotente” o “Dio del campo”, che fa sì che quell’ambito non venga di nuovo invaso.
Questa forza si contrapporrebbe per volontà di Dio a se stesso.

Faccio notare come la lettura dei segni della parola “Shaddai”, = l’Onnipotente, arricchisce o forse ne forma il concetto.

“Alla luce un basta “, il limite c’è, perché l’Uno dice basta;
“del campo () Forza “, forza al contorno;
“nel campo () Sta “, Dio della steppa;
“luce a sbarrare è “, in forma negativa;
“luce che d’aiuto è “, in forma positiva;
“il demonio c’è “, al confine è permesso esista il non Dio, l’a-Teo;
“in seno a Yahweh “, questo spazio vuoto è dentro di Lui;
“in seno/mammelle si sta “, il creato è un bimbo che prende da Lui il latte.

Questi pensieri sono in armonia col libro di Giobbe quando dice: “Poi gli ho fissato un limite e gli ho messo chiavistello e porte e ho detto: Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde?” (Giobbe 38,10s) e non sono lontani dal discorso di S. Paolo ad Atene: “Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo Lui che dà a tutti la vita e il respiro ed ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo…” (Atti 17,24-28a)

In definitiva, per la necessità di autolimitazione all’interno della divinità, onde un mondo finito e l’uomo possano avere esistenza separata e libera dalla divina, nel pensiero qabbalistico occorre che esista “un’altra parte”, “sitra achra” (in aramaico) nome con cui sono definite le forze demoniache.
In definitiva per l’uomo delle origini e per i patriarchi la steppa “sadoeh” era luogo di confine fisico – spirituale ove esisteva un potenziale combattimento.
La steppa, la campagna, attorno agli agglomerati urbani, quindi, è luogo ove è da frenare e impedire l’avanzata delle forze demoniache del nulla, un avamposto, una trincea; perciò, non a caso, la spiritualità dei padri del deserto sentì l’esigenza, come segno fisico, di porsi appunto in tale ambito come del resto aveva già fatto la comunità degli esseni.
In campagna, nella steppa, avvenne il primo omicidio, che poi era un fratricidio; là Caino uccise, infatti, il fratello Abele “Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna (sadoeh ), Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise.” (Genesi 4,8)
La tomba dei patriarchi e delle matriarche, che fu acquistata a Macpela da Abramo di cui è detto in Genesi 23 era in un campo “sadoeh” , parola là ripetuta ben 7 volte, quasi a voler testimoniare al Signore che erano tutti eroi morti sul campo, combattendo contro il male!

Esaù il fratello gemello nemico di Giacobbe, era detto Edom per la minestra rossa di lenticchie con cui vendette la primogenitura, ed Edom è anche il nome del territorio di Amalek.
Questa notazione, che si trova al momento della nascita dei due gemelli, la dice lunga su chi sarebbe stato Esaù, praticamente uno schiavo del demonio, infatti: “I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa (sadoeh ), mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende.” (Genesi 25,27)

Tra la discendenza di Esaù c’è la tribù di Amalek (Genesi 36,12) che attaccò la retroguardia degli Israeliti come racconta Esodo 17,8.
Amalek abitava nella steppa, nel paese di Seir.
Anche questa notazione è atta a descrivere per allusione le qualità di quella gente, infatti, basta guardare con senso critico le parole ebraiche là usate; “Poi Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nel paese di Seir (), la campagna (sedoeh ) di Edom.” (Genesi 32,4)

Ora, Seir vuol dire peloso, ma con altra vocalizzazione sai’r sta ad indicare demonio o meglio satiro, l’orrido, l’orripilante.
Il tutto deriva da radicale di aver ribrezzo, aver paura, inorridire, ed è in linea col fatto che secondo racconti precedenti “Esaù è peloso”. (Genesi 27,11b)

Amalek è il nemico archetipo di Israele e al riguardo, si legge:

  • nel libro dell’Esodo 17,13-16: “Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi a fil di spada. Allora il Signore disse a Mosè: Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo! Allora Mosè costruì un altare, lo chiamò Il Signore è il mio vessillo e disse: Una mano s’è levata sul trono del Signore: vi sarà guerra del Signore contro Amalek di generazione in generazione!”
  • nel libro del Deuteronomio 25,18: “Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalèk lungo il cammino, quando uscivate dall’Egitto: come ti assalì lungo il cammino e aggredì nella tua carovana tutti i più deboli della retroguardia, mentre tu eri stanco e sfinito. Non ebbe alcun timore di Dio. Quando dunque il Signore, tuo Dio, ti avrà assicurato tranquillità, liberandoti da tutti i tuoi nemici all’intorno nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti in eredità, cancellerai la memoria di Amalek sotto il cielo. Non dimenticare!”

In definitiva gli scritti della Bibbia c’informano che era nell’imaginario collettivo, come in quello degli altri popoli, la credenza negli spiriti demoniaci.
Ciò forse è retaggio della mitologia egizia sul dio Seth, il dio del caos, il signore del deserto, adorato dai carovanieri, la maggiore divinità degli Hyksos.
Il deserto fu considerato il luogo da cui tutti i mali provenivano, lebbra e peste incluse, infatti, oltre al famoso capro espiatorio veniva inviato nel deserto anche uno dei due uccelli che doveva portare chi quando, sospetto di lebbra, si presentava ai sacerdoti (Levitico 14).
Il deserto, pertanto, poteva essere la casa di esseri demoniaci che ebbero buon gioco a fomentare la superstizione popolare e viceversa, quali:

  • i satiri Se’irim, “esseri pelosi”, demoni dalla forma satiresca, danzanti nel deserto (Isaia 13,21) e ricordati in Isaia 34,14, a cui il Levitico con questa prescrizione proibisce sacrificare: “Perciò gli Israeliti, invece di immolare, come fanno, le loro vittime nei campi (sadoeh ), le presenteranno in onore del Signore portandole al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno, e le immoleranno in onore del Signore come sacrifici di comunione. Il sacerdote ne spanderà il sangue sull’altare del Signore, all’ingresso della tenda del convegno, e farà bruciare il grasso come profumo gradito in onore del Signore. Essi non offriranno più i loro sacrifici ai satiri, ai quali sogliono prostituirsi” (Isaia 17,5-7).
  • A’zazel da molti visto come un demone del deserto, il capo dei Satiri a cui veniva inviato il capro espiatorio (Levitico, 16,8).
  • Lilith, lo spettro notturno femminile che insidiava la vita dei piccoli e ricordata assieme ai Satiri in Isaia 34,14, immaginata rivelarsi come civetta.
  • gli Shedim, a cui pure offrivano sacrifici (Deuteronomio 32,17; Salmo 105,37).

Al riguardo, riporto un brano del rotolo 4Q510, frammento 1 degli Esseni di Qumran, riguardante gli spiriti del deserto: “Ed io, il Maestro, proclamo il Suo glorioso splendore così da atterrire e terrorizzare tutti gli spiriti degli angeli distruttori, gli spiriti dei bastardi, demoni, Lilith, urlatori, e abitatori del deserto e coloro che cadono sugli uomini senza avvertimento per sviarli da uno spirito di comprensione e per rendere i loro cuori desolati durante l’attuale dominio di malvagità ed il predeterminato tempo di umiliazione per i figli della luce, attraverso la colpa, nelle ere, di coloro che sono afflitti dall’iniquità non per la distruzione eterna, ma per un’era di umiliazione per la trasgressione.”

LUOGHI DEL NEMICO
Nell’ebraico della Bibbia v’è poi un termine specifico “a’rabah” per esprimere il concetto di solitudine e per dire di una zona per lo più pianeggiante, deserta, arida, una campagna incolta, una pianura sterile, un deserto percorso solo da rare e sporadica acqua a carattere torrentizia.
Tale termine spiega le caratteristiche prevalenti della regione detta Arabia che gli Egizi chiamavano Ar Rabi.
Con i significati grafici intrinseci delle lettere la parola dice di sé: “vedo una grande Apertura “, ossia davanti vedo una grande estesa aperta.
Nella Bibbia ebraica è questa “a’rabah” una parola usata molte volte in particolare per le piane di Moab (9 volte in Numeri solo per Moab) e di Gerico, steppe ai lati degli ultimi tratti del fiume Giordano prima di confluire nel Mar Morto.
Quella parola deriva dal radicale semitico che sottende vari significati:

  • mercanteggiare, barattare, pignorare, impegnare, dare sicurezza, dare garanzia, scommettere, da cui mercante onde “a’rebbah” è malleveria pegno e “a’rebon” caparra, pegno;
  • mescolarsi, entrare in familiarità, da cui trama e mischianza di gente “e’roeb”;
  • essere dolce, essere piacevole, essere grato, da cui dolce e grato “a’reb” e forse da questo viene il termine “a’rabah” come zona senza acclività quindi “dolce”;
  • farsi bruno, oscurarsi, farsi sera, occidente, sera e salice “oe’roeb” e corvo “o’reb” e mosca canina, insetti, gli sciame d’insetti della IV piaga d’Egitto “a’rob”.

L’attenzione con tale parola per quanto riguarda gli eventi biblici, si concentra, quindi, sul popolo dei Moabiti che abitavano all’est del Mar Morto nella regione centro meridionale dell’attuale Regno Hascemita di Giordania.
Quel territorio si presenta come un altopiano di altezza tra i 700 ed i 1000 metri sul livello del mare in cui il monte Nebo, punto di osservazione fenomenale di tutto il territorio di Canaan, spicca davanti alla piana di Gerico che gli si estende sotto.
Quel territorio confina a destra con terreno desertico e degrada ad occidente fino alle steppe attorno al Mar Morto a 400 metri sotto il livello del mare.
Questa area è tagliata in due regioni, settentrionale e meridionale, dal profondo canyon del Wadi Mujib, l’Arnon della Bibbia, confine fra Moab e gli Amorei, torrente che sfocia nella zona mediana della sponda orientale del Mar Morto.
Ar era la città principale di Moab, vicino al fiume Arnon come si legge nel libro dei Numeri: “Per questo si dice nel libro delle Guerre del Signore: Vaèb in Sufa e i torrenti, l’Arnon e il pendio dei torrenti, che declina verso la sede di Ar e si appoggia alla frontiera di Moab.” (Numeri 21,14s)

Secondo il libro della Genesi 19,31-38 i Moabiti erano discendenti di Moab, figlio di Lot, avuto dalla figlia maggiore, in rapporti incestuosi e involontari di Lot, fatto ubriacare a turno dalle due figlie; dalla minore discesero gli Ammoniti.
Era stanziati in un territorio che il Signore aveva loro concesso per i meriti di Lot; infatti, si legge nel libro del Deuteronomio al 2,9: “Il Signore mi disse: Non attaccare Moab e non muovergli guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nel suo paese, poiché ho dato Ar ai figli di Lot, come loro proprietà.”
Più avanti, al versetto 18 e seguente poi precisa “Oggi tu stai per attraversare i confini di Moab, ad Ar, e ti avvicinerai agli Ammoniti. Non li attaccare e non muover loro guerra, perché io non ti darò nessun possesso nella terra degli Ammoniti; infatti l’ho data in proprietà ai figli di Lot.”

Che Dio non permise agli Israeliti di entrare in quei territori quando uscirono dal paese d’Egitto lo sostiene anche 2Cronache 20,10-23 ove accomuna ai nemici storici di Israele gli Ammoniti, i Moabiti e quelli delle montagne di Seir, vale a dire quelli di Edom, nemici che furono però vinti per intervento divino ai tempi di Giosafat (870- 846 a.C) re di Giuda.
(Vedi: “Giosafat re, profezia di resurrezione“)

In effetti, Moab s’era comportato da nemico d’Israele, infatti, Balak il re di Moab, ebbe paura di Israele e assoldò il profeta di Madian, Balaam, per maledirlo, ma Balaam invece lo benedisse (Numeri 22-24).
Israele a causa di rapporti con le moabite fu portato all’idolatria (Numeri 25,1-5).
Moab sconfisse Israele al tempo dei Giudici, ma Eud lo liberò (Giudici 3,12-30).
Sotto il re Davide i Moabiti divennero sudditi e tributari d’Israele (2Samuele 8,2-12 e 23,20), ma poi si ribellarono e invasero il regno di Giuda (2Cronache 20,1-30).

In definitiva i Moabiti erano nemici storici, idolatri, quindi per Israele apportatori del male, onde tante sono le profezie contro Moab da parte dei profeti d’Israele che hanno contribuito a far memoria ed a consolidare nell’immaginario collettivo l’inimicizia tra i due popoli:

  • Isaia (11,14; 15,1-16,14; 25,10),
  • Geremia (9,25s; 25,21; 27,2-6; 48,1-47),
  • Ezechiele (25,8-11),
  • Amos (2,1-3),
  • Sofonia (2,8-11).

Particolarmente forte è la profezia di Geremia su Moab al capitolo 48 che inizia in questo modo: “Su Moab. Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Guai a Nebo, poiché è devastata! Piena di vergogna e catturata è Kiriatàim, sente vergogna, è abbattuta la roccaforte. Non esiste più la fama di Moab, a Chesbon tramano il male contro di essa: Venite ed eliminiamola dalle nazioni. Anche tu, Madmen, sarai demolita, la spada ti inseguirà. Una voce, un grido da Coronàim: Devastazione e rovina grande! Abbattuta è Moab, le grida si fanno sentire fino a Soar. Piangendo, salgono la salita di Luchìt, giù per la discesa di Coronàim si odono grida strazianti: Fuggite, salvate la vostra vita! Siate come l’asino selvatico nel deserto. Poiché hai posto la fiducia nelle tue fortezze e nei tuoi tesori, anche tu sarai preso e Camos andrà in esilio, insieme con i suoi sacerdoti e con i suoi capi. Il devastatore verrà contro ogni città, nessuna città potrà scampare. Sarà devastata la valle e la pianura desolata, come dice il Signore. Erigete un cippo funebre a Moab, perché è tutta in rovina. Le sue città diventeranno un deserto, nessuno le abiterà.” (Geremia 48,1-9)

Quell’asino selvatico, in ebraico è “a’roe’r” = “a’rea’r” = = , ma è tradotto con “tamarisco” in Geremia 17,6 e con “nudo, misero, derelitto” nel Salmo 102,18, ha lettere chiaramente apportatrice di due concetti:

  • di nemico “a’r” , parola aramaica usata in Daniele 4,16 impiegata in luogo di “sar” per nemico, quindi, , “vedo un corpo/popolo Portarsi da nemico “.
  • di male “ra’” , quindi, , “vedo il male in un corpo/popolo “.

Il fatto che i moabiti abitassero anche vaste zone brulle e desertiche e che fossero idolatri e nemici eccitava la fantasia per le considerazioni riportate in precedenti paragrafi.
La stessa parola “a’rabah” che è usata spesso in luogo di “steppa” suggerisce, il pensiero che là “un nemico Abita in quei campi “, infatti, era il territorio la cui capitale era Ar , la città nemica.
Vale a dire il nemico spirituale, i demoni abitando nella steppa, là s’erano incarnati in nemici concreti di carne e d’ossa.
San Paolo nella lettera agli Efesini 6,12 propone però di leggere tutti quei brani con uno spirito diverso: “La nostra battaglia, infatti, non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.”

Torno a quel tamerisco, che se si guarda com’è scritto in ebraico colpisce in modo particolare; quel termine “a’rea’r” , infatti, si trova associato in modo chiaro e voluto con la parola “a’rabah” in Geremia 17,6 brano che riguarda chi fa il male e adora gli idoli, perché si rivolge al peccato d’idolatria commesso da Giuda a far tempo dall’epoca di Salomone che amò anche donne di Moab che l’indussero ai loro riti.
Dopo aver, infatti, ricordato che i figli di Giuda avevano “…i loro altari e i loro pali sacri presso gli alberi verdi, sui colli elevati, sui monti e in aperta campagna” (Geremia 17,2s), il profeta esclama: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa ; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti.” (Geremia 17,5-8)

I tamerici, sono piante arbustacee resistenti alla siccità ed alla forza del vento, frugali, vivono in ambiente arido.

Quel brano di Geremia esprime lo stesso concetto del Salmo 1, detto delle due vie, quella dei giusti, “come alberi piantati lungo corsi d’acqua” quindi in un giardino e quella dei malvagi che saranno dispersi; insomma il male abita la steppa.

DA DOVE VIENE DIO
Nello stesso libro dei Numeri, dov’è detto della conquista della Transgiordania da parte del popolo d’Israele proveniente dal deserto sotto la guida di Mosè, si legge: “Poi dal deserto andarono a Mattanà, da Mattanà a Nacalièl, da Nacalièl a Bamòt e da Bamòt alla valle che si trova nelle steppe di Moab presso la cima del Pisga, che è di fronte al deserto. Israele mandò messaggeri a Sicon, re degli Amorrei…” (Numeri 21,18-21)

Pisga credo che non sia un nome proprio, ma un nome comune da tradurre come “cresta”, “che divide”, dal radicale , cioè sommità della valle, verso Gerico e quel deserto che sta davanti è lì chiamato “ieshimon” .

Quel modo di definire il deserto sotto il monte Nebo si ritrova in Numeri 23,28 ove è detto: “Così Balak condusse Balaam in cima al Peor, che è di fronte al deserto” e lì quel deserto è scritto “ieshimon” .
Peor era poco distante a nord del Nebo.
Questo termine per deserto, scritto in ebraico ancora in un altro modo, lo si trova anche nello stesso versetto che ho già commentato, quando ho parlato di quel luogo ove si fa sentire Lucifero, cioè nel versetto Deuteronomio 32,10 dov’è detto degli ululati solitari: “Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati Solitari . Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio.”

Quel “solitari” è scritto “ieshimon” vale a dire “dov’è a vivere l’angelo (ribelle).
In 1Samuele 23,19 e 24 si trova un’espressione che è tradotta “a meridione della steppa” e che in ebraico è “iemin” “ha ieshimon” ; poi, pure come “steppa”, si trova in 1Samuele 26,1 e 3.
Tradotto ancora due volte come “steppa” è in Isaia 43,19-20: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa (ieshimon ). Mi glorificheranno le bestie selvatiche (sadoeh ), sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa (ieshimon ), per dissetare il mio popolo, il mio eletto.”

In quei due versetti vi è anche il termine che indica il selvatico “sadoeh” e che allude appunto alla steppa, il luogo da cui il “demonio esce “, ed il demonio sarà proprio l’essere che verrà vinto.
Pare proprio che il termine “ieshimon” che, come abbiamo visto è scritto in vari modi, sia , sia o anche , non è altro che un modo allusivo per evitare la ripetizione di altra parola quali steppa e deserto.

È da ricordare che in ebraico alcune volte “iesh” è usato per sostituire il verbo essere, come in Genesi 28,16 “IHWH è in questo luogo”.
Ciò detto, , il termine può pensarsi diviso in + .
Ora, “iemen” = in ebraico vuol dire “destra”, quindi l’insieme della parola indica “quello che è a destra “, sottinteso del territorio d’Israele, il cui confine naturale è il Giordano, quindi, le piane steppose a destra, sulla riva orientale del fiume, l’area che poi dal greco fu detta della Perea, la terra al di là, che ai tempi di Gesù faceva parte del regno di Erode il Grande poi ereditata, assieme alla Galilea, dal figlio Erode Antipa.
(Vedi: “La conquista di Gerico“)

Da lì, se consideriamo là l’antico Gan Eden, come confine del Paradiso Terrestre, Dio “Scacciò l’uomo…” e pose “…a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita.” (Genesi 3,24)

Oltre quel confine, ad oriente, dove era andato anche Caino, sarebbe stato scacciato Adamo e i cherubini erano a guardia, e là evidentemente era immaginato essere in agguato l’angelo ribelle che attraverso le acque s’era insinuato come serpente per tentare Adamo.
Ecco che allora quelle lettere assumono anche un’indicazione in tal senso essendo in grado di alludere al “luogo ove si è posto ( = ) l’angelo ” ribelle. (Vedi: “Il giardino dell’Eden” e “I Cherubini alla porta dell’Eden“)

hebrews-carrying-the-ark-of-the-covenant-across-the-jordan-river-into-A9PPYT copyLeviti con l’Arca al guado del Giordano



Da quella direzione, ossia da est verso Gerico, ci fu l’invasione della Palestina da parte degli Israeliti al seguito di Giosuè dietro l’Arca della Testimonianza portata dai Leviti sul cui coperchio, appunto, c’erano i cherubini e seduto su questi, evidentemente il Signore che guidava la carovana per il rientro.
Il Salmo 68,7-9 pare proprio tratteggiare una situazione simile: “A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri. Solo i ribelli dimorano in arida terra. O Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo, quando camminavi per il deserto , tremò la terra, i cieli stillarono davanti a Dio, quello del Sinai, davanti a Dio, il Dio d’Israele.”

Quel sito, da dove entrò nel XII secolo a.C. il popolo d’Israele nella terra promessa, è certamente importante, allegoricamente indica il luogo per il rientro nel Regno di Dio, il Paradiso eterno, onde lì in “ieshimon” , tenuto conto che sono anche le lettere di olio e del numerale otto, c’è tensione per l’evento messianico; da lì verrà l’annuncio che ci sarà l’ottavo giorno, la fine dei tempi e l’inizio della domenica eterna.
È quella così terra di frontiera contro il male; là, infatti, predicarono Elia e Isaia, là fu battezzato Gesù che, vicino a Gerico, nel deserto, fu tentato dal diavolo.
È quello il territorio alla destra del Tempio immaginato da Ezechiele come riinvaso dalle acque che daranno continuità al mar Morto verso il Mar Rosso per inviare le acque benefiche del fiume dell’Eden in tutto il mondo, com’è accaduto con l’acqua del battesimo uscita dal costato di Cristo.

I 40 ANNI NEL “DESERTO”
Siamo al momento dell’incontro di Mosè con il Signore che gli parla dal roveto ardente e il capitolo 3 del libro dell’Esodo così inizia: “Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.”

Quel deserto nel testo ebraico è “midebbar” e, come vedremo, è un deserto dal duplice significato, fisico e spirituale.
Quelle quattro lettere individuano certamente anche il deserto fisico, non quello sabbioso tipo Sahara, ma un luogo spazioso, praticamente inabitato e incolto, luogo di nomadi e di transito di carovane solo in percorsi predeterminati, sede di una pastorizia povera, con morfologia la più diversa, in genere sassoso o roccioso, con poca vegetazione principalmente di rovi e cespugli, con rare vallette verdi, percorso da acque stagionali e con qualche falda sotterranea o con sorgenti ai piedi di costoni, luogo di rifugio per agitatori e malviventi, un asilo per esiliati, schiavi, fuggiaschi, fuori dal controllo della società civile.

Se si divide In + (), tenendo presente che “middah” è “estensione, ampiezza” e “bar” è usato anche per “campo aperto”(Giobbe 39,4) ne consegue che è un “ampio () campo aperto “.
Da una particolare lettura dei significati grafici delle singole lettere s’ottiene per questo deserto una lettura ibrida: “i viventi Aiuta a scegliere ()” e “la vita Impedisce Dentro ai corpi “.
La lettera “dalet” è, infatti, una mano che aiuta, ma anche una porta che può essere sbarrata e impedisce.

Nel deserto se non si sceglie la giusta strada, infatti, si muore e chi riesce a sopravvivere per 40 anni da prova, con i fatti, che ha scelto la giusta via, avendo trovato sufficienti rifornimenti d’acqua. Eppure quel deserto per gli Israeliti, secondo i racconti della Bibbia, fu di aiuto per diventare un popolo.
La storia ebraica, infatti, inizia con una massa di gente raccogliticcia per lo più di ex schiavi, che in quel deserto ricevette la Torah e si costituì come popolo, imparando, nei quarant’anni di viaggio fisico e spirituale a raggiungere l’unione tra di loro e con Dio.

Dal punto di vista storico è quella in Esodo 3,1 proprio la prima volta che nella Torah è stata usata la parola “midebbar” , in quanto, pur se si trova per 7 volte nel libro della Genesi (14,6; 16,7; 21,14.20.21; 36,24; 37,22), il testo del libro della Genesi certamente è stato scritto dopo quello dell’Esodo.
Mosè, esule dall’Egitto per aver ucciso un uomo, visse 40 anni come pastore nel territorio desertico di Madian prima che Dio gli parlasse da quel roveto.
Il numero 40 è convenzionale, atto a ricordare le 40 settimane, pari a 280 giorni, ossia i 10 mesi lunari della gestazione di un bambino e sta ad indicare il tempo necessario per la completa rinascita alla scuola del “deserto” e suggeriscono l’idea che Mosè è ora un uomo nuovo, ormai pronto ad ascoltare Dio che gli parla come di fatto avviene.
Del resto, poi, la stessa massa di fuoriusciti dall’Egitto stette 40 anni alla medesima scuola del “deserto” finché nato da questi un popolo nuovo, sotto la guida di Dio e di Giosuè, poté entrare nella terra promessa, inoltre 40 giorni e 40 notti sono il tempo per ricevere da Dio la Torah e quelli prima della tentazione di Gesù nel deserto di Giuda.

Se guardiamo nel testo ebraico della Torah, la parola “midebbar” è diversamente distribuita nelle cinque parti del rotolo, come indico qui appresso:

  • 7 volte nel libro detto della Genesi,
  • 25 volte nel libro dell’Esodo,
  • 4 volte nel Levitico,
  • 44 volte nel libro dei Numeri,
  • 19 volte nel Deuteronomio.

Risulta così che per tale graduatoria il libro detto dei Numeri riporta il primato; infatti, il nome di quel libro in ebraico è “bamiddebar” “dentro al deserto”, parola che si trova anche nel primo versetto (Numeri 1,1) con cui inizia quel libro:

“Il Signore parlò a Mosè,
nel deserto del Sinai,
nella tenda del convegno…”

Il radicale ebraico del verbo parlare è da cui “dabar” significa “parola” che è “un aiuto Dentro per la mente/testa ” o “s’insinua () nella testa ” e quelle tre lettere si trovano nella prima parola del versetto ed anche all’interno della parola deserto.

A questo punto con i criteri di decriptazione che in genere uso posso leggere che il luogo di cui si parla è assieme un posto concreto, ma anche una condizione spirituale, , infatti, è un luogo ove:

“dentro si vive della parola “.

Quel primo versetto poi spiega della parola di chi… della parola di Dio.
Trovo scritto nel Cantico dei Cantici che l’amato dice dell’amata: “Come nastro di porpora le tue labbra, la tua bocca è piena di fascino; come spicchio di melagrana è la tua tempia dietro il tuo velo.” (Cantico dei Cantici 4,3)

Là “midebbar” è tradotto “bocca”, ma in effetti sarebbe il tuo “parlare”.
Il viaggio nel deserto assume allora anche il significato di dare silenzio alla mondanità per iniziare un viaggio nell’interiorità, propedeutico per una rinascita spirituale, diviene luogo di teofania divina, di tensione e di drammaticità, di abbandono e di riscatto, dove si consumano atti di fede, tradimenti e ribellioni.
Suddividendo ancora la parola In + ed esaminandola con occhio spirituale, considerato che “mad” è “veste” e “bor” è anche “purità”, quel “midebbar” fornisce il pensiero che il deserto, ove nel silenzio, parla Dio, regala “la veste di purità ” ed in tal senso fu evidentemente interpretata dagli Esseni e dai monaci del deserto.
Il Levitico usa la parola “middebar” solo 4 volte e precisamente in:

  • Levitico 7,38 – “…legge che il Signore ha dato a Mosè sul monte Sinai, quando ordinò agli Israeliti di presentare le offerte al Signore nel deserto del Sinai”.
  • Levitico 16,10.21.22 – ove parla del capro espiatorio, segno esterno, per invocare il perdono dei peccati al tempo dello Iom Kippur inviato ad “A’zazel”.

Molti ritengono che “A’zazel” sia il nome di un demone, ma c’è anche un’altra interpretazione, che si ottiene spezzando quella parola in + in quanto si può leggere “il capro ‘ez’ che svanisce, che va via ”azal’ “.
Quanto è da rimuovere con quei riti particolari pare proprio personalizzarsi in quel capro che è inviato sì in un deserto fisico, ma visto che “middebar” è anche un particolare deserto nel campo allegorico – spirituale, quello del colloquio intimo col Signore, in definitiva è inviato al Signore come tacita richiesta.
Tenuto presente che “ez” significa anche “forza”, nelle lettere di “A’zazel” si può leggere in modo criptico la richiesta avanzata a Dio: “con forza l’Unico Colpisca il serpente “.

Nel patto di alleanza col Signore, testimoniato dall’Arca e dalle Tavole, l’attore umano che allora, ai tempi dopo Mosè, poteva interagire con Dio, per i bisogni della comunità, era il sommo sacerdote, il delegato a rappresentare davanti a Dio la comunità degli Israeliti, l’unico che aveva il potere di chiedere di legare e sciogliere al Signore i peccati del popolo, una sola volta l’anno, a “Yom Kippur”, entrando al Suo cospetto nel Santo dei Santi, ma il potere di concederlo ovviamente era sempre e solo di Dio.
Il sacerdote, col rito, di fatto chiedeva che come in terra faceva lui mandando via il capro, così facesse in cielo il Signore, sì da far svanire il nemico dell’uomo, il serpente antico.
Il Signore Gesù per la questione del perdono o meno dei peccati delegò una volta per tutte Pietro quale Sommo Pontefice e quindi gli apostoli a rappresentare la nuova comunità dei suoi seguaci con queste parole: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli“. (Matteo 16,17-19)

E, peraltro, da ricordare che Gesù chiamò Pietro col nome di Cefa (Giovanni 1,42), nome molto simile a quello di Caifa, sommo sacerdote al tempo di Gesù.

Prima di concludere questo paragrafo ritengo utile riportare di seguito un sintetico brano di Daniela Abravanel, scrittrice, divulgatrice d’insegnamenti della Cabala, tratto da “Il deserto: la vera scuola di Torah e di fede”: “Il deserto è la terra di nessuno, il luogo in cui la presenza rassicurante degli oggetti fisici viene a mancare: nel deserto non si vede un albero, una casa, non si scorge nulla di ben definito. Funzione del deserto quindi è ridare all’immaginazione il suo massimo potenziale, ispirare il sentimento delle infinite possibilità di evoluzione, liberare dalla ripetitività del già definito, degli schemi fissi. È quindi il deserto che ci avvicina gradualmente a Dio, che nella Torah si autodefinisce ‘Dio della libertà’. Il primo dei dieci comandamenti ci avverte subito che l’ebraismo non è una religione per schiavi: ‘Io sono il Signore Tuo Dio che ti ha liberato dal paese d’Egitto’ (Egitto in ebraico è ‘Mitzraim’, luogo stretto). E il deserto è il mediatore privilegiato di questo messaggio di libertà assoluta, della costante possibilità per l’uomo di scegliere tra la vita e la morte. Di scegliere tra il passaggio in Erez Israel o l’arresa al deserto che, nel momento in cui l’uomo rinuncia alla lotta contro la morte e il male (concetti che nella Torah coincidono, essendo Dio definito come ‘Dio della Vita’) lo inghiotte, immobilizzandolo sotto il sale, la sabbia, la roccia. E nella dialettica tra deserto e vegetazione (perfettamente espressa a Ein Gedi, nel deserto di Giuda in Israele, dove ogni giorno i primi pionieri strappavano al deserto un metro dopo l’altro di terreno arido e sabbioso da coltivare) che sono contenuti i due poli dell’esistenza umana, la scelta tra la ‘devekut’, l’attaccarsi a Dio e alla Vita, assumendo il controllo della propria esistenza, o il permettere alle forze del male di trionfare, rendendo sterile (come il deserto) ogni nostro potenziale di creazione e di rinascita.

Ho scelto questo brano perché nella sua parte finale, che ho riportato in grassetto, fa presente la tensione d’ogni giusto figlio di Abramo di provare a rientrare nel Gan Eden delle origini combattendo la guerra in questo mondo contro il male.
Ovviamente questa guerra sarà vittoriosa se alla sequela del Messia!

Predicava Isaia, ripeteva il Battista che annunciava il Cristo, là, proprio ove ho detto, nelle steppe di Moab, al guado del Giordano davanti a Gerico: “Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.” (Isaia 40,3)

Dio ha sempre provveduto ad ogni bisogno nel deserto, dove ha condotto tutta la massa di persone uscite dall’Egitto, ed era una quantità notevole per la realtà fisica del deserto, infatti: “Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero.” (Esodo 12,37s)

Tutti questi hanno bevuto e si sono nutriti, grazie al Signore che li ha “…condotti per quarant’anni nel deserto; i vostri mantelli non si sono logorati addosso a voi e i vostri sandali non si sono logorati ai vostri piedi.” (Deuteronomio 29,4) e tutto ciò evoca il miracoloso e porta a passare anche a una interpretazione allegorica.
Mosè in quello stesso brano, peraltro, chiama al ricordo e fa balenare nel discorso sinteticamente “le prove grandiose che i tuoi occhi hanno visto, i segni e i grandi prodigi.” (Deuteronomio 29,2)

Quel deserto, come luogo di colloquio con Dio, è il punto centrale della religione israelitica, così come Sion e Gerusalemme sono il punto di arrivo finale e la realizzazione piena.
Del resto anche i cristiani per arrivare alla Gerusalemme celeste devono fare deserto della mondanità attorno a sé come ci ricorda ogni anno il tempo di quaresima.

LA SCUOLA DELLE ORIGINI
La terra informe e deserta era come se fosse terra di conquista, infatti, abbiamo visto che era luogo da civilizzare in tutti i sensi come ci ricordano i già citati versetti “Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo…” (Genesi 2,4s)

La presenza dell’incolto e la mancanza di ordine da evidenza ancora del caotico, quindi, di una perfezione da raggiungere.
Ecco che: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.” (Genesi 2,7)

Quando là si parla di “uomo” è da intendere l’umanità e non del primo maschio; si tratta, quindi, della prima coppia di maschio e di femmina della razza umana che è investita della dignità che non avevano come animali, quella di marito e moglie “‘ish” e “‘isshah”.
Dio, però, aveva inteso creare degli esseri liberi di scegliere, il che implicava l’esistenza almeno come possibilità dell’alternativa negativa, ma nel contempo non poteva mandare l’uomo neonato allo sbaraglio, facile preda del negativo senza prima averlo preparato con una adeguata scuola.
Preparò, quindi, un luogo speciale, un avamposto in territorio nemico in una zona di confine, entro cui l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza (Genesi 1,27), potesse essere collocato e sentirsi protetto come un bimbo in una scuola.
Questo è il racconto del libro della Genesi: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.” (Genesi 2,8s)

Piantò un giardino “Gan” di delizie = E’den = a oriente “miqqoedoem” ove si poteva “vivere al vertice della vita “.
A oriente di che e di chi?
Chi scrive la Genesi lo fa per il popolo d’Israele ed è riconosciuto che il compimento di quel testo fu opera relativamente tardiva, prodotta nella forma finale ai tempi di Esdra e Neemia tornati per ricostruire Gerusalemme, la città di Davide e del futuro Messia; quindi, a oriente di… Gerusalemme!
In quel giardino “Gan” “Camminava l’Angelo di Dio ” ed era di delizie E’den = perché c’era “dell’Eterno l’energia ” e l’uomo “si sentiva Aiutato dagli angeli ” e nel contempo si “sentiva Protetto dall’angelo ribelle”.

Torniamo così con la mente al Mar Morto ed alla valle di Siddim.
Dal giardino sgorgava un fiume che si divideva in 4 capi d’acqua in comunicazione con tutti i mari della terra; non vi era ancora la depressione del Mar Morto.
L’uomo fu creato fuori dal giardino affinché vedesse com’era il mondo all’intorno e solo in un secondo tempo Dio ve lo collocò.
Così l’uomo poté valutare l’alternativa ed accogliere i comandi del Signore, infatti, “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.” (Genesi 2,15)

Poi accadde quello che accadde narrato in Genesi 3 ed alla prima tentazione o prova ci fu la scelta sbagliata, che pareva irreversibile, dell’uomo che si trovò ad essere schiavizzato sulla terra dal demonio, onde la terra “Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi” (Genesi 3,18) e l’erba dei campi è “‘et e’shoeb hasshadoe” che, peraltro, informa “verrai () a sentirti di stare in esilio col demonio nel mondo “.

Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita.” (Genesi 3,24)

Scacciò l’uomo “vaiegaeroesh at ha’adam” quindi i nostri progenitori, lui e lei, “si portarono afflitti/addolorati (); povero Divenne l’uomo/l’umanità “.

Lo scacciò ed alla porta da cui lo scacciò Dio mise a guardia i cherubini.
Questa porta era ad oriente ed inizia la tensione a rientrare da quella porta.
Questa volta l’oriente assume un aspetto punitivo, quindi la lettura delle lettere di “miqqoedoem” è da fare in altro modo, l’uomo fu condannato alla “putredine del sangue “.

Di fatto, la Valle del Giordano parve proprio essere il Paradiso Terrestre agli occhi profetici di Lot, infatti, si trova scritto, evidentemente non a caso: “Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte – prima che il Signore distruggesse Sòdoma e Gomorra – come il giardino del Signore, come la terra d’Egitto fino a Soar.” (Genesi 13,10)

Ecco che il liberatore col popolo redento rientrerà da quella porta con gli angeli, e così avvenne come avviso di una liberazione totale finale ai tempi di Giosuè.
Da oriente verrà la vera Luce!
È al riguardo da ricordare la profezia criptica di Isaia del Messia, che vinti i suoi nemici, avanza verso il suo Regno: “Chi è costui che viene da Edom, da Bosra con le vesti tinte di rosso, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?” (Isaia 63,1)

Bosra era una città di Edom, a circa 40 chilometri a sud-est del mar Morto, quindi, ancora una conferma che da lì dove fu battezzato Gesù il Messia era atteso.

LA VIGNA DI NOÈ
Noè – dice Genesi 6,8 – aveva trovato grazia da parte del Signore; perché?
Perché “…Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio.” (Genesi 6,9)
Lui con la sua famiglia era come poi Lot a Sodoma, vale a dire, l’unico giusto che da conservare per ricominciare la colonizzazione della terra.
(Vedi: “Cosa nasconde il racconto di Noè e del Diluvio?“)

Ci fu, quindi, il diluvio con la distruzione conseguente del precedente mondo, con una pioggia di grazia, in quanto l’alleanza comportava la decisione del Signore di dare nel giudizio il massimo spazio alla misericordia nei limiti della giustizia.
(Vedi il già citato “La fase B, la seconda creazione“)

Nel nuovo mondo, però, dopo l’alleanza rinnovata da parte del Signore, ecco che il testo segnala: “Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna.” (Genesi 9,20)

Notazione strana, ma se si considera alla luce di quel versetto del racconto della formazione del Gan Eden che dice “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2,15) pare assumere una motivazione.

L’input che aveva dato il Signore ad Adamo prima del peccato era passato al giusto Noè che era nella linea diretta dei primogeniti di Set, figlio di Adamo, quindi Noè, essendo giusto, doveva trasformare la terra in un giardino.
Il testo in ebraico di quel versetto Genesi 9,20 è il seguente:



Quel è “aspettare, sperare”, quindi Noè nel compiere quell’atto era pieno di speranza; e quale era l’attesa e la speranza?
Certamente è legata alla parola “vigna”.
Questa è la sola volta che tale parola è usata nel libro della Genesi.
Nell’intera Torah la parola vigna si trova 18 volte:

  • in Genesi 1 volta: 9,20;
  • in Esodo 2 volte: 22,4 e 23,11;
  • in Levitico 3 volte: in 19,10 e in 25,3 e 4;
  • in Numeri 4 volte: 16,14; 20,17; 21,22; 22,24;
  • nel Deuteronomio 8 volte: 6,11; 20,6; 22,9 (2 volte); 23,25; 24,21; 28,30; 28,39.

In ebraico vigna è “koeroem” , termine che va evidentemente letto opportunamente guardando i significati delle singole lettere, tanto più che la vigna porta a pensare al vino e questo fa vedere doppio e invita a leggere in maniera doppia il testo.
(Vedi: il paragrafo “Chi legge doppio è brillo” in “Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche“)

Per l’ebraismo ogni brano della Bibbia pur se scritto con i segni per le vocali è ammissibile leggerlo con la tecnica esegetica “al tikrei” come se avesse solo consonanti, cioè “al tikreinon leggere, ossia leggere in altro modo, con diversa vocalizzazione o forma ortografica rispetto all’usuale.

L’uso “al tikreinon esclude in ogni caso la lettura originaria del testo, e perciò si può più correttamente definire come “non leggere questo passo solo in modo usuale, ma anche in altro modo” e il procedimento permette una nuova interpretazione, perfino quando le leggi della grammatica e della sintassi rendono necessaria la sola lettura tradizionale.

L’uso di questa tecnica trae origine dal verso: “Dio ha detto questo una volta, ma io ho ascoltato questo due volte.” (Salmo 62,12) e cioè che le parole della Bibbia si prestano a significati diversi di quello tradizionale.” (Diz. Unterman) e se poi ogni lettera può anche leggersi a se stante, in base al disegno che reca, le possibilità di diversa traduzione aumentano ancora.

In “koeroem” troviamo:

  • la lettera che, un palmo di mano liscio senza peli è il segno dell’uomo retto e della rettitudine;
  • la lettera che indica testa, mente, corpo e per traslato popolo;
  • la lettera che indica vita, vivente, madre, acqua;
  • la bi consonante che indica l’ariete, l’agnello;
  • la bi consonante che si può riferire all’innalzarsi ();
  • la bi consonante che si può riferire a un verme ().

Appena ci si avvicina al termine vigna “koeroem” ci si rende conto che guardando alle lettere che lo compongono è interessante, perché fa presente il pensiero “in modo retto nel corpo Vivere “.
È questo lo stesso desiderio che ha Dio nei riguardi dell’uomo, infatti Noè “camminava con Dio”.

Ognuno perciò in tal senso è chiamato a guardare in modo spirituale alla propria vigna personale, indipendentemente se ha o non ha una vigna vera, e a trasformare il proprio intimo, la propria camera segreta, quella dell’incontro col Signore, quella del matrimonio spirituale in un giardino, comportandosi in modo congruente e soprattutto fedele al patto col Signore.
Decriptando quel versetto Genesi 9,20 con le solite regole riferendolo a Noè stesso si ottiene:

“Portava la speranza Noè : dagli uomini Uscisse un uomo che fuori li portasse dall’essere indotti in errore (), che la rettitudine nei corpi Rivivesse .”

Si aspettava tra gli uomini un nuovo Adamo!
Lo stesso testo se cambiamo soggetto e lo riferiamo al Messia si consegue questo pensiero; “E l’attesa Energia nelle tombe per l’Unigenito ci sarà . Risorti n’usciranno gli uomini . Ad entrare Portata Sarà nei cuori , ad agire la rettitudine (per cui) i corpi Rivivranno .”

La vigna è figura del Messia.
(Vedi: “Racconti messianici dalla vigna di Nabot” e “Vino nella Bibbia: causa d’incesti e segno del Messia“)

La vigna “karoem” nasconde un significato messianico; infatti, le lettere dicono “l’agnello vi vive “.
Ora, l’agnello, l’ariete che sostituì Isacco nel sacrificio, è figura del Messia come vide bene il Battista: “Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Giovanni 1,29)

Secondo una delle varie opinioni ebraiche al riguardo, l’albero proibito di cui Adamo ed Eva mangiarono sarebbe stato del frutto della vite.
Il suo frutto è delizioso, il vino, infatti, è prezioso per la salute, fa bene e serve per la benedizione, ma è anche maledetto se s’abusa di lui, intossica e con l’etilismo porta a non essere più se stessi.
La festa della vendemmia era parte fondamentale della festa autunnale del raccolto o festa delle Capanne delle Tende o dei Tabernacoli (Esodo 23,14; Deuteronomio 16,13), forse a ricordo delle capanne di rami e fronde erette nei frutteti e nelle vigne al raccolto.

L’apocrifo l’Apocalisse di Baruc o Secondo libro di Baruc, in lingua greca del II Secolo d.C., tra l’altro narra di Baruc, trasportato in visione al terzo cielo, a cui circa l’albero che sedusse Adamo l’angelo guida avrebbe detto: “È la vigna, piantata dall’angelo Samaèl. Il Signore Dio si adirò per questo. E maledisse lui e la pianta da lui coltivata, e per questo non permise ad Adamo di toccarla. Ma il diavolo, per invidia, lo sedusse con la vigna.”
Continuò riportando che l’angelo Saràsael avrebbe detto: “Noè pianta la vite, poiché così dice il Signore: l’amarezza in essa verrà mutata in dolcezza, e la maledizione che è in essa diverrà benedizione; e quanto verrà tratto da lei, diverrà il sangue di Dio; e come attraverso di lei l’umanità ha attirato su di sé la dannazione, così essi attraverso Gesù Cristo, l’Emmanuele, riceveranno con essa la loro chiamata verso l’alto e il loro ingresso nel paradiso.” (2Baruc ap.IV,15)

IL DILETTO ABITA I GIARDINI
In contrapposizione al nemico dell’uomo, che si nasconde nella desolazione e nel caos in cui più facilmente può ingannare, abitatore, quindi, di deserti, il Signore, che si compiace di ordine e di bellezza, abita nei giardini.
In un giardino, infatti, il Signore incontrava la prima coppia e parlava con loro faccia a faccia, ma dopo che Adamo scelse d’essere indipendente, il Signore dovette desistere e ne rispettò per un tempo la volontà, indi cercò di ritessere dei rapporti.
Volle allora cercare il Signore di formare una vigna sulla terra, vale a dire “un retto corpo/popolo tra i viventi “, e da qui tutta la storia di salvezza iniziando da Noè, poi dal popolo d’Israele, che per Lui fu un giardino in cui abitare, come informa la Sacra Scrittura.
Il rapporto poi diviene individuale, se qualcuno trasforma la propria persona integrale – spirito, anima e corpo – in una vigna, nel senso già detto, vale a dire comportandosi in modo retto, diviene un giardino e quindi il Signore verrà a visitarlo, perché il Signore abita nei giardini.
Il Cantico dei Cantici parla spesso di giardini e di vigna.

La vigna con le sue viti è, infatti, un giardino: “Nel giardino dei noci io sono sceso, per vedere i germogli della valle e osservare se la vite metteva gemme e i melograni erano in fiore.” (Cantico dei Cantici 6,11)

Nel pensiero ebraico e cristiano quel Cantico riguarda il rapporto speciale d’amore totale, pari al matrimonio, che intercorre tra Dio e il suo popolo e tra Dio e la singola anima e il desiderio dello sposo è che il popolo e la singola anima siano un giardino “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata.” (Cantico dei Cantici 4,12)

Il giardino per fiorire ha bisogno del soffio dello spirito, che in ebraico è anche vento: “Alzati, vento del settentrione, vieni, vieni vento del meridione, soffia nel mio giardino, si effondano i suoi aromi. Venga l’amato mio nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.” (Cantico dei Cantici 4,16)

L’amato viene in quel giardino:

  • Cantico dei Cantici 5,1 – “Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore.”
  • Cantico dei Cantici 6,2 – ” L’amato mio è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, a pascolare nei giardini e a cogliere gigli.”
  • Cantico dei Cantici 7,12s – “Vieni, amato mio, andiamo nei campi, passiamo la notte nei villaggi. Di buon mattino andremo nelle vigne; vedremo se germoglia la vite, se le gemme si schiudono, se fioriscono i melograni: là ti darò il mio amore!”

Il Cantico dei Cantici in 1,6 parla, però, di una vigna che l’amata, cioè il popolo d’Israele, e forse ciascuno di noi, non ha custodito: “Non state a guardare se sono bruna, perché il sole mi ha abbronzato. I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.”

Salomone tralignò, affidò la vigna ai sacerdoti, ma lui divenne adultero zoppicando dietro altri dei seguendo le sue molte mogli e concubine pagane e trascinando col suo esempio il popolo: “Salomone aveva una vigna a Baal-Amon; egli affidò la vigna ai custodi. Ciascuno gli doveva portare come suo frutto mille pezzi d’argento”, come accenna il versetto 8,11 del Cantico.

Chi ama veramente guarderà da solo la propria vigna, basta che il diletto, che abita i giardini, faccia sentire il suo “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!” (Cantico dei Cantici 2,10.14), l’anima bella allora s’attiverà con cura addirittura maggiore dei sacerdoti, sì che restituirà 1200 contro i 1000 di Salomone, infatti, dice: “La mia vigna, proprio la mia, mi sta davanti: tieni pure, Salomone, i mille pezzi d’argento e duecento per i custodi dei suoi frutti! Tu che abiti nei giardini, i compagni ascoltano la tua voce: fammela sentire. Fuggi, amato mio, simile a gazzella o a cerbiatto sopra i monti dei balsami!” (Cantico dei Cantici 8,12-14)

LA VIGNA DI ISAIA E IL SALMO 80
Isaia è particolarmente attento al tema della vigna del Signore.
In Isaia 3,14 il Signore inizia ad accusare gli anziani e i capi d’Israele.
Sono loro i responsabili della rovina del popolo, paragonato a una vigna, infatti, dice: “Voi avete devastato la vigna; le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case. Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo…” (Isaia 3,14s)

Finalmente al capitolo 5 di Isaia c’è un chiaro riferimento alla vigna quale parabola del popolo, perché dice: “Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.” (Isaia 5,7)

Il capitolo 5 inizia con un accenno che pare riferirsi proprio al Cantico dei Cantici, perché il brano così si apre: “Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle.”

Il Signore aveva dissodato il terreno, l’aveva sgombrato dai sassi, aveva piantato viti pregiate, aveva costruito una torre e scavato anche un tino, ma produsse acini acerbi, allora, toglierà la sua protezione, la trasformerà in pascolo, sarà calpestata, la renderà un deserto.
Presenterò poi decriptato l’intero capitolo 5 di Isaia.

In effetti, il Signore è indignato con chi provoca i capi e gli anziani a essere di cattivo esempio per il popolo, ma chi agita gli animi delle persone è il nemico, che si manifesta in forma di dragone, il Leviatano che punirà una volte per tutte alla fine dei tempi alla venuta del Messia.

“In quel giorno il Signore punirà con la spada dura, grande e forte, il Leviatàn, serpente guizzante, il Leviatàn, serpente tortuoso, e ucciderà il drago che sta nel mare. In quel giorno la vigna sarà deliziosa: cantatela! Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. Oppure si afferri alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace! Nei giorni che verranno Giacobbe metterà radici, Israele fiorirà e germoglierà, riempirà il mondo di frutti.” (Isaia 27,1-6)
(Vedi: “L’Arcangelo Michele lotta con Basilisco e Leviatano” in cui , tra l’altro, ho presentato decriptato tutto Isaia 27)

Viene così profetizzato che tutti i popoli saranno una sola vigna!

Anche il profeta Geremia fa il parallelo tra la vigna e Israele; lamenta, infatti, il tralignare della vigna d’Israele per il peccato di Idolatria in questo modo, “Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò! Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita. Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; in tralci degeneri di vigna bastarda?” (Geremia 2,20s)

Il Salmo 80, che è una preghiera per la rinascita d’Israele, nei versetti 9-16 amplia il parallelo tra il popolo d’Israele e la vigna, ricordando che era nata in Egitto e che il Signore l’ha trapiantata: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna. Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.” (Salmo 80,9-16)
(In “I cherubini annunciano la venuta dell’Agnello” ho, tra l’altro, riportata la decriptazione del Salmo 80)

Quella pagina di Isaia 5 della vigna è stata poi ripresa dal Signore Gesù nella propria predicazione con la parabola dei vignaioli omicidi, riportata da tutti e tre i vangeli sinottici – Matteo 21,33-43; Marco 12,1-12; Luca 20,1-8 – parabola che si trova pure nel vangelo apocrifo di Tommaso.

In Matteo 33, infatti, si legge quanto disse al riguardo Gesù: “Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio! Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità! Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? Gli risposero: Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo.” (Matteo 21,33-43)

LA VERA VIGNA
Perché una vite possa durare a lungo e dia frutto buono occorre provvedere al meglio per il terreno e aver tutta la cura necessaria per farla crescere nel migliore dei modi con sapienti potature, ma perché al tempo opportuno si possa ottenere una buona vendemmia occorre che la pianta non venga colpita dalla grandine o attaccata da parassiti.
Nel parallelo della vite con l’uomo e con il popolo, questi purtroppo sono soggetti al peccato e, l’idea giudeo cristiana è che avendo mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, un istinto malvagio è entrato nell’umanità e questo, come un verme, può rodere la vigna.
Ecco che abbiamo un istinto buono, retto e uno malvagio, il verme () che rode, ma con tali idee, in questo modo abbiamo descritto la parola ebraica “koroem” di vigna, ma di una vigna tralignante di cui il Signore non può raccogliere il frutto atteso ed accadrà che anche per Lui che… “Pianterai vigne e le coltiverai, ma non berrai vino né coglierai uva, perché il verme le roderà.” (Deuteronomio 28,39)

Ora, solo in Dio c’è giustizia e sapienza e delle sue qualità intende rendere partecipe chi lo cerca con cuore sincero, infatti: “Dio ha dato agli uomini la scienza perché potessero gloriarsi delle sue meraviglie… Da lui proviene il benessere sulla terra.” (Siracide 38,6.8b)

Se un popolo o un uomo può essere paragonato a una vigna che da frutti buoni certamente a Dio è collegato, perché senza di Lui non possiamo far nulla, “Egli è la Roccia; perfetta è l’opera sua; tutte le sue vie sono giustizia; è un Dio verace e senza malizia; Egli è giusto e retto.” (Deuteronomio 32,4)

Nella parabola dei vignaioli omicidi abbiamo visto che il padrone alla fine mandò il figlio nella vigna e nel Vangelo di Giovanni Gesù proclama d’essere proprio lui la vigna vera, quella che attendeva il Padre a cui lui stesso tutti innesta onde restino sempre con lui e diano frutto buono essendo suoi discepoli.

La parabola è nota: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.” (Giovanni 15,1-12)

È Gesù la vite “goefoen” vera, in quanto da lui “scorre del Verbo l’energia ” che va a “scorrere nelle persone ()“.
I tralci con frutto sono gli “sarig” come in Genesi 40,10.12 – nel sogno raccontato dal coppiere che fu “risorto” alla sua carica incarcerato con Giuseppe – in cui “la risurrezione nel corpo è a scorrere .”

Altro modo per dire in ebraico i tralci, quelli potati, è “zamarim” dal radicale che riguarda sia il potare le viti, sia il salmeggiare e il cantare.
Il tralcio potato fa presente in senso allegorico, che evidentemente Gesù aveva ben presente nel presentare la sua parabola, è “colpire colpire il ribelle nei viventi ” o “colpire l’essere ribelle () che sta nei viventi “.

Gesù di Nazaret, vero uomo e vero Dio, è la vera vigna “koroem” , perché è l’Unico veramente “retto che in un corpo ha vissuto e vive “.
Chi è unito a lui è, quindi, gradito al Padre; infatti, gli uomini, succhiando la stessa linfa sono riconosciuti retti da Dio Padre e si realizza quanto asserisce il libro dei Proverbi al 15,8: “Il sacrificio degli empi è in abominio al Signore, la supplica degli uomini retti gli è gradita.”
Lui, Gesù di Nazaret è la vera vigna “koroem” , perché sostenuto dalla croce fu il “retto innalzato ()“.
È quindi “l’agnello Vivente ” come tale nominato più volte assieme al termine d’immolato nel libro dell’Apocalisse.

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È poi da ricordare:

  • l’antifona delle lodi mattutine del tempo di quaresima in cui tra l’altro è detto, “Ricorda che ci plasmasti col soffio del tuo Spirito, siam tua vigna, tuo popolo, e opera delle tue mani.”
  • la corale di G.P. Palestrina (1525-1594) che canta “Vigna mia diletta, io t’ho piantata. Sei mutata a tal punto in asprezza da crocifiggere me e liberare Barabba Ti ho cinto con una siepe, t’ho sgombrata dai sassi ed ho costruito una torre.”

Alla fine dei tempi tutte le vigne del mondo, uomini e popoli, saranno vendemmiate e la bontà del succo sarà giudicato da Signore: “Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono matura. L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento stadi.” (Apocalisse 14,18s)

Alla fine, la conclusione sarà l’apertura del Regno, una città nei cieli, la nuova Gerusalemme, con una piazza a modo di giardino di cui quello del Gan Eden delle origini in terra era un modello: “E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte l’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni… Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine. Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città. Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!” (Apocalisse 22,1-15)

ISAIA 5 – TESTO C.E.I. E DECRIPTAZIONE
TESTO C.E.I.
Isaia 5,1 – Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle.

Isaia 5,2 – Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi.

Isaia 5,3 – E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna.

Isaia 5,4 – Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?

Isaia 5,5 – Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.

Isaia 5,6 – La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.

Isaia 5,7 – Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

Isaia 5,8 – Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nella terra.

Isaia 5,9 – Ha giurato ai miei orecchi il Signore degli eserciti: Certo, molti palazzi diventeranno una desolazione, grandi e belli saranno senza abitanti.

Isaia 5,10 – Poiché dieci iugeri di vigna produrranno solo un bat e un homer di seme produrrà un’efa.

Isaia 5,11 – Guai a coloro che si alzano presto al mattino e vanno in cerca di bevande inebrianti e si attardano alla sera. Il vino li infiamma.

Isaia 5,12 – Ci sono cetre e arpe, tamburelli e flauti e vino per i loro banchetti; ma non badano all’azione del Signore, non vedono l’opera delle sue mani.

Isaia 5,13 – Perciò il mio popolo sarà deportato senza che neppure lo sospetti. I suoi grandi periranno di fame, il suo popolo sarà arso dalla sete.

Isaia 5,14 – Pertanto gli inferi dilatano le loro fauci, spalancano senza misura la loro bocca. Vi precipitano dentro la nobiltà e il popolo, il tripudio e la gioia della città.

Isaia 5,15 – L’uomo sarà piegato, il mortale sarà abbassato, gli occhi dei superbi si abbasseranno.

Isaia 5,16 – Sarà esaltato il Signore degli eserciti nel giudizio e il Dio santo si mostrerà santo nella giustizia.

Isaia 5,17 – Allora vi pascoleranno gli agnelli come nei loro prati, sulle rovine brucheranno i grassi capretti.

Isaia 5,18 – Guai a coloro che si tirano addosso il castigo con corde da tori e il peccato con funi da carro,

Isaia 5,19 – che dicono: Faccia presto, acceleri pure l’opera sua, perché la vediamo; si facciano più vicini e si compiano i progetti del Santo d’Israele, perché li conosciamo.

Isaia 5,20 – Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro.

Isaia 5,21 – Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti.

Isaia 5,22 – Guai a coloro che sono gagliardi nel bere vino, valorosi nel mescere bevande inebrianti,

Isaia 5,23 – a coloro che assolvono per regali un colpevole e privano del suo diritto l’innocente.

Isaia 5,24 – Perciò, come una lingua di fuoco divora la stoppia e una fiamma consuma la paglia, così le loro radici diventeranno un marciume e la loro fioritura volerà via come polvere, perché hanno rigettato la legge del Signore degli eserciti, hanno disprezzato la parola del Santo d’Israele.

Isaia 5,25 – Per questo è divampato lo sdegno del Signore contro il suo popolo, su di esso ha steso la sua mano per colpire; hanno tremato i monti, i loro cadaveri erano come immondizia in mezzo alle strade. Con tutto ciò non si calma la sua ira e la sua mano resta ancora tesa.

Isaia 5,26 – Egli alzerà un segnale a una nazione lontana e le farà un fischio all’estremità della terra; ed ecco, essa verrà veloce e leggera.

Isaia 5,27 – Nessuno fra loro è stanco o inciampa, nessuno sonnecchia o dorme, non si scioglie la cintura dei suoi fianchi e non si slaccia il legaccio dei suoi sandali.

Isaia 5,28 – Le sue frecce sono acuminate, e ben tesi tutti i suoi archi; gli zoccoli dei suoi cavalli sono come pietre e le ruote dei suoi carri come un turbine.

Isaia 5,29 – Il suo ruggito è come quello di una leonessa, ruggisce come un leoncello; freme e afferra la preda, la pone al sicuro, nessuno gliela strappa.

Isaia 5,30 – Fremerà su di lui in quel giorno come freme il mare; si guarderà la terra: ecco, saranno tenebre, angoscia, e la luce sarà oscurata dalla caligine.

DECRIPTAZIONE
Isaia 5,1 – La Donna/Chiesa fu dal corpo ad uscire. Inviata da Dio fu la diletta. Fu alla luce. Fu dal corpo in croce dell’amato. Fu in cammino dall’alto portata dall’Agnello Vivente. A uscire fu al mondo. Del Potente è aiuto forte, una protezione. Fu la rettitudine da dentro il corpo con gli apostoli; da dentro al soffio l’inviò. (Giovanni 19,30b-“E chinato il capo, spirò.”)

Isaia 5,2 – Portatisi in azione, i ceppi si aprono e portatori sono della pienezza versata dal Potente al mondo e ne recano a esistere la carità nell’agire. Aprono luce alle menti/teste per sperare. Sono dentro inviati ai viventi nel cammino per aiutare. Nel cuore il Crocefisso recono, la rettitudine portano, e in cammino il Vivente è versato nelle assemblee. A scendere nell’intimo lo portano e ne sono la voce che si sente. Luce recono del Crocefisso agli afflitti che dentro sono alle acque portati. Sono nell’agire illuminati dentro. La moglie/Chiesa sono del Vivente.

Isaia 5,3 – E si sente indicare al mondo che è stata portata la risurrezione dentro Gerusalemme. Si è portato un primo che è stato risorto in Giudea. Al Risorto un soffio nel cuore ha recato energia; dal Padre è stata inviata. Fu a riportarsi a casa ove c’erano gli apostoli. Per la rettitudine nel corpo a rivivere fu.

Isaia 5,4 – Dalla madre rientrò, potente alla vista, risorto il portato in croce. Da testimoni camminare col corpo vivo fu a portarsi. Del Potente Unico si vide lampante essere il segno. Furono in casa il riportato ad interrogare. La speranza era finita. Furono (invece) la potenza a vedere del Risorto riportatosi dalla croce. Lo videro gli apostoli che in casa stavano con la madre che si recava forte, alla vista luminoso da dentro. L’Unigenito risorto è il Vivente!

Isaia 5,5 – E nel tempo esce la conoscenza al mondo inviata dall’Unico. Inizia l’indicazione che per la rettitudine in vita venne di quel primo risorto il corpo; dall’Unico inviato era stato. Con l’azione della risurrezione (appunto nel tempo) uscirà il serpente bruciato nei corpi dei viventi. Sarà a rientrare la pienezza per il rettile portato dalla rettitudine alla fine. E a portarsi fuori sarà il serpente. L’arderà la Parola che in un corpo scese in cammino per le generazioni (dai morti) riportare all’esistenza che il serpente i viventi con un verme riempì.

Isaia 5,6 – Portò con una donna a esistere l’indicazione al mondo. Recò da dentro il Crocifisso al mondo il rifiuto che sarà a colpire l’essere ribelle. Per recare al serpente guai è per l’Eterno un corpo/popolo/Chiesa a portare. L’innalzato, il Risorto, che vivo è, un corpo recò alla luce. Fu dalla croce a recarla, dall’innalzato si vide. Dentro fu con l’acqua originata. Su un’asta l’aprì, con l’acqua uscì la madre, nel cuore gli stava. Dal corpo la compagna il Potente fu a recare con acqua di rugiada.

Isaia 5,7 – Retto è l’Agnello Vivente, il Signore! Giù dentro dell’Unico ha portato l’indicazione. Dagli abitanti è stato crocefisso (ma) ne è stato risorto il corpo. Dio e Uomo fu al mondo. Portandosi, la porta ha aperto. Ha inviato il Cuore in azione; la preferita è stato a portare. Ed è stata versata per l’asta del serpente. Con l’acqua alla luce soffiò il Cuore e fuori gli apostoli uscirono ai viventi. Illuminarono le trappole del serpente. La rettitudine al mondo portarono. Usciti, ecco scese l’oppressione dal mondo.

Isaia 5,8 – Nel mondo a portarsi fu dai viventi in cammino, furono rovine, dentro furono segnati, nell’intimo sono stati crocefissi dal demonio. Al mondo dentro il demonio entrato fu a versarsi nei corpi. Fu dentro, portatosi in azione, a sbarrarli dalle origini. La parola del Vivente nei viventi sorta portò fuori e bruciò dall’interno l’integrità. I cuori sbarrò, la rettitudine del Vivente da dentro rovesciò dai corpi. Dentro la luce scese.

Isaia 5,9 – Da dentro l’Unigenito colpito l’energia/sostanza forte è uscita portata al mondo. Scesa da dentro iniziò a portarsi dalla croce. Dell’Unico la pienezza dentro completamente fu tra i viventi; le moltitudini risono del Vivente, il serpente bruciato dai viventi uscirà. È stato al mondo con forza portato col cammino uno sbarramento al serpente. Si è dal Vivente portato il cuore, ha recato da dentro ad esistere la Madre dei viventi. Dell’Unico porta l’energia/sostanza; è portatrice della luce della casa.
(Questa energia è quella della Trinità che viene passata agli apostoli, cioè alla Chiesa)

Isaia 5,10 – Così sono in azione i servi (ministri del servizio religioso) attaccati con forza all’Agnello Vivente che forte azione di illuminazione recano, la casa del Crocifisso ai fratelli hanno indicano, li hanno portati a colpire il male, hanno stretto il ribelle con azione di fuoco. Al mondo dell’Unico il volto è stato aperto.

Isaia 5,11 – Al mondo hanno recato l’esistenza ai viventi del Risorto. Della rettitudine è ai viventi la forza (mediante l’eucaristia). In modo retto, a casa, a tavola dell’Agnello è il corpo. Con la mano alla bocca portano la vita dell’Unigenito col pane bianco. Dentro l’energia del Risorto alla bocca col vino sono ad attingere; l’esistenza vi versano del Vivente.

Isaia 5,12 – E al mondo è uscita la rettitudine degli apostoli che conduce ad essere vinto dentro il serpente completamente per la parola portata. Dagli affanni del serpente conducono, con il vino della vita risorta, completamente ad essere fuori. La vita recano dell’Unico. Indicano l’azione del Signore potente al nemico. È la carità portata e per l’opera al mondo un forte aiuto è stato recato. Con potenza l’Unico in vista hanno portato.

Isaia 5,13 – Del Potente la rettitudine inviata scorre potente nel mondo ai popoli. Tra i viventi la corruzione sbarrata si vede completamente e la magnificenza si riporta. Morto è il male dentro e al mondo si vede la vita portata con energia che conduce a sollevare le tombe; vi scende la vita dell’Unico.

Isaia 5,14 – Nel cammino un fiume di vita dentro entra. A bruciare l’Unigenito ha portato il serpente. Lo spirito a rientrare ha portato ed ha soffiato il nemico fuori. Per il soffio è uscita la corruzione. La legge ha portato a scendere il decoro al mondo. E fuori dalla vita si porta il lamentarsi e per la luce la malvagità fuori si porta. Dall’alto colpita da dentro esce.

Isaia 5,15 – Ed è stato risorto dalla tomba Adamo. Riportato è stato dal calvo (Calvario) dal potente Unigenito. Sono state le suppliche, sono stati i lamenti, (di Gesù sulla Croce) la fossa si aprì, fu dai morti a risorgere. La Parola con potenza l’ha rinviato fuori. (È nella tradizione dei Padri che la tomba di Adamo fosse sotto il calvario. “Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.” Matteo 27,51-53)

Isaia 5,16 – E fu nella fossa ad entrare il Signore. Scese dentro l’Unigenito portandosi dalla croce. Dentro in vita lo risorse, il soffio nel cuore gli riportò, lo recò fuori. La divinità rientrò. N’uscì santificato. Con energia rovesciò la porta, la luce dentro scese, dalla polvere uscì. (Adamo è il simbolo di tutti gli uomini che scendono agli inferi; il Cristo li raggiunge e li porta fuori. Nelle tradizioni ebraiche le anime di tutti gli uomini sono state una volta parte della grande anima di Adamo da cui appunto ha avuto origine il “peccato originale”.)

Isaia 5,17 – E i corpi si vedranno portati così da dentro alla luce, saranno a rivivere. Così la Parola la vita riporterà alle tombe, le moltitudini riporterà tutte. I viventi in vita con il Vivente in cammino con il corpo saranno. I viventi saranno dall’Unigenito, retti, al Potente portati.

Isaia 5,18 – La perversità sarà nei viventi bruciata. Così saranno fuori i delitti dentro racchiusi. La corruzione del mondo, la malvagità si riporta così nell’oscurità. E da tutti esce per l’azione rivelato il peccatore.

Isaia 5,19 – Al mondo il primo ribelle vivendo è stato nei viventi a generare l’esistenza delle tombe. È alla luce uscita l’opera al mondo recata dal serpente che la vita ha afflitto (quando), l’angelo (ribelle) nel corpo alle origini entrò e completamente si riversò nelle moltitudini. E l’indicazione dentro l’ha portata l’Unigenito al mondo dal legno della croce; l’ha versata in aiuto, l’ha recata alla luce. Fu l’illuminazione dal corpo sul maledetto portata; ne inviò la conoscenza al mondo.

Isaia 5,20 – I guai uscirono per la prima volta per Maria al serpente. Al male dal cuore portò il prodotto dell’amore che recò un terremoto per i viventi. Fu la Madre che alle tenebre del serpente la luce portò. Dell’Unigenito portò il corpo che il serpente (poi) racchiuse col fuoco. Cosi il nome è Madre dell’amarezza. Al serpente, che la morte ha portato a sorgere, ha recato un uomo che porta a versare al serpente l’amaro.
(Il nome di Maria “Miriam” , infatti, si può spezzare: dell’amarezza è Madre )

Isaia 5,21 – Al mondo a portarsi fu la sapienza a stare tra i viventi per le preghiere con lamenti usciti dai viventi. E ad annunziarla, a parlarle un angelo fu nel mondo alla Madre. Inviato alla casa un angelo fu alla Madre…

Isaia 5,22 -…al mondo si porta Colui che è. Dall’alto si reca nel corpo a stare nella Madre. Una potente luce/stella lo indicherà. Portati ad indicarne l’esistenza sono stati gli angeli e l’Unigenito promanato alla luce fu. Racchiusa è la potenza del Potente in un vivente; su una capanna una luce per l’Agnello.

Isaia 5,23 – A vivere il Giusto fu dall’empio. Si vide da un ventre sorgere di nascosto. L’essere impuro il Giusto crocifiggerà. Da un fianco fu a versare un mare. Fu da un foro, che fu al corpo portato, con l’acqua la madre con gli apostoli a portare.

Isaia 5,24 – In cammino inviato così per mangiarlo ha rovesciato il fuoco. Per il serpente alla luce ha portato gli inviati/apostoli. La Donna ha portato dal chiuso alla luce per la felicità dentro del mondo. È dal corpo della Parola uscito alla luce un corpo/popolo/Chiesa d’illuminati dal Vivente. Per la rettitudine la putredine è del mondo la forza ad uscire e danno frutti. Ha racchiuso nei viventi la rettitudine del Padre che versata è stata dall’alto al mondo. Così la vita ha iniziato in pienezza a riportarsi. L’Unigenito crocefisso la Torah del Signore delle schiere ha portato ad indicare ed iniziò il segno che per l’Unico l’amarezza finisce. A rovesciare, a calpestare, sono a bruciare il corpo del maledetto gli apostoli, dall’Unico giù portati.

Isaia 5,25 – Con azione potente la rettitudine agli apostoli dal chiuso del corpo entrò, originata dalla Parola. Il Signore da casa ai popoli la portò. Recò una forza dal Cuore. Fu una mano con un’asta che all’innalzato fu portata che a recare fu la rettitudine; dall’apertura la recò. Ed è stata dal corpo tratta fuori, per l’asta uscita, partorita è stata con l’acqua dalla croce. Al mondo è stata inviata da dentro potente pura. Così dal foro l’ha recato dal chiuso all’apertura, da dentro l’ha versata. Dal corpo che dentro la racchiudeva giù ha portato dall’arca la sposa. Con questa l’Unigenito indica al serpente la Donna di cui dentro all’origini parlò (profezia di Genesi 3,15) e la recò in azione. Ha portato la diletta con gli apostoli. L’amore ha portato ad esistere nel mondo.

Isaia 5,26 – E gli apostoli illuminati a molestare il serpente in cammino si portano. Sono la Madre che ai viventi del corpo/popolo/Chiesa annunciano la speranza della risurrezione. Dal corpo/popolo si rovescia il serpente che porta il marcio giù al mondo. Aprono la luce per riordinare il mondo. Dagli apostoli escono i viventi rigenerati (con la predicazione che è lo sperma dello Spirito Santo). Al mondo la voce sono che dentro reca l’Unigenito.

Isaia 5,27 – Ad annullare con l’agire sono il soffio che portato alle origini fu dall’angelo (evidentemente Lucifero). Ad ardere per la risurrezione i cuori recano. Il rifiuto è all’angelo (ribelle) recato. A reciderne i guai sono. Il fuoco gli apostoli portano al serpente. L’adirarsi completo dell’Unico lo stringe, lo infiacchisce. Giù sono a portarsi da bastone per il serpente delle origini. La tigna gli accendono in testa. Da zanzare dell’Altissimo si portano.

Isaia 5,28 – Dalla Donna per lavare è stato portato il fuoco del figlio. È stata la Madre a portarlo a tutti; ne ha riversato l’illuminazione completa. (È il battesimo di fuoco quello che arde completamente il serpente nell’uomo.) Del Crocefisso ha portato la via e ne indica le parole. Dal corpo/popolo/Chiesa (il serpente) allontana, alla pienezza lo reca (dove) intorno è a portarsi. Con la rettitudine scesa nel corpo/popolo il serpente dentro porta a rivelare. Nel cammino il Potente è a condurla. In trono si riporta la Parola al mondo.

Isaia 5,29 – Il Risorto primogenito in cammino rientrerà. In potenza si riporterà dalla sposa che dentro è a desiderarlo per il risorgere iniziare. In cammino la rettitudine cosi della Parola è in un corpo esistita ed è stata inviata al mondo. Una Madre portata è stata ai fratelli (Giovanni 19,27a “Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre.”) Questa il cuore in un corpo/popolo/Chiesa della Parola ha portato. È stato un resto in salvo portato ed ha annullato dai viventi giù la forza del serpente.

Isaia 5,30 – E fu dall’angelo (ribelle) nel mondo dei viventi l’Altissimo a portarsi. Dentro un giorno al mondo la rettitudine Egli ha inviato. In campo aperto tra gli uomini si è il Vivente portato. Ha inviato dentro il cuore (È sua madre e sua sposa.) Il Potente in terra l’ha portato e uscì con gli apostoli. Nel mondo alle tenebre dell’avversario ha recato la luce. Chiuderà nel fuoco della rettitudine dentro il nemico. Fu la Parola a stare nel mondo.

Concludo con l’invito che si trova al capitolo 51,1-3 del libro del profeta Isaia: “Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo, vostro padre, a Sara che vi ha partorito; poiché io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai. Davvero il Signore ha pietà di Sion, ha pietà di tutte le sue rovine, rende il suo deserto come l’Eden, la sua steppa come il giardino del Signore.”

DAL DESERTO AL GIARDINOultima modifica: 2018-06-21T17:34:22+02:00da mikeplato
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