GALILEA. LA REGIONE DI GESU’

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di Alessandro Conti Puorger

I Vangeli di Matteo e di Luca, com’è noto, sono gli unici dei quattro canonici che riferiscono episodi della nascita e dell’infanzia di Gesù, ma lasciano un ampio varco di anni vuoto di notizie prima d’iniziare il racconto della sua missione, mentre gli altri due, Marco e Giovanni, iniziano a narrarne le vicende a partire dal battesimo nel Giordano che in pratica da inizio alla vita pubblica.
Il Vangelo di Matteo 3,19-23 informa che Gesù nacque a Betlemme di Giudea e che la Santa Famiglia dovette fuggire in Egitto, ma al momento del ritorno dall’esilio, per un avvertimento ricevuto in sogno da San Giuseppe, scelse di abitare a Nazaret, una città della Galilea, ma nulla dice di dove risiedessero prima.
Il Vangelo di Luca 1,26-38 afferma che l’angelo Gabriele fu in quella città di Nazaret ad annunciare alla Vergine Maria la nascita di Gesù; quella, città, quindi, per quel Vangelo, era la sede dell’originaria residenza di Maria e di Giuseppe già prima della nascita del bambino che nacque a Betlemme di Giudea mentre i due sposi erano in viaggio per un censimento, ma il Vangelo di Luca nulla dice dell’esilio della Santa Famiglia in Egitto.
Entrambi quei due Vangeli comunque propongono Nazaret quale residenza di Gesù da fanciullo in seno alla Santa Famiglia.
Nazaret, città della Galilea, in ebraico è “Nasarat” .
Il radicale è relativo all’atto del “custodire, osservare, conservare”, ed anche al “difendere, guardare” ed al “nascondere, occultare”, tutti verbi ben intonati alla situazione. Le lettere ebraiche poi giustificano anche la parola “rampollo, germoglio”, che conserva la specie, e i significati grafici delle lettere che la costituiscono suscitano il predicato: “con energia si alza dal corpo .”
(Vedi: “Parlano le lettere“)

Quelle lettere parlano anche dell’evento dell’annuncio da parte di un “angelo che scende col corpo ” e di un concepimento del figlio di Dio che “dagli angeli scende in un corpo “.

A partire dagli inizi dell’era cristiana molti sono stati convinti che Nazaret non esistesse: “Gli apostoli che sono stati prima di noi l’hanno chiamato Gesù Nazareno detto il Cristo… Nazara è la Verità. Perciò Nazareno è “Quello della verità.” (47 Vangelo apocrifo di Filippo, II secolo d.C.), peraltro anche Luca in 4,16 nel testo greco la chiama “Nazara”.
C’è, infatti, nei Vangeli una tensione a definirlo Nazareno ed è possibile che con ciò s’intendesse comunque anche dire che era il germoglio “nesoer” nel senso che lo intendevano gli esseni che così chiamavano il loro maestro di Giustizia, secondo la profezia di Isaia 11,1, il virgulto nascosto da cui speravano sarebbe sorto il nuovo Israele.

“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto ( nesoer) germoglierà dalle sue radici.” (Isaia 11,1)

Quella località evidentemente era stata sede di un villaggio che aveva avuto un ruolo marginale nell’antichità visto che non se ne trova menzione in atti storici o nelle lapidi sinora ritrovate.
Gli scavi archeologici confermano però là presenze dall’età del bronzo, ma scarsi e non completamente soddisfacenti sono segni di abitazioni che si riferiscano al tempo che ci interessa, ma ciò non prova nulla, perché se era poco più di un villaggio difficile è trovare dei reperti.
Sono state rinvenute comunque numerose grotte, alcune servite per uso domestico, modificate allo scopo anche aggiungendo vani in muratura all’esterno come accaduto per la Santa Casa, la cui parte in muratura antistante la grotta è ora a Loreto.
Nazaret, oggi, è una città di circa 70.000 abitanti del Distretto Nord dello stato d’Israele, ossia nella regione storica che era detta “Galilea delle Genti”.

Il Vangelo di Matteo, dopo le tentazioni di Gesù nel deserto della giudea a ovest di Gerico, dice: “Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti…” (Matteo 4,12-15)
In questi versetti Matteo 4,12-15 quel Vangelo cita il libro del profeta Isaia e precisamente il versetto 8,23 ove è scritto per “Galilea delle Genti”.
Del pari alcuni credevano che anche Cafarnao fosse una località non abitata ai tempi di Gesù; invece era accaduto che la comunità cristiana, sotto la dominazione Araba, dall’VIII secolo s’era ritirata e il luogo era divenuto disabitato e il tempo ne aveva cancellato le tracce.
Importanti ritrovamenti invece sono emersi a seguito degli scavi archeologici portati avanti dai Francescani della Custodia di Terra Santa, tra cui la casa di Pietro, con i segni di antica venerazione essendo divenuta anticamente luogo di culto e la Sinagoga.
La, a Cafarnao, avvennero, molti fatti raccontati dai Vangeli:

  • la chiamata di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (Matteo 4,18-22; Marco 1,16-20; Luca 5,1-11);
  • la vocazione del pubblicano Matteo e il banchetto a casa sua (Matteo 9,9-13; Marco 2,13-17; Luca 5,27-32);
  • la cacciata di uno spirito impuro (Marco 1,21-28; Luca 4,31-37);
  • la guarigione del servo del centurione (Matteo 8,5-13; Luca 7,1-10);
  • la guarigione della suocera di Pietro (Matteo 8,14-15; Marco 1,29-31; Luca 4,38-39);
  • la guarigione del paralitico (Matteo 9,1-8; Marco 2,1-12; Luca 5,17-26);
  • la guarigione dell’emorroissa (Matteo 9,20-22; Marco 5,25-34; Luca 8,43-48);
  • la guarigione dell’uomo dalla mano inaridita (Matteo 12,9-14; Marco 3,1-6; Luca 6,6-11);
  • la resurrezione della figlia di Giairo (Matteo 9,18-26; Marco 5,21-43; Luca 8,40-56);
  • il pagamento del tributo al Tempio (Matteo 17,24-27);
  • il discorso sul Pane della Vita (Giovanni 6,24-59).

La Galilea è una regione storica a nord della Palestina.
Il suo territorio è a sud della Fenicia, oggi il Libano, e a nord della Samaria.
A est è delimitata dal fiume Giordano mentre a ovest è bagnata dal Mar Mediterraneo.
In quel tratto il fiume Giordano è affluente ed emissario del Lago di Genezaret, detto anche lago di Tiberiade o mare di Galilea che è a 210 sotto il livello del mare ed ha una larghezza e una lunghezza massima rispettivamente di 13 Km e di 23 Km con una profondità che non arriva ai 50 metri.
Oltre il Giordano a est, nella zona nord, si trovano le alture di Golan, la Gaulantide con il territorio della Decapoli, così detta per le 10 città di Gerasa, Scythopolis (Beth-Shean, l’unica delle 10 a ovest del Giordano), Hippos, Gadara, Pella, Amman (oggi capitale della Giordania), Dion, Canatha, Raphana, Damasco (oggi capitale della Giordania).
Il territorio attorno all’anello del lago di Genezaret, prima della conquista nel XII secolo a.C. da parte degli Israeliti sotto la guida di Giosuè, era stato ambito e conteso e vari erano stati i popoli che vi si affacciavano alternandosi nel tempo.
All’epoca della primitiva conquista israelita da parte di Giosuè il territorio era occupato dai Cananei, una congerie di città stato che ogni tanto si confederavano e si coalizzavano in caso di necessità.
Fu così che allora, temendo l’arrivo d’invasori, a Iabin, re di Asor, città a nord dell’area poi chiamata Galilea delle Genti, si unirono tutti gli Amorrei, gli Ittiti, i Perizziti, i Gebusei e gli Evei, una vasta coalizione di popoli e tribù per opporsi, appunto, all’invasione degli Israeliti.
Giosuè, pur senza carri da guerra, li sconfisse alle acque di Merom tra strette gole e boschi in cui i carri nemici non avevano possibilità di manovra, e poi prese Asor (Giosuè 11,1-20).
Quella che è chiamata Galilea è per lo più un altopiano, con pianure a est, a ovest e a sud, naturalmente suddiviso in due gradini dal Monte Heider (m. 1047):

  • l’Alta Galilea fino a circa 1000 metri sul livello del mare (monti di Germaq 1208 metri) con una rete di valli, profondamente incassate alternate da piccole pianure;
  • la Bassa Galilea a sud, regione collinosa circa 500 metri sul livello del mare con valli pianeggianti molto fertili che scende a -180 metri sul livello del mare vicino al mare di Galilea delimitata a sud risalente verso ovest dalla valle di Esdrelon;
  • la Galilea occidentale con la sua pianura costiera affacciantesi sul mar Mediterraneo.

Questa valle è delimitata a nord dalle colline di Nazareth e dal Monte Tabor (m. 588), a sud dalla catena del Monte Carmelo (m. 546), a est dal Piccolo Hermon (m. 515) e dai monti di Gelboe (m. 500) e a ovest è percorsa dal fiume Kishon, che scorre verso il Mediterraneo.
Tale pianura è chiamata con più nomi:

  • pianura di Izreel (Giudici 6,33);
  • pianura di Esdrelon (Giuditta 1,8);
  • Valle di Meghiddo (2Cronache 35,22; Zaccaria 12,11);
  • Grande Pianura (1Maccabei 12,49).

Incrocio di antiche vie di comunicazione, la pianura di Esdrelon fu scenario di grandi battaglie e di fatti memorabili:

  • Debora e Sisara (Giudici 4-5);
  • Gedeone e i Madianiti (Giudici 7);
  • Saul e i Filistei (1Samuele 31);
  • Giosia (2Re 23,29-30);
  • i Maccabei (1Maccabei 12,49).

La Galilea è la zona più fertile della Palestina, ricca di olivi, onde pare che molti esiliati giudei, dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia, presero dimora in quella regione.
Basso però era ritenuto il contributo per valore culturale di quell’area e di conseguenza scarsa era la sua influenza.
Rispetto alla cultura di Gerusalemme e del suo Tempio la Galilea delle Genti era, infatti, una terra di frontiera, zona di transito con persone diverse per razza, cultura e religione, ma comunque una zona di basso profilo culturale.
Questa almeno è anche l’idea o comunque cosi era ritenuto, come s’arguisce dalle seguenti citazioni tratte dai Vangeli:

  • “…Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse Seguimi! Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret. Natanaele gli disse: Da Nazaret può venire qualcosa di buono?” (Giovanni 1,42-46)
  • i Farisei dicono a Nicodemo: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”. (Giovanni 7,52)
  • Natanaèle: “Da Nàzaret può mai venire qualcosa di buono?”. (Giovanni 7,52)

Il Talmud (Ber. 32a, b. Erub. 53a, b. Megillot 24b) conferma che gli uomini di quella zona erano ritenuti ignoranti, rozzi e un poco barbari.
Tra l’altro, poiché i galilei pronunciavano male alcune parole ebraiche non era permesso loro leggere le preghiere pubbliche (Megillot 24b).
I popolani Galilei erano riconosciuti dai giudei dal loro modo di parlare come risulta anche dal Vangelo di Marco: “Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù. Ma egli negò: Non so e non capisco quello che vuoi dire. Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: Costui è di quelli. Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo“. (Marco 14,66-70)
La serva evidentemente aveva dedotto che Pietro era galileo dal suo modo di parlare.

Gesù inizia in quella zona decentrata di Israele che era la Galilea il suo ministero e sceglie i primi apostoli non tra i sapienti, gli scribi e i dottori della Legge, ma tra semplici lavoratori.

LA “GALILEA” NELL’ANTICO TESTAMENTO
Per comprendere il significato originario della parola “Galilea” è necessario seguirne le tracce nei libri scritti in ebraico dell’Antico o Primo Testamento.
Al riguardo è da tenere presente che il termine “Galilea” può presentarsi scritto in due forme, come o come .
Evidente è che in quella parola c’è il radicale ebraico relativo al verbo di “rotolare”, da cui “anello” e “circolo”.
Nel libro di Giosuè al versetto 13,2 si trova: “Queste sono le terre rimaste: tutti i distretti dei Filistei e tutto il territorio dei Ghesuriti.”
Ciò che lì è tradotto con “i distretti” è , un plurale di e precisamente “ghelilot”.
Distretto allora ci porta a contrada, circoscrizione e circondario e torniamo ad una estensione del concetto di anello e di circolo.
Ciò premesso, quanto scritto in Isaia in 8,23 “Galilea delle Genti” o “Galilea dei popoli pagani”, in effetti si potrebbe tradurre “circondario dei Goim”, ossia distretto, “circondario di popoli pagani”.
Da ciò ne discende che il termine di “anello” o “circolo” evidentemente al tempo dei Re, è divenuto il nome proprio sintetico “Galilea” di quella regione formata dai territori di frontiera nord in faccia ai pagani.
Si legge, infatti, nel primo libro dei Re al tempo di Salomone: “poiché Chiram, re di Tiro, aveva fornito a Salomone legname di cedro e legname di cipresso e oro secondo ogni suo desiderio, Salomone diede a Chiram venti città nella regione della Galilea.” (1Re 9,11)
Quella stessa parola “ghelilot” di Giosuè 13,2 si ritrova in Giosuè 22,10-11 ove però si legge: “Giunti a Ghelilòt del Giordano, nella terra di Canaan, i Rubeniti e i Gaditi e la metà della tribù di Manasse vi costruirono un altare, presso il Giordano: un altare grande, ben visibile. Gli Israeliti udirono che si diceva: Ecco, Rubeniti, Gaditi e metà della tribù di Manasse hanno costruito un altare di fronte alla terra di Canaan, a Ghelilòt del Giordano, dalla parte degli Israeliti.”
Molti individuano questa località con Galgala ove Giosuè stabilì gli accampamenti degli Israeliti intenti a conquistare la Terra Promessa: “Il popolo salì dal Giordano il dieci del primo mese e si accampò in Gàlgala, dalla parte orientale di Gèrico. Quelle dodici pietre che avevano portate dal Giordano, Giosuè le eresse in Gàlgala.” (Giosuè 4,19-20)
Là, a Galgala, poi fu innalzato un santuario presso il quale avvenne la circoncisione degli Israeliti (Giosuè 5,1-10).
Evidentemente Galgala non era una città, perché non si parla di combattimenti per conquistarla, ma era solo un toponimo.
S’ipotizza, peraltro, che il nome Galgala voglia dire “circolo di rotolate”, ossia circolo di pietre spostate per rotolamento.
Presso quel luogo due secoli dopo ci fu l’unzione di Saul, il primo re d’Israele, da parte del profeta Samuele e anni dopo Saul v’offrì un sacrificio prima dell’arrivo del profeta (1Samuele 13,5-12) e tale atto fu considerato la sua prima grave disobbedienza che poi lo portò a cadere in disgrazia.
Nella Tenak o Bibbia con i libri dell’Antico Testamento in ebraico, la Galilea, come nome proprio della regione in cui Gesù iniziò il suo ministero, si trova solo sei volte nei seguenti versetti, scritto come:

  • – in Giosuè 20,7 e 21,32; 1Re 9,11; 1Cronache 26,61, Isaia 8,23;
  • – in 2Re 15,29.

Quel nome di Galilea si trova poi 15 volte come regione specifica in libri deuterocanonici e precisamente in:

  • 2 volte in Tobia 1,2 e 1,5;
  • 2 in Giuditta 1,8 e 15,5;
  • 11 in 1Maccabei in 5,14-15-17-20-21-23-55; 10,30; 11,63 e 12,47-49.

Non si deve dimenticare però il significato del nome comune di origine: cerchio, anello e simili.
Lo stesso termine , infatti, si trova in:

  • 1Re 6,34 – “I due battenti erano di legno di cipresso; le due ante di un battente erano girevoli, come erano girevoli le imposte dell’altro battente” con l’intenzione, appunto, di dire “girevoli” nella forma plurale di “ghelilim”;
  • Ester 1,6 – nella parola anello quando vi si parla di “anelli d’argento” nella forma plurale di “ghelili”;
  • Cantico dei Cantici 5,14a – ancora come anelli quando dice “Le sue mani sono anelli d’oro, incastonati di gemme di Tarsis” nella forma plurale di “ghelili”.

Nella forma si trova in:

  • Giosuè 13,2 e 22,10-11, quando parla di Ghelilot;
  • Gioele 4,4 – ove per contrade si trova “gheliot”, “Anche voi, Tiro e Sidone, e voi tutte contrade della Filistea, che cosa siete per me? Vorreste prendervi la rivincita e vendicarvi di me? Io ben presto farò ricadere sul vostro capo il male che avete fatto.”;
  • Ezechiele 47,8 – ove è tradotta come regione “Mi disse: Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque…”, ove la regione orientale è “gelilah hqqademonah” .

LA REGIONE ORIENTALE A GERUSALEMME
Dal versetto Ezechiele 47,8 con quella “regione orientale” viene a profilarsi l’esistenza di una “galilea” anche a Gerusalemme.
Questa, peraltro, come vedremo, nell’ultimo giorno, quello del giudizio finale, sarà una vera e propria Galilea delle Genti.
Vediamo dove e come si trova.
Quell’ultima citazione di Ezechiele 47,8 è inserita nell’ambito della visione profetica della sorgente d’acqua risanatrice sgorgante dal Tempio di Gerusalemme.
Quella visione così inizia: “Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare.” (Ezechiele 47,1)

L’acqua scaturiva fuori da Gerusalemme dalla porta orientale verso il Mar Morto per risanare le acque di tutto il mondo.
La porta orientale di Gerusalemme era la porta di Susa o “Porta di Sousan” s’apre ad est del Monte del Tempio, verso la valle del Cedron e il Monte degli Ulivi, citata nel Talmud.
Quella porta che non va confusa con la Porta d’Oro situata a metà delle mura est, chiamata anche “porta della Misericordia” (“Sha’ar Harachamim”) o “porta della Vita eterna”.
Questa fu costruita solo nel V secolo ed è situata al centro delle mura ad Est, ma è una porta chiusa, poiché è la porta attraverso la quale, secondo la tradizione ebraica alla fine dei tempi il Messia entrerà in Gerusalemme.
Il 21 marzo del 629 d.C., sotto l’imperatore Eraclio, quando i Cristiani ripresero la città invasa dai Persiani nel 614 d.C., ricuperano anche la vera croce e la riportarono in processione nella Basilica del S. Sepolcro attraverso quella Porta Aurea.

 

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Gerusalemme porta della Misericordia o porta Aurea


La porta di Susa è legata a un’altra profezia del profeta Ezechiele: “Mi condusse poi alla porta esterna del santuario rivolta a oriente; essa era chiusa. Il Signore mi disse: Questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno vi passerà, perché c’è passato il Signore, Dio d’Israele. Perciò resterà chiusa. Ma il principe, in quanto principe, siederà in essa per cibarsi davanti al Signore; entrerà dal vestibolo della porta e di lì uscirà.” (Ezechiele 44,1-3)
Cioè l’attesa da vari secoli era che verranno a Gerusalemme alla fine dei tempi tutti i popoli pagani.
È, poi al riguardo da considerare quanto dicono:

  • il profeta Zaccaria, quando parla dell’ultimo giorno, “Ecco, viene un giorno per il Signore… Il Signore radunerà tutte le nazioni contro Gerusalemme per la battaglia; la città sarà presa… Il Signore uscirà e combatterà contro quelle nazioni… In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente, e il monte degli Ulivi si fenderà in due, da oriente a occidente, formando una valle molto profonda… Verrà allora il Signore, mio Dio, e con lui tutti i suoi santi.” (Zaccaria 14,1-5)
  • il profeta Isaia, “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti… Egli sarà giudice fra le genti…” (Isaia 2,2-4a)

Dal profeta Gioele è nominata la valle di Giosafat (un Re d’Israele del IX secolo a.C. il cui nome significa IHWH giudica) identificata con la valle del Cedron tra il Monte del Tempio e quello degli Ulivi come luogo d’adunata di tutte le nazioni.
(Vedi: “Giosafat re, profezia di resurrezione“)

“Poiché, ecco, in quei giorni e in quel tempo, quando ristabilirò le sorti di Giuda e Gerusalemme, riunirò tutte le genti e le farò scendere nella valle di Giòsafat, e l verrò a giudizio con loro per il mio popolo Israele, mia eredità, che essi hanno disperso fra le nazioni dividendosi poi la mia terra.” (Gioele 4,1-2)

Dio giudica alla porta est di Gerusalemme, perché la più vicina al Tempio e tutto sta a confermare poi l’entrata del Signore nella città da est per il trasferimento alla Gerusalemme celeste.
Ed ecco, in tutti e quattro i Vangeli canonici (Matteo 21,1-10; Marco 11,1-11; Luca 19,28-38; Giovanni12,12-16), la tensione particolare per l’ingresso messianico a Gerusalemme di Gesù che viene dal monte degli Ulivi su un asinello.
Quel fatto indicava che iniziavano gli ultimi tempi, che evidentemente sono tutt’ora in corso di svolgimento.

180_3Ingresso di Gesù a Gerusalemme – Cappella Palatina in Palermo


Nell’immagine sopra riportata del mosaico della Cappella Palatina in Palermo, che rappresenta l’evento della processione dell’entrata di Cristo in Gerusalemme attraverso la porta a est, l’asino ha il capo chino e la bocca aperta come per ragliare.
Esperti vi hanno scorto l’idea che rappresenti in modo profetico i popoli pagani che saranno sottomessi e vinti dal Cristo.
L’asino che porta la soma era, infatti, paragonato ai popoli pagani che prima dell’incontro con Cristo recano il peso del peccato senza la grazia.
Tale animale è contrapposto al bue che nel portare il giogo contribuisce al lavoro del padrone che, quindi, ben rappresenterebbe il popolo eletto.
L’asino, per contro, quale animale da soma, poteva recare, senza saperlo, tesori inestimabili, immagine della fragilità umana che reca in sé la dignità della figliolanza divina.
Al riguardo Sant’Agostino sostiene che Cristo è la pietra angolare dei due popoli, gli ebrei e i pagani, “punto di congiunzione di due pareti che vengono da diverse direzioni“, dalla circoncisione e dalla non circoncisione, dal monoteismo e dal paganesimo «Coloro che hanno ascoltato e obbedito vennero da ambedue le parti, si riconciliarono, terminarono le inimicizie: le primizie di ambedue furono i pastori e i magi. In essi “il bue cominciò a riconoscere il suo padrone e l’asino la greppia del suo Signore” (Isaia 1,3) Il bue, che ha le corna, è simbolo dei Giudei perché in mezzo ad essi a Cristo furono preparati i due vertici della croce. L’asino, animale tipico per le orecchie, è simbolo dei pagani; di essi era stato predetto: “Un popolo a me sconosciuto mi servì, al primo udirmi con gli orecchi si sottomise a me” (Salmo 17,44s). Colui che era insieme padrone del bue e signore dell’asino giaceva in una mangiatoia e ad ambedue dava un medesimo cibo. Poiché egli era venuto come pace per coloro che erano lontani e come pace per coloro che erano vicini, i pastori israeliti, essendo i vicini, vennero a lui nello stesso giorno in cui nacque Cristo, lo videro ed esultarono. Invece i magi pagani, essendo i lontani, arrivarono lo trovarono, lo adorarono dopo alcuni giorni da che era nato, cioè oggi. Era dunque opportuno che noi, cioè la Chiesa che viene radunata di mezzo ai pagani, aggiungessimo la celebrazione di questo giorno, in cui Cristo si è manifestato alle primizie dei pagani, alla celebrazione del giorno in cui Cristo è nato dai Giudei; e che conservassimo la memoria di tanto sacramento con una duplice festa (Natale ed Epifania).» (Discorso 204 di Sant’Agostino)
(Vedi: “Giuseppe, l’Emmanuele e la Madre” in cui tra l’altro ho presentato decriptato il capitolo 1 di Isaia)

Mi pare proprio poter concludere che la regione orientale di Gerusalemme era la zona antistante la porta a da cui sarebbe entrato il Messia con i Gentili al seguito e poteva ben definirsi in senso profetico escatologico come “la Galilea delle Genti” di Gerusalemme, area di raccolta dei pagani al momento del giudizio finale.
Tenuto conto che in ebraico il verbo “rivelare” ha il radicale , accade che il termine “galileah” si può leggere anche come il luogo ove “a rivelarsi () sarà il Potente nel mondo “.
Considerato poi che la parola “notte” si dice in ebraico e “leil e lail” o “laielah” e che la porta del Tempio era rivolta a oriente verso quella “galileah” per essere illuminata dai primi raggi del sole, se ne ricava che implicito con quelle lettere c’è da là “fugge la notte “, perché vi entra il Signore, “Io sono la luce del mondo”. (Giovanni 8,12)

ASCENSIONE
Dal punto di vista teologico c’è una profonda unità redentiva tra Pasqua – Ascensione – Pentecoste, eventi che segnano un unico passo fondamentale della storia della salvezza, vale a dire l’accoglimento dell’umanità tutta intera nella divinità e nella vita divina.
Nel lucernario per la festa dell’Ascensione si canta:

“Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall’eternità, nel suo seno dimora. Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: alzate, principi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima.”

Il Figlio è sempre stato nel cielo con il Padre in comunione con lo Spirito Santo, ed ha contemporaneamente vissuto sulla terra con gli uomini.
Con la sua incarnazione, passione, morte in croce e risurrezione, avendo compiuto l’opera per la quale era disceso sulla terra, è risalito al cielo nella gloria, ha unito l’umanità che aveva assunto alla divinità e ha regalato agli uomini lo stesso Spirito Santo che cementa la SS. Trinità.
L’evento dell’Ascensione si trova raccontato in modo esauriente soltanto da Luca, l’unico evangelista non ebreo, che dice d’aver fatto ricerche accurate (Luca 1,1-4) e che ne ha scritto in entrambi i suoi libri, nel Vangelo omonimo e negli Atti degli Apostoli.
La data di composizione degli Atti è fatta risalire agli anni 63-64, mentre quella del Vangelo a un anno o due prima.
Luca era un medico (Colossesi 4,14) di famiglia pagana, (il nome Luca probabilmente è abbreviazione di Lucano), nato ad Antiochia, entrato in quella comunità cristiana dopo il 37 d.C., anno in cui fu fondata (Atti 11,19s), e nel 40 d.C. vi aveva conosciuto Paolo e Barnaba (Atti 12,24-13,1) divenendone discepolo.
Paolo cita Luca come suo collaboratore affezionato in alcune lettere (Filemone 24 e Colossesi 4,14); infatti, quando Paolo era in carcere a Roma (2Timoteo 4,11) Luca non l’abbandonò.
Questo evangelista non ha conosciuto direttamente Gesù durante il suo ministero, ma tramite la predicazione di altri testimoni tra cui, per i dati specifici e riservati sull’infanzia di Gesù, si dice anche da colloqui avuti direttamente con Maria di Nazaret.
La tradizione lo ricorda anche come pittore e di alcune icone di “Madonne”.
La tradizione stessa gli attribuisce numerose icone di Maria.
Tra queste vi sarebbe l’icona Maria Salus Populi Romani in Santa Maria Maggiore a Roma (papa Liberio 352-366 scelse un’immagine venerata che sarebbe stata portata a Roma da Sant’Elena pochi anni prima) e quella della Madonna della Guardia del santuario di San Luca sulla collina bolognese.

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L’icona Maria Salus Populi Romani
in Santa Maria Maggiore a Roma

 

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Icona della Madonna della Guardia
nel Santuario di San Luca Bologna


Luca, infatti, come medico potrebbe addirittura avere curato la Madre del Signore. Secondo la tradizione, Luca morì martire a Patrasso in Grecia. Di certo la sua teologia fu arricchita dal rapporto diretto con Paolo di Tarso.
L’Ascensione, che assieme alla Pentecoste e alla Pasqua, è ricorrenza celebrata da tutti i cristiani, è l’ultimo avvenimento della vita terrena di Gesù che fa da cerniera tra gli eventi che riguardano Gesù stesso e la sua missione nella sua prima venuta e quelli che riguardano la Chiesa con Gesù già in cielo in attesa della “parusia” o seconda venuta.
Al ritorno a Gerusalemme dei due discepoli di Emmaus, racconta appunto il Vangelo di Luca, questi andarono nel luogo “dove erano riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro” (Luca 24,33), evidentemente il Cenacolo, e Cristo risorto si manifestò, mangiò una porzione di pesce e “aprì loro la mente per comprendere le Scritture” (Luca 24,45)
Subito dopo nello stesso Vangelo è raccontato il fatto dell’Ascensione in questi termini: “Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto. Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.” (Luca 24,45-50)

Può quindi sembrare che l’Ascensione sia avvenuta praticamente senza intervallo dopo quell’incontro dov’è citato il fatto del pesce, invece no.
Lo stesso Luca precisa poi negli Atti degli Apostoli che passarono quaranta giorni, tempo che fu, quindi, come un giorno solo di Lui con l’embrione della Chiesa in gestazione.
Fu, infatti, una vera gestazione per cambiarne la natura.
Il numero quaranta richiama, infatti, un tempo di gestazione, le quaranta settimane per la nascita di un bambino dopo il concepimento.
Quei quaranta giorni furono allora una vera e propria coabitazione dello sposo con la sposa, mangiavano assieme e Lui fu a manifestare tutti i beni preziosi dello sposo, i segreti delle Sacre Scritture, disvelate in pienezza per preparare l’evento della consacrazione nella verità, vale a dire nel completo amore e unità con Lui e tra di loro che sarà sugellato con il battesimo nello Spirito Santo nella Pentecoste.
Poco prima del giorno dell’Ascensione Gesù poi comanda loro di non muoversi da Gerusalemme: “voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto.”
Ciò è ripetuto negli Atti ove è precisato che si trovava a tavola con loro.
L’Ascensione è così avvenuta sul Monte degli Ulivi, presso Betania, “Bait a’niah” “Casa dei mansueti” o “casa dei pii”, ora “El Azarieh” in arabo, ossia “casa di Lazzaro”, località ove spesso Gesù si ritirava e incontrava il suo amico Lazzaro e Marta e Maria sue sorelle.
Betania si trovava nel circondario est di Gerusalemme, la “galilea” di cui ho detto nel precedente paragrafo, da cui secondo la tradizione degli ebrei alla fine dei tempi, vinte le remore di tutte le nazioni, il Messia tornerà trionfante ed entrerà in Gerusalemme.
Là, negli Atti degli Apostoli 1,1-12 questa, infatti, è la narrazione: “Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, quella – disse – che voi avete udito da me (Luca 24,49): Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo. Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele? Ma egli rispose: Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra. Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo. Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato.”

Vi sono due elementi importanti da porre in evidenza:

  • I due uomini in bianche vesti dicono agli astanti “Uomini di Galilea“, ma se si considera la Galilea come la regione storica quelli non erano tutti solo di laggiù in quanto c’erano, come abbiamo considerato, anche altri discepoli, ma quel titolo è calzante, perché erano lì in quella galilea… cioè voi uomini di questo circondario.
  • Quelli in veste bianche dicono ai presenti “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” come lo avete visto andare via da qui lo vedrete” vale a dire era il Messia, perciò, come lo avete salire al cielo da qui lo vedrete tornare da qui, come proprio la tradizione prevede per il Messia.

È poi da sottolineare il fatto di Gesù che mangia il pesce con gli apostoli.

180_6Personificazioni del male – animali mitologici:
il leviatano, il behamoth e ziz


È questo del mangiare il pesce un segno escatologico che preannuncia la vittoria finale contro il male a cui seguirà il pasto messianico nel banchetto che alla fine, secondo la tradizione ebraica, il Messia farà dando a tutti le carni del mostro marino, il Leviatano, da mangiare.
Lo stesso atto del mangiare il pesce è ricordato in altra forma dal Vangelo di Giovanni cap. 21 nell’episodio dell’apparizione del Risorto sul lago di Tiberiade.
(Vedi: il paragrafo “Mangiare il pesce” di “Numeri nei Vangeli e nell’Apocalisse: annunci del Messia“)

I giusti ne mangeranno la carne nell’era messianica afferma il Talmud Baba Batra 74b e “Disse Giona al leviatano (il pesce che lo avevo inghiottito) : Leviatan, sappi che… tirerò fuori te per prepararti per il grande pranzo dei giusti…”
(Midrash in “Il viaggio di Giona”, Città Nuova ed.1999)

La solennità dell’Ascensione è, infatti, molto antica e fu ben presto celebrata nella Chiesa come risulta dal primo concilio ecumenico, quello di Nicea del 325, presieduto dall’imperatore Costantino, tenuto dopo il Concilio di Gerusalemme di età apostolica.
Fu il Concilio di Nicea che formulò il “Credo” che afferma che Gesù: “…è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.”

Sant’Agostino vescovo d’Ippona tra il 395 e il 430 ebbe a scrivere sulla glorificazione di Cristo nella risurrezione e nell’ascensione.
“La glorificazione dei Signore nostro Gesù Cristo è divenuta completa con la risurrezione e l’ascensione al cielo. Abbiamo celebrato la sua risurrezione nella domenica di Pasqua, oggi celebriamo la sua ascensione. Ambedue sono per noi giorni di festa. Infatti Cristo risuscitò per darci la prova della nostra risurrezione, e ascese al cielo per proteggerci dall’alto. Il Signore e salvatore nostro Gesù Cristo dunque prima fu appeso alla croce, ora siede nei cieli. Pagò il nostro riscatto quando fu appeso alla croce; ora che siede nei cieli raduna intorno a sé coloro che ha comperato. Quando avrà radunato tutti quelli che dovrà radunare attraverso i vari secoli, alla fine dei tempi verrà e, come sta scritto, Dio verrà apertamente (Salmo 49,3); non come venne la prima volta, nel nascondimento ma, come è detto, apertamente. Per poter essere giudicato era necessario infatti che venisse nel nascondimento; per giudicare invece verrà apertamente. Se la prima volta fosse venuto apertamente chi avrebbe osato giudicarlo mentre manifestava la sua identità? Dice infatti l’apostolo Paolo: Se lo avessero conosciuto, mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Corinzi 2,8). Ma se lui non fosse stato ucciso, la morte non sarebbe morta. Il diavolo è stato vinto per mezzo del suo stesso trofeo. Esultò infatti il diavolo quando, seducendolo, fece cadere nella morte il primo uomo. Seducendolo uccise il primo uomo: uccidendo invece l’ultimo (Cristo), gli scappò dai lacci il primo.”
(Sant’Agostino – Discorso 263)

180_7Pellegrina di Terrasanta


Nel 1884, nella biblioteca di Arezzo fu trovato un codice latino che era il diario di viaggio scritto da una donna, la “beatissima Egeria”, che aveva compiuto un pellegrinaggio in Terrasanta.
Questa partì dalla Gallia o dalla Galizia e fece il viaggio tra il 381 e il 384.
Giunta a Costantinopoli probabilmente via mare, Egeria arrivò a Tarso, visitò Antiochia, Sycamina (oggi Haifa) e, passando per Emmaus, giunse a Gerusalemme ove si fermò per tre anni ed ebbe modo di descrivere tra l’altro i riti di allora di quella Chiesa.
Da tale racconto si deduce che dalla Chiesa di Gerusalemme l’Ascensione non ancora una festa specifica, ma era ricordata nel giorno di Pentecoste in questo modo:

43 – Il cinquantesimo giorno, ossia la domenica, durante il quale grandissima è la fatica per il popolo, si fa tutto come d’abitudine dal canto del primo gallo: si fanno le vigilie all’Anastasi (Chiesa della Risurrezione), perché il vescovo legga quel brano del Vangelo che sempre si legge la domenica, cioè la risurrezione del Signore; dopo di che si fanno all’Anastasi i soliti riti come durante tutto l’anno. Quando poi arriva il mattino, tutto il popolo si riunisce nella chiesa maggiore, cioè al Martyrium (Grande basilica di Costantino attorno all’Anastasi), e si fa tutto quello che è d’uso fare… prima dell’ora terza… tutto quanto il popolo accompagna con inni il vescovo a Sion, per essere a Sion proprio all’ora terza. Arrivati là, si legge quel passo dagli Atti degli Apostoli in cui discese lo Spirito, in modo che genti di tutte le lingue capissero quello che veniva detto. Poi si fa la funzione secondo il rito consueto… poi l’ufficio si svolge secondo il solito anche lì, vi si fa l’oblazione e al momento di congedare il popolo l’arcidiacono alza la voce e dice: Oggi, subito dopo l’ora sesta, troviamoci tutti sull’Eleona, all’Imbomon. (Eleona era una chiesa costruita da Sant Elena sul Monte degli Ulivi e lmbomon era la località ove la tradizione poneva l’evento dell’Ascensione, ove poi vi costruirono una Cappella con cupola aperta e dentro vi erano le orme di Cristo.) Tutto il popolo ritorna ciascuno a casa sua per riposarsi e, subito dopo mangiato, si sale al Monte degli Ulivi, ossia l’Eleona… prima si va all’Imbomon, ossia al luogo da dove il Signore ascese ai cieli, e lì siede il vescovo con i presbiteri e tutto il popolo. Si fanno le letture, si alternano inni, si recitano antifone adatte al giorno e al luogo; anche le preghiere che si intercalano hanno sempre contenuti tali da convenire al giorno e al luogo. Si legge anche il passo dal Vangelo che narra delle ascensione del Signore; si legge di nuovo il brano dagli Atti degli Apostoli che parla dell’ascesa al cielo del Signore dopo la risurrezione. Fatto questo vengono benedetti i catecumeni, i fedeli e ormai all’ora nona si discende da lì e si va fra gli inni a quella chiesa che si trova anche essa sull’Eleona, cioè in quella grotta sedendo nella quale il Signore insegnava agli Apostoli. Quando si è arrivati là è già più dell’ora decima. Si fanno lì il Lucernale, la preghiera, si benedicono i Catecumeni e i fedeli. Poi si discende con inni, tutto quanto il popolo con il vescovo intonando inni o antifone adatte a quel giorno. Così piano piano si arriva fino al Martyrium. Quando si giunge alla porta della città, è ormai notte e arrivano candele da chiesa, almeno duecento per il popolo. Dalla porta poi, poiché c’è abbastanza cammino fino alla chiesa maggiore, al Martyrium, vi si arriva circa all’ora seconda della notte, dato che si va avanti piano piano per tutto il tragitto, a motivo del popolo, che non si affatichi andando a piedi… con inni insieme al vescovo… si va all’Anastasi… poi a Sion… Tutte le cerimonie si protraggono tanto che a mezzanotte, dopo la funzione che c’è stata a Sion, tutti ritornano a casa loro.

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                        Monte degli Ulivi – memoria dell’Ascensione con l’orma di un piede


Sull’Imbomon oggi c’è un recinto murario con i ruderi di una basilica costruita dai Crociati e contiene una cappella ottagonale tenuta dai mussulmani con all’interno una pietra con l’orma di un piede che si dice essere stata lasciata al momento dell’Ascensione.

In definitiva il Catechismo della Chiesa Cattolica conferma la propria fede nel ritorno di colui che ascese al cielo: “Di là verrà a giudicare i vivi e i morti“.

668 – “Per questo Cristo è morto e ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Romani 14,9). L’ascensione di Cristo al cielo significa la sua partecipazione, nella sua umanità, alla potenza e all’autorità di Dio stesso. Gesù Cristo è Signore: egli detiene tutto il potere nei cieli e sulla terra. Egli è “al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione” perché il Padre “tutto ha sottomesso ai suoi piedi” (Efesini 1,21-22). Cristo è il Signore del cosmo e della storia. In lui la storia dell’uomo come pure tutta la creazione trovano la loro ricapitolazione, il loro compimento trascendente.

670 – Dopo l’ascensione, il disegno di Dio è entrato nel suo compimento. Noi siamo già nell’ultima ora (1Giovanni 2,18). Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta. Il regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi che ne accompagnano l’annunzio da parte della Chiesa… nell’attesa che tutto sia a lui sottomesso.

681 – Nel giorno del giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia.

682 – Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l’accoglienza o il rifiuto della grazia.

APPARIZIONI DEL RISORTO IN GALILEA SECONDO MATTEO
Abbiamo visto come Luca racconta i fatti dell’Ascensione.
Gesù però è vivo nella sua Chiesa; allora, come incontrare Gesù risorto prima della “parusia”, ossia prima della sua seconda venuta, che sarà il suo ritorno questa volta però nella gloria?
Su tale tema faccio ricorso a un autorevole Padre della Chiesa, san Bernardo abate, Dottore della Chiesa e precisamente a una sua omelia sulle tre venute del Signore, riportata nei Discorsi della sua Opera Omnia.

«Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta occulta si colloca infatti tra le altre due che sono manifestate. Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini, quando, come egli stesso afferma, lo videro e lo odiarono. Nell’ultima venuta “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Luca 3,7) e vedranno colui che trafissero (Giovanni 19,37). Occulta è invece la venuta intermedia, in cui solo gli eletti lo vedono entro se stessi, e le loro anime ne sono salvate. Nella prima venuta dunque egli venne nella debolezza della carne, in questa intermedia viene nella potenza dello Spirito, nell’ultima verrà nella maestà della gloria. Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima: nella prima Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione. Ma perché ad alcuno non sembrino per caso cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate lui : Se uno mi ama, dice, conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e noi verremo a Lui (Giovanni 14,23). Ma che cosa significa: Se uno mi ama, conserverà la mia parola? Ho letto, infatti, altrove: “Chi teme Dio, opererà il bene” (Siracide 15,1), ma di chi ama è detto qualcosa di più: che conserverà la parola di Dio. Dove si deve conservare? Senza dubbio nel cuore, come dice il Profeta: “Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato” (Salmo 118,11). Poiché sono beati chi custodisce la parola di Dio, tu custodiscila in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi. Nutriti di questo bene e ne trarrà delizia e forza la tua anima. Non dimenticare di cibarti del tuo pane, perché il tuo cuore non diventi arido e la tua anima sia ben nutrita del cibo sostanzioso. Se conserverai così la parola di Dio, non c’è dubbio che tu pure sarai conservato da essa. Verrà a te il Figlio con il Padre, verrà il grande Profeta che rinnoverà Gerusalemme e farà nuove tutte le cose. Questa sua venuta intermedia farà in modo che “come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste” (1Corinzi 15,49). Come il vecchio Adamo si diffuse per tutto l’uomo occupandolo interamente, così ora lo occupi interamente Cristo, che tutto l’ha creato, tutto l’ha redento e tutto lo glorificherà.» (Dai “Discorsi” 5 sull’Avvento, 1-3; Opera omnia)

In tale ambito a mio parere sono da inquadrare interpretazioni su citazioni degli apostoli che incontrano Gesù nella Galilea delle Genti.
Gli evangelisti che scrivevano, sia per riportare i fatti, sia in forma catechetica in favore dei seguaci delle predicazioni, certamente si sono chiesti come potranno i discepoli, aggregati alla Chiesa con il battesimo, avere un incontro autentico col Risorto.
Loro conoscevano la storia avvenuta con gli apostoli e con loro stessi.
L’avevano tutti incontrato nella predicazione mentre nella pratica si comportavano da pagani.
Ecco, che interviene l’interpretazione teologica.
I dodici apostoli, salvo “il figlio della perdizione”, (Giovanni 17,12) quindi gli undici, agli inizi furono tutti incontrati in Galilea, terra di frontiera.
Furono come gli undici esploratori della Terra Promessa, dodici contando Giosuè, solo che questi secondi undici furono i primi esploratori del Regno guidati da Gesù.
Ogni terra perciò ove vivono i pagani o i neo pagani è una frontiera ove il Signore certamente operò e opera in ogni tempo per convincere e preparare la conversione dei pagani, per pescare gente serva del Leviatano e salvare gente schiava dei demoni di questo mondo.
Un incontro, perciò, col Risorto in Galilea, cioè… andando tra i pagani… in trincea, aiutando il Signore per vincere le nazioni e preparare la seconda venuta, è quindi da attendersi per tutti i figli della Chiesa, il “nuovo Israele” che nasce dopo l’Ascensione e la Pentecoste.
Questo è il pensiero che si evince dagli ultimi quattro versetti con cui chiude il Vangelo di Matteo con l’apparizione del Risorto, visto che sembra non riferire manifestazioni nel luogo ove ritualmente si raccoglievano gli apostoli sul “Monte Sion” che, infatti, è la parte Sud del colle occidentale, su cui sorge il “Cenacolo” a meno che a quella Galilea non si dia l’interpretazione di zona est di Gerusalemme.
Nel Vangelo di Matteo in 28,16-19 il Risorto si manifesta con questa modalità: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. (alcuni di ) Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo“.
Quella notazione “sul monte che Gesù aveva loro indicato” è per ricordare che prima il Vangelo di Matteo aveva precisato che l’angelo al sepolcro aveva detto alle donne di riferire tra l’altro ai suoi discepoli: “È risorto dai morti ed ecco vi precede in Galilea; là lo vedrete“. (Matteo 28,7)
In effetti, poi lo stesso Vangelo di Matteo riporta che dopo l’ultima cena si portarono verso il monte degli Ulivi e in tale occasione Gesù ebbe a dire “…dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea“. (Matteo 26,32)
In effetti, stavano passando dalla “galilea” di Gerusalemme e pare proprio normale che transitandovi assieme per l’ultima volta con gli apostoli Gesù li avvertisse del prossimo incontro dopo la risurrezione.
Se così fosse, allora sarebbe da leggere quella parola Galilea come termine non tradotto di “questo circondario” e con la lettera “G” minuscola per accedere alla soluzione Ascensione che fu evidentemente una teofania certa per gli apostoli e per i discepoli a Gerusalemme.
Quale Galilea, allora?
Erano a Gerusalemme quindi non si può nemmeno escludere, la “galilea” di Gerusalemme stessa.
Quel verbo “precedere” indica però anche un preparare il buon esito di una missione, quindi, è consentita anche una Galilea dei Gentili, in visione profetica per i futuri discepoli.
In tale testo però un cenno all’Ascensione si può arguire come conseguenza di quella notazione dell’aver Lui ricevuto “ogni potere in cielo e sulla terra” che diviene avviso teologico anche per i futuri discepoli con l’assicurazione della sua presenza con loro in ogni tempo.
Li invia, quindi, in missione a fare altri discepoli, a istruirli e a battezzarli per farli entrare nella comunione d’amore.
Questo battesimo deve essere dato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28,19) lo stesso Spirito che cita per la nascita di Gesù (Matteo 1,18) e che annuncia il Battista (3,11).
In definitiva l’andare in Galilea assume una veste esistenziale, l’esperienza dell’incontro personale con Gesù che ha chiamato a seguirlo ed a partecipare alla sua missione, quindi riscoprire il battesimo alla radice della fede e dell’esperienza cristiana.

SIMBOLOGIA DEGLI UNDICI
Matteo sostiene che “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.” (Matteo 28,16)
In definitiva, perché solo gli Undici?
Apro una parentesi.
Per la preghiera e i riti ebraici sinagogali la forma raccomandata e obbligatoria è con un “quorum” di dieci adulti, ossia di uomini che sono entrati a pieno titolo nel patto di alleanza col Signore in quanto hanno superato il “Bar mitzvah”, cioè i 13 anni.
In ebraico detto quorum è definito “minian”.
Questa tradizione è spiegata con il brano di Genesi 18 ove Abramo intercede presso il Signore in favore degli abitanti di Sodoma, ma non essendovi neanche dieci giusti, Abramo si fermò nella sua perorazione.
In una visione più ampia, però, gli apostoli che Gesù scelse per iniziare l’annuncio del Regno dei Cieli furono dodici, com’era il numero dei figli di Giacobbe da cui presero nome le tribù d’Israele.
Al proposito è da ricordare che proprio 12, uno per tribù, furono gli inviati da Mosè, secondo quanto è riferito in Numeri 13,1-16, ad esplorare in Canaan i territori della terra promessa.
In effetti, però ben 10 di loro furono a negare la possibilità di conquistarla dimenticando l’alleanza col Signore e che a Lui nulla è impossibile, e tutto il popolo fu a causa loro definito “comunità malvagia” (Numeri 14,27) da parte di Dio, mentre due, Kaleb e Giosuè, erano favorevoli, e solo loro 40 anni dopo entreranno nella terra promessa.
Dieci in ebraico è “a’soer” che posso dividere in + e spiegarmi quella norma del “minian” con il significato grafico delle lettere che suggeriscono “fare () un corpo “, quindi quei 10 sui 12 esploratori fecero un corpo cattivo.
Con riferimento a quegli esploratori, così, scegliendone tra loro undici almeno uno fedele si sarebbe trovato.
Se poi questi seguono Gesù il nuovo e perfetto Giosuè la conquista della terra promessa è assicurata.
Ecco che si può interpretare:

  • “undici”, in ebraico “‘oechad a’soer” , “un unico fatto () corpo ” e “di fratelli che l’aiutano fare () un corpo “, indica già il nucleo di un corpo unitario di fratelli, l’embrione della Chiesa. Fratelli uniti, quindi amore e unità, i pilastri del cristianesimo voluto da Cristo. Del resto undici erano i teli della Tenda della Dimora in Esodo 26.
  • “dodici”, “shenim a’soer” , “rinnovati () saranno i viventi facendone () un corpo ” è l’optimum per definire un gruppo ben formato, la Comunità detta Chiesa.

C’è però di più, a mio parere, sul perché è data tanta dignità al numero undici in quella narrazione del Vangelo.
Tale numero lo ritengo legato a un episodio significativo della storia della salvezza che chi non è aduso come gli ebrei del tempo di Gesù a trattare con la Torah non coglie facilmente.
Questo numero, intanto, pare proprio volerci ricordare l’ultima cena di Gesù con gli apostoli e gli eventi che accaddero dopo che Giuda Iscariota uscì per il tradimento e rimasero solo gli Undici con Lui.
Gesù doveva confermare una grande decisione, accettare il calice degli eventi che gli si stavano preparando, tanto che poi disse ad alcuni di loro – Pietro, Giacomo e Giovanni – “La mia anima è triste fino alla morte”… (Matteo 26,30)
L’ultima sera dopo la cena Gesù con gli Undici uscirono assieme dal cenacolo e si diressero al monte degli Ulivi, all’orto del Getzemani.
In quel momento Gesù, accompagnato da quegli undici apostoli, era come… Giacobbe accompagnato dagli undici figli.
Occorre infatti andare al momento in cui Giacobbe era in pericolo di morte, perché inseguito dal fratello Esaù con 400 uomini, mentre, del pari, Gesù stava per essere arrestato dagli uomini guidati da Giuda.
Gesù era potenzialmente il nuovo Israele, ma non aveva ancora lottato con l’angelo della morte e vinto com’era accaduto nell’episodio di Giacobbe che dovette lottare tutta la notte al torrente Iabbok, dove fu benedetto e gli fu cambiato il nome da Giacobbe in Israele.
Quella notte Gesù fece attraversare il torrente Cedron ai suoi Undici e lottò sudando sangue, poi un angelo lo consolò.
Proveniente dall’Anatolia, mentre Giacobbe si dirigeva verso quella che sarà la terra promessa, racconta il libro della Genesi, “…gli si fecero incontro gli angeli di Dio. Giacobbe al vederli disse: Questo è l’accampamento di Dio, e chiamò quel luogo Macanàim.” (Genesi 32,2s)
Per contro Gesù quella notte portò i suoi Undici fuori dalla Città degli angeli, fuori di Gerusalemme.
Poi mise al sicuro gli Undici dicendo alle guardie che venivano ad arrestarlo “lasciate che questi se ne vadano” (Giovanni 18,8).
Non ne perse nessuno come aveva promesso al Padre: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura.” (Giovanni 17,11s)
“Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Matteo 26,56), ma le guardie non li inseguirono.

Sono così andato a cercare quando nella Bibbia ebraica si parla per la prima volta di un numero “undici” e si trova che ciò avviene proprio nell’accennato episodio di Giacobbe che in pericolo di vita si trova con gli undici figli al guado del torrente Iabbok, ove lottò tutta la notte con un angelo e “Durante quella notte egli si alzò, prese… i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente…” (Genesi 32,23-24)
Quegli undici figli rappresentavano già Israele futuro che nella pienezza sarà di dodici con la nascita del figlio della destra, Beniamino.
Questa interpretazione mi pare solida e sostenibile.
Su quel racconto di Genesi 32 tornerò più avanti presentandone la intera decriptazione col mio metodo “Parlano le lettere“.

L’ASCENSIONE E GLI ALTRI VANGELI
Sull’evento dell’Ascensione gli altri Vangeli danno sintetici cenni:

  • Marco 16,19 – “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio”, ma non parla della Pentecoste.
  • Giovanni 20,17 – “Gesù le disse (a Maria Madalena): Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro.”

Chiaramente al riguardo s’esprimerà poi il Vangelo di Giovanni riportando queste parole di Gesù: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato… Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.” (Giovanni 17,20-24
Sono queste parole che danno implicitamente per scontato l’evento dell’Ascensione
Non solo; per il Vangelo di Giovanni anche l’evento di una prima Pentecoste con la discesa dello Spirito Santo per gli Undici soltanto avviene nello stesso giorno della Risurrezione: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi!… Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo.” (Giovanni 20,19-22)

Scorrendo attentamente i Vangeli non si può non notare comunque l’esistenza di due tradizioni sulle visioni del Risorto:

  • in Giudea, nella “galilea” di Gerusalemme da parte di Luca;
  • Giovanni, non nega nessuno dei Vangeli precedenti e riporta visioni del Risorto a Gerusalemme sul monte Sion nel Cenacolo, e poi anche una in Galilea storica con l’episodio della pesca miracolosa a Tabga;
  • Matteo, di cui ho detto e su cui tornerò e che pare indicarne una nella Galilea storica terra dell’inizio evangelizzazione e, in tal caso, il santo monte è da intendersi quello, sopra Tabga, detto delle “beatitudini”;
  • di Marco che pare intendere entrambe.

Marco, infatti, nel suo Vangelo scrive:

  • Marco 14,28 – che Gesù disse: “Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”.
  • Marco 16,7 – “Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”.

Quella Galilea però può essere interpretata anche come la “galilea” di Gerusalemme tanto più che quel Vangelo riporta una versione delle apparizioni del Risorto che non è in tutti i manoscritti antichi e che comunque è simile a quelle di Luca senza apparizioni nella Galilea storica, bensì solo a Gerusalemme.

Torno, infine, a quel testo finale 28,16-19 del Vangelo di Matteo ove salta agli occhi una differenza con quanto riferiscono gli Atti, relativamente all’Ascensione, come ci fosse un’altra separata manifestazione in Galilea solo per gli Undici apostoli.
Eppure non è da mettere in dubbio che l’Ascensione avvenne a Gerusalemme e dagli stessi Atti si viene a conoscere che furono in tanti i testimoni della risurrezione. Gesù secondo Luca aveva detto a tutti i presenti nel cenacolo, che poi a Pentecoste furono 120, di non allontanarsi da Gerusalemme (Atti 1,4).
Non è poi da dimenticare l’episodio della nomina dell’apostolo Mattia in sostituzione di Giuda in Atti 1,21-26, ove è confermato che non furono solo gli Undici i testimoni della risurrezione, infatti, là Pietro dice: “Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione.”
San Paolo riferisce poi in 1Corinzi 15,3-8 di una manifestazione di Cristo Risorto a più di cinquecento fratelli, evento che ben si può associare con l’evento dell’Ascensione narrato nel libro degli Atti: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.”
Li è chiaro il riferimento non agli Undici, ma ai Dodici.

Quindi l’incontro in Galilea di Matteo sarebbe un incontro successivo alla Pentecoste; infatti vi si parla di battezzare anche nello Spirito Santo come se fosse già stato donato agli apostoli.
Il battesimo nello Spirito Santo è, infatti, un battesimo amministrato da Gesù a coloro che credono nel suo nome.
Grazie a questo battesimo il cristiano viene rivestito di potenza dall’alto esattamente come lo furono i primi discepoli del Signore quando – pochi giorni dopo che Gesù fu assunto in cielo – furono battezzati con lo Spirito Santo nella città di Gerusalemme il giorno di Pentecoste.
Chi è battezzato con lo Spirito Santo viene riempito da tale Spirito Santo e comincia a parlare un’altra lingua secondo che lo Spirito gli dà di esprimersi, esattamente come avvenne ai primi discepoli il giorno di Pentecoste.
Parlerà la lingua di Dio e dell’amore e sarà compreso da tutti anche se stranieri.
alla salvezza dai propri peccati e alla rigenerazione o nuova nascita.
Quindi questo battesimo riveste di potenza e mette in grado di pregare e benedire Dio e di intercedere anche per gli altri.

Nella descrizione del ritrovamento della tomba vuota da parte di donne che seguivano Gesù, Maria Maddalena, Giovanna, Maria madre di Giacomo e altre, il Vangelo di Luca riporta: Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno. Ed esse si ricordarono delle sue parole.” (Luca 24,1-8)
Benché sia sinottico con Matteo, Luca che non vuole parlare di apparizioni in Galilea storica, modifica il versetto Marco 16,7 “Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” in “Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea” ed omette Marco14,28 “Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”.

GENESI 32 – DECRIPTAZIONE
Genesi 32 è il capitolo che racconta del ritorno di Giacobbe in Canaan con gli undici figli che aveva avuti da Lia e da Rachele, figlie di Labano e dalle loro serve Zilpa e Bila.
Si tratta nel complesso di 33 versetti che divido in due parti da 1-22 e 23-33.
La prima parte la presento decriptata come una novità in questo articolo, mentre la seconda fu presentata in “La risurrezione dei primogeniti“, che poi ricorderò e commenterò ulteriormente.
Comincio col riportare il testo della traduzione in italiano del 2008 della C.E.I. dell’intero capitolo Genesi 32.

1a Parte 1-22
Genesi 32,1 – Labano si alzò di buon mattino, baciò i figli e le figlie e li benedisse. Poi partì e ritornò a casa.

Genesi 32,2 – Mentre Giacobbe andava per la sua strada, gli si fecero incontro gli angeli di Dio.

Genesi 32,3 – Giacobbe al vederli disse: Questo è l’accampamento di Dio, e chiamò quel luogo Macanaim.

Genesi 32,4 – Poi Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nella regione di Seir, la campagna di Edom.

Genesi 32,5 – Diede loro questo comando: Direte al mio signore Esaù: Dice il tuo servo Giacobbe: Sono restato come forestiero presso Labano e vi sono rimasto fino ad ora.

Genesi 32,6 – Sono venuto in possesso di buoi, asini e greggi, di schiavi e schiave. Ho mandato a informarne il mio signore, per trovare grazia ai suoi occhi.

Genesi 32,7 – I messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: Siamo stati da tuo fratello Esaù; ora egli stesso sta venendoti incontro e ha con sé quattrocento uomini.

Genesi 32,8 – Giacobbe si spaventò molto e si sentì angustiato; allora divise in due accampamenti la gente che era con lui, il gregge, gli armenti e i cammelli.

Genesi 32,9 – Pensava infatti: Se Esaù raggiunge un accampamento e lo sconfigge, l’altro si salverà.

Genesi 32,10 – Giacobbe disse: Dio del mio padre Abramo e Dio del mio padre Isacco, Signore, che mi hai detto: Ritorna nella tua terra e tra la tua parentela, e io ti farò del bene,

Genesi 32,11 – io sono indegno di tutta la bontà e di tutta la fedeltà che hai usato verso il tuo servo. Con il mio solo bastone avevo passato questo Giordano e ora sono arrivato al punto di formare due accampamenti.

Genesi 32,12 – Salvami dalla mano di mio fratello, dalla mano di Esaù, perché io ho paura di lui: che egli non arrivi e colpisca me e, senza riguardi, madri e bambini!

Genesi 32,13 – Eppure tu hai detto: Ti farò del bene e renderò la tua discendenza tanto numerosa come la sabbia del mare, che non si può contare.

Genesi 32,14 – Giacobbe rimase in quel luogo a passare la notte. Poi prese, da ciò che gli capitava tra mano, un dono per il fratello Esaù:

Genesi 32,15 – duecento capre e venti capri, duecento pecore e venti montoni,

Genesi 32,16 – trenta cammelle, che allattavano, con i loro piccoli, quaranta giovenche e dieci torelli, venti asine e dieci asinelli.

Genesi 32,17 – Egli affidò ai suoi servi i singoli branchi separatamente e disse loro: Passate davanti a me e lasciate una certa distanza tra un branco e l’altro.

Genesi 32,18 – Diede quest’ordine al primo: Quando ti incontrerà Esaù, mio fratello, e ti domanderà: A chi appartieni? Dove vai? Di chi sono questi animali che ti camminano davanti?

Genesi 32,19 – tu risponderai: Di tuo fratello Giacobbe; è un dono inviato al mio signore Esaù; ecco, egli stesso ci segue.

Genesi 32,20 – Lo stesso ordine diede anche al secondo e anche al terzo e a quanti seguivano i branchi: Queste parole voi rivolgerete ad Esaù quando lo incontrerete;

Genesi 32,21 – gli direte: Anche il tuo servo Giacobbe ci segue. Pensava infatti: Lo placherò con il dono che mi precede e in seguito mi presenterò a lui; forse mi accoglierà con benevolenza.

Genesi 32,22 – Così il dono passò prima di lui, mentre egli trascorse quella notte nell’accampamento.

2a Parte 23-33
Genesi 32,23 – Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok.

Genesi 32,24 – Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi.

Genesi 32,25 – Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.

Genesi 32,26 – Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.

Genesi 32,27 – Quello disse: Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora. Giacobbe rispose: Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!

Genesi 32,28 – Gli domandò: Come ti chiami? Rispose: Giacobbe.

Genesi 32,29 – Riprese: Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!

Genesi 32,30 – Giacobbe allora gli chiese: Svelami il tuo nome. Gli rispose: Perché mi chiedi il nome? E qui lo benedisse.

Genesi 32,31 – Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva.

Genesi 32,32 – Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all’anca.

Genesi 32,33 – Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quell’uomo aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

Prima di presentare la decriptazione tutta di seguito propongo da esempio di come proceduto il risultato dimostrato del versetto 32,14.

Genesi 32,14Giacobbe rimase in quel luogo a passare la notte. Poi prese, da ciò che gli capitava tra mano, un dono per il fratello Esaù:




e sarà la potenza dell’energia della risurrezione nei viventi la perdizione del serpente nel mondo . Fuori per la perversità () all’origine recata sarà rovesciato in prigione ove dalla vita l’angelo (ribelle) uscirà . A casa dal Padre sarà per mano a portare i viventi . Li guiderà dal Potente a vedere la luce . E dal fratello saranno portati !

Genesi 32,1 – E fu il Risorto la rettitudine della vita dal cuore ad inviare dentro la carne. A portarla fu negli apostoli (onde) del Risorto con la voce (la predicazione) figli fossero a recare e che del Potente il Figlio, recato in croce, fossero a portare, recandone nell’esistenza la benedizione. Vennero con la Madre a portarsi a stare in cammino per recare della risurrezione dentro la potenza, per finire la putredine (ove) i viventi si portano.

Genesi 32,2 – A portarsi furono in azione versando dentro al mondo la potenza della rettitudine che a nascere un corpo/popolo retto recò. E chi erano a incontrare dentro portavano. Angeli erano di Dio nel mondo che stavano a vivere.

Genesi 32,3 – E fu a iniziare a vivere un corpo (ove) agiva in seno la rettitudine. La felicità si vedeva rivivere nei viventi che dalla putredine per gli apostoli uscivano; del maledetto che è nei viventi colpivano la perversità. Erano a rovesciare il peccare (onde) usciva la putredine. E nei viventi entrava di Lui la vita; a riversarne l’energia era la Madre…

Genesi 32,4 – …che a portare era ad accendere il vigore nell’esistenza. Ad agire, riversando dentro la pienezza della rettitudine, era la Madre. Con la potenza della parola gli apostoli erano a portare di Dio a sentire che simile in un fratello s’era portato. L’Unigenito nel corpo scese nel mondo per il cattivo demonio. Uscì dalla nube per portarsi tra i viventi.

Genesi 32,5 – E fu giù a portarsi. Venne (così) la pienezza della vita in un corpo. La rettitudine entrò completa a ricominciare a vivere in un corpo per recare all’angelo (ribelle) il rifiuto, (in quanto) giudicato era stato dal Potente. Ad agire in un simile la rettitudine entrò. L’Unigenito visse in un corpo per servire con la rettitudine chi era nell’oppressione ad abitare. Ad affaticarsi a casa dell’angelo (ribelle) in cammino in un corpo per finirlo fu a recarsi. L’Unigenito in una grotta dall’eternità nel tempo entrò.

Genesi 32,6 – E fu a recare nel mondo a esistere del Potente la forza della risurrezione. Portò lo Spirito ai viventi e in un corpo scese a incontrarli per servirli e li illuminò con la parola. Di nascosto, di Lui in una donna il vigore entrò per guizzare nel mondo in cammino. Fu in un povero il Signore per stare dal serpente a vivere. Giù in un fratello inviò una sorgente di forza di rettitudine.

Genesi 32,7 – A portarsi fu per il ritorno dal mondo. L’angelo (ribelle) che vi è a vivere Dio spazzerà versando dentro il rifiuto nei viventi. Nei corpi dentro l’Unigenito l’energia recò della divinità che nei fratelli sarà ad affliggere il serpente con l’azione della risurrezione che recherà e che scorrerà nei viventi. Per l’entrata potenza della rettitudine il serpente rovesciato dai corpi verrà. Ad ardere lo porterà l’Unigenito. Le moltitudini dei popoli, desiderate tutte dall’Unico, Gesù a vivere porterà.

Genesi 32,8 – A portarsi fu a stare in un corpo per i guai che con oppressione dentro i viventi originò l’essere impuro, che fu giù nei corpi il serpente a recare. E fu a chiudersi giù per venire tra i popoli. L’Unigenito per liberarli venne a portarsi. E dall’Unico al segno nel mondo scese l’Unigenito per rifiutarlo completamente dal mondo. In cammino per la parola che fu ai viventi dal Potente che a rinnovarne sarebbe stato la vita con la grazia che avrebbe portato alla fine.

Genesi 32,9 – Portò a stare l’Unico di un vivente nel corpo l’Unigenito a vivere. Fu dentro a recare l’Unigenito in azione per la distruzione del serpente onde al mondo ai viventi la grazia rientrasse. Nel mondo dai fratelli a finire porterà con l’entrata rettitudine la perversità. E dall’esistenza del mondo dalle midolla (dei viventi) tra lamenti uscirà l’angelo (ribelle) distrutto nei corpi dalla potenza soffiata dal Potente che sarà nei cuori ad entrare.

Genesi 32,10 – E fu l’Unico, per vivere nel corpo, di Giacobbe nel mondo Dio a essere. Dal padre che fu Abramo si portò Dio nel mondo. Fu il padre (da cui) fu Isacco, (da cui) il Signore uscirà tra i primogeniti per vivere nel corpo. Dio sarà in un simile nella casa dal serpente in terra. Con la rettitudine che recherà al serpente lo reciderà. Per legge divina lo arderà. Il guaio dai cuori sarà da dentro a uscire dai popoli così!

Genesi 32,11 – A farsi piccolo alla fine fu per i viventi tutti del mondo. La benevolenza fu ai viventi a recare (onde) la piaga del serpente uscisse. Per la fedeltà di una donna dal cattivo alla luce sarà. Tutti verrà a servire con la rettitudine. Così sarà dentro la putredine del serpente a stare. Tra gli ebrei alla fine sarà a venire per scendere dall’angelo (ribelle) nel mondo per colpirne la perversità nel tempo. Nel mondo a uscire sarà nell’esistenza per finirlo. Sarà la potenza della risurrezione a stare in un vivente. La grazia porterà a tutti.

Genesi 32,12 – Al mondo giù sarà dal serpente. In un figlio primogenito vivrà per essere d’aiuto ai fratelli. Nei giorni per conoscenza dei simili la rettitudine sarà a stare in un corpo per la prima volta. A incontrarli così sarà a venire portandola in una persona a stare dentro. E desiderando che la rettitudine, che negli angeli c’è dell’Unico, nei viventi agisse, in un cuore a inviarla fu d’un vivente.

Genesi 32,13 – E venendo l’Unigenito a vivere nel corpo per tutti uscirà lo star bene dell’origine. Sarà nei cuori a ristare dentro ad agire nei viventi la rettitudine che porterà a risorgere i morti. Sarà l’Unigenito, colpendolo, a finire il male con la rettitudine che il vigore riporterà. Il serpente entrerà in un mare che l’Unigenito accenderà. Nei corpi il rifiuto sarà a far perire il verme che nel corpo abita.

Genesi 32,14 – E sarà la potenza dell’energia della risurrezione nei viventi la perdizione del serpente nel mondo. Fuori per la perversità all’origine recata sarà rovesciato in prigione ove dalla vita l’angelo (ribelle) uscirà. A casa dal Padre sarà per mano a portare i viventi. Li guiderà dal Potente a vedere la luce. E dal fratello saranno portati!

Genesi 32,15 – Si vedranno questi riessere vivi. In viventi riverranno nell’esistenza dalla morte. Sarà stata la risurrezione la forza in seno a liberarli dall’esistenza dell’essere ribelle che li ammalava. Nell’acqua bollente verrà a stare dai viventi portato. Dell’Unico sarà la potenza a stare in seno che a risorgere i corpi sarà dei viventi.

Genesi 32,16 – Beneficati saranno i viventi che a vivere staranno da angeli. (Perché accadrà tutto ciò?) Per l’obbedienza che portò a rispondere all’invio che ci fu in campo aperto da Mosè. (Gli ebrei offrirono i primogeniti.) Potente illuminazione fu per i viventi con la parola. Un corpo/popolo portò a scegliere l’Unico. Dal corpo preghiere vive Gli portarono che a fruttare furono (onde) i viventi si vedranno liberati dall’Unico. Tra i Tiniti 10 (segni) fu ai viventi a portare con rovine. Il popolo/corpo dal seno libero uscì.

Genesi 32,17 – E fu ai confini a inviarli ad abitare. Furono per mano dal servo a essere portati i branchi/gruppi (del popolo fuggitivo). Un gruppo dal potente/Faraone da solo portò. E fu a dire Dio al servo che fosse a condurre gli Ebrei con un bastone da cui il potente soffio d’energia sarebbe stato a lanciare. E a strappar via vivi per dono avrebbe recati da dentro di chi li opprimeva i gruppi, ma dentro sarebbe stato oppresso un gruppo.

Genesi 32,18 – E (quando) sarà il comando a venire i primi (primogeniti) si portassero inviati potenti per primi. Agli Amari (laghi amari) così sarebbero a stare (ove) saranno (poi) ad incontrarsi. Così agendo alla luce si porterebbero (quando) i fratelli fossero a portarsi. Per la distruzione del Faraone/serpente così rifiutare, dagli Amari guizzanti alle acque fossero a venire, portandosi ad incontrarlo. Tutti in cammino si porteranno perché erano con Dio a uscire. Con il Potente in persona saranno stati così.

Genesi 32,19 – Si portarono i primogeniti agli Amari al segno potenti. Con il servo (Mosè) tutti furono in azione a versarsi dalle case (ove) vivevano. Li guidò lui in quiete portandoli di nascosto fuori. Per il rifiuto giudicato fu il Faraone. In azione la Luce si portò e uscirono lamenti anche da lui (il Faraone) (in quanto) del primogenito nella tomba il corpo fu per l’angelo (della morte) che si portò.

Genesi 32,20 – E fu il comando anche a venire alla luce. Inviate furono in cammino le centinaia tutte. In campo aperto, tranquillamente alla luce gli afflitti viventi prima nell’oppressione del Faraone/serpente uscirono in campo apertamente in cammino. Al mare dei fratelli il corpo fu a uscire in branco. Al mare guizzarono i primogeniti dagli Amari come da parola che uscì. Questi uscirono tutti al comando, portati energicamente da Dio vedendone la luce. Anche da casa all’uscita così le centinaia tutte si portarono.

Genesi 32,21 – E i primogeniti dagli Amari integri in cammino alle acque uscirono inviati fuori dal servo (Mosè). Così chi era nell’oppressione a casa in seguito furono inviati. Si portarono così (ove) erano stati i primogeniti agli Amari. Dei primogeniti con rami di palma il corpo uscì. In faccia inviati furono a portarsi da casa in sacrificio. Uscendo apertamente in cammino da segno per i serpenti (Faraone-Egiziani) in faccia inviati furono. Dei fratelli il corpo fu così inviato (mentre) dei primogeniti in vista a uscire; di fronte furono a portarsi da pazzi. C’era la luce dell’Unico davanti a stare.

Genesi 32,22 – E dai confini gli Ebrei uscirono vivi guidati fuori dall’azione degli Egiziani (Faraone-serpenti). Davanti fu a portare con il bastone lui (Mosè) agli Egiziani (Faraone-serpenti) gli inviati che da casa di notte uscirono in campo aperto; fuori si portarono dai padri per accamparsi in campo aperto. Riporto di seguito la decriptazione della 2a parte.

Genesi 32,23 – Si portò IHWH ad abbattere la vita nelle case. Di notte uscì (proprio) Lui per portare con forza il rovesciamento. Nei posti chiusi i primogeniti finì. Luminoso il segno (sulle porte) è per l’energia che dalla Luce è portata, (mentre) porta a venire fuoco che finisce le esistenze, col bruciante soffio strappate via sono portate. E i primogeniti, i segnati fratelli, protessero. In azione i principi forti potenti la protezione sono a recare e sono degli ebrei i primogeniti tutti, in seno dentro alla contesa versati.

Genesi 32,24 – E furono a versarsi con calore. E furono gli Ebrei a centinaia ad uscire guidati da Levi. In azione con i figli primogeniti designati iniziò alla luce un corpo potente a portarsi.

Genesi 32,25 – Ed è a portarsi il prescelto corpo, con forza in azione si versò, dentro dagli Egiziani da solo si recò. E sono stati dai padri versati all’Unico per essere di salvezza delle vite portandosi alla vista dei serpenti (Egiziani). Si portano tutti fuori all’aurora.

Genesi 32,26 – Si portarono a essere in vista così alla forza degli Egiziani i primogeniti. Furono tutti gli Egiziani a portarsi poiché sono stati afflitti nel pianto, a fil di spada (contro) i deboli si portano. E al suono di tromba così in faccia al confine sono in azione. Versati da dentro le case, usciti dai padri per una speranza al popolo portare…

Genesi 32,27 – …che a portarsi (il popolo) fu per primo agli “amari”. Liberamente a vagare inviati furono i vasi forti, agirono potenti fuori, in campo aperto all’alba portati furono; (poi) si riporteranno i primogeniti agli “amari”. Gli Egiziani i primogeniti iniziano ad attirare. Da amo così furono i primogeniti alle acque. Figli retti di Tanis (della città di Menfi) sono.

Genesi 32,28 – Mi si portino i forti! Disse Dio il giorno che uscì a bruciare i viventi. Così a portarsi furono i primogeniti. Un vivente corpo con forza in azione rovesciò dentro (in Egitto).

Genesi 32,29 – E furono prima (d’andare) agli “Amari” degli Egiziani i primogeniti ad essere in vista. Si versarono dentro forti uniti alle acque di Ra. Ed alla porta (vicino al fortino Migdal dove c’era la porta in Egitto per la via dei Filistei) s’accese una strage forte. Pur tuttavia d’Israele la coppa fu superstite. Agì alle acque Dio. Aperte furono le acque. Ed al popolo i primogeniti inviati in dono in vita ha riportato da segno riportandoli tutti.

Genesi 32,30 – E furono risorti da Dio. Furono alla fine riportati. Furono i primogeniti agli “amari”. In campo in cammino una forte mano uscì agli inviati. Dell’Unico il Nome così li portò a stare uniti agli “amari”. I serpenti/gli Egiziani dalla vita uscirono. Colpiti in campo finiti dalla Luce di Dio che la potenza dai cieli portò. Furono i figli nell’afflizione segnati, recati dall’alba al tramonto.

Genesi 32,31 – E furono gli Egiziani abbattuti, visti spazzati rovesciati dentro dalla Luce nell’acqua; uscì (infatti) alle acque a sorgere davanti la forza di Dio. Così fu che il corpo dei primogeniti fu segnato nell’esistenza. Dio ha aperto il mare! Parlano gli inviati che sono vivi: Dio davanti al mare ha portato il segno. Salvatore delle loro vite è stato.

Genesi 32,32 – E fu lo straniero fiaccato dal potente bastone in campo dell’illuminato Mosè, il retto, primo duce ebreo, a cui venne il soffio d’energia portato da Dio. E di Lui la protezione agì dall’alto. Fu il corpo così a riportarsi.

Genesi 32,33 – Agì in cammino da retto Mosè, l’inviato del Potente. Iniziò con forza ad unire tutti, a condurre i figli fu d’Israele dal primo all’ultimo, nel cammino fu una mano aperta. Dimenticò il popolo presto questi fatti ai primi calore barcollarono. Rettamente parlò in campo con forza il capo retto della comunità. Fu con bastone l’acqua ad aprire colpendo, ad uscì così con forza l’energia, a scorrere, si vide dentro a coppe nelle bocche essere del popolo/corpo così per la forte azione. A versarsi dalle case dentro in cammino furono per l’aiuto uscito dall’Inviato Mosè, illuminato nel mondo.

Dal decriptato di Genesi 32,25 abbiamo trovato:

“E sono stati dai padri versati all’Unico per essere di salvezza delle vite portandosi alla vista degli Egiziani”.
Gesù si legge in trasparenza.
I primogeniti sono come Gesù.
Se i padri ebrei per fede hanno “consacrato a Dio i primogeniti” per la salvezza di tutti, Dio Padre come non consacrerà il proprio figlio Unigenito per la salvezza di tutti gli uomini?
La fede di Abramo in Dio ha portato frutto.
Tutti i padri Ebrei hanno consacrato, come Abramo fece con Isacco, i primogeniti al Signore, disposti a sacrificarli.
A questo punto è chiaro che lo stesso sacrificio di Isacco può essere figura, “midrash” di questo sacrificio nella fede da parte di un intero popolo, quel racconto sembra illuminare la legge del riscatto – sostituzione prescritta (Esodo 13,13 e 34,20).

È questo capitolo 32 nel testo ebraico un contenitore eccezionale in quanto è come una matrioska, vale a dire come una serie di più contenitori formato da elementi ognuno dei quali è inseribile in uno di formato più grande.
Il testo esterno che parla di Giacobbe al guado dello Iabbok è il contenitore esterno, il più grande, la “madre”.

Si passa, quindi, alla storia del Messia e alla sua incarnazione.
In questa si parla dell’evento della sua risurrezione e degli apostoli inviati a recare l’annuncio del regno.
Nell’ambito di questa storia s’inserisce il ricordo della prima Pasqua e dell’avventura dei Primogeniti a quali in parallelo si possono avvicinare gli apostoli di Cristo.
Questi primogeniti, i primi, ai tempi della nascita d’Israele, cioè al momento dell’uscita dall’Egitto, ebbero un grande ruolo nel racconto dell’Esodo per salvare tutto il popolo.
Contenuto nella storia di questi è comunque il primo sacrificio che Abramo avrebbe offerto nel figlio Isacco a Dio per fede sul Moria in Genesi 22 e che fu accettato da Dio nello spirito, ma non nella realtà.
La storia nascosta, che già avevo affrontato con quel mio articolo in “La risurrezione dei primogeniti“, rivela che in quella occasione i primogeniti degli ebrei ebbero un grande ruolo perché fecero da esca per farsi rincorrere dagli Egiziani, mentre la gran massa di Israele e dei collegati fuggiva per altra via.
Cristo crocefisso fu l’esca per salvare l’umanità e gli apostoli furono gli annunciatori della buona notizia che ha salvato e salva molti e furono martiri per salvare i loro assassini.
Quest’ultimo contenitore della matrioska ha in sé il “seme” costituito appunto dagli Undici che Cristo lascia alle Genti per diffondere la notizia del Regno e della sua venuta finale col dono della risurrezione.

GALILEA. LA REGIONE DI GESU’ultima modifica: 2018-06-21T16:35:29+02:00da mikeplato
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